L'Autore
Alfred Capus nacque ad Aix-en-Provence il 25 novembre 1857, in una famiglia borghese. Cominciò gli studi secondari nello stesso collegio in cui aveva studiato Émile Zola qualche anno prima, poi nel 1872 la famiglia si trasferì definitivamente a Parigi, dove Capus terminò il liceo. Sognava l’École navale, ma si presentò al concorso della più prestigiosa École polytechnique e non lo superò. Entrò allora in una delle principali scuole di ingegneria mineraria francesi, dove otteneva buoni risultati in fisica e in composizione francese, più incerti in algebra e in disegno, senza riuscire a conseguire il diploma di ingegnere. Cinquant’anni dopo, in una conferenza tenuta davanti agli ex allievi della scuola, raccontò di sé, con il tono che era ormai diventato il tratto distintivo del suo carattere: «Non ho fatto che passare di sfuggita da questa scuola; ho abbandonato gli studi per una serie di circostanze che vi presento come scuse.»
Per qualche tempo lavorò come disegnatore industriale, producendo schemi e progetti, l’unica occupazione tecnica che esercitò davvero prima di passare al giornalismo. Il suo primo articolo fu un necrologio di Darwin. Da lì in poi scrisse cronache leggere e ironiche per i principali giornali letterari dell’epoca – Le Gaulois, L’Écho de Paris, L’Illustration – spesso firmandosi con lo pseudonimo di Graindorge, un personaggio che aveva preso in prestito dallo scrittore e filosofo Hippolyte Taine. Si trattava di un osservatore straniero, pragmatico e disincantato che analizzava la società parigina con uno sguardo distaccato: una scelta precisa di campo, quindi, non un vezzo. In questo contesto sviluppò uno stile limpido, rapido, fondato sull’osservazione diretta. Il contatto continuo con la vita cittadina gli offrì un repertorio di situazioni e di tipi umani che confluì nelle sue opere narrative e teatrali.
Aveva un fratello minore, Joseph, che seguì tutt’altra strada. Fu deputato, poi senatore e infine ministro dell’Agricoltura nel 1924. I due fratelli incarnarono quella biforcazione tra chi riesce nel senso convenzionale e chi trova la propria strada altrove, che Capus mise in scena proprio nel romanzo “Falsa partenza”.
I suoi due romanzi d’esordio – Qui perd gagne nel 1886 e Falsa partenza nel 1891 – trovarono pochi lettori nonostante gli elogi del critico Jules Lemaître, il più autorevole dell’epoca, che aveva definito il primo «quasi un capolavoro». Capus non sembrò prendersela. Chi lo frequentava ricordava un uomo che parlava poco, ascoltava molto, e aveva come risposta abituale: «Non importa.»
Il vero successo arrivò nel 1901, con la commedia La Veine – letteralmente la fortuna, la vena propizia – rappresentata al Théâtre des Variétés di Parigi. Capus aveva ormai una lunga carriera alle spalle. Il titolo contribuì a costruire intorno a lui il mito dell’eterno fortunato, dello scrittore che aveva avuto un colpo di fortuna insperato. La realtà era ben diversa, e lui ne era perfettamente consapevole. La frase più celebre della commedia, quella che gli sopravvisse più di ogni altra, suona così: «Ogni uomo ragionevolmente dotato, non troppo sciocco, non troppo timido, ha nella vita il suo momento di fortuna, un istante in cui tutto sembra convergere a suo favore.» I critici la definirono un’affermazione ottimista; era invece l’osservazione di un uomo che conosceva bene il prezzo dell’attesa.
Si presentò all’Académie française – la massima istituzione letteraria francese, composta da quaranta membri detti gli Immortali – due volte prima di entrarci, venendo sconfitto in entrambe le occasioni da candidati oggi quasi dimenticati. Fu eletto il 12 febbraio 1914 al posto rimasto vacante per la morte del matematico Henri Poincaré. Un commediografo di boulevard che succedeva al più grande teorico dello spazio e del tempo: c’era qualcosa di capusiano persino in questo. Si raccontava che uno dei suoi attori, durante una seduta spiritica allora molto in voga, avesse chiesto se Capus sarebbe mai entrato all’Académie. Il tavolo rispose di sì. Alla domanda su quante volte si sarebbe dovuto presentare, cominciò a battere colpi con tanta rapidità che fu necessario fermarlo.
Fu ricevuto ufficialmente all’Académie solo nel 1917, perché la guerra aveva bloccato la cerimonia. Nel frattempo, era diventato direttore del Figaro, il più importante quotidiano francese dell’epoca, ruolo che mantenne fino al 1920. Chi andava a trovarlo nel suo studio con le finestre sui giardini del Champ de Mars lo trovava invariabilmente in vestaglia. Riceveva a mezzogiorno, secondo una tradizione consolidata. Parlava poco, lasciava parlare l’interlocutore, lo incoraggiava con domande e sorrisi. Aveva quasi perso l’accento del sud, ma gli piaceva il sole che entrava dalle finestre: quella luce meridionale, diceva, che imprime vivacità e immediatezza a chi ci è cresciuto, non si cancella con un trasloco. Un giovane ingegnere che andò a intervistarlo nel 1920 lo descrisse come «un affettuoso fratello maggiore.»
Morì il primo novembre 1922 nella clinica di Neuilly, dove era stato ricoverato per una febbre tifoide, a pochi giorni dal suo sessantacinquesimo compleanno. È sepolto al Père-Lachaise. Parigi gli ha dedicato un piccolo giardino pubblico e, Aix-en-Provence, una via.
Le sue commedie furono adattate più volte per il cinema. In occasione del centenario della nascita, la televisione francese gli dedicò una trasmissione.
Oggi il suo nome è quasi del tutto scomparso dalla memoria letteraria.


