Eugène Sue

I MISTERI DI PARIGI


PARTE PRIMA
I
LA BETTOLA
Un tapis-franc, nel gergo dei ladri e degli assassini, è un’osteria o una bettola della peggior specie.
Un pregiudicato che, in quella ignobile lingua, si chiama orco, o una donna, anch’essa pregiudicata, che si chiama orchessa, gestiscono di solito queste taverne, frequentate dalla feccia della popolazione parigina: vi si trovano a bizzeffe ex forzati, truffatori, ladri, assassini.
Quando viene commesso un delitto, la polizia getta, per così dire, la sua rete dentro questa melma; quasi sempre vi prende i colpevoli.
Il lettore capisce da questo inizio che dovrà assistere a scene sinistre; se vorrà, potrà penetrare in regioni orribili, sconosciute; individui repellenti, spaventosi, pulluleranno in queste immonde cloache come i rettili negli stagni.
Tutti hanno letto le pagine stupende nelle quali Cooper, il Walter Scott americano, ha descritto i feroci costumi dei selvaggi, la loro lingua pittoresca, poetica, le mille astuzie con le quali sfuggono ai loro nemici o li inseguono.
Abbiamo temuto per i coloni e per gli abitanti delle città al pensiero che così vicino a loro vivessero e s’aggirassero queste tribù barbare tanto lontane dalla civiltà per via delle loro abitudini sanguinarie.
Noi cercheremo di far passare davanti agli occhi del lettore alcuni episodi della vita di altri barbari, lontani dalla civiltà come lo sono i popoli selvaggi descrittici così bene da Cooper.
I barbari che intendiamo sono proprio in mezzo a noi; possiamo trovarci gomito a gomito con loro, avventurandoci nei covi in cui vivono, in cui si raccolgono per concertare il delitto, la rapina, per spartire infine il bottino dei loro misfatti.
Questi uomini hanno costumi propri, donne proprie, una lingua propria, una lingua misteriosa, piena di immagini funeste, di metafore gocciolanti sangue.
Come i selvaggi, infine, questa gente suole chiamarsi con soprannomi mutuati dalla propria energia, dalla propria crudeltà, da certe doti o da certe deformità fisiche.
Noi affrontiamo con duplice timore alcune scene del nostro racconto.
Temiamo innanzitutto di essere accusati di ricercare episodi repellenti e, ammessa pure questa licenza, di essere considerati inferiori al compito che comporta la riproduzione fedele, vigorosa, audace di questi costumi eccentrici.
Nello scrivere questi passi che non sono lontani dall’impressionare anche noi, non abbiamo potuto non sentire una stretta al cuore... non oseremmo dire una dolorosa ansietà... per paura di venire tacciati di ridicola pretesa.
Al pensiero che forse i nostri lettori avrebbero provato la stessa sensazione, ci siamo chiesti se fosse necessario fermarci o continuare per la strada che prendevamo, se simili scene dovessero essere fatte scorrere davanti agli occhi del lettore.
Non siamo riusciti a liberarci dal dubbio: se non fossimo stati spinti dall’imperiosa esigenza della narrazione, rimpiangeremmo d’aver preso, come soggetto della descrizione del racconto che leggeremo, un ambiente così detestabile. Tuttavia noi facciamo assegnamento su quella specie di timida curiosità che suscitano talvolta gli spettacoli terribili.
Inoltre crediamo alla potenza dei contrasti.
Dal punto di vista artistico, forse non è male riprodurre certi caratteri, certe esistenze, certe figure i cui colori cupi, energici, forse anche crudi, faranno da contrappeso a scene di tutt’altro genere.
Il lettore, prevenuto dell’escursione che gli proponiamo d’intraprendere fra gli indigeni della razza infernale che gremisce le prigioni, la colonia penale, e il cui sangue tinge di rosso i patiboli... il lettore acconsentirà forse a seguirci. Senza dubbio questa investigazione sarà per lui una novità; affrettiamoci dapprima ad avvertirlo che, se in un primo tempo i suoi piedi poggeranno sull’ultimo gradino della scala sociale, a mano a mano che il racconto procederà l’atmosfera si purificherà sempre di più.
Il 13 dicembre del 1858, in una serata piovosa e fredda, un uomo di statura atletica, con addosso un logoro camiciotto, attraversò il pont-au-Change e s’addentrò nella Cité, labirinto di vie oscure, strette, tortuose che va dal palazzo di Giustizia fino a NotreDame.
Il quartiere del palazzo di Giustizia, assai circoscritto, alquanto sorvegliato, serve nondimeno da asilo e da luogo d’appuntamento per i malfattori di Parigi. Non è strano, o meglio fatale, che un’irresistibile attrazione faccia sempre gravitare questi criminali attorno al temibile tribunale che li condanna alla prigione, ai lavori forzati, al patibolo?
Quella notte, dunque, il vento s’infilava con violenza nelle orrende viuzze del lugubre quartiere; la luce pallida, vacillante, dei lampioni investiti dalla tramontana si rifletteva sul rigagnolo d’acqua nerastra che scorreva in mezzo ai selciati fangosi.
Le case color fango avevano rade finestre con gli infissi tarlati e quasi senza vetri. Androni neri, infetti, conducevano a scale ancora più nere, più infette, e così perpendicolari che chi avesse voluto salirvi avrebbe dovuto aiutarsi con una corda fissata con ganci di ferro ai muri alti e umidi.
Il pianterreno di alcune case era occupato da banchetti di carbonai, di trippai, o di rivenditori di carni di bassa macellazione.
Nonostante lo scarso valore di questi generi di consumo, la vetrina di quasi tutte le miserabili botteghe era protetta da un’inferriata, talmente i venditori temevano l’audacia dei ladri del quartiere.
Il nostro uomo, entrando nella rue aux Fèves, situata al centro della Cité, rallentò di molto l’andatura: si sentiva a casa sua.
La notte era fonda, l’acqua cadeva a torrenti, forti raffiche di vento e di pioggia frustavano i muri.
Lontano, all’orologio del palazzo di Giustizia, rintoccavano le dieci.
Alcune donne imboscate sotto portici a volta, oscuri, profondi come caverne, cantavano a mezza voce qualche arietta popolare.
Una di queste creature doveva senza dubbio essere conosciuta dal nostro uomo; perché, fermandosi bruscamente davanti a lei, l’afferrò per un braccio.
«Buonasera, Chourineur.»
Quest’uomo, un pregiudicato, era stato soprannominato così nella colonia penale.
«Sei tu, Goualeuse?» disse l’uomo in camiciotto «adesso mi paghi l’eau d’aff, o ti faccio ballare senza musica!»
«Non ho soldi», rispose la donna tremando; poiché quell’uomo incuteva un grande terrore nel quartiere.
«Se sei all’asciutto, la padrona della bettola ti farà credito per i tuoi begli occhi.»
«Dio mio! le devo già il nolo dei vestiti che porto...»
«Ah! osi fare obiezioni?» esclamò lo Chourineur.
E diede nell’ombra e a caso un pugno così violento alla disgraziata, ch’ella mandò un acuto grido di dolore.
«Questo non è ancora niente, ragazza! è un piccolo avvertimento...»
Subito dopo aver pronunciato queste parole, il brigante sbottò in una spaventosa bestemmia:
«Ho un braccio bucato; mi hai graffiato con le forbici».
E, furioso, si lanciò all’inseguimento della Goualeuse nel nero androne.
«Non avvicinarti, o ti cavo i fanali con le forbici» disse con
tono deciso. «Non t’avevo fatto niente, perché mi hai picchiata?» «Te lo dico subito» esclamò il bandito, senza cessare di avanzare nell’oscurità.
«Ah! t’ho presa! e adesso ti faccio ballare io!» aggiunse afferrando con le sue larghe e forti mani il polso sottile e fragile di lei.
«Ballerai tu invece!» disse una voce maschia.
«Un uomo! Sei tu, Bras-Rouge? rispondi dunque e non stringere così forte... sono nell’androne di casa tua, non puoi essere che tu...»
«Non sono Bras-Rouge» rispose la voce.
«Bene, poiché non si tratta di un amico, spanderemo del rosso» esclamò lo Chourineur. «Ma di chi è allora la zampetta che ho qui tra le mani?»
«È sorella di quest’altra.»
Sotto la pelle delicata e morbida della mano che venne ad afferrarlo bruscamente alla gola, lo Chourineur sentì tendersi nervi e muscoli d’acciaio.
La Goualeuse, rifugiatasi in fondo all’androne, aveva fatto lestamente alcuni gradini: si fermò un momento e si rivolse all’ignoto difensore esclamando:
«Oh! grazie, signore, d’aver preso le mie parti. Lo Chourineur m’ha picchiata perché non volevo pagargli da bere. Io ho reagito, ma non ho potuto fargli molto male con le mie piccole forbici. Ora sono fuori pericolo, lasciatelo; state attento, perché avete a che fare con lo Chourineur.»
Il terrore che incuteva quell’uomo era grandissimo.
«Ma voi non mi ascoltate, allora? Vi dico che è lo Chourineur!» ripeté la Goualeuse.
«E io sono un tipo che non ha fifa» rispose lo sconosciuto. Poi tutto tacque.
Si sentì per qualche secondo il rumore di una lotta accanita. «Ma allora vuoi che ti accoppi?» esclamò il bandito facendo
uno sforzo violento per liberarsi del suo avversario che trovava di una forza straordinaria. «Bene, bene, pagherai per la Goualeuse e per te» aggiunse digrignando i denti.
«Pagare a pugni contanti, sì» rispose lo sconosciuto.
«Se non mi molli il collo, ti mangio il naso» mormorò lo Chourineur con voce strozzata.
«Ho il naso troppo piccolo, amico, e tu non ci vedi molto bene!»
«Allora vieni sotto il lampione.»
«Vieni» rispose lo sconosciuto, «ci guarderemo nel bianco degli occhi.»
E buttandosi contro lo Chourineur, che teneva sempre per il collo, lo fece indietreggiare fino alla porta dell’androne e lo spinse violentemente sulla strada illuminata a malapena dalla fioca luce del lampione.
Il bandito incespicò; ma, riprendendosi subito, si gettò infuriato contro lo sconosciuto la cui corporatura agile e slanciata non sembrava nascondere la forza straordinaria di cui dava prova.
Lo Chourineur, benché di costituzione atletica e di grandissima abilità in un tipo di pugilato chiamato volgarmente la savate, trovò, come si dice, il suo maestro.
Lo sconosciuto gli agganciò la gamba (con una specie di sgambetto) mostrando meravigliosa abilità, e lo fece cadere due volte.
Non volendo riconoscere la superiorità dell’avversario, lo Chourineur ritornò alla carica con ruggiti di rabbia.
Allora il difensore della Goualeuse, cambiando bruscamente tecnica, fece piovere sulla testa del bandito una gragnuola di colpi così efficaci che sembravano assestati con un guanto di ferro.
Questi colpi, degni dell’invidia e dell’ammirazione di Jack Turner, uno dei più famosi pugili di Londra, non erano d’altronde contemplati nei regolamenti della savate, perciò lo Chourineur ne fu doppiamente stordito; per la terza volta il brigante cadde come un bue sul selciato mormorando:
«Mi hai tolto tutta la polvere di dosso.»
«Non finitelo, se si arrende, abbiate pietà di lui!» disse la Goualeuse, che durante la rissa s’era arrischiata sulla soglia dell’androne della casa di Bras-Rouge. Poi, presa da stupore, aggiunse: «Ma chi siete voi? A parte il Maître d’école, non c’è nessuno, dalla rue Saint-Eloi fino a Notre-Dame, che sia in grado di battere lo Chourineur. Vi ringrazio molto, signore; ahimè, senza di voi egli mi avrebbe ucciso.»
Lo sconosciuto, invece di rispondere alla donna, stava ad ascoltarne attentamente la voce.
Mai timbro più dolce, più fresco, più argentino era giunto alle sue orecchie; cercò di vedere in volto la Goualeuse; non poté riuscirvi, la notte era troppo buia, la luce del lampione era troppo debole.
Dopo essere stato qualche minuto immobile, lo Chourineur mosse le gambe, le braccia, e infine si pose a sedere.
«State attento!» gridò la Goualeuse, rifugiandosi di nuovo nell’androne e tirando il suo protettore per un braccio, «state attento, forse vuole vendicarsi!»
«Stai tranquilla, ragazza! se ne vuole ancora, ho di che accontentarlo.»
Il brigante udì quelle parole.
«Ho la zucca a pezzi» disse allo sconosciuto. «Per oggi ne ho abbastanza, non ho più voglia; un’altra volta forse, se ti ritrovo.»
«Non sei contento? ti lamenti?» esclamò lo sconosciuto con tono minaccioso. «Mi sono comportato da vigliacco?»
«No, no, non mi lamento; sei un giovanotto che ha del fegato» rispose il brigante con tono burbero, ma con quella sorta di stima piena di rispetto che la forza fisica ispira sempre alla gente di quella specie. «Mi hai vinto; e nessuno, eccetto il Maître d’école, che si mangerebbe tre Alcidi per colazione, nessuno fino a questo momento può vantarsi d’avermi messo i piedi in testa.»
«Bene; e poi?»
«Poi?... ho trovato il mio maestro, ecco tutto. Tu troverai il tuo un giorno o l’altro, prima o poi... tutti trovano il loro... In mancanza di uomini c’è sempre Dio, come dicono i preti. Una cosa è sicura: ora che hai messo sotto i piedi lo Chourineur, puoi fare tutto quello che vuoi nella Cité. Tutte le sgualdrine saranno tue schiave: osti e ostesse non oseranno rifiutare di farti credito. Ma insomma chi sei?... parli il nostro gergo come non ho mai sentito!
4 Mi hai vinto.
Se sei ladro, non sono l’uomo che fa per te. Io ho dato coltellate, è vero; perché, quando il sangue mi monta alla testa, vedo rosso, e devo colpire... ma ho pagato il fio delle mie coltellate con quindici anni di galera. Ho scontato la pena, non devo niente ai giudici, e non ho mai rubato; domandalo alla Goualeuse.»
«È vero, non è un ladro» disse questa.
«Allora andiamo a bere un bicchiere d’acquavite, così mi conoscerai» disse lo sconosciuto, «andiamo, da buoni amici.»
«È gentile da parte tua... Sei il mio maestro, lo riconosco, sai adoperare molto bene le mani... C’è stata soprattutto la gragnuola di colpi alla fine... Capperi! come mi grandinavano sulla testa! non ho mai visto niente di simile... che fuoco di fila! picchiavi come un martello. È un gioco nuovo... bisognerà che me lo insegni.»
«Ricomincerò quando vorrai.»
«Eh! non con me, almeno; eh! non con me. Ho ancora il capogiro. Ma allora tu conosci Bras-Rouge, dal momento che ti trovavi nell’androne di casa sua?»
«Bras-Rouge!» disse lo sconosciuto sorpreso dalla domanda; «non so che cosa tu voglia dire. Senza dubbio, Bras-Rouge non è il solo ad abitare in questa casa.»
«Sì, invece, amico... Bras-Rouge ha i suoi motivi per non volere vicini» rispose lo Chourineur sorridendo con espressione singolare.
«Ebbene, meglio per lui» riprese lo sconosciuto, che sembrava non volere continuare la conversazione su questo argomento. «Non conosco né Bras-Rouge né Bras-Noir; pioveva, ero entrato un momento nell’androne per mettermi al coperto: volevi picchiare questa povera ragazza, io t’ho battuto, tutto qui.»
«Giusto; d’altronde i tuoi affari non mi riguardano; tutti quelli che hanno bisogno di Bras-Rouge non vanno a gridarlo sui tetti. Non parliamone più.» Poi, rivolgendosi alla Goualeuse: «Per me, sei una brava ragazza; t’ho dato una scoppola e tu m’hai ripagato con un colpo di forbici, era nel gioco; ma è stato gentile da parte tua non avermi aizzato contro questo mastino, quando non ne potevo più. Vieni a bere con noi! paga il signore. A proposito, amico» disse allo sconosciuto, «invece d’andare a bere proporrei di cenare al Lapin Blanc: è una bettola.»
«D’accordo, pago la cena. Vuoi venire, Goualeuse?» disse lo sconosciuto.
«Oh! Avevo molta fame» rispose; «ma la vista delle batterie mi dà la nausea, mi toglie l’appetito.»
«Su! su! ti verrà mangiando» disse lo Chourineur «e la cucina del Lapin Blanc è molto buona.»
I tre personaggi, allora, in perfetto accordo, si avviarono verso la taverna.
Durante la lotta tra lo Chourineur e lo sconosciuto, un carbonaio di statura colossale, imboscato in un altro androne, aveva osservato con ansietà le fasi del combattimento, senza tuttavia, come abbiamo visto, prestare il più piccolo aiuto a uno o all’altro dei due avversari.
Quando lo sconosciuto, lo Chourineur e la Goualeuse si diressero verso la taverna, il carbonaio si mise a seguirli.
Il bandito e la Goualeuse entrarono per primi nella bettola; lo sconosciuto stava seguendoli, quando il carbonaio gli si avvicinò e gli disse a bassa voce in inglese e con tono di rispettosa rimostranza:
«Signore, state molto attento!»
Lo sconosciuto fece spallucce e raggiunse i compagni.
Il carbonaio non si allontanò dalla porta della bettola; porgen-
do attentamente orecchio, guardava di tanto in tanto attraverso un buchetto praticato nel grosso strato di bianco di Spagna che in genere si spalma sulla parte interna dei vetri di tali covi.
II L’OSTESSA
La bettola del Lapin Blanc si trova verso la metà della rue aux Fèves. La taverna occupa il pianterreno di una grande casa la cui facciata dispone di due finestre dette a ghigliottina.
Sopra la porta di un oscuro androne a volta oscilla una lanterna oblunga sul cui vetro incrinato sta scritta in lettere rosse questa parola: «Alloggi».
Lo Chourineur, lo sconosciuto e la Goualeuse entrarono nella taverna.
È una sala ampia e bassa, dal soffitto affumicato percorso da travi nere, rischiarata dalla luce rossastra di una lampada difettosa. Sui muri, ridipinti a calce, sono stati incisi qua e là disegni osceni o sentenze in gergo.
Il suolo battuto, impregnato di salnitro, è ricoperto di fango; una bracciata di paglia è disposta, come un tappeto, ai piedi del banco dell’ostessa, situato a destra della porta e sotto la lampada.
A ogni lato della sala ci sono sei tavoli; essi hanno un’estremità incastrata nel muro, come le panche a cui s’accompagnano. In fondo, una porta conduce in cucina; a destra, vicino al banco, c’è un’uscita sul corridoio che conduce ai tuguri dove si dorme la notte per tre soldi.
Ora, qualche parola sull’ostessa e sui suoi ospiti.
L’ostessa si chiama comare Ponisse; la sua triplice professione consiste nel dare alloggio, nel gestire la bettola e nel noleggiare vestiti ai miserabili che pullulano per queste vie immonde.
L’ostessa ha circa quarant’anni. È grande, robusta, corpulenta, accesa in volto, con un po’ di barba. La voce rauca, virile, le braccia grosse, le mani larghe fanno pensare a una forza non comune; porta sopra la cuffia un vecchio fazzoletto rosso e giallo; uno scialle di pelo di coniglio le si incrocia sul petto e le si annoda dietro la schiena: il suo vestito di lana verde non riesce a privarci della vista di due zoccoli neri bruciacchiati in più di un posto da uno scaldino; inoltre l’ostessa ha una faccia abbronzata, infiammata dall’uso eccessivo di liquori forti.
Il banco, piombato, è pieno di grandi boccali in legno cerchiati di ferro e di varie misure di stagno; su una mensoletta attaccata al muro si scorgono parecchi flaconi di vetro sagomati in maniera da rappresentare la figura in piedi dell’imperatore.
Queste bottiglie contengono bevande adulterate di color rosa e verde, conosciute col nome di Parfait Amour e di Consolation.
Infine un grosso gatto nero dalle pupille gialle, accovacciato vicino all’ostessa, sembra il genio familiare di questo luogo.
Per un contrasto che sembrerebbe impossibile se non si sapesse che l’animo umano è un abisso insondabile... un ramo di ulivo benedetto, che l’ostessa aveva comperato in chiesa a Pasqua, era posto dietro la cassa d’un vecchio orologio a cucù.
Due figure sinistre, con la barba ispida, vestite quasi di stracci, cominciavano allora un boccale di vino che era stato servito loro, e parlavano a voce bassa con aria inquieta.
Uno di loro in particolare, pallidissimo, quasi livido, si calcava spesso fin sopra gli occhi il vecchio berretto greco che aveva in testa; teneva la mano sinistra quasi sempre nascosta, avendo cura, per quanto possibile, di dissimularla quando era obbligato a servirsene.
Più in là stava a tavola un giovane di appena sedici anni, imberbe, emaciato, scavato, terreo, con lo sguardo spento: aveva lunghi capelli neri che gli svolazzavano attorno al collo; questo adolescente, ritratto del vizio precoce, fumava una corta pipa bianca.
Con la schiena appoggiata al muro, con le mani nelle tasche del camiciotto, con le gambe stese sulla panca, si levava la pipa di bocca solo per portare alle labbra la bottiglia di acquavite che aveva davanti.
Gli altri clienti della bettola, uomini o donne, non offrivano niente di notevole, i loro volti erano feroci o inebetiti, la loro allegria volgare o licenziosa, il loro silenzio cupo o stupido.
Questi erano gli ospiti della bettola quando lo sconosciuto, lo Chourineur e la Goualeuse vi entrarono.
I tre ultimi personaggi hanno una parte troppo importante in questo nostro racconto, le loro figure spiccano troppo sulle altre perché le si debba trascurare.
Lo Chourineur, un uomo di grande statura e di costituzione atletica, ha capelli d’un biondo pallido che dà sul bianco, sopracciglia folte ed enormi favoriti d’un rosso acceso.
Il sole, la miseria, le dure fatiche dei lavori forzati gli hanno dato quell’abbronzatura di color scuro, olivastro, per così dire, tipico dei galeotti.
Nonostante il terribile soprannome, quest’uomo ha un volto in cui traspare più una sorta di audacia brutale che la ferocia; quantunque la parte posteriore del suo cranio, singolarmente sviluppata, indichi il predominare in lui degli appetiti sanguinari e carnali.
Lo Chourineur indossa un vecchio camiciotto blu, un paio di pantaloni di velluto frusto un tempo verde, di cui non si riesce a distinguere il colore sotto il notevole strato di fango che li ricopre.
Per una strana anomalia, i lineamenti della Goualeuse offrono un esempio di quei tipi angelici e candidi che conservano la loro idealità anche in mezzo alla depravazione, come se la creatura fosse incapace di cancellare con i suoi peccati l’alta impronta che Dio ha stampato sul volto di qualche essere privilegiato.
La Goualeuse aveva sedici anni e mezzo.
Una fronte purissima, bianchissima sovrastava un volto d’un ovale perfetto.
Una frangia di ciglia, così lunghe da arricciarsi un poco, velava per metà due grandi occhi azzurri. La peluria della prima giovinezza vellutava due gote tonde e vermiglie. I dolcissimi tratti che disegnavano la piccola bocca purpurea, il naso fine e dritto, il mento con la fossetta erano adorabili. Dalle tempie morbide come il raso scendevano due trecce d’un magnifico biondo cinerino che s’ingrossavano all’altezza delle guance, risalivano dietro
l’orecchio di cui si vedeva il lobo di roseo avorio e scomparivano poi sotto le pieghe strette d’un grande fazzoletto di cotonina a quadri blu, annodato, come si dice comunemente, en marmotte.
Al collo, che era d’una bellezza e di una bianchezza folgoranti, portava un giro di coralli. Sotto il vestito di lana scura, troppo largo, si poteva intuire un corpo sottile, flessuoso e affusolato come un giunco. Un vecchio scialletto color arancio, a frange verdi, le s’incrociava sul petto.
La Goualeuse aveva colpito con la dolcezza della voce il suo ignoto difensore. Infatti la sua voce soave, vibrante, melodiosa, aveva un’attrattiva così irresistibile sull’orda di scellerati e di donne perdute in mezzo ai quali viveva la ragazza che questi la supplicavano spesso di cantare, la ascoltavano rapiti, e avevano finito col soprannominarla la cantante.
La Goualeuse aveva ricevuto un altro soprannome, dovuto forse al candore verginale dei suoi lineamenti...
La chiamavano anche Fleur-de-Marie, parole che in gergo significano la Vergine.
Chi sa se potremo far capire al lettore la strana impressione che abbiamo provato quando in seno a questa lingua infame in cui le parole che significano rapina, sangue, assassinio sono ancora più orribili e spaventose delle cose orribili e spaventose che esse esprimono, quando, dunque, abbiamo colto in questa metafora, una poesia così soave, così teneramente devota: Fleur-deMarie.
Non pare quasi di vedere un bel giglio che innalzi il biancore odoroso del suo calice immacolato in mezzo a una carneficina?
Contrasto bizzarro, caso stranissimo! gli inventori di questa lingua spaventosa hanno attinto alla sfera della poesia sacra! il casto pensiero che volevano esprimere si è arricchito d’un fascino nuovo!
Queste riflessioni facendoci pensare agli altri contrasti che spesso rompono l’orribile monotonia delle esistenze più criminali, non ci spingono a credere che anche le anime più tenebrose sono ancora attraversate di tanto in tanto dalla vivida luce di certi princìpi morali, religiosi, per così dire innati? Lo scellerato tutto d’un pezzo è un fenomeno rarissimo.
Il difensore della Goualeuse (daremo a questo sconosciuto il nome di Rodolphe) dimostrava un’età tra i trenta e i trentasei anni; la sua statura, media, snella, perfettamente proporzionata, non dava a vedere la forza sorprendente che aveva appena dimostrato nella lotta con l’atletico Chourineur.
Sarebbe stato difficile attribuire un carattere preciso al volto di Rodolphe; vi si leggevano i contrasti più strani.
I lineamenti erano regolari e belli, troppo belli forse per un uomo.
Il colorito d’un pallore delicato, i grandi occhi d’un bruno arancione, quasi sempre mezzo chiusi e circondati da una leggera aureola azzurra, la molle andatura, lo sguardo distratto, il sorriso ironico sembravano denunciare un uomo vissuto la cui costituzione fisica fosse non diciamo rovinata, ma indebolita dalle raffinate dissolutezze d’una vita opulenta.
Eppure, con la sua mano elegante e bianca, Rodolphe aveva appena atterrato uno dei banditi più robusti, più temuti di quel quartiere di banditi.
Noi diciamo raffinate dissolutezze perché l’ubriachezza che dà un vino generoso è completamente diversa da quella che dà una schifosa bevanda sofisticata; perché insomma, agli occhi d’un osservatore, le dissolutezze hanno sintomi diversi come hanno natura e specie differenti.
Certe pieghe della fronte di Rodolphe rivelavano il pensatore profondo, l’uomo essenzialmente contemplativo... eppure i contorni decisi della bocca, l’accennare della testa alle volte imperioso e sicuro denunciavano allora l’uomo d’azione, la cui forza fisica, la cui audacia esercitano sempre un irresistibile ascendente sulla folla.
Spesso il suo sguardo si caricava di una triste malinconia, e allora una indulgente commiserazione e una pietà commossa si dipingevano sul suo viso. Altre volte, invece, lo sguardo di Rodolphe diventava duro, cattivo; il suo volto esprimeva tanto sdegno e tanta crudeltà da far credere che egli fosse incapace di un qualche sentimento di tenerezza.
Il seguito del racconto mostrerà con che ordine i fatti e le idee destavano in lui passioni così contrarie.
Nella lotta con lo Chourineur, Rodolphe non aveva provato né collera né odio contro un avversario indegno di lui. Sicuro della sua forza, della sua abilità, della sua agilità, non poteva avere che un disprezzo beffardo per quella specie di bestione che aveva atterrato.
Per completare il ritratto di Rodolphe diremo che i suoi capelli castano chiari avevano le stesse sfumature delle sue sopracciglia nobilmente arcuate e dei suoi baffetti fini e morbidi come la seta; il suo mento, un po’ lungo, era accuratamente sbarbato.
Peraltro le maniere e la lingua che ostentava con straordinaria disinvoltura lo rendevano molto simile agli ospiti della bettola.
Al collo, slanciato, modellato con la stessa eleganza di quello del Bacco indiano, portava un fazzoletto nero annodato senza cura, e le cui estremità ricadevano sul colletto di un camiciotto blu le cui macchie biancastre dimostravano quanto fosse consumato. Le sue grosse scarpe erano munite di una doppia fila di chiodi. Infine, niente, eccetto le mani che erano di insolita signorilità, lo distingueva materialmente dagli ospiti della bettola; mentre il suo fare risoluto, e, per così dire, di serena audacia lo poneva a una enorme distanza da loro.
Entrando nella bettola, lo Chourineur, posando una delle sue larghe mani pelose sulla spalla di Rodolphe, gridò:
«Salute al maestro dello Chourineur!... Sì, amici, questo giovanotto me le ha suonate... Lo dico per i pivelli che avessero voglia di farsi spezzare le reni o spaccare la testa, compreso il Maître d’école che, questa volta, troverà pane per i suoi denti... Ve lo giuro, parola d’onore.»
A queste parole, tutti, dall’ostessa all’ultimo dei clienti della bettola, guardarono il vincitore dello Chourineur con timoroso rispetto.
Alcuni spostarono bicchieri e boccali verso un’estremità della tavola a cui erano seduti, premurosi di fare posto a Rodolphe nel caso che egli avesse voluto mettersi accanto a loro; altri s’avvicinarono allo Chourineur per domandargli a voce bassa alcuni particolari su questo sconosciuto che faceva il suo debutto in società con una vittoria così clamorosa.
L’ostessa, infine, aveva rivolto a Rodolphe uno dei suoi più graziosi sorrisi.
Cosa inaudita, ineffabile, favolosa nei fasti del Lapin Blanc, essa si era alzata da dietro il banco per andare a ricevere ordini da Rodolphe e per sapere che cosa dovesse servire alla compagnia, riguardo che l’ostessa non aveva mai avuto neppure per il famigerato Maître d’école, lo scellerato terribile che faceva tremare lo stesso Chourineur.
Uno dei due individui sinistri che abbiamo prima descritto (quello che, pallidissimo, nascondeva la mano sinistra e si calcava sempre il berretto greco sulla fronte) si chinò verso l’ostessa, che asciugava con cura la tavola di Rodolphe, e le disse, con voce rauca:
«Il Maestro è venuto quest’oggi?» «No» disse comare Ponisse.
«E ieri?»
«Ieri sì.»
«Con la nuova donna?»
«Ma insomma! Vuoi farmi passare per una spia, con le tue sciocche domande? Pensi che vada a denunciare i miei clienti?» disse l’ostessa con voce brutale.
«Ho un appuntamento questa sera col Maestro» ripeté il brigante, «dobbiamo sbrigare assieme degli affari.»
«Chissà che bella roba saranno i vostri affari, genia d’assassini che non siete altro!»
«Assassini!» ripeté il brigante irritato, «siamo noi, gli assassini, che ti diamo da vivere!»
«Ma insomma! vuoi o non vuoi lasciarmi in pace!» gridò l’ostessa minacciosa, alzando sull’interlocutore il boccale che aveva in mano.
L’uomo ritornò al posto, brontolando.
Fleur-de-Marie, entrando nella taverna dietro allo Chourineur, scambiò un amichevole cenno di testa con l’adolescente sciupato in volto.
Lo Chourineur gridò a quest’ultimo:
«Eh! Barbillon, ti scoli sempre acquavite?»
«Sempre! Preferisco non mangiare e avere le ciabatte piutto-
sto che stare senza acquavite nel gargarozzo e senza tabacco nella pipa» rispose il giovane con voce rotta, senza cambiare posizione e lanciando enormi boccate di fumo.
«Buonasera, comare Ponisse» disse la Goualeuse.
«Buonasera, Fleur-de-Marie» rispose l’ostessa avvicinandosi alla ragazza per scrutare i vestiti che la disgraziata portava e che le aveva dato a nolo. Dopo averla esaminata, le disse con una sorta di burbera soddisfazione:
«È un piacere darti a nolo della roba, a te... tu sei pulita come una gattina... io non avrei prestato questo grazioso scialle arancio a delle canaglie come la Tourneuse o la Tête-de-Mort. Ma per questo t’ho educata io quando sei uscita di prigione... e bisogna essere giusti, non c’è persona migliore di te in tutta la Cité.»
La Goualeuse abbassò la testa e non sembrò per niente fiera degli elogi dell’ostessa.
«To’!» disse Rodolphe, «avete l’ulivo benedetto sull’orologio a cucù, comare?»
E mostrò col dito il sacro ramoscello posto dietro al vecchio orologio.
«Ebbene, bisogna pur vivere da cristiani!» rispose ingenuamente l’orribile donna.
Poi, rivolgendosi a Fleur-de-Marie, aggiunse:
«Senti un po’, Goualeuse, ci farai sentire una delle tue canzoni?»
«Dopo mangiato, comare Ponisse» disse lo Chourineur.
«Che cosa vi porto, brav’uomo?» disse l’ostessa a Rodolphe da cui voleva farsi benvolere e di cui forse voleva avere l’appoggio in caso di necessità.
«Chiedetelo allo Chourineur, comare; lui mangia; io pago.»
«Ebbene!» disse l’ostessa volgendosi al bandito, «che cosa vuoi da mangiare, brutto cane?»
«Due litri di vino da dodici soldi, tre croste di pane molto tenero e un arlequin»5 disse lo Chourineur, dopo aver meditato un istante sulla composizione di questo menu.
«Vedo che non hai cessato d’essere un gran bevitore e che gli arlequins ti piacciono sempre.»
«Ebbene! ora, Goualeuse, hai fame?» disse lo Chourineur. «No, Chourineur.»
«Vuoi qualcos’altro invece di un arlequin, ragazza?» disse Ro-
dolphe.
«Oh! no... la fame mi è passata...»
«Ma guardalo pure il mio maestro... ragazza» disse lo Chouri-
neur sfoderando una grande risata e indicando con uno sguardo Rodolphe. «Hai paura di sbirciarlo?»
La Goualeuse arrossì e abbassò gli occhi senza rispondere.
Dopo qualche istante, l’ostessa andò di persona a portare sulla tavola di Rodolphe un grande boccale di vino, un pane, e un arlequin che risparmieremo di descrivere al lettore ma che lo Chourineur sembrò trovare perfettamente di suo gusto, perché gridò:
«Che piatto! Dio d’un Dio!... che piatto! È come un omnibus! Ce n’è per tutti i gusti, per quelli che mangiano di grasso e per quelli che mangiano di magro, per quelli a cui piace lo zucchero e per quelli a cui piace il pepe... Cosce di pollo, code di pesce, ossi di costoletta, croste di pasticcio, fritto, formaggio, verdure, teste di beccaccia, biscotto e insalata. Ma mangia, su, Goualeuse... Hai fatto bisboccia quest’oggi?»
«Bisboccia! sì, proprio. Ho preso stamattina, come il solito, un soldo di latte e un soldo di pane.»
L’ingresso d’un nuovo personaggio nell’osteria fece interrompere tutti i discorsi e alzare tutte le teste.
5 L’arlequin è un piatto di carne, pesce, e di tutti gli avanzi di tavola dei domestici delle famiglie abbienti. Siamo obbligati a insistere su questi particolari, per quanto rivoltanti, perché contribuiscono a illuminarci sugli strani costumi di questa gente.
Era un uomo di mezza età, agile e robusto, con giacca e berretto, perfettamente al corrente delle usanze della bettola; per chiedere da mangiare, ricorse alla lingua familiare a quella gente.
Benché lo straniero non fosse un cliente abituale della bettola, dopo un secondo nessuno gli badò più: era giudicato.
Per riconoscere i loro simili, i banditi, come la gente per bene, hanno un occhio infallibile.
Il nuovo arrivato si era messo in modo da poter osservare i due individui sinistri dei quali uno, poco prima, aveva chiesto del Maestro. Li teneva sempre sott’occhio; ma questi, data la loro posizione, non potevano accorgersi di essere oggetto di sorveglianza.
Le conversazioni, interrotte un momento prima, ripresero il loro corso.
Nonostante la sua audacia, lo Chourineur mostrava una sorta di deferenza per Rodolphe; non osava dargli del tu.
Quest’uomo non rispettava le leggi, rispettava però la forza...
«Credetemi!» disse a Rodolphe, «benché mi abbiate fatto ballare, nondimeno sono contento di avervi incontrato.»
«Perché ti piace l’arlequin?»
«Prima di tutto... e poi perché non vedo l’ora di vedervi azzannare il Maestro, lui che mi ha sempre bastonato... vederlo a sua volta bastonato... come mi divertirò.»
«Ma come! credi che per divertirti io salterò addosso al Maestro come un mastino?»
«No, ma vi salterà addosso lui, non appena sentirà dire che siete più forte» rispose lo Chourineur fregandosi le mani.
«Ho ancora in serbo tanto contante da dare anche a lui la sua parte!» disse con noncuranza Rodolphe; poi riprese: «Sentite, fa un tempo da lupi... se domandassimo un boccale d’acquavite con zucchero, forse alla Goualeuse verrebbe la voglia di cantare...»
«La cosa mi piace» disse lo Chourineur.
«E per fare conoscenza, ci racconteremo la nostra storia» aggiunse Rodolphe.
«Sono l’Albino» disse lo Chourineur, «ex forzato, scaricatore di legname fluitato al quai Saint-Paul, pieno di freddo d’inverno, abbrustolito d’estate, ecco il mio ritratto» disse il commensale di Rodolphe facendo il saluto militare con la mano sinistra. «Ma dico» aggiunse, «e voi, maestro, è la prima volta che vi si vede nella Cité... Non è per rimproverarvelo, ma ci siete entrato passando spavaldamente sulla mia testa e picchiandomi come
una pelle di tamburo. Perdinci, che scarica... soprattutto la gragnuola finale... Ritorno sempre sullo stesso punto, che stile perfetto!... Ma il vostro mestiere non è certo quello di picchiare lo Chourineur.»
«Faccio il pittore di ventagli! e mi chiamo Rodolphe.»
«Pittore di ventagli! È per questo allora che avete le mani così bianche» disse lo Chourineur. «Non importa, se tutti i vostri colleghi sono come voi, penso che non si debba essere debolucci per fare quel mestiere... Ma dal momento che siete operaio, e senza dubbio un onesto operaio... perché venite in una bettola dove non ci sono che ladri, assassini o ex forzati come me, e che non possono andare altrove?»
«Vengo qui, perché mi piace la buona compagnia.»
«Uhm!... Uhm!...» disse lo Chourineur scuotendo la testa dubbioso. «Vi ho trovato nell’androne di Bras-Rouge; insomma... insomma... basta... Dite di non conoscerlo?»
«Hai intenzione di seccarmi ancora per molto con questo tuo Bras-Rouge? Che vada all’inferno... se la cosa piace a Lucifero!...»
«Sentite, maestro, voi forse non vi fidate di me e avete ragione... Ma se vorrete vi racconterò la mia storia... a condizione che m’insegniate a dare quei colpi che sono stati la girandola finale del sacco di legnate che ho ricevuto.»
«Ci sto, Chourineur, mi racconterai la tua storia... e anche la Goualeuse racconterà la sua.»
«Va bene» riprese lo Chourineur... «fa un tempo da non lasciare un cane di fuori... ci divertiremo... vuoi, Goualeuse?»
«Certo che lo voglio; ma non sarà una cosa lunga» disse la Goualeuse.
«E voi ci racconterete la vostra, amico Rodolphe?» aggiunse lo Chourineur.
«Sì, comincerò...»
«Pittore di ventagli» disse la Goualeuse, «è un mestiere molto carino.»
«Eh! quanto guadagnate facendo questo lavoro?» disse lo Chourineur.
«Mi pagano un tanto al ventaglio» rispose Rodolphe; «nelle giornate buone arrivo fino a quattro franchi, qualche volta fino a cinque, ma d’estate, perché i giorni sono lunghi.»
«E andate spesso in giro, briccone?»
«Sì, fintanto che ho denaro! prima di tutto pago sei soldi alla notte per la mia cameretta.»
«Scusate, mio signore... avete una camera a sei soldi, voi!» disse lo Chourineur portando la mano al berretto...
L’espressione mio signore, detta ironicamente dallo Chourineur, fece impercettibilmente sorridere Rodolphe, che riprese:
«Oh! mi piacciono le comodità e la pulizia.»
«Ecco un pari di Francia! un banchiere! un ricco!» esclamò lo Chourineur, «ha una camera a sei soldi.»
«Inoltre» continuò Rodolphe, «quattro soldi di tabacco, e fa dieci, quattro soldi per fare colazione alla mattina, quattordici; quindici soldi per pranzare; uno o due soldi di acquavite, e fa all’incirca trenta soldi al giorno. Non ho bisogno di lavorare tutta la settimana; nel tempo che mi resta faccio bisboccia.»
«E la vostra famiglia?» disse la Goualeuse.
«Il colera se l’è inghiottita» riprese Rodolphe.
«Che cosa facevano i vostri genitori?» domandò la Goualeuse. «Rigattieri sotto i portici delle Halles, negozianti di roba
vecchia.»
«E quanto avete preso vendendo la loro merce?» disse lo
Chourineur.
«Ero troppo giovane, è stato il mio tutore a venderla; quando
sono diventato maggiorenne, gli sono rimasto debitore di trenta franchi... Ecco la mia eredità.»
«E il vostro padrone di adesso?» domandò lo Chourineur.
«Il mio padrone si chiama Borel, rue des Bourdonnais, stupido... ma brutale; ... ladro... ma avaro; piuttosto che dare la paga agli operai preferisce farsi cavare gli occhi. Ecco i suoi connotati; se si smarrisce, bisogna lasciare che si perda, non bisogna ricondurlo alla sua fabbrica. Sono stato garzone da lui dall’età di quindici anni; ho avuto la fortuna di non andare a fare il militare; abito in rue de la Juiverie, al quarto piano sul davanti; mi chiamo Rodolphe Durand... Ecco la mia storia.»
«Ora, tocca a te, Goualeuse» disse lo Chourineur «la mia storia la tengo in serbo per la fine.»
III
STORIA DELLA GOUALEUSE
«Cominciamo pure dall’inizio» disse lo Chourineur. «Sì... i tuoi genitori?» riprese Rodolphe.
«Non li conosco» disse la Goualeuse.
«Ah! bella!» fece lo Chourineur.
«Mai visti; nata sotto un cavolo, come si dice ai bambini.» «To’, è strano, Goualeuse!... siamo della stessa famiglia...» «Anche tu, Chourineur?»
«Orfanello abbandonato su un marciapiede di Parigi, proprio
come te, ragazza.»
«E chi t’ha allevata, Goualeuse?» domandò Rodolphe.
«Non so... Risalendo il più lontano possibile nel tempo, mi ricordo che vivevo, credo fra i sette e gli otto anni, con una vecchia orba d’un occhio chiamata Chouette... perché aveva un naso adunco, un occhio verde e rotondo che la rendevano simile a una civetta senza un occhio.»
«Ah!... ah!... ah!... Me la immagino la Chouette!» esclamò lo Chourineur ridendo.
«La guercia» riprese la Goualeuse, «mi faceva vendere, la sera, lo zucchero d’orzo sul Pont-Neuf; un espediente per chiedere l’elemosina... Quando rientrando non portavo a casa almeno dieci soldi, mi picchiava invece di darmi da mangiare.»
«Capisco, ragazza» disse lo Chourineur, «una pedata per companatico, scapaccioni per contorno.»
«Oh! Dio mio, sì...»
«E sei sicura che questa donna non fosse tua madre?» domandò Rodolphe.
«Ne sono sicura, la Chouette me l’ha tanto rimproverato di non avere né padre né madre; mi diceva sempre d’avermi raccolta dalla strada.»
«Così» riprese lo Chourineur, «invece di mangiare dovevi ballare, quando non facevi un incasso di dieci soldi?»
«Ci bevevo sopra un bicchiere d’acqua, e andavo a battere i denti sopra un pagliericcio steso per terra e in cui la guercia aveva fatto un buco per ficcarmici... Vedete, si crede che la paglia sia calda; ebbene, ci si sbaglia.»
«La paglia» esclamò lo Chourineur, «hai ragione, ragazza, è una vera ghiacciaia; il letame sarebbe cento volte meglio! ma si fa gli schizzinosi, si dice: è volgare... è già stato usato!»
La facezia fece sorridere la Goualeuse che continuò:
«La mattina del giorno dopo la guercia mi dava per colazione la stessa razione di botte che mi aveva dato per cena, e io me ne andavo a Montfaucon in cerca di lombrichi che dovevano servire da esca ai pesci; perché di giorno la Chouette aveva una bottega di canne da pesca sotto il ponte Notre-Dame... Per una bambina di sette anni che muore di fame e di freddo, c’è molta strada... dalla rue de la Mortellerie a Montfaucon.»
«Il camminare t’ha fatto crescere dritta come una canna, ragazza! non devi lamentartene» disse lo Chourineur battendo l’acciarino per accendersi la pipa.
«Insomma, ritornavo sfinita con una cesta piena di lombrichi. Allora, verso mezzogiorno, la Chouette mi dava un bel pezzo di pane, e mi mangiavo anche la mollica, ve lo giuro.»
«Il digiunare t’ha fatto un vitino di vespa, ragazza; non devi lamentartene» disse lo Chourineur aspirando rumorosamente alcune boccate di fumo. «Ma che cosa avete, amico? no, voglio dire maestro Rodolphe? Avete una espressione tutta così... Perché questa giovine ha dovuto soffrire? Vedi... tutti abbiamo dovuto soffrire!»
«Oh! scommetto proprio, Chourineur, che non sei stato infelice come me» disse la Goualeuse.
«Io, Goualeuse!... Ma pensa allora, ragazza, che sei stata una regina rispetto a me! Tu almeno, quand’eri piccola, dormivi sulla paglia e mangiavi pane... Io invece passavo le notti, nella migliore delle ipotesi, nelle fornaci di gesso di Clichy, da vero vagabondo, e mi rifocillavo con le foglie dei cavoli che trovavo sul ciglio della strada; ma, il più delle volte, siccome c’era troppo da camminare per arrivare alle fornaci di Clichy, dato che la gran fame mi tagliava le gambe, mi coricavo sotto le grosse pietre del Louvre... e d’inverno avevo le lenzuola bianche... quando nevicava.»
«Vedi, un uomo è molto più resistente; ma una povera ragazzina» disse la Goualeuse; «senza contare che ero piccola come uno scricciolo.»
«Ma ti ricordi di queste cose, tu?»
«Lo credo bene; quando la Chouette mi picchiava, cadevo sempre al primo colpo; allora lei mi metteva sotto i piedi gridando: “Questa piccola pezzente! non ha un briciolo di forza; non è neppure capace di resistere a due scappellotti”. E poi mi chiamava Pégriotte; non ho avuto altro nome; è stato il mio battesimo.»
«Come me che ho avuto il battesimo dei cani randagi; mi chiamavano cosa... coso... o Albino. È strano come noi ci assomigliamo, ragazza» disse lo Chourineur.
«È vero» disse la Goualeuse, che si rivolgeva quasi sempre a quest’uomo; provando, suo malgrado, una sorta di vergogna in presenza di Rodolphe, osava appena alzare gli occhi, benché questi sembrasse appartenere al genere di gente che era solita frequentare.
«E dopo essere stata in cerca di lombrichi per la Chouette, che cosa facevi?» domandò lo Chourineur.
«La guercia mi faceva chiedere la carità vicino a lei fino a notte; perché la sera lei andava a vendere fritture sul Pont-Neuf! Certo! a quell’ora il mio pezzo di pane era molto lontano; ma se disgraziatamente chiedevo da mangiare alla Chouette, lei mi picchiava dicendo: “Portami i dieci soldi d’elemosina, Pégriotte, e avrai da mangiare!”. Allora io, siccome avevo fame e le botte mi facevano male, piangevo tutte le lacrime dei miei occhi. La vecchia mi passava attorno al collo la mia piccola cassetta di zucchero d’orzo, e mi piantava sul Pont-Neuf. Quanti singhiozzi! e come tremavo di freddo e di fame!...»
«Sempre come te, ragazza» disse lo Chourineur, interrompendo la Goualeuse «chi lo crederebbe... eppure la fame fa tremare quanto il freddo.»
«Insomma, io restavo sul Pont-Neuf fino alle undici di sera col mio arnese di zucchero d’orzo intorno al collo e piangendo tanto. Al vedermi piangere... i passanti spesso si commovevano, e qualche volta arrivavano a darmi fino a dieci, a quindici soldi che io portavo alla Chouette.»
«Brutta serata per uno scricciolo!»
«Ma ecco che la guercia che vedeva la cosa...»
«Con un occhio» disse lo Chourineur ridendo.
«Con un occhio, se vuoi, dato che ne aveva uno solo; ma ecco
che la guercia prende l’abitudine di darmi sempre le botte prima di lasciarmi di sentinella sul Pont-Neuf, per farmi piangere davanti ai passanti e aumentare così il mio incasso.»
«Non era poi così stupida!»
«Sì, tu credi, Chourineur? Io ho finito col fare il callo alle botte; vedevo che la Chouette andava in bestia quando non piangevo; allora, per vendicarmi, più lei mi faceva male, più io ridevo; e la sera, invece di singhiozzare vendendo le mie pasticche di zucchero d’orzo, cantavo come un usignolo, benché non ne avessi molta voglia... di cantare.»
«Senti un po’... le pasticche di zucchero d’orzo... quelle sì dovevano farti gola, povera Goualeuse.»
«Oh! lo credo bene, Chourineur; ma non ne avevo mai assaggiate; era un mio desiderio... ed è stato questo desiderio a perdermi, adesso ti dico come. Un giorno, tornando dalla ricerca dei lombrichi, ero stata picchiata e derubata del mio cesto da alcuni monelli. Rientro, sapevo che cosa mi aspettava; mi busco la mia dose di botte e niente pane. La sera, prima che andassi sul ponte, la guercia, furiosa perché la volta precedente non avevo venduto, invece di picchiarmi come il suo solito per farmi piangere,
mi tortura a sangue strappandomi i capelli dalle tempie, che è il punto più sensibile.»
«Canaglia! questo è troppo!» esclamò il bandito battendo il pugno sul tavolo e aggrottando la fronte. «Picchiare una bambina, passi... ma torturarla, è troppo!»
Rodolphe aveva ascoltato con attenzione il racconto di Fleurde-Marie; guardò stupito lo Chourineur; era stato colpito da questo baleno di sensibilità.
«Ma che cos’hai, Chourineur?» gli disse.
«Che cos’ho! che cos’ho! Come! questo non è niente per voi? Quel mostro della Chouette che tortura una bambina. Allora voi siete duro come i vostri pugni!»
«Continua, ragazza» disse Rodolphe alla Goualeuse, senza rispondere all’interpellanza dello Chourineur.
«Dunque vi dicevo che la Chouette mi torturava per farmi piangere; io mi impunto; per farla arrabbiare, mi metto a ridere e me ne vado sul ponte con il mio zucchero d’orzo. La guercia stava davanti alla padella... Di tanto in tanto, mi mostrava i pugni. Allora, invece di piangere, cantavo più forte; per giunta avevo una fame, una fame! Erano sei mesi che portavo pasticche di zucchero d’orzo, e non ne avevo assaggiato neppure una... Credetemi! Quel giorno, non ci resisto... Spinta dalla fame e dalla voglia di fare arrabbiare la Chouette, mi prendo una pasticca e me la mangio.»
«Brava, ragazza!»
«Ne mangio due.»
«Brava! bravissima!!!»
«Perdinci! com’erano buone, ma ecco una venditrice di aranci
che si mette a gridare alla guercia: “Ohè, Chouette... la Pégriotte ti mangia la merce!”»
«Oh! diavolo la cosa si mette male... la cosa si mette male» disse lo Chourineur particolarmente interessato. «Povero topolino! Chissà come tremavi di paura quando la Chouette s’è accorta del fatto, eh!»
«Come te la sei cavata, povera Goualeuse?» disse Rodolphe che dimostrava lo stesso interesse dello Chourineur.
«Ah! perbacco! è stata dura; ma la cosa divertente» aggiunse la Goualeuse, «era che la guercia, pur schiattando di rabbia al vedermi mangiare le sue pasticche, non poteva lasciare la padella perché la frittura stava cuocendo.»
«Ah!... ah!... ah!... è vero. Ecco una circostanza difficile» esclamò lo Chourineur ridendo da smascellarsi.
Dopo aver partecipato all’ilarità del bandito, Fleur-de-Marie riprese:
«Parola d’onore! pensando alle botte che m’aspettavano, mi dico: “Tanto peggio! che ne mangi una o tre tanto sarò comunque picchiata”. Prendo una terza pasticca e, prima di mangiarla, siccome la Chouette da lontano mi minacciava ancora, con la sua grande forchetta di ferro,... vi giuro che è la verità, le mostro la pasticca, e gliela mangio sotto gli occhi.»
«Brava! ragazza!... così si spiega il colpo di forbici di poco fa... Via... via, te l’ho detto che hai del coraggio. Ma la Chouette t’avrà scorticata viva dopo quel tiro?»
«Venduta la frittura, viene da me... Avevo raccolto tre soldi d’elemosina e avevo mangiato per sei. Quando la guercia m’ha presa per mano per portarmi via, ho creduto di cadere sul posto, tanta era la paura... me ne ricordo come se fosse ora... perché si era proprio verso capodanno. Sai, ci sono sempre botteghe di giocattoli sul Pont-Neuf; tutta la sera m’ero sentita gli occhi pieni di luce... solo per aver guardato tutte quelle belle bambole, tutti quei bei mobili piccoli... ci pensi, per una bambina...»
«E tu, Goualeuse, non avevi mai avuto qualche giocattolo?» disse lo Chourineur.
«Io! sei stupido, allora... Chi avrebbe dovuto darmelo? Insomma, la serata finisce! benché in pieno inverno, avevo addosso solo uno straccetto di vestito di tela, senza calze, senza camicia, con zoccoli ai piedi! non c’era pericolo che morissi dal caldo, ti pare? Ebbene, quando la guercia m’ha preso la mano, mi sono sciolta tutta in sudore. Quello che più mi spaventava era che la Chouette, per tutta la strada, non faceva che brontolare fra i denti, invece di bestemmiare, di strepitare... Ma non mi mollava, e mi faceva camminare così in fretta, così in fretta che, con le mie gambette, ero costretta a correre per tenerle dietro. Correndo, avevo perso uno zoccolo; avevo paura di dirglielo; nonostante un piede scalzo, le tenni dietro lo stesso... All’arrivo, avevo il piede tutto insanguinato.»
«Brutta vecchia infame!» esclamò lo Chourineur picchiando di nuovo con collera sul tavolo; «mi fa uno strano effetto pensare a una bambina che cammina dietro a quella ladra di vecchia, con il suo piedino tutto sanguinante.»
«Abitavamo in una soffitta della rue de la Mortellerie; vicino all’androne c’era un venditore di liquori: la Chouette vi entrò. Lì si fece dare al banco un quarto d’acquavite.»
«Capperi! se lo bevessi, mi ubriacherei da non reggermi.»
«Era la razione della guercia; la ragione per cui andava a letto che era sempre ubriaca fradicia. Per questo forse mi picchiava tanto. Insomma, saliamo: io, te lo giuro, non andavo certo a una festa. Arriviamo: la Chouette chiude a doppia mandata; mi getto alle sue ginocchia domandando a più non posso perdono d’aver mangiato le sue pasticche. Lei non risponde e io la sento camminare nella camera e borbottare: “Dunque, che cosa farò questa sera, a questa Pégriotte, a questa ladra di zucchero d’orzo?... Vediamo un po’, che cosa le farò allora?”. E si fermava per guardarmi stralunando l’occhio verde. Io ero sempre in ginocchio. Tutt’a un tratto, la vecchia va verso un’asse e prende un paio di tenaglie.»
«Le tenaglie!» esclamò lo Chourineur. «Sì, le tenaglie.»
«E per cosa fare?»
«Per picchiarti?» disse Rodolphe.
«Per tormentarti?» disse lo Chourineur. «Ah molto, sì!»
«Per strapparti i capelli?»
«Non avete capito: rinunciate a indovinare?»
«Rinuncio.»
«Rinunciamo.»
«Ebbene, era per strapparmi un dente!»
Lo Chourineur tirò una tale bestemmia e la fece seguire da tali
imprecazioni che tutti gli ospiti della bettola si girarono stupiti. «Ebbene, che cosa hai mai?» disse la Goualeuse.
«Che cosa ho?... ho che se avessi quella vecchia fra le mani, la
ucciderei... Dov’è? Dimmelo. Dov’è? Se la trovo, la faccio fuori.» E gli occhi del bandito s’iniettarono di sangue.
Rodolphe aveva condiviso l’orrore dello Chourineur per la
crudeltà della guercia; ma si chiedeva per quale fenomeno un assassino andasse su tutte le furie al sentir raccontare che una vecchia malvagia aveva voluto, per cattiveria, strappare un dente a una bambina.
Noi crediamo possibile, anzi probabile, un tale sentimento di pietà anche in una natura feroce.
«E quella vecchia miserabile te l’ha strappato il dente, povera piccola?» domandò Rodolphe.
6 Preghiamo i lettori che trovassero esagerata questa crudeltà di ricordarsi le condanne pronunciate quasi quotidianamente contro esseri feroci che picchiano e feriscono bambini: e tra tali ignobili seviziatori non mancano padri e madri.
«Me l’ha strappato, eccome!... e non al primo colpo anche! Dio mio! come ci ha lavorato! Mi teneva la testa fra le ginocchia come in una morsa. Alla fine, un po’ con le tenaglie un po’ con le dita, m’ha estratto il dente; e poi m’ha detto, sicuramente per spaventarmi: “Adesso, ogni giorno te ne strapperò uno alla stessa maniera, Pégriotte; e quando non avrai più denti, ti butterò in acqua: sarai mangiata dai pesci; essi si vendicheranno di te perché sei andata in cerca di lombrichi per farli abboccare”. Mi ricordo di ciò perché non mi sembrava giusto... Ecco, come se fosse per fare un piacere a me che andavo in cerca di lombrichi!»
«Ah! che farabutta! rompere, strappare i denti a una povera bambina!» esclamò lo Chourineur con rinnovato furore.
«Ebbene, poi? Via, non si vede niente adesso!» disse la Goualeuse.
E sorridendo dischiuse le rosee labbra, mostrando due file di dentini bianchi come perle.
Indifferenza, dimenticanza, generosità istintiva da parte di questa disgraziata creatura? Rodolphe notò che nel suo racconto non c’era stata una sola parola d’odio contro la donna feroce che l’aveva torturata.
«Ebbene, poi, che cosa hai fatto?» riprese lo Chourineur.
«Credetemi, questo mi era bastato. Il giorno successivo, invece di andare in cerca di lombrichi, sono fuggita dalle parti del Pantheon. Ho camminato tutto il giorno in quei paraggi, tanto avevo paura della Chouette. Sarei andata in capo al mondo piuttosto che ricadere tra le sue grinfie.
Siccome mi trovavo in quartieri sperduti, non avevo incontrato nessuno a cui domandare l’elemosina, e poi non ne avrei avuto il coraggio. Durante la notte, avevo dormito in un magazzino, sotto cataste di legna. Ero grande come un topo; passando sotto una vecchia porta, mi ero nascosta in mezzo a un mucchio di scorze. Ero divorata dalla fame: cercai di masticare un po’ di corteccia d’albero per ingannare la gran fame, ma non potevo; mi riuscì di mordere solo un po’ una corteccia di betulla; era più tenera. Dopo di che, mi sono addormentata. All’alba, sentendo dei rumori, mi sono nascosta ancora meglio sotto una pila di legna. Faceva quasi caldo, come in una cantina. Se avessi avuto da mangiare, non avrei passato nessun inverno meglio di così.»
«Come me quando ero in una fornace di gesso.»
«Non osavo uscire dal magazzino, pensavo che la Chouette mi cercasse dappertutto per strapparmi i denti e per buttarmi in
pasto ai pesci e che avrebbe potuto prendermi facilmente se mi fossi mossa di lì.»
«Senti, non parlarmi più di quella vecchia farabutta, mi fai montare il sangue alla testa!»
«Alla fine del secondo giorno, avevo masticato ancora un po’ di corteccia di betulla e cominciavo ad addormentarmi quando sento abbaiare un grosso cane. Mi sveglio di soprassalto. Ascolto... Il cane s’avvicinava alla pila di legna senza cessar d’abbaiare. Ecco una nuova circostanza che mi mette paura; meno male che il cane, non so perché, non osava avanzare... ma tu riderai, Chourineur.»
«Con te c’è sempre da ridere... sei una brava ragazza, lo stesso. Ecco, vedi, adesso, credimi, mi dispiace d’averti picchiata.»
«Perché non avresti dovuto picchiarmi? Non ho nessuno che mi difenda...»
«E io?» disse Rodolphe.
«Voi siete molto buono, signor Rodolphe, ma lo Chourineur non sapeva che voi sareste stato lì... e neppure io.»
«Non fa niente, sostengo quanto ho detto... mi dispiace d’averti picchiata» riprese lo Chourineur.
«Continua la storia, ragazza» riprese Rodolphe.
«Ero rannicchiata sotto la pila di legna quando sento un cane abbaiare. Mentre il cane latrava, un vocione si mette a dire: “Il cane abbaia! c’è qualcuno nascosto nel magazzino”. “Sono i ladri” riprende un’altra voce... E “Dalli! dalli!” eccoli che aizzano il cane incitandolo: “Prendilo! prendilo!”.
Il cane si precipita su di me; ho paura d’essere morsa, e mi metto a gridare con tutte le forze. “Senti!” disse la voce, “sembrano quasi le grida d’un bambino...”. Richiamano il cane e vanno a prendere una lanterna; esco dal mio buco, e mi trovo di fronte un omone e un ragazzo in camiciotto. “Che cosa fai nel mio magazzino, ladruncola?” mi dice l’omone bruscamente.
“Buon signore, non mangio da due giorni; sono sfuggita alla Chouette che m’ha strappato un dente e voleva darmi in pasto ai pesci; non sapendo dove dormire, sono passata disotto alla vostra porta, ho dormito la notte fra le vostre scorze, sotto le vostre pile di legna, credendo di non fare male a nessuno.”
Ecco il padrone che si mette a dire al giovane: “Questa non la bevo, è una piccola ladra, viene a rubarmi la legna”.»
«Ah! brutta canaglia! vecchio rimbambito!» esclamò lo Chourineur. «Rubargli la legna; e avevi otto anni.»
«Era una sciocchezza... perché il giovane gli risponde: “Rubarvi la legna, padrone? e come potrebbe? Non è grande neppure
come il più piccolo dei vostri ceppi”. “Hai ragione” disse il mercante di legna; “ma se non è venuta per conto suo, è lo stesso. I ladri fanno tutti così, mandano i bambini a spiare e a nascondersi per aprire la porta agli altri. Bisogna portarla in commissariato.”»
«Ah! che bestia quel mercante di legna...»
«Mi portano in commissariato. Vuoto il sacco; mi accusano di vagabondaggio; mi mandano in prigione; sono citata dinanzi al tribunale correzionale; condannata, sempre come vagabonda, a restare fino a sedici anni in una casa di correzione. Ringrazio infinitamente i giudici della loro bontà... Perdinci!... ci pensi, in prigione... avevo da mangiare; non ero picchiata, era un paradiso rispetto alla soffitta della Chouette. Inoltre, in prigione, ho imparato a cucire. Il guaio è che non facevo niente e andavo di qua e di là; mi piaceva più cantare che lavorare, soprattutto quando c’era il sole... Oh! quando nel cortile della prigione il tempo era bellissimo, non potevo fare a meno di cantare... e allora... com’è strano!... a forza di cantare, mi sembrava di non essere più una carcerata.»
«Vuoi dire, ragazza, che sei un vero usignolo di nascita» disse Rodolphe sorridendo.
«Siete molto gentile, signor Rodolphe; da allora sono stata chiamata Goualeuse invece di Pégriotte. Finalmente compio sedici anni, esco dal carcere. Ecco che alla porta ti trovo la padrona della bettola con due o tre vecchie che venivano di tanto in tanto a visitare le mie amiche di prigione e che mi dicevano sempre che, il giorno in cui sarei uscita, avrebbero avuto un lavoro da darmi.»
«Ah! bene, bene, capisco» disse lo Chourineur.
«“Stelluccia cara, bell’angelo, bella bambina” mi dissero l’ostessa e le vecchie “... volete venire a stare da noi? vi daremo bei vestiti, e voi dovrete solo divertirvi”.»
«Capisci bene, Chourineur, che non si può restare in prigione otto anni senza imparare a capire al volo ciò che uno vuole dire. Quelle vecchie ruffiane, le mando a quel paese. Mi dico: “So cucire bene, ho trecento franchi in tasca, una giovinezza...”»
«E un’avvenente giovinezza... ragazza!» disse lo Chourineur.
«Sono otto anni che sto in prigione, mi godo un po’ la vita, non faccio male a nessuno; il lavoro me lo cercherò quando non avrò più denaro... E comincio a spendere i trecento franchi. È stato il mio grande sbaglio» aggiunse Fleur-de-Marie con un sospiro; «avrei dovuto, prima di tutto, assicurarmi un lavoro... ma non avevo nessuno con cui consigliarmi... Insomma, quel che è stato è stato... Mi metto allora a spendere il denaro. Dapprima compero tanti fiori da riempirmi tutta la stanza; mi piacciono tanto i fiori!
e poi mi compero un vestito, un bello scialle e vado a farmi cavalcate sull’asino al bois de Boulogne e a Saint-Germain.»
«Assieme a un moroso, ragazza?» disse lo Chourineur.
«No, credetemi: mi piaceva farmi bella per me. Facevo le gite con un’amica di prigione che era stata ai Trovatelli, una ragazza molto buona; la chiamavamo Rigolette perché rideva sempre.»
«Rigolette, Rigolette! non la conosco» disse lo Chourineur, dando l’impressione di rovistare fra i ricordi.
«Credo bene che tu non la conosca! È onestissima, Rigolette; è un’operaia molto brava; ora guadagna almeno venticinque soldi al giorno; ha una sua casetta... Perciò ho avuto sempre paura d’andarla a trovare. Insomma, a forza di spendere il denaro, m’erano rimasti solo quarantatré franchi.»
«Dovevi comperarti dei gioielli con quei soldi» disse lo Chourineur.
«Vi assicuro che ho fatto di meglio... Avevo come lavandaia una donna chiamata la Lorraine, una pecorella del buon Dio; allora era in stato di avanzata gravidanza, eppure sempre con i piedi e le mani nell’acqua del lavatoio. Ci pensi? Non potendo più lavorare, aveva chiesto d’entrare alla Bourbe; non c’era più posto, non l’hanno accettata, non guadagnava più niente. È sul punto di partorire e non ha neppure i soldi per pagarsi un letto. Fortunatamente, una sera, incontrò per caso all’angolo del ponte Notre-Dame la moglie di Goubin, che da quattro giorni si nascondeva nella cantina di una casa che si stava demolendo dietro l’Hôtel-Dieu.»
«Eh! ma perché la moglie di Goubin stava nascosta di giorno?»
«Per non farsi prendere dal marito che voleva ucciderla! Usciva solo di notte per andare a comperarsi il pane. Così aveva incontrato la povera Lorraine che non sapeva più dove sbattere, perché s’aspettava da un momento all’altro di partorire... Impietosita, la moglie di Goubin l’aveva portata nella cantina in cui si nascondeva. Erano comunque quattro mura.»
«Aspetta un po’! aspetta un po’, la moglie di Goubin è Helmina?» disse lo Chourineur.
«Sì, una brava ragazza» rispose la Goualeuse... «una sarta che aveva lavorato per me e per la Rigolette... Diavolo, ha fatto il possibile, ha diviso la cantina, la paglia, il pane con la Lorraine, che sta per partorire un povero bambino; e neanche una coperta, solo paglia!... A tale vista la moglie di Goubin non resiste; col rischio di farsi ammazzare dal marito che la cercava dappertutto, affronta la luce del sole, esce dalla cantina e viene a trovarmi. Sapeva che avevo ancora un po’ di denaro e che non ero cattiva; stavo
proprio salendo in una carrozza con Rigolette; volevamo finire i quarantatré franchi, farci portare in campagna, nei campi... mi piacciono tanto i campi! gli alberi... i prati... Ma, oh, quando Helmina mi racconta la disgrazia della Lorraine, mando via la carrozza, corro a casa a prendere tutta la biancheria che avevo, il materasso, la coperta, carico il tutto sulle spalle di un facchino, e corro alla cantina con la moglie di Goubin... Ah! aveste visto com’era contenta, la povera Lorraine! Io ed Helmina l’abbiamo assistita tutta la notte; dopo il parto, l’ho aiutata con il resto del denaro finché fu in condizione di ritornare al lavatoio. Ora si guadagna da vivere; ma non posso riuscire a farle avere il conto della mia biancheria! Capisco che vuole sdebitarsi in questo modo! Prima di tutto... se continuerà ancora, non mi servirò più di lei...» disse la Goualeuse gravemente.
«E la moglie di Goubin?» chiese lo Chourineur.
«Come! Non lo sai?» disse la Goualeuse.
«No; che cosa?»
«Ah! povera disgraziata!... non è sfuggita a Goubin! tre col-
tellate nella schiena! Gli avevano detto che s’aggirava dalle parti dell’Hôtel-Dieu; e una sera in cui lei era uscita per andare a prendere il latte per la Lorraine, lui l’ha uccisa.»
«Per questo è stato condannato a morte, per questo corre voce che sarà giustiziato fra otto giorni?» domandò Chourineur.
«Proprio così» disse la Goualeuse.
«E dopo aver dato i soldi alla Lorraine, che cosa hai fatto, ragazza?» disse Rodolphe.
«Perdinci, allora ho cercato un lavoro. Sapevo cucire benissimo; avevo coraggio, non ero impacciata; entro in una bottega di biancheria della rue Saint-Martin. Per non ingannare nessuno, dico di essere uscita di prigione da due mesi e d’aver voglia di lavorare; mi indicano la porta. Chiedo un lavoro da portare a casa; per aver chiesto di portare via solo una camicia, mi dicono se ho voglia di prendere in giro la gente. Mentre me ne ritornavo triste, triste... ho incontrato l’ostessa e una delle vecchie che mi stavano alle costole dal giorno della mia liberazione... Non sapevo più con che cosa vivere!... M’hanno portata via... m’hanno fatto bere acquavite!... Ed ecco...»
«Capisco» disse lo Chourineur; «adesso ti conosco come se fossi tua madre e ti avessi tenuta sempre in grembo. Ebbene! questa, credo, è la confessione.»
«Abbiamo l’impressione che ti sia dispiaciuto, ragazza, d’averci raccontato la tua vita» disse Rodolphe.
«Il fatto è che mi fa male guardarmi indietro così; è la prima volta, dalla mia infanzia, che mi capita di ricordare queste cose tutte insieme... e non c’è da stare allegri... non è vero, Chourineur?»
«Certo» rispose questi con ironia, «rimpiangi forse di non avere fatto la sguattera in una gargotta, o la domestica di vecchi signori, con l’incarico di curare i loro figli?»
«Ad ogni modo... dev’essere molto bello essere onesti...» disse la Goualeuse con un sospiro.
«Onesta! oh! che storia!...» esclamò il bandito con una sonora risata. «Onesta!... e perché non vergine, semplicemente, per onorare il padre e la madre che non conosci?»
Il volto della ragazza aveva perduto da qualche momento l’espressione d’indifferenza che lo caratterizzava. Disse allo Chourineur:
«Senti, Chourineur, io non sono una piagnucolona. Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato su un marciapiede, come un cagnolino che sia di troppo; non serbo loro rancore; senza dubbio non avevano neppure loro da vivere! Questo non vuol dire, vedi, Chourineur, che non ci siano persone più felici di me.»
«Tu? ma che cosa ti manca dunque? Sei splendida come una Venere; non hai neanche diciassette anni; canti come un usignolo; sembri una vergine, hai nome Fleur-de-Marie, e ti lamenti! Ma che cosa dirai allora quando avrai uno scaldino sotto i piedi, e una parrucca grigia, così come la nostra ostessa!»
«Oh! non arriverò mai a quell’età.»
«Forse hai il brevetto d’invenzione per non invecchiare?» «No, ma non avrò una vita così lunga! ho già una brutta tosse!» «Ah! bene! ti vedo già in una cassa da morto. Non fare la stupida... via!»
«Ti passano spesso per la mente queste idee, Goualeuse?» disse Rodolphe.
«Alle volte... Sentite, signor Rodolphe, voi forse capite queste
cose: la mattina, quando vado a comperare il mio soldo di latte dalla lattaia all’angolo della rue de la Vieille-Draperie e la vedo partire sul suo carrettino trainato da un asino, la invidio tantissimo, via... Mi dico: lei va in campagna, all’aria buona, nella sua casa, dalla sua famiglia... e io invece devo ritornare sola soletta nella topaia dell’ostessa dove non ci si vede neppure a mezzogiorno.»
«Ebbene! fa’ l’onesta, ragazza, recita pure la tua farsa... fa’ l’onesta!» disse lo Chourineur.
«Onesta! Dio mio! e come vuoi dunque che possa fare l’onesta? I vestiti che porto sono dell’ostessa; le devo la camera e il vitto... non posso muovermi di qui... mi farebbe arrestare per ladra... Io le appartengo tutta... Bisogna che mi sdebiti...»
A queste ultime orribili parole, la sventurata non poté fare a meno di rabbrividire.
«Allora resta come sei, e non paragonarti più a una campagnola» disse lo Chourineur. «Stai diventando matta? Ma pensa un po’ che tu fai una vita movimentata nella capitale, mentre la lattaia deve preparare la pappa ai marmocchi, mungere le mucche, andare a far erba per i conigli, e prendersi un carico di legnate dal marito che torna a casa dall’osteria. Ecco, questa è una vita, fra le altre, che può vantarsi di essere... lusinghiera!»
«Da bere, Chourineur» disse bruscamente la Goualeuse dopo un silenzio piuttosto lungo; e tese il bicchiere. «No, niente vino, acquavite... è più forte» disse in tono dolce, scostando il boccale di vino che lo Chourineur avvicinava al bicchiere di lei.
«Acquavite! finalmente! ecco come mi piaci, ragazza, così senza incertezze!» disse quest’uomo senza capire il moto impulsivo della ragazza e senza far caso alla lacrima tremolante che le era spuntata sul ciglio.
«Peccato che l’acquavite sia così cattiva da bere... perché scaccia i pensieri...» riprese Fleur-de-Marie riposando il bicchiere sulla tavola dopo aver bevuto con disgustata ripugnanza.
Rodolphe aveva ascoltato il racconto triste e semplice della Goualeuse con crescente interesse.
La miseria, la mancanza di una famiglia, più che le cattive inclinazioni, avevano spinto la povera ragazza alla perdizione.
IV
STORIA DELLO CHOURINEUR
Il lettore non avrà dimenticato che due degli ospiti della bettola erano attentamente osservati da un terzo personaggio arrivato da poco nella taverna.
Uno di questi due uomini, abbiamo detto, portava un berretto greco, nascondeva sempre la mano sinistra, e aveva chiesto con insistenza all’ostessa se il Maître d’école non fosse ancora venuto.
Durante il racconto della Goualeuse, che non potevano sentire, i due uomini s’erano più volte parlati a voce bassa, guardando verso la porta con ansietà.
Quello che portava il berretto greco disse al compagno:
«Il Maître d’école non viene; purché l’amico non l’abbia ucciso per rubargli la sua parte di bottino.»
«Sarebbe una rovina per noi che abbiamo preparato il furto» riprese l’altro.
Il nuovo arrivato, l’uomo cioè che osservava i due individui, era troppo lontano per poter cogliere le loro ultime parole; dopo aver più volte consultato con grandissima abilità un pezzetto di carta nascosto nella fodera del cappello, parve soddisfatto degli accertamenti, si alzò da tavola e disse all’ostessa che sonnecchiava sopra il banco, con i piedi sullo scaldino e con il gattone nero sulle ginocchia:
«Senti un po’, comare Ponisse, io ritorno subito; stai attenta al mio boccale e al mio piatto... perché non bisogna fidarsi dei beoni.»
«Vai tranquillo, amico» rispose comare Ponisse, «che se il piatto e il boccale sono vuoti, nessuno te li tocca.»
L’uomo si mise a ridere alla facezia dell’ostessa e scomparve senza che la sua partenza venisse notata.
Nel momento in cui questi aprì la porta per uscire, Rodolphe scorse sulla strada il carbonaio dalla faccia nera e dalla statura colossale di cui abbiamo parlato; prima che la porta si richiudesse, Rodolphe ebbe il tempo di far vedere con un gesto d’impazienza quanto gli desse fastidio la vigilanza del carbonaio e il suo eventuale aiuto; ma quest’ultimo, pur tenendo conto del disappunto di Rodolphe, restò nelle vicinanze della bettola.
Nonostante il bicchiere d’acquavite, la Goualeuse non aveva ritrovato la sua allegria; sotto l’azione dell’alcolico, il viso le diventava, invece, sempre più triste: con la schiena appoggiata al muro, la testa china sul petto, i grandi occhi blu erranti macchinalmente intorno, la sventurata creatura sembrava in preda ai più cupi pensieri.
Due o tre volte Fleur-de-Marie, incontrando lo sguardo fisso di Rodolphe, aveva distolto gli occhi; non si rendeva conto dell’impressione che provocava in lei questo sconosciuto. Imbarazzata, oppressa dalla presenza di lui, si rimproverava di mostrarsi così poco riconoscente con colui che l’aveva strappata dalle mani dello Chourineur; si rammaricava quasi d’avere raccontato così sinceramente la sua vita davanti a Rodolphe.
Lo Chourineur, invece, era molto allegro; da solo aveva divorato l’arlequin; il vino e l’acquavite lo rendevano molto comunicativo; l’onta d’aver trovato il suo maestro, come diceva, era svanita
davanti al comportamento generoso di Rodolphe a cui egli attribuiva, d’altronde, una così grande superiorità che la sua umiliazione aveva fatto posto a un sentimento che era un impasto di ammirazione, timore e rispetto.
L’assenza in lui di ogni sorta di rancore, la selvaggia schiettezza con cui confessava d’avere ucciso e di essere stato giustamente punito, l’orgoglio feroce con cui sosteneva di non avere mai rubato dimostravano almeno che, nonostante i delitti commessi, lo Chourineur non era un criminale completamente incallito.
Questo particolare non era sfuggito alla sagacia di Rodolphe il quale aspettava con curiosità il racconto dello Chourineur.
L’ambizione dell’uomo è così insaziabile, così strana nelle sue infinite pretese che, ora, Rodolphe desiderava essere faccia a faccia col Maître d’école, il terribile brigante, che aveva quasi detronizzato. Quindi, per ingannare l’impazienza, indusse lo Chourineur a raccontare le sue avventure.
«Forza... ragazzo» gli disse, «ti ascoltiamo.»
Lo Chourineur vuotò il bicchiere e cominciò così:
«Tu almeno, povera Goualeuse, sei stata allevata dalla Chouette, che il diavolo se la porti! hai avuto un alloggio fino al giorno in cui ti hanno imprigionata per vagabondaggio... Io, invece, ricordo di non aver mai dormito in ciò che si dice un letto prima di diciannove anni... la bella età in cui sono andato soldato.»
«Hai fatto il soldato, Chourineur?» disse Rodolphe.
«Tre anni; ma ve lo racconterò dopo. Le pietre del Louvre, le fornaci di gesso di Clichy e le cave di Montrouge, ecco gli alberghi della mia gioventù. Vedete, avevo una casa a Parigi e una in campagna, tutto qui.»
«E che mestiere facevi?»
«Vi giuro, maestro... vedo come attraverso una nebbia i vagabondaggi della mia infanzia assieme a un vecchio straccivendolo che mi caricava di botte con un rampone. Dev’essere vero perché tutte le volte che mi è capitato d’incontrare uno straccivendolo mi veniva voglia di saltargli addosso: segno che essi probabilmente mi avevano picchiato nella mia infanzia. Il mio primo mestiere è stato quello di aiutare gli squartatori a scannare i cavalli a Montfaucon... Avevo dieci o dodici anni. Quando ho cominciato a uccidere quei poveri e vecchi animali, mi faceva una certa impressione; dopo un mese, non ci pensavo più; anzi il mestiere mi piaceva. Non c’era nessuno che avesse coltelli affilati e arrotati come il mio... Mi veniva voglia di servirmene... Dopo aver scannate le bestie assegnatemi, mi mettevano fra le mani, come compenso del mio lavoro, un pezzo di culaccio di cavallo morto di malattia, perché quelli che venivano uccisi si vendevano agli imbroglioni del quartiere dell’École-de-Médecine, che li spacciavano per carne di bue, di montone, di vitello, per selvaggina, secondo i gusti della gente... Ah! ma quando avevo avuto il mio pezzo di carne di cavallo mi pareva perlomeno d’essere un re! Filavo alla mia fornace di gesso, come un lupo nella sua tana; e lì, con il permesso dei fornaciai, lo arrostivo accuratamente sulle braci. Quando i fornaciai non lavoravano, andavo a raccogliere della legna secca a Romainville, battevo l’acciarino, mi preparavo l’arrosto a un angolo delle mura del macello. Diavolo! era al sangue e quasi crudo: ma in questa maniera non mangiavo sempre la stessa cosa.»
«E il tuo nome? Come ti chiamavi?» disse Rodolphe.
«Avevo i capelli più biondicci di adesso, avevo sempre gli occhi arrossati; per questo fatto mi chiamavano l’Albino. Gli albini sono conigli bianchi e hanno gli occhi rossi» aggiunse gravemente lo Chourineur, aprendo una parentesi fisiologica.
«E i tuoi genitori, la tua famiglia?»
«I miei genitori? stanno allo stesso numero di quelli della Goualeuse... il mio luogo di nascita? il primo angolo d’una via qualsiasi, il marciapiede sinistro o il marciapiede destro a seconda che si discenda o si risalga il corso del rigagnolo.»
«Hai maledetto tuo padre e tua madre d’averti abbandonato?»
«Bel guadagno ci avrei fatto!... Comunque, mi hanno fatto un brutto scherzo mettendomi al mondo... Non me ne lamenterei se m’avessero fatto almeno come Dio dovrebbe fare i pezzenti, cioè senza che debbano soffrire il freddo, la fame, la sete; non gli sarebbe costato niente, e ai pezzenti non sarebbe costato poi tanto essere onesti.»
«Hai avuto fame, hai avuto freddo, e non hai rubato, Chourineur?»
«No! eppure sono stato in grande miseria, via... Sono stato a digiuno qualche volta per due giorni di seguito e più di quanto dovessi... Ebbene non ho rubato.»
«Per paura della prigione?»
«Oh! che stupidaggine!» disse lo Chourineur, alzando le spalle e ridendo da smascellarsi. «Non avrei rubato un po’ di pane per paura di avere il pane?... Onesto, crepavo di fame; ladro, mi avrebbero dato da mangiare in prigione... No, non ho rubato perché... perché... insomma perché non mi andava l’idea di rubare.»
Questa risposta veramente bella, e di cui lo Chourineur non comprese la portata, stupì profondamente Rodolphe.
Capì che il povero che restava onesto in mezzo alle più crudeli privazioni era doppiamente rispettabile, perché la punizione del delitto poteva diventare per lui una garanzia di sussistenza.
Rodolphe tese la mano a questo disgraziato selvaggio della civiltà, che la miseria non aveva completamente perduto.
Lo Chourineur guardò il suo anfitrione con stupore, quasi con rispetto; osò appena toccare la mano che gli si offriva. Presentì che fra lui e Rodolphe c’era un abisso.
«Bene, bene!» gli disse Rodolphe, «hai ancora un cuore e un onore...»
«Credetemi, non so niente» disse lo Chourineur tutto commosso; «ma le parole che m’avete detto adesso... vedete... non avevo provato mai qualcosa di simile... Una cosa è sicura, ed è... e i pugni scaricatimi addosso verso la fine.. che erano così bene assestati e che avrebbero potuto continuare fino a domani, mentre invece voi mi pagate da mangiare... e mi dite certe cose... Insomma basta, potete contare sullo Chourineur per la vita e per la morte.»
Rodolphe riprese, più freddamente, non volendo far trasparire l’emozione che sentiva:
«Sei rimasto per molto tempo aiuto squartatore?»
«Certo... Dapprima lo scannare quei poveri e vecchi animali mi disgustava... poi mi divertiva; ma quando sono arrivato verso i sedici anni e ho cambiato la voce, allora uccidere è diventato per me una smania, una passione! Non avevo voglia di bere né di mangiare... pensavo solo a questa cosa!... Bisognava vedermi durante il lavoro: all’infuori d’un vecchio paio di pantaloni di tela, non avevo altro addosso. Quando, col mio affilatissimo coltellaccio in mano, avevo attorno (modestia a parte) fino a quindici, fino a venti cavalli che facevano la coda per aspettare il loro turno; diavolo!!! quando cominciavo a scannarli, non so più che cosa mi prendesse... ero come una furia; le orecchie mi fischiavano! vedevo rosso, tutto rosso e colpivo... e colpivo... e colpivo finché il coltello non mi cadeva di mano! Perbacco!!! come godevo! Se fossi stato milionario avrei pagato per fare quel mestiere.»
«Da lì ti sarà venuta l’abitudine d’ammazzare» disse Rodolphe.
«Può darsi; ma intanto la mia smania, io avevo passato i sedici anni, ha finito col diventare così forte che, una volta cominciato a colpire, diventavo come un pazzo, e guastavo il lavoro... Sì, rovinavo le pelli a forza di dare coltellate a casaccio. Alla fine m’hanno sbattuto fuori dal macello. Ho cercato di trovare lavoro presso i macellai: m’è sempre piaciuto il loro mestiere. Ah, sì! hanno fatto i superbi! m’hanno disprezzato come avrebbero fatto i calzolai con
i ciabattini. Stando così le cose e d’altronde la smania di scannare essendomi passata con i sedici anni, ho cercato un lavoro altrove... e non l’ho trovato subito; allora ho digiunato più d’una volta. Alla fine mi sono messo a lavorare nelle cave di Montrouge. Ma dopo due anni mi ero bell’e scocciato d’arrampicarmi sempre come uno scoiattolo in cima a grandi ruote per tirar su le pietre, per un salario di venti soldi al giorno. Ero grande e forte, mi sono arruolato in un reggimento. Hanno voluto sapere il mio nome, la mia età, vedere i miei documenti. Il mio nome? Albino; la mia età? guardatemi la barba; i miei documenti? ecco il certificato rilasciatomi dal padrone delle cave. Potevo essere un ottimo granatiere, m’hanno arruolato.»
«Con la tua forza, col tuo coraggio e con la tua smania di scannare, se ci fosse stata la guerra, in quel tempo, saresti forse diventato ufficiale.»
«Perbacco! a chi lo dite. Squartando gli inglesi o i prussiani avrei provato un piacere ben diverso da quello che avevo scannando le rozze... Ma il brutto era che non c’era la guerra e che c’era, invece, la disciplina. Un garzone si prova a dare un carico di legnate al padrone, bene: se è più debole, se le prende; se è più forte, le dà; viene licenziato, qualche volta schiaffato in gattabuia, non succede diversamente. Nell’esercito è un altro paio di maniche. Un giorno un sergente mi spinge per farmi obbedire più rapidamente; aveva ragione, perché io facevo il lavativo; io mi scoccio, faccio il restio; lui mi spinge, io lo spingo; lui mi prende per il collo, e io gli appioppo un cazzotto. Mi saltano addosso; allora mi ritorna la smania, il sangue mi monta alla testa, vedo rosso... avevo il coltello in mano, ero di servizio alle cucine, e via! Comincio a colpire... a colpire... come al mattatoio. Uccido il sergente, ferisco due soldati!... un vero macello! undici coltellate per loro tre soli, sì, undici!... tanto sangue, tanto sangue come all’ammazzatoio!»
Il brigante abbassò la testa incupito, sconvolto, e restò un secondo silenzioso.
«A che cosa pensi, Chourineur?» disse Rodolphe osservandolo con interesse.
«A niente, a niente» rispose bruscamente. Poi riprese con feroce indifferenza: «Alla fine mi afferrano e mi sbattono sul tavolaccio e sono condannato a morte.»
«Sei fuggito allora?»
«No, ma sono rimasto quindici anni in prigione invece di essere giustiziato. Ho dimenticato di dirvi che al reggimento avevo ripescato due amici che stavano per annegare nella Senna; eravamo di stanza a Melun. Un’altra volta, adesso riderete e direte che sono
uno che può vivere nell’acqua e nel fuoco, che sono un salvatore di uomini e di donne! un’altra volta che eravamo di stanza a Rouen, una città tutta case di legno, vere casette, scoppia un incendio in un quartiere; le case bruciavano come fiammiferi; mi si comanda di spegnere l’incendio; arriviamo sul posto; gridano che c’è una vecchia che non può uscire da una stanza che cominciava a bruciare: corro lì. Diavolo! sì, faceva un caldo che mi ricordava le fornaci di gesso nei giorni di sole; alla fine salvo la vecchia. Il mio avvocato ha mosso tanto le mani e la lingua che è riuscito a farmi commutare la pena; invece di salire sulla forca, mi sono fatto quindici anni di galera. Quando ho capito che non sarei stato ucciso, il mio primo impulso è stato quello di scaraventarmi contro quel ciarlatano del mio avvocato per strangolarlo. Voi, maestro, le capite queste cose?»
«Ti dispiaceva vedere la tua pena commutata?»
«Sì... per chi maneggia il coltello, ci vuole la mannaia del boia, per chi ruba, le catene ai piedi! a ciascuno la sua pena. Ma costringervi a vivere, quando avete ucciso, sentite, i giudici non sanno che cosa si prova i primi tempi.»
«Hai avuto rimorsi allora, Chourineur?»
«Rimorsi! No, perché ho scontato la mia condanna» rispose il selvaggio; «ma una volta, non passava quasi notte che non vedessi, come in un incubo, il sergente e i soldati che avevo squartato, cioè non erano soli» aggiunse il brigante con una sorta di terrore; «erano decine, centinaia, migliaia che aspettavano il loro turno in una specie di ammazzatoio come i cavalli che scannavo a Montfaucon. Allora vedevo rosso, e cominciavo a menar colpi... a menar colpi contro quegli uomini come una volta sui cavalli. Ma più soldati uccidevo, più ne sorgevano. E morendo essi mi fissavano con uno sguardo così dolce, così dolce che io mi pentivo maledettamente di averli uccisi; ma non potevo frenarmi. Non era tutto... io non ho mai avuto fratelli, eppure mi pareva che tutti quelli che ammazzavo fossero miei fratelli... e dei fratelli per cui mi sarei buttato nel fuoco. Alla fine, quando non ne potevo più, mi svegliavo che ero in un bagno di sudore freddo come la neve.»
«Era un brutto sogno, Chourineur.»
«Oh! sì, certo. Ebbene! i primi tempi che ero in prigione, ogni notte l’avevo... questo sogno. Sentite, c’era da diventare pazzi o idrofobi. Per questo ho cercato per due volte di togliermi la vita, una volta inghiottendo un po’ di verderame, un’altra volta tentando di strozzarmi con una catena; ma io sono forte come un toro. Il verderame m’ha fatto venire sete e nient’altro. Il giro di catena attorno al collo è stato per me come una naturale cravatta di color turchino.
Dopo di che fui ripreso dal tran tran della vita, gli incubi si sono diradati, e ho seguito gli altri.»
«Avevi però buoni maestri per imparare a rubare.»
«Sì, ma non era di mio gusto. Gli altri galeotti mi prendevano in giro a questo proposito, ma io li caricavo di colpi di catena. È così che ho conosciuto il Maestro... di questi, però, rispetto i cazzotti! egli mi ha somministrato la sua dose di pugni come avete fatto voi poc’anzi.»
«Allora è un ex forzato?»
«O meglio era un forzato a vita, ma s’è liberato da sé.»
«È evaso? perché non lo denunciano?»
«Non sarò io a denunciarlo, comunque, potrebbe sembrare che
avessi paura di lui.»
«Come mai la polizia non l’ha scoperto? Avrà senz’altro i suoi
connotati.»
«I suoi connotati! Ah sì, proprio! da un pezzo ha fatto sparire
quelli che Dio gli aveva dato. Solo il diavolo ora potrebbe riconoscere il Maestro.»
«Come ha fatto?»
«Ha cominciato coll’accorciarsi il naso che aveva lungo un palmo; dopo di che s’è passato il vetriolo sul viso.»
«Dici sul serio?»
«Se stasera viene, lo vedrete; aveva un gran naso da pappagallo, ora è camuso... come la morte, senza contare che ha labbra grosse come un pugno, e una faccia olivastra imbastita come la giacca d’un cenciaiolo.»
«A tal punto è irriconoscibile!»
«Da sei mesi è scappato da Rochefort, eppure i poliziotti l’avranno incontrato centinaia di volte senza riconoscerlo.»
«Perché era ai lavori forzati?»
«Perché era stato falsario, ladro e assassino. Lo chiamano il Maestro perché ha una bellissima scrittura ed è molto istruito.»
«Ed è temuto?»
«Non lo sarà più quando l’avrete picchiato come avete fatto con me.»
«Che cosa fa per campare?»
«Dicono che si vanta d’aver ucciso e derubato, tre settimane fa, un mercante di buoi sulla strada di Poissy.»
«Prima o poi verrà arrestato.»
«Bisognerà, per fare questo, essere più di due, perché sotto il camiciotto porta sempre due pistole cariche e un pugnale. Il boia l’aspetta, può morire una volta sola. Per salvarsi ucciderà tutto
quello che potrà uccidere. Oh! non ne fa mistero; e, siccome è più forte di noi due messi assieme, si faticherà a immobilizzarlo.» «Che cosa hai fatto, Chourineur, appena uscito dai lavori for-
zati?»
«Sono andato a offrirmi come scaricatore al padrone del quai
Saint-Paul, e lì mi guadagno tuttora da vivere.»
«Ma, siccome, dopo tutto, non sei un ladro, perché vivi nel-
la Cité?»
«E dove volete che viva? Chi vorrebbe bazzicare con un pre-
giudicato? E poi io mi annoio a stare da solo; mi piace la compagnia, e qui vivo con i miei simili. Qualche volta faccio baruffa... Nella Cité mi temono come il fuoco, e il commissario non ha niente da dirmi, salvo per le scazzottate che mi valgono qualche volta ventiquattr’ore di guardina.»
«E quanto guadagni al giorno?»
«Trentacinque soldi. Tirerò avanti finché avrò forza; quando non ne avrò più, mi prenderò un rampone e una cesta di vimini come il vecchio straccivendolo che vedo nei ricordi incerti della mia infanzia.»
«Nonostante tutto questo non sei infelice?»
«Ce ne sono che stanno peggio di me, sicuro; senza il sogno del sergente e dei soldati scorticati, sogno che ho ancora spesso, potrei tranquillamente crepare come uno qualsiasi sul ciglio d’una strada o all’ospedale; ma questo sogno... Sentite... perdinci! non mi piace pensare a questo» disse lo Chourineur.
E svuotò su un angolo della tavola il fornello della pipa.
La Goualeuse aveva ascoltato lo Chourineur con distrazione, sembrava assorta in una dolorosa fantasticheria.
Anche Rodolphe era pensoso.
I due racconti che aveva ascoltato gli avevano suscitato nuovi pensieri.
Un tragico incidente fece ripiombare i tre personaggi nell’ambiente in cui si trovavano.
V
L’A R R E S T O
L’uomo che era uscito un momento, dopo avere raccomandato all’ostessa il suo boccale e il suo piatto, ritornò subito, accompagnato da un nuovo personaggio, con spalle larghe e faccia energica.
«Che combinazione averti incontrato qui, Borel!» disse, «vieni pure avanti che andiamo a bere un bicchiere di vino.»
Lo Chourineur allora si rivolse sottovoce a Rodolphe e alla Goualeuse, indicando il nuovo arrivato:
«C’è aria di tempesta... è un poliziotto. State attenti!»
Il bandito che portava il berretto greco calcato fin sopra le orecchie e che aveva più volte chiesto del Maître d’école lanciò una rapida occhiata all’altro; capitisi, i due banditi si alzarono simultaneamente da tavola e si diressero verso la porta; ma i due agenti si gettarono su di loro emettendo un grido particolare.
Seguì una lotta terribile.
La porta della taverna si aprì; altri agenti si riversarono nella sala, e in quel momento si videro balenare da fuori i fucili dei gendarmi.
Approfittando del tumulto, il carbonaio di cui abbiamo parlato s’era spinto fin sulla soglia della bettola e, incontrando per caso lo sguardo di Rodolphe, s’era portato alle labbra l’indice della mano destra.
Rodolphe, con un gesto rapido e imperioso, gli ordinò d’andare via; poi riprese a osservare quello che succedeva nella taverna.
L’uomo dal berretto greco urlava rabbiosamente; benché mezzo disteso sulla tavola, faceva sforzi così disperati che a malapena tre uomini riuscivano a tenerlo fermo.
Annientato, incupito, col volto livido, con le labbra smorte, con la mascella inferiore pendente e convulsamente agitata, l’altro bandito non fece alcuna resistenza; offrì spontaneamente le mani alle manette.
L’ostessa, seduta dietro il banco, restava impassibile con le mani nelle tasche del grembiule, essendo abituata a simili scene.
«Ma che cosa hanno fatto questi due uomini, signor Borel?» domandò a quell’agente che conosceva.
«Ieri hanno ucciso una vecchia della rue Saint-Christophe, per potere svaligiare la sua casa. Prima di morire, la povera donna ha detto d’aver morso una mano a uno dei due assassini. Li tenevamo d’occhio questi due delinquenti. Il mio collega è venuto poco fa ad assicurarsi della loro identità, ed eccoli beccati.»
«Meno male che m’hanno pagato in anticipo la consumazione» disse l’ostessa. «E voi, volete prendere qualcosa, signor Borel? un bicchiere di Parfait-Amour, di Consolation?»
«Grazie, comare Ponisse; bisogna che sbatta dentro questi briganti. Vedete che uno sta ancora scalciando!...»
Infatti, il delinquente col berretto greco si stava dibattendo rabbiosamente. Quando si trattò di cacciarlo nella carrozza che aspettava sulla strada, oppose una tale resistenza che bisognò immobilizzarlo e trasportarlo a braccia.
Il complice, invece, in preda a un tremito nervoso, poteva appena reggersi in piedi: muoveva le labbra livide come se stesse parlando... Gettarono quella massa inerte nella carrozza.
«Eh! comare Ponisse» disse l’agente, «non fidatevi di BrasRouge; lui è astuto, potrebbe compromettervi.»
«Bras-Rouge! è da settimane che non lo vedo nel quartiere, signor Borel.»
«È sempre così, quando è in un posto... mica si fa vedere, voi lo sapete bene... Ma attenta a non tenere o prendere in consegna qualche pacco o qualche involto per conto suo; sarebbe ricettazione.»
«State tranquillo, signor Borel, ho paura di Bras-Rouge come del diavolo. Non si sa mai da dove venga né dove vada. L’ultima volta che l’ho visto, m’ha detto che arrivava dalla Germania.»
«Insomma io vi avverto... state attenta.»
Prima di lasciare la bettola, l’agente guardò con attenzione gli altri clienti e, visto lo Chourineur, gli disse con tono quasi affettuoso: «Ehi, buona-lana! è un pezzo che non si sente parlare di te!
Non hai fatto più a cazzotti? Fai il bravino allora?»
«Sono buono come un angelo; voi sapete che spacco la faccia
solo a quelli che me lo domandano.»
«Ci mancherebbe altro, che fossi tu a provocare, forte come sei.» «Eppure costui è il mio maestro, signor Borel» disse lo Chou-
rineur posando la mano sulla spalla di Rodolphe.
«To’! questo non lo conosco» disse l’agente esaminando Ro-
dolphe.
«E non avremo mai occasione di conoscerci, camerata» rispo-
se Rodolphe.
«Ve lo auguro, ragazzo» disse l’agente. Poi, rivolgendosi
all’ostessa:
«Buonasera, comare Ponisse: la vostra bettola è una vera trap-
pola per sorci, è il terzo delinquente che ci pizzico».
«E spero che non sarà neppure l’ultimo, signor Borel; sempre al vostro servizio...» disse con grazia l’ostessa inchinandosi rispet-
tosamente.
Partito il poliziotto, il giovane dalla faccia terrea che alternava
il fumo con l’acquavite, ricaricò la pipa; poi disse con voce rauca allo Chourineur:
«Non hai riconosciuto il tipo col berretto greco? è l’uomo della Boulotte, è il Vélu. Quando ho visto entrare gli agenti, mi sono detto: “C’è sotto qualcosa; per questo il Vélu teneva sempre nascosta la mano sotto il tavolo”.»
«Comunque, il Maître d’école è stato fortunato a non essersi trovato qui» riprese l’ostessa. «Il tipo col berretto greco ha chiesto più volte di lui perché hanno degli affari insieme... Ma io non denuncerò mai i miei clienti. Se li arrestano, bene... ognuno fa il suo mestiere... ma io non li vendo... To’, quando si parla del lupo...» aggiunse l’ostessa proprio nell’attimo in cui un uomo e una donna entravano nell’osteria; «ecco appunto il Maestro con sua moglie.»
Un fremito di terrore percorse gli ospiti della bettola.
Lo stesso Rodolphe non poté evitare, nonostante la naturale intrepidezza, una certa emozione alla vista del terribile brigante che contemplò per qualche secondo con curiosità mista a orrore.
Lo Chourineur aveva detto la verità, il Maître d’école si era spaventosamente mutilato.
Non si poteva immaginare cosa più terrificante del volto di questo brigante.
La faccia era solcata in tutte le direzioni da cicatrici livide e profonde; le labbra, tumefatte dall’azione corrosiva del vetriolo; le cartilagini, del naso tagliate; le narici, sostituite da due buchi informi. Gli occhi grigi, chiarissimi, microscopici, tondi tondi, sprizzavano ferocia; la fronte, schiacciata come quella di una tigre, era quasi nascosta da un berretto di pelle con pelo lungo e rossiccio... si sarebbe pensato alla criniera d’un mostro.
Il Maestro non era alto più di cinque piedi e due o tre pollici; la testa, smisuratamente grossa, s’incassava tra due spalle larghe, alte, potenti, carnose che si notavano anche sotto le pieghe svolazzanti del camiciotto di tela grezza; aveva le braccia lunghe, muscolose; le mani corte, grosse e pelose fin sopra le dita; le gambe erano un po’ arcuate, ma i polpacci enormi denunciavano una forza atletica.
Insomma, quest’uomo incarnava l’esagerazione di ciò che c’è di corto, di massiccio, di tozzo nel tipo alla Ercole Farnese.
Dobbiamo rinunciare a dipingere l’espressione di ferocia che scoppiava su questa maschera spaventosa, in quegli occhi inquieti, mobili, ardenti come quelli di una fiera.
La donna che accompagnava il Maestro era vecchia, portava un discreto abito scuro, uno scialle a quadri rossi e neri e una cuffia bianca.
Rodolphe la vedeva di profilo; l’occhio verde e tondo, il naso adunco, le labbra sottili, il mento sporgente, il volto astuto e malvagio gli rammentarono la Chouette.
Stava per dire la sua impressione alla Goualeuse quando, levando gli occhi sulla ragazza, la vide impallidire; ciononostante essa continuava a guardare con muto terrore la scostante amica del Maestro; infine, afferrando con mano tremante il braccio di Rodolphe, gli disse sottovoce:
«La Chouette! Dio mio! la Chouette... la guercia!»
A questo punto il Maestro, dopo aver scambiato qualche parola con uno degli avventori della bettola, avanzò lentamente verso la tavola dove stavano Rodolphe, la Goualeuse e lo Chourineur.
Poi, rivolgendosi a Fleur-de-Marie, con voce rauca e cavernosa come il ruggito d’una tigre:
«Ehi! senti un po’, bella bionda, lascia ’sti due bei musi e vieni subito con me...»
La Goualeuse non rispose parola, ma s’avvicinò ancor più a Rodolphe, tremante di paura.
«E io... io non farò la gelosa» disse l’orribile Chouette, ridendo a crepapelle.
Non aveva ancora riconosciuto nella Goualeuse la Pégriotte, la sua vittima.
«Ehi, piccola, mi hai sentito?» disse il mostro avvicinandosi. «Se non ti muovi, ti cavo un occhio tanto per appaiarti alla Chouette. Tu, coi baffi,» (queste parole erano dirette a Rodolphe), «se non mi butti la bionda sopra la tavola... ti spacco...»
«Dio mio, Dio mio! difendetemi» gridò la Goualeuse a Rodolphe, congiungendo le mani. Poi, pensando che lo mandava incontro a un grosso pericolo, aggiunse a bassa voce: «No, no, non muovetevi, signor Rodolphe; quando mi verrà vicino, griderò aiuto, e l’ostessa prenderà sicuramente le mie parti se non vorrà far nascere un tafferuglio che potrebbe attirare la polizia.»
«Sta’ tranquilla, ragazza» disse Rodolphe, guardando intrepidamente il Maestro. «Tu sei con me, non muoverti; e siccome questo lurido bestione fa schifo a te come a me, adesso lo butto fuori sulla strada...»
«Tu?» disse il Maître d’école.
«Io!!!» rispose Rodolphe.
E, nonostante la Goualeuse lo tirasse giù, si alzò da tavola. Alla vista terribile del volto di Rodolphe, il Maestro fece un
passo indietro.
Anche Fleur-de-Marie e lo Chourineur furono colpiti dall’espressione carica di cattiveria, di rabbia diabolica che, in quel momento, contrasse la nobile figura del loro amico; era diventato irriconoscibile. Nella zuffa con lo Chourineur, Rodolphe s’era mostrato sprezzante e beffardo; di fronte al Maestro, invece, sembrava posseduto da un odio feroce; le pupille, dilatate per la collera, mandavano strani bagliori.
Certi sguardi hanno una potenza magnetica irresistibile; dicono che certi famosi duellisti attribuiscano i loro ferali successi all’azione affascinatrice del loro sguardo, uno sguardo che demoralizza, che abbatte gli avversari.
Rodolphe aveva il dono di queste implacabili occhiate fisse, penetranti, che atterriscono e che non possono essere evitate da coloro che ossessionano... È uno sguardo che li sconvolge, li domina; lo sentono quasi come un fatto fisico che ricercano, loro malgrado... sono incapaci di distogliere gli occhi.
Il Maestro trasalì, fece un altro passo indietro, e, non più sicuro ora della sua forza prodigiosa, cercò sotto il camiciotto il manico del pugnale.
Un fatto sanguinoso sarebbe forse successo nella bettola, se la Chouette, afferrando il Maestro per un braccio, non fosse intervenuta:
«Un momento... un momento... malandrino, fammi dire una parola... poi ti farai un boccone di questi due bei musi, tanto non ti sfuggiranno.»
Il Maestro guardò la guercia con stupore.
Da qualche momento la Chouette stava osservando Fleur-deMarie con crescente attenzione tentando di mettere insieme i ricordi.
Alla fine non ebbe più alcun dubbio: riconobbe la Goualeuse.
«Com’è possibile!» esclamò stupita la guercia congiungendo le mani, «è la Pégriotte, la ladra di pasticche. Ma da dove salti fuori? è il diavolo che ti manda!» aggiunse mostrando i pugni alla ragazza. «Non puoi sottrarti alle mie grinfie! Stai tranquilla che se non ti strappo più i denti, ti farò spremere tutte le lacrime degli occhi. Ah! vedrai come t’arrabbi! non sai allora? io conosco i tuoi genitori: il Maestro ha conosciuto in galera l’uomo che t’ha consegnata a me quand’eri piccina... Gli ha detto il nome di tua madre... Sono ricchi i tuoi genitori...»
«I miei genitori! Li conoscete?...» esclamò Fleur-de-Marie.
«Sì, mio marito sa il nome di tua madre... ma gli strapperò la lingua piuttosto che permettergli di dirtelo. Anche ieri ha visto
l’uomo che ti ha portata nel mio tugurio perché nessuno pagava più sua moglie che ti aveva tenuto a balia... perché premevi ben poco a tua madre, avrebbe preferito saperti morta, sicuro... Ma non importa, se tu sapessi ora il suo nome, potresti ricattarla per benino, non ti pare piccola bastarda?... L’uomo di cui ti parlo è in possesso di documenti... sì, Pégriotte, ha alcune lettere di tua madre... e se non se ne serve, ha le sue ragioni... Eh! sei arrabbiata... piangi, Pégriotte... Ebbene, no, tua madre non la conoscerai... Non la conoscerai.»
«Preferisco che mi creda morta...» disse Fleur-de-Marie, asciugandosi gli occhi.
Rodolphe, dimenticato il Maître d’école, s’era messo ad ascoltare con attenzione e interesse il racconto della Chouette.
Nel frattempo il brigante, non più sotto l’influsso dello sguardo di Rodolphe, aveva ripreso coraggio; non poteva credere che un giovane di media e slanciata statura fosse in grado di misurarsi con lui; sicuro ora della sua forza erculea, s’avvicinò al difensore della Goualeuse e disse seccamente alla Chouette:
«Basta con le chiacchiere... Voglio squadrare questo bel tomo e sfondargli il muso... perché la bella bionda mi trovi più carino di lui.»
Con un balzo Rodolphe saltò la tavola.
«State attenti ai miei piatti!» gridò ripetutamente l’ostessa.
Il Maître d’école si mise in guardia, portando le mani in avanti
e il busto all’indietro, piantandosi solidamente sui lombi e puntellandosi, per così dire, su una delle sue enormi gambe... che sembrava un pilastro.
Nel momento in cui Rodolphe gli si lanciava addosso, la porta della bettola si aprì violentemente; il carbonaio di cui abbiamo parlato, un uomo alto circa sei piedi, entrò a precipizio nella sala, allontanò senza riguardi il Maestro, s’avvicinò a Rodolphe, e in inglese gli disse a un orecchio:
«Signore, Tom e Sarah... sono in fondo alla strada.»
A quelle misteriose parole, Rodolphe ebbe un gesto di collera e, gettato un luigi sul banco dell’ostessa, corse verso la porta.
Il Maître d’école tentò di sbarrare la strada a Rodolphe; ma questi, voltandosi, gli appioppò in piena faccia due pugni così violenti che il toro, rintronato, vacillò e cadde rovinosamente sopra un tavolo.
«Evviva! questi sono i pugni che ho ricevuto io alla fine» gridò lo Chourineur. «Ancora qualcuna di queste lezioni, e avrò imparato...»
Ritornato in sé dopo alcuni secondi, il Maître d’école si lanciò all’inseguimento di Rodolphe.
Quest’ultimo, assieme al carbonaio, era scomparso nel dedalo oscuro delle vie della Cité; era impossibile raggiungerlo.
Poco dopo che il Maître d’école era tornato nella bettola schiumante di rabbia, due uomini, accorsi in fretta dalla parte opposta a quella per cui era andato Rodolphe, si precipitarono nella taverna; ansimavano come se avessero fatto una lunga corsa.
Entrando, si preoccuparono prima di tutto di rovistare con lo sguardo ogni angolo della taverna.
«Maledizione!» disse uno dei due, «ci è sfuggito ancora!...»
«Pazienza!... i giorni hanno ventiquattro ore, e la vita è lunga» rispose l’altro.
I nuovi arrivati parlavano tutti e due inglese.
VI
TOM E SARAH
Si vedeva che i due ultimi personaggi entrati nella bettola appartenevano a un ceto molto più elevato di quello dei clienti della taverna.
Uno dei due era alto e slanciato; aveva i capelli quasi bianchi, le sopracciglia e i favoriti neri, una faccia bruna e magra, segnata da un’espressione energica e severa. Sul cappello portava, in segno di lutto, una fascia nera; indossava una lunga finanziera scura che si abbottonava fin sul collo; portava, sopra gli aderenti calzoni grigi, un paio di stivali detti un tempo alla Suvarov.
L’amico, di statura molto bassa, bello anche se pallido, vestiva a lutto.
I lunghi capelli, le sopracciglia e gli occhi bruno scuri facevano risaltare il languido pallore del volto; il portamento, la statura, la finezza dei lineamenti dimostravano apertamente che questo personaggio era una donna travestita da uomo.
«Tom, chiedete da bere e interrogate un po’ questa gente» disse Sarah, sempre in inglese.
«Sì, Sarah» rispose l’uomo dai capelli bianchi e dalle sopracciglie nere.
Poi, sedutosi a un tavolo mentre Sarah si asciugava la fronte, disse all’ostessa in un buonissimo francese quasi senza accento:
«Signora, fateci, per favore, portare qualcosa da bere.»
L’arrivo di questi due personaggi alla bettola aveva destato un vivo interesse; i loro vestiti, i loro modi davano a vedere che essi non avevano mai frequentato locali di questo genere. Dalla loro espressione inquieta e preoccupata, si capiva che erano venuti nel quartiere per motivi importanti.
Lo Chourineur, il Maître d’école e la Chouette li guardavano con avida curiosità.
La Goualeuse, spaventata dalla presenza della Chouette e impaurita dalle minacce del Maître d’école che voleva condurla con sé, approfittò della disattenzione dei due delinquenti per portarsi verso la porta rimasta socchiusa e uscire dalla taverna.
Lo Chourineur e il Maître d’école non avevano, nessun interesse a prendersi ancora a cazzotti.
Sorpresa dall’arrivo di ospiti così insoliti, l’ostessa partecipava alla curiosità generale. Tom, spazientitosi, le chiese una seconda volta:
«Abbiamo ordinato qualcosa da bere, signora; abbiate la gentilezza di servirci.»
Comare Ponisse, lusingata dal complimento, si alzò da dietro il banco e andò ad appoggiarsi con tutta la grazia che poteva avere sul tavolo di Tom, e gli disse:
«Volete un litro di vino o una bottiglia sigillata?».
«Portateci una bottiglia di vino, due bicchieri e un po’ d’acqua.» L’ostessa servì; Tom le gettò cento soldi, e, lasciatole il resto
che lei voleva restituirgli:
«Tenete pure, ostessa, e venite a bere un bicchiere di vino
con noi.»
«Siete molto gentile, signore» disse comare Ponisse guardan-
do Tom più con stupore che con riconoscenza.
«Ma, dite un po’» riprese quest’ultimo «noi avevamo dato ap-
puntamento a un nostro amico in una taverna di questa strada; forse ci siamo sbagliati.»
«Questo è il Lapin Blanc, per servirvi, signore.»
«È proprio questo» rispose Tom facendo un cenno d’intesa a Sarah. «Sì, proprio al Lapin Blanc doveva aspettarci.»
«Di Lapin Blanc ce n’è uno solo in questa strada» disse orgogliosamente l’ostessa. «Ma com’era questo vostro amico?»
«Alto e magro, capelli e baffi castano chiari» rispose Tom.
«Aspettate un po’, aspettate un po’, è il tipo di poco fa; un carbonaio di statura colossale è venuto a chiamarlo, e sono andati via insieme.»
«Sono loro» disse Tom.
«Ed erano soli qui?» chiese Sarah.
«Veramente, il carbonaio c’è stato per un solo momento, mentre l’altro vostro amico ha cenato qui con la Goualeuse e lo Chourineur»; e così dicendo l’ostessa indicò con uno sguardo quel commensale di Rodolphe che era rimasto nella taverna.
Tom e Sarah si girarono dalla parte dello Chourineur.
Dopo un breve esame dello Chourineur, Sarah disse in inglese al compagno:
«Conoscete quell’uomo?»
«No. Karl aveva perduto le tracce di Rodolphe all’inizio di queste vie oscure. Accortosi che Murph s’aggirava nelle vicinanze della bettola, travestito da carbonaio, e che spesso andava a incollare gli occhi ai vetri di questa, ha subodorato qualcosa ed è venuto quindi ad avvertirci.»
Durante questo dialogo, svoltosi sottovoce e in lingua straniera, il Maestro diceva in un orecchio alla Chouette guardando Tom e Sarah:
«Lo spilungone ha scucito cento soldi all’ostessa. Presto è mezzanotte; piove, tira vento: quando saranno usciti, ci metteremo a seguirli; stordirò il tipo magro e gli soffierò il denaro. È con una donna, non oserà fiatare.»
«Se la piccola chiama aiuto, ho il mio vetriolo in tasca, le spaccherò la bottiglia sulla faccia» disse la guercia; «si deve sempre dar da bere ai bambini perché non gridino.» Poi aggiunse: «Senti un po’, furfante, la prossima volta che incontriamo la Pégriotte, dobbiamo portarla via di forza. Una volta che sarà con noi, le sfregheremo il muso con il vetriolo, così non farà più la superba con quel suo grazioso visino...»
«Senti, Chouette, finirò con lo sposarti» disse il Maître d’école «non c’è nessuno che ti superi in abilità e coraggio... La notte del mercante di buoi, t’ho giudicata... mi sono detto: “Questa sarà mia moglie: lavorerà meglio di un uomo”.»
Dopo aver riflettuto un momento, Sarah disse a Tom indicandogli lo Chourineur:
«Se chiedessimo a quell’uomo di Rodolphe, forse potremmo sapere che cosa l’ha condotto qui.»
«Proviamo» rispose Tom. Poi, rivolgendosi allo Chourineur: «Sentite, buon uomo, noi dovevamo trovarci in questa taverna con un nostro amico; egli ha cenato con voi qui dentro; dal momento che lo conoscete, diteci se sapete dove è andato.»
«Io lo conosco perché due ore fa ha preso le difese della Goualeuse e m’ha picchiato di santa ragione.»
«E prima d’allora non l’avevate mai visto?»
«Mai... Ci siamo incontrati nell’andito della casa di BrasRouge.»
«Ostessa! una bottiglia sigillata, e del migliore» gridò Tom.
I bicchieri di Tom e Sarah erano ancora pieni perché essi s’erano limitati a intingervi le labbra; comare Ponisse, invece, certamente per fare onore alla propria cantina, ne aveva già vuotati parecchi.
«E portatela sul tavolo di questo signore se si compiace di permetterlo» aggiunse Tom andando con Sarah accanto allo Chourineur, stupito e lusingato a un tempo da questa cortesia.
Il Maître d’école e la Chouette continuavano sempre a parlare sottovoce dei loro sinistri progetti.
Dopo che la bottiglia fu portata, e che Tom e Sarah si sedettero a tavola con lo Chourineur e con l’ostessa che aveva ritenuto superfluo un secondo invito, il colloquio riprese:
«Ci dicevate dunque, buon uomo, d’aver incontrato il nostro amico Rodolphe nella casa di Bras-Rouge?» disse Tom brindando con lo Chourineur.
«Sì, signore» rispose questi vuotando rapidamente il bicchiere.
«È un nome strano codesto... Bras-Rouge! Che fa questo BrasRouge?»
«Fa passare la roba» rispose con noncuranza lo Chourineur; poi aggiunse: «Questo sì che è un vino eccellente, comare Ponisse!»
«Per questo, buon uomo, non vi lascio mai il bicchiere vuoto» riprese Tom versando di nuovo da bere allo Chourineur.
«Alla vostra salute» disse questi, «e a quella del vostro amichetto... insomma basta... Se mia zia fosse un uomo, sarebbe mio zio, come dice il proverbio... Via, burlone, mi capisco io!»
Sarah arrossì impercettibilmente.
Tom riprese:
«Non ho ben capito quello che m’avete detto su Bras-Rouge.
Sicuro che Rodolphe uscisse dalla casa di BrasRouge?»
«Vi ho detto che Bras-Rouge faceva passare la roba.»
Tom guardò sorpreso lo Chourineur.
«Che cosa vuol dire far passare la... come avete detto?»
«Far passare la roba, insomma fare contrabbando. Mi sa che
voi non spiccicate?»
«Buon uomo, non vi capisco più.»
«Io vi dico: Non parlate allora il nostro gergo come il signor
Rodolphe.»
«Gergo?» disse Tom guardando Sarah con aria stupita.
«Andiamo, voi siete dei semplici... Rodolphe, invece, lui sì che è un ottimo amico; nonostante faccia il pittore di ventagli, darebbe lezioni di gergo anche a me... Orbene, dal momento che non parlate questa bella lingua, vi dico in buon francese che BrasRouge fa il contrabbandiere; dicendo questo non faccio la spia... perché lui non ne fa mistero, anzi se ne vanta in presenza dei gabellotti; ma Bras-Rouge è astuto, inutile cercarlo e volerlo prendere.»
«E che cosa andava a fare Rodolphe in casa di quest’uomo?» chiese Sarah.
«Credetemi signore... o signora, come volete, non ne so assolutamente niente, e quel che dico è vero come il bicchiere di vino che ho davanti. Stasera volevo picchiare la Goualeuse; avevo torto: è una brava ragazza; lei s’inoltra nell’androne della casa di Bras-Rouge, io la inseguo... faceva buio come all’inferno; invece di raggiungere la Goualeuse, incappo in padron Rodolphe, che mi dà una buona batosta, e con colpi duri... oh! sì... c’erano soprattutto i pugni finali... capperi! com’erano bene aggiustati! m’ha promesso d’insegnarmeli.»
«E che uomo è Bras-Rouge?» domandò Tom. «Che tipo di merci vende?»
«Bras-Rouge? diavolo! vende tutto quello che è proibito vendere, fa tutto quello che è proibito fare. Ecco il suo mestiere e la sua merce. Non è vero, comare Ponisse?»
«Oh! è uno scaltro» rispose l’ostessa.
«E mette bellamente i gabellotti nel sacco» riprese lo Chourineur. «Più di venti volte hanno fatto incursioni nella sua casetta, non hanno mai trovato niente, eppure quando esce di casa è quasi sempre carico di involti.»
«È furbo!» disse l’ostessa; «dicono che in casa sua c’è un nascondiglio che comunica con un pozzo che conduce alle catacombe.»
«Eppure non hanno mai trovato il suo nascondiglio; si dovrebbe demolirgli la casetta per scoprirlo» disse lo Chourineur.
«E che numero ha di casa Bras-Rouge?»
«Il 13 della rue aux Fèves: Bras-Rouge spacciatore di tutto ciò che si vuole... È conosciuto nella Cité» disse lo Chourineur.
«Voglio segnarmi quest’indirizzo sul taccuino; se non troveremo Rodolphe, andremo da Bras-Rouge per cercare di avere qualche informazione» riprese Tom. E scrisse il nome e il numero della strada del contrabbandiere.
«Voi, da parte vostra, potete vantarvi d’avere, in padron Rodolphe, un amico sicuro...» disse lo Chourineur «e buon figliolo... Se non interveniva il carbonaio, stava per venire alle mani col Maestro che è laggiù in quel canto con la Chouette... Per tutti i diavoli! se non mi tengo la stritolo, quella vecchia fattucchiera, quando penso a quello che ha fatto alla Goualeuse... Ma pazienza... un pugno si può sempre dare, come dice quell’altro.»
«Rodolphe vi ha picchiato? lo odierete!» disse Sarah.
«Io odiare un uomo che è così? neanche per idea! Effettivamente è una cosa buffa... vedete, il Maître d’école mi ha picchiato, eppure non sapete come mi piacerebbe vederlo strangolato... Il signor Rodolphe m’ha picchiato e anche più duramente... è il contrario invece: gli voglio bene. Insomma credo che mi butterei nel fuoco per lui, e lo conosco appena da questa sera.»
«Lo dite, buon uomo, perché siamo suoi amici.»
«No, perdio! no, ve lo giuro!... Vedete, egli ha dalla sua i pugni finali... di cui non va assolutamente fiero: non c’è da dire... è un maestro perfetto... E poi vi dice certe parole... certe cose che vi rimettono l’anima in corpo; poi infine, quando vi guarda... c’è nei suoi occhi un non so che... Sentite, io sono stato soldato..., con un capo come lui... vedete, si conquisterebbero la luna e le stelle.»
Tom e Sarah si guardarono in silenzio.
«Questa straordinaria potenza magnetica ce l’ha sempre allora e dovunque vada?» disse amaramente Sarah.
«Sì... finché non avremo rotto l’incanto» riprese Tom.
«Sì, e, qualunque cosa succeda, dobbiamo farlo, dobbiamo farlo» disse Sarah passandosi una mano sulla fronte come per cacciare un triste ricordo.
Al palazzo municipale suonò la mezzanotte.
La lampada della taverna non gettava più che un incerto chiarore.
All’infuori dello Chourineur e dei due commensali, del Maestro e della Chouette, tutti i clienti della bettola, chi prima chi poi, s’erano ritirati.
Il Maître d’école disse piano alla Chouette:
«Andremo a nasconderci nell’androne di fronte e, quando vedremo uscire le due vittime, ci metteremo a seguirle. Se vanno a sinistra, li aspettiamo dietro l’angolo della rue Saint-Eloi; se vanno a destra, li aspettiamo dietro le macerie della casa in demolizione, dalla parte della tripperia; lì vicino c’è un gran buco; so io che cosa fare.»
E il Maître d’école e la Chouette si diressero verso la porta.
«Non mangiate proprio niente questa sera?» disse loro l’ostessa.
«No, comare Ponisse... eravamo entrati per metterci al riparo» rispose il Maestro. E uscì seguito dalla Chouette.
VII
O LA BORSA O LA VITA
Al rumore che fece la porta richiudendosi, Tom e Sarah si scossero dalle loro fantasticherie; si alzarono e ringraziarono lo Chourineur delle informazioni avute: questi ispirava loro meno fiducia dopo che aveva espresso volgarmente sì ma anche sinceramente quella sua brutale ammirazione per Rodolphe.
Nel momento in cui uscì lo Chourineur, il vento infuriava con maggiore violenza e la pioggia cadeva a torrenti.
Il Maître d’école e la Chouette, in agguato nell’androne dirimpetto alla bettola, videro lo Chourineur prendere per la strada in cui si trovava la casa mezzo demolita. Dopo un po’ il rumore dei suoi passi, un po’ appesantiti dalle frequenti libagioni della serata, si perdette in mezzo ai sibili del vento e allo scrosciare della pioggia che sferzava le muraglie.
Nonostante la bufera, Tom e Sarah uscirono dalla taverna e presero per una direzione opposta a quella dello Chourineur.
«Sono perduti» disse piano il Maître d’école alla Chouette; «stappa il vetriolo: attenta!»
«Leviamoci le scarpe, non ci sentiranno quando cammineremo alle loro spalle» disse la Chouette.
«Hai ragione, Chouette, sempre ragione, io non ci avrei mai pensato; facciamo il passo felpato.»
L’orribile coppia si scalzò e scivolò poi nell’ombra, rasente alle case...
Grazie a questo stratagemma, i passi della Chouette e del Maître d’école fecero così poco rumore che i due poterono seguire Tom e Sarah talmente vicino da toccarli quasi senza che questi li udissero.
«Meno male che la nostra carrozza si trova all’angolo della strada» disse Tom; «perché la pioggia ci sta inzuppando. Avete freddo, Sarah?»
«Forse sapremo qualcosa dal contrabbandiere, da questo Bras-Rouge» rispose Sarah pensosa senza badare alla domanda di Tom.
D’un tratto questi si fermò.
Non erano molto lontani dal punto scelto dal Maître d’école per commettere il delitto.
«Ho sbagliato strada» disse Tom, «bisognava girare a sinistra appena usciti dalla bettola; dobbiamo passare davanti a una casa mezzo demolita per trovare la carrozza. Torniamo indietro.»
Il Maître d’école e la Chouette si gettarono nell’ombra di un vano, contro una porta, per non essere visti da Tom e Sarah che li sfiorarono quasi col gomito.
«Veramente preferisco che vadano dalla parte delle macerie» disse piano il Maestro; «se il signore fa resistenza... so io che cosa fare.»
Tom e Sarah intanto, dopo essere ripassati davanti alla bettola, arrivarono vicino alla casa in rovina.
Era una catapecchia mezzo demolita i cui scantinati senza soffitto formavano una specie di precipizio; in quel punto la strada si allargava.
Il Maître d’école balzò fuori col vigore e l’agilità d’una tigre; con una delle sue larghe mani afferrò Tom per il collo e gli disse:
«I denari, o ti butto nella buca.»
E spingendo indietro Tom, gli fece perdere l’equilibrio; con una mano lo tenne per così dire sospeso sul precipizio, mentre l’altra strinse il braccio di Sarah come in una morsa.
Prima che Tom avesse fatto il minimo movimento, la Chouette lo aveva spogliato di tutto con straordinaria abilità.
Sarah non mandò un grido né cercò di difendersi; si limitò a dire con voce calma:
«Date loro la vostra borsa, Tom.» Poi si rivolse al brigante: «Non grideremo, ma non fateci del male.»
La Chouette, dopo avere scrupolosamente frugato nelle tasche delle vittime dell’agguato, disse a Sarah:
«Vediamo un po’ se hai qualche anello alle dita. Niente» continuò la vecchia brontolando. «Non hai proprio nessuno che ti dia qualche anello?... che miserabile!»
Il proverbiale sangue freddo di Tom non si smentì neppure in un frangente folgorante e imprevedibile come quello.
«Volete fare un buon affare? Il mio portafogli contiene documenti che a voi non serviranno; portatemeli, e domani vi darò venticinque luigi» disse Tom al Maître d’école, la cui mano già stringeva con meno forza.
«Sì, per farci cadere in un tranello!» rispose il brigante. «Forza, fila via e senza voltarti indietro. Puoi dirti fortunato d’essertela cavata a così buon mercato.»
«Un momento» interloquì la Chouette; «se farà il bravo, avrà il portafogli; il mezzo c’è.» Poi, rivolgendosi a Tom: «Conoscete la spianata di Saint-Denis?»
«Sì.»
«Sapete dov’è Saint-Ouen?»
«Sì.»
«Dirimpetto a Saint-Ouen, in fondo alla strada della Révolte,
c’è un tratto di aperta campagna; guardando attraverso i campi, si riesce a vedere in lontananza; trovatevi lì domani mattina da solo; portate il denaro, io ci sarò con il portafogli, non si fa niente per niente, e ve lo restituirò.»
«Ma ti farà pizzicare, Chouette!»
«Mica sono così stupida! non può farlo... si vede troppo in lontananza; io ho un occhio solo... ma è buono; se il signore verrà con qualcuno, non troverà più nessuno, avrò tagliato la corda.»
Un’idea s’affacciò d’improvviso alla mente di Sarah:
«Vuoi guadagnarti un po’ di soldi?» disse al brigante. «Certamente.»
«Hai visto nella bettola da cui siamo usciti, perché adesso ti ri-
conosco, hai visto l’uomo che il carbonaio è venuto a chiamare?» «Il magro con i baffi? Sì, stavo mangiandomi un pezzo di quel bel muso; ma non me n’ha dato il tempo... Mi ha stordito con due pugni e m’ha buttato sopra un tavolo... è la prima volta che mi ca-
pita... Oh! ma mi vendicherò!»
«Ebbene! si tratta di lui» disse Sarah.
«Di lui?» esclamò il Maestro. «Datemi mille franchi e ve lo
accoppo...»
«Sarah!» gridò Tom spaventato.
«Miserabile! Non si parla di ucciderlo...» rispose Sarah al
Maître d’école.
«Di che cosa allora?»
«Andate domani alla spianata di Saint-Denis, lì troverete il
mio compagno» riprese; «vedrete che sarà solo; egli vi dirà ciò che dovete fare. Non mille franchi, ma duemila ve ne darò... se riuscirete.»
«Furfante» disse piano la Chouette al Maître d’école, «c’è da guadagnare un po’ di soldi; è gente ricca che vuole preparare un agguato a un nemico; il nemico è quel pezzente che tu volevi sfondare... Bisogna andarci; ci andrò io al tuo posto... Duemila baiocchi! marito mio, vale la pena.»
«Ebbene! ci verrà mia moglie» disse il Maître d’école; «le direte che cosa c’è da fare, e poi vedremo.»
«Bene, domani all’una.»
«All’una.»
«Nella spianata di Saint-Denis.»
«Nella spianata di Saint-Denis.»
«Tra Saint-Ouen e la via della Révolte, in fondo alla strada.» «D’accordo.»
«E io vi porterò il portafogli.»
«E voi avrete i cinquecento franchi promessi, e un acconto
sull’altro affare se combineremo.»
«Ora voi andate a destra, noi a sinistra; non seguiteci, se no...» E il Maestro con la Chouette s’allontanò lestamente.
«Il demonio ci è venuto in aiuto» disse Sarah; «quel bandito
può esserci utile.»
«Sarah, ora ho paura...» rispose Tom.
«Io non ho paura. Anzi ho qualche speranza. Ma, venite, veni-
te, adesso mi ritrovo; la carrozza non deve essere lontana.»
E i due personaggi si diressero a grandi passi verso la piazza
di Notre-Dame.
Un testimone aveva assistito, non visto, alla scena.
Si trattava dello Chourineur che si era rimpiattato tra le mace-
rie per mettersi al riparo dalla pioggia.
La proposta fatta da Sarah al brigante circa Rodolphe destò
un vivo interesse nello Chourineur; sbigottito dal pericolo che sovrastava il suo nuovo amico, provò grande rincrescimento per non poterlo aiutare. L’odio che aveva per il Maître d’école e la Chouette ebbe forse parte in quel buon sentimento.
Lo Chourineur decise di informare Rodolphe del pericolo a cui andava incontro; ma come fare? Aveva già dimenticato l’indirizzo del sedicente pittore di ventagli. Forse Rodolphe non sarebbe più ritornato alla bettola; come ritrovarlo?
Queste erano le sue riflessioni quando, dopo averli macchinalmente seguiti, lo Chourineur vide Tom e Sarah salire in una carrozza che li aspettava sulla piazza di Notre-Dame.
La carrozza partì.
Lo Chourineur ebbe subito un’idea luminosa; salì dietro la carrozza.
All’una di notte la carrozza si fermò nel boulevard de l’Observatoire; Tom e Sarah scesero e infilarono poi una delle viuzze che sboccano in quel punto.
La notte era buia; tanto che lo Chourineur non riuscì a individuare un solo punto di riferimento che, il giorno successivo, potesse fargli riconoscere esattamente il posto in cui si trovava.
Allora, da sagace selvaggio qual era, si trasse di tasca il coltello e fece un taglio largo e profondo in uno degli alberi vicino ai quali s’era fermata la carrozza. Dopo di che s’incamminò verso casa; se n’era notevolmente allontanato.
Per la prima volta, dopo molto tempo, lo Chourineur assaporò, nel tugurio dove abitava, un sonno profondo, per la prima volta, dopo molto tempo, non fu turbato dell’orribile visione del mattatoio dei sergenti, come diceva nel suo brutale linguaggio.
VIII
LA PASSEGGIATA
Alla sera in cui erano avvenuti i fatti che abbiamo descritto era seguito un bel mattino di sole, un radioso sole autunnale che brillava al centro d’un cielo terso; la bufera della notte era passata. Benché sempre all’ombra per via delle case alte, l’equivoco quartiere in cui il nostro lettore ci ha accompagnati sembrava meno orribile, visto alla luce d’un bel giorno.
Tanto perché non temeva più d’incontrare le due persone che aveva evitato la sera precedente quanto perché voleva farlo, Rodolphe, verso le undici del mattino, imboccò la rue aux Fèves, e si diresse verso la bettola.
Era sempre vestito da operaio, ma si notava nel suo abbigliamento una certa ricercatezza; il camiciotto nuovo, aperto davanti, metteva in mostra una camicia di lana rossa munita di una lunga fila di bottoni d’argento; il colletto di un’altra camicia di tela bianca poggiava con le punte sul fazzoletto di seta nera annodato senza cura attorno al collo; da sotto il berretto rigido di velluto cilestrino, con visiera verniciata, uscivano alcune ciocche di capelli castani; un paio di stivali lucidati alla perfezione avevano preso il posto degli scarponi chiodati della sera precedente e mettevano in evidenza un piede ben fatto, che sembrava tanto più piccolo in quanto usciva da un paio di pantaloni larghi di velluto color oliva.
Il vestito si adattava benissimo all’elegante portamento di Rodolphe, raro impasto di grazia, di agilità e di forza.
I nostri abiti sono così brutti che non perdiamo niente a lasciarli, anche per i vestiti più volgari.
L’ostessa stava rilassandosi sulla porta della taverna quando Rodolphe le si parò davanti:
«Serva vostra, giovanotto! Siete venuto a prendervi il resto dei venti franchi?» disse con una certa deferenza, non osando finge-
re d’avere dimenticato che la sera prima il vincitore dello Chourineur le aveva gettato sul banco un luigi; «vi vengono diciassette lire e dieci soldi... Non è tutto... Ieri è venuta gente a chiedere di voi: un signore alto, ben vestito; aveva ai piedi un paio di stivali alla Suvarov come un tamburo maggiore in borghese, ed era a braccetto di una donnetta travestita da uomo. Hanno bevuto una bottiglia sigillata con lo Chourineur.»
«Ah! hanno bevuto con lo Chourineur! E che cosa gli hanno detto?»
«Veramente non hanno bevuto, non hanno fatto che intingere le labbra nei bicchieri; e...»
«Voglio sapere quello che hanno detto allo Chourineur!»
«Hanno parlato di tante cose, di Bras-Rouge, della pioggia e del bel tempo.»
«Conoscono Bras-Rouge?»
«Al contrario, lo Chourineur ha spiegato loro chi era... e come era stato suonato da voi.»
«Va bene, non si tratta di questo.»
«Volete il resto?»
«Sì... e condurrò la Goualeuse a passare la giornata in cam-
pagna.»
«Oh! questo è impossibile, ragazzo.»
«Perché?»
«Ci mancherebbe altro che non tornasse più. I panni che ha
indosso sono miei, senza contare che mi deve duecentoventi franchi, se vuole saldare il conto del vitto e dell’alloggio da quando l’ho presa in casa con me; se non fosse onesta com’è, non la lascerei andare oltre l’angolo della strada, come minimo.»
«La Goualeuse ti deve duecentoventi franchi?»
«Duecentoventi franchi e dieci soldi. Ma che cosa v’importa, ragazzo? Si direbbe quasi che vogliate pagarli! Fate pure il milord!»
«Tieni» disse Rodolphe, gettando undici luigi sul banco dell’ostessa. «Ora dimmi quanto valgono i cenci che le noleggi.»
La vecchia, sbalordita, esaminava i luigi, uno dopo l’altro, con aria dubbiosa e diffidente.
«Ehi, credi che ti dia soldi falsi? Manda a cambiare quest’oro, e finiamola. Quanto valgono i cenci che noleggi a quella disgraziata?»
L’ostessa, divisa tra il desiderio di fare un buon affare, lo stupore di vedere un operaio possedere tanto denaro, il timore d’essere ingannata e la speranza di guadagnare ancora di più, stette un momento in silenzio, poi riprese:
«I suoi vestiti valgono almeno... cento franchi».
«Quegli stracci! Via! Ti tieni il resto di ieri e ti do ancora un luigi, e basta. Farmi ricattare da te vuol dire privare i poveri delle elemosine a cui hanno diritto.»
«Ebbene, ragazzo, mi tengo i vestiti: la Goualeuse non uscirà di qui: posso vendere la mia roba a chi voglio.»
«Che Lucifero ti bruci come ti meriti! Ecco il tuo denaro, vammi a chiamare la Goualeuse.»
L’ostessa intascò i soldi, pensando che l’operaio avesse rubato o ereditato; poi gli disse con un ignobile sorriso: «Perché, figliolo, non andate voi stesso a chiamare la Goualeuse!... le farebbe piacere... dato che, parola di comare Ponisse, ieri vi sbirciava con occhio dolce!»
«Va’ a chiamarla e dille che la porto in campagna... nient’altro. Che non sappia, soprattutto, che ti ho pagato il suo debito.»
«Ma perché?»
«Che t’importa?»
«Be’, poco male, preferisco che si creda ancora in mio potere.» «Vuoi star zitta? Vuoi andare?...»
«Oh! che brutte maniere! Compiango coloro a cui voi ne vole-
te... Sì, sì, ci vado... ci vado...»
«E l’ostessa andò.»
Dopo qualche minuto, fu di ritorno.
«La Goualeuse non voleva credermi; è diventata bordò quan-
do ha sentito che eravate qui... Ma quando le ho detto che le davo il permesso di passare la giornata in campagna, ho creduto che impazzisse; per la prima volta in vita sua le è venuta voglia di saltarmi al collo.»
«Era la gioia di lasciarti.»
In quel momento entrò Fleur-de-Marie, vestita come la sera precedente: abito di lana scura, scialle color arancione annodato dietro la schiena, cuffia a quadri rossi da cui uscivano due grosse trecce di capelli biondi. Riconosciuto Rodolphe, arrossì e chinò gli occhi confusa.
«Volete venire con me, figliola, a passare la giornata in campagna?» disse Rodolphe.
«Molto volentieri, signor Rodolphe» rispose la Goualeuse, «dal momento che la signora me lo permette.»
«Te lo permetto, cara gattina, per la tua buona condotta... che dà lustro... Su, vieni a darmi un bacio.»
E la megera porse a Fleur-de-Marie la guancia color rame. La ragazza, vincendo la ripugnanza, accostò la fronte alle lab-
bra dell’ostessa; ma con una violenta gomitata Rodolphe spinse la vecchia contro il banco, prese a braccetto Fleur-de-Marie e uscì dalla taverna inseguito dalle maledizioni di comare Ponisse.
«State attento, signor Rodolphe» disse la Goualeuse, «l’ostessa è capace di tirarvi dietro qualcosa, è così cattiva!»
«State tranquilla, figliola. Ma che cosa avete? Mi sembrate imbarazzata... triste? Vi dispiace venire con me?»
«Al contrario... ma... ma voi mi tenete per un braccio.» «Ebbene?»
«Voi siete un operaio... qualcuno potrebbe andare a dire al vo-
stro padrone d’averci visti assieme... potreste avere qualche dispiacere per causa mia. I padroni non vogliono che i loro operai siano traviati.»
E la Goualeuse si staccò dolcemente dal braccio di Rodolphe, aggiungendo:
«Andate avanti solo... fino alla barriera io starò dietro a voi. Quando saremo in campagna, vi ritornerò vicino.»
«Non temete» disse Rodolphe, commosso da tale delicatezza e, rimettendosi a braccetto di Fleur-de-Marie: «Il mio padrone non abita nel quartiere e poi, adesso, andiamo a prendere una carrozza sul quai aux Fleurs.»
«Come volete, signor Rodolphe; ve lo dicevo perché non vi dovesse capitare qualche guaio...»
«Vi credo e ve ne sono grato. Ma, ditelo apertamente, vi fa lo stesso se andiamo in un posto qualsiasi della campagna?»
«È lo stesso, signor Rodolphe, purché sia in campagna... È così bello... fa così bene respirare aria pura! Sapete che sono cinque mesi che non vado al di là del mercato dei Fiori? Tenendo presente che l’ostessa mi permetteva di uscire dalla Cité perché si fidava di me.»
«E quando andavate al mercato, comperavate fiori?»
«Oh, no; non avevo soldi; andavo solamente a guardarli, a respirare il loro profumo... Durante la mezz’ora che l’ostessa mi permetteva di trascorrere davanti ai fiorai, nei giorni di mercato, mi sentivo così contenta che dimenticavo ogni cosa.»
«E ritornando dall’ostessa... per quelle brutte strade?»
«Ritornavo più triste di quanto non fossi partita... e ringoiavo le lacrime per non essere picchiata! Vedete... al mercato... ciò che invidiavo, invidiavo tanto, erano le piccole operaie tutte pulitine che se n’andavano contente contente, con un bel vaso di fiori fra le braccia.»
«Sono sicuro che se aveste avuto uno o due fiori sul davanzale della vostra finestra, essi vi avrebbero tenuto compagnia!»
«È proprio vero quello che avete detto, signor Rodolphe! Immaginatevi che l’ostessa, il giorno del suo compleanno, m’aveva regalato una piantina di rose. Se sapeste com’ero felice! non mi annoiavo più, no! Non facevo che guardare la mia piantina... mi divertivo a contarne le foglie, i fiori... Ma l’aria della Cité è così cattiva, in capo a due giorni è incominciato a ingiallire. Allora... ma non mi prenderete in giro, signor Rodolphe?»
«No, no, continuate.»
«Ebbene, allora ho chiesto all’ostessa il permesso di uscire con la mia piantina di rose e di andare a portarla a passeggio... sì... come se avessi portato a passeggio un bambino. La conducevo con me al mercato, pensavo che essere in mezzo agli altri fiori, dentro quell’aria buona, fresca e profumata gli facesse bene; immergevo le sue povere foglie appassite nella bella acqua della fontana, e poi, per asciugarla, la lasciavo un buon quarto d’ora al sole... Cara piccola rosa, di sole non ne vedeva mai nella Cité, perché nella nostra strada non scende mai al di sotto dei tetti... Alla fine rientravo... Orbene, vi assicuro, signor Rodolphe, che, senza quelle passeggiate, la mia piantina di rose forse non sarebbe vissuto i dieci giorni in più che è vissuta.»
«Vi credo; ma quand’è morta, è stata una grande perdita per voi?»
«Ho pianto, è stato un vero dolore... E, sentite, signor Rodolphe, dal momento che capite quelli a cui piacciono i fiori, posso senz’altro dirvi una cosa. Ebbene, sentivo anche una certa riconoscenza... di... Ah, questa volta riderete sicuramente di me...»
«No, no! mi piacciono... adoro i fiori; così capisco tutte le follie che essi ci fanno fare o ci ispirano.»
«Ebbene, le ero riconoscente, alla povera piantina, del fatto che mi faceva la gentilezza di mettere fiori... benché... insomma... nonostante quel che fossi.»
E la Goualeuse abbassò la testa e s’imporporò di vergogna...
«Infelice figliola! con questa coscienza della vostra orribile situazione, avete dovuto spesso...»
«Avere voglia di finirla, non è vero, signor Rodolphe?» disse la Goualeuse interrompendo il compagno; «oh, sì, certo, più d’una volta dal parapetto ho guardato la Senna... ma dopo guardavo i fiori, il sole... Allora mi dicevo: Il fiume sarà sempre qui; non ho neppure diciassette anni... chi sa?»
«Quando avete detto Chi sa?... avevate qualche speranza?» «Sì...»
«E che cosa speravate?»
«Non so... speravo... sì, speravo quasi contro la mia volontà stessa... In quei momenti mi sembrava di non meritarmi la mia sorte, mi sembrava che ci fosse qualcosa di buono in me. Mi dicevo: Sono stata tormentata molto; ma, almeno, non ho mai fatto del male a nessuno... Se avessi avuto qualcuno con cui consigliarmi, non sarei al punto in cui sono!... Allora questo pensiero mi scacciava un po’ di tristezza... Devo aggiungere però che queste idee m’erano venute in seguito alla morte della mia piantina di rose» soggiunse la Goualeuse con un’aria solenne che fece sorridere Rodolphe.
«Sempre il solito grande dolore...»
«Sì, vedete, eccolo.»
E la Goualeuse trasse di tasca un piccolo involto di rametti
sminuzzati con cura, chiuso da un nastrino rosa.
«L’avete conservato?»
«Lo credo bene... è tutto quanto possiedo al mondo.» «Come! non avete niente di vostro?»
«Niente...»
«Ma quel vezzo di coralli?»
«È dell’ostessa.»
«Come! voi non possedete un vestito, una cuffia, un fazzo-
letto?»
«No, niente... niente... se non i rami secchi della mia povera
piantina. Per questo ci tengo tanto...»
A ogni parola della Goualeuse, Rodolphe si stupiva sempre
più; non poteva capire quella spaventosa schiavitù, quella orribile cessione del proprio corpo e della propria anima per quattro sordide mura, qualche straccio e un vitto disgustoso.7
Rodolphe e la Goualeuse arrivarono intanto al quai aux Fleurs: c’era una carrozza che aspettava: Rodolphe fece salire la Goualeuse; poi salì anche lui, dopo di che disse al vetturino:
«A Saint-Denis; ti dirò poi la strada che dovrai prendere.»
La carrozza partì; il sole era radioso, il cielo senza nubi ma il freddo pizzicava un po’; dai finestrini aperti entrava un’aria pungente e fresca.
7 Se ci è permesso entrare in particolari che ci ripugnano, dimostreremo che questa schiavitù esiste, che le leggi di polizia sono fatte in modo tale che una sventurata creatura gettata in questo abisso d’infamia, spesso per colpa dei suoi stessi parenti, è per sempre condannata a restarci; vani sono i pentimenti e i rimorsi, le è materialmente impossibile uscire da quel fango. (Si legga a questo proposito la preziosa opera del dottor Parent-Duchâtelet, filosofo e grande benefattore.)
«To’! una pelliccia da donna!» disse la Goualeuse accortasi di essere seduta su qualcosa di soffice che non aveva visto.
«Sì, è per voi, figliola: ve l’ho portata per paura che prendiate freddo; copritevi per bene.»
La poveretta, poco avvezza a simili attenzioni, guardò attonita Rodolphe.
Quella certa soggezione che quest’ultimo le ispirava diventava ancora più forte, quasi una vaga tristezza di cui lei non si rendeva conto.
«Dio mio, signor Rodolphe, come siete buono voi! io mi vergogno!»
«Perché sono buono?»
«No; ma... mi pare che ora non parliate più come ieri, che siate tutto diverso...»
«Vediamo, Fleur-de-Marie, che cosa vi piace di più che io sia il Rodolphe di ieri o il Rodolphe di oggi?»
«Mi piacete molto di più come adesso... Eppure ieri mi sembrava d’essere più una pari vostra...»
Poi, riprendendosi subito, aggiunse, per paura d’avere umiliato Rodolphe:
«Quando dico una pari vostra... signor Rodolphe, so bene che questo non può essere...»
«C’è una cosa che mi stupisce in voi, Fleur-de-Marie.»
«Che cosa, signor Rodolphe?»
«Sembra che abbiate dimenticato quello che la Chouette ieri
vi ha detto riguardo ai vostri genitori... che essa conosceva vostra madre...»
«Oh, non l’ho dimenticato... ci ho pensato per tutta la notte... e ho pianto molto... ma sono sicura che non è vero... la guercia avrà inventato quella storia per farmi stare male...»
«Può darsi che la Chouette sia più informata di quanto non crediate; se fosse così, non sareste contenta di ritrovare vostra madre?»
«Ahimè, signor Rodolphe! se mia madre non mi ha mai voluto bene... a che giova che la ritrovi?... Ella non vorrà neppure vedermi... Se mi ha voluto bene... quale onta le farei subire!... Forse ne morrebbe.»
«Se vostra madre, Fleur-de-Marie, vi ha amato, ella vi compiangerà, vi perdonerà, continuerà ad amarvi... Se, invece, vi ha abbandonato... nel vedere di quale terribile destino siete alla mercé, per essere stata abbandonata da lei... la sua onta sarà la vostra vendetta.»
«A che serve vendicarsi? e, poi, se mi vendicassi, mi pare di non dover più avere il diritto di sentirmi infelice... E spesso sono consolata da questo pensiero...»
«Forse avete ragione... Non parliamone più...»
In quel momento la carrozza arrivava nei pressi di Saint-Ouen, alla confluenza della strada di Saint-Denise di quella della Révolte. Nonostante la monotonia del paesaggio, Fleur-de-Marie fu presa da tale gioia al vedere i campi, come diceva lei, che, dimenticati i tristi pensieri che le aveva suscitato in mente il ricordo della Chouette, s’illuminò in viso. Si sporse dal finestrino, batté le mani
e gridò:
«Signor Rodolphe, che piacere!... l’erba! i campi! Se voleste per-
mettermi di scendere... fa così bello!... Mi piacerebbe tanto correre in mezzo a quei prati...»
«Corriamo, figliola... Ferma, vetturino!» «Come! anche voi, signor Rodolphe?» «Anch’io... fa piacere anche a me.» «Che gioia! signor Rodolphe!!»
E Rodolphe e la Goualeuse si presero per mano e si misero a correre a più non posso in una larga sezione di guaime tardivo, falciato da poco.
Ridire i salti, le piccole grida gioiose, l’enorme contentezza di Fleur-de-Marie, sarebbe impossibile. Povera gazzella da molto prigioniera, ella aspirava con ebbrezza l’aria libera. Andava, veniva, si fermava, ripartiva con slancio infaticabile.
Alla vista dei numerosi cespi di margheritine e dei pochi bottoni d’oro risparmiati dalle prime brinate, non poté trattenere altre esclamazioni di piacere; di quei fiorellini non ne restò uno nel prato, ella lo spigolò tutto.
Dopo avere così corso in mezzo ai campi, stancatasi presto perché mancava di esercizio, la ragazza si fermò e, per riprendere fiato, andò a sedersi sul tronco di un albero che si trovava vicino all’orlo di un fosso profondo.
Il colorito trasparente e bianco di Fleur-de-Marie, solitamente un po’ pallido, prendeva le sfumature dei colori più vivi. I grandi occhi azzurri le brillavano dolcemente; la bocca vermiglia, ansimante, mostrava due fili di perle umide; il seno le palpitava sotto il vecchio scialletto arancio; si metteva una delle mani sul cuore per comprimere le pulsazioni, mentre con l’altra porgeva a Rodolphe il mazzetto di fiori di campo che aveva raccolto.
Espressione di pura e innocente gioia, più di ogni altra affascinante, quella che raggiava sul candido volto di Fleur-de-Marie.
Quando fu in grado di parlare, disse a Rodolphe con voce intonata a felicità profonda e a riconoscenza quasi religiosa:
«Com’è buono il buon Dio a darci un giorno così bello!»
Rodolphe si sentì venire le lacrime agli occhi davanti a quella povera creatura abbandonata, disprezzata, perduta, senza tetto e senza mangiare, che, con un grido, diceva al Creatore la sua felicità e la sua infinita gratitudine, perché lei godeva d’un raggio di sole, della vista di un prato.
Rodolphe fu distolto dalla sua meditazione da un fatto imprevisto.
IX
LA SORPRESA
Abbiamo detto prima che la Goualeuse s’era seduta sul tronco di un albero che si trovava vicino all’orlo d’un fosso profondo.
A un tratto un uomo, rizzatosi sul fondo del fosso, si scosse di dosso lo strato di foglie sotto cui s’era nascosto, e dette in una scrosciante risata.
La Goualeuse si girò gettando un grido di terrore.
Era lo Chourineur.
«Non aver paura, ragazza» disse lo Chourineur al vedere che
la fanciulla, per paura, s’era rifugiata dal suo compagno. «Questo sì che è un bell’incontro, non ve l’aspettavate, eh, maestro Rodolphe? e neppure io...»
Poi aggiunse in tono serio: «Ecco, padrone... vedete, si dica pure quel che si vuole... ma c’è qualcosa nell’aria... lassù... al di sopra delle nostre teste. Dio è furbo, ho quasi l’impressione che dica agli uomini: Vai dove ti mando... visto che vi ha mandato qui, cosa che è maledettamente sorprendente!»
«Che fai qui?» disse Rodolphe al colmo dello stupore.
«Vi faccio da angelo custode, maestro... Ma, diavolo, che bello scherzo quello di trovarvi proprio nelle vicinanze della mia casa di campagna... Sentite, c’è qualcosa; decisamente c’è qualcosa.»
«Ma, si può sapere che fai qui?»
«Lo saprete fra poco, datemi solo il tempo di salire in cima alla carrozza che farò funzionare da osservatorio. E lo Chourineur corse alla carrozza ferma non molto lontano, frugò l’immensa pianura con occhiate da lince e ritornò lestamente a raggiungere Rodolphe.»
«Vuoi spiegarmi che cosa significa tutto questo?»
«Pazienza, pazienza, maestro! Ancora una parola. Che ora è?»
«Mezzogiorno e mezzo» rispose Rodolphe consultando il suo orologio.
«Bene... abbiamo tempo. La Chouette sarà qui solo fra mezz’ora.»
«La Chouette!» esclamarono insieme Rodolphe e la ragazza.
«Sì, la Chouette. Ecco, padrone, in due parole la storia: ieri, quando avete lasciato la bettola, è venuto...»
«... un uomo di statura alta con una donna vestita da uomo: hanno chiesto di me, questo lo so. E poi?»
«Poi m’hanno pagato da bere e hanno voluto farmi parlare sul conto vostro. Io non ho voluto dire niente... visto che non mi avete comunicato nient’altro se non le batoste che avete avuto la gentilezza... non sapevo nient’altro dei vostri segreti. Poi anche se avessi saputo qualcosa, sarebbe stato lo stesso. Sono con voi, maestro Rodolphe, per la vita e per la morte. Che il diavolo mi porti se so perché mi sento per voi, chiamiamolo pure l’attaccamento di un mastino per il suo padrone; ma non importa, così è. È una cosa più forte di me, non ci penso più... riguarda voi, arrangiatevi.»
«Ti ringrazio, ragazzo, ma continua.»
«Il signore alto e la donnetta vestita da uomo, vedendo che non riuscivano a tirarmi niente di bocca, sono usciti dalla taverna, e io dopo di loro; loro dalla parte del palazzo di Giustizia, io dalla parte di Notre-Dame. Arrivato in fondo alla via, comincio ad accorgermi che l’acqua veniva giù come le noci... un diluvio! Vicinissimo c’era una casa in demolizione. Mi dico: “Se il temporale durerà per tanto tempo, qui dormirò bene come nella mia cameretta”. Mi lascio andare giù in una specie di cantina dove stavo però al coperto; una vecchia trave mi fa da letto, un calcinaccio da cuscino, e in un batter d’occhio mi sento come nel letto di un re.»
«E dopo, dopo?»
«Noi, mastro Rodolphe, avevamo bevuto assieme; io avevo bevuto ancora con il tipo alto e la donnetta vestita da uomo: per dirvi che avevo la testa un po’ pesante... inoltre non c’è niente che mi culli come il rumore della pioggia che cade. Comincio dunque a sonnecchiare. Non era, credo, da molto che sonnecchiavo quando vengo svegliato di soprassalto da un rumore: era il Maître d’école che discorreva, diciamo pure amichevolmente, con un altro. Ascolto... diavolo! che sento? la voce del tipo alto che era venuto nella bettola con la donnetta vestita da uomo!»
«Discorrevano col Maestro e la Chouette?» disse Rodolphe stupefatto.
«Con il Maître d’école e la Chouette. Parlavano di trovarsi l’indomani.»
«Oggi!» disse Rodolphe.
«All’una.»
«Fra un istante!»
«Alla confluenza della strada di Saint-Denis e quella della
Révolte.» «Qui!»
«Sì, mastro Rodolphe, proprio qui!»
«Il Maître d’école! guardatevene, signor Rodolphe!...» esclamò Fleur-de-Marie.
«Calmati, ragazza... lui non deve venire... ma solo la Chouette.»
«Come ha potuto, quest’uomo, fare la conoscenza di quei due miserabili?» chiese Rodolphe.
«Non ne so niente, credetemi. Forse, maestro, mi sarò svegliato solo alla fine della cosa; perché il tipo alto parlava di riavere il portafogli che la Chouette deve riportargli... in cambio di cinquecento franchi. C’è da credere che il Maître d’école avesse cominciato col derubarli e che solo poi si saranno messi a parlare da buoni amici.»
«È strano!»
«Dio mio! ho paura per voi, signor Rodolphe» disse Fleur-deMarie.
«Mastro Rodolphe non è un bambino, ragazza; ma, come hai detto tu, ci potrebbero essere guai in vista per lui, e allora eccomi qua.»
«Continua, ragazzo.»
«Il tipo alto e la donna hanno promesso duemila franchi al Maître d’école, per farvi... non so più che cosa. La Chouette fra poco verrà qui a riportare il portafogli e a sapere di che cosa si tratta, per andare a riferirlo al Maître d’école che si incaricherà del resto.»
Fleur-de-Marie trasalì.
Rodolphe sorrise sdegnosamente.
«2000 franchi per farvi qualcosa, mastro Rodolphe! la cosa mi
ha fatto pensare (senza riferimenti) a quando io, letto in un affisso “500 soldi di ricompensa per chi riporta un cane smarrito”, mi dico dentro di me con tutta modestia: “Se tu, animale, ti smarrissi, nessuno darebbe neppure 100 soldi per riaverti”. Duemila franchi per farvi qualcosa! Ma chi siete voi?»
«Te lo dirò fra poco.»
«Basta, mastro... Appena sentita la proposta fatta alla Chouette, mi dico: devo sapere dove abitano i ricconi che vogliono sguinzagliare il Maestro alle calcagna del signor Rodolphe; può venire utile. Quando si sono allontanati, esco dalle macerie, li seguo a passi felpati; il tipo alto e la donnetta raggiungono una carrozza in piazza Notre-Dame; loro salgono dentro, io dietro, e arriviamo nel boulevard de l’Observatoire. Faceva buio come in un forno, non si poteva vedere niente; faccio un taglio in un albero per potermi ritrovare il giorno dopo.»
«Benissimo, ragazzo.»
«Stamattina ci sono ritornato. A dieci passi dall’albero ho visto una viuzza sbarrata da un cancello; nel fango della viuzza, tracce piccole e tracce grandi; in fondo alla viuzza una casa... il nido del tipo grande e della donnetta dev’essere quello.»
«Grazie, amico... m’hai reso, senza saperlo, un grande servizio.»
«Scusate, mastro Rodolphe, io lo sapevo, per questo l’ho fatto.»
«Lo so, ragazzo, e vorrei poter ricompensare il servizio che m’hai reso non ringraziandoti solamente; purtroppo non sono che un povero diavolo d’operaio... benché si voglia spendere, come hai detto, duemila franchi per farmi qualcosa. Ti spiegherò tutto.»
«Bene, se non vi dispiace, altrimenti per me è lo stesso. Si trama qualcosa contro di voi, io mi oppongo... il resto non mi riguarda.»
«Intuisco che cosa vogliono. Stammi a sentire: ho un segreto per tagliare l’avorio dei ventagli a macchina; ma questo segreto non appartiene a me solo; aspetto il mio socio per mettere in pratica questo procedimento, e sicuramente vogliono a ogni costo impossessarsi del modello della macchina che ho in casa: perché c’è da guadagnare molto denaro con questa scoperta.»
«Il tipo alto e la donnetta sono allora?...»
«Fabbricanti dai quali ho lavorato, e ai quali non ho voluto dare il mio segreto.»
La spiegazione sembrò soddisfacente allo Chourineur la cui intelligenza non era molto sviluppata; per cui continuò:
«Ora capisco... Guardate un po’ che canaglie! e non hanno neppure il coraggio di fare i loro misfatti da soli. Ma, per finirla, ecco che cosa mi son detto stamattina: “So l’ora dell’appuntamento tra la Chouette e il tipo alto, andrò ad aspettarli, ho buone gambe; il mio padrone aspetterà, tanto peggio...” Arrivo qui; vedo quel buco, vado a prendermi una bracciata di letame laggiù,
mi nascondo tutto fino alla punta del naso, e aspetto la Chouette. Ma ecco che voi ruzzate nella pianura e la povera Goualeuse va a sedersi proprio ai margini del mio parco; allora, ve lo giuro, ho voluto farvi uno scherzetto e mi sono messo a gridare come un ossesso uscendo da sotto la mia lettiera.»
«Che cosa intendi fare adesso?»
«Aspettare la Chouette che, sicuramente, arriverà per prima; cercare di sentire ciò che dirà al tipo alto perché questo può esservi utile. Nel campo non c’è che quel tronco d’albero; da sopra il tronco si vede tutta la spianata, è quasi fatto apposta per sedervici. Il luogo dell’appuntamento è a quattro passi, all’incrocio delle strade; c’è da scommettere che verranno a sedersi qui. Se non ci verranno, se non potrò sentire niente... quando si saranno separati, balzo sulla Chouette, sarà sempre lo stesso; le do quello che le devo per il dente della Goualeuse, e le torco il collo finché non avrà detto il nome dei genitori della povera ragazza... Che cosa dite della mia idea, mastro Rodolphe?»
«C’è del buono, ragazzo; ma si deve modificare qualcosa nel tuo piano.»
«Oh, Chourineur, non procuratevi guai per causa mia. Se picchierete la Chouette, il Maître d’école...»
«Basta, ragazza. La Chouette mi dovrà passare per le mani. Capperi! rincarerò la dose proprio perché ha il Maître d’école come difensore.»
«Ascolta, ragazzo, ho un mezzo migliore per vendicare la Goualeuse delle cattiverie della Chouette. Te lo dirò poi. Per intanto» disse Rodolphe scostandosi di qualche passo dalla Goualeuse e abbassando la voce, «per intanto vuoi farmi veramente un piacere?»
«Dite, mastro Rodolphe.»
«La Chouette ti conosce?»
«L’ho vista ieri per la prima volta alla bettola.»
«Ecco che cosa dovrai fare. Prima di tutto ti nasconderai; ma
quando la vedrai vicino a questo punto, uscirai dalla buca...» «Per torcerle il collo?...»
«No... un’altra volta! oggi devi solamente impedirle di parlare
con il tipo alto. Questi, vedendo qualcuno con lei, non oserà avvicinarsi. Se si avvicina, non lasciare un minuto la vecchia... egli non potrà farle le sue proposte in tua presenza.»
«Se l’uomo mi trova curioso, me la vedo io con lui; tanto non è né il Maître d’école né padron Rodolphe.»
«Conosco quel signore, non se la prenderà con te.»
«Sta bene. Seguirò la Chouette come un’ombra. L’uomo non dirà parola che non sentirò, e così finirà per andarsene...»
«Se si daranno un altro appuntamento, lo saprai perché non li lascerai mai. D’altra parte la tua presenza sarà sufficiente a far allontanare quel signore.»
«Bene, bene. Dopo, do una strizzata alla Chouette... Ci tengo a questo.»
«Non ancora. La guercia sa che tu non sei ladro?»
«No; a meno che il Maître d’école non le abbia detto che il rubare non è una mia abitudine.»
«Se glielo ha detto, fingerai d’aver cambiato parere.»
«Io?»
«Tu!»
«Diavolo! signor Rodolphe. Ma dite un po’... hum! hum! mi va
poco, questa storia.»
«Lo farai solo se vorrai. Vedrai che non ti propongo un’azio-
ne infame...»
«Oh, per questo sono tranquillo.»
«E hai ragione.»
«Dite, maestro... obbedirò.»
«Quando l’uomo si sarà allontanato, cercherai di circuire la
Chouette.»
«Io? quella vecchia pezzente... Preferirei battermi col Maître
d’école. Non so neppure come farò a non saltarle addosso.» «Allora rovineresti tutto.»
«Ma allora che cosa devo fare?»
«La Chouette sarà furiosa d’avere perso i soldi; tu cercherai di
calmarla dicendole che c’è da fare un bel colpo; che sei qui per aspettare il tuo complice e che se il Maître d’école ci sta, c’è da guadagnare molto denaro.»
«To’... to’...»
«Dopo averla fatta aspettare un’ora, le dirai: “Il mio amico non viene, rimandiamo a un altro giorno...” e prenderai appuntamento con la Chouette e il Maître d’école... di buon’ora. Capisci?»
«Capisco.»
«E stasera, ti troverai, verso le dieci, all’angolo degli ChampsElysées e l’allée des Veuves; io ti raggiungerò lì e ti dirò il resto.» «Se si tratta d’una trappola, state attento! il Maître d’école è furbo... Voi l’avete picchiato: al minimo sospetto, è capace di uc-
cidervi.»
«Sta’ tranquillo.»
«Capperi! è uno scherzo... ma fate pure di me quello che volete. Non è difficile pensare che c’è una lavata di testa in vista per il Maître d’école e la Chouette. Eppure... ancora una parola, signor Rodolphe.»
«Parla.»
«Non già che io vi creda capace di tendere un tranello al Maître d’école per farlo pizzicare dalla polizia. È un manigoldo matricolato che merita cento volte la morte; ma farlo arrestare... non me la sento.»
«E neppure io, ragazzo. Ma ho un conto da regolare con lui e la Chouette, dal momento che complottano con gente che me ne vuole, e noi due da soli ci riusciremo se mi dai una mano.»
«Oh sì, allora ci sto perché il maschio non è meglio della femmina.»
«E se riusciremo» disse Rodolphe con un tono serio, quasi solenne, che fece impressione sullo Chourineur, «potrai esserne fiero come quando hai salvato dal fuoco e dall’acqua l’uomo e la donna che ti devono la vita!»
«Come dite certe cose voi, mastro Rodolphe! Non vi ho mai visto quello sguardo... Ma presto, presto» esclama lo Chourineur, «vedo laggiù, laggiù un punto bianco: dev’essere la cuffia della Chouette. Partite, io mi rimetto nella buca.»
«E stasera, alle dieci...»
«All’angolo dell’allée des Veuves e degli Champs-Elysées, d’accordo.»
Fleur-de-Marie non aveva sentito quest’ultima parte del colloquio fra lo Chourineur e Rodolphe. Ella risalì in carrozza con il suo compagno di viaggio.
X
LA FATTORIA
Dopo il colloquio con lo Chourineur, Rodolphe rimase per qualche istante meditabondo e pensieroso.
Fleur-de-Marie, non osando turbare il silenzio del suo compagno, lo guardava mestamente.
Rodolphe alla fine alzò il capo e le disse con un dolce sorriso:
«A che cosa pensate, figliola? L’incontro con lo Chourineur non vi è piaciuto, vero? Eravamo così allegri prima!»
«Al contrario; è stato un bene per noi, signor Rodolphe, dal momento che lo Chourineur potrà venirvi in aiuto.»
«Quest’uomo non passava per essere, fra gli avventori della bettola, uno che avesse ancora qualche buon sentimento?»
«Non lo so, signor Rodolphe... Prima del fatto di ieri, l’avevo visto spesso, ma parlato assieme poche volte... Lo ritenevo cattivo come gli altri...»
«Non pensiamo più a tutto questo, piccola Fleur-de-Marie. Se vi facessi rattristare, ne avrei rimorso, proprio io che volevo farvi passare una bella giornata.»
«Oh, come sono contenta! da un pezzo non andavo fuori Parigi!»
«Da quando facevate le gite in carrozza con Rigolette.»
«Dio mio, sì... signor Rodolphe. Eravamo in primavera... ma anche adesso mi fa tanto piacere, anche se siamo quasi in inverno. Che bel sole c’è!... guardate un po’ quelle nuvolette rosa laggiù... laggiù... e quella collina!... con quelle casette bianche in mezzo agli alberi... Quante foglie ci sono ancora! È una cosa straordinaria per il mese di novembre, non è vero, signor Rodolphe? A Parigi, invece, le foglie cadono così presto... E laggiù quel volo di piccioni... ecco adesso vanno a posarsi sul tetto di un mulino... In campagna non ci si stanca mai di guardare, tutto è così bello.»
«È un piacere vedere quanto siate sensibile, Fleur-de-Marie, a quelle piccole cose che sono l’essenziale dello spettacolo affascinante della campagna.»
«E laggiù quel fuoco di stoppie in mezzo alle terre coltivate e quel filo di fumo bianco che sale al cielo... e quell’aratro con i suoi due bravi cavalli grigi... Se fossi un uomo, mi piacerebbe tanto fare il contadino!... Stare in mezzo a una pianura immersa nel silenzio, essere dietro all’aratro... vedere, con un tempo come oggi per esempio, lontano lontano i grandi boschi!... subito vi verrebbe la voglia di cantare quelle canzoni un po’ tristi che vi fanno salire le lacrime agli occhi... come Genoveffa di Brabante. Conoscete la canzone Genoveffa di Brabante, signor Rodolphe?»
«No, figliola; ma se volete, me la canterete quando saremo arrivati alla fattoria.»
«Che bello! andiamo in una fattoria, signor Rodolphe?»
«Sì, in una fattoria tenuta dalla mia balia, una degna e buona donna che mi ha allevato.»
«E potremo avere un po’ di latte?» esclamò la Goualeuse battendo le mani.
«Via! un po’ di latte... una panna squisita, per piacere, e un burro che la fittavola farà davanti ai nostri occhi, e uova freschissime.»
«Che andremo a scovare noi stessi?»
«Certo...»
«E andremo a vedere le mucche nella stalla?»
«Se volete.»
«E andremo anche nella cascina?»
«Anche nella cascina.»
«E a vedere la colombaia?»
«E a vedere la colombaia.»
«Ah, sentite, signor Rodolphe, quasi quasi non ci credo...
Come mi divertirò! Che bella giornata!... che bella giornata!» esclamò la ragazza tutta contenta.
Poi, in seguito a un brusco cambiamento di pensiero, l’infelice ragazza all’idea che, dopo quelle ore di libertà trascorse in campagna, sarebbe dovuta rientrare nel suo infetto tugurio, si prese la testa fra le mani e scoppiò in lacrime.
«Che cosa avete, Fleur-de-Marie, che cosa vi tormenta?» le chiese Rodolphe stupito.
«Niente... niente, signor Rodolphe.» E si asciugò gli occhi sforzandosi di sorridere. «Scusatemi, se mi rattristo... non fateci caso... non ho niente, ve lo giuro... era un’idea... fra poco sarò allegra...»
«Ma eravate così contenta poco fa.»
«Per questo...» rispose ingenuamente Fleur-de-Marie alzando su Rodolphe gli occhi ancora umidi di lacrime.
A quelle parole Rodolphe s’illuminò; indovinò ogni cosa.
Per distogliere la ragazza dai cupi pensieri, le disse con tono scherzoso:
«Scommetto che pensavate alla vostra piantina di rose! vi dispiace, ne sono sicuro, di non poterla far partecipare alla nostra visita alla fattoria... Povera piantina! sareste stata capace di farle mangiare anche un po’ di panna!!»
La facezia fece sorridere la Goualeuse; a poco a poco la leggera nube di tristezza svanì dalla sua mente; e allora decise di godersi il presente e di non preoccuparsi dell’avvenire.
La carrozza era arrivata intanto nei pressi di Saint-Denis; da lontano si vedeva l’alta guglia della chiesa.
«Oh, che bel campanile!» esclamò la Goualeuse.
«È il campanile della bellissima chiesa di Saint-Denis... Volete visitarla? possiamo far fermare la carrozza.»
La Goualeuse abbassò gli occhi.
«Da quando sto con l’ostessa, non sono mai entrata in una chiesa; avevo paura. In prigione, invece, mi piaceva tanto cantare
a messa! e al Corpus Domini preparavamo dei mazzi di fiori così belli per l’altare!»
«Ma Dio è buono e misericordioso: perché avere paura di pregarlo, di entrare in una chiesa?»
«Oh, no, no... signor Rodolphe... sarebbe quasi un’empietà. Non basta che offenda il buon Dio in altra maniera?»
Dopo un momento di silenzio, Rodolphe disse alla Goualeuse: «Finora non avete amato nessuno?»
«Nessuno, signor Rodolphe.»
«Perché?»
«Avete visto le persone che frequentano la bettola... E poi, per amare, bisogna essere onesti.»
«Come?»
«Dipendere solo da se stessi... potere... Ma sentite, signor Rodolphe, se per voi fa lo stesso, vi prego, non parliamo di queste cose...»
«Bene, Fleur-de-Marie, parliamo d’altro... Ma che avete da guardarmi così? avete ancora i begli occhi pieni di lacrime. C’è qualcosa che vi ha addolorato?»
«Oh, no, al contrario; ma voi siete così buono con me che ho voglia di piangere... e poi non mi date più del tu... e poi, infine, si direbbe quasi che voi m’abbiate accompagnata in campagna solo per fare piacere a me tanto sembrate contento di vedermi felice. Non contento d’avermi difesa ieri... oggi mi fate passare assieme a voi una simile giornata...»
«Veramente siete contenta?»
«Per molto tempo non dimenticherò questi attimi di felicità.» «È cosa così rara, la felicità!»
«Sì, molto rara...»
«Io, credetemi, in mancanza d’altro, mi diverto qualche volta
a sognare ciò che vorrei avere, a dirmi: ecco che cosa desidererei essere... E voi, Fleur-de-Marie, non fate qualche volta dei sogni così, dei castelli in aria?»
«Sì, una volta, in prigione; prima di andare a stare dall’ostessa, passavo la mia vita a fare sogni e a cantare; ma poi più di rado... E voi, signor Rodolphe, che cosa vorreste?»
«Io vorrei essere ricco, molto ricco... avere domestici, carrozze, un palazzo, frequentare il bel mondo, andare tutti i giorni a teatro. E voi, Fleur-de-Marie?»
«Io non sarei così difficile: i soldi per pagare l’ostessa, un po’ di denaro fintanto che non avrò trovato un lavoro, una bella stanza linda e pulita da dove poter vedere qualche albero mentre lavoro.»
«Molti fiori sulla vostra finestra?»
«Oh, certo... Abitare in campagna, se fosse possibile, tutto qui...»
«Una stanzetta, un lavoro, è proprio l’indispensabile; ma quando si esprimono solo desideri, si può anche permettersi il superfluo... Voi non vorreste avere carrozze, diamanti e bei vestiti?»
«Io non vorrei tanto... La mia libertà, vivere in campagna, ed essere sicura di non morire all’ospedale... oh, questo soprattutto... non morire all’ospedale! Sentite, signor Rodolphe, spesso mi viene in mente questa idea... è terribile!»
«Ahimè! noi, povera gente...»
«Non lo dico... per la miseria... Ma dopo... quando siamo morti...»
«Ebbene?»
«Voi non sapete allora, signor Rodolphe, che cosa fanno di voi dopo?»
«No...»
«Avevo conosciuto una ragazza in prigione... è morta all’ospedale... il suo corpo è stato dato ai chirurghi...» mormorò l’infelice, rabbrividendo.
«Ah, è orribile!!! Perché, povera figliola, avete sempre così dolorosi pensieri?...»
«Vi stupisce, vero, signor Rodolphe, che io abbia vergogna... per quando sarò morta... Ahimè, Dio mio... mi è rimasto solo questo.»
Queste dolorose e amare parole colpirono Rodolphe.
Egli si prese la testa fra le mani fremendo: pensava alla fatalità che si era accanita contro Fleur-de-Marie... pensava alla madre di quella povera creatura... Sua madre... Ella era felice, ricca, onorata, forse...
Onorata... ricca... felice... e la sua figliola, che ella aveva atrocemente sacrificato all’ignominia, aveva lasciato la soffitta della Chouette per la prigione, la prigione per la tana dell’ostessa; da cui ella poteva andare a finire i suoi giorni sul giaciglio di un ospedale... e dopo morta...
La povera Goualeuse, notata l’aria cupa del compagno, si rattristò e poi disse a Rodolphe:
«Scusatemi, signor Rodolphe, non dovrei avere simili idee... Mi portate con voi perché sia allegra, e invece vi parlo di cose tanto tristi... tanto tristi! Dio mio, non so come sia, ma lo faccio mio malgrado... Non sono mai stata così felice come oggi; eppure in ogni momento mi salgono le lacrime agli occhi. Dite, signor Rodolphe, non me ne volete? D’altronde... vedete... la tristezza se
ne va... come è venuta... molto in fretta. Ecco adesso... non ci penso già più... sarò ragionevole... Ecco, signor Rodolphe... guardatemi gli occhi.»
E Fleur-de-Marie, dopo avere chiuso gli occhi due o tre volte per scacciare un’ultima lacrima ribelle, li spalancò... li spalancò, e guardò Rodolphe con affascinante candore.
«Fleur-de-Marie, vi prego, non sforzatevi... Siate allegra, se avete voglia di essere allegra... triste, se vi va di essere triste. Dio mio, anch’io che vi parlo, alle volte ho, come voi, qualche idea nera... e soffrirei moltissimo se dovessi fingere una gioia che non sento.»
«Veramente, signor Rodolphe, qualche volta siete triste anche voi?»
«Sicuro; il mio avvenire non è certo migliore del vostro... Sono senza padre e senza madre... se un giorno mi ammalo, come vivere? Spendo giorno per giorno quello che guadagno.»
«È uno sbaglio, vedete... un grande sbaglio, signor Rodolphe» disse la Goualeuse con tono di grave rimostranza che fece sorridere Rodolphe, «dovreste depositarlo in una cassa di risparmio... Io, il mio triste destino è dipeso tutto dal fatto che non ho risparmiato il denaro che avevo. Con duecento franchi, un operaio non ha bisogno di nessuno, non è mai in difficoltà... e spesso sono proprio le angustie a dare cattivi consigli.»
«Queste parole sono molto sagge, molto sensate, cara piccola risparmiatrice. Ma duecento franchi... come mettere insieme duecento franchi?»
«Ma è semplicissimo, signor Rodolphe: facciamo un po’ i calcoli; vedrete... Alle volte riuscite a guadagnare anche cinque franchi al giorno, vero?»
«Sì, quando lavoro.»
«Si deve lavorare tutti i giorni. E un lavoro tanto brutto? Un bel mestiere come il vostro... Pittore di ventagli... ma dovrebbe essere un piacere per voi... Vedete, signor Rodolphe, non siete ragionevole!» soggiunse la Goualeuse con tono severo. «Un operaio può vivere, e vivere benissimo, con tre franchi; vi restano dunque quaranta soldi, alla fine del mese sessanta franchi risparmiati... Sessanta franchi al mese... ma è una bella somma!»
«Sì; ma è così bello andare in giro, non fare niente!»
«Signor Rodolphe, torno a ripetervelo, ragionate come un bambino...»
«Ebbene, sarò ragionevole, piccola brontolona; mi suggerite delle buone idee... Non avevo pensato a questo.»
«Veramente?» disse la ragazza battendo le mani con gioia. «Se sapeste come mi fate contenta!... Risparmierete quaranta soldi al giorno! davvero?»
«Va bene... risparmierò quaranta soldi al giorno» disse Rodolphe sorridendo suo malgrado.
«Davvero? davvero?»
«Ve lo prometto...»
«Vedrete come sarete fiero dei primi risparmi che avrete fat-
to... E poi non è tutto qui... se mi promettete di non arrabbiarvi...» «Sono tanto cattivo?»
«No, certo... ma non so se devo...»
«Dovrete dirmi tutto, Fleur-de-Marie...»
«Ebbene, insomma voi che... questo si vede, non meritate il mestiere che fate... come mai frequentate certe taverne come quella dell’ostessa?»
«Se non fossi venuto nella bettola, oggi, Fleur-de-Marie, non avrei avuto il piacere di venire in campagna con voi.»
«È verissimo, ma non c’entra, signor Rodolphe. Vedete, io sono contentissima di questa giornata, eppure rinuncerei ben volentieri a passarne un’altra uguale, se questo dovesse in qualche modo danneggiarvi...»
«Al contrario, dal momento che m’avete dato buoni consigli sul risparmio.»
«E li seguirete?»
«Ve l’ho promesso, parola d’onore. Risparmierò al minimo quaranta soldi al giorno...»
XI
I CASTELLI IN ARIA
Proprio in quel momento la carrozza passava per Sarcelles; allora Rodolphe disse al vetturino:
«Prendi la prima strada a destra e poi, attraversato Villiers-leBel, a sinistra, sempre dritto.»
Quindi si rivolse alla Goualeuse:
«Ora, Fleur-de-Marie, che siete contenta di me, possiamo, come dicevamo poco fa, divertirci a fare dei castelli in aria. Non costa molto, non potete rimproverarmi tali spese.»
«No... Vediamo, fate prima il vostro.»
«Prima... il vostro, Fleur-de-Marie.»
«Vediamo se indovinate i miei gusti, signor Rodolphe.»
«Tentiamo... sto immaginando che questa strada... dico questa perché siamo qui...»
«Giusto, non dobbiamo andare a cercare tanto lontano.»
«Sto immaginando dunque che questa strada ci porti in un paese lontano, lontano dalla strada maestra.»
«Sì, si sta molto più tranquilli.»
«È situato a mezza costa ed è pieno di alberi.»
«Vicinissimo c’è un ruscello.»
«Proprio... un ruscello. In fondo al paese si vede una bella fat-
toria; la casa ha da una parte un frutteto, dall’altra un bel giardino pieno di fiori.»
«Mi pare d’esserci, signor Rodolphe.»
«Al pianterreno una gran cucina per la servitù e una sala da pranzo per la fittavola.»
«La casa ha le persiane verdi... fanno così allegria, vero, signor Rodolphe?»
«Le persiane verdi... certo... non c’è niente che faccia più allegria delle persiane verdi. Naturalmente la fittavola sarebbe vostra zia.»
«Naturalmente... e sarebbe una donna buonissima.» «Eccezionale: vi vorrebbe bene come una madre...»
«Cara zia! dev’essere così bello essere amati da qualcuno!» «E le vorreste bene anche voi?»
«Oh!» esclamò Fleur-de-Marie congiungendo le mani e alzan-
do gli occhi con un’espressione d’intraducibile felicità; «oh, sì che le vorrei bene; e poi la aiuterei a lavorare, a cucire, a mettere a posto la biancheria, a lavare, a sistemare la frutta per l’inverno, insomma in tutte le faccende di casa l’aiuterei... Non avrebbe mai occasione di dirmi che sono pigra, ve l’assicuro!... La mattina...»
«Aspettate un po’, Fleur-de-Marie... come siete impaziente!... che finisca almeno di dipingervi la casa.»
«Forza, forza, signor pittore, si vede che siete abituato a fare i bei paesaggi sui ventagli» disse Fleur-de-Marie ridendo.
«Piccola chiacchierona... lasciatemi finire la casa...»
«È vero, sono chiacchierona; ma è così divertente! Vi ascolto, signor Rodolphe, finite pure la casa della fittavola.»
«La vostra stanza è al primo piano.»
«La mia stanza! che gioia! Vediamo la mia stanza, vediamo.» E la ragazza si strinse contro Rodolphe spalancando due occhi
pieni di curiosità.
«La vostra stanza ha due finestre che si aprono sul giardino
pieno di fiori e su un prato al cui limite scorre il ruscello. Dall’al-
tra parte del ruscello c’è una collinetta coperta di antichi castagni tra i quali si vede spuntare il campanile della chiesa.»
«Com’è bello!... com’è bello, signor Rodolphe! Mi viene voglia di essere in quel posto!»
«Tre o quattro belle mucche pascolano nel prato che una siepe di biancospino divide dal giardino.»
«E dalla mia finestra io vedo le mucche?»
«Esatto.»
«Ce n’è una che sarà la mia prediletta; vero, signor Ro-
dolphe? le farò un bel collare con un campanaccio, e la abituerò a venir a mangiare nella mia mano.»
«E lo farà. Essa è giovanissima, bianchissima; si chiama Musette.»
«Ah, che bel nome! come mi piace, la cara Musette!»
«Finiamo la vostra stanza, Fleur-de-Marie; essa è tappezzata di una bella tela azzurra e ha le tende dello stesso colore; un grande roseto e un enorme caprifoglio ricoprono il muro esterno della fattoria da quella parte e circondano le vostre finestre cosicché ogni mattina basterà che allunghiate la mano per cogliere un bel mazzetto di rose e di caprifoglio.»
«Ah, signor Rodolphe, che bravo pittore siete!»
«Ecco ora come passate la vostra giornata.»
«Vediamo la mia giornata.»
«La vostra buona zia viene a svegliarvi con un tenero bacio
sulla fronte; vi porta una tazza di latte bollente, perché siete malata di petto, povera figliola! Vi alzate; andate a fare un giro per la fattoria, a vedere Musette, i polli, i colombi, vostri amici, i fiori del giardino. Alle nove arriva il vostro maestro.»
«Il mio maestro?»
«Capite da voi che dovrete imparare a leggere, a scrivere e a far di conto per potere aiutare vostra zia a tenere la contabilità.»
«Giusto, signor Rodolphe, non ci pensavo... devo proprio imparare a scrivere per aiutare mia zia» disse gravemente la povera ragazza che era così presa dalla ridente prospettiva di quella vita tranquilla che già le sembrava reale.
«Dopo le lezioni, lavate la biancheria della casa, o vi ricamate una cuffietta alla campagnola. Verso le due, fate esercizi di calligrafia, e poi andate con vostra zia a fare una bella passeggiata, a vedere, d’estate, i mietitori, in autunno, gli aratori; vi stancate per bene e ritornate con un gran mazzetto d’erba di campo che voi stessa avete raccolto per la vostra cara Musette.»
«Perché ritorniamo passando per il prato, vero, signor Rodolphe?»
«Certo; c’è un ponte di legno sul ruscello. Quando ritornate, sono ormai le sei o le sette; verso quell’ora un bel fuoco allegro fiammeggia nella grande cucina della fattoria; voi andate a riscaldarvi e a discorrere un momentino con i bravi contadini che sono rientrati dal lavoro per cenare. Poi consumate il pasto della sera con vostra zia. Qualche volta a tavola con voi c’è o il parroco o qualche amico di famiglia. Dopo cena, vi mettete a leggere o a lavorare mentre vostra zia fa una partita a carte. Alle dieci, dopo che la zia vi ha dato il bacio della buona notte, andate nella vostra stanza; e l’indomani mattina ricominciate di nuovo...»
«Si potrebbe vivere cent’anni così, signor Rodolphe, senza rischio di annoiarsi neppure un po’...»
«Ma questo non è niente. E le domeniche! e i giorni di festa!» «E in quei giorni, signor Rodolphe?»
«Vi fate bella, vi mettete un bel vestito alla campagnola, con
una graziosa cuffia che vi sta a meraviglia; salite in una carretta di giunchi vicino a vostra zia e a Jacques per andare alla messa grande del paese; poi, d’estate, andate a vedere, sempre in compagnia di vostra zia, tutte le feste che si daranno nelle parrocchie vicine. Voi siete così gentile, così dolce, così brava donna di casa, vostra zia vi vuole tanto bene, il parroco dà di voi informazioni così favorevoli che tutti i figli dei fittavoli dei dintorni vogliono farvi ballare perché i matrimoni nascono sempre così... Quindi, a poco a poco, cominciate a mettere gli occhi su uno... e...»
Rodolphe, sorpreso dal silenzio della Goualeuse, si volse a guardarla.
La povera ragazza soffocava a stento i singhiozzi.
Le parole di Rodolphe le avevano fatto per un po’ dimenticare il presente, ma il sogno di una vita dolce e piacevole le aveva fatto per contrasto tornare alla mente il ricordo della sua esistenza di peccato.
«Che avete, Fleur-de-Marie?»
«Ah, signor Rodolphe, senza volerlo, m’avete fatto stare molto male... ho creduto per un istante al vostro paradiso...»
«Ma, figliola cara, questo paradiso esiste... ecco, guardate... Ferma, vetturino!»
La carrozza si fermò.
La Goualeuse alzò automaticamente la testa. Era in cima a una collinetta.
Quali non furono la sua meraviglia, il suo stupore.
Il paesello che sorgeva a mezza costa, la fattoria, il prato, le belle mucche, il ruscello, il castagneto, la chiesa sullo sfondo, la visione le stava sotto gli occhi... non mancava niente, c’era perfino Musette, la bella giovenca bianca, futura prediletta della Goualeuse.
Un bel sole di novembre illuminava il dolce paesaggio... I castagni ancora coperti di foglie gialle e rossicce si stagliavano contro l’azzurro del cielo.
«Ebbene, che ne dite, Fleur-de-Marie? Sono o no un buon pittore?» chiese Rodolphe sorridendo.
La Goualeuse lo guardò sorpresa e inquieta insieme. Le sembrava quasi qualcosa di soprannaturale.
«Com’è possibile, signor Rodolphe?... Ma, Dio mio, non è un sogno? Ho quasi paura... Come! quello che m’avete detto...»
«Chiarissimo, figliola... La fittavola è la mia balia, io sono stato allevato qui... Stamattina prestissimo le ho scritto che sarei venuto a farle visita: dipingevo la realtà al naturale.»
«Ah, è vero, signor Rodolphe!» disse la Goualeuse con un profondo sospiro.
XII
LA FATTORIA
La fattoria in cui Rodolphe aveva portato Fleur-de-Marie era situata al limite del paese di Bouqueval, una parrocchietta isolata, sconosciuta, sperduta nella campagna, e lontana due leghe circa da Ecouen.
Il vetturino, seguendo le indicazioni di Rodolphe, prese una scorciatoia che sbucava in un lungo viale fiancheggiato da ciliegi e da meli. La carrozza procedeva senza far rumore sopra un tappeto di erbetta fine e ordinata simile a quella che cresce di solito nella maggior parte delle strade locali.
Fleur-de-Marie, silenziosa, triste, restava, nonostante reagisse, sotto la dolorosa impressione che Rodolphe si rimproverava d’averle suscitato.
Dopo un po’ la carrozza passò davanti al cancello del cortile della fattoria, continuò poi per un viale di fitti carpini e quindi si fermò di fronte a un piccolo portico in legno rustico mezzo nascosto da un grosso ceppo di vite a cui l’aria d’autunno aveva venato di rosso le foglie.
«Eccoci arrivati, Fleur-de-Marie» disse Rodolphe, «siete contenta?»
«Sì, signor Rodolphe... ma ora ho l’impressione di dover provare vergogna dinanzi alla fittavola; non avrei mai il coraggio di guardarla...»
«Perché, figliola?»
«Avete ragione, signor Rodolphe, lei non mi conosce.»
E la Goualeuse represse un sospiro.
Sicuramente la carrozza doveva essere stata avvistata e l’arrivo
di Rodolphe atteso.
Quando il cocchiere aprì lo sportello, una donna di cin-
quant’anni circa, vestita come le ricche fittavole dei dintorni di Parigi, con un volto mesto e dolce a un tempo, comparve sotto il portico e si fece incontro a Rodolphe con rispettosa premura.
La Goualeuse diventò di porpora e, dopo un momento di esitazione, scese dalla carrozza.
«Buon giorno, buona signora Georges...» disse Rodolphe alla fittavola; «come vedete, sono puntuale...»
Poi, voltosi al vetturino e messogli qualche soldo in mano: «Puoi tornartene a Parigi.»
Il vetturino, un ometto tozzo, con un cappello calcato fin so-
pra gli occhi, con la faccia quasi interamente nascosta dal bavero foderato di pelo del suo pastrano, intascò il denaro senza proferir parola, risalì a cassetta, frustò il cavallo e scomparve rapidamente nel frondoso viale.
«Dopo un viaggio così lungo, questo musone di cocchiere ha ancora tanta fretta di andarsene...» pensò subito Rodolphe. «Bah! sono appena le due; vorrà essere di ritorno a Parigi tanto presto da poter mettere a profitto il resto della giornata.»
E finì col non attribuire nessuna importanza alla prima idea.
Fleur-de-Marie si avvicinò a Rodolphe, inquieta, turbata, quasi allarmata e gli disse sottovoce in modo da non farsi sentire dalla signora Georges:
«Dio mio, signor Rodolphe, scusate... Mandate via la carrozza... Ma la ostessa, ahimè!... devo ritornare da lei questa sera.., altrimenti mi riterrà una ladra. I miei vestiti appartengono a lei... e io le devo...»
«Calmatevi, figliola, tocca a me chiedervi scusa.»
«Scusa! e di cosa?»
«Di non avervi detto prima che non siete più indebitata con
l’ostessa e che potevate smettere questi orrendi vestiti per indossarne degli altri, quelli che vi darà adesso la buona signora Georges. Ne ha qualcuno che è press’a poco della vostra taglia e che vi presterà molto volentieri. Vedete, ha già cominciato la sua parte di zia.»
Fleur-de-Marie credeva di sognare; guardava ora Rodolphe ora la fittavola perché non poteva credere a quello che sentivano i suoi orecchi.
«Come» disse con voce palpitante d’emozione, «non ritornerò più a Parigi? potrò restare qui? la signora me lo permetterà?... potrebbe essere possibile il castello in aria di poco fa?»
«Era questa fattoria... eccolo realizzato.»
«No, no, sarebbe troppo bello, troppa felicità.»
«Di felicità non se ne ha mai troppa, Fleur-de-Marie.»
«Ah, per pietà, signor Rodolphe, non ingannatemi, mi fareb-
be molto male.»
«Figliola cara, credetemi» disse Rodolphe, con un tono di voce
affettuoso, sì, ma anche un po’ sostenuto che Fleur-de-Marie non gli conosceva ancora; «sì, se vi piace, potete fin da oggi vivere, assieme alla signora Georges, la vita tranquilla che poco fa vi ha incantato. Benché non sia vostra zia, la signora Georges, non appena vi avrà conosciuta, avrà per voi le più tenere cure; anzi agli occhi della gente della fattoria passerete per sua nipote; questa piccola menzogna darà più decoro alla vostra posizione. Torno a ripetervi, Fleur-de-Marie, che, se vorrete, potrete realizzare il sogno di poc’anzi. Non appena sarete vestita da piccola fittavola» aggiunse Rodolphe sorridendo, «vi condurremo a vedere la vostra futura prediletta, Musette, la giovenchetta bianca che aspetta il collare che le avete promesso. Andremo anche a dare un’occhiata ai colombi, vostri amici, e poi alla cascina; insomma percorreremo in lungo e in largo la fattoria; ci tengo a mantenere la promessa.»
Fleur-de-Marie congiunse le mani con forza. Sorpresa, gioia, riconoscenza, rispetto le si dipinsero in volto: gli occhi le s’inondarono di lacrime:
«Signor Rodolphe» esclamò, «dovete essere un angelo mandato dal buon Dio per fare tanto bene agli infelici e per liberarli dalla vergogna e dalla miseria.»
«Figliola cara» rispose Rodolphe con un sorriso di profonda malinconia e d’indicibile bontà, «benché molto giovane, ho già sofferto in vita mia; questo vi spiega la compassione che provo per quelli che soffrono. Fleur-de-Marie, o meglio Marie, andate con la signora Georges. Sì, Marie, che vi chiamino ormai con questo nome, dolce e bello come voi. Non partirò senza prima aver parlato ancora assieme a voi e vi lascerò contentissimo di sapervi felice.»
Fleur-de-Marie come risposta si avvicinò a Rodolphe, piegò le ginocchia, gli prese la mano e se la portò rispettosamente alle labbra con un gesto pieno di grazia e di modestia.
Poi si allontanò con la signora Georges che era stata a guardarla con profonda commozione.
XIII
MURPH E RODOLPHE
Rodolphe si diresse verso il cortile della fattoria e vi trovò l’uomo dall’alta statura che, la sera prima, travestito da carbonaio, era andato ad avvertirlo dell’arrivo di Tom e Sarah.
Murph, tale è il nome del personaggio, aveva circa cinquant’anni, una testa quasi completamente calva su cui risaltavano due ciuffetti riccioluti d’un biondo vivo, al di sopra di ciascuna delle tempie, argentati da qualche ciocca bianca; aveva un viso largo, colorito, che era completamente rasato, due favoriti cortissimi, d’un biondo acceso, che si fermavano all’altezza dell’orecchio e si curvavano, a guisa d’uncino, sopra le guance paffute. Nonostante l’età e la grossezza, Murph era agile e robusto. Benché flemmatico, aveva un volto affabile ed energico a un tempo; portava una cravatta bianca, un grande giubbetto, un lungo abito a larghe falde, un paio di pantaloni, d’un grigio verdastro, fatti con una stoffa uguale a quella delle ghette con bottoni di madreperla, le quali ghette, non arrivando fino alle giarrettiere, lasciavano emergere i calzettoni da viaggio di lana grezza.
Il modo di vestire e l’aspetto virile di Murph richiamavano alla mente l’immagine perfetta di ciò che gli inglesi chiamano il gentiluomo di campagna. Affrettiamoci a precisare che Murph era inglese, gentiluomo (squire), ma non gentiluomo di campagna.
Nel momento in cui Rodolphe arrivò nel cortile, Murph stava rimettendo in una borsa, che si trovava in un calessino da viaggio, un paio di pistole che aveva allora accuratamente pulito.
«Che diamine vuoi fare con le pistole?» gli domandò Rodolphe.
«So io, signore» rispose Murph scendendo dal predellino. «Fatevi gli affari vostri, io faccio i miei.»
«Per che ora saranno pronti i cavalli?»
«Sul cader della notte, secondo i vostri ordini.»
«Sei arrivato stamattina?»
«Alle otto. La signora Georges ha avuto il tempo di prepara-
re ogni cosa.»
«Sei un po’ di cattivo umore... Non sei contento di me?» «Anche troppo, signore... anche troppo. Un giorno o l’altro...
insomma il pericolo... è la vostra vita.»
«Ti conviene parlare solamente! Se ti lasciassi fare, tutti i rischi sarebbero per te, e...»
«E se faceste il bene senza mettere a rischio la vostra vita, che gran male ci sarebbe, signore?»
«E dove sarebbe il gran piacere, signor Murph?»
«Voi» disse il gentiluomo alzando le spalle, «voi in quei locali!»
«Oh, siete tutti così, voialtri, John Bull, con i vostri scrupoli da aristocratici che vi fanno credere che i grandi signori siano di natura superiore alla vostra, poveri montoni, fieri dei vostri beccai!!!»
«Se foste inglese, signore, capireste... Chi onora è onorato. D’altronde, anche se fossi turco, cinese, americano, penserei lo stesso che avete sbagliato a esporvi così. Ieri sera, in quella orribile strada della Cité, in cui ci siamo recati per snidare BrasRouge, che l’inferno se lo prenda, c’è voluto tutto il timore che ho d’irritarvi, di disobbedirvi, per trattenermi dal correre a darvi man forte contro il furfante che avete trovato nell’androne di quel tugurio.»
«Vale a dire, signor Murph, che voi dubitate della mia forza e del mio coraggio!»
«Purtroppo mille volte m’avete messo in condizione di non dubitare né dell’una né dell’altro. Grazie a Dio Crabb di Ramsgate vi ha insegnato a boxare, che Lacour di Parigi vi ha insegnato il bastone, la savate, e, per curiosità vostra, il gergo; che il celebre Bertrand v’ha insegnato a tirare di scherma e che voi nelle prove contro tali professori avete spesso avuto la meglio. Con la pistola colpite una rondine al volo, avete muscoli d’acciaio; benché esile e snello, sareste capace di vincermi con la stessa facilità con cui un cavallo da corsa vincerebbe una rozza... Questo è vero.»
Rodolphe, dopo avere ascoltato con compiacenza l’enumerazione delle sue doti di gladiatore, riprese sorridendo:
«Ebbene, di che cosa hai paura, allora?»
«Affermo, signore, che non è dignitoso da parte vostra offrire il collo al primo mascalzone che viene. Non dico questo per il disdoro che deriva a un onorato gentiluomo di mia conoscenza a sporcarsi il viso con il carbone finendo così col sembrare un demonio; voi sapete bene che, a dispetto dei miei capelli grigi, della mia pinguedine, della mia gravità, io mi trasformerei in un funambolo se con questo potessi esservi utile; ma sostengo quanto ho detto prima.»
«Oh, lo so, vecchio Murph, che, quando ti sei fisso un’idea in quella tua testa di ferro e hai fatto attecchire la fedeltà in quel tuo cuore franco e valoroso, il diavolo consumerebbe denti e unghie prima di grattartele via.»
«Sono lusingato, signore; state meditando qualche...»
«Non preoccuparti.»
«Qualche follia, signore.»
«Caro Murph, hai scelto male il momento per farmi la predica.» «Perché?»
«Sono in uno dei miei migliori momenti di soddisfazione e di felicità... sono qui...»
«In un posto in cui avete fatto tanto bene?»
«In un rifugio contro le omelie, è il mio Temple-Bar...»
«Se è così, dove volete che vi prenda, signore?»
«Signor Murph, voi mi lusingate, volete impedirmi di fare
follie.»
«Mio signore, ci sono follie per le quali sono indulgente.» «Le follie di denaro?»
«Si, perché, dopo tutto, con quasi due milioni di rendita...» «Si è spesso e volentieri in difficoltà, caro Murph.»
«A chi lo dite, mio signore?»
«Eppure ci sono piaceri così vivi, così puri, così profondi che
costano tanto poco. Che vi è di paragonabile a quello che ho provato poco fa quando quella povera creatura si è veduta al sicuro qui e nella sua riconoscenza m’ha baciato la mano? Non è tutto; la mia felicità durerà a lungo; domani, domani l’altro, per molti giorni insomma, potrò pensare con delizia a ciò che proverà la povera ragazza quando si sveglierà ogni mattina in questo asilo tranquillo, accanto all’ottima signora Georges che l’amerà teneramente; perché l’infelice simpatizza subito con l’infelice.»
«Oh, quanto alla signora Georges, mai beneficio è stato meglio collocato. Nobile, coraggiosa donna!... un angelo di virtù, un angelo! Io mi commuovo raramente, e dinanzi alle disgrazie della signora Georges mi sono commosso... Ma la vostra nuova protetta!... ecco, non parliamo più di ciò, signore.»
«Perché, Murph?»
«Mio signore, voi fate sempre quello che vi pare.»
«Io faccio quello che è giusto» rispose Rodolphe un po’ spa-
zientito.
«Quello che è giusto... secondo voi.»
«Quello che è giusto davanti a Dio e davanti alla mia coscien-
za» aggiunse Rodolphe severamente.
«Vedete, mio signore, noi non c’intendiamo. Ve lo dico per la seconda volta, non parliamone più!»
«E io ti ordino di parlare!» disse Rodolphe imperiosamente.
«Non mi sono mai esposto a dovermi sentire ordinare di tacere; spero non vorrete comandarmi di parlare» rispose Murph con alterigia.
«Signor Murph!!!» gridò Rodolphe sempre più irritato.
«Mio signore!...»
«Lo sapete, mio signore, che a me non piacciono le reticenze.» «Non posso non avere reticenze» disse bruscamente Murph. «Sappiate, signore, che se mi abbasso sino a essere familiare con
voi, lo faccio perché voi vi innalziate fino a essere franco con me.» Impossibile descrivere l’espressione di somma alterigia che
ebbe Rodolphe nel pronunciare queste parole.
«Mio signore, ho cinquant’anni, sono gentiluomo; non dovete
parlarmi in questa maniera.» «Tacete!»
«Mio signore!»
«Tacete!»
«Mio signore, non è bello costringere un uomo di cuore a ram-
mentarvi i servigi resi.»
«I tuoi servigi? non te li pago in tutti i modi forse?»
Si deve dire che Rodolphe non aveva dato a queste crudeli e
umilianti parole un significato tale da far passare Murph per un mercenario; purtroppo questi le interpretò in tale maniera. Diventò rosso dalla vergogna, si portò alla fronte spaziosa i pugni stretti in atto di dolorosa indignazione; poi, al vedere il volto di Rodolphe contratto, alterato dalla selvaggia e violenta collera, cambiò improvvisamente, represse un sospiro, guardò il giovane con pietosa commiserazione e gli disse con voce commossa:
«Ritornate in voi, mio signore; non siate irragionevole.»
Queste parole esasperarono l’irritazione di Rodolphe; nello sguardo gli passò un lampo feroce; le labbra gli si sbiancarono e subito gridò, avanzando verso Murph con gesto minaccioso:
«Osi ancora!...»
Murph si trasse indietro rispondendo con impeto quasi suo malgrado:
«Mio signore, mio signore, RICORDATEVI DEL 13 GENNAIO!»
Questa frase produsse un effetto magico su Rodolphe. Il viso, contratto dalla collera, gli si ricompose.
Fissò in volto Murph, abbassò la testa; poi, dopo un momento di silenzio, mormorò con voce alterata:
«Ah mio signore, come siete crudele... eppure io credevo!... e anche voi!... voi!...»
Rodolphe non poté continuare perché la voce gli si spense; si lasciò cadere su una panchina e si prese la testa fra le mani.
«Mio signore» disse Murph addolorato, «mio buon signore, perdonatemi, perdonate al vostro vecchio e fedele Murph! Ho parlato così solo perché ci sono stato spinto e perché, ahimè, temevo, non per me ma per voi, le conseguenze del vostro sdegno... non l’ho fatto per cattiveria o per muovervi rimprovero, l’ho fatto un po’ mio malgrado e un po’ per compassione. Mio signore, ho avuto torto a essere suscettibile... Dio mio! chi può conoscere il vostro carattere se non io, io che non vi ho mai abbandonato da quando eravate bambino! Di grazia, dite che mi perdonate d’avervi rammentato quel giorno funesto.»
Rodolphe alzò la testa; era pallidissimo. Poi con tono dolce e triste disse al compagno:
«Basta, basta, vecchio amico, ti ringrazio d’avere stroncato con una parola il mio sdegno funesto; io non ti chiedo scusa, io, delle atrocità che t’ho detto; sai bene però che tra il cuore e le labbra ci corre molto, come dice la brava gente da noi. Sono stato pazzo, non parliamone più.»
«Ahimè, ecco adesso sarete triste per molto tempo... Come sono infelice!... Io non desidero altro che potervi distogliere dai vostri cupi pensieri e invece, con la mia sciocca suscettibilità, vi faccio ripiombare dentro. Maledizione! a che cosa serve essere onesto e avere i capelli grigi se non a sopportare con pazienza i rimproveri che non si meritano!»
«Ma no» proseguì Murph, con uno slancio che sapeva di comico perché contrastava con la sua flemma abituale, «ma no, ho assolutamente bisogno di sentirmi lodare giorno per giorno, di sentirmi dire: Signor Murph, siete il modello dei servitori; signor Murph, non c’è fedeltà eguale alla vostra; signor Murph, siete un uomo meraviglioso; signor Murph! diavolo, accidenti! oh, oh! com’è bello, il signor Murph! bravo Murph!!! Su, vecchio pappagallo, fatti grattare un po’ la testa grigia!!!»
Poi, ricordandosi delle affettuose parole che Rodolphe gli aveva detto all’inizio della conversazione, si lasciò prendere da un nuovo slancio di ridicola esagerazione:
«Ma lui mi aveva chiamato buono, vecchio, fedele Murph!... E io che mi comporto come un cafone per una facezia non intenzionale! alla mia età... Maledizione!... c’è da strapparsi i capelli».
E il bravo gentiluomo si portò le mani alle tempie.
Quando Murph diceva queste parole e faceva questo gesto, voleva dire che egli aveva toccato l’apice della disperazione. Per sfortuna o per fortuna sua, Murph era quasi completamente calvo, cosa che rendeva innocuo questo suo attacco alla capigliatura e con suo grande e sentito dispiacere; perché quando il bravo gentiluomo accompagnava le parole col gesto, cioè quando, nervoso, posava le dita sulla testa calva, superficie lucida e levigata come una lastra di marmo, ci restava male, si vergognava della presunzione avuta e finiva col considerarsi un millantatore, un fanfarone. Per allontanare ogni sospetto di furfanteria da Murph va detto subito che egli aveva posseduto la più folta, la più bionda capigliatura che mai avesse ornato testa di gentiluomo dello Yorkshire.
Di solito Rodolphe si divertiva a notare il disappunto che veniva a Murph dai capelli; ma questa volta egli era preso da gravi e dolorosi pensieri. Ciononostante, per non acuire il dispiacere del compagno, gli sorrise con dolcezza e gli disse:
«Ascoltami, buon Murph: prima hai mostrato di lodare senza riserve il bene che ho fatto alla signora Georges...»
«Mio signore...»
«E di stupirti del mio interessamento per quella povera ragazza perduta.»
«Mio signore, di grazia... Ho avuto torto... ho avuto torto...»
«No... Ti capisco, le apparenze hanno potuto ingannarti... Ma, siccome tu sai tutto quello che faccio... siccome con tanta fedeltà come con tanto coraggio mi aiuti nel compito che mi sono proposto... è mio dovere, o se preferisci, è mio dovere per riconoscenza verso di te, dimostrarti che non mi comporto alla leggera...»
«Lo so, signore.»
«Tu conosci le mie idee a proposito del bene che l’uomo può fare. Soccorrere gli infelici meritevoli che si lamentano, è bene. Interessarsi a coloro che lottano con dignità, con energia e venire loro in aiuto, qualche volta a loro insaputa... prevenire in tempo la miseria o la tentazione che conducono al delitto... è meglio. Riabilitare ai loro propri occhi, rendere del tutto onesti e buoni coloro che hanno conservato intatto un qualche nobile sentimento in mezzo al disprezzo da cui sono bollati, alla miseria da cui sono divorati, alla corruzione da cui sono circondati, e per fare questo affrontare prima se stessi e poi il contatto con quella miseria, con quella corruzione, con quel fango... è meglio ancora. Perseguitare con odio feroce, con implacabili vendette il vizio, l’infamia, il delitto, che striscino nel fango o che troneggino sulle sete, è un
atto di giustizia... Ma soccorrere ciecamente una miseria meritata, ma degradare la carità e la pietà, ma prostituire questi puri e spirituali conforti della mia anima ferita... prostituirli per esseri indegni, infami, sarebbe orribile, un’empietà, un sacrilegio. Sarebbe come far dubitare di Dio. Invece colui che fa la carità deve far credere in Dio.»
«Mio signore, non volevo dire che voi avevate mal collocato i vostri benefici.»
«Ancora una parola, vecchio amico. La signora Georges e la povera ragazza che le ho affidato sono partite da due punti opposti per precipitare nella stessa voragine... la disgrazia. Una, felice, ricca, ammirata, onorata, colma di ogni virtù, ha visto la sua esistenza infamata, infranta, annientata da uno scellerato ipocrita a cui i ciechi genitori l’avevano data in sposa... Lo dico con gioia, senza di me l’infelice sarebbe morta nella miseria e nel bisogno; perché, per la vergogna, non aveva il coraggio di rivolgersi a nessuno.»
«Ah, mio signore, quando siamo arrivati in quella soffitta, che squallida miseria! era terribile... terribile!... e quando dopo la lunga malattia, s’è, per così dire, svegliata qui, in questa casa così calma, che sorpresa! quanta riconoscenza! Avete ragione, mio signore, il veder soccorrere tali infelici ci fa credere in Dio.»
«E soccorrerli vuol dire onorare Dio; lo riconosco, niente è più celestiale della virtù serena e meditata, niente è più rispettabile di una donna come la signora Georges che, allevata da una buona e santa madre nell’intelligente osservanza di tutti i doveri, non ne ha mai trascurato nessuno... nessuno! e ha affrontato con coraggio le prove più terribili. Ma anche trarre dal fango una di quelle rare creature con cui Dio si è compiaciuto di essere generoso non vuol forse dire onorarlo in ciò che ha di più divino? Non merita anche lei pietà, aiuto, rispetto... sì, rispetto, l’infelice fanciulla che, abbandonata al suo solo istinto, che, torturata, imprigionata, vilipesa, insozzata, ha santamente conservato in fondo al proprio cuore i sacri germogli che Dio le aveva dato? Se tu l’avessi sentita, quella povera creatura... alla prima parola benevola che le ho detto, alla prima parola buona e amica che s’è sentita dire, come i più begli impulsi, i gusti più puri, i pensieri più delicati, più poetici si sono destati in massa nella sua anima innocente, come in primavera i mille fiori selvatici dei prati si aprono alla più pallida spina di sole... senza saperlo! Nel dialogo di un’ora col povero operaio che ero io, ho scoperto in Fleur-de-Marie tesori di bontà, di grazia, di saggezza, sì, di saggezza, vecchio Murph. Un sorriso
m’è venuto alle labbra, una lacrima sul ciglio degli occhi, quando, con il suo grazioso parlare, m’ha dimostrato che, per essere fuori dal bisogno e dalle tentazioni, dovevo risparmiare quaranta soldi al giorno. Povera piccola, com’era seria e compresa quando me l’ha detto! provava una soddisfazione così deliziosa nel darmi un buon consiglio, una gioia così dolce a sentirmi dire che l’avrei seguito!... Ero commosso... oh, commosso fino alle lacrime, te l’ho già detto... E mi si accusa d’essere indifferente, duro, inflessibile... oh, no, no, grazie a Dio! qualche volta sento ancora il cuore battermi ardente e generoso... Ma anche tu, vecchio amico, ti sei intenerito... Via, Fleur-de-Marie non sarà gelosa della signora Georges, tu ti interesserai anche della sua sorte.»
«Sì, mio signore... il particolare di farvi risparmiare quaranta soldi al giorno... credendovi un operaio... invece di spingervi a spendere per lei... questo particolare mi commuove più di quanto forse avrebbe dovuto.»
«E quando penso che questa ragazza ha una madre ricca, onorata, dicono, che l’ha malvagiamente abbandonata... Oh, se è vero... lo saprò, spero... e ti dirò come. Oh, se è vero! guai... guai a quella donna! dovrà subire un’espiazione terribile... Murph, Murph... non mi sono mai sentito acceso da un odio così implacabile come quando ho pensato a quella donna che non conosco. Tu lo sai, Murph... lo sai... certe vendette mi sono molto care... certe sofferenze preziosissime... sono assetatissimo di certe lacrime!»
«Ahimè, mio signore» disse Murph colpito dall’espressione d’infernale cattiveria che si disegnava sul volto di Rodolphe mentre diceva queste parole, «lo so, quelli che meritano aiuto e compassione hanno spesso detto di voi: “È proprio un angelo!”. Quelli che meritano disprezzo e odio hanno gridato, maledicendovi, nella loro disperazione: “È proprio il demonio!»
«Taci, ecco la signora Georges e Marie... Fai preparare ogni cosa per la nostra partenza; dobbiamo essere a Parigi di buon’ora.»
XIV L’ADDIO
Marie (ormai daremo questo nome alla Goualeuse), grazie alle cure della signora Georges, non era più riconoscibile.
Una bella cuffia tonda alla campagnola e due folte bande di capelli biondi incorniciavano il virgineo volto della fanciulla. Un ampio scialletto di mussolina bianca le s’incrociava sul petto e
spariva per metà sotto la pettorina a quadri di un grembiulino di taffetà cangiante, i cui riflessi blu e rosa brillavano sul fondo scuro di un vestito marrone che sembrava essere stato fatto appositamente per Marie.
Il volto era profondamente raccolto; certe felicità gettano lo spirito in un’indicibile tristezza, in una santa malinconia.
Rodolphe non si sorprese della gravità di Marie, se la aspettava. Se fosse stata allegra ed espansiva, egli se ne sarebbe fatto un’idea meno alta.
Rodolphe, dimostrando così un grandissimo tatto, non le fece nessun complimento anche se la bellezza di Marie splendeva del più puro fulgore.
Egli sentiva che c’era qualcosa di solenne, di augusto nel riscatto di un’anima strappata al peccato.
Sul volto serio e rassegnato della signora Georges si vedevano i segni di diuturne sofferenze e di profondi dolori; essa guardava Marie con un affetto e con una compassione quasi materni, talmente riuscivano simpatiche la grazia e la dolcezza della fanciulla.
«Ecco la mia figliola... che viene a ringraziarvi della vostra bontà, signor Rodolphe» disse la signora Georges presentando Marie a Rodolphe.
Alla parola «mia figliola», la Goualeuse volse lentamente i grandi occhi verso la sua protettrice e la contemplò per qualche istante con una espressione d’inesprimibile riconoscenza.
«Cara signora Georges, vi ringrazio per Marie; è degna delle vostre tenere cure... e le meriterà sempre.»
«Signor Rodolphe» disse Marie con voce tremante, «voi capite... vero, se non trovo niente da dirvi?»
«La vostra emozione mi dice tutto, Marie...»
«Oh, sa che è soprannaturale la felicità che le è toccata» disse la signora Georges, intenerita. «Il suo primo impulso, entrando nella mia stanza, è stato quello di buttarsi in ginocchio davanti al crocefisso.»
«Perché ora, signor Rodolphe, grazie a voi... non ho paura di pregare...» disse Marie guardando l’amico.
Murph si girò subito di scatto: la flemma d’inglese, la dignità di gentiluomo non gli permettevano di lasciar vedere come fosse toccato dalle semplici parole di Marie.
Rodolphe disse alla fanciulla:
«Figliola, avrei da parlare con la signora Georges... Il mio amico Murph vi condurrà a visitare la fattoria... e vi farà fare co-
noscenza con i vostri futuri protetti... noi vi raggiungeremo fra poco... Ebbene, Murph... Murph, mi senti?»
Il buon gentiluomo stava ancora con le spalle girate e fingeva di soffiarsi il naso con un rumore, con un fragore enormi; si rimise il fazzoletto in tasca, si calò il cappello sugli occhi e si girò quel tanto che gli permettesse di offrire il braccio a Marie.
Murph aveva manovrato così abilmente che né Rodolphe né la signora Georges poterono vederlo in volto. Presa sotto braccio la ragazza, si diresse rapidamente verso il fabbricato della fattoria, camminando così in fretta che, per stargli dietro, la Goualeuse dovette correre, come da bambina correva dietro alla Chouette.
«Ebbene, signora Georges, cosa pensate di Marie?» chiese Rodolphe.
«Signor Rodolphe, ve l’ho detto: appena entrata nella mia stanza... visto il crocefisso, è corsa a mettersi in ginocchio... È impossibile dirvi quanto c’era di spontaneo, di istintivamente religioso in quel movimento. Ho capito all’istante che la sua anima non si era degradata. E poi, signor Rodolphe, la sua riconoscenza per voi non ha niente di esagerato, di enfatico; anzi è molto sincera. Ancora qualcosa che vi dimostrerà come è forte in lei l’istinto religioso; le ho detto: “Sarete rimasta stupita, contenta quando Rodolphe vi ha annunciato che sareste restata qui ormai... Chissà che grande impressione ne avrete avuto!”. “Oh, sì” m’ha risposto; “quando il signor Rodolphe me l’ha detto, non so che cosa mi sia improvvisamente successo; ma ho provato quella beata felicità, quel sacro rispetto che avevo quando entravo in una chiesa... quando potevo entrarci” ha aggiunto, “perché, signora, dovete sapere...”. Non l’ho fatta finire perché l’avevo vista arrossire di vergogna. “So, figlia mia... e vi chiamerò sempre figlia... se volete... so che avete sofferto molto: ma Dio benedice coloro che lo amano e coloro che lo temono... quelli che sono stati infelici e quelli che si pentono...”»
«Bene, cara signora Georges, sono doppiamente contento di ciò che ho fatto. Vi occuperete della povera ragazza... Non avete che da seminare per raccogliere; avete indovinato, una natura eccellente.»
«Inoltre, signor Rodolphe, m’ha colpito il fatto che non abbia chiesto nessuna informazione sul conto vostro benché la sua curiosità debba essere stata molto stuzzicata. Impressionata da questo riserbo pieno di delicatezza, ho voluto sapere se ne fosse cosciente. Le ho detto; “Sarete molto curiosa di sapere chi sia il vostro misterioso benefattore”. “Lo so” mi rispose con incantevole candore, “si chiama mio benefattore.”»
«Così, le vorrete bene, allora? Santissima donna, la sua compagnia vi sarà dolce... Almeno occuperà il vostro cuore...»
«Sì, mi occuperò di lei come mi sarei occupata di lui» rispose la signora Georges con voce straziata.
Rodolphe le prese una mano.
«Forza, forza, non vi scoraggiate ancora... Se le nostre ricerche sono state finora inutili, chi sa che un giorno...»
La signora Georges scosse tristemente la testa e disse con amarezza:
«Il mio povero figlio avrebbe vent’anni adesso...»
«Dite pure che ha vent’anni.»
«Che Dio vi ascolti e vi esaudisca, signor Rodolphe!»
«Mi esaudirà... lo spero... Ieri ero andato (ma inutilmente) in
cerca di un certo furfante soprannominato Bras-Rouge che poteva forse, m’era stato detto, darmi informazioni su vostro figlio. Uscendo dalla casa di Bras-Rouge, dopo una rissa, ho incontrato questa povera ragazza...»
«Ahimè! meglio così!... l’ottima risoluzione che avevate preso per me vi ha messo almeno sulla pista di una nuova disgrazia, signor Rodolphe.»
«Da molto tempo d’altronde avevo intenzione di esplorare un po’ queste classi di miserabili... quasi sicuro che c’era ancora qualche anima da togliere al vecchio Satana che mi diverto spesso ad avversare» aggiunse Rodolphe sorridendo «e a cui di tanto in tanto strappo di bocca i bocconi migliori.» Poi riprese con tono più serio: «Da Rochefort non avete alcuna notizia?»
«Nessuna» rispose la signora Georges a bassa voce e con un sussulto.
«Meglio così! quel mostro avrà trovato la morte tra i banchi di melme mentre cercava di evadere. I suoi connotati sono abbastanza diffusi; dal momento che sono state... fatte tutte le ricerche possibili per scoprirlo dev’essere un criminale molto pericoloso; e da sei mesi circa è uscito dall’erg...»
Al momento di pronunciare l’orribile parola Rodolphe si fermò.
«Dall’ergastolo! oh, ditelo... dall’ergastolo!» esclamò la povera donna inorridita con voce quasi rotta. «Il padre di mio figlio!... Ah, se lo sventurato ragazzo vive ancora... se, come me, non ha cambiato nome, che vergogna!... che vergogna! E questo non è niente ancora... Suo padre forse ha mantenuto la promessa terribile. Ah, signor Rodolphe, perdonatemi; ma, nonostante i vostri benefici, io sono ancora tanto infelice!»
«Calmatevi, mia cara.»
«Alle volte sono presa da terribili spaventi. Immagino che mio marito sia fuggito senza danno da Rochefort; che mi cerchi per uccidermi come forse ha già fatto col nostro bambino. Ma insomma, che ne ha fatto di lui? che ne ha fatto di lui?»
«In questo mistero la mia mente è come nelle tenebre della morte» disse Rodolphe soprappensiero. «A quale scopo questo miserabile ha portato via vostro figlio, quando, quindici anni fa, come m’avete detto, ha tentato di passare in un Paese straniero? Un bambino di quell’età non poteva che rendergli difficile la fuga.»
«Ahimè, signor Rodolphe, quando mio marito» (la sventurata rabbrividì nel pronunciare quella parola), «fermato alla frontiera, è stato ricondotto a Parigi e gettato nella prigione in cui, con un permesso, ho potuto vederlo m’ha detto queste terribili parole: “T’ho portato via il figlio perché tu gli vuoi bene e perché così ho un modo per costringerti a mandarmi denaro di cui godrà o non godrà... dipende da me. Che viva o che muoia poco t’importa; ma se vivrà, sarà in buone mani: berrai l’onta del figlio come hai bevuto quella del padre”. Ahimè! un mese dopo, mio marito era condannato ai lavori forzati a vita. Dopo le istanze, le preghiere di cui erano piene le mie lettere, tutto è stato inutile; non ho potuto sapere niente sulla sorte del bambino... Ah, signor Rodolphe, dov’è ora mio figlio? Mi ritornano sempre alla mente le terribili parole: “Berrai l’onta del figlio come hai bevuto quella del padre!”.»
«Ma sarebbe stata un’atrocità incomprensibile; perché rovinare, corrompere il povero bambino? perché soprattutto portarlo via?»
«Ve l’ho detto, signor Rodolphe, per costringermi a mandargli denaro; benché mi avesse spremuta, mi restavano ancora alla fine poche risorse che andarono perdute così. Nonostante la sua scelleratezza, non potevo credere che egli non adoperasse almeno una parte di tale somma per fare allevare lo sventurato bambino.»
«Ma vostro figlio non aveva qualche segno, qualche indizio che lo potesse far riconoscere?»
«Nessuno se non quello di cui vi ho parlato, signor Rodolphe: una medaglietta di lapislazzuli attaccata a una catenina d’argento che portava al collo. Questa reliquia, benedetta dal Santo Padre, era di mia madre; lei l’aveva portata da piccola e la venerava molto. L’avevo portata anch’io; l’avevo messa al collo di mio figlio! Ahimè! come talismano ha perduto il suo potere.»
«Chi sa, povera madre? Dio è onnipotente.»
«La Provvidenza mi ha messo sulla vostra strada, signor Rodolphe.»
«Troppo tardi, buona signora Georges, troppo tardi. Forse vi avrei risparmiato i dolori di tanti anni.»
«Ah, signor Rodolphe, m’avete fatto tanto bene voi.»
«E come? Ho comperato la fattoria. Nel tempo in cui stavate bene, voi facevate abilmente valere la vostra roba; avete consentito a farmi da amministratore; grazie alle vostre cure preziose, alla vostra intelligente attività, la fattoria mi rende...»
«Vi rende, signore?» disse la signora Georges interrompendo Rodolphe; «non sono forse io a pagare il fitto del buon parroco Laporte? e tale somma non è forse distribuita da lui, per vostro ordine, in elemosine?»
«Ebbene, è una cosa bellissima. Ma, avete fatto avvertire il buon parroco del mio arrivo, vero? Ci tengo a raccomandargli la mia protetta. Ha ricevuto la mia lettera?»
«Il signor Murph gliel’ha portata subito stamattina.»
«Nella lettera raccontavo brevemente al buon parroco la storia della povera ragazza. Non ero sicuro di poter venire quest’oggi; in tal caso sarebbe stato Murph ad accompagnare qui Marie.»
Un garzone di fattoria interruppe la conversazione che si svolgeva in giardino.
«Signore, il signor parroco vi aspetta.»
«Ragazzo, sono arrivati i cavalli di posta?» chiese Rodolphe. «Sì, signor Rodolphe; stanno cambiandoli.»
E il garzone se n’andò.
La signora Georges, il parroco e la gente della fattoria cono-
scevano il protettore di Fleur-de-Marie solo col nome di signor Rodolphe.
La discrezione di Murph era straordinaria; come nei discorsi a quattr’occhi con Rodolphe vedeva il momento opportuno per chiamarlo mio signore, così in presenza di estranei aveva cura di chiamarlo sempre solo signor Rodolphe.
«Mi sono dimenticato di avvertirvi, cara signora Georges» disse Rodolphe dirigendosi verso la casa, «che Marie è, mi pare, ammalata di petto; le privazioni, la miseria le hanno intaccato la salute. Stamattina, visto alla luce del giorno, il suo pallore mi ha colpito, nonostante le sue guance fossero di rosa vivo; anche i suoi occhi m’è sembrato avessero qualche luccichio febbrile. Avrà bisogno di molte cure.»
«Contate su di me, signor Rodolphe. Ma, grazie a Dio, non c’è niente di grave. A quell’età, in campagna... all’aria pura, con un po’ di riposo, di tranquillità, si rimetterà presto.»
«Me lo auguro; ma non importa: non mi fido dei vostri medici di campagna... dirò a Murph di condurre qui un dottore esperto, lui ci indicherà la cura migliore da seguire. Devo ricevere spesso notizie di Marie. Fra qualche tempo, quando sarà ben riposata e ben tranquilla, penseremo anche al suo avvenire. Forse sarebbe meglio per lei restare sempre con voi... se il suo carattere e la sua condotta non vi dispiaceranno.»
«Sarebbe mio desiderio, signor Rodolphe; ella prenderebbe il posto di quel figlio che piango tutti i giorni.»
Mentre Rodolphe e la signora Georges s’avvicinavano alla fattoria, Murph e Marie giungevano da un’altra parte.
Marie era un po’ accaldata dalla passeggiata.
Rodolphe fece notare alla signora Georges la colorazione degli zigomi della fanciulla, colori vivi, circoscritti, che staccavano decisamente sul biancore delicato del suo colorito.
Il buon gentiluomo lasciò il braccio della Goualeuse e, un po’ confuso, disse a Rodolphe in un orecchio:
«Questa ragazza mi ha stregato; adesso non so più chi m’interessi di più fra lei e la signora Georges. Sono stato una bestia selvatica e feroce.»
«Non ti strapperai i capelli per questo, vecchio Murph» disse Rodolphe sorridendo e stringendogli la mano.
La signora Georges, appoggiatasi al braccio di Marie, entrò nel salottino a pianterreno dove aspettava il parroco Laporte.
Murph andò a controllare i preparativi per la partenza.
La signora Georges, Marie, Rodolphe e il parroco restarono soli.
Semplice, ma molto confortevole, il salottino era tutto tappezzato e arredato con tela di calicò, come il resto della casa, tale e quale, d’altronde, era stata descritta da Rodolphe alla Goualeuse.
Un grosso tappeto copriva il pavimento, un bel fuoco ardeva nel focolare e due enormi mazzi di margherite diffondevano nella stanza, da due vasi di cristallo, una leggera fragranza.
Attraverso le persiane chiuse per metà, si vedevano il prato, il ruscello e al di là la collinetta piantata a castagni.
Il parroco Laporte, seduto vicino al caminetto, aveva ottant’anni passati; da subito dopo la rivoluzione, aveva cura di quella povera parrocchia.
Niente si poteva trovare di più venerabile, di più dolcemente imponente del suo volto senile, scavato e un po’ sofferente, incorniciato da lunghi capelli bianchi che gli cadevano sul collo della veste rattoppata in più di un punto; perché il curato preferiva, diceva,
vestire due o tre bambini di roba che li riparasse dal freddo, anziché fare il damerino, cioè portare le vesti meno di due o tre anni.
Il buon parroco era così vecchio, così vecchio che le mani gli tremavano sempre; c’era qualcosa di commovente in quel movimento: tanto che, quando durante una discussione le alzava, si sarebbe pensato che stesse benedicendo.
Rodolphe osservava Marie con attenzione.
Se non l’avesse conosciuta così bene o meglio se non l’avesse capita così bene, si sarebbe forse stupito di vederla avvicinarsi al parroco con una certa qual serena devozione.
La stupenda religiosità istintiva di Marie gli diceva che il peccato finisce là dove cominciano il pentimento e l’espiazione.
«Signor parroco» disse rispettosamente Rodolphe «la signora Georges acconsente volentieri a prendersi cura di questa fanciulla per cui invoco la vostra bontà.»
«Ne ha diritto, signore, come tutti quelli che vengono a noi. La clemenza di Dio è infinita, cara figliola... ve l’ha dimostrato col non abbandonarvi... nelle dolorosissime prove... So tutto.» E prese fra le sue sante mani tremanti la mano di Marie. «L’uomo generoso che v’ha salvata ha realizzato la parola della Scrittura: Il Signore è vicino a quelli che l’invocano; compirà i desideri di quelli che lo temono; ascolterà le loro grida e li salverà. Ora, guadagnatevi la sua misericordia con la vostra condotta; mi troverete sempre pronto a incoraggiarvi e a sostenervi... nella dritta via in cui siete entrata. Avrete nella signora Georges un esempio quotidiano, in me un consigliere vigilante. Il Signore compirà l’opera.»
«E io, padre, lo pregherò per quelli che hanno avuto pietà di me e che mi hanno ricondotta a lui» disse la Goualeuse.
E si lasciò cadere in ginocchio davanti al prete.
L’emozione, grandissima, era soffocata dai singhiozzi. La signora Georges, Rodolphe, il parroco... erano profondamente toccati.
«Alzatevi, buona figliola» disse il parroco, «presto otterrete... l’assoluzione dei grandi errori di cui voi siete stata vittima più che colpevole; perché, per parlare ancora col profeta: Il Signore sorregge quelli che stanno per cadere e rialza tutti quelli che sono oppressi.»
«Addio, Marie» le disse Rodolphe porgendole una crocetta d’oro, detta alla Jeannette, attaccata a un nastro di velluto nero. Poi aggiunse: «Conservate questa crocetta in mio ricordo; vi ho fatto incidere, questa mattina, la data della vostra liberazione... della vostra redenzione. Tornerò presto a trovarvi.»
Marie portò la croce alle labbra.
In quel momento Murph aprì la porta del salotto.
«Signor Rodolphe, la carrozza è pronta.»
«Addio, padre. Addio, buona signora Georges... Vi raccoman-
do vostra figlia. Addio anche a voi, Marie.»
Il venerando prete, appoggiato al braccio della signora
Georges e della Goualeuse, che facevano da bastone ai suoi passi vacillanti, uscì dal salotto per veder partire Rodolphe. Gli ultimi raggi del sole cadevano tiepidi sul triste e pietoso gruppo.
Un vecchio prete, incarnazione della carità, del perdono, della speranza eterna.
Una donna, provata da tutti i dolori che possono capitare a una sposa, a una madre.
Una fanciulla, uscita allora dall’infanzia e che la miseria e l’infame ossessione del delitto avevano spinto giù per la china del vizio.
Rodolphe salì in carrozza; Murph gli si sedette a fianco. I cavalli partirono al galoppo.
XV L’APPUNTAMENTO
Il giorno dopo avere affidato la Goualeuse alle cure della signora Georges, Rodolphe, sempre vestito da operaio, si trovava a mezzogiorno in punto sulla porta della taverna del Panier Fleuri, situato nei pressi della barriera di Bercy.
La sera prima, alle dieci, lo Chourineur s’era fatto trovare puntuale all’appuntamento che gli aveva dato Rodolphe. Vedremo dal seguito del racconto quale fu il risultato di quell’appuntamento.
Era dunque mezzogiorno. Pioveva a dirotto. La Senna, gonfiata da piogge quasi continue, era notevolmente cresciuta e inondava parte della banchina.
Di tanto in tanto Rodolphe guardava con impazienza in direzione della barriera di Bercy; finalmente vide spuntare lontano un ombrello con sotto un uomo e una donna in cui riconobbe il Maître d’école e la Chouette.
I due personaggi erano completamente trasformati: il brigante aveva lasciato a casa i brutti vestiti e quella sua aria feroce di bruto; portava una lunga prefettizia di castorino verde e un cappello rotondo; aveva una cravatta e una camicia bianchissime. Se non fosse stato per l’orrenda faccia mutilata e il fulvo balenare
dello sguardo sempre ardente e mobile, l’incedere regolare e sicuro avrebbe indotto a prendere il nostro uomo per un pacifico borghese.
La guercia, vestita a festa anche lei, portava una cuffia bianca, un grande scialle di borra di seta, a disegno cachemire, e aveva in mano una larga sporta.
Intanto aveva smesso di piovere; Rodolphe, passato il primo momento di repulsione, andò incontro all’infame coppia.
Il Maître d’école aveva sostituito il gergo della bettola con un linguaggio quasi ricercato che faceva un effetto tanto più disgustoso in quanto, rivelando una certa istruzione, faceva contrasto con quelle sue scelleratezze di sanguinario.
Quando Rodolphe fu vicino, il Maître d’école lo salutò profondamente; la Chouette fece una riverenza.
«Signore... vostro servo umilissimo...» disse il Maître. «I miei omaggi, e un grandissimo piacere di fare... o meglio di rifare la vostra conoscenza... giacché l’altro ieri mi avete fatto la grazia di regalarmi due pugni che avrebbero ammazzato un rinoceronte. Ma non è il momento di parlare di ciò: è stato uno scherzo da parte vostra, ne sono sicuro... un semplice scherzo. Non pensiamoci più... grossi interessi ci affratellano. Ieri sera, alle undici, ho visto, alla bettola, lo Chourineur; gli ho dato appuntamento per stamattina in questo posto, nel caso che avesse voluto collaborare con noi; ma pare che non ne voglia sapere.»
«Voi accettate, allora!»
«Se voi voleste, signor... Il vostro nome?»
«Rodolphe.»
«Signor Rodolphe... si potrebbe entrare al Panier Fleuri... né
io né la signora abbiamo ancora pranzato... Potremmo parlare dei nostri affarucci mettendo qualcosa sotto i denti.»
«Volentieri.»
«Possiamo parlare anche camminando.»
«Non per voler far rimproveri, ma voi e lo Chourineur dove-
te un risarcimento a me e a mia moglie... Ci avete fatto perdere più di duemila franchi. La Chouette aveva un appuntamento nei pressi di Saint-Ouen con un signore alto, vestito a lutto, che l’altra sera era venuto a cercarvi alla bettola; ci aveva promesso duemila franchi se vi facevamo qualcosa... Lo Chourineur mi ha un po’ spiegato come stavano le cose... Ma, a proposito, Finette» disse il brigante «va’ al Panier Fleuri a cercare un posto appartato e a ordinare il pranzo: costolette, un pezzo di vitello, insalata e due ottime bottiglie di Beaune: ti raggiungeremo fra poco.»
La Chouette, che non aveva staccato un solo momento gli occhi da Rodolphe, se ne andò, dopo aver scambiato un’occhiata con il Maître. Questi riprese:
«Vi dicevo dunque, signor Rodolphe, che lo Chourineur mi aveva istruito di quella proposta di duemila franchi.»
«Che cosa significa istruire?»
«È vero... questo linguaggio è un po’ dotto per voi; volevo dire che lo Chourineur, grosso modo, mi aveva informato di ciò che l’uomo in lutto voleva si facesse a voi, dietro compenso dei duemila franchi.»
«Bene, bene...»
«Non tanto, giovanotto; perché lo Chourineur, incontrata la Chouette nei pressi di Saint-Ouen, non l’ha lasciata un minuto, non appena ha visto arrivare l’uomo in lutto; cosicché questi non ha osato avvicinarsi. Così, sono duemila franchi che dovete farci riguadagnare, senza contare i cinquecento franchi del portafogli che dovevamo rendere, ma che però non avremmo restituito, perché, dopo averli esaminati, i documenti ci sono sembrati valere molto di più di cinquecento franchi.»
«Allora ci sono dentro cose di grande valore?»
«Ci sono documenti che mi sono parsi molto interessanti, benché i più siano scritti in inglese; e li ho qua» disse il brigante battendo la mano sulla tasca laterale della prefettizia.
Rodolphe fu contentissimo di sapere che il Maestro aveva ancora i documenti presi la sera precedente a Tom; quei documenti erano per lui di somma importanza. Le istruzioni date allo Chourineur non avevano avuto altro scopo che di impedire a Tom di avvicinarsi alla Chouette; il brigante allora avrebbe tenuto il portafogli, e Rodolphe sperava così di venirne in possesso.
«Queste carte saranno come il cacio davanti al topo; giacché ho trovato l’indirizzo del signore in lutto, e, in un modo o nell’altro, lo rivedrò.»
«Se volete, possiamo combinare l’affare; se il nostro colpo riesce, vi compero i documenti, io conosco quell’uomo; poi servono più a me che a voi.»
«Vedremo... ma ritorniamo pure a bomba.»
«Ordunque, avevo proposto un bellissimo affare allo Chourineur; sul principio ha accettato, ma poi si è ricreduto.»
«Ha sempre avuto strane idee...»
«Ma rifiutando, m’ha osservato...»
«Vi ha fatto osservare...»
«Accidenti... sapete tutto sulla grammatica.»
«Sono maestro di scuola.»
«Mi ha fatto osservare che se lui non mangiava pane rosso, non voleva per questo impedire agli altri di assaggiarlo; e che voi avreste potuto darmi una mano.»
«E potrei sapere, se non sono indiscreto, perché ieri mattina avete dato appuntamento allo Chourineur proprio a Saint-Ouen, procurandogli l’occasione di incontrare la Chouette? Era un po’ imbarazzato quando gli ho chiesto spiegazioni a questo proposito.»
Rodolphe si morse impercettibilmente le labbra, e rispose alzando le spalle:
«Lo credo bene, gli avevo detto le cose solo per metà... capirete... non sapendo se era proprio deciso.»
«Era più prudente...»
«Tanto più prudente in quanto avevo il piede in due staffe.» «Bah!»
«Certo.»
«Siete un uomo pieno di preoccupazioni... Avevate dunque
dato appuntamento allo Chourineur a Saint-Ouen per...» Rodolphe, dopo un momento di esitazione, ebbe la fortuna di trovare una storia così verosimile da coprire la balordaggine dello
Chourineur; quindi riprese:
«Ecco l’affare... Vi propongo un ottimo colpo, perché il pa-
drone della casa in questione è in campagna... tutta la mia paura è che ritorni. Per essere sicuro, mi dico: c’è una sola cosa da fare...» «Assicurarvi che il detto signore fosse veramente in campagna.» «Esatto... Parto allora per Pierrefitte dove ho una casa di cam-
pagna... ho mia cugina che è domestica lì... capite!» «Perfettamente giovanotto. Ebbene?»
«Mia cugina mi ha detto che il padrone sarebbe ritornato a Pa-
rigi soltanto dopodomani...»
«Dopodomani?»
«Sì.»
«Benissimo. Ma ritornando alla mia domanda di prima... per-
ché dare appuntamento allo Chourineur a Saint-Ouen?»
«Non siete intelligente... Quanto c’è da Pierrefitte a Saint-
Ouen?»
«Una lega circa.»
«E da Saint-Ouen a Parigi?»
«Altrettanto.»
«Ebbene? Se non avessi trovato nessuno a Pierrefitte, cioè se
la casa fosse stata deserta... anche lì c’era un bel colpo da fare...
meno bello che a Parigi, ma passabile. Andavo a Saint-Ouen a prendere lo Chourineur che mi aspettava. Ritornavamo a Pierrefitte per una scorciatoia che conosco; e...»
«Capisco. Se, invece, il colpo era per Parigi?...»
«Raggiungevamo la barriera dell’Étoile passando per la strada della Révolte e di lì all’allée des Veuves...»
«Non c’è che un passo... è semplicissimo... A Saint-Ouen eravate a cavallo tra le due operazioni... il piano era molto ingegnoso. Adesso mi spiego la presenza dello Chourineur a Saint-Ouen... Dicevamo dunque che nella casa dell’allée des Veuves non ci sarà nessuno fino a dopodomani...»
«Nessuno... tranne il portiere.»
«Chiaro... Ed è un affare vantaggioso?»
«Mia cugina m’ha detto che nello studio del padrone ci sono
sessantamila franchi d’oro.»
«E voi conoscete la casa?»
«Come le mie tasche... mia cugina è lì da un anno... e, a forza di
sentirla parlare delle somme che il padrone ritira dalla banca per investirle diversamente, m’è venuta quest’idea... Siccome il portiere è un forzuto, ne avevo parlato allo Chourineur... dopo molte esitazioni aveva accettato... ma poi s’è tirato indietro. Del resto, non è capace di vendere un amico.»
«Sì, c’è del buono in lui... Ma eccoci arrivati. Non so se anche a voi succede come a me, ma l’aria del mattino mi ha messo appetito...»
La Chouette era sulla soglia dell’osteria.
«Di qui» disse, «di qui... ho ordinato da mangiare.» Rodolphe voleva far passare il brigante davanti a sé; aveva le
sue buone ragioni... ma il Maître d’école si schermì con tale insistenza che Rodolphe passò per primo.
Prima di sedersi a tavola il maestro picchiò leggermente con le nocche sui tramezzi per assicurarsi della loro grossezza e della loro sonorità.
«Non avremo bisogno di parlare a voce troppo bassa» disse, «il tramezzo è abbastanza grosso. Ci faremo portare tutto in una volta così la nostra conversazione non verrà disturbata.»
Una cameriera servì il pranzo.
Prima che la porta fosse chiusa, Rodolphe vide Murph, il carbonaio, che, tutto serio, stava seduto a tavola in una saletta attigua. La stanza dove si svolgeva la scena che descriveremo era lunga, stretta e prendeva luce da una sola finestra che guardava sulla
strada e che era di fronte alla porta.
La Chouette voltava le spalle alla finestra, il Maître d’école era a un lato della tavola, Rodolphe all’altro lato.
Uscita la cameriera, il brigante si alzò, prese le posate e andò a porsi accanto a Rodolphe, in modo da nascondergli la porta.
«Così parleremo meglio» disse, «e non avremo bisogno di alzare tanto la voce...»
«E poi volete stare fra me e la porta per impedirmi di uscire...» rispose freddamente Rodolphe.
Il Maître d’école fece di sì con un cenno della testa; poi, tratto per metà dalla tasca laterale della prefettizia un lungo stiletto con lama tonda e grossa come una grossa piuma d’oca, con un manico di legno che spariva sotto le sue dita pelose:
«Lo vedete?»
«Sì.»
«A buon intenditor...»
E, aggrottando le sopracciglia con un movimento che gli in-
crespò la fronte larga e piatta come quella di una tigre, fece un gesto significativo.
«E non sottovalutatemi. Ho affilato io il pugnale di mio marito» aggiunse la Chouette.
Rodolphe, con sorprendente disinvoltura, mise una mano sotto il camiciotto, tirò fuori una pistola a due canne, la mostrò e poi se la rimise in tasca.
«Siamo fatti per intenderci» disse il brigante, «però voi non m’avete capito... Se per ipotesi venissero ad arrestarmi, sia che voi mi abbiate teso o no una trappola... vi fredderei!»
E gettò uno sguardo feroce a Rodolphe.
«Io intanto, furfante, gli salto addosso, per darti una mano» esclamò la Chouette.
Rodolphe non rispose, alzò le spalle, si versò un bicchiere di vino e bevve.
Il Maître d’école fu colpito da tanto sangue freddo.
«Lo dicevo solo per avvertirvi.»
«Bene, bene! rimettetevi in tasca il vostro gingillo, qui non
ci sono polli da scannare. Sono un vecchio gallo e ho buoni speroni, vecchio mio» disse Rodolphe. «Parliamo un po’ di affari adesso...»
«Parliamo di affari. Ma non parlate male del mio gingillo. Non fa rumore, non disturba nessuno...»
«E fa lavoretti puliti, vero furfante?» aggiunse la Chouette.
«A proposito» disse Rodolphe alla Chouette, «è vero che conoscete i genitori della Goualeuse?»
«Mio marito ha messo nel portafogli del signore in lutto due lettere che ne parlano... Ma quella piccola pettegola non le vedrà... Piuttosto le caverò gli occhi con queste mie mani... Oh! se la incontro di nuovo nella bettola, la concio io per le feste...»
«Ma insomma, Finette, noi parliamo, parliamo e gli affari non vanno avanti.»
«Si può parlare davanti a lei?» domandò Rodolphe.
«Con la massima sicurezza; è una donna fidata e potrà esserci di grande aiuto perché sa fare il palo, avere informazioni, ricettare, vendere, ecc.; ha tutte le qualità di un’ottima donna di casa... Cara la mia Finette!» aggiunse il malfattore, tendendo la mano all’orribile vecchia, «non avete idea dei servizi che mi ha reso... Ma togliti lo scialle, Finette, altrimenti, uscendo, potresti prendere freddo... Mettilo sulla sedia vicino alla sporta...»
La Chouette si liberò dello scialle.
Nonostante la presenza di spirito e la padronanza di sé, Rodolphe non poté reprimere il proprio stupore nel vedere, attaccata all’anello d’argento di una grossa catenella di similoro, che la vecchia portava al collo, una piccola medaglia di lapislazzuli, identica in tutto e per tutto, stando alla descrizione avuta, a quella che il figlio della signora Georges aveva quando sparì.
Dinanzi a tale scoperta, un pensiero improvviso balenò alla mente di Rodolphe; a detta dello Chourineur, il Maître d’école, benché fossero sei mesi che era evaso dalla galera, era riuscito a rendere vane tutte le ricerche della polizia, sfigurandosi la faccia... e da sei mesi appunto, il marito della signora Georges era scappato dalla galera, senza che si sapesse dove fosse finito.
La strana coincidenza indusse Rodolphe a pensare che il Maître d’école poteva essere benissimo il marito di quell’infelice.
Quel miserabile era appartenuto a una classe agiata... e il Maître usava un linguaggio scelto.
Un ricordo ne richiama un altro: Rodolphe infatti ricordò che un giorno la signora Georges gli aveva descritto col tremito nella voce l’arresto del marito e aveva anche accennato alla disperata resistenza opposta da quel mostro, che era stato sul punto di liberarsi, grazie alla forza erculea...
Se il brigante era il marito della signora Georges, doveva sapere che cosa era successo al figlio. Inoltre il Maître d’école s’era tenuto i documenti relativi alla nascita della Goualeuse e li aveva
messi nel portafogli che aveva rubato allo straniero conosciuto col nome di Tom.
Rodolphe aveva quindi nuovi motivi per non desistere dai suoi piani.
Fortunatamente la sua inquietudine non fu notata dal brigante che era tutto intento a servire la Chouette.
Rodolphe disse alla guercia:
«Accidenti!... avete una gran bella collana...»
«Bella e per niente cara...» rispose ridendo la vecchia. «È oro
falso, ma prima o poi mio marito me ne darà una vera...» «Dipenderà dal signore, Finette... se faremo un buon affare,
stai pur certa.»
«È straordinario come sia imitato bene» continuò Rodolphe.
«E che cos’è... quella cosetta azzurra all’estremità?»
«È un regalo di mio marito, aspetto però che mi doni un oro-
logio... vero malandrino?»
Rodolphe capiva che i suoi sospetti non erano infondati.
Aspettava con ansia la risposta del Maître d’école. Questi fra un boccone e l’altro rispose:
«E anche se avrai l’orologio, dovrai tenere quella medaglia, Finette... è un talismano... porta fortuna.»
«Un talismano?» domandò Rodolphe con indifferenza. «Voi credete ai talismani? E dove diavolo l’avete trovato quello lì?... Datemi un po’ l’indirizzo della fabbrica.»
«Non se ne fanno più, caro signore, la bottega è chiusa... Così com’è, questo gioiello risale alla più remota antichità... a tre generazioni. Ci tengo molto, è una tradizione di famiglia» aggiunse con un orribile sorriso. «Per questo l’ho dato a Finette... perché le porti fortuna nelle imprese in cui lei mi fa da spalla con grande abilità... La vedrete all’opera, la vedrete... se faremo assieme qualche operazione commerciale... ma tornando a noi... avete dunque detto che nell’allée des Veuves...»
«Al numero 17 c’è una casa abitata da un riccone... si chiama... signor...»
«Non sarò tanto indiscreto da chiedervene il nome... Stando a quel che avete detto, ci sono 60.000 franchi d’oro nel suo studio.»
«60.000 franchi d’oro!» esclamò la Chouette.
Rodolphe fece di sì con la testa.
«E conoscete le varie parti della casa?» domandò il Maître
d’école.
«Alla perfezione.»
«E l’entrata è difficile?»
«Un muro di sette piedi dalla parte dell’allée des Veuves, un giardino, le finestre sullo stesso piano del giardino, la casa non ha che un pianterreno.»
«E c’è solo un portiere a fare la guardia a quel tesoro?»
«Sì.»
«E quale sarebbe, giovanotto, il vostro piano d’attacco?» do-
mandò il Maître d’école con indifferenza.
«Semplicissimo... scavalcare il muro, scassinare la porta della
casa o forzare le imposte dal di fuori.»
«E se il portiere si sveglia?» chiese il Maître d’école, fissando
Rodolphe.
«Peggio per lui...» rispose questi, con un gesto significativo.
«Ebbene, vi va?»
«Voi capite bene che non posso rispondervi prima di aver esami-
nato tutto da solo, o meglio con l’aiuto di mia moglie; ma se quanto avete detto è esatto, mi sembra che convenga farlo subito... stasera.»
E il brigante puntò gli occhi su Rodolphe.
«Stasera... impossibile.» rispose questi con freddezza. «Perché, visto che il padrone non torna che dopodomani?» «Sì, ma io stasera non posso...»
«Davvero? Ebbene io non posso domani.»
«Per che motivo?»
«Per lo stesso motivo per cui voi non potete stasera...» disse il
brigante sogghignando.
Dopo avere riflettuto un secondo, Rodolphe riprese: «Ebbene, d’accordo... vada per questa sera. Dove ci troviamo?» «Trovarci? Noi non ci lasceremo» disse il Maître d’école. «Come?»
«Perché lasciarci? se il cielo schiarisce un po’, andremo a fare
un giretto fino all’allée des Veuves e daremo così un’occhiata; vedrete come sa lavorare mia moglie. Ciò fatto, andremo a farci una partita a picchetto e a mangiare un boccone in una cantina degli Champs-Elysées... che conosco... e che è vicina al fiume; e poiché l’allée des Veuves diventa presto deserta, quando saranno le dieci ci potremo mettere in strada.»
«Io vi raggiungerò alle nove.»
«Volete o non volete fare l’affare con noi?»
«Sì che voglio.»
«Ebbene, non dovete lasciarci prima di questa sera... altri-
menti...» «Altrimenti?»
«Potrei pensare che volete tendermi un tranello e che appunto per questo volete andarvene...»
«Se proprio volessi tendervi un tranello... che cosa mi impedirebbe di tendervelo questa sera?»
«Tutto... Non vi aspettavate che vi proponessi subito l’affare. E se resterete con noi, non potrete avvertire nessuno...»
«Non vi fidate di me?»
«Per niente... ma siccome ci può essere qualcosa di vero in quello che mi avete detto e vale la pena rischiare per la metà di sessantamila franchi... voglio sì tentare; ma o questa sera o mai più... se non si farà, saprò come regolarmi con voi... e vi servirò a mia volta... un giorno o l’altro una mia specialità...»
«E io vi restituirò la gentilezza... siatene certo.»
«Smettetela con queste sciocchezze!» disse la Chouette. «Io la penso come il mio malandrino: o questa sera o niente.»
Rodolphe era in una crudele incertezza: se si fosse lasciato scappare il Maître d’école, una simile occasione non l’avrebbe certamente più avuta; se il furfante, messo già sul chi vive, fosse stato riconosciuto, arrestato e ricondotto in galera, avrebbe portato con sé i segreti che a Rodolphe premeva di conoscere.
Sperando nel caso, nella propria abilità e nel proprio coraggio si decise a dire al Maître d’école:
«Sta bene, fino a questa sera non ci lasceremo.»
«Allora contate pure su di me... Ma ecco, adesso sono quasi le due... Da qui all’allée des Veuves c’è un bel pezzo di strada; piove forte; paghiamo il conto, e prendiamo una carrozza.»
«Se prendiamo una carrozza, potrò prima fumare un sigaro.»
«Sicuro» rispose il Maître d’école, «a Finette non dà fastidio l’odore del tabacco.»
«Allora vado a comprarmi qualche sigaro» disse Rodolphe alzandosi.
«Non scomodatevi» replicò il Maître d’école trattenendolo, «andrà Finette...»
Rodolphe si rimise a sedere.
Il Maître d’école aveva indovinato il suo proposito. La Chouette uscì.
«Che brava donna, ho io, vero?» disse lo scellerato, «è così compiacente! si butterebbe nel fuoco per me.»
«A proposito di fuoco, qui, accidenti, non fa niente caldo» disse Rodolphe mettendosi le mani sotto il camiciotto.
Allora, senza cessare per questo di discorrere col Maître d’école, prese una matita e un pezzo di carta nella tasca del panciotto,
e, senza farsi vedere, scrisse in fretta alcune parole, avendo l’accortezza di scrivere le lettere ben staccate per non sovrapporle l’una all’altra, dal momento che scriveva alla cieca sotto il camiciotto.
Ora quel biglietto, sfuggito all’accortezza del Maître d’ecole, bisognava farlo recapitare.
Rodolphe si alzò, si avvicinò alla finestra, e si mise a canticchiare fra i denti accompagnandosi sui vetri.
Il Maître d’école andò a guardare dalla finestra, e disse con indifferenza a Rodolphe:
«Che motivo state suonando?»
«Sto suonando... Tu n’auras pas ma rose.»
«È un motivetto molto carino... Sono venuto solamente a vede-
re quanti passanti avrebbe fatto voltare.»
«Non ho simili pretese.»
«Vi sbagliate, giovanotto; perché voi state tamburellando mol-
to forte sui vetri. Ma, adesso che ci penso... può darsi che il guardiano della casa dell’allée des Veuves sia un pezzo d’uomo risoluto... se recalcitra... voi avete solo una pistola... che fa troppo rumore, mentre un gingillo come questo» (e fece vedere a Rodolphe il manico del suo pugnale) «non fa rumore... non disturba nessuno...»
«Vorreste forse ucciderlo?...» esclamò Rodolphe. «Se avete di queste idee... non parliamone più... non s’è fatto ancora niente... non contate su di me...»
«Ma se si sveglia?»
«Scapperemo...»
«Meno male, non avevo capito bene; è meglio mettersi d’ac-
cordo su tutto... prima... Così si tratterà di un semplice furto con scalata e scasso...»
«Solo questo.»
«D’accordo così...»
«E poiché non ti lascerò un secondo» pensò Rodolphe, «non ti
permetterò certo di spargere sangue.»
XVI
I PREPARATIVI
La Chouette entrò nella saletta con i sigari.
«Mi pare che non piova più» disse Rodolphe accendendosi un
sigaro; «se andassimo noi a prendere la carrozza?... ci potremmo sgranchire le gambe.»
«Come, non piove?» rispose il Maître d’école «ma siete cieco?... Credete che io voglia far prendere un raffreddore a Finette? esporre al pericolo una vita così preziosa... e rovinarle quel bello scialle nuovo?»
«Hai ragione, vecchio mio, fa un tempo cane!»
«Bene, adesso viene la cameriera... le diamo qualcosa e le diciamo di andare a cercare una carrozza» replicò Rodolphe.
«È la cosa più giudiziosa che potevate dire, giovanotto. Potremo così andare a far quattro passi dalle parti dell’allée des Veuves.»
La cameriera entrò. Rodolphe le diede cento soldi.
«No, signore... così non va, non permetterò mai...» esclamò il Maître d’école.
«Via! una volta per ciascuno.»
«Allora mi sottometto... ma a condizione di offrirvi subito qualcosa in un localino degli Champs-Elysées... che conosco... un posto incantevole.»
«Bene... bene... accetto.»
Pagato il conto uscirono. Rodolphe voleva stare per ultimo, per essere cortese con la Chouette, ma il Maître d’école non glielo permise, anzi gli tenne subito dietro, per poter controllare ogni suo più piccolo movimento.
L’oste vendeva anche vino. In mezzo ai tanti avventori, c’era un carbonaio, con una faccia nera e con un largo cappello calato fin sugli occhi, che, quando comparvero i nostri tre personaggi, era andato al banco per pagare la propria consumazione.
Nonostante l’attento vigilare del Maître d’école e della guercia, Rodolphe, che precedeva l’orribile coppia, riuscì a scambiare una rapida e impercettibile occhiata con Murph.
Visto che lo sportello della carrozza era aperto, Rodolphe si fermò, deciso questa volta a salire per ultimo; perché il carbonaio gli si era avvicinato senza farsi notare.
La Chouette, infatti, salì per prima, anche se dopo un’infinità di complimenti; Rodolphe fu costretto a seguirla, perché aveva sentito il Maître sussurrargli all’orecchio:
«Volete proprio spingermi a non fidarmi per niente di voi?»
Dopo che Rodolphe fu salito, il carbonaio si fece sulla porta della bettola fischiando, e guardò Rodolphe con stupore e inquietudine.
«Dove volete andare, signore?» domandò il vetturino. Rodolphe rispose ad alta voce:
«All’allée des...»
«Des Acacias, nel bois de Boulogne» gridò il Maître d’école per interromperlo; poi aggiunse: «E sarete pagato bene, vetturino.»
Lo sportello si chiuse.
«Perché diamine volevate dire davanti a quei curiosi dove andavamo?» riprese il Maître. «Perché domani venga scoperto tutto, un indizio così può rovinarci! Ah, giovanotto, giovanotto siete di un’imprudenza più unica che rara!»
Quando la carrozza cominciò a muoversi, Rodolphe rispose:
«È vero, non ci avevo pensato. Però adesso, col sigaro, vi affumicherò come le aringhe. Se aprissimo un finestrino?»
E Rodolphe, senza aspettare risposta, apri il finestrino e buttò al di fuori il pezzettino di carta pieghettato su cui aveva rapidamente scritto a matita qualche parola senza farsi vedere.
Il Maître d’école fu così bravo che riuscí a scorgere sul volto di Rodolphe, che non aveva fatto una grinza, una fuggevole espressione di trionfo perché, sportosi dal finestrino, si mise a gridare al vetturino:
«Fermate... Fermate! c’è qualcuno dietro alla carrozza.»
Rodolphe ebbe paura; ciononostante unì le sue grida a quelle del compagno.
La carrozza si fermò. Il cocchiere salì in piedi sulla cassetta, guardò e disse:
«No, no, signore, non c’è nessuno.»
«Caspita! Voglio assicurarmene» rispose il Maître d’école saltando giù dalla carrozza.
Non vide nessuno, non s’accorse di niente. La carrozza aveva fatto ancora qualche metro dal punto in cui Rodolphe aveva gettato il biglietto.
Il Maître d’école credette di essersi sbagliato.
«Forse riderete» disse risalendo in carrozza, «ma non so, m’era parso che qualcuno ci seguisse.»
In quel momento la carrozza imboccò una traversa.
Appena la carrozza sparì, Murph, che non l’aveva lasciata un istante cogli occhi e che aveva visto la manovra di Rodolphe, accorse e raccolse il bigliettino che era andato a ficcarsi in una fessura del selciato.
Dopo un quarto d’ora, il Maître d’école disse al vetturino:
«Veramente, vetturino, noi abbiamo cambiato idea: place de la Madeleine.»
«Non meravigliatevi, giovanotto; da questa piazza si può andare in mille altri posti. Se dovessimo avere delle noie, la deposizione del vetturino non servirebbe a niente.»
Proprio nel momento in cui la carrozza si avvicinava alla barriera, un uomo di alta statura, con una lunga prefettizia bigia, con un cappello calcato fin sugli occhi e che sembrava molto scuro di faccia, sfrecciò sulla strada, curvo sul collo di un magnifico cavallo da caccia che correva a velocità straordinaria.
«A bel cavallo, buon cavaliere!» disse Rodolphe sporgendosi dal finestrino e seguendo Murph con lo sguardo.
«Che razza di velocità quel cavallo... Avete visto?»
«Per la verità è passato così veloce» disse il Maître d’école, «che non l’ho nemmeno visto.»
Rodolphe dissimulò perfettamente la sua gioia: Murph aveva decifrato i geroglifici del biglietto. Il Maître d’école, da parte sua, ormai sicuro che la carrozza non era stata seguita, si tranquillizzò, e volendo imitare la Chouette che sonnecchiava o, meglio, che faceva finta di sonnecchiare, disse a Rodolphe:
«Scusate, giovanotto, ma il traballare della carrozza mi fa sempre uno strano effetto: mi fa addormentare come un bambino...» Il malvivente, con la scusa del finto sonno, si proponeva di stu-
diare la faccia di Rodolphe per coglierne le eventuali espressioni. Rodolphe, fiutato il pericolo, rispose:
«Mi sono alzato presto; anch’io ho sonno, farò quindi come
voi...»
E chiuse gli occhi.
Ma il Maître d’école e la Chouette, respirando rumorosamen-
te e russando all’unisono, riuscirono così bene a darla a intendere a Rodolphe che questi, credendoli immersi nel sonno, aprì piano piano le palpebre.
Il Maître d’école e la Chouette, nonostante il russare sonoro che facevano, avevano gli occhi aperti, e appoggiando o piegando in maniera particolare le dita sul palmo delle loro rispettive mani, si scambiavano segni misteriosi.
Improvvisamente quel linguaggio cifrato cessò. Il brigante, accortosi, da qualcosa di impercettibile, che Rodolphe non dormiva, disse con una risata:
«Ah! ah! compare, voi non vi fidate degli amici, eh?»
«Non dovreste meravigliarvi voi che russate con gli occhi aperti.»
«Per me è diverso, giovanotto, io sono sonnambulo.»
La carrozza si fermò in place de la Madeleine.
In quel momento la pioggia era cessata; ma le nuvole, spinte
da un vento violento, erano così nere e così basse che sembrava fosse già notte.
Rodolphe, la Chouette e il Maître d’école si diressero verso il Cours-la-Reine.
«M’è venuta un’idea, giovanotto, che non è niente male» disse il brigante.
«E quale?»
«Quella di assicurarmi se è vero tutto ciò che mi avete detto sull’interno della casa dell’allée des Veuves.»
«Vorreste andarci adesso con un pretesto qualsiasi? si farebbero nascere dei sospetti...»
«Non sono mica così stupido; ma una donna come Finette non la contate?»
La Chouette s’impettì.
«La vedete, giovanotto, sembra il cavallo di un trombettiere quando sente suonare la carica.»
«Volete mandarla in avanscoperta?»
«Appunto.»
«Allée des Veuves, n. 17, marito mio?» domandò la Chouette
impaziente. «Non aver paura, ho un occhio solo, ma è buono.» «La sentite, giovanotto, la sentite? non vede l’ora di essere
già lì.»
«L’idea non mi pare cattiva, purché riesca a entrare.» «Tienimi l’ombrello, furfante... Fra mezz’ora sarò di ritorno e
vedrai quello che so far io» esclamò la Chouette.
«Un momento, Finette! andiamo prima al Coeur Saignant
che è a due passi da qui. Se c’è Tortillard,8 te lo prendi e te lo porti con te; starà fuori della porta a fare il palo, mentre tu sarai dentro.»
«Hai ragione: è furbo come una volpe: non ha ancora dieci anni, ed è stato lui l’altro giorno a...»
Un segno del Maître d’école interruppe la Chouette.
«Che cos’è il Coeur Saignant? È una strana insegna per un locale» disse Rodolphe.
«Dovreste dirlo al taverniere.» «Come si chiama?»
«Il padrone del Coeur Saignant?» «Sì.»
«Lui non domanda il nome ai suoi avventori.»
«Ma tuttavia...»
«Chiamatelo come volete, Pierre, Thomas, Cristophe o Bar-
nabé, vi risponderà sempre. Ma eccoci arrivati e proprio in tem8 Sciancatello
po, perché ricomincia a piovere, e sentite un po’ come rumoreggia il fiume! sembra un torrente! Ancora due giorni di pioggia, e l’acqua oltrepasserà le arcate del ponte.»
«Avete detto che siamo arrivati... Dove diavolo è questa taverna? Non vedo case qui!»
«Certo, se guardate intorno.» «E dove volete che guardi?» «Ai vostri piedi.»
«Ai miei piedi?»
«Sì.»
«Dove?»
«Là... Non vedete il tetto? Fate attenzione, ci state camminan-
do sopra.»
Infatti Rodolphe era arrivato, senza tuttavia averla vista, a una
di quelle taverne sotterranee che anni addietro si potevano trovare qua e là lungo gli Champs-Elysées e specialmente vicino al Cours-la-Reine.
Una scala scavata nella terra umida e grassa portava giù in una specie di larga fossa; contro uno dei lati, che scendevano a picco, s’appoggiava una catapecchia bassa, lurida, screpolata; il tetto, coperto di tegole fitte di muschio, era leggermente al di sopra del livello della strada in cui si trovava Rodolphe; dopo la catapecchia venivano due o tre baracche di assi tarlate, che servivano da cantina, da rimessa e da conigliera.
Un andito strettissimo attraversava la fossa per tutta la sua lunghezza e conduceva dalla scala alla porta della casa; lo spazio restante spariva sotto un graticolato che copriva due file di rozzi tavoli con le gambe piantate nel suolo.
Il vento faceva orribilmente stridere sui cardini una vecchia targa di bandone; sotto la ruggine che la ricopriva si poteva ancora distinguere un cuore rosso trafitto da una freccia. L’insegna oscillava in cima a un palo, piantato all’entrata dell’antro, vero covo umano.
Una nebbia umida e spessa s’era aggiunta alla pioggia; la notte era prossima.
«Che ne dite, giovanotto, di questo palazzo?» chiese il Maître d’école.
«Con quindici giorni di pioggia... ci sarà l’umidità di uno stagno, potremo fare buona pesca... Forza, entriamo.»
«Un momento; devo sapere se c’è il padrone. Attenzione.»
E il brigante, sbattendo con forza la lingua contro il palato, fece uno strano verso, una specie di ruggito gutturale, sonoro e prolungato, che si potrebbe esprimere così:
«Prrrrr!!»
Gli rispose un grido simile che uscì dal profondo della topaia. «C’è» disse il Maître d’école. «Scusate, giovanotto, preceden-
za alle signore, lasciate passare la Chouette, io verrò dopo di voi. State attento a non cadere, perché si scivola.»
XVII
IL COEUR SAIGNANT
Il proprietario del Coeur Saignant, dopo aver risposto al segnale del Maître d’école, ebbe l’attenzione d’aspettare gli ospiti sulla porta.
Questo personaggio non era altri che Bras-Rouge, cioè colui che Rodolphe era andato a cercare nella Cité e che non conosceva ancora con il suo vero nome o meglio con il soprannome che gli davano di solito.
Piccolo e fragile, debole e gracile, il nostro uomo poteva avere sì e no cinquant’anni. Nella faccia aveva qualcosa della faina e del topo insieme; il naso aguzzo, il mento sfuggente, gli zigomi ossuti, gli occhietti neri, vivaci, penetranti gli davano un’inimitabile espressione di astuzia, di malizia e d’intelligenza. Una vecchia parrucca bionda, o per meglio dire gialla come il suo colorito di bilioso, gli ricopriva il capo, lasciando però fuori i capelli brizzolati della nuca. Indossava una giacca corta, mentre davanti aveva uno di quei lunghi grembiuli neri che portano di solito i garzoni degli osti.
I nostri tre personaggi non avevano fatto a tempo a scendere l’ultimo gradino della scala, che un piccolo ragazzetto di dieci anni al massimo, zoppicante, deforme, con un viso sveglio, anche se segnato dalla malattia, s’avvicinò a Bras-Rouge a cui assomigliava talmente che non si poteva non prenderlo per suo figlio.
Aveva lo stesso sguardo acuto e furbo; la fronte del ragazzo era mezzo coperta da una selva di capelli giallicci, duri e ispidi come setole. Un paio di calzoni marroni e un camiciotto grigio, stretto alla vita da una cintura di cuoio, era tutto quanto aveva indosso Tortillard, che era chiamato così a causa della sua infermità; egli stava a fianco del padre, ritto sulla gamba sana come un airone in riva a una palude.
«Ecco appunto il ragazzino. Finette, il tempo incalza, la notte sta venendo, bisogna approfittare del chiaro.»
«Hai ragione, vecchio mio, adesso chiedo il ragazzo al padre.»
«Buongiorno, amico» disse Bras-Rouge, rivolgendosi al Maître d’école con una vocina aspra e acuta; «in che cosa posso servirti?» «Puoi servirmi prestando tuo figlio a mia moglie per un quarto d’ora; ha perduto qui vicino una cosa, e così la aiuterà a cer-
care.»
Bras-Rouge strizzò l’occhio, come segno d’intesa col Maître
d’école, e disse al figlio:
«Tortillard, segui la signora.»
L’orribile bambino attratto dalla bruttezza e dall’espressione
cattiva della Chouette, come altri si lasciano prendere dall’aspetto benevolo di una persona, corse zoppicando a dare la mano alla guercia.
«Vieni, tesorino bello! Ecco, un bambino così» disse Finette, «vi corre subito incontro! Non è come la piccola Pégriotte che sembrava presa dalla nausea ogni volta che mi veniva vicino, quella pitocca!»
«Su, muoviti, Finette, apri l’occhio e stai all’erta. Io ti aspetto qui.»
«Non la farò lunga. Fammi strada, Tortillard!»
E la guercia e Tortillard salirono la viscida scala.
«Finette, prenditi l’ombrello» gridò il brigante.
«Mi farebbe ingombro, vecchio mio» rispose la vecchia, che
sparì subito dopo tra le nebbie portate dal crepuscolo, e in mezzo ai lugubri mormorii del vento che scuoteva i rami neri e spogli dei grandi olmi degli Champs Elysées.
«Entriamo» disse Rodolphe.
Dovette chinarsi per passare sotto la porta della taverna che si divideva in due sale. In una c’erano un banco e un biliardo in pessimo stato; nell’altra c’erano qualche tavolo e qualche sedia da giardino, un tempo dipinte di verde. Due strette finestre, con i vetri incrinati e coperti di ragnatele, rischiaravano a stento due stanze dai muri verdastri che l’umidità aveva ricoperto di salnitro.
Bastò che Rodolphe stesse solo un momento perché Bras-Rouge e il Maître d’école potessero scambiarsi rapidamente qualche parola e qualche segno misterioso.
«Volete bere vino o acquavite mentre aspettiamo Finette?» disse il Maître.
«No, non ho sete.»
«Come volete. Io mi berrò un bicchiere di acquavite» riprese il brigante. E andò a sedersi a uno dei tavolini verdi dell’altra saletta.
L’antro era talmente immerso nell’oscurità, che era impossibile vedere, in un angolo della seconda saletta, l’apertura di una di quelle cantine a cui si accede attraverso una botola a due battenti, di cui uno resta sempre spalancato per esigenze di servizio.
Il Maître d’école si sedette a un tavolo vicinissimo a quel buco nero e profondo, in modo da voltargli le spalle e nasconderlo così agli occhi di Rodolphe.
Rodolphe, dal canto suo, guardava dalla finestra, per darsi un contegno e nascondere la propria preoccupazione. L’avere visto Murph che correva in fretta verso l’allée des Veuves, lo inquietava un po’; temeva che il fedele servitore non avesse ben capito il significato del suo biglietto forzatamente laconico, su cui non c’era scritto che questo: «Per questa sera alle dieci.»
Decisissimo a non andare all’allée des Veuves prima di quell’ora, e a non lasciare il Maître d’école fino a quel momento, egli tuttavia aveva paura di perdere un’occasione così propizia di impadronirsi dei segreti che aveva tanto interesse a conoscere. Sebbene fosse molto forte e armato bene, doveva giocare d’astuzia con un assassino così temibile e capace di tutto.
Occorre dirlo? il carattere di Rodolphe, bizzarro, avido di emozioni forti e violente, era tale che trovava un certo fascino terribile nelle ansie a cui era in preda e nei contrattempi che venivano a complicare il piano progettato la sera prima con il fedele Murph e con lo Chourineur.
Ciononostante, per non farsi capire, andò a sedersi al tavolo del Maître d’école e chiese un bicchiere di vino.
Bras-Rouge, dopo aver scambiato a bassa voce qualche parola col brigante, s’era messo a considerare Rodolphe con una curiosità piena d’ironia e di diffidenza.
«Giovanotto» disse il Maître, «io credo che le otto potrebbero essere un’ora buona per andare a fare visita a coloro che vogliamo vedere, se mia moglie ci dirà che sono in casa.»
«Sarebbe troppo presto arrivare con due ore di anticipo» disse Rodolphe, «disturberemo.»
«Credete?»
«Ne sono sicuro.»
«Bah! fra amici non si fanno complimenti.»
«Io li conosco; vi ripeto che non bisogna andarci prima del-
le dieci.»
«Come siete testardo, giovanotto!»
«Sono di quest’idea, e che il diavolo mi porti se mi muovo da
qui prima delle dieci!»
«Non preoccupatevi, io non chiudo mai prima di mezzanotte» disse Bras-Rouge con la sua voce acuta. «Anzi è proprio quella l’ora in cui arrivano i miei migliori clienti, e i vicini non si lamentano del rumore che si fa qui.»
«Bisogna per forza fare tutto ciò che volete, giovanotto» riprese il Maître. «Sta bene, per quella visita partiremo alle dieci.» «Ecco la Chouette!» disse Bras-Rouge e rispose subito a un richiamo simile a quello che aveva lanciato il maestro prima di
scendere nell’osteria sotterranea.
Qualche minuto dopo, la Chouette entrò nella sala del biliardo. «Ci siamo, vecchio mio, siamo a cavallo!» gridò la guercia en-
trando.
Bras-Rouge si ritirò silenziosamente senza chiedere notizie di
Tortillard che probabilmente non si aspettava di rivedere.
I vestiti della vecchia grondavano acqua; ciononostante ella
andò a sedersi di fronte a Rodolphe e al brigante. «Ebbene?» disse il Maître d’école.
«Questo giovanotto fino ad ora ha detto la verità.» «Avete visto!» esclamò Rodolphe.
«Lasciate che la Chouette si spieghi, giovanotto. Dunque, Finette, raccontaci.»
«Prima di andare al n. 17 ho lasciato di guardia Tortillard dentro un buco. Era ancora chiaro. Ho suonato a una porticina secondaria, con i cardini esterni, una gattaiola di due pollici, insomma niente d’importante. Suono, viene ad aprire il portinaio: un uomo grande e grosso, sulla cinquantina, un buon diavolo con la faccia addormentata, favoriti rossi, falcati come un quarto di luna, senza capelli... Prima di suonare, mi ero tolta la cuffia e me l’ero messa in tasca per farmi passare per una vicina. Appena vedo il guardiano, mi metto a piagnucolare con quanto fiato ho in corpo e a gridare che ho perduto la mia cocorita Cocotte, una bestiola che adoro. Dico che abito in avenue de Marboeuf e che sto inseguendo Cocotte di giardino in giardino. Alla fine supplico il signore di lasciarmi cercare la mia bestiola.»
«Eh!» disse il Maître d’école gonfio d’orgoglio e di soddisfazione mostrando la Finette, «che donna!»
«Bravissima» disse Rodolphe; «ma dopo?»
«Il portinaio mi fa entrare per cercare la bestiola e io sono in giardino che chiamo Cocotte, Cocotte! e intanto guardo per aria, frugo con lo sguardo ogni angolo per esaminare tutto con cura... Sui muri» riprese la vecchia che voleva continuare a descrivere la casa, «sui muri, tutto un graticolato, una vera scala; vicino allo
spigolo sinistro del muro, un pino fatto come una scala a pioli, anche una donna incinta potrebbe calarsi giù di lì. La casa ha un pianterreno, il solo piano che ci sia, con sei finestre e una cantina con quattro sfiatatoi senza inferriate. Le finestre del pianterreno hanno due imposte tenute chiuse in basso da un saliscendi, in alto da un nottolino; forzarne la base, tirare il fil di ferro...»
«Tac...» disse il Maître, «ed è aperto.»
La Chouette continuò:
«La porta d’ingresso a vetri con due battenti.»
«E questo a titolo indicativo» disse il brigante.
«È esatto, è proprio come se si fosse là» disse Rodolphe.
«A sinistra» proseguì la Chouette, «vicino al cortile, un pozzo;
nel caso in cui non si potesse battere in ritirata scappando dalla porta, la corda potrebbe venir utile, perché lì non ci sono ferri che sporgono dai muri... Entrando in casa, poi...»
«Sei entrata in casa? È entrata in casa, giovanotto!» disse il Maître d’école con orgoglio.
«Certo che ci sono entrata. Poiché non avevo trovato Cocotte, finsi di avere gridato tanto da sentirmi senza fiato; ho chiesto al portinaio il permesso di sedermi sullo scalino della porta; il buon uomo mi ha fatto entrare, mi ha offerto un bicchiere di acqua e vino. Solo un bicchiere di acqua, gli ho detto, solo un bicchiere d’acqua, buon signore. Allora mi ha fatto entrare nell’anticamera... tappeti dappertutto: ottima precauzione, non si sente né il rumore dei passi né quello dei cocci di vetro che cadono, nel caso che si dovesse spaccare una finestra; a destra e a sinistra, porte con maniglie a becco e serrature con stanghette a scatto. Basta soffiarci sopra perché si aprano... In fondo, una grossa porta, chiusa a chiave; aria di forziere... si sentiva puzza di denaro!... avevo la cera nella sporta...»
«Aveva la cera, giovanotto... non si muove mai senza la cera!...» disse il brigante.
La Chouette continuò:
«Dovevo avvicinarmi alla porta che mandava un odorino di denaro. Allora, ho fatto finta che mi prendesse un accesso di tosse così forte da dovermi appoggiare al muro. Sentendomi tossire, il portinaio ha detto: “Vado a prendervi un pezzo di zucchero”. Deve aver cercato un cucchiaio, perché ho sentito tintinnare l’argenteria... argenteria nella stanza a destra... ricordati, furfante. Insomma, sempre tossendo e gemendo, ero riuscita ad avvicinarmi alla porta in fondo... Avevo la cera chiusa in pugno... mi sono appoggiata sulla serratura facendo finta di niente. Ecco l’impronta. Se non servirà oggi, potrà venir buona un’altra volta.»
E la Chouette diede al brigante un pezzo di cera gialla sulla quale si poteva vedere stampata un’impronta perfetta.
«Quindi adesso ci dovete dire se si tratta proprio della stanza dove c’è il forziere» disse la Chouette.
«Esatto! il denaro è lì» rispose Rodolphe.
E dentro di sé pensò: «Quindi Murph s’è lasciato abbindolare da questa vecchia megera? È probabile; aspetta di essere assalito per le dieci... per quell’ora avrà preso tutte le precauzioni che doveva.»
«Ma il denaro non è tutto là!» continuò la Chouette il cui occhio verde scintillava. «Sempre con la scusa di cercare Cocotte, mi sono avvicinata alle finestre e ho visto in una stanza, a sinistra della porta, sopra uno scrittoio dei sacchi pieni di scudi... Li ho visti come adesso vedo te, vecchio mio... A dir poco saranno stati una dozzina.»
«Dov’è Tortillard?» chiese a un tratto il Maître d’école.
«È sempre nel suo buco... a due passi dalla porta del giardino... Vede al buio come i gatti. Al numero 17 c’è una sola entrata; quando saremo lì, ci saprà dire se qualcuno è entrato.»
«Bene.»
Appena pronunciate queste parole, il Maître d’école si gettò inaspettatamente su Rodolphe, lo afferrò alla gola e lo gettò nella cantina che s’apriva dietro la tavola.
L’assalto fu così repentino, così inatteso e così vigoroso, da non poter essere né previsto né evitato da Rodolphe.
La Chouette, che non aveva capito subito com’era andata a finire la brevissima lotta, gettò un urlo di spavento.
Quando cessò il rumore che aveva fatto il corpo di Rodolphe rotolando giù per i gradini, il Maître d’école, che conosceva a menadito il sotterraneo della casa, scese lentamente nella cantina con tanto di orecchi drizzati.
«Furfante... non ti fidare!...» gridò la guercia affacciandosi sulla botola. «Tira fuori il pugnale!...»
Il brigante non rispose e sparì.
Dapprima non si sentì nulla; ma dopo qualche istante, il rumore sordo di una porta arrugginita che strideva sui cardini risuonò per i sotterranei della cantina, poi tornò il silenzio.
L’oscurità era completa.
La Chouette frugò nella sporta, sfregò un fiammifero e accese un pezzo di candela che diffuse un fioco chiarore nella lugubre stanza.
In quel momento apparve nel vano della botola la faccia mostruosa del Maître d’école.
La Chouette non poté trattenere un grido di orrore davanti a quella faccia pallida, piena di cicatrici, mutilata, orribile, con gli occhi fosforescenti, che sembrava strisciasse per terra, in mezzo alle tenebre... fitte nonostante la luce della candela.
Rimessasi dallo spavento, la vecchia disse con una specie di macabro scherno:
«Devi essere proprio brutto, furfante, se hai fatto paura... anche a me!»
«Presto, presto all’allée des Veuves» disse il brigante sprangando la botola con una sbarra di ferro; «fra un’ora sarebbe forse troppo tardi! Se è un tranello, non è ancora preparato... se non è un tranello, faremo il colpo da soli.»
XVIII
IL SOTTERRANEO
Sotto il colpo della terribile caduta, Rodolphe era rimasto svenuto, immobile, in fondo alla scala della cantina.
Il Maître d’école l’aveva trascinato prima fino all’ingresso di un’altra cantina molto più profonda, poi lo aveva buttato giù e chiuso dentro con una grossa porta ferrata; quindi aveva raggiunto la Chouette, per andare con lei a fare la rapina, forse un omicidio, nell’allée des Veuves.
Dopo circa un’ora, Rodolphe riprese a poco a poco i sensi.
Era steso per terra nella più profonda oscurità; tastò con le mani intorno a sé e toccò alcuni scalini di pietra. Sentendo ai piedi una netta sensazione di bagnato allungò la mano... Era una pozza d’acqua.
Con uno sforzo violento riuscì a tirarsi su e a sedersi sul primo gradino della scala; lo stordimento gli andava sparendo, fece qualche movimento. Fortunatamente, nessun arto s’era fratturato. Stette in ascolto... non sentì niente... niente se non una specie di gorgoglio sordo, debole, ma continuo.
Dapprima non ne indovinò la causa.
Via via che la mente gli si snebbiava, riconnetteva, se pur con lentezza, le circostanze dell’attacco improvviso di cui era stato vittima... Mentre stava lì intento a raccogliere tutti i ricordi, ebbe ai piedi una nuova sensazione di bagnato: si abbassò, tastò; aveva l’acqua alla caviglia.
E nel cupo silenzio che lo circondava, sentì ancor più distintamente il gorgoglio sordo, debole, continuo.
Questa volta comprese: l’acqua invadeva la cantina... La Senna era terribilmente gonfia, e il sotterraneo era al livello del fiume... Il pericolo fece tornare completamente in sé Rodolphe: salì
l’umida scala in un lampo. Ma arrivato in cima urtò contro una porta; invano tentò di scuoterla, essa rimase immobile sui cardini di ferro.
In quella situazione disperata, il suo primo pensiero fu per Murph.
«Se non sta in guardia, quel mostro lo ucciderà... e sarò stato io» gridò, «io ad avergli procurato la morte!... Povero Murph!...» A questo triste pensiero Rodolphe sentì le forze centuplicar-
glisi: puntellandosi sui piedi e inarcando le reni, fece sforzi inauditi contro la porta... ma non riuscì a spostarla di un millimetro.
Sperando di trovare una leva nella cantina, ridiscese: sul penultimo scalino, due o tre corpi rotondi, elastici, gli passarono sotto i piedi fuggendo: erano sorci che l’acqua cacciava dalle tane.
Rodolphe, nonostante l’acqua gli arrivasse a metà gamba, percorse la cantina in lungo e in largo, non trovò nulla. Risalì lentamente la scala, in preda a una cupa disperazione.
Contò i gradini: erano tredici; tre erano già sott’acqua.
Tredici! numero fatale!... In certe situazioni, nemmeno gli spiriti più tetragoni vanno esenti da idee superstiziose; quel numero era di cattivo auspicio. Gli tornò alla mente il pensiero della probabile fine di Murph. Invano cercò la fessura che c’è di solito tra il suolo e la porta perché questa, gonfiatasi con l’umidità, non aveva lasciato interstizi tra sé e il terreno umido e grasso.
Rodolphe si mise a urlare con rabbia, sperando di poter essere udito dagli ospiti dell’osteria; e poi stette in ascolto.
Non si sentì niente, niente se non il gorgoglio sordo, debole, continuo dell’acqua che saliva, saliva, saliva.
Alla fine si sedette sfiduciato con la schiena appoggiata alla porta; e pianse l’amico, che forse in quel momento stava dibattendosi sotto il coltello di un assassino.
Molto amaramente allora si pentì dell’audacia e dell’imprudenza che erano alla base dei suoi gesti generosi; ricordava con strazio le mille prove di fedeltà fornitegli da Murph che, ricco e onorato, aveva lasciato la moglie, l’adorato figlio, e le occupazioni più care per seguire e aiutare Rodolphe nella coraggiosa ma insolita espiazione che questi si era imposto.
L’acqua continuava a salire... all’asciutto, non vi erano ormai che cinque scalini. Messosi in piedi vicino alla porta, Rodolphe toccava con la testa la volta della cantina... Avrebbe potuto calco-
lare quanto tempo sarebbe durata la sua agonia. La morte sarebbe stata lenta, silenziosa, atroce.
Si ricordò della pistola che aveva con sé. Con un colpo di pistola nella serratura forse avrebbe potuto abbattere la porta e lui l’avrebbe fatto anche a rischio di venire colpito dalla pallottola di rimbalzo. Invece niente!... niente!... nella caduta, l’arma gli era scivolata di tasca oppure gli era stata portata via dal Maître d’école.
Senza i suoi timori per Murph, Rodolphe avrebbe aspettato serenamente la morte... aveva vissuto tanto... era stato ardentemente amato... aveva fatto del bene, avrebbe voluto farne ancora di più, e Dio questo lo sapeva! Non gli sfuggì parola contro il verdetto da cui veniva colpito, anzi riconobbe in quella sua fine la giusta punizione di una colpa gravissima non ancora espiata; i suoi pensieri a contatto con la morte si elevavano, si nobilitavano.
Un nuovo supplizio venne a mettere alla prova la rassegnazione di Rodolphe.
I sorci, snidati dall’acqua, non trovando via d’uscita, erano saliti di gradino in gradino. Poiché difficilmente avrebbero potuto salire su per un muro o una porta, andarono ad arrampicarsi su per i vestiti di Rodolphe. Quando se li sentì strisciare addosso, ne provò un disgusto e un orrore indicibili... Tentò di cacciarli, ma si trovò le mani insanguinate per certi morsi acuti e freddi; e nella caduta, la camicia e la giacca gli si erano aperte davanti, si sentì quindi sul petto nudo le loro gelide zampette e i loro corpi villosi. Quelle bestie immonde, se le staccava dagli abiti e poi le scaraventava lontano; ma esse ritornavano a nuoto.
Rodolphe gridò ancora, ma nessuno lo sentì... Fra poco non avrebbe più potuto gridare: l’acqua gli era arrivata al collo, presto gli sarebbe arrivata alla bocca.
L’aria respinta nel poco spazio rimasto cominciava a mancare. Rodolphe avvertì i primi sintomi dell’asfissia; le arterie delle tempie gli pulsavano violentemente, aveva le vertigini, stava per morire. Rivolse un ultimo pensiero a Murph e innalzò l’anima a Dio... non perché lo strappasse dal pericolo, ma perché accettasse le sue sofferenze.
Nel momento supremo della morte, sul punto di abdicare non solo a tutto ciò che rende una vita felice, brillante, invidiata, ma anche a un titolo quasi regale, a un potere sovrano... costretto a rinunciare a un’impresa che, soddisfacendo le sue due passioni innate, l’amore del bene e l’odio per i malvagi, poteva servigli un giorno per la remissione dei peccati; pronto a morire di morte atroce... Rodolphe non si lasciò affatto prendere da quei moti di
rabbia, di ribellione impotente, che spingono gli spiriti deboli ad accusare e a maledire gli uomini, il destino e Dio.
No: finché restò lucido, Rodolphe affrontò il suo destino con umiltà, con dignità... Quando, vicino all’agonia, le idee gli si annebbiarono e in lui non rimase che il solo istinto di conservazione, lo si sarebbe potuto veder lottare fisicamente, se così si può dire, non moralmente contro la morte.
Si sentiva inghiottire nel gorgo vorticoso e pauroso delle vertigini: l’acqua gli ribolliva alle orecchie; gli sembrava di girare rapidamente su se stesso; l’ultimo barlume di ragione stava per spegnersi in lui, allorché udì dei passi precipitosi e un suono di voci vicino alla porta della cantina.
Le forze che lo stavano lasciando gli ritornarono con la speranza; grazie a un grandissimo sforzo mentale riuscì ad afferrare queste parole, le ultime che udì e comprese:
«Lo vedi, non c’è nessuno.»
«Perdio, è vero...» rispose tristemente la voce dello Chourineur. E i passi si allontanarono.
Rodolphe, ormai spossato, si lasciò scivolare lungo la scala, perché proprio non ce la faceva più a stare in piedi.
A un tratto la porta del sotterraneo si aprì bruscamente dal di fuori; l’acqua che c’era dentro straripò come se si fosse aperta la chiusa di un fiume... e lo Chourineur poté afferrare per le braccia Rodolphe che, mezzo annegato, tentava ancora di aggrapparsi convulsamente alla porta.
XIX L’INFERMIERE
Strappato da morte sicura dallo Chourineur, e trasportato in quella casa dell’allée des Veuves che la Chouette aveva esplorato prima del tentativo del Maître d’école, Rodolphe riposa ora in una stanza confortevole; un gran fuoco brucia nel caminetto, una lampada da sopra il cassettone in cui si trova diffonde nella stanza una vivida luce; il letto di Rodolphe, circondato da grosse tende di damasco verde, è immerso nella penombra.
Un negro di media statura, con sopracciglia e capelli bianchi, che veste con ricercatezza e porta un nastro arancione e verde all’occhiello dell’abito blu, tiene nella mano sinistra un orologio d’oro con mostrino che consulta attentamente, mentre con la destra conta i battiti del polso di Rodolphe.
Il negro è mesto, pensieroso e guarda Rodolphe che dorme con l’espressione della più tenera sollecitudine.
Lo Chourineur, vestito di stracci, sporco di fango, se ne sta immobile ai piedi del letto, con le braccia penzoloni e le mani intrecciate; la barba rossa che porta è lunga, la folta capigliatura color stoppa, scompigliata e molle d’acqua; il viso grosso e duro, bruciato dal sole; eppure da quella scorza ruvida e aspra trapela un’ineffabile espressione di ansia e di pietà... Osa appena respirare, solleva con precauzione il largo petto; preoccupato dal fare silenzioso del dottore negro, e temendo un esito increscioso, si arrischia a esprimere sottovoce questa riflessione filosofica sempre continuando a fissare Rodolphe:
«A vederlo così debole, chi direbbe che è stato lui a scaricarmi addosso così spavaldamente quei colpi finali!... Non ci metterà molto a recuperare le forze... vero, signor dottore? Parola mia, preferirei che tamburellasse sulla mia schiena con le poche forze che ha..., così si scuoterebbe... vero, dottore?»
Il negro gli rispose con un breve segno della mano.
Lo Chourineur ammutolì.
«La pozione?» disse il negro.
E subito lo Chourineur, che aveva rispettosamente lasciato le
scarpe chiodate alla porta, andò verso il cassettone camminando il più leggermente possibile sulla punta dei piedi; ma fece il tutto con tali contorcimenti di gambe, con tali oscillazioni di braccia, con tali inarcamenti di schiena che in tutt’altra occasione questi suoi movimenti sarebbero parsi molto ridicoli.
Sembrava che il povero diavolo volesse far poggiare tutta la sua mole su quella parte di sé che era sollevata da terra; cosa che era ben lungi, nonostante per terra ci fosse un tappeto, dal fare sì che il pavimento non gemesse sotto la pesante corporatura dello Chourineur. Purtroppo, preso com’era dall’impazienza di rendersi utile e dal timore di lasciarsi sfuggire di mano la fiala di vetro trasparente che con tanta cura stava portando, la strinse talmente nella sua grande mano, che il collo del flacone finì col rompersi mentre la pozione andò a inondare il tappeto.
Davanti a un tal disastro, lo Chourineur si fermò di botto con una delle sue grosse gambe sollevata a mezz’aria, gli alluci nervosamente contratti e si mise a guardare, con aria confusa, ora il dottore, ora il collo della fiala che gli era rimasto in mano.
«Buono a nulla che non siete altro!» esclamò il negro spazientito.
«Pezzo d’imbecille!» disse a se stesso lo Chourineur.
«Ah!» riprese il seguace d’Esculapio dopo aver gettato uno sguardo sul cassettone, «per fortuna vi siete sbagliato, volevo l’altra boccetta...»
«Quella piccola, rossa?» disse pianissimo lo sventurato infermiere.
«Sì... c’è solo quella.»
Lo Chourineur, girando sui talloni secondo una vecchia abitudine militare, frantumò i cocci della boccetta: piedi più delicati si sarebbero crudelmente feriti; l’ex scaricatore invece, in conseguenza del suo mestiere, aveva ai piedi un paio di sandali naturali, duri come gli zoccoli di un cavallo.
«Attento che vi fate male!» gli disse il medico.
Lo Chourineur non prestò la minima attenzione alla raccomandazione. Appunto perché tutto preoccupato della nuova missione che doveva condurre felicemente in porto se voleva far dimenticare il precedente malanno, sarebbe stato bello vedere con che delicatezza, con che leggerezza, con che attenzione egli allargò le grosse dita per prendere il fragile flacone... Una farfalla non avrebbe lasciato un atomo della dorata polvere delle sue ali fra il pollice e l’indice dello Chourineur.
Il dottore negro rabbrividì al pensiero che un nuovo malanno sarebbe potuto succedere per eccessiva precauzione. Fortunatamente si evitò anche questo scoglio.
Lo Chourineur, prima di arrivare al letto, finì di frantumare con i piedi quello che restava dell’altra boccetta.
«Ma, disgraziato, volete proprio rovinarvi i piedi?» disse il dottore a bassa voce.
Lo Chourineur lo guardò tutto sorpreso.
«Eh, rovinarmi i piedi con che cosa, signor dottore?»
«È la seconda volta che passate sui vetri.»
«Se è solo per questo, non fateci caso... Ho la pianta dei pie-
di rivestita di legno.»
«Un cucchiaino!» disse il dottore.
Lo Chourineur per portare ciò che il dottore gli aveva ordi-
nato ricominciò le sue evoluzioni da silfo.
Dopo alcuni cucchiai di pozione, Rodolphe rinvenne e mos-
se debolmente le mani.
«Bene: bene! sta scuotendosi dal torpore» disse il medico.
«Il salasso l’ha sollevato, presto sarà fuori pericolo.»
«Salvo! Bene! Benissimo!» gridò lo Chourineur in un impe-
to di gioia.
«Ma state un po’ buono!»
«Sì, signor dottore.»
«Il polso sta diventando regolare... Benissimo!... benis-
simo!»
«Signor dottore, e il povero amico del signor Rodolphe.» «Diavolo! quando saprà! Per fortuna che...»
«Zitto!»
«Sì, signor dottore.»
«Ma, signor...»
«Su sedetevi; mi dà fastidio vedervi sempre intorno, e poi mi
distraggo. Andiamo, sedetevi!»
«Signor dottore, io sono sporco come un pezzo di legno che
venga tolto dal fodero e scaricato, sporcherei i mobili.»
«Allora sedetevi per terra.»
«Sporcherei il tappeto.»
«Fate come volete; ma, in nome del cielo, state fermo» disse
il dottore spazientito; e, sprofondando in una poltrona, appoggiò la testa sulle mani.
Dopo un momento di profonda meditazione, lo Chourineur, più per obbedire al dottore che per riposarsi, prese con grandissimo riguardo una sedia; e, gonfio di soddisfazione, la rovesciò in modo che lo schienale poggiasse sul tappeto, con la chiara intenzione di sedersi educatamente e modestamente sulle gambe anteriori, in modo da non sporcare niente... cosa che fece con la massima delicatezza.
Purtroppo lo Chourineur non conosceva bene i princìpi della leva e dell’equilibrio dei corpi: la sedia si ribaltò; il poveretto col gesto istintivo di mettere le braccia in avanti rovesciò un tavolino su cui c’erano un vassoio, una tazza e una teiera.
La rovinosa caduta del tavolino fece sussultare sulla poltrona il dottore negro che alzò subito la testa.
Rodolphe, destatosi di soprassalto, si rizzò a sedere, si guardò ansiosamente intorno e, riordinate le idee, esclamò:
«Murph! dov’è Murph?»
«Vostra Altezza stia tranquillo» disse rispettosamente il negro, «ci sono molte speranze.»
«È ferito?» chiese Rodolphe.
«Ahimè! sì, mio signore.»
«Dov’è?... voglio vederlo.»
E Rodolphe tentò di alzarsi, ma ricadde vinto dal dolore che
gli procuravano le contusioni di cui sentiva adesso il contraccolpo.
«Portatemi subito da Murph dal momento che non posso camminare!» esclamò.
«Mio signore, Murph sta riposando... Sarebbe pericoloso adesso procurargli una forte emozione.»
«Ah! voi m’ingannate! è morto... È morto assassinato!... E sono stato io... io a causarne la morte!» gridò Rodolphe con voce straziata, alzando le mani al cielo.
«Signore, voi sapete che non sono capace di mentire... Vi assicuro sul mio onore che il signor Murph è vivo... ferito gravemente, è vero, ma con la certezza quasi di guarire.»
«Mi dite questo per prepararmi a qualche brutta notizia. È in condizioni disperate.»
«Mio signore...»
«Ne sono sicuro... voi m’ingannate... Voglio essere portato da lui... Vedere un amico fa sempre bene...»
«Mio signore, torno ad assicurarvi sul mio onore che, a meno che non sopravvenga qualche complicazione, il che è molto improbabile, il signor Murph entrerà presto in convalescenza.»
«Davvero, davvero, buon David?»
«Davvero, mio signore.»
«Statemi a sentire, voi sapete quanto io vi tenga in consi-
derazione; da quando fate parte della mia casa, avete sempre avuto la mia fiducia... non ho mai dubitato della vostra straordinaria bravura, ma, per l’amore del cielo, se è necessario un consulto...»
«Mio signore, è stato il mio primo pensiero. Per il momento un consulto è del tutto inutile, dovete credermi... e poi, d’altro canto, non ho voluto far entrare qui nessun estraneo, prima di sapere se i vostri ordini di ieri...»
«Ma come è stato?» disse Rodolphe interrompendo il negro; «chi mi ha tirato fuori dal sotterraneo in cui stavo per annegare?... Ricordo confusamente di aver sentito la voce dello Chourineur; è vero?»
«No! no! il buon uomo vi racconterà tutto perché ha fatto tutto lui.»
«Ma dov’è? dov’è?»
Il dottore cercò con gli occhi l’infermiere improvvisato, il quale, per la vergogna d’essere caduto, era andato a nascondersi dietro le cortine del letto.
«Eccolo» disse il medico, «è imbarazzato.»
«Su, vieni avanti, caro amico!» disse Rodolphe porgendo la mano al suo salvatore.
XX
IL RACCONTO DELLO CHOURINEUR
L’imbarazzo dello Chourineur era tanto più grande, in quanto aveva sentito il medico negro chiamare più volte Rodolphe mio signore.
«Su, avvicinati... dammi la mano!» disse Rodolphe.
«Scusate, signore... no, volevo dire mio signore... cioè...» «Chiamami signor Rodolphe, come prima... preferisco.»
«E anch’io sarò meno impacciato... Ma scusatemi, perché la
mia mano... quest’oggi ha fatto tante cose.»
E tese timidamente la destra nera e callosa. Rodolphe gliela
strinse cordialmente.
«Su, siediti e raccontami tutto... Come hai fatto a scoprire il
sotterraneo?... Ma, adesso che ci penso, e il Maître d’école?»
«È al sicuro» disse il dottore negro.
«Legati come due trecciuole di tabacco..., lui e la Chouette...
Dato il bel muso che hanno, ormai dovran provare ripugnanza l’uno dell’altra.»
«E il povero Murph! Dio mio, ci penso solo adesso! David, dove è stato colpito?»
«Al fianco destro, mio signore... fortunatamente verso l’ultima costa asternale.»
«Oh! mi vendicherò in maniera terribile, terribile!... David, conto su di voi.»
«Mio signore, voi sapete bene che vi appartengo anima e corpo» rispose freddamente il negro.
«Ma come hai fatto, caro amico, ad arrivare in tempo?» disse Rodolphe allo Chourineur.
«Se volete, mio sign... no, signor Rodolphe, se volete comincerò dal principio.»
«Va bene; ti ascolto.»
«Vi ricordate che ieri sera, tornando dalla campagna dove eravate andato con la povera Goualeuse, mi avete detto: “Vedi se ti riesce di trovare il Maître d’école nella Cité; digli che c’è un bel colpo da fare e che tu non vuoi immischiartene; ma che se vuole prendere il tuo posto, basta che venga domani (cioè stamattina) alla barriera di Bercy, nei pressi del Panier-Fleuri, per parlare con chi ha preparato il furto”.»
«Benissimo!»
«Vi lascio e corro alla Cité... Vado dall’ostessa: del Maître nemmeno l’ombra; faccio la rue Saint-Eloi, la rue aux Fèves, la
rue della Vieille-Draperie... nessuno... Finalmente lo becco con quella baldracca della Chouette, sulla piazza di Notre-Dame, da un sartuccio, rivenditore, ricettatore, ladro; volevano rimettersi a nuovo con il denaro rubato a quel signore alto, vestito a lutto, che voleva farvi non so che cosa; stavano comperando abiti d’occasione. La Chouette stava discutendo sul prezzo di uno scialle rosso... Brutto mostro!... Io dico tutto al Maître d’école: lui mi dice che ci sta, e che andrà all’appuntamento. Bene! Stamattina, obbedendo ai vostri ordini di ieri, corro qui a darvi la risposta... Voi mi dite: “Ragazzo, ritorna domattina prima che faccia chiaro, passerai la giornata in casa, e la sera, vedrai qualcosa che merita...”. È quanto m’avete detto; ma io capisco tutto. E mi dico: “È un trucco per agganciare il Maître d’école con la scusa di un colpo da fare domani e combinargli invece uno scherzetto... È un vero delinquente... Ha assassinato il mercante di buoi... Ne sono...”»
«E il mio torto è stato quello di non averti detto tutto, ragazzo... Forse questa brutta disgrazia non sarebbe capitata.»
«Era cosa che riguardava voi, signor Rodolphe; io da parte mia dovevo servirvi... perché in fondo... non so come mai, ve l’ho già detto, mi sento per voi la fedeltà di un cane; insomma... basta... Dunque mi dico: la festa è per domani, oggi sono in vacanza; il signor Rodolphe mi ha pagato le due giornate che ho perduto, e con un anticipo anche su altre due, infatti sono tre giorni che non mi faccio vedere dal padrone e, non essendo milionario, il lavoro... è il mio pane. E mi dico ancora: vedi, in fondo, il signor Rodolphe mi paga il mio tempo, quindi il mio tempo gli appartiene, lo occuperò per lui. E mi viene quest’idea: Il Maître d’école è furbo, fiuterà il tranello. Il signor Rodolphe quasi certamente gli proporrà l’affare per domani, ma il malandrino è capace di venire in giornata a ronzare da queste parti per fare una ricognizione, e se poi non si fida del signor Rodolphe è anche capace di portare con sé un altro ladro o di dire: A domani, e di fare invece il colpo oggi per conto suo.»
«Avevi indovinato... è andata proprio così... E la Provvidenza ha voluto che io ti dovessi la vita!»
«È strano, signor Rodolphe, ma da quando vi conosco mi capitano certe cose che credo vengano combinate lassù! e poi mi vengono certe idee che non mi erano mai passate per la testa, prima del giorno in cui mi avete detto: “Ragazzo, hai un cuore e un onore tu”. Un cuore! un onore! perdinci! parole così vi smuovono qualcosa nello stomaco. Via, signor Rodolphe, quando si è abituati a sentirsi gridare al lupo, al cane idrofobo! allorché si ha solo l’intenzione di avvicinare la brava gente...»
«Così, da un po’ di giorni la pensi diversamente?»
«Certo, signor Rodolphe. Sentite, mi dicevo ancora: Adesso, se conoscessi qualcuno che avesse fatto una cattiva azione, perché beveva o per ira, insomma una cosa qualsiasi... be’, gli direi: Amico, hai fatto una brutta azione, d’accordo... Ma non è tutto; non per nulla il buon Dio mette assieme la gente che annega, che si brucia e che muore di fame; quindi se guadagni quaranta soldi mi farai la cortesia di darne venti ai vecchi o ai bambini poveri; insomma a coloro che, più disgraziati di te, non hanno due braccia per guadagnarsi da vivere... e soprattutto non dimenticare, amico, che se c’è qualcuno da salvare sarà ora affar tuo dovessi pure rimetterci sicuramente la pelle!!! Grazie a ciò, e a patto che tu non ricominci a fare sciocchezze, potrai sempre contare sul mio aiuto... Ma scusate, signor Rodolphe, io chiacchiero... voi invece siete curioso di sapere...»
«No; mi piace sentirti parlare così. E poi, non vorrei mai che arrivasse il momento in cui mi dirai come è successo il brutto incidente di cui è stato vittima Murph... Ero convinto di poter restare sempre attaccato alle falde del Maître d’école, di riuscire a non lasciarlo solo neppure un secondo durante quella disgraziata impresa... Allora avrebbe potuto uccidermi cento volte... prima di toccare Murph. Ahimè! La sorte ha deciso diversamente... Vai avanti, ragazzo.»
«Volendo dunque, signor Rodolphe, impegnare il mio tempo per voi, mi son detto: Devo andar a imboscarmi in qualche posto in modo che possa vedere il recinto e la porta del giardino che è il solo ingresso... Se trovo un bell’angolino... piove, il giorno starò lì e anche la notte, e domattina sarò già sul posto... Finito di dirmi così, battono le due, a Batignolles, dove ero andato a mangiare un boccone, dopo avervi lasciato, signor Rodolphe... Torno agli Champs-Elysées... Cerco un angolo dove nascondermi... Cosa vedo? una piccola bettola a dieci passi dal vostro portone... Mi metto nella saletta del pianterreno, vicino alla finestra, chiedo un litro e un po’ di noci e dico che aspetto amici... un gobbo e una donna alta, per far sembrare la cosa più naturale. Mi sistemo ed ecco che mi metto a esaminare il vostro portone... Pioveva, un diluvio; non passava nessuno, veniva la notte...»
«Ma» disse Rodolphe, interrompendo lo Chourineur, «perché non sei andato a casa mia?»
«Voi mi avete detto di ritornare l’indomani mattina, signor Rodolphe... Non ho osato venir prima. Poteva sembrare che io volessi fare il grazioso, il leccapiedi, come dicono i soldati. Dopo
tutto io so quello che sono, un ex forzato; e quando uno come voi mi tratta come mi trattate voi, signor Rodolphe... si deve andare a trovarlo solo quando vi dice: Vieni! Allora sì che se vedessi un ragno sul colletto del vostro vestito, ve lo toglierei e lo schiaccerei senza chiedervi permesso... Capite?... Ero dunque alla finestra dell’osteria, intento a rompermi le noci e a bermi il vinello, quando vedo sbucare dalla nebbia la Chouette e il marmocchio di Bras-Rouge, Tortillard.»
«Bras-Rouge! allora è lui il padrone della bettola sotterranea degli Champs-Elysées?» gridò Rodolphe.
«Sì, signor Rodolphe, non lo sapevate?»
«No, credevo che stesse nella Cité...»
«Sta anche lì... sta dappertutto, Bras-Rouge... È un briccone di
tre cotte, lui, con quella sua parrucca gialla e il naso appuntito!... Insomma, quando vedo sbucare la Chouette e Tortillard, mi dico: Bene, c’è aria di guai! Infatti, Tortillard si rimpiatta in un fosso del viale, di fronte a casa vostra, come se volesse ripararsi dalla pioggia, fa la talpa... La Chouette, invece, si toglie la cuffia e se la mette in tasca, poi suona alla porta. Quel povero vostro amico, il signor Murph, viene ad aprirle; ed eccola che si sbraccia e corre su e giù per il giardino. Io, in cuor mio, avevo rinunciato a capire che cosa fosse venuta a fare la Chouette... Alla fine esce, si rimette la cuffia, dice due parole a Tortillard che rientra nel suo buco; e poi se la svigna... Io mi dico: Un momento!... non facciamo confusione: Tortillard è venuto con la Chouette, quindi il Maître e il signor Rodolphe sono da Bras-Rouge. La Chouette è venuta a spiare nella casa, vuol dire che faranno il colpo stasera. Se fanno il colpo stasera, il signor Rodolphe che crede si debba fare domani si trova allora nei guai. Se il signor Rodolphe è nei guai, io allora devo andare da Bras-Rouge a vedere di che si tratta; sì, ma se nel frattempo arriva il Maître... giusto. Allora, tanto peggio, entro in casa e dico a Murph: Non fidatevi. Sì, ma quel pezzente di Tortillard è vicino alla porta, mi sentirà suonare, mi vedrà e avvertirà la Chouette; e se la Chouette ritorna..., tutto sarà rovinato... tanto più che forse il signor Rodolphe ha combinato in qualche altro modo per questa sera... Diamine! i sì e i no mi turbinavano nella testa... Ero instupidito, non capivo più niente... non sapevo cosa fare; mi dico: Adesso esco; forse, all’aria fresca, mi schiarirò le idee. Esco... ed ecco l’idea: mi levo il camiciotto e la cravatta, vado al fosso dove c’è Tortillard, lo prendo per gli stracci; ha un bel scalciare, graffiare, piagnucolare, lui... lo avvolgo nel camiciotto come in un sacco, a un’estremità faccio un nodo con le ma-
niche, all’altra con la cravatta, quel tanto per farlo respirare; mi metto l’involto sotto il braccio, vedo lì vicino un orto recintato; butto Tortillard in mezzo alle carote; grugniva sordamente come un porcellino da latte, ma a due passi di distanza nessuno l’avrebbe sentito... Me la batto, era ora, mi arrampico su un grande albero del viale, proprio dirimpetto alla vostra porta, sopra al fosso dove prima c’era Tortillard. Dieci minuti dopo sento dei passi; pioveva sempre. Era così scuro... così scuro che il diavolo si sarebbe pestato la coda... Sto in ascolto; era la Chouette, “Tortillard!... Tortillard!...” chiamò sottovoce. Sì, cerca pure il tuo Tortillard! “Piove, il monello si sarà stancato di aspettare” disse il Maître, bestemmiando. “Se lo prendo, lo scortico vivo.” “Furfante, vuoi vedere” riprese la Chouette, “che forse sarà venuto in cerca di noi per avvertirci di qualche cosa? Se fosse una trappola!... l’altro voleva fare il colpo solo alle dieci.” “Appunto per questo” risponde il Maître: “sono appena le sette. Tu hai visto il denaro... Chi non risica non rosica; dammi la tenaglia e lo scalpello.”»
«E quegli strumenti?» domandò Rodolphe.
«Venivano dalla casa di Bras-Rouge; oh, ha una casa ben fornita. In un momento forzano la porta. “Fermati lì” dice il Maître alla Chouette; “stai attenta e grida se senti qualcosa.” “Infila il coltello in un occhiello del panciotto, se vuoi averlo subito a portata di mano” dice la guercia. E il Maître d’école entra nel giardino. Mi dico subito: il signor Rodolphe non c’è; in questo momento o è morto o è vivo, non posso fare nulla per lui, ma gli amici dei nostri amici sono nostri... Oh! no; scusate, mio signore!»
«Su, su. E allora?»
«Mi dico: Il Maître è capace di assassinare l’amico del signor Rodolphe, che non se l’aspetta. E qui prima di tutto fa caldo. Salto giù dall’albero, piombo sulla Chouette; la stordisco con due pugni... speciali... cade senza dire ah... Entro nel giardino... Diamine, signor Rodolphe!... era troppo tardi...»
«Povero Murph!!...»
«Sentendo qualche rumore alla porta, doveva essere uscito dal vestibolo; stava rotolando col Maître sulla scala d’ingresso; benché già ferito, continuava a tener duro, senza chiamare aiuto. Un gran buon uomo! È come un buon cane: morde ma non abbaia, mi dico... e mi butto a casaccio su tutti e due, afferro il Maître per una gamba, era il solo pezzo disponibile al momento. “Evviva! sono io! lo Chourineur! Facciamo a metà, signor Murph!” “Ah! brigante! ma da dove salti fuori?” mi urla il Maître, stordito da ciò. “Curioso eh?” gli rispondo, attanagliandogli una gamba con
le mie ginocchia e afferrandogli un braccio, era quello del pugnale, quello buono. “E... Rodolphe?” mi grida il signor Murph, sempre aiutandomi.»
«Bravo, straordinario uomo!» mormorò Rodolphe dolorosamente.
«“Non ne so niente” rispondo. “Quel furfante forse l’ha ucciso.” E raddoppio i colpi sul Maître, che cercava di farmi il solletico col coltello; ma avevo appoggiato il petto sul suo braccio, aveva libero solo il polso. “Allora siete solo soletto?” chiedo a Murph, mentre continuavamo a batterci con il Maître. “C’è gente qui vicino, ma anche se gridassi non mi sentirebbero.” “È lontano?” “Ci sono dieci minuti di strada.” “Chiamiamo aiuto, se passa qualcuno, verrà ad aiutarci.” “No; dal momento che l’abbiamo preso, dobbiamo tenerlo qui... Ma mi sento debole... sono ferito” mi dice Murph. “Forza, allora!! correte a cercare aiuto, se ne avete il tempo. Cercherò di tenerlo fermo; toglietegli il coltello e aiutatemi solo a montargli sopra; anche se è due volte più forte di me quando l’avrò preso bene, me la vedo io.” Il Maître d’école non diceva nulla, lo si sentiva sbuffare come un bue; ma, accidenti!!! quanti sforzi. Il signor Murph non era riuscito a strappare l’arma all’uomo, e questi, per giunta, stringeva come una morsa. Finalmente, appoggiandomi con tutto il peso del corpo sul suo braccio destro, gli passo le mani dietro il collo e le congiungo... come se lo volessi abbracciare. Poterlo prendere così è sempre stato il mio sogno; allora dico al signor Murph: “Sbrigatevi... vi aspetto. Se avete qualcuno che vi avanza fate raccogliere la Chouette da dietro la porta del giardino, l’ho stordita.” Resto solo col Maître. Sapeva cosa lo aspettava.»
«Non lo sapeva!... e neanche tu, amico» disse Rodolphe con un’aria cupa e atteggiando il viso a quell’espressione dura, quasi feroce, di cui abbiamo già parlato. Stupito, lo Chourineur disse a Rodolphe:
«Credevo che il Maître d’école sospettasse quello che lo aspettava; perché, diavolo, non per vantarmi... ma c’è stato un momeno in cui me la sono vista brutta. Eravamo metà per terra e metà sull’ultimo gradino della scala d’ingresso... Avevo le braccia intorno al collo del Maître... guancia a guancia. Lo sentivo digrignare i denti. Era buio... continuava a piovere, e la lampada lasciata nel vestibolo ci dava un po’ di luce. Gli avevo preso una gamba fra le mie. Nonostante questo, con quelle sue potenti reni ci sollevava tutti e due a un piede da terra. Voleva mordermi ma non ci riusciva. Non mi ero mai sentito così forte. Il cuore mi batteva,
ma nel punto giusto. Mi dicevo: Sono come uno che si è gettato su un cane idrofobo per impedirgli di mordere la gente. “Lasciami scappare e non ti farò niente” mi disse il Maître. “Ah! sei anche vigliacco!” risposi io di rimando; “il tuo coraggio allora sta tutto nella tua forza? Non avresti osato uccidere e derubare il mercante di buoi di Poissy, se solo fosse stato forte come me, eh!” “No,” mi disse, “ma ti ucciderò come lui.” E dicendo questo, s’inarcò e nello stesso tempo puntò le gambe a terra con tale potenza che mi gettò di lato; ma avevo sempre le mani incrociate dietro la sua testa, e il suo braccio destro sotto di me. Una volta avute le gambe libere, ha saputo servirsene benissimo. Così ha preso slancio. Mi ha mezzo rovesciato. Se non avessi tenuto ferma la mano col pugnale, sarei stato un uomo finito. In quel momento, il mio polso sinistro non ha retto più; sono stato costretto ad aprire le dita. Cominciava ad andar male. Mi dico: Io sono sotto, lui è sopra sono spacciato. Non importa; preferisco il mio al suo posto... il signor Rodolphe m’ha detto che ho un cuore e un onore. Sento che è così. A questo punto dei miei pensieri scorgo la Chouette ritta sulla scala... con il suo occhio rotondo e lo scialle rosso. Perdio! credevo fosse un incubo. “Finette!” le grida il Maître d’école, “mi sono lasciato cadere il coltello; raccoglilo... là... sotto di lui... e colpiscilo sulla schiena, in mezzo alle spalle.” “Aspetta, aspetta, furfante, che mi raccapezzi...” Ed ecco la Chouette che gira... che gira attorno a noi da quell’uccellaccio del malaugurio che è. Alla fine scorge il pugnale... fa per prenderlo. Io che ero bocconi, le do una tal pedata nello stomaco che la mando a gambe all’aria; ma lei si alza e insiste. Non ne potevo più; stavo ancora aggrappato al Maître; ma mi dava da sotto certi pugni sulla mascella, che stavo per mollare tutto. Cominciavo a non capire più niente... quando vedo tre o quattro giovanottoni armati che scendono la scala... e... il signor Murph, pallidissimo, che si regge a fatica appoggiandosi al signor dottore. Il Maître e la Chouette sono presi e legati. Ma non era finita qui. Adesso volevo il signor Rodolphe. Salto addosso alla Chouette, mi ricordo del dente della povera Goualeuse, le afferro un braccio e torcendoglielo le dico: “Dov’è il signor Rodolphe?”. Lei resiste. Al secondo strattone, mi grida: “Nella cantina di Bras-Rouge, al Coeur Saignant”. Bene. Passando voglio andare a riprendere Tortillard tra le carote; tanta era la mia strada. Guardo... c’era solo il mio camiciotto. L’aveva rosicchiato coi denti. Arrivo al Coeur Saignant, afferro Bras-Rouge per la gola. “Dov’è il giovane che quest’oggi è venuto qui col Maître d’école?” “Non stringermi così forte, adesso te lo dico: hanno voluto fargli
uno scherzo, l’hanno rinchiuso nella cantina; andiamo ad aprirgli.” Scendiamo... nessuno. “Sarà uscito mentre ero voltato” disse Bras-Rouge; “vedi che non c’è nessuno.”
Me ne stavo andando tutto afflitto, quando al lume della lanterna scorgo un’altra porta. Corro lì, tiro verso di me, e mi prendo sulla zucca, diciamo così, una enorme catinellata d’acqua. Vedo le vostre povere braccia in aria. Vi ripesco, vi metto in schiena e vi porto qui, dato che non c’era nessuno da mandare a cercare una carrozza. Ecco, signor Rodolphe, questo è tutto, e posso dire modestamente di essere oltremodo contento...»
«Ragazzo, ti devo la vita... è un debito... che soddisferò, sta’ pur certo, con ogni mezzo... tu hai tanto buon cuore... che sono sicuro condividerai in questo momento con me il sentimento da cui sono animato... da un lato sono terribilmente inquieto per l’amico che tu hai salvato dando prova di grande coraggio, dall’altro nutro un feroce bisogno di vendetta contro colui che per poco non vi ha ucciso tutti e due.»
«Vi capisco, signor Rodolphe... piombarvi addosso alle spalle, gettarvi in una cantina e portarvi svenuto in un sotterraneo per farvi annegare, mi sembra che basti per dare al Maître quel che si merita... mi ha confessato di aver ucciso il mercante di buoi. Io non sono una spia, ma, corpo di un diavolo, questa volta andrei molto volentieri a cercare una guardia per fare arrestare quel brigante!»
«David, volete andare a chiedere notizie di Murph?» disse Rodolphe, senza rispondere allo Chourineur. «Poi tornate qui.»
Il negro uscì.
«Ragazzo, sai dov’è il Maître d’école?»
«In uno stanzino assieme alla Chouette. Volete mandare a
chiamare una guardia, signor Rodolphe?» «No...»
«Lo lascerete andare? Ah, signor Rodolphe non siate generoso con tipi così. Sono sempre del parere che quello lì è un cane arrabbiato. Pensate un po’ ai passanti!»
«Sta’ tranquillo, non morderà più nessuno...» «Volete rinchiuderlo allora in qualche posto?» «No! fra mezz’ora uscirà di qui.»
«Il Maître d’école?»
«Sì...»
«Senza le guardie?»
«Sì...»
«Come! uscirà di qua libero?»
«Libero...»
«E da solo?»
«Sì, da solo...»
«Ma andrà?...»
«Dove vorrà» disse Rodolphe, interrompendo lo Chourineur e
abbozzando un sorriso che lo spaventò...
Il negro tornò.
«Ebbene! David... e Murph?»
«Dorme, mio signore» rispose tristemente il dottore. «Conti-
nua a respirare affannosamente...»
«È ancora in pericolo?»
«Il suo stato... è molto grave, mio signore... Tuttavia... dobbia-
mo sperare...»
«Oh, Murph! vendetta!... vendetta!...» gridò Rodolphe con un
furore freddo e concentrato. Poi aggiunse: «David... una parola...»
E parlò sottovoce all’orecchio del negro. Questi trasalì.
«Esitate?» gli disse Rodolphe. «Eppure vi ho parlato spesso di questa idea... È venuto il momento di porla in esecuzione...»
«Non esito, mio signore... Io approvo l’idea... essa implica una vera e propria riforma penale degna di esser esaminata dai grandi criminalisti, perché questa pena sarebbe nello stesso tempo... semplice... terribile... e giusta... In casi come questi può essere inflitta. Senza contare i delitti che hanno meritato al brigante la galera a vita... ha commesso tre delitti... il mercante di buoi... Murph... e voi, quindi è un atto di giustizia...»
«E avrà anche davanti a sé l’orizzonte sconfinato del pentimento...» aggiunse Rodolphe. «Bene, David... voi mi capite...»
«Noi collaboriamo alla stessa opera... mio signore... Dopo un momento di silenzio, Rodolphe aggiunse:
«David, gli basteranno, per dopo, cinquemila franchi?» «Certamente, signore.»
«Ragazzo» disse Rodolphe allo Chourineur che aveva spalan-
cato tanto d’occhi, «devo dire due parole al signore. Vai intanto nella stanza qui accanto... su una scrivania troverai un grande portafoglio rosso; prendi cinque biglietti da mille franchi e portameli...»
«E per chi sono i cinquemila franchi?» esclamò senza volerlo lo Chourineur.
«Per il Maître d’école... a proposito, di’ anche che lo conducano qui...»
XXI
LA PUNIZIONE
La scena si svolge in un salone tappezzato di rosso e sfarzosamente illuminato.
Rodolphe indossa una lunga vestaglia da camera di velluto nero, che gli impallidisce ancora di più il volto, e siede a un tavolo coperto da un tappeto. Sul tavolo si vedono due portafogli, quello che il Maître ha rubato a Tom nella Cité e quello che appartiene al brigante; la collana di similoro della Chouette, con la medaglietta di lapislazzuli, il coltello ancora insanguinato con cui il Maître d’école aveva colpito Murph, le tenaglie che erano servite a forzare la porta, e infine i cinque biglietti da mille franchi che lo Chourineur era andato a prendere nella stanza vicina.
A un lato del tavolo è seduto il dottore negro, dall’altro lo Chourineur.
Il Maître d’école, strettamente legato, impossibilitato a fare qualsiasi movimento, è su una poltrona a rotelle in mezzo al salone.
Le persone che hanno portato il Maître d’école si sono ritirate. Rodolphe, il dottore, lo Chourineur e l’assassino restano soli. Rodolphe non è adirato: è calmo, triste, raccolto; si prepara a
compiere un rito solenne e grandioso.
Il dottore è meditabondo.
Lo Chourineur prova un vago timore; non può staccare gli oc-
chi dal volto di Rodolphe.
Il Maître d’école è livido... ha paura...
Un arresto legale gli sarebbe sembrato meno spaventoso, da-
vanti a un tribunale normale non avrebbe perso la sua sfrontatezza; ma qui, tutto quello che lo circonda lo sbalordisce, lo spaventa; è in potere di Rodolphe, di un artigiano, come egli credeva, capace di tradirlo o di cedere al momento del delitto, e che ha voluto sacrificare ai propri sospetti e alla speranza di avere da solo il bottino del furto...
E in quel momento Rodolphe gli appare terribile e imponente come una statua della giustizia.
Fuori regna il più profondo silenzio. Si ode solo il rumore della pioggia che cade... che cade dal tetto sul selciato.
Rodolphe si rivolge al Maître d’école:
«Scappato dalla galera di Rochefort dove eravate stato condannato a vita... per falso, furto e omicidio... Siete Anselme Duresnel...»
«È falso; provatelo!» disse il Maître d’école con voce alterata, girando intorno il suo sguardo truce e inquieto.
«Come!» gridò lo Chourineur, «non eravamo insieme a Rochefort?»
Rodolphe fece un segno allo Chourineur e questi tacque. Rodolphe continuò:
«Voi siete Anselme Duresnel... fra poco lo dimostreremo... ave-
te assassinato e derubato un mercante di bestiame sulla strada di Poissy.»
«È falso!»
«Lo proveremo fra poco.»
Il brigante guardò Rodolphe con stupore.
«Questa notte vi siete introdotto qui per rubare e avete pugna-
lato il padrone di casa...»
«Siete stato voi a propormi il furto» disse il Maître d’école ripren-
dendo un po’ di sicurezza; «sono stato attaccato... e mi sono difeso.» «L’uomo che avete colpito non vi ha attaccato... non era armato! Io vi ho proposto il furto... è vero... Fra poco vi dirò quale era il mio scopo. La sera prima, dopo aver spogliato un uomo e una donna nella Cité, dopo aver rubato loro questo portafogli qui per mille
franchi vi siete offerto per uccidermi!...»
«L’ho sentito io!» gridò lo Chourineur.
Il Maître d’école gli lanciò un feroce sguardo di odio. Rodolphe riprese:
«Come vedete, per fare il male non avevate bisogno di essere
tentato da me!...»
«Voi non siete un giudice istruttore, quindi non vi risponde-
rò più...»
«Ecco perché vi ho proposto il furto. Sapevo che eravate evaso
dalla galera... conoscevate i genitori di un’infelice a cui la Chouette, vostra complice, aveva procurato tanti guai... Volevo attirarvi qui con la prospettiva di un furto, la sola prospettiva capace di sedurvi; una volta in mio potere, vi avrei lasciato l’alternativa, o di essere consegnato alla giustizia che vi avrebbe fatto pagare con la morte l’uccisione del mercante di buoi...»
«È falso! non sono stato io.»
«O di lasciarmi l’incarico di portarvi fuori di Francia, in un luogo di reclusione a vita, a patto però che mi aveste dato le informazioni che volevo. Eravate condannato all’ergastolo, avevate infranto il divieto di essere a piede libero.
Impadronendomi di voi, mettendovi in condizione di non nuocere più, rendevo un servizio alla società e, con le vostre ri-
velazioni, avrei avuto forse la possibilità di restituire alla famiglia una povera creatura più disgraziata che colpevole. Tale era dapprima il mio progetto; non era legale; ma voi, con l’evasione e con nuovi delitti, siete fuori della legge... Ieri, grazie a una provvidenziale rivelazione, sono venuto a sapere il vostro vero nome...»
«È falso! non mi chiamo Duresnel.»
Rodolphe prese sul tavolo la collana della Chouette, e, mostrando al Maître la medaglietta di lapislazzuli:
«Sacrilego!» gli gridò con voce minacciosa. «Avete profanato questa sacra reliquia dandola a una infame creatura... tre volte sacra!... perché vostro figlio l’aveva avuta in dono dalla madre e questa da sua madre!»
Il Maître d’école, sorpreso dalla nuova scoperta, abbassò il capo senza rispondere.
«Ieri ho saputo che quindici anni fa avevate tolto vostro figlio a sua madre, e che voi solo conoscevate il segreto della sua esistenza; questo nuovo misfatto è stato un motivo in più per impadronirmi di voi; senza parlare poi di quello che mi tocca personalmente... ma non è di questo che mi vendico... Questa notte avete ancora una volta sparso del sangue senza che ci sia stata una provocazione. L’uomo che avete pugnalato vi era venuto incontro con fiducia, ben lungi dal sospettare in voi la sete di sangue che avete. Vi ha chiesto che cosa desideravate. “La borsa e la vita!” e l’avete trafitto con una pugnalata.»
«Così ha raccontato il signor Murph quando gli ho portato i primi soccorsi» disse il dottore.
«È falso, ha mentito.»
«Murph non mente mai» disse Rodolphe freddamente. «Per i vostri delitti ci vuole una pena esemplare. Per rubare vi siete introdotto a mano armata in questo giardino, avete pugnalato un uomo. Avete commesso un altro delitto... Morrete qui... Per pietà verso vostra moglie e vostro figlio vi si risparmierà l’onta del patibolo... Diremo che siete stato ucciso in un assalto a mano armata... Preparatevi... le armi sono cariche.»
Il volto di Rodolphe era implacabile...
Il Maître d’école aveva notato in una stanza attigua due uomini armati di fucile... Si sapeva ormai il suo nome; pensò infatti che volessero sbarazzarsi di lui per non portare alla luce i suoi ultimi delitti e per salvare così la sua famiglia da questa nuova infamia. Come i suoi pari, il nostro uomo era vigliacco quanto feroce. Credendo che fosse giunta la sua ultima ora, cominciò a
tremare convulsamente; gli si sbiancarono le labbra; con voce soffocata gridò:
«Pietà!»
«Nessuna pietà per voi» disse Rodolphe. «Se non vi bruciamo le cervella qui, il patibolo vi attende...»
«Preferisco il patibolo... Almeno vivrò ancora due o tre mesi... Non è lo stesso per voi, dal momento che dopo sarò punito!... Pietà!... pietà!...»
«Ma vostra moglie... ma vostro figlio... portano il vostro nome...»
«Il mio nome è già disonorato... Quand’anche dovessi vivere solo otto giorni in più, pietà!...»
«Non ha nemmeno quel disprezzo della vita che si trova a volte nei più grandi criminali!» disse Rodolphe disgustato.
«D’altra parte la Legge proibisce di farsi giustizia da sé» riprese il Maître d’école con sicurezza.
«La legge!» gridò Rodolphe, «la legge!... Proprio voi avete il coraggio di invocare la legge, voi che da vent’anni vivete in pugnace e aperta rottura con la società?»
Il brigante abbassò la testa senza rispondere, poi disse con tono umile:
«Lasciatemi almeno vivere, per pietà!»
«Mi direte dov’è vostro figlio?»
«Sì, sì... vi dirò tutto quello che so di lui.»
«Mi direte chi sono i genitori di quella giovanetta che, da
bambina, è stata torturata dalla Chouette?»
«Nel mio portafogli ci sono certi documenti che vi indiche-
ranno la pista da seguire. Pare che sua madre sia una gran signora.»
«Dov’è vostro figlio?»
«Non mi ucciderete?»
«Prima dicci tutto...»
«Però quando saprete...» disse il Maître d’école esitando. «L’hai ucciso!»
«No, no, l’ho affidato a un complice che, dopo il mio arresto, è riuscito a scappare.»
«Che ne ha fatto?»
«L’ha allevato; gli ha inculcato gli insegnamenti necessari per entrare nel commercio, con lo scopo di servirsene e... Ma il seguito non lo racconterò, a meno che non mi promettiate di non uccidermi.»
«Delle condizioni, miserabile!»
«Ebbene! no, no; ma pietà; fatemi arrestare soltanto per il delitto di oggi; non parlate dell’altro. Lasciatemi la possibilità di salvarmi la pelle.»
«Vuoi vivere?»
«Oh! sì, sì; chissà? Non si può mai sapere quello che può succedere» disse involontariamente il brigante. Pensava già alla possibilità di un’altra evasione. «Vuoi vivere ad ogni costo... vivere?»
«Sì, vivere... anche attaccato a una catena! per un mese, per otto giorni... Oh! non voglio morire adesso subito...»
«Confessa i tuoi delitti e vivrai.»
«Vivrò! oh, davvero? vivrò?»
«Ascolta, per pietà verso tua moglie e tuo figlio, voglio darti
un saggio consiglio: muori oggi, muori...»
«Oh! no, no, non ritirate la vostra promessa, lasciatemi vive-
re, l’esistenza più atroce, più spaventosa, non è nulla di fronte alla morte.»
«Vuoi vivere?»
«Oh! sì, sì...»
«Lo vuoi proprio?»
«Oh! non me ne pentirò mai.»
«E di tuo figlio, che ne hai fatto?»
«Quel mio amico di cui vi dicevo, gli ha fatto imparare la con-
tabilità per metterlo in qualche casa bancaria perché potesse informarci... riguardo a qualche aspetto. Noi due c’eravamo messi d’accordo. Da Rochefort, dove aspettavo di evadere, dirigevo il piano di quell’impresa e corrispondevo col complice per messaggi cifrati.»
«Quest’uomo mi spaventa!» esclamò Rodolphe rabbrividendo; «ci sono certi delitti che non sospettavo. Confessa... confessa... perché volevi far entrare tuo figlio da un banchiere?»
«Per... voi capite bene... essendo d’accordo con noi... senza darlo a vedere... ispirare fiducia al banchiere... secondarci... e...»
«Oh! Dio mio! suo figlio!» esclamò Rodolphe stupito e addolorato insieme, prendendosi la testa fra le mani.
«Ma non si trattava che di falsi!» esclamò il brigante; «inoltre quando abbiamo spiegato a mio figlio ciò che volevamo da lui, si è indignato... Dopo una scenata violenta con la persona che l’aveva allevato per i nostri fini, è sparito... Sono passati ormai diciotto mesi... Da allora non si è saputo più niente di lui... nel mio portafogli troverete un documento dove sono indicati tutti i tentativi che ha fatto quella persona per trovarlo, prima che denunciasse l’associazione; ma qui a Parigi abbiamo perso le tracce. L’ultima
casa dove ha abitato era in rue du Temple, al n. 14, sotto il nome di François Germain; nel mio portafoglio potrete trovare anche questo indirizzo... Vedete, ho detto tutto, tutto... Mantenete la vostra promessa, fatemi arrestare solo per il furto di questa sera.»
«E il mercante di bestiame di Poissy?»
«È impossibile che lo scoprano, non ci sono prove. A voi lo confesso volentieri per dimostrare la mia buona volontà; ma davanti al giudice negherei...»
«Lo confessi allora?»
«Ero in miseria, non sapevo come campare... È stata la Chouette a consigliarmi... Adesso mi pento... potete constatarlo, dato che confesso... Ah, se foste tanto generoso da non consegnarmi alla giustizia, vi darei la mia parola d’onore di non ricominciare.»
«Vivrai... e non ti consegnerò alla giustizia.»
«Mi perdonate?» esclamò il Maître d’école non credendo alle proprie orecchie; «mi perdonate?»
«Ti giudico... e ti punisco!» gridò Rodolphe con voce tonante. «Non ti consegno alla giustizia, perché andresti in galera o sul patibolo, non è quello che ti ci vuole... no, non è quello che ti ci vuole... In galera! per tornare a dominare quella massa con la forza e la malvagità! per tornare a soddisfare il tuo istinto di oppressore brutale!... per essere aborrito, temuto da tutti; perché il delinquente ha un suo orgoglio, e tu, nella tua mostruosità, sei contento!... In galera! no, no: il tuo corpo di acciaio sfida le fatiche della galera e il bastone degli aguzzini. E poi le catene si possono rompere, i muri sfondare, i bastioni scalare; e un giorno o l’altro potresti ancora, infrangendo la legge, trovarti a piè libero e azzannare ancora la gente come una belva furiosa, lasciando sul tuo passaggio i segni della rapina e del delitto... perché nulla può sfuggire alla tua forza erculea e al tuo coltello; e questo non deve accadere... no, non deve accadere! Poiché in galera torneresti a spezzare la catena... che fare per garantire la società contro la tua furia? Consegnarti al boia?»
«Allora volete la mia morte?» gridò il Maître d’école, «la mia morte?»
«La tua morte! non sperarlo... sei così vigliacco, la temi tanto... la morte... che mai la crederesti imminente! Con il tuo attaccamento alla vita, con il tuo ostinato sperare, riusciresti a sfuggire alle angosce della sua terribile venuta! Speranza sciocca, insensata!... non importa... essa riuscirebbe a nasconderti l’orribile espiazione del supplizio a cui non crederesti che sotto la scure del boia! E allora, abbrutito dal terrore, non saresti più che una mas-
sa inerte, insensibile che verrebbe offerta in olocausto in mano delle tue vittime... Non è possibile... potresti credere fino all’ultimo di salvarti... Tu, mostro... sperare? Come! la speranza sarebbe venuta a portare entro i muri della tua cella le sue dolci e consolanti visioni.., finché la morte non ti avrà velato la pupilla?... Suvvia!... il vecchio Satana si divertirebbe troppo!... Se non ti penti... non voglio che tu speri in questa vita, io...»
«Ma che cosa ho fatto a quest’uomo?... chi è? che cosa vuole da me? dove sono?...» gridò il Maître d’école quasi in delirio.
Rodolphe continuò:
«Se invece tu affrontassi la morte con spavalderia non dovresti neppure in questo caso essere condotto al supplizio... Per te il patibolo sarebbe la macabra scena in cui, come tanti altri, faresti sfoggio della tua ferocia... dove, senza darti pensiero della tua vita sciagurata, ti danneresti l’anima con un’ultima bestemmia!... Nemmeno questo ti ci vuole... Non è bello che la gente veda un condannato scherzare con la mannaia, schernire il boia e spegnere con una sghignazzata la scintilla divina che il Creatore ha messo in noi... La salvezza di un’anima è una cosa sacrosanta. Ogni delitto può essere espiato e riscattato, ha detto il Salvatore, ma da chi cerca sinceramente espiazione e pentimento. È troppo breve il passo dal tribunale al patibolo. Non devi morire così.»
Il Maître d’école era annientato... Per la prima volta nella sua vita ci fu qualcosa che gli fece più paura della morte... Quel timore imprecisato era orribile...
Il dottore negro e lo Chourineur guardavano Rodolphe con angoscia, ascoltavano fremendo la sua voce sonora, tagliente, implacabile come la lama di una scure; sentivano i loro cuori stringersi dolorosamente.
Rodolphe continuò:
«Anselme Duresnel, non andrai in galera... non morirai...» «Ma che volete da me? è proprio l’inferno che vi manda?» «Ascolta...» disse Rodolphe alzandosi con aria solenne e dando
al suo gesto un’autorità minacciosa: «Hai usato la tua forza per uccidere... io paralizzerò la tua forza... I più forti tremavano davanti a te... tu tremerai davanti ai più deboli... Assassino... Hai gettato alcune creature di Dio nella notte eterna... le tenebre dell’eternità cominceranno per te in questa vita... oggi... fra poco... La punizione insomma sarà pari ai tuoi delitti... Ma» aggiunse Rodolphe, con addolorata pietà, «questa spaventosa punizione non ti toglierà almeno l’orizzonte sconfinato dell’espiazione... Sarei un criminale pari tuo, se, punendoti, soddisfacessi solo la mia sete di vendetta,
per quanto giusta fosse... Lungi dall’essere sterile come la morte... la punizione dovrà essere feconda; lungi dal dannarti... potrà redimerti... Se, onde porti nell’impossibilità di nuocere... ti privo per sempre delle bellezze della natura... se ti precipito in una notte impenetrabile... solo... con il ricordo dei tuoi misfatti... lo faccio affinché tu non smetta mai di contemplarne l’enormità... Sì... isolato per sempre dal mondo esteriore, sarai costretto a guardare in te... e allora spero che la tua fronte, bollata dall’infamia, arrossirà di vergogna... che il tuo animo reso insensibile dalla ferocia... intaccato dal delitto... s’intenerirà per pietà... ogni tua parola è una bestemmia... ogni tua parola sarà una preghiera... Sei audace e crudele perché sei forte... sarai dolce e umile perché sarai debole... Il tuo cuore è chiuso al pentimento... un giorno piangerai le tue vittime... Hai avvilito l’intelligenza che Dio ti aveva dato facendola diventare istinto di rapina e di delitto... da uomo sei diventato bestia selvatica... un giorno la tua intelligenza sarà ritemprata dal rimorso, nobilitata dall’espiazione... Tu non hai rispettato nemmeno quello che rispettano le bestie feroci... la loro femmina e i loro piccoli... Dopo una lunga vita consacrata alla redenzione dei tuoi delitti, la tua ultima preghiera sarà per supplicare Dio di concederti l’insperata felicità di morire tra tua moglie e tuo figlio.»
Dicendo queste ultime parole la voce di Rodolphe s’era fatta mesta e commossa.
Il Maître d’école non aveva quasi più paura... Pensò che Rodolphe prima di fargli la morale avesse voluto spaventarlo. Tranquillizzato quasi dal tono pacato del suo giudice, il brigante, diventato tanto più insolente in quanto era meno spaventato, disse alla fine d’una grassa risata:
«Oh bella! risolviamo sciarade o siamo a catechismo qui?...»
Il negro guardò Rodolphe con inquietudine; si aspettava uno scoppio di furore da parte sua.
Ma non fu così... il giovane scosse la testa con un’ineffabile espressione di tristezza, e disse al dottore:
«David, fate pure... Se sbaglio, che Dio punisca me solo!...»
E Rodolphe si nascose il viso tra le mani...
Alle parole «David, fate pure», il negro suonò.
Entrarono due uomini vestiti di nero. Il dottore, con un segno,
mostrò loro la porta di uno stanzino laterale.
I due uomini vi spinsero dentro la poltrona dove il Maître
d’école era legato in modo da non poter fare nessun movimento. La testa era tenuta ferma allo schienale da una fascia che gli circondava il collo e le spalle.
«Legategli la fronte alla poltrona con un fazzoletto e poi imbavagliatelo» disse David, senza entrare nello stanzino.
«Volete sgozzarmi, adesso?... pietà!...» disse il Maître d’école «pietà!... e...»
E seguì poi un mormorio confuso.
I due uomini riapparvero... Il dottore fece un segno ed essi uscirono.
«Mio signore?...» disse ancora una volta il negro a Rodolphe con aria interrogativa.
«Fate» rispose Rodolphe senza muoversi.
David entrò a passi lenti nello stanzino.
«Signor Rodolphe, ho paura» disse lo Chourineur pallidissi-
mo e tutto tremante. «Signor Rodolphe, dite qualcosa... ho paura... sto forse sognando? Ma che cosa sta facendo mai il negro al Maître d’école? Signor Rodolphe, non si sente niente... Ho ancora più paura.»
David uscì dallo stanzino; era pallido come possono esserlo i negri. Aveva le labbra bianche.
Suonò.
I due uomini riapparvero.
«Riportate qui la poltrona.»
Ricondussero il Maître d’école.
«Levategli il bavaglio.»
Glielo tolsero.
«Volete mettermi alla tortura, allora?...» gridò il Maître più
con ira che con dolore. «Perché vi siete divertito a pungermi gli occhi così?... Mi avete fatto male... Avete spento le luci anche qui come nello stanzino perché volete torturarmi ancora al buio?...»
Seguì un istante di spaventoso silenzio.
«Siete cieco...» disse finalmente David con voce rotta.
«Non è vero! Non è possibile! Avete fatto buio apposta!...» gri-
dò il brigante, facendo sforzi violenti sulla poltrona. «Scioglietelo, che si alzi, che cammini» disse Rodolphe.
I due uomini sciolsero i legami.
Il Maître d’école si alzò bruscamente, fece un passo con le
mani tese davanti a sé, poi ricadde sulla poltrona con le braccia alzate al cielo.
«David, dategli il portafogli» disse Rodolphe.
Il negro mise nelle mani tremanti del Maître d’école un piccolo portafogli.
«In questo portafogli c’è denaro sufficiente per pagarti una casetta... e comperarti da mangiare... fino alla fine dei tuoi giorni
in qualche posto solitario. Adesso sei libero... vattene... e pentiti... il Signore è misericordioso!»
«Cieco!» ripeté il Maître d’école senza far caso al portafogli che aveva in mano.
«Aprite le porte... che se ne vada!» disse Rodolphe. Le porte furono aperte con gran rumore.
«Cieco! cieco! cieco!!!» ripeté il brigante annientato.
«Dio mio! è proprio vero!»
«Sei libero, hai il denaro, vattene!»
«Ma non posso andarmene! Come volete che faccia? non ci
vedo più!!!» gridò, disperato. «Ma è un delitto spaventoso abusare della propria forza per...»
«È un delitto spaventoso abusare della propria forza!» ripeté con tono solenne Rodolphe interrompendolo.
«E tu, che cosa hai fatto della tua forza?»
«Oh! la morte... Sì, avrei preferito la morte!» gridò il Maître d’école. «Essere alla mercé di tutti, aver paura di tutto! Ora anche un fanciullo potrebbe picchiarmi! Che fare? Dio mio, Dio mio! che fare?»
«Hai il denaro.»
«Me lo ruberanno!» disse il brigante.
«Te lo ruberanno! Le senti queste parole... che dici con paura,
tu che hai rubato? Vattene.»
«Per l’amor di Dio» disse il Maître d’école supplichevole, «che
qualcuno mi guidi! Come farò per la strada?... Ah! uccidetemi! guardate, uccidetemi! ve lo chiedo per pietà... uccidetemi!»
«No, un giorno ti dovrai pentire.»
«Mai, mai mi pentirò!» gridò il Maestro con rabbia. «Oh! mi vendicherò! sì... mi vendicherò!...»
E, digrignando i denti dalla rabbia, si alzò dalla poltrona, minacciando con i pugni chiusi.
Ma al primo passo, inciampò.
«No, no, non potrò mai!... ed essere ancora così forte! Ah, come sono disgraziato... Nessuno ha pietà di me, nessuno.»
E pianse.
È impossibile descrivere la paura, lo stupore dello Chourineur durante quella scena terribile: la sua faccia selvaggia e rude esprimeva la compassione. A un certo momento si avvicinò a Rodolphe e gli disse sottovoce:
«Signor Rodolphe, questo forse se l’è meritato... era un brigante famigerato! poco fa ha tentato anche di uccidermi; ma adesso è cieco, piange. Sì, insomma, mi fa pena... non sa come fare per uscire di
qui. Per la strada, potrebbero schiacciarlo. Permettetemi di accompagnarlo in qualche posto dove almeno possa stare tranquillo!»
«Va bene...» disse Rodolphe, commosso da tanta generosità, prendendo la mano allo Chourineur; «va’ pure...»
Lo Chourineur si avvicinò al Maître d’école e gli mise una mano sulla spalla.
Il malandrino trasalì.
«Chi mi tocca?» disse con voce sorda.
«Io...»
«Io, chi?»
«Lo Chourineur.»
«Vieni a vendicarti anche tu, vero?»
«Non sei capace di uscire!... aggrappati al mio braccio... ti gui-
derò io.» «Tu! tu!»
«Sì, mi fai pena... adesso; vieni!»
«Vuoi tendermi un tranello?»
«Sai bene che non sono un vigliacco... non approfitterei mai
della tua disgrazia. Su, andiamo, è quasi giorno.»
«È giorno!!! ah, io non vedrò mai più quando sarà giorno!»
esclamò il Maître d’école.
Rodolphe, non potendo più sopportare quello spettacolo, se
ne andò bruscamente, seguito da David, dopo aver fatto segno ai due domestici di ritirarsi.
Lo Chourineur e il Maître d’école rimasero soli.
«È vero che ci sono i soldi nel portafogli che mi hanno dato?» disse l’assassino, dopo un lungo silenzio.
«Sì, ci ho messo io stesso cinquemila franchi. Con una somma così potrai andare a pensione da qualche parte, in qualche angolo, in campagna, per il resto dei tuoi giorni... oppure vuoi che ti accompagni dall’ostessa?»
«No, mi deruberebbe.»
«Da Bras-Rouge?»
«Mi darebbe il veleno per derubarmi!»
«E allora dove vuoi che ti accompagni?»
«Non so. Tu, Chourineur, non sei un ladro. Ecco, nascondimi
bene il portafogli nella giacca, perché se la Chouette lo vedesse, me lo porterebbe via.»
«La Chouette? L’hanno portata all’ospedale Beaujon. Questa notte, nella lotta contro voi due, le ho deformato una gamba.»
«Ma che cosa sarà di me? Dio mio! che cosa ne sarà di me adesso che ho questa tela nera lì, sempre davanti a me! E se su
questa tela nera vedessi apparire le facce pallide e smorte di coloro...»
Sussultò:
«L’uomo di questa notte è morto?» chiese con voce sorda allo Chourineur.
«No.»
«Meglio così!»
E il brigante restò per un po’ silenzioso, poi a un tratto escla-
mò tremante di rabbia:
«Sei proprio tu, Chourineur che mi sei costato questo! Ma-
scalzone... se non c’eri tu ammazzavo l’uomo e portavo via il denaro. Se sono cieco, è colpa tua! sì, è colpa tua!»
«Non ci pensare più, non è salutare per te. Su, vieni sì o no?... sono stanco, ho voglia di dormire. Oggi ci siamo divertiti abbastanza. Domani torno alla mia solita vita. Ti porterò dove vorrai, poi andrò a dormire.»
«Ma io non so dove andare. Nella mia stanza... non oso... dovrei dire...»
«Ebbene! ascolta: vuoi venire per un giorno o due nella mia stamberga? Potrei forse trovare moltissima gente onesta che, non sapendo chi sei, ti prenderà a pensione in casa propria, come un infermo... Guarda... c’è proprio un uomo del porto Saint-Nicolas che conosco, la cui madre abita a Saint-Mandé; una degna donna, non troppo fortunata. Lei forse potrebbe prendersi cura di te... E allora vieni sì o no?»
«Di te, Chourineur, c’è da fidarsi. Non ho paura di venire a casa tua col denaro. Non hai mai rubato, tu... tu non sei cattivo, sei generoso.»
«Va bene, su, basta con questi epitaffi.»
«Ti sono riconoscente, Chourineur, del fatto che vuoi farmi del bene. Non hai né odio né rancore, tu...» disse il brigante umilmente, «vali molto più di me.»
«Perdio! lo credo bene; il signor Rodolphe mi ha detto che ho un cuore.»
«Ma chi è quell’uomo? Non è un uomo,» gridò il Maître d’école in preda a un nuovo accesso di disperato furore, «è un carnefice! un mostro!»
Lo Chourineur alzò le spalle e disse: «Andiamo?»
«Andiamo a casa tua, vero, Chourineur?»
«Sì.»
«Mi giuri che non mi serbi rancore per questa notte, me lo
giuri?»
«Sì.»
«E sei sicuro che non sia morto... l’uomo?»
«Ne sono sicuro.»
«Sarà sempre uno di meno» disse l’assassino con voce sorda. E appoggiandosi al braccio dello Chourineur, uscì dalla casa
dell’allée des Veuves.
PARTE SECONDA
I L’ÎLE-ADAM
Era passato un mese dagli avvenimenti che abbiamo descritto. Trasporteremo il lettore nella cittadina dell’Île-Adam che sorge in una posizione incantevole, sulle rive dell’Oise, al limite di una foresta.
I fatterelli diventano in provincia avvenimenti. Per questo gli sfaccendati dell’Île-Adam che quella mattina bighellonavano sulla piazza della chiesa, erano molto curiosi di sapere quando sarebbe arrivato il compratore della più bella macelleria della città, che la proprietaria, la vedova Dumont, aveva da poco ceduto.
Il compratore doveva essere sicuramente ricco: perché aveva fatto dipingere e preparare splendidamente la bottega. Gli operai vi avevano lavorato giorno e notte per tre settimane. Una bella inferriata di bronzo dorato occupava tutto il vano della porta della macelleria e la proteggeva senza ostacolare la circolazione dell’aria. Ai lati dell’inferriata c’erano due larghe colonne, con in cima due grosse teste di toro con le corna d’oro; le colonne sorreggevano la grande cornice destinata a ricevere l’insegna della bottega. Il resto della casa, che era a un solo piano, era stato dipinto di un color pietra; le persiane, di un grigio chiaro. I lavori erano terminati, mancava solo che si esponesse l’insegna, cosa attesa con impazienza dagli sfaccendati, desiderosissimi di conoscere il nome del successore della vedova.
Finalmente, gli operai portarono un grande cartello dove i curiosi poterono leggere scritto a caratteri d’oro su fondo nero: «Macelleria Francoeur».
L’informazione non soddisfece che parzialmente la curiosità degli sfaccendati dell’Île-Adam. Chi era il signor Francoeur? Uno dei più curiosi andò a informarsi dal garzone della macelleria, un ragazzo con la faccia allegra e aperta che stava premurosamente dando gli ultimi ritocchi alla vetrina.
Il ragazzo, alle domande, rispose dicendo di non conoscere ancora il signor Francoeur, suo padrone, perché la macelleria era stata acquistata per procura; ma il garzone era sicuro che il padrone avrebbe fatto di tutto per accattivarsi come clienti i signori abitanti dell’Île-Adam.
Questo piccolo complimento buttato lì con squisita cordialità e il bell’aspetto della bottega disposero favorevolmente i curiosi verso il signor Francoeur; alcuni anzi promisero subito al garzone di diventare clienti della macelleria.
La casa aveva una porta carraia che dava sulla rue de l’Eglise.
Due ore dopo l’apertura della macelleria, un carrettino nuovo fiammante, tirato da un bravo e robusto cavallo percheron, entrò nel cortile della macelleria; ne discesero due uomini.
Uno era Murph, completamente guarito dalla ferita, anche se ancora pallido; l’altro era lo Chourineur.
Col rischio di ripetere una frase convenzionale, diremo che sotto i vestiti che portava, il frequentatore delle bettole della Cité era quasi irriconoscibile, tanto e tale è il potere dell’abito.
Il volto aveva subìto lo stesso cambiamento: con gli stracci lo Chourineur aveva deposto quella sua aria selvaggia, brutale e turbolenta; a vederlo camminare con le mani nelle tasche della lunga e grossa prefettizia di castorino color nocciola, col mento rasato di fresco nascosto entro una sciarpa bianca ricamata agli angoli, lo si sarebbe preso per l’uomo più tranquillo di questo mondo.
Murph attaccò la cavezza del cavallo a un anello di ferro infisso nel muro e fece segno allo Chourineur di seguirlo; entrarono in una stanzuccia bassa, con mobili in noce, che faceva da retrobottega; le due finestre che c’erano davano sul cortile dove il cavallo scalpitava impaziente. Murph sembrava a casa propria; infatti aprì un armadio, tirò fuori una bottiglia di acquavite con un bicchiere, poi disse allo Chourineur:
«Poiché stamane, ragazzo, fa molto freddo, penso che berrete volentieri un po’ d’acquavite.»
«Se non vi dispiace, signor Murph... non berrò.»
«Non volete?»
«No, sono troppo contento e la gioia mette calore. Con ciò,
quando dico contento... forse.»
«Come mai?»
«Ieri siete venuto a cercarmi al porto di Saint-Nicolas, dove
scaricavo legna con lena per scaldarmi. Non vi vedevo dalla notte... in cui il negro dai capelli bianchi aveva accecato il Maître
d’école. Era la prima cosa che non fosse lui a rubare, è vero... ma insomma... accidenti, ero sconvolto. E il signor Rodolphe, che faccia! lui che sembrava tanto buono, in quel momento mi ha fatto paura.»
«Bene, bene... e dopo?»
«Dopo voi m’avete detto: “Buongiorno, Chourineur”. “Buongiorno signor Murph. Eccovi in piedi!... meglio così, diavolo!... meglio così. E il signor Rodolphe?” “È stato costretto a partire qualche giorno dopo l’affare dell’allée des Veuves e si è dimenticato di voi, ragazzo.” “Ebbene, signor Murph”, vi rispondo io, “che il signor Rodolphe mi abbia dimenticato, vero... mi dispiace molto.”»
«Volevo dire, amico, che si era dimenticato di ricompensare i vostri servigi; ma se ne ricorderà sempre.»
«Così, signor Murph, quelle parole mi hanno subito rincuorato. Accidenti! io certo non lo dimenticherò mai!... Mi ha detto che ho un cuore e un onore... insomma basta.»
«Purtroppo, ragazzo, sua signoria è partito senza lasciare disposizioni nei vostri riguardi; io possiedo solo quello che mi dà sua signoria: non posso ripagare come vorrei... quello che vi devo per parte mia.»
«Via, signor Murph, voi volete scherzare.»
«Ma perché diamine non siete più ritornato all’allée des Veuves dopo quella brutta notte? Sua signoria si sarebbe ricordato di voi prima di partire.»
«Insomma... il signor Rodolphe non mi ha fatto cercare. Ho creduto che non avesse più bisogno di me.»
«Ma dovevate pur pensare che sentisse almeno il bisogno di mostrarvi la sua riconoscenza.»
«Dal momento che, signor Murph, mi avete detto che il signor Rodolphe non si è dimenticato di me!»
«Va bene, su, non parliamone più. Solo che ho faticato molto per trovarvi... Non andate più dall’ostessa?»
«No.»
«Come mai?»
«Così, idee mie... sciocchezze.»
«Meno male; ma torniamo a quello che stavate dicendo.»
«A che cosa, signor Murph?»
«Mi stavate dicendo: “Sono contento di avervi incontrato; e
ancora, contento... forse”.»
«Adesso mi ricordo, signor Murph. Ieri, quando siete ve-
nuto dove scarico il legname, mi avete detto: “Ragazzo, io non
sono ricco, ma posso farvi avere un posto dove faticherete meno che al porto, e che vi farà guadagnare quattro franchi al giorno”. Quattro franchi al giorno... benissimo! Non potevo crederci: una paga da sottufficiale! Vi rispondo: “Ci sto, signor Murph”. “Ma” voi mi dite, “non dovete vestire come un pezzente, perché potreste spaventare i signori che vi presenterò.” Io vi rispondo: “Non ho altro da mettermi”. Voi mi dite: “Venite al Temple”. Io vi seguo; scelgo quello che comare Hubart ha di più fiammante, mi anticipate i soldi per pagare, e, in un quarto d’ora, sono agghindato come un proprietario o come un dentista. Ho appuntamento con voi alla porta per questa mattina all’alba; all’appuntamento vi trovo con il vostro carrettino, e ora eccoci qui.»
«Or bene, che cosa c’è di brutto in tutto questo?»
«C’è che... a esser ben messi, vedete signor Murph, ci si rovina, e quando poi tornerò a rimettermi il vecchio camiciotto e gli stracci, mi farà uno strano effetto. E poi... guadagnare quattro franchi al giorno, io che ne guadagno due... così a un tratto, per giunta... mi sa che è troppo bello e che non può durare; e preferirei dormire per tutta la vita sul brutto pagliericcio della mia stamberga, piuttosto che dormire cinque o sei notti in un buon letto. Sono fatto così, io.»
«Non è del tutto sbagliato. Ma meglio di tutto sarebbe dormire sempre in un buon letto.»
«Chiaro, è meglio avere pane finché si vuole piuttosto che crepare di fame. Ah, questa poi! c’è una macelleria qui?» disse lo Chourineur, che aveva sentito il garzone battere la mannaia e visto i quarti di manzo attraverso le tende.
«Sì, buon uomo; appartiene a un mio amico. Volete che diamo un’occhiata intanto che il cavallo riprende fiato?»
«Oh sì, volentieri; mi ricorda quand’ero giovane... solo che allora il mio macello era Montfaucon e il mio bestiame da macello i vecchi ronzini. È strano, se avessi avuto i mezzi, quello del macellaio è un mestiere che comunque mi sarebbe piaciuto molto! Andarsene su un buon puledrino a comprar bestie alla fiera, ritornare a casa propria accanto al fuoco, scaldarsi se si ha freddo, asciugarsi se si è bagnati e trovare la propria brava donna, una buona grassona fresca e gioviale, con una nidiata di bambini che vi frugano nelle tasche per vedere se avete portato loro qualcosa. E la mattina, nel mattatoio, abbrancare un bue per le corna... specialmente quando è cattivo, dio d’un dio!... bisogna che sia cattivo... attaccarlo all’anello, abbatterlo, squartar-
lo, pulirlo... Caspita, sarebbe stata la mia più grande ambizione, come per la Goualeuse quand’era piccola mangiare lo zucchero d’orzo... A proposito, signor Murph... quando non ho più visto la povera ragazza tornare dall’ostessa, ho pensato che il signor Rodolphe l’avesse portata via di lì. Ecco, questa sì che è una buona azione, signor Murph. Povera ragazza! lei non voleva fare del male... Era così giovane! e poi... l’abitudine... Insomma il signor Rodolphe ha fatto bene.»
«Sono d’accordo con voi. Ma volete venire a visitare la bottega, mentre aspettiamo che il cavallo prenda fiato?»
Lo Chourineur e Murph entrarono nella bottega, poi andarono a vedere la stalla dove erano rinchiusi tre magnifici buoi e una ventina di montoni; poi la scuderia, la rimessa, il mattatoio, i magazzini e gli annessi della casa, che era tenuta con cura e pulizia, indizi di ordine e di benessere.
Quando ebbero visto tutto, fuorché il piano superiore:
«Dovete ammettere» disse Murph, «che il mio amico è un uomo molto fortunato. La casa e la bottega sono sue, senza contare il migliaio di scudi circolante necessario al suo commercio; inoltre, trentotto anni, forte come un toro, una salute di ferro, ed entusiasta del suo mestiere. Quando va alla fiera a comperare le bestie, ne fa le veci il bravo e onesto ragazzo che avete visto prima. Non è vero che il mio amico è molto fortunato?»
«Ah, certo, signor Murph. Ma che volete? ci sono i fortunati e gli sfortunati; quando penso che fra poco guadagnerò quattro franchi al giorno, e che c’è gente che ne guadagna la metà, o meno...»
«Volete salire a vedere il resto della casa?»
«Volentieri, signor Murph.»
«Il signore che deve assumervi si trova proprio di sopra.» «Il signore che deve assumermi?»
«Sì.»
«Oh bella, perché poi non me l’avete detto prima?»
«Ve lo spiegherò dopo.»
«Un momento» disse lo Chourineur triste e imbarazza-
to, prendendo Murph per un braccio; «sentite, devo dirvi una cosa... che il signor Rodolphe forse non vi ha detto... ma che io non devo nascondere al padrone che vuole assumermi... perché se questo non gli va, tanto vale che sia subito anziché dopo.»
«Cosa volete dire?» «Voglio dire...»
II
LA RICOMPENSA
«Evviva! sono maledettamente contento di ritrovarvi, signor Rodolphe, o meglio mio signore» esclamò lo Chourineur.
Provava una vera gioia nel rivedere Rodolphe; perché i cuori generosi si affezionano sia in virtù dei servigi che fanno che in virtù di quelli che son fatti loro.
«Buongiorno, ragazzo; anch’io sono felice di vedervi.»
«Che burlone il signor Murph! aveva detto che eravate partito. Ma state a sentire, mio signore...»
«Chiamatemi signor Rodolphe, mi piace di più.»
«Ebbene, signor Rodolphe, scusate se non son più venuto da voi dopo la notte del Maître d’école... Adesso capisco che ho fatto una sgarberia; ma insomma, non me ne vorrete, vero?»
«Vi scuso» disse Rodolphe sorridendo. Poi aggiunse:
«Murph vi ha fatto vedere la casa?»
«Sì, signor Rodolphe; bella abitazione, bella bottega; cose da
ricchi, fatte con cura. A proposito di ricchi, fra poco, signor Rodolphe, lo diventerò anch’io: il signor Murph mi fa guadagnare quattro franchi al giorno... quattro franchi!»
«Ho qualcosa di meglio da proporvi, ragazzo.»
«Oh! di meglio... senza volervi contraddire, è difficile.» «Quattro franchi al giorno!»
«Vi dico che ho da proporvi di meglio: perché la casa, quanto
c’è in essa, la bottega e i mille scudi che sono in questo portafogli, è tutta roba vostra.»
Lo Chourineur sorrise stupidamente, strinse convulsamente le ginocchia prendendo in mezzo e schiacciando il peloso cappello di castoro, e finì col non capire niente di quello che Rodolphe gli diceva, sebbene le parole di quest’ultimo fossero molto chiare.
Poi Rodolphe riprese con benevolenza:
«Capisco la vostra sorpresa; ma vi ripeto che questa casa e questo denaro sono vostri, sono di vostra proprietà.»
Lo Chourineur diventò di fuoco, si passò la mano callosa sulla fronte madida di sudore e balbettò con voce alterata:
«Oh, cioè... cioè..., mia proprietà...»
«Sì, proprietà vostra dal momento che io vi faccio dono di tutto. Capite! vi faccio dono di tutto, a voi...»
Lo Chourineur si agitò sulla sedia, si grattò la testa, tossì, abbassò gli occhi e non rispose. Si sentiva sfuggire il filo delle idee. Capiva perfettamente quello che gli diceva Rodolphe e appunto
per questo non poteva credere alle proprie orecchie. Fra la profonda miseria, la degradazione in cui era sempre vissuto e la posizione che gli assicurava Rodolphe, c’era un abisso che non poteva essere colmato nemmeno dal servizio che egli aveva reso a Rodolphe.
In attesa del momento in cui il suo protetto avrebbe aperto gli occhi, Rodolphe stava a godersi deliziosamente quello stupore, quel beato stordimento.
Notava, con una mescolanza di gioia e d’amarezza indicibili, che in certi uomini l’abitudine alla sofferenza e alla sventura è tale, che la loro ragione si rifiuta d’ammettere la possibilità di un avvenire che costituirebbe per molti un’esistenza assai poco allettante.
«Certo» egli pensava, «se mai l’uomo ha rapito, sull’esempio di Prometeo, qualche scintilla alla divinità, è nei momenti in cui fa (ci sia perdonata questa bestemmia!) quello che la Provvidenza dovrebbe fare di tanto in tanto per edificare il mondo: provare ai buoni e ai cattivi che c’è ricompensa per gli uni, punizione per gli altri.»
Dopo aver gioito ancora un po’ del beato inebetimento dello Chourineur, Rodolphe continuò:
«Trovate che quel che vi do vada molto al di là delle vostre speranze?»
«Mio signore!» disse lo Chourineur alzandosi bruscamente, «voi mi offrite questa casa con molto denaro... per tentarmi; ma io non posso.»
«Che cosa non potete?» chiese Rodolphe stupito.
Lo Chourineur si animò in volto, la sua vergogna cessò, disse con fermezza:
«Lo so che non mi offrite tanto denaro per spingermi a rubare. D’altronde, non ho mai rubato in vita mia... Forse, è per uccidere... ma ne ho già abbastanza del sogno del sergente!» aggiunse lo Chourineur con voce cupa.
«Ah, questi infelici!» esclamò Rodolphe con amarezza. «La compassione che si ha per loro è veramente un fatto così insolito che non si possa vedere la generosità se non alla luce di fini criminosi?»
Poi si rivolse alla Chourineur e gli disse con voce piena di dolcezza:
«Voi mi giudicate male... vi ingannate, non esigerò nulla da voi che non sia cosa onesta. Quello che vi do, ve lo do perché lo meritate.»
«Io!» esclamò lo Chourineur ripreso da nuovo stupore, «lo merito, e come mai?»
«Ve lo dirò subito: senza nozione del bene e del male, abbandonato ai vostri istinti selvaggi, rinchiuso per quindici anni in galera in compagnia dei peggiori scellerati, pungolato dalla miseria e dalla fame, costretto dalla vostra stessa infamia e dalla riprovazione della gente onesta a frequentare la feccia dei malfattori, non solo siete rimasto integro, ma anche il rimorso del vostro delitto è sopravvissuto all’espiazione che la giustizia umana vi aveva imposto.»
Questo linguaggio semplice e nobile fu una nuova fonte di meraviglia per lo Chourineur. Egli guardava Rodolphe con un rispetto misto a timore e riconoscenza. Ma non poteva ancora arrendersi all’evidenza.
«Ma come, signor Rodolphe, perché mi avete bastonato, perché, credendovi un operaio dato che parlavate il gergo come pochi lo parlano, vi ho raccontato la mia vita fra un bicchiere e l’altro, e perché dopo di ciò non vi ho lasciato annegare... Voi, come mai? Insomma, io... una casa... i soldi... io come un signore... Sentite, signor Rodolphe, vi ripeto che non è possibile.»
«Credendomi uno dei vostri, mi avete raccontato la vostra vita con naturalezza, senza fingere, senza nascondere ciò che c’era stato in essa di colpevole e di generoso. Vi ho giudicato... giudicato bene, e mi piace ricompensarvi.»
«Ma, signor Rodolphe, non può essere. No, insomma ci sono dei poveri operai che sono stati onesti per tutta la vita, e che...»
«Lo so, e per parecchi di questi ho fatto forse più di quanto faccio per voi. Ma se colui che resta onesto in mezzo alla gente onesta da cui è stimato merita interessamento e appoggio, interessamento e appoggio merita anche colui che, sebbene lontano dalla gente onesta, riesce a mantenersi tale in mezzo agli scellerati più abominevoli della terra. D’altra parte, non è tutto: voi m’avete salvato la vita e l’avete salvata anche a Murph, il mio più caro amico. Quello che faccio per voi mi è stato quindi dettato tanto dalla riconoscenza personale quanto dal desiderio di togliere dal fango una natura buona e forte che si era smarrita ma non perduta... E non è ancora tutto.»
«Che cos’ho fatto ancora, signor Rodolphe?»
Rodolphe gli prese cordialmente la mano e gli disse:
«Mosso a pietà da un uomo che poco prima aveva tentato di uc-
cidervi, gli avete offerto il vostro aiuto; gli avete perfino dato asilo nella vostra povera abitazione, al n. 9 dell’impasse Notre-Dame.»
«Sapevate dove abitavo, signor Rodolphe?»
«Se voi dimenticate i servigi resi, io no che non li dimentico. Quando siete uscito da casa mia vi ho fatto seguire; vi hanno visto entrare a casa vostra con il Maître d’école.»
«Ma se il signor Murph mi aveva detto che voi, signor Rodolphe, non sapevate dove stavo.»
«Volevo tentare un’ultima prova su di voi, volevo sapere se la vostra generosità era disinteressata. Infatti, dopo la vostra generosa azione, siete ritornato al pesante lavoro di ogni giorno senza chiedere nulla, senza sperare nulla, senza nemmeno una parola d’amarezza per l’apparente ingratitudine con cui avevo misconosciuto i vostri servigi; e quando ieri Murph vi ha offerto un’occupazione un po’ meglio retribuita del vostro lavoro abituale, avete accettato con gioia, con riconoscenza.»
«Sentite, signor Rodolphe, in quanto a questo, quattro franchi al giorno sono sempre quattro franchi al giorno. In quanto ai servizi che vi ho reso, spetta piuttosto a me esservene grato.»
«E perché mai?»
«Sì, sì, signor Rodolphe» aggiunse con aria triste, «mi sono tornate in mente certe cose... perché, da quando vi conosco e mi avete detto quelle due parole: “Hai ancora un CUORE e un ONORE”, è sorprendente quante riflessioni faccio. È proprio strano che due parole, due sole parole facciano tanto. Ma, in fondo, seminate due piccoli chicchi di grano da nulla nella terra e dopo un po’ spunteranno due belle spighe.»
Il paragone, giusto e poetico quasi, colpì Rodolphe. Infatti, due parole, ma due parole potenti e magiche per chi sa capirle, avevano fatto germogliare quasi all’improvviso gli istinti buoni e generosi che in germe esistevano in quella forte natura.
«Vedete, mio signore» riprese lo Chourineur, «ho salvato voi, signor Rodolphe, e in parte il signor Murph, è vero, ma potrei salvarne centinaia, migliaia, che non riuscirei a restituire alla vita coloro...»
E lo Chourineur abbassò la testa incupito.
«Il vostro rimorso è salutare, ma una buona azione conta sempre.»
«E poi, in ciò che avete detto al Maître d’école a proposito degli assassini, c’erano cose che potevano andare per me, sia in male che in bene.»
Per distogliere lo Chourineur dal corso dei suoi pensieri, Rodolphe gli disse:
«Siete stato voi a sistemare il Maître d’école a Saint-Mandé?»
«Sì, signor Rodolphe... Mi aveva fatto cambiare i suoi biglietti di banca e comperare una cintura che gli ho cucito addosso... e dentro ci ho messo il conquibus, e tanti saluti! Adesso è in pensione a trenta soldi al giorno, in casa di ottima gente che per giunta ha piacere a tenerselo.»
«Dovrete farmi un altro favore, ragazzo.»
«Dite, signor Rodolphe.»
«Fra qualche giorno andrete a trovarlo... con questo documen-
to: esso gli dà diritto ad avere un posto a vita dai Bons-Pauvres. Versando quattromila cinquecento franchi e presentando detto documento sarà tenuto lì a vita: siamo già d’accordo ed è tutto in regola. Ho pensato che questa è la soluzione migliore. Così, per il resto dei suoi giorni, si sarà assicurato il vitto e l’alloggio, e dovrà solo pensare a pentirsi. Mi dispiace di non avergli procurato subito questa ammissione, al posto di una somma che può essere dissipata o rubata; ma m’ispirava un tale orrore che come prima cosa desideravo sbarazzarmi della sua presenza. Gli farete dunque quest’offerta e lo condurrete all’ospedale. Se per caso non vuole, vedremo di trovare qualche altra via di uscita. D’accordo allora, andrete a trovarlo!»
«Con piacere, signor Rodolphe, vi farei questo favore, come lo chiamate voi, ma non so se sarò libero. Il signor Murph mi ha fatto assumere da un signore per quattro franchi al giorno.»
Rodolphe guardò stupito lo Chourineur.
«Come! E la vostra bottega? e la vostra casa?»
«Via, signor Rodolphe, non prendetevi gioco di un povero dia-
volo. Vi siete già divertito abbastanza a mettermi alla prova, come avete detto. La storia della casa e della bottega è un motivetto cantato sulla stessa aria. Vi siete detto: “vediamo se quell’animale dello Chourineur sarà tanto citrullo da immaginarsi che...” Basta, basta, signor Rodolphe. Siete un burlone... chiuso!»
«Ma come! non vi ho spiegato poco fa che...»
«Per dare un colore alla cosa... trucco vecchio... a dir la verità, avevo un po’ abboccato. Bisognava essere gonzi!»
«Ma, ragazzo, siete pazzo!»
«No, no, mio signore. Sentite, parlatemi del signor Murph. Quattro franchi al giorno, sebbene sia già una cosa maledettamente incredibile, è però a rigor di logica concepibile, ma una casa, una bottega, un mucchio di denaro, che razza di commedia! Perdio, che razza di commedia!»
E si mise a ridere in modo rumoroso e sincero. «Ma ancora una volta...»
«Sentite, mio signore, devo ammettere che sulle prime ci sono cascato; e questo quando mi sono detto: “Il signor Rodolphe è un uomo come non ce ne sono molti, forse ha qualcosa da mandare a prendere dal diavolo, mi dà la commissione, e vuole ungere un po’ le ruote perché non mi lasci spaventare dall’odore di bruciaticcio.” Ma poi mi sono detto che avevo torto di pensare così di voi, e in quel preciso istante mi sono accorto che stavate scherzando; perché se fossi stato tanto sciocco da credere che mi deste tutta una fortuna per niente, immediatamente voi, mio signore, mi avreste detto: “Eh, povero Chourineur, mi fai pena... sei tocco, a volte?”.»
Rodolphe trovò che cominciava a essere un po’ difficile convincere lo Chourineur. Perciò gli si rivolse con tono grave e sostenuto, quasi severo:
«Non scherzo mai con la riconoscenza e con l’attenzione che mi ispira una nobile condotta... Ve l’ho già detto, questa casa e questo denaro sono vostri, ve ne faccio dono io. E, poiché esitate a credermi, e mi costringete a farvi un giuramento, vi giuro sul mio onore che tutto questo vi appartiene e ve lo do per le ragioni che vi ho già detto.»
Dal tono sicuro e dignitoso di Rodolphe e dall’espressione seria del suo volto, lo Chourineur non ebbe più dubbi. Per qualche istante guardò Rodolphe in silenzio, poi gli disse senza enfasi e con voce profondamente commossa:
«Vi credo, mio signore, e vi ringrazio molto. Un povero uomo come me non sa dire belle frasi. Ancora una volta, ecco, vi ringrazio. Tutto quello che posso dirvi, vedete, è che non rifiuterò mai di soccorrere gli infelici, perché la fame e la miseria sono ostesse del tipo di quelle che hanno adescato la Goualeuse, e perché quando si è nel fango, non tutti hanno forza sufficiente per tirarsene fuori.»
«Non potevate farmi ringraziamento migliore, ragazzo... voi mi capite. Troverete in questo scrittoio i documenti relativi a questa proprietà, acquistata per voi con il nome di Francoeur.»
«Francoeur?»
«Voi non avete un nome e io vi do questo. È di buon auspicio. Sono sicuro che lo onorerete.»
«Ve lo prometto, mio signore.»
«Coraggio, ragazzo. Voi potete aiutarmi in una buona opera.» «Io, mio signore?»
«Voi; agli occhi del mondo sarete un esempio salutare e viven-
te. La fortunata posizione a cui vi innalza la Provvidenza servirà a dimostrare che la gente caduta in basso può ancora risollevarsi
e sperare purché si penta e conservi in fondo all’animo qualche preziosa qualità. Coloro che hanno errato, cercheranno di diventare migliori se vi vedranno contento di essere stato onesto, coraggioso, disinteressato dopo aver commesso un delitto che avete scontato con una punizione così terribile. Voglio che si sappia tutto del vostro passato. Prima o poi lo si verrebbe a conoscere; tanto vale prevenire la scoperta. Fra poco andremo assieme a trovare il sindaco di questo comune; mi sono informato su di lui; si tratta di un uomo degno di collaborare con me nella mia opera. Gli dirò come mi chiamo e garantirò per voi; e per stabilire fin da ora un legame onorevole fra voi e le due persone che rappresentano moralmente la società del posto, verserò, garantendola per due anni, una somma mensile di mille franchi da destinarsi ai poveri; detta somma vi verrà spedita ogni mese e voi assieme al sindaco e al parroco deciderete l’uso da farne. Se uno di loro avesse ancora qualche scrupolo a mettersi in rapporto con voi, questo scrupolo dovrebbe sparire davanti alle esigenze della carità. Una volta assicurate queste relazioni, sarà compito vostro meritarvi la stima di tali degne persone e voi non mancherete di farlo.»
«Mio signore, capisco. Non a me, Chourineur, voi fate tutto questo bene, ma agli infelici che, come me, si sono trovati in mezzo al dolore e in mezzo al male, e ne sono usciti, come dite voi, con un cuore e un onore. Con rispetto parlando, è come nell’esercito: quando tutto un battaglione ha combattuto fino allo stremo, non si può decorare tutti, non ci sono che quattro croci per cinquecento coraggiosi; ma quelli che non hanno la medaglia si dicono: bene, l’avrò un’altra volta, e la prossima volta combattono ancora più accanitamente.»
Rodolphe ascoltava con piacere il suo protetto. Aveva restituito a quell’uomo la stima in se stesso; l’aveva riabilitato ai suoi propri occhi; l’aveva, per così dire, reso consapevole del proprio valore e così facendo gli aveva destato quasi istantaneamente nel cuore e nella mente pensieri pieni di sentimento, di dignità, oseremmo dire quasi di delicatezza.
«Ciò che mi avete detto, Francoeur» riprese Rodolphe, «è stata una nuova dimostrazione della vostra riconoscenza, ve ne sono grato.»
«Meglio così, mio signore, perché se ci fosse un’altra maniera per dimostrarvela sarei molto imbarazzato.»
«Adesso andiamo a visitare la vostra casa; il vecchio Murph si è già preso questo piacere e ora voglio prendermelo anch’io.»
Rodolphe e lo Chourineur scesero.
Appena entrati nel cortile, il garzone si rivolse alla Chourineur e gli disse rispettosamente:
«Poiché voi siete il padrone, signor Francoeur, vengo a dirvi che ci sono molti clienti. Mancano le costolette e i cosciotti, bisognerebbe ammazzare subito uno o due montoni.»
«Perbacco!» disse Rodolphe allo Chourineur, «ecco una buona occasione per dimostrare la vostra bravura... e io voglio essere il primo ad averne un saggio... l’aria fresca mi ha messo appetito, con piacere assaggerò le vostre costolette, sebbene temo siano un po’ dure.»
«Siete troppo buono, signor Rodolphe» disse lo Chourineur diventato allegro; «mi lusingate; farò del mio meglio.»
«Padrone, devo portare due montoni al macello?» disse il garzone.
«Sì, porta anche un coltello ben affilato che abbia la costola solida e il filo non troppo sottile.»
«Ho qualcosa che fa appunto al caso vostro, padrone, state tranquillo... con questo ci si potrebbe far la barba. Tenete.»
«Cospetto! signor Rodolphe» disse lo Chourineur togliendosi in fretta e furia la prefettizia e rimboccandosi le maniche della camicia mettendo così a nudo due braccia da atleta. «Questo mi ricorda la giovinezza e il macello; vedrete come taglierò là dentro... dio d’un dio, vorrei già essere lì dentro! Il coltello, ragazzo, il coltello! Oh, bene... sei un intenditore. Questa sì che è una lama! Chi ne vuole?... Cospettaccio! con un coltello simile mi mangerei un toro infuriato.»
E lo Chourineur brandì il coltello. Gli occhi cominciarono a iniettarglisi di sangue; il bruto riprendeva il sopravvento; l’istinto, l’appetito sanguinario ricomparivano in tutta la loro tremenda potenza.
Il mattatoio era nel cortile.
Era una stanza a volta, scura, lastricata di pietre, che riceveva luce da una stretta apertura posta in alto.
Il garzone trascinò un montone fino alla porta.
«Devo legarlo all’anello, padrone?»
«Attaccarlo, diavolo!... E queste ginocchia? Sta’ tranquillo che
le mie ginocchia lo stringeranno come una morsa. Dammi la bestia, e ritorna in bottega.»
Il garzone se ne andò.
Rodolphe restò solo con lo Chourineur; lo esaminava di proposito, quasi con ansia.
«Su, all’opera!» gli disse.
«Farò in un lampo, perdio! Vedrete come maneggio il coltello. Mi bruciano le mani... mi ronzano le orecchie... Le tempie mi bat-
tono come quando stavo per vedere rosso... Vieni qui, tu... eh! Madelon, che ti scanno!»
E dimenticandosi subito di Rodolphe, afferrò la pecora senza sforzo, con uno sguardo carico di lampi selvaggi, poi con un balzo entrò nel mattatoio ed era pieno di gioia feroce.
Lo si sarebbe detto un lupo che rintana con la preda in bocca.
Rodolphe lo seguì, quindi si appoggiò a uno stipite della porta che chiuse.
Il mattatoio era nell’ombra; un vivido raggio di luce cadeva perpendicolarmente sullo Chourineur, illuminandone alla maniera di Rembrandt la rozza faccia, i capelli biondo chiaro e i favoriti rossi. Piegato in due e con in bocca il lungo coltello balenante nella penombra, teneva stretta la pecora tra le ginocchia. Quando l’ebbe sistemata come voleva lui, la prese per la testa, le fece allungare il collo e la scannò.
Non appena la lama penetrò, la pecora mandò un piccolo belato dolce e lamentoso, volse lo sguardo morente verso lo Chourineur, e due fiotti di sangue schizzarono in volto all’uccisore.
Quel grido, quello sguardo, quel sangue di cui grondava fecero una tremenda impressione a quell’uomo. Il coltello gli cadde di mano, la faccia coperta di sangue gli diventò livida, contratta, orrenda; sbarrò gli occhi, gli si rizzarono i capelli; poi, mettendosi improvvisamente a indietreggiare inorridito, gridò con voce soffocata:
«Ah! il sergente! il sergente!»
Rodolphe gli corse vicino.
«Ritorna in te, ragazzo mio.»
«Là... là... il sergente...» ripeté lo Chourineur indietreggiando
passo passo, con l’occhio fisso e torvo e indicando col dito un fantasma invisibile. Poi, lanciato un grido spaventoso, come se lo spettro l’avesse toccato, si precipitò in fondo al mattatoio, nell’angolo più buio, e lì si gettò con la faccia, con il petto e con le braccia contro il muro, come se avesse voluto buttarlo giù per sfuggire a un’orribile visione, continuando a ripetere con voce sorda e convulsa:
«Oh! il sergente!... il sergente!... il sergente!...»
III
LA PARTENZA
Nonostante le cure di Murph e Rodolphe che faticarono non poco a calmarlo, lo Chourineur ritornò completamente in sé solo dopo una lunga crisi.
Era solo con Rodolphe in una stanza del primo piano della macelleria.
«Mio signore, disse un po’ avvilito, siete stato tanto buono con me... ma ecco, vedete, preferirei essere mille volte più disgraziato di quello che sono stato finora piuttosto che accettare il mestiere che mi offrite...»
«Pensateci... comunque.»
«Ecco, mio signore... quando ho udito il grido di quella povera bestia che non si difendeva... quando ho sentito il sangue schizzarmi in faccia... un sangue caldo... che sembrava vivo... Oh! voi non sapete che cosa sia... allora ho rivisto il mio sogno... il sergente... e quei poveri soldati che squartavo... che non si difendevano, e che morendo mi guardavano con aria così dolce... così dolce... che pareva mi compiangessero!... Oh! mio signore! c’è da impazzire!...»
E l’infelice si prese nervosamente la testa fra le mani.
«Su, calmatevi.»
«Scusatemi, mio signore, ma adesso la vista del sangue... di
un coltello... non potrei sopportarla... In ogni momento mi ritornerebbero i sogni che ho cominciato a dimenticare... Avere ogni giorno le mani o i piedi nel sangue... scannate delle povere bestie... che non si difendono... oh! no, no, non potrei... Preferirei essere cieco come il Maître d’école, piuttosto che essere costretto a fare questo mestiere.»
È impossibile descrivere l’energia del gesto, della voce, della faccia dello Chourineur mentre diceva queste parole.
Rodolphe si sentiva profondamente commosso. Era soddisfatto che la vista del sangue avesse prodotto un simile effetto sul suo protetto.
Per un momento nello Chourineur, la bestia selvaggia, l’istinto sanguinario avevano avuto il sopravvento sull’uomo; ma il rimorso aveva avuto la meglio sull’istinto. Così era bello; questa era una grande lezione.
Rodolphe, sia detto a suo elogio, non aveva disperato di questa reazione da parte dello Chourineur. La sua volontà, non il caso, aveva preparato la scena del macello.
«Perdonate, mio signore» disse timidamente lo Chourineur, «contraccambio molto male la vostra bontà verso di me... ma...»
«Anzi... voi appagate i miei desideri... Tuttavia, lo confesso, non ero sicuro di trovare in voi questa sacra esaltazione del rimorso.»
«Come, mio signore?»
«Ascoltate» disse Rodolphe, «ecco qual era stata la mia idea: avevo scelto per voi il mestiere di macellaio perché era il mestiere a cui vi portavano il vostro gusto e il vostro istinto...»
«Ahimè, mio signore, è vero... A parte quello che sapete, sarebbe stata la mia felicità... lo dicevo proprio poco fa al signor Murph.» «Lo sapevo... perciò se, caro e sincero Francoeur, aveste accettato l’offerta che vi facevo... e voi potevate farlo senza perdere la mia stima, tutto quanto è qui vi sarebbe appartenuto e io avrei estinto un debito sacrosanto... vi tiravo fuori da una situazione penosa, facevo di voi un buono, edificante e salutare esempio... e continuavo a interessarmi al vostro avvenire. Se, invece, la vista del sangue che vi apprestavate a versare con indifferenza vi ricordava il vostro delitto, se una ripugnanza automatica mi provava che il rimorso continuava a covarvi in fondo all’anima, le mie mire intorno a voi cambiavano; perché il mestiere che vi offrivo
sarebbe diventato per voi un supplizio quotidiano...»
«Oh è verissimo! signor Rodolphe, un supplizio tremendo.» «Adesso, ecco quello che vi propongo. Sono convinto che voi
accetterete, infatti ho agito con questa convinzione. Una persona che possiede molte terre in Algeria mi ha ceduto per voi (rimane solo da firmare l’atto) una grande fattoria destinata all’allevamento del bestiame. Le terre della fattoria sono fertilissime e coltivate. Ma conoscendo il vostro coraggio e il bisogno che avete di darne delle prove, non vi nascondo che ho comperato tali terre a questa condizione, pur trovandosi esse alle propaggini dell’Atlante, cioè sugli avamposti, ed esposte ai frequenti attacchi degli arabi... lì bisogna essere tanto buon soldato almeno quanto buon coltivatore; la fattoria è nello stesso tempo un fortino e viceversa. L’uomo che amministra la tenuta in assenza del proprietario vi metterà al corrente di tutto, dicono che sia onesto e fidato; lo terrete con voi finché vi sarà necessario. Una volta stabilitovi laggiù, non solo potrete migliorare la vostra condizione col lavoro e con una condotta intelligente, ma col vostro coraggio potrete anche rendere veri e propri servigi alla nazione. I coloni si addestrano alle armi. L’estensione della vostra proprietà, il numero dei dipendenti vi assicureranno il comando di un contingente abbastanza ragguardevole di armati. Disciplinato ed elettrizzato dal vostro coraggio, esso potrebbe essere di grandissima utilità e protezione per i proprietari delle campagne. Ho fatto questa scelta, ve lo ripeto, nonostante il pericolo, o meglio a causa del pericolo, perché volevo utilizzare la vostra naturale intrepidezza; perché, pur avendo espiato e quasi riscattato un grande delitto, la
vostra riabilitazione sarà più nobile, più completa, più eroica se essa si compirà in mezzo ai pericoli di un paese ribelle piuttosto che nel pacifico trantran di una cittadina. Non vi ho offerto subito quest’ultima situazione, perché era più probabile che l’altra vi avrebbe soddisfatto; questa d’altra parte è così pericolosa che non volevo esporvi senza avervi lasciato prima questa scelta... Ma siete ancora in tempo, se questa sistemazione non vi piace, ditemelo francamente, cercheremo qualcos’altro... altrimenti domani sarà tutto firmato; vi consegnerò i documenti della vostra proprietà... e andrete ad Algeri con una persona designata dall’ex proprietario della fattoria per immettervi nel possesso dei beni... Vi sono dovuti i fitti di due anni; li riscuoterete al vostro arrivo. La terra rende tremila franchi; lavorate, fate migliorie, siate attivo, attento e vi sarà facile migliorare la vostra condizione e quella dei coloni che sarete in grado di aiutare; poiché sono sicuro che vi mostrerete sempre generoso e caritatevole; vi ricorderete che essere ricco vuol dire donare molto... Sebbene lontano da voi, non vi perderò di vista. Non dimenticherò mai che io e il mio miglior amico vi dobbiamo la vita. L’unica prova d’affetto e di gratitudine che vi chiedo è d’imparare presto a leggere e a scrivere affinché possiate una volta alla settimana informarmi di quello che fate e rivolgervi direttamente a me nel caso vi occorressero consigli e appoggi.»
È superfluo descrivere le effusioni di gioia dello Chourineur. Il lettore ne conosce abbastanza bene il carattere e le inclinazioni per capire che per lui non c’era proposta migliore di quella.
L’indomani, infatti, lo Chourineur partiva per Algeri.
IV RICERCHE
La casa che Rodolphe aveva nell’allée des Veuves non era la sua residenza abituale. Egli abitava in uno dei più grandi palazzi del faubourg Saint-Germain, sito in fondo alla rue Plumet.
Per evitare gli onori dovuti al suo altissimo grado, fin dal suo arrivo a Parigi aveva mantenuto l’incognito: infatti il suo incaricato d’affari alla Corte di Francia aveva annunciato che il suo signore avrebbe fatto le visite ufficiali indispensabili sotto il nome e il titolo di conte di Duren.
In virtù di questa consuetudine, non infrequente nelle Corti del Nord, un principe può viaggiare con grande libertà e spensieratezza evitando gli inconvenienti di un fastidioso protocollo.
Nonostante l’incognito, Rodolphe, come gli si addiceva, aveva un alto tenore di vita. Introdurremo il lettore nel palazzo della rue Plumet, il giorno dopo la partenza dello Chourineur per l’Algeria.
Erano appena suonate le dieci del mattino.
In una vasta stanza a pianterreno che precedeva lo studio di Rodolphe, Murph, seduto a una scrivania, stava sigillando un mucchio di dispacci.
Un usciere in livrea nera, con al collo una collana d’argento, aprì i due battenti della porta dell’anticamera e annunciò:
«Sua eccellenza il barone di Graün!»
Murph, senza interrompere il lavoro, salutò il barone con un gesto insieme cordiale e familiare.
«Signor incaricato d’affari...» disse sorridendo, «abbiate la compiacenza di scaldarvi un po’, tra un momento sono da voi.»
«Sir Walter Murph, segretario privato di Sua Altezza Serenissima... attenderò i vostri ordini» rispose allegramente il signore di Graün; e per scherzo fece un profondo e rispettoso inchino davanti al bravo gentiluomo.
Il barone aveva circa cinquant’anni, capelli grigi e radi, leggermente incipriati e arricciati. Il mento un po’ sporgente spariva quasi interamente dietro un’alta cravatta di mussolina inamidatissima e di un biancore abbagliante. Aveva un viso fine, un fare distinto e sotto i cristalli degli occhiali d’oro brillava uno sguardo malizioso e penetrante. Sebbene fossero le dieci del mattino, il signor di Graün indossava un vestito scuro: l’etichetta lo esigeva; all’occhiello portava un nastro con righe di vari colori. Posò il cappello su una poltrona e si accostò al caminetto mentre Murph continuava il suo lavoro.
«Caro Murph, sicuramente Sua Altezza ha vegliato parte della notte, dal momento che la corrispondenza è numerosa, a quanto pare.»
«Monsignore è andato a dormire questa mattina alle sei. Fra l’altro ha scritto una lettera di otto pagine al gran maresciallo e me ne ha dettata un’altra non meno lunga per il capo del Consiglio Supremo.»
«Devo aspettare che Sua Altezza si alzi per comunicargli le informazioni che ho portato?»
«No, caro barone... Sua signoria ha dato ordine di non essere svegliato prima delle due o delle tre del pomeriggio; vuole che entro stamattina facciate partire questi dispacci con un corriere speciale, senza aspettare lunedì. Dovete comunicare a me le in-
formazioni che avete raccolto e io dovrò informare sua signoria al risveglio: questi sono gli ordini.»
«Bene! Credo che Sua Altezza sarà soddisfatta di quello che devo fargli sapere. Ma, caro Murph, spero che l’invio del corriere non sia di cattivo augurio. Gli ultimi dispacci che ho avuto l’onore di trasmettere a Sua Altezza...»
«Dicevano che tutto andava per il meglio laggiù, e proprio perché sua signoria ci tiene a esprimere il più presto possibile la sua soddisfazione al capo supremo e al gran maresciallo vuole che spediate la posta oggi stesso.»
«In questo riconosco Sua Altezza... Se si trattasse di un rimprovero, non si affretterebbe tanto; del resto c’è perfetta unanimità per quel che concerne la sicura e abile amministrazione dei nostri governanti ad interim. È molto semplice» aggiunse il barone sorridendo; «l’orologio era eccellente e perfettamente regolato dal nostro signore, si trattava solo di caricarlo puntualmente perché continuasse ad andare avanti senza mutamenti e incertezze indicando ogni giorno l’impiego di ogni ora e di ogni individuo. L’ordine in un governo può solo generare fiducia e tranquillità nel popolo; questo spiega le buone notizie che mi date.»
«E qui, caro barone, nulla di nuovo? non si è saputo niente?... Le nostre misteriose avventure...»
«Nessuno ne sa nulla. Dopo l’arrivo di sua signoria a Parigi, le poche persone dalle quali si era fatto ricevere si sono abituate a vederlo molto raramente; credono che gli piaccia molto la vita ritirata e che faccia frequenti gite nei dintorni di Parigi. Sua Altezza è stato saggio a sbarazzarsi per qualche tempo del ciambellano e dell’aiutante di campo che aveva condotto con sé dalla Germania.»
«E che sarebbero stati per noi testimoni molto importuni.»
«E così, all’infuori della contessa Sarah Mac-Grégor, di suo fratello Tom Seyton di Halsburg e di Karl, la loro anima dannata, nessuno è informato dei travestimenti di Sua Altezza; ora, né la contessa, né suo fratello, né Karl hanno interesse a tradire questo segreto.»
«Ah, caro barone» disse Murph sorridendo, «che sfortuna che quella maledetta contessa sia rimasta vedova proprio adesso!»
«Non si era maritata nel 1827 o nel 1828?»
«Nel 1827, poco tempo dopo la morte di quella povera bambina che adesso avrebbe sedici o diciassette anni... e che sua signoria piange ancora ogni giorno, senza però parlarne mai.»
«Rimpianti tanto più comprensibili, in quanto Sua Altezza non ha avuto figli dal suo matrimonio.»
«Perciò vedete, caro barone, sono riuscito a capire che a parte la pietà che gli ispira la povera Goualeuse, l’interesse di sua signoria per quell’infelice creatura deriva soprattutto dal fatto che la figlia così amaramente pianta da lui (fermo restando l’odio per la contessa sua madre) avrebbe adesso la stessa età.»
«È una vera fatalità che quella Sarah, di cui ci si credeva liberati per sempre, sia rimasta libera proprio diciotto mesi dopo che Sua Altezza ha perduto un modello di moglie, dopo pochi anni di matrimonio. Sono sicuro che la contessa si creda favorita dalla sorte per via di questa doppia vedovanza.»
«E le sue folli speranze risorgono più vive che mai; tuttavia ella sa che sua signoria le corrisponde la più profonda avversione, d’altra parte meritata. Non è stata lei la causa di... Ah! barone» disse Murph senza finire la frase «quella donna è funesta... Voglia Iddio che ella non ci rechi nuove sventure!»
«Che cosa si può temere da lei, caro Murph? Tempo addietro ella ha avuto su sua signoria l’influenza che esercita sempre una donna abile e intrigante su un uomo che ama per la prima volta e che soprattutto si trova nelle circostanze che sapete; ma questa influenza è svanita dopo la scoperta delle indegne manovre di quella creatura e soprattutto per via del ricordo lasciato dall’avvenimento spaventoso provocato da lei.»
«Più piano, caro di Graün, più piano» disse Murph. «Ahimè! siamo in quel mese sinistro e ci avviciniamo a quella data non meno sinistra del 13 gennaio; questo terribile anniversario mi fa sempre temere per sua signoria.»
«Tuttavia, se con l’espiazione ci si può far perdonare una grande colpa, perché Sua Altezza non dev’essere assolto?»
«Di grazia, caro di Graün non parliamo di ciò; ne sarei rattristato per tutto il giorno.»
«Dunque vi dicevo che ormai le mire della contessa Sarah sono assurde: la morte della bambina, di cui parlavate poco fa, ha spezzato l’ultimo legame che poteva ancora tenere stretto sua signoria a quella donna; è pazza se persiste nelle sue speranze.»
«Sì, ma è una pazzia pericolosa. E il fratello, come sapete, condivide le idee ambiziose e ostinate di lei, quantunque adesso come adesso questa bella coppia abbia tante ragioni per disperare quante ne aveva di sperare diciotto anni fa.»
«Ah, e quante disgrazie non causò allora anche quel diabolico prete Polidori con la sua criminosa compiacenza!»
«A proposito, mi hanno detto che da un anno o due a questa parte vive in città, sicuramente nella miseria più nera, o dedito a qualche losca attività.»
«Che caduta per un uomo di tanto sapere, di tanto ingegno, di tanta intelligenza!»
«Ma anche di una così odiosa perversità... Voglia il cielo che non incontri la contessa! L’unione di questi due demoni sarebbe pericolosissima.»
«Vi ripeto, caro Murph, che l’interesse stesso della contessa, per quanto irragionevole sia la sua ambizione, le impedirà in ogni caso di approfittare dell’inclinazione all’avventura di sua signoria per macchinare una qualche brutta azione.»
«Lo spero anch’io; eppure solo per caso è andata in fumo non so più quale proposta, certo ignobile, che quella donna voleva fare al Maître d’école, l’orribile criminale, che adesso, nell’impossibilità di nuocere a chicchessia, vive, ignorato, forse sulla via di pentirsi, presso alcuni onesti contadini del paesello di SaintMandé. Ahimè! sono convinto che, proprio per vendicarsi di me con quell’assassino, sua signoria, a causa della punizione terribile che gli ha inflitto, ha rischiato di mettersi in una posizione gravissima.»
«Grave! no, no, caro Murph; perché insomma la questione è tutta qui: un forzato evaso, un noto criminale, s’introduce in casa vostra e vi prende a pugnalate; per legittima difesa voi potete o ucciderlo o mandarlo al patibolo; in tutti e due i casi lo scellerato deve morire; ora, invece di ucciderlo o di darlo in mano al boia, mettete il mostro nell’impossibilità di nuocere alla società mediante una punizione terribile, sì, ma anche meritata. Chi potrebbe accusarvi? Credete che la giustizia si costituirà parte civile contro di voi a difesa di un simile bandito? E voi siete forse da condannare per aver fatto meno di quanto la legge vi permetteva di fare, per avere solamene privato della vista uno che potevate uccidere restando nella piena legalità? Come mai, per difendere la mia vita o per vendicarmi d’un flagrante adulterio, la società mi riconosce il diritto di vita e di morte sul mio simile, diritto illimitato, incontrollabile, inappellabile, che mi rende giudice e carnefice, e non potrò modificare a mio piacimento la pena capitale che avrei potuto infliggere impunemente? e soprattutto... soprattutto quando si tratta del brigante in questione? Perché il problema è tutto qui. Lascio da parte il nostro grado di principe sovrano in seno alla Confederazione germanica. So che in diritto ciò non ha nessun valore; ma in realtà ci sono sempre certe im-
munità forzate; d’altra parte supponete che si intenti un processo contro sua signoria, quanti episodi di generosità deporrebbero a suo favore! quante opere di carità e di beneficenza sarebbero allora rivelate! Stando così le cose, immaginatevi inoltre questa strana causa davanti a un tribunale, che cosa pensate che succederebbe?»
«Sua signoria me l’ha sempre detto: accetterebbe l’accusa e non approfitterebbe affatto delle immunità che gli potrebbe assicurare la sua posizione. Ma chi divulgherebbe il triste avvenimento? Voi conoscete la fidatissima discrezione di David e dei quattro servitori ungheresi della casa dell’allée des Veuves. Lo Chourineur, che sua signoria ha ricompensato, non ha fatto parola del supplizio inflitto al Maître d’école, per paura di compromettersi. Prima della partenza per Algeri mi ha giurato di mantenere il silenzio su questo argomento. Il brigante stesso, dal canto suo, sa che andare a sporgere querela vuol dire offrire la propria testa al boia.»
«Infine, né sua signoria, né voi, né io parleremo, non è vero? Caro Murph, il nostro segreto non sarà certo custodito peggio per il fatto che sono in parecchi a conoscerlo. Per male che vada, ci sarebbe da temere solo qualche contrarietà; e poi verrebbero alla luce a proposito di questa strana causa cose così grandi e così nobili che una tale accusa, lo ripeto, sarebbe un trionfo per Sua Altezza.»
«Mi avete completamente tranquillizzato. Ma mi avete detto di avere con voi le informazioni prese dalle lettere trovate addosso al Maestro e dalle dichiarazioni rilasciate dalla Chouette durante la sua degenza in ospedale, da dove è uscita qualche giorno fa, completamente guarita dalla sua frattura alla gamba.»
«Ecco le informazioni» disse il barone levandosi di tasca un foglio. «Sono relative alle ricerche sulla nascita della giovinetta chiamata la Goualeuse, e sul luogo di attuale residenza di François Germain, figlio del Maître d’école.»
«Volete leggermi gli appunti, caro di Graün? So che intenzioni ha sua signoria, vedremo se queste informazioni sono sufficienti. Siete sempre soddisfatto del vostro agente?»
«È un uomo prezioso, pieno d’intelligenza, di abilità e di discrezione. A volte sono perfino costretto a moderare il suo zelo, perché, come sapete, Sua Altezza riserva per sé certi particolari rivelatori.»
«E continua a ignorare la parte di sua signoria in tutto questo?»
«Completamente. La mia posizione di diplomatico è un ottimo pretesto per le indagini di cui mi occupo. Il signor Badinot (così si
chiama il nostro uomo) sa destreggiarsi molto bene e ha conoscenze segrete e no in quasi tutte le classi della società; un tempo procuratore legale, anche se poi è stato costretto a vendere la propria carica per appropriazione indebita, ha sempre avuto informazioni precise sulla sorte e sulla condizione dei suoi vecchi clienti; ci sono parecchi segreti che conosce e che si gloria sfrontatamente d’avere venduto; arricchitosi due o tre volte e rovinatosi con gli affari, troppo conosciuto per tentare nuove speculazioni, ridotto a vivere alla giornata ricorrendo a un mucchio d’espedienti più o meno leciti, quest’uomo è una specie di Figaro abbastanza originale come parlatore. Finché c’è di mezzo il suo interesse, egli appartiene anima e corpo a chi lo paga, non ha convenienza a ingannarci; d’altra parte io lo faccio sorvegliare e lui non lo sa; non abbiamo quindi nessun motivo per non fidarci di lui.»
«Del resto le informazioni precedentemente forniteci erano molto esatte.»
«Ha una certa onestà, ma a modo suo, e vi assicuro, caro Murph, che il signor Badinot è l’originale prototipo di una di quelle esistenze misteriose che si trovano e che sono possibili solo a Parigi. Divertirebbe molto Sua Altezza se non si sapesse che non ci deve essere nessun rapporto tra lui e Sua Altezza.»
«Si potrebbe aumentare la paga del signor Badinot; la ritenete necessaria questa gratifica?»
«Cinquecento franchi al mese più le piccole spese... che ammontano pressappoco alla stessa cifra, mi sembrano sufficienti; lui pare contento: in seguito vedremo.»
«E non si vergogna del mestiere che fa?»
«Vergognarsi, lui? anzi se ne vanta, eccome; e quando mi porta i suoi rapporti non manca mai di assumere una certa aria non dico diplomatica... ma importante; perché il briccone fa finta di credere che si tratti d’affari di Stato, e di essere sbalordito del fatto che possano esistere misteriose relazioni tra gli interessi più svariati e il destino degli imperi. Sì, qualche volta ha la sfacciataggine di dirmi: “Quante complicazioni nel governo di uno Stato che sono ignote al profano! Eppure chi direbbe che gli appunti che vi consegno, signor barone, hanno sicuramente la loro importanza negli affari dell’Europa!”.»
«Via, i bricconi cercano di ingannarci sulla loro bassezza; è una cosa che fa sempre piacere alle persone oneste. Ma questi appunti, caro barone?»
«Eccoli, quasi interamente redatti seguendo il rapporto del signor Badinot.»
«Vi ascolto.»
Il signor di Graün lesse quanto segue:
NOTE RELATIVE A FLEUR-DE-MARIE
All’inizio dell’anno 1827, un uomo chiamato Pierre Tournemine, attualmente detenuto nella galera di Rochefort per reato di falso, ha proposto alla Gervais, detta Chouette, di allevare una bambina di cinque o sei anni, promettendole come salario la somma di mille franchi, che venne pagata una volta sola.
«Ahimè! caro barone» disse Murph interrompendo il signor di Graün, «... 1827... è proprio in quell’anno che monsignore ha appreso la morte dell’infelice bambina che egli piange con tanto strazio... Per questo motivo e per molti altri, quell’anno è stato funesto al nostro signore.»
«Gli anni felici sono rari, caro Murph. Ma proseguiamo:
Ad affare concluso la bambina restò con quella donna per due anni alla fine dei quali è fuggita non potendo sopportare oltre i maltrattamenti della donna. La Chouette non ne aveva più sentito parlare per molti anni quando l’ha rivista per la prima volta circa sei settimane fa, in una osteria della Cité. La bambina, diventata ormai una fanciulla, aveva allora il soprannome di Goualeuse. Pochi giorni dopo quell’incontro, il suddetto Tournemine, che il Maître d’école ha conosciuto nella galera di Rochefort, aveva fatto consegnare a Bras-Rouge (corrispondente misterioso e abituale dei forzati detenuti in galera o di quelli in libertà) una lettera dettagliata che riguardava la bambina un tempo affidata alla Gervais, detta Chouette.
Da questa lettera e dalle dichiarazioni della Chouette, risulta che una certa signora Séraphin, governante di un notaio di nome Jacques Ferrand, aveva, nel 1827, incaricato Tournemine di trovarle una donna che, per la somma di 1000 franchi, acconsentisse a prendersi cura di una bambina di cinque o sei anni, che si voleva abbandonare, come abbiamo già detto sopra.
La Chouette accettò la proposta.
Lo scopo di Tournemine, mandando queste informazioni a BrasRouge, era di mettere quest’ultimo in grado di far ricattare la signora Séraphin da una terza persona, minacciandola di divulgare il fatto, peraltro già da tempo dimenticato. Tournemine assicurava che la signora Séraphin agiva per conto di personaggi sconosciuti.
Bras-Rouge aveva consegnato la lettera alla Chouette, che da qualche tempo era diventata la complice dei delitti del Maître d’école; così si spiega come mai questo documento si trovasse nelle mani del brigante, e come mai, al momento del suo incontro con la Goualeuse al Lapin Blanc, la Chouette, per tormentare Fleurde-Marie, le abbia detto: “Abbiamo trovato i tuoi genitori ma tu non li conoscerai”.
L’importante era di sapere se la lettera di Tournemine relativa alla bambina tempo addietro affidata da lui alla Chouette diceva la verità.
Abbiamo preso informazioni sulla signora Séraphin e sul notaio Jacques Ferrand.
Esistono tutti e due.
Il notaio abita in rue du Sentier, al n. 41; passa per un uomo devoto e austero, per lo meno va molto in chiesa; nella pratica degli affari è di una regolarità eccessiva che viene tacciata di rigidezza; ha ottima clientela; vive con una parsimonia che confina con l’avarizia; ha sempre come governante la signora Séraphin.
Il signor Jacques Ferrand, che era molto povero, si è comperato la carica con 550.000 franchi; questa somma gli è stata fornita dietro buona garanzia dal signor Charles Robert, ufficiale superiore dello stato maggiore della guardia nazionale di Parigi, giovane bellissimo, molto alla moda in una certa società. Divide col notaio i proventi dello studio, che si valutano sui 50.000 franchi e, beninteso, non s’immischia affatto nelle faccende notarili. Alcuni maldicenti sostengono che, in seguito a fortunate speculazioni o a colpi in Borsa tentati di concerto col signor Charles Robert, il notaio adesso sarebbe in grado di rimborsare il prezzo del suo studio; ma la reputazione del signor Jacques Ferrand è così solida che tutti sono d’accordo nel considerare queste voci orribili calunnie. Parrebbe cosa sicura che la signora Séraphin, governante di quel sant’uomo, potrà fornire notizie preziose circa la nascita della Goualeuse.»
«Benissimo! caro barone» disse Murph; «c’è qualcosa di vero nelle dichiarazioni di questo Tournemine. Forse troveremo dal notaio i mezzi per scoprire i genitori della sventurata fanciulla. Avete ora notizie altrettanto buone del figlio del Maître d’école?»
«Meno precise, forse... ma abbastanza interessanti.»
«Il vostro signor Badinot è proprio un vero tesoro.»
«Come avete potuto vedere, quel Bras-Rouge è l’anima di tut-
to questo. Il signor Badinot, che deve avere qualche relazione con
la polizia, ce l’aveva segnalato come l’intermediario di parecchi forzati in occasione delle prime ricerche da parte di sua signoria per ritrovare il figlio della signora Georges Duresnel, moglie infelice di quel mostro del Maître d’école.»
«È vero; e andando a cercare Bras-Rouge in quel suo stambugio della Cité, sito in rue aux Fèves, n. 13, sua signoria ha incontrato lo Chourineur e la Goualeuse. È fuor di dubbio che Sua Altezza aveva voluto approfittare di quell’occasione per visitare gli orribili covi pensando di poter trovare qualche infelice da trarre dal fango. I suoi presentimenti non l’hanno ingannato; ma a prezzo di quali pericoli, Dio mio!»
«Pericoli che voi, caro Murph, avete coraggiosamente condiviso...»
«Non sono per questo il carbonaio ordinario di Sua Altezza?» rispose sorridendo il gentiluomo.
«Dite piuttosto l’intrepida guardia del corpo, nobile amico. Ma parlare del vostro coraggio e della vostra fedeltà vuol dire ripetersi. Continuo quindi il mio rapporto... Ecco gli appunti relativi a François Germain, figlio della signora Georges e del Maître d’école, altrimenti detto Duresnel.»
V
LE INFORMAZIONI SU FRANÇOIS GERMAIN
Il signor di Graün continuò:
«Circa diciotto mesi fa, un giovane di nome François Germain, arrivò a Parigi da Nantes, dov’era impiegato nella filiale bancaria Noël e C.
Risulta dalla confessione del Maître d’école e da parecchie lettere trovategli addosso che lo scellerato a cui egli aveva affidato il proprio figlio per pervertirlo, in modo da impiegarlo un giorno in azioni criminali, svelò l’orribile trama al giovane, proponendogli apertamente di assecondare un tentativo di furto e di falso che si voleva commettere a pregiudizio della casa Noël e C. dove lavorava François Germain.
Quest’ultimo respinse con indignazione l’offerta; ma non volendo denunciare l’uomo che lo aveva allevato, con una lettera anonima informò il suo principale del genere di complotto che si stava tramando, e lasciò segretamente Nantes per sfuggire a coloro che avevano tentato di fare di lui lo strumento e il complice dei loro delitti.
Quei miserabili, saputo della partenza di Germain, andarono a Parigi, si abboccarono con Bras-Rouge e si misero alla ricerca del figlio del Maître d’école, certo con brutte intenzioni perché il giovane era a conoscenza dei loro progetti. Dopo lunghe e numerose ricerche, riuscirono a scoprire dove abitava; era troppo tardi: infatti Germain, avendo pochi giorni prima incontrato colui che aveva cercato di corromperlo, cambiò improvvisamente casa, perché aveva intuito il motivo che aveva condotto quell’uomo a Parigi. In tal modo il figlio del Maître d’école riuscì a sfuggire ancora una volta ai suoi persecutori.
Circa sei settimane fa, però, costoro riuscirono a sapere che egli abitava in rue du Temple, al n. 17. Una sera, rientrando a casa, per poco non cadde vittima di un agguato (il Maître d’école aveva tenuto nascosto il fatto a sua signoria).
Germain indovinò da dove veniva il colpo, lasciò la rue du Temple, e di nuovo non si seppe più nulla del suo luogo di residenza. Le ricerche erano arrivate a questo punto quando il Maître d’école venne punito dei suoi delitti.
E a questo punto anche le ricerche sono state riprese per ordine di sua signoria.
Eccone il risultato:
François Germain ha abitato circa tre mesi nella casa di rue du Temple, n. 17, casa d’altra parte stranissima dati i costumi e le professioni della maggior parte di coloro che vi abitano. Germain era molto benvoluto per il suo carattere allegro, servizievole e aperto. Sebbene si dicesse che vivesse con introiti o con salari molto bassi, ciò nonostante egli aveva prodigato le cure più amorevoli a una famiglia di bisognosi che abita nelle soffitte della casa. Invano abbiamo chiesto informazioni in rue du Temple sulla nuova abitazione di François Germain e sul mestiere che faceva; si suppone che fosse impiegato in qualche ufficio o casa commerciale, perché usciva la mattina e tornava a casa la sera verso le dieci.
La sola persona che sappia con certezza dove attualmente abiti il giovane è un’inquilina della casa del Temple; si tratta di una giovane e graziosa sartina, di nome Rigolette, che sembrava essere intima amica di Germain. Occupa una stanza vicina a quella dove alloggiava Germain. La stanza, rimasta vuota per la partenza del giovane, adesso è da affittare. Proprio col pretesto di affittarla ci siamo procurati ulteriori informazioni.»
«Rigolette?» disse a un tratto Murph che da qualche istante sembrava essere meditabondo, «Rigolette? conosco questo nome!»
«Come! sir Walter Murph» riprese sorridendo il barone, «come, voi, nobile e rispettabile padre di famiglia, conoscete delle sartine?... Come, il nome di una certa Rigolette non vi è nuovo! Oh! oh!»
«Diamine! mio signore mi ha messo nella condizione di avere delle conoscenze così bizzarre che non dovreste meravigliarvi di questa, barone. Ma, aspettate un po’... Sì, adesso... mi ricordo benissimo: mio signore, raccontandomi la storia della Goualeuse, non ha potuto fare a meno di ridere al sentir pronunziare il nome grottesco di Rigolette. Se ben ricordo, era quello di un’amica di prigione della povera Fleur-de-Marie.»
«Ebbene, adesso, la signorina Rigolette può esserci di grandissimo aiuto. Termino il mio rapporto:
Forse ci converrebbe prendere in affitto la camera libera della casa della rue do Temple. Non c’era l’ordine di andare più a fondo nelle ricerche; ma da alcune parole sfuggite alla portinaia si può dedurre che non solo è possibile trovare in quella casa informazioni sicure sul figlio del Maître d’école tramite questa Rigolette, ma che lì in quella casa sua signoria potrebbe anche venire a conoscenza di costumi, di attività e soprattutto miserie di cui non sospetta certo l’esistenza.»
VI
IL MARCHESE D’HARVILLE
«Così avete visto, caro Murph» disse il signor di Graün, subito dopo la lettura del rapporto, che consegnò al gentiluomo «che, stando alle nostre informazioni, dobbiamo cercare le tracce dei genitori della Goualeuse dal notaio Jacques Ferrand e che dobbiamo domandare alla signorina Rigolette dove abita adesso François Germain. È già molto, mi pare, sapere dove cercare... quello che si cerca.»
«Certo, barone; inoltre sono sicuro che sua signoria raccoglierà nella casa in questione un’abbondante messe di osservazioni. Ma non è tutto ancora: avete preso informazioni sul marchese d’Harville?»
«Sì, e per quel che riguarda la questione denaro almeno, i timori di Sua Altezza sono infondati. Il signor Badinot afferma, e credo che sia ben informato, che la ricchezza del marchese non è mai stata così consistente e così bene amministrata.»
«Dopo aver cercato inutilmente la causa della profonda tristezza che minava il signor d’Harville, sua signoria aveva pensato che forse il marchese si trovava in difficoltà finanziarie: nel qual caso gli sarebbe venuto in aiuto con la misteriosa delicatezza che ben gli conoscete... ma dal momento che le sue congetture si sono rivelate sbagliate, dovrà rinunciare a trovare la chiave dell’enigma, il che gli farà molto... dispiacere in quanto è molto affezionato al signor d’Harville.»
«È risaputo che Sua Altezza non ha mai dimenticato quanto Suo padre deve al padre del marchese. Sapete, caro Murph, che nel 1815, al tempo del rimaneggiamento degli Stati della Confederazione germanica, il padre di Sua Altezza correva il grosso rischio di essere eliminato, a causa del noto attaccamento a Napoleone? In quell’occasione la buon’anima del vecchio marchese d’Harville rese immensi favori al padre del nostro signore, grazie all’amicizia di cui lo onorava l’imperatore Alessandro, amicizia che risaliva all’epoca in cui il marchese era emigrato in Russia e che, invocata da lui, incise non poco sulle decisioni del congresso dove erano sul tappeto gli interessi dei principi della Confederazione germanica.»
«E guardate un po’, barone, come spesso nobili azioni si legano fra di loro: nel ’92 il padre del marchese venne esiliato; trovò in Germania presso il padre di sua signoria la più calda ospitalità; dopo un soggiorno di tre anni nella nostra Corte, parte per la Russia dove si guadagna il favore dello zar per cui diventa a sua volta utilissimo al principe che un tempo l’aveva così degnamente accolto.»
«Non è proprio nel 1815, durante il soggiorno del vecchio marchese d’Harville presso il granduca allora reggente, che è cominciata l’amicizia di sua signoria col giovane d’Harville?»
«Sì, tutti e due hanno conservato il più bel ricordo di quel periodo felice della loro giovinezza. Non è tutto: monsignore si sente così profondamente debitore alla memoria dell’uomo la cui amicizia è stata di tanto aiuto per suo padre, che la sua benevolenza si estende a tutti coloro che appartengono alla famiglia d’Harville... Infatti alla sua parentela coi d’Harville, più che alle sue sventure e alle sue buone qualità, la povera signora Georges deve i continui atti di bontà di Sua Altezza.»
«La signora Georges! la moglie di Duresnel! il forzato soprannominato Maître d’école?» esclamò il barone.
«Sì, la madre di quel François Germain che cerchiamo e che troveremo, spero...»
«È parente del signor d’Harville?»
«Era cugina e intima amica di sua madre. Il vecchio marchese aveva per la signora Georges la più sincera amicizia.»
«Ma come mai, caro Murph, la famiglia d’Harville le ha lasciato sposare quel mostro di Duresnel?»
«Il padre di quella poveretta, il signor di Lagny, intendente della Languedoc prima della Rivoluzione, era un ricco possidente che sfuggì alla proscrizione. Quando, dopo quel tremendo periodo, vennero i primi giorni di calma, pensò di maritare la figlia. Si presentò Duresnel; apparteneva a un’ottima famiglia parlamentare; era ricco; nascondeva le sue perverse inclinazioni dietro la facciata; sposò così la signorina di Lagny. Per un po’ dissimulò i suoi vizi, ma poi essi si manifestarono; scialacquatore, giocatore sfrenato, dedito alla crapula più abbietta, rese la moglie infelice. Costei non si lagnò, si tenne per sé le proprie pene, e dopo la morte di suo padre si ritirò in un podere che fece fruttare per distrarsi. Ben presto il marito si mangiò col gioco e le dissolutezze il patrimonio comune; la proprietà fu venduta. Allora lei si portò via il figlio e andò a raggiungere una sua parente, la marchesa d’Harville, alla quale era affezionata come a una sorella. Duresnel, dopo aver divorato il suo patrimonio e quello della moglie, si trovò ridotto a vivere di espedienti; finché per ultimo ricorse al delitto, divenne falsario, ladro, assassino, fu condannato alla galera a vita, rubò il figlio alla moglie per affidarlo a uno sciagurato del suo stampo. Il resto lo sapete.»
«Ma come ha fatto monsignore a ritrovare la signora Duresnel?»
«Quando Duresnel fu gettato in galera, la moglie, ridotta alla miseria più nera, prese il nome di Georges.»
«Non si è mai rivolta, neppure in questa terribile situazione, alla sua migliore amica e parente, la marchesa d’Harville?»
«La marchesa era morta prima della condanna di Duresnel, e poi, per l’invincibile vergogna che provava, la signora Georges non ha mai osato presentarsi alla sua famiglia, che certo avrebbe avuto per lei i riguardi che meritavano tante sventure. Tuttavia... una sola volta, spinta all’estremo dalla miseria e dalla malattia... si rivolse a implorare l’aiuto del signore d’Harville, il figlio della sua migliore amica... Così la incontrò sua signoria.»
«E come?»
«Un giorno egli andava a trovare il signor d’Harville; qualche passo avanti a lui camminava una povera donna, vestita miseramente, pallida, sofferente, abbattuta. Arrivata alla porta del palazzo d’Harville, prima di bussare, esitò a lungo, poi fece un bru-
sco movimento e ritornò sui suoi passi, come se le fosse mancato il coraggio. Stupito, sua signoria seguì la donna vivamente interessato dalla sua espressione dolce e dolorosa. La donna entrò in una casa di aspetto inquietante. Sua signoria prese informazioni su di lei: furono ottime. Ella lavorava per vivere, ma le mancavano sia il lavoro che la salute: era ridotta alla più squallida miseria. L’indomani andai da lei con sua signoria. Arrivammo in tempo per non lasciarla morire di fame.»
«Dopo una lunga malattia durante la quale le furono prodigate tutte le cure, la signora Georges, come atto di riconoscenza, raccontò la sua vita a sua signoria, di cui non sapeva ancora né come si chiamasse né chi fosse, gli raccontò, dicevo, la sua vita, la condanna di Duresnel, e il rapimento del figlio.»
«In tal modo Sua Altezza venne a sapere che la signora Georges apparteneva alla famiglia d’Harville?»
«Sì e, dopo questa spiegazione, sua signoria che andava apprezzando sempre di più le qualità della signora Georges, la convinse a lasciare Parigi, e la mise nella fattoria di Bouqueval dove ora abita assieme alla Goualeuse. In quel calmo ritiro trovò, non dico la felicità, ma certo la tranquillità e poté distogliere il pensiero dai suoi dispiaceri amministrando quella fattoria... Sia per riguardo alla dolorosa suscettibilità della signora Georges, sia perché non gli piace rendere noti i propri benefici, sua signoria ha lasciato ignorare al signor d’Harville che egli aveva tratto la sua parente da una miseria spaventosa.»
«Adesso capisco perché sua signoria si è doppiamente interessato per scoprire le tracce del figlio di quell’infelice.»
«Da ciò potete anche rendervi conto, caro barone, di come Sua Altezza sia affezionato a tutta quella famiglia e di come gli dispiaccia vedere rattristato il giovane marchese, lui che ha tanti motivi per essere felice.»
«Infatti, che cosa manca al signor d’Harville? Ha tutto, nascita, ricchezza, spirito, giovinezza; sua moglie è affascinante, bella e onesta...»
«È vero, e sua signoria ha pensato alle informazioni di cui abbiamo appena parlato solo dopo aver cercato invano di capire la causa della profonda malinconia del signor d’Harville; questi s’è mostrato molto commosso della bontà di Sua Altezza, ma ha mantenuto il più completo riserbo sul motivo della sua tristezza. Che sia forse una pena d’amore?»
«Eppure lo dicono innamoratissimo di sua moglie e lei non gli dà nessun motivo per ingelosirlo. La incontro spesso in società:
è molto corteggiata, come avviene sempre per una donna giovane e affascinante, ma la sua reputazione non ha mai dato adito a sospetti.»
«Sì, il marchese si vanta sempre molto di sua moglie... Ha avuto solo con lei una piccolissima discussione a proposito della contessa Sarah Mac-Grégor!»
«La vede allora?»
«Per una malauguratissima combinazione, il padre del marchese d’Harville ha conosciuto, diciassette o diciotto anni fa, Sarah Seyton di Halsbury e suo fratello Tom, al tempo del loro soggiorno a Parigi, quando erano sotto la protezione dell’ambasciatore d’Inghilterra. Sentendo che i due fratelli si recavano in Germania, il vecchio marchese diede loro una lettera di presentazione per il padre di sua signoria, col quale era sempre in corrispondenza. Ahimè! caro di Graün, forse se non ci fosse stata quella raccomandazione molti guai non sarebbero accaduti, perché sua signoria non avrebbe certo conosciuto quella donna. Infine, quando la contessa Sarah è ritornata qui, avendo saputo dell’amicizia di Sua Altezza per il marchese, s’è fatta presentare a palazzo d’Harville, con la speranza di incontrarvi sua signoria; perché lei nell’inseguirlo ci mette lo stesso accanimento che mette lui nello sfuggirla.»
«Travestirsi da uomo per inseguire Sua Altezza perfino nella Cité!... Solo lei può avere idee simili.»
«Forse sperava in questo modo di commuovere sua signoria e di costringerlo a un colloquio, colloquio che egli ha sempre evitato e rifiutato. Per tornare alla signora d’Harville, il marito, a cui sua signoria aveva parlato di Sarah come doveva, ha consigliato alla moglie di vederla il meno possibile; ma la giovane marchesa, sedotta dalle moine della contessa, si è un po’ ribellata al parere del signor d’Harville. Ne è nato qualche piccolo screzio, che però non può certo essere la causa della nera disperazione del marchese.»
«Ah! le donne... le donne! caro Murph; mi dispiace molto che la signora d’Harville sia in relazione con Sarah... La giovane e graziosa marchesa ha tutto da perdere a frequentare una creatura così diabolica.»
«A proposito di creature diaboliche» disse Murph «ecco un dispaccio relativo a Cecily, l’indegna sposa del nobile David.»
«Detto fra noi, caro Murph, l’audace meticcia si sarebbe ben meritata il terribile castigo che suo marito, il caro dottor negro, ha inflitto al Maître d’école per ordine di sua signoria. Anche lei ha fatto scorrere il sangue e la sua corruzione è spaventosa.»
«E nonostante ciò è così bella e seducente! Un’anima perversa sotto apparenze aggraziate mi fa sempre doppiamente orrore.» «Sotto questo aspetto, Cecily è doppiamente odiosa; ma spero che questo dispaccio annulli gli ultimi ordini dati da sua signoria
riguardo a quella sciagurata.»
«Al contrario... barone.»
«Sua signoria vuol sempre che la si aiuti a fuggire dalla fortez-
za dove è stata condannata a restare per tutta la vita?» «Sì.»
«E che il suo presunto rapitore la porti in Francia? A Parigi?»
«Sì, e anche di più... questo dispaccio ordina di affrettare il più possibile l’evasione di Cecily e di farla partire subito in modo che arrivi qui al più tardi fra quindici giorni.»
«Non mi ci raccapezzo più... aveva fatto sempre tanto orrore a sua signoria!...»
«E gliene fa ancora di più, se veramente può fargliene di più.»
«E ciononostante se la fa venire vicino! Del resto sarà sempre facile come ha pensato Sua Altezza ottenere l’estradizione, se non farà quello che egli si aspetta da lei. Si ordina al figlio del carceriere della fortezza di Gerolstein di rapire la donna facendo finta di esserne innamorato; gli si concedono tutte le facilitazioni necessarie per mettere in atto un tale progetto. Infinitamente felice di fuggire, la meticcia segue il suo presunto rapitore e arriva a Parigi; bene, ma continua a restare sotto il peso della condanna; si tratta pur sempre di un’evasa, e non appena sua signoria lo vorrà, io ho tutti i mezzi per chiedere e ottenere la sua estradizione.»
«Se son rose fioriranno, caro di Graün, perciò vi pregherei, stando all’ordine di sua signoria, di scrivere alla nostra cancelleria per chiedere, tramite corriere, una copia legalizzata dell’atto di matrimonio di David; perché si è sposato al palazzo ducale, in qualità di ufficiale della casa di sua signoria.»
«Se facciamo partire la lettera col corriere di oggi, avremo quest’atto fra otto giorni al massimo.»
«Quando David ha saputo da sua signoria del prossimo arrivo di Cecily, è rimasto di sasso; poi ha esclamato: “Spero che sua Altezza non mi obblighi a vedere quel mostro!” “State tranquillo” ha risposto sua signoria, “non la vedrete... ma ho bisogno di lei per certi scopi.” David s’è sentito liberato da un peso enorme. Eppure sono sicuro che si sono ridestati in lui ricordi molto dolorosi.»
«Povero negro!... è capace di amarla ancora. Dicono che sia ancora tanto bella!»
«Affascinante... troppo affascinante... Ci vorrebbe l’occhio implacabile di un creolo per scoprire il sangue misto nell’impercettibile sfumatura bruna che si nota appena appena nella corona delle rosee unghie della meticcia; le nostre fresche bellezze del Nord non hanno un colorito così trasparente, una pelle così chiara, dei capelli di un castano così dorato.»
«Ero in Francia quando sua signoria è ritornato dall’America, portando con sé David e Cecily; so solo che, da allora, quell’uomo straordinario è legato a Sua Altezza dalla più calda riconoscenza, ma non ho mai saputo in seguito a quali vicende fosse passato al servizio del nostro signore, e come mai avesse sposato Cecily, che ho visto per la prima volta circa un anno dopo il suo matrimonio; e Dio sa lo scandalo che suscitava già!...»
«Posso informarvi esattamente di quello che desiderate sapere, caro barone; accompagnavo sua signoria in quel viaggio in America, da dove ha portato via David e la meticcia strappandoli alla sorte più terribile.»
«Siete molto buono, caro Murph, vi ascolto» disse il barone.
VII
LA STORIA DI DAVID E DI CECILY
«Il signor Willis, ricco piantatore americano della Florida» disse Murph «aveva scoperto in un suo giovane schiavo negro, chiamato David, addetto all’infermeria della piantagione, una spiccatissima intelligenza, una sollecitudine profonda e attenta per i poveri malati, ai quali prodigava con amore le cure prescritte dai medici, e infine una vocazione così singolare per lo studio della botanica applicata alla medicina che, senza nessuna istruzione, egli aveva composto con le dovute classificazioni una sorta di Flora riguardante la piantagione e i dintorni. La tenuta del signor Willis era situata in riva al mare e distava quindici o venti leghe dalla città più vicina; a causa delle grandi distanze e delle scomodità delle vie di comunicazione, i medici del paese, peraltro molto ignoranti, si muovevano difficilmente. Per poter rimediare a questo inconveniente così grave in un paese soggetto a violente epidemie, e avere sempre a portata di mano un medico abile, il colono ebbe l’idea di mandare David in Francia a imparare la chirurgia e la medicina. Entusiasta dell’offerta, il giovane negro partì per Parigi; il piantatore gli pagò gli studi e, dopo otto anni di intensissimo lavoro, David, promosso medico con il massimo
dei voti, ritornò in America per mettere la sua scienza a disposizione del padrone.»
«David, mettendo piede in Francia, avrebbe dovuto considerarsi libero ed emancipato di fatto e di diritto.»
«David, uomo di rara lealtà, aveva promesso al signor Willis di ritornare e ritornò. Inoltre lui non considerava per così dire “sua” un’istruzione acquisita con il denaro del padrone. E infine sperava di poter addolcire spiritualmente e materialmente le sofferenze degli schiavi, suoi ex compagni. Si riprometteva di essere non solo il loro medico, ma anche il loro sostegno, il loro difensore presso il colono.»
«Infatti bisogna essere dotati di un’onestà senza pari e di un sacrosanto amore per il prossimo per ritornare da un padrone, dopo un soggiorno di otto anni a Parigi... a contatto con la gioventù più democratica d’Europa.»
«Da questo particolare... potete giudicare l’uomo. Eccolo dunque in Florida, e, bisogna dirlo, trattato con stima e bontà dal signor Willis, che mangia alla stessa tavola, che abita sotto lo stesso tetto; d’altra parte, il colono, stupido, cattivo, sensuale, dispotico come sono certi creoli, si credette molto generoso perché dava a David seicento franchi di salario. Dopo alcuni mesi un terribile tifo colpisce il podere; il signor Willis è tra le vittime, ma viene immediatamente guarito dalle cure del bravissimo David. Su trenta negri gravemente ammalati, ne muoiono solo due. Il signor Willis, entusiasta dei servigi di David, gli aumenta il salario a 1200 franchi; il medico negro si riteneva l’uomo più felice di questa terra, i suoi confratelli lo consideravano la loro provvidenza; attraverso grandissime difficoltà era riuscito a ottenere dal padrone qualche miglioramento alla loro condizione, sperava di più per il futuro, intanto moraleggiava, consolava quella povera gente, li esortava alla rassegnazione, parlava loro di Dio che veglia sui negri come sui bianchi, di un altro mondo, abitato non più da padroni e da schiavi, ma da buoni e da cattivi; di un’altra vita... eterna, dove gli uni non erano più bestiame e roba degli altri, ma dove le vittime di questa terra erano così felici che in cielo pregavano per i loro carnefici... Che dico? A quegli infelici che, contrariamente agli altri uomini, contano con gioia amara i passi che ogni giorno di più li avvicinano alla tomba... a quegli infelici le cui speranze puntavano sul nulla eterno, David fece sperare una libertà eterna; allora le catene parvero loro meno pesanti, i lavori meno faticosi. David era il loro idolo. Passò così circa un anno. Fra le più belle schiave della piantagione, spiccava una me-
ticcia di quindici anni, di nome Cecily. Il signor Willis come un sultano s’incapricciò di quella ragazza; per la prima volta in vita sua forse ottenne un rifiuto, urtò in una tenace resistenza. Cecily amava... amava David che, durante l’ultima epidemia, l’aveva curata con abnegazione ammirevole e salvata; in seguito, l’amore, un amore castissimo, estinse questo debito di riconoscenza. David non era così poco raffinato da render nota la sua felicità prima del giorno in cui avrebbe potuto sposare Cecily; aspettava che lei compisse sedici anni. Il signor Willis, ignorando il reciproco affetto dei due, aveva messo superbamente gli occhi addosso alla bella meticcia; costei andò tutta in lacrime a raccontare a David gli attacchi brutali a cui a stento era riuscita a sfuggire. Il negro, tranquillizzatala, va immediatamente a chiederla in sposa al signor Willis.»
«Perdiana! caro Murph, credo purtroppo d’avere indovinato la risposta del sultano americano... Rifiutò?»
«Rifiutò. Gli piaceva, disse, quella ragazza; in vita sua non aveva mai sopportato lo sprezzo di una schiava: voleva quella, l’avrebbe avuta. David avrebbe scelto un’altra sposa o un’altra amante di suo gusto. Nella tenuta c’erano almeno dieci mulatte o meticce belle quanto Cecily. David parlò di quel suo amore, che Cecily contraccambiava da molto tempo; il piantatore alzò le spalle. David insisté: fu inutile. Il creolo ebbe la sfacciataggine di dirgli che sarebbe stato un cattivo esempio vedere un padrone cedere davanti a uno schiavo, e che egli non avrebbe dato un simile esempio per soddisfare un capriccio di David. Questi lo supplicò, il padrone si spazientì; David, non volendo abbassarsi di più, parlò con tono fermo dei servigi che rendeva e del suo disinteressamento; infatti si accontentava di un magro salario. Il signor Willis, inviperito, gli rispose con disprezzo che per essere uno schiavo era trattato infinitamente bene. A quelle parole l’indignazione di David scoppiò... Per la prima volta parlò da uomo reso edotto dei suoi diritti da una permanenza di otto anni in Francia. Il signor Willis, furioso, lo trattò da schiavo ribelle, minacciò di metterlo alla catena. David si lasciò andare allora a un discorso amaro e violento... Due ore dopo, attaccato a un palo, veniva straziato dalle frustate, mentre sotto i suoi occhi Cecily veniva trascinata nel serraglio del piantatore.»
«Il comportamento del piantatore era stupido e spaventoso... Era una crudeltà assurda... dopo tutto aveva bisogno di quell’uomo...»
«Tanto bisogno, che quel giorno stesso un po’ per la gran bile che si era presa, un po’ per l’ubriacatura con cui quel bruto ogni
sera cercava di stordirsi, contrasse una gravissima infiammazione i cui sintomi si manifestarono con la rapidità tipica di quelle affezioni: il piantatore si mette a letto con una febbre orribile... Manda un corriere a cercare un medico; ma il medico non può essere alla piantagione prima di trentasei ore...»
«La circostanza sembra veramente provvidenziale... una svolta del destino che quell’uomo si era meritata...»
«Il male progrediva spaventosamente... solo David poteva salvare il colono; ma Willis, diffidente come tutti gli scellerati, temeva che il negro, per vendicarsi, lo avvelenasse con una pozione... perché dopo essere stato frustato con le verghe, David era stato gettato in prigione... Infine, spaventato dai progressi della malattia, abbattuto dalla sofferenza, constatato che, morto per morto, la sua ultima possibilità risiedeva nella generosità dello schiavo, dopo terribili esitazioni fece liberare David.»
«E David salvò il piantatore?»
«Per cinque giorni e cinque notti lo vegliò come avrebbe fatto con suo padre, lottò contro la malattia passo a passo con una bravura e un’abilità sorprendenti; finì quindi col trionfare sul male, con grande sorpresa del medico che era stato chiamato e che arrivò solo al secondo giorno.»
«E quando ritornò in salute... il colono?»
«Non volendo umiliarsi davanti allo schiavo che in ogni momento l’avrebbe schiacciato con tutto il peso della sua ammirevole generosità, il colono, con un sacrificio enorme, giunse ad assumere nel suo possedimento il medico che era stato chiamato e David fu rimesso in prigione.»
«È orribile! ma non mi stupisco: David sarebbe stato un rimorso vivente per quell’uomo.»
«Quella barbara decisione non era solo dettata dalla vendetta e dalla gelosia. I negri del signor Willis volevano bene a David con tutto l’ardore della riconoscenza: egli era il dottore delle loro anime e dei loro corpi. Sapevano quante cure aveva prodigato al colono quando questi si era ammalato... Così, scossi, per fortuna, dalla stupida apatia a cui di solito la schiavitù riduce gli individui, quegli infelici palesarono non senza vivacità la loro indignazione o meglio il loro dolore, quando videro David straziato dalle frustate. Il signor Willis, esasperato, credette di scoprire in questa manifestazione i germi di una rivolta... Vista l’influenza che David aveva sugli schiavi, pensò che sarebbe stato capace di mettersi in seguito alla testa di una sommossa, e di vendicarsi in quell’occasione dell’odiosa ingratitudine del padrone... Questo timore as-
surdo offrì al colono il destro per far subire a David altre angherie e per metterlo nell’impossibilità di compiere i sinistri disegni di cui lo sospettava.»
«Visto nella prospettiva di un terrore selvaggio... questo comportamento sembra meno stupido, sebbene feroce.»
«Noi arriviamo in America poco dopo questi avvenimenti. Sua signoria aveva noleggiato un brigantino danese a Saint-Thomas; visitavamo in incognito tutti i possedi menti coloniali del litorale americano che costeggiavamo. Il signor Willis ci accolse magnificamente. La sera del giorno dopo il nostro arrivo, finito di bere, il signor Willis, un po’ perché sotto i fumi del vino e un po’ per cinica spavalderia, ci raccontò, inframmezzandola di facezie spaventose, la storia di David e di Cecily; dimenticavo di dirvi che il padrone per punire la povera Cecily del suo rifiuto iniziale aveva sbattuto in prigione anche lei. Mentre ascoltava il terribile racconto, Sua Altezza aveva creduto che Willis esagerasse le cose o che fosse ubriaco... Willis era sì ubriaco, ma non esagerava. Per dissipare l’incredulità di sua signoria, il colono si alzò da tavola e comandò a uno schiavo di prendere una lanterna e di guidarci alla prigione dove si trovava David.»
«Ebbene?»
«In vita mia non ho mai visto uno spettacolo così straziante. Smunti, macilenti, mezzo nudi, piagati, con le catene attorno alla vita, David e la povera ragazza uno a un lato della cella, l’altra al lato opposto, sembravano due spettri. Il chiarore della lanterna rendeva ancora più lugubre la scena. Al vederci David non disse una parola; il suo sguardo aveva una spaventosa fissità. Il colono allora gli disse con crudele ironia:
“Ebbene, dottore, come stai?... Tu che sei così bravo!... salvati un po’!...”.
Il negro rispose con una parola e un gesto sublimi; alzò lentamente il braccio e con l’indice teso verso il soffitto disse in tono solenne senza guardare il colono:
“Dio!”
E tacque.
“Dio?” riprese il piantatore scoppiando a ridere: “di’ un po’ a
Dio di venirti a strappare dalle mie mani! Lo sfido!”...
Quindi, ubriaco e fuori di sé dalla rabbia, alzò i pugni al cielo
e bestemmiando gridò:
“Sì, sfido Dio a portarmi via gli schiavi prima che debbano
morire!... Se non lo fa, nego la sua esistenza!”» «Era un pazzo furioso!»
«Fummo profondamente disgustati... sua signoria non proferì parola. Usciamo dalla prigione... Quell’antro, come anche il podere, si trovava sulla riva del mare. Ritorniamo a bordo del nostro brigantino, ormeggiato lì a due passi. All’una di notte, quando tutta la casa era immersa nel sonno più profondo, monsignore scende a terra con otto uomini ben armati, va dritto alla prigione, porta via David e Cecily.
Le due vittime furono trasportate a bordo senza che nessuno si accorgesse della nostra spedizione; poi sua signoria e io ci rechiamo alla casa del piantatore.
Strana cosa! quegli uomini torturano i loro schiavi e non prendono contro di loro nessuna precauzione: dormono con le porte e le finestre aperte. Arriviamo senza alcuna difficoltà nella camera da letto del piantatore, rischiarata all’interno da una lanterna. Questi si rizza a sedere, con la testa ancora annebbiata dai fumi del vino.
“Questa sera avete sfidato Dio a portarvi via i due schiavi prima che dovessero morire? Egli ve li porta via” incominciò sua signoria.
Poi, presa la borsa che io avevo in mano e che conteneva 25.000 franchi d’oro, gliela gettò sul letto dicendo: “Questo vi ripagherà della perdita dei due schiavi. Alla vostra violenza che uccide, io oppongo una violenza che salva, Dio giudicherà!...”. E ce ne andiamo lasciando il signor Willis stupefatto, immobile, come sotto l’effetto di un sogno. Alcuni minuti dopo, avevamo raggiunto il brigantino e dato le vele al vento.»
«Mi sembra, caro Murph, che Sua Altezza sia stato troppo generoso nel pagare a quel miserabile i due schiavi; perché, a rigor di logica, David non gli apparteneva più.»
«Avevamo pressappoco calcolato quanto erano costati gli otto anni di studi di quest’ultimo, poi come minimo avevamo triplicato il valore che lui e Cecily potevano avere come semplici schiavi. Ci eravamo comportati contrariamente al diritto delle genti, lo so; ma se aveste visto in che triste condizione si trovavano quegli infelici che erano quasi in agonia, se aveste sentito la sacrilega sfida gettata in faccia a Dio da quell’uomo ubriaco di vino e di ferocia, avreste capito perché sua signoria abbia voluto, come egli disse in quella occasione, “fare un po’ la parte della Provvidenza”.»
«Il fatto può essere impugnato e giustificato quanto la punizione inflitta al Maître d’école, nobile gentiluomo. E l’avventura non ebbe a ogni modo qualche conseguenza?»
«Non ne poteva avere nessuna. Il brigantino batteva bandiera danese, l’incognito di Sua Altezza era strettamente mantenuto; passavamo per ricchi inglesi. Poi se avesse tentato di sporgere querela, a chi avrebbe rivolto le sue proteste il signor Willis? In effetti, lui stesso ci aveva detto, e il medico di sua signoria lo mise a verbale, che i due schiavi non sarebbero vissuti più di otto giorni in quell’orribile prigione. Ci fu bisogno di grandissime cure per strappare Cecily a morte quasi sicura. Finalmente ritornarono in vita. Da allora, David è rimasto alle dipendenze di sua signoria come medico e ha per lui il più profondo attaccamento.»
«Va da sé che, arrivati in Europa, David e Cecily si sposarono.»
«Quel matrimonio, che pareva dovesse essere tanto felice, fu celebrato nella cappella del palazzo di sua signoria; ma, trovatasi a godere, grazie a un completo cambiamento, di una posizione insperata, Cecily dimenticò tutto quello che David aveva sofferto per lei e ciò che ella stessa aveva sofferto per lui, e vergognandosi, in quel nuovo mondo, di essere la sposa di un negro, si lasciò sedurre da un uomo spaventosamente depravato, commettendo così il suo primo sbaglio. Pareva che l’innata perversità di quella disgraziata, fino ad allora rimasta assopita, non avesse aspettato che quello spunto pericoloso per destarsi con impressionante furore. Dopo due anni di matrimonio, David, che in egual misura nutriva per lei fiducia e amore, venne a sapere tutte quelle infamie: fu un fulmine a ciel sereno che lo strappò dalla sua cieca e profonda sicurezza.»
«Dicono che volesse uccidere la moglie.»
«Sì, ma, dietro le insistenze di sua signoria, consentì che ella venisse rinchiusa per tutta la vita in una fortezza.»
«Ed è la prigione che sua signoria ha or ora aperto... con vostro grande stupore e anche mio, non ve lo nascondo, caro barone.»
«Francamente, la decisione di sua signoria mi stupisce, tanto più che il comandante della fortezza ha più volte avvertito Sua Altezza che quella donna non si poteva domare; niente era riuscito a piegare quel carattere audace, incallito dal vizio e, ciononostante, sua signoria insiste per farla venire qui. A che scopo? per quale ragione?»
«Ecco, caro barone, quello che anch’io come voi non riesco a capire. Ma si sta facendo tardi. Sua Altezza desidera che il vostro corriere parta il più presto possibile per Gerolstein.»
«Prima delle due sarà già in cammino. Così, caro Murph... a stasera!»
«A stasera?»
«Avete dimenticato che all’ambasciata di *** c’è un gran ballo, e che Sua Altezza ci andrà?»
«Giusto; da quando non ci sono più il colonnello Warner e il conte d’Harneim, dimentico sempre che faccio le funzioni di ciambellano e di aiutante di campo.»
«Ma a proposito, quando ritornano il conte e il colonnello? Dovrebbero aver già finito le loro rispettive missioni.»
«Sapete che sua signoria li tiene lontani il più possibile, per essere più solo e più libero. In quanto alla missione che Sua Altezza ha affidato loro mandandoli uno ad Avignone, l’altro a Strasburgo per sbarazzarsi con eleganza della loro presenza, ve ne parlerò il giorno in cui saremo tutti e due di cattivo umore; perché io sfiderei l’ipocondriaco più recidivo a non scoppiare a ridere, non solo quando ve ne parlerò, ma anche quando vi farò leggere certi passaggi dei dispacci di quei degni gentiluomini, che prendono le loro pseudo-missioni con incredibile serietà.»
«Francamente non ho mai capito perché Sua Altezza avesse preso al suo servizio il colonnello e il conte.»
«Come! il colonnello Warner non è forse il più bell’esemplare di militare? In tutta la Confederazione germanica ci sono forse figure più belle, baffi più belli, portamenti più marziali di quelli che ha lui? E quando è fasciato, bardato, imbrigliato, impennacchiato, esiste forse animale più scalpitante, più glorioso, più fiero, più bello... di lui?»
«È vero; però questo tipo di bellezza non gli permette di avere l’aria eccessivamente intelligente.»
«Ebbene! sua signoria dice che, grazie al colonnello, si è abituato a trovare sopportabile la gente più pesante. Prima di concedere certe noiosissime udienze, si chiude in una stanza con il colonnello, vi resta una mezz’oretta, esce che è tutto spavaldo, tutto baldanzoso e pronto a sfidare la noia in persona.»
«Come il soldato romano che, prima di una marcia forzata, calzava sandali di piombo, cosicché, quando se li levava, trovava ogni fatica leggera. Capisco adesso l’utilità del colonnello. Ma il conte d’Harneim?»
«È anche lui molto utile a sua signoria: con al fianco quel vecchio e vuoto balocco, sempre brillante e sonoro, con sotto gli occhi quella bolla di sapone così piena... di niente, così stupendamente iridescente, che rappresenta il lato teatrale e puerile del potere sovrano, sua signoria sente ancora più vivamente la vanità di quella sterile pomposità e spesso, per contrasto, la presenza del vacuo e corrusco ciambellano gli ha ispirato le idee più serie e più utili.»
«Del resto, siamo giusti, caro Murph, ditemi per piacere, in quale corte si può trovare un modello così perfetto di ciambellano? Chi conosce meglio dell’eccellente Harneim le innumerevoli regole e tradizioni dell’etichetta? Chi più di lui sa portare con maggiore solennità una croce di smalto al collo e con maggiore maestosità una chiave d’oro sulla schiena?»
«A proposito, barone, sua signoria sostiene che la schiena di un ciambellano ha una fisionomia tutta particolare: esprime, dice lui, ribellione e costrizione insieme, cosa penosa a vedersi; perché, oh dolore, il ciambellano porta l’insegna della sua carica proprio sulla schiena; e, secondo sua signoria, il nobile Harneim dà sempre l’impressione di volersi presentare camminando all’indietro, perché si giudichi subito la sua importanza.»
«Fatto sta che al centro delle meditazioni del conte si trova l’idea fissa di sapere per quale fatale escogitazione la chiave del ciambellano sia stata messa dietro la schiena; perché, come egli dice molto giustamente, con una specie di doloroso corruccio: “Che diavolo! non si apre mica la porta con la schiena!”.»
«Barone, il corriere, il corriere!» disse Murph mostrando l’orologio al barone.
«Maledetto uomo che mi fa parlare! è colpa vostra. Porgete i miei rispetti a Sua Altezza» disse il signor di Graün correndo a prendersi il cappello; «e a questa sera, caro Murph.»
«A questa sera, caro barone; un po’ tardi, perché sono sicuro che sua signoria vorrà visitare oggi stesso la misteriosa casa della rue du Temple.»
VIII
LA CASA DELLA RUE DU TEMPLE
Per utilizzare le informazioni che il barone di Graün aveva raccolto sulla Goualeuse e su Germain, figlio del Maître d’école, Rodolphe doveva andare in rue du Temple e dal notaio Jacques Ferrand.
Da quest’ultimo, per cercare di ottenere dalla signora Séraphin qualche indicazione sulla famiglia di Fleur-de-Marie.
Nella casa della rue du Temple, dove di recente aveva abitato Germain, per cercare di scoprire, tramite la signorina Rigolette, dove si nascondeva il giovane; compito assai difficile, in quanto la sartina sospettava forse che il figlio del Maître d’école avesse tutto l’interesse a non fare saper niente del suo nuovo domicilio.
Prendendo in affitto, nella casa della rue du Temple, la stanza occupata non molto tempo prima da Germain, Rodolphe facilitava le sue indagini e si metteva in condizione di osservare da vicino a quali classi appartenevano gli inquilini di quella casa.
Lo stesso giorno del colloquio fra il barone di Graün e Murph, in una triste giornata d’inverno, Rodolphe si recò, verso le tre, nella rue du Temple.
Situata al centro di un popoloso quartiere di mercanti, la casa non aveva niente di particolare nell’aspetto; constava di un pianterreno occupato da un venditore di liquori, di quattro piani e, in cima, di una serie di soffitte.
Uno stretto e oscuro androne conduceva a un cortiletto o piuttosto a una specie di feritoia larga cinque o sei piedi e completamente priva d’aria e di luce, ricettacolo infetto di tutte le immondizie che piovevano dai piani superiori della casa, dalle finestre senza vetri che si aprivano al di sopra del lavandino di ogni pianerottolo.
Ai piedi di una scala umida e nera, un chiarore rossastro indicava la portineria; una portineria annerita dal fumo di una lampada, necessaria per illuminare anche in pieno giorno quell’antro oscuro dove seguiremo Rodolphe vestito all’incirca come un commesso in tenuta da lavoro.
Portava un pastrano di colore incerto, un cappello un tantino sformato, una cravatta rossa, un ombrello e degli enormi zoccoli non rigidi. Per rendere più illusorio il suo travestimento, Rodolphe aveva sotto il braccio un grande rotolo di stoffe avvolto con cura.
Entrò dal portinaio per domandargli di vedere la stanza non occupata.
Una lampada, dietro un globo di vetro pieno d’acqua, che fa da rifrattore, illumina la portineria. In fondo, si scorge un letto con sopra una trapunta fatta d’un’infinità di pezzi di stoffa di ogni tipo e di ogni colore; a sinistra, un cassettone di noce sul cui marmo stanno per ornamento:
un piccolo san Giovanni di cera con la parrucca bionda, che porta una pecora bianca, il tutto messo sotto una campana di vetro trapunto di stelle, le cui fessure sono state ingegnosamente tappate con strisce di carta blu.
Due candelieri di vecchio metallo placcato, arrugginito dal tempo, e recanti, al posto delle candele, delle arance luccicanti, sicuramente portate da poco alla portinaia come regalo del primo dell’anno.
Due scatole di cui una di paglia multicolore e l’altra coperta di conchigliette: i due oggetti artistici puzzano lontano un miglio di penitenziario o di galera. (Speriamo, per la moralità del portinaio della rue du Temple, che il presente non sia stato un omaggio dell’autore.)
Infine fra le due scatole, sotto un globo da orologio, si può ammirare un paio di stivaletti alla Suvarov, di marocchino rosso, veri e propri stivali da bambola, ma lavorati, cuciti, rifiniti con cura e con arte.
Questo capolavoro, come dicevano i vecchi artigiani, il tremendo odore di cuoio rancido, i fantasiosi arabeschi disegnati sui muri e l’innumerevole quantità di scarpe vecchie dimostravano abbastanza chiaramente che il portinaio di quella casa aveva lavorato sul nuovo prima di scendere a riparare scarpe vecchie.
Quando Rodolphe si avventurò in quel bugigattolo, il signor Pipelet, il portinaio, momentaneamente assente, era sostituito dalla signora Pipelet.
Costei stava vicino a una stufa di ghisa che si trovava al centro dello stanzino e pareva intenta ad ascoltare gravemente il canto della pentola (è l’espressione consacrata).
L’Hogarth francese, Henri Monnier, ha immortalato così bene lo stereotipo della portinaia, che ci accontenteremo di invitare il lettore che voglia farsi un’idea della signora Pipelet a richiamare alla mente l’immagine della più brutta, più rugosa, più bitorzoluta, più sordida, più cenciosa, più ringhiosa, più velenosa delle portinaie immortalate dall’eminente artista.
Il solo particolare che ci permettiamo di aggiungere a questo tipo, che ciononostante non cessa di essere straordinariamente reale, è un bizzarro copricapo rappresentato da una parrucca à la Titus; parrucca che in origine era bionda, ma su cui la patina del tempo aveva depositato un mucchio di toni rossi e giallastri, marroni e fulvi, che smaltavano, per così dire, una selva inestricabile di ciocche dure, rigide, irte e aggrovigliate. La signora Pipelet non abbandonava mai quell’unico ed eterno ornamento del suo capo sessagenario.
Alla vista di Rodolphe, la portinaia pronunziò con voce arrogante le parole di rito:
«Dove andate?»
«Se non sbaglio, signora, in questa casa avete libera una stanza con studio?» domandò Rodolphe calcando la voce sulla parola «signora», cosa che lusingò non poco la signora Pipelet. Per questo rispose meno aspramente:
«Abbiamo una stanza libera al quarto piano, ma non si può vederla... Alfred è fuori...»
«Vostro figlio, immagino, signora? E ritornerà presto?»
«No, signore, non è mio figlio, è mio marito!... Perché poi Pipelet non potrebbe chiamarsi Alfred?»
«Ne ha tutto il diritto; ma, se permettete, aspetterò un momento che torni: ci terrei ad avere la stanza: il quartiere e la strada mi vanno bene; la casa mi piace, perché sembra tenuta molto bene. Tuttavia, prima di visitare l’alloggio che desidero occupare, vorrei sapere se voi, signora, potreste incaricarvi di rigovernare. Di solito ne incarico sempre i portieri quando, naturalmente, sono disposti ad accettare.»
La proposta, fatta in termini così lusinghieri: quel «portiera!»... conquistò completamente la signora Pipelet che rispose:
«Ma certo, signore... rigovernerò io... anzi ne sarò onorata, e con sei franchi al mese, sarete servito come un principe.»
«Vada per i sei franchi. Signora... il vostro nome?» «Pomone-Fortunée, Anastasie Pipelet.»
«Ebbene, signora Pipelet, sono d’accordo sul compenso di
sei franchi da dare a voi. E se la camera mi piace... qual è il prezzo?»
«Col salottino, 150 franchi, signore; non un baiocco di meno... Il principale affittuario è un cane... un cane che caverebbe un pelo da un uovo.»
«E si chiama?»
«Signor Bras-Rouge.»
Questo nome con tutti i ricordi che suscitava fece sussultare
Rodolphe.
«Come avete detto che si chiama, signora Pipelet, l’inquilino
che subaffitta?»
«Ebbene... signor Bras-Rouge.»
«E abita?»
«Al n. 13 della rue aux Fèves; ha anche un caffè nei sotterranei
degli Champs-Elysées.»
Non c’era più alcun dubbio, si trattava della stessa persona...
Quella coincidenza parve strana a Rodolphe.
«Se il signor Bras-Rouge è l’inquilino che subaffitta» disse
«chi è il padrone della casa?»
«Il signor Bourdon; ma io ho avuto a che fare solo col signor
Bras-Rouge.»
Volendo accattivarsi la fiducia della portinaia, Rodolphe ripre-
se a dire:
«Sentite, cara signora Pipelet, sono un po’ stanco; il freddo mi ha intirizzito... fatemi il piacere di andare nella liquoreria del pianterreno, e di portarmi una bottiglia di rosolio con due bicchieri... anzi con tre bicchieri, perché fra poco tornerà vostro marito».
E diede cento soldi alla donna.
«Ah, questa poi, signore, allora volete essere adorato fin dal primo momento?» esclamò la portinaia il cui naso bitorzoluto parve bruciato dal fuoco di una cupidigia sfrenata.
«Sì, signora Pipelet, voglio essere adorato.»
«Mi piace, mi piace; ma porterò solo due bicchieri, io e Alfred beviamo sempre nello stesso bicchiere. Povero caro, le donne, con tutte le loro cose, lo ingolosiscono tanto!!!»
«Su, signora Pipelet, aspetteremo Alfred.»
«Ma se viene qualcuno... badate voi alla portineria?»
«State tranquilla.»
La vecchia uscì.
Una volta solo, Rodolphe si mise a riflettere sulla strana cir-
costanza che lo metteva di nuovo sulle tracce di Bras-Rouge; lo stupì in particolare il fatto che François Germain avesse potuto restare per tre mesi di seguito in quella casa, senza venire scoperto dai complici del Maître d’école che erano in relazione con Bras-Rouge.
In quel momento il postino picchiò sui vetri della portineria, sporse il braccio e tese due lettere dicendo: «Tre soldi!»
«Sei soldi, visto che le lettere sono due» disse Rodolphe. «Una è affrancata» rispose il postino.
Dopo aver pagato, Rodolphe prese le due lettere e le guardò
dapprima svogliatamente; ma immediatamente dopo le due lettere gli sembrarono degne di essere esaminate con attenzione.
Una delle due, quella indirizzata alla signora Pipelet, esalava, attraverso la busta di carta satinata, un forte odore di sacchetto profumato in pelle di Spagna; sul sigillo di ceralacca rossa, si vedevano le due iniziali C.R., sormontate da un elmo e appoggiate al supporto stellato di una croce della Legion d’onore; l’indirizzo era stato scritto con mano ferma. La presunzione nobiliare di quel casco e di quella croce fece sorridere Rodolphe e lo riconfermò nell’idea che la lettera non era stata scritta da una donna.
Ma chi era il corrispondente profumato e blasonato... della signora Pipelet?
L’altra lettera, di comune carta grigia, chiusa con un’ostia per sigillare piena di colpi di spillo, era per il signor Bradamanti, il chirurgo dentista.
L’indirizzo, per non far riconoscere la calligrafia, chiaramente contraffatta, era stato scritto tutto a lettere maiuscole.
Fosse presentimento, o capriccio della sua fantasia, o realtà, fatto si è che quella lettera sembrò triste a Rodolphe. Notò, in un punto dove la carta era un po’ sgualcita, che alcune lettere dell’indirizzo erano semicancellate.
V’era caduta sopra una lacrima.
La signora Pipelet ritornò con la bottiglia di rosolio e i due bicchieri.
«L’ho fatta lunga, vero signore? ma quando si è nella bottega di padron Joseph, non c’è verso di saltarne fuori. Ah, quel vecchio indiavolato!... Lo credereste, con l’età che ho, viene ancora a raccontarmi porcherie.»
«Diavolo!... se Alfred lo sapesse?»
«Non parlatemene, mi viene male al solo pensarci. Alfred è geloso come un beduino; eppure padron Joseph lo fa per ridere, senza cattive intenzioni.»
«Il postino ha portato due lettere» disse Rodolphe.
«Ah, mio Dio... scusate, signore... l’avete pagato?»
«Sì.»
«Siete troppo gentile. Allora i soldi li tratterrò dagli spiccioli
che vi devo rendere... Quant’è?»
«Tre soldi» rispose Rodolphe sorridendo della curiosa manie-
ra di rimborsarlo adottata dalla signora Pipelet.
«Come! tre soldi?... Sono sei, ci sono due lettere.»
«Potrei abusare della vostra fiducia, facendovi trattenere sugli
spiccioli che mi dovete sei soldi anziché tre; ma non ne sono capace, signora Pipelet... una delle due lettere, quella diretta a voi, è affrancata. E, senza essere indiscreto, vi farò osservare che avete un corrispondente i cui bigliettini amorosi profumano terribilmente.»
«Vediamo un po’» disse la portinaia, prendendo la lettera satinata. «È vero, sì... ha tutta l’aria di un bigliettino amoroso! capite, signore, un bigliettino amoroso! Ah, bella questa!... ma chi è quel monellaccio che ha osato?...»
«E se Alfred fosse stato qui, signora Pipelet?»
«Non ditemelo, altrimenti vi svengo fra le braccia!»
«Non lo dirò più, signora Pipelet!»
«Ma come sono stupida... ma sì» disse la portinaia alzando le
spalle... «so... so... è del comandante... Ah, che spavento ho preso! Ma questo non m’impedirà di fare i conti: vediamo un po’, sono tre soldi per l’altra lettera, vero? Dunque dicevamo: quindici soldi di rosolio più tre soldi che mi trattengo per la lettera, fanno diciotto;
diciotto e due, venti, più quattro franchi fanno cento soldi; patti chiari, amicizia lunga.»
«E questi sono venti soldi per voi, signora Pipelet; avete un modo così incredibile di rimborsare i prestiti che vi vengono fatti, che voglio incoraggiarvi.»
«Venti soldi! mi date venti soldi!... e perché?» esclamò la signora Pipelet allarmata e nello stesso tempo stupita da questo gesto di favolosa generosità.
«Sarà un acconto sulla caparra, se prendo la stanza.»
«Se è così, accetto; ma avviserò Alfred.»
«Certo; ma ecco l’altra lettera: è indirizzata al signor César Bra-
damanti.»
«Ah, sì... il dentista del terzo piano... vado a metterla subito nel-
lo stivale delle lettere.»
Rodolphe credette di aver capito male, invece vide la signora Pi-
pelet gettare gravemente la lettera in un vecchio stivale a tromba, accanto al muro.
Rodolphe la guardava con meraviglia.
«Come?» le disse «mettete la lettera...»
«Sì, signore, la metto nello stivale delle lettere... In questa ma-
niera, niente va perduto: quando gli inquilini rientrano, Alfred e io scuotiamo lo stivale, facciamo la cernita, e ciascuno ha la sua posta.» «La vostra casa è così ben organizzata, che ho sempre più voglia di abitarvi; soprattutto sono rimasto stupito dallo stivale del-
le lettere.»
«Dio mio, è semplicissimo» replicò modestamente la signora Pi-
pelet: «Alfred aveva questo vecchio stivale scompagnato; tanto valeva metterlo a disposizione degli inquilini.»
Ciò detto, la portinaia aveva aperto la lettera indirizzata a lei e s’era messa a rigirarla in tutti i sensi; dopo qualche momento d’imbarazzo disse a Rodolphe:
«Alfred s’incarica sempre di leggermi le lettere, perché io non so farlo. Signore, sareste tanto gentile... di essere per me quello che è Alfred?»
«Leggervi la lettera? volentieri» disse Rodolphe curiosissimo di conoscere il corrispondente della signora Pipelet.
E lesse quanto segue sulla lettera satinata dove in un angolo si potevano scorgere il casco, le iniziali C.R., il supporto araldico e la croce d’onore:
Domani venerdì, alle undici, accendete un gran fuoco nelle due stanze, pulite bene gli specchi e togliete le tele da sopra tutti i
mobili, facendo bene attenzione di non scrostare la doratura se spolverate.
Se per caso verso l’una arrivasse una carrozza con una signora che chiede di me chiamandomi signor Charles, e io non fossi giunto, fatela salire nell’appartamento, portate giù la chiave che mi consegnerete quando verrò.
Nonostante il tenore poco accademico del biglietto, Rodolphe capì perfettamente di che si trattava, e disse alla portinaia:
«Chi abita al primo piano?»
La vecchia si posò sul labbro cascante un dito giallo e grinzoso, rispondendo con una risatina maligna: «Acqua in bocca... sono intrighi amorosi.»
«Ve lo domando, cara signora Pipelet... perché prima di alloggiare in una casa... si desidera sapere...»
«È naturale... dimmi con chi vai... e ti dirò chi sei, vero?» «Stavo proprio per dirvelo.»
«Del resto posso ben dirvi quello che so su questa faccenda,
non è una cosa lunga... Circa sei settimane fa, è venuto qui un tappezziere, ha esaminato il primo piano, che era da affittare, ci ha chiesto il prezzo e, il giorno dopo, è tornato in compagnia di un bel giovanotto biondo, con baffetti neri, croce d’onore, e ben vestito. Il tappezziere lo chiamava... comandante.»
«È un militare?»
«Militare?» rispose la signora Pipelet alzando le spalle «via, è come se Alfred si fregiasse del titolo di portiere.»
«Come sarebbe a dire?»
«È semplicemente della guardia nazionale, nello Stato maggiore; il tappezziere lo chiamava comandante tanto per leccarlo... così come Alfred si sente leccato da chi lo chiama portiere. Infine quando il comandante (lo conosciamo solo con questo nome) ebbe visto ogni cosa, disse al tappezziere: “Va bene, mi piace, accomodate tutto e parlate col padrone”.»
«“Sì, comandante” ha detto l’altro...
E il giorno dopo il tappezziere in presenza di Bras-Rouge ha firmato il contratto col suo proprio nome di tappezziere, gli ha pagato sei mesi anticipati, perché sembra che il giovanotto voglia restare in incognito. Subito dopo, sono venuti gli operai a demolire tutto il primo piano; hanno portato divani, tende di seta, specchi dorati, mobili magnifici; insomma una casa bella come un caffè dei boulevards! E dappertutto gran tappeti così grossi e così morbidi che sembra di camminare su pellicce di animale...
Quando tutto fu a posto, il comandante è venuto a vedere il lavoro, ha detto ad Alfred: “Potete incaricarvi di tenere in ordine questo appartamento, in cui non verrò molto spesso, di fare fuoco di tanto in tanto, e di apparecchiarlo quando io ve lo farò sapere per posta?” “Sì, comandante” gli ha detto quel ruffiano di Alfred. “E quanto mi prendete?” “Venti franchi al mese, comandante.” “Venti franchi! portinaio, voi volete scherzare!” Ed ecco quel gran signore che si mette a discutere sul prezzo come uno spilorcio, per fregare la povera gente. Vedete, per uno o due miseri pezzi da cento soldi, quando ha fatto spese pazze per un appartamento in cui non viene neanche a abitare! Infine, a forza di lottare, siamo riusciti a ottenere dodici franchi. Dodici franchi! Vedete un po’ voi se non sono sudati!... Va’ là, comandante dei miei stivali! Che differenza da voi, signore» aggiunse affabilmente la portinaia volgendosi a Rodolphe, «voi non vi fate chiamare comandante, non avete l’aria di essere chissà chi, eppure avete accettato subito il prezzo di sei franchi.»
«È poi ritornato quel giovanotto?»
«State a sentire la cosa buffissima; pare che le donne lo facciano sospirare, questo comandante. Ha scritto già tre volte, come oggi, di accendere il fuoco, di mettere tutto a posto perché sarebbe venuta una signora. Ma sì! Aspetta che vengano!»
«Non è venuto nessuno?»
«State a sentire. La prima volta, il comandante è arrivato raggiante, canticchiando fra i denti e dandosi un sacco di arie; ha aspettato due ore buone... nessuno; noi, mio marito e io, aspettavamo spiando che ripassasse davanti alla portineria per vedere la sua faccia e per stuzzicarlo. “Comandante, non è venuto nessuno, nemmeno l’ombra di una mezza signora” gli dico. “Bene, bene!” mi risponde furioso e pieno di vergogna, e se ne va in fretta e furia, mangiandosi le unghie dalla rabbia. La seconda volta, prima del suo arrivo, un messo porta un biglietto indirizzato al signor Charles; io sospetto che anche questa volta tutto sia andato all’aria; quando il comandante arriva, mio marito e io ci stiamo facendo delle matte risate: “Comandante”, dico, portandomi il dorso della mano sinistra alla parrucca, come una vera soldatessa, “c’è una lettera per voi; anche oggi sembra che ci siano contrordini!”. Egli mi guarda con occhio sprezzante, apre la lettera, la legge, diventa rosso come un gambero; poi ci dice, facendo finta di non essere contrariato: “Lo sapevo che non sarebbe venuta: io sono venuto per raccomandarvi di sorvegliare tutto per bene”. Non era vero; ce lo aveva detto per non far vedere che lo prende-
vano per il naso; dopo di che, se ne va dimenandosi e canticchiando a denti stretti; ma va’ là che era irritato per benino... Ben ti sta! Ben ti sta, comandante dei miei stivali! questo ti insegnerà a dare solo dodici franchi al mese per le pulizie del tuo appartamento.»
«E la terza volta?»
«Ah, la terza volta ho creduto proprio che fosse la volta buona. Il comandante arriva tutto in ghingheri; gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite da tanto sembrava contento e sicuro del fatto suo. Bellissimo giovanotto, comunque... e ben vestito e profumava come lo zibetto... sembrava sospeso per aria da tanto era gonfio... Prende la chiave e prima di salire ci dice con aria beffarda e altezzosa quasi per vendicarsi delle volte scorse: “Avvertite la signora che la porta è socchiusa...”. Bene! mio marito e io eravamo così curiosi di vedere la donnetta, quantunque non ci sperassimo molto, che usciamo dalla portineria per metterci in agguato sulla soglia dell’androne. Questa volta, però, si ferma davanti a casa nostra una piccola carrozza blu con le tendine abbassate. “Bene! è lei” dico ad Alfred... “Andiamo dentro per non spaventarla.” Il vetturino apre lo sportello. Allora vediamo una piccola signora con un manicotto sulle ginocchia e un velo nero sulla faccia, senza contare il fazzoletto che aveva in bocca, perché sembrava piangesse; ma quando la predella fu abbassata, la signora, invece di scendere, dice due parole al vetturino, che, tutto sbalordito, richiude lo sportello.»
«Scese la signora?»
«No, signore; si rigettò nel fondo della carrozza coprendosi gli occhi con le mani. Io mi precipito in strada e prima che il cocchiere si rimetta a cassetta, gli grido: “Ehi, buon uomo, ve ne andate già?” “Sì” mi dice. “E dove?” gli chiedo. “Da dove sono venuto.” “E da dove venite?” “Dalla rue Saint-Dominique, all’angolo della rue Belle-Chasse.”»
A quelle parole, Rodolphe sussultò.
Uno dei suoi migliori amici, il marchese d’Harville, che da qualche tempo era oppresso da una profonda malinconia, come abbiamo già detto, abitava in rue Saint-Dominique all’angolo della rue Belle-Chasse.
Era forse la marchesa d’Harville ad avere rischiato così la sua rovina? E il marito non sospettava la cattiva condotta della moglie? la cattiva condotta della moglie... unica causa forse della tristezza da cui il marchese sembrava posseduto.
Questi erano i dubbi che assillavano la mente di Rodolphe. Egli, però, che conosceva gli amici intimi della marchesa, non si
ricordava di aver mai visto uno che assomigliasse al comandante. La signora in questione, dopo tutto, poteva benissimo avere preso la carrozza in quel posto, senza per questo abitare in quella strada. Rodolphe non aveva nessuna prova che fosse la marchesa. Gli restarono tuttavia certi tormentosi sospetti.
Le sue inquietudini e la sua aria assorta non erano sfuggite alla portinaia.
«Ohè, signore! a cosa pensate?» gli disse.
«Mi sto chiedendo la ragione per cui quella donna che era giunta fino alla porta... abbia cambiato idea...»
«Che volete, signore, un’idea improvvisa, la paura, la superstizione. Noi, povere donne, siamo così deboli, così vigliacche» disse l’orribile portinaia con aria timida e crucciata. «Chissà quante volte, credo, avrei dovuto prendere slancio se anch’io, come quella signora, avessi dovuto partire di nascosto per andare a fare le corna ad Alfred. Mai, nemmeno per sogno! Povero caro! Non c’è uomo sulla terra, che possa farmi tradire Alfred.»
«Vi credo, signora Pipelet... Ma la giovane signora...»
«Non so se fosse giovane; non siamo riusciti a vederle nemmeno la punta del naso. Fatto sta che com’era venuta, così se n’è andata alla chetichella. Se ci avessero dato dieci franchi, Alfred e io non saremmo stati tanto contenti.»
«Perché?»
«Pensando alla faccia che avrebbe fatto il comandante, ci sarebbe stato sicuramente da crepare dal ridere. Come prima cosa, invece di andare subito a dirgli che la signora se n’era tornata indietro, lo lasciamo aspettare e stare sulle spine per un’ora buona. Poi salgo: ai miei poveri piedi avevo un paio di pedule di vivagno; arrivo alla porta che era socchiusa. La spingo, cigola; la scala è buia come un forno e anche l’entrata dell’appartamento. Ecco che appena entro, il comandante mi prende tra le braccia dicendomi in tono lezioso: “Dio, come sei arrivata tardi angelo mio!”»
Nonostante la gravità dei pensieri da cui era preso, Rodolphe non poté fare a meno di ridere, soprattutto al ricontemplare la grottesca parrucca e l’orribile faccia rugosa e bitorzoluta di colei che era stata l’eroina di quel ridicolo equivoco.
La signora Pipelet riprese poi facendo certe strane boccacce che la mostravano ancora più repellente:
«Eh, eh, eh! questa è bella! Ma sentite il seguito. Io non rispondo, trattengo il respiro, lo lascio fare... ma a un tratto ecco che quel villano mi respinge schifato come se avesse toccato un ragno e si mette a gridare: “Ma chi diavolo è?” “Sono io, coman-
dante, la signora Pipelet, la portinaia, quindi dovreste tenere a posto le mani, non prendermi per la vita, né chiamarmi angelo e dirmi che son venuta tardi. E se ci fosse stato Alfred?” “Che volete?” mi urla furioso. “Comandante, la damina è arrivata adesso con una carrozza.” “Ebbene, fatela salire; ma siete stupida, non vi avevo detto di farla salire?” “Lo lascio dire.” “Sì, comandante, è vero, m’avete detto di farla salire.” “E allora?” “Allora, la damina...” “Ma parlate, dunque.” “Allora la damina è tornata indietro.” “Certo, avrete detto o fatto qualche sciocchezza!” grida ancora più furioso. “No comandante, la damina non è scesa dalla carrozza: quando il vetturino ha aperto lo sportello, lei gli ha detto di riportarla nel punto dove era salita.” “La carrozza non dev’essere lontana!” grida il comandante, correndo verso la porta. “Eh sì! è più di un’ora che è andata via” gli rispondo. “Un’ora! un’ora! E perché avete tardato tanto ad avvisarmi?” mi urla infuriandosi ancora di più. “Caspita... perché avevamo paura che vi dispiacesse troppo di essere rimasto a bocca asciutta anche questa volta.” Beccati questa! dico fra me e me, bellimbusto che non sei altro, e questo perché t’è venuta la nausea quando m’hai toccata. “Uscite di qui, fate e dite solo sciocchezze!” grida con rabbia, sgualcendosi la vestaglia alla tartara e gettando a terra il berretto alla greca di velluto con ricami d’oro... Bel berretto, comunque... E la vestaglia! accecava; il comandante brillava come una lucciola...»
«E poi tanto lui che la signora non sono più tornati?»
«No, ma la storia non è ancora finita» disse la signora Pipelet.
IX
I TRE PIANI
«Ecco la fine della storia» continuò la signora Pipelet. «Scendo in fretta da Alfred. In portineria c’erano, per la precisione, la portinaia del n. 19 e l’ostricaia che ha il posteggio davanti alla porta della liquoreria; racconto come il comandante mi aveva preso per la vita e chiamato angelo. E giù risate! e Alfred, sebbene sia molto malin..., sì, malinconico, come dice lui, sebbene sia diventato molto malinconico dopo il periodo degli scherzi escogitati da quel mostro di Cabrion.»
Rodolphe guardò stupito la portinaia.
«Sì, un giorno, quando saremo più amici, vi racconterò questa storia. Fatto è insomma che Alfred, nonostante la sua malin-
conia, si mette a chiamarmi angelo. In quel momento il comandante esce dal suo appartamento e chiude la porta per andarsene; ma, sentendoci ridere, non ha più il coraggio di scendere, perché teme che lo prendiamo in giro, e lui doveva per forza passare davanti alla portineria. Noi intuiamo tutto, ed ecco che l’ostricaia, con la sua vociona, si mette a gridare: “Pipelet, angelo mio, come sei arrivata tardi!”. Allora il comandante torna nella sua stanza e chiude la porta sbattendola con fracasso, da vero collerico quale egli è, perché quell’uomo dev’essere collerico come una tigre... ha la punta del naso bianca... Insomma, avrà aperto e chiuso la porta più di dieci volte, per sentire se c’era ancora gente giù in portineria. Ce n’era sempre, noi non ci muovevamo. Alla fine, vedendo che restavamo sempre lì, prende il coraggio a due mani, scende come una furia, mi butta la chiave senza dire niente e se ne va tutto infuriato, inseguito dalle nostre risate, mentre l’ostricaia continuava a dire: “Come sei arrivata tardi, angelo mio!”»
«Ma così andavate incontro al rischio che il comandante non vi desse più da preparare la stanza.»
«Ah sì, proprio? non ne avrebbe avuto il coraggio. Noi lo avevamo in pugno. Sapevamo dove abitava la sua bella; se ci avesse detto qualcosa, lo avremmo minacciato di far sapere a tutti la tresca. E poi per i suoi luridi dodici franchi, chi si sarebbe incaricato di mettergli a posto l’appartamento! Una donna di fuori? le avremmo reso la vita ben dura, a quella! Va’ là, brutto spilorcio! Insomma, signore, voi non ci crederete, ma ha avuto la meschinità di guardare alla sua legna e di fissarci il numero di ceppi da far ardere in sua attesa. È sicuramente un arricchito, uno venuto su dal niente. Ha una testa da signore e un corpo da pezzente, spende da una parte e lesina dall’altra. A parte questo, io non gli voglio male; ma mi diverte un mondo vedere che la sua bella lo prende per il naso. Scommetto che domani sarà ancora la stessa cosa. Avviserò l’ostricaia, che anche l’altra volta era qui; ci divertiremo. Quando la damina verrà, la vedremo e vedremo anche se è una biondina o una brunetta, e se è bella. E pensare, signore, che dietro a tutto ciò, c’è un babbeo di marito! È buffissimo, non vi pare? Ma questo riguarda il pover’uomo. Insomma, domani vedremo la damina, e nonostante il velo, dovrà pur passare a capo chino se non vorrà che sappiamo di che colore siano i suoi occhi. Costei è un’altra doppiamente svergognata, come si dice al mio paese; va a casa di un uomo e fa finta di avere paura. Ma scusate, vado a togliere la pentola dal fuoco: ha finito di bollire. Perché la pappa bisogna mangiarla, È un po’ di trippa, Alfred diventerà un
tantino più allegro, perché, come lui stesso dice: “Per la trippa tradirei la Francia...”, la sua bella Francia!... caro il mio vecchio.» Mentre la signora Pipelet era intenta a quella faccenda di casa,
Rodolphe si lasciava andare a tristi riflessioni.
La donna in questione (che fosse o no la marchesa d’Harville)
aveva senza dubbio esitato, lottato a lungo prima di concedere il primo e quindi il secondo appuntamento; ma, spaventata poi dalle conseguenze della sua imprudenza, anziché mantenere la pericolosa promessa, si era lasciata vincere da un salutare rimorso.
Infine, spinta da un’attrazione irresistibile, giunge, sebbene in lacrime e straziata da mille timori, fin sulla soglia della casa; ma sul punto di perdersi per sempre, presta orecchio alla voce del dovere: ed evita ancora una volta di disonorarsi.
E per chi poi si esponeva a tanto rischio e a tanta ignominia!
Rodolphe conosceva il mondo e il cuore umano; dal breve e rapido schizzo fattogli con brutale ingenuità dalla portinaia, riuscì a immaginare con sufficiente precisione il carattere del comandante.
Si trattava in fondo di un uomo così stupidamente orgoglioso da sentirsi fiero quando gli veniva attribuito un grado del tutto insignificante da un punto di vista militare; un uomo che aveva tanto poco tatto da non intuire l’importanza di serbare strettamente l’incognito, per poter avvolgere nel più impenetrabile mistero le colpevoli iniziative di una donna che rischiava tutto per lui; un uomo, infine, così sciocco e spilorcio da non comprendere che, per risparmiare qualche luigi, esponeva la sua amante allo scherno insolente e ignobile della gente di quella casa!
Così, l’indomani, spinta da una forza invincibile, ma cosciente dell’immensità del suo sbaglio, quella misera donna che, alle terribili angosce di cui soffre, può opporre solo la sua cieca fiducia nella discrezione e nell’onore dell’uomo a cui ella concede qualcosa che è più importante della sua stessa vita, verrà all’appuntamento, palpitante, smarrita; e dovrà sopportare gli sguardi curiosi e sfrontati di certa gente e sentire forse le loro ignobili facezie.
Che vergogna! che lezione! che triste risveglio per una donna disorientata, che fino ad allora si sarebbe cullata nelle più belle, nelle più poetiche illusioni d’amore!
E l’uomo per il quale ella affronta tanta vergogna, tanto rischio è toccato almeno dalle strazianti angosce che egli provoca?
No...
Povera donna! la passione la rende cieca e la spinge un’ultima volta sull’orlo del baratro. Basta un atto di coraggio per salvarla
dalla colpa. Cosa proverà quell’uomo al pensiero di una lotta così dolorosa e santa?
Proverà dispetto, collera, rabbia, pensando che si è scomodato tre volte per niente, e che la sua sciocca fatuità è gravemente compromessa... agli occhi del suo portinaio...
Infine, ultimo segno di enorme e pacchiana indelicatezza, quell’uomo ha dato a vedere di esprimersi in modo tale, di vestirsi in modo tale, in occasione di quel suo primo appuntamento, che non può non far morire di confusione e di vergogna una donna già schiacciata dal peso della confusione e della vergogna.
Oh, pensava Rodolphe, che terribile insegnamento per quella donna (che spero di non conoscere) se avesse potuto sentire in che modo disgustoso si era parlato di un’azione, senza dubbio colpevole, ma che le costava tanto amore, tante lacrime, tante paure e tanti rimorsi!
E poi, pensando che la marchesa d’Harville poteva essere la triste eroina di quella avventura, Rodolphe si domandava per quale aberrazione, per quale fatalità il signor d’Harville, un uomo giovane, pieno di spirito, di affetto, di generosità, e soprattutto teneramente innamorato della moglie, potesse essere sacrificato a un altro uomo sciocco, avaro, egoista e ridicolo. La marchesa si era, allora, innamorata solo del fisico di un uomo, che si diceva fosse molto bello?
Rodolphe, tuttavia, sapeva la marchesa d’Harville donna di cuore, di spirito, di buon gusto, e dotata di carattere nobilissimo; non era mai corsa una neppur minima diceria sulla sua reputazione. Dove aveva conosciuto quell’uomo? Rodolphe la vedeva di frequente, e non si ricordava di avere incontrato a palazzo d’Harville qualcuno che gli ricordasse il comandante. Dopo matura riflessione, finì quasi col persuadersi che non si trattava della marchesa.
La signora Pipelet, sbrigate le faccende di cucina, riprese la conversazione con Rodolphe.
«Chi abita al secondo piano?» chiese alla portinaia.
«Comare Burette, una donna bravissima a fare le carte. Vi legge nella mano come in un libro. Ci sono persone molto per bene che vengono da lei per farsi predire la sorte... e il denaro lo prende a mucchi più grossi di lei. Comunque quello della chiromante non è il suo solo mestiere.»
«Cos’altro fa?»
«Tiene, diciamo così, un monte privato.» «Come?»
«Ve lo dico perché siete un giovanotto e perché così vorrete ancora di più diventare nostro inquilino.»
«Perché?»
«Una semplice supposizione: fra poco ci saranno i giorni grassi, il periodo in cui pullulano le donne mascherate, gli scaricatori, i turchi e i selvaggi; un periodo in cui anche i più bravi si trovano qualche volta senza quattrini... Ebbene, fa sempre comodo avere in casa quel che ci vuole, invece di dover correre dalla zia, cosa che è anche più umiliante, perché ci si va a veduta e saputa di tutta la circoscrizione.»
«Da vostra zia? Allora presta su pegno?»
«Come, non sapete? Via, via, burlone!... Fate lo gnorri alla vostra età!»
«Io faccio lo gnorri! Per che cosa, signora Pipelet?» «Chiedendomi se è mia zia che presta su pegno.»
«Perché...»
«Perché tutti i giovani che abbiano l’età della ragione sanno
che andare dalla zia vuol dire andare a portare qualcosa al monte di pietà.»
«Ah, capisco... l’inquilina del secondo piano presta su pegno?»
«Andiamo, signor sornione, certo che presta su pegno, e a miglior prezzo del monte vero e proprio... E poi, non è affatto complicato; non si è ingombrati da un mucchio di scartoffie, di polizze, di cifre... per niente, per niente. Per esempio: si porta a comare Burette una camicia che vale cinque franchi: lei vi presta dieci soldi, dopo otto giorni dovrete portargliene venti, altrimenti si tiene la camicia. È semplice, no? Sempre conti tondi! Anche un bambino capirebbe.»
«È chiarissimo infatti: ma credevo che fosse proibito prestare così su pegno.»
«Ah, ah, ah» fece la signora Pipelet, sbellicandosi dalle risa, «allora venite dalla campagna, giovanotto?... Scusate, vi parlo come se fossi vostra madre e voi mio figlio.»
«Siete molto buona.»
«Certo che è proibito prestare su pegno; ma se si facesse solo quello che è permesso, dite un po’, si resterebbe molto spesso a braccia conserte. Comare Burette non scrive, non dà ricevute, non ci sono prove contro di lei, se ne infischia della polizia. È stranissima la roba che le portano. Non potreste immaginare in cambio di cosa presta alle volte. L’ho vista prestare in cambio di un pappagallo grigio che bestemmiava proprio come un ossesso, quel mascalzone.»
«Su un pappagallo? Ma quanto?...»
«Aspettate un po’... era uno in particolare: era il pappagallo della vedova di un postino, la signora d’Herbelot, che abita qui vicino, in rue Saint-Avoye; si sapeva che al pappagallo ci teneva come alla sua vita; comare Burette le dice: “Vi presto dieci franchi sul pappagallo; ma se entro otto giorni, a mezzogiorno, non ho i miei venti franchi...”»
«I suoi dieci franchi.»
«Con gli interessi venivano venti franchi giusti; sempre arrotondati. “Se non ho i venti franchi, con le spese di nutrimento, do a Loreto una insalatina di prezzemolo condita con l’arsenico.” Eh, conosceva bene la sua cliente. Con questo espediente, comare Burette di lì a sette giorni ha avuto i suoi venti franchi, e la signora d’Herbelot s’è portata via quella brutta bestia, che durante tutto il giorno non faceva che ripetere parolacce, con grande vergogna da parte di Alfred, che ha un pudore esagerato. È chiarissimo, suo padre era prete... durante la rivoluzione, come sapete... ci sono stati preti che hanno sposato delle monache.»
«Suppongo che comare Burette non abbia altri mestieri.»
«Non ne ha altri, se così vi piace. Tuttavia non so bene che razza di traffici faccia qualche volta in una stanzetta dove non entra nessuno, tranne il signor Bras-Rouge e una vecchia guercia, chiamata la Chouette.»
Rodolphe guardò stupito la portinaia.
Costei, notata la sorpresa del futuro inquilino, disse: «Chouette è uno strano nome, vero?»
«Sì; e viene spesso qui questa donna?»
«Sono sei settimane che non si fa viva; ma ieri l’altro l’abbiamo vista; zoppicava un po’.»
«E che cosa viene a fare dalla chiromante?»
«È ben questo che non so, almeno per quanto riguarda i traffici nella stanzetta di cui vi ho parlato e in cui possono entrare solamente la Chouette, il signor Bras-Rouge e comare Burette; ho notato però che in quei giorni la guercia ha sempre un pacco nella sporta mentre il signor Bras-Rouge il suo se lo nasconde sotto il mantello, e che poi escono senza niente.»
«E che cosa contengono quei pacchi?»
«Non so proprio niente di niente, so solo che con quella roba fanno un qualche intruglio infernale; perché passando sulla scala si sente odore come di zolfo, carbone e stagno fuso; e poi li si sente soffiare, soffiare, soffiare... come fabbri. Di certo comare Burette armeggia con qualcosa che ha a che fare con la stregoneria e la ma-
gia... così almeno mi ha detto il signor César Bradamanti, l’inquilino del terzo piano. È un tipo singolare, il signor César! Dico tipo singolare, ma si tratta di un italiano, che parla francese bene come voi e me, anche se con un forte accento; ma non importa, è uno che ha studiato, che conosce le persone semplici, e che vi toglie i denti non per denaro, ma per prestigio. Sì, signore, per puro prestigio. Se voi aveste sei denti guasti, e lo dice lui stesso a chi vuole ascoltarlo, vi toglierebbe i primi cinque per niente ma il sesto ve lo farebbe pagare. Non è colpa sua se avete anche il sesto dente.»
«È generoso!»
«E, inoltre, vende un’acqua buonissima che impedisce la caduta dei capelli, guarisce il mal d’occhi, i calli ai piedi, la debolezza di stomaco, e uccide i topi senza arsenico.»
«Quest’acqua guarisce la debolezza di stomaco?»
«La stessa acqua.»
«E uccide anche i topi?»
«Non se ne salva uno, perché ciò che giova all’uomo nuoce
agli animali.»
«Giusto, signora Pipelet, non ci avevo pensato.»
«Che sia un’acqua buonissima ne sono prova le piante che il si-
gnor César ha raccolto sulle montagne del Libano, in zone abitate da non so che razza d’americani, da dove ha portato anche un cavallo che sembra una tigre; è bianchissimo, picchiettato di macchie rosso-brune. Vedete, non so che cosa si darebbe per vedere il signor César Bradamanti in groppa alla sua bestia, con il suo vestito a risvolti gialli e il cappello con il pennacchio; perché, con rispetto parlando, con quella sua barbona rossa sembra Giuda Iscariota. Da un mese ha preso al suo servizio il figlio del signor Bras-Rouge, Tortillard, e l’ha vestito, diciamo così, da trovatore, con un tocco nero, un collettino e una giacchetta color albicocca; batte il tamburo per attirare i clienti intorno al signor César senza dire che il piccolo governa il cavallo tigrato del dentista.»
«Mi pare che il figlio dell’inquilino che subaffitta abbia un impiego molto modesto.»
«Il padre dice di volergli rendere la vita dura a quel ragazzo; altrimenti finirebbe sulla forca. Per la verità, è uno scimmiotto dispettosissimo... e cattivo, ha combinato più di uno scherzetto a quel povero signor Bradamanti, il quale è un galantuomo coi fiocchi. Siccome ha guarito Alfred dai reumatismi, lo abbiamo a cuore. Eppure, signore, ci sono persone così snaturate da... ma no, c’è da far rizzare i capelli. Alfred dice che, se fosse vero, sarebbe un crimine da scontare in galera.»
«E quale?»
«Ah, non oso, non oserò mai.»
«Non parliamone più.»
«Perché... sul mio onore di dama onesta, dire certe cose a un
giovanotto...»
«Non parliamone più, signora Pipelet.»
«In fondo, poiché sarete nostro inquilino, è meglio che sappiate
che sono tutte menzogne. Voi potete benissimo fare amicizia e stare in compagnia del signor Bradamanti; se aveste creduto a quelle voci, non avreste forse voluto saperne di fare la sua conoscenza.»
«Parlate, vi ascolto.»
«Dicono che quando... a volte una fanciulla ha fatto una sciocchezza... capite... vero? e ne teme le conseguenze...»
«Ebbene?»
«Ecco, adesso non ho più il coraggio di... E cioè?»
«No; del resto sono sciocchezze... Dite pure.»
«Menzogne.»
«Dite pure.»
«Sono le male lingue.»
«Ma allora?»
«Certe persone che sono gelose del cavallo tigrato del signor
César.»
«Finalmente; ma insomma cosa dicono?»
«Mi vergogno.»
«Ma che rapporto c’è tra una fanciulla che ha commesso un
errore e il ciarlatano?»
«Non dico con ciò che sia vero!»
«Ma, in nome del cielo, che cos’è?» gridò Rodolphe spazienti-
to dalle strane reticenze della signora Pipelet.
«Sentite, giovanotto, giuratemi sul vostro onore che non lo di-
rete a nessuno.»
«Quando saprò di cosa di tratta, deciderò se farvi o no questo
giuramento.»
«Se ve lo dico, non lo faccio per i sei franchi, né per il rosolio...» «Bene, bene.»
«Ma per la fiducia che mi ispirate.»
«D’accordo.»
«E per aiutare il povero signor Bradamanti, discolpandolo.» «La vostra intenzione è ottima, non ne dubito, e allora?»
«Si dice dunque... ma che non esca dalla portineria, mi rac-
comando.»
«Certo; si dice dunque...»
«Uffa, non me la sento neanche questa volta. Sentite, ve lo dirò in un orecchio, mi farà meno effetto... Avete visto come sono bambina, eh?»
E la vecchia sussurrò qualcosa all’orecchio di Rodolphe che sussultò dallo spavento.
«Oh, ma è spaventoso!» esclamò alzandosi automaticamente e guardandosi intorno quasi con terrore, come se quella casa fosse stata maledetta. «Dio mio, Dio mio!» mormorò a mezza voce con doloroso stupore «allora non sono impossibili delitti così spaventosi! E questa orribile vecchia che è rimasta quasi indifferente all’atroce rivelazione che m’ha fatto!»
La portinaia, non avendo sentito quello che aveva detto Rodolphe, riprese a parlare senza per questo cessare di accudire alle faccende di casa.
«Non è vero che sono un mucchio di maldicenze?»
Come! Un uomo che ha guarito Alfred dai reumatismi, un uomo che ha portato un cavallo tigrato dal Libano, un uomo che vi propone di cavarvi gratis cinque denti su sei, un uomo in possesso di titoli di studio ottenuti in ogni parte d’Europa, e che paga l’affitto puntualmente. Ebbene! sì..: la morte piuttosto che credere a simili cose!
Mentre la signora Pipelet sfogava la sua indignazione contro i calunniatori, Rodolphe si ricordava della lettera indirizzata a quel ciarlatano, lettera scritta su carta comune e con una calligrafia contraffatta, mezzo cancellata dai segni di una lacrima.
Nella lacrima e nella lettera misteriosa indirizzata a quell’uomo, Rodolphe scorse un dramma...
Un dramma terribile.
Un segreto presentimento gli diceva che le orribili dicerie che correvano sull’italiano non erano infondate.
«Oh, ecco Alfred» esclamò la portinaia; «anche lui vi dirà che non possono essere che le male lingue ad accusare di atrocità il signor César Bradamanti, che l’ha guarito dai reumatismi.»
X
IL SIGNOR PIPELET
Va detto al lettore che tali fatti si svolgevano nel 1838.
Il signor Pipelet entrò nella portineria con aria grave e imponente; aveva circa sessant’anni, un naso enorme, una pinguedine di tutto rispetto, e una rubiconda facciona sagomata come quel-
la degli schiaccianoci a forma di uomini di Norimberga. La strana maschera era sormontata da un cappello a rocchetto, a larghe tese, diventato rossiccio per l’uso.
Alfred, che non lasciava quel cappello più di quanto sua moglie non lasciasse la stravagante parrucca, si pavoneggiava nel suo vecchio vestito verde a falde immense, con risvolti diventati, per così dire, color piombo per via della sporcizia che li faceva apparire qua e là di un grigio lustro. Con il cappello largo e il vestito verde non privi di una certa solennità, il signor Pipelet s’era tenuto indosso il modesto emblema del suo mestiere: un grembiule di cuoio disegnava un triangolo rosso sopra un lungo panciotto multicolore come la trapunta della signora Pipelet.
Il saluto che il portinaio fece a Rodolphe non mancò di una certa affabilità; ma, ahimè, il suo sorriso era pieno d’amarezza.
In esso si poteva intuire quell’espressione di profonda malinconia di cui la signora Pipelet aveva parlato con Rodolphe.
«Alfred, il signore vuole prendere a pigione la stanzetta con salottino del quarto piano» disse la signora Pipelet presentando Rodolphe ad Alfred «e ti abbiamo aspettato per bere insieme il bicchiere di rosolio che ha ordinato.»
Questo gesto di gentilezza da parte di Rodolphe ispirò subito fiducia al signor Pipelet; il portinaio portò la mano alla falda del cappello e disse con una voce di basso degna di un cantore di cattedrale:
«Vedrete, signore, che non sarete scontento di noi come portinai e che noi non saremo scontenti di voi come inquilino; ogni simile ama il suo simile.»
Ma il signor Pipelet s’interruppe subito per dire con aria preoccupata a Rodolphe:
«A meno, signore, che non siate un pittore.»
«No, sono un commesso di bottega.»
«Allora, signore, vi presento i miei umili omaggi. E mi con-
gratulo con la natura per non avervi fatto nascere simile a quei mostri d’artisti.»
«Gli artisti... dei mostri?» domandò Rodolphe.
Il signor Pipelet, invece di rispondere, levò le mani verso il soffitto della portineria ed emise una specie di gemito corrucciato.
«Sono stati i pittori ad avere avvelenato la vita ad Alfred. Sono loro la causa di quella malinconia di cui vi parlavo» sussurrò la signora Pipelet a Rodolphe. Poi disse ad alta voce con tono carezzevole: «Andiamo, Alfred, sii ragionevole, non pensare a quel mascalzone... starai male, non potrai mangiare.»
«No, sarò forte e ragionevole» rispose il signor Pipelet con dignità triste e rassegnata. «Mi ha fatto molto male: per molto tempo è stato il mio persecutore, il mio carnefice; ma adesso lo disprezzo. I pittori» aggiunse voltandosi verso Rodolphe «ah, signore, sono la peste, l’inferno e la rovina di una casa.»
«Avete alloggiato un pittore?»
«Ahimè, sì, signore, ne abbiamo avuto uno» disse il signor Pipelet con amarezza «e per giunta un pittore che si chiamava Cabrion!»
A quel ricordo, nonostante la sua calma apparente, il portinaio strinse i pugni con gesto convulso.
«È stato lui l’ultimo inquilino della stanza che voglio prendere io?» domandò Rodolphe.
«No, no, l’ultimo inquilino era un bravo e degno giovane di nome Germain; ma prima di lui c’era Cabrion. Ah, signore, dopo che Cabrion è partito, c’è mancato poco che non impazzissi, che non diventassi ebete.»
«Vi è talmente dispiaciuto?» domandò Rodolphe.
«Dispiacermi di Cabrion!» continuò il portinaio stupito, «dispiacermi di Cabrion! Ma immaginatevi, signore, che il signor Bras-Rouge gli ha pagato due mesi d’affitto per farlo sloggiare da qui; perché eravamo stati tanto malaccorti da fargli un contratto d’affitto. Che razza di tipaccio! Voi non potete immaginarvi, signore, i brutti tiri che ha giocato a noi e agli inquilini. Tanto per dirvene una, vi assicuro che non c’è strumento a fiato di cui non si sia bassamente servito per torturare gli inquilini! Sì, signore, dal corno da caccia al serpentone, signore! Ha approfittato di tutto, spingendo la villania fino a fare appositamente una nota stonata e tenerla lunga per ore intere. C’era da impazzire. Si sono fatte più di venti proteste all’inquilino che subaffitta, il signor Bras-Rouge, perché scacciasse quel mascalzone. Finalmente la spuntarono pagandogli due mesi d’affitto... Buffo, vero? Un inquilino a cui si pagano due mesi d’affitto; ma gliene avremmo pagati anche tre pur di potercelo levare di torno. Se ne va... Ma credete forse che sia finita con Cabrion? State a sentire! L’indomani, alle undici di sera, io ero già a letto. Pan, pan, pan! Tiro la corda. Qualcuno entra in portineria. “Buonasera, portinaio” dice una voce, “volete darmi per favore una ciocca dei vostri capelli?” Mia moglie mi dice: “È qualcuno che ha sbagliato porta!”. Allora rispondo allo sconosciuto: “Non è qui; vedete alla porta a fianco”. “Ma non è il numero 17? Il portinaio non si chiama Pipelet?” risponde la voce “Sì, dico io, mi chiamo Pipelet.” “Ebbene, amico Pipelet, sono
venuto a chiedervi una ciocca di capelli per conto di Cabrion; è un’idea sua, ci tiene e la vuole.”»
Il signor Pipelet guardò Rodolphe, scosse la testa e incrociò le braccia assumendo una posa scultorea.
«Capite, signore? A me, suo mortale nemico, a me che aveva ricoperto d’oltraggi, veniva sfacciatamente a chiedere una ciocca di capelli, un favore che le signore a volte rifiutano perfino ai loro amanti!»
«Almeno fosse stato un buon inquilino come il signor Germain, codesto Cabrion!» soggiunse Rodolphe con imperturbabile sangue freddo.
«Fosse stato pure un buon inquilino, non gli avrei dato comunque quella ciocca» disse con sussiego l’uomo dal cappello a rocchetto; «la cosa non rientra né nei miei principi, né nelle mie abitudini; ma sarebbe stato mio dovere, mio obbligo, rifiutargliela con le dovute maniere.»
«E non basta» disse la portinaia; «figuratevi che da quel giorno quel maledetto Cabrion aveva sguinzagliato una massa di imbrattatele che venivano qui uno dietro l’altro di mattina, di sera, di notte, in ogni ora a chiedere ad Alfred una ciocca di capelli, sempre per Cabrion!»
«Immaginatevi se avrei ceduto!» disse il signor Pipelet con aria decisa, «piuttosto mi sarei fatto tagliare la testa, signore! Dopo tre o quattro mesi di insistenza da parte loro, e di resistenza da parte mia, la mia costanza ha avuto il sopravvento sulla caparbietà di quei miserabili. Si sono accorti che avevano a che fare con una sbarra di ferro, e sono stati costretti a rinunciare alle loro insolenti pretese. Ma, ciononostante, signore, io sono stato colpito qui.» Alfred portò la mano al cuore. «Se avessi commesso qualche orribile delitto, non avrei avuto un sonno più agitato. A ogni momento, mi svegliavo di soprassalto, perché mi pareva di sentire la voce di quel dannato Cabrion. Diffidavo di tutti: in ognuno vedevo un nemico; perdevo la mia allegria. Non potevo vedere un viso estraneo affacciarsi alla finestra della portineria senza fremere perché subito mi veniva l’idea che forse era qualcuno della banda di Cabrion. E ancora adesso, signore, sono sospettoso, arcigno, cupo, aspro come un delinquente... quando faccio anche la più piccola conoscenza, ho sempre paura di sbottonarmi, perché credo di riconoscervi qualcuno della banda di Cabrion; non ho più voglia di niente.»
A questo punto la signora Pipelet si portò l’indice all’occhio sinistro come per asciugare una lacrima e con la testa fece un segno affermativo.
«Insomma» continuò Alfred con tono sempre più lamentoso, «mi chiudo in me stesso e così vedo scorrere il fiume della vita. Non ho avuto ragione, signore, di dirvi che quell’infernale Cabrion mi ha avvelenato l’esistenza?»
E il signor Pipelet, sentendosi il cappello a rocchetto schiacciato dal peso di quella immensa sventura, emise un profondo sospiro.
«Adesso capisco perché non vi piacciono i pittori» disse Rodolphe; «meno male che il signor Germain, di cui m’avete detto, non era come il signor Cabrion!»
«Oh, certo, signore; quello sì che era un giovanotto buono e bravo, schietto come l’oro, servizievole e per niente superbo, e allegro, ma di un’allegria buona che non faceva male a nessuno, non era insolente e beffardo come quel Cabrion, che Dio lo fulmini!»
«Su calmatevi, caro signor Pipelet, non pronunciate quel nome. E adesso chi è il proprietario tanto fortunato da avere quella perla degli inquilini che è il signor Germain?»
«Vattelapesca... nessuno sa e saprà dove abita adesso il signor Germain. Quando dico nessuno... tranne la signorina Rigolette.»
«E chi è questa signorina Rigolette?» domandò Rodolphe.
«Un’inquilina del quarto piano, una lavorante» rispose la signora Pipelet. «Ecco un’altra perla, una che paga l’affitto in anticipo, e tanto pulitina nella sua stanzetta, e così gentile con tutti, e così allegra... un vero uccello del buon Dio, tanto è graziosa e gaia, inoltre lavora come un piccolo castoro e alle volte guadagna anche due franchi al giorno, ma con quanta fatica, Dio mio!»
«Ma come mai la signorina Rigolette è la sola che sappia dove abiti il signor Germain?»
«Quando ha lasciato la casa» continuò la signora Pipelet «ci ha detto: “Nessuno mi scriverà; ma se per caso arrivasse qualche lettera consegnatela alla signorina Rigolette”. E di lei poteva ben fidarsi, quand’anche la lettera fosse stata assicurata; vero, Alfred?»
«Fatto sta che non ci sarebbe niente da dire sul conto della signorina Rigolette» disse severamente il portinaio «se lei non avesse avuto la debolezza di lasciarsi abbindolare da quell’infame Cabrion.»
«In quanto a ciò, Alfred» soggiunse la portinaia «sai bene che non è colpa della signorina Rigolette, dipende dai locali; perché è stata la stessa cosa col commesso viaggiatore che occupava la stanza di Cabrion, come, dopo quella buonalana del pittore, è stato il signor Germain a far le moine; lo ripeto, non può essere altrimenti, dipende dai locali.»
«Così gli inquilini della stanza che voglio prendere in affitto sono stati costretti a fare la corte alla signorina Rigolette?»
«Costretti, signore; adesso vi spiego. Si è vicini con la signorina Rigolette, le due stanze si toccano; ebbene, fra giovani... c’è un lume da accendere, un po’ di braci da chiedere in prestito, oppure un po’ d’acqua. Oh, in quanto all’acqua, si può stare sicuri che non ne manca mai dalla signorina Rigolette, ne ha sempre: è l’unico lusso, è un vero anatroccolo. Appena ha un momento libero, si mette subito a lavare le finestre, il focolare. Per questo è sempre tanto pulito da lei!... vedrete.»
«Così il signor Germain, tenuto conto dei locali, è stato, come voi avete detto, un buon vicino per la signorina Rigolette?»
«Sì, signore, ed è il caso di dire che erano nati l’uno per l’altra. Così carini, così giovani, era un piacere vederli scendere le scale la domenica, il solo giorno libero che avevano, poveri ragazzi! Lei bene agghindata, con una graziosa cuffietta e con un bel vestitino da venticinque soldi al metro, se l’era fatto lei, eppure le stava così bene che sembrava una reginetta; lui, vestito da perfetto moscardino!»
«E da quando ha lasciato questa casa, il signor Germain non ha più rivisto la signorina Rigolette?»
«No, signore, a meno che non sia di domenica, perché gli altri giorni la signorina Rigolette non ha tempo di pensare agli spasimanti, via, si alza alle cinque o alle sei, e lavora fino alle dieci, qualche volta fino alle undici di sera; non esce mai di stanza, tranne la mattina quando va a comperare le provviste per sé e per i due canarini che ha, e in tutti e tre non è che mangino molto! Di che cosa si accontentano? Due soldi di latte, un po’ di pane, un po’ di centocchio, d’insalata, di miglio, e molta acqua bella e pulita; eppure tutti e tre, la piccola e i due uccelli, cicalano e cinguettano, che è un vero piacere!... Inoltre, buona e per niente avara, nei limiti del possibile, delle sue ore di sonno e delle sue cure, perché, pur lavorando a volte più di dodici ore al giorno, riesce appena a guadagnarsi di che vivere... Per esempio, per parecchie notti la signorina Rigolette con il signor Germain ha vegliato i bambini di quei disgraziati delle soffitte, che il signor Bras-Rouge butterà sulla strada tra non più di tre o quattro giorni!»
«C’è una famiglia povera qui?»
«Povera, signore! Dio d’un Dio! lo credo bene. Cinque bambini in tenera età, la madre ammalata, quasi moribonda, la nonna mezzo scema; e per nutrire questa gente un uomo che non mangia quanto basta e che sfacchina come un negro; è un operaio che
sa il fatto suo! Tre ore di sonno su ventiquattro, ecco tutto ciò che ha, e chissà che razza di sonno anche! quando si è svegliati da bambini che gridano “Pane!”, da una donna malata che geme sul pagliericcio, o da una vecchia scema che a volte si mette a urlare come una lupa... anche per la fame, perché di giudizio ne ha quanto una bestia. Quando ha tanta fame, la si sente urlare nelle scale.»
«Oh, è spaventoso!» esclamò Rodolphe; «e nessuno li aiuta?»
«Diavolo, signore, fra poveri si fa quel che si può. Da quando, per sbrigargli le faccende, ho i dodici franchi al mese del comandante, faccio il lesso una volta alla settimana e quei disgraziati lassù hanno un po’ di brodo. La signorina Rigolette ruba le ore al sonno e, caspita, la luce non le viene gratis quando deve fare, con i ritagli di stoffa che ha, camiciole e cuffiette per i bambini... Il povero signor Germain, che peraltro non era molto ben messo neppure lui, faceva finta di ricevere di tanto in tanto da casa qualche bottiglia di buon vino, e Morel (così si chiama l’operaio) ne beveva uno o due bei bicchierotti che lo scaldavano un po’ e gli rimettevano l’anima in corpo.»
«E il ciarlatano non ha fatto niente per questa povera gente?»
«Il signor Bradamanti?» chiese il portinaio; «mi ha guarito da un reumatismo, è vero, perciò lo venero; ma quel giorno ho detto alla mia sposa: “Anastasie, il signor Bradamanti... Uhm! uhm!” vero che te l’ho detto, Anastasie?»
«Sì, me l’hai detto, ma gli piace ridere, a quell’uomo! ridere almeno a modo suo, senza aprire la bocca.»
«Che cosa ha fatto?»
«Ecco, signore... Quando gli ho parlato della miseria dei Morel, per via del fatto che si era lamentato che la vecchia scema aveva urlato per la fame tutta la notte impedendogli così di dormire, mi ha detto: “Dato che sono così poveri, se hanno dei denti da levare, toglierò loro gratis anche il sesto e darò loro una bottiglia della mia acqua a metà prezzo”.»
«Ebbene» disse il signor Pipelet, «sebbene mi abbia guarito dai reumatismi, sostengo che è una facezia indecente. E ne dice sempre di simili... e almeno fossero solo indecenti!»
«Alfred, pensa che è un italiano e forse nel suo Paese usano scherzare così.»
«Decisamente, signora Pipelet» disse Rodolphe «ho una brutta opinione di quest’uomo e quindi, seguendo il vostro consiglio, non stringerò amicizia né starò in sua compagnia... Ma quella donna che presta su pegno, è stata più caritatevole?»
«Oh, alla stregua del signor Bradamanti» rispose la portinaia; «ha fatto loro dei prestiti sui poveri stracci che possedevano... Tutto è passato nelle sue mani, fino all’ultimo materasso... C’era poco da scegliere, non ne hanno mai avuti due.»
«E adesso li aiuta?»
«Chi, comare Burette? Sì, davvero! nel suo campo è avara quanto il suo amante nel proprio; perché, dovete sapere che il signor Bras-Rouge e comare Burette...» aggiunse la portinaia con un’occhiatina e con una scrollata di capo pieni di malignità.
«Davvero!» disse Rodolphe.
«Proprio vero... verissimo!... E, credetemi, le estati di San Martino sono calde come le altre, vero, vecchio mio?»
Il signor Pipelet rispose semplicemente scuotendo malinconicamente il cappello a rocchetto.
Da quando la signora Pipelet gli aveva parlato del suo sentimento di carità verso i disgraziati delle soffitte, Rodolphe la vedeva meno ripugnante.
«E che mestiere fa quel povero uomo?»
«È tagliatore di pietre false; viene pagato in base al lavoro che fa e lavora tanto, tanto che ha finito col deformarsi; lo vedrete... Dopo tutto, un uomo è un uomo e non può fare l’impossibile, vero? E quando bisogna dare la pappa a una famiglia di sette persone, lui escluso, non è come bere un uovo! Senza contare che la figlia maggiore lo aiuta con quello che può, anche se non è molto.»
«E quanti anni ha la figlia?»
«Diciassette anni, è bella, bella... come il sole; fa la cameriera da un vecchio avaro, tanto ricco da comperare Parigi, un notaio, il signor Jacques Ferrand.»
«Il signor Jacques Ferrand!» disse Rodolphe stupito da questo nuovo incontro perché proprio da questo notaio, o perlomeno dalla sua governante, egli doveva avere le informazioni relative alla Goualeuse. «Jacques Ferrand, un signore che abita in rue du Sentier?» chiese poi.
«Esatto!... lo conoscete?»
«È il notaio della casa commerciale da cui dipendo.» «Ebbene, allora saprete che è un notissimo strozzino, ma, per
la verità, onesto e devoto... ogni domenica a messa e al vespro, si confessa e fa la comunione a Pasqua; se fa bisboccia, la fa solo coi preti, poi beve acqua benedetta, mangia pane benedetto... un sant’uomo, insomma! la cassa di risparmio della povera gente che gli affida le proprie economie! ma, caspita, avaro e duro con gli
altri come con se stesso. Sono diciotto mesi che quella povera Louise, figlia del tagliatore, fa la cameriera da lui. È buona come un agnello e lavora come un cavallo. Là lei fa tutto e prende diciotto franchi di salario, non un soldo di più; si tiene sei franchi al mese per mantenersi e dà il resto alla famiglia: e lo dà ogni mese, ma quando con questo ci devono vivere sette persone...!»
«Ma il padre non lavora tanto?»
«Se lavora? È un uomo che in vita sua non è mai stato bevuto, è un uomo a posto, è buono come un Cristo; come ricompensa domanderebbe al buon Dio una sola cosa, far durare il giorno quarantotto ore, per poter guadagnare un po’ di più per i suoi marmocchi.»
«Il lavoro gli rende pochissimo, allora?»
«È stato infermo per tre mesi e per questo è rimasto indietro; sua moglie s’è rovinata la salute per curarlo, e, adesso, è moribonda; durante questi tre mesi hanno dovuto vivere con i dodici franchi di Louise, con quello che hanno preso a prestito da comare Burette e, in più, con qualche scudo che ha prestato loro la sensale di pietre false per la quale egli lavora. Ma otto persone! questo è il punto e se vedeste il loro buco!... Ma sentite, signore, non parliamone più, il nostro pranzo è pronto e, solo al pensare alla loro soffitta, mi si ribalta lo stomaco. Meno male che il signor Bras-Rouge ce li leverà di torno. Se dico meno male, non è per cattiveria, mi pare. Ma dal momento che quei poveri Morel devono essere disgraziati e noi non possiamo farci niente, tanto vale che siano disgraziati altrove. È una pena di meno.»
«Ma dove andranno se saranno cacciati da qui?»
«Perdiana, non lo so.»
«E quanto può guadagnare al giorno quel povero operaio?» «Se non fosse costretto a curare la madre, la moglie e i bam-
bini, potrebbe guadagnare benissimo quattro o cinque franchi, perché ce la mette tutta; ma, siccome perde tre quarti del suo tempo a fare le faccende di casa, è tanto se guadagna quaranta soldi.»
«È pochissimo infatti. Poveretti!»
«Sì, poveretti! è la parola giusta. Ma ci sono tanti altri poveretti per cui, dal momento che non possiamo farci niente, dobbiamo metterci il cuore in pace, vero, Alfred? Ma a proposito di mettersi il cuore in pace, il rosolio può dirci qualcosa!»
«A essere sinceri, signora Pipelet, ciò che m’avete raccontato m’ha dato una stretta al cuore; bevete pure alla mia salute con il signor Pipelet.»
«Siete molto buono, signore» disse il portinaio; «ma volete ancora vedere la stanza in alto?»
«Volentieri; se mi piace vi darò la caparra.»
Il portinaio uscì dal suo antro. Rodolphe gli si mise dietro.
XI
I QUATTRO PIANI
La scala umida e buia sembrava ancora più oscura in quella triste giornata d’inverno.
La porta di ogni appartamento di questa casa offriva all’occhio dell’osservatore, diciamo così, un suo volto particolare.
Così la porta dell’alloggio in cui abitava il comandante era stata da poco dipinta con un colore marrone striato da venature simili a quelle del palissandro; una maniglia di rame dorato brillava sulla serratura e un bel cordone per campanello con fiocco di seta rossa contrastava con l’antico luridume dei muri.
La porta del secondo piano, dove abitava l’indovina che prestava su pegno, aveva un aspetto ancora più singolare: un gufo impagliato, uccello simbolico e cabalistico per eccellenza, era stato inchiodato con le zampe e con le ali sopra l’architrave; uno spioncino a graticolato di fil di ferro, permetteva di vedere i visitatori che volevano entrare.
Anche la porta della stanza del ciarlatano italiano, che si sospettava esercitasse un orribile mestiere, dava nell’occhio per la sua stranezza.
Il suo nome era stato composto con denti di cavallo infissi in una specie di quadro di legno nero, attaccato alla porta.
Invece di terminare con la classica zampa di lepre o con il classico piede di capriolo, il cordone del campanello era attaccato all’avambraccio e alla mano di una scimmia mummificata.
Quel braccio disseccato e quella manina dalle cinque dita che si prolungavano in falangi coronate da unghie erano orribili a vedersi.
La si sarebbe presa per la mano di un bambino. Proprio nel momento in cui passava davanti a quella porta dall’aspetto sinistro, Rodolphe credette di udire qualche singhiozzo soffocato; poi, a un tratto, un grido doloroso, convulso, orribile, un grido che pareva uscito dal fondo delle viscere, risuonò nel silenzio della casa.
Rodolphe trasalì.
Corse alla porta con la rapidità del pensiero e suonò con violenza.
«Che vi prende signore?» disse con stupore il portinaio. «Quel grido» rispose Rodolphe «l’avete udito?»
«Sì, signore. Sarà stato di sicuro qualche cliente a cui il signor
César Bradamanti ha strappato un dente, forse due.»
La spiegazione, pur essendo verosimile, non soddisfece Ro-
dolphe.
Il terribile grido che aveva udito poco prima non gli sembrava
solo la manifestazione di un dolore fisico; ma anche, se così si può dire, un grido di dolore morale.
Il colpo di campanello era stato di straordinaria violenza. Dapprima nessuno rispose.
Numerose porte si chiusero una dopo l’altra; poi dietro il ve-
tro di un occhio di bue che si trovava vicino alla porta, e su cui Rodolphe aveva incollato automaticamente gli occhi, apparve vagamente una faccia scarna, di pallore cadaverico; una selva di capelli rossi e grigi incorniciava un orribile viso, che terminava con una lunga barba dello stesso colore della capigliatura.
La visione durò un secondo e poi scomparve. Rodolphe restò pietrificato.
Durante la breve apparizione, ebbe l’impressione d’avere già visto i lineamenti caratteristici di quell’uomo.
Gli occhi verdi e brillanti come l’acqua marina sotto le grosse sopracciglie fulve e irte, il pallore livido, il naso sottile, prominente, aquilino, e le cui narici bizzarramente dilatate e incavate lasciavano vedere una parte del setto nasale, gli ricordavano in modo sorprendente un certo abate Polidori, il cui nome era stato maledetto da Murph, nel colloquio col barone di Graün.
Sebbene fossero sedici o diciassette anni che non vedeva l’abate Polidori, pure Rodolphe, per cento ragioni, non poteva averlo dimenticato; ciò però che disorientava i suoi ricordi, ciò che lo faceva dubitare dell’identità dei due personaggi, era rappresentato dal fatto che il prete che egli credeva d’avere ritrovato sotto le vesti di quel ciarlatano con barba e capelli rossi era invece molto bruno.
D’altra parte (sempre supponendo che i suoi sospetti fossero fondati) non meravigliandosi di vedere un uomo investito di un carattere sacro, un uomo di cui conosceva la superba intelligenza, il vasto sapere, l’alto ingegno, toccare il fondo della degradazione, dell’infamia forse, Rodolphe dimostrava di sapere che quell’alto ingegno, quella superba intelligenza, quel vasto sapere,
si sposavano a una perversità così profonda, a un tipo di vita così sregolato, a tendenze così da crapulone e, in special modo, a un tale cinismo furfantesco e atroce disprezzo degli uomini e delle cose, che quest’uomo, ridotto a una meritata miseria, non poteva, diremo quasi non doveva, non ricorrere ai mezzi più infamanti e trovare in essi una specie di amara e sacrilega soddisfazione al vedersi, lui, che era dotato di eccezionali qualità intellettuali, lui, investito di un carattere sacro, esercitare il vile mestiere di ciarlatano senza pudori.
Ma torniamo a dire che Rodolphe, pur avendo lasciato il prete che era un uomo maturo e pur pensando che questi dovesse avere gli anni del ciarlatano, dubitava dell’identità dei due personaggi perché fra di loro c’erano alcune differenze per niente trascurabili; cionononstante chiese al signor Pipelet:
«È da molto che il signor Bradamanti abita in questa casa?».
«Da circa un anno, signore. Sì, proprio, ha cominciato con l’affitto di gennaio. È un inquilino puntuale; mi ha guarito da un brutto reumatismo... Ma come vi dicevo poco fa, ha un difetto: prende troppo in giro, nei suoi discorsi non rispetta nulla.»
«Come mai?»
«Insomma, signore» disse gravemente il signor Pipelet, «io non sono un modello di virtù, ma c’è riso e riso.»
«È molto allegro allora?»
«Non è che sia allegro; anzi sembra un cadavere; ma non ride mai con la bocca... Ride sempre con le parole; per lui non c’è né padre né madre, né Dio né diavolo, scherza su tutto, perfino sulla sua acqua, signore, perfino sulla sua acqua! Ma, non vi nascondo che quegli scherzi a volte mi mettono paura, mi fanno venire la pelle d’oca. Quando viene in portineria e resta lì un quarto d’ora a parlare senza tanti pudori delle donne mezze nude dei vari paesi selvaggi che ha percorso e quando poi mi ritrovo da solo a solo con Anastasie, ebbene, signore, io so che da trentasette anni sono assieme a lei e mi sono fatto un dovere di volerle bene... ebbene, mi sembra di volerle meno bene. Voi riderete, ma qualche volta anche, dopo che il signor César mi ha parlato dei festini ai quali assisteva per vedere i principi provare i denti che egli aveva messo loro, ebbene, mi sembra che i miei bocconi si facciano amari e non ho più fame. Insomma mi piace il mio mestiere e mi sento onorato. Avrei potuto essere un calzolaio come i tanti ambiziosi che ci sono, ma credo di essere egualmente utile risuolando scarpe vecchie. Ecco, signore, ci sono giorni in cui quel demonio del signor César, con i suoi scherni, mi fa rimpiangere di non esse-
re stivalaio, parola mia d’onore! e poi insomma... ha un modo di parlare delle selvagge che ha conosciuto... Vedete, signore, ve lo ripeto, io non sono un modello di virtù, ma a volte, accipicchia, divento rosso» aggiunse il signor Pipelet con il tono indignato di un uomo casto.
«E la signora Pipelet tollera tutto ciò?»
«Anastasie va pazza per gli uomini spiritosi, e il signor César, nonostante la sua brutta specie, è senza dubbio spiritosissimo, così lei gli perdona tutto.»
«Vostra moglie mi ha anche parlato di certi orribili rumori...» «Ve ne ha parlato?...»
«Non preoccupatevi, sono discreto io.»
«Ebbene, signore, io non credo a questa voce e non ci crederò
mai, eppure non posso fare a meno di pensarci, e quando ci penso aumenta lo strano effetto che producono su di me le facezie del signor Bradamanti. Insomma, signore, vi dico francamente che odio il signor Cabrion... è un odio che porterò con me nella tomba. Eppure, a volte mi sembra di preferire gli ignobili scherzi che egli aveva la sfrontatezza di fare in questa casa, ai frizzi che snocciola il signor César con quella sua aria di canzonatore serioso e con quel suo stringere le labbra in modo sgraziato, cosa che mi ricorda sempre l’agonia di mio zio Rousselot che, quando rantolava, stringeva le labbra proprio come il signor Bradamanti.»
Le poche parole che il signor Pipelet aveva detto a proposito dell’ironia continua che il ciarlatano usava parlando di tutto e di tutti e con cui riusciva a dissipare le gioie anche più modeste in virtù di quel suo amaro schernire, riconfermarono Rodolphe nei suoi primi sospetti; infatti il Prete, quando deponeva la maschera d’ipocrita, aveva sempre ostentato lo scetticismo più audace e più rivoltante.
Più che mai deciso a chiarire i suoi dubbi, dato che la presenza di quel prete nella casa poteva dargli incomodo, e sempre più incline a interpretare a tinte fosche il terribile grido da cui era stato tanto impressionato, Rodolphe seguì il portinaio al piano superiore, dove si trovava la stanza che intendeva prendere in affitto.
L’abitazione della signorina Rigolette era facilmente riconoscibile grazie all’impronta piena di galanteria lasciatavi dal pittore, mortale nemico del signor Pipelet.
Una mezza dozzina di amorini paffuti, dipinti con grande disinvoltura e con molto spirito come nei quadri di Watteau, erano tutti intorno a una specie di cartoccio, e portavano allegoricamente, chi un ditale, chi un paio di forbici, chi un ferro da stiro e
chi un piccolo specchio da toeletta; in mezzo al cartoccio, su sfondo blu chiaro, si poteva leggere scritto in lettere rosa: Signorina Rigolette, sarta. Il tutto era incorniciato da una ghirlanda di fiori che si stagliava sullo sfondo verde chiaro della porta.
Anche il grazioso pannello contrastava in modo impressionante con il sozzume della scala.
Col rischio di riaprirgli le piaghe sanguinanti, Rodolphe indicò ad Alfred la porta della signorina Rigolette e gli disse:
«Questo è senz’altro opera del signor Cabrion?».
«Si, signore, si è permesso di rovinare la pittura della porta con questi scarabocchi indecenti di bambini tutti nudi, che egli chiama amorini. Se non fosse stato per le suppliche della signorina Rigolette e la debolezza del signor Bras-Rouge, avrei raschiato via tutto, anche la tavolozza con cui quel mostro ha ostruito la porta della vostra stanza.»
Infatti, una tavolozza carica di colori, che sembrava sospesa a un chiodo, era dipinta sulla porta dando l’illusione ottica di essere vera.
Rodolphe entrò col portinaio in una stanza abbastanza spaziosa, preceduta da un salottino e rischiarata da due finestre che davano sulla rue du Temple; alcuni schizzi fantasiosi, dipinti sulla seconda porta dal signor Cabrion, erano stati gelosamente conservati dal signor Germain.
Rodolphe fissò subito la stanza perché aveva troppi motivi per abitare in quella casa; quindi in tutta modestia diede quaranta soldi al portinaio e gli disse:
«La stanza mi va benissimo, eccovi la caparra; domani farò portare i mobili. Non è necessario, vero, che veda l’inquilino che subaffitta, il signor Bras-Rouge?»
«No, signore, lui viene qui solo di tanto in tanto, a meno che non ci siano di mezzo gli intrighi con la Burette... Si deve trattare sempre e direttamente con me; vi chiederò solo come vi chiamate.»
«Rodolphe.»
«Rodolphe... come?»
«Rodophe semplicemente, signor Pipelet.»
«La cosa cambia allora, signore; non ho insistito per curiosità:
i nomi e le volontà sono all’insegna della libertà.»
«Sentite un po’, signor Pipelet, che debba andare a chiedere domani ai Morel se posso essere loro utile in qualche cosa, visto che anche il mio predecessore, il signor Germain, li ha aiutati se-
condo le sue possibilità?»
«Sì, signore, potete farlo; è vero che non servirà a gran che, dal momento che saranno mandati via; ma ciò non mancherà di farli contenti.»
Poi, come illuminato da un’idea improvvisa, il signor Pipelet guardò l’inquilino con aria furba e maliziosa ed esclamò:
«Capisco, capisco; è un pretesto per diventare buon vicino della graziosa vicina della stanza a fianco.»
«Ci conto molto.»
«Non c’è niente di male, signore, è di uso; vi dirò di più, sono sicuro che la signorina Rigolette ha sentito che si sta guardando la stanza e che adesso sta spiando per vederci scendere. Darò apposta un bel colpo per girare la chiave; aprite bene gli occhi quando passate sul pianerottolo.»
Infatti Rodolphe s’accorse che la porta così graziosamente ornata di amorini alla Watteau era socchiusa, e così poté distinguere vagamente, attraverso la stretta apertura, la punta di un bel nasino rosato e un grande occhio nero vivace e curioso; ma non appena cominciò a rallentare il passo, la porta si chiuse bruscamente...»
«Ve lo dicevo io che faceva la posta!» disse il portinaio; poi soggiunse: «Scusate, signore!... vado nel mio piccolo osservatorio.»
«Che cos’è?»
«In cima a questa scala, c’è un pianerottolo su cui si affaccia la porta della soffitta dei Morel, e dietro a un soppalco c’è un buco nero dove io metto la roba vecchia. Siccome il muro è pienissimo di fessure, quando sono nel mio buco vedo da loro e li sento come se fossi dentro. Non che li spii, Dio me ne guardi! Ma insomma qualche volta vengo a vederli così come andrei a un melodramma a tinte fosche. E quando scendo in portineria, mi sembra di essere in una reggia. Ma, sentite, signore, se volete, prima che se ne vadano... È triste, ma è strano; infatti, quando vi vedono, sono come dei selvaggi, sono imbarazzati.»
«Siete molto buono, signor Pipelet, un altro giorno, domani forse, approfitterò della vostra offerta.»
«Come volete, signore; ma io devo salire al mio osservatorio perché ho bisogno di un pezzo di bazzana. Se intanto, signore, volete scendere, io vi raggiungerò fra poco.»
E il signor Pipelet cominciò sulla scala che portava alla soffitta, un’ascensione alquanto pericolosa per la sua età. Rodolphe, data un’ultima occhiata alla porta della signorina Rigolette, stava riflettendo sul fatto che la ragazza, vecchia conoscenza della po-
vera Goualeuse, doveva senz’altro sapere dove si nascondeva il figlio del Maître d’école, quando udì uscire qualcuno dalla casa del ciarlatano che era al piano di sotto; riconobbe il passo leggero di una donna e il fruscio di una veste di seta. Per discrezione Rodolphe si fermò e restò immobile un momento.»
Quando non sentì più nulla, cominciò a scendere.
Sugli ultimi gradini del secondo piano, trovò un fazzoletto che raccolse; di certo apparteneva alla persona che era uscita dalla casa del ciarlatano.
Rodolphe si avvicinò a una delle finestrelle da cui prendeva luce il pianerottolo e vide che si trattava di un fazzoletto ornato di bellissimi merletti; in uno degli angoli erano state ricamate una L e una N e sopra a esse una corona ducale.
Il fazzoletto era letteralmente inzuppato di lacrime.
Il primo pensiero di Rodolphe fu quello di correre a portare il fazzoletto alla persona che l’aveva perduto; ma capì che, in quella circostanza, il suo gesto poteva forse sembrare dettato da una curiosità che avrebbe dato fastidio; se lo tenne e così si trovò, senza volerlo, sulle tracce di una misteriosa e certo sinistra avventura.
Entrato in portineria, disse alla portinaia:
«Avete visto passare una donna?»
«Sì, signore. Ma si tratta di una bella signora, alta e sottile,
con un velo nero. Veniva dalla stanza del signor César. Tortillard è andato a cercarle una carrozza che lei ha preso proprio adesso. Non capisco come mai quel furfantello sia andato a sedersi dietro la carrozza, forse per vedere dove va la signora; perché lui è curioso come una gazza e vispo come un furetto, nonostante il piede storto.»
Ciò, pensò Rodolphe, vuol dire che il ciarlatano, supponendo che sia stato lui a dare l’ordine a Tortillard di seguire la sconosciuta, non sa probabilmente né come si chiami né dove abiti.
«Allora, vi piace la stanza, signore?» chiese la portinaia.
«Sì, mi piace molto; ho deciso, domani farò portare i mobili.» «Dio vi benedica, signore, di esser passato davanti alla nostra
porta, avremo un buon inquilino di più. Mi sa che siete un buon ragazzo, Pipelet vi si affezionerà subito. Lo farete ridere come faceva il signor Germain, che aveva sempre qualcosa di buffo da dirgli; perché ha bisogno di ridere, quel pover’uomo: perciò penso che prima di un mese diventerete amici.»
«Via, signora Pipelet, voi volete lusingarmi.»
«Nient’affatto; ciò che dico, lo dico col cuore sulle labbra. E se sarete gentile con Alfred, ve ne sarò riconoscente: vedrete come sarà in ordine la vostra stanza; mi sento un leone per le pulizie; e se alla domenica vorrete mangiare in casa, vi preparerò certe cose che vi leccherete le dita.»
«D’accordo, signora Pipelet, vi occuperete voi della mia stanza; domani saranno portati i mobili e io verrò a sorvegliarne la sistemazione.»
Rodolphe uscì.
I risultati della visita alla casa della rue du Temple erano stati abbastanza buoni, sia in vista della soluzione del mistero che voleva scoprire, sia per quanto concerneva l’encomiabile curiosità che gli dava il destro di fare il bene e impedire il male.
Questi erano i risultati:
La signorina Rigolette doveva sapere senz’altro dove abitava in quel momento François Germain, figlio del Maître d’école.
Una giovane donna, che, da alcuni indizi, sembrava purtroppo essere la marchesa d’Harville, aveva dato per il giorno successivo un nuovo appuntamento al comandante, appuntamento che l’avrebbe forse rovinata per sempre.
E Rodolphe aveva mille ragioni per interessarsi tanto al signor d’Harville, la cui tranquillità e il cui onore sembravano così crudelmente compromessi.
Un onesto e laborioso artigiano, oppresso dalla miseria più nera, stava per essere gettato con la famiglia sul lastrico da BrasRouge.
Infine Rodolphe, senza volerlo, aveva scoperto alcuni indizi di una avventura di cui il ciarlatano César Bradamanti (forse l’abate Polidori) e una donna, che apparteneva certo al bel mondo, erano i principali attori.
Inoltre la Chouette, uscita da poco dall’ospedale dov’era entrata dopo l’avventura dell’allée des Veuves, intratteneva relazioni sospette con una indovina e usuraia, la signora Burette, che abitava al secondo piano della casa.
Raccolte le varie informazioni, Rodolphe ritornò a casa dove decise di rimandare al giorno seguente la visita al notaio Jacques Ferrand.
La sera stessa, come sappiamo, Rodolphe doveva recarsi all’ambasciata di *** per un grande ballo.
Anziché accompagnare il nostro eroe nella nuova avventura, getteremo prima un’occhiata retrospettiva su due personaggi importanti di questa storia, e precisamente su Tom e Sarah.
XII
TOM E SARAH
Sarah Seyton, vedova del conte Mac-Grégor, aveva all’incirca trentasette o trentotto anni; apparteneva a un’ottima famiglia scozzese, essendo il padre baronetto e gentiluomo di campagna.
Sarah, donna di perfetta bellezza, aveva lasciato la Scozia con il fratello Tom Seyton di Halsbury all’età di diciassette anni, quando rimase orfana.
La nutrice, una vecchia montanara scozzese, con le sue assurde predizioni, aveva esaltato, quasi fino alla follia, i due vizi capitali di Sarah, l’orgoglio e l’ambizione, promettendole, con implacabile continuità, i più alti destini... perché non dirlo? un destino da sovrana.
La giovane scozzese si era arresa all’evidenza delle predizioni della nutrice, e si ripeteva senza tregua, per corroborare la sua sete d’ambizione, che una chiromante aveva predetto una corona anche alla bella ed eccellente creola che sedette un giorno sul trono di Francia, e che fu regina in virtù della sua grazia e della sua bontà, come altre lo sono per la loro grandezza e maestà.
E, cosa strana, Tom Seyton, superstizioso come la sorella, ne aveva incoraggiato le folli speranze e aveva deciso di consacrare la propria vita alla realizzazione del sogno di Sarah, un sogno tanto splendido quanto insensato.
Tuttavia sia il fratello che la sorella non erano tanto ciechi da credere in tutto e per tutto alla predizione della montanara e da non prendere in considerazione i regni secondari e i principati per puntare decisamente a un trono di primo piano; no, purché la bella scozzese si fosse cinta un giorno l’altera fronte di una corona regale, l’orgogliosa coppia avrebbe chiuso gli occhi sull’importanza dei domini posti sotto quella corona.
Aiutandosi con l’Almanacco di Gotha dell’anno di grazia 1819, Tom Seyton, in procinto di lasciare la Scozia, fece una specie di tavola sinottica per ordine di età di tutti i re e tutti i principi europei non ancora sposati.
Sebbene molto assurda, l’ambizione dei due fratelli non ricorreva a mezzi disonesti; Tom doveva solamente aiutare a ordire la ragnatela del matrimonio in cui Sarah sperava di far cadere una qualsiasi testa coronata. Tom doveva essere complice in tutte le astuzie, in tutti gli intrighi che avrebbero potuto portare a un tale risultato; piuttosto che vedere nella sorella l’amante di
un principe, lui l’avrebbe uccisa, anche esistendo la certezza di un matrimonio riparatore.
L’inventario matrimoniale che risultò dalle ricerche di Tom e di Sarah nell’Almanacco di Gotha fu soddisfacente.
Soprattutto la Confederazione germanica forniva un grande contingente di giovani sovrani presuntivi. Sarah era protestante; Tom sapeva della facilità con cui i tedeschi contraevano il matrimonio detto della mano sinistra, matrimonio legittimo del resto, a cui però per quanto riguardava la sorella si sarebbe rassegnato solo in extremis. Tutti e due d’accordo decisero di cominciare la caccia in Germania.
Se un tale progetto potrà sembrare irrealizzabile e tali speranze assurde, teniamo a precisare che un’ambizione sfrenata, alimentata per giunta dalla superstizione, raramente può vantarsi di essere ragionevole nelle sue mire e di tentare il tentabile; tuttavia se si tengono presenti alcuni fatti di cronaca contemporanea, dagli augusti e rispettabili matrimoni morganatici fra sovrani e suddite giù giù fino all’avventurosa relazione di miss Penelope col principe di Capua, non si potrà negare una qualche probabilità di successo ai sogni di Tom e Sarah.
Aggiungeremo che, in lei, la stupenda bellezza si accoppiava a una rara disposizione per le più svariate cose d’ingegno e a una forza di seduzione tanto più pericolosa in quanto oltre ad avere un’anima arida e insensibile, uno spirito scaltro e cattivo, una grande ipocrisia, un carattere testardo e risoluto, essa possedeva tutti i crismi di una natura generosa, ardente e passionale.
La sua costituzione fisica era infida e traeva in inganno quanto quella morale.
I grandi occhi neri, ora scintillanti ora languidi, sotto le sopracciglia d’ebano, potevano fingere benissimo il fuoco della voluttà; eppure mai le brucianti aspirazioni dell’amore avrebbero potuto fare palpitare quel suo cuore di ghiaccio; mai l’imprevedibilità del cuore o dei sensi avrebbe potuto scombinare gli implacabili calcoli di quella donna scaltra, egoista e ambiziosa.
Arrivata sul continente, Sarah, dietro consiglio del fratello, decise, prima cimentarsi nell’impresa, di fermarsi a Parigi, dove intendeva raffinare la propria educazione, e rendere più elastica la propria rigidezza di donna inglese, frequentando una società elegante, piacevole e che godesse di una discreta libertà.
Sarah fu introdotta nel più bello e nel più gran mondo, grazie ad alcune lettere di raccomandazione e alla benevola protezione della signora ambasciatrice d’Inghilterra e del vecchio marchese
d’Harville, che aveva conosciuto in Inghilterra il padre di Tom e di Sarah.
Le persone false, fredde, calcolatrici, assimilano con straordinaria prontezza il linguaggio e le maniere più opposte al loro carattere: in esse tutto è esteriorità, semplice apparenza, vernice, scorza; non appena vengono capite, scoperte, sono perdute; per questo quel certo istinto di conservazione di cui sono dotate le rende più che ogni altro atte alla finzione. Esse si truccano e si mascherano con la sveltezza e l’abilità di un attore consumato.
Con ciò vogliamo dire che dopo essere rimasta sei mesi a Parigi, Sarah, grazie alla vivacità pungente del suo spirito, al fascino della sua persona, all’ingenuità delle sue civetterie e all’aperta provocazione del suo sguardo casto e passionale a un tempo, avrebbe potuto competere con la parigina più parigina del mondo.
Trovandola sufficientemente armata, Tom partì con la sorella per la Germania, provvisto di ottime lettere di presentazione.
Il primo Stato della Confederazione germanica che si trovava sull’itinerario di Sarah era il granducato di Gerolstein, nome con cui era indicato nel diplomatico e infallibile Almanacco di Gotha dell’anno 1819.
GENEALOGIA DEI SOVRANI D’EUROPA E DELLE LORO FAMIGLIE
GEROLSTEIN
Granduca: Maximilien Rodolphe, nato il 10 dicembre del 1764. Succede al padre Charles-Frédérik-Rodolphe, il 21 aprile del 1785. – Vedovo, nel gennaio del 1808, di Luise, figlia del principe JeanAuguste di Burglen.
Figlio: Gustave-Rodolphe, nato il 17 aprile del 1803. Madre: Granduchessa Judith, ereditiera, vedova del granduca CharlesFrédérik-Rodolphe, il 21 aprile del 1785.
Tom aveva avuto il buon senso di scrivere, prima di tutto, sulla lista i principi più giovani che desiderava come cognati, perché pensava che i più giovani si lasciano più facilmente sedurre degli uomini maturi. D’altra parte, come abbiamo detto, Tom e Sarah erano stati particolarmente raccomandati al granduca che regnava in Gerolstein dal vecchio marchese d’Harville, infatuato anche lui come tutti gli altri di Sarah, di cui non si saziava di ammirare la bellezza, la grazia e il carattere squisito.
Inutile dire che l’erede presuntivo del granducato di Gerolstein era Gustave-Rodolphe; il quale Rodolphe aveva appena diciotto anni quando Tom e Sarah furono presentati a suo padre.
L’arrivo della giovane scozzese fu un avvenimento in quella piccola corte tedesca, tranquilla, semplice, seria e per così dire patriarcale. Il granduca, un uomo buonissimo, governava i suoi Stati con la fermezza di un saggio e la bontà di un padre; non v’era niente di più materialmente e moralmente felice di quel principato. La popolazione seria e operosa, parca e pia, incarnava il tipo ideale del carattere tedesco.
Quella brava gente godeva di una felicità così piena, era così soddisfatta della propria condizione, che il granduca grazie al suo illuminato potere non aveva avuto nessun bisogno di tenerla lontana dalla mania delle innovazioni costituzionali.
Quanto alle scoperte moderne, alle invenzioni pratiche che potevano essere di salutare influenza per il benessere e la moralizzazione del popolo, il granduca si teneva al corrente e le applicava di continuo; infatti i suoi inviati presso le varie potenze d’Europa non avevano, per così dire, altra missione che di tenere informato il loro padrone di tutti i progressi della scienza dal punto di vista del bene pubblico e dell’utilità pratica.
Abbiamo detto che il granduca provava affetto e riconoscenza per il vecchio marchese d’Harville che nel 1815 gli aveva reso immensi servigi; così, grazie alla raccomandazione di quest’ultimo, Tom e Sarah Seyton di Halsbury furono accolti alla corte di Gerolstein con un riguardo e una bontà tutti particolari.
Quindici giorni dopo il suo arrivo, Sarah, dotata com’era di un grande spirito di osservazione, aveva potuto facilmente rendersi conto della fermezza, lealtà, schiettezza del granduca; prima di sedurre il figlio, cosa che avrebbe sicuramente fatto, aveva avuto l’astuzia di assicurarsi delle disposizioni del padre. Costui sembrava amare così follemente il figlio Rodolphe che per un momento Sarah lo credette capace di acconsentire a un matrimonio con una persona di rango inferiore piuttosto che vedere l’amato figlio eternamente infelice. Ma la scozzese non tardò a convincersi che un padre così tenero non sarebbe mai venuto meno a certi princìpi, a certe idee sui doveri dei principi.
Non era orgoglio da parte sua; ma coscienza, ragione, dignità.
Ora, un uomo di tempra così energica, che è tanto più affettuoso e buono, quanto più è risoluto e fermo, non concede mai nulla di quello che riguarda la propria coscienza, la propria ragione e la propria dignità.
Di fronte a ostacoli così difficili da superare, Sarah fu sul punto di rinunciare alla sua impresa, ma considerato che, in compenso, Rodolphe era giovanissimo e che ognuno ne vantava la dolcezza, la bontà, il carattere timido e sognatore a un tempo, dedusse che il giovane principe era debole e indeciso; quindi non desisté dal suo progetto e dalle sue speranze.
In tale occasione, il suo comportamento e quello di suo fratello furono un capolavoro di scaltrezza.
La giovane donna seppe accattivarsi gli animi di tutti, e, soprattutto, di quelle persone che avrebbero potuto essere gelose o invidiose delle sue qualità; si velò con modestia e semplicità facendo così dimenticare la propria bellezza e le proprie grazie. In breve diventò l’idolo non solo del granduca, ma anche di sua madre, la granduchessa Judith, che, nonostante o per i suoi novant’anni, amava follemente tutto ciò che poteva essere giovane e leggiadro.
Parecchie volte Tom e Sarah parlarono di partire. Il sovrano di Gerolstein non vi acconsentì mai; anzi, per legare a sé definitivamente i due fratelli, pregò, da una parte, il baronetto Tom Seyton di Halsbury di accettare la carica vacante di primo scudiero, e dall’altra supplicò Sarah di non lasciare la granduchessa che ormai non poteva più stare senza di lei.
Dopo lunghe esitazioni, contro cui si combatté con implacabile insistenza, Tom e Sarah accettarono le brillanti proposte e si stabilirono alla corte di Gerolstein, dove erano giunti da due mesi.
Sarah, che aveva una notevole sensibilità in materia di musica e che sapeva che la granduchessa preferiva i vecchi maestri, e in particolare Gluck, si fece mandare l’opera dell’illustre musicista, e così la vecchia principessa fu conquistata dall’instancabile compiacenza di lei e dal modo delizioso con cui cantava le vecchie arie, così belle, semplici ed espressive.
Tom, da parte sua, seppe rendersi utilissimo nella carica che il granduca gli aveva dato. Lo scozzese conosceva i cavalli alla perfezione; era molto ordinato e assai energico: in breve riuscì a trasformare quasi completamente il servizio delle scuderie del granduca, servizio che per l’incuria e l’abitudine non aveva quasi più organizzazione alcuna.
I due fratelli non tardarono molto a essere benvoluti, festeggiati, vezzeggiati alla corte. Dalla preferenza del padrone dipendono le preferenze degli inferiori. Sarah, d’altra parte, aveva bisogno, per i suoi progetti futuri, di tali e tanti punti d’appoggio
che non poteva non servirsi della sua abilità in fatto di seduzione per farsi degli alleati. Mentre la sua ipocrisia, nascosta dietro le più attraenti apparenze, non aveva difficoltà a ingannare la buona fede della maggior parte di quei tedeschi, l’eccessiva benevolenza del granduca veniva coronata dal generale affetto.
Ecco quindi la nostra coppia stabilita alla corte di Gerolstein, perfettamente e onorevolmente sistemata senza che mai si sia parlato di Rodolphe. Una fortunata combinazione volle che quest’ultimo, pochi giorni dopo l’arrivo di Sarah, partisse con un aiutante di campo e col fedele Murph per andare a passare in rivista certe truppe.
Questa assenza riuscì doppiamente propizia alle mire di Sarah, poiché le permise di intrecciare con tutta comodità i principali fili della trama che voleva ordire, senza venire disturbata dalla presenza del principe, la cui ammirazione troppo evidente non avrebbe mancato di suscitare i timori del granduca.
Anzi, essendo il figlio assente, il granduca, purtroppo, non diede peso al fatto di avere ammesso alla sua presenza una giovane donna dotata di rara bellezza e di spirito affascinante, che in ogni momento del giorno si sarebbe trovata a tu per tu con Rodolphe.
Sarah, dentro di sé, restò insensibile a un’accoglienza così commovente, così generosa e alla nobile fiducia dimostrata da coloro che l’avevano introdotta nell’intimità della famiglia reale.
Né la ragazza né il fratello desistettero dai loro malvagi progetti; erano consapevoli di essere venuti a portare lo scompiglio e l’affanno in una Corte quieta e tranquilla. Calcolavano con freddezza i probabili risultati delle crudeli discordie che avrebbero suscitato tra un padre e un figlio legati fino ad allora da tanto affetto.
XIII
SIR WALTER MURPH E L’ABATE POLIDORI
Rodolphe nella sua infanzia era stato di costituzione fragilissima. Il padre a un certo momento fece questo ragionamento, bizzarro in apparenza, ma in realtà giustissimo:
«I gentiluomini di campagna inglesi generalmente sono noti per la loro salute di ferro. È un vantaggio, questo, che dipende in gran parte dalla loro educazione fisica: semplice, rude, rustica, essa li irrobustisce. Rodolphe esce dalle mani delle donne; ha un
temperamento delicato; forse, abituandolo a vivere come il figlio di un fattore inglese (però con qualche riserva), riuscirò a farlo diventare di costituzione robusta.»
Il granduca allora fece cercare in Inghilterra un uomo degno e capace di condurre questo tipo di educazione fisica; per questa importante missione la scelta cadde su sir Walter Murph, magnifico esemplare di gentiluomo delle campagne dello Yorkshire. Egli fece prendere al principino una direzione che rispondeva perfettamente ai desideri del granduca.
Per parecchi anni Murph e il suo allievo abitarono in un’incantevole fattoria circondata da campi e da boschi che si trovava a qualche lega dalla città di Gerolstein, in un sito pittoresco e salubre.
Rodolphe, una volta lontano dall’etichetta di Corte, poté dedicarsi con Murph a lavori di campagna adatti alla sua età e condurre la vita sobria, virile e regolare dei campi, avendo per divertimenti e distrazioni esercizi violenti come la lotta, il pugilato, l’equitazione e la caccia.
All’aria pura dei prati, in mezzo a boschi e montagne, il giovane principe sembrò trasformarsi, crebbe vigoroso come una giovane quercia; il pallore da malaticcio che aveva fece posto ai colori della salute; sebbene snello e asciutto, vinse le più dure fatiche; la destrezza, l’energia, il coraggio compensavano la forza muscolare che gli mancava tanto che giunse presto a lottare e a vincere con ragazzi più vecchi di lui; allora aveva quindici o sedici anni circa.
Della preferenza data all’educazione fisica avrebbe risentito la sua educazione scientifica: Rodolphe sapeva pochissime cose; il granduca, però, pensava giustamente che non si poteva richiedere niente alla mente se questa non era sorretta da una robusta costituzione fisica; solo così, pur essendo state tardivamente fecondate dall’istruzione, le facoltà intellettuali possono dare rapidi risultati.
Il buon Walter Murph non era colto; poté quindi dare a Rodolphe solo qualche rudimento; nessuno, però, meglio di lui poteva instillare nel cervello del suo allievo la nozione di ciò che era giusto, leale, generoso e alimentare l’odio per ciò che era meschino, vile, miserabile.
Odio e ammirazione che erano di natura energica e salutare e che si radicarono profondamente nell’animo di Rodolphe; in seguito questi princìpi diventarono il bersaglio della violenta furia delle passioni, ma essa non riuscì mai a sradicarli dal suo cuore. Il fulmine colpisce, solca e abbatte un albero anche se solidamente
e profondamente piantato, ma le sue radici continuano a ribollire di linfa e, subito dopo, mille verdi ramoscelli rigermogliano da quel tronco che sembrava senza vita.
Murph diede a Rodolphe, se così si può dire, la salute del corpo e quella dell’anima; lo fece diventare robusto, agile e coraggioso, ben disposto verso tutto ciò che era buono e bene, ostile a tutto ciò che era cattivo e malvagio.
Assolto così in modo ammirevole il proprio compito, il gentiluomo dovette lasciare la Germania per qualche tempo, con grande dispiacere di Rodolphe che l’amava teneramente, perché chiamato in Inghilterra da importanti questioni d’interesse.
Murph si sarebbe definitivamente stabilito a Gerolstein con la famiglia solo dopo avere sistemato le sue faccende. Sperava di non dovere restare assente più di un anno.
Rassicurato sulla salute del figlio, il granduca pensò seriamente a farlo istruire.
Un certo abate César Polidori, celebre filologo, medico quotato, storico erudito, uomo versato nello studio delle scienze esatte e fisiche, ebbe l’incarico di coltivare e di fecondare il vergine ma fertile terreno, così ben preparato da Murph.
Questa volta la scelta del granduca fu molto infelice, o meglio fu crudelmente ingannato nel suo spirito religioso dalla persona che gli presentò e gli fece accettare un prete cattolico come precettore di un principe protestante. L’innovazione sembrò a molti un grosso errore, carico di funesti presagi per l’educazione di Rodolphe.
Il caso, o meglio l’infamia del prete, si incaricò di dimostrare la veridicità di parte delle tristi predizioni.
Empio, disonesto, ipocrita, imbevuto di sprezzo sacrilego per tutto quello che vi è di più sacro al mondo, pieno di astuzia e di furbizia, dissimulava l’immoralità più pericolosa, lo scetticismo più pauroso sotto la scorza di uomo austero e devoto, ostentava una pelosa umiltà cristiana per nascondere la sua insinuante elasticità, così come dimostrava una benevola espansività e un candido ottimismo per celare la perfidia della sua piaggeria interessata; proprio perché conosceva profondamente gli uomini, o meglio perché dell’umanità aveva conosciuto solo le cose peggiori e gli istinti più bassi, l’abate Polidori era il più detestabile mentore che si potesse dare a un giovane.
Rodolphe, che aveva provato un enorme dispiacere al momento di abbandonare la vita indipendente e movimentata condotta fino ad allora con Murph, per andare a impallidire sui libri e sot-
tomettersi alle formalità d’etichetta vigenti alla corte del padre, cominciò col prendere in odio il prete.
Era naturale che fosse così.
Prima di lasciare il suo allievo, il buon Murph l’aveva paragonato, e non a torto, a un puledro selvaggio, elegante e focoso, che veniva allontanato dalle belle praterie dove scorrazzava libero e giocoso, per andare a imparare a sottostare al morso, obbedire agli speroni, e a moderare e utilizzare forze che fino ad allora aveva impiegato solo per correre e per saltare a suo capriccio.
Rodolphe cominciò col confessare al prete di non sentirsi nessuna vocazione per lo studio e di avere prima di tutto bisogno di esercitare le braccia e le gambe, di respirare l’aria dei campi, di correre per i boschi e su per le montagne, perché diceva che, secondo lui, un buon fucile e un buon cavallo erano preferibili ai più bei libri del mondo.
Il prete rispose all’allievo che infatti non c’era niente di più fastidioso dello studio, ma che niente era più grossolano dei piaceri che egli preferiva allo studio, piaceri in tutto degni di uno stupido fittavolo tedesco. E il prete giù a fare una descrizione così buffa, così ironica dell’esistenza semplice dei campi, che per la prima volta Rodolphe si vergognò di avere avuto quella felice esperienza; allora ebbe l’ingenuità di chiedere al prete come poteva passare il tempo uno a cui non piacevano né lo studio né la caccia né la vita libera dei campi.
Il prete si limitò a rispondere che glielo avrebbe insegnato più avanti. I disegni del prete, da un altro punto di vista però, erano ambiziosi come quelli di Sarah.
Sebbene il granducato di Gerolstein fosse solo uno Stato secondario, il prete aveva vagheggiato, facendo di Rodolphe un principe fannullone, di poter esserne un giorno il Richelieu.
In principio, dunque, cercò di accattivarsi la simpatia dell’allievo e di essere compiacente ed esageratamente riguardoso per fargli dimenticare Murph. Siccome Rodolphe continuava ad avere antipatia per i libri, il prete non svelò al granduca la ripugnanza che il giovane principe aveva per lo studio, anzi ne vantò l’assiduità e i sorprendenti progressi; e con alcune interrogazioni che sembravano perfettamente improvvisate e che, invece, aveva prima preparato con Rodolphe riuscì a far perseverare il granduca (che, per la verità, non ne capiva gran che) nella sua cecità e nella sua fiducia.
A poco a poco l’avversione che il prete, in un primo momento, aveva ispirato a Rodolphe, mutò in aperta familiarità, sentimento diversissimo dal serio attaccamento che nutriva per Murph.
A poco a poco Rodolphe si trovò legato al prete (sebbene per cause innocenti) in virtù di quella sorta di solidarietà che unisce due complici. Prima o poi però sarebbe arrivato a disprezzare un uomo dell’età e del carattere di quel prete che sfacciatamente ricorreva alla menzogna per scusare la pigrizia del suo allievo.
Il prete lo sapeva.
Ma sapeva anche che se, all’inizio, una persona non prova disgusto per gli esseri corrotti e non li rifugge, finisce, poi, suo malgrado e senza accorgersene, coll’abituarsi al loro spirito, il più delle volte contagioso, e un po’ alla volta arriva anche a non vergognarsi e a non indignarsi quando sente schernire e condannare quello che prima venerava.
Il prete, del resto, era troppo furbo per attaccare direttamente certe nobili convinzioni di Rodolphe, frutto dell’educazione di Murph. Dopo avere bersagliato e deriso gli stupidi passatempi dell’infanzia del suo allievo, il prete, deposta in parte la maschera di uomo austero, ne aveva stuzzicato la curiosità con accenni velati all’esistenza beata che conducevano certi principi del passato: infine, cedendo alle istanze di Rodolphe, il prete, dopo innumerevoli precauzioni e dopo avere lanciato più di una frecciata contro la rigida etichetta della Corte granducale, aveva eccitato la fantasia del giovane principe, raccontandogli in modo esagerato e a vivaci colori i piaceri e le galanterie che avevano reso illustri i regni di Luigi XIV, del Reggente e soprattutto di Luigi XV, il prediletto di César Polidori.
Davanti a quel disgraziato ragazzo che lo ascoltava con funesta avidità, egli affermava che spesso le voluttà, anche le più smodate, non corrompevano un principe che fosse dotato, anzi lo rendevano clemente e generoso, per il motivo che niente più della felicità induce le anime grandi alla benevolenza e alla bontà.
Luigi XV il Beneamato era una prova indiscutibile di quanto sosteneva.
E poi, diceva il prete, quanti grandi uomini dei tempi antichi e moderni non avevano sacrificato con generosità al più raffinato epicureismo!!! da Alcibiade a Maurice de Saxe, da Antonio al gran Condé da Cesare fino a Vendôme!
Discussioni come questa non potevano non provocare effetti deleteri su un’anima giovane, ardente e vergine; inoltre il prete traduceva senza reticenze per il suo allievo quelle odi d’Orazio in cui si esaltava il fascino irresistibile di una vita molle e deliziosa interamente consacrata all’amore e alle squisite gioie dei sensi. Tuttavia, per non far apparire le insidie celate in
quelle teorie e per soddisfare a ciò che vi era di essenzialmente generoso nel carattere di Rodolphe, il prete lo cullava di tanto in tanto nelle più avvincenti utopie. A sentir lui, un principe con l’uso intelligente della voluttà, avrebbe potuto trovare nel piacere un mezzo per migliorare gli uomini, nella felicità un mezzo per moralizzarli, e condurre i più increduli alla fede religiosa, incitandoli a essere grati al Creatore, che sul piano materiale aveva prodigato all’uomo una quantità inesauribile di piaceri.
Godere di tutto e in ogni momento voleva dire, secondo il prete, glorificare Dio nella sua magnificenza e nell’eternità dei suoi doni.
Tali teorie portarono i loro frutti.
In una Corte abitudinaria e virtuosa, avvezza, sull’esempio del sovrano, ai piaceri onesti, alle distrazioni innocenti, Rodolphe, grazie agli insegnamenti del prete, si era messo a sognare le folli notti di Versailles, le orge di Choisy, le violente voluttà del Parcaux-Cerfs e, per contrasto, di tanto in tanto anche qualche amore romanzesco.
Il prete si era anche affrettato a dimostrare a Rodolphe che, sul piano militare, un principe della Confederazione germanica poteva solo inviare il proprio contingente di truppe alla Dieta.
D’altra parte, lo spirito del tempo non era più per la guerra.
Lasciar scorrere deliziosamente e pigramente i propri giorni in mezzo alle donne e al lusso raffinato, smaltire volta per volta l’ebbrezza dei piaceri sensuali nella confortante distensione che viene dall’arte, cercare a volte nella caccia, non come un Nemrod selvaggio, ma da intelligente epicureo, quelle fatiche passeggere che rendono ancora più desiderabili l’indolenza e la pigrizia, tale era, secondo il prete, la sola vita possibile per un principe che (per colmo di felicità!) avesse trovato un primo ministro capace di accollarsi coraggiosamente la pesante e fastidiosa responsabilità degli affari di Stato.
Rodolphe, lasciandosi andare a supposizioni che non avevano nulla di criminale dal momento che non uscivano dal cerchio delle probabilità, si proponeva, quando Dio avesse chiamato a sé il granduca suo padre, di darsi alla vita che l’abate Polidori gli aveva descritto a tinte calde e vivaci, e di prendere il prete come primo ministro.
Ripetiamo che Rodolphe amava teneramente il padre, e l’avrebbe rimpianto profondamente, anche se, morto lui, egli avrebbe potuto fare il Sardanapalo in miniatura. Inutile dire che
il giovane principe manteneva il più grande segreto sulle ignobili speranze che gli fermentavano dentro.
Sapendo che gli eroi prediletti dal granduca erano Gustavo Adolfo, Carlo XII e il grande Federico (Maximilien Rodolphe aveva l’onore di essere strettamente imparentato con la casa reale del Brandeburgo), Rodolphe pensava, non a torto, che suo padre, che professava una profonda ammirazione per quei re-capitani sempre con tanto di stivali e di speroni, sempre indaffarati con cavalli e con guerre, lo avrebbe considerato come perduto se lo avesse creduto capace e desideroso di eliminare dalla corte la tradizionale austerità teutonica per introdurvi i facili e licenziosi costumi della Reggenza. Un anno, diciotto mesi trascorsero così; pur avendo annunciato il suo arrivo imminente, Murph non era ancora tornato.
Superato il primo momento di ripugnanza per la bassa ossequiosità del prete, Rodolphe pensò ad approfittare degli insegnamenti scientifici del suo precettore, e finì coll’acquisire se non una conoscenza vastissima, per lo meno delle nozioni generali che, accompagnandosi a un’intelligenza naturale pronta e vivace, gli permettevano di sembrare molto più istruito di quel che fosse in realtà e di fare grandissimo onore all’insegnamento del prete.
Murph ritornò dall’Inghilterra con la famiglia e pianse di gioia nell’abbracciare il suo ex allievo.
Dopo qualche giorno, il nobile gentiluomo non era ancora riuscito a capire la ragione di un cambiamento che lo rattristava profondamente, anzi ebbe l’occasione, quando gli ricordò la loro dura vita di campagna, di notare che Rodolphe era stato freddo, riservato e quasi ironico.
Sicuro, da una parte, della naturale bontà d’animo di Rodolphe, messo dall’altra sul chi va là da un segreto presentimento, Murph lo credette momentaneamente pervertito dalla perniciosa influenza dell’abate Polidori che, d’istinto, egli aveva preso a detestare e che si riprometteva di osservare attentamente.
Dal canto suo, il prete, vivamente contrariato dal ritorno di Murph, di cui temeva la lealtà, il buon senso e l’acuto spirito d’osservazione, concepì un solo pensiero, quello di screditare il gentiluomo agli occhi di Rodolphe.
Proprio in quest’epoca, Tom e Sarah furono presentati e accolti alla corte di Gerolstein con i più grandi onori.
Qualche tempo prima del loro arrivo, Rodolphe era partito con un aiutante di campo e con Murph per andare a ispezionare le truppe di alcune guarnigioni. Dal momento che il viaggio
era di carattere esclusivamente militare, il granduca aveva creduto opportuno non farci andare anche il prete. Al prete rincrebbe moltissimo di vedere Murph riassumere per qualche giorno presso il giovane principe le sue funzioni d’un tempo.
Il gentiluomo contava molto su quest’occasione per conoscere chiaramente il motivo per cui Rodolphe si fosse raffreddato. Questi, purtroppo, esperto già nell’arte della simulazione, giudicando pericoloso che il mentore di un tempo venisse a scoprire i suoi piani futuri, fu con lui di una cordialità meravigliosa, finse di rimpiangere molto il periodo della sua prima giovinezza e i suoi rustici piaceri e, così facendo, finì col tranquillizzarlo quasi del tutto.
Diciamo quasi del tutto, perché ci sono amici che sono dotati di un fiuto straordinario. Nonostante le prove d’affetto che gli testimoniava il giovane principe, Murph intuiva che c’era un segreto fra loro due; invano cercò di chiarire i propri sospetti; i suoi tentativi fallirono davanti alla precoce doppiezza di Rodolphe.
Nel periodo del viaggio, il prete intanto non era rimasto ozioso.
Gli intriganti si indovinano l’un l’altro o si riconoscono da certi segni misteriosi, che permettono loro di osservarsi fino al momento in cui i loro rispettivi interessi non li spingono o all’alleanza o all’ostilità dichiarata.
Qualche giorno dopo essersi stabilito con Sarah alla corte del granduca, Tom aveva già legato con l’abate Polidori. Il prete ammetteva in cuor suo, cosa questa di infame cinismo, di possedere un’innata affinità quasi involontaria con gli impostori e i malvagi; così, si diceva, pur non avendo intuito lo scopo preciso a cui miravano Tom e Sarah, si era sentito attratto verso di loro da una simpatia troppo viva per non sospettare in loro qualche disegno diabolico.
Alcune domande di Tom Seyton sul carattere e i precedenti di Rodolphe, domande a cui un uomo meno astuto del prete non avrebbe dato nessuna importanza, gettarono improvvisamente luce sulle mire del fratello e della sorella; solo che il prete non credette che la giovane scozzese avesse delle mire al tempo stesso oneste e ambiziose.
L’arrivo dell’affascinante fanciulla parve al prete un colpo di fortuna. Rodolphe aveva l’immaginazione accesa da fantasie amorose; Sarah doveva essere l’incantevole realtà che avrebbe incarnato tanti sogni meravigliosi; perché, pensava il prete, prima di giungere a fare una scelta dei piaceri e a passare da una voluttà
all’altra, si comincia quasi sempre con un amore unico e romanzesco. Luigi XIV e Luigi XV forse sono stati fedeli solo a Marie Mancini e a Rosette d’Arey.
Secondo il prete, lo stesso doveva accadere a Rodolphe e alla bella scozzese. Costei avrebbe certamente esercitato una grandissima influenza su un cuore vinto dall’incanto affascinante del primo amore. Dirigere, sfruttare questa influenza, e servirsene per rovinare Murph per sempre, ecco quale fu il piano del prete.
Da uomo abile, fece in modo che i due ambiziosi capissero, senza possibilità di equivoci, che avrebbero dovuto fare i conti con lui, essendo egli il solo responsabile presso il granduca della vita privata del giovane principe.
E non era tutto, bisognava stare in guardia contro l’ex precettore di quest’ultimo che adesso lo stava accompagnando in un’ispezione militare; un uomo rude, grossolano, imbevuto di pregiudizi assurdi, che una volta aveva un grande ascendente sull’animo di Rodolphe, e la cui curiosità poteva diventare pericolosa; un uomo che invece di scusare e comprendere i folli e piacevoli errori di un giovane si sarebbe sentito in dovere di denunciarli alla severa autorità del granduca.
Tom e Sarah capirono al volo, sebbene al prete non avessero detto niente dei loro segreti disegni. Quando Rodolphe e Murph tornarono, i tre, spinti da comuni interessi, avevano tacitamente formato una lega contro il nobiluomo, loro più temibile avversario.
XIV
IL PRIMO AMORE
Accadde ciò che doveva accadere.
Rodolphe, al suo ritorno, si innamorò pazzamente di Sarah
che vedeva ogni giorno. Dopo un po’, lei gli confessò di ricambiare il suo amore, anche se aveva previsto che avrebbe procurato loro tanti dolori. Non avrebbero mai potuto essere felici: li divideva una distanza troppo grande. Perciò raccomandò a Rodolphe la più assoluta discrezione, per timore di suscitare i sospetti del granduca, che sarebbe stato inesorabile e che li avrebbe privati della loro unica felicità, quella di vedersi ogni giorno.
Rodolphe promise di controllarsi e di nascondere il proprio amore. La scozzese, da parte sua, era troppo ambiziosa, troppo sicura di se stessa, per compromettersi e tradirsi agli occhi della
corte. Anche il giovane principe sentiva il bisogno di dissimulare; e imitò la prudenza di Sarah. Per qualche tempo questo segreto d’amore fu perfettamente custodito.
Quando i due fratelli si accorsero che la sfrenata passione di Rodolphe era giunta al suo parossismo e che la sua esaltazione aumentava sempre di più e si faceva ogni giorno sempre più difficile da controllare, decisero di sferrare il gran colpo prima che essa, scoppiando, compromettesse ogni cosa.
Poiché una tale confidenza, di natura d’altronde specificamente morale, veniva giustificata dalla mansione del prete, Tom gli accennò vagamente alla necessità di un matrimonio fra Rodolphe e Sarah; altrimenti, aveva aggiunto in tutta sincerità, lui e sua sorella sarebbero immediatamente partiti da Gerolstein; Sarah contraccambiava l’amore del principe, ma preferiva la morte al disonore, e poteva essere solo la moglie di Sua Altezza.
Queste pretese riempirono il prete di stupore; non avrebbe mai creduto Sarah così audace e ambiziosa. Un tale matrimonio, pieno di innumerevoli difficoltà, di ogni sorta di pericoli, parve impossibile al prete; egli disse con franchezza a Tom le ragioni per cui il granduca non avrebbe mai acconsentito a una tale unione.
Tom ascoltò le ragioni, ne riconobbe l’importanza, ma propose come mezzo termine che poteva mettere a posto tutto, un matrimonio segreto, con tutti i crismi, che doveva essere svelato solo dopo la morte del duca regnante.
Sarah era di antica e nobile famiglia; una simile unione non mancava certo di precedenti. Tom concedeva al prete e, per conseguenza, al principe otto giorni per decidere: sua sorella non avrebbe sopportato oltre le crudeli angosce dell’incertezza; se doveva rinunciare all’amore di Rodolphe, l’avrebbe fatto immediatamente con feroce fermezza.
Per motivare l’improvvisa partenza che ne sarebbe allora seguita, Tom diceva di avere, per ogni eventualità, mandato a un suo amico inglese una lettera che doveva essere spedita in Germania dalla posta di Londra; nella lettera si sarebbe parlato di motivi tanto forti da giustificare la partenza, di modo che Tom e Sarah potessero dirsi assolutamente costretti a lasciare, per qualche tempo, la corte del granduca.
Anche questa volta, grazie alla cattiva opinione che aveva dell’umanità, il prete indovinò la verità.
Siccome vedeva sempre un secondo fine anche nei sentimenti più onesti, quando seppe che Sarah voleva legittimare con il matrimonio il suo amore, egli scorse in tutto ciò una prova non di
virtù, ma di ambizione: a stento avrebbe creduto a un amore disinteressato anche se la ragazza avesse sacrificato il suo onore a Rodolphe, cosa di cui l’aveva creduta capace, perché supponeva che lei avesse l’intenzione di essere l’amante del suo allievo. Secondo i princìpi del prete, speculare, tirare in ballo il dovere, voleva dire non amare. «Debole e freddo amore» diceva, «quello che si preoccupa del cielo e della terra!»
Sicuro di non sbagliarsi sulle mire di Sarah, il prete restò perplesso. Dopo tutto, il desiderio espresso da Tom in nome della sorella era dei più onorevoli. Che cosa richiedeva in fondo? o una separazione o una legittima unione.
Nonostante il suo cinismo, il prete non avrebbe avuto il coraggio, in presenza di Tom, di esprimere il proprio stupore circa i giustissimi motivi che sembravano regolare la condotta di quest’ultimo, e dirgli crudamente che era stata tutta un’abile manovra quella che lui e la sorella avevano ideato per costringere il principe a un matrimonio svantaggioso.
Il prete aveva tre partiti a cui appigliarsi:
Avvertire il granduca del complotto matrimoniale,
Aprire gli occhi a Rodolphe sulle manovre di Tom e Sarah, Farsi complice di quel matrimonio.
Ma:
Avvertire il granduca voleva dire alienarsi per sempre l’erede
presuntivo della corona.
Rivelare a Rodolphe le mire interessate di Sarah voleva dire
esporsi a essere accolto come si è accolti da un innamorato quando gli si disprezzi l’oggetto amato; e poi che terribile colpo per la vanità o per il cuore del principe!... rivelargli che si voleva sposare proprio e solo la sua posizione di sovrano; e infine, caso strano, lui, prete, avrebbe avuto il coraggio di mettersi a biasimare la condotta di una ragazza che voleva mantenersi pura e accordare i diritti dell’amante solo al marito?
Se invece si prestava a quel matrimonio, il principe e la moglie sarebbero stati legati al prete da uno stretto vincolo di riconoscenza, o per lo meno dalla solidarietà di un’azione compromettente.
Certo tutto poteva venire scoperto e allora si sarebbe esposto alla collera del granduca; ma il matrimonio ormai sarebbe stato concluso, l’unione sarebbe stata valida e, una volta passata la tempesta, il futuro sovrano di Gerolstein si sarebbe trovato tanto più legato all’abate, quanti più rischi quest’ultimo aveva corso per servirlo.
Dopo matura riflessione, il prete si decise ad assecondare Sarah; con una certa riserva però di cui parleremo più avanti.
La passione di Rodolphe era arrivata al culmine; ferocemente esasperato dalla costrizione e dalle arti dell’abilissima Sarah, che pareva soffrisse ancora più di lui delle difficoltà insormontabili che l’onore e il dovere elevavano contro la loro felicità, ancora qualche giorno e il giovane principe si sarebbe tradito.
Si pensi che era il primo amore, un amore ardente e semplice pieno di sincerità e di passione; per provocarlo Sarah aveva fatto uso dei mezzi più diabolici, della civetteria più raffinata. No, mai le vergini emozioni di un giovane pieno di cuore, di fantasia e di fuoco furono così a lungo e con tanta sapienza stuzzicate; mai donna fu più dannosamente attraente di Sarah. Alternativamente scherzosa e triste, casta e passionale, pudica e provocante: i suoi grandi occhi neri languidi e ardenti accesero nell’animo agitato di Rodolphe una fiamma eterna.
Quando il prete gli pose l’alternativa o di non vedere più la conturbante fanciulla o di possederla in seguito a un matrimonio segreto, Rodolphe saltò al collo del prete, lo chiamò salvatore, amico, padre. Se lì ci fossero stati una chiesa e un celebrante il giovane principe si sarebbe sposato subito.
Il prete volle, e aveva le sue ragioni, incaricarsi di tutto. Trovò un prete e dei testimoni; e lo sposalizio (le cui formalità furono scrupolosamente controllate e verificate da Tom) fu celebrato segretamente durante una breve assenza del granduca, che era stato chiamato a una riunione della Dieta germanica.
Le predizioni della montanara scozzese si erano realizzate: Sarah sposava l’erede di una corona.
Il possesso non smorzò l’ardore di Rodolphe, ma fece in modo però che diventasse più circospetto, e calmasse quella violenza che avrebbe potuto compromettere il segreto della sua passione per Sarah. La giovane coppia, protetta da Tom e dal prete, s’intese così bene, furono tanto riservati nelle loro relazioni che nessuno riuscì ad accorgersene.
Durante i primi tre mesi di matrimonio, Rodolphe fu il più felice degli uomini; quando, passato il primo periodo di fuoco, si mise a esaminare a mente fredda la sua situazione, non gli dispiacque di essersi legato a Sarah indissolubilmente; rinunciò senza rimpianti a quella vita galante, voluttuosa e lasciva che aveva dapprima così ardentemente sognato per il futuro e fece con Sarah i più bei progetti del mondo per il loro futuro regno.
Visto alla luce di queste remote ipotesi, quel ruolo di primo ministro, che il prete aveva segretamente vagheggiato per sé, perdeva consistenza: Sarah si riservava le funzioni di governante; troppo orgogliosa per non ambire al potere e al dominio, essa sperava di regnare al posto di Rodolphe.
Ma un avvenimento impazientemente aspettato da Sarah portò la tempesta in quella calma.
Stava per diventare madre.
Allora la donna ebbe esigenze del tutto nuove che spaventarono Rodolphe; tutta in lacrime gli dichiarò, ipocritamente, di non poter più sopportare la situazione in cui era costretta a vivere, situazione che la gravidanza rendeva ancora più penosa.
In questo frangente, ella proponeva a Rodolphe di decidersi a confessare tutto al granduca: anche lui come la granduchessa madre si era affezionato sempre più a Sarah. Certo, aveva aggiunto costei, dapprima si sarebbe indignato, sarebbe andato in collera; ma amava così teneramente e così ciecamente il figlio; aveva per lei, Sarah, tanto affetto che l’ira paterna presto si sarebbe calmata e lei avrebbe preso alla corte il posto che le spettava, se così si può dire, a maggior ragione adesso che stava per dare un figlio all’erede presuntivo del granduca.
Una pretesa come questa spaventò immensamente Rodolphe: Rodolphe conosceva il profondo affetto che il padre aveva per lui, ma conosceva anche di che rigidi principi era il granduca per ciò che riguardava i doveri di un principe.
A tutte le obiezioni Sarah rispondeva invariabilmente:
«Sono vostra moglie davanti a Dio e davanti agli uomini. Fra poco non potrò più nascondere la mia gravidanza; non voglio arrossire di una posizione di cui, anzi, sono molto fiera e di cui posso vantarmi ad alta voce.»
Con la paternità, Rodolphe era diventato ancora più tenero con Sarah. Preso in mezzo fra il desiderio di venire incontro alle esigenze della moglie e il timore per la collera del padre, viveva in una terribile alternativa. Tom era dalla parte della sorella.
Il matrimonio è indissolubile, diceva al serenissimo cognato. Il granduca può esiliarvi dalla corte con vostra moglie, nient’altro. Ora, egli vi vuole troppo bene per prendere un tale provvedimento; preferirà tollerare ciò che non è riuscito a impedire.
Questi ragionamenti, giustissimi del resto, non riuscivano a far tacere le ansie di Rodolphe. Nel frattempo Tom fu incaricato dal granduca di andare in Austria a visitare un certo numero
d’allevamenti di cavalli. L’incarico che egli non poteva rifiutare, doveva impegnarlo per quindici giorni al massimo; partì che era terribilmente preoccupato perché si trattava di un momento molto critico per la sorella.
La sorella, dal canto suo, fu al tempo stesso dispiaciuta e soddisfatta della partenza del fratello; perdeva l’ausilio dei suoi consigli, ma, nel caso in cui tutto fosse stato scoperto, egli si sarebbe salvato dalla collera del granduca.
Sarah avrebbe dovuto informare Tom giorno per giorno sugli sviluppi di un affare così importante per loro. Per corrispondere con più sicurezza e con più segretezza, s’accordarono sul linguaggio cifrato da usare.
Basta una precauzione come questa per dimostrare che Sarah doveva parlare con il fratello di ben altro che del suo amore per Rodolphe. Infatti il cuore di ghiaccio di una donna così egoista, fredda e ambiziosa, non poteva sciogliersi al fuoco di quella passione amorosa di cui era stata causa.
La maternità, anziché addolcire quel suo animo di bronzo, divenne tra le sue mani un’arma in più da usare contro Rodolphe. La giovinezza, il folle amore, l’inesperienza di un principe quasi fanciullo, così perfidamente attirato in una situazione inestricabile, la interessavano appena; nelle sue segrete confidenze con Tom, ella diventava sprezzante e pungente quando si lamentava della debolezza di quell’adolescente che tremava davanti al più paterno dei principi tedeschi, che sarebbe vissuto moltissimo!
Insomma, la corrispondenza tra il fratello e la sorella svelava chiaramente il loro egoismo interessato, i loro calcoli ambiziosi, la loro impazienza quasi omicida, e metteva a nudo l’intreccio di una trama tenebrosa che era giunta al culmine col matrimonio di Rodolphe.
Parecchie signore la guardavano meravigliate e bisbigliavano con le vicine.
La granduchessa Judith, nonostante i suoi novant’anni, aveva udito fine e vista buona: si accorse di quel confabulare. Fece cenno a una damigella del suo seguito di andare da lei e così venne a sapere che tutti trovavano la signorina Sarah Seyton di Halsbury meno snella e meno slanciata del solito.
La vecchia principessa adorava la sua giovane protetta; della virtù di lei avrebbe risposto davanti a Dio. Indignata dalla malignità dei pettegolezzi, si limitò ad alzare le spalle e a chiamare ad alta voce da in fondo al salone dov’era seduta:
«Cara Sarah, venite un po’ qui!» Sarah si alzò.
Le toccò attraversare il circolo per arrivare fino alla principessa, che era in buonissima fede e che, facendo attraversare la sala a Sarah, voleva confondere i calunniatori e dimostrare loro senza possibilità d’equivoci che la figura della sua protetta non aveva perduto né la sua grazia né la sua snellezza.
Ahimè! la nemica più perfida non avrebbe potuto immaginare cosa peggiore di quello che immaginò l’ottima principessa, obbedendo al desiderio di difendere la sua protetta.
La giovane andò da lei. Ci volle tutto il rispetto che quelle dame avevano per la granduchessa per frenare i mormorii di sorpresa e d’indignazione che potevano sorgere allorché la giovane attraversò il circolo.
Anche le persone meno perspicaci si accorsero di ciò che Sarah non voleva tenere più a lungo nascosto anche se la sua gravidanza poteva essere tenuta nascosta ancora per un po’; ma la donna, ambiziosa com’era, aveva risparmiato questo scandalo, per costringere Rodolphe a rivelare il matrimonio.
La granduchessa, non arrendendosi ancora all’evidenza, disse sottovoce a Sarah:
«Cara ragazza, oggi siete vestita molto male. Voi che avete una vita da stringere con due dita, oggi sembrate un’altra...»
Narreremo in seguito le conseguenze di quella scoperta, che fu all’origine di grandi e terribili avvenimenti. Ma fin da adesso diremo ciò che il lettore ha certo già indovinato e cioè che la Goualeuse, che Fleur-de-Marie era il frutto di quell’infelice matrimonio, insomma era la figlia di Sarah e di Rodolphe che tutti e due credevano morta.
Il lettore non avrà dimenticato che Rodolphe, dopo aver visitato la casa della rue du Temple, era rientrato in casa sua e che la sera stessa doveva recarsi a un ballo dato dall’ambasciatore di ***.
Proprio in questa festa seguiremo Sua Altezza il granduca regnante di Gerolstein, Gustave Rodolphe, che viaggiava in Francia col nome di conte di Duren.
XV
IL BALLO
Alle undici di sera, uno svizzero in livrea di gala aprì la porta di un palazzo della rue Plumet per lasciare uscire una magnifica berlina celeste tirata da due superbi cavalli grigi, forti e muscolosi; a cassetta, sopra una larga coperta a frange di seta, stava sedu-
to un enorme cocchiere reso ancora più enorme da un pastrano blu imbottito di pelliccia, con un bavero da mantellina di martora, impunturato d’argento e guarnito di alamari; dietro alla carrozza un gigantesco lacchè incipriato, con una livrea azzurra, color giunchiglia e argento, stava accanto a un cacciatore con baffi enormi, gallonato come un tamburo maggiore, il cui cappello a larghe tese ricamato era seminascosto da un ciuffo di piume gialle e azzurre.
Internamente, la carrozza era foderata di raso e illuminata dalla viva luce dei lampioni; dentro, sulla destra si poteva vedere Rodolphe con alla sua sinistra il barone di Graün e davanti il fedele Murph.
Per deferenza verso il sovrano, rappresentato dall’ambasciatore presso cui egli era invitato, Rodolphe portava sul vestito solo la placca diamantata dell’ordine di ***.
Sir Walter Murph portava al collo il nastro arancione con la croce di smalto di gran commendatore dell’Aquila d’Oro di Gerolstein; il barone di Graün era decorato delle stesse insegne. Diremo, a titolo informativo, che un’innumerevole quantità di croci di ogni Paese ciondolavano da una catena d’oro posta fra i due primi occhielli del suo vestito.
«Sono molto contento» disse Rodolphe, «delle buone notizie che la signora Georges mi dà della mia povera protetta della fattoria di Bouqueval; le cure di David hanno fatto prodigi. A parte la tristezza, l’infelice fanciulla va molto meglio. A proposito della Goualeuse, ammettete, sir Walter Murph» soggiunse Rodolphe sorridendo, «che se una delle vostre equivoche conoscenze della Cité, vedesse il coraggioso carbonaio così travestito, non crederebbe ai suoi occhi dalla meraviglia.»
«Ma penso, mio signore, che Vostra Altezza provocherebbe la stessa sorpresa se andasse questa sera in rue du Temple, a fare una visita amichevole alla signora Pipelet, coll’intento di portare un po’ d’allegria nella malinconia di quel povero signor Alfred, che chiede solo di diventarvi amico, come ha detto l’esimia portinaia a Vostra Altezza.»
«Il mio signore ci ha descritto così bene Alfred con quel suo maestoso abito verde, quella sua aria dottorale e quel suo inseparabile cappello a rocchetto» disse il barone, «che mi sembra già di vederlo troneggiare nella fumosa penombra della sua portineria. Del resto, oso sperare che Vostra Altezza sia rimasta soddisfatta delle informazioni del mio agente segreto. La casa della rue du Temple ha corrisposto completamente all’attesa di vostra signoria?»
«Sì» disse Rodolphe; «anzi, ho trovato più di quanto mi aspettassi.» Poi stette un momento in triste silenzio, ma per dissipare il doloroso disagio che gli procuravano i suoi timori circa la marchesa d’Harville, riprese con tono più allegro: «Sarà anche una puerilità, non dico di no, ma io personalmente trovo qualcosa di eccitante in questi contrasti: un giorno pittore di ventagli e mi metto a tavola in una taverna della rue aux Fèves; stamane, commesso di negozio e offro un bicchiere di rosolio alla signora Pipelet; e stasera uno dei privilegiati, che regnano per grazia di Dio su questo mondo. L’uomo che aveva quaranta scudi diceva le mie rendite proprio come un milionario» soggiunse Rodolphe a mo’ di parentesi e d’allusione alla scarsa estensione dei suoi domini.
«Però molti milionari, mio signore, non hanno certo il raro e ammirevole buon senso dell’uomo che aveva quaranta scudi» disse il barone.
«Ah, caro di Graün, siete troppo buono, mille volte buono, voi mi confondete» rispose Rodolphe fingendosi estasiato e insieme imbarazzato, mentre il barone guardava Murph come chi si accorga troppo tardi di avere detto una sciocchezza.
«In realtà» riprese Rodolphe con imperturbabile serietà, «non so, caro di Graün, come ricompensare la buona opinione che siete così cortese di avere per me, e soprattutto non so come contraccambiare.»
«Mio signore, ve ne supplico, risparmiatevi questa fatica» disse il barone, che per un istante aveva dimenticato che Rodolphe aveva l’abitudine di rispondere con frecciate feroci alle adulazioni che egli odiava.
«Ma come, barone, non voglio essere in debito con voi: questo è tutto quello che, purtroppo, posso offrirvi per il momento: lo giuro sul mio onore che non vi si può dare più di vent’anni. Antinoo non ha lineamenti incantevoli come i vostri.»
«Ah, mio signore, pietà!»
«Guardate un po’, Murph, l’Apollo del Belvedere non ha forme più snelle, più eleganti e più giovanili!»
«Mio signore, era da molto che non mi succedeva.»
«E il mantello di porpora, come gli sta bene!»
«Mio signore, riparerò!»
«E il cerchio d’oro che trattiene, senza nasconderli, i riccioli
della bella capigliatura nera che gli ondeggia sul collo divino.» «Ah, mio signore, pietà, pietà, mi pento» disse l’infelice diplomatico con buffa espressione di disperazione. (Non si dimentichi che aveva cinquant’anni, capelli grigi, increspati e incipriati,
una grande cravatta bianca, un viso magro e un paio di occhiali d’oro.)
«Buon Dio, Murph, gli manca solo una faretra sulle spalle e un arco in mano per assomigliare al vincitore del serpente Pitone!»
«Chiedo scusa per lui, mio signore, non schiacciatelo sotto il peso della mitologia» disse ridendo il gentiluomo «garantisco io a Vostra Altezza che per un bel pezzo non si azzarderà più a formulare adulazioni, dato che nel nuovo vocabolario di Gerolstein la parola verità si traduce così.»
«Come! anche tu, vecchio Murph? adesso osi...»
«Mio signore, il povero di Graün mi fa pena: desidero dividere con lui la punizione.»
«Signor carbonaio ordinario, questa è una fedeltà all’amicizia che vi fa onore. Ma, scherzi a parte, caro Graün, come mai avete dimenticato che tollero l’adulazione solo in bocca a d’Harneim e ai suoi simili? perché, siamo giusti; loro non sanno dire altro: è il colore del loro piumaggio; ma un uomo del vostro gusto e del vostro spirito, vergogna, barone!»
«Ebbene, mio signore» disse risolutamente il barone, «c’è molto orgoglio, Vostra Altezza mi perdoni, nella sua avversione per la lode!»
«Bene, barone, preferisco così! spiegatevi.»
«Ebbene, mio signore, è proprio come se una bella donna dicesse a un suo ammiratore: Dio mio, so di essere affascinante; che me lo riconfermiate è perfettamente inutile e fastidioso. A che scopo affermare l’evidenza? Nessuno va per le strade a gridare: il sole fa luce!»
«Diventiamo più sottili, barone, e più audaci: perciò per apportare una variazione al vostro tormento, vi dirò che il diabolico abate Polidori non avrebbe trovato di meglio per dissimulare il veleno dell’adulazione.»
«Mio signore, non parlo più.»
«Così Vostra Altezza» disse Murph questa volta senza scherzare, «è sicuro adesso di avere riconosciuto il prete nelle vesti del ciarlatano?»
«Ne sono sicuro, visto che dalle informazioni avute si sa che da un pezzo egli vive a Parigi.»
«Mi ero dimenticato, o meglio avevo omesso di parlarvene, mio signore» disse Murph con tristezza, «perché so quanto il ricordo di quel prete sia odioso a Vostra Altezza.»
Rodolphe si rannuvolò di nuovo in volto; e, sprofondandosi in tristi pensieri, restò silenzioso fino a quando la carrozza non entrò nel cortile dell’ambasciata.
Tutte le finestre dell’immenso palazzo erano illuminate e brillavano nella notte fonda; una fila di lacchè in livrea di gala partiva dal peristilio e dalle anticamere e arrivava ai saloni d’attesa, dove aspettavano i camerieri: era un fastoso lusso regale.
Il conte *** e la contessa *** si erano preoccupati di restare nel primo salone da ricevimento fino all’arrivo di Rodolphe. Questi non tardò a entrare, seguito da Murph e dal signore di Graün.
Rodolphe aveva allora trentasei anni; ma, sebbene s’approssimasse al declinare della vita, grazie alla perfetta regolarità dei lineamenti che, come abbiamo già detto, erano forse troppo belli per un uomo, e all’aria di affabile dignità che derivava da tutta la sua persona, egli sarebbe stato comunque molto interessante, anche se questi pregi non fossero stati messi in evidenza dalla magnificenza del suo augusto rango.
Quando fece la sua apparizione nel primo salone dell’ambasciata, non sembrava più lui: scomparsa l’aria da chiassone, scomparsa la condotta accorta e audace del pittore di ventagli che aveva vinto lo Chourineur; scomparso il commesso mordace che partecipava in modo così gaio alle disgrazie della signora Pipelet...
Era un principe nel senso più nobile della parola. Rodolphe tiene la testa ritta, immobile; ha capelli castani, naturalmente ondulati, che gli incorniciano la fronte larga, nobile e aperta e uno sguardo pieno di dolcezza e di dignità; quando con la bonaria arguzia che gli è naturale, si volge a parlare con qualcuno, un sorriso pieno di fascino e di signorilità gli fa mettere in mostra denti di smalto, resi ancora più smaglianti dall’ombra dei suoi baffetti; un paio di favoriti scuri gli scendono fino al mento un po’ sporgente e con fossetta, incorniciando l’ovale perfetto d’un pallido viso.
Rodolphe veste con molta semplicità. Ha la cravatta e il panciotto bianchi; un vestito blu, abbottonato fin sopra il collo e con una placca di diamanti appuntata sul lato sinistro, lo rende fine, elegante e snello; però il suo atteggiamento ha qualcosa di maschio e di energico che viene a correggere quanto c’è forse di troppo bello in tutta la sua leggiadra persona.
Rodolphe si faceva vedere così poco in società, che la sua presenza non poteva non provocare una certa sensazione, grazie anche ai suoi tratti principeschi; tutti gli sguardi si fissarono su di lui, quando apparve nel primo salone dell’ambasciata, accompagnato da Murph e dal barone di Graün, che lo seguivano a qualche passo di distanza!
Un addetto all’ambasciata, incaricato di sorvegliare il suo arrivo, corse subito ad avvertire la contessa ***; costei assieme al marito si fece incontro a Rodolphe, dicendogli:
«Non so come esprimere a Vostra Altezza tutta la mia riconoscenza per il favore con cui oggi si degna di onorarci.»
«Sapete, signora ambasciatrice, che mi sta molto a cuore la vostra compagnia e che mi fa molto piacere poter esprimere al signor ambasciatore tutta la mia amicizia; infatti, signor conte, noi siamo amici di vecchia data.»
«Vostra Altezza è troppo buona a volersi ricordare di noi e così ci dà un altro motivo per non dimenticare mai i suoi favori.» «Vi assicuro, signor conte, che non è colpa mia se certi ricordi mi sono sempre presenti; ho la fortuna di serbare memoria solo di
ciò che mi è molto gradevole.»
«Ma Vostra Altezza ha una memoria eccezionale» disse sorri-
dendo la contessa di***.
«Vero, signora? Così, quando saranno trascorsi molti anni,
spero di avere il piacere di ricordarvi questo giorno, nonché il buon gusto e l’estrema eleganza che presiedono a questo ballo... Perché, a essere sinceri, ve lo dico sottovoce, voi sola siete capace di dare delle feste.»
«Mio signore!...»
«E non è tutto; mi sapete dire, signor ambasciatore, perché qui le donne mi sembrano sempre più belle che altrove?»
«Perché Vostra Altezza infonde in esse la benevolenza di cui ci onora.»
«Permettetemi, signor conte, di non essere del vostro parere; credo che ciò dipenda assolutamente dalla signora ambasciatrice.»
«Potrebbe avere Vostra Altezza la bontà di spiegarmi questo prodigio?» disse la contessa sorridendo.
«Ma è semplicissimo, signora: voi sapete accogliere tutte queste belle signore con un’urbanità così ineccepibile, con una grazia così squisita, a ognuna di loro sapete dire cose così carine e lusinghiere che quelle che non le meritano affatto... che non meritano affatto un elogio così gentile» disse Rodolphe sorridendo maliziosamente, «sono tanto più felici al sentirsi apprezzate da voi, mentre quelle che le meritano non lo sono meno. Sono piccole soddisfazioni che illuminano ogni volto; la felicità rende attraenti le meno carine, ed ecco perché, signora contessa, le donne da voi sembrano sempre più belle che altrove. Sono sicuro che il signor ambasciatore la pensa come me.»
«Vostra Altezza ha trovato ragioni troppo consistenti perché non debba piegarmi a pensarla allo stesso modo.»
«E io, mio signore» disse la contessa di *** «col rischio di diventare graziosa come le belle signore che non meritano affatto... affatto i complimenti che si fanno loro, accetto la lusinghiera spiegazione di Vostra Altezza con la stessa gratitudine e lo stesso piacere con cui si accetterebbe una verità.»
«Per convincervi, signora, che non c’è niente di più vero, facciamo in modo di poter osservare quali effetti produce su un volto un complimento.»
«Ah! mio signore, sarebbe un trucco orribile» disse ridendo la contessa di ***.
«Bene, signora ambasciatrice, rinuncio al mio progetto, ma a una condizione, che mi permettiate di offrirvi un po’ il mio braccio. Mi hanno parlato di un giardino fiorito, una cosa veramente favolosa per il mese di gennaio... Sareste tanto gentile da condurmi in questa meraviglia da Mille e una notte?»
«Con grandissimo piacere, mio signore; ma a Vostra Altezza hanno fatto una descrizione esagerata. D’altra parte, adesso giudicherà lei stesso, a meno che non si lasci ingannare dalla sua solita indulgenza.»
Rodolphe diede il braccio all’ambasciatrice e passò con lei negli altri saloni, mentre il conte di *** s’intratteneva con il barone di Graün e Murph, che conosceva da molto tempo.
XVI
IL GIARDINO D’INVERNO
Infatti non v’era nulla di più fiabesco, di più degno delle Mille e una notte del giardino di cui Rodolphe aveva fatto menzione con la contessa di ***.
Immaginatevi uno spiazzo lungo quaranta tese e largo trenta che mette capo a una lunga e splendida galleria: una gabbia di vetro sottilissimo, con soffitto a volta, e alta circa cinquanta piedi, ha per base quel parallelogramma: le pareti, rivestite di un’infinità di specchi, sui quali si incrociano le piccole losanghe verdi di un graticolato di giunchi intrecciati molto stretti, fanno pensare a un pergolato che lasci passare la luce grazie alla riflessione di questa sugli specchi; una spalliera di aranci, grossi come quelli delle Tuileries, e di camelie della stessa grossezza, i primi carichi di frutti lucenti come tante mele d’oro sul verde lucido delle foglie,
le seconde smaltate di fiori porpora, bianchi e rosa, ricopre come una tappezzeria tutta la superficie delle pareti.
Questo è il recinto del giardino.
Dei vialetti con il fondo che è un magnifico mosaico di pezzetti di conchiglie e tanto larghi da permettere a due o tre persone di passeggiare fianco a fianco, girano attorno a cinque o sei boschetti d’alberi e d’arbusti d’India o dei tropici, piantati in buche profonde piene di terra di brughiera.
È impossibile descrivere l’effetto che produce in pieno inverno, e per così dire, al centro d’una festa da ballo, questa lussureggiante e splendida vegetazione esotica.
Qui enormi banani che raggiungono quasi i vetri della volta, e mescolano le larghe palme di color verde lucido alle foglie lanceolate delle grandi magnolie, alcune già cariche di grossi e magnifici fiori odorosi: stami dorati spuntano dal loro calice a forma di campana, porpora di fuori e argentato dentro; più avanti, palme, datteri del Levante, latanie rosse, fichi d’India, tutte piante robuste, perenni e frondose, che s’aggiungono al verde dei boschetti: verde crudo, lucido e brillante come quello di tutti i vegetali tropicali, i quali sembrano avere ricevuto il loro splendore dallo smeraldo, tanto sono scintillanti e metallici i colori di cui si tingono le loro foglie spesse, carnose e lucide.
Su per i graticolati, per gli aranci, in mezzo ai boschetti, formando fra un albero e l’altro qui ghirlande di foglie e di fiori, là spirali, più lontano viluppi inestricabili, corrono, serpeggiano, si arrampicano fino in cima alla volta a vetri innumerevoli piante sarmentose; le granadiglie alate, le passiflore dai grandi fiori color porpora striati d’azzurro e terminanti con un pappo viola cupo ricadono dalla cima della volta a forma di colossali ghirlande, e danno la sensazione di voler risalire in alto gettando i delicati viticci sui rami dei giganteschi aloè.
Altrove una begonia d’India, dai lunghi calici color giallo zolfo e dalle foglie leggere, s’attorciglia a una stapelia dai fiori bianchi e carnosi che diffondono un soave profumo; le due liane intrecciandosi, con la loro frangia verde carica di campanule d’oro e d’argento fanno da festone alle immense foglie vellutate di un fico d’India.
Più lontano, infine, si ergono e poi ricadono dando origine a una multicolore cascata vegetale, una quantità infinita di steli di asclepiadi nelle cui ombrelle ci sono quindici o venti fiori stellati che risultano essere così fitti e così lucidi da sembrare mazzi di fiori di smalto rosa in mezzo a foglioline di porcellana verde.
Ai bordi dei boschetti, le eriche del Capo, i tulipani, i narcisi di Costantinopoli, i giacinti di Persia, i ciclamini, le iris formano una specie di tappeto naturale dove tutti i colori e tutte le sfumature si confondono in modo meraviglioso.
A illuminare il giardino ci sono, seminascoste qua e là tra le foglie, delle lanterne cinesi di seta trasparente alcune, azzurre e altre di un color rosa pallidissimo.
È impossibile dare un’immagine della luce dolce e misteriosa, risultante dall’accostamento di questi due colori; chiarore magico, fantastico, che aveva la limpidezza azzurrognola di una bella notte d’estate venata di rosa dai riflessi vermigli di un’aurora boreale.
A questa immensa serra, più in giù di due o tre piedi, portava una lunga galleria tutta barbagli di oro, di specchi, di cristalli e di luci. Una luce sfavillante che faceva, per così dire, da cornice alla penombra in cui si intuivano le sagome degli alti alberi del giardino d’inverno, che si poteva scorgere attraverso il largo spiraglio lasciato da due grandi tende di velluto cremisi.
Pareva quasi una gigantesca finestra aperta su qualche bel paesaggio asiatico nel crepuscolo di una notte serena.
Vista dal fondo del giardino, dove sotto una cupola di foglie e di fiori erano stati sistemati enormi divani, la galleria faceva contrasto con la tiepida penombra della serra.
In lontananza, si vedeva come una nube luminosa e dorata, nella quale scintillavano e sfavillavano, vibrante ricamo, i colori vari e splendenti dei vestiti delle signore e i luccichii prismatici delle pietre preziose e dei diamanti.
Le note dell’orchestra, smorzate dalla distanza e dal sordo e allegro echeggiare della galleria, andavano a morire melodiosamente tra il fogliame immobile degli alti alberi esotici.
Senza volerlo, tutti parlavano sottovoce in giardino; si sentiva appena il rumore leggero dei passi e il fruscio dei vestiti di raso; da quell’aria tiepida e lieve, anche se satura dei soavi profumi delle piante aromatiche, e da quella musica vaga e lontana veniva un senso di dolce e molle abbandono a cui nessuno resisteva.
Due amanti, felici, perché innamorati da poco, avidi d’amore, di armonia e di profumi, non avrebbero potuto trovare, se si fossero messi a sedere in qualche angolo ombroso di questo Eden, cornice più incantevole al fuoco iniziale della loro passione; poiché, ahimè, bastano uno o due mesi di tranquilla e sicura felicità per trasformare malauguratamente due amanti in due sposi indifferenti!
Giunto nel fantastico giardino d’inverno, Rodolphe non poté trattenere un’esclamazione di stupore e:
«In verità, signora» disse all’ambasciatrice, «non mi sarei mai immaginato una simile meraviglia. Non si tratta solo di gran lusso e di gusto squisito messi insieme ma anche di poesia in atto; invece di scrivere come un poeta o di dipingere come un grande pittore, voi create ciò che essi a stento riuscirebbero a sognare.»
«Vostra Altezza è infinitamente buono.»
«Dovete ammettere con tutta sincerità che chi riuscisse a riprodurre fedelmente questo quadro meraviglioso in tutta la bellezza dei suoi colori e dei suoi contrasti, e cioè i barbagli tumultuosi di laggiù e questo delizioso luogo di ritiro, dovete ammettere signora che costui, pittore o poeta che sia, farebbe opera magnifica al solo imitare la vostra.»
«Le lodi che l’indulgenza detta a Vostra Altezza sono tanto più pericolose in quanto non si può fare a meno di esserne affascinati e di provare, nostro malgrado, un grandissimo piacere al sentirsele dire. Ma guardate un po’, monsignore, quella bellissima donna! Vostra Altezza deve convenire, almeno, che la marchesa d’Harville è bella dappertutto. È di una grazia irresistibile. E risalta ancor di piu accanto alla severa bellezza di colei che l’accompagna.»
La contessa Sarah Mac-Grégor e la marchesa d’Harville stavano facendo in quel momento i pochi gradini che dalla galleria immettevano nel giardino d’inverno.
XVII L’APPUNTAMENTO
Le lodi dell’ambasciatrice all’indirizzo della signora d’Harville non erano esagerate.
Niente ci aiuterebbe a farci un’idea di un viso incantevole come il suo, che aveva allora tutto lo splendore di una bellezza delicata, bellezza tanto più straordinaria in quanto esaltata non dalla regolarità dei lineamenti ma dal fascino indefinibile del volto della marchesa, il quale si velava, per così dire, di una dolce e tenue espressione di bontà.
Insistiamo su quest’ultima parola, perché, di solito, quello che spicca in una giovane donna di vent’anni come la signora d’Harville non è tanto la bontà quanto la bellezza, il fascino, l’intelligenza e l’eleganza. Per questo ci si sentiva attratti dallo strano
contrasto esistente fra questa ineffabile dolcezza e il successo che aveva la signora d’Harville, senza contare che essa riuniva in sé i vantaggi della nascita, del nome e della ricchezza.
Cercheremo di far comprendere a pieno il nostro pensiero.
Benché troppo nobile, troppo dotata per avere la civetteria di ricercare i complimenti, tuttavia la signora d’Harville, quando se li sentiva fare, si mostrava benevola e riconoscente come una che pensasse di non meritarseli del tutto; non ne andava fiera, ma era felice; indifferente ai complimenti e incline alla benevolenza, sapeva distinguere perfettamente l’adulazione dalla simpatia.
Aveva uno spirito moderato, fine e malizioso a volte senza essere cattivo, a cui ricorreva per dire qualche innocua facezia su quella gente che, piena di se stessa, si preoccupa solo di attirare l’attenzione e di mettere continuamente in evidenza una faccia illuminata da una insulsa felicità e tumida di sciocco orgoglio... «Gente» diceva scherzosamente la signora d’Harville, «che per tutta la vita dà l’impressione di ballare da sola davanti a uno specchio invisibile, a cui sorride con compiacenza.»
Invece un carattere timido, riservato e insieme un po’ austero aveva la certezza di suscitare l’interesse della signora d’Harville.
Questi brevi cenni ci aiuteranno a capire la bellezza della marchesa.
Aveva una pelle di smagliante purezza, e un incarnato freschissimo; lunghi capelli riccioluti di color castano chiari le sfioravano le spalle tonde, sode e levigate come un bel marmo bianco. Difficilmente si potrebbe descrivere l’angelica bellezza dei suoi grandi occhi grigi, frangiati di lunghe ciglia nere. La bocca vermiglia, di straordinaria bellezza, stava a bellissimi occhi come l’ineffabile voce conturbante stava allo sguardo dolce e melanconico. Non diremo niente né della perfetta figura né della squisita signorilità che contraddistinguevano la sua persona. Portava un vestito di crespo bianco, guarnito di vere camelie rosa e di foglie dello stesso arbusto in mezzo a cui gli sparsi diamanti brillavano come tante gocce di scintillante rugiada; sulla fronte bianca e pura portava con grazia una corona fatta con gli stessi fiori.
Il tipo di bellezza della contessa Sarah Mac-Grégor faceva spiccare ancora di più la marchesa d’Harville.
Sarah aveva circa trentacinque anni, ma ne dimostrava solo trenta. Niente fa bene al corpo quanto il freddo egoismo; il gelo ci mantiene più freschi...
Ci sono anime aride, dure e refrattarie alle emozioni che fiaccano il cuore e segano il volto, sulle quali si ripercuotono solo le
umiliazioni dell’orgoglio o le sconfitte di un’ambizione frustata; amarezze queste che incidono pochissimo sul fisico.
Lo stato di conservazione di Sarah provava quanto stiamo sostenendo.
A parte la leggera pinguedine, che conferiva alla sua figura più alta ma meno snella di quella della signora d’Harville, una grazia eccitante, Sarah splendeva tutta di giovinezza; pochi sguardi potevano sfuggire al fuoco incantatore dei suoi occhi neri e ardenti; le labbra umide e rosse (ingannatrici solo per metà) esprimevano la risolutezza e la sensualità. Sulle tempie e sul collo si vedeva il ricamo azzurrognolo delle vene spiccare sulla bianchezza lattea della pelle fine, e trasparente.
La contessa Mac-Grégor portava un vestito di marezzo giallo paglia sotto una tunica dello stesso colore; una semplice corona di foglie di pirus, verde smeraldo, le cingeva il capo e s’intonava perfettamente con le due bande di capelli neri come l’inchiostro, divisi sulla fronte, e con un naso aquilino, dalle narici larghe. Era una pettinatura severa che conferiva una patina d’antico al profilo autoritario e passionale di quella donna.
Quante persone, scorgendo nel proprio volto i segni di una vocazione irresistibile, si sono lasciate trarre in inganno dalle proprie fattezze. C’è chi si vede molto bellicoso e fa la guerra, chi si vede rimatore e fa rime, chi cospiratore e cospira, chi politico e si dà alla politica, chi predicatore e si dà alle prediche. Sarah si vedeva, non a torto, molto regale; era logico quindi che accettasse le predizioni, in parte avveratesi, della montanara scozzese, e continuasse a credere in un destino regale.
In quell’istante, Sarah e la marchesa entravano nel giardino d’inverno e vi scorgevano Rodolphe; ma si poteva pensare che il principe non le avesse viste dal momento che, quando giunsero le due donne, si trovava alla svolta di un viale.
«Il principe è così occupato con l’ambasciatrice che non si è accorto di noi...» disse la signora d’Harville a Sarah.
«Non credo, cara Clémence» rispose la contessa che era in intima amicizia con la signora d’Harville; «anzi, il principe ci ha viste benissimo; ma gli ho fatto paura... Continua a tenermi il broncio.»
«Capisco sempre meno la sua ostinazione nell’evitarvi: spesso gli ho rimproverato di comportarsi stranamente con voi... una sua vecchia amica. “La contessa Sarah e io siamo mortali nemici” m’ha risposto scherzando; “ho giurato di non parlarle più; e per privarmi” ha aggiunto, “della piacevole compagnia di una perso-
na come lei bisogna che questo giuramento sia molto sacro per me.” Perciò, cara Sarah, per quanto strana mi sia sembrata la risposta, sono proprio stata costretta ad accontentarmi.»1
«Tuttavia, posso assicurarvi che la causa di questa mortale inimicizia, semischerzosa e semiseria, è cosa di pochissimo conto. Se non ci fosse di mezzo una terza persona, vi avrei confidato il gran segreto molto tempo fa... Ma che avete, cara? mi sembrate preoccupata.»
«Non è niente... prima, nella galleria, faceva così caldo, che m’è venuta un po’ d’emicrania; sediamoci un momento qui... mi passerà... spero.»
«Avete ragione; guardate, qui c’è un angolo molto buio; qui sarete al sicuro da coloro che si affliggeranno della vostra assenza...» aggiunse Sarah con un sorriso, appoggiando la voce sulle ultime parole.
Tutte e due si sedettero su un divano.
«Ho detto coloro che si affliggeranno della vostra assenza, cara Clémence... Non mi siete grata di essere stata discreta?»
La giovane donna arrossì leggermente, abbassò la testa e non rispose.
«Come siete poco ragionevole!» le disse Sarah in tono di dolce rimprovero. «Cara bambina, non avete fiducia in me? Bambina certo: ormai ho un’età che posso chiamarvi figlia.»
«Io non aver fiducia in voi!» disse tristemente la marchesa a Sarah; «non vi ho detto, anzi, quello che non avrei dovuto confessare nemmeno a me stessa?»
«Certo. Ebbene! su... parliamo di lui; avete dunque deciso di farlo morire dalla disperazione?»
«Ah!» esclamò spaventata la signora d’Harville, «che dite mai?»
«Non lo conoscete ancora, povera cara... È un uomo così duro e insensibile, che per lui la vita è ben poca cosa. È sempre stato infelice... e si direbbe quasi che vi divertiate a farlo soffrire ancora!»
«Mio Dio, lo pensate davvero?»
«Senza volerlo, forse, ma è così... Oh, se sapeste come sono sensibili e facili ad affliggersi coloro che sono stati colpiti da una pesante disgrazia! per esempio, poco fa, ho visto due grosse lacrime brillare nei suoi occhi.»
1 L’amore di Rodolphe per Sarah, e gli avvenimenti che erano seguiti a questo amore, erano completamente ignorati a Parigi, essendo trascorsi più di diciassette o diciotto anni, e avendo sia Rodolphe che Sarah interesse a tenerli nascosti.
«Davvero?»
«Certo... E tutto ciò a un ballo e col rischio di subire l’onta del ridicolo, se ci si fosse accorti di quella triste pena. Non sapete che bisogna essere molto innamorati per soffrire così... e per non pensare soprattutto a nascondere alla gente che si soffre così!...»
«Di grazia, non parlatemene» riprese la signora d’Harville con voce alterata; «mi fate troppo male... Conosco anche troppo bene questo genere di sofferenza dolce e rassegnata... Ahimè! A rovinarmi è stata la pietà che egli ha suscitato in me...» disse la signora d’Harville involontariamente.
Ma Sarah mostrando di non avere capito l’importanza di queste parole, continuò:
«Che esagerazione!... rovinata per essere in rapporti di semplice galanteria con un uomo che è tanto discreto e riservato da non volere essere presentato a vostro marito per timore di compromettervi! Il signor Charles Robert non è forse un uomo pieno d’onore, di delicatezza, di cuore? Se lo difendo tanto calorosamente, lo faccio soprattutto perché l’avete visto e conosciuto a casa mia e perché per voi ha rispetto e devozione.»
«Non ho mai dubitato delle sue nobili qualità... voi m’avete detto sempre tanto bene di lui!... Ma, e voi lo sapete, sono state soprattutto le sue disgrazie a rendermelo interessante.»
«Ed egli merita e giustifica il vostro interesse! Confessatelo. E poi d’altra parte un viso così stupendo non può non essere l’immagine dell’anima! Con la sua alta e bella figura, mi ricorda gli eroi dei tempi cavallereschi. Una volta l’ho visto in uniforme: era impossibile avere un portamento più nobile. Certo che se la nobiltà fosse proporzionale ai meriti e alla bellezza del volto, invece di essere semplicemente il signor Charles Robert, egli dovrebbe essere duca e pari. Non potrebbe rappresentare forse molto bene uno dei più illustri nomi di Francia?»
«Voi sapete che la nobiltà di nascita ha poca importanza per me, voi che qualche volta mi rimproverate di essere una repubblicana» disse sorridendo la signora d’Harville.
«Certo, anch’io, come voi, ho sempre pensato che il signor Charles Robert non avesse bisogno di titoli per essere amato; e poi che talento! che voce deliziosa! Quanto ci ha aiutato per i concerti privati che tenevamo alla mattina! vi ricordate? La prima volta che avete cantato assieme il duetto, che espressione ci metteva! che emozione!»
«Sentite, vi prego» disse la signora d’Harville dopo un lungo silenzio, «cambiamo argomento.»
«Perché?»
«Mi sono profondamente rattristata quando poco fa avete parlato della sua disperazione.»
«Siate sicura che dinanzi a un dolore violento un carattere impulsivo come il suo può cercare nella morte un termine a...»
«Oh! ve ne prego, tacete! tacete!» disse la signora d’Harville interrompendo Sarah, «è una cosa che m’è già venuta in mente...»
Poi, dopo un lungo silenzio, la marchesa disse:
«Ve lo ripeto, parliamo d’altro... del vostro nemico mortale» soggiunse con ostentata allegria; «parliamo del principe che non vedo da molto. Sapete che è sempre affascinante, anche se è quasi re? Per quanto io sia repubblicana, credo che ci siano pochi uomini piacevoli come lui.»
Sarah, gettato di sfuggita uno sguardo scrutatore e sospettoso sulla signora d’Harville, riprese allegramente:
«Confessate, cara Cléménce, che siete molto capricciosa. Ho notato che per il principe avete avuto, cosa strana, momenti d’ammirazione e di ripugnanza; qualche mese fa, quando è arrivato qui, eravate talmente infatuata di lui che, per dirla fra noi... ero un po’ in ansia per la tranquillità del vostro cuore.»
«Ma, grazie a voi» disse la signora d’Harville sorridendo, «la mia ammirazione non è stata di lunga durata; avete fatto così bene la parte della nemica mortale, m’avete rivelato certe cose sul principe... che, confesso, l’avversione s’è sostituita a quella infatuazione che vi faceva temere per la tranquillità del mio cuore: tranquillità che il vostro nemico, del resto, non si sognava nemmeno di turbare; infatti, qualche tempo prima delle vostre rivelazioni, il principe, pur continuando a vedere in privato mio marito, aveva quasi del tutto cessato di onorarmi delle sue visite.»
«A proposito! vostro marito è qui questa sera?» disse Sarah.
«No, non aveva voglia di uscire» rispose imbarazzata la signora d’Harville.
«Mi sembra che si faccia vedere sempre meno in società, vero?»
«Sì... a volte preferisce restare a casa.»
La marchesa era visibilmente imbarazzata; Sarah se ne accorse, però continuò lo stesso il discorso:
«L’ultima volta che l’ho visto, mi è sembrato più pallido del solito».
«Sì... era un po’ indisposto...»
«Sentite, cara Clémence, volete che vi parli francamente?» «Vi prego...»
«Quando si parla di vostro marito, vi prende spesso una strana angoscia.»
«Io... ma che sciocchezza!»
«Quando si parla di lui, la vostra faccia, vostro malgrado, esprime qualche volta... Dio mio! come posso dirvelo?...» e Sarah appoggiò la voce sulle seguenti parole, con l’aria di voler leggere fino in fondo al cuore di Clémence: «Sì, la vostra faccia esprime una specie di mal frenata ripugnanza...»
La signora d’Harville fece una faccia impenetrabile e sostenne lo sguardo inquisitore di Sarah: ciononostante, Sarah colse un leggero tremito nervoso, quasi impercettibile, sul labbro inferiore della giovane donna.
Non volendo spingere più avanti le investigazioni e soprattutto non volendo suscitare il sospetto nell’amica, la contessa si affrettò ad aggiungere con l’intento di distogliere l’attenzione della marchesa:
«Sì, una mal frenata ripugnanza, come quella che ispira di solito un burbero geloso...»
A queste parole, il leggero moto convulso del labbro della marchesa d’Harville cessò; liberata da un peso enorme, ella rispose:
«Ma no, il signor d’Harville non è né burbero, né geloso...».
Poi a un tratto esclamò, trovando così un pretesto per troncare una conversazione che le pesava: «Ah, mio Dio, ecco quell’insopportabile del duca di Lucenay, un amico di mio marito... Almeno non ci vedesse! Da dove salta fuori? Lo credevo a mille miglia da qui!»
«Infatti si diceva che fosse partito per un viaggio di uno o due anni in Oriente; sono solo cinque mesi che ha lasciato Parigi. L’improvviso ritorno avrà sicuramente contrariato la duchessa di Lucenay, anche se il duca non dà affatto fastidio» disse Sarah con un sorriso cattivo. «Del resto non sarà la sola ad avere maledetto un ritorno che non ci voleva... Il signor di Saint-Remy sarà altrettanto dispiaciuto.»
«Non siate maldicente, cara Sarah, dite che un tale ritorno sarà spiacevole... per tutti. Il signor di Lucenay è tanto antipatico che potete benissimo generalizzare il vostro rimprovero.»
«Maldicente! no di certo; non sono che un’eco. Si dice anche che quel principe degli eleganti, che col suo fasto sbalordiva tutta Parigi, e che è il signor di Saint-Remy, sia quasi in rovina, sebbene stia conducendo un tenore di vita di poco inferiore a quello di prima; è vero che la signora di Lucenay è immensamente ricca...»
«Ah, che orrore...»
«Vi ripeto che sono solo un’eco... Ah, mio Dio! il duca ci ha viste. Sta venendo, bisogna rassegnarci, che disgrazia; non conosco niente al mondo di più insopportabile di quest’uomo; il più delle volte fa così poco buona compagnia, ride così forte per le sue stupidaggini, è così rumoroso che stordisce; se ci tenete alla vostra boccetta e al vostro ventaglio, dovete difenderli coi denti, perché ha anche il difetto di rompere tutto quello che tocca e di farlo con l’aria più gioconda e soddisfatta di questo mondo.»
Appartenente a una delle più illustri casate di Francia, giovane, con un viso che senza quel naso grottesco e smisurato sarebbe stato anche bello, il signor di Lucenay accoppiava ai pregi di una turbolenza e una irrequietezza continue quelli di urlare e ridere così forte, di fare spesso discorsi di così cattivo gusto, di avere negli atteggiamenti una disinvoltura così audace e imprevedibile, che bisognava tenere sempre presente il suo nome per non essere stupiti di trovarlo nella società più distinta di Parigi e per capire come si tollerassero in lui il gesto e la parola eccentrici, a cui del resto l’abitudine aveva assicurato una specie di prescrizione o d’impunità. Lo si evitava come un appestato, anche se aveva un certo spirito che spuntava qua e là nei fiumi di parole che versava. Era uno di quei giustizieri, fra le cui mani ci si augura di veder cadere la gente ridicola e odiosa.
La signora di Lucenay, una delle donne più piacevoli e più alla moda di Parigi, nonostante i trent’anni suonati, aveva fatto spesso parlare di sé; la sua frivolezza però trovava in un certo senso una giustificazione nelle insopportabili stranezze del signor di Lucenay.
L’ultima pennellata a un carattere così irritante è data dalla facondia e dal cinismo inaudito con cui si divertiva ad attribuirvi indisposizioni grottesche o infermità impossibili o assurde, di cui vi commiserava a voce alta davanti a un’infinità di gente. D’altra parte era uomo di fegato e non aveva paura di affrontare le conseguenze dei suoi brutti scherzi, tant’è vero che aveva dato o ricevuto numerosi colpi di spada, senza per questo correggersi.
Ora, detto questo, faremo risuonare alle orecchie del lettore la voce aspra e acuta del signor di Lucenay, che appena scorse da lontano la signora d’Harville e Sarah, si mise a gridare:
«Bene! Bene! che cosa è questa roba? che vedo? Come! è mai possibile che la più bella signora del ballo debba restare in disparte? Bisogna proprio venire dagli antipodi per mettere fine a un tale scandalo? Sentite, marchesa, se continuate a sottrarvi all’ammirazione generale, mi metto a gridare come un ossesso,
mi metto a gridare alla sparizione della perla più brillante della festa!»
E, come conclusione al discorso, il signor di Lucenay si lasciò cadere supino su un divano accanto alla marchesa; dopo di che, accavallate le gambe, si prese un piede in mano.
«Come mai, signore, siete già di ritorno da Costantinopoli?» disse la signora d’Harville scostandosi spazientita.
«Sono già sicuro che state dicendo quello che ha pensato mia moglie; infatti questa sera che ho fatto il mio rientro in società non ha voluto accompagnarmi. Uno ritorna per fare una sorpresa agli amici e guardate un po’ come viene accolto!»
«Si capisce; vi era così facile essere simpatico restando laggiù...» disse la signora d’Harville con un mezzo sorriso.
«Cioè restando lontano, vero? È un orrore, è un’infamia!» si mise a gridare il signore di Lucenay togliendosi dalla posizione a cavalcioni e battendo sul cappello come su un tamburello.
«Per l’amor del cielo, signor di Lucenay, calmatevi e non gridate così forte, altrimenti saremo costrette ad andare via da questo posto» disse stizzita la signora d’Harville.
«Andare via da questo posto! forse per offrirmi il vostro braccio e andare a fare un giro in galleria?»
«Con voi? no di certo. Sentite, vi prego, non toccate questi fiori; di grazia lasciate anche questo ventaglio, finirete col romperlo, come il vostro solito...»
«Se è solo per questo, ne ho rotto più d’uno! in particolare uno cinese, magnifico, che la signora di Vaudémont aveva dato a mia moglie.»
Tranquillizzate le due donne con tali parole, il signor di Lucenay aveva incominciato a tormentare e a tirare verso di sé con piccole scosse un viluppo di rampicanti. Finì a un certo momento con lo staccarle dall’albero a cui erano attaccate, e il duca se ne trovò, per così dire, incoronato.
Fu allora uno scoppio di risate così stridule, così matte, così sonore, che la signora d’Harville sarebbe fuggita via da una persona tanto fastidiosa e importuna, se non avesse scorto il signor Charles Robert (colui che la signora Pipelet chiamava comandante) giungere dall’altra estremità del viale. La giovane donna, temendo di dare l’impressione di andargli incontro, restò vicino al signor di Lucenay.
«Dite un po’, signora Mac-Grégor, non sembravo il dio Pan, una naiade, un silvano, un selvaggio con tutte quelle foglie?» chiese il signor di Lucenay rivolgendosi a Sarah, accanto alla qua-
le a un tratto era andato a sdraiarsi. «A proposito di selvaggio devo raccontarvi una storia terribilmente indecente... Immaginatevi che a Otaiti...»
«Signor duca!» gli disse Sarah con tono glaciale.
«Bene, no, non vi racconterò la mia storia; la tengo in serbo per la signora di Fonbonne che sta venendo.»
Era una donna grossa e piccola di cinquant’anni, molto pretenziosa e ridicola, con un mento che le toccava il petto, una donna che mostrava sempre il bianco dei suoi grandi occhi quando parlava della sua anima, dei languori della sua anima, dei bisogni della sua anima, delle aspirazioni della sua anima. Quella sera aveva in testa un orribile turbante color rame con un vivaio di disegni verdi.
«La tengo per la signora di Fonbonne» gridò il duca.
«Di che si tratta, signor duca?» disse la signora di Fonbonne e incominciò subito a fare vezzi, a tubare e a fare la svenevole, come si suole dire.
«Si tratta, signora, di una storia terribilmente sconveniente, indecente e scollacciata.»
«Ah, Dio mio! E chi oserebbe? chi si permetterebbe?»
«Io, signora; perfino un vecchio Chamboran arrossirebbe. Ma i vostri gusti li conosco... Sentite un po’...»
«Signore!...»
«Ebbene, no, non vi racconterò la mia storia, in fondo, perché, dopo tutto, voi che vi vestite sempre così bene, con tanto buon gusto, con tanta eleganza, questa sera avete un turbante che, parola mia d’onore, assomiglia, permettetemi di dirvelo, a una vecchia tortiera incrostata di verderame.»
E il duca si mise a ridere.
«Se siete ritornato dall’Oriente per ricominciare le vostre stupide facezie, cosa che si tollera perché siete mezzo matto» rispose irritata la donna, «si finirà col dispiacersi molto del vostro ritorno, signore.»
E si allontanò maestosamente.
«Tenetemi, tenetemi che non vada a portare via il cappello a quella sporca schizzinosa» disse il signor di Lucenay, «ma la rispetto, è orfana... Ah ah! ah!...» e giù a ridere di nuovo. «To’! il signor Charles Robert!» continuò il signor di Lucenay. «L’ho incontrato alle acque termali dei Pirenei... È un magnifico ragazzo, canta come un cigno. Vedrete, marchesa, come lo metterò in imbarazzo. Volete che ve lo presenti?»
«State buono e lasciateci in pace» disse Sarah.
Mentre il signor Charles Robert avanzava lentamente, fingendo di ammirare i fiori della serra, il signor di Lucenay riuscito intanto, dopo varie manovre, a impadronirsi della boccetta di Sarah, stava armeggiando, in silenzio, col tappo del prezioso flacone.
Il signor Charles Robert continuava ad avanzare; statura alta e ben proporzionata, lineamenti perfetti, modo di vestire elegantissimo; tuttavia aveva un viso e un portamento che mancavano di fascino, di grazia e di distinzione; un’andatura rigida e impacciata, due mani e due piedi grossi e volgari. Quando scorse la signora d’Harville, sull’insignificante regolarità dei suoi lineamenti si stese improvvisamente un velo di profonda malinconia, una malinconia che per essere vera era arrivata troppo improvvisamente; tuttavia, la maschera era perfetta. Il signor Robert sembrava così spaventosamente infelice, così realmente afflitto quando si avvicinò alla signora d’Harville, che costei non poté fare a meno di pensare alle sinistre parole di Sarah a proposito degli eccessi a cui poteva essere spinto dalla disperazione.
«Eh! buongiorno, caro signore!» gli disse il signor di Lucenay fermandolo al varco, «dopo il nostro incontro ai bagni non ho più avuto il piacere di vedervi. Ma che avete mai? Sembrate così sofferente!»
Il signor Charles Robert, gettato un lungo sguardo malinconico sulla signora d’Harville, pronunciò la sua risposta al duca con voce accentuatamente lamentosa:
«Infatti, signore, sto male.»
«Dio mio, Dio mio, allora non potete guarire della vostra pituita?» chiese serio e preoccupato il signor di Lucenay.
La domanda era così ridicola e assurda che per un momento il signor Charles restò stupefatto, sbalordito; subito dopo però la collera gli incendiò il viso e:
«Poiché vi preoccupate tanto della mia salute» disse con voce ferma e tagliente al signor di Lucenay, «spero che domani verrete a chiedere mie notizie!»
«Come, caro signore?... ma certo, manderò...» disse il duca altezzosamente.
Il signor Charles Robert accennò un saluto e si allontanò.
«Il bello è che lui la pituita ce l’ha tanto quanto il Gran Turco» disse il signor di Lucenay stendendosi di nuovo vicino a Sarah, «a meno che non abbia indovinato senza volerlo. Dite un po’, signora Mac-Grégor, secondo voi quel signore dà o no l’impressione di avere la pituita?»
Sarah voltò bruscamente le spalle al signor di Lucenay senza peraltro rispondergli.
La scena si era svolta molto rapidamente.
Sarah aveva fatto fatica a trattenere una risata.
La signora d’Harville, invece, aveva terribilmente soffer-
to pensando alla tremenda situazione in cui viene a trovarsi un uomo che si vede apostrofato in modo così ridicolo davanti alla donna amata; aveva paura che potesse seguirne un duello; allora, obbedendo a un sentimento di irresistibile pietà, si alzò bruscamente, s’attaccò al braccio di Sarah, raggiunse il signor Charles Robert che non stava più in sé dalla collera, e passandogli vicino, gli disse sottovoce:
«Domani, all’una... verrò...».
Poi, ritornata nella galleria con la contessa, lasciò la festa.
XVIII
COME SEI ARRIVATA TARDI, ANGELO MIO!
Rodolphe, recandosi a quella festa, oltre a ottemperare a un dovere di cortesia, intendeva anche cercare di scoprire se i suoi timori fossero fondati, e se la signora d’Harville fosse realmente l’eroina del racconto della signora Pipelet.
Dopo aver lasciato il giardino d’inverno con la contessa di ***, invano Rodolphe era passato da un salone all’altro, con la speranza di incontrare la signora d’Harville da sola. Ritornò alla serra; stava scendendo la scala, quando, fermatosi un momento sul primo gradino, si trovò ad assistere alla rapida scena che intercorse fra la signora d’Harville e il signor Charles Robert dopo l’abominevole frizzo del duca di Lucenay. Rodolphe colse un significativo scambio di occhiate. Un segreto presentimento gli diceva che quel bel giovanotto alto doveva essere il comandante. Per accertarsene, ritornò nella galleria.
Stava per cominciare un valzer; dopo qualche minuto, scorse il signor Charles Robert in piedi, nel vano di una porta. Sembrava soddisfatto: primo della risposta data al signor di Lucenay (il signor Charles Robert, nonostante i suoi lati ridicoli, era molto coraggioso), secondo dell’appuntamento del giorno successivo datogli dalla signora d’Harville, sicurissimo che questa volta non sarebbe mancata.
Rodolphe andò da Murph.
«Vedi quel giovanotto biondo in mezzo a quel gruppo laggiù?»
«Quel signore alto che sembra così soddisfatto di sé? Sì, mio signore, lo vedo.»
«Cerca di andargli vicino ma tanto vicino da potergli dire piano queste parole senza farti vedere e in modo che solo lui le senta: “Come sei arrivata tardi, angelo mio!”.»
Il gentiluomo guardò stupito Rodolphe.
«Sul serio, mio signore?»
«Sul serio. Se a queste parole lui si gira, cerca di avere quel me-
raviglioso sangue freddo che spesso ho ammirato in te, in modo da non far individuare a quel signore chi abbia parlato.»
«Non ci capisco niente, mio signore; ma obbedisco.»
Il bravo Murph, prima che il valzer finisse, era già andato a mettersi alle spalle del signor Charles Robert.
Rodolphe, già in ottima posizione per non perdere nessun particolare dell’esperimento, aveva seguito attentamente Murph con lo sguardo; di lì a un secondo, Charles Robert, sconcertato, si girò bruscamente.
Il gentiluomo non batté ciglio, restò impassibile; fatto sta che quell’uomo alto e calvo, con quella figura maestosa e severa, sarebbe stata l’ultima persona a poter essere sospettata di avere pronunciato quelle parole che ricordavano al comandante lo spiacevole equivoco di cui la signora Pipelet era stata la protagonista.
Finito il valzer, Murph ritornò da Rodolphe.
«Ebbene, mio signore, il giovanotto s’è girato come se l’avessi morso. Allora sono parole magiche?»
«Sono proprio parole magiche, caro Murph; mi hanno fatto scoprire ciò che volevo.»
A Rodolphe non restava altro che compiangere la signora d’Harville per un errore tanto più pericoloso in quanto egli presentiva vagamente che Sarah ne era la complice o la confidente. A quella scoperta provò una fitta dolorosa; non ebbe più dubbi circa la causa dei dispiaceri del signor d’Harville a cui voleva molto bene: sicuramente erano dovuti alla gelosia; sua moglie, piena di bellissime qualità, si sacrificava a un uomo che non meritava. In possesso di un segreto scoperto per caso, e di cui era incapace di abusare, Rodolphe si vedeva condannato ad assistere, come uno spettatore impassibile, alla rovina di una giovane donna perché non poteva proprio fare niente per illuminare la signora, la quale, d’altra parte, aveva ceduto ai ciechi istinti della passione.
A distoglierlo da queste riflessioni fu il barone di Graün.
«Se Vostra Altezza vuole concedermi un breve colloquio in quel salottino in fondo, dove non c’è nessuno, avrò l’onore di far-
le un rendiconto delle informazioni che mi ha ordinato di prendere.»
Rodolphe seguì il signor di Graün...
«La sola duchessa al cui nome possono riferirsi le iniziali N e L è la duchessa di Lucenay, nata Noirmont» disse il barone «stasera non è qui. Ho appena visto suo marito, il signor di Lucenay, partito cinque mesi fa per un viaggio in Oriente che doveva durare più di un anno; lui invece è ritornato improvvisamente due o tre giorni fa.»
Il lettore ricorderà che, durante la visita alla casa della rue du Temple, Rodolphe aveva trovato sul pianerottolo dell’appartamento del ciarlatano César Bradamanti un fazzoletto inzuppato di lacrime, con un prezioso merletto e con in un angolo le lettere N e L sormontate da una corona ducale. Benché all’oscuro di queste circostanze, il signor di Graün, dietro ordine di Rodolphe, aveva preso informazioni sui nomi delle duchesse attualmente a Parigi, e, così facendo, aveva ottenuto le notizie di cui abbiamo appena parlato.
A Rodolphe fu tutto chiaro.
Pur non avendo alcun motivo per interessarsi alla signora di Lucenay, Rodolphe non poté reprimere un sussulto al pensiero che se veramente era andata dal ciarlatano, quel miserabile, che non era altri che l’abate Polidori, conoscendo il nome della donna, fatta seguire da Tortillard, avrebbe potuto, con conseguenze paurose, abusare del terribile segreto che metteva la duchessa alla sua mercé.
«Il caso, mio signore, è molto strano a volte» riprese il signor di Graün.
«Cosa vuoi dire?»
«Mentre il signor di Grangeneuve mi informava sul signore e sulla signora di Lucenay, aggiungendo maliziosamente che il ritorno imprevisto del signor di Lucenay aveva dovuto contrariare non poco la duchessa e il visconte di Saint-Remy, il giovane più bello e più elegante di Parigi, il signor ambasciatore è venuto a chiedermi, essendo il visconte presente alla festa, se pensavo che Vostra Altezza avrebbe permesso che gli venisse presentato; è da pochissimo che è entrato a far parte della legazione di Gerolstein, e un’occasione come questa per porgere i suoi omaggi a Vostra Altezza lo farebbe felicissimo.»
Rodolphe ebbe un moto d’impazienza e:
«Questa è una cosa» disse, «che non mi piace affatto... ma non posso rifiutare... Su, dite al conte di *** di presentarmi il signor di Saint-Remy.»
Nonostante il cattivo umore, Rodolphe conosceva troppo bene il suo mestiere di principe per non mostrarsi affabile anche in quest’occasione. D’altra parte, passando il signor di SaintRemy per essere l’amante della duchessa di Lucenay, la curiosità di Rodolphe ne veniva stuzzicata.
Il visconte di Saint-Remy si avvicinò accompagnato dal conte di ***.
Il signor di Saint-Remy era un affascinante giovanotto di venticinque anni, sottile, snello, molto distinto, molto bello di viso; era molto bruno di pelle, di quel bruno vellutato, trasparente e ambrato, che caratterizza i quadri di Murillo; aveva capelli neri, con riflessi blu, separati da una riga dalla parte sinistra, capelli che, lisci sulla fronte, gli si arricciavano attorno al viso, lasciandogli sì e no scoperto il lobo incolore delle orecchie; le sue pupille risaltavano sul globo dell’occhio, che, invece di essere bianco, si tingeva di quel colore leggermente azzurrato che conferisce allo sguardo degli indiani un’espressione tanto affascinante. Un capriccio della natura l’aveva dotato di un bel paio di baffi mentre il mento e le guance erano imberbi come quelli di un giovinetto e lisci come quelli di una ragazza; per civetteria portava molto basso un fazzoletto da collo di raso nero, che lasciava vedere l’elegante attaccatura del collo, degna di un giovane flautista dell’antichità.
Le lunghe pieghe del fazzoletto erano tenute assieme soltanto da una perla, perla di inestimabile valore data la grossezza, la purezza dalla forma e lo splendore così vivo che neanche un opale avrebbe avuto un luccichio tanto forte e cangiante. Di gusto perfetto, il vestito del signore di Saint-Remy s’intonava come pochi altri con un gioiello di meravigliosa semplicità come quello.
Non si sarebbe mai potuto dimenticare l’aspetto e la persona del signor di Saint-Remy, tanto egli era al di sopra della normale eleganza.
La sua carrozza e i suoi cavalli erano di gran lusso; era grande e buon giocatore e il totale segnato sul registro delle scommesse sui cavalli ammontava più o meno a due o tremila luigi all’anno. Si parlava della sua casa in rue de Chaillot come di un modello di sontuosa eleganza; dopo aver mangiato, ci si metteva a giocare accanitamente e a lui, durante il gioco, capitava spesso di perdere somme considerevoli, cosa che faceva con la noncuranza di un ospite cortese, eppure si aveva la sicurezza che da molto tempo il patrimonio del visconte era in dissesto.
Per spiegare le sue incomprensibili prodigalità, gli invidiosi o i maligni parlavano, come aveva fatto Sarah, dei molti beni della
duchessa di Lucenay; ma dimenticavano che, a parte la bassezza dell’insinuazione, era naturale che il signor di Lucenay esercitasse un controllo sulla fortuna della moglie, mentre il signor di SaintRemy spendeva al minimo 50.000 scudi o 200.000 franchi all’ano. Altri parlavano di imprudenza da parte degli usurai, dato che il signor di Saint-Remy non aspettava più eredità. Altri, infine, dicevano che era troppo fortunato alle corse, e andava sussurrando di allenatori e di fantini corrotti da lui per fare perdere i cavalli contro i quali aveva scommesso molto denaro... ma la maggior parte della gente dell’alta società si preoccupava ben poco dei mezzi a cui ricorreva il signor di Saint-Remy per sopperire al suo fasto.
Egli apparteneva per nascita al più bello e più gran mondo; era allegro, coraggioso, spiritoso, gioviale, di buona pasta; organizzava ottime mangiate con gli amici e poi accettava tutte le scommesse che gli venivano proposte. Cos’altro gli mancava?
Le donne lo adoravano; era difficile poter enumerare tutti gli svariati trionfi che aveva avuto; era giovane e bello, in ogni occasione galante e generoso come può esserlo un uomo con le donne di mondo; infine, l’ammirazione era tale che anche il mistero che circondava la sorgente di Pattolo dove egli attingeva a piene mani, aveva finito col gettare sulla sua vita un certo fascino arcano; si diceva sorridendo con noncuranza: «Quel diavolo di Saint-Remy deve avere trovato la pietra filosofale!».
Al sentire che era entrato a far parte della legazione francese presso il granduca di Gerolstein, alcuni avevano pensato che il signor di Saint-Remy avesse deciso di ritirarsi onorevolmente.
Il conte di ***, presentandogli il signor di Saint-Remy, si rivolse a Rodolphe così:
«Ho l’onore di presentare a Vostra Altezza il signor visconte di Saint-Remy, della legazione di Gerolstein.»
Il visconte fece un profondo saluto e disse a Rodolphe:
«Si degnerà Vostra Altezza di scusare l’impazienza che ho avuto nel venirle a porgere i miei omaggi? Forse ho avuto troppa fretta di godere di un onore che considero tanto grande.»
«Sarò felicissimo, signore, di rivedervi a Gerolstein... Contate di andarci presto?»
«La presenza di Vostra Altezza a Parigi mi rende meno sollecito a partire.»
«La vita tranquilla delle corti tedesche vi stupirà, signore, abituato come siete alla vita di Parigi.»
«Non so se oso troppo, garantendo a Vostra Altezza che la benevolenza di cui si è degnata di darmi prova e che spero forse
vorrà concedermi a lungo, basta da sola a non farmi rimpiangere Parigi.»
«Non dipenderà da me, signore, se cambierete idea durante il periodo che passerete a Gerolstein.»
E Rodolphe con un leggero inchino del capo fece capire al signor di Saint-Remy che la presentazione era terminata.
Il visconte rispose con un profondo saluto e si ritirò.
Rodolphe era molto fisionomista, e soggetto a simpatie o ad antipatie quasi sempre giustificate. Dopo le poche parole scambiate con il signor di Saint-Remy, senza potersene spiegare la ragione, provò per lui una specie di antipatia istintiva. Aveva notato che nel suo sguardo c’era qualcosa di perfido e di astuto e sul suo volto un’espressione equivoca.
Ritroveremo il signor di Saint-Remy in circostanze che contrasteranno terribilmente con la brillante posizione che aveva quando fu presentato a Rodolphe; si potrà così giudicare la veridicità dei presentimenti di quest’ultimo.
Finita la presentazione, Rodolphe si mise a pensare alle strane combinazioni del caso, e fra una riflessione e l’altra arrivò al giardino d’inverno. Era giunta l’ora di cena e i saloni si andavano svuotando; il posto più appartato della serra si trovava dietro un gruppo di alberi, all’angolo di due muri quasi del tutto coperti da un enorme banano, carico di rampicanti; vicino al frondoso albero era stata lasciata semiaperta la porticina di servizio, nascosta da un graticolato, che si apriva in un lungo corridoio comunicante col salone dei rinfreschi.
Lì andò a sedersi Rodolphe, dietro una gran cortina di verde. Era da qualche momento immerso in una profonda meditazione, quando una voce ben nota, pronunciando il suo nome, lo fece sussultare.
Sarah stava parlando in inglese col fratello Tom dal lato opposto del boschetto dietro al quale si trovava Rodolphe. Tom era vestito di nero. Sebbene più vecchio di Sarah di qualche anno, aveva i capelli quasi bianchi, un viso che rivelava una volontà implacabile e ostinata, un accento secco e tagliente, uno sguardo cupo e una voce profonda. Una grande amarezza o un grande odio dovevano rodere quell’uomo.
Rodolphe si mise a seguire con attenzione il dialogo che segue:
«La marchesa è andata un momento al ballo del barone di Nerval; per fortuna se n’è andata senza poter parlare a Rodolphe, che la cercava; perché continuo ad avere paura dell’influenza che egli ha su di lei, influenza che ho faticato tanto a combattere e a
distruggere in parte. Finalmente questa rivale, che, in cuor mio, ho sempre temuto e che in seguito avrebbe potuto ostacolare i miei progetti... questa rivale domani sarà rovinata... Ascoltatemi, Tom, è una cosa molto importante...»
«Vi sbagliate: Rodolphe non ha mai pensato alla marchesa.»
«È il momento di darvi qualche spiegazione a questo proposito... Sono successe molte cose durante il vostro ultimo viaggio... e siccome è necessario agire prima di quanto pensassi... questa sera stessa, quando usciremo di qui, questo colloquio è necessario... fortunatamente, siamo soli.»
«Vi ascolto.»
«Sono sicura che la marchesa, prima di avere visto Rodolphe, non ha mai amato nessuno... Non so perché ella provi un’invincibile ripugnanza per il marito che l’adora, invece. È un mistero che ho cercato di svelare invano. Rodolphe con la sua presenza aveva suscitato nel cuore di Clémence mille emozioni nuove. Questo amore fu soffocato sul nascere da certe terribili rivelazioni sul principe. Ma nella marchesa s’era destato il bisogno d’amare; incontrando, a casa mia, il signor Charles Robert, è stata colpita dalla sua bellezza, colpita come quando si vede un quadro; purtroppo la sciocchezza di quest’uomo è pari alla sua bellezza, e tuttavia nel suo sguardo c’è un non so che di conturbante. Ne esaltai la grandezza d’animo e i pregi del carattere. Conoscevo la bontà istintiva della signora d’Harville; le dipinsi allora il signor Robert come una vittima delle disgrazie più interessanti, a lui raccomandai di essere sempre mortalmente triste, di non fare altro che sospirare e lamentarsi e prima di ogni altra cosa di parlare poco. Ha seguito i miei consigli. Grazie al suo talento di cantante, al suo viso, e soprattutto al suo sembiante inguaribilmente triste è riuscito quasi a conquistarsi l’affetto della signora d’Harville, che l’ha così distolta da quel bisogno d’amare che s’era destato in lei alla sola vista di Rodolphe. Capite, adesso?»
«Perfettamente; continuate.»
«Soltanto da me la signora d’Harville e Robert si vedevano da sola a solo; due volte la settimana, la mattina facevamo della musica in tre. Il bel tenebroso sospirava, diceva alcune paroline dolci sottovoce; fece scivolare due o tre biglietti. Temevo meno le sue parole che la sua prosa; ma una donna è sempre indulgente quando riceve le prime dichiarazioni; quelle del mio protetto non ebbero cattivo esito; per lui l’importante era ottenere un appuntamento. La marchesina aveva più princìpi che amore, o meglio non aveva tanto amore da dimenticare i suoi princìpi... Aveva
sempre in fondo al cuore, senza che se ne accorgesse, il ricordo di Rodolphe che vegliava, per così dire, su di lei e combatteva quella debole inclinazione per il signor Charles Robert... inclinazione molto più fittizia che reale... ma alimentata dal vivo interesse per le immaginarie disgrazie del signor Charles Robert, e dagli elogi continui e smaccati che facevo di quell’Apollo senza cervello. Alla fine, Clémence, vinta dall’espressione di profonda disperazione del suo infelice adoratore, un giorno si decise a concedergli l’agognato appuntamento.»
«Eravate diventata la sua confidente?»
«Mi aveva confessato il suo affetto per Charles Robert, tutto qui. Io, dal canto mio, non feci niente per sapere di più; mi avrebbe dato fastidio... Ma lui, pazzo di felicità o meglio d’orgoglio, mi confidò la sua felicità, trascurando di dirmi tuttavia il giorno e il luogo dell’appuntamento.»
«E come l’avete saputo?»
«Diedi l’ordine a Karl di andare, la mattina presto del giorno dopo e del giorno successivo a questo, ad appostarsi vicino alla porta del signor Robert per seguirlo. Il secondo giorno, verso mezzodì, il nostro innamorato prese la strada di un quartiere sperduto, una certa rue du Temple... Scese davanti a una casa molto brutta; restò lì un’ora e mezzo circa, poi se ne andò. Karl aspettò a lungo per vedere se usciva qualcuno dopo il signor Robert. Non uscì nessuno: la marchesa non aveva mantenuto la promessa. Lo seppi l’indomani dal corrucciato e deluso innamorato. Gli consigliai una doppia dose di disperazione. Clémence fu di nuovo toccata; altro appuntamento, ma inutile come il primo. Tuttavia l’ultima volta ella arrivò fino sulla porta: era un progresso. È chiaro come questa donna stia lottando... E perché? Perché, e qui sta la ragione del mio odio, ella ha sicuramente conservato in fondo al cuore, senza forse rendersene conto, un pensiero segreto per Rodolphe che così pare la stia proteggendo. Come se non bastasse, questa sera, la marchesa ha dato al Robert un appuntamento per domani; sono sicura che questa volta ci andrà. Il duca di Lucenay ha così villanamente ridicolizzato il povero giovane, che la marchesa, sconvolta dall’umiliazione subita dal suo innamorato, ha finito col concedergli per pietà ciò che altrimenti forse non avrebbe mai concesso. Questa volta, ve lo ripeto, manterrà la promessa.»
«Qual è il vostro piano?»
«La marchesa non sta obbedendo tanto all’amore quanto a una sorta di impulso pietoso e caritatevole; Charles Robert non
è certo fatto per capire la delicatezza del sentimento che, questa sera, ha suggerito alla marchesa una tale decisione e lui domani vorrà approfittare dell’appuntamento e invece sarà odiato da Clémence che si sente costretta a un passo così compromettente non dall’entusiasmo e dalla passione ma dalla pietà. Insomma, sono sicura che va da lui per compiere un coraggioso atto di carità, ma perfettamente calma e sicura di non dimenticare un solo istante i suoi doveri. Charles Robert non se ne renderà conto e la marchesa ne sarà allora schifata; una volta distrutta questa illusione, ricadrà sotto l’influenza del ricordo di Rodolphe che sicuramente continua a covarle in fondo al cuore.»
«E allora?»
«Ebbene, voglio che si comprometta una volta per tutte agli occhi di Rodolphe. Sono sicura che, prima o poi, Rodolphe avrebbe tradito l’amicizia del signor d’Harville, corrispondendo all’amore di Clémence; quando però la saprà macchiata di una colpa di cui egli non è stato l’oggetto, comincerà ad aborrirla; è un delitto imperdonabile per un uomo. E per farla finita s’appiglierà al pretesto del suo affetto per il signor d’Harville, per non rivedere mai più una donna che ha così indegnamente tradito un amico tanto caro.»
«Volete quindi avvertire il marito?»
«Sì, stasera stessa, se non avete nulla in contrario. Da quel che m’ha detto Clémence, questi ha dei vaghi sospetti ma non sa di chi. È mezzanotte, andiamocene; voi vi fermerete al primo caffè che troviamo, scriverete al signor d’Harville che, all’una di domani, sua moglie si recherà in rue du Temple, al n. 17, per un convegno d’amore. È geloso: sorprenderà Clémence; il resto lo potete indovinare!»
«È un’azione abominevole» disse il gentiluomo con freddezza. «Avete degli scrupoli, Tom?»
«Fra poco farò quanto m’avete detto; ma vi ripeto che è una
azione abominevole.»
«Comunque non vi tirate indietro?»
«No... questa sera il signor d’Harville saprà tutto. E... ma... mi
sembra che ci sia qualcuno là, dietro gli alberi» disse a un tratto Tom sottovoce dopo avere interrotto il discorso. «Mi è parso di sentire un rumore.»
«Andate a vedere» disse Sarah preoccupata.
Tom si alzò, fece il giro del boschetto ma non trovò nessuno. Rodolphe aveva appena fatto in tempo a infilare la porticina di
cui abbiamo parlato.
«Mi sono sbagliato» disse Tom al ritorno, «non c’era nessuno.»
«È quello che mi sembrava...»
«Ascoltate, Sarah, io, contrariamente a quanto pensate voi, non credo che quella donna potrà essere d’ostacolo all’attuazione del vostro progetto; Rodolphe ha certi princìpi a cui non verrà meno. La giovinetta piuttosto, che lui, camuffato da operaio, ha condotto, sei settimane fa, alla fattoria; una creatura di cui si piglia tanta cura, alla quale fa dare un’educazione di prim’ordine, e che è già andato a trovare parecchie volte, questa sì può suscitare timori più seri. Non sappiamo esattamente chi sia, pur sapendo che viene da una classe oscura della società. Ma la rara bellezza di cui si dice che sia dotata, il fatto che Rodolphe si sia travestito per condurla in quel paese, il sempre maggiore interesse che ha per lei, tutto porta a pensare che questo suo affetto non sia di poca importanza. Perciò ho prevenuto i vostri desideri. Per eliminare quest’altro ostacolo, più reale, credo, sono stato costretto ad agire con la massima prudenza per avere notizie precise della fattoria e delle abitudini della giovanetta... Queste notizie adesso le so; è venuto il momento d’agire. Ho incontrato per caso quell’orribile vecchia che si era tenuta il mio indirizzo. Le amicizie che ha con la gente della specie del brigante che ci ha attaccati quando abbiamo fatto quell’incursione nella Cité, ci potranno essere di grande aiuto. Tutto è stato previsto... non ci sarà alcuna prova contro di noi... E del resto, se la giovane, come sembra, appartiene al ceto degli artigiani, non esiterà fra le nostre offerte e la sorte brillante che può anche sognare, perché il principe ha mantenuto il più stretto incognito. Domani finalmente la questione sarà risolta, altrimenti... si vedrà...»
«Una volta eliminati questi due ostacoli... Tom... allora il nostro grande progetto...»
«Ci sono ancora molte difficoltà, ma può riuscire.»
«Ammettete che ci sarà una probabilità di più, se lo metteremo in atto quando Rodolphe sarà colpito e dalla condotta scandalosa della signora d’Harville e dalla sparizione della giovanetta, a cui s’interessa tanto.»
«Lo credo... Ma se anche quest’ultima speranza cadrà... allora sarò libero...» disse Tom guardando Sarah con aria cupa.
«Sarete libero!...»
«Non potrete più contare su quelle preghiere che, per due volte, m’hanno fatto recedere, contro la mia volontà, dalla vendetta!» Poi, indicando con lo sguardo il lutto e i guanti neri che
calzava, Tom aggiunse sorridendo con aria sinistra: «Lo aspetto sempre... Sapete bene che porto questo lutto da sedici anni... e che me lo toglierò solo se...».
Sarah fece, suo malgrado, una smorfia di paura e si affrettò a interrompere il fratello dicendogli con ansia:
«Vi dico che sarete libero... Tom... allora la profonda fiducia che mi ha sostenuto fino ad adesso in circostanze così diverse, profonda perché m’ha dato prove che vanno al di là delle umane previsioni... mi abbandonerà del tutto. Ma prima farò il possibile per eliminare qualsiasi ostacolo per quanto piccolo possa apparirmi... Il successo dipende spesso dalle cause più piccole... Forse troverò ostacoli di poco conto sul mio cammino, adesso che sono vicina alla meta; voglio avere il campo libero, li distruggerò. I miei mezzi sono odiosi, d’accordo!... Ma io sono stata forse risparmiata?» esclamò Sarah alzando involontariamente la voce.
«Silenzio! Stanno tornando dalla cena» disse Tom.
«Dal momento che credete sia utile avvertire il marchese d’Harville dell’appuntamento di domani, dobbiamo andarcene subito... è tardi.»
«L’importanza dell’avvertimento sarà dimostrata dall’ora in cui lo riceverà.»
Tom e Sarah, allora, abbandonarono la casa dell’ambasciatore.
XIX
GLI APPUNTAMENTI
Volendo a ogni costo avvertire la signora d’Harville del pericolo che correva, Rodolphe era dovuto partire dall’ambasciata quando il colloquio fra Tom e Sarah era ancora a metà, cosa, questa, che non gli consentì di venire a conoscenza del complotto ordito contro Fleur-de-Marie e dell’imminente pericolo che la minacciava.
Nonostante la buona volontà, Rodolphe, purtroppo, non riuscì come sperava a salvare la marchesa.
La signora d’Harville, infatti, avrebbe dovuto, per convenienza, fare una puntatina dalla signora di Nerval; invece, poiché il turbamento a cui era in preda l’aveva costretta ad abbandonare l’idea di andare a una seconda festa, ritornò a casa.
Fu un contrattempo che mandò tutto all’aria.
Anche il signor di Graün, come quasi tutti gli amici della contessa ***, era stato invitato dalla signora di Nerval. Rodolphe al-
lora si prese il barone, lo accompagnò in tutta fretta alla festa e gli ordinò di vedere se al ballo c’era la signora d’Harville e, se c’era, di avvertirla che quella stessa sera il principe si sarebbe trovato, senza la carrozza, davanti al palazzo d’Harville per dirle cose di estrema importanza, e che poi si sarebbe avvicinato alla carrozza di lei e le avrebbe parlato attraverso lo sportello mentre i suoi servitori sarebbero stati intenti ad aprire il portone.
Dopo aver perduto tanto tempo per vedere se alla festa c’era la signora d’Harville, il barone ritornò... Non c’era stata.
Rodolphe era disperato; molto acutamente aveva pensato che la prima cosa da fare era avvertire la marchesa del tradimento ordito contro di lei; solo così la delazione di Sarah, che non era riuscito a impedire, sarebbe passata per un’indegna calunnia... Ormai era troppo tardi... all’una di notte il marchese aveva già l’infame lettera.
L’indomani mattina, il signor d’Harville passeggiava lentamente nella sua camera da letto, arredata con elegante semplicità e ornata solo di una panoplia d’armi moderne e di uno scaffale pieno di libri.
Dal letto, non disfatto, pendeva una trapunta di seta che era stata fatta a pezzi; una sedia e un tavolino d’ebano a gambe tortili erano stati rovesciati vicino al caminetto, sparsi qua e là sul tappeto c’erano i cocci di un bicchiere di cristallo, qualche candela mezzo pestata e un candeliere a due bracci che era stato fatto rotolare lontano.
La stanza sembrava essere stata teatro di una lotta violenta.
Il signor d’Harville aveva circa trent’anni, un volto energico e caratteristico, un’espressione che, simpatica e dolce di solito, in quel momento era invece contratta, pallida e violacea; portava gli abiti del giorno prima; aveva il collo nudo, il panciotto aperto; la camicia, strappata, pareva macchiata qua e là di sangue; i capelli bruni, che di solito erano arricciati, gli ricadevano, ora, irti e arruffati sulla fronte illividita.
Dopo aver camminato a lungo, con le braccia conserte, la testa bassa, lo sguardo immobile e acceso, il signor d’Harville si fermò bruscamente davanti al caminetto che aveva lasciato morire nonostante la gran gelata della notte. Prese la lettera che stava sul marmo del caminetto e la rilesse divorandola con gli occhi, alla pallida luce di quel giorno d’inverno:
«Domani, all’una, vostra moglie si recherà in rue du Temple, al n. 17, per un convegno amoroso. Seguitela e saprete tutto... Sposo fortunato!»
Quando leggeva quelle parole, lette e rilette ormai tante volte... sembrava che le sue labbra, livide dal freddo, compitassero convulsamente il funesto biglietto sillaba per sillaba.
In quel momento la porta si aprì ed entrò un cameriere.
Era un servitore, ormai vecchio, con capelli grigi e una faccia buona e onesta.
Il marchese volse bruscamente la testa senza cambiare posizione e senza preoccuparsi di nascondere la lettera. «Che cosa vuoi?» disse duramente al domestico. Costui, invece di rispondere, stava a contemplare con doloroso stupore il disordine della stanza; poi, squadrato attentamente il padrone, esclamò:
«Avete del sangue sulla camicia... Dio mio, Dio mio, signore vi siete ferito! Eravate solo, perché non mi avete suonato come al solito quando avete sentito i...?»
«Vattene!»
«Ma, signor marchese, non vedete che il fuoco è spento, si muore dal freddo qui, non dovreste, soprattutto dopo il vostro...»
«Vuoi star zitto? lasciami!»
«Ma, signor marchese» continuò il cameriere tutto tremante, «avete dato ordine al signor Doublet di essere qui per le dieci e mezzo di oggi; sono le dieci e mezzo e lui è qui col notaio.»
«Giusto» disse amaramente il marchese riacquistando la calma. «Quando si è ricchi, bisogna pensare agli affari. È così bella la ricchezza!...»
Poi aggiunse:
«Fai passare il signor Doublet nel mio studio.»
«C’è già, signor marchese.»
«Dammi qualcosa per vestirmi. Verrò subito.»
«Ma, signor marchese...»
«Fai quello che ti dico, Joseph» disse il signor d’Harville con
tono più dolce. Poi aggiunse:
«Siete già stati da mia moglie?»
«Credo che la signora marchesa non abbia ancora suonato.» «Appena suona, fammi avvisare.»
«Sì, signor marchese.»
«Di’ a Philippe che venga ad aiutarti: non ce la faresti da solo.» «Ma, signore, aspettate che faccia prima un po’ d’ordine» ri-
spose tristemente Joseph. «Se vedessero questo disordine, chissà che cosa penserebbero sia capitato questa notte al signor marchese.»
«E se vedessero... sarebbe spaventoso, vero?» riprese il signor d’Harville con amaro sarcasmo.
«Ah, signore» disse Joseph, «grazie a Dio, nessuno sospetta...» «Nessuno?... No, nessuno!» rispose il marchese con aria cupa. Mentre Joseph si dava da fare per mettere un po’ d’ordine nel-
la stanza, il signor d’Harville andò dritto alla panoplia a cui abbiamo accennato, restò alcuni minuti a esaminare con attenzione le armi di cui era composta, quindi con un gesto di sinistra soddisfazione si rivolse a Joseph dicendogli:
«Sono sicuro che ti sei dimenticato di far pulire i fucili che sono lassù nella cassetta dei miei arnesi di caccia.»
«Il signor marchese non mi ha detto nulla...» rispose Joseph stupito.
«No, ma ti sei dimenticato.»
«Le assicuro, signor marchese...»
«Devono essere sempre belli lucidi!»
«È solo un mese che siamo andati a ritirarli dall’armaiolo.» «Non importa; intanto che mi vesto, vai a prendermi la casset-
ta, domani o dopo andrò forse a caccia quindi voglio prima esaminare i fucili.»
«Li porterò giù subito.»
Appena la stanza fu un po’ in ordine, venne ad aiutare Joseph un secondo cameriere.
Quando fu pronto, il marchese andò nello studio dove era atteso dal signor Doublet, suo amministratore, e da uno scrivano.
«Ecco, signor marchese, l’atto che siamo venuti a leggervi» disse l’amministratore, «c’è solo da firmare.»
«L’avete letto voi, signor Doublet?»
«Sì, signor marchese.»
«Allora, basta... ci metto la firma.»
Dopo la firma del marchese lo scrivano se ne andò.
«Con questo acquisto, signor marchese» disse il signor Dou-
blet con aria trionfante, «il vostro reddito in terreni belli e buoni non è al di sotto di 126.000 franchi tondi, tondi. Sapete che non è da tutti, signor marchese, avere un reddito in terre di 126.000 franchi?»
«Sono un uomo felice, vero signor Doublet? 126.000 franchi di reddito in terre! non può esserci una felicità pari alla mia.»
«Senza contare il portafogli del signor marchese... senza contare...»
«Certo, e senza contare... tante altre fortune!»
«Sia lodato Iddio, signor marchese, che a voi non manca niente: giovinezza, ricchezza, bontà, salute... tutte le fortune messe assieme, insomma; e fra le tante» disse il signor Doublet con un gar-
bato sorriso, «anzi prima di tutte, metto quella di essere lo sposo della signora marchesa e di avere una bambina deliziosa come un cherubino.»
Il signor d’Harville gettò uno sguardo feroce sull’amministratore.
Impossibile descrivere l’espressione di selvaggia ironia con cui egli disse al signor Doublet, battendogli familiarmente sulla spalla:
«Con 126.000 franchi di rendita in terreni e una moglie come la mia... e una bambina che assomiglia a un cherubino... non c’è più niente che possa desiderare, vero?»
«Eh, eh, signor marchese» rispose ingenuamente l’amministratore, «c’è da desiderare di vivere il più a lungo possibile, per maritare la signorina vostra figlia e diventare nonno. Poter diventare nonno è la cosa che io auguro al signor marchese e alla signora marchesa nonna e poi bisnonna.»
«Bravo il mio buon Doublet, che pensa a Filemone e Bauci. Ha sempre la parola pronta, lui.»
«Il signor marchese è troppo buono. Avete altro da ordinarmi?»
«Nient’altro! Ah, sì invece. Quanto avete in cassa?»
«19.300 e rotti per la normale amministrazione, oltre al denaro depositato in banca.»
«In mattinata dovete portarmi 10.000 franchi in oro, e consegnateli a Joseph, se io non ci sono.»
«In mattinata?»
«Sì, in mattinata.»
«Fra un’ora i soldi saranno qui. Il signor marchese non ha
nient’altro da dirmi?»
«No, signor Doublet.»
«126.000 franchi di rendita tondi tondi!» ripeté l’amministra-
tore andandosene. «Questo è un bel giorno per me; avevo così paura che ci sfuggisse una fattoria come questa, che fa al caso nostro!... Servo vostro, signor marchese.»
«Arrivederci, signor Doublet.»
Appena l’amministratore fu uscito, il signor d’Harville si lasciò cadere su una poltrona; appoggiò i gomiti sullo scrittoio e si prese la testa tra le mani.
Era la prima volta, questa, da quando aveva ricevuto la fatale lettera di Sarah, che poteva piangere.
«Oh» diceva, «crudele ironia del destino che m’ha fatto ricco!... Cosa mettere ora in questa cornice d’oro? La mia vergogna,
l’infamia di Clémence!... infamia che, se farò uno scandalo, non risparmierà forse neppure mia figlia... Questo scandalo... devo decidermi a farlo, oppure devo aver pietà di...»
Poi si alzò con l’occhio lucido, strinse nervosamente i denti e gridò con voce sorda:
«No, no! sangue, sangue! solo il tragico può salvare dal ridicolo! Adesso capisco la sua ripugnanza;... che meschina!».
Ma a un tratto si fermò come colpito da un pensiero improvviso, per riprendere poi con voce sorda:
«La sua ripugnanza... oh, so bene da che cosa deriva: le faccio orrore, paura!».
E dopo un lungo silenzio:
«Ma è colpa mia? Deve ingannarmi per ciò? Non odio, ma pietà io merito!» riprese animandosi sempre di più. «No, no, sangue!... tutti e due, tutti e due!... giacché ella avrà sicuramente detto ogni cosa all’ALTRO.»
A questo pensiero, il marchese s’infuriò ancora di più. Strinse i pugni e li alzò al cielo; poi si passò sugli occhi una mano che era di fuoco, ma costretto dalla servitù a mostrarsi calmo, atteggiò il volto ad apparente tranquillità e ritornò nella sua camera da letto: vi trovò Joseph.
«E allora, i fucili?»
«Eccoli, signor marchese: sono in uno stato perfetto.» «Adesso vedrò io. Mia moglie ha suonato?»
«Non so, signor marchese.»
«Vai a informarti.»
Il cameriere uscì.
Subito il signor d’Harville tirò fuori dalla cassetta dei fucili una
fiaschetta di polvere, alcune pallottole e qualche capsula; poi richiuse la cassetta e si tenne la chiave. S’avvicinò quindi alla panoplia, prese un paio di pistole di Manton di media grandezza, le caricò, e se le fece scivolare nelle tasche del lungo soprabito da mattina.
In quel momento Joseph rientrò.
«Signore, la signora marchesa è in piedi.»
«La signora d’Harville non ha chiesto la carrozza?»
«No, signor marchese; al cocchiere che era venuto a prendere
ordini per la mattina, la signorina Juliette ha detto in mia presenza che la signora, siccome il tempo non era umido, sarebbe uscita a piedi... sempre che dovesse uscire.»
«Benissimo. Ah, dimenticavo: a caccia andrò domani o dopodomani. Di’ a Williams che vada a dare un’occhiata in mattinata al piccolo calesse verde; hai capito?»
«Sì, signor marchese. Volete il bastone da passeggio?»
«No. C’è un posteggio di carrozze pubbliche qui vicino?» «Sì, vicinissimo, all’angolo della rue de Lille.»
Dopo un momento di esitazione e di silenzio, il marchese ri-
prese:
«Va’ a domandare alla signorina Juliette se si può vedere la si-
gnora d’Harville.» Joseph uscì.
«In fondo... è uno spettacolo come un altro. Sì, voglio andare da lei e osservare la perfida maschera di smorfiosetta dietro la quale l’infame nasconde il sogno dell’adulterio di poco dopo; ascolterò la sua bocca bugiarda mentre leggerò il delitto nel suo cuore già colpevole. Sì, è strano... vedere come vi guarda, vi parla e vi risponde una donna che, poco dopo, coprirà il vostro nome di ridicolo insozzandolo con macchie così orribili che ci vogliono fiumi di sangue per lavarle. Pazzo che non sono altro! lei mi guarderà come sempre, col sorriso sulle labbra e con un viso da innocente! Mi guarderà come guarda sua figlia quando la bacia sulla fronte e le dice di pregare Iddio. Lo sguardo... lo specchio dell’anima (e alzò le spalle con disprezzo)! più è dolce e pudico e più è falso e corrotto! Lei ne è una prova... e io ci sono cascato come uno stupido. Che rabbia! chissà con che freddezza e con che sprezzo insolente mi avrà guardato attraverso quel suo specchio impostore, quando prima di andare a trovare l’altro... le davo innumerevoli prove di stima e di affetto... le parlavo come a una giovane madre casta e seria, in cui avevo riposto tutte le speranze della mia vita. No! no!» gridò il signor d’Harville in preda a un nuovo accesso di collera, «no! non la vedrò, non voglio vederla... e nemmeno mia figlia... mi tradirei, comprometterei la mia vendetta.»
Uscito dalla sua stanza, anziché passare dalla signora d’Harville si limitò a dire alla cameriera della marchesa:
«Riferirete alla signora d’Harville che stamattina avrei voluto parlarle, ma adesso sono costretto a uscire un momento; se per caso volesse pranzare con me, ditele che sarò di ritorno verso mezzogiorno; altrimenti che non si preoccupi per me.»
«Se le faccio sapere che fra poco sarò di ritorno, ella si crederà molto più libera» pensò il signor d’Harville. E andò al posteggio di carrozze pubbliche vicino a casa sua.
«Vetturino, a ore!»
«Sì, signore, sono le undici e mezzo. Dove andiamo?»
«In rue de Belle-Chasse, all’angolo della rue Saint-Domini-
que, aspetterai sotto il muro di un giardino che si trova là...»
«Sì, signore.»
Il signor d’Harville abbassò le tendine. Dopo un po’ la carrozza arrivò quasi dirimpetto alla casa del marchese. Da quel punto, poteva vedere chiunque fosse uscito da casa sua.
L’appuntamento dato dalla moglie era per l’una; stette ad aspettare con gli occhi ardentemente puntati sulla porta di casa sua.
Preso nel vortice di una collera paurosa gli sembrava che il tempo scorresse con incredibile rapidità.
Suonava mezzogiorno a Saint-Thomas-d’Aquin, quando la porta del palazzo d’Harville si aprì lentamente e la marchesa uscì. «Già!... Ah, che delicatezza! Ha paura di far aspettare l’al-
tro!...» si disse il marchese con feroce ironia.
Il freddo era pungente, il selciato asciutto.
Clémence aveva un cappello nero, con sopra un velo di blonda
dello stesso colore, e un soprabito di seta color uva passa; un immenso scialle di cachemire blu scuro le arrivava fino all’orlo merlettato della gonna che con gesto garbato alzò leggermente prima di attraversare la strada.
Così facendo, scoprì, fino alla caviglia, un piedino snello e ben tornito, magnificamente calzato di uno stivaletto di raso turco.
Cosa strana nonostante le terribili idee che lo sconvolgevano, il signor d’Harville sentì in quel momento che mai come allora il piede di sua moglie gli era sembrato più bello e grazioso. Quella vista lo esasperò; sentì sulla carne i morsi acuti della gelosia sensuale... vide l’altro, in ginocchio, portare con ebbrezza alle labbra quel piede grazioso. In un batter d’occhio tutte le ardenti follie dell’amore, dell’amore appassionato, gli si presentarono alla mente a caratteri di fuoco.
E allora, per la prima volta in vita sua, sentì al cuore un dolore fisico terribile, una fitta intensa, lancinante, penetrante, che gli strappò un grido sordo. Fino ad allora era stata la sua anima a soffrire, perché fino ad allora aveva pensato solo al carattere sacro dei doveri calpestati.
Quello che provò fu così crudele che fece fatica a non far sentire il tremito nella voce quando, alzata un po’ la tendina, disse al vetturino:
«Vedi quella signora con lo scialle blu e col cappello nero che cammina rasente al muro?»
«Sì, signore.»
«Vai al passo, e seguila... Se va al posteggio delle carrozze pubbliche dove sono salito io, fermati, e poi mettiti a seguire la carrozza che prende.»
«Sì, signore... Bene, bene mi piace, c’è da divertirsi!»
Infatti la signora d’Harville era andata al posteggio ed era salita in una carrozza.
Il vetturino del signor d’Harville si apprestò a seguirla. Le due carrozze a un certo momento si mossero. Dopo un po’, il cocchiere del marchese prese la strada della chiesa di Saint-Thomasd’Aquin, e subito dopo vi si fermò.
«Ebbene! che fai?» disse il marchese, stupito.
«Signore, la donna è entrata in chiesa... Corbezzoli!... bella gamba a ogni modo... Mi diverto moltissimo.»
Il signor d’Harville era agitato da mille pensieri contrastanti; dapprima credette che sua moglie, accortasi di essere seguita, avesse voluto far perdere le tracce. Poi pensò che la lettera ricevuta potesse essere forse un’infame calunnia... Se era colpevole, perché simulava una falsa devozione? Era una beffa sacrilega!
Per un momento il signor d’Harville ebbe un barlume di speranza, al considerare il gran contrasto che c’era fra quella falsa devozione e la colpa di cui accusava la moglie.
Ma il conforto di quella illusione non durò molto. Il vetturino si chinò per dirgli:
«Signore, la donna risale in carrozza».
«Seguila...»
«Sì, signore! Molto divertente! Molto divertente!...»
La carrozza passò i lungosenna, il Palazzo Municipale, la rue
Saint-Avoye e quindi arrivò nella rue du Temple.
«Signore» disse il vetturino, voltandosi verso il signor d’Har-
ville, «il collega si è fermato al n. 17, noi siamo al 13, dobbiamo fermarci anche noi?»
«Sì!...»
«Signore, la donna è entrata nell’androne del n. 17.»
«Aprimi lo sportello.»
«Sì, signore...»
Qualche minuto dopo, il signor d’Harville penetrava nell’an-
drone in cui poco prima era entrata sua moglie.
XX
UN ANGELO
La signora d’Harville entrò nella casa.
Richiamati dalla curiosità, la signora Pipelet, Alfred e l’ostri-
caia si erano raggruppati sull’usciolo della portineria.
La scala era così buia che chi veniva dal di fuori non poteva distinguerla; la marchesa, costretta a rivolgersi alla signora Pipelet, le disse con voce alterata, quasi fioca:
«Il signor Charles... signora?»
«Il signor... chi?» ripeté la vecchia, fingendo di non aver capito, per dare tempo al marito e all’ostricaia di osservare bene il volto dell’infelice donna, coperto da un velo.
«Chiedo di... il signor Charles... signora» ripeté Clémence con voce tremante e abbassando la testa per cercare di sottrarsi agli sguardi che la fissavano con insolente curiosità.
«Ah, il signor Charles! Via... parlate così piano che non si capisce... Ebbene, buona signora, dato che andate dal signor Charles, bel giovanotto, perdiana... sempre dritto, la porta di faccia.»
La marchesa, confusa, mise i piedi sul primo gradino.
«Eh, eh, eh» aggiunse la vecchia sogghignando, «pare che sia proprio per oggi. Viva la baldoria! e via!»
«Questo non toglie che il comandante sia un amatore» riprese l’ostricaia, «non è certo una mummia, la sua bella...»
Se non fosse stata costretta a ripassare davanti alla portineria in cui c’era quel gruppo di persone, la signora d’Harville, che stava morendo dalla vergogna e dallo spavento, sarebbe ridiscesa all’istante. Fece un ultimo sforzo e arrivò sul pianerottolo.
Quale non fu il suo stupore!... Si trovò a faccia a faccia con Rodolphe, il quale, mettendole in mano una borsa, le disse precipitosamente:
«Vostro marito sa tutto e vi segue...»
In quel momento si sentì la voce aspra della signora Pipelet gridare:
«Dove andate, signore?»
«È lui!» disse Rodolphe; e aggiunse rapidamente spingendo, per così dire, la signora d’Harville verso la scala del secondo piano:
«Salite al quinto piano; siete venuta a soccorrere una famiglia di disgraziati; si chiamano Morel!...»
«Signore, dovrete passare sul mio corpo se non mi dite, prima di salire, dove andate!» gridò la signora Pipelet sbarrando il passaggio al signor d’Harville.
Questi, avendo visto, da in fondo al viale, sua moglie parlare alla portinaia, s’era fermato anche lui un momento. «Sono con la signora... che è entrata poco fa» disse il marchese.
«Allora è un’altra cosa, passate pure.»
Avendo sentito uno strano rumore, il signor Charles Robert schiuse un tantino la porta della stanza; Rodolphe entrò bruscamente dal comandante e si chiuse dentro nel momento in cui il signor d’Harville arrivava sul pianerottolo. Rodolphe, temendo, nonostante l’oscurità, di poter essere riconosciuto dal marchese, aveva colto questa insperata occasione per sfuggirgli.
Il signor Charles Robert, magnificamente vestito di una vestaglia da camera a fioroni e con in testa un berretto alla greca di velluto ricamato, rimase stupefatto alla vista di Rodolphe che, la sera prima, all’ambasciata non aveva veduto e che in questo momento aveva indosso abiti più che modesti.
«Signore, che significa?»
«Silenzio!» disse Rodolphe a voce bassa e con così grave espressione di angoscia che il signor Charles Robert tacque.
Nel silenzio della scala si udì un rumore violento come di un corpo che cade e ruzzola giù per parecchi gradini.
«Quel disgraziato l’ha uccisa!» esclamò Rodolphe.
«Uccisa!... chi? Ma cosa succede qui?» disse piano Charles Robert impallidendo.
Rodolphe scostò un poco la porta senza rispondere. Vide Tortillard che zoppiconi scendeva in fretta le scale: aveva in mano la borsa di seta rossa che lui stesso aveva prima dato alla signora d’Harville.
Tortillard scomparve.
Si udirono i passi leggeri della signora d’Harville e quelli più gravi del consorte che continuava a seguirla nei piani superiori.
Tranquillizzatosi un po’ pur non capendo come mai quella borsa fosse giunta tra le mani di Tortillard, Rodolphe disse al signor Robert:
«Non muovetevi, siete stato sul punto di compromettere tutto...»
«Ma insomma» riprese il signor Robert stizzito e spazientito, «volete dirmi che cosa significa tutto questo? Chi siete voi, e con quale diritto?...»
«Significa, signore, che il signor d’Harville sa tutto, che ha seguito la moglie fino alla vostra porta e che adesso la sta seguendo là in alto.»
«Ah, Dio mio, Dio mio!» esclamò spaventato Charles Robert congiungendo le mani. «Ma che cosa va a fare lassù?»
«Non vi interessa; non muovetevi finché la portinaia non vi avrà avvertito.»
Lasciato il signor Robert tra stupito e spaventato, Rodolphe scese in portineria.
«Ehi, sentite un po’» disse raggiante la signora Pipelet, «affari seri, affari seri, c’è un signore che pedina la signora. Sarà senz’altro il marito, il cornuto; ho intuito subito tutto, l’ho fatto salire. Adesso si pesterà col comandante, la cosa farà molto chiasso, faranno la coda per venire a vedere la casa come sono andati al n. 36 dove era stato commesso un delitto.»
«Cara signora Pipelet, volete farmi un gran favore?» E Rodolphe mise cinque luigi nella mano della portinaia. «Quando la Signora scenderà... domandatele come vanno i poveri Morel; ditele che fa un’opera buona ad aiutarli così come aveva promesso di fare quando è venuta a prendere informazioni su di loro.»
La signora Pipelet guardava con stupore il denaro di Rodolphe.
«Come... signore, questo oro... è per me?... e la signora non è, allora, nella stanza del comandante?»
«Il signore che la rincorre è il marito. Avvertita in tempo, la povera donna è potuta andare dai Morel a cui finge di portare aiuti; capite?»
«Se capisco! Devo aiutarvi a darla a bere al marito.
La cosa mi calza come un guanto!... Eh, eh, eh! pare quasi quasi che non abbia fatto altro mestiere in vita mia... sentite!...»
A questo punto si vide nella penombra della portineria rizzarsi bruscamente il cappello a rocchetto del signor Pipelet.
«Anastasie» disse gravemente Alfred, «non c’è niente sulla faccia della terra che tu rispetti, sei come il signor César Bradamanti; certe cose non si devono mai disprezzare, neppure quando si è nella più deliziosa intimità...»
«Via, via, vecchio mio, non fare il pudico e gli occhi di bue... non vedi che scherzo. Non sai forse che nessuno al mondo può vantarsi di... Be’, basta... Sono gentile perché voglio accattivarmi il nostro nuovo inquilino che è così buono.» Poi volgendosi a Rodolphe: «Adesso mi vedrete lavorare!... volete restare là nell’angolo, dietro la tenda?... Ecco, stanno arrivando.»
Rodolphe si nascose in fretta.
Il signore e la signora d’Harville stavano scendendo. Il marchese dava il braccio alla moglie.
Quando giunsero dinanzi alla portineria, si poté vedere sul volto del signor d’Harville una profonda felicità, mista a stupore e confusione.
Clémence era pallida ma tranquilla.
«Ebbene, buona signora!...» disse la signora Pipelet uscendo dalla portineria, «li avete visti quei poveri Morel? M’immagino che vi avranno spezzato il cuore. Ah, Dio mio, la vostra è un’azione buonissima... Ve l’avevo detto che erano terribilmente disgraziati l’ultima volta, quando siete venuta a prendere informazioni! Siate certa, signora, che non farete mai troppo per gente così onesta... vero, Alfred?»
Alfred, la cui esagerata discrezione e la cui dirittura naturale si rivoltavano all’idea d’entrare in un complotto anticoniugale, rispose negativamente con un vago grugnito.
La signora Pipelet riprese:
«Alfred ha i suoi crampi al piloro, per questo non si fa capire; altrimenti vi direbbe, anche lui, che quella povera gente pregherà certamente il buon Dio per voi, buona signora.»
Il signor d’Harville guardava la moglie con ammirazione e ripeteva:
«Un angelo! un angelo! Oh, che calunnia!»
«Un angelo! avete ragione, signore, e per giunta un buon angelo di Dio!»
«Andiamo mio caro» disse la signora d’Harville che soffriva orribilmente per il riserbo forzato che s’era imposta non appena era entrata in quella casa; si sentiva allo stremo delle forze.
«Andiamo» ripeté il marchese.
E uscendo dal portone le disse:
«Clémence, ho un gran bisogno di perdono e di pietà!...».
«E chi non ne ha bisogno?» rispose la giovane donna con un
sospiro.
Rodolphe uscì dal nascondiglio, profondamente turbato da
quella scena di terrore, carica di comicità e di volgarità, scioglimento bizzarro d’un dramma misterioso che aveva destato tante passioni contrastanti.
«Ebbene» disse la signora Pipelet, «mi pare di averlo corbellato per benino, quel cornuto. Adesso metterà la moglie sotto una campana di vetro... Pover’uomo... I vostri mobili, signor Rodolphe, non sono ancora stati portati.»
«Me ne occuperò subito... Ora potete avvertire il comandante che può scendere...»
«Va bene... Eh, che commedia!... a quanto pare, ha preso l’appartamento per niente... Ben gli sta... per quei suoi luridi dodici franchi al mese.»
Rodolphe uscì.
«Senti un po’, Alfred» disse la signora Pipelet, «è la volta del comandante, ora... Adesso mi faccio qualche matta risata!»
E salì dal signor Charles Robert. Suonò; le fu aperto. «Comandante,» e Anastasie si portò militarmente il dorso della mano alla parrucca, «sono venuta a liberarvi... Moglie e marito sono partiti, una a braccetto dell’altro in barba a voi e sotto il vostro naso. Non fa niente, l’avete scampata bella... grazie al signor Rodolphe; dovreste accendergli una candela come a un santo!...»
«Chi è il signor Rodolphe, quel tipo sottile con i baffetti?» «In persona.»
«Chi è quell’uomo?»
«Quell’uomo...» rispose corrucciata la signora Pipelet, «vale
quanto un altro, anzi altri due! È un commesso viaggiatore, nostro inquilino, che ha una sola stanza e che non lesina, lui... mi ha dato sei franchi perché gli sbrighi le faccende; sei franchi e subito... anche! sei franchi senza fiatare.»
«Bene... bene... tenete, ecco la chiave.»
«Dobbiamo fare fuoco per domani, comandante?»
«No!»
«E per dopodomani?»
«No! no!»
«Ehi, comandante, vi ricordate? Ve l’avevo detto che sareste
rimasto a bocca asciutta».
Il signor Charles Robert gettò una sguardo sprezzante sulla
portinaia e uscì senza essere riuscito a capire come mai un commesso viaggiatore fosse stato a conoscenza dell’appuntamento che aveva con la marchesa d’Harville.
Uscendo, incontrò nell’androne Tortillard che veniva avanti zoppiconi.
«Sei qui, bel mobile» gli disse la signora Pipelet.
«È venuta a cercarmi la guercia?» domandò il ragazzo alla portinaia, invece di rispondere.
«La Chouette? no, brutto schifoso. Perché poi dovrebbe venire a cercarti?»
«To’, per portarmi in campagna» rispose Tortillard dondolandosi sulla porta della portineria.
«E il tuo padrone?»
«Mio padre ha chiesto al signor Bradamanti di lasciarmi libero per quest’oggi... per andare in campagna... in campagna... campagna...» salmodiò il figlio di Bras-Rouge canticchiando e tamburellando sui vetri della portineria.
«Vuoi finirla, disgraziato?... mi rompi i vetri! Ah, ecco una carrozza.»
«Ah, bene! È la Chouette» disse il ragazzo; «che bellezza viaggiare in carrozza!»
Infatti, attraverso il finestrino, si vide disegnarsi, sullo sfondo rosso della tendina opposta, il profilo glabro e terreo della guercia.
Fece un cenno a Tortillard e questi accorse.
Il vetturino gli aprì lo sportello ed egli salì nella carrozza. La Chouette non era sola.
Nell’altro canto della carrozza, avvolto in un vecchio pastra-
no con il collo foderato di pelo, con il volto mezzo nascosto da un berretto di seta nero calato sopra gli occhi... c’era il Maître d’école.
Le palpebre rosse lasciavano intravedere, diciamo così, due occhi bianchi, immobili, senza pupille, che rendevano ancora più spaventoso quel suo viso imbastito che il freddo venava di livide e violacee cicatrici.
«Forza, marmocchio, coricati sopra i piedi del mio uomo, così glieli terrai caldi» disse la guercia a Tortillard che s’accovacciò tra le gambe del Maître d’école e quelle della Chouette.
«E ora» disse il vetturino, «dritti alla fattoria di Bouqueval! vero, Chouette? Vedrai se so portare o no una carrozza.»
«E soprattutto lancia il cavallo» disse il Maître d’école. «Stai tranquillo, orbo mio, correrà fino alla scorciatoia.» «Vuoi che ti dia un consiglio?» disse il Maître d’école. «Quale?» rispose il vetturino.
«Vola quando passi davanti agli agenti della barriera; potrebbero riconoscerti, per molto tempo hai ronzato nei pressi delle barriere.»
«Terrò gli occhi aperti» rispose l’altro salendo a cassetta.
Abbiamo riportato questo dialogo per dimostrare che il vetturino improvvisato era un brigante, un degno compagno quindi del Maître d’école.
La carrozza partì dalla rue du Temple,
Due ore dopo, verso il calar della notte, la carrozza che portava il Maître d’école, la Chouette e Tortillard si fermò davanti a una croce di legno vicino alla quale si dipanava una strada bassa e deserta che portava alla fattoria di Bouqueval, dove la Goualeuse si trovava sotto la protezione della signora Georges.
XXI L’IDILLIO
Suonavano le cinque alla chiesa del paesello di Bouqueval; il freddo era tagliente, il cielo chiaro; il sole calava lentamente dietro i grandi boschi spogli che fanno da corona alle alture di Ecouen, tingendo di porpora l’orizzonte e gettando raggi pallidi e obliqui sulle vaste pianure invetrate dal gelo.
Sempre, in ogni stagione, i campi hanno qualche aspetto che incanta.
Una volta è l’abbagliante neve a cambiare la campagna in immensi paesaggi d’alabastro che spiegano i loro immacolati splendori sotto un cielo grigio rosa.
Allora il fittavolo solitario, scalato il colle o percorsa la valle, rientra e certe volte è già l’imbrunire: cavallo, mantello, cappello, tutto è coperto di neve; aspro è il freddo, glaciale è la tramontana, cupa è la notte che avanza; ma laggiù, laggiù, fra gli alberi nudi, le finestrelle della fattoria sono allegramente illuminate; l’alto camino di mattoni innalza al cielo una grossa colonna di fumo che dice al fittavolo che lo si sta aspettando: fuoco scoppiettante, parca cena; poi, dopo le chiacchiere della veglia, notte calda e tranquilla mentre fuori il vento impazza e i cani delle fattorie sparse per la pianura abbaiano e si rispondono da lontano.
Un’altra volta è la brina a sospendere agli alberi le sue girandole di cristallo che scintillano al sole d’inverno con i riflessi adamantini del prisma; il terreno arativo umido e grasso è segnato da lunghi solchi dove ripara la fulva lepre e dove corrono allegramente le grigie pernici.
Di tanto in tanto si sente il tintinnare monotono della campanella dell’ariete più grosso di un grande gregge di montoni arrampicati qua e là su per i pendii verdi ed erbosi delle strade incassate; mentre, ben avvolto nella sua mantella grigia a strisce nere, il pastore, seduto ai piedi di un albero, intreccia un paniere di vimini e canta.
Alle volte la scena si anima: l’eco rimanda, attutiti, il suono del corno e le grida della muta; un daino spaventato esce a un tratto dal limite della foresta, balza nella pianura fuggendo atterrito e va a perdersi all’orizzonte in mezzo ad altri boschi.
Le trombe e l’abbaiare si avvicinano; cani bianchi e arancione escono a loro volta dalla fustaia; corrono sulla terra bruna, corrono sugli incolti maggesi; col naso incollato sulla pista, seguono, gridando, le tracce del daino. Dietro a essi vengono i cacciato-
ri, vestiti di rosso, curvi sul collo dei loro veloci cavalli, incitando con grande strepito la muta! Un fragoroso turbinio che passa come un fulmine; il rumore scema e a poco a poco tutto rientra nel silenzio; cani, cavalli, cacciatori spariscono lontano nel bosco dove s’è rifugiato il daino.
Allora risorge la calma, allora il profondo silenzio delle grandi pianure, la pace dei grandi orizzonti sono rotti solo dal canto monotono del pastore.
Scene e siti campestri di questo genere abbondavano nei dintorni del paese di Bouqueval, situato, nonostante non fosse molto lontano da Parigi, in una specie di deserto a cui si poteva arrivare solo attraverso scorciatoie.
Nascosta, d’estate, in mezzo agli alberi, come un nido tra le foglie, la fattoria dove s’era ritirata la Goualeuse appariva allora, mancandole questa cortina di verde, nuda e cruda.
Il ruscello, ghiacciato per il freddo, sembrava un nastro d’argento srotolato alla bell’e meglio in mezzo ai prati, dove, dirigendosi lentamente verso la stalla, stavano pascolando le belle mucche. Al richiamo dell’imminente sera, stormi di colombi calavano uno dopo l’altro sulla cima aguzza della colombaia; i noci immensi che, d’estate, riparavano con la loro ombra il cortile e i fabbricati della fattoria, e che adesso erano senza foglie, mettevano a nudo i tetti di tegole e di paglia, resi vellutati da muschio color smeraldo.
Una carretta carica, trainata da tre cavalli robusti, tozzi, dalla folta criniera, dal mantello lucido, con collari blu muniti di campani e di fiocchi di lana rossa, portava covoni di grano che provenivano da una delle biche della campagna. La carretta giungeva in cortile passando per una porta carraia, mentre un numeroso gregge di montoni s’accalcava a una delle entrate laterali.
Uomini e bestie non vedevano l’ora di essere al riparo dal freddo della notte e di gustare il ristoro del sonno; i cavalli avevano nitrito allegramente alla vista della scuderia, i montoni avevano belato mentre stavano ad assediare il caldo ovile, i coltivatori avevano gettato un’occhiata affamata attraverso le finestre della cucina del pianterreno, dove si stava preparando una cena pantagruelica.
Nella fattoria regnavano un ordine insolito, grandissimo, una pulizia scrupolosa, straordinaria.
Invece di essere coperti di fango secco, buttati qua e là ed esposti alle intemperie delle stagioni, gli erpici, gli aratri, i rulli e gli altri attrezzi aratori, alcuni dei quali erano di recente inven-
zione, stavano allineati, puliti e verniciati sotto una grande tettoia dove i carrettieri andavano a sistemare anche i finimenti dei loro cavalli; vasto, pulito, alberato con gusto, cosparso di sabbia, il cortile non aveva quei mucchi di letame, quelle pozze d’acqua stagnante che deturpano le più belle tenute della Beauce e della Brie; il pollaio, chiuso da una rete metallica verde, riparava e accoglieva tutta la razza pennuta che, la sera, rientrava passando attraverso una porticina che apriva sui campi.
Senza insistere troppo sui particolari, diremo che a ragione la fattoria passava nel paese per essere una fattoria modello in tutto e per tutto, fatto che si doveva attribuire sia all’ordine instaurato, al prestigio della coltivazione e alla bontà dei raccolti, sia alla felice situazione e alla moralità del numeroso personale che lavorava quelle terre.
Fra poco diremo i motivi di questa fortunata superiorità; intanto condurremo il lettore davanti alla porticina a graticcio del pollaio che, con la rustica eleganza dei suoi posatoi, delle sue stie e del suo canaletto incassato fra sassi di roccia dove incessantemente scorreva un’acqua fresca e limpida, accuratamente sgombrata d’inverno dai ghiaccioli che potevano ostruirne il corso, non era da meno della fattoria.
D’improvviso fra gli alati abitanti del pollaio fu come la rivoluzione: le galline scesero dai posatoi schiamazzando, i tacchini gorgogliarono, le faraone squittirono, i colombi abbandonarono il cocuzzolo della colombaia e piombarono sulla sabbia tubando.
L’arrivo di Fleur-de-Marie era la causa di tutta questa frenetica gioia.
Greuze o Watteau non avrebbero potuto mai immaginare un modello più incantevole, se le guance della povera Goualeuse fossero state più piene e più vermiglie; eppure, nonostante il pallore, nonostante l’ovale affilato del volto, l’espressione del suo viso, l’insieme della sua persona, la grazia delle sue attitudini sarebbero stati ancora degni di mettere alla prova il pennello dei grandi pittori nominati.
La cuffietta rotonda di Fleur-de-Marie le lasciava libere la fronte e le bande di capelli biondi; come quasi tutte le contadine dei dintorni di Parigi, sopra la cuffia di cui si vedevano sempre il cocuzzolo e le frange, portava schiacciato, e tenuto, dietro la testa, da due spilli, un largo fazzoletto d’indiana rossa le cui estremità svolazzanti le ricadevano disinvoltamente sulle spalle; copricapo delizioso e pittoresco che la Svizzera e l’Italia dovrebbero invidiarci.
Uno scialletto di batista bianca, incrociato sul petto, era mezzo nascosto dalla pettorina lunga e larga del suo grembiale di tela bigia; un corpino di panno blu con maniche strette le disegnava la vita fine e spiccava sulla grossa gonna di fustagno grigio a strisce scure; un paio di calze bianchissime e un paio di scarpe con coturni nascoste dentro a zoccoletti neri, con sul collo del piede un quadrato di pelle d’agnello, completavano questo costume di rustica semplicità a cui il fascino naturale di Fleur-de-Marie conferiva una grazia straordinaria.
Dal grembiale che teneva alzato con una mano per i due angoli, attingeva il grano a manciate e lo distribuiva alla moltitudine alata da cui era circondata.
Un bel colombo di bianchezza argentata, con becco e piedi di porpora, più audace e più cordiale dei compagni, dopo aver volteggiato per un po’ attorno a Fleur-de-Marie, le si posò alla fine sulla spalla.
La ragazza, per niente nuova a maniere poco complimentose, non cessò di gettare il grano a larghe mani; anzi, volgendo il dolce viso dal profilo incantevole, alzò un po’ la testa e porse sorridendo le rosee labbra al roseo beccuccio dell’amico.
Gli ultimi raggi del sole morente gettavano un pallido riflesso d’oro sulla semplice scena.
XXII
LE INQUIETUDINI
Mentre la Goualeuse era intenta a queste occupazioni di campagna, la signora Georges e il padre Laporte, parroco di Bouqueval, seduti accanto al fuoco nel salottino della fattoria, parlavano di Fleur-de-Marie, che era sempre al centro delle loro conversazioni.
Il vecchio parroco, pensoso, raccolto, con la testa bassa e i gomiti appoggiati sopra le ginocchia, si riscaldava le mani tremanti stendendole con movimento meccanico verso il fuoco del camino.
La signora Georges, intenta a un lavoro di cucito, guardava di tanto in tanto il parroco da cui sembrava aspettare una risposta.
Dopo un momento di silenzio:
«Avete ragione, signora Georges, bisognerà avvertire Rodolphe; se verrà interrogata, Marie è così riconoscente con lui, il suo benefattore, che forse gli confesserà ciò che tiene nascosto a noi...»
«Non è vero, signor parroco? quindi stasera stessa gli scriverò all’indirizzo che m’ha dato, des Veuves...»
«Povera figliola!» riprese il parroco; «dovrebbe sentirsi così felice. Da quale pena può essere afflitta ora come ora?»
«Niente può distorglierla da quella tristezza, signor parroco... neppure l’applicazione che mette nello studio...»
«Ha fatto progressi veramente straordinari nel po’ di tempo che ci occupiamo della sua educazione.»
«Vero, signor parroco? Imparare a leggere e a scrivere quasi correntemente e sapere far di conto tanto da potermi aiutare a tenere la contabilità della fattoria! E poi la cara bambina mi obbedisce così prontamente in tutto e per tutto che mi commuove e mi stupisce insieme. Non si è forse, quasi mio malgrado, stancata tanto da mettermi in pensiero per la sua salute?»
«Meno male che il medico negro ci ha tranquillizzati circa le conseguenze di quella tosse leggera che ci faceva paura.»
«È così buono quel signor David! si è così interessato a lei! Dio mio, come tutti quelli che la conoscono. Qui tutti le vogliono bene e la rispettano. Non c’è da stupirsi, dal momento che, date le nobili e magnanime concezioni del signor Rodolphe, quelli che lavorano alla fattoria sono il fior fiore della gente del paese. Ma anche gli esseri più rozzi e più apatici subirebbero il fascino di quella dolcezza angelica e timida che sembra chiedere sempre pietà. Sventurata fanciulla, come se fosse lei la colpevole!»
Dopo essere stato per un po’ meditabondo, il prete riprese:
«Non m’avete detto che la tristezza di Marie risaliva per così dire al periodo in cui la signora Dubreuil, fittavola del signor duca di Lucenay ad Arnouville, è venuta qui per la festa d’Ognissanti?»
«Sì, signor parroco, mi pare d’averlo notato, eppure la signora Dubreuil, e specialmente sua figlia Claire, modello di candore e di bontà, hanno subìto come tutti il fascino di Marie; tutte e due le danno giornalmente un mucchio di prove d’amicizia; dovete sapere che la domenica i nostri amici d’Arnouville vengono da noi oppure noi andiamo da loro. Orbene sembra quasi che la nostra cara fanciulla, a ogni visita, s’immelanconisca sempre di più, nonostante Claire le voglia già bene come a una sorella.»
«In verità, signora Georges, si tratta di uno strano mistero. Quale sarà la causa di questa pena occulta? Ella dovrebbe sentirsi felice! Tra la sua vita presente e quella passata c’è la stessa differenza che passa tra l’inferno e il paradiso. Non si potrebbe accusarla d’ingratitudine.»
«Lei! santo Dio!... lei... così amabilmente riconoscente per le premure di cui la circondiamo! lei che ha sempre mostrato un’istintiva delicatezza così straordinaria! Che cosa non fa la povera ragazza per guadagnarsi, diciamo così, la vita! non cerca forse di ripagare con tutto quello che fa l’ospitalità che le viene data? E non basta; eccettuata la domenica, in cui esigo che si vesta con un po’ di cura per venire in chiesa con me, ha deciso di portare vestiti semplici come quelli delle ragazze di campagna e, ciononostante, ci sono in lei una distinzione, una grazia così naturali che neanche con tali vestiti cessa d’essere incantevole, vero signor parroco?»
«Ah, com’è facile riconoscere in ciò l’orgoglio materno!» disse il vecchio prete sorridendo.
A quelle parole gli occhi della signora Georges si riempirono di lacrime: pensava al figlio.
Il prete, indovinata la causa di quell’emozione, le disse: «Coraggio! Dio v’ha mandato questa povera figliola per aiutarvi ad aspettare il momento in cui ritroverete vostro figlio. E poi un sacro vincolo vi legherà presto a Marie: una madrina, quando ha capito bene la sua missione, è come una madre. Rodolphe, dal canto suo le ha dato, per così dire, la vita dell’anima traendola dall’abisso... ha compiuto in anticipo i suoi doveri di padrino».
«Non trovate che sia ormai pronta a ricevere quel sacramento che certamente non ha ancora ricevuto?»
«Fra poco, quando ritornerò con lei alla casa parrocchiale, l’avvertirò che la cerimonia avrà luogo probabilmente fra quindici giorni.»
«Forse, signor parroco, celebrerete un giorno un’altra cerimonia altrettanto bella e importante...»
«Che cosa volete dire?»
«Perché, essendo amata quanto merita e avendo scelto un uomo bravo e onesto, Marie non dovrebbe sposarsi?»
Il prete scosse tristemente la testa e rispose:
«Sposarla! Non pensate, signora Georges, che la realtà delle cose ci costringerà a dire tutto a chi volesse sposare Marie... E quale uomo, pur garantendo noi due per lei, affronterebbe il passato che ha insozzato i giovani anni di questa sventurata fanciulla! Nessuno vorrebbe saperne di lei».
«Ma il signor Rodolphe è così generoso! Farebbe per la sua protetta più di quanto non abbia fatto fino ad ora... Una dote...»
«Ahimè!» disse il prete interrompendo la signora Georges, «guai a Marie se chi dovrà sposarla metterà a tacere gli scrupo-
li per sola cupidigia! Le toccherebbe il destino più tormentoso: subito dopo una tale unione verrebbero le crudeli recriminazioni.»
«Avete ragione, signor parroco, sarebbe una cosa orribile. Ah, che brutto destino le è stato riservato!»
«Ha grandi colpe da espiare» disse gravemente il prete.
«Dio mio, signor parroco, lasciata in balìa di se stessa tanto giovane, senza mezzi, senza appoggi, senza possedere quasi la nozione del bene e del male, spinta, suo malgrado, sulla strada del vizio, come poteva non cedere?»
«Avrebbe dovuto essere sorretta e illuminata da un certo buon senso morale; e poi ha cercato di sfuggire al suo orribile destino? Sono dunque così poche a Parigi le anime caritatevoli?»
«No, certo; ma dove cercarle? Prima di scoprirne una, chissà quanti rifiuti, quanta indifferenza! E poi, per Marie, non si trattava di una elemosina passeggera, ma di un aiuto continuo che la mettesse in grado di guadagnarsi onorevolmente la vita... Certo, molte madri avrebbero avuto pietà di lei, ma bisognava avere la fortuna di incontrarle. Ah, credetemi, io so cos’è la miseria... A meno di un caso miracoloso simile a quello che, ahimè troppo tardi, ha portato Rodolphe a conoscere Marie; a meno, dico di uno di questi casi, gli infelici, le cui richieste vengono quasi sempre brutalmente respinte subito, finiscono col credere che la pietà è qualcosa d’introvabile, e incalzati dalla fame... dalla fame così imperiosa finiscono col buttarsi spesso nel vizio per cercare gli aiuti che non sperano di ottenere dalla compassione.»
In quel momento la Goualeuse entrò nel salotto.
«Da dove venite, figliola?» le chiese premurosa la signora Georges.
«Dal frutteto, signora, dopo essere stata al pollaio e averne chiuso le porticine. I frutti sono conservati molto bene salvo qualcuno che ho levato.»
«Perché, Marie, non avete detto a Claudine di fare questo lavoro? Vi sarete stancata ancora.»
«No, no, signora, mi piace tanto il mio frutteto, il profumo dei frutti maturi è così buono!»
«Un giorno, signor parroco, dovreste visitare il frutteto di Marie» disse la signora Georges. «Non vi immaginate neanche con quanto buon gusto l’ha sistemato: ogni specie di frutti è separata da un festone di vite e i frutti a loro volta sono divisi in scompartimenti bordati di muschio.»
«Oh, signor parroco, sono sicura che sarete contento» disse ingenuamente la Goualeuse. «Vedrete che bell’effetto fa il muschio attorno alle mele rosse, alle belle pere color oro. Ci sono soprattutto le mele appiole che sono così carine, che hanno certi colori bianchi e rosa così graziosi che sembrano testoline di cherubini in un nido di muschio verde» aggiunse la ragazza con l’esaltazione di un artista per la propria opera.
Il parroco guardò sorridendo la signora Georges e disse a Fleur-de-Marie:
«Ho già visto e ammirato la cascina a cui voi figliola sovrintendete; anche l’amministratrice più severa ne avrebbe invidia; uno di questi giorni andrò ad ammirare il vostro frutteto, le belle mele rosse, le belle pere color oro e sopratutto le piccole mele-cherubino nel loro letto di muschio. Ma ecco che fra poco il sole tramonterà, avrete appena il tempo di condurmi alla casa parrocchiale e di ritornare qui prima di notte... Prendete, figliola, la vostra mantellina e partiamo... Ma adesso che ci penso, il freddo è veramente troppo pungente; restate pure, mi farò accompagnare da qualcuno della fattoria.»
«Ah, signor parroco, la rendereste infelice» disse la signora Georges, «è tanto contenta di potervi riaccompagnare così ogni sera!»
«Signor parroco» aggiunse la Goualeuse alzando verso il prete i timidi e grandi occhi blu, «potrei pensare che non siete contento di me, se non mi permetteste di accompagnarvi come faccio di solito.»
«Io? figliola... presto, presto, prendetevi allora la mantellina e copritevi per bene.»
Fleur-de-Marie si buttò in fretta sulle spalle una specie di pelliccia con un cappuccio di grosso panno di lana biancastra bordato da un nastro di velluto nero e offrì il braccio al prete.
«Meno male» disse questi, «che la strada è tutt’altro che piena di pericoli...»
«Siccome oggi è un po’ più tardi degli altri giorni» riprese la signora Georges, «volete, Marie, che qualcuno della fattoria venga con voi?»
«Mi crederebbero una paurosa...» rispose Marie sorridendo; «non c’è neanche un quarto d’ora di strada da qui alla casa parrocchiale, sarò di ritorno prima di notte.»
«Non insisto, perché mai, grazie a Dio, si è sentito parlare di vagabondi nel paese.»
«Altrimenti non accetterei il braccio di questa cara figliola» disse il prete, «nonostante esso mi sia di grande aiuto.»
Il prete se ne andò subito dalla fattoria appoggiandosi al braccio di Fleur-de-Marie che regolava il proprio passo leggero sull’incedere lento e faticoso del vecchio.
Dopo un po’ il prete e la Goualeuse arrivarono nei pressi della strada incassata dove erano imboscati il Maître d’école, la Chouette e Tortillard.
PARTE TERZA
I L’AGGUATO
La chiesa e la casa parrocchiale di Bouqueval sorgevano a mezza costa in un castagneto, da cui si dominava il paese.
Fleur-de-Marie e il prete presero un sentiero tortuoso che portava alla casa parrocchiale, attraversando la strada bassa che tagliava diagonalmente la collina.
La Chouette, il Maître e Tortillard, nascosti in un’anfrattuosità di questa strada, videro il prete e Fleur-de-Marie scendere nel burrone e uscirne per una salita alquanto ripida. Il volto della ragazza era nascosto sotto il cappuccio della mantellina, così che la vecchia non riconobbe quella che era stata la sua vittima.
«Zitto, compare!» disse la vecchia al Maître, «la ragazzetta e il prete hanno appena passato la strada incassata; stando alla descrizione che ci ha dato il signore in lutto, si tratta proprio di lei: vestito da contadina, statura media, sottana a righe scure, mantellina di lana con il bordo nero. Accompagna tutti i giorni il prete alla sua casetta e poi torna indietro sola. Quando, al ritorno, giungerà in fondo alla strada, bisognerà saltarle addosso, prenderla e portarla nella carrozza.»
«E se chiama aiuto?» rispose il Maître, «la sentiranno dalla fattoria dal momento che, come avete detto, da qui se ne vedono i fabbricati, perché avete occhi buoni... voi altri» aggiunse con voce sorda.
«Certo che i fabbricati sono molto vicini» disse Tortillard. «Un momento fa mi sono arrampicato fino in cima al pendio strisciando sul ventre. Ho sentito un carrettiere che parlava ai cavalli in quel cortile laggiù.»
«Allora ecco quello che dobbiamo fare» riprese il Maître d’école dopo un momento di silenzio: «Tortillard starà di guardia all’inizio del sentiero. Quando vedrà spuntare da lontano la piccola, le andrà incontro gridando che è figlio di una povera vecchia che si è fatta male cadendo nella strada bassa e supplicherà la ragazza di aiutarlo.»
«Ho capito, furfante. La povera vecchia sarà la Chouette. Ottima idea. Vecchio mio, hai sempre una gran testa, tu! E dopo, che cosa faccio?»
«Ti imboscherai per bene nella strada bassa dalla parte dove Barbillon aspetta con la carrozza... io mi nasconderò vicino. Quando Tortillard ti avrà portato la piccola in mezzo al burrone, non piangere più, piombale addosso, con una mano afferrale il collo e con l’altra tappale la bocca per impedirle di gridare...»
«Lo so, furfante... come per la donna del canale Saint-Martin, quando l’abbiamo fatta annegare dopo averle rubato la negresse1 che portava sotto il braccio; lo stesso scherzetto, vero?»
«Sì, sempre lo stesso... Mentre tu terrai ferma la piccola, Tortillard correrà da me; tutti e tre insieme avvolgiamo la ragazza nel mio mantello, la portiamo nella carrozza di Barbillon e di lì via alla spianata di Saint-Denis, dove ci aspetta l’uomo in lutto.»
«Questa sì che è una cosa ben fatta! Senti, per me, sei unico. Se potessi, ti farei scoppiare un fuoco d’artificio sulla testa e ti illuminerei come i vetri colorati della festa di Saint Charlot, patrono dei boia. Ascolta un po’ queste cose, marmocchio, se vuoi diventare un bravo criminale, impara da lui che è una gran testa; questo è un uomo!...» disse orgogliosamente la Chouette a Tortillard.
Poi rivolgendosi al Maître d’école:
«A proposito, tu non sai: Barbillon ha una paura matta di essere condannato a morte.»
«Perché?»
«Tempo fa ha ucciso in una lite il marito di una lattaia che ogni mattina veniva dalla campagna in un carrettino tirato da un asino, per vendere latte nella Cité, all’angolo della rue de la VieilleDraperie vicino alla bettola del Lapin Blanc.»
Il figlio di Bras-Rouge, non capendo il loro gergo, ascoltava la Chouette con una specie di curiosità delusa.
«Ti piacerebbe, eh, marmocchio, sapere quello che diciamo!» «Caspita! mi piacerebbe sì...»
«Se farai il bravo, ti insegnerò il nostro gergo. Presto avrai l’età
in cui potrà servirti. Sei contento, bello?»
«Lo credo bene! E poi mi piacerebbe restare con voi piutto-
sto che con quel vecchio mascalzone di ciarlatano a pestare le sue droghe e a strigliare il suo cavallo. Se sapessi dove nasconde quel suo veleno per gli uomini, gliene metterei un po’ nella minestra per non essere più costretto a faticare per lui.»
1 Negresse: cassettina ricoperta di tela cerata nera.
La Chouette scoppiò a ridere e disse al Tortillard attirandolo a sé:
«Vieni subito a dare un bacetto alla mamma, tesoruccio. Come sei carino...! Ma come fai a sapere che il tuo padrone ha un veleno per gli uomini?».
«Be’! gliel’ho sentito dire un giorno che ero nascosto nel ripostiglio scuro della stanza dove mette le bottiglie, le macchine d’acciaio e dove armeggia con i vasetti...»
«Che cosa gli hai sentito dire?»
«L’ho sentito dire a un signore mentre gli dava un po’ di polvere in una carta: “Basta prenderla tre volte per andare a riposare sotto terra... senza che si sappia come e perché e senza che resti alcuna traccia...”»
«E chi era questo signore?» domandò il Maître.
«Un uomo giovane e bello che aveva baffi neri e un viso grazioso come quello di una signora... È ritornato un’altra volta; ma questa volta, quando se n’è andato, l’ho seguito per ordine del signor Bradamanti per sapere dove alloggiava. Il signore è entrato in una bella casa di rue de Chaillot. Il padrone mi aveva detto: “Segui quel signore dovunque vada e aspettalo alla porta; se esce, continua a seguirlo finché non esce più da dove è entrato, questo proverà che egli abita lì; allora, mio caro Tortillard, fatti in quattro per saperne il nome... se no, io, ti torcerò ben bene le orecchie”.»
«Ebbene?»
«Ebbene! mi sono fatto in quattro e ho saputo il nome del bel signore.»
«E come hai fatto?» domandò il Maître d’école.
«Be’... non sono mica scemo io, sono andato dal portiere della casa di rue de Chaillot, da dove il signore non usciva più; un portiere incipriato con addosso un bel vestito scuro gallonato d’argento... Gli ho detto così: “Caro signore, sono venuto a prendermi i soldi che il padrone di qui mi ha promesso per avergli ritrovato e riportato il cane, una bestiola nera che si chiama Trompette; prova ne sia che questo signore che è bruno, ha baffi neri, una prefettizia biancastra e calzoni blu chiaro, mi ha detto di abitare in rue de Chaillot al n. 11 e di chiamarsi Dupont”.»
«“Il signore di cui parli è il mio padrone ed è il signor visconte di Saint-Remy: se qui c’è un cane, questo sei tu, monellaccio; perciò fila via prima che ti strigli, ti insegno io a volermi spillare cento soldi” mi rispose il portiere, accompagnando queste parole con una gran pedata... A ogni modo» riprese filosoficamente Tortillard, «sapevo il nome del bel signore dai baffi neri che
veniva a prendere dal mio padrone il veleno per gli uomini; si chiama visconte di Saint-Remy, my, my, di Saint-Remy» aggiunse il figlio di Bras-Rouge, canticchiando, come il suo solito, le ultime parole.
«Sei proprio da mangiare, ragazzaccio!» disse la Chouette, abbracciando Tortillard; «come è furbo! Vedi, meriteresti che fossi tua madre, briccone!»
Queste parole fecero una particolare impressione sullo zoppetto; la sua faccia cattiva, beffarda e furba, diventò improvvisamente triste; sembrò prendere sul serio le espansioni materne della Chouette e rispose:
«E anch’io vi voglio molto bene, perché il primo giorno in cui siete venuta a prendermi al Coeur Saignant da mio padre, mi avete baciato... Dopo la morte di mia madre, solo voi mi avete accarezzato, tutti mi bastonano o mi cacciano come un cane rognoso, tutti perfino la portinaia, comare Pipelet.»
«Vecchia stracciona, proprio lei fa la difficile» disse la Chouette prendendo un’aria indignata a cui Tortillard credette, «respingere l’affetto di un ragazzo come questo!...»
E la guercia abbracciò di nuovo Tortillard con affezione grottesca.
Il figlio di Bras-Rouge, profondamente toccato da questa nuova prova d’affetto, rispose con espansione e gridò con riconoscenza:
«Ordinate, vedrete come vi obbedirò bene... come vi servirò!...» «Davvero? Ebbene, non avrai da pentirtene.»
«Oh come vorrei restare con voi!»
«Prima fai il bravo, poi vedremo; tu vecchio mio, non devi la-
sciarci soli noi due.»
«No» disse il Maître d’école, «tu mi guiderai come un pove-
ro cieco, dirai che sei mio figlio; ci introdurremo nelle case; e lì un macello!» aggiunse l’assassino con collera, «e con l’aiuto della Chouette, faremo ancora buoni colpi; mostrerò io a quel demonio di Rodolphe... che mi ha accecato, che non sono ancora finito. Mi ha tolto la vista, ma non è riuscito a togliermi il pensiero del male; io sarò il cervello, Tortillard gli occhi e tu Chouette la mano; m’aiuterai eh?»
«Sai che ti seguirei anche sulla forca, furfante! Non sono forse corsa subito al tuo paese, da quegli stupidi dei tuoi compaesani, dicendo che ero tua moglie, quando, appena uscita dall’ospedale, ho saputo che avevi mandato dall’ostessa quel semplicione di Saint-Mandé a chiedere di me?»
Le parole della guercia destarono nella mente del Maître d’école un brutto ricordo. Allora, cambiando bruscamente tono e linguaggio con la Chouette, gridò con voce piena d’ira:
«Sì, mi annoiavo, mi sentivo troppo solo in mezzo a tutta quella brava gente; dopo un mese non potevo più resistere... avevo paura... Allora mi è venuta l’idea di farti chiamare. E mal me ne incolse!» aggiunse con un tono che andava inasprendosi sempre più, «l’indomani del tuo arrivo non mi restava più neanche un soldo del denaro che m’ero fatto dare da quel demonio dell’allée des Veuves. Sì... mentre dormivo, mi hanno rubato la cintura piena d’oro che avevo... Solo tu potevi fare il colpo: per questo adesso sono in tua balìa... Ecco, ogni volta che penso a questo fatto non capisco perché non debba ucciderti sul posto... vecchia ladra!».
E fece un passo in direzione della vecchia.
«Guai a voi se toccate la Chouette!» gridò Tortillard.
«Vi schiaccerò tutti e due, brutte vipere che non siete altro!»
rispose il brigante con rabbia. E sentendo che il figlio di BrasRouge gli parlava da vicino, gli allungò a caso un pugno così violento che, se l’avesse preso, l’avrebbe ammazzato.
Tortillard, per vendicarsi e per vendicare nello stesso tempo la Chouette, raccolse un sasso, mirò al Maître d’école e lo colpì sulla fronte.
Il colpo non fu pericoloso, ma il dolore fu molto forte. Il brigante si alzò furioso, terribile come un toro ferito; avanzò a caso di qualche passo, ma inciampò.
«Pericolo!» gridò la Chouette sbellicandosi dalle risate.
Nonostante il delitto la legasse a quel mostro, ella aveva parecchie ragioni per considerare con una specie di gioia feroce l’annientamento di un uomo una volta così temibile e così vanitoso della sua forza atletica.
La vecchia giustificava così, a suo modo, la terribile massima di La Rochefoucauld: che «nella disgrazia dei nostri migliori amici, c’è sempre qualcosa che ci fa piacere.»
Il ragazzaccio dai capelli gialli e dalla faccia di faina divideva l’ilarità della vecchia. Bastò che il Maître d’école inciampasse un’altra volta perché gridasse:
«Apri un po’ l’occhio, vecchio mio, aprilo, su!... Stai andando storto, non vedi che cammini a zig zag... Non ci vedi bene?... Cerca di pulire meglio le lenti degli occhiali!»
Nell’impossibilità di prendere il ragazzo, il nostro erculeo delinquente si fermò, batté il piede con rabbia, si portò le enormi
mani pelose agli occhi e mandò un ruggito rauco come quello di una tigre che avesse la museruola.
«Vecchio, hai la tosse!» disse il figlio di Bras-Rouge. «Tieni, ecco un po’ della nota liquirizia; me l’ha data un gendarme, non devi per questo fare lo schizzinoso!»
E raccolse una manciata di sabbia fine che gettò in faccia all’assassino.
Colpito in viso dalla sventagliata di ghiaia, il Maître d’école ebbe a soffrire più per questo nuovo insulto che per la sassata; difatti le livide cicatrici impallidirono, egli distese le braccia come in un moto d’indicibile disperazione poi, alzando al cielo l’orribile faccia, gridò con voce profondamente supplichevole:
«Dio mio, Dio mio, Dio mio!»
In un uomo macchiatosi di tutti i delitti e davanti al quale fino a poco tempo prima tremavano i briganti più audaci, questo appello involontario alla misericordia divina aveva qualcosa di soprannaturale.
«Ah! ah! ah! il malandrino che si sbraccia» gridò la Chouette, sghignazzando. «Stai farneticando, vecchio mio, dovresti chiamare il diavolo in tuo aiuto.»
«Ma un coltello almeno che mi uccida!... un coltello!!! dal momento che tutti mi abbandonano...» gridò il miserabile mordendosi i pugni con furia selvaggia.
«Un coltello? ne hai uno in tasca, malandrino, e ben affilato. Il vecchietto della rue du Roule e il mercante di buoi hanno dovuto raccontarne di belle alle talpe.»
Il Maître d’école, vistosi spinto al suicidio, cambiò discorso e riprese allora con voce fiacca e sorda:
«Lo Chourineur sì che era buono, non mi ha derubato, ha avuto pietà di me».
«Perché mi hai detto di avere rubato il tuo oro?» disse la Chouette, trattenendo a stento la voglia di ridere.
«Nessuno, all’infuori di te, è entrato nella mia camera» rispose il brigante; «sono stato derubato la notte del tuo arrivo, di chi vuoi che sospetti? I contadini non facevano queste cose.»
«Perché poi i contadini non dovrebbero rubare come gli altri? perché bevono latte e vanno a far l’erba per i loro conigli?»
«Insomma, sta di fatto che io sono stato derubato.»
«È colpa della tua Chouette? O bella, pensaci un po’! Se tu mi avessi sospettata, credi che sarei restata con te dopo il colpo? Sei scemo! Certo che t’avrei rubato il denaro, se avessi potuto; ma ti assicuro che, appena finito il denaro, sarei ritornata, perché, no-
nostante i tuoi occhi bianchi, tu mi piaci lo stesso, brigante! Vai, sii un po’ gentile, non digrignare i dentini altrimenti finirai col rovinarteli.»
«Sembra che rompa le noci!» disse Tortillard.
«Ah! ah! ah! ha ragione il ragazzino. Su, calmati, vecchio mio, e lascialo ridere, è giovane, lui! Ma tu non sei giusto, confessalo; quando quel beccamorto del signore in lutto mi ha detto: “Ci sono mille franchi per voi se riuscite a rapire la ragazza che vive nella fattoria di Bouqueval e a portarla in un punto della spianata di Saint-Denis che vi indicherò”; rispondi, malandrino, non ti ho forse proposto subito di essere del colpo, invece di scegliere qualcuno che avesse dei buoni occhi? Chiamiamola pure un’elemosina quella che ti faccio. Perché, tranne che per tenere ferma la piccola mentre io con Tortillard l’avvolgo nel mantello, tu non servirai ad altro, sarai un po’ come la quinta ruota di un omnibus. Ma, non importa, a parte il fatto che ti avrei derubato se avessi potuto, mi piace farti del bene. Voglio che tu debba tutto alla tua amata Chouette: è la mia tattica!! Daremo 200 franchi a Barbillon per aver guidato la carrozza e per esser venuto qui una volta con un domestico del signore in lutto a vedere il posto in cui dovevamo nasconderci e aspettare la piccola... e con gli ottocento franchi che resteranno per noi due soli, faremo bisboccia. Che cosa ne dici? Ebbene! sei ancora arrabbiato con la tua vecchia?»
«Chi mi assicura che, a colpo fatto, mi darai qualcosa?» disse il brigante con cupa diffidenza.
«Potrei anche non darti niente del tutto, è vero, perché, vecchio mio, sei in mio potere, come una volta la Goualeuse. Bisogna quindi che tu faccia quello che voglio io in attesa che il diavolo non ti porti via, eh! eh! eh!... Ebbene malandrino, tieni ancora il broncio alla tua Chouette?» aggiunse la guercia battendo sulla spalla del brigante che continuava a essere cupo e silenzioso.
«Hai ragione» disse con un sospiro di rabbia concentrata «è il mio destino. Io! io! alla mercé di un ragazzetto e di una donna che una volta avrei ucciso con un soffio! Oh! Se non avessi così paura della morte!» disse e ricadde a sedere sul ciglio della scarpata.
«Non essere vigliacco adesso! non essere vigliacco!» continuò la Chouette con disprezzo. «Parlaci subito della tua coscienza, così sarà più divertente. Senti, se non ne hai il coraggio, prendo il volo e così ti pianto.»
«E non potermi vendicare dell’uomo che, accecandomi così, mi ha messo nell’orribile situazione in cui mi trovo e da cui non
uscirò mai!» gridò il Maître d’école in un accesso di rabbia. «Oh! ho tanta paura della morte! sì... ho tanta paura; ma se mi venissero a dire: “Quell’uomo te lo metteremo fra le braccia... fra le braccia... poi vi getteremo giù per un burrone”; io direi: “Gettatemi pure... sì; perché sarei sicuro di arrivare in fondo senza averlo lasciato.” E mentre rotoliamo assieme, gli morderei il viso, la gola, il cuore, lo ucciderei a furia di morsi, insomma! un coltello non potrebbe far di meglio!»
«Finalmente, furfante, ecco come mi piaci. Stai tranquillo... lo ritroveremo quel pezzente di Rodolphe e con lui anche lo Chourineur. Dopo essere uscita dall’ospedale, sono andata a gironzolare nell’allée des Veuves... era tutto chiuso. Ma ho detto al signore in lutto: “Tempo fa, voi volevate pagarci per combinare qualcosa contro quel mostro del signor Rodolphe; dopo l’affare della ragazza, per cui ci teniamo pronti, non si potrebbe organizzare un colpo contro di lui?”. “Forse...” mi ha risposto. Capisci, furfante? Forse... Coraggio, vecchio mio; ci verrà la nausea di Rodolphe; te lo dico io, ci verrà la nausea!»
«Davvero, non mi abbandonerai?» disse il brigante alla Chouette con tono sottomesso e sospettoso a un tempo. «Se tu mi abbandonassi adesso, che ne sarebbe di me?»
«Questo è vero. Senti un po’, come sarebbe divertente se io e Tortillard ce la svignassimo con la carrozza e ti lasciassimo qui, in mezzo ai campi, di notte, al freddo, che sarà senz’altro pungente! Sarebbe uno spettacolo divertente, eh, brigante?»
A questa minaccia, il Maître d’école ebbe un fremito; si avvicinò alla Chouette e le disse tremando:
«No, no, non puoi farlo, Chouette... e neppure tu, Tortillard... sarebbe una cosa troppo crudele.»
«Ah! ah! ah! troppo crudele... com’è ingenuo. E il vecchietto della rue du Roule! e il mercante di buoi! e la donna del canale Saint-Martin! e il signore dell’allée des Veuves! credi che il tuo coltellaccio abbia fatto loro delle carezze? Perché, poi, non potremmo, a nostra volta, farti uno scherzetto?»
«Ebbene, lo confesso» disse cupamente il Maître d’école «sì ho avuto torto a sospettare di te, ho avuto torto anche a voler picchiare Tortillard: ti chiedo scusa, capito... e anche a te Tortillard... sì, vi chiedo scusa a tutti e due.»
«Voglio che tu chieda scusa in ginocchio per aver voluto picchiare la Chouette» disse Tortillard.
«Briccone di un monellaccio! sei uno spasso» disse la Chouette ridendo; «eppure mi ha fatto venire voglia di vedere che faccia fa-
rai, vecchio mio. Su, in ginocchio, come se dovessi parlare d’amore alla tua Chouette; sbrigati o ti piantiamo; e t’avverto che fra mezz’ora sarà notte.»
«Notte o giorno, tanto è la stessa cosa per lui!» disse Tortillard beffardo. «Questo signore tiene sempre le imposte chiuse, ha paura di rovinarsi la carnagione.»
«Eccomi in ginocchio. Ti chiedo scusa, Chouette... e anche a te, Tortillard. Ebbene, siete contenti?» disse il brigante inginocchiandosi in mezzo alla strada. «Adesso non mi abbandonerete, vero?»
Lo strano gruppo, incorniciato fra i pendii del burrone, illuminato dai chiarori rossastri del crepuscolo, era orribile a vedersi. In mezzo alla strada, il Maître d’école, supplichevole, tendeva verso la guercia le mani potenti; una capigliatura folta e selvaggia gli scendeva, come una criniera, sulla fronte livida; le palpebre rosse, smisuratamente aperte per la paura, lasciavano vedere per metà le pupille immobili, spente, vitree, morte... Lo sguardo
di un cadavere.
Le spalle formidabili si curvavano umilmente. Il nostro erco-
le era costretto a inginocchiarsi tremante ai piedi di una vecchia e di un ragazzo.
La guercia, avvolta in uno scialle di tartano rosso, con la testa coperta da un cappello di tulle nero, da cui uscivano alcune ciocche grigie, sovrastava il Maître d’école di tutta la statura. Il viso ossuto, scuro, rugoso, terreo della vecchia dal naso adunco esprimeva una gioia insultante e feroce; l’occhio ferino brillava come un carbone ardente; il ghigno sinistro che le increspava le labbra adombrate da lunghi peli lasciava intravedere tre o quattro grossi denti gialli e senza gengive.
Tortillard, vestito di un camiciotto stretto alla vita da una cintura di cuoio, stava ritto su un piede solo, appoggiandosi a un braccio della Chouette per tenersi in equilibrio.
La faccia di questo ragazzo, malaticcio, furbo e pallido come i suoi capelli, esprimeva in quel momento una cattiveria beffarda e diabolica.
L’ombra allungata sulla china del burrone non faceva che raddoppiare l’orrore della scena, avvolta in parte nella ormai crescente oscurità.
«Ma promettetemi almeno di non abbandonarmi!...» ripeté il Maître d’école, impaurito dal silenzio della Chouette e di Tortillard che godevano del suo spavento. «Siete andati via?» aggiunse l’assassino sporgendosi per ascoltare e stendendo macchinalmente le braccia.
«No, no, vecchio mio, non siamo andati via; non aver paura. Abbandonarti? piuttosto morire! Per tranquillizzarti, ti dirò una volta per sempre il perché non ti abbandonerò mai. Stammi bene a sentire: m’è sempre piaciuto moltissimo avere qualcuno a cui far sentire le mie unghie... animali o persone. Prima della Pégriotte (se il diavolo almeno me la riportasse! perché ho sempre la mia idea... di passarle il vetriolo sulla faccia), prima della Pégriotte avevo un ragazzino che è morto mentre lo torturavo; per questo sono stata sei anni in prigione; in quegli anni sono diventata l’incubo degli uccelli: li allevavo per spennarli vivi, ma ci rimettevo perché morivano subito. Uscita di prigione, ho avuto tra le grinfie la Goualeuse; ma la bricconcella è fuggita quando ancora potevo divertirmi sulle sue carni. Dopo ho avuto un cane che ha patito quanto lei; ho finito col tagliargli due zampe, una davanti e una di dietro: era costretto a un’andatura così buffa che mi faceva ridere, ma ridere fino a scoppiare.»
«La stessa cosa voglio farla a un cane di mia conoscenza che mi ha morso» disse Tortillard.
«Quando ti ho incontrato, vecchio mio» continuò la Chouette, «stavo torturando un gatto... Orbene! adesso sarai tu il mio gatto, il mio cane, il mio uccello, la mia Pégriotte; tu sarai... l’animale da torturare, insomma... Capisci, vecchio mio? invece di un uccello o di un bambino da tormentare, diciamo pure anche di un lupo o una tigre, avere te è più bello.»
«Vecchia strega» gridò il Maître d’école gonfiandosi di rabbia. «E via; ecco che fai ancora il broncio alla tua vecchia!» «Ebbene! lasciala, sei padrone di farlo. Mica ti giudico un tra-
ditore per questo...»
«Sì, la porta è aperta, vai a occhi chiusi e sempre diritto!» disse
Tortillard, scoppiando in una risata.
«Oh morire!... morire!...» gridò il Maître d’ecole, torcendosi
le braccia.
«Ti ripeti, vecchio mio, questo l’hai già detto, Tu, morire!
scherzi, sei solido come il Pont-Neuf, lascia stare, va’, vivrai per fare la felicità della tua Chouette. Di tanto in tanto ti farò soffrire perché io ci godo a farti soffrire, d’altronde dovrai pur guadagnarti il pane che ti darò; ma se starai buono, potrai partecipare a qualche bel colpo, come fai oggi, e ad altri di migliori in cui potrai essere utile; sarai insomma il mio cane fedele. Quando ti dirò: portalo qui, tu lo porterai; mordi, tu morderai. Dopo di che, devo dirti, vecchio mio, che non intendo obbligarti con la forza; se al posto della vita che ti propongo, preferisci vivere di
rendita, scarrozzare con una bella donnina, essere insignito della croce della Legione d’onore, avere la bella carica di giudice, vederci bene anziché essere cieco, non fare complimenti; è facile, non hai che da dirlo, ti serviremo il tutto ben caldo... non è vero Tortillard?»
«Caldissimo, bollentissimo, subitissimo!» rispose il figlio di Bras-Rouge con una sghignazzata. Ma, chinandosi improvvisamente verso terra, disse sottovoce:
«Sento dei passi, qualcuno sta venendo per il sentiero, nascondiamoci... Non è la ragazza perché viene dalla stessa parte da cui è giunta lei...»
Infatti, una contadina robusta, ben piantata, seguita da un grosso cane da pagliaio e con sulla testa un cesto coperto, apparve dopo alcuni istanti, attraversò il vallone e prese il sentiero che stavano percorrendo il prete e la Goualeuse.
Ora noi andremo a raggiungere questi due personaggi e lasceremo i tre complici in agguato sulla strada bassa.
II
LA CASA PARROCCHIALE
Le ultime luci del sole si spegnevano lentamente dietro la macchia imponente del castello d’Ecouen e dei boschi che lo circondavano; tutto d’intorno si stendevano a perdita d’occhio vaste pianure segnate da solchi profondi, invetriate dal gelo... immensa solitudine in cui il casale di Bouqueval aveva tutta l’apparenza di un’oasi.
Il cielo, perfettamente sereno, era venato verso ponente di lunghi strascichi di porpora, indizio inequivocabile di freddo e di vento; i toni, dapprima di un rosso vivo, diventavano viola a mano a mano che il crepuscolo invadeva l’atmosfera.
Una luna falcata, fine, piccola come mezzo anello d’argento, cominciava a brillare piano piano in un isolotto d’ombra e d’azzurro.
Il silenzio era alto, l’ora solenne.
Il prete si fermò un momento in cima alla collina per godersi la vista della bella serata.
Dopo qualche istante di raccoglimento, stese una mano tremante verso il profondo orizzonte mezzo velato dalle nebbioline della sera, e disse a Fleur-de-Marie che camminava pensierosa accanto a lui:
«Guardate, fanciulla, l’immensità sconfinata... non s’ode un rumore di sorta... mi sembra che il silenzio e l’infinito ci diano quasi un’idea dell’eternità... Vi dico questo, Marie, perché voi siete sensibile alle bellezze della creazione. Spesso mi sono commosso davanti all’ammirazione religiosa che esse vi ispiravano, a voi... che ne siete stata per tanto tempo privata. Non vi sentite presa anche voi come me dalla calma maestosa che regna in quest’ora?»
La Goualeuse non disse nulla.
Stupito, il prete la guardò; piangeva.
«Che cosa avete, figliola?»
«Padre, sono molto infelice!»
«Infelice? voi... in questo momento infelice?»
«So che non ho il diritto di lamentarmi della mia sorte, dopo
tutto quello che è stato fatto per me... eppure...» «Eppure?»
«Ah, padre, perdonate le mie pene; esse forse offendono i miei benefattori...»
«Ascoltate, Marie, noi vi abbiamo domandato spesso il motivo della tristezza che a volte vi angoscia e che arreca alla vostra seconda madre tante inquietudini... Voi avete evitato di risponderci; noi abbiamo rispettato il vostro segreto anche se ci addolora il non poter alleviare le vostre pene.»
«Ahimè! padre, non so dirvi quello che mi succede. Poco fa anch’io, come voi, mi sono sentita commossa alla vista di questa serata calma e triste... il cuore mi si è spezzato... e ho pianto...»
«Ma che cosa avete, Marie? Sapete benissimo quanto siete benvoluta... Via, confessatemi tutto. D’altronde posso dirvi questo; si avvicina il giorno in cui la signora Georges e il signor Rodolphe vi presenteranno al fonte battesimale, prendendo davanti a Dio l’impegno di proteggervi per sempre.»
«Il signor Rodolphe? lui... che mi ha salvata!» esclamò Fleurde-Marie congiungendo le mani; «si sarebbe degnato di darmi questa nuova prova di affetto! Oh, sentite, non vi nasconderò più niente, ho paura di sembrare troppo ingrata.»
«Ingrata! e come?»
«Perché voi possiate capire, dovrò parlarvi dei primi giorni in cui sono venuta alla fattoria.»
«Vi ascolto; parleremo camminando.»
«Sarete indulgente, non è vero padre? Quello che sto per dirvi forse è molto brutto.»
«Il Signore vi ha dato una prova della sua misericordia. Fatevi coraggio.»
«Quando, venendo qui, ho saputo che non avrei più lasciato la fattoria e la signora Georges» disse Fleur-de-Marie, dopo un istante di raccoglimento, «ho creduto di fare un bel sogno. Dapprima mi sentivo come stordita dalla felicità; in ogni momento pensavo al signor Rodolphe. Molto spesso, quand’ero sola, alzavo mio malgrado gli occhi al cielo come per cercare lui e per ringraziarlo. Insomma... lo confesso padre, pensavo più a lui che a Dio; perché lui aveva fatto per me quello che solo Dio avrebbe potuto fare. Ero felice... felice come qualcuno che è sfuggito per sempre a un grande pericolo. Voi e la signora Georges, eravate così buoni con me, che mi credevo più da compiangere che da biasimare.»
Il prete guardò sorpreso la Goualeuse; ella continuò: «A poco a poco mi sono abituata a questa vita così dolce: non avevo più paura, svegliandomi, di ritrovarmi in casa dell’ostessa; avevo la sensazione di dormire i miei sonni in tutta tranquillità; la mia unica gioia era aiutare la signora Georges nei suoi lavori, studiare le lezioni che voi, padre, mi davate... e anche approfittare delle vostre esortazioni. Esclusi i pochi momenti in cui provavo una gran vergogna pensando al mio passato, io mi credevo uguale agli altri, perché tutti erano buoni con me, quando un giorno...»
A questo punto i singhiozzi interruppero Fleur-de-Marie. «Via, calmatevi, povera figliola, coraggio! e continuate.»
La Goualeuse, asciugandosi gli occhi, riprese:
«Ricorderete, padre, che ai Santi, la signora Dubreuil, fatto-
ressa del duca di Lucenay a Arnouville, era venuta con la figlia a passare alcuni giorni da noi.»
«Certo, e vi ho visto con piacere fare conoscenza con Clara Dubreuil; ella possiede ottime qualità.»
«È un angelo, padre... un angelo... Quando seppi che doveva restare alcuni giorni alla fattoria, fui contentissima, pensavo solo al momento in cui avrei visto questa compagna tanto desiderata. Infine ella arrivò. Ero nella mia camera; dovevo dividerla con lei, avevo fatto del mio meglio per abbellirla; mi fecero chiamare. Entrai in salotto, il cuore mi batteva; la signora Georges, mostrandomi una graziosa ragazza, che aveva un’aria dolce, semplice e buona mi disse: “Marie, ecco un’amica per voi”. “E spero che voi e mia figlia diventerete presto come due sorelle” aggiunse la signora Dubreuil. Quando la madre ebbe finito di dire queste parole, la signorina Clara corse ad abbracciarmi... Allora, padre» disse Fleur-de-Marie piangendo «non so che cosa, a un tratto, mi sia successo... ma quando sentii il viso puro e fresco di Clara appoggiarsi sulla mia guancia sciupata, la guancia mi si è arroventata di
vergogna... di rimorso, mi sono ricordata di quello che ero... Io!... io, ricevere le carezze di una persona così onesta! Oh! mi sembrava un inganno... un’ipocrisia indegna...»
«Ma, figliola...»
«Ah, padre» gridò Fleur-de-Marie interrompendo il prete con uno slancio di dolorosa esaltazione, «quando il signor Rodolphe mi ha portata via dalla Cité, avevo già più o meno coscienza della mia degradazione... Ma, credetemi padre, l’educazione, i consigli, gli esempi che ho ricevuto dalla signora Georges e da voi, illuminandomi improvvisamente l’anima, mi hanno fatto, ahimè, capire che avevo più peccato che sofferto!... Prima che venisse la signorina Clara, quando mi assalivano questi pensieri, mi stordivo cercando di fare contenta la signora Georges e anche voi padre. Quando arrossivo del mio passato, ero sola con me stessa. La vista invece di quella mia coetanea, così graziosa, così virtuosa, mi ha fatto pensare alla distanza che ci sarebbe sempre stata tra me e lei... Per la prima volta ho sentito che ci sono ferite che niente può guarire... Da quel giorno, questo pensiero non mi ha più lasciato... Pur non volendo, ci ritorno su continuamente: da quel giorno insomma non ho più avuto un momento di requie.»
La Goualeuse si asciugò gli occhi pieni di lacrime.
Dopo averla guardata qualche istante con indulgente tenerezza, il prete riprese:
«Riflettete un po’, figliola, la signora Georges ha voluto scegliere voi come amica della signorina Dubreuil, perché, grazie alla vostra buona condotta, vi sapeva degna di questa amicizia. I rimproveri che vi fate si ritorcono quasi contro la vostra seconda madre.»
«Lo so, padre, senza dubbio avevo torto; ma non potevo vincere la vergogna e la paura che avevo... Non è tutto... Mi ci vuole coraggio per finire...»
«Continuate, Marie; per ora gli scrupoli, o meglio i rimorsi che avete avuto, testimoniano in favore della vostra bontà d’animo.»
«Una volta che Clara si stabilì alla fattoria, fui presa da una tristezza intensa come la felicità che avevo creduto in un primo momento di provare davanti alla piacevole prospettiva di avere un’amica della mia età; lei, al contrario, era tutta allegra. Le era stato preparato un letto nella mia camera. La prima sera, prima di coricarsi, mi baciò e mi disse che mi voleva già bene e che le piacevo molto; mi chiese di chiamarla Clara e lei mi avrebbe chiamato Marie. Poi, prima di mettersi a pregare, mi disse che, se acconsentivo a ricordarla nelle mie preghiere, anche lei mi avrebbe
ricordato nelle sue. Non osavo dirle di no. Dopo aver parlato ancora un po’, si addormentò; io invece non ero andata a letto; mi avvicinai a lei; mi venivano le lacrime agli occhi al guardare quel volto d’angelo; e poi, al pensiero che dormiva nella mia stessa stanza... con me, che ero stata vista nella bettola con ladri e assassini... tremavo come se avessi fatto una cattiva azione, mi prendevano indefinibili paure... pensavo che un giorno Dio mi avrebbe punito... Mi coricai, feci sogni spaventosi, rividi le figure sinistre che avevo quasi dimenticato, lo Chourineur, il Maître d’école, la Chouette, quella guercia che mi aveva torturato quand’ero piccola. Oh! che notte!... Dio mio! che notte! che sogni!» disse la Goualeuse fremendo ancora a quel ricordo.
«Povera Marie!» riprese il prete commosso; «perché non mi avete fatto prima queste tristi confidenze! vi avrei tranquillizzata... Ma continuate.»
«Mi ero addormentata molto tardi; la signorina Clara venne a baciarmi e così mi svegliò. Per vincere quella che lei chiamava la mia freddezza e provarmi la sua amicizia, volle confidarmi un segreto; a diciott’anni doveva sposarsi con il figlio di un fattore di Goussainville, un ragazzo che amava teneramente: il loro matrimonio era una cosa che le rispettive famiglie avevano deciso molto tempo prima. Poi mi raccontò in poche parole la sua vita passata... vita semplice, calma, felice: non aveva mai lasciato la madre, non l’avrebbe mai lasciata; perché il fidanzato doveva dividere la direzione della fattoria con il signor Dubreuil. “Adesso, Marie” mi disse, “mi conoscete come se foste mia sorella; raccontatemi un po’ la vostra vita...” A quelle parole credetti di morire dalla vergogna... arrossii, balbettai. Non sapevo che cosa la signora Georges avesse detto di me; avevo paura di farla passare per bugiarda. Risposi limitandomi a dire che, orfana e allevata da persone severe, non ero stata molto felice da bambina e che la mia felicità risaliva al soggiorno presso la signora Georges. Allora, Clara, interessata più che incuriosita, mi domandò dov’ero cresciuta: in città o in campagna? come si chiamava mio padre? Mi domandò in particolare se ricordavo di avere visto qualche volta mia madre. Ognuna delle sue domande mi imbarazzava e mi angustiava; perché, per risponderle, dovevo mentire e voi, padre, mi avete insegnato che la bugia è un peccato... Ma Clara non immaginò che potevo ingannarla. Attribuendo la mia incertezza nelle risposte all’amarezza che mi procuravano i ricordi di una triste infanzia, mi compianse con una bontà che mi straziò. Oh padre! non saprete mai le pene che ho sofferto durante il primo
colloquio! quanto mi costasse non dire una parola che non fosse ipocrita e falsa!...»
«Povera sventurata; possa la collera di Dio abbattersi su coloro che vi hanno spinto sull’ignobile via della perdizione e che per questo vi costringeranno forse a subire per tutta la vita le inesorabili conseguenze della prima colpa!»
«Oh! sì, padre, sono stati ben malvagi» riprese amaramente Fleur-de-Marie, «perché la mia vergogna è incancellabile. Ma non è tutto; a mano a mano che Clara mi parlava della felicità che l’attendeva, del matrimonio, della calda vita di famiglia, non potevo fare a meno di paragonare la mia sorte alla sua; perché, nonostante le infinite gentilezze di cui sono oggetto, il mio sarà sempre un destino miserabile; voi e la signora Georges, facendomi conoscere la virtù, mi avete fatto conoscere anche la profondità della mia passata abiezione; nulla potrà impedirmi di essere stata il rifiuto di ciò che vi è di più spregevole al mondo. Ahimè! poiché la conoscenza del bene e del male doveva essermi così funesta, perché non sono stata abbandonata al mio infelice destino!»
«Oh! Marie, Marie!»
«Non è vero, padre... è molto brutto quello che dico? Ahimè! È quanto non osavo confessarvi... Sì, a volte sono tanta ingrata da non riconoscere le gentilezze che mi vengono prodigate, da dirmi: se nessuno mi avesse strappato alla mia ignobile vita, ebbene, la miseria, le botte avrebbero fatto molto presto a uccidermi; almeno sarei morta senza avere conosciuto una purezza che rimpiangerò sempre.»
«Ahimè, Marie, è inevitabile! Qualsiasi natura, anche la più favorita da Dio, resta segnata per sempre da un marchio incancellabile qualora sia rimasta un solo giorno nel fango da cui voi siete stata tolta... Così grande è l’equanimità della giustizia divina!»
«Allora è proprio vero, padre» esclamò dolorosamente Fleurde-Marie, «dovrò disperare fino alla morte!»
«No, voi non dovete sperare di poter strappare dal libro della vostra vita questa pagina sconfortante» disse il prete con voce triste e grave, «ma dovete sperare nell’infinita misericordia dell’Onnipotente. Su questa terra, per voi, povera figliuola, lacrime, rimorsi, espiazione, ma un giorno lassù» aggiunse, puntando una mano verso il firmamento che cominciava a riempirsi di stelle, «lassù, perdono, felicità eterna!»
«Pietà... pietà, mio Dio! sono così giovane... e chissà forse quanto tempo dovrò vivere ancora!...» disse la Goualeuse con voce straziata, lasciandosi cadere in ginocchio ai piedi del prete.
Il prete stava ritto in cima alla collina che si trovava nelle vicinanze della casa parrocchiale; la tonaca nera, la faccia venerabile, incorniciata da lunghi capelli bianchi e tenuamente rischiarata dagli ultimi chiarori del crepuscolo si stagliavano su un orizzonte che era di una trasparenza e di una limpidezza indefinibili: oro pallido a ponente, zaffiro a levante.
Il prete alzava al cielo una mano tremante mentre l’altra l’abbandonava a Fleur-de-Marie, che la bagnava di lacrime.
Proprio in quel momento il cappuccio della mantellina grigia ricadde sulle spalle della ragazza; solo allora si poté vedere il profilo incantevole di lei, i deliziosi occhi supplicanti immersi in un bagno di lacrime... la stupenda bianchezza del collo, dove si poteva notare l’attaccatura dei serici capelli biondi.
Era una scena semplice e solenne che faceva contrasto e che coincideva stranamente con l’ignobile scena che si svolgeva quasi nello stesso momento fra il Maître d’école e la Chouette nella misteriosa strada bassa.
Nascosto nell’ombra di un oscuro burrone, assalito da vili terrori, un orribile assassino che stava pagando il fio dei delitti commessi si era, anch’egli, inginocchiato... ma davanti a una complice, un’arpia beffarda, vendicativa che lo tormentava senza pietà e lo spingeva a nuovi delitti... la sua complice... causa prima dei mali di Fleur-de-Marie.
Di Fleur-de-Marie torturata da un rimorso incessante.
Si poteva capire benissimo perché fosse portata a esagerare la propria pena. Fin dall’infanzia si era trovata in mezzo a esseri depravati, malvagi, infami; poi, uscita di prigione, era andata a finire nella tana dell’ostessa, una prigione non meno orribile; si aggiunga che, all’infuori dei cortili del carcere e delle strade cavernose della Cité, ella non aveva visto nient’altro; evidentemente quell’infelice ragazza non poteva che essere vissuta nella più profonda ignoranza del bene e del bello, cosa che l’aveva resa estranea sia ai sentimenti nobili e religiosi che ai magnifici splendori della natura.
Ed ecco che improvvisamente ella abbandona l’infetta cloaca per un incantevole ritiro in campagna, la turpe vita per dividere un’esistenza felice e tranquilla con gli esseri più virtuosi, più teneri, più disposti ad aver compassione delle sue disgrazie.
Infine quanto c’è di più bello nell’uomo e nel creato si rivela di colpo e in un solo momento alla sua anima attonita. Davanti a questo spettacolo grandioso, il suo spirito si eleva, la sua intelligenza si sviluppa, i suoi nobili istinti si destano... E proprio per-
ché lo spirito si è elevato, l’intelligenza sviluppata, i nobili istinti destati... essa diventata cosciente della degradazione di un tempo, prova pensando al passato un doloroso e incurabile orrore, capisce ahimè che ci sono sozzure, così dice lei, che non si lavano mai...
«Me infelice!» diceva la Goualeuse disperata, «ormai la coscienza del male e il ricordo del passato macchieranno d’infamia tutta la mia vita, anche se essa, padre, dovesse essere lunga e pura come la vostra... Me infelice!»
«Voi beata, invece, Marie, voi a cui il Signore concede rimorsi così salutari anche se pieni di amarezza! Essi mettono in luce la sensibilità religiosa della vostra anima! Tanti altri, di animo meno nobile, al vostro posto non ci avrebbero messo molto a dimenticare il passato per pensare solo a godersi la felicità presente! Un’anima delicata come la vostra soffre per cose per cui il volgare non proverebbe nessun dolore! Ma lassù sarà tenuto conto di ogni vostra sofferenza. Credetemi, Dio vi ha lasciato un momento sulla via del male solo per riservarvi la gloria del pentimento e la ricompensa eterna dovuta all’espiazione! Non ha detto lui stesso: “Coloro che fanno il bene senza lottare e che vengono a me col sorriso sulle labbra, sono i miei eletti; ma coloro che, feriti nella lotta, vengono a me ricoperti di sangue e di lividi, sono gli eletti fra gli eletti!...”. Coraggio dunque, figliola!... sostegno, appoggio, consigli, non vi mancherà niente... Io sono molto vecchio ma la signora Georges, ma il signor Rodolphe hanno ancora molti anni davanti... il signor Rodolphe soprattutto... che ha per voi tanto interesse... che contribuisce ai vostri progressi con quella sua chiaroveggenza così premurosa... sentite, Marie, sentite, credete che potrebbe dispiacervi di averlo incontrato?»
La Goualeuse stava per rispondere quando fu interrotta dalla contadina di cui abbiamo parlato sopra, la quale aveva raggiunto il prete e la ragazza, seguendo la loro stessa strada. Era una delle donne che serviva alla fattoria.
«Mi scusi, signor parroco» disse al prete, «ma la signora Georges mi ha detto di portare questo cesto di frutta alla canonica e di riaccompagnare poi la signorina Marie, perché sta facendo notte; ma ho preso Turc con me» disse la domestica accarezzando un enorme cane dei Pirenei che avrebbe potuto sostenere una lotta con un orso. «È meglio essere prudenti, anche se in paese è molto difficile fare brutti incontri.»
«Avete ragione, Claudine; d’altra parte, eccoci arrivati alla canonica; ringrazierete per me la signora Georges.»
Poi il prete si rivolse alla Goualeuse e le disse con tono grave e a bassa voce:
«Domani dovrò andare alla conferenza della diocesi; comunque sarò di ritorno verso le cinque. Se volete venire, figliola, io vi aspetterò in canonica. Capisco, dal vostro stato d’animo, che avete ancora bisogno di parlare a lungo con me».
«Vi ringrazio, padre» rispose Fleur-de-Marie; «visto che voi volete farmi questa bontà, domani verrò.»
«Ma eccoci giunti alla porta del giardino» disse il prete; «lasciate lì il cesto, Claudine, poi la mia governante verrà a prenderlo. Accompagnate Marie a casa senza fermarvi; perché è quasi scesa la notte e il freddo aumenta. A domani, Marie, alle cinque!»
«A domani, padre.»
Il prete entrò nel suo giardino.
La Goualeuse e Claudine, seguite da Turc, ripresero il cammi-
no della fattoria.
III L’INCONTRO
La notte era scesa, chiara e fredda.
Seguendo il piano del Maître d’école, la Chouette s’era por-
tata assieme al brigante in quel punto della strada bassa che era più lontano dal sentiero ma più vicino all’incrocio dove aspettava Barbillon con la carrozza.
Tortillard, che era andato ad appostarsi, stava a spiare il ritorno di Fleur-de-Marie che, come sappiamo, doveva attirare nel tranello supplicandola di aiutarlo a soccorrere una povera vecchia.
Il figlio di Bras-Rouge aveva fatto solo pochi passi fuori dal burrone come per andare in avanscoperta quando, tendendo l’orecchio, sentì da lontano la Goualeuse parlare alla contadina che l’accompagnava.
La Goualeuse non era sola, il piano quindi era fallito.
Tortillard discese in fretta nel burrone e corse ad avvertire la Chouette.
«C’è qualcuno con la ragazza» disse a voce bassa nonostante l’affanno.
«Che vada alla forca, quella cialtrona!» gridò la Chouette furibonda.
«Con chi è?» domandò il Maître d’école.
«Senza dubbio con la contadina che poco fa è passata per il sentiero, seguita da un grosso cane. Ho riconosciuto la voce di una donna» disse Tortillard; «ecco... sentite... il rumore degli zoccoli?...»
Infatti nel silenzio della notte, le suole di legno risuonavano in lontananza sul terreno indurito dal gelo.
«Sono in due... Posso occuparmi io della piccola col mantello grigio; ma l’altra! come fare? Il furfante non ci vede... e Tortillard è troppo debole per tenere a bada la compagna, che il diavolo la strangoli! Come fare?» ripeté la Chouette.
«Sì, non sono forte; ma, se volete, mi getterò sulle gambe della contadina che ha il cane, mi ci attaccherò con le mani e con i denti: non mollerò la presa, no!... Nel frattempo voi trascinerete via la piccola... voi, Chouette.»
«E se gridano, se fanno resistenza, le sentiranno alla fattoria» riprese la guercia, «e giungeranno in tempo per dar loro manforte prima che abbiamo raggiunto la carrozza di Barbillon... Non è poi tanto facile trascinare via una donna che si dibatte!»
«E hanno anche un grosso cane con loro!» disse Tortillard.
«Oh! Oh! se fosse solo per questo, gli spaccherei il grugno con una scarpata a quel loro cane» disse la Chouette.
«Si avvicinano» riprese Tortillard tendendo di nuovo l’orecchio al rumore ancora lontano dei passi, «stanno per scendere nel burrone.»
«Ma di’ un po’ qualcosa, furfante» disse la Chouette al Maître d’école; «che cosa ci consigliano le tue meningi?... Sei diventato muto?»
«Per quest’oggi niente da fare» rispose il brigante.
«E i mille franchi del signore in lutto» esclamò la Chouette, «hanno da andare in fumo? Neanche per idea!... Il tuo coltello! il tuo coltello! furfante... a scanso di fastidi ucciderò la compagna; quanto alla piccola, io e Tortillard non avremo difficoltà a imbavagliarla.»
«Ma l’uomo in lutto non vuole che si uccida...»
«Ebbene! questo delitto glielo metteremo in conto come extra; dovrà comunque pagarci dal momento che è nostro complice.»
«Eccole!... scendono» disse Tortillard a bassa voce.
«Il tuo coltello, vecchio mio!» esclamò la Chouette anche lei a bassa voce.
«Oh! no, Chouette...» esclamò spaventato Tortillard stendendo le braccia verso la Chouette, «è troppo... ucciderla... oh! no, no!»
«Il coltello! ti ho detto...» ripeté piano la Chouette, senza badare alle suppliche di Tortillard e incominciando precipitosamente a togliersi le scarpe. «Mi tolgo le scarpe» aggiunse, «per poter camminare a passi felpati, arrivare alle loro spalle e sorprenderle; è già scuro, ma la piccola si riconoscerà lo stesso dalla mantellina, l’altra invece sarà la mia vittima.»
«No!» disse il brigante, «oggi è inutile; c’è sempre tempo domani.»
«Hai paura, fifone!» disse la Chouette con feroce disprezzo...
«Non ho paura» rispose il Maître d’école: «ma puoi fallire il colpo e mandare così tutto a monte.»
Il cane che accompagnava la contadina, fiutata la presenza di persone in agguato nella strada bassa, si fermò di colpo e si mise a ringhiare rabbiosamente tanto che i ripetuti richiami di Fleurde-Marie restarono vani.
«Lo senti, il cane? Eccole... il tuo coltello, presto... o altrimenti!...» esclamò la Chouette minacciosa.
«Vieni un po’ a prendertelo... di forza!» disse il Maître d’école.
«Non c’è più niente da fare! è troppo tardi!» esclamò la Chouette dopo essere stata per un momento attentamente in ascolto, «sono passate... Questa me la pagherai! sai, pendaglio da forca!» aggiunse furiosa mostrando i pugni al complice, «mille franchi perduti per colpa tua!»
«Ne guadagneremo, invece, mille, duemila, forse tremila» replicò il Maître d’école con tono autoritario. «Ascoltami, Chouette» aggiunse, «e vedrai se non ho avuto ragione a non darti il coltello... Adesso tu vai da Barbillon... prendetevi la carrozza e recatevi là dove abbiamo appuntamento col signore in lutto... gli direte che oggi non c’è stato niente da fare, ma che domani sarà cosa fatta...»
«E tu?» mormorò la Chouette, non ancora rabbonita. «Continua a seguirmi: la piccola ogni sera viene ad accompagnare il prete da sola; per caso oggi ha incontrato qualcuno; domani probabilmente avremo più fortuna: allora domani tu ritorni a quest’ora, all’incrocio, con Barbillon e la carrozza.»
«Ma tu? Ma tu?»
«Tortillard mi condurrà alla fattoria dove si trova la ragazza; dirà che ci siamo smarriti, che io sono suo padre, un povero fabbro che ha perso accidentalmente la vista; che andavamo a Louvres da un nostro parente che ci poteva aiutare un po’, e che per aver voluto prendere una scorciatoia ci siamo perduti in mezzo ai campi. Chiederemo di poter passare la notte alla fatto-
ria, in un angolo della stalla. Di solito vien detto di sì. I contadini ci crederanno e ci daranno da dormire. Tortillard esaminerà per bene le porte, le finestre, le uscite della casa: quando incombe il pagamento del fitto, questa gente, chi più chi meno, ha sempre del denaro in casa. Lo so bene» aggiunse con amarezza, «perché anch’io ho avuto un po’ di terre. Siamo nella prima quindicina di gennaio... è il momento buono, è il periodo di scadenza delle rate trimestrali... La fattoria si trova, avete detto, in un luogo isolato; una volta conosciute le porte d’entrata e d’uscita, potremo ritornarci con gli amici: è un colpo da organizzare...»
«Il solito cervello, e che acume!» disse la Chouette raddolcita; «continua pure, furfante.»
«Domani mattina, al momento di lasciare la fattoria, simulerò un dolore per cui non potrò camminare. Se non mi credono, mostrerò loro la ferita che mi è rimasta dopo aver spezzato l’anello della catena di forzato, e che mi fa ancora male. Dirò che è una bruciatura che mi sono fatto sul lavoro con una sbarra di ferro arroventato; mi crederanno sicuramente. Così resterò alla fattoria parte della giornata, in modo che Tortillard possa esaminare tutto con comodo e per bene... La sera, quando la piccola uscirà, come al solito, con il prete, dirò di stare meglio e di essere in grado di andarmene. Io e Tortillard seguiremo la ragazza da lontano, e verremo ad aspettarla qui, fuori del burrone. Quando ci rivedrà, non avrà paura perché ci conosce già; la fermeremo... io e Tortillard... e quando sarà a portata del mio braccio, m’arrangio io; lei è messa a posto e i mille franchi sono nostri. E non è tutto... dopo due o tre giorni potremo affidare l’affare della fattoria a Barbillon o ad altri e poi, se ci sarà qualcosa, la spartiremo con loro, poiché siamo noi ad aver preparato il furto.»
«Sai, anche senza occhi, sei unico» disse la Chouette baciando il Maître d’école. «Ma se per caso domani sera la piccola non riaccompagna il prete?»
«Si ritenterà dopodomani, è uno di quei piatti che vanno mangiati freddi e lentamente; comunque saranno spese in più da segnare sul conto del signore in lutto; e poi, una volta alla fattoria, sarò in grado di giudicare, stando a quello che sentirò dire, se il nostro piano ci dà la possibilità di rapire la piccola; altrimenti ne prepareremo un altro.»
«Bene, vecchio mio! È geniale il tuo piano! Senti un po’ furfante, quando sarai completamente paralizzato dovrai diventare consulente di ladri; guadagnerai quanto un avvocato. Forza, bacia la tua Chouette, e muoviti... i contadini qui vanno a letto con
le galline. Io scappo da Barbillon; domani alle quattro saremo alla croce del bivio con lui e la carrozza, a meno che, nel frattempo, non lo arrestino per aver fatto fuori il marito della lattaia... quella della rue de la Vieille-Draperie. Ma se non sarà lui, sarà un altro, dato che la finta carrozza è del signore in lutto che se ne è già servito. Un quarto d’ora dopo il nostro arrivo al bivio, verrò qui ad aspettarti.»
«D’accordo... A domani, Chouette.»
«Che stupida, dimenticavo di dare la cera a Tortillard, nel caso che ci sia qualche impronta da prendere alla fattoria! Tieni, ma poi sei capace di usarla, cocco mio?» disse la guercia dando un pezzo di cera a Tortillard.
«Sì, sì, via; papà me l’ha insegnato. Per lui ho preso l’impronta della serratura della cassetta di ferro che quel ciarlatano del mio padrone tiene in uno stanzino buio.»
«Meno male; e non dimenticarti, se vuoi che la cera non resti attaccata, di scaldarla ben bene con le mani e poi di bagnarla.»
«Lo so, lo so!» rispose Tortillard. «Ma, non vedete che faccio tutto quello che mi dite, e lo faccio... perché voi, Chouette, mi volete un tantino di bene, non è vero?
«Se ti voglio bene!... Ti voglio bene come se ti avessi avuto dal defunto Napoleone il Grande!!!» disse la Chouette, abbracciando Tortillard che si sentì eccessivamente lusingato da questo paragone imperiale. «A domani, malandrino.»
«A domani» replicò il Maître d’école. La Chouette andò a raggiungere la carrozza.
Il Maître d’école e Tortillard uscirono dalla strada bassa e si avviarono dalla parte della fattoria; la luce che brillava alle finestre serviva loro da guida.
Strana fatalità che riavvicinava così Anselme Duresnel alla moglie, la moglie che non aveva più rivisto dopo la condanna ai lavori forzati.
IV
LA VEGLIA
Niente è più piacevole alla vista della cucina di una grande fattoria, all’ora di cena, soprattutto d’inverno. Niente può richiamare di più la calma e il benessere della vita di campagna.
L’interno della cucina della fattoria di Bouqueval avrebbe potuto costituire benissimo una prova di ciò che sosteniamo.
L’immenso camino, alto sei piedi e largo otto, assomigliava a una grande bocca di pietra spalancata su una fornace; nel nero focolare ardeva un vero rogo di faggi e querce. L’enorme braciere mandava luce e calore in ogni angolo della cucina, e rendeva inutile la luce di una lampada sospesa alla trave maestra che attraversava il soffitto.
Grandi pignatte e casseruole di rame nativo allineate su mensole scintillavano tanto erano pulite; un secchio antico dello stesso metallo brillava come uno specchio ardente vicino a una madia di noce, accuratamente lucidata, da dove veniva un appetitoso profumo di pane fresco. Una tavola lunga, massiccia, coperta da una tovaglia di grossa tela estremamente pulita, occupava il centro della sala; ogni commensale aveva al suo posto uno di quei piatti di maiolica che sono scuri all’esterno e bianchi all’interno, e posate di ferro lucido come l’argento.
In mezzo alla tavola, una grande zuppiera piena di minestra di verdura fumava come un vulcano e copriva col saporoso vapore un enorme piatto di crauti con prosciutto e un altro piatto non meno enorme di stufato di montone con patate; infine un quarto di vitello arrosto, tra due file d’insalata invernale e con ai lati rispettivamente due cesti di mele e due di formaggi, completava la simmetrica abbondanza di questo pasto. Tre o quattro brocche di sidro spumante, tre o quattro pagnotte di pane bigio, grandi come macine da mulino, erano lì a disposizione dei contadini.
Un vecchio cane da pastore, un grifone scuro, quasi sdentato, emerito decano della razza canina della fattoria, s’era guadagnato, grazie alla veneranda età e ai servigi resi, il permesso di restare vicino al fuoco. Approfittando con discrezione e modestia di questo privilegio, esso allungava il muso sulle zampe anteriori, e si metteva poi a seguire con occhio attento le varie evoluzioni culinarie che precedevano la cena.
Il vecchissimo cane rispondeva al nome un po’ bucolico di Lysandre.
Forse i pasti delle persone di questa fattoria, sebbene molto semplici, potranno sembrare un po’ lauti; ma la signora Georges (d’accordo in questo con le idee di Rodolphe) faceva il possibile per migliorare le condizioni dei servitori, scelti esclusivamente fra i più onesti e laboriosi del paese. Erano generosamente pagati, le loro condizioni erano diventate buonissime, invidiabilissime; perciò entrare come massaro alla fattoria di Bouqueval era un po’ il sogno di tutti i bravi contadini della contrada: innocente ambizione che teneva desta in loro un’emulazione tanto più lodevole in
quanto volgeva a profitto dei padroni che servivano; poiché nessuno che non producesse ottime referenze poteva ottenere uno dei posti vacanti alla fattoria.
Rodolphe creava così su piccolissima scala una specie di fattoria modello, destinata non solo al miglioramento del bestiame e dei procedimenti d’aratura, ma soprattutto al miglioramento degli uomini, e raggiungeva lo scopo esortando gli uomini a essere probi, attivi, intelligenti.
Dopo aver terminato i preparativi per la cena e aver messo sulla tavola un grande boccale di vino vecchio destinato ad accompagnare la frutta, la cuoca della fattoria andò a suonare la campana.
Al gioioso richiamo, contadini, garzoni di fattoria, mungitrici, allevatrici di polli, in numero di dodici o di quindici, entrarono allegramente nella cucina. Gli uomini avevano l’aria virile e leale, le donne erano avvenenti e robuste, le ragazze vivaci e gaie, non c’era viso che non fosse sereno e che non esprimesse buonumore, tranquillità e soddisfazione; tutti si apprestavano con innocente voluttà a fare onore al pasto che si erano meritatamente guadagnati con le dure fatiche della giornata.
A capotavola si mise un vecchio contadino con capelli bianchi, viso leale, sguardo franco e aperto, sorriso un po’ ironico; il vero tipo del contadino di buon senso, di quegli uomini decisi e giusti, precisi e lucidi, rustici e scaltri, che puzzano lontano un miglio di spirito gallico.
Il vecchio Châtelain (così si chiamava quel Nestore) lavorava alla fattoria fin dall’infanzia; per questo aveva l’incarico di capo contadino. Quando Rodolphe aveva acquistato la fattoria, il vecchio servitore gli era stato giustamente raccomandato; egli lo tenne e lo investì, sotto gli ordini della signora Georges, di una specie di sovrintendenza ai lavori di coltivazione. Il vecchio Châtelain, grazie all’età, al sapere, all’esperienza, esercitava sul personale della fattoria una grande influenza.
I contadini presero posto.
Dopo aver recitato a voce alta il Benedicite, il vecchio Châtelain, obbedendo a un’antica consuetudine religiosa, tracciò con la punta del coltello una croce su uno dei pani, e ne tagliò un pezzo che rappresentava la parte della Vergine o la parte del povero; versò poi un bicchiere di vino sempre recitando la stessa invocazione e mise il tutto su un piatto che fu devotamente posto al centro della tavola. In quel momento i cani da guardia proruppero in un abbaiare furioso; il vecchio Lysandre rispose loro con un sordo grugnito, alzò il labbro e mostrò due o tre canini ancora degni di rispetto.
«C’è qualcuno sotto il muro del cortile» disse il vecchio Châtelain.
Aveva appena finito di dire queste parole, che la campana dell’entrata principale suonò.
«Chi può essere, così tardi?» disse il vecchio agricoltore «sono rientrati tutti... Va’ un po’ a vedere, René.»
Jean-René, uno dei giovani garzoni, lasciò cadere con rincrescimento nel piatto un’enorme cucchiaiata di minestra fumante sulla quale soffiava con una forza da far inquietare Eolo, e uscì dalla cucina.
«È la prima volta, dopo molto tempo, che la signora Georges e la signorina Marie non vengono a sedersi vicino al fuoco per assistere alla nostra cena» osservò il vecchio Châtelain, «nonostante la gran fame, mangerò con meno appetito.»
«La signora Georges è salita nella camera della signorina Marie, perché, dopo avere accompagnato il signor parroco, si è sentita un po’ male e si è messa a letto» rispose Claudine, la robusta ragazza che era andata a prendere la Goualeuse alla casa parrocchiale e che, così facendo, aveva sventato, senza saperlo, i sinistri disegni della Chouette.
«La nostra buona signorina è soltanto indisposta... non è mica malata, vero?» domandò il vecchio agricoltore con una punta d’inquietudine.
«No, no, grazie a Dio, zio Châtelain: la signora Georges ha detto che non è niente» riprese Claudine; «altrimenti avrebbero mandato a chiamare a Parigi il signor David, quel medico negro... che ha già curato la signorina Marie quando è stata ammalata. Eppure un medico negro fa sempre una certa impressione! Se fosse per me, non avrei fiducia. Un medico bianco, passi... è un cristiano.»
«Non vi ricordate che il signor David ha guarito la signorina Marie che, i primi tempi, era in uno stato di prostrazione?»
«Sì, zio Châtelain.»
«Ebbene?»
«Non fa niente, un medico negro ha qualcosa che fa paura.» «Non vi ricordate che egli ha fatto tornare in piedi la vecchia
Anique che da tre anni non poteva nemmeno scendere dal letto per via di quella ferita alle gambe che aveva?»
«Sì, sì, zio Châtelain.»
«Ebbene! figliola?»
«Sì, zio Châtelain; ma un medico negro... immaginatevelo un
po’... tutto nero, tutto nero...»
«Stammi a sentire, figliola: di che colore è Musette, la tua giovenca?»
«Bianca, zio Châtelain, bianca come un cigno, e fa molto latte; questo posso dirlo con sicurezza, senza rischio di mentire.»
«E Rosette, la tua giovenca?»
«Nera come un corvo, zio Châtelain; anch’essa fa molto latte, bisogna essere giusti con tutti.»
«E il latte di questa tua giovenca nera, di che colore è?»
«Ma... bianco, zio Châtelain... è molto semplice, bianco come la neve.»
«Buono e bianco come quello di Musette?»
«Ma sì, zio Châtelain,»
«Anche se Rosette è nera?»
«Anche se Rosette è nera... Che cosa c’entra che la mucca sia
nera, rossa o bianca?»
«Non c’entra niente?»
«Assolutamente niente, zio Châtelain.»
«Orbene, figliola, perché non ammetti che un medico negro
valga quanto un medico bianco?»
«Caspita... zio Châtelain, io alludevo alla pelle, disse la ra-
gazza dopo un momento di profonda meditazione. Ma effettivamente, poiché Rosette la nera fa latte bianco come Musette la bianca, la pelle non c’entra.»
Le riflessioni fisiognomiche di Claudine sulla differenza della razza bianca e nera furono interrotte dal ritorno di Jean-René, che si soffiava sulle dita con la stessa forza con cui aveva soffiato sulla minestra.
«Oh, che freddo! che freddo fa questa notte... gela da spaccare le pietre» disse entrando; «con un tempo simile, si sta meglio dentro che fuori. Che freddo!»
«Gelo portato da vento di levante sarà aspro e lungo; questo, ragazzo, devi saperlo. Ma chi ha suonato?» chiese il decano dei contadini.
«Un povero cieco e un ragazzetto che lo guida, zio Châtelain.»
V L’OSPITALITÀ
«Cosa vuole, questo cieco?» domandò il vecchio Châtelain a Jean-René.
«Il pover’uomo e suo figlio si sono smarriti perché hanno voluto prendere una scorciatoia per andare a Louvres; siccome fa un freddo cane ed è notte fonda, poiché il cielo è coperto, il cieco e suo figlio chiedono di pernottare alla fattoria, in un angolo della stalla.»
«La signora Georges è tanto buona da non rifiutare mai l’ospitalità a un infelice; dirà sicuramente che si dia da dormire a questi poveretti... ma bisogna avvertirla. Claudine, vai tu ad avvertirla.»
Claudine sparì.
«Dove aspetta il buon uomo?» domandò il vecchio Châtelain. «Nel fienile piccolo.»
«Perché l’hai portato nel fienile?»
«Se il cieco e suo figlio fossero rimasti nel cortile, i cani se li sa-
rebbero mangiati vivi. Sì zio Châtelain, avevo un bel dire: “Buono, Médor qui, Turc... giù, Sultan!...”. Non li ho mai visti così scatenati. Eppure alla fattoria non si insegna ai cani a saltare addosso ai poveri come si fa in tanti altri posti...»
«Figlioli, credo che questa sera la parte del povero dovremo proprio darla a qualcuno... stringetevi un tantino... Bene! Mettiamo ancora due coperti, uno per il cieco l’altro per il figlio; sono sicuro che la signora Georges permetterà loro di passare la notte qui.»
«È strano, tuttavia, che i cani siano così furiosi» si disse JeanRené; «Turc, soprattutto, che Claudine ha portato con sé quando è andata questa sera alla casa parrocchiale... sembrava un ossesso... Quando, tanto per calmarlo, l’ho lasciato, ho sentito che gli si era rizzato il pelo della schiena... sembrava quello di un porcospino. Cosa pensate di questo fatto, eh, zio Châtelain, voi che sapete tutto?»
«Io dico, ragazzo, io che so tutto, che le bestie ne sanno più di me... Questo autunno quando ci fu quell’uragano che aveva trasformato il ruscello in torrente, e io me ne tornavo che era notte fonda, con i miei cavalli da fatica montato su un vecchio roano, che il diavolo mi porti se avrei potuto sapere dov’era il punto guadabile, dal momento che ci si vedeva come in un forno!... Ebbene! ho mollato le briglie e il vecchio roano ha trovato da solo quello che noi tutti non avremmo certo trovato... Chi gli ha fatto trovare il punto guadabile?»
«Sì, zio Châtelain, chi glielo ha fatto trovare, al vecchio roano?»
«Colui che ha insegnato alle rondini a costruire il nido sui tetti, e alle cutrettole a costruire il nido nei canneti, ragazzo... Eb-
bene, Claudine» disse il vecchio oracolo alla ragazza che entrava in quel momento con sotto il braccio due paia di lenzuola belle bianche, che profumavano di salvia e di verbena, «ebbene, la signora Georges ha lasciato che il cieco e il figlio cenino e dormano qui, vero?»
«Queste sono le lenzuola per preparare loro i letti nella cameretta in fondo al corridoio» disse Claudine.
«Su, Jean-René, va’ a chiamarli... E tu, figliola, accosta al fuoco due seggiole, così si scalderanno un po’ prima di mettersi a tavola... perché il freddo è pungente questa sera.»
Si sentì ancora l’abbaiare furioso dei cani e la voce di Jean-René che cercava di calmarli.
La porta della cucina si aprì bruscamente: il Maître d’école e Tortillard entrarono precipitosamente come se avessero avuto qualcuno che li inseguiva.
«Tenete un po’ a bada i vostri cani» esclamò il Maître d’école, spaventato; «è mancato poco che ci mordessero.»
«Mi hanno fatto uno strappo sul camiciotto» disse Tortillard ancora pallido per la paura.
«Mi dispiace, buon uomo» disse Jean-René chiudendo la porta; «ma non ho mai visto i nostri cani così cattivi... Deve essere il freddo che li irrita... Non possono avere altre ragioni; forse vogliono mordere per scaldarsi!»
«Eccone un altro, adesso» disse il contadino fermando il vecchio Lysandre nel momento in cui stava per avventarsi sui nuovi arrivati, ringhiando minacciosamente. «Ha sentito gli altri cani abbaiare furiosamente e vuol fare come loro... Vuoi andare subito a cuccia, vecchio selvaggio... a cuccia...»
E il vecchio Châtelain accompagnò le parole con un calcio eloquente; tanto che Lysandre andò a riprendersi, senza per questo cessare di ringhiare, il posto prediletto accanto al fuoco.
Il Maître d’école e Tortillard erano ancora sulla porta della cucina; avevano paura d’entrarci.
Avvolto in un mantello blu con il collo di pelliccia, il cappello calcato su un berretto scuro che gli nascondeva quasi interamente la fronte, il brigante teneva per mano Tortillard, il quale gli si stringeva contro guardando con diffidenza i contadini; la lealtà di quei visi sconcertava e quasi impauriva il figlio di Bras-Rouge.
Anche i malvagi hanno le loro simpatie e le loro antipatie.
La faccia del Maître d’école era così ributtante, che i contadini, presi chi da disgusto chi da terrore, rimasero per un istante esterrefatti. Quest’impressione non sfuggì a Tortillard; la paura
che notò nei contadini lo tranquillizzò, si sentì fiero dello spavento che incuteva il compagno. Subito dopo la prima impressione, il vecchio Châtelain, che pensava solo ad adempiere i doveri dell’ospitalità, disse al Maître d’école:
«Buon uomo, venite vicino al fuoco; prima vi scalderete, poi cenerete con noi, dal momento che siete arrivato proprio mentre stavamo andando a tavola. Guardate, sedetevi là. Ma dove ho la testa!» aggiunse il vecchio Châtelain; «non devo rivolgermi a voi ma a vostro figlio, dato che voi, disgraziatamente, siete cieco. Su, ragazzo, conduci tuo padre vicino al focolare.»
«Sì, buon signore» rispose Tortillard con tono nasale, mellifluo e ipocrita; «che il buon Dio ve ne renda merito... ! Seguimi, povero papà, seguimi... stai attento.» E il ragazzo guidò i passi del furfante.
Tutti e due andarono vicino al focolare.
Dapprima Lysandre ringhiò sordamente: ma, un istante dopo avere fiutato il Maître d’école, emise quella specie di lugubre ululato che fa dire comunemente che i cani urlano a morte.
“Diavolo!” disse fra sé il Maître d’école. “Fiutano proprio il sangue, queste maledette bestie? Avevo questi calzoni la notte dell’assassinio del mercante di buoi...”
“Eppure è strano” disse a voce bassa Jean-René, “che il vecchio Lysandre continui a fiutare quel buon uomo e poi si metta urlare a morte!”
Accadde allora una cosa strana.
Gli ululati di Lysandre erano così acuti, così lamentosi che gli altri cani non ebbero difficoltà a sentirli (una sola finestra divideva il cortile della fattoria dalla cucina), e subito, secondo le abitudini della razza canina, incominciarono tutti a far eco ai guaiti lamentosi.
Benché non molto superstiziosi, i massari si guardarono a vicenda quasi con terrore.
Infatti era strano quello che stava succedendo.
Un uomo che non avevano potuto considerare senza inorridire entrava nella fattoria. In quel preciso momento i cani della fattoria, che fino ad allora erano rimasti tranquilli, diventavano furiosi e incominciavano a lanciare quegli ululati sinistri che, secondo la credenza popolare, sono forieri di morte.
Il brigante stesso, pur essendo un duro e un mostro d’audacia, non poté non trasalire nel momento in cui sentì le urla luttuose e funeree... che scoppiavano al suo arrivo, contro di lui... assassino.
Soltanto Tortillard, scettico, sfrontato come tutti i ragazzi di Parigi, corrotto per così dire fin da quando poppava, rimase indifferente all’insegnamento morale di quella scena. Ormai al sicuro dai morsi dei cani, il nostro cinico mostriciattolo s’infischiò di ciò che angosciava gli abitanti della fattoria e che faceva rabbrividire anche il Maître d’école.
Passato il primo momento di stupore, Jean-René uscì, e poco dopo si sentì lo schioccare della sua frusta; i lugubri presentimenti di Turc, Sultan e Médor cessarono. A poco a poco le facce rattristate dei contadini si rasserenarono. Dopo un po’ cominciarono a provare più compassione che ribrezzo per la spaventosa bruttezza del Maître d’école; si mostrarono dispiaciuti della disgrazia del piccolo zoppo, gli trovarono una faccia furba e molto interessante e approvarono caldamente le cure premurose che prodigava al padre.
L’appetito, che un momento prima i contadini avevano perso, si fece sentire ancora di più e per un po’ si sentì solo il rumore delle posate.
Benché tutti intenti a divorare i loro semplici cibi, uomini e donne s’intenerivano al notare le attenzioni del ragazzo per il cieco, vicino al quale egli stava seduto. Tortillard gli preparava i bocconi, gli tagliava il pane, gli versava da bere con cura tutta filiale.
Questo era il dritto della medaglia, il rovescio era ben diverso.
Se Tortillard, dietro l’esempio della Chouette che andava fiero in tal modo di imitare e a cui voleva bene quasi con dedizione, provava un feroce piacere a tormentare il Maître d’école, questo era da attribuirsi in parte alla sua crudeltà in parte allo spirito di emulazione tipico della sua età. Come era possibile che un ragazzo così perverso sentisse il bisogno di essere amato? Come mai l’affetto insincero della guercia poteva renderlo felice? Come mai, infine, poteva commuoversi al lontano ricordo delle carezze materne? Si trattava ancora una volta di una di quelle frequenti e numerose anomalie che, di tanto in tanto, vengono a incrinare la compatta uniformità del vizio.
Abbiamo già detto che Tortillard, così debole, provava, al pari della Chouette, un piacere indicibile ad avere, come propria vittima, una tigre con la museruola... perciò al momento di sedersi a tavola con i contadini, gli balenò la trista idea di volere costringere il Maître d’école a sopportare le sue cattive maniere senza battere ciglio, cosa che gli avrebbe procurato un piacere sottilissimo.
Ripagò così tutte le visibili attenzioni che aveva prodigato al finto padre con altrettanti calci allungati sotto il tavolo e diretti
in particolar modo a una vecchia ferita del Maître d’école; questi infatti, come molti detenuti, aveva una larga escoriazione sulla gamba, là dove poggiava l’anello della catena di forzato.
Per nascondere il proprio dolore a ogni colpo di Tortillard, il brigante dovette fare appello a un coraggio tanto più stoico, in quanto il nostro piccolo mostro, per mettere la propria vittima in una situazione ancora più difficile, sceglieva per i suoi attacchi il momento in cui il Maître d’école o beveva o parlava.
Tuttavia quest’ultimo non smentì la sua fama d’impassibile, anzi contenne meravigliosamente la collera e il dolore perché pensava (e il figlio di Bras-Rouge ci aveva fatto conto) che, per la buona riuscita dei suoi progetti, sarebbe stato molto pericoloso far sospettare quello che succedeva sotto la tavola.
«Prendi, povero papà, ecco una noce bell’e pulita» disse Tortillard, mettendo nel piatto del Maître d’école uno di quei frutti che aveva accuratamente tirato fuori dal mallo.
«Bravo, figliolo,» disse il vecchio Châtelain; poi, rivolgendosi al brigante: «certo, buon uomo, siete davvero da compiangere; ma avete un figlio tanto buono... che sarà un po’ un sollievo per voi.»
«Sì, sì, la mia disgrazia è grande; e senza la tenerezza del mio caro figliolo... io...»
Il Maître d’école non poté trattenere un grido acuto. Questa volta il figlio di Bras-Rouge aveva centrato in pieno la ferita; il dolore fu insopportabile.
«Dio mio!... che cos’hai povero papà?» esclamò Tortillard con voce lacrimosa e, alzatosi, si gettò al collo del Maître d’école.
Il Maître d’école ebbe subito un moto di collera e di rabbia; avrebbe voluto soffocare lo zoppetto fra le braccia erculee, si limitò invece a stringerlo così violentemente contro il petto, che il ragazzo, sentendosi mancare il respiro, lasciò andare un gemito sordo.
Ma, poi, pensando che non poteva fare a meno di Tortillard, il Maître d’école si trattenne e lo respinse sulla sedia.
In tutto ciò i contadini non videro che uno scambio di effusioni paterne e filiali: il pallore e l’affanno di Tortillard, li attribuirono ai buoni sentimenti di quel figliolo.
«Che cosa avete, buon uomo?» domandò il vecchio Châtelain. «Il grido di poco fa ha fatto impallidire vostro figlio... Povero piccolo... Guardate, può appena respirare!»
«Non è niente» rispose il Maître d’école che aveva riacquistato intanto il suo sangue freddo. «È una conseguenza del mio
mestiere di fabbro ferraio; tempo fa m’è caduta sulle gambe una sbarra di ferro incandescente che stavo lavorando col martello, e mi sono fatto una bruciatura così profonda che non si è ancora cicatrizzata... Poco fa ho urtato contro la gamba della tavola, e non ho potuto trattenere un grido di dolore.»
«Povero papà!» disse Tortillard, rimessosi dallo spavento e gettando uno sguardo diabolico al Maître d’école, «povero papà! eppure è vero, buona gente, non hanno mai potuto guarirgli la gamba ahimè! no, mai! Oh, vorrei tanto avere io il suo male, perché lui non ne soffra più, povero babbo...»
Le donne guardarono intenerite Tortillard.
«Ebbene, buon uomo» riprese il vecchio Châtelain, «è una vera sfortuna che non siate venuto alla fattoria tre settimane fa, invece di venire questa sera.»
«Perché?»
«Perché abbiamo avuto qui, per alcuni giorni, un dottore di Parigi che ha un rimedio eccellente per le malattie alle gambe. Una buona vecchia del paese da tre anni non poteva più camminare; il dottore le ha messo un po’ del suo unguento sulle ferite... Adesso, corre come il vento e si ripromette, non appena possibile, di andare a piedi fino a Parigi, all’allée des Veuves per ringraziare il suo salvatore... Da qui c’è un bel pezzo di strada, non trovate? Ma che cosa avete? ancora quella maledetta ferita?»
Il nome di allée des Veuves richiamava alla memoria del Maître d’école ricordi così terribili, che egli non aveva potuto fare a meno di trasalire e di contrarre i muscoli dell’orribile volto.
«Sì» rispose ricomponendosi, «ancora una fitta...»
«Papà caro, stai tranquillo, stasera ti farò dei buoni impacchi alla gamba,» disse Tortillard.
«Povero piccolo!» disse Claudine, «come vuol bene a suo padre!»
«È un vero peccato» riprese il vecchio Châtelain rivolgendosi al Maître d’école, «che quel medico esimio non sia qui ma, tutto considerato, la sua carità è pari alla sua bravura; quando ritornate a Parigi, fatevi condurre da vostro figlio a casa sua, egli vi guarirà, ne sono sicuro; il suo indirizzo è facile da ricordare: allée des Veuves, n. 17. Se dimenticate il numero... non fa niente, in quei paraggi non ci sono molti medici e soprattutto medici negri... perché, pensate un po’, l’ottimo dottor David è negro.»
Il volto del Maître d’école era talmente fitto di cicatrici, che non ci si poté accorgere del suo pallore.
Eppure egli impallidì... impallidì spaventosamente al sentire dapprima il numero della casa di Rodolphe, e poi al sentir parlare di David... il dottore negro...
Di quel negro che, per ordine di Rodolphe, gli aveva inflitto un supplizio spaventoso, di cui subiva in ogni momento le terribili conseguenze.
La giornata era funesta per il Maître d’école.
La mattina, aveva sopportato le torture della Chouette e del figlio di Bras-Rouge; arrivato alla fattoria, i cani fiutano in lui l’assassino, urlano a morte e vogliono morderlo; infine il destino lo porta in una casa dove, qualche giorno prima, si trovava il suo carnefice.
Prese a una a una, queste circostanze avrebbero potuto volta per volta suscitare nel brigante rabbia o spavento, ma, susseguendosi una dietro l’altra nello spazio di poche ore, gli infersero un colpo violento.
Per la prima volta in vita sua provò una specie di terrore superstizioso... si domandò se il destino non fosse il solo artefice di coincidenze così strane.
Il vecchio Châtelain, non essendosi accorto del pallore del Maître d’école, riprese:
«Del resto, buon uomo, quando ve ne andrete, daremo l’indirizzo del dottore a vostro figlio, e sarà un vero piacere per il signor David avere la possibilità di essere utile a qualcuno: è così buono, così buono! peccato che abbia sempre un’aria così triste... Ma, su, beviamo un bicchiere alla salute del vostro futuro salvatore.»
«Grazie, non ho più sete» disse il Maître d’école con aria cupa.
«Su bevi, papà caro, bevi un po’, farà bene... al tuo povero stomaco» aggiunse Tortillard, mettendo il bicchiere tra le mani del cieco.
«No, no, non voglio più bere,» rispose quest’ultimo.
«Non è mica sidro quello che vi ho versato, ma vino vecchio» disse il contadino. «Vino come questo non lo bevono tutti i signorotti. Perbacco! Questa non è una fattoria come tante altre. Cosa ne dite della nostra mensa?»
«È molto buona» rispose macchinalmente il Maître d’école sempre più assorto in cupi pensieri.
«Ebbene! ogni giorno è così: buon lavoro e buon mangiare; buona coscienza e buon letto; ecco la nostra vita in due parole: siamo in sette coltivatori e, modestamente, facciamo il lavoro di quattordici, ma siamo pagati come se fossimo quattordici. Ai
semplici contadini, 150 scudi all’anno; alle mungitrici e alle ragazze di fattoria, 60 scudi! e un quinto dei prodotti della fattoria da dividere fra noi. Perbacco! è chiaro che noi la terra non la lasciamo riposare un attimo, perché più la vecchia nutrice produce, più noi ricaviamo.»
«Il vostro padrone non deve certo arricchirsi se vi favorisce così» osservò il Maître d’école.
«Il nostro padrone!... Oh! ma non è mica un padrone come gli altri. S’arricchisce in un modo ch’è tutto suo.»
«Cosa volete dire?» domandò il cieco, che desiderava impegnarsi in una conversazione per sfuggire alle idee nere che lo tormentavano; «il vostro padrone allora è un uomo straordinario?»
«Straordinario in tutto, buon uomo; ma vedete voi, qui, siete arrivato per caso, perché il paese è lontano da tutte le strade maestre. Certo non ritornerete più qui; non dovete lasciarlo senza sapere almeno chi è il nostro padrone e quello che ha fatto per questa fattoria; in poche parole ve lo dirò, a patto però che lo ripetiate a tutti... vedrete, sono cose che fanno piacere sia a chi le dice sia a chi le sente.»
«Vi ascolto» replicò il Maître d’école.
VI
UNA FATTORIA MODELLO
«E non sarete dispiaciuto di avermi ascoltato» disse il vecchio Châtelain al Maître d’école. «Figuratevi che un giorno il nostro padrone s’è detto, “Sono molto ricco, va bene; ma, poiché questo non è che mi faccia mangiare di più, perché non far mangiare coloro che non mangiano affatto e far mangiare meglio la brava gente che non mangia abbastanza?... Sì, sì, l’idea mi va, presto all’opera!”. E il nostro padrone s’è messo all’opera. Ha comperato questa fattoria, che allora non era molto sfruttata e aveva soltanto due aratri; io lo so bene, sono nato qui. Il nostro padrone ha aumentato le terre, saprete subito il perché. Alla direzione della fattoria mise una brava donna, rispettabile quanto disgraziata, lui sceglie sempre così, e le ha detto:
“Questa casa sarà come la casa del buon Dio, aperta ai buoni, chiusa ai cattivi; gli accattoni infingardi ne saranno scacciati, ma si farà l’elemosina del lavoro a coloro che hanno buona volontà: quest’elemosina non umilia chi la accetta e dà profitto a chi la fa: il ricco che non la fa è un cattivo ricco”. È il nostro padrone che l’ha
detto; e in verità, ha ragione, ma egli non parla solo bene, agisce anche. Una volta c’era una strada diretta da qui a Ecouen che accorciava il percorso di una buona lega; ma, perbacco, era così rovinata che non ci si poteva più passare, era la rovina dei cavalli e delle carrozze; alcune prestazioni di lavoro e un po’ di denaro forniti da ognuno dei fattori del paese avrebbero rimesso a posto la strada; ma più si aveva voglia di vedere la strada a posto, più si torceva il naso quando si trattava di fornire il denaro e il lavoro. Stando così le cose, il nostro padrone disse: “La strada sarà fatta; ma, siccome quelli che potrebbero contribuirvi non vi contribuiscono, siccome è una strada quasi di lusso, un giorno gioverà a coloro che hanno cavalli e carrozze; ma dapprima gioverà a quelli che hanno solo un paio di braccia, un po’ di buona volontà e sono senza lavoro.” Così, per esempio, un giovanotto robusto bussa alla porta della fattoria dicendo: “Ho fame e sono senza lavoro”. “Ragazzo, ecco una buona minestra, una zappa e una pala; poi sarete condotto sulla strada di Ecouen, fate ogni giorno due tese di acciottolato, ogni sera avrete 40 soldi, una tesa 20 soldi, mezza tesa 10 soldi, altrimenti niente.” “Io, all’imbrunire, di ritorno dai campi, ispezionerò la strada e controllerò quello che ciascuno ha fatto.”»
«E se si pensa che ci sono stati due ingrati così furfanti da mangiare la minestra e da rubare la zappa e la pala!» disse JeanRené con indignazione, «si perderebbe la voglia di fare il bene.»
«È vero» dissero alcuni contadini.
«Suvvia, ragazzi!» riprese il vecchio Châtelain. «Allora... non si farebbero più piantagioni né semine perché ci sono i bruchi, i punteruoli e altre brutte bestiole che divorano le foglie o che mangiano il grano? No, no, si distruggono i parassiti; il buon Dio, che non è avaro, fa spuntare nuovi germogli, nuove spighe, il danno è riparato e non ci si accorge nemmeno che gli insetti nocivi sono passati di lì. Non è vero, buon uomo?» disse il vecchio contadino al Maître d’école.
«Certo, certo» replicò costui, che da un po’ di tempo sembrava assorto in profonde meditazioni.
«In quanto alle donne e ai bambini, c’è lavoro anche per loro e adeguato alle loro forze» aggiunse il vecchio Châtelain.
«E nonostante ciò» disse Claudine, la mungitrice, «la strada non va avanti in fretta.»
«Caspita, figliola, questo dimostra che, per fortuna, in paese la brava gente non è senza lavoro.»
«Ma a un infermo, a me, per esempio» disse a un tratto il Maître d’école, «mi si farebbe la carità di un posto in un angolo
della fattoria, di un tozzo di pane e di un tetto, per il poco tempo che mi resta da vivere? Oh, se mi venisse fatta questa carità, passerei, buona gente, tutta la mia vita a ringraziare il vostro padrone.»
In quel momento il brigante parlava sinceramente. Non che si pentisse dei delitti; ma l’esistenza quieta e felice di quei contadini lo attirava tanto più, in quanto pensava al terribile avvenire che gli riservava la Chouette: avvenire che egli era stato ben lungi dal prevedere, e che gli faceva rimpiangere ancora più d’essersi unito di nuovo alla sua complice e di avere così perduto per sempre la possibilità di vivere con la brava gente presso la quale lo Chourineur l’aveva sistemato.
Il vecchio Châtelain guardò il Maître d’école con stupore.
«Ma pover’uomo, non credevo che foste del tutto privo di mezzi.»
«Ahimè! Dio, sì... ho perduto la vista in un incidente sul lavoro. Vado a Louvres a chiedere aiuto a un lontano parente; ma, sapete, a volte gli uomini sono tanto egoisti, tanto duri...» disse il Maître d’école.
«Oh non c’è egoismo che tenga» replicò il vecchio Châtelain; «un bravo e onesto operaio pari vostro, infelice come siete, con un ragazzo tanto affettuoso e buono, muoverebbe a pietà i sassi. Ma il padrone presso il quale lavoravate prima dell’incidente non fa niente per voi?»
«È morto» rispose il Maître d’école dopo un momento di esitazione; «ed era l’unico protettore che avevo.»
«Ma, all’ospedale dei ciechi?»
«Non ho ancora l’età per entrarci.»
«Pover’uomo! siete veramente disgraziato!»
«Se non trovo a Louvres l’aiuto che spero, ebbene pensate che
il vostro padrone che, pur non conoscendolo, stimo già, avrà pietà di me?»
«Purtroppo, vedete, la fattoria non è un ospedale. Di solito si permette a chi ha qualche infermità di passare un giorno o una notte alla fattoria, poi si dà loro qualcosa, e che il buon Dio li aiuti!»
«Quindi non c’è speranza che il vostro padrone s’interessi alla mia triste sorte?» continuò il brigante con un sospiro di rincrescimento.
«Io, buon uomo, vi dico quello che generalmente si fa; ma il nostro padrone è così buono, così generoso, che è capace di tutto.»
«Credete?» esclamò il Maître. «Potrebbe darsi che egli mi lasci vivere qui in un angolo? Ne sarei così contento!»
«Vi ripeto che il nostro padrone è capace di tutto. Se ci dice di tenervi alla fattoria, non dovreste nascondervi in un angolo; sareste trattato come noi!... come oggi. Vostro figlio avrebbe un lavoro adeguato alle sue forze; i buoni consigli e i buoni esempi non gli mancherebbero; il nostro venerabile parroco lo istruirebbe assieme agli altri ragazzi del paese, e crescerebbe, come si dice, in bene. Ma, vedete, bisognerebbe che domani mattina si parlasse chiaramente di questa faccenda con la Notre-Dame-deBon-Secours.»
«Chi è?» chiese il Maître d’école.
«Chiamiamo così la nostra padrona. Se si interessa a voi, potete stare tranquillo. In fatto di carità, il nostro padrone non sa rifiutarle niente.»
«Oh, allora le parlerò, le parlerò!» esclamò il Maître d’école, lieto di potersi così sottrarre alla tirannia della Chouette.
Dinanzi a questa prospettiva, rimase tutt’altro che indifferente, invece, Tortillard, che non si sentiva per niente disposto ad approfittare delle offerte del vecchio contadino, e a crescere in bene sotto gli auspici di un santo prete. Il figlio di Bras-Rouge non aveva molta inclinazione per la vita rustica né tantomeno sentimenti bucolici; d’altra parte, fedele alle tradizioni della Chouette, avrebbe visto con vivo dispiacere il Maître d’école sottrarsi al loro comune dispotismo; voleva perciò richiamare alla realtà il brigante che si smarriva già fra le verdi illusioni della campagna.
«Oh, sì» ripeté il Maître d’école, «parlerò a Notre-Dame-deBon-Secours... ella avrà pietà di me... e...»
A questo punto Tortillard diede, senza farsi notare, una gran pedata che colpì il Maître d’école nel punto giusto.
Per la sofferenza il bandito s’interruppe, lasciando a metà la frase, poi ripeté con un sussulto di dolore:
«Sì, spero che questa buona signora avrà pietà di me.»
«Povero babbo» disse allora Tortillard «tu non tieni affatto conto della signora Chouette, quella mia buona zia, che ti vuol tanto bene. Povera zia Chouette!... oh! vedrai che non ti abbandonerà certo così! Tu sai che sarebbe capace di venire qui col signor Barbillon, nostro cugino, per riaverti.»
«Il buon uomo è apparentato con i pesci e gli uccelli» disse pian piano Jean-René con tono pieno di malizia e dando una gomitata a Claudine, la sua vicina.
«Sei proprio senza cuore! ridere di questi disgraziati» rispose a bassa voce la ragazza, dando a sua volta a Jean-René una gomitata da rompergli tre costole.
«È una vostra parente la signora Chouette?» domandò il contadino al Maître d’école.
«Sì, è una nostra parente» rispose quest’ultimo in preda a cupa tristezza.
Egli temeva, nel caso trovasse insperatamente asilo alla fattoria, che la guercia, malvagia com’era, venisse a denunciarlo; temeva inoltre che i suoi cosiddetti parenti che Tortillard aveva tirato in ballo facessero sospettare qualcosa per via dei loro strani nomi; ma quanto a ciò, i suoi timori risultarono infondati; solo Jean-René prese lo spunto per sussurrare all’orecchio di Claudine una facezia che, peraltro, non fu molto bene accetta.
«Andate a trovare questa parente a Louvres?» chiese il vecchio Châtelain.
«Sì» rispose il brigante, «ma credo che mio figlio si sbagli se fa troppo assegnamento su di lei.»
«Oh! povero papà, non mi sbaglio... no... La zia Chouette è così buona!... Lo sai bene anche tu che è stata lei a mandarti l’acqua con cui ti faccio gli impacchi alla gamba... e a spiegarci l’uso che se ne deve fare... È stata lei a dirmi: “Fai per il tuo povero papà tutto quello che io stessa farei, e avrai la benedizione del buon Dio...” Oh, la zia Chouette... ti vuol bene, ma ti vuol tanto bene che...»
«Va bene, va bene,» disse il Maître d’école interrompendo Tortillard, «comunque questo non vuol dire che domani mattina non parlerò alla buona signora del posto... e che non implorerò perché ella intervenga a mio favore presso il rispettabile proprietario di questa fattoria ma» aggiunse per cambiare discorso e metter fine ai pericolosi discorsi di Tortillard, «ma, a proposito del proprietario, avevate promesso di dirmi quello che c’è di speciale nell’organizzazione di questa fattoria.»
«Ve l’ho promesso» disse il vecchio Châtelain, «e manterrò la promessa. Il nostro padrone, dopo aver istituito quella che chiama l’elemosina del lavoro, si è detto: ci sono riconoscimenti e premi per chi vuole migliorare le razze dei cavalli e del bestiame o vuole perfezionare gli aratri e gli altri numerosi attrezzi... Credo proprio che sarebbe tempo di pensare un po’ anche a rendere migliori gli uomini... Belle bestie, va bene; ma rendere buona la gente sarebbe ancora meglio, anche se la cosa è più difficile. Tanta biada ed erba fitta, acqua fresca e aria pura, governo continuo
e stalla pronta, cavalli e bestiame cresceranno benissimo e vi daranno soddisfazione; ma per gli uomini è tutta un’altra cosa: l’uomo non cresce in virtù come il bue in grossezza. I pascoli giovano, perché l’erba, riuscendo saporita al palato del bue, piace e nello stesso tempo fa ingrassare; ebbene, penso che l’uomo metterà a profitto i buoni consigli, solo se riuscirà a fare in modo che, seguendoli, egli ci trovi il suo tornaconto...»
«Come il bue ci trova il suo mangiando l’erba buona, vero, zio Châtelain?»
«Proprio così, ragazzo.»
«Ma zio Châtelain» disse un altro contadino, «non si parlava tempo fa di un tipo di fattoria dove alcuni giovani ladri che, furti a parte, erano stati comunque molto onesti, imparavano a coltivare i campi e si vedevano trattare come principi?»
«È vero, figlioli; c’è del buono in questa iniziativa, è umano e caritatevole sperare sempre anche nei malvagi; ma dobbiamo far sperare anche i buoni. Se qualche giovane, onesto e laborioso, che sia ben piantato e che abbia voglia di far bene e di imparare, si presentasse a questa fattoria di ex ladri, si sentirebbe dire: “Giovanotto, non hai mai rubato, mai fatto il vagabondo?”. “Mai.” “Ebbene, qui non c’è posto per te.”»
«È proprio vero quello che avete detto, zio Châtelain» osservò Jean-René. «Non si fa per la gente onesta ciò che, invece, si fa per i furfanti; si rendono migliori le bestie e non gli uomini.»
«Proprio per dare l’esempio, figliolo, e porre rimedio a ciò, il padrone, come sto dicendo al nostro buon uomo, ha istituito questa fattoria... “So” ha detto “che lassù i buoni saranno ricompensati; ma lassù... perbacco! è troppo in alto, è troppo lontano; e alcuni (bisogna compatirli, figlioli) non hanno la vista e il fiato sufficienti per arrivare fin là; e poi dove troverebbero il tempo per guardare lassù? Il giorno, dall’alba al tramonto, chini sulla terra, la vangano e la rivangano per un padrone; la notte, dormono sfiniti sul loro giaciglio... La domenica, vanno all’osteria e s’ubriacano per dimenticare le fatiche di ieri e di domani. Queste fatiche, inoltre, non portano loro alcun frutto, poveretti! Dopo una faticosa giornata, il loro pane è forse meno nero, il loro letto meno duro, il loro bambino meno gracile, la loro moglie meno esausta a forza di nutrirlo?... nutrirlo!... lei che non mangia quanto dovrebbe! No, no, no!... Certo, figlioli, so anche troppo bene che il loro pane, anche se nero, è sempre pane; che il loro giaciglio è duro, ma è un letto; i loro bambini sono gracili, è vero, ma vivono. Questi disgraziati forse sopporterebbero in tutta allegria la loro sor-
te se sapessero che tutti sono come loro. Ma, quando è giorno di mercato, vanno in città o in paese e lì vedono pane bianco, morbidi e grossi materassi, bambini in fiore come rose di maggio, e così pieni da gettare i dolci ai cani. Perbacco!... allora, quando ritornano alla capanna di terra, al pane nero, al giaciglio, questi poveretti si dicono, vedendo com’è ammalato, magro, affamato il figlioletto a cui ben volentieri avrebbero voluto portare uno di quei dolci che i bambini dei ricchi gettavano ai cani: ‘dal momento che ci devono essere i ricchi e i poveri, perché non siamo noi i ricchi? È una cosa ingiusta... Perché non si fa a turno?’. Quello che pensano, figlioli, non è sbagliato... e non serve certo ad alleggerire il loro giogo; eppure questo giogo duro e pesante, che a volte scortica e schianta, devono portarlo senza posa e senza mai speranza di riposo... e anche senza mai speranza di conoscere un giorno, dico un giorno solo, la felicità che dà l’agiatezza... Una vita tutta così, caspita! sembra lunga... lunga come un giorno di pioggia e senza un piccolo raggio di sole. Allora si va al lavoro tristi e avviliti. Si finisce, come la maggior parte dei salariati, col dirsi: ‘A cosa serve lavorare meglio e di più? che le spighe siano gonfie o vuote, per noi è lo stesso! Perché impegnarsi tanto da crepare? Restiamo onesti quanto basta; il male viene punito, allora non facciamo del male; il bene non trova ricompense; allora non facciamo neppure del bene... Limitiamoci a mostrare la qualità delle brave bestie da soma: pazienza, forza e docilità...’. Questi pensieri non sono salutari, figlioli; dall’indifferenza alla scioperataggine non c’è che un passo, e dalla scioperataggine al vizio il passo è ancora più breve... Purtroppo quelli che non sono né buoni né cattivi, e che quindi non fanno né bene né male, costituiscono la stragrande maggioranza; proprio questi” s’è detto il nostro padrone, “dobbiamo rendere migliori, né più né meno che se fossero cavalli, buoi o pecore... Facciamo in modo che abbiano interesse a essere attivi, saggi, laboriosi, istruiti e ligi al dovere... dimostriamo loro che, diventando migliori, diventeranno materialmente più felici... tutti ci guadagneranno... Perché i buoni consigli non riescano inutili, facciamo pregustare loro, quaggiù, come dire, un po’ di quella felicità che spetta ai giusti lassù...”
Fissato il piano, il padrone ha fatto sapere nei dintorni che gli occorrevano sei coltivatori e altrettante donne o ragazze; ma voleva scegliere questa gente fra i migliori elementi del paese, tenendo conto delle informazioni che avrebbe avuto dai sindaci, dai parroci e da altri. Avremmo dovuto percepire, come infatti percepiamo, un salario quasi principesco, avere un vitto migliore
di quello dei signori e dividerci fra noi lavoratori un quinto dei prodotti; dovevamo rimanere alla fattoria per due anni, lasciare poi il nostro posto ad altri agricoltori, scelti con lo stesso criterio; dopo cinque anni, avremmo potuto ripresentarci nel caso che ci fossero stati posti vacanti... Perciò, una volta impiantata la fattoria, coltivatori e braccianti dei dintorni si dicono: “Mostriamoci attivi, onesti, laboriosi, facciamoci notare per la buona condotta, e potremo avere un giorno un posto alla fattoria di Bouqueval; e qui, per due anni, vivremo come in un paradiso; ci perfezioneremo nel nostro mestiere; ci metteremo da parte un bel gruzzolo, e per di più, quando usciremo dalla fattoria, faranno a gara per assumerci, dal momento che per entrare alla fattoria ci vuole un attestato di buona condotta”.»
«Io sono già stato assunto alla fattoria d’Arnouville, dal signor Dubreuil» disse Jean-René.
«E io sono impegnato per Gonesse» aggiunse un altro contadino.
«Vedete bene, buon uomo, che tutti ci guadagnano: i fattori dei dintorni ci guadagnano doppiamente: da noi, fra uomini e donne, ci sono solo dodici posti disponibili, ma, nella regione, ci saranno press’a poco cinquanta elementi che sono degni di occupare questi posti; ora quelli che non otterranno i posti saranno comunque dei buoni elementi, no? e, come si dice, i resti sono o rimangono sempre buoni; perché, se non si ha fortuna la prima volta, si spera di averla la seconda; tutto sommato, aumenta il numero della brava gente. Vedete... con rispetto parlando, quando un cavallo o un qualsiasi animale vince un premio di velocità, di forza o di bellezza, si sa che in vista di questo premio vengono preparati cento concorrenti. Ma i concorrenti che non lo vincono, non sono, per questo, meno belli e meno bravi... Eh? vi dicevo io, buon uomo, che la nostra fattoria non è una fattoria qualunque e che il nostro padrone non è un padrone qualunque?»
«Oh! no, certo...» esclamò il Maître d’école, «e più la sua bontà, la sua generosità mi sembrano grandi, più io spero avrà compassione della mia triste sorte. Un uomo che fa del bene con tanta nobiltà e con tanta intelligenza non sta lì a contare le opere buone che compie.»
«Al contrario, egli le conta, buon uomo» disse il vecchio Châtelain; «ma per potersi vantare di una buona azione in più; mi sa tanto che ci rivedremo sicuramente alla fattoria, e che non sarà l’ultima volta che vi siederete a questa tavola!»
«Davvero? Guardate, ci spero mio malgrado... Oh! se sapeste come sono contento e già pieno di riconoscenza!» esclamò il Maître d’école.
«Non ne dubito, è tanto buono il nostro padrone!»
«Ma che sappia almeno il suo nome e anche quello di NotreDame-de-Bon-Secours» replicò prontamente il Maître, «che fin d’ora possa almeno benedirne i santi nomi.»
«Capisco la vostra impazienza» disse il contadino. «Oh! caspita, vi aspettate forse nomi altisonanti? Ah sì proprio! sono nomi semplici e soavi come quelli dei santi. Notre-Dame-de-Bon-Secours si chiama signora Georges... il nostro padrone, signor Rodolphe.»
“Mia moglie!... il mio carnefice!...” mormorò il brigante, fulminato dalla rivelazione.
VII
LA NOTTE
Rodolphe!!! La signora Georges!!!
Il Maître d’école non poteva credersi vittima di una fortuita
identità di nomi; prima di condannarlo al terribile supplizio, Rodolphe gli aveva detto di nutrire per la signora Georges un vivo interesse. Infine, la recente visita del negro David alla fattoria era la dimostrazione che non si sbagliava.
Riconobbe la mano della provvidenza e della fatalità in quest’ultimo incontro che gli faceva sfumare le speranze riposte nella generosità del proprietario della fattoria.
Il suo primo impulso fu quello di fuggire.
Rodolphe gli incuteva un terrore invincibile; forse in quel momento era alla fattoria... Riavutosi dallo stupore, l’assassino si alzò da tavola, prese per mano Tortillard, e si mise a gridare come un forsennato:
«Andiamocene via... Guidami... usciamo di qui.»
I contadini si guardarono meravigliati.
«Andarvene... adesso! Non dovete neppure pensarci, buon
uomo» disse il vecchio Châtelain. «Ma dico! che cosa vi prende? siete matto?»
Tortillard, sfruttando abilmente l’opportunità del momento, trasse un profondo sospiro, e si portò l’indice alla fronte nel tentativo di dare a intendere ai contadini che il presunto genitore non fosse molto sano di mente.
Il vecchio agricoltore gli rispose facendo segno d’aver capito e di esserne addolorato.
«Vieni, vieni, usciamo!» ripeté il Maître d’école cercando di trascinare il ragazzo.
Ma Tortillard, deciso più che mai a non lasciare il calduccio della casa per inoltrarsi nella campagna con quel gelo, disse con voce mesta:
«Dio mio! povero papà, ti è ripreso l’attacco? Calmati, non andare fuori con questa gelida notte... ti farebbe male... vedi, preferirei darti il dispiacere di disobbedirti piuttosto che portarti fuori a quest’ora». Poi rivolgendosi agli agricoltori: «Vero, brava gente, che mi aiuterete a non fare uscire il mio povero babbo?».
«Sì, sì, sta’ tranquillo, figliolo» disse il vecchio Châtelain, «non lasceremo uscire tuo padre... Sarà quindi costretto a dormire alla fattoria!»
«Voi non potete costringermi a stare qui!» gridò il Maître d’école; «e poi, d’altra parte, sarei di disturbo al vostro padrone... il signor Rodolphe... Mi avete detto che la fattoria non è un ospedale. Allora, ve lo dico ancora una volta, lasciatemi uscire...»
«Di disturbo al nostro padrone! state tranquillo. Purtroppo non vive alla fattoria e non ci viene quanto vorremmo noi... Ma se ci fosse, non gli dareste sicuramente fastidio. Questa casa, è vero, non è un ospedale, ma vi ho detto che i poveri disgraziati come voi possono passarci un giorno e una notte.»
«Non c’è il vostro padrone questa sera?» domandò il Maître d’école con voce più ferma.
«No; verrà, come al solito, fra cinque o sei giorni. Come vedete, i vostri timori non hanno senso. È quasi sicuro che la nostra buona signora non scenderà stasera, altrimenti avrebbe potuto tranquillizzarvi. Non ha forse fatto dire che vi venga preparato un letto alla fattoria? Del resto, se non la vedrete questa sera, le parlerete domani prima di partire... Le rivolgerete la vostra piccola supplica perché inviti il nostro padrone a interessarsi alla vostra sorte e a tenervi quindi alla fattoria...»
«No, no!» disse il brigante terrorizzato «ho cambiato idea... mio figlio ha ragione: quella mia parente di Louvres avrà pietà di me... Andrò a trovarla.»
«Come volete» disse il vecchio Châtelain compiacente, credendo di avere a che fare con un uomo che non aveva il cervello completamente a posto. «Partirete domattina. Quanto a rimettervi in cammino stasera con questo povero piccolo, non pensateci neppure; faremo le cose come si deve.»
Il Maître d’école, pur sapendo che Rodolphe non si trovava a Bouqueval, era ben lungi dal tranquillizzarsi. Benché spaventosamente sfigurato, aveva paura che sua moglie, che poteva scendere da un momento all’altro, riuscisse lo stesso a riconoscerlo; nel qual caso era convinto che lo avrebbe denunciato e fatto arrestare: infatti aveva sempre pensato che Rodolphe avesse voluto infliggergli una punizione così terribile per soddisfare l’odio e la sete di vendetta della signora Georges.
Ma il brigante non poteva lasciare la fattoria; era alla mercé di Tortillard. Allora si rassegnò; e, per evitare che sua moglie potesse sorprenderlo, disse al contadino:
«Dal momento che mi avete assicurato che non sarò di disturbo né al padrone né alla signora... accetto l’ospitalità che mi offrite; ma siccome sono molto stanco, andrò a dormire, se permettete; domattina vorrei ripartire alle prime luci del giorno.»
«Oh, domani mattina, quando vorrete! qui siamo mattinieri; e, per evitare che sbagliate ancora, vi condurremo sulla strada giusta.»
«Se volete, andrò io ad accompagnare il poveretto fino in fondo alla strada, dato che ho avuto l’ordine dalla signora di prendermi, domani, il carrettino per andare a ritirare dal notaio di Villiers-le-Bel le borse del denaro.»
«Accompagnerai il povero cieco alla sua strada, ma ci andrai con le tue gambe» disse il vecchio Châtelain. «La signora ha cambiato idea; ha pensato, ben a ragione, che non valeva la pena avere anzi tempo alla fattoria tanto denaro; lunedì prossimo avrai tutto il tempo che vuoi per andare a Villiers-le-Bel; intanto il denaro sta meglio dal notaio che qui.»
«La signora sa meglio di me quello che deve fare, ma perché questa paura d’avere qui il denaro, zio Châtelain?»
«Nessuna paura, ragazzo, grazie a Dio! Ma, a ogni modo, preferirei avere qui cento sacchi di grano piuttosto che dieci sacchi di scudi... Su» riprese il vecchio Châtelain rivolgendosi al brigante e a Tortillard «venite, buon uomo, e tu, piccolo, seguimi» aggiunse prendendo una delle candele accese. Poi fece strada ai due ospiti per condurli a una cameretta del pianterreno, dove arrivarono dopo aver attraversato un lungo corridoio, su cui si affacciavano parecchie porte.
Il contadino posò il lume su una tavola e disse al Maître d’école:
«Ecco la vostra stanza: che il Signore vi conceda una buona notte, buon uomo! Tu invece, ragazzo, che sei giovane, dormirai senz’altro bene».
Il brigante sedette cupo e pensoso sulla sponda del letto vicino al quale l’aveva accompagnato Tortillard.
Questi, fatto un cenno con la testa al vecchio contadino che stava per andarsene, uscì nel corridoio.
«Cosa vuoi, figliolo?» gli domandò il vecchio Châtelain.
«Dio mio! buon signore, io sono proprio disgraziato! certe volte, la notte, il mio povero babbo è preso da attacchi, una specie di convulsioni; io da solo non posso soccorrerlo: se mi trovassi nella necessità di chiamare aiuto, sarei sentito da qui?»
«Povero piccolo!» disse il contadino impietosito «stai tranquillo... vedi quella porta, vicino alle scale?»
«Sì, buon signore, la vedo.»
«Ebbene lì dorme uno dei giovani della fattoria dovrai solo svegliarlo, la chiave è sulla porta, verrà ad aiutarti a soccorrere tuo padre.»
«Ahimè, signore, se mio padre venisse preso dalle convulsioni, non so se io e lui riusciremmo a tenerlo fermo. Non potreste venire anche voi, voi che siete così buono... così buono?»
«Io, figliolo, dormo, con gli altri agricoltori in una parte della casa che si trova in fondo al cortile. Ma non preoccuparti, Jean-René è forte, potrebbe prendere un toro per le corna e sbatterlo per terra. D’altra parte, se avrete bisogno di qualcuno per aiutarvi, egli può andare a chiamare la vecchia cuoca, che dorme al primo piano vicino alla signora e alla signorina... inoltre, la nostra buona cuoca è così accorta che, all’occorrenza, può fare anche da infermiera.»
«Oh, grazie, grazie! buon signore, pregherò Iddio per voi, perché è stata una grande carità da parte vostra avere avuto compassione del mio povero babbo.»
«Bene, figliolo... Be’, buona notte; speriamo che tu non abbia bisogno di nessuno per tenere tuo padre. Ritorna dentro, forse ti sta aspettando.»
«Corro da lui... Buona notte, signore.»
«Che Dio ti protegga, figliolo.»
E il vecchio si allontanò.
Lo zoppetto aspettò giusto il tempo che il contadino voltas-
se le spalle per fargli quel gesto oltremodo insultante e derisorio che è tipico dei monelli di Parigi: gesto che consiste nel battersi varie volte la nuca con il palmo della mano sinistra, e nello stendere in avanti a ogni battuta il braccio destro con la mano bella spalancata.
Con un’astuzia diabolica il pericoloso ragazzo era riuscito ad avere una parte delle informazioni che gli occorrevano per asse-
condare i loschi progetti della Chouette e del Maître d’école. Sapeva già che la parte della casa dove avrebbe dormito era abitata soltanto dalla signora Georges, da Fleur-de-Marie, da una vecchia cuoca e da un giovane della fattoria.
Tortillard rientrò nella stanza che divideva col Maître d’école, ma si guardò bene dall’avvicinarglisi. Il Maître d’école, dal canto suo, appena lo sentì entrare gli disse a bassa voce:
«Da dove vieni, mascalzone?».
«Siete molto curioso, senza occhi.»
«Oh, ti farò pagare tutto quello che mi hai fatto soffrire e sop-
portare questa sera, maledetto ragazzo!» gridò il Maître d’école; e, balzato in piedi, andò a tastoni per la stanza alla ricerca di Tortillard, appoggiandosi di tanto in tanto al muro per orientarsi. «Ti strangolerò, sì, vipera velenosa!...»
«Povero papà... Allora siamo molto allegri stasera se abbiamo voglia di giocare a mosca cieca con l’amato figlioletto?» disse Tortillard sghignazzando e sfuggendo con grande facilità agli inseguimenti del Maître d’école.
Questi, dopo un primo momento di cieco furore, dovette ben presto rinunciare, come sempre, a prendere il figlio di Bras-Rouge.
Ormai era costretto a subire le continue sfrontatezze del piccolo fino al momento in cui avrebbe potuto vendicarsi senza correre rischi di sorta; ecco che cosa indusse il brigante a gettarsi sul letto e a reprimere, fra una bestemmia e l’altra, l’impotente collera.
«Povero papà... hai mal di denti... perché bestemmi così? Cosa direbbe il signor parroco se ti sentisse?... ti farebbe fare penitenza...»
«Bene! bene!» riprese con voce soffocata e sorda il brigante dopo un lungo silenzio, «prendimi in giro, approfitta della mia disgrazia... vigliacco che non sei altro!... è bello, sì! è generoso.»
«Oh, cosa vi salta in mente! generoso! Che faccia tosta!» esclamò Tortillard scoppiando a ridere, «scusate!... come se voi quando avevate tutti e due gli occhi buoni aveste usato tanti riguardi con tutti quelli che avete picchiato... così a chi tocca tocca.»
«Ma a te... io non ho mai fatto del male... perché mi tormenti così?»
«Prima di tutto perché avete insultato la Chouette... E quando penso poi che il signore voleva concedersi il lusso di restare qui facendo il carino con i contadini... Il signore voleva forse fare una cura di latte d’asina?»
«Mascalzone che non sei altro! se avessi avuto la possibilità di restare alla fattoria, che il fulmine ora la incenerisca!, le tue insolenze me l’avrebbero quasi impedito.»
«Voi restare qui! Questa è buona! La signora Chouette chi avrebbe avuto come vittima? io, forse? Grazie tante, ho avuto la mia parte!»
«Mostriciattolo infame!»
«Mostriciattolo! ecco, ragione di più; sono d’accordo con la zia Chouette, non c’è nulla di più divertente del farvi arrabbiare a morte, voi che potreste uccidermi con un pugno... se foste debole, non sarebbe più tanto bello... Eravate così buffo, questa sera, a cena... Dio d’un Dio! mi sono goduto uno spettacolo tutto per me... un vero parco dei divertimenti! A ogni pedata che vi davo di nascosto, la collera vi faceva montare il sangue alla testa e gli occhi bianchi vi si cerchiavano di rosso; ci mancava solo un po’ di blu nel mezzo e sarebbero stati tricolori... due belle coccarde da poliziotto!»
«Su, via, ti piace scherzare, sei allegro... eh! sei giovane; non me la prendo» disse il Maître d’école con tono affettuoso e spigliato, sperando di impietosire Tortillard; «ma invece di star lì a prendermi in giro, faresti meglio a ricordare quello che ti ha detto la tua amata Chouette; dovresti controllare tutto e prendere le impronte. Hai sentito? Parlavano di una grossa somma di denaro che lunedì avranno qui... Ritorneremo alla fattoria con gli amici e faremo un bel colpo. Sì, sono stato piuttosto stupido a chiedere di restare qui... dopo otto giorni avrei avuto una bella barba di questi bonaccioni di contadini... non è vero, ragazzo?» disse il brigante nell’intento di accattivarsi Tortillard.
«Vi assicuro che mi avreste fatto pena!» rispose il figlio di Bras-Rouge sghignazzando.
«Sì, sì, c’è un bel colpo da fare qui... E quand’anche non ci fosse niente da rubare, tornerò in questa casa con la Chouette per vendicarmi» disse il brigante con voce piena di collera e di odio; «perché sono sicuro che è stata mia moglie ad aizzarmi contro quel diavolo di Rodolphe: e lui, accecandomi, non mi ha forse messo alla mercé di tutti... della Chouette, di un monello come te?... Ebbene, poiché non posso vendicarmi con lui... mi vendicherò con mia moglie!... Sì, lei pagherà per tutti, dovessi pure dare fuoco a questa casa ed esserne sepolto sotto le macerie... Oh, vorrei... vorrei!...»
«Vorreste averla, eh vecchio, vostra moglie? E pensare che è a dieci passi da voi... è proprio seccante questa cosa! Se volessi,
potrei condurvi alla porta della sua stanza... perché io so dov’è la sua stanza... lo so, lo so, lo so» aggiunse canticchiando, come il suo solito, Tortillard.
«Sai dov’è la sua stanza!» esclamò il Maître d’école con gioia feroce, «lo sai?...»
«Vi state scoprendo» disse Tortillard; «vi farò dare spettacolo facendovi star ritto sulle zampe posteriori, come ci sta un cane quando gli si mostra un osso... Attento, vecchio Azor!»
«Sai davvero dov’è la stanza di mia moglie?» ripeté il brigante voltandosi verso il punto da cui sentiva venire la voce di Tortillard.
«Sì, lo so; e il più bello è che, nell’ala della casa in cui ci troviamo noi, dorme un solo giovane della fattoria; so dov’è la sua porta, la chiave è su: crac! un giro, ed è chiuso dentro... Su, sulle zampe, vecchio Azor!»
«Chi te l’ha detto?» gridò il brigante alzandosi involontariamente.
«Bravo, Azor... Nella stanza accanto a quella di vostra moglie, dorme una vecchia cuoca... un altro giro di chiave, e siamo padroni della casa, padroni di vostra moglie e della ragazza con la mantellina grigia che dovevamo rapire... Adesso, qua la zampa, vecchio Azor, fate il vostro numero per il padrone! subito!»
«Non è vero, non è vero... Come hai fatto a saperlo?»
«Sono zoppo, ma non scemo... Poco fa mi è venuta l’idea di dire a quel vecchio barbogio di contadino che certe notti avete le convulsioni, e gli ho chiesto dove avrei potuto trovare aiuto se vi fosse venuto l’attacco... Allora mi ha risposto che, se stavate male, avrei potuto svegliare il giovane e la cuoca, e mi ha mostrato dove dormivano... uno giù, l’altra su... al primo piano, vicino a vostra moglie, vostra moglie, vostra moglie!...»
E Tortillard prese a ripetere il suo monotono canto. Dopo una lunga pausa, il Maître d’école riprese con voce pacata e improntata insieme a sincera e terribile risolutezza:
«Stammi a sentire... Ne ho abbastanza della vita... Poco fa... ebbene! sì, lo confesso... ho avuto qualche speranza, ora, però, la mia sorte mi sembra ancora più brutta... La prigione, i lavori forzati, la ghigliottina, non sono niente in confronto a tutto quello che sopporto da questa mattina... e questo dovrò sopportarlo sempre... Guidami alla stanza di mia moglie; ho con me il coltello... la ucciderò... dopo mi uccideranno, non importa... l’odio mi soffoca... mi vendicherò... sarà un sollievo per me... Quello che sto soffrendo è troppo, è troppo! per me che facevo tremare tutto
e tutti. Ecco, vedi... se tu sapessi come sto soffrendo avresti pietà di me... Da un momento a questa parte mi sembra che la testa stia per scoppiarmi... il sangue mi pulsa da rompere le vene... il cervello è intasato».
«Un raffreddore di testa, vecchio? ho capito... Starnutite... vi libererete...» disse Tortillard scoppiando ancora una volta a ridere. «Volete una presa di tabacco?»
E battendo sul dorso della mano destra chiusa a pugno, come se avesse battuto sul coperchio di una tabacchiera, si mise a canticchiare:
Ho un buon tabacco nella tabacchiera: Ho un buon tabacco e non te ne darò.
«Oh, Dio mio, Dio mio! vogliono farmi impazzire!» gridò il brigante, seriamente sconvolto da una specie di eretismo di vendetta sanguinaria, ardente, implacabile che non poteva appagare.
La potenza e l’impotenza di quel mostro erano pari. Immaginatevi un lupo affamato, furioso, idrofobo che, dopo essere stato continuamente stuzzicato attraverso le sbarre della gabbia, da un ragazzo, senta a due passi di distanza la vittima che potrebbe soddisfare la sua fame e insieme la sua rabbia.
L’ultimo scherno di Tortillard fece quasi perdere la testa al brigante.
In mancanza di una vittima, volle, accecato com’era dal furore, spargere il proprio sangue... il sangue lo soffocava.
Il proposito di uccidersi durò un istante, se avesse avuto in mano una pistola carica, non avrebbe esitato. Si frugò nelle tasche, tirò fuori un lungo coltello, l’aprì, alzò il braccio per colpirsi... Ma per quanto rapido, ogni movimento era stato preceduto nel tempo dalla riflessione, dalla paura, dall’istinto di conservazione.
Mancatogli il coraggio, l’assassino lasciò ricadere il braccio sulle ginocchia.
Tortillard aveva seguito attentamente ogni movimento; quando vide, però, che la tragica velleità del Maître d’école aveva avuto uno scioglimento incruento, non poté trattenersi dall’esclamare con una sghignazzata:
«Un duello, ragazzo!... spennate le anitre...».
Il Maître d’école, temendo che un nuovo e inutile accesso di collera gli facesse perdere la ragione, fece finta di non sentire quest’altro insulto di Tortillard, che mirava a schernire con tanta insolenza la vigliaccheria dell’assassino davanti al suicidio. No-
nostante non sperasse più di sfuggire, per vendetta del destino, a quella che egli chiamava la crudeltà di quel maledetto ragazzo, tuttavia il brigante volle fare con il figlio di Bras-Rouge un ultimo tentativo e toccare questa volta la corda della cupidigia.
«Oh» gli disse con voce quasi supplichevole, «conducimi alla stanza di mia moglie; prenderai tutto quello che c’è, e poi fuggirai; mi lascerai solo... griderai all’assassino, se vuoi! Mi arresteranno, mi uccideranno sul posto... tanto meglio!... morirò vendicato, visto che non ho il coraggio di farla finita... Oh! conducimi... conducimi; lì da lei ci saranno senz’altro oro e gioielli: ti dico che potrai prendere tutto... per te solo... mi senti?... per te solo... io ti domando solo di accompagnarmi alla sua porta vicino a lei.»
«Sì... sento bene; volete che vi accompagni alla sua porta... e poi al suo letto... e poi che vi dica dove colpire, e poi che vi guidi il braccio, vero? Volete insomma che io sia il manico del vostro coltello!... vecchio mostro!» replicò Tortillard con un’espressione di disprezzo, di collera e di orrore che, per la prima volta, in quel giorno, rese seria la faccia da faina, fino ad allora beffarda e sfrontata. «Sentite... mi lascerei uccidere piuttosto che condurvi da vostra moglie.»
«Non vuoi?»
Il figlio di Bras-Rouge non rispose.
A piedi nudi, per non far rumore, si avvicinò al Maître d’éco-
le, che, seduto sul letto, teneva sempre il coltellaccio in mano; poi, con un’abilità e una sveltezza prodigiose, gli portò via l’arma e balzò dall’altra parte della stanza.
«Il coltello! il coltello!» gridò il brigante stendendo le braccia.
«No, perché domattina sareste capace di chiedere di parlare con vostra moglie e di gettarvi su di lei per ucciderla... dal momento che come avete detto ne avete abbastanza della vita e che siete tanto vigliacco da non avere il coraggio di uccidervi con le vostre mani...»
«Difende mia moglie contro di me, adesso!» gridò il bandito, la cui mente cominciava ad annebbiarsi. «Ma è proprio un demonio questo mostriciattolo! Non capisco più niente. Perché la difende?»
«Per farti dispetto...» disse Tortillard; e riassunse la maschera del motteggiatore sfrontato.
«Ah! è così!» mormorò il Maître d’école, completamente fuori di sé, «ebbene! appiccherò il fuoco alla casa... bruceremo tutti!... tutti!... preferisco questa fornace a quell’altra... La candela?... la candela?...»
«Ah, ah, ah!» esclamò Tortillard scoppiando di nuovo a ridere; «se non ti avessero spento le tue candele... a te e per sempre... vedresti che la nostra è spenta da un’ora.»
E Tortillard a canticchiare:
La mia candela è morta Non ho più fuoco...
Il Maître d’école emise un gemito sordo, stese le braccia, cadde lungo disteso sul pavimento con la faccia verso terra, e restò immobile: era un colpo apoplettico.
«Ho capito, vecchio!» disse Tortillard, «è una finta per farmi venire vicino a te e per appiopparmi così un ceffone... Quando sarai stanco di fare il morto sul pavimento ti alzerai.»
E il figlio di Bras-Rouge, deciso a non addormentarsi per paura che il Maître d’école, andando a tentoni, lo sorprendesse, restò a sedere sulla sedia, e da seduto fissava i suoi occhi attenti sul brigante, che non credeva affatto in pericolo di vita ma che era convinto, invece, gli tendesse un tranello.
Per far qualcosa di piacevole, Tortillard, tratto di tasca con fare misterioso un sacchetto di seta rossa, si mise a contare con lentezza, saettandole di occhiate cupide e giubilanti, le diciassette monete d’oro che c’erano dentro.
Ecco da dove provenivano le ricchezze mal guadagnate di Tortillard.
Abbiamo già narrato come, in occasione del fatale appuntamento accordato al comandante, la signora d’Harville stesse per essere sorpresa dal marito. Rodolphe, porgendole un sacchetto, aveva detto alla giovane donna di salire al quinto piano dai Morel, con il pretesto di portar loro un po’ di denaro. La signora d’Harville saliva rapidamente la scala con il sacchetto in mano, quando Tortillard, che scendeva dalla casa del ciarlatano, adocchiatolo, passò vicino alla marchesa e, fingendo di cadere, la urtò, ma, nell’urto, le portò via il sacchetto. La signora d’Harville, benché sconvolta, si era affrettata, sentendo avvicinarsi il marito, a salire al quinto piano, senza poter denunciare l’audace furto dello zoppetto.
Dopo aver contato e ricontato il suo oro, Tortillard, constatato che nella fattoria tutto era tranquillo, uscì dalla stanza e, scalzo, con tanto di orecchi drizzati e la mano che faceva da paralume alla candela, andò a prendere le impronte delle quattro porte che davano sul corridoio, pronto a dire, se lo sorprendevano fuori della stanza, che stava cercando aiuto per il padre.
Al ritorno, Tortillard trovò il Maître d’école ancora steso per terra... Un po’ inquieto, tese l’orecchio, sentì il brigante respirare liberamente: pensava che il trucco sarebbe durato all’infinito.
«Sempre lo stesso giochetto, eh, vecchio!» gli disse.
Per un caso il Maître d’école aveva evitato una congestione cerebrale che poteva sicuramente farlo morire. La caduta, provvidenziale, gli aveva causato un’abbondante emorragia nasale.
Poi era caduto in una specie di torpore febbrile, a metà tra il sonno e il delirio; e allora fece un sogno strano, un sogno spaventoso!...
VIII
IL SOGNO
Questo è il sogno del Maître d’école.
Rivede Rodolphe nella casa dell’allée des Veuves.
Niente è cambiato nel salone dove il brigante ha subito l’orri-
bile supplizio.
Rodolphe è seduto dietro il tavolo dove si trovano i documen-
ti del Maître d’école e la medaglia di lapislazzuli che ha dato alla Chouette.
Il viso di Rodolphe è grave e triste.
In piedi, alla sua destra, ha il negro David, impassibile, silenzioso; alla sua sinistra ha lo Chourineur; guarda la scena con aria spaventata.
Il Maître d’école non è più cieco, ci vede, anche se attraverso il velo di sangue che gli riempie le cavità orbitali.
Tutti gli oggetti li vede tinti di rosso.
Come gli uccelli da preda si librano immobili nell’aria sopra la vittima che, prima di divorare, magnetizzano, così una civetta mostruosa, che ha come testa l’orribile viso della guercia, si libra sopra il Maître d’école... Lui si sente continuamente addosso l’occhio rotondo, fiammeggiante verdastro di lei.
Uno sguardo implacabile che lo opprime come un peso enorme sul petto.
Come colui che, abituatosi all’oscurità, finisce col distinguere oggetti dapprima invisibili, così il Maître d’école si accorge a un certo momento che un immenso lago di sangue lo separa dal tavolo a cui siede Rodolphe.
L’inflessibile giudice, lo Chourineur e il negro a poco a poco assumono proporzioni colossali... I tre fantasmi diventano tanto
grandi da raggiungere i fregi del soffitto, i quali si spostano verso l’alto in maniera proporzionale.
Il lago di sangue è calmo, uniforme come uno specchio rosso.
In esso il Maître d’école vede riflettersi la sua orribile immagine.
Ma ben presto le acque si agitano e si gonfiano; l’immagine sparisce.
Dalla superficie agitata esalano vapori mefitici da palude, una nebbia livida, della lividezza delle labbra dei trapassati.
Ma a mano a mano che la nebbia sale, sale... le figure di Rodolphe, dello Chourineur e del negro continuano a crescere, a crescere smisuratamente, tanto da sovrastare sempre le funeste esalazioni.
In mezzo al vapore il Maître d’école vede apparire pallidi spettri, svolgersi scene di delitti che egli perpetra...
In questo miraggio fantastico, vede dapprima un vecchietto con la testa pelata: porta una prefettizia scura e una visiera di seta verde; è in una stanza con pareti scrostate, intento a contare e a mettere in ordine mucchietti di monete d’oro alla luce di una lampada.
Attraverso la finestra, rischiarata da un’anemica luna, che imbianca le cime di alcuni grandi alberi agitati dal vento, il Maître d’école si vede dall’esterno... con l’orribile viso incollato ai vetri.
Ogni più piccolo movimento del vecchietto è seguito con occhi di fiamma... poi spacca il vetro, apre la finestra, con un salto è sopra la vittima e gli pianta un lungo coltello nella schiena.
L’azione è così rapida, il colpo è così immediato, così sicuro, che il cadavere del vecchio resta seduto sulla sedia...
L’assassino vuole togliere il coltello dal morto. Non può...
Raddoppia gli sforzi...
Invano.
Allora decide di lasciare lì il coltello.
Impossibile.
La mano dell’assassino non si stacca dal manico del pugnale,
come la lama del pugnale non si stacca dal cadavere dell’assassinato.
L’assassino sente allora uno sbattere confuso di speroni e di sciabole sul pavimento di una stanza vicina.
Per cercare di scappare, decide di portare con sé il misero corpo del vecchio, da cui non può tirar via né il coltello, né la mano...
Non ci riesce.
Il piccolo cadavere pesa come una tonnellata di piombo.
Nonostante le spalle erculee e gli sforzi disperati, non riesce nemmeno a smuovere l’enorme peso.
Ancora più vicino sente risuonare i passi e strascicare le sciabole...
La chiave gira nella toppa. La porta si apre...
La visione sparisce...
E allora la civetta, sbattendo le ali, grida:
«È il vecchio riccone della rue du Roule... Il tuo primo assassi-
nio... assassinio... assassinio...»
Oscuratosi un momento, il vapore che copre il lago di sangue
ridiventa trasparente e fa vedere un altro spettro...
Il giorno sta spuntando, la nebbia è fitta e scura... Un uomo, vestito come vestono i mercanti di bestiame, è steso sul ciglio di una strada maestra, morto. Dalla terra calpestata, dall’erba strappata, si capisce che la vittima ha opposto una resistenza dispera-
ta...
Il cadavere ha sul petto cinque ferite che sanguinano ancora...
È morto, eppure fischia ai suoi cani, chiama aiuto, gridando: «A me! A me!...»
Ma fischia, ma chiama dalle cinque larghe piaghe i cui margini spalancati si muovono come labbra di bocca che parli...
Cinque richiami, cinque fischi simultanei, che il cadavere manda dalla bocca delle sue ferite, orribili a udirsi...
A questo punto, la civetta agita le ali e contraffà i funerei gemiti della vittima, poi esplode in cinque risate, stridenti e selvagge come quelle dei pazzi, e grida:
«Il mercante di buoi di Poissy... Assassino!... Assassino!... Assassino!...»
Echi sotterranei ripetono, in lontananza, le risate sinistre della civetta, che sembra vadano poi a perdersi nelle viscere della terra.
A questo rumore, due grossi cani neri come l’ebano, e con occhi ardenti come tizzoni sempre fissi sul Maître d’école, cominciano ad abbaiare e a girare... a girare... a girargli intorno con rapidità vertiginosa.
Quasi lo toccano, e i loro latrati sono così lontani che sembrano venire trascinati dal vento del mattino.
A poco a poco gli spettri impallidiscono, si dileguano come ombre e s’inabissano nel livido vapore che continua a salire.
Una nuova zaffata di vapore ricopre la superficie del lago di sangue, sovrapponendovisi.
È una specie di foschia verdastra, trasparente; sembra quasi la sezione verticale di un canale pieno d’acqua.
Dapprima si vede il fondo del canale coperto da una melma densa, abitata da innumerevoli rettili che di solito a occhio nudo non si notano, ma che, ingranditi come si potrebbero vedere al microscopio, assumono aspetti mostruosi, proporzioni enormi rispetto alla loro grandezza reale.
Non è più melma, è una massa compatta, viva, brulicante, un viluppo inestricabile che formicola e pullula, così unito, così coerente, che, sotto la sua spinta, il livello di questa melma o meglio di questo banco d’immondi animali si solleva e s’increspa in maniera misteriosa e inavvertibile.
Sopra vi scorre lentamente, lentamente, un’acqua melmosa, densa, morta, che trasporta nel suo pigro corso le immondizie che lì vengono continuamente scaricate dalle fogne di una grande città, avanzi di ogni specie, carogne di animali...
Improvvisamente il Maître d’école sente il tonfo di un corpo che cade pesantemente in acqua.
Urtata dal tuffo improvviso, l’acqua schizza in faccia al Maître d’école...
Attraverso le innumerevoli bolle d’aria che arrivano alla superficie, vede sprofondare una donna che si dibatte... che si dibatte...
E, insieme alla Chouette, vede se stesso fuggire precipitosamente dalle rive del canale Saint-Martin, con in mano una grande cassa avvolta nella tela nera.
Ciononostante, assiste fino in fondo all’agonia della vittima che lui e la Chouette hanno appena gettato nel canale.
Dopo la prima immersione, vede la donna risalire a fior d’acqua e agitare scompostamente le braccia come uno che non sa nuotare e che tenta invano di salvarsi.
Poi ode un forte urlo.
L’urlo, disperato, di morte, è rotto dal rumore sordo, brusco di una involontaria bevuta... e la donna va una seconda volta sott’acqua. La civetta, che continua a librarsi immobile, contraffà il rantolo convulso dell’annegata, come prima ha contraffatto i gemiti del
mercante di buoi.
Fra le sinistre risate, la civetta ripete:
«Glu... glu... glu...»
Gli echi sotterranei ne ripetono i gridi.
Andata sott’acqua ancora una volta, la donna soffoca e fa, suo
malgrado, un violento tentativo di aspirare; ma invece di aria, aspira ancora una volta acqua...
Allora la testa cade all’indietro, il viso si congestiona, diventa paonazzo, il collo illividisce e si gonfia, le braccia si irrigidiscono, e, in un’ultima convulsione, l’agonizzante agita i piedi immersi nella melma.
Allora una cortina di fanghiglia nerastra la avvolge e risale poi con lei alla superficie.
L’annegata non ha fatto in tempo a esalare l’ultimo respiro che già è avvolta da una miriade di rettili microscopici, orribile e vorace fauna della melma...
Il cadavere galleggia un istante, oscilla ancora un po’, poi s’inabissa lentamente, orizzontalmente, con la testa un po’ più in alto dei piedi, e comincia a seguire sott’acqua la corrente del canale.
Talvolta il cadavere gira su se stesso, e si trova faccia a faccia col Maître d’école; lo spettro, allora, lo guarda fisso con due grandi occhi glauchi, vitrei, opachi... le labbra violacee si muovono...
Il Maître d’école è lontano dall’annegata, eppure ella gli mormora all’orecchio... «glu... glu... glu...» e lo strano verso si accompagna al particolare rumore che fa un recipiente quando, prima d’andare a fondo, si riempie d’acqua.
La civetta ripete «glu... glu... glu...» sbattendo le ali, e grida:
«La donna del canale Saint-Martin!... Assassino... Assassino!... Assassino!... »
Le rispondono gli echi sotterranei... ma, invece di perdersi a poco a poco nelle viscere della terra, rimbombano sempre di più e sembrano sempre più vicini.
Al Maître d’école sembra di sentire le risate risuonare da un polo all’altro.
La visione dell’annegata sparisce.
Il lago di sangue, oltre il quale il Maître d’école continua a vedere Rodolphe, diventa di un nero bronzeo; poi diventa rosso e si trasforma subito in un magma liquido simile a metallo in fusione; poi il lago di fuoco si alza, sale... sale... verso il cielo come un’enorme tromba marina.
Poco dopo esso è un orizzonte incandescente come ferro arroventato.
Quest’immenso, infinito orizzonte, abbaglia e brucia nello stesso tempo lo sguardo del Maître d’école: inchiodato al suo posto, non può distogliere lo sguardo.
Allora, su questo sfondo di lava infuocata, dal cui riverbero è accecato, egli vede passare e ripassare a uno a uno gli spettri neri e giganteschi delle sue vittime.
«La lanterna magica del rimorso!... del rimorso!... del rimorso!...» grida la civetta sbattendo le ali e ridendo fragorosamente.
Nonostante le tremende sofferenze che prova in quel suo incessante contemplare, il Maître d’école continua a tenere gli occhi fissi sugli spettri che si muovono nell’alone infuocato.
Egli prova allora qualcosa di spaventoso.
Attraverso tutta una gamma d’indicibili sofferenze, sente, a forza di guardare l’immenso focolare, le pupille, che hanno preso il posto del sangue che gli riempiva le orbite, diventare calde, brucianti, fondersi nel magma infuocato, fumare e infine calcinarsi nelle loro cavità come in due crogioli di ferro rovente.
Dopo aver visto e sentito, in virtù di una prodigiosa facoltà, tutte le trasformazioni che hanno subìto le sue pupille prima di ridursi in cenere, ricade nelle tenebre della sua precedente cecità.
Ma ecco che improvvisamente le insopportabili sofferenze si calmano come per incanto.
Un soffio pieno di fragranze e di deliziosa freschezza è passato sulle sue orbite ancora di fuoco.
Il soffio è uno squisito impasto dei profumi primaverili che mandano i fiori campestri irrorati di rugiada.
Il Maître d’école sente attorno un leggero mormorio simile a quello che fa la brezza quando accarezza le foglie, simile a quello che fa un ruscello di acqua fresca quando scorre e gorgoglia nel suo letto di ciottoli e di muschio.
Migliaia di uccelli cantano di tanto in tanto le più melodiose fantasie; non appena finiscono, il Maître d’école sente salire al cielo con un leggero fremito canzoni strane, sconosciute, canzoni per così dire alate, cantate da voci infantili di angelica purezza.
È preso a poco a poco da un senso di benessere morale, d’abbandono, di languore indefinibile.
Effusione del cuore, rapimento dello spirito, folgorazione dell’anima di cui nessuna impressione fisica, per quanto inebriante, potrebbe dare una idea!
Il Maître d’école si sente dolcemente librare in una sfera luminosa, eterea: gli sembra d’innalzarsi incommensurabilmente al di sopra del mondo.
Dopo avere goduto per un po’ di questa indicibile felicità, si ritrova nel tenebroso abisso dei suoi abituali pensieri.
Sta sempre sognando, ma ora è soltanto il brigante imbavagliato che bestemmia e si danna in accessi di impotente furore.
Una voce rimbomba, sonora, solenne. È la voce di Rodolphe!
Il Maître d’école ha un fremito di spavento; ha la vaga coscienza di sognare, ma il terrore che incute Rodolphe è tanto grande che, pur facendo tutti gli sforzi possibili, non riesce a sottrarsi alla nuova visione.
La voce parla... egli ascolta.
La voce di Rodolphe non è adirata; è piena di tristezza, di compassione.
«Povero sciagurato» dice al Maître, «l’ora del pentimento non è ancora suonata per voi. Dio solo sa quando suonerà. I vostri delitti non sono ancora completamente puniti. Avete sofferto, non avete espiato; il destino prosegue nella sua opera di alta giustizia. I vostri complici sono diventati i vostri carnefici; una donna, un bambino vi danno ordini, vi torturano...
Infliggendovi un castigo terribile come i vostri delitti. Ve l’avevo detto... ve l’avevo detto! ricordate le mie parole: “Tu hai usato la tua forza per uccidere... io paralizzerò la tua forza... I più forti, i più feroci tremavano davanti a te... tu tremerai davanti ai più deboli!”.
Avete lasciato l’oscuro rifugio dove potevate condurre una vita di pentimento e d’espiazione...
Avete avuto paura del silenzio e della solitudine...
Poco fa per un momento avete invidiato la vita tranquilla dei contadini di questa fattoria; ma era troppo tardi... troppo tardi!
Benché quasi inerme, vi confondete con un’orda di scellerati e di assassini, e, per paura, non avete voluto più restare oltre presso la brava gente che vi aveva sistemato.
Avete voluto stordirvi con nuovi misfatti... Avete gettato una sfida feroce a colui che aveva voluto impedirvi di fare del male ai vostri simili, e questa sfida criminale è risultata vana. Benché audace, scellerato, forte, non avete potuto rompere le vostre catene. La sete di sangue che vi arde dentro... non potete soddisfarla... Poco fa, preso da uno spaventoso e sanguinario furore, avreste voluto uccidere vostra moglie; ella è qui, sotto il vostro stesso tetto; dorme e non può difendersi; voi avete un coltello e la sua stanza è a due passi; nessun ostacolo vi sbarra la strada, se volete arrivare fino a lei; niente può sottrarla al vostro furore... solo la vostra impotenza!
Il sogno di poco fa e quello che state facendo ora potrebbero esservi di grande insegnamento, potrebbero salvarvi... Le immagini misteriose del sogno che avete fatto hanno un significato profondo...
Il lago di sangue in cui avete visto apparire le vostre vittime... rappresenta il sangue che avete versato. La lava ardente che ha
preso il suo posto... rappresenta il bruciante rimorso che avrebbe dovuto consumarvi, perché Dio, un giorno, potesse essere toccato dai vostri quotidiani tormenti, chiamarvi a sé... e farvi gustare le dolcezze ineffabili del perdono. Ma non sarà così. No! no! ogni avvertimento sarà inutile; anziché pentirvi, rimpiangerete ogni giorno, con orribili bestemmie, il tempo in cui commettevate i delitti... Ahimè! dalla lotta continua fra la vostra ardente sete di sangue e l’impossibilità di placarla, fra la vostra inclinazione all’oppressione feroce e la necessità di stare sottomesso a esseri deboli e crudeli, verrà a voi una sorte così brutta, così spaventosa!... Oh! povero miserabile!»
La voce di Rodolphe si alterò.
E stette zitto un momento, come se l’emozione e lo sgomento gli avessero impedito di continuare.
Il Maître d’école si sentì rizzare i capelli in testa. Qual era il destino che muoveva a pietà perfino il suo carnefice?
«Il destino che vi attende è così terribile» riprese Rodolphe, «che Dio, in qualità di giudice inesorabile e onnipotente, vorrebbe fare espiare a voi solo i delitti di tutti gli uomini, perché è il supplizio più spaventoso che si possa immaginare. Voi, voi infelice! la fatalità vuole che conosciate la terribile punizione che vi aspetta, e vuole che l’accettiate senza opporvi! Che l’avvenire vi sia svelato!»
Il Maître d’école credette di avere riacquistato la vista.
Aprì gli occhi... vide...
Ma quello che vide gli procurò uno spavento tale, che si la-
sciò sfuggire un grido acuto e si svegliò di soprassalto dal sogno spaventoso.
IX
LA LETTERA
All’orologio della fattoria di Bouqueval suonavano le nove quando la signora Georges entrò pian piano nella stanza di Fleur-deMarie.
La ragazza aveva il sonno così leggero che si svegliò quasi subito. Un vivido sole invernale filtrava attraverso le persiane e le tende di calicò foderato di stoffa rosa, diffondendo una luce vermiglia nella stanza e facendo prendere al volto pallido e dolce della Goualeuse i colori che le mancavano.
«Ebbene, fanciulla» disse la signora Georges sedendo sul letto della ragazza e baciandola in fronte, «come state?»
«Meglio, signora... vi ringrazio.»
«Stamattina non vi hanno svegliata presto?»
«No, signora.»
«Meglio così. Il povero cieco e il figlio che abbiamo ospitato
questa notte hanno voluto lasciare la fattoria all’alba; temevo che il rumore che hanno fatto aprendo le porte vi avesse svegliato.»
«Poveretti! perché sono partiti così presto?»
«Non lo so; ieri sera quando vi ho lasciata che eravate un po’ più calma, sono scesa in cucina per vederli; ma tutti e due si erano sentiti così stanchi da chiedere il permesso di ritirarsi. Il vecchio Châtelain mi ha detto che il cieco non doveva essere tanto sano di mente; e tutta la nostra gente è stata colpita dalle pietose attenzioni che il figlio prodigava al padre infelice. Ma, sono sicura, Marie, che avete avuto un po’ di febbre; non voglio che prendiate freddo oggi: non uscirete dal salotto.»
«Scusatemi, signora; stasera, alle cinque, devo andare in canonica; il signor parroco mi aspetta.»
«Sarebbe un’imprudenza; avete sicuramente trascorso una brutta notte. Avete gli occhi stanchi, avete dormito male.»
«È vero... ho fatto altri sogni orribili. Ho rivisto in sogno la donna che mi ha tormentato quand’ero piccola; mi sono svegliata di soprassalto, tutta spaventata. È una debolezza ridicola di cui mi vergogno.»
«Io invece sono preoccupata di questa vostra debolezza perché vi fa soffrire, povera piccola!» disse la signora Georges con inquieta tenerezza, vedendo gli occhi della Goualeuse riempirsi di lacrime.
Costei, gettatasi al collo della madre adottiva, nascose il viso sul seno di lei.
«Dio mio! che cosa avete, Marie, mi spaventate.»
«Siete così buona con me, signora, che mi rimprovero di non avervi confidato quello che ho confidato al signor parroco; domani vi dirà tutto lui: mi costerebbe troppo rifare la confessione.»
«Su, su, figliola, siate ragionevole; sono sicura che non ci sarà niente di biasimevole nel gran segreto che avete confidato al nostro buon parroco. Non piangete così, mi fate stare male.»
«Scusate, signora; non so perché, da due giorni a questa parte, mi pare che il cuore quasi mi si spezzi... Mio malgrado, gli occhi mi si riempiono di lacrime... Ho cupi presentimenti... Sento che mi succederà qualche disgrazia.»
«Marie, Marie... vi sgriderò se vi lascerete prendere così da terrori immaginari. Non bastano le preoccupazioni reali che abbiamo?»
«Avete ragione, signora; ho torto, cercherò di superare questa mia debolezza... Se sapeste, Dio mio! quanto mi rimprovero di non essere sempre gaia, sorridente, felice... come dovrei esserlo! Ahimè! la mia tristezza deve sembrarvi ingratitudine!»
La signora Georges stava per tranquillizzare la Goualeuse, quando Claudine, dopo aver bussato, entrò.
«Che cosa volete, Claudine?»
«Signora, si tratta di Pierre che è arrivato da Arnouville col calesse della signora Dubreuil; ha portato questa lettera per voi, dice che è molto urgente.»
La signora Georges lesse ad alta voce quanto segue:
Mia cara signora Georges, mi fareste un favore enorme e mi togliereste da una grossa difficoltà, venendo subito alla fattoria; Pierre vi condurrà e vi riporterà indietro questo pomeriggio. Non so proprio dove sbattere la testa. Il signor Dubreuil è a Pontoise per la vendita della lana; sono ricorsa quindi a voi e a Marie. Clara bacia la sua buona sorellina e l’aspetta con impazienza. Cercate di venire alle undici, per il pranzo.
La vostra cara amica. Signora Dubreuil.
«Di cosa può trattarsi?» disse la signora Georges a Fleur-deMarie. «Fortunatamente il tono della lettera della signora Dubreuil fa pensare che non ci sia niente di grave...»
«Verrò con voi, signora?» domandò la Goualeuse.
«Forse non è prudente, perché fa molto freddo. Ma dopo tutto» riprese la signora Georges, «sarà una distrazione; se sarete coperta, la corsetta non può farvi che bene...»
«Ma, signora» disse la Goualeuse, soprappensiero, «stasera il signor parroco mi aspetta, alle cinque, in canonica.»
«Avete ragione; saremo di ritorno per le cinque, ve lo prometto.»
«Oh, grazie, signora; sono così contenta di rivedere la signorina Clara...»
«Ancora!» disse la signora Georges in tono di dolce rimprovero, «signorina Clara!... Lei dice “signorina Marie”, parlando di voi?»
«No, signora...» rispose la Goualeuse, chinando gli occhi. «Il fatto è che io... io...»
«Voi! siete una bambina crudele che non pensa ad altro che a tormentarsi; avete già dimenticato le promesse che m’avevate fatto
poco fa. Svelta, vestitevi, e in maniera adatta. Potremo essere ad Arnouville prima delle undici.»
Quindi, mentre usciva con Claudine, la signora Georges le disse: «Avverti Pierre che ci attenda ancora un po’. Saremo pronte fra qualche minuto».
X
IL RICONOSCIMENTO
Una mezz’ora dopo questa conversazione, la signora Georges e Fleur-de-Marie salivano su uno di quei grandi calessi di cui si servono i ricchi fattori dei dintorni parigini. In breve, la vettura, cui era attaccato un vigoroso cavallo da tiro guidato da Pierre, procedette a passo spedito per il sentiero erboso che conduce da Bouqueval ad Arnouville...
Le vaste costruzioni e le numerose dipendenze della fattoria gestita dal signor Dubreuil testimoniavano l’importanza di quella magnifica proprietà che la signorina Césarine de Noirmont aveva portato in dote al signor duca di Lucenay.
Lo schiocco ripetuto della frusta di Pierre avvertì la signora Dubreuil che Fleur-de-Marie e la signora Georges stavano arrivando, e così, scendendo dalla vettura, esse trovarono una gioiosa accoglienza da parte della fattoressa e di sua figlia.
La signora Dubreuil aveva circa cinquant’anni; la sua fisionomia era dolce e affabile; i lineamenti della figlia, una bella brunetta con gli occhi azzurri e le fresche gote arrossate, emanavano bontà e candore.
Con sua grande sorpresa, quando Clara le saltò al collo, la Goualeuse vide che l’amica era vestita come lei, alla paesana, invece di indossare le sue vesti abituali.
«Come? anche voi, Clara, vi siete travestita da campagnola?» disse la signora Georges, baciando la fanciulla.
«È possibile che non imiti in tutto sua sorella Marie?» disse la signora Dubreuil. «Ella non ha avuto pace finché non ha ottenuto il suo casacchino di panno, la sua sottana di fustagno, proprio come la vostra Marie... Ma si tratta veramente di capricci da ragazzine, povera signora Georges!» aggiunse la signora Dubreuil sospirando; «venite che vi dico tutti i grattacapi che ho.»
Entrata nel salottino con la madre e la signora Georges, Clara si sedette vicino a Fleur-de-Marie, le diede il posto migliore vicino al fuoco, la circondò di mille attenzioni, prese le mani
dell’amica fra le sue per accertarsi che non fossero fredde, la baciò un’altra volta e, chiamandola sorellina cattiva, le rivolse a bassa voce amichevoli rimproveri per via dei lunghi intervalli che correvano tra una sua visita e l’altra.
Solo tenendo presente il colloquio della Goualeuse con il prete, si potrà capire con quale umiltà, mista a felicità e a timore insieme, ella abbia dovuto ricevere queste tenere e innocenti carezze.
«Che cosa vi succede allora? cara signora Dubreuil» disse la signora Georges, «in che cosa posso esservi utile?»
«Dio mio! in molte cose. Vi spiego subito. Penso che non saprete che la fattoria appartiene alla signora duchessa di Lucenay. Noi trattiamo direttamente con lei... senza passare attraverso l’amministratore del duca.»
«Effettivamente ignoravo questo particolare.»
«Capirete subito perché ve l’ho detto... Noi paghiamo gli affitti alla signora duchessa o alla sua prima dama di compagnia, la signora Simon. La duchessa è così buona, così buona, anche se un po’ impulsiva, che è un vero piacere avere a che fare con lei; io e mio marito ci butteremmo nel fuoco pur di farle un favore... Caspita! si capisce benissimo: l’ho vista bambina quando veniva qui con suo padre, il defunto signor principe di Noirmont... Anche ultimamente ci ha chiesto sei mesi d’affitto in anticipo... 40.000 franchi mica si trovano per strada, come si suol dire... ma avevamo questa somma da parte, la dote della nostra Clara, e dall’oggi al domani la signora duchessa ha avuto il suo denaro in bei luigi d’oro. Queste grandi dame hanno tanto bisogno di lusso! Tuttavia, solo da un anno a questa parte la signora duchessa riscuote puntualmente gli affitti alle scadenze; prima invece sembrava non avesse mai bisogno di denaro... Ma adesso è molto cambiata!»
«Fino ad ora, cara signora Dubreuil, non vedo ancora in che cosa io posso esservi utile.»
«Ora ci arrivo, ora ci arrivo: ho detto queste cose per farvi sapere che la signora duchessa ha la massima fiducia di noi... Senza contare che a dodici o tredici anni lei, col padre che faceva da padrino, ha tenuto a battesimo Clara... che lei ha sempre coccolato... Ieri sera dunque, un corriere viene a portarmi questa lettera da parte della signora duchessa:
Cara signora Dubreuil è assolutamente necessario che il villino del frutteto sia in condizione di essere abitato dopodomani sera: fate trasportare tutti i mobili necessari, tappeti, tende, ecc., ecc.
Insomma che non manchi nulla e che soprattutto sia il più possibile confortevole.
Confortevole! avete sentito signora Georges; ed è anche sottolineato» disse la signora Dubreuil guardando l’amica con aria insieme pensierosa e preoccupata; poi continuò:
Tenete il fuoco acceso notte e giorno nel villino per togliere l’umidità, dato che da molto tempo non è abitato. Trattate la persona che verrà a starci come trattereste me; una lettera che detta persona vi consegnerà vi farà sapere quanto mi aspetto dal vostro zelo sempre così premuroso. Ci conto ancora una volta, senza timore di approfittarne; so quanto siete buona e fedele... Addio, cara signora Dubreuil. Baciate la mia graziosa figlioccia, e credetemi vostra affezionata
Noirmont de Lucenay.
P.S. La persona in questione arriverà dopodomani in serata. Soprattutto non dimenticate, ve ne prego, di rendere il villino più confortevole che potete.
Vedete; ancora quella maledetta parola sottolineata» disse la signora Dubreuil rimettendosi in tasca la lettera della duchessa di Lucenay.
«Ebbene! niente di più semplice» replicò la signora Georges.
«Come niente di più semplice!... Non avete capito allora? la signora duchessa vuole soprattutto che il villino sia il più possibile confortevole; ecco perché vi ho pregato di venire. Clara e io ci siamo scervellate per sapere che cosa volesse dire confortevole, e non ci siamo riuscite... e sì che Clara è stata in collegio a Villiersle-Bel, e ha vinto in storia e geografia non so più quanti premi... ebbene, non è servito a niente; sul significato di quella parola barocca ne sa quanto me; dev’essere una parola che si usa alla corte o fra la gente del gran mondo... Comunque voi capite quanto tutto ciò sia imbarazzante: la signora duchessa vuole soprattutto che il villino sia confortevole, sottolinea la parola, la ripete due volte e noi non sappiamo che significato abbia!»
«Grazie a Dio, posso darvi una spiegazione del gran mistero» disse la signora Georges sorridendo; «confortevole, in questo caso, significa un appartamento comodo, ben messo, senza spifferi, ben riscaldato; un’abitazione, insomma, dove ci sia tutto il necessario e anche il superfluo...»
«Oh! Dio mio! capisco; ma allora sono ancora più preoccupata!»
«Come mai?»
«La signora duchessa parla di tappeti, di mobili e di molti eccetera, ma qui non abbiamo tappeti, i nostri sono mobili molto comuni; e poi non si sa neppure se la persona che deve venire sia un signore o una signora, e tutto deve essere pronto per domani sera... Come fare? qui non abbiamo niente di ciò che occorre. A dire il vero, signora Georges, c’è da perderci la testa.»
«Ma, mamma» disse Clara, «potresti prendere i mobili che sono nella mia stanza, così, mentre aspetto che venga ammobiliata di nuovo, andrei a Bouqueval a passare tre o quattro giorni con Marie.»
«La tua stanza! la tua stanza! figliola, credi che sia abbastanza bella?» disse la signora Dubreuil alzando le spalle, «credi che sia abbastanza... abbastanza confortevole? come dice la signora duchessa... Dio mio! Dio mio! dove vanno a trovarle certe parole!»
«Il villino di solito non è abitato?» domandò la signora Georges.
«No; è quella casetta bianca e isolata che si trova in mezzo al frutteto. Quando il signor principe l’ha fatta costruire, la duchessa era ancora signorina; lì andavano a riposarsi lei e suo padre quando venivano alla fattoria. Ci sono tre belle stanzette e in fondo al giardino una cascina svizzera dove, da bambina, la signora duchessa si divertiva a giocare alla lattaia: dopo il matrimonio l’abbiamo vista alla fattoria solo due volte e ogni volta ha trascorso qualche ora nel villino. La prima volta, sei mesi fa, è venuta a cavallo con...»
Poi, come se la presenza di Fleur-de-Marie e di Clara le avesse impedito di continuare, la signora Dubreuil riprese:
«Io parlo, parlo, ma le chiacchiere non servono a togliermi dai pasticci... Aiutatemi, buona signora Georges, aiutatemi vi prego!».
«Vediamo, adesso com’è ammobiliato il villino?»
«Non c’è quasi nulla; nella stanza principale, una stuoia di paglia sul pavimento, un canapè di giunchi, alcune poltrone anch’esse di giunchi, un tavolo, qualche sedia, ecco tutto. Come vedete, tra tutto questo e l’essere confortevole ci corre una bella differenza.»
«Ebbene, ecco quello che farei io al vostro posto: sono le undici, manderei a Parigi qualcuno che sia sveglio.»
«Il nostro sorvegliante, non c’è nessuno che sia più svelto di lui.»
«Benissimo... in due ore al massimo è a Parigi; va da un tappezziere, uno qualunque, della Chaussée d’Antin; gli consegna la lista che vi farò non appena avrò visto quello che manca nel villino, e gli dirà che, costi quel che costi...»
«Oh, certo... purché la signora duchessa rimanga soddisfatta, non baderò a spese...»
«Gli dirà che, costi quel che costi, bisogna che quanto è segnato sulla lista sia qui entro stasera o stanotte, e che si trovino qui anche tre o quattro giovani della bottega per mettere tutto a posto.»
«Potranno venire con la carrozza di Gonesse che parte alle otto di sera da Parigi.»
«E poiché si tratta solo di trasportare mobili, inchiodare tappeti e metter su le tende, tutto può essere facilmente pronto per domani sera.»
«Oh! buona signora Georges, sapeste da quale difficoltà mi avete tolta!... Non avrei mai pensato a tutte queste cose... Siete la mia provvidenza... Abbiate la bontà di farmi la lista di quello che occorre perché il villino sia...»
«Confortevole?... sì, senz’altro.»
«Ah, Dio mio! un’altra difficoltà!... Non sappiamo se verrà un signore o una signora. Nella lettera, la signora duchessa dice: “Una persona”; è un problema!...»
«Fate come se aspettaste una donna, cara signora Dubreuil; se sarà un uomo, si troverà meglio.»
«Avete ragione... sempre ragione...»
Una ragazza della fattoria venne ad annunciare che il pranzo era in tavola.
«Verremo fra poco» disse la signora Georges; «ma, mentre io scriverò la lista di quello che occorre, fate prendere le misure di altezza e larghezza delle tre stanze, perché tende e tappeti possano essere preparati prima.»
«Bene, bene... vado a dire il tutto al mio sorvegliante.»
«Signora» riprese la ragazza, «c’è anche quella lattaia di Stains: le sue masserizie sono in un carrettino tirato da un asino! Caspita... è poca roba, la casa che ha!»
«Povera donna...» disse la signora Dubreuil con interesse. «Ma chi è questa donna?» domandò la signora Georges. «Una contadina di Stains che, per guadagnarsi un po’ da vi-
vere, andava ogni mattina a Parigi a vendere il latte delle quattro mucche che aveva. Il marito era maniscalco; un giorno che aveva bisogno di comperare del ferro, accompagna la moglie e resta
d’accordo di andare a riprenderla all’angolo della strada dove abitualmente lei vendeva il latte. Purtroppo la lattaia era andata a finire, sembra, in un brutto quartiere; di ritorno, il marito la trova alle prese con certi tipacci ubriachi che avevano fatto la cattiveria di rovesciarle il latte nel rigagnolo. Il fabbro cerca di far loro intendere ragione, viene malmenato; si difende, e nella rissa riceve una coltellata che lo stende a terra morto stecchito.»
«Ah! che orrore!...» esclamò la signora Georges. «Ed è stato arrestato l’assassino?»
«No, purtroppo; nella confusione è scappato; la povera vedova assicura di poterlo riconoscere senza fallo, perché l’ha visto svariate volte con altri che sono suoi compagni e che bazzicano di solito in quel quartiere; ma finora tutte le ricerche per scoprirlo sono state vane; a farla breve, dopo la morte del marito, la lattaia è stata costretta, per pagare i vari debiti, a vendere le mucche e quel po’ di terra che possedeva; il fittavolo del castello di Stains mi ha raccomandato questa brava donna presentandomela come una creatura eccezionale, tanto onesta quanto disgraziata, poiché ha tre figli di cui il più vecchio ha appena dodici anni; c’era un posto vacante, gliel’ho dato, e adesso viene a stabilirsi alla fattoria.»
«Una tale bontà da parte vostra non mi stupisce, cara signora Dubreuil.»
«Senti, Clara» riprese la fittavola, «vuoi andare a sistemare quella brava donna nel suo alloggio, mentre io vado ad avvertire il sorvegliante di prepararsi per andare a Parigi?»
«Sì, mamma; Marie verrà con me.»
«Certo; potete forse fare a meno l’una dell’altra?» disse la fittavola.
«E io» replicò la signora Georges, sedendosi a un tavolo, «comincerò la lista per non perdere tempo, perché dobbiamo essere di ritorno a Bouqueval per le quattro.»
«Per le quattro?... avete fretta, allora?» disse la signora Dubreuil.
«Sì, Marie deve trovarsi in canonica alle cinque.»
«Oh, se si tratta del buon parroco Laporte... è un sacrosanto appuntamento» disse la signora Dubreuil. «Darò gli ordini in conseguenza... Queste due bambine hanno tante... tante cose da dirsi. Si deve lasciare loro il tempo di parlarsi.»
«Partiamo alle tre allora? mia cara signora Dubreuil.»
«D’accordo... Ma lasciate che vi ringrazi ancora!... è stata una buona idea quella di pregarvi di venire ad aiutarmi!» disse la signora Dubreuil. «Su, Clara; su, Marie!...»
Visto che la signora Georges si metteva a scrivere, la signora Dubreuil uscì e andò da una parte, mentre le due ragazze andarono da un’altra seguite dalla servetta che aveva annunciato l’arrivo della lattaia di Stains.
«Dov’è la povera donna?» domandò Clara.
«È con i figli, il carretto e l’asino nel cortile dei fienili, signorina.» «Vedrai, Marie, che povera donna» disse Clara, prendendo a
braccetto la Goualeuse; «com’è pallida e che aria triste le danno quelle sue gramaglie di vedova! L’ultima volta che è venuta a trovare mia madre mi ha fatto una gran pena; parlando del marito piangeva calde lacrime, e poi improvvisamente cessava di piangere, ed era presa da crisi di furore contro l’assassino. Allora... aveva uno sguardo così cattivo che mi faceva paura; ma, in fondo, il suo risentimento è naturalissimo!... che disgrazia per lei!... Quanti infelici ci sono!... vero, Marie?»
«Oh! sì, sì... certo...» rispose la Goualeuse, sospirando con aria assente. «C’è gente assai infelice, avete ragione, signorina...»
«Rieccola!» esclamò Clara battendo il piede per terra, irritata e spazientita, «mi dai ancora del voi... e mi chiami signorina; ma sei arrabbiata con me, Marie?»
«Io! Per l’amor di Dio!!!»
«Ebbene, perché, allora, mi dai del voi?... Lo sai, mia madre e la signora Georges ti hanno già sgridato per questo. Ti avverto, ti farò sgridare ancora: peggio per te...»
«Scusa, Clara, ero distratta...»
«Distratta... quando mi rivedi dopo più di otto lunghi giorni di lontananza?» disse Clara con tristezza. «Distratta... sarebbe già molto grave; ma no, no, non è questo: ecco, vedi, Marie... finirò col credere che sei superba.»
Fleur-de-Marie diventò pallida come una morta e non rispose...
Alla sua vista, una donna che portava il lutto vedovile aveva gettato un grido di collera e d’orrore.
Era la lattaia dalla quale la Goualeuse, quando alloggiava nella bettola, andava ogni mattina a comperarsi il latte.
XI
LA LATTAIA
La scena che ci accingiamo a raccontare si svolgeva in un cortile della fattoria, alla presenza dei contadini e delle contadine che ritornavano dal lavoro per consumare il pasto di mezzogiorno.
Sotto una tettoia, si vedeva un asino attaccato a un carrettino che conteneva la misera e rustica mobilia della vedova; un ragazzetto di dodici anni cominciava a scaricare il carretto facendosi aiutare da due bambini.
La lattaia, tutta vestita di nero, era una donna di circa quarant’anni, dalla faccia rude, virile e risoluta; aveva le palpebre arrossate dalle recenti lacrime. Scorgendo Fleur-de-Marie, dapprima gettò un grido di spavento; ma subito dopo il dolore, l’indignazione, la collera le fecero contrarre i muscoli del viso; si precipitò sulla Goualeuse, la prese brutalmente per un braccio, e la mostrò alla gente della fattoria, gridando:
«Ecco una delle sciagurate che conosce l’assassino del mio povero marito... Cento volte l’ho vista parlare con quel brigante; quando vendevo latte all’angolo della strada della Vieille-Draperie, veniva ogni mattina a comperarsene un soldo; essa saprà di certo chi è quel delinquente che ha commesso il delitto; come tutte quelle del suo stampo, anche lei è della cricca di quei banditi... Oh! non mi sfuggirai, mascalzona che non sei altro!» gridò la lattaia esasperata da infondati sospetti; e prese anche l’altro braccio di Fleur-de-Marie, che, tremante, smarrita, voleva fuggire.
Clara, disorientata dall’improvvisa aggressione, non era riuscita ancora a dire una parola; ma visto la vedova afferrare selvaggiamente Fleur-de-Marie, le si rivolse gridando:
«Ma siete pazza!... il dolore vi acceca... vi sbagliate!...».
«Mi sbaglio!...» replicò la contadina con amara ironia, «mi sbaglio! Oh no! non mi sbaglio... Guardate come è diventata pallida miserabile!... come batte i denti!... La giustizia ti costringerà a parlare; verrai con me dal sindaco... hai capito?... Oh, non sognarti di far resistenza... sono forte... piuttosto ti ci porto...»
«Insolente che non siete altro!» gridò Clara esasperata, «uscite di qui... Osare di mancar di rispetto in questa maniera alla mia amica, a mia sorella!»
«Vostra sorella... signorina, suvvia!... voi, voi siete pazza!» rispose sgarbatamente la vedova. «Vostra sorella!... una donna di strada che per sei mesi ho visto trascinarsi su e giù per la Cité!»
A tali parole, scoppiò tra i contadini un sordo mormorio contro Fleur-de-Marie; essi naturalmente prendevano le parti della lattaia, che era della loro classe e la cui disgrazia li aveva toccati.
I tre bambini, sentendo che la madre alzava la voce, le corsero vicino e la circondarono piangendo, senza sapere di che cosa si trattasse. La vista dei tre poveri piccoli, anch’essi vestiti a lutto,
rinfrescò nei contadini la simpatia che ispirava la vedova e nello stesso tempo l’indignazione contro Fleur-de-Marie.
Clara, spaventata da quelle dimostrazioni quasi minacciose, si rivolse alla gente della fattoria con voce rotta: «Fate uscire questa donna di qui; vi ripeto che il dolore l’ha accecata. Marie, Marie, perdono! Dio mio, questa pazza non sa quello che dice...»
La Goualeuse, pallida, con la testa bassa per evitare gli sguardi di tutti, restava muta, annientata, inerte e non faceva alcun movimento per liberarsi dalla stretta vigorosa della robusta lattaia.
Clara, attribuendo l’abbattimento dell’amica alla paura che essa aveva dovuto provare dinanzi a un simile spettacolo, ritornò a dire ai contadini:
«Avete sentito allora? vi ordino di scacciare questa donna... Dal momento che continua ancora a insultare, per punirla dell’insolenza, le toglierò il posto che mia madre le aveva promesso qui; non deve mai più rimettere piede nella fattoria.»
I contadini rimasero tutti immobili, sordi agli ordini di Clara; anzi uno di loro osò dire:
«Perbacco... signorina, se è una donna di strada e conosce l’assassino del marito di questa povera donna... deve andare dal sindaco per dare spiegazioni...».
«Vi ripeto che non entrerete mai più nella fattoria» disse Clara alla lattaia, «a meno che non domandiate subito perdono alla signorina Marie delle vostre villanie.»
«Voi mi cacciate, signorina!... sia» rispose la vedova con amarezza. «Su, poveri orfanelli» aggiunse abbracciando i bambini, «ricaricate il carretto, andremo a guadagnarci il pane in qualche altro posto, il buon Dio avrà pietà di noi; ma almeno, andandocene, condurremo dal sindaco questa sciagurata che sarà per forza costretta a denunciare l’assassino del mio povero marito... dato che conosce tutta la banda... Perché siete ricca signorina» riprese la vedova guardando insolentemente Clara, «e perché avete delle amiche di quel genere... non dovete per questo... essere così dura con la povera gente!»
«È vero» disse un agricoltore, «la lattaia ha ragione...» «Povera donna!»
«È nel suo diritto...»
«Le hanno ammazzato il marito... non deve forse prendersi
una soddisfazione?»
«Non si può proibirle di cercare a tutti i costi di scoprire i bri-
ganti che hanno commesso il delitto.» «È un’ingiustizia mandarla via.»
«È colpa sua, se l’amica della signorina Clara è... una donna di strada?»
«Non si mette alla porta una donna onesta.. una madre di famiglia... per colpa di una simile sciagurata!»
E i mormorii diventavano minacciosi, quando Clara esclamò: «Dio sia lodato... ecco mia madre...»
La signora Dubreuil, infatti, uscita dal villino, stava in quel
momento attraversando il cortile.
«Ebbene, Clara! ebbene, Marie!» disse la fittavola prima an-
cora d’essere giunta vicina al gruppo, «venite a mangiare? Su, ragazze, è già tardi!»
«Mamma» gridò Clara, «difendete mia sorella dagli insulti di quella donna» e mostrò la vedova; «per favore, mandatela via da qui. Se aveste sentito tutte le insolenze che ha osato dire a Marie...»
«Come avrebbe osato?»
«Sì, mamma... Guardate, povera sorellina come sta tremando... può appena reggersi... Ah! che vergogna che una simile scena si svolga in casa nostra... Marie, perdonaci, te ne supplico!»
«Ma che cosa vuol dire tutto questo?» domandò la signora Dubreuil guardandosi intorno con inquietudine dopo avere notato l’abbattimento della Goualeuse.
«La signora sarà giusta, lei... sicuramente...» mormorarono i contadini.
«Ecco la signora Dubreuil; sarai tu a essere messa alla porta» disse la vedova a Fleur-de-Marie.
«È vero, allora!» esclamò la signora Dubreuil rivolta alla lattaia, che teneva sempre Fleur-de-Marie per un braccio, «osate parlare in questa maniera all’amica di mia figlia! È così che ricambiate la mia bontà? Volete lasciare in pace questa giovane!»
«Io vi rispetto, signora, e vi sono grata della vostra bontà» disse la vedova lasciando il braccio di Fleur-de-Marie; «ma prima di accusarmi e di cacciarmi da casa vostra con i miei bambini, interrogate questa sciagurata. Forse non avrà la faccia tosta di negare che la conosco e che anche lei mi conosce.»
«Dio mio, Marie, sentite quello che dice questa donna?» domandò la signora Dubreuil al colmo dello stupore.
«Ti chiami Goualeuse, sì o no?» disse la lattaia a Marie.
«Sì» rispose l’infelice a voce bassa, con aria costernata e senza guardare la signora Dubreuil; ! «sì, mi chiamavano così...»
«Ah, vedete!» gridarono i contadini con collera, «confessa! confessa!...»
«Confessa... ma che cosa? che cosa confessa?» esclamò la signora Dubreuil, mezzo spaventata dalla confessione di Fleur-deMarie.
«Lasciatela rispondere, signora» replicò la vedova, «vi confesserà anche di avere abitato in una casa malfamata della rue aux Fèves, nella Cité, dove le vendevo ogni mattina un soldo di latte; e vi confesserà anche di avere spesso parlato di me all’assassino del mio povero marito. Oh, lei lo conosce bene, ne sono sicura... un giovane pallido che fumava sempre e che portava un berretto, un camiciotto e capelli lunghi; lei deve sapere come si chiama... non è vero? rispondi, miserabile!» gridò la lattaia.
«Avrò parlato con l’assassino di vostro marito perché nella Cité, purtroppo, di assassini ce n’è più d’uno» disse Fleur-de-Marie con un filo di voce, «ma non so chi vogliate intendere.»
«Come... che cosa dice?» esclamò la signora Dubreuil spaventata. «Ha parlato con assassini...»
«Donne come lei conoscono solo questo...» rispose la vedova.
Sbalordita da una rivelazione così inaspettata, e resa poi sicura dalle ultime parole di Fleur-de-Marie, la signora Dubreuil, che d’improvviso aveva capito tutto, indietreggiò con disgusto e orrore, attirò a sé violentemente e bruscamente la figlia Clara, che si era avvicinata alla Goualeuse per sorreggerla, e gridò:
«Ah! che orrore! Clara, fa’ attenzione! Non avvicinarti a quella sciagurata... Ma come mai la signora Georges ha potuto accoglierla in casa? Come ha osato presentarmela, e permettere che mia figlia... Dio mio! Ma è orribile! Quasi, quasi non credo ai miei occhi! Ma no, no, la signora Georges è incapace di simili bassezze! sarà stata ingannata come noi. Altrimenti... oh! sarebbe un’infamia da parte sua!»
Clara, straziata e spaventata dalla scena crudele, credeva di sognare. Nel suo ignaro candore, non capiva le terribili accuse rivolte all’amica; il cuore le si spezzò, gli occhi le si riempirono di lacrime al vedere la Goualeuse sconvolta, muta, accasciata come una criminale davanti ai giudici.
«Vieni, vieni, figlia mia» disse la signora Dubreuil a Clara; poi volgendosi a Fleur-de-Marie: «E voi, miserabile creatura, sarete punita dal buon Dio per la vostra infame ipocrisia. Permettere che mia figlia., un angelo di virtù, vi chiami amica, sorella... amica!... sorella!... voi, rifiuto di ciò che vi è di più vile al mondo! che sfrontatezza! Osare di venire tra la gente onesta, quando meritate senz’altro di andare a raggiungere le vostre simili in prigione!»
«Sì, sì» gridarono i contadini; «deve andare in prigione; conosce l’assassino.»
«Forse è anche la sua complice!»
«Vedi che c’è una giustizia divina!» disse la vedova mostrando i pugni a Fleur-de-Marie.
«In quanto a voi, brava donna» disse la signora Dubreuil alla lattaia, «avrete il vostro posto e sarete in più ripagata del servizio che mi avete reso smascherando questa sciagurata.»
«Meno male! la nostra padrona è giusta, lei...» mormorarono i contadini.
«Vieni, Clara» riprese la fittavola, «la signora Georges ci darà una spiegazione del suo comportamento, altrimenti non vorrò più rivederla in vita mia; perché si è comportata con noi in maniera indegna, a meno che non sia stata ingannata anche lei.»
«Ma, madre mia, guardate la povera Marie...»
«Che sprofondi pure dalla vergogna, se vuole, meglio così! È degna di disprezzo... Non voglio che tu resti nemmeno un momento vicino a lei. È una di quelle donne con cui una fanciulla come te si disonora anche solo se le rivolge la parola.»
«Dio mio! Dio mio! mamma» disse Clara resistendo alla madre che voleva trascinarla via, «non so cosa ci sia sotto... Marie, forse, può essere colpevole, dal momento che lo dite voi; ma, guardate, si sente mancare; abbiate pietà di lei almeno.»
«Oh, voi, signorina Clara, siete buona, voi mi perdonate. Mio malgrado, credetemi, vi ho ingannato. Me lo sono rimproverato spesso» disse Fleur-de-Marie gettando sulla sua protettrice uno sguardo di infinita riconoscenza.
«Ma, madre mia, siete proprio senza pietà?» gridò Clara con voce straziante.
«Pietà per lei? Via! Se non fosse per la signora Georges che ce ne libererà, caccerei dalla fattoria questa miserabile, come se fosse un’appestata» rispose duramente la signora Dubreuil. E trascinò via la figlia che, volgendosi un’ultima volta verso la Goualeuse, gridò:
«Marie, sorella mia! non so di che cosa ti accusano, ma sono sicura che non sei colpevole, e ti voglio sempre bene».
«Sta’ zitta, sta’ zitta!» disse la signora Dubreuil alla figlia mettendole una mano sulla bocca, «sta’ zitta; meno male che tutti hanno visto che tu, dopo l’infame rivelazione, non sei rimasta un solo momento accanto a questa donna perduta, non è vero, amici?»
«Sì, sì, signora» disse un contadino, «abbiamo visto che la signorina Clara non è rimasta nemmeno un momento con quella
donna, che sicuramente è una ladra, dato che ha amici tra gli assassini.»
La signora Dubreuil trascinò via Clara.
La Goualeuse restò sola in mezzo al gruppo minaccioso da cui era circondata.
Nonostante i rimproveri ricevuti, Fleur-de-Marie aveva visto nella presenza della signora Dubreuil e in quella di Clara una garanzia contro le conseguenze che potevano derivare da questa scena; ma dopo la partenza delle due donne, vistasi alla mercé dei contadini, si sentì mancare; dovette appoggiarsi al parapetto del grande abbeveratoio dei cavalli della fattoria.
Atteggiamento di doloroso abbandono, quello dell’infelice ragazza.
Parole e attitudini più che mai minacciose, quelle dei contadini che la circondavano.
Piegata sulla vera di pietra, con la testa bassa, nascosta fra le mani, il collo e il seno nascosti dalle due cocche del fazzoletto di tela rossa che le ricopriva il berrettino rotondo, la Goualeuse, immobile, era l’immagine vivente del dolore e della rassegnazione.
A qualche passo da lei, la vedova dell’assassinato, trionfante e ancora più inasprita contro Fleur-de-Marie dalle imprecazioni della signora Dubreuil, mostrava la ragazza ai figli e ai contadini con gesti carichi di odio e di disprezzo.
La gente della fattoria, riunita in cerchio, non nascondeva i sentimenti ostili da cui era animata; le loro facce forti e comuni esprimevano insieme l’indignazione, l’ira e una specie di brutale e insultante ironia; le più furiose, le più accanite, erano le donne. La fine bellezza di Fleur-de-Marie era la causa principale del loro accanimento.
Uomini e donne non potevano perdonare a Fleur-de-Marie di avere fino ad allora trattato con i loro padroni da pari a pari.
Inoltre, c’erano alcuni contadini d’Arnouville che, non avendo potuto ottenere alla fattoria di Bouqueval uno di quei posti tanto ambiti nel paese per via del fatto che non avevano presentato ottime referenze, nutrivano contro la signora Georges un sordo risentimento, risentimento che doveva ripercuotersi su Fleur-deMarie.
Le immediate reazioni della gente semplice sono sempre estreme...
Eccellenti o detestabili.
Ma diventano pericolosissime quando un gruppo crede che le sue brutalità siano giustificate dai torti reali o apparenti da
parte di coloro che sono oggetto del suo odio o della sua indignazione.
Sembrava che Goualeuse contagiasse con la sua sola presenza i contadini di quella fattoria, perché, in fondo, nessuno di loro forse aveva un qualche motivo plausibile per ostentare una feroce avversione nei riguardi della ragazza; il loro pudore si rivoltava, se pensavano a che classe aveva appartenuto quella sciagurata che, oltre tutto, confessava di avere spesso parlato con assassini. Che cosa occorreva di più per esaltare la collera dei contadini, che l’esempio della signora Dubreuil aveva rinfocolato ancora di più?
«Bisogna portarla dal sindaco» gridò uno.
«Sì, sì; e se non vorrà camminare, la spingeremo.»
«E ha il coraggio di vestirsi come noi, oneste ragazze di campa-
gna, quella lì» aggiunse una delle più brutte sudicione della fattoria. «Con la sua aria da santerellina» replicò un’altra, «si rischie-
rebbe di darle la comunione senza confessarla.»
«E non aveva forse la faccia tosta di andare a messa?»
«Che svergognata!... perché non fare la comunione subito?» «E per di più doveva frequentare i padroni!»
«Come se noi fossimo troppo poco per lei!»
«Per fortuna che tutti i nodi vengono al pettine.»
«Oh, dovrai pur parlare e denunciare l’assassino!» disse la ve-
dova. «Siete tutti della stessa banda... Non sono nemmeno tanto sicura di non averti visto con loro quel giorno. Via, via, è inutile piagnucolare adesso che ti abbiamo scoperto. Mostraci la tua bella faccia!»
E la vedova, afferrate con gesto brutale le mani della giovane, gliele strappò via dal viso bagnato di lacrime.
Dapprima la Goualeuse si sentì sprofondare dalla vergogna, poi, invece, prese a tremare di paura al trovarsi sola e alla mercé di quei forsennati; infine, congiunte le mani e girati verso la lattaia due occhi supplichevoli e timorosi, le disse con voce dolce:
«Dio mio, signora, son due mesi che vivo alla fattoria di Bouqueval... non posso, dunque, essere stata presente alla disgrazia di cui parlate, e...».
La timida voce di Fleur-de-Marie fu coperta da grida furiose: «Portiamola dal sindaco... lì darà spiegazioni.»
«Su in marcia, bellezza!»
E siccome il gruppo, avvicinandosi, la minacciava sempre
più da vicino, la Goualeuse aveva incrociato automaticamente le mani e, spaventata, si era messa a guardare a destra e a sinistra come per implorare aiuto.
«Oh» riprese la lattaia, «guardati pure intorno, la signorina Clara non è più qui a difenderti; non potrai sfuggirci.»
«Ahimè, signora» disse la fanciulla tutta tremante, «non voglio sfuggirvi; non chiedo di meglio che rispondere a ciò che mi si chiederà... se questo vi sarà utile... Ma che male ho fatto a tutta questa gente che mi circonda e mi minaccia?...»
«Ci hai fatto che hai avuto la sfrontatezza di andare con i nostri padroni, quando noi, che valiamo cento volte più di te, non ci andiamo... Ecco quello che ci hai fatto.»
«E poi, perché hai permesso che questa povera vedova venisse cacciata da qui con i suoi figli?» disse un altro.
«Non sono stata io, è stata la signorina Clara a volere...»
«Non seccarci» riprese il contadino interrompendola «non solo non hai chiesto grazia per lei, ma eri contenta che venisse privata del suo pane!»
«No, no, non ha chiesto grazia!»
«Com’è cattiva d’animo!»
«Una povera vedova... madre di tre figli!»
«Non ho chiesto grazia» disse Fleur-de-Marie, «perché non
avevo neppure la forza di dire una parola...»
«Ma per parlare con gli assassini, ce l’avevi la forza!»
Come generalmente succede nei tumulti di massa, quei conta-
dini, più stupidi che cattivi, si irritavano, si eccitavano, si esaltavano al suono delle loro stesse parole, e si animavano in ragione delle ingiurie e delle minacce che riversavano sulla loro vittima.
Così le masse, quasi senza accorgersene, giungono a volte, dopo un graduale processo di esaltazione, a compiere gli atti più ingiusti e feroci.
Il cerchio dei contadini si stringeva sempre più minaccioso attorno a Fleur-de-Marie; tutti parlavano e gesticolavano; la vedova del fabbro era fuori di sé.
Poiché a separarla dal profondo abbeveratoio c’era solo il parapetto su cui s’era appoggiata, la Goualeuse pensò con paura che volessero gettarla in acqua; per questo stese verso di loro le mani in atto supplichevole e si mise a gridare:
«Ma, Dio mio, che volete da me? Per carità, non fatemi del male!...».
E siccome la lattaia, sempre gesticolando, le si era avvicinata tanto da puntarle quasi i suoi due pugni sul viso, Fleur-de-Marie era indietreggiata tutta spaurita e aveva esclamato:
«Vi prego, signora, non avvicinatevi così; mi farete cadere in acqua».
Le parole di Fleur-de-Marie suggerirono a quei bifolchi un’idea crudele. Con lo scopo di fare solo uno di quegli scherzi da contadini per cui spesso restate sul posto mezzo morto, uno dei più arrabbiati gridò:
«Un tuffo!... facciamole fare un tuffo!»
«Sì... sì... In acqua! in acqua!»
Si udirono scoppi di risa e frenetici battimani.
«Ma sì un bel tuffo!... Non morirà mica.»
«Così imparerà a mescolarsi con la gente onesta!»
«Sì... sì... in acqua!»
«Proprio questa mattina è stato rotto il ghiaccio.»
«La ragazza di strada si ricorderà della brava gente della fatto-
ria di Arnouville!»
Sentendo grida così disumane e scherni così atroci e conside-
rando l’esasperazione e la stupida collera di tutte quelle persone che venivano avanti per sollevarla, Fleur-de-Marie si vide morta. Alle prime paure era presto seguita una specie di amara sod-
disfazione: l’avvenire intravisto era a tinte così fosche che mentalmente ringraziò il cielo di mettere fine alle sue sofferenze; non si lamentò più, si lasciò scivolare in ginocchio, incrociò religiosamente le mani sul petto, chiuse gli occhi e attese in preghiera.
Sorpresi dall’atteggiamento e dalla muta rassegnazione della Goualeuse, i contadini esitarono un momento a compiere il loro feroce progetto; ma, rimproverati per la loro debolezza dalle donne del gruppo, ricominciarono a vociferare per incitarsi a mandare a effetto il loro triste disegno.
Due dei più furiosi stavano per afferrare Fleur-de-Marie, quando una voce rotta, vibrante, gridò loro:
«Fermatevi!».
In quel momento la signora Georges, che si era fatta largo in mezzo alla folla, arrivava vicino alla Goualeuse, ancora in ginocchio, e le diceva, nell’atto di prenderla fra le braccia e rialzarla da terra:
«Alzati, figliola!... alzati, figlia diletta! ci si inginocchia solo davanti a Dio».
L’espressione e l’atteggiamento della signora Georges furono così fermamente risoluti, che la folla indietreggiò ammutolita.
Per l’indignazione, il volto solitamente pallido della signora Georges s’era vivamente acceso. Gettò sugli agricoltori uno sguardo fermo e disse loro con voce alta e minacciosa:
«Disgraziati!... non vi vergognate di lasciarvi andare a simili violenze contro una povera fanciulla!...».
«È una...»
«È mia figlia!» gridò la signora Georges interrompendo un contadino. «Il parroco Laporte, che tutti benedicono e venerano, le vuol bene e la protegge, e coloro che egli stima devono essere rispettati da tutti.»
Quelle semplici parole suscitarono rispetto nei contadini.
Il parroco di Bouqueval era considerato dal paese un santo; parecchi contadini non ignoravano l’interesse che egli aveva per la Goualeuse. Tuttavia si sentì correre ancora qualche sordo brusio; la signora Georges, afferratone il senso, gridò:
«Anche se questa povera ragazza fosse l’ultima delle creature, fosse abbandonata da tutti, voi non vi siete resi per questo meno odiosi con la vostra condotta nei suoi riguardi. Di che cosa volete punirla? E d’altra parte, con che diritto? Che cosa vi autorizza a questo? La forza? Come sono vili e meschini quegli uomini che infieriscono contro una fanciulla indifesa! Vieni, Marie, vieni, figliola diletta, ritorniamo a casa; là, almeno, tutti ti conoscono e ti vogliono bene...»
La signora Georges prese il braccio di Fleur-de-Marie: i contadini, sconcertati dalla palese ferocità della loro condotta, si scostarono rispettosamente.
Soltanto la vedova si fece avanti per dire risolutamente alla signora Georges:
«La ragazza non uscirà di qui, se prima non verrà dal sindaco a fare la sua deposizione sull’assassinio del mio povero marito».
«Buona donna» disse la signora Georges facendosi forza «mia figlia non ha nessuna deposizione da fare qui; in seguito, se la giustizia crederà opportuno invocare la sua testimonianza, la faranno chiamare, e io l’accompagnerò... Prima di allora nessuno ha il diritto di interrogarla.»
«Ma, signora... vi dico...»
La signora Georges interruppe la lattaia rispondendole severamente:
«Solo la disgrazia di cui siete stata vittima può giustificare quanto avete fatto; un giorno vi pentirete delle violenze che avete così imprudentemente suscitato. La signorina Marie abita con me, alla fattoria di Bouqueval, informatene il giudice che ha accolto la vostra prima dichiarazione, noi rimarremo in attesa di suoi ordini».
La vedova non seppe rispondere nulla a quelle sagge parole; si sedette sul parapetto dell’abbeveratoio e si mise ad abbracciare i figli piangendo amaramente.
Alcuni minuti dopo quella scena, Pierre portò il calessino; la signora Georges e Fleur-de-Marie vi salirono per ritornare a Bouqueval.
Passando davanti alla casa della fittavola di Arnouville, la Goualeuse scorse Clara: da una persiana socchiusa dietro alla quale, seminascosta, stava piangendo, fece a Fleur-de-Marie un segno d’addio col fazzoletto.
XII CONSOLAZIONI
«Ah, signora! che vergogna per me! che dolore per voi!» disse Fleur-de-Marie alla madre adottiva, quando si trovò sola con lei nel salottino della fattoria di Bouqueval. «Voi vi siete certo arrabbiata per sempre con la signora Dubreuil, e tutto per colpa mia. Oh, i miei presentimenti!... Dio mi ha così punito di avere ingannato quella signora e sua figlia... sono stata motivo di discordia tra voi e la vostra amica...»
«La mia amica... è un’ottima donna, figliola cara, ma è una debole... Del resto, siccome è di cuore buonissimo, sono sicura che domani le dispiacerà di essersi oggi stoltamente arrabbiata...»
«Ahimè, signora, non crediate che voglia accusare voi per giustificare lei, Dio mio!... Ma la vostra bontà per me non vi fa forse vedere bene le cose... Mettetevi al posto della signora Dubreuil... Venire a sapere che l’amica della sua amata figlia... era... ciò che io ero... dite, si può biasimare la sua indignazione di madre?»
Purtroppo la signora Georges non seppe rispondere nulla alla domanda di Fleur-de-Marie, la quale continuò, esaltandosi:
«Domani tutto il paese saprà la scena umiliante che ho subìto davanti agli occhi di tutti. Non è per me che ho paura; ma chissà se adesso la reputazione di Clara... non sarà per sempre macchiata... avermi chiamata amica, sorella! Avrei dovuto seguire il mio primo impulso... resistere all’inclinazione che mi attirava verso la signorina Dubreuil... e col rischio anche di diventarle antipatica, sottrarmi all’amicizia che mi offriva... Ma ho dimenticato la distanza che mi separava da lei... Così, vedete, ne sono stata punita, oh, crudelmente punita... perché forse ho arrecato un danno irreparabile a una giovanetta tanto virtuosa e buona...»
«Figliola» disse la signora Georges dopo avere riflettuto un momento, «avete torto a farvi dei rimproveri così dolorosi: il vostro passato è pieno di colpe... sì, pienissimo di colpe... Ma vi sem-
bra niente l’aver meritato col vostro pentimento la protezione del nostro venerabile parroco? Non è stato forse sotto i suoi e i miei auspici che siete stata presentata alla signora Dubreuil? non sono bastate forse le vostre sole qualità a ispirarle l’affetto che vi aveva spontaneamente offerto?... Non è stata lei a chiedervi di chiamare Clara vostra sorella? E poi, in fondo come le ho detto poco fa, dato che non volevo e non dovevo nasconderle nulla, potevo io, certa com’ero del vostro pentimento, divulgare il vostro passato, rendendo così più difficile la vostra riabilitazione... impossibile? forse, spingendovi alla disperazione ed esponendovi al disprezzo di persone, che, disgraziate e in balìa di se stesse quanto lo siete stata voi, non avrebbero forse conservato, come voi, un fondo di onore e di virtù? La rivelazione di quella donna è stata incresciosa e funesta; ma dovevo io, informandola, sacrificare la vostra tranquillità futura a una eventualità quasi improbabile?»
«Ah, signora, la prova della falsità della mia ignobile situazione sta proprio nel fatto che voi per affetto verso di me avete avuto ragione a nasconderle il mio passato, mentre la madre di Clara ha ragione, da parte sua, a disprezzarmi in nome di quel passato; a disprezzarmi... come tutti ormai mi disprezzeranno, perché la scena della fattoria di Arnouville sarà divulgata e si saprà tutto... Oh, morirò di vergogna... non potrò più sopportare gli sguardi di nessuno!»
«Nemmeno i miei? Povera figliola!» disse la signora Georges in un pianto dirotto, stringendosi al petto Fleur-de-Marie «in me tuttavia, troverete sempre l’affetto e l’abnegazione di una madre... Su, coraggio, Marie! rendetevi conto del vostro pentimento. Qui siete circondata da amici; ebbene, questa casa sarà il vostro mondo... Noi preverremo la rivelazione che vi fa tanta paura: il nostro buon parroco riunirà la gente della fattoria, che già vi è tanto affezionata; dirà loro la verità sul vostro passato... E credetemi, figliola, la sua parola ha una tale autorità, che la rivelazione vi renderà ancora più degna della carità altrui.»
«Vi credo, signora, e io mi rassegnerò; nel colloquio di ieri, il signor parroco mi aveva annunciato dolorose espiazioni: esse stanno cominciando e non devo stupirmene. Mi ha detto inoltre che si sarebbe tenuto conto delle mie sofferenze... Lo spero... Ma poiché in queste prove sarò sorretta da voi e da lui, non dovrò più lamentarmi.»
«Del resto lo vedrete fra poco, mai come adesso i suoi consigli vi sarebbero stati d’aiuto... Sono già le quattro e mezzo; preparatevi ad andare alla canonica, figliola cara... io scriverò al si-
gnor Rodolphe per fargli sapere ciò che è successo alla fattoria di Arnouville... un corriere andrà a portargli la lettera... poi verrò a raggiungervi dal nostro buon parroco... è necessario che parliamo tutti e tre insieme.»
Poco dopo, la Goualeuse usciva dalla fattoria; ma per recarsi alla canonica doveva seguire quella strada incassata in cui il giorno prima la vecchia, il Maître d’école e Tortillard avevano deciso di trovarsi.
XIII RIFLESSIONE
Come si è potuto vedere dai suoi colloqui con la signora Georges e col parroco di Bouqueval, Fleur-de-Marie aveva così nobilmente tratto profitto dei consigli dei suoi benefattori, aveva talmente assimilato i loro princìpi, che l’idea del suo abietto passato l’abbatteva ogni giorno di più. Purtroppo anche il suo spirito si era sviluppato via via che le sue ottime qualità naturali venivano fecondate da quella sana atmosfera morale in cui viveva.
Se avesse avuto un’intelligenza meno acuta, una sensibilità meno squisita, un’immaginazione meno vivace, Fleur-de-Marie si sarebbe facilmente consolata.
Ella si era pentita, un santo prete l’aveva perdonata; in mezzo alle dolcezze della vita rustica che divideva con la signora Georges, avrebbe potuto dimenticare gli orrori della Cité; e per finire si sarebbe affidata senza timori all’amicizia di cui le dava prova la signorina Dubreuil, e non perché avesse dimenticato le colpe commesse, ma perché aveva cieca fiducia nella parola di coloro che stimava moltissimo.
Essi le dicevano: «Adesso la vostra buona condotta vi ha reso uguale alla gente onesta»; e lei non avrebbe più visto alcuna differenza fra sé e la gente onesta.
La scena dolorosa della fattoria d’Arnouville l’avrebbe profondamente rattristata, ma ella non avrebbe, per così dire, previsto, anticipato quella scena, versando lacrime amare, provando vaghi rimorsi alla vista di Clara che dormiva, innocente e pura, nella stessa camera di lei, ex pensionante dell’ostessa.
Povera ragazza!... ella stessa si era molte volte fatta segno, nel silenzio delle sue lunghe insonnie, di recriminazioni molto più amare di quelle di cui era stata fatta oggetto da parte della gente della fattoria!
Ciò che uccideva lentamente Fleur-de-Marie era l’analisi, era la continua disamina di ciò che si rimproverava; era soprattutto il costante rapporto esistente fra l’avvenire impostole da un passato incancellabile e l’avvenire che essa avrebbe potuto sognare senza quel passato.
Lo spirito di analisi, di disamina e di comparazione è quasi sempre una qualità inerente a un’intelligenza superiore. Nelle anime altere e orgogliose, questo spirito conduce al dubbio e alla rivolta contro gli altri.
Nelle anime timide e delicate, invece, questo spirito conduce al dubbio e alla rivolta contro se stessi.
I primi vengono condannati, ma essi si assolvono.
I secondi vengono assolti, ma essi si condannano.
Il parroco di Bouqueval, nonostante la sua santità, e la signo-
ra Georges, nonostante le sue virtù, o meglio tutti e due a causa delle loro virtù e della loro santità, non potevano immaginarsi quanto soffrisse la Goualeuse, da quando la sua anima, liberata dai peccati, poté contemplare in tutta la sua profondità l’abisso in cui era precipitata.
Essi non sapevano che gli atroci ricordi della Goualeuse avevano quasi la stessa forza e la stessa potenza della realtà; non sapevano che la giovane aveva una sensibilità eccezionale, un’immaginazione sognante e poetica e una grande e dolorosa impressionabilità; non sapevano che non passava giorno in cui la giovane non ricordasse e non provasse, con sofferenza mista a disgusto e spavento, le ignobili colpe della sua esistenza passata.
Si pensi a una ragazza di sedici anni, candida e pura, che è consapevole del suo candore e della sua purezza, spinta da una forza diabolica nell’infame taverna dell’ostessa e completamente in balìa di quella megera!... Tale era in Fleur-de-Marie l’effetto che produceva il passato sul presente.
Riusciremo noi a capire, così, il risentimento retrospettivo, o piuttosto il contraccolpo morale di cui la Goualeuse soffriva tanto crudelmente da rimpiangere, più spesso di quanto non avesse osato confessare al parroco, di non essere morta soffocata nel fango.
Se si riflette un poco e se si ha un po’ d’esperienza della vita, non si considererà un paradosso ciò che diremo fra poco:
Fleur-de-Marie era degna di essere aiutata e compatita, non solo perché non aveva mai amato, ma anche perché i suoi sensi erano restati addormentati e freddi. Se è vero che molto spes-
so, in donne dotate forse di minor delicatezza di Fleur-de-Marie, si manifestano, dopo il matrimonio, certe repulsioni di fronte all’amore che durano a lungo, perché stupirsi se questa disgraziata, ubriacata dall’ostessa e gettata a sedici anni in mezzo al branco di belve che infestavano la Cité, ha provato solo orrore e spavento ed è uscita moralmente pura da quella cloaca?...
Le sincere confidenze fatte da Clara Dubreuil sul puro amore che aveva per il giovane fattore che doveva sposare avevano rattristato Fleur-de-Marie; anche lei sentiva che avrebbe potuto amare profondamente, che avrebbe potuto provare tutto ciò che nell’amore è devoto, nobile, puro e grande; eppure non le era più permesso di ispirare o di provare un tale sentimento; perché se avesse amato, avrebbe scelto in ragione dell’elevatezza della sua anima, e più la scelta sarebbe stata degna di lei, più lei si sarebbe creduta indegna.
XIV
LA STRADA INCASSATA
Il sole stava calando dietro all’orizzonte; la pianura era deserta e silenziosa.
Fleur-de-Marie si stava dirigendo verso l’imbocco della strada incassata che doveva prendere per andare alla canonica, quando vide uscire dal burrone un ragazzetto zoppo, con un camiciotto grigio e un berretto azzurro; sembrava in lacrime, comunque non appena scorse la Goualeuse, le corse incontro.
«Oh, buona signora, abbiate pietà di me, vi prego!» gridò, congiungendo le mani con aria supplichevole.
«Che cosa vuoi? Che hai, ragazzo?» domandò la Goualeuse interessata.
«Ahimè, buona signora, la mia povera nonna, che è molto vecchia, molto vecchia, è caduta laggiù, mentre stava scendendo il fosso; si è fatta molto male... ho paura che si sia rotta una gamba... E io sono troppo debole per aiutarla ad alzarsi... Dio mio, aiutatemi, altrimenti non so come farò! Povera nonna! forse sta per morire!»
La Goualeuse, toccata dal dolore dello zoppetto, esclamò:
«Nemmeno io sono molto forte, ragazzo, ma forse potrò aiutarti a soccorrere tua nonna... Su, presto, andiamo da lei... io vivo in quella fattoria laggiù... se non riusciremo a trasportare la povera vecchia fin laggiù, la manderò a prendere».
«Oh, buona signora, che Dio vi benedica... Di qui... a due passi, nella strada incassata, come vi ho detto; è caduta scendendo la scarpata.»
«Voi non siete di qui, allora?» domandò la Goualeuse seguendo Tortillard, che il lettore avrà senz’altro già riconosciuto.
«No, buona signora, veniamo da Ecouen.»
«E dove stavate andando?»
«Da un buon parroco che sta sulla collina lassù...» disse il fi-
glio di Bras-Rouge, per non destare ombra di sospetto in Fleurde-Marie.
«Forse dal parroco Laporte?»
«Sì, buona signora, dal parroco Laporte; la mia povera nonna lo conosce molto bene, molto bene...»
«Stavo andando proprio da lui; che combinazione!» disse Fleur-de-Marie, inoltrandosi sempre più nella strada incassata.
«Nonnina! eccomi, eccomi!... Abbi pazienza, ti porto aiuto!» gridò Tortillard per avvertire il Maître d’école e la Chouette di tenersi pronti a balzare sulla vittima.
«Tua nonna è caduta lontano da qui?» domandò la Goualeuse.
«No, buona signora, è caduta dietro quel grande albero laggiù, dove la strada fa una svolta, a venti passi da qui.»
Improvvisamente Tortillard si fermò.
Il galoppo di un cavallo risuonò nel silenzio della prateria. “Ancora tutto a monte” pensò Tortillard.
A qualche tesa dal luogo in cui si trovavano il figlio di Bras-
Rouge e la Goualeuse, la strada faceva una curva a gomito.
Sulla curva apparve un cavaliere che, quando fu vicino alla ra-
gazza, si fermò.
Si sentì allora il trotto di un altro cavallo, e di lì a poco, arrivò
un domestico con prefettizia scura e bottoni d’argento, calzoni di pelle bianca e stivali a tromba. Dietro la schiena aveva il bagaglio del padrone, legato stretto da una cintura di cuoio rosso.
Il padrone, che aveva solo una pesante prefettizia color bronzo e un paio di pantaloni grigio chiaro, montava con grazia perfetta un cavallo baio, purosangue, di singolare bellezza; nonostante la lunga corsa appena fatta, non c’era traccia di sudore sulla splendida lucentezza del suo mantello dai riflessi d’oro.
Il cavallo dello stalliere, che si fermò a qualche passo dal padrone, era anch’esso molto bello e di razza.
In quel cavaliere, dal volto bruno e affascinante, Tortillard riconobbe il visconte di Saint-Remy, che si supponeva fosse l’amante della duchessa di Lucenay.
«Bella fanciulla» disse il visconte alla Goualeuse, dalla cui bellezza era stato colpito, «sareste tanto cortese da indicarmi la strada per Arnouville?»
Marie, abbassati gli occhi davanti allo sguardo spavaldo e penetrante del giovane, rispose:
«Il primo sentiero a destra, signore, dopo la strada incassata: il sentiero immette in un viale di ciliegi che porta direttamente ad Arnouville.»
«Mille grazie, bella fanciulla... Mi avete informato meglio della vecchia che ho trovato a pochi passi da qui, stesa ai piedi di un albero; dalla sua bocca non ho potuto cavare che gemiti.»
«La mia povera nonna!...» mormorò Tortillard con voce addolorata.
«Ancora una cosa» riprese il signor di Saint-Remy rivolgendosi alla Goualeuse, «potreste dirmi se è difficile trovare, ad Arnouville, la fattoria del signor Dubreuil?»
La Goualeuse non poté fare a meno di trasalire a quelle parole che le ricordavano la penosa scenata della mattina; ella rispose:
«Il viale che dovrete prendere per arrivare ad Arnouville è fiancheggiato dai fabbricati della fattoria, signore.»
«Ancora grazie, bella fanciulla!» disse il signore di SaintRemy. E partì al galoppo, seguito dal domestico.
Parlando con Fleur-de-Marie il visconte si era un po’ rasserenato in volto; appena fu solo, però, ripiombò nella sua profonda inquietudine e s’incupì.
Fleur-de-Marie, ricordandosi della persona sconosciuta per la quale, su ordine della signora di Lucenay, era stato preparato in fretta e furia il villino della fattoria d’Arnouville, non poté dubitare che non si trattasse di quel giovane e bel cavaliere.
Il galoppo dei cavalli scosse per qualche tempo ancora la terra indurita dal gelo; poi s’allontanò, cessò...
Tutto ridivenne silenzioso.
Tortillard trasse un respiro di sollievo.
Per tranquillizzare e avvertire i complici, uno dei quali, il
Maître d’école, s’era sottratto alla vista dei due cavalieri, il figlio di Bras-Rouge si mise a gridare:
«Nonna!... sono da te... con una buona signora che viene in tuo aiuto!...».
«Presto, presto, ragazzo! quel signore a cavallo ci ha fatto perdere tempo» disse la Goualeuse affrettando il passo e dirigendosi verso la curva della strada incassata.
Ma appena vi arrivò, la Chouette, che stava nascosta, disse sottovoce:
«Forza, furfante!»
E balzata sulla Goualeuse, con una mano l’afferrò per il collo mentre con l’altra le tappò la bocca; Tortillard intanto s’era gettato sulle gambe della ragazza e vi si era attaccato per impedirle di muovere i piedi.
La scena si era svolta con tanta rapidità, che la Chouette non aveva avuto neppure il tempo di esaminare la Goualeuse in volto; ma per riconoscere la sua antica vittima, alla vecchia bastarono i pochi istanti che impiego il Maître d’école a uscire dal buco in cui si era rannicchiato e a portarsi sul posto, brancicando col mantello in mano.
«La Pégriotte!...» esclamò stupefatta; poi aggiunse con gioia feroce: «Ancora tu!... Ah, è il diavolo che ti manda... È tuo destino di ricadermi sempre tra le grinfie!... Ho il mio vetriolo nella carrozza... questa volta ci farò passare sopra il tuo bel musetto... perché mi dà i nervi quella tua faccia da verginella... A te, vecchio mio!... bada che non ti morda, e tienila ben salda mentre noi l’impacchettiamo...»
Il Maître d’école afferrò la Goualeuse con le sue mani potenti; e prima che avesse potuto gettare un grido, la Chouette le buttò il mantello sulla testa e l’avvolse strettamente.
In un attimo, Fleur-de-Marie, fu legata, imbavagliata e messa nell’impossibilità di fare movimenti o di chiamare aiuto.
«E ora, furfante, a te il pacco...» disse la Chouette. «Eh, eh, eh... solo che non è pesante come il pacco della donna annegata nel canale Saint-Martin... vero, vecchio mio?» E poiché il brigante aveva avuto un sussulto a quelle parole che gli ricordavano lo spaventoso sogno della notte, la guercia continuò: «Oh bella! che hai, furfante?... Si direbbe che tremi... È da stamattina che ogni tanto ti metti a battere i denti come se avessi la febbre, e allora guardi per aria come se cercassi qualcosa.»
«Bel fannullone!... sta a guardare le mosche che volano» disse Tortillard.
«Via, presto, filiamo, vecchio mio! imballa la Pégriotte... finalmente!» aggiunse la Chouette al vedere il brigante che prendeva Fleur-de-Marie in braccio come si prende un bimbo addormentato. «Presto alla carrozza, presto!»
«E me, chi mi accompagna...?» chiese il Maître d’école con voce sorda, stringendo il morbido e lieve fardello fra le braccia erculee.
«Che vecchio tutta testa! non gli sfugge niente» disse la Chouette la quale, aperto lo scialle, si tolse da attorno all’ossuto collo un fazzoletto rosso che attorcigliò tutto per bene e disse al Maître d’école:
«Apri il gargarozzo, prendi tra i dentini il capo del fazzoletto e stringi bene... Tortillard terrà in mano l’altro capo, non dovrai far altro che seguirlo... A buon cieco buon cane. Qua, marmocchio!».
Lo zoppetto fece un salto, emise sottovoce un suono vago che voleva essere una specie di grottesco latrato, prese in mano un capo del fazzoletto e così si pose a guida del Maître d’école, mentre la Chouette affrettava il passo per andare ad avvertire il Barbillon.
Non stiamo a descrivere il terrore di Fleur-de-Marie quando si vide in potere della Chouette e del Maître d’école. La ragazza non poté opporre la minima resistenza perché si sentì subito mancare.
Alcuni minuti dopo, la Goualeuse era già bell’e messa nella carrozza condotta da Barbillon; sebbene fosse buio, le tendine della vettura erano state accuratamente abbassate, e i tre complici si diressero, con la loro vittima quasi in agonia, verso la spianata di Saint-Denis, dove Tom li attendeva.
XV CLÉMENCE D’HARVILLE
Il lettore ci scuserà se abbiamo lasciato una nostra eroina in una situazione così critica, situazione di cui diremo più avanti lo scioglimento.
Le molteplici vicende di questa storia, ahimè troppo composita nella sua unità, ci costringono a passare incessantemente da un personaggio all’altro, per fare, per quanto ci è possibile, avanzare e progredire la trama generale dell’opera (ammesso che ci sia una trama in quest’opera, difficile quanto coscienziosa e imparziale).
Prima, dunque, seguiremo alcuni dei protagonisti di questa storia in quelle soffitte dove trema di freddo e di fame la povera gente timida, rassegnata, proba e laboriosa;
In quelle prigioni di uomini e donne, prigioni a volte civettuole e fiorite, a volte nere e funeree, ma sempre grandi scuole di perdizione, atmosfera nauseabonda e viziata, dove l’innocente intristisce e avvizzisce... cupi covi del peccato, dove chi en-
tra puro, quasi sempre esce corrotto, nonostante tutte le avvertenze;...
In quegli ospedali dove il povero, trattato a volte con commovente umanità, rimpiange di tanto in tanto il solitario giaciglio che inzuppava del gelido sudore di febbre;...
In quegli asili misteriosi dove la ragazza sedotta e abbandonata dà alla luce, inondandolo di lacrime amare, il figlio che non rivedrà più;...
In quei luoghi terribili dove la follia, commovente, grottesca, stupida, orribile o feroce, prende solo aspetti paurosi... dall’idiota tranquillo che ride del triste riso che fa piangere... fino all’ossesso che ruggisce come una belva e si arrampica su per le inferriate della cella.
Dobbiamo infine esplorare...
Ma a cosa serve questa lunghissima enumerazione? Non stiamo correndo il rischio di spaventare il lettore? ci ha già concesso la grazia di seguirci in luoghi molto strani; adesso però esiterà, prima di accompagnarci in nuove peregrinazioni.
Detto ciò, proseguiamo.
Il lettore ricorderà che, il giorno precedente a quello in cui sono accaduti i fatti che abbiamo raccontato (il rapimento della Goualeuse, per opera della Chouette), Rodolphe aveva salvato la signora d’Harville da un pericolo imminente, pericolo da attribuirsi alla gelosia di Sarah, la quale aveva avvertito il signor d’Harville dell’appuntamento così imprudentemente accordato dalla marchesa al signor Charles Robert.
Rodolphe era uscito dalla casa della rue du Temple profondamente commosso dalla scena a cui aveva assistito ed era poi subito ritornato al suo palazzo, dove aveva rimandato all’indomani la visita che contava di fare alla signorina Rigolette e alla famiglia dei disgraziati artigiani di cui abbiamo parlato; quanto a questi, egli li credeva per qualche tempo al sicuro dalla miseria, grazie al denaro che aveva dato per loro alla marchesa, al fine di rendere più verosimile agli occhi del signor d’Harville la sua presunta visita di carità. Purtroppo Rodolphe non sapeva che Tortillard si era impadronito di quel borsellino; noi, invece, abbiamo già detto con quanta audacia Tortillard avesse commesso quel furto.
Verso le quattro, il principe ricevette la seguente lettera...
L’aveva portata una donna anziana che se n’era andata senza attendere la risposta.
Mio signore,
Vi devo più che la vita, vorrei esprimervi oggi stesso la mia profonda gratitudine. Domani forse la vergogna mi toglierebbe la forza di parlare... Se poteste farmi l’onore di venire stasera da me, terminereste questa giornata come l’avete cominciata, signore, con un’azione generosa.
D’Orbigny-D’Harville
P.S. Non prendetevi il disturbo di rispondermi, starò in casa tutta la sera.
Nonostante la contentezza per aver reso un enorme favore alla signora d’Harville, a Rodolphe, comunque, dispiaceva quella specie di forzata intimità che una tale circostanza aveva fatto nascere improvvisamente fra lui e la marchesa.
Profondamente colpito dalle qualità spirituali e dall’attraente bellezza di Clémence ma incapace di tradire l’amicizia del signor d’Harville, Rodolphe, dopo un mese di frequenza assidua, aveva quasi rinunciato a vederla perché si era accorto d’avere per lei una simpatia troppo spiccata.
Perciò ricordava con emozione il colloquio che aveva sorpreso all’ambasciata di *** fra Tom e Sarah... Costei, per motivare il proprio odio e la propria gelosia, aveva affermato, non senza ragione, che la signora d’Harville provava, quasi a sua insaputa, un sincero affetto per Rodolphe. Sarah era troppo sagace, troppo fine, troppo buona conoscitrice del cuore umano per non aver capito che Clémence si era creduta trascurata, disdegnata forse da un uomo che aveva prodotto su di lei una profonda impressione; che Clémence, solo perché aveva obbedito al suo risentimento e all’insistenza ossessiva di una perfida amica, aveva potuto interessarsi, quasi senza aspettarselo, alle disgrazie immaginarie del signor Charles Robert; senza peraltro dimenticare completamente Rodolphe.
Altre donne, fedeli al ricordo dell’uomo da cui siano state particolarmente colpite, sarebbero rimaste indifferenti agli sguardi del comandante. Clémence d’Harville fu dunque doppiamente colpevole pur tenendo conto che aveva subìto il fascino dell’infelicità altrui e che si era salvata da un irreparabile errore in virtù soprattutto del suo vivo senso del dovere e del ricordo forse del principe, ricordo salutare, che vegliava in fondo al suo cuore.
Al pensiero del suo colloquio con la signora d’Harville, Rodolphe si sentiva in preda a mille contraddizioni. Deciso, nono-
stante tutto, a resistere all’inclinazione che lo spingeva verso di lei, da una parte si considerava fortunato di poterla disamare, rimproverandole la scelta poco felice del signor Charles Robert, dall’altra, invece, gli dispiaceva amaramente di veder cadere l’alone di cui l’aveva fino ad allora circondata.
Anche Clémence d’Harville aspettava quel colloquio con ansia; due sentimenti predominavano in lei, ed erano una dolorosa confusione quando pensava a Rodolphe... e una profonda avversione quando pensava al signor Charles Robert.
Erano molte le ragioni alla base di quell’avversione, di quell’odio.
Una donna rischia la propria tranquillità, il proprio onore per un uomo, ma non gli perdona mai di averla messa in una situazione umiliante o ridicola.
Difatti quando la signora d’Harville si vide esposta al sarcasmo e agli sguardi insultanti della signora Pipelet, per poco non si sentì morire dalla vergogna.
E non era tutto.
Quando Rodolphe l’avvisò del pericolo che correva, Clémence era salita al quinto piano; la posizione della scala però era tale che, salendo, essa scorse il signor Charles Robert, con la sgargiante vestaglia da camera, nel momento in cui questi, riconosciuto il passo leggero della donna che stava aspettando, aveva aperto un po’ la porta con sulle labbra il sorriso luminoso del conquistatore... L’insolente ed eloquente fatuità dell’abbigliamento del comandante fece capire alla marchesa quale cantonata avesse preso nei riguardi di quell’uomo. Spinta dalla sua bontà d’animo e dalla sua generosità a un passo che avrebbe potuto rovinarla, aveva concesso quell’appuntamento, non per amore, ma solo per compassione, e precisamente per consolare il signor Charles Robert della parte ridicola che il cattivo gusto del duca di Lucenay gli aveva fatto fare davanti a lei all’ambasciata di ***.
Ci si immagini dunque l’umiliazione e il disgusto della signora d’Harville, alla vista del signor Charles Robert... vestito da trionfatore!...
Suonavano le nove all’orologio del salotto dove si trattava abitualmente la signora d’Harville.
I negozianti di moda e i padroni di ristorante avevano fatto talmente spreco di stile Luigi XV e di stile rinascimento che la marchesa, donna di molto gusto, aveva bandito dal suo appartamento quel genere di lusso diventato tanto volgare, relegandolo nella parte del palazzo d’Harville riservata ai grandi ricevimenti.
Non c’era nulla di più elegante e di più fine dell’arredamento del salotto dove la marchesa aspettava Rodolphe.
La tappezzeria e le tende senza pendagli e drappeggi erano di stoffa indiana color paglia; su quello sfondo luminoso erano stati disegnati con ricami di seta opaca, dello stesso colore, fantasiosi arabeschi di gusto incantevole. Le finestre erano completamente nascoste da doppie tende ricamate a punto d’Alençon.
Sulle porte, in legno rosa, c’erano modanature d’argento dorato lavorato con arte che in ogni pannello incorniciavano un medaglione ovale in porcellana di Sèvres di circa un piede di diametro, in cui erano raffigurati uccelli e fiori di una finitezza e di una bellezza stupende. Anche le cornici degli specchi e i tondini della tappezzeria erano di legno rosa e avevano gli stessi ornamenti in argento dorato.
Il fregio del caminetto, di marmo bianco, e le due cariatidi di classica e squisita fattura si dovevano al magistrale cesello di Marochetti, il quale, da quell’eminente artista che era, aveva acconsentito a scolpire il delizioso capolavoro, ricordandosi che anche Benvenuto Cellini non disdegnava di modellare brocche e armature.
Due candelabri e due candelieri di argento dorato, preziosamente lavorati da Gouttière, s’accompagnavano a una pendola, blocco quadrato di lapislazzuli, costruito su uno zoccolo di diaspro orientale e sormontato da una larga e magnifica coppa d’oro smaltata, impreziosita di perle e di rubini, che doveva senz’altro appartenere all’epoca d’oro del rinascimento fiorentino.
A dare l’ultimo tocco a questo insieme magnifico c’erano numerosi e notevoli quadri di media grandezza di scuola veneziana. Grazie a una speciale innovazione, il salotto era tenuemente rischiarato da una lampada il cui globo di cristallo smerigliato spariva per metà sotto un ciuffo di fiori naturali contenuti in una profonda e immensa coppa giapponese azzurra, porpora e oro, sospesa al soffitto, come un lampadario, da tre grossi bracci d’argento dorato, attorno ai quali s’avviticchiavano i verdi steli di numerose piante rampicanti; alcuni ramoscelli flessibili e carichi di fiori uscivano dalla coppa e, ricadendo, formavano come una bella e fresca frangia di verde sulla porcellana smaltata d’oro, di por-
pora e d’azzurro.
Insistiamo su questi particolari, certo non molto importanti,
per dare un’idea dell’innato buon gusto della signora d’Harville (segno quasi sempre sicuro di persona colta) e perché certe irrivelate miserie, certe segrete disgrazie sembrano ancora più dolo-
rose quando contrastano con tutto ciò che il mondo crede renda la vita felice e invidiata.
Sprofondata in una grande poltrona interamente coperta di stoffa color paglia come gli altri mobili, Clémence d’Harville stava a capo scoperto, indossava un accollato vestito di velluto nero, su cui si notava il meraviglioso ricamo a punto d’Inghilterra del largo colletto e dei polsini tondi, il quale ricamo impediva al nero del velluto di staccare troppo crudamente sull’incantevole bianchezza delle mani e del collo.
Più si avvicinava il momento del colloquio con Rodolphe, più aumentava l’emozione della marchesa. A un certo momento, però, tra la confusione si fecero largo delle idee ben precise: dopo lunga riflessione, decise di confidare a Rodolphe un grande... un crudele segreto, nella speranza di guadagnare, parlando con tutta franchezza, una stima di cui era tanto desiderosa.
Rianimata dalla riconoscenza, la sua istintiva simpatia per Rodolphe si stava ridestando con nuova forza. Uno di quei presentimenti che di rado ingannano i cuori amanti le diceva che non era stato solo un caso quello che aveva spinto il principe a giungere in un momento così opportuno a salvarla, e che se lui da alcuni mesi aveva cessato di vederla aveva forse obbedito a un sentimento diverso dall’antipatia. Un vago istinto aveva anche fatto sorgere nella mente di Clémence dei dubbi sulla sincerità dell’affetto di Sarah.
Poco dopo un cameriere bussò leggermente, entrò e disse a Clémence:
«È disposta la signora marchesa a ricevere la signora Asthon e madamigella?»
«Ma certo, come al solito...» rispose la signora d’Harville. E sua figlia entrò lentamente nel salotto.
Era una bambina di quattro anni, che avrebbe avuto un viso incantevole se non fosse stato di un pallore da persona malaticcia, e di estrema magrezza. La signora Asthon, la sua governante, la teneva per mano; Claire (così si chiamava la bambina), nonostante la sua debolezza, corse subito verso la madre tendendole le braccia. Due trecce di capelli bruni, tenute assieme da due nastri color ciliegia annodati al di sopra delle tempie, le scendevano dalle due parti del viso; era di salute tanto cagionevole, che era costretta a portare un piccolo soprabito di seta scura al posto di quei bei vestitini di mussolina bianca, guarniti di nastrini simili a quelli dei capelli, e tanto scollati da poter mettere in mostra quelle braccette rosa e quelle spalle fresche e morbide che sono così belle nei bambini sani.
I grandi occhi neri della bambina sembravano enormi, tanto aveva le guance scavate. Nonostante il suo pallore, Claire ebbe un luminoso sorriso pieno di finezza e di grazia non appena fu sulle ginocchia della madre, che la abbracciò con una sorta di malinconica e appassionata tenerezza.
«Com’è stata in queste ultime ore, signora Asthon?» domandò la signora d’Harville alla governante.
«Abbastanza bene, signora marchesa, sebbene per un momento abbia avuto paura...»
«Ancora!» esclamò Clémencé stringendo la figlia al petto con un moto involontario di paura.
«Per fortuna, signora, mi sono sbagliata» disse la governante; «l’attacco non ha avuto luogo, e la signorina Claire s’è calmata; ha avuto solo un mancamento... Questo pomeriggio ha dormito poco; ma adesso non ha voluto andare a dormire senza prima venire a dare un bacio alla signora marchesa.»
«Povero angioletto caro!» disse la signora d’Harville coprendo la figlia di baci.
Costei le stava restituendo le carezze con gioia infantile, quando un cameriere spalancò i battenti della porta del salotto e annunciò:
«Sua Altezza Serenissima signore il granduca di Gerolstein!»
Claire s’era messa in piedi sulle ginocchia della madre, le aveva gettato le braccia al collo e la stava stringendo forte. Alla vista di Rodolphe, Clémence arrossì, depose dolcemente la figlia sul tappeto, fece segno alla signora Asthon di portar via la bambina, e si alzò.
«Permettetemi, signora» disse Rodolphe, sorridendo dopo aver rispettosamente salutato la marchesa, «di rifare la conoscenza con una mia vecchia e piccola amica, che temo non si ricordi più di me.»
E, chinandosi un po’, porse la mano a Claire.
Costei dapprima lo fissò con due grandi occhi neri pieni di curiosità; poi, riconosciutolo, gli fece un grazioso cenno col capo e gli mandò un bacio sulla punta delle scarne dita.
«Figlia mia, hai riconosciuto sua signoria?» domando Clémence a Claire. Costei rispose di sì con la testa, e mandò un altro bacio a Rodolphe.
«Sembra che sia migliorata dall’ultima volta che l’ho vista» disse premurosamente Rodolphe rivolgendosi a Clémence.
«Va un po’ meglio, mio signore, sebbene sia sempre sofferente.
La marchesa e il principe erano quasi contenti di dovere alla presenza di Claire una dilazione di cinque minuti al loro prossimo colloquio perché, al pensiero di esso, sia l’una che l’altro si sentivano in imbarazzo; ma la governante, con molta discrezione, portò via la bambina e Rodolphe e Clémence rimasero soli.
XVI
LA CONFESSIONE
La poltrona della signora d’Harville si trovava a destra del caminetto, al quale Rodolphe, rimasto in piedi, stava leggermente appoggiato.
Mai come adesso Clémence era stata tanto colpita dall’armonia dei lineamenti nobili e fini del principe; mai la sua voce le era sembrata così dolce e vibrante.
Avendo capito quanto dovesse essere penoso per la marchesa iniziare la conversazione, Rodolphe prese la parola per primo:
«Signora, siete stata vittima di un indegno tradimento: una vile delazione da parte della contessa Sarah Mac-Grégor per poco non vi ha rovinata.»
«Allora è vero, mio signore?» esclamò Clémence. «I miei presentimenti dunque non m’ingannavano... E in che modo Vostra Altezza è riuscita a sapere?...»
«Ieri, per caso, al ballo della contessa ***, ho scoperto il segreto di quest’infamia. Ero seduto in un angolo del giardino d’inverno. Non sapendo che un gruppo di alberi mi separava da loro e mi permetteva di sentirli, la contessa Sarah e suo fratello vennero a discutere vicino a me dei loro progetti e del tranello che vi avrebbero teso. Volendo avvertirvi del pericolo da cui eravate minacciata, corsi subito al ballo della signora di Nerval, credendo di trovarvi: ma voi non c’eravate stata. Scrivervi a casa questa mattina voleva dire rischiare di far cadere la mia lettera nelle mani del marchese, che doveva già avere dei sospetti. Ho preferito venire ad aspettarvi in rue du Temple, per sventare il tradimento della contessa Sarah. Mi perdonate, vero, di parlarvi così a lungo di un argomento che deve esservi certo spiacevole? Se non avessi ricevuto la lettera che avete avuto la bontà di scrivermi... non vi avrei mai parlato di tutto ciò in vita mia...»
Dopo un momento di silenzio, la signora d’Harville disse a Rodolphe:
«Io non ho che un mezzo, mio signore, per provarvi la mia riconoscenza... farvi una confessione che non ho fatto a nessuno. Una confessione che non mi giustificherà certo ai vostri occhi, ma che vi farà forse considerare la mia condotta meno colpevole.»
«Francamente, signora» disse Rodolphe sorridendo, «la mia posizione verso di voi è molto imbarazzante...»
Clémence, colpita dal tono quasi scanzonato di Rodolphe, lo guardò con meraviglia.
«Come, mio signore?»
«Grazie a una circostanza che voi certo indovinerete, sono stato costretto a fare... un po’ la parte del parente anziano in un’avventura che, una volta ch’eravate sfuggita all’odioso tranello della contessa Sarah, non avrebbe meritato d’essere presa con tanta gravità... Ma» aggiunse Rodolphe con una sfumatura di affettuosa e dolce serietà, «vostro marito è quasi un fratello per me; mio padre nutriva per suo padre riconoscenza e affetto. Con tutta serietà dunque mi congratulo con voi per aver ridato a vostro marito tranquillità e fiducia.»
«E anche perché onorate il signor d’Harville della vostra amicizia, mio signore, ci tengo a dirvi tutta la verità... e su una scelta che vi deve sembrare infelice com’è realmente... e sulla mia condotta, che offende colui che Vostra Altezza chiama quasi un fratello.»
«Signora, sarò sempre felice e fiero della più piccola prova di fiducia da parte vostra. Tuttavia, permettetemi di dirvi, a proposito della scelta a cui avete fatto allusione, che so che avete ceduto a un sentimento di sincera pietà e all’insistenza ossessiva della contessa Sarah Mac-Grégor, che aveva le sue ragioni per volervi rovinare... So inoltre che avete esitato non poco prima di risolvervi a un passo di cui adesso vi affliggete tanto.»
Clémence guardò il principe sorpresa.
«Ne siete stupita? Vi dirò il mio segreto un altro giorno, perché non abbiate a prendermi per un mago» rispose Rodolphe sorridendo. «Vostro marito piuttosto è del tutto tranquillo, ora?»
«Sì, mio signore» disse Clémence abbassando gli occhi confusa; «e vi confesso che soffro a sentirlo chiedermi perdono di avermi sospettato e a vederlo estasiato del modesto silenzio fatto sulle mie opere di beneficenza.»
«È felice nella sua illusione, non fatevene quindi una colpa, anzi continuate a mantenerlo nel suo dolce errore... Se non mi fosse proibito di parlare alla leggera di quest’avventura, e se non si trattasse di voi, signora... direi che una donna non è mai così
affascinante con suo marito come quando ha qualche torto da nascondere. Non si ha idea di quante disarmanti moine può ispirare una coscienza sporca, non si riesce a immaginare quanti fiori meravigliosi la perfidia può far spesso sbocciare... Quando ero giovane» aggiunse Rodolphe sorridendo, «provavo sempre, quasi mio malgrado, una vaga diffidenza in presenza di certi slanci di tenerezza; e siccome da parte mia mi sentivo in vantaggio solo quando avevo qualcosa da farmi perdonare, appena qualcuna mi dimostrava quell’infida tenerezza che io avevo in mente di sfruttare, ero sicurissimo che il nostro perfetto accordo... nascondeva una reciproca infedeltà.»
La signora d’Harville si stupiva sempre più al sentire che Rodolphe stava scherzando su un’avventura che avrebbe potuto avere per lei conseguenze tanto terribili; ma intuìto subito che il principe, con quel tono di ostentata leggerezza, cercava di sminuire l’importanza del servigio resole, fu profondamente commossa da quella delicatezza e:
«Capisco» gli disse, «la vostra generosità, mio signore... A voi adesso è permesso scherzare e fingere d’aver dimenticato il pericolo da cui m’avete strappata... Ma quello che devo dirvi è così grave, così triste, è così in stretta relazione con i fatti di questa mattina, e i vostri consigli possono essermi così utili che vi supplico di ricordarvi che m’avete salvato l’onore e la vita... sì, mio signore, la vita... Mio marito era armato; me l’ha confessato nell’esaltazione del pentimento: voleva uccidermi!...»
«Buon Dio!» esclamò Rodolphe, profondamente turbato. «Era suo diritto» soggiunse amaramente la signora d’Harville. «Vi scongiuro, signora» replicò Rodolphe molto seriamente
questa volta, «credetemi, sono incapace di restare indifferente a ciò che vi riguarda; poco fa ho scherzato perché non volevo far indugiare il vostro pensiero su questa triste mattinata, che ha dovuto provocare in voi tanto e tale sconcerto. Adesso, signora, vi ascolto in religioso silenzio, visto che mi avete fatto la grazia di dirmi che i miei consigli possono esservi utili a qualcosa.»
«Oh, molto utili, mio signore! Ma prima di chiederveli, permettetemi di dirvi due parole su un passato che ignorate... sugli anni che hanno preceduto il mio matrimonio con il signore d’Harville.»
Rodolphe s’inchinò e Clémence continuò:
«A sedici anni perdetti mia madre» disse senza poter trattenere una lacrima. «Non vi sto a dire quanto l’adoravo; immaginatevi, mio signore, un ideale di bontà sulla terra; il grandissimo
affetto che aveva per me era d’enorme conforto nelle amarezze... Poco socievole, di salute delicata, molto sedentaria di natura, il suo più gran piacere era stato quello di potersi occupare da sola della mia istruzione: infatti grazie alla sua seria e nutrita cultura poteva benissimo compiere meglio di qualsiasi altro il compito che si era imposta...
Immaginatevi, mio signore, il mio e il suo stupore, quando a sedici anni, nel periodo finale della mia educazione, mio padre, col pretesto della salute cagionevole di mia madre, ci annunciò che una giovane vedova molto distinta, resa degna di aiuto dalle grandi disgrazie, avrebbe avuto l’incarico di finire ciò che mia madre aveva cominciato... Mia madre oppose subito un rifiuto al volere di mio padre. Io stessa lo supplicai di non mettere fra me e mia madre un’estranea; egli fu inesorabile, e i nostri pianti non valsero a nulla. La signora Roland, vedova di un colonnello morto in India, diceva lei, venne ad abitare con noi, e fu incaricata di farmi da istitutrice.»
«Come! quella Roland che vostro padre sposò quasi subito dopo il vostro matrimonio?»
«Sì, mio signore.»
«Era molto bella?»
«Mediocremente graziosa, mio signore.»
«Assai spiritosa allora?»
«Era solo ipocrita e astuta, nient’altro. Aveva circa venticinque
anni, capelli d’un biondo slavato, ciglia quasi bianche, grandi occhi rotondi di un azzurro chiaro; era scialba e smorfiosa in volto, perfida fino alla crudeltà di carattere anche se apparentemente premurosa fino a strisciare.»
«E la sua istruzione?»
«Completamente nulla, mio signore. Non riesco a rendermi conto come mai mio padre, fino ad allora così schiavo delle convenienze, non avesse pensato che quella donna con la sua ignoranza avrebbe fatto scoppiare uno scandalo e scoprire così il vero motivo della sua presenza in casa nostra. Mia madre gli fece osservare che la signora Roland era un pozzo d’ignoranza; egli le rispose con un tono che non ammetteva repliche che, colta o no, la povera vedova avrebbe conservato a casa sua il posto che le aveva dato. Lo seppi più tardi: da quel momento la mia povera mamma capì tutto, e ne fu profondamente addolorata, non tanto, credo, per l’infedeltà di mio padre, quanto per lo scompiglio che una tale relazione avrebbe potuto portare in casa e per gli effetti che avrebbe potuto avere su di me.»
«Ma, in fondo, anche dal punto di vista della sua folle passione, mi sembra che vostro padre facesse un calcolo sbagliato, introducendo quella donna in casa sua.»
«Vi stupireste ancora di più, mio signore, se sapeste che mio padre è l’uomo più formale e rigido che io abbia conosciuto; per spingerlo a passare sopra a ogni convenienza, ci voleva proprio la determinante influenza della signora Roland, influenza tanto più forte, in quanto si nascondeva sotto le apparenze d’una violenta passione di lei per lui.»
«Ma quanti anni aveva allora vostro padre?»
«Circa sessanta.»
«E credeva all’amore della giovane donna?»
«Mio padre era stato uno degli uomini più alla moda del suo
tempo; la signora Roland, obbedendo al suo fiuto o ai consigli di qualche furbo...»
«Consigli! e chi poteva consigliarla?»
«Ve lo dirò fra poco, mio signore. Avendo intuito che in vecchiaia un uomo fortunato in amore desidera essere adulato sulla sua bellezza in quanto quelle lodi gli ricordano il periodo più bello della sua vita, la donna, lo credereste mio signore?, andava decantando la bellezza stupenda del viso di mio padre, l’inimitabile eleganza nel portamento e nel vestire; e lui aveva sessant’anni... Tutti apprezzano la sua intelligenza, eppure è stato tanto cieco da cadere in un tranello così evidente. Ecco la sola spiegazione della passata e presente influenza di quella donna su di lui. Vedete, mio signore, nonostante le gravi preoccupazioni, non posso fare a meno di sorridere quando rammento d’aver sentito la signora Roland prima del mio matrimonio dire spesso e sostenere che quella che lei chiamava la “vera maturità” era la più bella età della vita. È chiaro che la vera maturità cominciava solo verso i cinquantacinque o sessant’anni.»
«L’età di vostro padre?»
«Per l’appunto, mio signore. Solo allora, diceva la signora Roland, lo spirito e l’esperienza avevano acquistato il loro pieno sviluppo; solo allora un uomo di ottima posizione poteva godere di tutta la considerazione alla quale poteva aspirare; solo allora anche l’insieme dei suoi lineamenti e la buona grazia delle sue maniere potevano raggiungere la più alta perfezione, perché in quel periodo della vita c’è sul volto come uno squisito e soprannaturale impasto di beata serenità e di dolce gravità. Infine, un’ombra di malinconia, dovuta alle delusioni che porta sempre l’esperienza, dava l’ultimo tocco al fascino irresistibile della “vera maturi-
tà”; fascino che potevano apprezzare, aggiungeva subito la signora Roland, solo le donne di spirito e di cuore che hanno il buon gusto di accogliere con una spallucciata la splendida ma stravolta giovinezza di quegli storditelli di quarant’anni, il cui carattere non offre nessuna sicurezza e i cui lineamenti, di insignificante giovanilità, non sono ancora poetizzati da quella maestosa espressione che è segno di profonda conoscenza della vita.»
Rodolphe non poté non sorridere al notare la frizzante ironia con cui la signora d’Harville aveva fatto il ritratto della matrigna. «C’è una cosa che non perdono mai alla gente ridicola» disse
alla marchesa.
«Che cosa, mio signore?»
«Di essere malvagi... il che impedisce di ridere tranquillamen-
te di loro.»
«Forse è un calcolo» disse Clémence.
«Ne sono abbastanza convinto, ed è un peccato; infatti, se
potessi, per esempio, passare sopra al gran male che la signora Roland per forza di cose vi ha fatto, troverei molto divertente l’invenzione della “vera maturità” in opposizione con la folle giovinezza di quei farfallini di quarant’anni, che, a detta della donna, sembrano essere appena “usciti di tutela”, come avrebbero detto i nostri nonni.»
«Credo, comunque, che mio padre sia felice delle illusioni in cui adesso lo culla la mia matrigna.»
«E certamente, ora come ora, sarà già punita della sua falsità e subirà le conseguenze del suo finto amore appassionato; vostro padre l’ha presa in parola e la circonda d’amore e di solitudine. Ora, permettetemi di dirvelo, la vita della vostra matrigna deve essere insopportabile tanto quanto quella di vostro padre deve essere felice: immaginatevi un po’ la superba gioia di un uomo di sessant’anni, abituato al successo, che si crede ancora così appassionatamente amato da una donna da farle desiderare di vivere con lui in completo isolamento.»
«Quindi, mio signore, dal momento che mio padre è felice, forse non dovrei lamentarmi della signora Roland, ma il suo odioso comportamento verso mia madre... ma la parte troppo grande che ha avuto, per mia sventura, nel mio matrimonio, sono la causa del mio odio» disse la signora d’Harville, dopo un momento di esitazione.
Rodolphe la guardò sorpreso.
«Il signore d’Harville è vostro amico, mio signore,» riprese Clémence con voce ferma. «Conosco la gravità delle parole che ho
detto... poi mi direte se sono giuste. Ma torniamo alla signora Roland, che intanto aveva preso a farmi da istitutrice, nonostante la sua scontata inettitudine. Mia madre ebbe, a questo proposito, con mio padre una penosa discussione in cui gli fece sapere che il minimo che poteva fare per protestare contro l’intollerabile posizione di quella donna era di non presentarsi più a tavola; a meno che la signora Roland non avesse immediatamente abbandonato la casa. Mia madre era la dolcezza, la bontà in persona; ma diventava di un’indomabile fermezza quando si trattava della sua dignità personale. Mio padre fu inflessibile ed ella mantenne la sua promessa; e da quel momento lei e io vivemmo completamente ritirate nel suo appartamento. Da allora mio padre si mostrò freddo con me tanto quanto con mia madre, mentre la signora Roland faceva quasi ufficialmente gli onori di casa, sempre in qualità di mia istitutrice.»
«A quali eccessi non sono spinte da una folle passione anche le persone più ragguardevoli! E poi ci si inorgoglisce molto di più quando ci vengono lodati i pregi o le qualità che non abbiamo o che non abbiamo più, che non quando ci vengono lodati quelli che abbiamo. Dimostrare a un uomo di sessant’anni che ne ha solo trenta, è l’abbiccì dell’adulatore... e più l’adulazione è smaccata, più ha successo... Ahimè! noialtri principi lo sappiamo anche troppo bene.»
«A proposito di adulazione voi, mio signore, siete stato oggetto di molti esperimenti...»
«Sotto quest’aspetto, vostro padre è stato trattato da re... Vostra madre, però, ha dovuto soffrire atrocemente.»
«Più per me che per sé, mio signore, perché ella pensava all’avvenire... la sua salute, delicatissima già di per sé, si indebolì ancora di più e così cadde gravemente ammalata; fatalità volle che il medico di casa, il signor Sorbier, morisse; mia madre che aveva una grande fiducia in lui ne provò vivo dispiacere. La signora Roland aveva come medico e amico un dottore italiano, di grande valore, diceva lei; mio padre, illuso, andò qualche volta a consultarlo, si trovò bene e lo propose a mia madre, che, ahimè, lo prese, e fu lui a curarla durante l’ultima malattia...» A quelle parole gli occhi della signora d’Harville si riempirono di lacrime. «Mi vergogno a confessarvi questa debolezza, mio signore» aggiunse poi, «ma per il solo fatto che era stato consigliato a mio padre dalla signora Roland, quel medico m’aveva ispirato (allora senza alcun motivo) un’antipatia immediata; e vidi con una specie di timore mia madre concedergli la sua fiducia: eppure quanto a sapere, il dottor Polidori...»
«Come avete detto, signora?» esclamò Rodolphe.
«Che avete, mio signore?» disse Clémence, stupita dall’espressione del volto di Rodolphe.
«Ma no» disse il principe come parlando a se stesso, «mi sbaglio... tutto ciò si è svolto cinque o sei anni fa, mentre mi hanno detto che Polidori è stato a Parigi solo due anni fa sotto falso nome... è lui che ho visto ieri... quel ciarlatano Bradamanti. Eppure... due medici con lo stesso nome, che strana coincidenza!... Signora, ditemi qualcosa sul dottor Polidori» chiese Rodolphe alla signora d’Harville, che lo guardava con crescente stupore, «che età aveva quell’italiano?»
«Ma, cinquant’anni circa.»
«E la figura... il volto?»
«Sinistri... Non dimenticherò mai i suoi occhi verde chiaro... il
naso adunco come il becco di un’aquila.»
«È lui!... è proprio lui!...» esclamò Rodolphe. «E voi credete,
signora, che il dottor Polidori sia ancora a Parigi?» chiese Rodolphe alla signora d’Harville.
«Non so, mio signore. Ha lasciato Parigi circa un anno dopo il matrimonio di mio padre; una mia amica di cui quell’italiano era medico curante a quel tempo la signora di Lucenay...»
«La duchessa di Lucenay!» esclamò Rodolphe.
«Sì, mio signore... Perché tanto stupore?»
«Permettetemi di tacervene la causa... ma, cosa vi diceva allora
la signora di Lucenay di quell’uomo?»
«Che dopo la sua partenza da Parigi le scriveva spesso delle
lettere molto spiritose sui Paesi che visitava; infatti ha viaggiato molto... Adesso... mi ricordo che circa un mese fa, quando chiesi alla signora di Lucenay se continuava a ricevere notizie dal signor Polidori, ella mi rispose, con un certo imbarazzo, che da un pezzo non si sentiva più parlare di lui, che non si sapeva cosa gli fosse successo e che alcuni, anzi, lo credevano morto.»
«È strano» disse Rodolphe, ricordandosi della visita della signora di Lucenay al signor Bradamanti.
«Conoscete quell’uomo, mio signore?»
«Sì, per mia disgrazia... Ma, vi prego, continuate il vostro racconto; poi vi dirò chi è questo Polidori...»
«Come? il medico...»
«Dite piuttosto un uomo macchiatosi dei più orribili delitti.» «Delitti!...» esclamò la signora d’Harville spaventata; «ha
commesso dei delitti, quest’uomo... amico della signora Roland e medico di mia madre! e mia madre è morta fra le sue mani dopo
qualche giorno di malattia!... Ah, mio signore, voi mi spaventate!... mi dite troppo o non abbastanza!...»
«Senza voler accusare quest’uomo di un altro delitto, e la vostra matrigna di una spaventosa complicità, vi dico solo che dovete forse ringraziare Dio che vostro padre, dopo il matrimonio con la signora Roland, non abbia avuto bisogno dei consulti del Polidori...»
«O mio Dio!» esclamò la marchesa con voce straziante, «i miei presentimenti non erano sbagliati, allora!»
«I vostri presentimenti?»
«Sì... poco fa vi ho parlato dell’avversione che ho avuto per quel medico, essendo egli stato introdotto a casa nostra dalla signora Roland, ma non vi ho detto tutto, mio signore...»
«Come?»
«Temevo di accusare un innocente, di dar troppo ascolto alla voce delle mie amarezze. Ma adesso vi dirò tutto, mio signore. Mia madre era ammalata da cinque giorni: l’avevo sempre assistita io. Una sera andai a respirare l’aria del giardino sulla terrazza della nostra casa. Dopo un quarto d’ora rientrai passando per un lungo e oscuro corridoio. Lo stretto spiraglio di luce che usciva dalla porta dell’appartamento della signora Roland mi permise di veder uscire il signor Polidori. Era accompagnato dalla signora. Io ero nell’ombra ed essi non potevano vedermi. La signora Roland gli disse pianissimo alcune parole che non riuscii a capire. Il medico rispose dicendo a voce alta questa sola parola: “Dopodomani”. E siccome la signora Roland continuava a parlargli a voce bassa, egli aveva ripreso a dire in maniera strana: “Dopodomani, vi ho detto, dopodomani...”.»
«Cosa significavano quelle parole?»
«Cosa significavano, mio signore? Il mercoledì sera, il signor Polidori aveva detto: “Dopodomani...”. Il venerdì... mia madre era morta!”»
«Oh, è terribile!...»
«Quando mi misi a riflettere sul fatto, mi tornò alla mente quella parola, “dopodomani”, che sembrava aver predetto l’epoca della morte di mia madre; credetti che il signor Polidori, essendosi reso conto del poco tempo che restava ancora a mia madre da vivere, fosse andato di filato ad avvertire la signora Roland... la signora Roland, che aveva tanti motivi per rallegrarsi di quella morte. Era bastata questa sola cosa per farmi aborrire quell’uomo e quella donna... Ma non avrei mai osato supporre... Oh, no, no, nemmeno adesso posso credere a un simile delitto!»
«La vostra povera madre è stata curata solo dal Polidori?»
«Il giorno prima che ella morisse, quell’uomo aveva portato a consulto un suo collega. Stando a quanto mi disse in seguito mio padre, il collega di Polidori aveva trovato mia madre gravissima... Dopo il funesto avvenimento, fui condotta presso una mia parente che aveva sempre voluto bene a mia madre. Passando sopra al ritegno che doveva imporle la mia età, la mia parente mi fece vedere senza tanti riguardi tutte le ragioni che avevo per odiare la signora Roland e mi illuminò sulle mire ambiziose che quella donna doveva già da allora concepire.
La rivelazione mi costernò; solo allora capii quanto mia madre avesse dovuto soffrire. Quando rividi mio padre, mi si spezzò il cuore: era venuto a prendermi per condurmi in Normandia dove dovevamo passare i primi tempi del nostro lutto. Durante il viaggio, pianse molto e mi disse che solo io potevo aiutarlo a sopportare quel colpo terribile. Gli risposi con affetto che anche a me restava solo lui dopo la perdita della mia adorata madre. Dopo avermi parlato un po’ dell’imbarazzo in cui si sarebbe trovato se fosse stato costretto a lasciarmi sola durante le assenze che i suoi affari lo costringevano a fare di tanto in tanto, mi fece sapere, come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo che, per sua e mia fortuna, la signora Roland acconsentiva a prendere la direzione della casa e a farmi da guida e da amica.
Lo stupore, il dolore e l’indignazione mi lasciarono senza parole; piansi in silenzio. Mio padre mi domandò il motivo del mio pianto; io dissi, con troppa amarezza lo ammetto, che non avrei mai abitato sotto lo stesso tetto con la signora Roland, perché la disprezzavo e la odiavo per tutti i dispiaceri che aveva procurato alla mia povera mamma. Rimase calmo, attaccò quella che egli chiamava la mia fanciullaggine, e mi disse freddamente che la sua decisione era irremovibile e che io dovevo sottomettermi.
Lo supplicai che mi permettesse di ritirarmi al Sacré-Coeur dove avevo alcune amiche e dove sarei restata fino al momento in cui avrebbe ritenuto opportuno maritarmi. Mi fece osservare che era finita l’epoca in cui ci si maritava stando dietro la grata di un convento; che la mia fretta di lasciarlo l’avrebbe molto addolorato, se non avesse scorto nelle mie parole un’esaltazione giustificabile, ma poco sensata, che presto sarebbe senz’altro scomparsa; poi mi chiamò testa pazza e mi baciò sulla fronte.
Ahimè! Fatto sta che dovetti sottomettermi. Immaginatevi, mio signore, il mio dolore! vivere ogni giorno con una donna che ero lì lì per accusare della morte di mia madre... Prevedevo le sce-
nate più feroci fra me e mio padre, perché nessuna considerazione poteva impedirmi di dimostrare la mia antipatia per la signora Roland. Mi sembrava così di poter vendicare mia madre, mentre la più piccola parola d’affetto detta a quella donna mi sarebbe sembrata un enorme sacrilegio.»
«Mio Dio, come dovette costarvi una simile esistenza... ero ben lungi dal pe