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Pëtr Alekseevič Kropotkin

La grande rivoluzione


Indice generale

La Grande Rivoluzione    
VOLUME I    
PREFAZIONE    
I
 LE DUE GRANDI CORRENTI DELLA RIVOLUZIONE    
II 
L'IDEA    
III
 L'AZIONE    
IV 
IL POPOLO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE    
V 
LO SPIRITO DI RIVOLTA; LE SOMMOSSE    
V I
GLI STATI GENERALI DIVENUTI NECESSARI    
VII 
LA SOLLEVAZIONE DELLE CAMPAGNE
NEI PRIMI MESI DEL 1789    
VIII
 SOMMOSSE A PARIGI E NEI DINTORNI    
IX
 GLI STATI GENERALI    
X
 PREPARATIVI DEL COLPO DI STATO    
XI 
PARIGI ALLA VIGILIA DEL 14 LUGLIO    
XII
 LA PRESA DELLA BASTIGLIA    
XIII
 LE CONSEGUENZE DEL 14 LUGLIO A VERSAGLIA    
XIV
 SOLLEVAZIONI POPOLARI    
XV
 LE CITTÀ    
XVI LA SOLLEVAZIONE DEI CONTADINI    
XVII
 LA NOTTE DEL 4 AGOSTO E LE SUE CONSEGUENZE    
XVIII
I DIRITTI FEUDALI RIMANGONO    
XIX
 DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO    
XX
 GIORNATE DEL 5 E 6 OTTOBRE 1789    
XXI
 TERRORI DELLA BORGHESIA
NUOVA ORGANIZZAZIONE MUNICIPALE    
XXII
 DIFFICOLTÀ FINANZIARIE. – VENDITA DEI BENI DEL CLERO    
XXIII
 LA FESTA DELLA FEDERAZIONE    
XXIV
 I DISTRETTI E LE SEZIONI DI PARIGI    
XXV
 LE SEZIONI IN PARIGI SOTTO LA NUOVA LEGGE MUNICIPALE    
XXVI
 LENTEZZA NELL'ABOLIZIONE DEI DIRITTI FEUDALI    
XXVII
 LEGISLAZIONE FEUDALE DEL 1790    
XXVIII
 SOSTA DELLA RIVOLUZIONE NEL 1790    
XXIX
 LA FUGA DEL RE. – LA REAZIONE. – FINE DELL'ASSEMBLEA COSTITUENTE    
XXX
 L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA. – LA REAZIONE NEL 1791-1792    
XXXI
 LA CONTRO RIVOLUZIONE NEL MEZZOGIORNO    341
XXXII
 IL 20 GIUGNO 1792    
XXXIII 
IL 10 AGOSTO; LE SUE CONSEGUENZE IMMEDIATE    
 
VOLUME II    
XXXIV 
L'INTERREGNO – I TRADIMENTI    
XXXV 
LE GIORNATE DI SETTEMBRE    
XXXVI 
LA CONVENZIONE – LA COMUNE – I GIACOBINI    
XXXVII
 IL GOVERNO. – LOTTE INTESTINE ALLA CONVENZIONE – LA GUERRA    
XXXVIII
 IL PROCESSO DEL RE    
XXXIX 
MONTAGNA E GIRONDA    
XL 
SPORZI DEI GIRONDINI PER ARRESTARE LA RIVOLUZIONE    
XLI
 GLI «ANARCHICI»    
XLII
 CAUSE DEL MOVIMENTO DEL 31 MAGGIO    
XLIII
 RIVENDICAZIONI SOCIALI. – STATO D'ANIMO A PARIGI. – LIONE.    
XLIV 
LA GUERRA. – LA VANDEA. – TRADIMENTO DI DUMOURIEZ    
XLV 
NUOVA SOLLEVAZIONE RESA INEVITABILE    
XLVI
 SOMMOSSA DEL 31 MAGGIO E DEL 2 GIUGNO    
XLVII
 LA RIVOLUZIONE POPOLARE. – IL PRESTITO FORZATO    
XLVIII
 LE TERRE COMUNALI.
COSA NE FECE L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA    
XLIX 
LE TERRE SONO RESTITUITE AI COMUNI    
L
 ABOLIZIONE DEFINITIVA DEI DIRITTI FEUDALI    
LI
 BENI NAZIONALI    
LII 
LOTTE CONTRO LA CARESTIA – IL «MASSIMO» – GLI ASSEGNATI    
LIII
 LA CONTRO RIVOLUZIONE IN BRETTAGNA. ASSASSINIO DI MARAT    
LIV 
LA VANDEA – LIONE – IL MEZZOGIORNO    
LV
 LA GUERRA – L'INVASIONE RESPINTA    
LVI
 LA COSTITUZIONE. – IL GOVERNO RIVOLUZIONARIO    
LVII
 ESAURIMENTO DELLO SPIRITO RIVOLUZIONARIO
LVIII
 IL MOVIMENTO COMUNISTA    
LIX 
IDEE SULLA SOCIALIZZAZIONE DELLA TERRA, DELLE INDUSTRIE, DELLE SUSSISTENZE E DEL COMMERCIO    
LX
 FINE DEL MOVIMENTO COMUNISTA    
LXI
 COSTITUZIONE DEL GOVERNO CENTRALE
LE RAPPRESAGLIE    
LXII
I STRUZIONE – SISTEMA METRICO – NUOVO CALENDARIO –
TENTATIVI ANTIRELIGIOSI    
LXIII
 LE SEZIONI SCHIACCIATE    
LXIV
 LOTTA CONTRO GLI HEBERTISTI    
LXV
 CADUTA DEGLI HEBERTISTI. –
DECAPITAZIONE DI DANTON    
LXVI
 ROBESPIERRE E IL SUO GRUPPO    
LXVII
 IL TERRORE    
LXVIII
 IL 9 TERMIDORO. –
TRIONFO DELLA REAZIONE    
CONCLUSIONE    
  



La Grande Rivoluzione
...Da una parte la rivoluzione deve combattere ogni religione armata; dall'altra deve combattere ogni privilegio: che cos'è, adunque, la rivoluzione se non la guerra dell'irreligione e dell'eguaglianza?
...Gli uomini di poca fede si ricordino che non vi fu mai progresso che non toccasse alla proprietà e alla religione, e che... già dall'89 al 93,quattro soli anni bastavano per trascorrere dall'equivoco della libertà al regno della scienza e dell'eguaglianza.
GIUSEPPE FERRARI.

PIETRO KROPOTKINE

La Grande
Rivoluzione

1789-1793

PRIMA EDIZIONE ITALIANA
VOLUME I
GINEVRA
EDIZIONE DEL GRUPPO DEL RISVEGLIO
Rue des Savoises, 6
1911
PREFAZIONE

Più si studia la Rivoluzione francese e più si constata che della storia di quella grande epopea, ancora incompiuta, rimangono assai lacune da colmare e punti da chiarire.

La Grande Rivoluzione, che ha tutto sommosso, tutto rovesciato, incominciando a ricostruire tutto nel corso di pochi anni, fu un vero mondo in azione. E se, studiando i primi storici di quell'epoca, soprattutto il Michelet, si è costretti di ammirare l'enorme lavoro compiuto da alcuni uomini per districare le serie infinite dei fatti e dei movimenti paralleli di cui la Rivoluzione è composta, si constata in pari tempo la grandiosità del lavoro che rimane da compiere.

Le ricerche eseguite durante questi ultimi trent'anni dalla scuola storica, di cui Aulard e la Società della Rivoluzione francese sono i rappresentanti, hanno certamente accumulato preziosi materiali, che gettano fasci di luce sugli atti della Rivoluzione, sulla sua storia politica, sulla lotta dei partiti che si contendevano il potere. Ma tuttavia, lo studio degli aspetti economici della Rivoluzione e delle sue lotte rimane ancora da fare, e, come ha detto giustamente Aulard, un'intera vita non basterebbe a compiere quest'opera, senza la quale, bisogna pur riconoscerlo, la storia politica della Rivoluzione rimane incompleta e spesso incomprensibile. Tutta una serie di nuovi problemi, vasti e complessi, si presentano allo storico non appena egli affronti l'esame di questo carattere della burrasca rivoluzionaria.

Gli è per districare appunto alcuni di questi problemi che io avevo, sin dal 1885, incominciato degli studi parziali sugli inizi popolari della Rivoluzione, sulle sollevazioni dei contadini nel 1789, sulle lotte pro e contro l'abolizione dei diritti feudali, sulle vere cause del movimento del 31 maggio, ecc. Disgraziatamente, ho dovuto limitarmi, per tali studi, alle collezioni stampate – ricchissime, certo – del British Museum e non ho potuto dedicarmi a ricerche negli Archivi nazionali di Francia.

Tuttavia, siccome il lettore non potrebbe orientarsi in studi di questo genere, se non avesse un quadro generale di tutto lo sviluppo della Rivoluzione, sono stato condotto a fare una narrazione più o meno ordinata degli avvenimenti. Non ho voluto ripetere la parte drammatica di grandiosi episodi narrati più volte, e mi sono adoperato invece e soprattutto a utilizzare le ricerche moderne, per far risaltare il nesso intimo e le cause dei grandi avvenimenti, il cui insieme forma la grande epopea che corona il secolo decimottavo.

Il metodo che consiste nello studiare la Rivoluzione, esaminandone separatamente le diverse parti della sua opera, offre senza dubbio degli inconvenienti: costringe a parecchie ripetizioni. Ma poco m'importa che mi sia rimproverato, se posso così imprimere più profondamente nello spirito del lettore le forti correnti di pensiero e di azione, che si urtarono durante la Rivoluzione francese – correnti che si ritroveranno fatalmente negli avvenimenti storici dell'avvenire, essendo intimamente legate all'essenza stessa della natura umana.

Chiunque conosca la storia della Rivoluzione sa quanto sia difficile evitare errori di fatto nei particolari delle ardenti contese, di cui si vuol tracciare lo sviluppo. Sarò quindi al sommo grado riconoscente verso coloro che m'indicheranno gli errori da me eventualmente commessi. E comincio per testimoniare la mia più viva gratitudine ai miei amici James Guillaume ed Ernest Nys, che hanno avuto la grande bontà di leggere il mio manoscritto e le mie bozze, e di aiutarmi in questo lavoro colle loro vaste cognizioni e il loro spirito critico.

PIETRO KROPOTKINE.

15 marzo 1909.

La Grande Rivoluzione


1789–1793


I
LE DUE GRANDI CORRENTI DELLA RIVOLUZIONE

Due grandi correnti prepararono e fecero la Rivoluzione. Una, la corrente d'idee – cioè il complesso delle nuove idee sulla riorganizzazione politica degli Stati – veniva dalla borghesia. L'altra, quella dell'azione, veniva dalle masse popolari – dai contadini e dai proletari delle città che volevano ottenere degli immediati e tangibili miglioramenti alle loro condizioni economiche. E allorquando queste due correnti s'incontrarono, dirette a uno scopo, sul principio comune, e s'aiutarono per qualche tempo reciprocamente, la Rivoluzione scoppiò.

Già da parecchio tempo i filosofi del diciottesimo secolo avevano scalzato sin dalle fondamenta le basi delle società incivilite dell'epoca, nelle quali il potere politico, così come una immensa parte delle ricchezze, appartenevano all'aristocrazia e al clero, mentre il resto del popolo era curvo sotto il giogo dei signori. Proclamando la sovranità della ragione, predicando la fiducia nella natura umana e dichiarando che questa – corrotta dalle istituzioni, che nel corso dei secoli imposero all'uomo la schiavitù – ritroverebbe tuttavia le sue qualità migliori non appena avesse riconquistato la libertà, i filosofi avevano aperto nuovi orizzonti al genere umano. Proclamando l'eguaglianza di tutti gli uomini e chiedendo da ogni cittadino – re o bifolco – obbedienza alla legge, tenuta ad esprimere le volontà della nazione allorquando fosse promulgata da rappresentanti del popolo; domandando infine la libertà di contrattazione fra uomini liberi e l'abolizione delle servitù feudali: formulando tutti questi postulati uniti tra di loro dallo spirito sistematico e dal metodo che caratterizzano il pensiero del popolo francese – i filosofi avevano certamente, almeno nelle coscienze, preparata la caduta del vecchio regime.

Ma ciò non era sufficiente a far scoppiare la Rivoluzione. Occorreva inoltre passare dalla teoria all'azione, dall'ideale concepito nell'immaginazione alla sua realizzazione nei fatti; ciò che la storia deve studiare oggi sono le circostanze che a un dato momento permisero alla nazione francese di compiere questo sforzo, di cominciare, cioè, la realizzazione dell'ideale.

D'altra parte, già molto prima dell'89, la Francia era entrata in un periodo d'insurrezioni. L'avvento al trono di Luigi XVI nel 1774 fu il segnale di una lunga serie di rivolte, cagionate dalle fame. Esse durarono fino al 1783. Seguì un periodo di calma relativa. Ma nel 1786, e specialmente nel 1788, le insurrezioni dei contadini si rinnovarono con maggiori forze. La carestia era stata la causa della prima serie di rivolte. Ma per le ultime, accanto alla mancanza di pane, si aggiungeva quale causa il desiderio di non pagare più i cànoni feudali.

Queste rivolte divennero sempre più numerose sino al 1789, ed in quest'anno si generalizzarono in tutto l'est, il nord-est ed il sud-est di Francia.

Così si scioglieva il nesso sociale. Tuttavia, una jacquerie non è ancora una rivoluzione, anche se assuma forme terribili come quelle che caratterizzarono la sollevazione dei contadini russi nel 1773, sotto la bandiera di Pougatchoff. Una rivoluzione è molto di più che una serie d'insurrezioni nelle campagne e nelle città. Una rivoluzione è qualche cosa di più che una semplice lotta di partiti     anche sanguinosa – o una battaglia nelle strade; è molto di più che un semplice cambiamento di governo, come la Francia ne fece nel 30 e nel 48. Una rivoluzione è il rovesciamento rapido – in pochi anni – di istituzioni che avevano messo dei secoli a profondar le radici nel suolo e che sembravano così solide e immutabili da far esitare nell'attacco demolitore anche i più ribelli filosofi. È la caduta, lo smembramento in un breve volger d'anni di tutto quanto formava l'essenza della vita sociale, religiosa, politica ed economica di una nazione, il rovesciamento delle idee acquisite e delle nozioni correnti attorno alle relazioni così complicate fra le unità che formano il genere umano.

È da ultimo il prorompere di nuove concezioni egualitarie pei rapporti fra cittadini – concezioni che non tardano a realizzarsi e allora cominciano a illuminare anche le nazioni vicine, capovolgono il mondo e danno al secolo che segue la sua parola d'ordine, i suoi problemi, la sua scienza, le linee del suo sviluppo economico, politico e morale.

Per arrivare a un risultato di tale importanza, per far sì che un movimento assuma le forme di una rivoluzione – come avvenne in Inghilterra nel 1648-1688 e nel 1789-1793 in Francia – non basta che un movimento d'idee, sia pure profondo, si produca fra le classi colte – nè bastano sommosse di popolo – siano pur esse vaste e numerose. Occorre che l'azione rivoluzionaria, prorompente dal popolo, coincida col pensiero rivoluzionario, rampollante dalle classi colte. È necessaria la loro unione.

Ecco perchè la Rivoluzione francese, così come la Rivoluzione inglese del secolo precedente, scoppiò nel momento in cui la borghesia, dopo aver largamente attinto alle fonti della filosofia della sua epoca, giunse alla coscienza dei propri diritti, concepì un nuovo piano di organizzazione politica e forte del proprio sapere, decisa all'opera, si sentì in grado di afferrare le redini del governo, strappandole a un'aristocrazia cortigiana che – incapace, frivola e prodiga – spingeva il regno verso l'estrema rovina. Ma la borghesia e le classi colte da sole non avrebbero fatto nulla, se, grazie a diverse circostanze, anche la massa dei contadini non fosse insorta e non avesse dato, dopo un quadriennale periodo d'insurrezioni, la possibilità ai malcontenti delle classi medie di combattere il re e la Corte, di rovesciare le vecchie istituzioni e di cambiare da cima a fondo il regime politico del regno.

Tuttavia, la storia di questo duplice movimento rimane ancora da fare. La storia della grande Rivoluzione francese è stata fatta e rifatta molte volte, da parecchi diversi punti di vista; ma fino ad oggi gli storici hanno avuto cura sopratutto di raccontare la storia politica, la storia, cioè, delle conquiste della borghesia a danno del partito di Corte e dei difensori delle vecchie istituzioni monarchiche. Così noi conosciamo molto bene il risveglio delle coscienze che precedè la Rivoluzione. Conosciamo del pari i principii che dominarono la Rivoluzione e che si tradussero nella sua opera legislativa; ci estasiamo dinanzi alle grandi idee ch'essa lanciò nel mondo e che il diciannovesimo secolo cercò più tardi di realizzare nei paesi civili.

Insomma, la storia parlamentare della Rivoluzione, le sue guerre, la sua politica, la sua diplomazia sono state studiate e narrate sin nei più minuti particolari. Ma la storia popolare della Rivoluzione non è stata ancor fatta. La parte che in questo movimento ha avuto il popolo delle città e dei campi non fu ancora nel suo complesso nè studiata nè raccontata. Delle due correnti che fecero la Rivoluzione, l'una, quella del pensiero ci è nota, ma per l'altra, quella dell'azione popolare, siamo ancora all'oscuro.

A noi – discendenti di coloro che i contemporanei chiamarono anarchici – spetta il còmpito di studiare quest'azione popolare e di rilevarne, almeno, i caratteri essenziali.

II
L'IDEA

Per ben comprendere l'idea inspiratrice della borghesia nel 1789, bisogna giudicarla dai suoi risultati: gli Stati moderni.

La formazione degli Stati, che vediamo oggi in Europa, s'inizia solo alla fine del diciottesimo secolo. L'attuale centralizzazione dei poteri era ben lungi verso quell'epoca dall'avere quella perfezione e quella uniformità che le riconosciamo oggi. Questo formidabile meccanismo che dietro un ordine emanato da una capitale, mette in moto tutti gli uomini d'una nazione, pronti alla guerra, e li lancia a portare la desolazione nelle campagne e il lutto nelle famiglie; questi territori coperti da una rete di amministratori la cui personalità è annientata dalla loro servitù burocratica, per obbedire come automi agli ordini emanati da un'autorità centrale; questa obbedienza passiva dei cittadini alla legge, questo culto della legge, del Parlamento, del giudice e dei suoi agenti che noi oggi constatiamo; questo insieme gerarchico di funzionari disciplinati; questa rete di scuole, mantenute o dirette dallo Stato, nelle quali s'insegna con la sottomissione il culto del potere; questa industria di cui gli ingranaggi stritolano il lavoratore abbandonato dallo Stato alla mercè del capitalismo; questo commercio che accumula incalcolabili ricchezze nelle mani degli incettatori del suolo, della miniera, delle vie di comunicazione e delle ricchezze naturali e che nutre lo Stato; questa scienza infine che, pur liberando il pensiero, centuplica le forze produttive dell'umanità, ma vuol nello stesso tempo sottometterla al diritto del più forte e allo Stato, tutto ciò non esisteva prima della Rivoluzione.

Tuttavia, molto tempo prima che la Rivoluzione s'annunciasse coi suoi boati, la borghesia francese, il Terzo Stato, avevano già intravveduto l'organismo politico che si sarebbe sviluppato sulle rovine della monarchia feudale. E assai probabile che la Rivoluzione inglese abbia dimostrato col fatto l'opera che la borghesia sarebbe stata chiamata a compiere un giorno nel governo delle società civili. Ed è indubbio che la Rivoluzione americana stimolò le energie dei rivoluzionari francesi. Ma già fin dagli inizi del diciottesimo secolo lo studio dello Stato e della costituzione delle società incivilite, fondate sulla elezione dei rappresentanti, era divenuto – grazie a Hume, Hobbes, Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Mably, d'Argenson, ecc. – lo studio favorito, al quale Turgot e Adamo Smith aggiunsero di poi lo studio delle questioni economiche e della funzione della proprietà nella costituzione politica dello Stato.

Ecco perchè l'ideale di uno Stato centralizzato e ben ordinato, governato dalle classi detentrici di proprietà fondiarie o industriali o da quelle che si dedicano alle cosidette professioni liberali, era vagheggiato ancor prima che la Rivoluzione scoppiasse ed era esposto in innumerevoli libri ed opuscoli, dai quali gli uomini della Rivoluzione attinsero più tardi la loro inspirazione e la loro equilibrata energia.

Ecco perchè la borghesia francese, al momento d'entrare, nel 1789, nel periodo rivoluzionario, sapeva bene ciò che voleva. Certo non era repubblicana – lo è forse oggi? Ma essa rifiutava tuttavia il potere arbitrario del re, del governo, della Corte; insorgeva contro ai privilegi dei nobili che accaparravano le migliori cariche dei governo, ma non facevano che saccheggiare lo Stato, come saccheggiavano, senza farle produrre, le loro immense proprietà. La borghesia era repubblicana nei costumi – come nelle nascenti repubbliche d'America; ma voleva altresì il governo affidato alle classi abbienti.

Senza essere atea, era piuttosto libera pensatrice, ma non detestava affatto il culto cattolico. Ciò ch'essa detestava, era la Chiesa soprattutto, colla sua gerarchia; i suoi vescovi alleati ai principi; i suoi parroci, docili strumenti nelle mani della nobiltà.

La borghesia dell'89 comprendeva ch'era venuto anche in Francia – come in Inghilterra centoquarant'anni prima – il momento in cui il Terzo Stato avrebbe raccolto il potere sfuggito dalle mani della dinastia; e sapeva bene ciò che ne avrebbe fatto.

Il suo ideale era di dare alla Francia una costituzione modellata su quella inglese. Ridurre il re alla funzione di semplice scriba registratore, – potere ponderatore talvolta, ma incaricato soprattutto di rappresentare simbolicamente l'unità nazionale. Quanto al potere effettivo, eletto, doveva essere rimesso nelle mani d'un parlamento, nel quale la borghesia colta – rappresentante la parte attiva e intelligente della nazione – dominerebbe il resto.

Nello stesso tempo, era suo ideale l'abolizione di tutti i poteri locali o parziali che costituivano altrettante unità autonome nello Stato, l'accentramento di tutta la potenza governativa nelle mani di un potere esecutivo centrale, strettamente sorvegliato dal parlamento – strettamente obbedito nello Stato e conglobante tutto: imposte, tribunali, polizia, forze militari, scuole, sorveglianza poliziesca, direzione generale del commercio e dell'industria– tutto! Proclamare, d'altra parte, la libertà completa delle contrattazioni e dare contemporaneamente carta bianca alle imprese industriali per lo sfruttamento non solo delle ricchezze naturali, ma anche dei lavoratori, abbandonati ormai senza difesa ai datori di lavoro.

E tutto doveva essere posto sotto al controllo dello Stato, che avrebbe agevolato l'arricchirsi dei singoli e l'accumulazione di grandi fortune – condizioni alle quali la borghesia d'allora attribuiva necessariamente una grande importanza, dal momento che la convocazione stessa degli Stati Generali aveva avuto luogo per evitare la rovina finanziaria dello Stato.

Nè meno chiare erano le idee degli uomini del Terzo Stato, dal punto di vista economico. La borghesia francese aveva letto e studiato Turgot e Adamo Smith, i creatori della Economia politica. Sapeva che in Inghilterra le loro teorie erano già state applicate e la borghesia di Francia invidiava alla consorella d'oltre Manica la sua potente organizzazione economica, come il suo potere politico. Essa sognava l'appropriazione delle terre da parte della piccola e grande borghesia e lo sfruttamento delle ricchezze del suolo, rimasto fino allora improduttivo nelle mani del clero e della nobiltà. E in ciò trovava degli alleati nei piccoli borghesi rurali, già forti nei villaggi, prima che la Rivoluzione ne moltiplicasse il numero. Essa intravvedeva già lo sviluppo rapido dell'industria e la produzione intensiva delle merci, coll'aiuto della macchina, il commercio lontano e l'esportazione transoceanica dei prodotti dell'industria: i mercati orientali, le grandi imprese e le fortune colossali.

La borghesia comprendeva che per raggiungere il suo intento, bisognava anzitutto spezzare i vincoli che tenevano il contadino legato al villaggio. Occorreva ch'egli diventasse libero di abbandonare la sua capanna e che fosse anzi obbligato di abbandonarla, trascinato ad emigrare nelle città in cerca di lavoro, affinchè cambiando padrone, egli procacciasse dell'oro all'industria invece dei cànoni che pagava prima al signore – pesantissimi per lui, ma tuttavia insufficenti per il padrone. Occorreva ancora riordinare le finanze dello Stato, stabilire delle tasse più redditive e più facili a pagare.

Occorreva, insomma, ciò che gli economisti hanno chiamato la libertà dell'industria e del commercio, e cioè, da un lato, la liberazione dell'industria dalla sorveglianza meticolosa e nociva dello Stato, dall'altro, la libertà di sfruttare l'operaio privo di libertà. Quindi nessuna unione di mestieri, nessun'associazione di artigiani, nè giurande, nè maestranze che potrebbero in qualche modo frenare lo sfruttamento del lavoratore salariato – e neppure la sorveglianza dello Stato che danneggerebbe l'industriale – nè dogane interne, nè leggi proibitive. Libertà intera di contrattazione per i padroni – proibizione assoluta di «coalizione per i lavoratori. «Lasciar fare» i primi; impedire agli ultimi di associarsi.

Tale fu il doppio piano concepito dalla borghesia. E non appena si presentò l'occasione di realizzarlo – la borghesia, forte della sua coltura, della lucidità delle sue mire, della sua abitudine negli «affari», lavorò senza esitazioni, nè sul complesso, nè sui dettagli, a far passare le sue idee nella legislazione. E si pose a tal opera con un'energia cosciente e tenace, che il popolo non ha mai avuta, semplicemente perchè non ha concepito ed elaborato un ideale da opporre a quello dei signori del Terzo Stato.

Certo sarebbe ingiusto affermare che la borghesia dell'89 fu guidata solo da idee strettamente egoistiche. In questo caso essa non avrebbe mai raggiunto i suoi scopi. È necessario sempre un po' d'ideale per compiere profonde trasformazioni sociali. I migliori rappresentanti del Terzo Stato avevano bevuto alla fonte sublime della filosofia del diciottesimo secolo, che conteneva in embrione tutte le grandi idee che fiorirono poi. Lo spirito eminentemente scientifico di questa filosofia, il suo carattere fondamentalmente morale anche quando derideva e scherniva la morale convenzionale; la sua fiducia nell'intelligenza, la forza e la grandezza dell'uomo libero allorquando vivrà fra eguali, il suo odio per le istituzioni dispotiche; – tutto ciò si ritrova nei rivoluzionari dell'epoca. Dove avrebbero adunque attinto la forza delle proprie convinzioni e l'abnegazione che addimostrarono nel momento della lotta? Bisogna altresì riconoscere che fra coloro che lavoravano di più a realizzare il programma d'arricchimento della borghesia, taluni credevano in buona fede che l'arricchimento dei singoli fosse il mezzo migliore per arricchir la nazione. I più dotti economisti – Smith alla testa – non l'avevano predicato con convinzione?

Ma per quanto elevate fossero le idee astratte di libertà, di eguaglianza, di progresso libero che inspiravano gli uomini sinceri della borghesia del 1789-93, è dal loro programma pratico, dalle applicazioni della teoria che noi dobbiamo giudicarle. Con quali mezzi l'idea astratta si tradurrà nella vita reale? È il fatto che ci darà la vera misura dell'idea.

Ebbene, se è giusto riconoscere che la borghesia dell'89 era inspirata da idee di libertà, d'eguaglianza (davanti alla legge) e di liberazione politica e religiosa – è altresì vero che queste idee non appena prendevan corpo, si traducevano precisamente nel duplice programma da noi or ora abbozzato: libertà di utilizzare le ricchezze d'ogni genere per l'arricchimento personale, libertà di sfruttare il lavoro umano, senza nessuna garanzia per le vittime dello sfruttamento. E noi vedremo fra poco quali lotte terribili scoppiarono nel 93, quando una parte dei rivoluzionari volle oltrepassare – superandolo – questo programma.

III
L'AZIONE

E il popolo? Quali erano le sue idee?

Anche il popolo aveva in una certa misura subìto l'influenza della filosofia del secolo. Attraverso mille canali indiretti, i grandi principii di affrancamento e di libertà erano giunti fino ai villaggi e ai sobborghi delle grandi città. Scompariva il rispetto alla dinastia e alla aristocrazia. Le idee egualitarie penetravano dovunque. Bagliori di rivolta attraversavano le coscienze. La speranza di un prossimo cambiamento faceva talvolta battere anche i più umili cuori. – «Non so che cosa accadrà, ma qualcosa deve accadere e presto», diceva nel 1787 una vecchia ad Arturo Young, che alla vigilia della Rivoluzione percorreva la Francia. Questo «qualcosa» doveva alleviare le miserie del popolo.

Si è recentemente discusso per sapere se il movimento che precedè la Rivoluzione e la Rivoluzione stessa, contengano un elemento di socialismo. La parola «socialismo» non c'era, poichè fu messa in voga solo verso la metà del diciannovesimo secolo. La concezione dello Stato capitalista, alla quale la frazione socialdemocratica del grande partito socialista cerca oggi di ridurre il socialismo, non dominava certo come fa attualmente, poichè i fondatori del «collettivismo» socialdemocratico, Vidal e Pecqueur, non scrissero che fra il 1840 e il 1849. Tuttavia, rileggendo le opere degli scrittori precursori della Rivoluzione, si è colpiti dal fatto che i loro scritti sono compenetrati dalle idee che costituiscono l'essenza stessa del socialismo moderno.

Due idee fondamentali – quella dell'eguaglianza di tutti i cittadini nei loro diritti alla terra e l'altra che noi conosciamo oggi sotto il nome di comunismo, reclutavano partigiani fedeli tra gli enciclopedisti e tra gli scrittori più popolari dell'epoca, come il Mably, il d'Argenson e tant'altri di minore importanza. L'industria era allora in fascie e non dall'officina, bensì dalla terra era costituito il capitale per eccellenza, lo strumento principale per sfruttare il lavoro umano. Onde il pensiero dei filosofi e più tardi quello dei rivoluzionari del XVIII secolo si portava verso il possesso in comune del suolo. Mably, che, molto più di Rousseau, inspirò gli uomini della Rivoluzione, non domandava infatti fin dal 1768 (Doutes sur l'ordre naturel et essentiel des sociétés) l'eguaglianza di tutti nel diritto alla terra e il possesso comunistico del suolo? E il diritto della nazione su tutte le proprietà fondiarie, come su tutte le ricchezze naturali – foreste, fiumi, cascate, ecc. – non era l'idea dominante degli scrittori precursori della Rivoluzione, e, scoppiata questa, della Sinistra dei rivoluzionari popolari?

Disgraziatamente, queste aspirazioni comuniste non prendevano, nei pensatori che volevano il bene del popolo, una forma netta e concreta. Mentre, nella borghesia istruita, le idee di liberazione si traducevano in un programma completo di organizzazione politica ed economica, le stesse idee venivano presentate al popolo sotto forma di vaghe e lontane aspirazioni. Spesso si trattava di semplici negazioni. Coloro che parlavano al popolo non cercavano di dare una forma concreta a questi desiderata, a queste negazioni. Si potrebbe credere quasi ch'essi evitassero di precisare. Coscientemente o no, pareva dicessero: «A qual scopo parlare al popolo sulle forme della sua organizzazione futura! Ciò raffredderebbe la sua energia rivoluzionaria. Ch'egli abbia intanto la forza dell'attacco per marciare all'assalto delle vecchie istituzioni. – Al resto, penseremo poi.»

Quanti socialisti e anarchici seguono ancora lo stesso procedimento! Impazienti e vogliosi d'affrettare il giorno della rivolta, essi accusano di addormentatrici tutte le teorie che cercano di gettare qualche sprazzo di luce sulla futura ricostruzione rivoluzionaria.

Le cause di questa imprecisione di linguaggio van date in parte anche all'ignoranza degli scrittori, in maggioranza cittadini e uomini di gabinetto. Così, in quell'assemblea di uomini colti e rotti agli «affari» che fu l'Assemblea nazionale – avvocati, giornalisti, commercianti, ecc. – non c'erano che due o tre membri giuristi che conoscessero i diritti feudali, ed è noto inoltre che i rappresentanti dei contadini, famigliari – per loro esperienza personale – coi bisogni del villaggio, erano pochissimi.

Per questo complesso di ragioni diverse, l'idea popolare si esprimeva soprattutto con semplici negazioni. – «Bruciamo i catasti ove sono registrati i cànoni feudali! Abbasso le decime! Abbasso madama Veto! Gli aristocratici alla lanterna!» Ma di chi sarebbe la terra libera? A chi andrebbe l'eredità degli aristocratici ghigliottinati? Quali mani afferrerebbero le redini dello Stato che cadevano dalle mani di Madama Veto per passare in quelle della borghesia, potenza ben più formidabile dell'antico regime?

La mancanza di chiarezza nelle concezioni del popolo su ciò che poteva sperare dalla Rivoluzione lasciò la sua impronta su tutto il movimento. Mentre la borghesia marciava con passo fermo e deciso alla costituzione del suo potere politico in uno Stato che cercava di modellare conforme alle sue idee, il popolo esitava. Nelle città soprattutto esso non sapeva – all'inizio – come avrebbe potuto utilizzare a suo vantaggio il potere, una volta che lo avesse conquistato. E allorquando, più tardi, i progetti di legge agraria e di pareggiamento delle fortune cominciarono a precisarsi, trovarono le maggiori difficoltà nei pregiudizi sulla proprietà, dei quali erano imbevuti non meno degli altri anche coloro che avevano sinceramente sposato la causa del popolo.

Scoppiò lo stesso conflitto nelle concezioni sull'organizzazione politica dello Stato. Lo si vede nella lotta e nell'antitesi fra i pregiudizi governativi dei democratici dell'epoca e le idee che cominciavano a farsi strada tra le masse, sul decentramento politico e sulle funzioni preponderanti che il popolo voleva affidare ai suoi municipii, alle sue sezioni nelle grandi città e alle assemblee del villaggio. Qui è l'origine di tutta quella serie di sanguinosi conflitti che scoppiarono nella Convenzione. Di qui la povertà di risultati tangibili per la grande massa del popolo – eccettuate tuttavia le terre tolte ai signori laici e religiosi e liberate dai gravami feudali.

Ma se le idee positive del popolo erano confuse, quelle negative invece, erano, sotto certi rapporti, assai precise.

Anzitutto, l'odio del povero contro l'aristocrazia oziosa, dissipatrice, perversa che lo dominava, mentre la miseria mieteva vittime nei villaggi e nei quartieri tenebrosi delle grandi città. Poi l'odio contro il clero che simpatizzava per l'aristocrazia e non pel popolo da cui era nutrito. L'odio contro tutte le istituzioni del vecchio regime che rendevano ancora più pesante la povertà, poichè non riconoscevano nel povero i diritti umani. L'odio contro il regime feudale e i suoi cànoni, che tenevano il coltivatore in uno stato di servitù verso il proprietario fondiario, sebbene non esistesse più la servitù personale. Da ultimo la disperazione del contadino, allorquando in quegli anni di carestia, vedeva la terra rimanere incolta nelle mani del signore o trasformata in luogo di divertimento pei nobili, mentre la fame batteva a tutte le porte dei villaggi.

Questo odio, maturato lentamente e tenacemente mano mano che l'egoismo dei ricchi diveniva nel corso del secolo XVIII più rapace, e il bisogno della terra, d'onde erompe il grido del contadino affamato e insorgente contro al padrone che glie la toglieva, svegliarono sin dall'88 lo spirito di rivolta. Quest'odio e questo bisogno unitamente alla speranza di successo – sostennero dell'89 al 93 le continue rivolte dei contadini, rivolte che permisero alla borghesia di rovesciare il vecchio regime e di organizzare il suo potere sotto un nuovo regime: quello del governo rappresentativo.

Lo sforzo della borghesia sarebbe stato inutile e vano senza queste insurrezioni, senza questa disorganizzazione completa dei poteri in provincia che fu l'effetto immediato delle incessanti rivolte; senza lo slancio del popolo parigino e d'altre città ad armarsi e marciare contro le fortezze della dinastia, slancio e prontezza che non mancarono mai ad ogni appello lanciato dai rivoluzionari al popolo. Ed è appunto al popolo, a questa sempre fresca e viva sorgente della Rivoluzione – al popolo pronto ad impugnare le armi – che gli storici della Rivoluzione non hanno ancor reso la giustizia che gli deve la storia della civiltà.

IV
IL POPOLO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

Sarebbe inutile di fermarsi qui per descrivere a lungo l'esistenza che i contadini nelle campagne e i poveri delle città, trascinavano alla vigilia dell'89. Tutti gli storici della grande Rivoluzione vi hanno consacrato pagine eloquentissime. Il popolo gemeva sotto al fardello delle imposte esatte dallo Stato, dei cànoni pagati al signore, delle decime che ingrassavano il clero – e delle corvées imposte da tutti e tre. Intere popolazioni erano ridotte a mendicare e percorrevano le strade in numero di cinque, dieci, ventimila uomini, donne, fanciulli in tutte le provincie: le statistiche ufficiali del 77 fanno salire a 1,100,000 la cifra dei mendicanti. Nei villaggi la carestia era passata allo stato cronico; ritornava a intervalli brevi e decimava intere provincie. Allora i contadini fuggivano in massa dalla loro provincia nella speranza, subitamente delusa, di trovare altrove migliori condizioni di vita. Nello stesso tempo cresceva d'anno in anno la folla dei poveri nelle città. La mancanza di pane era continua; e poichè i municipi non potevano rifornire i mercati, le sommosse per fame, accompagnate sempre da uccisioni, erano all'ordine del giorno in tutto il regno.

D'altra parte, si assisteva allo spettacolo della raffinata aristocrazia del decimottavo secolo, dilapidatrice, con un lusso sfrenato e assurdo, di fortune colossali – centinaia di migliaia e di milioni di franchi di reddito all'anno. Un Taine può oggi estasiarsi davanti alla vita che i nobili conducevano, sol perchè la conosce da lontano, a un secolo di distanza, attraverso i libri; ma in realtà quella vita nascondeva – dietro alle manifestazioni esteriori regolate dal maestro di ballo e dietro la dissipazione rumorosa – una cruda sensualità, l'assenza di ogni convincimento, di ogni pensiero – l'assenza finanche di semplici sentimenti umani. Ne conseguiva che la noia batteva perennemente alle porte di questi signori ed essi la combattevano ricorrendo inutilmente a tutti i mezzi più futili e infantili. Quanto valesse questa nobiltà lo si è visto allo scoppiar della Rivoluzione, quando, invece di difendere il loro re, la loro regina, i nobili emigrarono e chiamarono in loro soccorso l'invasione straniera. Nelle colonie d'emigrati che si formavano a Coblenza, a Bruxelles, a Mitau si è potuto vedere il valore e la nobiltà di carattere della nobiltà...

Questi estremi di lusso e di miserie, così frequenti nel diciottesimo secolo, sono stati mirabilmente descritti da tutti gli storici della Grande Rivoluzione. Ma occorre aggiungervi un particolare, di cui si comprende l'importanza quando si voglia esaminare la condizione presente dei contadini russi, alla vigilia della grande Rivoluzione russa.

La miseria della grande massa dei contadini francesi era certamente spaventosa. Dal regno di Luigi XIV – mano a mano che le spese dello Stato crescevano e che il lusso dei signori, raffinandosi, prendeva quel carattere d'eccentricità del quale ci danno tante notizie alcune memorie dell'epoca – la miseria s'era aggravata. Le esazioni dei signori erano divenute veramente insopportabili pel fatto che gran parte della nobiltà rovinata, ma dissimulatrice tuttavia della propria miseria sotto le parvenze del lusso, strappava, con feroce accanimento, ogni piccola rendita ai contadini, esigeva il pagamento anche dei più piccoli debiti e cànoni in natura fissati dalla consuetudine antica, trattava – per mezzo d'intendenti – i contadini colla esosità feroce dei rigattieri. I nobili ridotti in povertà – nei loro rapporti cogli ex-servi, si rivelavano borghesi avidi di denaro, ma impotenti a trovarlo in altre fonti che non fossero lo sfruttamento degli antichi privilegi, avanzi dell'epoca feudale. Ecco perchè durante i quindici anni del regno di Luigi XVI, che precedettero l'89, lo sfruttamento dissanguatore della nobilaglia ebbe una recrudescenza della quale non mancano le traccie nei documenti dell'epoca.

Ma se gli storici della Grande Rivoluzione hanno ragione di dipingere a colori assai foschi la condizione dei contadini, non minor ragione hanno altri storici, come il Tocqueville ad esempio, che parlano di miglioramenti nelle campagne proprio nel periodo che immediatamente precede la Rivoluzione. Sta di fatto che un duplice fenomeno si compiva allora nei villaggi: l'immiserimento in massa dei contadini e il miglioramento di qualcuno fra di loro. Lo stesso fenomeno si ripete oggi in Russia, dopo l'abolizione della servitù.

La massa dei contadini s'impoveriva. La loro esistenza diveniva più incerta d'anno in anno; la più piccola siccità apportava scarsità di raccolti e carestia. Ma nello stesso tempo si veniva formando una nuova classe di contadini più agiati e più ambiziosi – specialmente là dove la decomposizione delle fortune nobiliari s'era più rapidamente compiuta. Il borghese del villaggio, il contadino imborghesito faceva la sua comparsa e fu lui il primo – iniziatasi la Rivoluzione – a parlare contro i diritti feudali e a domandarne l'abolizione. Fu lui che durante i quattro o cinque anni dell'azione rivoluzionaria, volle, tenacemente, l'abolizione dei diritti feudali senza riscatto, cioè la confisca dei beni e il frazionamento o parcellamento dei beni confiscati. Fu lui, da ultimo, il più accanito nemico, nel 1793, dei «ci-devant», degli ex-nobili, degli ex-signori.

All'avvicinarsi della Rivoluzione, per mezzo del contadino divenuto notabile nel suo villaggio, la speranza entra nei cuori e matura lo spirito di rivolta.

Le traccie di questo risveglio sono evidenti, poichè dal 1786, le rivolte si ripetevano con sempre maggior frequenza. Se la disperazione della miseria spingeva il popolo alla sommossa, la speranza di ottenere qualche sollievo lo spingeva alla rivoluzione.

Come tutte le rivoluzioni, anche quella dell'89 fu provocata dalla speranza di ottenere qualche profonda trasformazione sociale.

V
LO SPIRITO DI RIVOLTA; LE SOMMOSSE

Un nuovo regno comincia quasi sempre colle riforme. Nè quello di Luigi XVI fa eccezione alla regola. Due mesi dopo il suo avvento al trono, il re chiamava Turgot al ministero e un mese più tardi, lo nominava controllore generale delle finanze. Non solo; ma lo sostenne contro l'opposizione violenta che la Corte faceva per forza di cose al nuovo ministro, economista, borghese parsimonioso, nemico dell'aristocrazia fannullona.

La libertà del commercio dei grani, proclamata nel 17741, l'abolizione delle corvées nel 1776, la soppressione nelle città delle vecchie giurande e corporazioni, che servivano ormai solamente a mantenere una certa aristocrazia nell'industria, tutte queste misure risvegliavano le speranze del popolo. Vedendo cadere le barriere feudali di cui la Francia era coperta e che impedivano la libera circolazione dei cereali, del sale e di altri generi di prima necessità, i poveri si rallegravano nel veder pure intaccati gli odiosi privilegi dei signori. I contadini più agiati eran lieti di veder abolito l'obbligo, in solido, di tutti i contribuenti2. Nel 1779, la mano-morta e le servitù personali furono soppresse nei domini del re e un anno dopo fu decisa l'abolizione della tortura, che si era continuato ad applicare sin allora nella procedura penale, sotto le forme più atroci, stabilite coll'ordinanza del 16703.

Si cominciava a parlare anche del governo rappresentativo, simile a quello che gli inglesi avevano instaurato dopo la loro Rivoluzione e che gli scrittori filosofi desideravano. Turgot aveva già preparato a tal fine un progetto di assemblee provinciali, che dovevano precedere l'istituzione di un governo rappresentativo per tutta la Francia e la convocazione di un Parlamento eletto dalle classi abbienti. Luigi XVI retrocesse dinanzi a tal progetto e licenziò Turgot, ma fin d'allora tutta la Francia colta cominciò a parlare di Costituzione e di rappresentanza nazionale4.

D'altronde, era ormai impossibile evitare la questione della rappresentanza nazionale, che ritornò sul tappeto, nel luglio del 1777, quando Necker fu chiamato al ministero. Egli sapeva indovinare le idee del suo padrone e cercava di conciliarne le mire di autocrata coi bisogni delle finanze, per cui tergiversò dapprima non proponendo che delle assemblee provinciali e facendo intravvedere, solo come possibilità futura, la rappresentanza nazionale. Ma ebbe pure da parte di Luigi XVI un formale rifiuto: – «Non sarebbe meglio, scriveva il finanziere astuto, che Vostra Maestà divenuta intermediaria fra gli Stati e i suoi popoli non spiegasse che l'autorità necessaria a segnare i limiti fra il rigore e la giustizia», – al quale invito, Luigi XVI rispondeva: «L'essenza della mia autorità mi pone in testa, non mi fa intermediario.» Sarà bene di ricordare queste parole per non cadere nei sentimentalismi sciocchi che gli storici del campo reazionario hanno ammanito ultimamente ai loro lettori! Luigi XVI non era il personaggio indifferente, innocuo, bonario – occupato solamente nella caccia – che certi cortigiani hanno descritto. No. Luigi XVI seppe resistere durante quindici anni, fino al 1789, al bisogno sempre più impellente di nuove forme politiche da sostituirsi al dispotismo regale e alle abbominazioni dell'antico regime.

L'arma che servì di preferenza Luigi XVI fu l'astuzia, e cedette solo davanti alla paura; resistè, non solo sino al 1789, ma, sempre impiegando le stesse armi, – astuzia e ipocrisia, – sino ai suoi ultimi momenti, sino a pie' del palco di morte. Ad ogni modo, nel 1778, quando ormai gli spiriti più o meno aperti vedevan già chiaro come l'autocrazia regale avesse compiuto il suo ciclo e che l'ora era suonata di sostituirla con qualche forma di rappresentanza nazionale, Luigi XVI non fece che malvolontieri alcune lievi concessioni. Convocò le assemblee provinciali del Berry e della Haute-Guyenne (1778-1779). Ma davanti all'opposizione dei privilegiati, fu abbandonato il progetto di estendere queste assemblee ad altre provincie e Necker fu licenziato nel 1781.

Frattanto, la rivoluzione d'America contribuì pure a risvegliare gli spiriti e ad inspirarli col soffio della libertà e della democrazia repubblicana. Il 4 luglio del 1776, le colonie inglesi, dell'America del Nord proclamarono la loro indipendenza e i nuovi Stati Uniti furono riconosciuti nel 1778 dalla Francia, il che provocò una guerra coll'Inghilterra che durò sino al 1783. Tutti gli storici parlano dell'impressione prodotta da questa guerra. È certo, infatti, che la rivolta delle colonie inglesi e la costituzione degli Stati Uniti esercitarono una profonda influenza in Francia e contribuirono assai a risvegliare lo spirito rivoluzionario. È noto del pari che le Dichiarazioni di diritti, fatte nei nuovi Stati americani, influenzarono profondamente i rivoluzionari francesi. Si potrebbe aggiungere ancora che la guerra d'America, avendo costretto la Francia a creare quasi dal nulla una flotta da opporre a quella inglese, finì di rovinare le finanze dell'antico regime e accelerò lo sconvolgimento. È inoltre accertato che questa guerra fu l'inizio delle guerre terribili che l'Inghilterra scatenò di lì a poco contro la Francia, come pure delle coalizioni che rovesciò più tardi contro la Repubblica. Non appena l'Inghilterra ebbe riparate le sue sconfitte e sentì la Francia indebolita dalle discordie intestine, provocò con ogni mezzo – aperto o segreto – la lunga serie di guerre che infierirono dal 1793 sino al 1815.

È necessario indicare tutte queste cause della grande Rivoluzione, poichè essa fu, come ogni avvenimento di grande importanza, il risultato di un complesso di cause, convergenti in un dato momento e creatrici degli uomini, che contribuirono da parte loro a estendere di quelle cause gli effetti. Ma bisogna pur dire che, malgrado tutti gli avvenimenti precursori della Rivoluzione e malgrado tutta l'intelligenza e le ambizioni della borghesia, questa, sempre prudente, avrebbe ancora lungamente pazientato, se il popolo non avesse precipitato gli avvenimenti. Le rivolte popolari – di proporzioni inaspettate e sempre più gravi e numerose – furono l'elemento nuovo che diede alla borghesia quella forza d'attacco che le mancava.

Il popolo aveva sopportato miseria ed oppressione sotto il regno di Luigi XV; ma non appena il re fu morto, nel 1774, il popolo, il quale ben comprende che ad ogni cambiamento di padrone v'è di necessità un rallentamento dei ceppi dell'autorità, cominciò a ribellarsi. Una serie di sommosse scoppiarono tra il 1775 e il 1777.

Erano sommosse provocate dalla fame e represse sino allora colla forza. Il raccolto del 1774 era stato scarso, il pane mancava. Nell'aprile del 1775, la sommossa scoppiò. A Digione il popolo s'impossessò delle case degli incettatori; distrusse i loro mobili, demolì i loro mulini. Fu in quell'occasione che il comandante della città – uno di quei signori raffinati che fanno venire al Taine l'acquolina dolce in bocca – pronunciò la funesta frase che fu più tardi così spesso ripetuta durante la Rivoluzione: L'erba è già spuntata, andate nei campi a pascervi!

Auxerre, Amiens, Lille seguirono Digione. Alcuni giorni dopo, i «banditi» – la maggioranza degli storici designano con questo nome i rivoltosi affamati – riuniti a Pontoise, a Passy, a Saint-Germain, coll'intenzione di saccheggiare i mulini, si portarono a Versaglia. Luigi XVI dovette comparire al balcone, parlare agl'insorti, annunciar loro che avrebbe ridotto di due soldi il prezzo del pane – misura alla quale naturalmente il Turgot, da buon economista, si oppose. Il prezzo del pane non fu ribassato. Frattanto i «banditi» entrarono dentro Parigi, saccheggiarono i fornai e distribuirono alla folla il loro bottino di pane. La truppa li disperse. Nella piazza di Grève furono impiccati due rivoltosi che morendo gridarono di sacrificarsi pel popolo; ma da quel momento la leggenda dei «briganti», padroni delle strade di Francia, cominciò a diffondersi e servì magnificamente più tardi qual pretesto alla borghesia delle città per armarsi. Sui muri di Versaglia comparvero già dei manifesti che insultavano il re e i suoi ministri e promettevano di giustiziare il re all'indomani della sua incoronazione o di sterminare l'intera famiglia reale, se il pane fosse rimasto allo stesso prezzo. Nello stesso tempo circolavano in provincia decreti apocrifi del governo. Uno di questi affermava che il Consiglio aveva tassato il grano a dodici lire per sestiere.

Queste sommosse furono represse, ma nondimeno ebbero conseguenze profonde. Fu uno scatenarsi di lotte fra partiti diversi; gli opuscoli piovevano: si accusavano i ministri, si accennava a complotti dei principi contro il re, si denigrava l'autorità regia. Insomma, collo stato d'eccitazione in cui si trovavano gli spiriti, la sommossa popolare fu come la scintilla che incendia le polveri. Si parlò anche – e nessuno vi aveva mai neppure pensato – di accordare alcune riforme al popolo: furono concessi lavori pubblici; vennero abolite le tasse di macinato – la qual cosa fece credere agli abitanti dei dintorni di Rouen che tutti i diritti nobiliari fossero stati aboliti e una sollevazione scoppiò – nel luglio – per non più pagarli. È evidente, insomma, che i malcontenti non perdevano il loro tempo, ma profittavano di qualunque occasione propizia per estendere le rivolte popolari.

Mancano documenti per raccontare tutte le sommosse che scoppiarono durante il regno di Luigi XVI gli storici se ne occupano poco; gli archivi non sono stati frugati; solo, per caso, ci accade di sapere che in questa e in quella località avvennero «disordini». Rivolte abbastanza gravi, ad esempio, scoppiarono a Parigi, dopo l'abolizione delle giurande (1776) e quasi dovunque in Francia, durante lo stesso anno, in seguito a false voci diffuse sull'abolizione di ogni obbligo di corvée e di taglia verso i signori. Tuttavia, dai documenti stampati da me consultati, pare che dal 1777 al 1783 – forse a cagione della guerra americana – diminuisse la frequenza delle rivolte.

Ma nel 1782-83 esse ripresero la loro marcia e continuarono – aumentando – sino alla Rivoluzione. Poitiers si sollevava nel 1782 – nel 1786 seguiva Vizille; dall'83 all'87 le sommosse sconvolgono le Cevenne, il Vivarais e il Gévaudan. I malcontenti, che venivano chiamati mascarats, volendo punire gli azzeccagarbugli che seminavano la discordia fra i contadini per provocare dei processi, irruppero nei tribunali, invasero gli uffici degli avvocati e dei notai e bruciarono tutti gli atti e i contratti che vi si trovavano. Tre sobillatori furono impiccati, gli altri vennero condannati ai lavori forzati, ma i disordini ricominciarono non appena si chiusero i parlamenti5. Nel 1786, Lione insorge (Chassin, Génie de la Révolution). I filatori di seta proclamano lo sciopero; vien loro promesso un aumento di salario – si chiama la truppa; v'è un conflitto, poi tre dei capi lasciano la vita sulla forca. Da allora, sino alla Rivoluzione, Lione rimane un focolare di rivolta e nel 1789 son nominati elettori i ribelli del 1786.

Qualche sollevazione riveste carattere religioso, tal altra scoppia invece per resistere all'arruolamento dei soldati – (ogni leva di milizie conduceva a disordini, dice in un suo scritto Turgot) – oppure contro i dazi e le decime. Ma non passa giorno senza sommosse: sono numerosissime nell'est, nel sud-est e nel nord-est: focolari futuri della Rivoluzione. Queste sommosse assumono un carattere di sempre maggiore gravità e finalmente nel 1788, in seguito all'abolizione delle corti di giustizia chiamate parlamenti, sostituite però dalle cosidette «corti plenarie», le sommosse si propagano in ogni angolo della Francia.

Evidentemente, il popolo non trovava grandi differenze fra un parlamento e una «corte plenaria». Qualche volta, è vero, i parlamenti si erano rifiutati di registrare gli editti promulgati dal re o dai ministri, ma d'altra parte, non avevano mostrato nessuna cura degli interessi del popolo. Dal momento però che i parlamenti facevano l'opposizione alla Corte, ciò bastava; e allorquando gli emissari della borghesia e dei parlamenti andavano tra il popolo a cercarne l'appoggio, il popolo coglieva l'occasione propizia per tumultuare e manifestare in tal modo la sua avversione ai ricchi e alla Corte.

Nel giugno 1787, il parlamento di Parigi divenne popolare, perchè rifiutò i denari alla Corte. La legge esigeva che gli editti del re fossero registrati dal parlamento e il parlamento di Parigi registrò volontieri gli editti riguardanti il commercio dei grani, la convocazione delle assemblee provinciali e la corvée. Ma rifiutò di registrare l'editto che stabiliva nuove tasse, – una nuova «sovvenzione territoriale» e un nuovo diritto di bollo. Allora il re convocò un «letto di giustizia», cioè una sua solenne seduta nel parlamento e fece registrare questi editti colla forza. Il parlamento protestò e guadagnò in tal modo le simpatie della borghesia e del popolo. A ogni seduta la folla s'accalcava nei dintorni del palazzo: amanuensi, sfaccendati curiosi, popolani si riunivano per acclamare i parlamentari. Per finirla, il re esiliò il parlamento a Troyes – ma questa decisione provocò rumorose dimostrazioni a Parigi. L'odio del popolo era soprattutto diretto – già fin d'allora – contro i principi (in particolare contro il duca d'Artois) e contro la regina, soprannominata Signora Deficit.

La Corte dei dazi di Parigi, sostenuta dalla sommossa popolare, unitamente con tutti i parlamenti di provincia e le corti di giustizia, protestò contro quest'arbitrio del potere regio, e poichè l'agitazione aumentava, il re fu costretto, il 9 settembre, a richiamare il parlamento esiliato, la qual cosa provocò nuove dimostrazioni a Parigi, durante le quali il ministro di Calonne venne bruciato in effige.

Questi tumulti scoppiavano il più sovente in seno alla piccola borghesia. Ma in altri luoghi essi assunsero carattere più popolare.

Nel 1788, la Brettagna insorse. Allorquando il governatore di Rennes e l'intendente della provincia si recarono al Palazzo per annunciare al parlamento di Brettagna il decreto col quale lo si aboliva, tutti i cittadini si rovesciarono nelle strade. La folla insultò e malmenò i due funzionari. Il popolo odiava l'intendente Bertrand di Moleville, e i borghesi ne profittavano per diffondere la voce che l'intendente faceva tutto: «È un mostro da strangolare», diceva uno dei bigliettini lanciati tra la folla. Quand'egli uscì dal palazzo fu ricevuto a sassate e parecchie volte gli venne gettata addosso una corda con nodo scorsoio. Un conflitto era imminente, quando – la truppa non potendo più contenere la gioventù – un ufficiale gettò la spada e fraternizzò col popolo.

Tumulti dello stesso genere si verificarono a poco a poco in tutte le parti della Brettagna, e i contadini a loro volta si sollevarono per l'imbarco dei grani a Quimper, Saint-Brieuc, Morlaix, Port-l'Abbé, Lamballe, ecc. È interessante a sapersi che gli studenti di Rennes parteciparono attivamente ai disordini, associandosi al popolo6.

Nel Delfinato, particolarmente a Grenoble, la sollevazione ebbe un carattere ancora più grave. Non appena il comandante Clermont-Tonnerre ebbe promulgato l'editto che licenziava il parlamento, il popolo di Grenoble insorse. Le campane suonarono a stormo anche nei villaggi e i contadini si precipitarono in massa nella città. Il conflitto fu sanguinoso, con molti morti. La guardia del comandante non potè resistere e il suo palazzo fu saccheggiato. Clermont-Tonnerre, minacciato con una scure sospesa sulla sua testa, dovette revocare l'editto regio.

Era il popolo – soprattutto le donne – che agiva. Quanto ai membri del parlamento, il popolo durò fatica a trovarli. S'erano nascosti e scrivevano a Parigi che la sollevazione era scoppiata contrariamente alla loro volontà. E quando il popolo li ebbe scovati, li tenne prigionieri, poichè la loro presenza bastava a dare la vernice della legalità all'insurrezione. Le donne montavano la guardia attorno a questi parlamentari in arresto. Esse non avevano voluto confidarli agli uomini, nel timore che li rilasciassero.

La borghesia di Grenoble s'impaurì senza dubbio davanti a questo movimento popolare e, nel cuor della notte, essa organizzò la sua milizia, che s'impadronì delle porte della città e dei corpi di guardia che consegnò subito alle truppe. I cannoni furono puntati contro la folla e dell'oscurità profittarono i parlamentari per fuggire. Dal 9 al 14 giugno la reazione trionfò, ma il 14, essendosi saputo che a Besançon dove il popolo era in rivolta, gli svizzeri avevano rifiutato di far fuoco – gli animi nuovamente s'eccitarono e fu ventilata l'idea di convocare gli Stati della provincia. Nuovi rinforzi di truppe giunti da Parigi ristabilirono però la calma. Tuttavia il fermento, specie fra le donne, continuò ancora per qualche tempo. (Vic e Vaissete, t. X, p. 637).

Queste due sollevazioni, menzionate dalla grande maggioranza degli storici, non furono le sole; altre scoppiarono alla stessa epoca in Provenza, Linguadoca, Rossiglione, nel Bearnese, nelle Fiandre, nella Franca Contea e in Borgogna. Anche in quei luoghi dove movimenti insurrezionali non ci furono, non mancò una certa agitazione degli animi, nè mancarono dimostrazioni.

A Parigi, all'epoca del licenziamento dell'arcivescovo di Sens, si ebbero numerose manifestazioni. Il Ponte Nuovo era custodito dalla truppa e parecchi conflitti scoppiarono tra la truppa e il popolo, di cui i capi – osserva Bertrand de Moleville (p. 136), «furono gli stessi che più tardi parteciparono a tutti i movimenti popolari della Rivoluzione». Bisogna leggere d'altronde la lettera di Maria Antonietta al conte di Mercy – in data 24 agosto 1788 – nella quale ella gli parla dei suoi timori e gli annuncia il ritiro dell'arcivescovo di Sens e le pratiche da lei fatte per il richiamo di Necker, per comprendere lo stato d'animo della Corte davanti a questi commovimenti di popolo. La regina prevede che il richiamo di Necker «indebolirà l'autorità del re»; teme «che si debba nominare un principal ministro»; ma «il momento urge». Necker è divenuto necessario7.

Tre settimane più tardi (il 14 settembre 1788), allorchè si ebbe notizia del ritiro di Lamoignon, le manifestazioni si rinnovarono. La folla si lanciò per bruciare le case dei ministri Lamoignon, Brienne e Dubois. Venne chiamata la truppa e nelle vie Mélée e Grenelle fu «compiuta una orribile carneficina di quegli sciagurati che non si difendevano neppure». Dubois fuggì da Parigi. – «Il popolo si sarebbe fatto giustizia da sè», dicono i Deux Amis de la Liberté.

Più tardi ancora, nell'ottobre del 1788, allorquando il Parlamento, esiliato a Troyes, fu richiamato, «gli scrivani e la plebaglia» illuminarono a festa per parecchie sere di seguito la piazza Dauphine. Domandavano soldi ai passanti per accendere dei fuochi artificiali. Costringevano i signori a smontare dalle vetture e a salutare la statua di Enrico IV. Bruciavano dei fantocci raffiguranti Calonne, Breteuil, la duchessa di Polignac. Poco mancò non si bruciasse in effige anche la regina. A poco a poco queste manifestazioni si diffusero in tutti gli altri quartieri di Parigi e la truppa fu chiamata a disperderle. In piazza di Grève scorse il sangue e caddero dei morti e dei feriti. Le persone arrestate se la cavarono con pene leggere, perchè vennero giudicate dai magistrati del parlamento.

In questo modo, alla vigilia della grande Rivoluzione si svegliava e si propagava lo spirito rivoluzionario8. L'iniziativa certo partiva dalla borghesia – specialmente dalla piccola borghesia; ma, generalmente parlando, i borghesi evitavano di compromettersi e, fra di essi, non molti furono quelli che prima della convocazione degli Stati generali seppero resistere più o meno apertamente alla Corte. Coi loro scarsi atti di resistenza, la Francia avrebbe certamente atteso per un pezzo il rovesciamento del dispotismo regio. Fortunatamente, mille circostanze spingevano il popolo a ribellarsi e sebbene ogni sommossa avesse un seguito lugubre d'impiccagioni, di arresti in massa e di torture inflitte agli arrestati, pure il popolo, esasperato dalla miseria e spronato da quelle vaghe speranze accennate dalla vecchia che parlava a Arturo Young, insorgeva. Insorgeva contro gli intendenti di provincia, contro gli esattori delle tasse, contro gli agenti del dazio e contro l'esercito stesso, disorganizzando in tal modo la macchina governativa.

Già nel 1788, le rivolte dei contadini si generalizzarono tanto che divenne impossibile provvedere alle finanze dello Stato e Luigi XVI, dopo aver rifiutato durante quattordici anni la convocazione dei rappresentanti della nazione, nella tema di diminuire l'autorità del re, si vide infine costretto a convocare, dapprima, per due volte, delle Assemblee di notabili e poi gli Stati generali.

VI
GLI STATI GENERALI DIVENUTI NECESSARI

Per chiunque conosceva lo stato della Francia era evidente che non poteva più oltre durare il regime irresponsabile della Corte. Nelle campagne, la miseria cresceva, e ogni anno aumentavano le difficoltà per ottenere il pagamento delle tasse, colpe per forzare i contadini a pagare i cànoni ai signori e le numerose corvées al governo provinciale. Le imposte assorbivano più della metà e qualche volta più dei due terzi del guadagno annuo di un contadino. L'accattonaggio da una parte e la sommossa dall'altra, diventavano lo stato normale delle campagne. Non era il solo contadino a protestare e ribellarsi, ma anche la borghesia esprimeva ad alta voce il suo malcontento. Essa approfittava, senza dubbio, dell'immiserimento dei contadini per arruolarli nell'industria e si serviva della demoralizzazione delle amministrazioni e del disordine delle finanze per impadronirsi d'ogni specie di monopoli ed arricchire con prestiti fatti allo Stato.

Ma questo non bastava alla borghesia. Per qualche tempo essa tollerò bene il dispotismo regio e il governo della Corte; tuttavia giunse il momento in cui cominciò a temere per i suoi monopolî, per il denaro prestato allo Stato, per le proprietà fondiarie già acquistate, per le industrie costituite – e allora aiutò il popolo a ribellarsi, onde spezzare il governo della Corte e creare il suo proprio potere politico. È quanto accadde – e lo si vede perfettamente – durante i primi tredici o quattordici anni del regno di Luigi XVI, dal 1774 al 1788.

Un cambiamento profondo in tutto il regime politico della Francia s'imponeva evidentemente, ma Luigi XVI e la Corte resistettero così a lungo, che quando il re si decise ad accordare alcune piccole riforme, non bastarono ad accontentare la nazione che già pensava a ben altri cambiamenti, mentre avrebbero forse potuto contentarla al principio del regno o anche tra il 1783 e il 1785. Mentre nel 1775, un regime misto di autocrazia e di rappresentanza nazionale avrebbe soddisfatto la borghesia  dodici o tredici anni più tardi, nel 1787 e 88 il re si trovò in presenza di un'opinione pubblica, che non voleva più saperne di compromessi ed esigeva il governo rappresentativo con tutte le conseguenti limitazioni del potere sovrano.

Abbiamo veduto come Luigi XVI respinse le modeste riforme di Turgot. Solo l'idea di una qualsiasi limitazione del potere regio gli ripugnava. Così le riforme di Turgot abolizione delle corvées, delle giurande e un timido tentativo di far pagare alcune imposte ai due ordini privilegiati, la nobiltà e il clero – non approdarono a nulla. Tutti gli ingranaggi dello Stato sono connessi e necessari gli uni agli altri e tutto, sotto l'antico regime, crollava.

Necker, venuto poco dopo di Turgot, era più finanziere che uomo di Stato; egli aveva la mente corta dei finanzieri che giudicano grettamente le cose. Era ben competente in materia di prestiti e d'operazioni finanziarie; ma basta leggere il suo Pouvoir Exécutif per capire come il suo spirito, abituato a ragionare sopra le teorie di governo e non a districarsi nell'urto delle passioni umane e dei desiderata avanzati a un dato momento in una società, fosse poco adatto a comprendere l'immenso problema economico, politico, religioso e sociale che stava dinanzi alla Francia nel 17899.

Per queste ragioni, Necker non osò mai parlare a Luigi XVI il linguaggio netto, preciso, severo e audace che la situazione imponeva. Egli non gli parlò che assai timidamente del governo rappresentativo e si limitò a proporre riforme che non potevano risolvere le difficoltà del momento, nè soddisfare nessuno, mentre acuivano in tutti il bisogno di un cambiamento fondamentale.

Il numero delle assemblee provinciali istituito da Turgot, venne aumentato di diciotto da Necker. Queste assemblee, seguite da quelle di distretto e da quelle di parrocchia, furono costrette a discutere i più ardui problemi e a mettere a nudo le piaghe spaventevoli del potere illimitato della monarchia. E poichè le discussioni su tali problemi si propagarono fino ai villaggi, esse giovarono senza dubbio a minare le basi dell'antico regime. In questo modo le assemblee provinciali che avrebbero potuto evitare le rivolte nel 1776, le aiutavano invece nel 1788. Così il famoso Rendiconto dello stato delle finanze, pubblicato dal Necker nel 1781, pochi mesi prima di lasciare il potere, fu un altro colpo mortale per l'autocrazia. Come accade spesso in simili circostanze storiche, anche Necker contribuiva a scuotere il regime che già crollava, ma non potè poi impedire che il crollo diventasse una rivoluzione: probabilmente non la presentiva nemmeno.

Dopo il primo licenziamento di Necker, assistiamo al crak finanziario dall'81 all'87. Le finanze erano ridotte a tal punto che i debiti dello Stato, delle provincie, dei ministeri e anche quelli della casa reale s'accumulavano con un crescendo inquietante. Da un momento all'altro poteva prodursi la bancarotta dello Stato – bancarotta che la borghesia prestatrice voleva a qualunque costo evitare. Il popolo ridotto agli estremi della miseria non poteva più pagar tasse: non pagava e si ribellava. Quanto al clero e alla nobiltà, rifiutavano di sacrificarsi nell'interesse dello Stato. In tali condizioni l'insurrezione delle campagne faceva avanzare a grandi passi la Rivoluzione. In mezzo a queste difficoltà, il ministro Calonne convocò a Versaglia, il 22 febbraio 1787, un'Assemblea di Notabili.

Fu questo un passo errato: fu proprio la mezza misura che da un lato rendeva inevitabile la convocazione di un'Assemblea nazionale e, dall'altro, suscitava sfiducia verso la Corte e odio contro i due ordini privilegiati, la nobiltà e il clero. Si conobbero allora le cifre spaventose, per quell'epoca, del disavanzo annuale e del debito pubblico della Francia: centoquaranta milioni il primo; un miliardo e seicento quaranta milioni l'ultimo. E questo, in un paese rovinato come la Francia! Tali cifre non solo impressionarono, ma furono ovunque discusse, e quando tutto il popolo si fu pronunciato in merito, i notabili scelti nelle classi elevate e rappresentanti un'assemblea ministeriale, si separarono senza nulla aver deciso, senza nulla aver fatto. Durante le loro deliberazioni, Calonne fu sostituito da Loménie de Brienne, arcivescovo di Sens; ma costui, coi suoi intrighi e i suoi atti di rigore, non fece che sollevare i parlamenti, provocare sommosse quando volle scioglierli e aumentare ancora il malcontento contro la Corte. Il suo licenziamento (25 agosto 1788) fu accolto con gioia da tutta la Francia. Ma poichè egli aveva così luminosamente dimostrato l'impossibilità del regime dispotico, alla Corte non restava che sottomettersi. L'8 agosto 1788, Luigi XVI fu obbligato a convocare gli Stati generali e a fissarne l'apertura per il 1° maggio 1789.

Anche in ciò, la Corte e Necker, richiamato al ministero nel 1788, non riuscirono che a disgustare la massa. La Francia democratica pensava che negli Stati generali – dove i tre ordini sarebbero stati rappresentati separatamente – il Terzo Stato dovesse avere una doppia rappresentanza e che il voto dovesse farsi per testa. Ma Luigi XVI e Necker si opposero e convocarono (il 6 novembre 1788) una seconda assemblea dei Notabili, che avrebbe dovuto rigettare il raddoppiamento del Terzo Stato e il voto per testa. I Notabili ubbidirono a Necker e alla Corte, ma ciò malgrado l'opinione pubblica era talmente preparata, in favore del Terzo Stato, dalle Assemblee provinciali, che la Corte e Necker dovettero cedere. Il Terzo Stato ebbe la doppia rappresentanza – cioè su mille deputati, il Terzo ne avrebbe avuti quanti la nobiltà e il clero riuniti insieme. Insomma, la Corte e Necker fecero quanto fu in loro potere per irritare l'opinione pubblica, senza alcun vantaggio. L'opposizione della Corte alla convocazione di una rappresentanza nazionale fu assolutamente vana. Il 5 maggio 1789, gli Stati generali si riunivano a Versaglia.

VII
LA SOLLEVAZIONE DELLE CAMPAGNE
NEI PRIMI MESI DEL 1789

Nulla sarebbe più falso dell'immaginare o rappresentare la Francia come una nazione di eroi alla vigilia dell'89, e Quinet ebbe ben ragione di distruggere questa leggenda che qualcuno aveva tentato di diffondere. Certo che se si riuniscono in poche pagine gli episodi, del resto assai rari, di resistenza aperta all'antico regime da parte della borghesia – come, ad esempio, la resistenza di d'Epresmenil, – si può tracciare un quadro abbastanza impressionante. Ma ciò che soprattutto colpisce esaminando la Francia dell'epoca è l'assenza di serie proteste, di affermazioni individuali, oso dire, il servilismo stesso della borghesia. «Nessuno si fa conoscere», dice con molta ragione Quinet. Manca perfino l'occasione di conoscere se stessi (La Révolution, edizione del 1869, t. I, p. 15). E domanda: Che cosa facevano Barnave, Thouret, Sieyès, Vergniaud, Guadet, Roland, Danton, Robespierre e tanti altri che sarebbero stati fra poco gli eroi della Rivoluzione?

Nelle provincie, nelle città dominava il mutismo, il silenzio. Fu necessario che il potere centrale chiamasse gli uomini a votare e a dire ad alta quanto mormoravasi a bassa voce, perchè il Terzo Stato redigesse i suoi famosi cahiers. Ancora! Se in certi «quaderni» noi troviamo parole audaci di rivolta, quanta sottomissione, quanta modestia di desiderata, quanta timidità troviamo in tutti gli altri! I quaderni del Terzo Stato, dopo aver chiesto il diritto di porto d'arme e alcune garanzie giudiziarie contro l'arbitrio degli arresti, non domandano soprattutto che un po' più di libertà negli affari municipali10. Solo più tardi, quando i deputati del Terzo Stato si videro appoggiati dal popolo di Parigi e dai contadini minaccianti l'insurrezione, essi presero un'attitudine più coraggiosa di fronte alla Corte.

Per fortuna, il popolo insorse dovunque e l'onda insurrezionale, dai moti provocati dai parlamenti durante l'estate e l'autunno del 1788 s'elevò sino alla sollevazione generale dei villaggi nel luglio e agosto dell'89.

Abbiamo già detto che la situazione dei contadini e del popolo nelle città era tale che un cattivo raccolto solo avrebbe bastato per rialzare spaventosamente i prezzi del pane nelle città e per provocare la carestia nelle campagne. I contadini non erano più servi, poichè la servitù già da lungo tempo era stata abolita in Francia, almeno nelle proprietà private. Dopo che Luigi XVI l'ebbe abolita nei dominii reali (1779), nel 1788 la Francia intera non contava che un milione e mezzo di gente di mano morta, di cui ottantamila nel Giura. Forse queste cifre sono ancora superiori al vero; ad ogni modo questa gente di mano morta non era serva nel significato letterale della parola. La grande massa dei contadini francesi da tempo non contava più servi nel suo seno. Ma però continuavano a pagare una specie di riscatto della loro libertà personale con denaro, lavori e corvées. Questi cànoni, pesantissimi e svariati, non erano però arbitrarî, e venivano considerati come un pagamento per il diritto di possesso della terra, – sia collettivo sia privato, sia a podere, e ogni terra aveva i suoi cànoni, così numerosi quanto diversi, consegnati accuratamente nei terriers.

Inoltre, era stato mantenuto il diritto della giustizia baronale. Di un dato territorio, il signore era giudice o nominava i giudici; grazie a questa antica prerogativa, egli sfruttava con ogni sorta di diritti personali i suoi ex-servi11. Allorquando una vecchia lasciava alla figlia uno o due alberi o alcune vecchie vesti (per esempio «la mia sottana nera, ovattata» – ho visto di questi lasciti), «il nobile e generoso signore» o «la nobile e generosa donna del castello» prelevavano un loro diritto su questi lasciti. Il contadino pagava pure il diritto di matrimonio, di battesimo, di sepoltura; pagava un tanto sulle sue vendite, i suoi acquisti e il suo diritto di vendere i raccolti era limitato; egli non doveva infatti precedere il padrone. Da ultimo, egli era soggetto a ogni genere di pedaggi per l'uso del mulino, del torchio, del forno comune, del lavatoio, della strada, del guado, pedaggi che si erano conservati dai tempi della servitù, insieme alle obbligazioni in natura (gravezze): nocciole, funghi, tela, filo, considerate altra volta come doni pei «fausti eventi».

Le corvées obbligatorie variavano all'infinito: lavori nei campi del signore, nei suoi parchi, nei suoi giardini, lavori per soddisfare tutti i suoi capricci... In qualche villaggio v'era perfino l'obbligo di battere durante la notte l'acqua degli stagni, perchè le rane crocidando non turbassero i sonni del signore.

Personalmente l'uomo s'era affrancato; ma tutto questo reticolato di obblighi, di gravezze, di pagamenti, che si era a poco a poco costituito, grazie all'astuzia dei signori e dei loro agenti, lungo i secoli del servaggio tutto questo reticolato avvolgeva ancora il contadino.

Lo Stato, poi, aggiungeva al resto le sue imposte, le sue taglie, i suoi ventesimi, le sue corvées sempre crescenti, e, non meno dell'agente del signore, metteva di continuo a duro cimento la sua fantasia per trovare nuovi pretesti e nuove forme di tasse.

È vero che dopo le riforme di Turgot, i contadini avevano cessato di pagare certe tasse feudali e qualche governatore di provincia rifiutava di ricorrere alla forza per costringere a pagare certe gravezze da lui ritenute ingiuste; ma i grandi cànoni feudali, annessi alla terra, dovevano essere interamente pagati e diventavano d'anno in anno sempre più pesanti, perchè ad esse si univano le non meno gravose imposte dello Stato e delle provincie. Nulla v'è dunque d'esagerato nelle fosche descrizioni che della vita dei villaggi danno tutti gli storici della Rivoluzione. Ma non esagerano neppure quando ci dicono che in ogni villaggio v'erano dei contadini che, avendo raggiunto un certo grado di prosperità, erano più degli altri desiderosi di abolire tutti gli obblighi feudali e di conquistare le libertà individuali. I due tipi descritti da Erckmann-Chatrian nell'Histoire d'un paysan – quello del borghese del villaggio e l'altro del contadino schiacciato sotto il peso della miseria – sono veri. Entrambi esistevano. Il primo diede la forza politica al Terzo Stato; ma le bande d'insorti, che dall'inverno del 1788-89 cominciarono a forzare i nobili alla rinuncia degli obblighi feudali registrati nei terriers, si reclutavano tra i miserabili dei villaggi che dormivano in tuguri costruiti col fango e si cibavano di castagne e di rimasugli.

La stessa osservazione vale per le città. I diritti feudali si estendevano tanto sulle città come sulle campagne; le classi povere delle città erano, come i contadini, schiacciate da gravezze feudali. Il diritto di giustizia baronale restava in vigore anche in molte agglomerazioni urbane e le capanne degli artigiani e dei manovali pagavano gli stessi obblighi dei contadini in caso di vendita o di eredità. Parecchie città pagavano egualmente un tributo perpetuo come riscatto della loro passata soggezione feudale. Inoltre, la maggior parte delle città pagavano al re il dono gratuito per conservarsi un simulacro d'indipendenza municipale e il fardello delle imposte pesava quasi tutto sulle classi povere. Se aggiungiamo le gravi tasse regie, le contribuzioni provinciali, le corvées, le gabelle, ecc., come pure gli arbitri dei funzionari, le spese ingentissime per chi voleva adire ai tribunali e l'impossibilità pei plebei di ottenere giustizia contro un nobile o semplicemente contro un ricco borghese; se pensiamo a tutti gl'insulti, le umiliazioni, i soprusi che l'artigiano doveva subire, ci faremo un'idea dello stato delle classi povere alla vigilia del 1789.

Ebbene, fu la rivolta scoppiata fra le classi povere delle città e dei villaggi quella che diede ai rappresentanti del Terzo Stato il coraggio di resistere al re e di dichiararsi Assemblea costituente.

La siccità aveva fatto mancare il raccolto del 1788 e l'inverno era freddissimo. Certo, negli anni precedenti c'erano pure stati inverni freddi, raccolti scarsi e anche sommosse di popolo. Ogni anno, non mancava, qua o là per la Francia, la carestia. Spesso desolava un terzo o un quarto del regno. Ma questa volta la speranza era stata acuita dagli avvenimenti precedenti: le assemblee provinciali, le riunioni dei notabili, le insurrezioni a causa dei parlamenti nelle città     insurrezioni che si diffondevano (noi l'abbiamo visto, almeno in Brettagna) anche nei villaggi. E le sollevazioni del 1789 presero subito un'estensione e un indirizzo minaccioso.

Il professor Karéeff, che ha studiato gli effetti della Grande Rivoluzione sui contadini francesi, mi assicurava che negli Archivi nazionali ci sono grandi incartamenti riguardanti le insurrezioni dei contadini che precedettero la demolizione della Bastiglia12.

Io non ho mai potuto consultare gli archivi di Francia, ma dallo studio delle numerose storie provinciali dell'epoca13 ero già arrivato nei miei lavori precedenti14 a concludere che un'infinità di sommosse erano scoppiate nei villaggi nel gennaio 1789 e sin nel dicembre del 1788. In alcune provincie la carestia aveva creato una situazione terribile e lo spirito di rivolta, quasi ignoto sino allora, s'impadroniva delle popolazioni. Nella primavera le rivolte divennero sempre più frequenti, nel Poitou, in Brettagna, nella Touraine, nell'Orleanese, in Normandia, nell'Isola di Francia, in Piccardia, nella Sciampagna, nell'Alsazia, nella Borgogna, nel Nivernese, nell'Alvernia, nella Linguadoca, nella Provenza.

Quasi tutte queste sommosse avevano lo stesso carattere. I contadini armati di coltelli, di falci, di randelli si rovesciavano in città; costringevano i coloni e i fittaiuoli che avevano portato del grano al mercato a venderlo a un certo prezzo «onesto» (tre lire lo staio, ad esempio); oppure, andavano a cercare il grano dai mercanti di grano e «se lo dividevano a prezzo ridotto», promettendo di pagarlo al prossimo raccolto; altrove forzavano il signore a rinunciare per due mesi al suo diritto sulle farine; talvolta costringevano il municipio a tassare il pane o «ad aumentare di quattro soldi la giornata di lavoro». Laddove la carestia infieriva di più, gli operai della città, come a Thiers, andavano a procurarsi il grano nelle campagne. All'uopo forzavano spesso i granai delle comunità religiose, degli incettatori o dei privati e si forniva così la farina ai fornai. Nello stesso tempo si formarono quelle bande di contadini, di legnaiuoli, qualche volta di contrabbandieri, che andavano di villaggio in villaggio, a impadronirsi dei grani e che cominciarono a bruciare i terriers e ad obbligare i signori all'abdicazione dei loro diritti feudali, – quelle bande che nel luglio 1789 fornirono alla borghesia il pretesto di armare le sue milizie.

Sin dal gennaio si gridava nelle sommosse Viva la Libertà! e sin dal gennaio, ma più decisamente nel mese di marzo, i contadini cominciarono qua e là a rifiutare il pagamento delle decime, dei cànoni feudali, delle imposte stesse. Non solo nella Brettagna, nell'Alsazia, nel Delfinato, citati dal Taine, si trovano traccie di questi movimenti, ma sibbene in quasi tutta la parte orientale della Francia.

Nel mezzogiorno, a Agde, nella sollevazione del 19, 20, 21 aprile, «il popolo si è follemente convinto di essere tutto», dicono il sindaco e i consoli, e «che poteva tutto, vista la pretesa volontà del re di abolire le caste». Il popolo minacciava di porre a sacco la città, se non si fosse ribassato il prezzo dei viveri e soppresso il diritto della provincia sul vino, il pesce e la carne; inoltre – e qui si vede già il buon senso comunalista delle masse popolari in Francia, – «essi vogliono nominare dei consoli, appartenenti alla loro classe», e queste domande dei ribelli sono accolte. Tre giorni dopo il popolo esigeva che il prezzo di macinatura fosse ridotto di metà e anche questo fu concesso15.

L'insurrezione di Agde è l'immagine di tutte le altre. La fame dava la prima spinta al movimento. Ma subito vi si aggiungevano altri desiderata nel campo dove le condizioni economiche e l'organizzazione politica si toccano – campo nel quale il movimento popolare procede sempre con maggior sicurezza e ottiene risultati immediati.

In Provenza, sempre nel marzo e aprile del 1789, più di quaranta borgate e città, fra le quali Aix, Marsiglia e Tolone, abolirono l'imposta sulle farine e quasi dovunque la folla saccheggiò le case dei funzionari preposti a levare le tasse sulla farina, le pelli conciate, le macellerie, ecc. I prezzi dei viveri furono ribassati e tutti i viveri furono tassati: e quando i signori dell'alta borghesia protestarono, la folla si pose a lapidarli; oppure si scavarono sotto ai loro occhi le fosse destinate a seppellirli – o si portarono le bare in anticipo per meglio impressionare i riottosi che a tal vista s'affrettavano naturalmente a cedere. Neppure una goccia di sangue si versò in quel torno di tempo (aprile 1789). È «una specie di guerra dichiarata ai proprietari e alla proprietà», dicono i rapporti degli intendenti e dei municipi; «il popolo continua a dichiarare che non vuol più pagare nè imposte, nè diritti, nè debiti16».

È nello stesso periodo di tempo che i contadini cominciarono a saccheggiare i castelli, forzando i signori all'abdicazione dei loro diritti. A Peinier obbligavano il signore «a firmare un atto col quale egli rinunciava ai suoi diritti di qualunque genere» (lettera degli Archivi); a Riez, volevano che il vescovo bruciasse i suoi archivi. A Hyères e altrove incendiavano le vecchie scritture concernenti i diritti feudali e le imposte. Insomma, nella Provenza – nel mese d'aprile – vediamo già l'inizio di quella grande insurrezione di contadini, che costringerà nobiltà e clero a fare le prime concessioni nella notte del 4 agosto 1789.

Si comprende facilmente l'influenza che queste sollevazioni esercitarono sulle elezioni all'Assemblea nazionale. Chassin (Génie de la Révolution) dice che in qualche luogo la nobiltà ebbe una grande influenza sulle elezioni, tanto che gli elettori contadini non osarono avanzare alcun reclamo. Altrove, specialmente a Rennes, la nobiltà approfittò delle sedute degli Stati generali di Brettagna (fine dicembre 1788 e gennaio 1789) per sobillare il popolo affamato e scagliarlo contro i borghesi. Ma che cosa potevano fare queste ultime convulsioni della nobiltà contro l'onda popolare che saliva sempre? Il popolo vedeva che nelle mani della nobiltà e del clero più della metà delle terre rimanevano incolte e comprendeva – anche senza l'appoggio delle statistiche – che se il contadino non si fosse impadronito di queste terre per coltivarle, la carestia avrebbe eternamente desolato le campagne.

Il bisogno stesso di vivere spingeva il contadino contro gli incettatori del suolo. Durante l'inverno dell'88-89, dice Chassin, non trascorreva un sol giorno nel Giura senza che si saccheggiassero carichi di grano (pag. 162). I militari d'alto grado non domandavano che di «infierire» sul popolo; ma i tribunali rifiutavano di condannare e qualche volta anche di giudicare i ribelli affamati. Gli ufficiali non obbedivano all'ordine di tirare sul popolo. La nobiltà s'affrettava a spalancare le porte dei suoi granai: si temeva che l'incendio distruggesse i castelli (ai primi d'aprile del 1789). – Dovunque, dice Chassin (p. 163), scoppiarono rivolte del genere, nel nord e nel sud, all'est e all'ovest.

Le elezioni portarono un'inconsueta animazione nei villaggi e risvegliarono molte speranze. Dovunque il signore esercitava una grande influenza; ma quando nel villaggio si trovava qualche borghese, medico od avvocato, che aveva letto Voltaire o solo l'opuscolo di Sieyès; o c'era qualche tessitore o muratore che sapeva scrivere o leggere, magari solo i caratteri di stampa – tutto cambiava; i contadini s'affrettavano a riempire i cahiers delle loro lagnanze. È vero che queste si limitarono quasi sempre a cose d'ordine secondario; ma dovunque si vede spuntare (come nelle sollevazioni dei contadini tedeschi del 1525) l'idea che i signori debbano giustificare i loro diritti alle esazioni feudali17.

Presentati i cahiers, i contadini s'armavano di pazienza. Ma durava poco, perchè le lungaggini degli Stati generali e dell'Assemblea nazionale sollevavano di nuovo le ire sopite e non appena l'inverno terribile del 1788-89 fu terminato, non appena tornò il sole primaverile e col sole la speranza di un buon raccolto, le sommosse ricominciarono, specie dopo i primi lavori.

Evidentemente, la borghesia intellettuale approfittò delle elezioni per diffondere le idee della Rivoluzione. Venne costituito un «Club Costituzionale», che si ramificò anche nelle città minori. Esisteva certamente nell'est l'indifferenza che colpì così vivamente Arturo Young; ma in altre provincie la borghesia sfruttava ai suoi fini l'agitazione elettorale. Si vede pure come gli avvenimenti che si svolsero nel mese di giugno a Versaglia, nell'Assemblea Nazionale; fossero stati preparati già da parecchi mesi nelle provincie. Così nel Delfinato, l'unione dei tre ordini e il voto per testa furono accettati sin dal mese d'agosto del 1788 dagli Stati di provincia, sospinti dalle insurrezioni locali.

Non si deve tuttavia credere che i borghesi partecipanti all'agitazione elettorale fossero veri rivoluzionari. Nemmen per sogno. Si trattava di moderati, di «insorti pacifici», come dice Chassin. Di misure rivoluzionarie solo il popolo parla, poichè si formano società segrete fra i contadini e degli uomini sconosciuti invitano il popolo a non pagare più le imposte, lasciandone il carico intero ai nobili. Oppure annunciano che i nobili hanno già accettato di pagare tutte le imposte, però non trattarsi che di una astuta finzione. «Il popolo di Ginevra s'è affrancato in un giorno... O voi, nobili, tremate!» Circolano opuscoli indirizzati ai contadini e segretamente diffusi (per esempio, l'Avis aux habitants des campagnes, diffuso a Chartres.) Insomma l'agitazione nelle campagne era tale, dice Chassin, – il quale meglio di qualunque altro ha studiato questo aspetto della rivoluzione, – che se anche Parigi fosse stata vinta al 14 luglio, non sarebbe stato più possibile nelle campagne di ritornare alla situazione del gennaio 89. Per farlo, bisognava conquistare, villaggio per villaggio, tutta la Francia. Col mese di marzo cessano i pagamenti dei cànoni (pag. 167 e seguenti).

L'importanza di quest'agitazione delle campagne è facilmente comprensibile. Mentre la borghesia colta s'avvantaggia dei conflitti fra la Corte e i parlamenti per risvegliare l'agitazione politica e lavora alacremente a seminare il malcontento, la sollevazione dei contadini, che guadagna anche le città, forma il substrato necessario della Rivoluzione e inspira ai deputati del Terzo la deliberazione che prenderanno fra poco a Versaglia riformare, cioè, tutto il regime governativo della Francia e iniziare una rivoluzione profonda nella distribuzione delle ricchezze.

Senza l'insurrezione dei contadini, che cominciò nell'inverno e continuò con alti e bassi sino al 1793, non sarebbe stato possibile la demolizione completa del dispotismo regio – nè, simultaneamente, un così profondo rivolgimento politico, economico, sociale. La Francia avrebbe avuto un parlamento, come la Prussia lo ebbe, per ridere, nel 1848  ma questa innovazione non avrebbe assunto il carattere di una rivoluzione sarebbe rimasta superficiale come negli Stati tedeschi dopo il 1848.

VIII
SOMMOSSE A PARIGI E NEI DINTORNI

In tali condizioni si capisce come Parigi non potesse rimaner calma. La carestia infieriva nelle campagne limitrofe alla grande città, come altrove; i viveri mancavano a Parigi come nelle altre città e aumentava, anche nella previsione dei grandi avvenimenti che ormai tutti attendevano, l'immigrazione dei miserabili in cerca di lavoro.

Al terminar dell'inverno (marzo e aprile), le sommosse della fame e il saccheggio delle granaglie sono ricordate nei rapporti degl'intendenti a Orléans, Cosnes, Rambouillet, Jouy, Pont-Sainte-Maxence, Bray-sur-Seine, Sens, Nangis, Viroflay, Montlhéry, ecc. In altri luoghi, nelle foreste dei dintorni di Parigi, i contadini – in marzo – sterminavano le lepri e i conigli; sotto agli occhi di tutti, venne perfino tagliata e asportata la legna dei boschi dell'abbazia di Saint-Denis.

Parigi divorava le pubblicazioni rivoluzionarie che uscivano ogni giorno in gran numero e passavano rapidamente dalle mani dei ricchi a quelle dei poveri. L'opuscolo di Sieyès Che cos'è il Terzo Stato? Andava a ruba, così dicasi delle Considerazioni sugli interessi del Terzo Stato, di Rabaud de Saint-Etienne, che aveva una leggera tinta di socialismo; nè con minor interesse si leggevano I diritti degli Stati generali, di d'Entraigues, e centinaia d'altre pubblicazioni, meno famose ma talvolta più violente e mordaci. Parigi intera battagliava contro la Corte e i nobili, ed è appunto nei sobborghi più poveri, nelle bettole più basse dei dintorni che la borghesia si recò a reclutare le braccia e le picche di cui aveva bisogno per colpire la dinastia. Intanto, al 28 aprile, scoppiava l'insurrezione che fu più tardi chiamata «l'affare Réveillon», e che apparve come un segno precursore delle grandi imminenti giornate della Rivoluzione.

Il 27 aprile, si riunivano in Parigi le assemblee elettorali e pare che durante la redazione dei cahiers accadesse nel sobborgo Sant'Antonio un conflitto tra borghesi e lavoratori. Gli operai esponevano le loro lagnanze e i borghesi rispondevano con ingiurie plateali. Réveillon, un fabbricante di carta e di carta tinta – altra volta operaio e divenuto quindi, con uno sfruttamento abile, padrone di 300 lavoratori – si fece notare per la volgarità delle sue parole... Le stesse che noi abbiamo udito d'allora in poi: «Il lavoratore può nutrirsi con pane nero e lenticchie; il grano non è per lui, ecc...»

C'è qualche cosa di vero nel riavvicinamento che più tardi – all'epoca dell'inchiesta sull'affare Réveillon – fu fatto dai ricchi tra la sollevazione stessa e l'entrata simultanea in Parigi – ricordata dagli agenti di campagna – di una «moltitudine immensa» di miserabili pezzenti, dall'aspetto minaccioso? Non si possono, a tal proposito, fare congetture, oziose, del resto. La condotta di Réveillon di fronte agli operai non basta forse a spiegare ciò che avvenne all'indomani, data l'eccitazione degli animi e l'avanzare della rivolta che già rumoreggiava alle porte di Parigi?

Il 27 aprile, il popolo, irritato dall'opposizione e dalle parole del ricco fabbricante, porta l'effige di lui in Piazza di Grève per giudicarla e giustiziarla. Si diffonde in Piazza Reale la voce che il Terzo Stato ha condannato a morte Réveillon. Cala la sera e la folla si disperde, diffondendo il terrore fra i ricchi, colle sue grida di morte che risuonano alte nella notte. All'indomani, di buon mattino, la folla si reca all'officina di Réveillon, costringe gli operai ad abbandonare il lavoro, assedia e quindi saccheggia la dimora del fabbricante. Giunge la truppa e la folla resiste lanciando dalle finestre e dai tetti pietre, tegole, mobili. La truppa spara, ma il popolo non cede e combatte con accanimento ancora parecchie ore. Risultato: 12 soldati uccisi e 80 feriti. 200 morti e 300 feriti dalla parte del popolo. Gli operai s'impadroniscono dei cadaveri dei loro compagni e li portano nelle vie dei sobborghi. Pochi giorni dopo, a Villejuif si forma una banda di 500 a 600 uomini che vogliono forzare le porte della prigione di Bicêtre.

Questo conflitto – il primo – fra il popolo di Parigi e i ricchi produsse una grande impressione. Lo spettacolo del popolo furibondo esercitò una viva influenza sulle elezioni, poichè i reazionari non vi parteciparono.

Va da sè che i signori della borghesia vollero spiegare la sommossa come un piano ordito dai nemici della Francia. Come spiegarsi altrimenti la rivolta del buon popolo di Parigi contro un fabbricante? «È il denaro degli Inglesi», dicevano taluni; «è il denaro dei principi», affermavano i borghesi rivoluzionari e nessuno voleva ammettere che le cause della rivolta erano le sofferenze del popolo, stanco ormai di soffrire e di essere insultato18. Prende corpo allora la leggenda che più tardi cercherà di limitare la rivoluzione all'opera parlamentare e definirà tutte le sollevazioni popolari dell'89 al 93 quali accidenti: opera di banditi e di emissari pagati da Pitt o dalla reazione. E gli storici riprenderanno questa leggenda: «Poichè la sommossa poteva servir da pretesto alla Corte per rinviare l'apertura degli Stati generali, dunque non poteva essere che opera di reazionari.» Quante volte è stato ripetuto ai giorni nostri lo stesso ragionamento!

Ma le giornate del 24-28 aprile sono i segni precursori delle giornate di luglio. Nell'aprile, il popolo di Parigi affermò il suo spirito rivoluzionario, nato tra le masse operaie dei sobborghi. A lato del Palais-Royal, focolare della rivoluzione borghese, s'ergevano i sobborghi, centri della rivolta popolare. Parigi diventa quindi l'appoggio principale della Rivoluzione, e gli Stati generali che si raduneranno fra poco a Versaglia avranno gli occhi volti a Parigi per cercarvi la forza e l'incitamento a marciare in avanti nelle loro rivendicazioni e nella loro lotta contro la Corte!

IX
GLI STATI GENERALI

Il 4 maggio del 1789, i 1200 deputati degli Stati generali, riuniti a Versaglia, si recavano nella chiesa di San Luigi ad ascoltarvi la messa d'apertura e all'indomani il re, presenti numerosissimi spettatori, apriva la seduta. E già in questa prima seduta si delineava l'inevitabile tragedia della Rivoluzione.

Il re diffidava dei rappresentanti della nazione ch'egli aveva convocati. Si era finalmente rassegnato a prendere tale misura, ma si doleva, dinanzi agli stessi rappresentanti, dell'«inquietudine degli spiriti» e dell'effervescenza generale, come se tutto ciò non fosse il portato della situazione in Francia, come se la convocazione degli Stati generali assumesse il carattere di una inutile e capricciosa violazione dei diritti reali.

La Francia, impedita per molto tempo di darsi delle riforme, sentiva ormai prepotente il bisogno di una completa revisione delle sue istituzioni – e il re non parlava che di leggere riforme d'indole finanziaria per le quali sarebbe bastato un po' d'economia sulle spese.

Egli domandava «l'accordo degli ordini», mentre le assemblee provinciali avevano mostrato che l'esistenza di ordini distinti era già annullata negli spiriti, era un peso morto, una sopravvivenza del passato. E mentre tutto doveva essere rifatto – come attualmente in Russia – il re non manifestava che il suo timore delle «innovazioni». Nel suo discorso s'annunciava l'aspra lotta per la vita e la morte che fra poco si sarebbe impegnata fra l'autocrazia regia e il potere rappresentativo.

Anche fra i rappresentanti della nazione – attraverso le loro divisioni – si profilava la scissione profonda della rivoluzione imminente: fra quelli, cioè, che si sarebbero attaccati ai loro privilegi e quelli che avrebbero cercato di demolirli.

La rappresentanza nazionale mostrava già il suo difetto capitale. Il popolo non era rappresentato, i contadini erano assenti. Per il popolo in generale s'incaricava la borghesia di parlare; e quanto ai contadini – in quella grande assemblea di giuristi, di notai, di casuidici, non ce n'erano forse cinque o sei che conoscessero lo stato reale o semplicemente lo stato legale dell'immensa massa dei contadini. Deputati cittadini, avrebbero saputo difendere il cittadino, ignorando, nei rapporti del contadino, ciò che gli avrebbe giovato e ciò che gli avrebbe nociuto.

La guerra civile covava già in quella sala, nella quale il re, circondato da nobili, parlava come un padrone al Terzo Stato e gli rinfacciava i suoi «benefici». Il guardasigilli, Barentain, scoprendo quindi la vera intenzione del re, fissava il còmpito al quale dovevano limitarsi gli Stati generali e cioè: esame delle tasse che verrebbero proposte all'approvazione; discussione sulla riforma della legislazione civile e penale; votazione di una legge per reprimere gli abusi della libertà che la stampa si era presa da poco, e nient'altro. Nessuna riforma pericolosa. «Le domande giuste sono state accolte; il re non s'è formalizzato dei mormorii indiscreti, ma li ha coperti colla sua indulgenza; egli è giunto sino a perdonare l'espressione di quelle tendenze false ed esagerate, per mezzo delle quali si vorrebbero sostituire delle perniciose chimere ai principii inalterabili della monarchia. Voi rigetterete, o signori, con indignazione, queste pericolose innovazioni.»

Tutte le battaglie dei quattro anni che seguono sono racchiuse potenzialmente in queste parole, e il discorso di Necker, che seguì quello del re e quello del guardasigilli – e durò ben tre ore – nulla aggiunse per lanciare sul tappeto della discussione, sia la grande questione del governo rappresentativo che occupava la borghesia, sia la questione della terra e dei cànoni feudali che interessava i contadini. L'astuto controllore delle finanze seppe parlare tre ore senza compromettersi, nè colla Corte, nè col popolo. Il re, fedele alle idee già da lui espresse a Turgot, non comprendeva affatto la gravità della situazione e lasciava alla regina e ai principi la cura d'impedire, coll'intrigo, ogni nuova concessione.

Ma neppure Necker giunse a capire che si trattava di superare una profondissima crisi politica e sociale – e non solamente finanziaria – e che, in tali circostanze, una politica di tentennamento fra la Corte e il Terzo Stato avrebbe condotto a conseguenze funeste; che se non era già troppo tardi per prevenire la Rivoluzione, occorreva almeno tentare una politica franca, aperta di concessioni in materia di governo; che bisognava porre nelle sue linee capitali il grande problema fondiario, dalla soluzione del quale dipendeva la miseria o il benessere di una intera nazione.

Gli stessi deputati, tanto quelli dei due ordini privilegiati, come quelli del Terzo, non intesero la vastità del problema che si ergeva dinanzi alla Francia. La nobiltà sognava di riprendere l'ascendente sulla corona; il clero non pensava che a mantenere i privilegi di cui godeva; e il Terzo Stato, quantunque sapesse perfettamente quale via si dovesse percorrere per giungere alla conquista del potere in favore delle borghesia, non s'accorgeva dell'altro problema infinitamente più grande da risolvere: dare, cioè, la terra al contadino, affinchè – colla terra liberata dai pesanti cànoni feudali – potesse raddoppiarne e triplicarne la fecondità e porre in tal guisa termine alle carestie croniche che minavano le forze della nazione.

All'infuori dell'urto e della lotta, quale altra via d'uscita poteva esserci in tali condizioni? La rivolta del popolo, la sollevazione dei contadini, la Jacquerie, l'insurrezione degli operai e dei poveri in generale nelle città. La Rivoluzione insomma, col corteo delle sue battaglie e dei suoi odi, dei suoi conflitti terribili e delle sue aspre vendette!

Durante cinque settimane, i deputati del Terzo cercarono di convincere, per mezzo di abboccamenti, i deputati dei due ordini privilegiati a riunirsi insieme, mentre i comitati realisti lavoravano dal canto loro a mantenere intatta la separazione degli ordini. Le trattative in tal senso fallirono. Ma di giorno in giorno diventava sempre più minaccioso l'atteggiamento del popolo parigino. A Parigi, il Palais-Royal, divenuto un club all'aria libera, dove ognuno trovava posto, s'irritava sempre più. Gli opuscoli piovevano e andavano a ruba. «Ogni ora produce il suo opuscolo», diceva Arturo Young; «oggi ne sono usciti tredici, sedici ieri, novantadue la settimana scorsa. Diciannove su venti sono per la libertà..... L'eccitazione, il fermento sono indescrivibili.....» Gli oratori che nella strada, all'aperto, dall'alto di una sedia posta innanzi a un caffè arringano la folla, parlano di conquistare e impadronirsi dei palazzi e dei castelli. Già rumoreggiano le minaccie del Terrore, mentre a Versaglia il popolo si riunisce ogni giorno nelle vicinanze dell'Assemblea per insultare gli aristocratici.

I deputati del Terzo si sentono validamente appoggiati. A poco a poco prendono ardire e il 17 giugno, dietro una mozione di Sieyès, si costituiscono in Assemblea Nazionale. In tal guisa si compiva il primo passo verso l'abolizione degli ordini privilegiati e il popolo di Parigi acclamava tale risoluzione. L'Assemblea, divenuta vieppiù coraggiosa, dichiarava inoltre illegali le tasse stabilite, per cui non sarebbero esatte che provvisoriamente e fintanto che l'Assemblea si trovasse riunita. In caso di scioglimento, il popolo non avrebbe avuto obbligo di pagare alcunchè. Un comitato di sussistenze fu nominato per combattere la carestia e i capitalisti furono rassicurati dall'Assemblea che consolidò il debito pubblico. Fu questo un atto di oculata prudenza in quel momento in cui bisognava vivere ad ogni costo e disarmare una potenza – il capitalista creditore – che sarebbe divenuta minacciosa qualora si fosse alleata alla Corte.

Ma la rivolta contro il potere regio era già dichiarata. Un colpo di Stato fu allora concertato fra i principi d'Artois, di Condé, di Conti insieme col guardasigilli. In un giorno prestabilito, il re si sarebbe recato con grande apparato all'Assemblea. Giuntovi, avrebbe annullato tutti i decreti dell'Assemblea, ordinata la separazione degli ordini, fissate le riforme da votarsi dai tre ordini – in assemblee divise.

E Necker, questo rappresentante genuino della borghesia dell'epoca, che cosa voleva opporre al colpo di Stato architettato dalla Corte? Il compromesso. Anche lui ammetteva il colpo dell'autorità regia, la seduta solenne nella quale il re avrebbe accordato in materia di tasse il voto per testa senza distinzione di ordini; ma per tutto quanto concerneva i privilegi della nobiltà e del clero, sarebbero stati mantenuti gli ordini e in assemblee divise. È chiaro che questo compromesso era di più difficile attuazione che il piano dei principi. Non si tenta un colpo di Stato per una mezza misura, che avrebbe avuto forse una durata di quindici giorni. Come riformare il sistema d'imposte senza toccare e ledere i privilegi dei due ordini superiori?

I deputati del Terzo Stato, divenuti ancor più coraggiosi grazie all'atteggiamento minaccioso del popolo di Parigi e anche di quello di Versaglia, dichiararono allora, il 20 giugno, di resistere al progetto di scioglimento dell'Assemblea e decisero di rimanere uniti con un giuramento solenne. Vedendo chiusa la sala delle loro riunioni, causa i preparativi che vi si facevano per la seduta reale, essi si recarono in corteo verso una sala privata qualsiasi: quella del Giuoco del Pallone. Una moltitudine di gente accompagnava questo corteo, che marciava – con Bailly alla testa – per le strade di Versaglia. Dei soldati volontari s'erano offerti per montare la guardia attorno ai deputati, travolti dall'entusiasmo straripante della folla. Giunti alla sala del Giuoco del Pallone, commossi e rapiti da un bel gesto, essi – ad eccezione di un solo – giurarono solennemente di non più separarsi prima di aver dato una costituzione alla Francia.

Senza dubbio non si trattava che di parole. Non mancava neppure la teatralità in quell'atto. Poco importa! In certi momenti occorrono le parole che facciano vibrare i cuori. E il giuramento del Giuoco del Pallone fece vibrare i cuori della gioventù rivoluzionaria in tutta la Francia. Infelici le assemblee che non sapranno trovare quelle parole, nè compiere quel gesto!

D'altronde, quest'atto coraggioso dell'Assemblea ebbe immediate conseguenze. Due giorni dopo, i deputati del Terzo, obbligati di recarsi alla chiesa di San Luigi per tenervi l'assemblea, trovarono il clero disposto ad associarsi ai loro lavori.

All'indomani, 23 giugno, fu tentato il gran colpo della seduta reale; ma il suo effetto era già stato diminuito, annientato dal giuramento del Giuoco del Pallone e dalla seduta alla Chiesa di San Luigi. Il re si presentò dinanzi ai deputati. Dichiarò nulli tutti i decreti dell'Assemblea o meglio del Terzo Stato. Ordinò la conservazione degli ordini, determinò i limiti delle riforme da compiere, minacciò di sciogliere gli Stati generali se non avessero obbedito. E per il momento, ordinò ai deputati di separarsi. Dietro questa ingiunzione, nobiltà e clero abbandonarono la sala. Ma i deputati del Terzo rimasero ai loro posti. Fu allora che Mirabeau pronunciò il famoso discorso nel quale disse ai suoi colleghi che il re era semplicemente il loro mandatario; che la loro autorità proveniva dal popolo e che, avendolo giurato, non potevano separarsi senza dare la Costituzione. «Noi siam qui per la volontà del popolo, e non usciremo se non per forza delle baionette.»

Ma ciò che mancava alla Corte era precisamente la forza. Già, nel febbraio, Necker aveva detto non esserci più l'obbedienza in nessun luogo – neppure, forse, tra le truppe.

Quanto al popolo di Parigi, esso aveva dimostrato le sue disposizioni nella giornata del 27 aprile. Si temeva da un momento all'altro una sollevazione generale del popolo di Parigi contro i ricchi e alcuni ardenti rivoluzionari non mancavano certo di propagandare la popolazione degli oscuri sobborghi per cercarvi l'appoggio nella lotta contro la Corte. A Versaglia stessa, alla vigilia della seduta reale, poco mancò che il popolo non uccidesse un deputato del clero, l'abate Maury e un deputato del Terzo, il d'Eprémesnil, passato nel campo della nobiltà. Il giorno della seduta reale, il guardasigilli e l'arcivescovo di Parigi furono talmente «urlati, esecrati, ingiuriati, scherniti da morirne di rabbia e di vergogna» che il segretario del re, Passeret, accompagnante il ministro, «spira il giorno stesso di paura.» Al 24, una sassata alla testa toglie quasi di vita il vescovo di Beauvais. Al 25, la folla fischia i deputati della nobiltà e del clero. Cadono infranti tutti i vetri del palazzo dell'arcivescovo. «Le truppe si rifiuterebbero di tirare sul popolo», dice francamente Arturo Young. Le minaccie del re erano quindi vane. L'atteggiamento risoluto del popolo non permetteva alla Corte di ricorrere alle baionette, ed è allora che Luigi XVI scoppiò in questa esclamazione: «Dopo tutto, me ne infischio! Ci restino!»

E come poteva l'assemblea del Terzo non agire e non deliberare dal momento che si trovava sotto gli occhi e le minaccie del popolo affollante le gallerie? Il 17 giugno quando il Terzo Stato decise di costituirsi in Assemblea Nazionale, venne acclamato dalle gallerie e da due o tremila persone che circondavano la sala delle sedute. La lista dei trecento deputati del Terzo che vi si erano opposti e si erano schierati dalla parte dell'ultra realista Malouet, corse Parigi, e per poco non si bruciarono le loro case. Quando Martin Dauch s'oppose al giuramento del Giuoco del Pallone, Bailly, il presidente dell'Assemblea, ebbe la prudenza di farlo scappare per una porta segreta, onde evitargli l'affronto del popolo riunito alle uscite della sala. Per alcuni giorni egli dovette tenersi nascosto.

Senza questa pressione del popolo sull'Assemblea, è assai probabile che i coraggiosi deputati del Terzo – dei quali la storia serba il ricordo – non sarebbero giunti mai a vincere la resistenza dei timidi.

Il popolo di Parigi si preparava apertamente all'insurrezione, colla quale avrebbe risposto al colpo di Stato che la Corte era decisa a tentare il 16 luglio allo scopo di fiaccare Parigi.

X
PREPARATIVI DEL COLPO DI STATO

La versione corrente del 14 luglio si riduce a questo L'Assemblea Nazionale continuava le sue sedute. Alla fine di giugno, dopo due mesi di abboccamenti e di esitazioni, i tre ordini si erano finalmente riuniti. Il potere sfuggiva dalle mani della Corte. E questa si accinse a preparare un colpo di Stato. Le truppe furono chiamate e riunite attorno a Versaglia; esse dovevano disperdere l'Assemblea e domare Parigi.

L'11 luglio – continua la versione corrente – la Corte si decise all'azione: Necker vien licenziato dal ministero e esiliato. Parigi conosce al 12 questa notizia. Un corteo di cittadini attraversa la città portando la statua del ministro licenziato. Al Palais-Royal, Camillo Desmoulins lancia l'Allarme! I sobborghi si sollevano e in trentasei ore fabbricano 50,000 picche; al 14, il popolo marcia verso la Bastiglia, che non tarda molto ad abbassare i suoi ponti e a cedere... La Rivoluzione ha vinto la sua prima battaglia.

Questa è la versione abituale che si va ripetendo nelle feste della Repubblica. Tuttavia, è solo parzialmente esatta. Veritiera nella cronaca secca degli avvenimenti principali, essa non ci dice però ciò che bisogna dire sulla parte avuta dal popolo nella sollevazione, nè sui rapporti fra i due elementi del movimento: il popolo e la borghesia. Poichè, nella sollevazione di Parigi – al 14 luglio – come in qualunque rivoluzione, ci furono due correnti divise di origine diversa: il movimento politico della borghesia e il movimento popolare. Entrambi coincidevano in certi momenti, nelle grandi giornate della Rivoluzione, per un'alleanza temporanea e vincevano le decisive battaglie contro l'antico regime. Ma la borghesia diffidava sempre del suo alleato di un giorno: il popolo. Diffidenza che si rivela anche nel luglio dell'89. La borghesia concluse a malincuore la sua alleanza col popolo e si affrettò poi all'indomani del 14 luglio e anche durante il movimento a organizzarsi per tenere in freno il popolo insorto.

Dalle giornate dell'affare Réveillon in poi, il popolo di Parigi, affamato, incerto sempre più del domani, ingannato da vane promesse, cercava di sollevarsi. Ma non sentendosi, appoggiato, neppure da quella parte della borghesia partita in lotta contro l'autorità regia, esso mordeva il freno. Ed ecco che il partito della Corte, riunito attorno alla regina e ai principi, si decide a tentare un gran colpo per finirla coll'Assemblea e col fermento popolare di Parigi. Riuniscono le truppe e ne eccitano la devozione al re e alla regina; preparano apertamente un colpo di Stato contro l'Assemblea e contro Parigi. Allora, l'Assemblea sentendosi minacciata, non trattiene più i suoi membri e i suoi amici di Parigi che volevano «l'appello al popolo», cioè l'appello all'insurrezione popolare. E poichè i sobborghi non domandano che d'insorgere, l'appello è raccolto. Prima ancora del licenziamento di Necker, all'8 luglio, anzi già al 27 giugno, i sobborghi sono in armi. La borghesia ne profitta e, spingendo il popolo all'insurrezione aperta, lo lascia armare, mentre la borghesia stessa si arma per signoreggiare il movimento e impedirgli di andar «troppo oltre». Il ritmo dell'insurrezione si accelera e cade, contro la volontà dei borghesi, la Bastiglia, emblema e sostegno del potere regio; dopo di che la borghesia, avendo frattanto organizzato la sua milizia, s'affretta a far tornare «nell'ordine» gli uomini dalle picche.

Ora si tratta di raccontare questo duplice movimento.

Abbiam visto che la seduta reale del 23 giugno aveva lo scopo di dichiarare agli Stati generali ch'essi non erano la potenza che volevano essere: il potere assoluto del re rimaneva, gli Stati generali non avevano alcun cangiamento da apportarvi19 e i due ordini privilegiati, nobiltà e clero, stabilirebbero le concessioni che avrebbero ritenuto opportuno di elargire per una ripartizione più equa delle imposte. Le riforme che sarebbero state concesse al popolo dovevano partire dal re in persona, e sarebbero: l'abolizione della corvée (già avvenuta in gran parte), della manomorta e del libero feudo, la restrizione del diritto di caccia, la sostituzione di un arruolamento regolare all'estrazione dei soldati; la soppressione della parola taglia e l'organizzazione dei poteri provinciali. Tutto ciò allo stato di vane promesse o di semplici titoli di riforme, poichè tutto il contenuto di queste riforme, tutta la sostanza di questi cambiamenti dovevano ancora essere trovati e come potevasi trovarli senza portare la scure sui privilegi dei due ordini superiori? Ma il punto più importante del discorso reale – poichè tutta la Rivoluzione si sarebbe imperniata in questo – era la dichiarazione concernente l'inviolabilità dei diritti feudali. Il re dichiarava proprietà assolutamente e per sempre inviolabili, le decime, i censi, le rendite e i diritti signorili e feudali. Con questa promessa il re conquistava la nobiltà contro il Terzo. Ma con una promessa simile veniva sin dall'inizio circoscritta la Rivoluzione e la si rendeva impotente a riformare qualcosa nelle finanze dello Stato e nell'organizzazione interna della Francia. Non si faceva che mantenere completamente la vecchia Francia, l'antico regime. Vedremo più tardi che in tutto il corso della Rivoluzione saranno associate nello spirito della nazione la Monarchia e la conservazione dei diritti feudali – la vecchia forma politica e la vecchia forma economica.

È però necessario dire che la manovra della Corte riuscì sino a un certo punto. Dopo la seduta reale, la nobiltà fece un'ovazione al re e in particolare alla regina, al castello, e all'indomani solo 47 nobili andarono a riunirsi agli altri due ordini. Ma il grosso dei nobili venne a raggiungere il clero e i signori del Terzo solo alcuni giorni più tardi, quando si diffuse la voce che cento mila parigini marciavano su Versaglia, quando, cioè, a tale annuncio lo sgomento generale s'impadronì del castello, e dietro un ordine del re – confermato dalla regina piangente – (la nobiltà non faceva più assegnamento sul re), la maggioranza dei nobili si riunì al clero e ai signori del Terzo. Ciò malgrado, i nobili s'illudevano ancora di veder tra poco dispersi i ribelli colla forza.

I rivoluzionari venivano a conoscere immediatamente tutte le manovre della Corte, tutte le sue cospirazioni, persino i discorsi del tale o tal'altro principe o nobile; tutto veniva riferito a Parigi per mille canali secreti che si aveva avuto cura di stabilire, e le voci provenienti da Versaglia servivano ad alimentare l'eccitazione nella capitale. Ci sono dei momenti in cui i potenti non possono più fare assegnamento neppure sui loro domestici e questo accadde a Versaglia. Mentre la nobiltà si rallegrava del piccolo successo ottenuto alla seduta reale, alcuni rivoluzionari della borghesia fondavano in Versaglia stessa un club, il club Bretone, che diventò in breve un grande centro di ritrovo e più tardi si tramutò nel club dei Giacobini. In questo club i domestici del re e della regina andavano a riferire ciò che si diceva a porte chiuse alla Corte. Alcuni deputati della Brettagna, fra gli altri Le Chapelier, Glezen, Lanjuinais, furono i fondatori del club Bretone; vi appartennero Mirabeau, il duca d'Aiguillon, Sieyès, Barnave, Pétion, l'abate Grégoire e Robespierre.

Dal giorno in cui gli Stati generali s'erano riuniti a Versaglia, una grande animazione regnava a Parigi. Il Palays-Royal, col suo giardino e i suoi caffè, era diventato un club all'aria aperta, nel quale diecimila persone di ogni condizione si recavano per comunicarsi reciprocamente le notizie, discutere le pubblicazioni del giorno, temprarsi tra la folla per l'azione futura, conoscersi, intendersi. Tutte le voci, tutte le notizie raccolte a Versaglia dal club Bretone erano immediatamente comunicate a questo club clamoroso della folla parigina. Di qui si diffondevano nei sobborghi e se talvolta la leggenda si aggiungeva per strada alla realtà, essa era, come avviene spesso nelle leggende popolari, più vera della verità, poichè precorreva gli eventi, faceva risaltare sotto la forma leggendaria i motivi segreti delle azioni e – coll'intuito – meglio dei saggi, essa giudicava uomini, cose, tempi. Chi meglio delle masse anonime dei sobborghi giudicò Maria Antonietta, Polignac, il re furbo, i principi? Chi li indovinò meglio del popolo?

Già all'indomani della seduta reale la grande città respirava l'aria della rivolta. L'Hôtel de Ville (Municipio) indirizzava le sue congratulazioni all'Assemblea e il Palais-Royal le mandava una mozione redatta in un linguaggio bellicoso. Per il popolo affamato, sino allora disprezzato, il trionfo dell'Assemblea dischiudeva ancora una speranza e l'insurrezione era il solo mezzo per lui onde procurarsi il pane che gli mancava. Mentre la carestia infieriva ogni giorno di più; mentre difettavano continuamente anche le cattive farine – gialle e bruciate – che si distribuivano ai poveri, il popolo di Parigi sapeva che nei dintorni della grande città c'era del pane per tutti e i poveri si convincevano che senza un'insurrezione gl'incettatori non avrebbero cessato di affamare il popolo.

Tuttavia, mano mano che i poveri urlavano più forte negli oscuri crocicchi, la borghesia parigina e i rappresentanti del popolo a Versaglia temevano sempre più la rivolta. Piuttosto il re e la Corte che il popolo insorto! Il giorno stesso della riunione dei tre ordini, il 27 giugno, dopo la prima vittoria del Terzo, Mirabeau che sino a quel momento faceva appello al popolo, se ne distaccò decisamente e parlò per scinderne i rappresentanti. Li avvertì di guardarsi dagli «ausiliari sediziosi». Il programma futuro della Gironda già si profila nell'Assemblea. Mirabeau vuole che questa contribuisca «al mantenimento dell'ordine, alla tranquillità pubblica, all'autorità delle leggi e dei loro ministri». Non solo, ma giunge più lontano. Egli vuole che l'Assemblea si unisca al re, poichè il re vuole il bene e, se gli accade di far male, gli è perchè è ingannato e mal consigliato.

E l'Assemblea applaudiva. «La verità è, come dice bene Louis Blanc, che la borghesia piuttosto che rovesciare il trono cercava già di porvisi al riparo20. Rinnegato dalla nobiltà, fu nel seno dei Comuni, per un momento così rudi, che Luigi XVI trovò i suoi servitori più fedeli e pronti. Cessava di essere il re dei gentiluomini, per diventare il re dei proprietari.»

Vedremo che questo vizio della Rivoluzione peserà su di essa dal principio sino alla fine.

Ma nella capitale la miseria aumentava. Necker aveva preso alcune misure per fronteggiare i pericoli di una carestia. Egli aveva sospeso, al 7 settembre del 1788, l'esportazione dei grani e ne favoriva con premi l'importazione; settanta milioni furono spesi per comperare del grano dall'estero. Diede al tempo istesso una grande pubblicità all'editto del Consiglio del re, del 23 aprile 1789, che autorizzava i giudici e gli ufficiali di polizia di visitare i granai dei privati, di stendere gl'inventari del grano che vi era accumulato e di mandarlo, in caso di necessità, sui mercati. Ma – pur troppo! – l'esecuzione di queste misure era stata affidata alle vecchie autorità. Il governo premiava gli importatori di grano in Parigi; ma il grano importato veniva nuovamente esportato clandestinamente, per essere ancora una volta introdotto e ottenere un secondo premio. La prospettiva di queste speculazioni spingeva nelle provincie gl'incettatori di grano a fare grandi acquisti; si compravano anche i raccolti avvenire.

Allora si rivelò il vero carattere dell'Assemblea nazionale. Essa era stata ammirevole, senza dubbio, alla riunione del Giuoco del Pallone, ma era rimasta borghese, anzitutto, nei riguardi del popolo. Il 4 luglio, dietro la presentazione di un rapporto del Comitato delle sussistenze, l'Assemblea discusse le misure da prendersi per garantire il pane e il lavoro al popolo. Si parlò per ore e ore, si fecero proposte su proposte. Pétion propose un prestito, altri di autorizzare le assemblee provinciali a prendere le misure necessarie – ma nulla si decise, nulla si fece: l'Assemblea si limitò a compiangere il popolo. E quando un deputato sollevò la questione degli incettatori e ne denunciò alcuni, egli ebbe contro tutta l'Assemblea. Due giorni dopo, al 6 luglio, Bouche annunciò che i colpevoli erano noti e che una denuncia formale sarebbe stata fatta all'indomani. «Uno spavento generale s'impadronì dell'Assemblea», dice Gorsas nel Courrier de Versailles et de Paris, ch'egli aveva di recente fondato. Ma all'indomani, nessuno parlò. La questione fu messa in tacere tra due sedute. Perché? Nella tema – e gli avvenimenti lo proveranno – di compromettenti rivelazioni.

Ad ogni modo, l'Assemblea aveva tale uno spavento della rivolta popolare che allorquando, in seguito all'arresto di undici guardie francesi, che si erano rifiutate di caricare i loro fucili a cartuccia, ci fu il 30 giugno un po' di sommossa a Parigi, essa votò un indirizzo al re, concepito in termini estremamente servili e nel quale protestava «la sua profonda devozione all'autorità reale21».

Se il re avesse accettato di far partecipare al governo, per quanto in debole misura, la borghesia, questa soddisfatta si sarebbe unita attorno a lui e lo avrebbe aiutato con tutta la sua potenza d'organizzazione a domare il popolo. Ma – e ciò serva d'avviso per le rivoluzioni future – c'è nella vita degli uomini, dei partiti e anche delle istituzioni una logica che nessuna volontà può cambiare. Il dispotismo regio non poteva scendere a patti colla borghesia che gli domandava di condividere il potere. Logicamente, fatalmente, esso la doveva combattere per soccombere poi a battaglia ingaggiata e cedere il posto al governo rappresentativo – forma che meglio conviene alla borghesia. Nè poteva, il dispotismo regio, patteggiare colla democrazia popolare, senza tradire il suo appoggio naturale, la nobiltà, e fece invero di tutto per difendere i nobili e i loro privilegi, salvo poi a vedersi tradito da quegli stessi privilegiati di nascita.

Tuttavia, le informazioni a proposito delle cospirazioni della Corte giungevano per mille vie ai partigiani del duca d'Orléans, che si riunivano a Montrouge, e ai rivoluzionari che frequentavano il club Bretone. Le truppe si concentravano a Versaglia e sulla strada da Versaglia a Parigi. A Parigi stessa, occupavano i punti più importanti in direzione di Versaglia. Si parlava di 35,000 uomini diffusi in quella zona e altri 20,000 vi sarebbero giunti in breve. I principi e la regina macchinavano di sciogliere l'Assemblea, schiacciare in caso d'insurrezione Parigi, arrestare ed uccidere non solo i principali capi e il duca d'Orléans, ma anche quei deputati che, come Mirabeau, Mounier, Lally-Tolendal, volevano fare di Luigi XVI un re costituzionale. Dodici deputati – disse poi Lafayette – dovevano essere immolati. A realizzare questo progetto erano stati chiamati il barone di Breteuil e il maresciallo di Broglie – entrambi pronti ad agire. – «Se bisogna incendiare Parigi, incendieremo Parigi», diceva il primo. Quanto al maresciallo di Broglie, egli aveva scritto al principe di Condé che una salva di cannoni avrebbe ben presto «disperso questi disputatori e rimesso, al posto dello spirito repubblicano che si forma, il potere assoluto che si spegne22.»

E non si creda che si trattasse di favole, come hanno preteso alcuni storici reazionari. La lettera della duchessa di Polignac – rinvenuta più tardi – indirizzata il 12 luglio al prevosto dei mercanti, Flesselles, e nella quale tutte le persone in vista erano designate con nomi convenzionali, prova abbastanza il complotto che la Corte aveva ordito pel 16 luglio. Se ci fossero ancora dei dubbi, a disperderli bastano le parole che la duchessa di Beuvron indirizzava a Dumouriez il 10 luglio a Caen, presenti più di sessanta nobili trionfanti.

— «Ebbene, Dumouriez, diceva la duchessa, ignorate dunque la grande novità? L'amico vostro Necker è stato cacciato; per questa volta il re ritorna sul trono, l'Assemblea è dispersa; gli amici vostri, i quarantasette, sono forse, a quest'ora, alla Bastiglia, con Mirabeau, Target e un centinaio degli insolenti del Terzo; e certo il maresciallo di Broglie è dentro a Parigi con 30,000 uomini.» (Mémoires de Dumouriez, t. II, p. 35). La duchessa s'ingannava: Necker non fu licenziato che all'11 e Broglie non osò entrare in Parigi.

Ma che cosa faceva dunque, in tali frangenti, l'Assemblea? Essa faceva ciò che le assemblee hanno sempre fatto e faranno. Non prendeva decisioni di sorta.

All'8 luglio, giorno in cui il popolo di Parigi cominciò a sollevarsi, l'Assemblea non fece altro che incaricare il suo tribuno, Mirabeau, di redigere un'umile supplica al re; e, pur pregando Luigi XVI di allontanare i soldati, l'Assemblea riempiva la sua supplica di adulazioni. Essa parlava di un popolo che adorava il re e ringraziava il cielo di tanto tesoro! Parole, adulazioni, saranno ancora più volte, durante il corso della Rivoluzione, indirizzate al re dai rappresentanti del popolo.

La Rivoluzione non diventa comprensibile che dopo aver notati gli sforzi reiterati delle classi possidenti allo scopo di conciliarsi la monarchia per farsene scudo contro il popolo. Tutti i drammi del 1793 nella Convenzione si presentono già in questa supplica dell'Assemblea nazionale, firmata alcuni giorni prima del 14 luglio.

XI
PARIGI ALLA VIGILIA DEL 14 LUGLIO

Quasi sempre, l'attenzione degli storici è assorbita dall'Assemblea nazionale. I rappresentanti del popolo riuniti a Versaglia sembrano personificare la Rivoluzione e con pia devozione si raccolgono i loro più piccoli gesti e discorsi. Tuttavia, il cuore e il sentimento della Rivoluzione non erano, durante le giornate di luglio, a Versaglia, ma sibbene a Parigi.

L'Assemblea valeva zero, senza Parigi e il suo popolo. Se la paura dell'insurrezione in Parigi non avesse trattenuto la Corte, questa avrebbe certamente disperso l'Assemblea, come è accaduto molte volte dopo: al 18 brumaio e al 2 dicembre in Francia e recentemente anche in Ungheria e in Russia. I deputati avrebbero, senza dubbio, protestato; avrebbero certo pronunciato qualche bel discorso; forse qualche audace avrebbe tentato di sollevare le provincie... ma, senza il popolo pronto a insorgere, senza un lavoro di preparazione rivoluzionaria compiuto fra le masse, senza un appello al popolo per la rivolta, fatto singolarmente da uomo a uomo e non semplicemente con manifesti – senza tutto ciò un'assemblea di rappresentanti val poco di fronte a un governo già costituito, con tutta la sua burocrazia e col suo esercito.

Per fortuna, Parigi vegliava. Mentre l'Assemblea nazionale s'addormentava in una sicurezza ipotetica e, al 10 luglio, riprendeva tranquillamente la discussione del progetto di costituzione, il popolo di Parigi – al quale infine si eran rivolti i rappresentanti più audaci e perspicaci della borghesia – si preparava all'insurrezione. Nei sobborghi, i dettagli della «retata» militare che la Corte si preparava a compiere al 16 luglio, passavano di bocca in bocca; tutto era noto – perfino la minaccia del re di ritirarsi a Soissons e di abbandonare Parigi all'esercito. E la grande fornace si organizzava nei suoi distretti per rispondere alla forza colla forza. Gli «ausiliari sediziosi», coi quali Mirabeau aveva minacciato la Corte, erano stati infatti chiamati e nelle oscure bettole dei sobborghi, la Parigi povera, la Parigi dei pezzenti, discuteva sui mezzi per «salvare la patria». Parigi s'armava come poteva.

Centinaia di agitatori patriotti – degli «ignoti» ben inteso – si adopravano ostinatamente per mantenere l'agitazione e trascinare il popolo nelle strade. I petardi e i fuochi artificiali servivano all'uopo ed erano assai in voga, dice Arturo Voung; si vendevano a metà prezzo e quando la folla si riuniva ai quadrivi, nelle piazze, per assistere allo scoppio delle girandole, non mancava mai «l'ignoto» che cominciava ad arringare il popolo, narrando le notizie sui complotti della Corte. Per sciogliere tali assembramenti «una volta bastava una compagnia di svizzeri; oggi ci vorrebbe un reggimento; fra quindici giorni ci vorrà un esercito», diceva Arturo Young alla vigilia del 14 luglio (pag. 219).

Difatti, sin dalla fine di giugno, il popolo parigino era in pieno fermento e si preparava all'insurrezione. Già ai primi dello stesso mese, causa l'alto prezzo dei grani, sommosse di affamati erano attese, dice il libraio inglese Hardy, e se Parigi restò calma sino al 25 giugno, gli è che sperava – fino alla seduta reale – che l'Assemblea avesse fatto qualcosa. Ma al 25, Parigi comprese che null'altro mezzo le restava all'infuori dell'insurrezione.

Una massa di parigini si diresse a Versaglia, pronta a ingaggiare battaglia colle truppe. A Parigi, assembramenti minacciosi si formavan dovunque, «disposti a compiere i più orribili eccessi». Così si legge nelle Note segrete indirizzate al ministro degli affari esteri, pubblicate da Chassin. (Les Elections et les cahiers de Paris, Parigi, 1889, t. III, p. 453). «Il popolo è stato in agitazione tutta la notte, ha acceso dei fuochi di gioia e ha tirato una quantità enorme di razzi dinnanzi al Palais-Royal e al Controllo Generale». Si gridava «Viva il duca d'Orléans!»

Il giorno istesso, 25, i soldati delle guardie francesi lasciavano le loro caserme, per bere e fraternizzare col popolo che li conduceva attraverso la città al grido di Abbasso la «calotte» (il clero)!

Contemporaneamente, i «distretti» di Parigi, cioè le assemblee primarie degli elettori, soprattutto quelle dei quartieri operai, si costituivano regolarmente e prendevano tutte le misure necessarie per organizzare la resistenza a Parigi. I «distretti» si tenevano fra di loro in relazioni continue e i loro rappresentanti facevano sforzi assidui per costituirsi in corpo municipale indipendente. Al 25, nell'assemblea degli elettori, Bonneville chiamava il popolo alle armi, proponeva di costituirsi in «Comune» e motivava la sua proposta basandosi sulla storia. All'indomani, dopo essersi riuniti al museo di via Dauphine, i rappresentanti dei distretti si recavano da ultimo al Palazzo di Città. Il 1° luglio, tenevano la loro seconda seduta, della quale Chassin ci ha dato il verbale (t. III, p. 439-444, 458, 460). E costituivano il «Comitato permanente», che siedè durante la giornata del 14 luglio.

Il 30 giugno, un semplice incidente, l'arresto cioè di undici soldati delle guardie francesi, che erano stati mandati in prigione all'Abbaye, per aver rifiutato di caricare a palla i fucili, bastava per provocare una sommossa a Parigi. Allorquando Loustalot, redattore delle Révolutions de Paris, salì al Palais-Royal sopra una sedia di fronte al caffè Foy ed arringò in proposito la folla, quattromila uomini si recarono immediatamente all'Abbaye per liberare i soldati. I carcerieri, quando videro arrivare la folla, capirono l'inutilità di qualsiasi resistenza e liberarono gli arrestati. I dragoni accorsi a briglia sciolta, pronti a caricare il popolo, esitarono ringuainarono le sciabole e fraternizzarono colla folla, – incidente che fece fremere l'Assemblea quando all'indomani seppe che la truppa aveva patteggiato colla rivolta. «Stiamo forse per diventare i tribuni di un popolo senza freni?» si domandavano quei signori.

Ma la sommossa rumoreggiava nei dintorni di Parigi. A Nangis, il popolo aveva rifiutato di pagare le imposte finchè non fossero state determinate dall'Assemblea, e, siccome il pane scarseggiava (non si vendevano più di due staia di grano per ogni compratore), il mercato era circondato da dragoni. Tuttavia, malgrado la presenza delle truppe, parecchie sommosse scoppiarono a Nangis e in altre piccole località limitrofe. Contese tra la folla e i fornai sorgevano facilmente e allora si portava via tutto il pane senza pagare, dice Young (p. 225). Il 27 giugno, il Mercure de France parla anche di tentativi fatti in diversi luoghi, specialmente a San Quintino, per falciare i raccolti in erba, tanto grande era la carestia.

A Parigi, i patriotti andavano già al 30 giugno a inscriversi per l'insurrezione al caffé del Caveau e all'indomani, quando si seppe che Broglie aveva assunto il comando dell'esercito – la popolazione, dicono i rapporti segreti, diceva e dichiarava ad alta voce dovunque che «se la truppa avesse tirato un sol colpo di fucile, tutto sarebbe stato posto a ferro e a fuoco. Si sono dette molte altre cose ancora più violente... Le persone prudenti non si fanno vedere», aggiunge l'agente.

Al 2 luglio, il furore della popolazione prorompe contro il duca d'Artois e i Polignac. Si parla di ucciderli, di saccheggiare i loro palazzi, d'impadronirsi inoltre di tutti i cannoni che sono dentro Parigi. Gli assembramenti diventano più numerosi e «il furore del popolo è inconcepibile», dicono sempre i rapporti. Nello stesso giorno poco è mancato, dice il libraio Hardy nel suo diario, che partisse «verso le otto di sera una moltitudine di furiosi dal giardino del Palais-Royal», per liberare i deputati del Terzo, ritenuti in pericolo di venir assassinati dai nobili. Già in quel giorno veniva proposto di togliere le armi agli Invalidi.

L'ira contro la Corte aumentava nelle stesse proporzioni del furore cagionato dalla carestia. Al 4, al 6 luglio si temevano saccheggi dei forni; pattuglie di guardie francesi ispezionavano le strade, dice Hardy, e sorvegliavano la distribuzione del pane.

L'8 luglio, un preludio d'insurrezione scoppiava a Parigi stessa, nell'accampamento dei ventimila operai disoccupati, che il governo occupava in lavori di sterro a Montmartre. Due giorni dopo, al 10, il sangue già scorreva e si cominciava a bruciar le barriere. Quella della Chaussée d'Antin veniva incendiata e il popolo ne approfittava per far entrare vino e provvigioni senza pagare dazio.

Forse che Camillo Desmoulins avrebbe lanciato, al 12, il suo grido d'allarme, se non fosse stato sicuro che l'insurrezione era già in Parigi, se non avesse saputo che dodici giorni prima, dietro l'esortazione di Loustalot, il popolo era insorto per un trascurabile incidente e che ormai nei sobborghi, già pronti, si attendeva un segno solo, un'iniziativa qualsiasi per impugnare le armi?

La foga dei principi, sicuri del successo, aveva precipitato il colpo di Stato, preparato per il 16 e il re fu costretto ad agire prima che i rinforzi di truppe fossero giunti a Versaglia23.

Necker fu licenziato all'11. Il duca d'Artois gli mise il pugno sotto al naso, nel momento in cui il ministro si recava nella Sala del Consiglio, e il re, colla sua furberia solita, fingeva di non saper nulla, mentre il licenziamento era già firmato. Necker, senza profferir verbo, si sottomise agli ordini del suo padrone. Non solo, ma ne favorì i piani, partendo per Bruxelles senza sollevare il minimo rumore a Versaglia.

Parigi lo seppe solo all'indomani, domenica 12, verso mezzogiorno. Il licenziamento era preveduto; doveva essere l'inizio del colpo di Stato. La frase del duca di Broglie che, coi suoi trenta mila soldati accumulati fra Parigi e Versaglia, «rispondeva di Parigi», passava di bocca in bocca, e poichè sin dal mattino circolavano voci sinistre a proposito dei massacri tramati dalla Corte, il «tout Paris rivoluzionario» si recò in massa al Palais-Royal. Là giunse la staffetta coll'annuncio dell'esilio di Necker. La Corte s'era dunque decisa ad aprire le ostilità... E allora Camillo Desmoulins, uscendo da uno dei caffè del Palais-Royal, il caffè Foy, con una spada in una mano e una pistola nell'altra, montò su di una sedia e lanciò il suo appello alle armi. Come è noto, egli ruppe un ramo d'albero, ne staccò una foglia verde come coccarda e segno di riconoscimento. Il suo grido: Non c'è un momento da perdere: Armatevi! si diffuse nei sobborghi.

Nel pomeriggio, una processione immensa, coi busti del duca d'Orléans e di Necker (si diceva che anche il duca d'Orléans fosse stato esiliato) velati a gramaglie, traversa il Palais-Royal, infila la via Richelieu, si dirige verso la piazza Luigi XV (oggi della Concordia) occupata dalla truppa: svizzeri, fanteria francese, ussari e dragoni sotto gli ordini del marchese di Besenval. Le truppe sono in breve circondate dal popolo; provano di respingerlo a sciabolate, sparano anche; ma davanti all'innumere moltitudine che le serra, le urta, le cinge e le racchiude rompendo le loro file, le truppe sono costrette a ritirarsi. D'altra parte si viene a sapere che le guardie francesi hanno tirato qualche colpo di fucile sul «Royal-Allemand» – reggimento fedele al re – e che gli svizzeri rifiutano di sparare sul popolo. Allora Besenval, che fra l'altro pareva non riponesse gran fiducia nella Corte, si ritira davanti alla marea montante del popolo e va ad accamparsi al Campo di Marte24.

La lotta è dunque impegnata. Ma quale ne sarà l'esito definitivo, se la truppa rimasta fedele al re, riceve l'ordine di marciare su Parigi? Ecco che i rivoluzionari borghesi si decidono – con repugnanza a ricorrere al mezzo supremo: l'appello al popolo. Le campane suonano a stormo in tutta Parigi e nei sobborghi si lavora a fabbricare le picche25. A poco a poco, gli uomini cominciano a discendere, armati, nella strada. Durante tutta la notte i popolani costringono i passanti a sborsar del denaro per comprar della polvere. Le barriere sono in fiamme. Tutte le barriere della riva sinistra, dal sobborgo Sant'Antonio fino a quello di Sant'Onorato, così come quelle di San Marcello e San Giacomo, vengono incendiate: vino e provvigioni entrano liberamente in Parigi. Le campane suonano tutta la notte e la borghesia trema per le sue proprietà, poichè uomini armati di picche e di bastoni si diffondono in tutti i quartieri, saccheggiano le case di alcuni nemici del popolo, degli incettatori e battono alle porte dei ricchi chiedendo pane ed armi.

All'indomani, 13, il popolo si reca, prima di tutto, laddove c'è del pane, specialmente al monastero di San Lazzaro, che vien assaltato al grido di: Pane! Pane!... Cinquantadue carretti sono caricati di farina e non saccheggiati sul posto, ma trascinati alle Halles (mercati), affinchè il pane serva per tutti. Ed è ancora alle Halles che il popolo di Parigi dirige le provvigioni entrate in città senza pagar dazio26.

Contemporaneamente, il popolo s'impadroniva della prigione della Force, dove venivano rinchiusi i debitori insolvibili, e i detenuti, messi tosto in libertà, traversarono Parigi ringraziando il popolo; ma un ammutinamento dei carcerati allo Châtelet fu domato manifestamente dai borghesi, che si armavano in tutta fretta e lanciavano nelle strade le loro pattuglie. Verso alle sei, le milizie borghesi, già formate, si recavano infatti al Palazzo di Città e alle dieci di sera, dice Chassin, esse cominciavano il servizio.

Taine e consorti, fedeli echi della paura della borghesia, tentano di far credere che, il 13, Parigi «fosse in mano dei briganti». Ma questa affermazione è smentita da tutte le testimonianze dell'epoca. Ci furono, senza dubbio, dei passanti fermati da uomini muniti di picche, che chiedevano del denaro per armarsi; ci furono pure nella notte dal 12 al 13 e in quella dal 13 al 14, degli uomini armati che battevano alle porte dei ricchi e domandavano da mangiare o da bere, oppure armi e denaro; è vero altresì che si ebbero tentativi di saccheggio, poichè testimoni degni di fede parlano di persone giustiziate sommariamente nella notte dal 13 al 1427 per aver compiuto tentativi dei genere, ma Taine anche qui, come altrove, esagera.

Non se n'abbiano a male i repubblicani moderni, ma i rivoluzionari del 1789 fecero appello agli «ausiliari compromettenti» di cui parlava Mirabeau. Andarono a cercarli nei tuguri dei dintorni di Parigi. Ed ebbero perfettamente ragione, poichè questi ausiliari, compresi della gravità della situazione, non impiegarono le loro armi per soddisfare i loro odii personali e per alleviare le loro miserie, ma per servire la causa comune.

È del resto accertato che i casi di saccheggio furono rarissimi. Per contro, lo spirito delle folle armate divenne minaccioso, quando appresero lo scontro avvenuto tra le truppe e i borghesi. Gli uomini colle picche si consideravano evidentemente come difensori della città, sui quali pesava una grave responsabilità. Marmontel, nemico dichiarato della Rivoluzione, rileva nondimeno questo fatto interessante: «I briganti stessi, presi dal terrore (?) comune, non fecero danni. Solo le botteghe degli armaiuoli furono forzate, ma non vi si presero che delle armi», dice il Marmontel nelle sue Mémoires. E quando il popolo condusse in piazza di Grève la vettura del principe di Lambesc per bruciarla, consegnò prima il baule e tutti gli effetti trovati nella vettura al Palazzo di Città. Nel convento dei Lazzaristi, il popolo rifiutò il denaro e non prese che farina, armi e vino, che trasportò in piazza di Grève. Nella sua relazione, l'ambasciatore inglese nota che nulla fu toccato in quel giorno, nè al Tesoro, nè alla Cassa di Sconto.

Ma la paura della borghesia, alla vista di questi uomini e donne stracciati, affamati, armati di randelli e di picche «d'ogni genere»; il terrore inspiratole da questi spettri della fame discesi nelle strade fu tale, che non se ne riebbe mai più. Più tardi, nel 91-92, anche i più acerrimi nemici della monarchia preferivano la reazione, piuttosto che un nuovo appello alla rivoluzione popolare. Avevano ognora presente il ricordo del popolo affamato e armato ch'essi avevano intravvisto il 12, 13 e 14 luglio 1789.

«Armi! Armi!» ecco il grido del popolo non appena ebbe trovato un po' di pane. Armi se ne cercavano ovunque, senza però trovarne, mentre nei sobborghi, con tutto il ferro disponibile, la costruzione delle picche, d'ogni disegno e dimensione, procedeva con febbrile attività.

Intanto la borghesia, senza perder tempo, costituiva la sua autorità: il suo municipio al Palazzo di Città e la sua milizia.

È noto che le elezioni all'Assemblea nazionale avevano avuto luogo a due gradi; ma, fatte le elezioni, gli elettori del Terzo, ai quali s'unirono alcuni elettori della nobiltà e del clero, continuavano a riunirsi al Palazzo di Città – dal 27 giugno in poi, coll'autorizzazione dell'Ufficio della Città e del ministro di Parigi. Ebbene, questi elettori presero l'iniziativa di organizzare la milizia borghese. Al 1° luglio, li abbiam visti tenere la loro seconda seduta.

Il 12, costituirono un Comitato Permanente presieduto dal prevosto dei mercanti, Flesselles, e decisero che ognuno dei sessanta distretti avrebbe scelto duecento cittadini conosciuti e validi a portar le armi per formare un corpo di milizie di 12,000 uomini, coll'incarico di vegliare alla sicurezza pubblica. Questa milizia doveva, nel termine di quattro giorni, essere portata al numero totale di 48,000 uomini, mentre lo stesso Comitato cercava di disarmare il popolo.

Così, dice bene Louis Blanc, la borghesia si regalava una guardia pretoriana di 12,000 uomini. Non importa, se a rischio di subire la Corte, ma si voleva disarmare il popolo.

Invece del «verde» dei primi giorni, questa milizia doveva ora portare la coccarda rosso-bleu, e il Comitato prese delle misure affinchè il popolo – armandosi – non invadesse i ranghi di questa milizia. Ordinò che chiunque portasse armi e coccarda rosso e bleu, senza essere stato registrato in uno dei distretti, venisse consegnato alla giustizia del Comitato. Il comandante generale di questa guardia nazionale fu nominato dal Comitato permanente nella notte dal 13 al 14 luglio un nobile, il duca d'Aumont. Non accettò e allora, al suo posto, un altro nobile, il marchese de la Salle, nominato comandante in secondo, assunse il comando.

Insomma, mentre il popolo fabbricava picche e s'armava, mentre prendeva tutte le misure perchè non si facesse uscire la polvere da Parigi, mentre s'impadroniva delle farine e le faceva portare alle Halles o in piazza di Grève, mentre ergeva al 14 le barricate per impedire l'entrata delle truppe in Parigi, s'impadroniva di armi agl'Invalidi, si dirigeva in massa verso la Bastiglia per forzarla a capitolare – la borghesia attentamente vegliava perchè il potere non le sfuggisse di mano. Essa costituiva la Comune borghese di Parigi, che cercò di ostacolare il movimento popolare e alla testa di questa Comune metteva Flesselles, il prevosto dei mercanti, l'uomo che corrispondeva colla Polignac per impedire la sollevazione di Parigi. Quando al 13 il popolo andò da lui a chieder armi, egli si fece portare delle casse che, invece di fucili, contenevano della vecchia biancheria sudicia e all'indomani impiegò tutta la sua influenza per impedire al popolo di prendere la Bastiglia.

È in tal modo che gli astuti capeggiatori della borghesia cominciavano il sistema di tradimenti che noi vedremo prodursi durante l'intera Rivoluzione.

XII
LA PRESA DELLA BASTIGLIA

Al 14, già dal mattino, l'attenzione dell'insurrezione parigina s'era diretta sulla Bastiglia – su questa tetra fortezza, dalle torri altissime, che ergeva la sua larga e formidabile mole in mezzo alle case di un quartiere popolare, all'entrata del sobborgo Sant'Antonio. Gli storici si domandano ancora chi indirizzò da quella parte l'attenzione del popolo e alcuni hanno preteso che fosse il Comitato permanente del Palazzo di Città, che, volendo dare un obbiettivo all'insurrezione, la lanciò contro quell'emblema della dinastia. Nulla però conferma questa supposizione, mentre parecchi fatti importanti la smentiscono. È piuttosto l'istinto popolare che comprese, già il 12 o il 13, che la Bastiglia doveva avere una parte importante nel piano della Corte inteso a schiacciare l'insurrezione parigina; di qui, la necessità d'impadronirsene.

È noto infatti che all'ovest, la Corte aveva i trentamila uomini di Besenval accampati al Campo di Marte; e all'est, aveva per appoggio le torri della Bastiglia, i cannoni della quale erano puntati sul sobborgo rivoluzionario di Sant'Antonio e sulla sua strada maestra, come pure in direzione dell'altra grande arteria, la via Sant'Antonio, che conduce al Palazzo di Città, al Palais-Royal ed alle Tuileries. L'importanza della Bastiglia era dunque fin troppo evidente e già dal mattino del 14, dicono i Deux Amis de la Liberté, il grido Alla Bastiglia! correva di bocca in bocca, da una all'altra estremità di Parigi28.

È bensì vero che la guarnigione della Bastiglia non contava che 114 uomini, di cui 84 invalidi e 30 svizzeri, e che il governatore nulla aveva fatto per approvvigionarla; ma questo dimostra che la sola possibilità di un attacco serio della fortezza era rigettata come assurda. Tuttavia il popolo sapeva che i cospiratori realisti contavano sulla fortezza e seppe per mezzo degli abitanti del quartiere che nella notte dal 12 al 13 carichi di polvere erano stati trasportati dall'Arsenale alla Bastiglia. Si vide inoltre che il comandante, marchese di Launey, aveva già dal mattino del 14 messo i suoi cannoni in posizione per tirare sul popolo, qualora si fosse diretto in massa verso al Palazzo di Città.

Bisogna aggiungere anche che il popolo aveva sempre odiato le prigioni: Bicêtre, il mastio di Vincennes, la Bastiglia. Durante le sommosse del 1783, allorquando la nobiltà protestò contro le incarcerazioni arbitrarie, il ministro Breteuil si decise ad abolire il mastio di Vincennes; la famosa prigione fu trasformata in un magazzino di granaglie e, per lusingare l'opinione pubblica, Breteuil permise di visitare i terribili trabocchetti. Molto si parlò, dice Droz29, degli orrori che vi si erano veduti e, ben a ragione, si pensò che la Bastiglia doveva essere ancor peggiore.

In ogni caso, è certo che già dal 13 a sera alcuni colpi di fucile furono scambiati fra manipoli di parigini armati che passavano vicino alla fortezza e i difensori della medesima e che al 14, sin dalle prime ore del mattino, le masse, più o meno armate, che avevano percorso Parigi la notte precedente, cominciarono a riversarsi nelle strade conducenti alla Bastiglia. Già durante la notte era corsa la voce che le truppe del re s'avanzavano dalla parte della barriera del Trono, nel sobborgo Sant'Antonio, e le masse si recavano ad est, barricando le vie al nord-est del Palazzo di Città.

Un assalto fortunato al Palazzo degl'Invalidi permise al popolo di armarsi e di procurarsi dei cannoni. Infatti, già alla vigilia, dei borghesi delegati dai loro distretti, s'erano presentati al Palazzo degli Invalidi per domandare delle armi, dicendo che le loro case erano minacciate di saccheggio da parte dei briganti, e il barone di Besenval, comandante le truppe regie a Parigi, che si trovava agli Invalidi, promise di chiederne l'autorizzazione al maresciallo di Broglie. L'autorizzazione non era ancor giunta, quando, il 14, verso le 7 del mattino, mentre gli invalidi, comandati da Sombreuil, erano accanto ai loro cannoni, colla miccia in mano, pronti a far fuoco – una folla di sei a sette mila uomini, al passo di corsa, sbucò improvvisamente dalle tre strade vicine. Traversò, «in men che non si dice», gli uni facendo passare gli altri, il fossato profondo otto piedi e largo dodici, che circondava la spianata del Palazzo degli Invalidi, invase la spianata e s'impadronì di dodici pezzi di cannone (di 24, di 18, di 10) e di un mortaio. Gli invalidi, già imbevuti di «spirito sedizioso», non si difesero, e la folla spargendosi dappertutto penetrò ben presto nei sotterranei e nella chiesa, dove si trovavano nascosti 32,000 fucili e una certa quantità di polvere30. Questi fucili e questi cannoni servirono il giorno stesso nella presa della Bastiglia. Quanto alla polvere, già alla vigilia, il popolo ne aveva fermato trentasei barili che stavano per essere spediti a Rouen; e furono invece trasportati al Palazzo di Città. Durante tutta la notte non si fece che distribuire la polvere al popolo che si armava.

La distribuzione dei fucili trovati agl'Invalidi andava per le lunghe; alle due del pomeriggio non era ancora finita. Ci sarebbe dunque stato il tempo necessario per far venire le truppe e disperdere il popolo, tanto più che reparti di fanteria, cavalleria e anche di artiglieria stazionavano poco lungi, alla Scuola militare e al Campo di Marte. Ma gli ufficiali di queste truppe non avevano alcuna fiducia nei loro soldati e poi anch'essi dovevano essere un po' sgomenti, trovandosi di fronte a questa innumerevole moltitudine di 200,000 individui di ogni età, sesso e condizione, che da due giorni invadevano le strade. Gli abitanti dei sobborghi, armati di qualche fucile, di picche, di martelli, di scuri e anche di semplici randelli, si erano rovesciati nella strada e si affollavano nella piazza Luigi XV (oggi della Concordia), nei dintorni del Palazzo di Città e della Bastiglia e nelle strade intermedie. – La stessa borghesia parigina fu presa dal terrore alla vista di queste masse armate nelle vie.

Avuta notizia che i dintorni della Bastiglia erano stati invasi dalla folla, il Comitato permanente del Palazzo di Città, del quale abbiamo più sopra parlato, mandò, sin dal mattino del 14, degli inviati al governatore della fortezza de Launey, per pregarlo di ritirare i cannoni puntati sulle strade e di non commettere ostilità contro il popolo; di ricambio, il Comitato, usurpando poteri che non aveva, prometteva che il popolo «non avrebbe compiuto nessun atto riprovevole contro la piazza forte». I delegati furono ricevuti assai gentilmente dal governatore e rimasero anzi da lui a pranzo fin verso mezzogiorno. De Launey cercava probabilmente di guadagnar tempo nell'attesa di ordini precisi da Versaglia, ordini che non arrivarono, perchè il popolo li aveva intercettati alla mattina. Come tutti gli altri capi militari, de Launey prevedeva che sarebbe stato assai difficile di resistere al popolo di Parigi disceso in massa nelle strade e temporeggiava. Per il momento fece ritirare indietro i cannoni di quattro passi, e perchè il popolo non li vedesse attraverso le fessure, li fece ricoprire con delle assi di legno.

Verso mezzogiorno il distretto di Saint-Louis-la-Culture mandò in nome suo due delegati a parlare al governatore: uno di loro, l'avvocato Thuriot de la Rosière ottenne dal marchese de Launey la promessa che non avrebbe fatto tirare qualora non fosse stato attaccato. Due nuove deputazioni furono mandate al governatore da parte del Comitato permanente verso all'una e alle tre pomeridiane, ma non vennero ricevute. L'una e l'altra domandavano al governatore di rimettere la fortezza nelle mani di una milizia borghese, che l'avrebbe custodita insieme cogli invalidi e cogli svizzeri.

Fortunatamente, tutti questi compromessi furono sventati dal popolo, che comprese perfettamente essere necessario a qualunque costo impadronirsi della Bastiglia. Padrone dei fucili e dei cannoni degli Invalidi, il suo entusiasmo cresceva sempre. La moltitudine invadeva le vie prossime alla Bastiglia, così come le strade che circondavano la fortezza. Ben presto la battaglia s'impegnò tra gli assalitori e gli invalidi che erano sui bastioni. Mentre il Comitato permanente cercava di frenare l'ardore del popolo e si preparava a far sapere in piazza di Grève che il signor de Launey non avrebbe tirato senza essere attaccato, la massa si spingeva verso l'abborrita prigione al grido di: Vogliamo la Bastiglia! Giù i ponti! Quando il governatore, salito insieme col Thuriot sui muri della Bastiglia, vide l'immensa folla brulicante nel sobborgo Sant'Antonio e nelle vie limitrofe, pocò mancò non cadesse a terra svenuto. Pare anzi ch'egli fosse sul punto di consegnare su due piedi la fortezza al Comitato della milizia, ma gli svizzeri si opposero31.

Di lì a poco, grazie a uno di quegli atti d'audacia che non mancano mai in occasioni simili, caddero abbattuti i primi ponti levatoi di quella parte esterna della Bastiglia che si chiamava l'Avancée. Otto o dieci uomini, aiutati da un giovane alto e robusto, il droghiere Pannetier, profittarono di una casa addossata al muro esterno dell'Avancée per dargli la scalata; allora altri li seguirono montandosi sulle spalle sino a un corpo di guardia situato vicino al piccolo ponte levatoio dell'Avancée e di qui, saltarono nel primo cortile della Bastiglia, propriamente detto il cortile del Governo, nel quale sorgeva la casa del governatore. Questo cortile era vuoto, poichè gli invalidi, dopo la partenza di Thuriot, erano rientrati col de Launey nella fortezza. A colpi di scure, gli otto o dieci uomini discesi in questo cortile abbassarono dapprima il piccolo ponte levatoio dell'Avancée, spezzandone la porta, poi abbassarono il grande, e allora più di 300 uomini si precipitarono nel cortile del Governo, correndo verso gli altri due ponti levatoi, il piccolo e il grande – che servivano a traversare il largo fossato della fortezza. Questi due ponti erano, ben inteso, levati.

Qui avvenne l'incidente che portò al colmo il furore della popolazione parigina e costò in seguito la vita a de Launey. Quando la folla invase il cortile del Governo, i difensori della Bastiglia spararono e ci fu anche un tentativo di rialzare il grande ponte levatoio dell'Avancée per impedire alla folla di uscire dal cortile, ed ivi tenerla prigioniera o massacrarla32. Così, proprio nel momento in cui Thuriot e Corny annunciavano in Piazza di Grève che il governatore aveva promesso di non sparare, il cortile del Governo veniva spazzato dal fuoco di moschetteria dei soldati appostati sui bastioni, e il cannone della Bastiglia lanciava i suoi obici nelle strade vicine. Dopo tutti i colloqui del mattino, questo fuoco aperto sul popolo fu interpretato come un atto di tradimento dalle parte di de Launey, che fu accusato dal popolo di aver fatto discendere i due primi ponti levatoi dell'Avancée, allo scopo di raccogliere la folla sotto al fuoco dei bastioni33.

Poteva essere un'ora. La notizia che i cannoni della Bastiglia tiravano sul popolo si diffuse a Parigi ed ebbe un duplice effetto. Il Comitato permanente della milizia parigina si affrettò a mandare una nuova deputazione al comandante, per domandargli se era disposto a ricevere un distaccamento della milizia, che, d'accordo colla truppa, avrebbe provveduto a difendere la Bastiglia. Ma questa deputazione non giunse dal comandante, poiché un nudrito fuoco di fucileria continuava incessantemente fra gli invalidi e gli assalitori, i quali ultimi, rannicchiati dietro alcuni muri, tiravano soprattutto sui soldati dei cannoni. D'altronde, il popolo comprendeva che le deputazioni del Comitato non facevano che impedire l'assalto: «Gli assalitori non vogliono più deputazioni; essi domandano invece ad alte grida l'assedio della Bastiglia, la distruzione di quell'orribile prigione, la morte del governatore», così dissero, al ritorno, i deputati.

Ciò non impedì al Comitato del Palazzo di Città di mandare una terza deputazione. Ethis de Corny, procuratore del re e della città, e parecchi cittadini furono incaricati di raffreddare lo slancio del popolo, di ostacolare l'assalto e di parlamentare col de Launey, affine di convincerlo a ricevere nella fortezza una milizia del Comitato. Era ormai evidente il proposito d'impedire al popolo la conquista e la demolizione della Bastiglia34.

Quanto al popolo, non appena la notizia delle fucilate si diffuse in città, agì senza ordini di capi, guidato solo dal suo istinto rivoluzionario. Condusse al Palazzo di Città i cannoni che aveva conquistati alla Caserma degli Invalidi e verso alle tre, mentre la deputazione di Corny ritornava a render conto del suo scacco, incontrò circa trecento guardie francesi e una folla di borghesi armati, comandati da un vecchio soldato, Hulin. Marciavano diretti alla Bastiglia, traendo seco cinque cannoni. La fucilata durava già ormai da tre ore. Il popolo non si avviliva pel gran numero dei suoi morti e feriti35 e ricorrendo a diversi strattagemmi continuava l'assedio; così furono condotti due carri di paglia e di letame per innalzare una nuvola di fumo che avrebbe facilitato l'assalto delle due porte d'ingresso (al piccolo e al grande ponte levatoio). Gli edifici del cortile del Governo erano già stati incendiati.

I cannoni arrivavano proprio in buon punto. Furono trascinati nel cortile del Governo e furono collocati di fronte ai ponti levatoi e alle porte, a soli 30 metri di distanza.

È facile immaginare l'effetto che produssero sugli assediati questi cannoni nelle mani del popolo! I ponti sarebbero in breve caduti e le porte sfondate. La folla sempre più minacciosa cresceva ad ogni istante.

Allora i difensori capirono che prolungare la resistenza significava votarsi a un inevitabile massacro. De Launey si decise a capitolare. Gli invalidi, vedendo che non avrebbero potuto sopraffare il popolo di Parigi venuto ad assediarli, consigliavano già da un pezzo la capitolazione. Verso le quattro o fra le quattro e le cinque del pomeriggio, il comandante fece issare la bandiera bianca e battere la ritirata, cioè l'ordine di cessare il fuoco e di discendere dalle torri.

La guarnigione capitolava e chiedeva il diritto di uscire conservando le armi. Può darsi che Hulin ed Elie, che si trovavano in faccia al grande ponte levatoio, abbiano in loro nome accettato tali condizioni, ma il popolo non voleva saperne. Il grido: Giù i ponti! rimbombava con furore. Allora, verso le cinque, il comandante fece passare attraverso una feritoia, vicina al piccolo ponte levatoio, un biglietto concepito nei termini seguenti: «Abbiamo venti mila libbre di polvere; faremo saltare il quartiere e la guarnigione se non accettate la capitolazione.» Dopo questa minaccia vana, perchè la guarnigione non ne avrebbe mai tollerato l'effettuazione, il de Launey stesso diede la chiave per far aprire la porta del piccolo ponte levatoio... Immediatamente, il popolo invase la fortezza, disarmò gli svizzeri e gli invalidi, s'impossessò del de Launey che fu trascinato al Palazzo di Città. Durante il tragitto, la folla, furiosa del tradimento di lui, lo insultava in ogni modo; poco mancò, per ben venti volte che non cadesse ucciso, malgrado gli sforzi eroici di Cholat e di un altro36, che lo proteggevano colle loro persone. Ma a un centinaio di passi dal Palazzo di Città, fu strappato ai suoi protettori e decapitato. De Hue, comandante degli svizzeri, salvò la sua pelle dichiarando ch'egli si arrendeva alla Città, alla Nazione e bevendo alla loro salute; ma tre ufficiali dello stato maggiore della Bastiglia e tre invalidi furono uccisi. Quanto a Flesselles, il prevosto dei mercanti, che era in relazione con Besenval e la Polignac ed aveva – da quanto si può arguire da un brano di una delle sue lettere – molti altri segreti da nascondere, assai compromettenti per la regina, egli era in procinto di essere giustiziato sommariamente dal popolo, quando un ignoto lo uccise con un colpo di pistola. Pensò forse questo ignoto che solo i morti non parlano?

Subito dopo l'abbassamento dei ponti della Bastiglia, la folla, precipitandosi nei cortili, s'era posta a frugare nella fortezza per liberare i prigionieri sepolti nelle sue segrete. Essa si commuoveva e piangeva alla vista di quei fantasmi usciti dalle loro tombe, spaventati dalla luce diffusa e dal suono di tante voci che li acclamavano. Quei martiri del dispotismo regio furono portati in trionfo per le strade di Parigi, e in breve tutta la città delirò d'entusiasmo e di gioia all'udire che la Bastiglia era caduta nelle mani del popolo, e raddoppiò d'ardore per conservare la sua conquista. Il colpo di Stato della Corte era fallito.

Così cominciò la Rivoluzione. Il popolo guadagnava la sua prima vittoria. Gli occorreva una vittoria materiale del genere. Occorreva che la Rivoluzione sostenesse una lotta e ne uscisse trionfante. Era necessario che il popolo provasse la sua forza per imporsi ai suoi nemici, per risvegliare i cuori della Francia, per spingere dovunque alla rivolta, alla conquista della libertà.

XIII
LE CONSEGUENZE DEL 14 LUGLIO A VERSAGLIA

Quando una rivoluzione è cominciata, ogni avvenimento non riassume solamente la tappa percorsa, ma contiene già gli elementi principali di quanto accadrà; di guisa che se i contemporanei potessero liberarsi dalle impressioni momentanee e separare in ciò che vedono l'essenziale dall'accidentale, essi avrebbero potuto, già all'indomani del 14 luglio, prevedere la strada che la Rivoluzione avrebbe percorso.

La Corte, il 13 stesso a sera, non si rendeva ancora conto esatto della portata del movimento parigino.

Quella sera Versaglia era in festa. Si ballava all'Orangerie, si tracannava senza misura per celebrare l'imminente vittoria dell'ordine sui rivoltosi della capitale, e la regina, la sua amica la Polignac e le altre belle della Corte, i principi e le principesse prodigavano le loro carezze nelle caserme ai soldati stranieri per eccitarli alla pugna37. Nella loro folle e terribile leggerezza, in quel mondo d'illusioni e di menzogne convenzionali che costituisce ogni Corte, non si dubitava neppure che fosse troppo tardi ormai per attaccare Parigi e che l'occasione era già mancata. Luigi XVI non era neppur lui meglio informato della regina o dei principi. Quando l'Assemblea, spaventata dalla sollevazione popolare, corse da lui, il 14 a sera, per supplicarlo, con un linguaggio servile, di richiamare i ministri o di far ritirare le truppe, egli rispose con tono da padrone, ancora sicuro della vittoria. Credeva nel piano che gli avevano suggerito – quello cioè di mettere dei capi fedeli alla testa della milizia borghese, con questa raggiungere lo schiacciamento del popolo e limitarsi poi a impartire degli ordini equivoci sul ritiro delle truppe. Questo era il mondo fittizio, di visioni piuttosto che di realtà, nel quale vivevano il re e la Corte e nel quale continuarono a vivere, malgrado i brevi momenti di risveglio, sino al giorno in cui dovettero salire al patibolo...

E come si disegnano già i caratteri! Il re, ipnotizzato dal suo potere assoluto e sempre pronto per ciò a fare il passo che provocherà la catastrofe. Poi, quando questa arriva, egli vi oppone la sua inerzia – null'altro – e finalmente cede, per la forma, proprio quando lo si ritiene più ostinato che mai a resistere. La regina viziosa, cattiva sino nelle più profonde latebre del suo cuore di sovrana assoluta, spinge alla catastrofe, resiste un po' con petulanza agli avvenimenti; poi si rassegna di colpo a cedere, per darsi di nuovo alle sue fanciullaggini di cortigiana. E i principi? Instigatori di tutte le più funeste risoluzioni del re, lo lasciano al primo insuccesso, emigrano, abbandonano la Francia immediatamente dopo la presa della Bastiglia, per andare a tramare le rivincite in Germania e in Italia! Come tutti questi caratteri si delineano rapidamente in pochi giorni, dall'8 al 15 luglio!

Dall'opposta riva, ecco il popolo, col suo slancio, col suo entusiasmo, colla sua generosità, pronto sempre a farsi massacrare per il trionfo della Libertà, ma nello stesso tempo docile a essere condotto, pronto a lasciarsi governare dai nuovi padroni stabilitisi al Palazzo di Città. Il popolo, che pur comprende così bene le insidie della Corte e vede meglio dei più perspicaci dentro il complotto che si macchinava dalla fine di giugno, si lascia prendere nel tempo stesso da un nuovo complotto – quello cioè delle classi abbienti, che faranno, tra poco, rientrare nei loro tuguri gli affamati, gli uomini dalle picche, ai quali i borghesi erano ricorsi per qualche ora, quando si trattava di opporre alla forza dell'esercito la forza dell'insurrezione popolare.

Finalmente, già dai primi giorni, l'esame della condotta della borghesia ci fa vedere di scorcio i grandi drammi futuri della Rivoluzione. Il 14, mentre la dinastia perde gradualmente il suo carattere minaccioso, è il popolo che inspira sempre più paura ai rappresentanti del Terzo, riuniti a Versaglia, e nonostante le veementi parole di Mirabeau, pronunciate a proposito della festa datasi l'antivigilia all'Orangerie, basta che il re si presenti all'Assemblea, riconosca l'autorità dei deputati, prometta loro l'inviolabilità, perchè i deputati stessi scoppino in salve d'applausi, si commuovano, corrano a improvvisargli una guardia d'onore nelle strade, elevino per le vie di Versaglia il grido di Viva il Re! Questo, proprio nel momento in cui il popolo di Parigi veniva, nel nome di quello stesso re, massacrato, e a Versaglia la folla minacciava la regina e la Polignac, nella convinzione che il re avesse ancora una volta giocato d'astuzia.

A Parigi, il popolo non si lasciò convincere dalla promessa del ritiro delle truppe. Non ci credette. Preferì invece organizzarsi in una grande Comune insorta e questa, come un comune del medioevo, prese tutte le necessarie misure di difesa contro il re. Le vie furono ostruite con trincee e barricate, mentre le pattuglie percorrevano la città, pronte a suonare a stormo al minimo allarme.

La visita del re non tranquillizzò soverchiamente il popolo. Il 17, Luigi XVI, vedendosi vinto e abbandonato, decise di recarsi a Parigi, nel Palazzo di Città, per riconciliarsi colla sua capitale, e la borghesia cercò di farne un atto memorabile di riconciliazione fra essa e il re. I rivoluzionari borghesi, dei quali un fortissimo numero appartenevano alla Massoneria, fecero, colle loro spade, l'onore della volta d'acciaio all'arrivo del re, e Bailly, nominato sindaco di Parigi, gli attaccò al cappello la coccarda tricolore. I borghesi parlarono anche d'innalzare sul posto della Bastiglia demolita una statua a Luigi XVI; ma il popolo conservò sempre un atteggiamento riservato e diffidente, che non scomparve neppure dopo la visita del re al Palazzo di Città. Re della borghesia finchè si vorrà, ma non mai re del popolo.

La Corte, del resto, comprese assai bene che dopo l'insurrezione del 14 luglio non si sarebbe più conclusa la pace fra la monarchia e il popolo. La Polignac, malgrado le lacrime di Maria Antonietta, venne fatta partire per la Svizzera, e all'indomani del 14 luglio i principi cominciarono a emigrare. Coloro che erano stati l'anima del colpo di Stato fallito – i principi e i ministri – s'affrettarono ad abbandonare la Francia. Il conte d'Artois fuggì di notte e temeva tanto per la sua pelle, che, dopo aver traversato di nascosto la città, si fece accompagnare per la strada da un reggimento e da due cannoni. Il re prometteva di raggiungere i suoi cari emigrati alla prima occasione propizia e già da quel momento fu progettato un piano, che consisteva nel far fuggire il re all'estero, per richiamarlo poi in Francia alla testa dell'invasione tedesca.

Infatti, il 16 luglio, tutto era pronto per la sua partenza. Il re doveva recarsi a Metz, porvisi a capo delle truppe e marciare su Parigi. Le vetture erano già attaccate, pronte a portare Luigi XVI verso l'esercito concentrato tra la frontiera e Versaglia. Ma Broglie si rifiutò di condurre il re a Metz; i principi avevano troppo fretta di scappare e allora Luigi XVI – come disse egli stesso più tardi – vedendosi abbandonato dai principi e dai nobili, rinunciò al progetto di resistenza armata, suggeritogli forse dalla storia di Carlo I°. Andò invece a Parigi a compiervi l'atto di sottomissione.

Alcuni storici realisti hanno tentato di mettere in dubbio che la Corte avesse preparato un colpo di Stato contro l'Assemblea e contro Parigi. Ma abbondano i documenti per provare invece la realtà del complotto. Mignet, di cui è ben noto lo spirito moderato e che aveva il vantaggio di scrivere subito dopo gli avvenimenti, non manifesta a tal proposito dubbi di sorta, e le ricerche successive hanno confermato il suo modo di vedere. Il 13 luglio, il re doveva ripetere la sua dichiarazione del 23 giugno e l'Assemblea doveva essere sciolta. Erano già stampate quarantamila copie di questa dichiarazione per mandarle in tutta la Francia. Il comandante dell'esercito concentrato tra Versaglia e Parigi aveva ricevuto poteri illimitati per massacrare il popolo e disperdere in caso di resistenza i membri dell'Assemblea.

Senza chiedere un voto all'Assemblea, si erano fabbricati cento milioni di biglietti di Stato, per fronteggiare le spese della Corte. Tutto era preparato, e quando al 12 fu nota l'insurrezione di Parigi, la Corte considerò l'avvenimento come una probabilità maggiore di successo. Più tardi, venendo a sapere che l'insurrezione assumeva proporzioni gigantesche, il re fu ancora in procinto di partire, lasciando ai suoi ministri il compito di far disperdere l'Assemblea dalle truppe straniere. Ecco spiegato il terrore grande che agghiacciò la Corte dopo il 14 luglio, quando si diffuse la notizia della demolizione della Bastiglia e dell'esecuzione di de Launey. Allora i Polignac, i principi e molti altri nobili, che erano stati l'anima del complotto e temevano di esser scoperti, s'affrettarono a varcare le frontiere.

Ma il popolo vigilava. Esso intuiva vagamente quello che gli emigrati andavano a cercare oltre il Reno e i contadini arrestavano i fuggiaschi. Questa sorte toccò, fra gli altri, a Foullon e Bertier.

Abbiamo già parlato della miseria che desolava Parigi e i dintorni e degli incettatori, a cui l'Assemblea si rifiutava di chieder conto dei loro delitti. Fra questi speculatori sulla miseria dei poveri, conosciutissimo era il Foullon, che aveva accumulato una fortuna immensa, come finanziere e come intendente dell'esercito e della marina. Anche il suo odio contro il popolo e la Rivoluzione era ben noto. Broglie aveva tentato di averlo ministro pel colpo di Stato del 16 luglio. L'astuto finanziere aveva rifiutato la carica, di cui forse prevedeva i pericoli, ma non aveva lesinato nel dare consigli. Era di parere che bisognasse liberarsi con un sol colpo di tutti coloro che avevano dell'influenza nel campo rivoluzionario.

Dopo la presa della Bastiglia, quando il Foullon seppe in qual modo era stata trascinata per le vie la testa di de Launey, comprese che non gli restava che seguire i principi ed emigrare; ma poichè la sorveglianza dei distretti rendeva malagevole la fuga, egli profittò della morte di uno dei suoi valletti per farsi creder morto e sepolto, mentre invece vivo, ma tremante, usciva di Parigi e si rifugiava in casa di un amico a Fontainebleau.

Ma qui fu scoperto ed arrestato dai contadini che vendicarono su lui le loro lunghe sofferenze, la loro miseria. Con un fascio di fieno sulle spalle, – allusione al fieno ch'egli aveva promesso di far mangiare ai parigini, – l'ignobile incettatore fu trascinato a Parigi da una moltitudine furiosa. Al Palazzo di Città, Lafayette tentò di salvarlo, ma il popolo esasperato impiccò Foullon a una lanterna.

Il suo genero Bertier, complice nello stesso colpo di Stato e intendente dell'esercito di Broglie, fu arrestato a Compiègne, trascinato a Parigi, dove stava per essere impiccato alla lanterna, quando, avendo tentato di resistere per salvare la pelle, fu ucciso.

Altri complici, che si erano incamminati verso le frontiere, furono arrestati nel nord e nord-est e ricondotti a Parigi.

È facile immaginare il terrore che queste esecuzioni popolari e la vigilanza delle campagne seminarono in seno ai famigliari della Corte. La loro arroganza, i loro fieri propositi di resistenza alla Rivoluzione cadevano spezzati. Di una cosa sola si preoccupavano ormai: farsi dimenticare. Il partito della reazione era disfatto.

XIV
SOLLEVAZIONI POPOLARI

Parigi, sventando i piani della Corte, aveva inferto un colpo mortale all'autorità del re. D'altra parte l'apparizione del popolo stracciato nelle vie, come forza attiva della Rivoluzione, dava un carattere nuovo, una nuova tendenza egualitaria a tutto il movimento. I ricchi, i potenti compresero perfettamente il significato mediato e immediato degli avvenimenti svoltisi a Parigi nelle storiche giornate del luglio e l'emigrazione, prima dei principi, poi dei favoriti, degl'incettatori, accentuava, sigillava la vittoria popolare. La Corte cercava già all'estero l'aiuto contro la Francia rivoluzionaria.

Tuttavia, se la sollevazione non fosse uscita dalle mura della capitale, la Rivoluzione non avrebbe mai potuto svilupparsi sino al punto di abolire interamente gli antichi privilegi. L'insurrezione nel centro, nella capitale era stata necessaria per colpire il governo centrale, scuoterlo, demoralizzarne i difensori. Ma per distruggere la forza del governo nelle provincie, per colpire l'antico regime nelle sue attribuzioni governative e nei suoi privilegi economici, occorreva una larga sollevazione di popolo – nelle città, nei borghi, nei villaggi. Ed è quanto avvenne nel mese di luglio, in quasi tutta la Francia.

Gli storici che tutti, coscientemente o no, hanno seguito assai da vicino i Deux Amis de la liberté, fanno generalmente derivare dalla presa della Bastiglia il movimento delle città e delle campagne. Queste ultime si sarebbero scosse all'annuncio del successo popolare di Parigi. Fatto si è che i castelli furono dati alle fiamme e la sollevazione dei contadini sparse così profondo terrore, che, al 4 agosto, nobili e clero abdicarono i loro diritti feudali.

Tuttavia questa versione non è vera che per metà. Per quanto riguarda le città, è esatto affermare che un gran numero di sollevazioni urbane scoppiarono sotto l'influenza della caduta della Bastiglia. Alcune, come a Troyes il 18 luglio, a Strasburgo il 19, a Cherbourg il 21, a Rouen il 24, a Maubeuge il 27, seguirono immediatamente le sollevazioni di Parigi, mentre le altre continuarono nei successivi tre o quattro mesi, fino a quando l'Assemblea nazionale non ebbe votato la legge municipale del 14 dicembre 1789, che legalizzava la costituzione di un governo municipale della borghesia, con una grande indipendenza di fronte al governo centrale.

Ma per quanto concerne i contadini – risulta evidente che con la lentezza delle comunicazioni in quell'epoca, i venti giorni che passarono fra il 14 luglio e il 4 agosto sono assolutamente insufficenti per spiegare l'influenza della caduta della Bastiglia sulle campagne e il contraccolpo dell'insurrezione dei contadini sulle decisioni dell'Assemblea nazionale. Interpretare in tal guisa gli avvenimenti, significa rimpicciolire la profonda portata del movimento nelle campagne.

Nella sollevazione dei contadini intesa ad ottenere l'abolizione dei diritti feudali e l'appropriazione delle terre comunali, tolte dai signori laici ed ecclesiastici ai comuni rustici già fin dal diciasettesimo secolo, – c'è l'essenza stessa, il fondo della grande Rivoluzione. A questo bisogna aggiungere la lotta della borghesia per i suoi diritti politici. Senza di ciò, la Rivoluzione non avrebbe mai potuto avere la profondità raggiunta in Francia. Questa grande sollevazione delle campagne, che cominciò dal gennaio 1789 (e anzi dal 1788) e durò cinque anni, permise alla Rivoluzione di compiere tutto il suo immenso lavoro di demolizione, di piantare nel tempo istesso le prime fondamenta di un regime egualitario, di sviluppare in Francia lo spirito repubblicano persistito tenace, di proclamare i grandi principii del comunismo agrario, che noi vedremo sorgere nel 1793. Questa sollevazione dà insomma il suo speciale sigillo alla Rivoluzione francese e la distingue profondamente dalla Rivoluzione inglese del 1648-1657.

Anche in Inghilterra la borghesia distrusse nel volgere di nove anni il potere assoluto del re e i privilegi politici della camarilla. Ma ciò che accanto alle conquiste d'ordine politico costituisce il carattere distintivo della Rivoluzione inglese, è la lotta per il diritto di ogni individuo di professare la religione che vuole, d'interpretare la Bibbia secondo la sua concezione personale, d'eleggersi i suoi pastori – insomma il diritto dell'individuo allo sviluppo e alla libertà intellettuale e religiosa. E ancora il diritto d'autonomia di ogni parocchia e – conseguentemente – dell'agglomerazione urbana. Ma i contadini inglesi non si sollevarono così generalmente e pertinacemente come in Francia, per abolire i cànoni feudali e le decime o per riprendere le terre comunali, e se le bande di Cromwell demolirono un certo numero di castelli, che costituivano delle vere fortezze per la feudalità, esse non attaccarono però – disgraziatamente – nè le pretese feudali dei signori sulla terra, nè il diritto di giustizia feudale che i signori esercitavano sui loro vassalli. Per questo la Rivoluzione inglese, che pure conquistò diritti preziosi per l'individuo, non distrusse il potere feudale del signore; non fece che modificarlo, sempre però conservandogli i suoi diritti sulle terre, diritti in vigore tuttora.

La Rivoluzione inglese organizzò senza dubbio il potere politico della borghesia; ma questo potere fu ottenuto dividendolo insieme coll'aristocrazia fondiaria. E se la Rivoluzione aperse per la borghesia inglese un'era di prosperità per il commercio e l'industria, detta prosperità fu ottenuta al patto che la borghesia non avesse attaccato i privilegi fondiari dei nobili. Anzi, l'aiutò ad accrescerli, almeno di valore. Essa aiutò i signori a impadronirsi legalmente delle terre comunali per mezzo del bornage (gli Enclosure Acts), la qual cosa ridusse le popolazioni agricole alla miseria, le mise in balìa del signore, ne forzò gran parte a emigrare verso le città, dove i proletari furono sfruttati a dovere dai borghesi industriali. La borghesia inglese aiutò la nobiltà a fare dei suoi immensi possessi fondiari non solo una sorgente di redditi, spesso favolosi, ma anche un mezzo di dominazione politica e giuridica locale, ristabilendo sotto nuove forme il diritto di giustizia signorile. La borghesia inglese aiutò la nobiltà a decuplare i suoi redditi, lasciandole (per gli effetti di una ingombrante legislazione sulla vendita delle terre) il monopolio della terra, di cui il bisogno si faceva sentire sempre più vivo nel seno di una popolazione che aumentava il suo commercio e la sua industria.

Oggi è noto che la borghesia francese, specie l'alta borghesia industriale e commerciale, voleva imitare la borghesia inglese nella sua rivoluzione. Anch'essa avrebbe volontieri patteggiato colla dinastia e la nobiltà, pur di arrivare al potere. Ma non ci riuscì perchè – fortunatamente – la base della Rivoluzione francese era ben più larga di quella inglese. Il movimento, in Francia, non ebbe solo di mira la conquista della libertà religiosa, commerciale, industriale dell'individuo, oppure solo la conquista dell'autonomia municipale fra le mani dei borghesi. Fu soprattutto una sollevazione di contadini; un movimento di popolo per ritornare in possesso della terra e liberarla dalle obbligazioni feudali che la gravavano, e se in questo movimento c'era un forte elemento individualista – il desiderio di possedere individualmente la terra – ce n'era pure un altro comunista: il diritto di tutta la nazione alla terra, – diritto che noi vedremo altamente proclamato dai poveri nel 1793.

Ecco perchè si rimpicciolirebbe stranamente la portata della sollevazione agraria dell'estate 1789, volendo interpretarla come un episodio di breve durata, provocato dall'entusiasmo per la demolizione della Bastiglia.

XV
LE CITTÀ

Al diciottesimo secolo, dopo tutte le misure che l'autorità monarchica aveva prese da duecent'anni contro le istituzioni municipali, queste erano in piena decadenza. Da quando era abolita l'assemblea plenaria degli abitanti della città, che possedeva un tempo il controllo della giustizia e dell'amministrazione urbana, gli affari delle grandi città andavano di male in peggio. Le cariche di «consiglieri di città», istituite nel diciottesimo secolo, dovevano essere comperate al Municipio e spesso il mandato acquistato era vitalizio (Babeau, La ville sous l'ancien régime, p. 153 e seguenti) Le riunioni dei Consigli si facevano di rado – una volta ogni sei mesi in certe città – e non eran neppure frequentate regolarmente. Il cancelliere mandava avanti tutta la macchina e non trascurava generalmente di farsi lautamente pagare dagli interessati. I procuratori e gli avvocati, e più ancora l'intendente della provincia, intervenivano continuamente per prevenire qualsiasi autonomia municipale.

In tali condizioni, gli affari della città si concentravano nelle mani di cinque o sei famiglie, che facevano alto e basso su tutti i cespiti d'entrata. Tutto giovava ad arricchirle: i redditi patrimoniali, che alcune città avevano conservato, l'entrata sul dazio, il commercio della città, le imposte. Inoltre i sindaci trafficavano granaglie e carni e diventavano in breve incettatori. Generalmente, essi erano odiati dalla popolazione operaia. La servilità dei sindaci, dei consiglieri, degli scabini verso il «Signor Intendente» era tale, che il minimo capriccio di costui veniva obbedito. E le sovvenzioni della città per alloggiare l'intendente, per aumentare i suoi stipendi, per fargli dei regali, per tenergli i figli al fonte battesimale, ecc., aumentavano sempre – senza contare i regali che ogni anno bisognava mandare a diversi personaggi di Parigi.

Nelle città, come nelle campagne, vigevano i diritti feudali. Erano annessi alle proprietà. Il vescovo rimaneva signore feudale, e i signori, laici od ecclesiastici – come ad esempio i cinquanta canonici di Brioude – conservavano non solo dei diritti onorifici, o il diritto d'intervento nella nomina degli scabini, ma anche, in certe città, il diritto di giustizia. Ad Angers, c'eran sedici giustizie signorili. Digione, oltre la giustizia municipale, aveva conservato sei giustizie ecclesiastiche: «il vescovado, il capitolo, i religiosi di San Benigno, la Santa Cappella, la Certosa e la commenda della Maddalena». Tutta questa gente ingrassava in mezzo a un popolo semi-affamato. Troyes aveva nove di queste giustizie, oltre a «due municipalità regie». Così la polizia non sempre apparteneva alla città, ma a coloro che esercitavano «la giustizia». Insomma, il sistema feudale era sempre in vigore38.

Ma la collera dei cittadini era particolarmente eccitata dal fatto, che ogni genere di imposte feudali, la capitazione, i ventesimi, frequentemente la taglia e «i doni gratuiti» (imposti nel 1758 e aboliti solo nel 1789), come pure i lods et ventes, cioè le tasse prelevate dai signori in caso di compra o vendita fatta dai loro vassalli, – pesavano sulle case dei cittadini e soprattutto su quelle degli artigiani. Forse meno gravi che nelle campagne, esse pesavano tuttavia assai sensibilmente a lato di tutte le altre imposte urbane.

Da ultimo, ciò che rendeva ancor più detestabili queste imposte, era l'esenzione reclamata da centinaia di privilegiati, quando la città ne faceva la ripartizione. Il clero, i nobili, gli ufficiali dell'esercito, ne erano esenti per diritto, così come gli «ufficiali di casa reale», scudieri onorari e altri, che comperavano queste «cariche» senza servizi, tanto per lusingare il loro orgoglio e liberarsi dalle imposte. L'indicazione del titolo, messa sulla porta, bastava per non pagar nulla alla città. Si comprende facilmente l'odio che questi privilegiati inspiravano al popolo.

Tutto il regime municipale doveva essere riorganizzato. Ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe durato, se la cura di riformarlo fosse stata lasciata all'Assemblea costituente. Per fortuna il popolo stesso se ne incaricò, tanto più che nel corso dell'estate del 1789, una nuova causa di malcontento s'aggiunse a tutte le altre che abbiamo enumerate, e cioè la carestia, i prezzi esorbitanti del pane e la mancanza del pane, di cui soffrivano le classi povere in quasi tutte le città. Anche là dove la municipalità faceva tutto il possibile per abbassare il prezzo con acquisti di granaglie, o con una tassa regolatrice dei prezzi, – il pane mancava sempre e il popolo affamato faceva la coda davanti alle porte dei fornai.

Ma in parecchie città il sindaco e gli scabini imitavano la Corte e i principi e speculavano, anch'essi, sulla carestia. Per questo, non appena si diffuse in provincia la notizia della presa della Bastiglia e dell'esecuzione di Foullon e Bertier, il popolo delle città cominciò a sollevarsi. Esigeva anzitutto una tassa sul pane e la carne; demoliva le case dei principali incettatori – spesso degli ufficiali municipali; s'impadroniva del Palazzo di Città e nominava – con elezioni a suffragio popolare – una nuova municipalità, senza badare alle prescrizioni della legge, nè ai diritti legali dell'antico corpo municipale o alle «cariche» comperate dai «consiglieri». Si produceva in tal guisa un movimento rivoluzionario del più gran valore, poichè la città affermava non solo la sua autonomia, ma anche la sua volontà di prendere una parte attiva al governo generale della nazione. Come l'ha notato molto bene Aulard39, era quello un movimento comunalista della più grande importanza, col quale la provincia imitava Parigi che, come si è detto, aveva costituita la Comune il 13 luglio. Evidentemente, questo moto non si generalizzò. Si produsse con qualche fragore in un certo numero di città e di piccole città – soprattutto nell'est della Francia. Ma dovunque la vecchia municipalità dell'antico regime dovette sottomettersi alla volontà del popolo, o, almeno, alla volontà delle assemblee locali d'elettori. È così che si compiè dapprima nel fatto – in luglio e in agosto – quella rivoluzione comunalista che l'Assemblea costituente legalizzò più tardi colle leggi municipali del 14 dicembre 1789 e del 21 giugno 1790. Questo movimento diede per certo alla Rivoluzione un possente elemento di vita e di vigore. Tutta la forza della Rivoluzione si concentrò – e noi lo vedremo nel 1792 e nel 1793 – nelle municipalità delle città e dei villaggi, per le quali fu prototipo la Comune rivoluzionaria di Parigi.

Il segnale di questa ricostruzione partì da Parigi senza aspettare la legge municipale, che l'Assemblea avrebbe finito col votare. Parigi diede a sè stessa la Comune. Nominò il suo Consiglio municipale, il suo sindaco Bailly e il suo comandante della guardia nazionale, Lafayette. Meglio ancora: Parigi organizzò i suoi sessanta distretti – «sessanta repubbliche», secondo la felice espressione di Montjoie ; poichè se questi distretti hanno delegato l'autorità all'assemblea dei rappresentanti della Comune e al sindaco, essi l'hanno nello stesso tempo rivendicata per sè: «L'autorità è dovunque», diceva Bailly, e non ce n'è affatto al centro. «Ogni distretto è un potere indipendente», constatano con dispiacere gli amici dell'allineamento, senza capire che solo in questo modo si fanno le rivoluzioni.

E quando mai l'Assemblea nazionale, che era sempre in procinto di essere disciolta ed aveva tante cose da fare, quando avrebbe potuto affrontare la discussione della legge sulla riorganizzazione dei tribunali? Non vi riuscì che dopo trascorsi ben diciotto mesi. Ma il distretto dei «Petits-Augustins», già dal 18 luglio, «decreta da solo», dice Bailly, nelle sue Mémoires, che saranno «istituiti dei giudici di pace». Senza por tempo in mezzo, procede alla loro elezione. Altri distretti e altre città (specialmente Strasburgo) fanno lo stesso, e quando verrà la notte del 4 agosto e i signori saranno costretti ad abdicare i loro diritti di giustizia signorile, quest'abolizione sarà già un fatto compiuto in parecchie città: il popolo avrà già nominato i nuovi giudici e l'Assemblea costituente non dovrà che inscrivere nella Costituzione del 1791 il fatto compiuto.

Taine e tutti gli ammiratori dell'ordine amministrativo dei ministeri sonnolenti sono scandalizzati, non v'è dubbio, dallo spettacolo di questi distretti che precorrono coi loro voti l'Assemblea, indicandole, colle loro decisioni, la volontà del popolo; ma gli è in questo modo che si sviluppano le istituzioni umane, quando non sono un prodotto della burocrazia. È in tal guisa che sono state edificate le grandi città, e non diversamente si costruiscono ancora. Qui, un gruppo di case e alcune botteghe al fianco: sarà questo un punto importante della futura città; là, una linea che si profila appena: sarà una delle grandi vie future. L'evoluzione anarchica sola è quella che si vede nella libera Natura. Lo stesso accade delle istituzioni quando sono un prodotto organico della vita, e l'immensa importanza delle rivoluzioni nella vita delle società sta appunto in ciò ch'esse permettono agli uomini di applicarsi a questo lavoro organico, costruttivo, senza essere ostacolati nella loro opera da un'autorità che di necessità rappresenta sempre i secoli passati.

Gettiamo dunque un colpo d'occhio su qualcuna di queste rivoluzioni comunali.

Nel 1789, le notizie si diffondevano con una lentezza che ci sembra inconcepibile oggi. Così, a Château-Thierry il 12 luglio, a Besançon il 27, Arturo Young non trovava neppure un caffè, neppure un giornale. Le notizie di cui si parlava erano vecchie di quindici giorni. Nessuno sapeva niente a Digione, nove giorni dopo la grande insurrezione di Strasburgo e la presa del Palazzo di Città da parte degli insorti. Ma le notizie che venivano da Parigi, anche quando assumevano un carattere leggendario, non potevano che spingere il popolo all'insurrezione. Tutti i deputati, si diceva, erano stati incarcerati alla Bastiglia; e quanto alle «atrocità» che Maria Antonietta avrebbe compiute, tutti ne parlavano colla più grande certezza.

A Strasburgo, i torbidi cominciarono al 19 luglio, non appena si diffuse in città la notizia della presa della Bastiglia e dell'esecuzione di de Launey. Il popolo era già irritato contro il Magistrato (consiglio municipale) a cagione del ritardo ch'egli aveva frapposto prima di comunicare ai «rappresentanti del popolo», cioè agli elettori, i risultati delle sue deliberazioni sul quaderno di reclami redatto dai poveri. Allora la folla si rovescia sulla casa del sindaco, Lemp, e la devasta.

Mediante l'organo della sua «Assemblea della borghesia», il popolo domandava (cito testualmente) delle misure «per assicurare l'eguaglianza politica dei cittadini e la loro influenza nelle elezioni degli amministratori del bene comune e dei suoi giudici liberamente eleggibili.»40 Esigeva che non si tenesse conto della legge, e che una nuova municipalità, come pure nuovi giudici, venissero eletti col suffragio universale. Il Magistrato, ossia il governo municipale, dal canto suo, non lo voleva affatto e «opponeva la consuetudine di parecchi secoli al cambiamento proposto». E allora il popolo assediò il Palazzo di Città e una grandine di pietre cominciò a piovere sulla sala dove avevano luogo le trattative fra il Magistrato e i rappresentanti rivoluzionari. Il Magistrato cedette.

Nel frattempo, vedendo i miserabili discendere nella strada, la borghesia agiata s'armava contro il popolo e si presentava dal comandante della provincia, il conte Rochambeau, «per ottenere il suo beneplacito onde la buona borghesia sia armata e unita colle truppe per il servizio di polizia», – permesso che lo stato maggiore della truppa, imbevuto d'idee aristocratiche, s'affrettò di rifiutare, come aveva fatto de Launey alla Bastiglia.

All'indomani, essendo corsa in città la voce che il Magistrato aveva revocate le sue concessioni, il popolo ritornò all'assalto del Palazzo di Città, domandando l'abolizione dei dazi e degli uffici delle gabelle. Dal momento che lo si era ottenuto a Parigi, lo si poteva ottenere anche a Strasburgo. Verso le sei, masse «d'operai armati di scuri e di martelli» s'avanzarono per tre strade verso il Palazzo di Città. Ne sfondarono le porte colle scuri, apersero i locali sotterranei e si posero a distruggere con accanimento tutte le vecchie carte accumulate negli uffici. «Un furore barbaro s'è sfogato sulle carte sono state gettate tutte dalle finestre» e distrutte, scrive il nuovo Magistrato. Le porte doppie di tutti gli archivi furono sfondate per bruciare i vecchi documenti e nell'odio che nutriva contro al Magistrato, il popolo spezzava perfino i mobili del Palazzo di Città e li gettava fuori. La camera della cancelleria, «il deposito delle masse in litigio» ebbero la stessa sorte. All'ufficio di riscossione delle gabelle, le porte furono sfondate e saccheggiato l'incasso. La truppa chiamata dinnanzi al Palazzo di Città non poteva far nulla: il popolo faceva ciò che voleva.

Il Magistrato, preso dal terrore, s'affrettò a diminuire il prezzo della carne e del pane: mise a dodici soldi la micca di sei libbre41. Poi iniziò amichevoli trattative colle venti «tribù», o ghilde, delle città per elaborare una nuova costituzione municipale. Bisognava spicciarsi, poichè le sommosse continuavano a Strasburgo e nelle podesterie vicine, dove il popolo destituiva i prevosti «stabiliti» dai comuni e ne nominava altri di sua volontà, formulando al tempo istesso «delle domande sulle foreste e altri diritti, in opposizione diretta a un possesso legittimamente acquistato. È un momento in cui ognuno si crede in facoltà di procurarsi la restituzione di pretesi diritti», dice il Magistrato nella lettera del 5 agosto.

In tal frangente, l'11 agosto, arriva a Strasburgo la notizia della notte del 4 agosto, all'Assemblea, e la sommossa prende un carattere più minaccioso in quanto che l'esercito pure fraternizza cogli insorti. Allora l'antico Magistrato si decide a rassegnare i suoi poteri (Reuss, L'Alsace, p. 147). All'indomani, il 12 agosto, i trecento scabini deponevano alla loro volta le «cariche», o piuttosto i loro privilegi.

E i nuovi scabini nominavano a loro volta i giudici. Così si costituiva, il 14 agosto, un nuovo Magistrato, un Senato interinale, che doveva dirigere gli affari della città, sino a quando l'Assemblea di Versaglia non avesse stabilito una nuova costituzione municipale. Senza aspettare questa costituzione, Strasburgo aveva deciso del Comune e dei giudici a suo piacimento.

L'antico regime crollava dunque a Strasburgo, e il 17 agosto, Dietrich felicitava i nuovi scabini nei termini seguenti:

«Signori, la rivoluzione testè compiuta nella nostra città segnerà l'epoca del ritorno della fiducia che deve unire i cittadini di uno stesso comune... Questa augusta assemblea ha ricevuto il voto libero dei suoi concittadini per essere il loro rappresentante... Il primo impiego che avete fatto dei vostri poteri è stato quello di nominare i vostri giudici... Qual forza scaturirà da questa unione!» E Dietrich proponeva di stabilire che ogni anno fosse festeggiato nella città di Strasburgo il 14 agosto, giorno della rivoluzione.

Fatto importante da segnalare in questa rivoluzione. La borghesia di Strasburgo s'era affrancata dal regime feudale ed aveva eletto un governo municipale, democratico. Ma essa non intendeva affatto di rinunciare ai diritti feudali (patrimoniali), che le spettavano su certe campagne nei dintorni. Allorquando all'Assemblea nazionale, nella notte del 4 agosto, i due deputati di Strasburgo furono sollecitati dai loro colleghi di rinunciare ai loro diritti, si rifiutarono di farlo.

E quando, più tardi, uno di questi deputati (Schwendt) insistè presso i borghesi di Strasburgo, pregandoli di non opporsi alla corrente della Rivoluzione, i suoi mandanti continuarono egualmente a reclamare il mantenimento dei loro diritti feudali. Si vede in tal guisa formarsi a Strasburgo, sin dall' 89, un partito che si unirà col re – «il migliore dei re», «il più conciliante dei monarchi» – nell'intento di conservare ì diritti su «le ricche signorie», che sotto il diritto feudale appartenevano alla città. La lettera (pubblicata da Reuss) colla quale l'altro deputato di Strasburgo, Türckheim, dopo essere scappato da Versaglia il 5 ottobre, rassegnò le sue dimissioni, è un documento – sotto tale aspetto – della più alta importanza. Si prevede già come e perchè la Gironda riunirà sotto la sua bandiera borghese i «difensori della proprietà» e, al tempo istesso, i realisti.

Gli avvenimenti di Strasburgo offrono un'idea abbastanza chiara di quanto accadeva in altre grandi città. Così a Troyes, città per la quale abbiamo pure dei documenti abbastanza completi, il movimento è composto degli stessi elementi. Il popolo, aiutato dai contadini vicini, si solleva sin dal 18 luglio – non appena si viene a sapere che a Parigi sono stati incendiati i dazi. Il 20 luglio, dei contadini, armati di forche, di falci e di spranghe, entrano in città, probabilmente per impossessarsi del grano che manca, perchè è accumulato dagli incettatori nei loro magazzini. Ma la borghesia si costituisce in guardia nazionale e respinge i contadini – ch'essa chiama di già «briganti». Durante i dieci o quindici giorni che seguono, approfittando del panico che si diffonde (si parla di 500 «briganti» usciti da Parigi per devastare tutto), la borghesia organizza la sua guardia nazionale e tutte le piccole città s'armano egualmente. Ma allora il popolo è malcontento. L'8 agosto, probabilmente alla notizia della notte del 4 agosto, il popolo domanda delle armi per tutti i volontari e una tassa pel pane. La Municipalità esita. Allora, il 19 agosto, la si destituisce e si elegge, come a Strasburgo una nuova Municipalità.

Il popolo invade il Palazzo di Città, s'impadronisce delle armi e se le divide. Forza il granaio della gabella, ma anche qui non lo saccheggia: «si fa consegnare il sale a sei soldi». Finalmente, il 9 settembre, la sommossa, che non era mai cessata dal 19 agosto, raggiunge il suo punto culminante. La folla s'impadronisce del sindaco Huez, che accusa di aver preso la difesa dei commercianti incettatori e lo uccide. Pone a sacco la sua casa, al pari di quelle di un notaio, del vecchio comandante Saint-Georges che, quindici giorni prima, aveva fatto tirare sul popolo, del luogotenente della gendarmeria che aveva fatto impiccare un uomo durante una precedente sommossa e minaccia (come lo si era fatto a Parigi dopo il 14 luglio) di saccheggiare ancora moltissime altre case. Dopo questi avvenimenti, per quindici giorni, il terrore domina l'alta borghesia. Ma questa nel frattempo riesce ad organizzare la guardia nazionale, e il 26 settembre finisce col prendere il sopravvento sul popolo disarmato.

In generale, pare che il furore del popolo si dirigesse tanto contro i rappresentanti borghesi che incettavano le derrate, quanto contro i signori che accaparravano le terre. Così, ad Amiens, come a Troyes, poco mancò che il popolo non uccidesse tre negozianti, per cui la borghesia s'affrettò ad armare la sua milizia. Si può anzi affermare che questa creazione di milizie nelle città – che avvenne dovunque in agosto e settembre – non ci sarebbe forse stata, se la sollevazione popolare si fosse limitata alle campagne e fosse stata diretta solo contro i signori. Minacciata dal popolo nella sua fortuna, la borghesia senza aspettare le decisioni dell'Assemblea, costituì, a simiglianza dei Trecento di Parigi, le sue municipalità, nelle quali, per forza, fu costretta ad ammettere dei rappresentanti del popolo insorto.

A Cherbourg il 21 luglio, a Rouen il 24, e in molte altre città di minore importanza, accadono le stesse cose. Il popolo affamato si solleva al grido di: Pane! Morte agli incettatori! Abbasso i dazi! (il che significa: libera entrata delle provvigioni provenienti dalla campagna). Costringe la municipalità a ribassare il prezzo del pane, oppure s'impadronisce dei magazzini degli incettatori e ne porta via il grano saccheggia le case di coloro che sono conosciuti per aver speculato sui prezzi delle derrate. La borghesia profitta di questo movimento per abbattere l'antico governo municipale, imbevuto di feudalismo, e per nominare una nuova municipalità, eletta sopra una base democratica. Nello stesso tempo, servendosi del panico suscitato dalla sollevazione del «basso popolo» nelle città e dei «briganti» nelle campagne, la borghesia si arma e organizza la sua guardia municipale. Dopo ciò, essa «ristabilisce l'ordine», giustizia i sobillatori popolari e assai spesso va a ristabilir l'ordine nelle campagne, dov'essa dà battaglie ai contadini e fa impiccare – sempre impiccare – i «sobillatori» dei contadini insorti.

Dopo la notte del 4 agosto, queste insurrezioni urbane si diffondono ancor più. Scoppiano un po' dovunque. Tasse, dazi, sussidi, gabelle non sono più pagati. I ricevitori della taglia sono in una situazione disperata, dice Necker nel suo rapporto del 7 agosto. È stato necessario ridurre di metà il prezzo del sale in due generalità insorte; la riscossione delle gabelle non si fa più e così via. «Un'infinità di luoghi» sono in rivolta contro il fisco. Il popolo non vuol più pagare l'imposta indiretta; quanto alle imposte dirette, esse non sono rifiutate – anzi; ma sotto condizione. In Alsazia, per esempio, «il popolo si è generalmente rifiutato di pagare checchessia, prima che non siano inscritti nei ruoli delle tasse gli esentati e i privilegiati».

È così che il popolo, ben prima dell'Assemblea, fa la rivoluzione sui luoghi, si dà rivoluzionariamente una nuova amministrazione comunale, distingue fra le imposte che accetta e quelle che rifiuta di pagare e detta il modo di ripartizione egualitaria di quelle che pagherà allo Stato o al Comune.

È soprattutto studiando questo modo d'agire del popolo e non ingolfandosi nello studio dell'opera legislativa dell'Assemblea, che si afferra il genio della grande Rivoluzione – il genio, in fondo, di tutte le rivoluzioni passate e future.

XVI
LA SOLLEVAZIONE DEI CONTADINI

Abbiam già detto che sin dall'inverno 1788 e soprattutto dal marzo 1789 il popolo non pagava più i cànoni ai signori. Che fosse stato incoraggiato all'uopo da rivoluzionari borghesi, è verissimo: tra la borghesia del 1789 c'erano molti uomini che comprendevano essere impossibile la demolizione del potere assoluto senza una sollevazione popolare. Che le discussioni delle Assemblee dei Notabili, nelle quali si parlò dell'abolizione dei diritti feudali, abbiano incoraggiato la sommossa e che la redazione, nelle parocchie, dei quaderni (che dovevano servire di guida pei rappresentanti alle prime elezioni) abbia fomentato il movimento – ciò si comprende. Le rivoluzioni non sono mai un risultato della disperazione, come pensano spesso i giovani rivoluzionari, i quali generalmente credono che dall'eccesso del male possa uscire il bene. Al contrario, il popolo, nel 1789, aveva intravveduto un'alba di liberazione prossima e per questo insorgeva con maggior entusiasmo e più coraggio. Ma non basta sperare, occorre agire; bisogna pagare colla vita le prime rivolte che preparano le rivoluzioni ed è quanto il popolo fece.

I contadini si ribellano già, sebbene allora la sommossa fosse punita con la gogna, con la tortura, con la impiccagione. Sin dal novembre 1788, gli intendenti scrivevano al ministro che non sarebbe stato più possibile, anche volendolo, di reprimere tutte le rivolte. Prese ad una ad una, la loro importanza non era grande; ma tutte insieme minavano nelle sue fondamenta lo Stato.

Nel gennaio 1789, si scrivevano i quaderni delle lagnanze e si facevano le elezioni – e d'allora i contadini cominciarono a rifiutare le corvées al signore e allo Stato. Si formarono tra di loro associazioni segrete e qua e là accadeva che qualche signore fosse giustiziato dai Jacques. Qui, i ricevitori delle imposte venivan ricevuti a bastonate; altrove, s'invadevano e si lavoravano le terre dei signori.

Di mese in mese queste rivolte si moltiplicavano. Nel mese di marzo tutto l'Est della Francia è già in rivolta. Certo, il movimento non era nè continuo, nè generale. Una sollevazione agraria non lo è mai. È inoltre assai probabile – come accade sempre nelle insurrezioni dei contadini – che ci sia stato un momento di sosta nelle sommosse all'epoca dei lavori nei campi, in aprile, e poi all'inizio dei raccolti. Ma non appena furono terminati i primi raccolti, nelle seconda metà del luglio 1789 e in agosto, le sollevazioni ripresero nuova forza, specie nell'est, nord-est, sud-est di Francia.

I documenti precisi concernenti queste sollevazioni ci mancano. Quelli pubblicati sono molto incompleti e la maggior parte di essi porta le traccie dello spirito di parte. Se ci rivolgiamo al Moniteur, che, come si sa, iniziò le sue pubblicazioni solo il 24 novembre 1789, per cui i 93 numeri dall'8 maggio al 23 novembre 1789 sono stati fabbricati più tardi nell'anno IV42, troviamo una tendenza a dimostrare che tutto il movimento fu l'opera dei nemici della Rivoluzione, gente senza cuore che profittava dell'ignoranza dei campagnuoli. Altri giungono a dire che sono stati i nobili, i signori, forse gli stessi inglesi, i sobillatori dei contadini. Quanto ai documenti, pubblicati nel gennaio 1790 dal Comitato delle ricerche, tendono soprattutto a rappresentare tutto l'affare come un malinteso, come una impresa di briganti devastatori delle campagne, sterminati di poi dalla borghesia che aveva impugnato le armi.

Si capisce oggi quanto sia falsa questa maniera di presentare gli avvenimenti, ed è certo che se qualcuno si prenderà un giorno la briga di spogliare gli archivi e di studiare a fondo i documenti che vi si trovano, potrà fare opera di grande valore: opera tanto più necessaria in quanto che le sollevazioni dei contadini continuarono sino all'abolizione dei diritti feudali, decretata dalla Convenzione nel mese d'agosto del 1793, sino a quando i comuni non ebbero ottenuto il diritto di riprendere le terre comunali, che erano state rapite loro nei due secoli precedenti. Per il momento, non essendo fatto questo lavoro negli archivi, noi dobbiamo contentarci di spigolare nelle storie locali, in certe Memorie e da qualche autore – spiegandoci tuttavia la sollevazione dell'89 con la luce che su quella prima esplosione gettano i movimenti – meglio conosciuti – degli anni che seguono.

È certo che la carestia fu una delle prime ragioni dei torbidi. Ma il loro motivo principale era l'abolizione dei cànoni feudali, consegnati nei catasti, come pure delle decime, e il desiderio di impadronirsi della terra.

Queste sommosse presentano inoltre un segno caratteristico. Restano isolate nel centro della Francia, nel Mezzogiorno e nell'Ovest, salvo la Brettagna. Ma sono generali nell'Est, Nord-Est e Sud-Est, e soprattutto nel Delfinato, nella Franca Contea, nel Mâconnais. Nella Franca Contea quasi tutti i castelli vennero bruciati, dice Doniol (La Révolution française et la féodalité, pag. 48); tre castelli su cinque furono saccheggiati nel Delfinato. Poi vengono l'Alsazia, il Nivernese, il Beaujolais, la Borgogna, l'Alvernia. In generale, come l'ho già fatto notare altrove, se si tracciano sopra una carta le località dove si produssero le sollevazioni, questa carta offrirà una rassomiglianza straordinaria colle carte dei «trecentosessantatrè», pubblicate nel 1877, dopo le elezioni che affermarono la terza repubblica. Fu la parte orientale delle Francia che sposò soprattutto la causa della Rivoluzione e questa stessa parte è pure la più progredita ai giorni nostri.

Doniol ha molto giustamente osservato che l'origine di queste sollevazioni era già nei quaderni che furono scritti prima delle elezioni del 1789. Dal momento che i contadini erano stati invitati a manifestare i loro lagni, essi ritenevano per certo che qualcosa si sarebbe fatto per loro. La fede che il re, al quale essi avevano indirizzato le loro suppliche, o l'Assemblea, o qualunque altra forza verrebbe in loro aiuto, o almeno li lascerebbe fare s'essi si fossero per proprio conto ingegnati – è quanto spinse i contadini ad insorgere, non appena furono fatte le elezioni e prima ancora che si riunisse l'Assemblea. Allorquando si riunirono gli Stati generali, i rumori che venivano da Parigi, per quanto fossero vaghi, fecero necessariamente credere ai contadini che il momento era venuto per esigere l'abolizione dei diritti feudali e riprendere le terre.

Colle notizie inquietanti che venivano da Parigi e dalle città insorte bastava, per sollevare i contadini, il minimo appoggio ch'essi trovavano, sia fra i rivoluzionari, sia fra gli orleanisti, sia fra non importa quali agitatori. Che in tal frangente si profittasse del nome del re o dell'Assemblea è certo: moltissimi documenti parlano di falsi decreti del re o dell'Assemblea diffusi nei villaggi. In tutte le loro sollevazioni in Francia, in Russia, in Germania, i contadini hanno sempre cercato di decidere gli indecisi – dirò di più – di persuadere sè stessi che c'era qualche forza pronta a sostenerli. Questo dava più omogeneità all'azione e poi, in caso di sconfitte e persecuzioni, rimaneva sempre una certa scusante. Si era creduto, e la maggioranza lo aveva sinceramente creduto, di obbedire ai desideri, se non proprio agli ordini, del re o dell'Assemblea. Così, non appena nell'estate dell'89 furono condotti a termine i primi raccolti, non appena fu possibile di levarsi la fame – dietro ai rumori che da Versaglia e da Parigi venivano a suscitar le speranze, i contadini insorsero. Marciarono contro i castelli per distruggervi gli archivi, i ruoli, i titoli, e incendiavano i castelli stessi qualora i padroni non rinunciassero ai diritti feudali consegnati negli archivi, nei ruoli, e il resto.

Nei dintorni di Vesoul e di Belfort, la guerra ai castelli incominciò sin dal 16 luglio, data nella quale il castello di Sancy e poi quelli di Lure, di Bithaine e di Molans furono saccheggiati. In breve tutta la Lorena si sollevò. «I contadini, persuasi che la rivoluzione stava per instaurare l'eguaglianza delle fortune e delle condizioni, si sono soprattutto diretti contro i signori», dice il Courrier Français (p. 242 e seguenti). A Saarlouis, a Forbach, a Sarreguemines, a Phalsbourg, a Thionville, gli agenti di campagna furono cacciati e i loro uffici vennero saccheggiati e incendiati. Il sale si vendeva tre soldi la libbra. I villaggi dei dintorni seguivano le città.

In Alsazia, la sollevazione dei contadini fu quasi generale. Si constatò che in otto giorni, alla fine di luglio, tre abbazie vennero distrutte, undici castelli saccheggiati, altri devastati, e che i contadini avevano asportato e distrutto tutti i registri catastali. Eguale sorte toccò ai registri delle imposte feudali, delle corvées e dei cànoni d'ogni specie. In certe località si formarono delle colonne mobili di contadini, forti di parecchie centinaia e qualche volta di parecchie migliaia d'uomini venuti dai villaggi limitrofi; si portavano contro i castelli più forti, li assediavano, s'impadronivano di tutte le cartaccie e ne facevano dei fuochi di gioia. Le abbazie venivano devastate e saccheggiate alla stessa stregua delle case dei ricchi negozianti nelle città. Tutto fu distrutto all'abbazia di Murbach, che probabilmente aveva tentato di resistere43.

Nella Franca Contea i primi assembramenti si verificarono a Lons-le-Saunier, già il 19 luglio, allorquando si conobbero i preparativi del colpo di Stato e il licenziamento di Necker; ma si ignorava ancora la presa della Bastiglia, dice Sommier.44 Si produssero ben presto dei tumulti, e la borghesia nello stesso giorno armò la sua milizia (con la coccarda tricolore), per resistere «alle incursioni dei briganti che infestano il reame» (p. 24-25). Di lì a poco incominciò la sollevazione nei villaggi. I contadini si dividevano i prati e i boschi dei signori. In alcuni luoghi, forzavano i signori a rinunciare ai loro diritti sulle terre che altra volta avevano appartenuto ai comuni. Altrove, senz'altra forma di procedimento, rientravano in possesso delle foreste, un tempo comunali. Tutti i titoli che l'Abbazia dei Bernardini possedeva nei comuni limitrofi le furono tolti (Edouard Clerc, Essai sur l'histoire de la Franche-Comté, 2a edizione, Besançon, 1870). A Castres le rivolte cominciarono dopo il 4 agosto. Un diritto di coupe era prelevato in natura – un tanto per sestiere – in questa città su tutti i grani di provenienza straniera alla provincia. Si trattava di un diritto feudale che il re affidava a dei privati. Così non appena si seppero a Castres, il 15, le notizie della notte del 4 agosto, il popolo insorse reclamando l'abolizione di quel diritto, e immediatamente la borghesia, che sin dal 5 aveva costituito la sua guardia nazionale forte di 600 uomini, si mise a ristabilir «l'ordine». Ma nelle campagne l'insurrezione passava da villaggio a villaggio e i castelli di Gaix, di Montlédier, la certosa di Faix, l'abbazia di Vielmur, ecc., vennero saccheggiati e gli archivi distrutti45.

Nell'Alvernia, i contadini presero molte precauzioni per mettere il diritto dalla loro parte, e allorquando si recavano al castello per bruciarvi gli archivi, non negligevano di dire al signore ch'essi lo facevano per ordine del re46. Ma nelle provincie dell'Est non si trattenevano dal dichiarare apertamente che il tempo era venuto in cui il Terzo Stato non permetterebbe più ai nobili e ai religiosi di dominare. Il potere di queste due classi aveva durato troppo tempo ed era venuto il momento di abdicare. Per un gran numero di signori decaduti, impoveriti, residenti in campagna e forse amati nei dintorni, i contadini insorti ebbero molti riguardi personali. Non fecero loro alcun male; non toccarono la loro piccola proprietà personale; ma per i catasti e i titoli di proprietà feudale, essi furono implacabili. Li bruciavano dopo aver costretto il signore a giurare di abbandonare i suoi diritti.

Come la borghesia delle città, che sapeva perfettamente ciò che voleva e ciò che aspettava dalla Rivoluzione, i contadini, essi pure, sapevano benissimo ciò che volevano: le terre tolte ai comuni dovevano essere loro restituite e dovevano ad un tempo scomparire tutti i cànoni nati dal feudalismo. L'idea che tutti i ricchi debbano scomparire spuntava forse già allora; ma per il momento la Jacquerie si limitava alle cose e se ci furono dei signori maltrattati, i casi non frequenti erano provocati dalle accuse di incetta e di speculazione sulla carestia. Se venivano consegnati i catasti e se la rinuncia era fatta, tutto procedeva all'amichevole: si bruciavano i catasti; si piantava «un Maggio» nel villaggio, si appendevano ai suoi rami gli emblemi feudali47 e si ballava in circolo attorno all'albero. Ma se, caso diverso, c'era stato della resistenza, se il signore o il suo intendente avevano chiamato la gendarmeria a cavallo, se c'era stato uno scambio di colpi di fucile – allora tutto veniva saccheggiato al castello e spesso vi veniva appiccato il fuoco. Così trenta furono i castelli saccheggiati o incendiati nel Delfinato; settantadue nel Mâconnais e nel Beaujolais; nove solamente in Alvernia, e dodici monasteri e cinque castelli nel Viennese. Notiamo di sfuggita che i contadini non facevano distinzioni in fatto di opinioni politiche. Essi assalirono tanto i castelli dei «patriotti» come quelli degli «aristocratici».

Cosa fece la borghesia di fronte a queste sommosse?

Nell'Assemblea c'era forse un certo numero di uomini, i quali comprendevano che la sollevazione dei contadini rappresentava in quel momento una forza rivoluzionaria, ma la massa dei borghesi di provincia non ci vide che un pericolo contro al quale bisognava armarsi. «La grande paura», come venne allora chiamata, dominò veramente un buon numero di città nella plaga delle sollevazioni. A Troyes, per esempio, dei campagnuoli armati di falci e di spranghe erano penetrati in città e avrebbero probabilmente saccheggiate le case degli incettatori, quando la borghesia – «tutto ciò che di onesto c'è nella borghesia» (Moniteur, I, 378) s'armò contro «i briganti» e li respinse. Lo stesso accadde in molte altre città. Il panico invadeva i borghesi. Si aspettavano «i briganti». Se n'erano visti «sei mila», pronti a tutto saccheggiare, e la borghesia s'impadroniva delle armi ch'essa trovava al Palazzo di Città o dagli armaiuoli e organizzava la sua guardia nazionale per paura che i poveri delle città, fraternizzando coi «briganti», non attaccassero poi i ricchi.

A Péronne, capitale della Piccardia, gli abitanti erano insorti nella seconda metà di luglio. Incendiarono le barriere, gettarono nel fiume gli ufficiali della dogana, s'impadronirono degli incassi negli uffici dello Stato e liberarono tutti i detenuti delle prigioni. Tutto ciò avvenne prima del 28 luglio. Nelle notte del 28 luglio, scriveva il sindaco di Péronne, all'arrivo delle notizie di Parigi, lo Hainault, la Fiandra e tutta la Piccardia hanno preso le armi; le campane suonavano a stormo in tutte le città e villaggi. Trecentomila uomini di pattuglie borghesi vegliavano in permanenza – e tutto ciò per ricevere due mila «briganti» che, si diceva, percorressero i villaggi, bruciando i raccolti. In fondo, come qualcuno lo ha detto egregiamente ad Arturo Young, tutti questi «briganti» non erano che contadini onesti, i quali, dopo essersi infatti sollevati e armati di forche, di bastoni, di falci, costringevano i signori ad abdicare ai loro diritti feudali e fermavano i passeggeri domandando loro se fossero «per la nazione?» Il sindaco di Péronne l'ha giustamente detto: «Noi vogliamo essere nel terrore. Grazie ai sinistri rumori, noi possiamo tenere in piedi un esercito di tre milioni di borghesi e di contadini in tutta la Francia.»

Adrien Duport, membro assai conosciuto dell'Assemblea e del Club Bretone, si vantava anzi di aver armato in tal guisa i borghesi in un gran numero di città. Egli aveva due o tre agenti, «uomini risoluti, ma oscuri», che evitavano le città, ma, giunti in un villaggio, annunciavano che «i briganti stavano per venire». Ne venivano, dicevano questi emissari, cinquecento, mille, tremila, bruciando i raccolti nei dintorni allo scopo di affamare il popolo... Allora si suonava a stormo. I contadini s'armavano. E il rumore cresceva a mano a mano che in tutti i villaggi si suonavano a stormo le campane; i briganti erano già aumentati a sei mila quando il rumore sinistro giungeva a una grande città. Erano stati visti a una lega di distanza, in una foresta – e il popolo e soprattutto la borghesia s'armavano e mandavano le loro pattuglie nella foresta... per non scoprirvi nulla. Ma si era armati e attenti al re! Quand'egli nel 1791 tenterà fuggire, troverà a sbarrargli il cammino le armate dei contadini.

Si comprende il terrore che queste sollevazioni seminavano in tutta la Francia; si comprende l'impressione che produssero a Versaglia, e fu sotto l'impero di questo terrore che l'Assemblea nazionale si riunì, la sera del 4 agosto, per discutere le misure da prendersi per soffocare la Jacquerie.

XVII
LA NOTTE DEL 4 AGOSTO E LE SUE CONSEGUENZE

La notte del 4 agosto è una delle grandi date della Rivoluzione. Come il 14 luglio e il 5 ottobre 1789, il 21 giugno 1791, il 10 agosto 1792 e il 31 maggio 1793, essa segna una delle grandi tappe del movimento rivoluzionario e ne determina il carattere per il periodo successivo.

La leggenda storica s'è applicata con amore ad abbellire questa notte, e la maggior parte degli storici, copiando il racconto che di essa han dato alcuni contemporanei, la rappresentano come una notte piena d'entusiasmo e di sacra abnegazione.

«Con la presa della Bastiglia – ci dicono questi storici – la Rivoluzione aveva guadagnato la sua prima vittoria. La notizia si diffonde in provincia e dovunque suscita analoghi commovimenti. Penetra nei villaggi e dietro instigazione di gente d'ogni bassa specie, i contadini attaccano i loro signori, bruciano i castelli. Allora, il clero e la nobiltà, presi da uno slancio patriottico, vedendo che nulla avevano ancora fatto per i contadini, abdicano in quella notte memorabile i loro diritti feudali. I nobili, il clero, i più poveri parroci e i più ricchi signori feudali, le città, le provincie, tutti rinunciano sull'altare della patria ai loro secolari privilegi. L'entusiasmo s'impadronisce dell'Assemblea, tutti s'affrettano a compiere il loro sacrificio. «La seduta era una festa sacra, la tribuna un altare, la sala delle decisioni un tempio», – dice uno degli storici, quasi sempre abbastanza calmo. «Fu una notte di San Bartolomeo delle proprietà», dicono gli altri. «E quando le prime luci del giorno spuntarono all'indomani – l'antico regime feudale non esisteva più. La Francia era un paese rigenerato, poichè aveva compiuto un auto-da-fè di tutti gli abusi delle sue classi privilegiate.»

Ebbene! tutto ciò è leggenda. È vero che un profondo entusiasmo s'impadronì dell'Assemblea quando due nobili, il visconte di Noailles e il duca d'Aiguillon, sorsero a chiedere l'abolizione dei diritti feudali, così come dei diversi privilegi dei nobili, e due vescovi (quelli di Nancy e di Chartres) parlarono per chiedere l'abolizione delle decime. È vero che l'entusiasmo andò crescendo da tutte le parti e che si videro i nobili e il clero contendersi la tribuna – durante quella seduta notturna – per abdicare alle loro giustizie signorili; si udì chiedere da parte dei privilegiati la giustizia libera, gratuita, eguale per tutti; si videro signori laici ed ecclesiastici rinunciare ai loro diritti di caccia... L'entusiasmo s'impadronì dell'Assemblea... E in mezzo a questo entusiasmo non si notò neppure la clausola del riscatto dei diritti feudali e delle decime, che i due nobili e i due vescovi avevano introdotto nei loro discorsi: clausola terribile – nella sua stessa imprecisione – poich'essa poteva significare tutto o nulla – e sospese intanto, come vedremo, l'abolizione dei diritti feudali per quattro anni, sino all'agosto del 1793. Ma chi di noi, leggendo il bel racconto che di quella notte ci han tramandato i contemporanei – chi di noi non si è sentito entusiasmare? E chi non è sorvolato, senza comprenderne la terribile portata, su quelle traditrici parole di «riscatto au denier 30», cioè pagando trenta volte il cànone dovuto in quell'epoca. È quanto accadde pure in Francia nel 1789.

Anzitutto, la seduta della sera del 4 agosto non cominciò coll'entusiasmo, ma col panico. Noi abbiamo visto che durante gli ultimi quindici giorni moltissimi castelli erano stati incendiati e saccheggiati. Cominciata nell'Est, la sollevazione dei contadini si diffondeva verso il Sud, il Nord, il Centro; minacciava di generalizzarsi. In certe località, i contadini erano stati feroci verso i loro padroni e le notizie che giungevano dalla provincia esageravano gli avvenimenti. I nobili constatavano con terrore, che non c'era, sul posto, nessuna forza capace di mettere un freno alle sommosse.

E la seduta s'aperse colla lettura di un progetto di dichiarazione contro le sollevazioni. L'Assemblea era invitata a pronunciare un biasimo energico contro i sobillatori e ad ingiungere altamente il rispetto delle fortune feudali o no – qualunque ne fosse l'origine – nell'attesa che l'Assemblea legiferasse in merito.

«Sembra che le proprietà di qualunque natura siano la preda del più colpevole brigantaggio», dice il Comitato dei rapporti. «In ogni luogo vengono incendiati i castelli, i conventi sono distrutti, i poderi abbandonati al saccheggio. Le imposte, i cànoni signorili, tutto è distrutto. Le leggi sono senza forza, i magistrati senza autorità...» E il rapporto domanda che l'Assemblea biasimi altamente i torbidi e dichiari «che le leggi antiche (le leggi feudali) sussistono sino a quando la volontà della nazione non le abbia modificate o abrogate; che tutti i cànoni e le prestazioni solite devono pagarsi come per il passato, sino a quando l'Assemblea non ordini diversamente».

«Non sono i briganti che fanno ciò!» esclama il duca d'Aiguillon; «in parecchie provincie il popolo intiero forma una lega per distruggere i castelli, devastare le terre e per impadronirsi soprattutto degli archivi dove sono depositati i titoli delle proprietà feudali.» Qui, non è certo l'entusiasmo che parla, ma piuttosto la paura48.

L'Assemblea stava quindi per pregare il re di prendere delle misure feroci contro i contadini insorti. Se n'era già parlato alla vigilia, il 3 agosto. Ma da qualche giorno, un certo numero di nobili, un po' più spinti nelle loro idee del resto della loro classe e che vedevano più chiaro negli avvenimenti, – il visconte di Noailles, il duca de La Rochefoucauld, Alessandro de Lameth e alcuni altri – si concertavano già segretamente sul contegno da tenere di fronte alla Jacquerie, Essi avevano compreso che l'unico mezzo per salvare i diritti feudali era quello di sacrificare i diritti onorari e le prerogative inutili e di domandare dai contadini il riscatto dei cànoni feudali annessi alla terra e aventi un valore reale. Incaricarono il duca d'Aiguillon di sviluppare queste idee. Ed è quanto venne fatto da lui e dal visconte di Noailles.

Dall'inizio della Rivoluzione, i contadini avevano chiesta l'abolizione dei diritti feudali49. Adesso, dicevano i due portavoce della nobiltà liberale, le campagne, malcontente pel fatto che nulla in tre mesi s'era fatto per loro, s'erano ribellate; non conoscevano più freni e in questo momento bisognava scegliere «fra la distruzione della società e certe concessioni». Il visconte di Noailles così formulava queste concessioni: eguaglianza di tutti gli individui di fronte all'imposta, pagata in proporzione dei redditi; tutte le spese pubbliche sopportate da tutti; «tutti i diritti feudali riscattati dalle comunità» (rurali) secondo la media del ricavato annuale e, da ultimo, «l'abolizione senza riscatto delle corvées signorili, delle manomorte e di altre servitù personali50»

Bisogna anche dire che da qualche tempo le servitù personali non erano più pagate dai contadini. Ci sono in proposito delle testimonianze assai precise degli intendenti. Dopo la rivolta di luglio, era evidente che non sarebbero state in nessun modo pagate più, vi avessero o no rinunciato i signori.

Ebbene! Queste concessioni, proposte dal visconte di Noailles, furono ancora falcidiate e dai nobili e dai borghesi, fra cui molti possedevano delle proprietà fondiarie con annessi titoli feudali. Il duca d'Aiguillon scelto dai nobili predetti per loro portavoce, seguì il de Noailles alla tribuna e parlò con simpatia dei contadini, scusando la loro insurrezione, ma perchè? Per dire che «il residuo barbaro delle leggi feudali che vigono in Francia, sono, non è possibile dissimularselo, una proprietà, ed ogni proprietà è sacra. L'equità, diceva, proibisce di esigere l'abbandono di qualsiasi proprietà senza accordare una giusta indennità al proprietario.» Per ciò il duca d'Aiguillon mitigava la frase di de Noailles concernente le imposte, dicendo che tutti i cittadini dovevano sopportarle «in ragione delle loro facoltà». E quanto ai diritti feudali, egli domandava che tutti questi diritti – tanto i personali quanto gli altri – fossero riscattati dai vassalli «s'essi lo desiderano», col rimborso au denier 30, e cioè di trenta volte il cànone pagato in quell'epoca. Ciò significava rendere illusorio il riscatto, poichè, per le rendite fondiarie, è già gravissimo al 25, e nel commercio una rendita fondiaria si stima sempre al 20 od anche al 17.

Questi due discorsi vennero accolti con entusiasmo dai signori del Terzo e sono giunti alla posterità come atti d'abnegazione sublime da parte della nobiltà, mentre in realtà l'Assemblea nazionale, che seguì il programma tracciato dal duca d'Aiguillon, creò per ciò stesso le condizioni delle lotte terribili che insanguinarono più tardi la Rivoluzione. I pochi contadini che si trovavano nell'Assemblea non apersero bocca per dimostrare lo scarso valore delle «rinuncie» dei nobili; e la massa dei deputati del Terzo, in grande maggioranza cittadini, non aveva che un'idea assai vaga sull'insieme dei diritti feudali, come pure sulla profondità della sollevazione rurale. Per loro, rinunciare ai diritti feudali, anche colla condizione del riscatto, significava fare già un sublime sacrificio alla Rivoluzione.

Le Guen du Kérangall, deputato bretone, «vestito da contadino», pronunciò allora belle e commoventi parole. Queste parole, col loro accenno alle «infami pergamene» che contenevano le obbligazioni delle servitù personali, superstiti del servaggio, fecero e fanno ancora vibrare i cuori. Ma anche lui, al pari di tutti gli altri, non contestò il riscatto di tutti i diritti feudali, non escluse quelle stesse servitù «infami» imposte «in tempi d'ignoranza e di tenebre», del quale egli denunciava con tanta eloquenza l'ingiustizia.

È certo che lo spettacolo offerto dall'Assemblea in quella notte del 4 agosto, dovette essere bello, poichè si videro dei rappresentanti della nobiltà e del clero rinunciare ai privilegi di cui avevan goduto, senza contestazioni, per tanti secoli. Il gesto, le parole erano magnifiche, quando i nobili si alzarono per rinunciare ai loro privilegi in materia d'imposte, i preti per rinunciare alle decime, i più poveri parroci per abbandonare il casuale, i grandi signori le loro giustizie signorili, rinunciando poi tutti insieme al diritto di caccia, col chiedere la soppressione dei colombai, di cui tanto si dolevano i contadini. Era bello altresì vedere provincie intiere rinunciare ai privilegi, che creavano loro una posizione eccezionale nel reame. I pays d'Etat (paesi di Stato) furono così soppressi e i privilegi delle città, fra le quali certune possedevano dei diritti feudali sulle campagne vicine, furono pure aboliti. I rappresentanti del Delfinato – dove, come abbiam visto, la sollevazione fu più diffusa e forte  avendo aperta la via per l'abolizione di queste distinzioni provinciali, gli altri li imitarono.

Tutti i testimoni di questa memorabile seduta ne danno una descrizione entusiasta. Quando la nobiltà ha accettato in massima il riscatto dei diritti feudali, è il clero che deve pronunciarsi. E il clero accetta intieramente il riscatto delle feudalità ecclesiastiche, a condizione però che il prezzo del riscatto non crei delle fortune personali in seno al clero, ma che tutto venga impiegato in opere di pubblica utilità. Un vescovo parla dei danni fatti nei campi dei contadini dalle mute di cani dei signori e domanda l'abolizione del diritto di caccia – e immediatamente la nobiltà dà la sua adesione con un grido possente e appassionato. L'entusiasmo è al colmo, e quando l'Assemblea si scioglie alle due del mattino, ognuno sente che le basi di una nuova società son poste.

Lungi da noi l'idea di diminuire la portata di quella notte. Occorrono entusiasmi di questo genere per affrettare gli avvenimenti. Ne occorreranno ancora per la Rivoluzione sociale. Poichè, in tempo di rivoluzione, è necessario provocare l'entusiasmo, pronunciare quelle parole che fanno vibrare i cuori. Il solo fatto che la nobiltà, il clero e ogni specie di privilegiati venivano a riconoscere, durante quella seduta notturna, i progressi della Rivoluzione; ch'essi decidevano di sottomettervisi invece d'armarsi contro – solo questo fatto fu già una conquista dello spirito umano. Lo fu tanto più in quanto chè la rinuncia ebbe luogo con entusiasmo. Alla luce, è vero, dei castelli che bruciavano; ma, quante volte, luci simili non hanno fatto che spingere i privilegiati alla resistenza ostinata, all'odio, al massacro! Nella notte del 4 agosto – queste luci lontane inspiravano altre parole – parole di simpatia per gli insorti – e altri atti: atti di pacificazione.

Gli è che dal 14 luglio lo spirito della Rivoluzione – risultato di tutto il fermento che si produceva in Francia – dominava tutto ciò che viveva e sentiva, e questo spirito, prodotto di milioni di volontà, dava quell'inspirazione che ci manca nei tempi ordinari.

Ma dopo aver segnalato i begli effetti dell'entusiasmo che una rivoluzione sola poteva inspirare, lo storico deve inoltre gettare uno sguardo calmo e dire sin dove giunse l'entusiasmo, e quale limite non osò oltrepassare, segnalare ciò che diede al popolo e ciò che rifiutò di accordargli.

Un segno generale basterà per indicare questo limite. L'Assemblea non fece che sanzionare in principio e generalizzare ciò che il popolo aveva già da solo compiuto in certe località. Non andò oltre.

Ricordiamo ciò che il popolo aveva già fatto a Strasburgo e in molte altre città. Egli aveva sottoposto, noi l'abbiamo visto, tutti i cittadini, nobili e borghesi, all'imposta e proclamato l'imposta sul reddito: l'Assemblea accettò questo in massima. Esso aveva abolito tutte le cariche onorifiche – e i nobili vi rinunciarono il 4 agosto: accettavano l'atto rivoluzionario. Il popolo aveva del pari abolito le giustizie signorili e nominato da sè i suoi giudici elettivi: l'Assemblea accettò a sua volta. Finalmente, il popolo aveva abolito i privilegi delle città e le barriere provinciali – era cosa fatta nell'Est – ed ora l'Assemblea generalizzò in principio il fatto già compiuto in una parte del reame.

Per le campagne, il clero ammise in massima che la decima fosse riscattata; ma in quanti luoghi il popolo aveva già completamente cessato di pagarla! E quando l'Assemblea esigerà fra poco ch'esso la paghi fino al 1791, bisognerà ricorrere alla minaccia delle pene capitali per costringere i contadini ad obbedire. Rallegriamoci, senza dubbio, di vedere che il clero si sia sottomesso – mediante riscatto – all'abolizione delle decime; ma diciamo altresì che il clero avrebbe molto meglio fatto non insistendo sul riscatto. Quante lotte, quanto odio, quanto sangue avrebbe risparmiato se avesse rinunciato alle decime e si fosse fidato per vivere alla nazione o meglio ancora ai suoi parrocchiani! E quanto ai diritti feudali – quante lotte sarebbero state evitate se l'Assemblea, invece d'accettare la mozione del duca d'Aiguillon, avesse adottato dall'agosto del 1789, quella di de Noailles, modestissima in fondo: l'abolizione senza riscatto dei cànoni personali e il riscatto solo per le rendite annesse alla terra! Quanto sangue fu necessario spargere durante tre anni per arrivare, nel 1792, a quest'ultima misura! Senza contare le lotte accanite che fu necessario di sostenere per arrivare nel 1793 all'abolizione completa dei diritti feudali.

Ma facciamo anche noi, pel momento, come gli uomini del 1789. Dopo quella seduta, la gioia fu generale. Tutti si felicitavano di quella Notte di San Bartolomeo degli abusi feudali. E questo ci prova quanto sia necessario, durante una rivoluzione, di riconoscere, di proclamare, almeno, un nuovo principio. Dei corrieri partiti da Parigi portavano, infatti, in tutti gli angoli della Francia la grande notizia: «Tutti i diritti feudali sono aboliti!» Poichè fu in questo senso che le decisioni dell'Assemblea furono comprese dal popolo e in tal senso venne redatto l'articolo primo del decreto del 5 agosto! Tutti i diritti feudali sono aboliti! Non più decime! Non più censi! non più laudemi, non più diritti di vendita, di champart51; non più corvées, non più taglia! Non più diritto di caccia! Abbasso i colombai! la selvaggina è di tutti. Insomma, non più nobili, non più privilegiati di nessun genere: tutti eguali davanti al giudice eletto da tutti.

E in questo senso che fu compresa in provincia la notte del 4 agosto; e ben prima che i decreti del 5 e dell'11 agosto fossero stati redatti dall'Assemblea e che fosse stata tracciata la linea di demarcazione fra ciò che occorreva riscattare e ciò che scompariva subito, ben prima che questi atti e queste rinuncie fossero stati formulati in articoli di legge, i corrieri apportavano già la buona notizia al contadino. Ormai, lo si fucili o no, egli non vorrà più pagar nulla.

L'insurrezione rurale prende allora nuovo vigore. Si diffonde nelle provincie, come la Brettagna, che sino allora erano rimaste tranquille. E se i proprietari reclamano il pagamento di non importa qual cànone, i contadini s'impadroniscono dei loro castelli e bruciano tutti gli archivi e tutti i catasti. Essi non vogliono più sottomettersi ai decreti dell'agosto e distinguere fra diritti riscattabili e diritti aboliti, dice Du Châtellier52. Dovunque, in tutta la Francia, i colombai e la selvaggina sono distrutti. Finalmente, i villaggi poterono sfamarsi. Si prese possesso delle terre, un tempo comunali, accaparrate dai signori.

Fu allora che nell'Est della Francia si produsse quel fenomeno che dominerà la Rivoluzione durante i due anni seguenti: la borghesia interviene contro i contadini. Gli storici liberali non ne parlano, ma si tratta di un fenomeno della maggiore importanza, che bisogna rilevare.

Noi abbiamo visto che la sollevazione dei contadini aveva raggiunto la sua più grande forza nel Delfinato e, in generale, nell'Est. I ricchi, i signori fuggivano e Necker si doleva di aver dovuto rilasciare in quindici giorni 6000 passaporti agli abitanti più facoltosi. La Svizzera ne era inondata.

Ma la media borghesia rimase, si armò, organizzò le sue milizie e l'Assemblea nazionale votò ben presto (il 10 agosto) una misura draconiana contro i contadini insorti53. Col pretesto che l'insurrezione era l'opera di briganti, essa autorizzò le municipalità a impiegare le truppe, a disarmare tutti gli uomini senza professione e senza domicilio, a disperdere le bande e a far d'esse giustizia sommaria. La borghesia del Delfinato approfittò largamente di questi diritti. Quando una banda di contadini insorti attraversava la Borgogna, bruciandone i castelli, i borghesi delle città e dei villaggi l'attaccavano. Una di queste bande, dicono i Deux amis de la Liberté, fu battuta a Cormatin il 27 luglio, ci furono 20 morti e 60 prigionieri. A Cluny, ci furono 100 morti e 160 prigionieri. La municipalità di Mâcon fece una guerra regolare ai contadini che rifiutavano di pagare la decima e ne impiccò venti. Dodici contadini furono impiccati a Douai; a Lione, la borghesia, combattendo i contadini, ne uccise 80 e fece 60 prigionieri. Il grande prevosto del Delfinato, poi, percorreva tutto il paese e impiccava i contadini insorti (Buchez et Roux, II, 244). «In Rouergue, la città di Milhaud faceva appello alle città vicine invitandole ad armarsi contro i briganti e coloro che rifiutano di pagare le tasse.» (Courrier Parisien, seduta del 19 agosto 1789, p. 172954).

Insomma, risulta da questi fatti dei quali potrei aumentare facilmente la lista, che laddove la sollevazione dei contadini fu più violenta, la borghesia cercò di schiacciarla e forse avrebbe contribuito possentemente a farlo, se le notizie venute da Parigi dopo la notte del 4 agosto non avessero ridato vigore all'insurrezione.

A quanto pare la sollevazione dei contadini non rallentò che in settembre e ottobre, forse a cagione dell'aratura; ma nel gennaio del 1790, noi sappiamo dal rapporto del Comitato feudale, che la Jacquerie aveva ricominciato di bel nuovo, probabilmente in causa dei pagamenti reclamati. I contadini non volevano sottomettersi alla distinzione fatta dall'Assemblea fra diritti annessi alla terra e servitù personali, e insorgevano per non pagar nulla, assolutamente.

Ritornerò in uno dei prossimi capitoli su questo importantissimo argomento.

XVIII
I DIRITTI FEUDALI RIMANGONO

Allorquando l'Assemblea si riunì il 5 agosto, per redigere sotto forma di decreti le abdicazioni che erano state fatte durante la notte storica del Quattro, si potè vedere sino a qual punto la dominava lo spirito proprietario e come avrebbe difeso a uno a uno i vantaggi pecuniari annessi a quegli stessi privilegi feudali, a cui essa aveva rinunciato poche ore prima.

C'erano ancora in Francia, sotto al nome di manomorte, di banalità, ecc., dei residui dell'antica servitù. C'erano genti di manomorta nella Franca Contea, nel Nivernese, nel Borbonese. Erano servi nello stretto senso della parola; non potevano vendere i loro beni, nè trasmetterli per successione, salvo a quei figli che vivevano con loro. Restavano così, essi e i loro discendenti, attaccati alla gleba. Quanti fossero, non si sa di preciso, ma si crede che la cifra di trecento mila persone di manomorta data da Boncerf, sia la più probabile (Sagnac, La législation civile de la Révolution française, p. 59, 60.)

A lato di questa gente di manomorta, c'era un fortissimo numero di contadini e anche di cittadini liberi, ancora astretti ad onta di ciò ad obblighi personali, sia verso gli ex-signori, sia verso i signori delle terre ch'essi avevano riscattate o tenevano in enfiteusi55.

Si ritiene che in generale i privilegiati – nobili e clero – possedessero, in ogni villaggio, la metà delle terre; ed oltre a queste loro proprietà conservavano ancora diversi diritti feudali sulle terre possedute dai contadini. I piccoli proprietari sono già numerosi in Francia, a quest'epoca, ci dicono coloro che hanno studiato questa questione; ma ce ne sono pochi, aggiunge Sagnac, che «posseggono beni allodiali, che non debbano almeno un censo o un altro diritto, segno distintivo della signoria». Quasi tutte le terre pagano qualche cosa sia in denaro, sia in una frazione di raccolti a un signore qualsiasi.

Questi obblighi erano diversissimi, ma si dividevano in cinque categorie: 1° gli obblighi personali, spesso umilianti, – residui della servitù (in certi luoghi, per esempio, i contadini dovevano battere lo stagno durante la notte per impedire alle ranocchie di turbare il sonno del signore); 2° i cànoni in denaro e le prestazioni in natura o in lavoro, che erano dovute per una concessione reale o presunta del suolo: erano la manomorta e la corvée reale56, il censo, la decima, la rendita fondiaria, i lods et ventes57; 3° diversi pagamenti che risultavano dai monopoli dei signori, che prelevavano certe dogane, certi dazi o certi diritti su coloro che si servivano dei mercati o delle misure del signore, del mulino, del torchio, del forno comune, ecc.; 4° i diritti di giustizia, prelevati dal signore laddove la giustizia gli apparteneva, le tasse, le multe, ecc.; e, da ultimo, 5° il signore possedeva il diritto esclusivo di caccia sulle sue terre e su quelle dei contadini vicini, come pure il diritto di tenere colombai e garenne, che costituivano un privilegio onorifico, assai ricercato.

Tutti questi diritti erano vessatori al più alto grado; costavano molto al contadino, anche quando non davano nulla o poco al signore. È un fatto incontestabile sul quale Boncerf insiste nella sua notevole opera Les inconvénients des droits féodaux (p. 52), che dal 1776 i signori, tutti impoveriti, e soprattutto i loro intendenti, s'erano messi a taglieggiare i coloni, gli affittuari e i contadini in generale per spremerli più che fosse possibile. Nel 1786, ci fu anzi una rinnovazione abbastanza vasta dei catasti allo scopo di aumentare i cànoni feudali.

Ebbene, l'Assemblea, dopo aver approvato in massima l'abolizione di queste sopravvivenze del regime feudale, retrocesse quando si trattò di tradurre le rinuncie in leggi concrete: si alleò ai proprietari.

Così, dal momento che i signori avevano sacrificato le manomorte, sembrava che non se ne dovesse parlar più: bastava redigere questa rinuncia in forma di decreto. Ma anche su tal questione sorsero delle controversie. Si cercò di stabilire una distinzione fra manomorta personale, da abolirsi senza indennità, e la manomorta reale (annessa alla terra e trasmessa per affitto o acquisto della terra), da riscattarsi. E mentre l'Assemblea decideva finalmente d'abolire senza indennità tutti i diritti e doveri, tanto feudali che censuari, «che appartengono alla manomorta reale o personale, e alla servitù personale», lasciava però nello stesso tempo sussistere ancora dei dubbi in merito, – in tutti i casi in cui fosse difficile separare i diritti di manomorta dai diritti feudali in generale.

Lo stesso dicasi al riguardo delle decime ecclesiastiche. È noto che le decime montavano di frequente sino a un quinto e talvolta anche un quarto di tutti i raccolti, e che il clero reclamava inoltre la sua parte di fieno, di nocciuole, ecc. Queste decime pesavano assai gravemente sui contadini, soprattutto sui poveri. Così, al 4 agosto, il clero aveva dichiarato di rinunciare a tutte le decime in natura, a condizione però che queste decime fossero riscattate da coloro che le pagavano. Ma poichè non s'indicavano le condizioni del riscatto, nè le regole procedurali secondo le quali il riscatto stesso doveva farsi, l'abdicazione si riduceva, in realtà, ad un semplice voto. Il clero accettava il riscatto; permetteva ai contadini di riscattare le decime, se lo volevano, e di discuterne i prezzi coi proprietari. Ma quando, il 6 agosto, si volle stendere il decreto concernente le decime, si venne a cozzare in una difficoltà.

C'erano delle decime che il clero aveva vendute nel corso dei secoli a dei particolari, e queste decime si chiamavano laiche o infeudate. Per queste, il riscatto veniva considerato come necessario, affine di mantenere il diritto di proprietà dell'ultimo compratore. Peggio ancora. Le decime che il contadino pagava al clero vennero rappresentate da taluni oratori all'Assemblea come un'imposta che la nazione pagava per mantenere il suo clero; e a poco a poco, nella discussione prevalse l'opinione che per queste decime non si potesse parlar di riscatto, se la nazione non s'incaricava di stipendiare regolarmente il suo clero. Questa discussione durò cinque giorni, sino all'11, e allora parecchi curati, seguiti dagli arcivescovi, dichiararono ch'essi abbandonavano le decime alla patria e confidavano nella giustizia e nella generosità della nazione.

Fu dunque decisa l'abolizione delle decime pagate al clero, ma nell'attesa che si trovassero i mezzi di provvedere in altro modo alle spese del culto, le decime dovevano essere pagate come prima. Quanto alle decime infeudate, esse dovevano essere pagate sino a quando non fossero riscattate!

E facile immaginare che questa mezza misura disilluse le campagne e provocò dei torbidi. In teoria, si sopprimevano le decime, ma in realtà dovevano essere pagate come prima. – «Fino a quando?» domandavano i contadini, e si rispondeva loro: «Sino a quando non si siano trovati i mezzi per pagare diversamente il clero! E poichè le finanze del reame andavano di male in peggio, il contadino si chiedeva con ragione, se e quando mai si abolirebbero le decime! La sospensione del lavoro e la burrasca rivoluzionaria impedivano il regolare introito delle imposte, mentre, di necessità, aumentavano le spese per la nuova giustizia e la nuova amministrazione. Le riforme democratiche costano, e solo dopo molto tempo una nazione in rivoluzione arriva a pagare le spese di queste riforme. Intanto, il contadino doveva pagare le decime, e sino al 1791 si continuò a esigerle con molta severità. E poichè il contadino non voleva pagarle, l'Assemblea ammucchiava leggi su leggi, pene su pene contro i morosi.

La stessa osservazione vale per il diritto di caccia. Nella notte del 4 agosto, i nobili avevano rinunciato al loro diritto di caccia. Ma quando si trattò di formulare la portata e il valore di questa rinuncia, si comprese che ciò significava estendere a tutti il diritto di caccia. Allora l'Assemblea indietreggiò e non fece che estendere il diritto di caccia, «sulle loro terre», a tutti i proprietari, o piuttosto ai possessori di beni immobili. Tuttavia; anche qui la formula definitiva fu vaga e imprecisa. L'Assemblea aboliva il diritto esclusivo di caccia e quello delle garenne aperte, ma aggiungeva che «ogni proprietario ha il diritto di distruggere e di far distruggere, solamente sulle sue eredità, qualsiasi specie di selvaggina». Era applicabile quest'autorizzazione ai coloni ? Rimaneva dubbio. Tuttavia i contadini non vollero nè aspettare, nè rimettersi ai legulei cavillatori. Immediatamente dopo il 4 agosto, si misero a distruggere dovunque la selvaggina dei signori. Dopo aver visto per parecchi anni i loro raccolti devastati e mangiati dalla selvaggina, la distrussero senza aspettare autorizzazioni di sorta.

Finalmente, per quanto concerne l'essenziale, e cioè la grande questione che appassionava più di venti milioni di francesi, i diritti feudali, l'Assemblea, quando formulò in decreti le rinuncie della notte del 4 agosto, si limitò semplicemente a enunciare un principio.

«L'Assemblea nazionale distrugge interamente il regime feudale diceva l'articolo primo del decreto del 5 agosto. Ma il seguito degli articoli, nei decreti dal 5 all'11 agosto, spiegava che solo le servitù personali, avvilenti l'onore, venivano completamente abolite. Tutti gli altri cànoni, di qualsiasi origine e natura rimanevano. Potevano, un giorno, riscattarsi, ma nei decreti dell'agosto niente indicava nè quando, nè come. Nessun termine veniva imposto. Nessuna indicazione veniva fornita sulla procedura legale per operare il riscatto. Nulla, null'altro all'infuori del principio, del desiderata. E, frattanto, il contadino doveva pagar tutto, come prima.

C'era qualche cosa di peggio in questi decreti dell'agosto 1789. Aprivano la porta a una misura con la quale si poteva rendere irrealizzabile il riscatto, ed è quanto fece l'Assemblea sette mesi più tardi. Nel febbraio 1790, essa rese il riscatto assolutamente inaccettabile pel contadino, imponendogli, in solido, anche il riscatto delle rendite fondiarie. Sagnac ha fatto notare (p. 90 della sua eccellente opera) che Demeunier aveva già, sin dal 6 o 7 agosto, proposta una misura del genere. E l'Assemblea, noi lo vedremo fra poco, votò in febbraio una legge per la quale divenne impossibile riscattare i cànoni annessi alla terra, senza riscattare nello stesso tempo, nello stesso blocco, le servitù personali, pur tuttavia abolite già dal 5 agosto 1789.

Trascinati dall'entusiasmo col quale Parigi e la Francia ricevettero la notizia della seduta della notte del 4 agosto, gli storici non hanno fatto risaltare quanto basti la portata delle restrizioni che l'Assemblea mise al primo paragrafo del suo decreto, nelle sedute ulteriori, dal 5 all'11 agosto. Louis Blanc, che fornisce tuttavia, nel suo capitolo, La propriété devant la Révolution (libro II, cap. I), i dati necessari per apprezzare il tenore dei decreti d'agosto, sembra esitare a distruggere la bella leggenda e scivola sulle restrizioni, oppure cerca anche di scusarle, dicendo che «la logica dei fatti nella storia è ben lungi dall'essere così rapida come quella delle idee nella testa di un pensatore». Ma il fatto è che questa imprecisione, questi dubbi, queste esitazioni che l'Assemblea gettò ai contadini, mentre essi domandavano misure nette e precise, per abolire i vecchi abusi, fu la causa delle lotte terribili che scoppiarono nei quattro anni successivi. Non fu che dopo l'espulsione dei Girondini che la questione dei diritti feudali fu ripresa intieramente e risolta nel senso dell'articolo 1° del decreto del 4 agosto58.

Non si tratta di fare oggi, a cento anni di distanza, delle rimostranze contro l'Assemblea nazionale. In fondo, l'Assemblea ha fatto tutto ciò che si poteva sperare da un'assemblea di proprietari e di borghesi agiati; forse fece ancora di più. Lanciò un principio, e per ciò stesso invitò ad andare più oltre. Ma è però ben necessario di rendersi conto di queste restrizioni, poichè se si prende alla lettera l'articolo che annunciava la distruzione completa del regime feudale, si corre rischio di non comprendere nulla dei quattro anni che seguirono, e ancor meno delle lotte che scoppiarono in seno alla Convenzione nel 1793.

Le resistenze contro alle quali cozzarono questi decreti, furono immense. Se non soddisfacevano in nulla i contadini e divennero il segnale di una forte recrudescenza della Jacquerie, – i nobili, l'alto clero e il re videro in questi decreti lo spogliamento del clero e della nobiltà. Da quel giorno cominciò l'agitazione sotterranea, che fu fomentata, senza posa e con ardore sempre crescente, contro la Rivoluzione. L'Assemblea credeva di salvaguardare i diritti della proprietà fondiaria. In tempi ordinari, una legge del genere, avrebbe forse anche raggiunto lo scopo. Ma quelli che si trovavano sui luoghi, capirono che la notte del 4 agosto aveva portato un colpo decisivo a tutti i diritti feudali, e che i decreti di agosto ne privavano i signori, quantunque ne imponessero il riscatto. Tutto l'insieme di questi decreti, compresovi l'abolizione delle decime, del diritto di caccia e di altri privilegi, indicava al popolo che gli interessi del popolo sono superiori ai diritti di proprietà acquisiti nel corso della storia.

Contenevano, in nome della giustizia, la condanna di tutti i privilegi ereditati dal feudalismo. E niente potè più riabilitare quei diritti nello spirito del contadino.

Il contadino capì che quei diritti erano condannati e si guardò bene dal riscattarli. Cessò semplicemente di pagarli. Ma l'Assemblea non avendo avuto il coraggio, nè di abolire completamente i diritti feudali, nè di stabilirne un riscatto accettabile dai contadini – creò per ciò stesso le condizioni equivoche che avrebbero prodotto la guerra civile in tutta la Francia. Da una parte, i contadini compresero che non bisognava nè riscattare, nè pagar nulla: che occorreva continuare la Rivoluzione per abolire i diritti feudali senza riscatto. D'altra parte, i ricchi capirono che i decreti d'agosto non dicevano nulla, che non c'era ancora nulla di fatto, salvo per le manomorte e i diritti di caccia aboliti; e che unendosi alla contro rivoluzione, rappresentata dal re, sarebbero forse riusciti a mantenere i loro diritti feudali e a conservare le terre estorte da loro e dai loro antenati alle comunità rustiche.

Il re, probabilmente dietro parere dei suoi consiglieri, aveva assai bene compreso la missione che la contro rivoluzione gli assegnava, come simbolo d'unione per la difesa dei diritti feudali, e s'affrettò a scrivere all'arcivescovo d'Arles per dirgli che non avrebbe mai dato, se non colla forza, la sua sanzione ai decreti d'agosto. «Il sacrificio [dei due primi ordini dello Stato] è bello, diceva; ma non posso che ammirarlo; io non consentirò giammai a spogliare il mio clero, la mia nobiltà. Non darò punto la mia sanzione a decreti che li spoglierebbero...».

E rifiutò il suo consenso sino a quando, prigioniero, non fu trascinato a Parigi dal popolo. E anche quando lo diede, fece di tutto, d'accordo con possidenti e clero, nobili e borghesi, per impedire che quelle dichiarazioni prendessero forma di legge e per farle restare lettera morta.

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L'amico mio James Guillaume, che ha avuto la bontà squisita di leggere il mio manoscritto, ha redatto, a proposito della sanzione dei decreti del 4 agosto, la nota seguente che riproduco per intiero. Eccola:

L'Assemblea esercitava contemporaneamente il potere costituente e il potere legislativo: e aveva dichiarato ripetutamente che i suoi atti come potere costituente erano indipendenti dall'autorità regia; solo le leggi avevano bisogno della sanzione del re (si chiamavano decreti prima della sanzione e leggi dopo).

Gli atti del 4 agosto erano di natura costituente: l'Assemblea li stese in decreti, ma non pensò neppure che fosse necessario ottenere un permesso del re, perchè i privilegiati rinunciassero ai loro privilegi. Il carattere di questi decreti, – o di questo decreto, poichè spesso se ne parla tanto al singolare come al plurale, – è fissato nell'articolo 19 e ultimo che dice: «L'Assemblea nazionale si occuperà, immediatamente dopo la costituzione, della redazione delle leggi necessarie per lo sviluppo dei principii ch'essa ha fissati col presente decreto, che sarà immediatamente mandato dai signori deputati in tutte le provincie», ecc. – È l'11 agosto che fu definitivamente fissata la redazione dei decreti; nello stesso tempo l'Assemblea conferì al re il titolo di restauratore della libertà francese, e ordinò di cantare un Te Deum nella cappella del castello.

Il 12, il presidente (Le Chapelier) va a chiedere al re quando vorrà ricevere l'Assemblea per il Te Deum; il re risponde che la riceverà il 13 a mezzogiorno. Il 13 tutta l'Assemblea si reca al castello; il presidente fa un discorso: non domanda affatto la sanzione; spiega al re ciò che l'Assemblea ha fatto e gli annuncia il titolo conferitogli; Luigi XVI risponde che accetta il titolo con riconoscenza; felicita l'Assemblea e gli esprime la sua fiducia. Poi si canta, nella cappella, il Te Deum.

Poco monta che di nascosto il re abbia scritto all'arcivescovo d'Arles per esprimere un sentimento diverso: qui non si tratta che dei suoi atti pubblici.

Dunque, nessunissima opposizione pubblica del re, durante i primi tempi, contro i decreti del 4 agosto.

Ma ecco che il sabato 12 settembre, venendo in discussione i torbidi che agitavano la Francia, il partito patriotta pensò che, per calmarli, bisognava fare una proclamazione solenne dei decreti del 4 agosto, e a tale scopo la maggioranza decise che questi decreti sarebbero stati presentati alla sanzione del re, malgrado l'opposizione dei contro rivoluzionari che avrebbero preferito non parlarne più.

Sin dal lunedì 14, i patriotti s'accorsero che sulla parola sanzione poteva sorgere un malinteso. Si discuteva appunto sul veto sospensivo, e Barnave fece osservare che il veto non poteva applicarsi ai decreti del 4 agosto. Mirabeau parlò nello stesso senso: «I decreti del 4 agosto sono redatti dal potere costituente; per questo non possono essere sottoposti alla sanzione. I decreti del 4 agosto non sono leggi, ma principii e basi costituzionali. Quando dunque avete mandato alla sanzione gli atti del 4 agosto, è per la sola promulgazione che li avete indirizzati.» Le Chapelier propone infatti, per ciò che riguarda questi decreti, di sostituire a sanzione la parola promulgazione, e aggiunge: «Sostengo essere inutile ricevere la sanzione regia per dei decreti ai quali S. M. ha dato una approvazione autentica, tanto con la lettera che mi ha rimesso quando ho avuto l'onore di essere l'organo dell'Assemblea (come presidente), quanto con le azioni solenni di grazia e il Te Deum cantato nella cappella del re.» Si propone che l'Assemblea soprassieda al suo ordine del giorno (la questione del veto) sino a quando non sia stata fatta dal re la promulgazione degli articoli del 4 agosto. Tumulto. La seduta è tolta senza prendere decisione di sorta.

Il 15, nuova discussione, senza risultato. Il 16 e il 17 si parla d'altro, l'Assemblea si occupa della successione al trono.

Finalmente, il 18 arriva la risposta del re. Approva lo spirito generale degli articoli del 4 agosto, ma ce n'è qualcuno, secondo lui, ai quali non può dare che un'adesione condizionata; e conclude in questi termini: «Così io approvo il maggior numero di questi articoli e li sanzionerò quando saranno redatti in forma di leggi.» Questa risposta dilatoria produsse un grande malcontento; si ripetè che l'Assemblea chiedeva al re solo la promulgazione, che non poteva rifiutare. Venne deciso che il presidente si recherebbe dal re per supplicarlo di ordinare immediatamente la promulgazione. Dinnanzi al linguaggio minaccioso degli oratori dell'Assemblea, Luigi XVI capì che bisognava cedere; ma pur cedendo, egli cavillò sulle parole; indirizzò al presidente (Clermont Tonnerre) il 20 settembre a sera, una risposta in questi termini: «Voi mi avete chiesto di dare la mia sanzione ai decreti del 4 agosto... Vi ho comunicato le osservazioni di cui mi erano parsi suscettibili... Voi mi domandate adesso di promulgare questi stessi decreti: la promulgazione appartiene alle leggi... Ma io vi ho già detto che approvavo lo spirito generale di questi decreti... Ne ordinerò la pubblicazione in tutto il reame... Non dubito che potrò dare la mia sanzione a tutte le leggi che voi decreterete sui diversi oggetti contenuti in questi decreti.»

Se i decreti del 4 agosto contengono solo dei principii, delle teorie, se vi si cerca invano delle misure concrete, ecc., gli è che tale infatti doveva essere il carattere di questi decreti, così chiaramente indicato dall'Assemblea nell'articolo 19. Al 4 agosto si è proclamato, in principio, la distruzione del regime feudale; si è aggiunto che l'Assemblea FAREBBE delle leggi per l'applicazione del principio, e che queste leggi sarebbero fatte quando la costituzione sarebbe compiuta. Si può, volendo, rimproverare questo metodo all'Assemblea; ma bisogna riconoscere ch'essa non ingannava nessuno e non mancava affatto alla sua parola non facendo subito le leggi, poichè aveva promesso di farle solo dopo la costituzione. Ora, finita la costituzione, nel settembre del 1791, l'Assemblea dovette andarsene, lasciando la sua successione alla Legislativa.

Questa nota di James Guillaume getta una luce nuova sulla tattica dell'Assemblea costituente. Quando la guerra contro i castelli sollevò la questione dei diritti feudali, l'Assemblea non aveva che due vie da seguire. O elaborare dei progetti di leggi sui diritti feudali, progetti di cui la discussione avrebbe chiesto dei mesi o piuttosto degli anni, dividendo profondamente l'Assemblea, data la diversità delle opinioni in merito dei rappresentanti. (È l'errore commesso dalla Duma russa sulla questione fondiaria). Oppure limitarsi a porre alcuni principii, che dovevano servir di base per la redazione delle leggi future. È questo ché l'Assemblea ordinò. Essa si affrettò di redigere, in alcune sedute, dei decreti costituzionali, che il re fu alla fine obbligato di pubblicare. E, nelle campagne, queste dichiarazioni dell'Assemblea, ebbero l'effetto di scuotere il regime feudale, talmente che, quattro anni dopo, la Convenzione potè votare l'abolizione completa senza riscatto dei diritti feudali. Voluta o no, questa seconda tattica risultò preferibile alla prima.

XIX
DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO

Pochi giorni dopo la presa della Bastiglia, il Comitato di costituzione dell'Assemblea nazionale metteva in discussione la «Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino». L'idea di una simile dichiarazione, suggerita dalla famosa Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti, era giustissima. Dal momento che stava per compiersi una rivoluzione e che doveva risultarne una profonda trasformazione nei rapporti fra le diverse classi sociali, era giusto stabilirne i principii generali, prima che quelle trasformazioni fossero espresse nei termini di una costituzione. In tal modo si sarebbe mostrato al popolo quale concetto della rivoluzione avevano le minoranze rivoluzionarie, per quali nuovi principii esse chiamavano il popolo a lottare.

E non si tratterebbe solo di belle frasi; ma di un riassunto dell'avvenire che ci si proponeva di conquistare, e sotto la forma solenne di una dichiarazione di diritti, fatta da tutto un popolo, questa esposizione avrebbe la significazione di un giuramento nazionale. Enunciati con poche parole, i principii che fra poco si tenterebbe di realizzare, infiammerebbero i cuori. Sono sempre le idee che governano il mondo e le grandi idee, presentate sotto una forma virile, hanno sempre guadagnato gli spiriti. Infatti, le giovani repubbliche nord-americane, nel momento in cui avevano scosso il giogo dell'Inghilterra, avevano lanciato simili dichiarazioni, e d'allora la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti era divenuta la carta, si direbbe quasi il Decalogo della giovane nazione dell'America del Nord59.

Così, non appena venne eletto dall'Assemblea il 5 luglio, il Comitato per il lavoro preparatorio della costituzione pensò a formulare una Dichiarazione dei diritti dell'uomo e se ne occupò dopo il 14 luglio. Quale modello fu presa la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti, già divenuta celebre dal 1776, come professione di fede democratica60. Disgraziatamente, se ne copiarono anche i difetti; e cioè l'Assemblea nazionale, come i costituenti repubblicani riuniti al congresso di Filadelfia, scartò dalla sua dichiarazione ogni allusione ai rapporti economici fra cittadini e si limitò ad affermare l'eguaglianza di tutti davanti alla legge, il diritto della nazione di darsi il governo che crederà e le libertà costituzionali dell'individuo. Quanto alle proprietà, la Dichiarazione s'affrettava d'affermarne il carattere «inviolabile e sacro», e aggiungeva che «nessuno poteva esserne spogliato, a meno che la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esigesse evidentemente, e sotto la condizione di una giusta e preventiva indennità». Ciò significava rifiutare apertamente ai contadini il diritto alla terra e all'abolizione dei cànoni d'origine feudale.

La borghesia lanciava dunque il suo programma liberale di eguaglianza giuridica davanti alla legge e di un governo sottomesso alla nazione, esistente solo per la volontà di quest'ultima. E, come tutti i programmi minimi, questo implicitamente voleva dire che la nazione non doveva andare più lungi; non doveva toccare i diritti di proprietà stabiliti dal feudalismo e dalla monarchia dispotica.

È probabile che idee di carattere sociale e egualitario fossero enunciate nelle discussioni che sollevò la redazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ma furono scartate. Ad ogni modo non se ne trovano traccie nella Dichiarazione del 178961. Anche l'idea del progetto di Sieyès che «se gli uomini non sono eguali nei mezzi, cioè in ricchezze, in spirito, in forza, ecc., non ne deriva ch'essi non siano eguali in diritti»62, idea così modesta, non si trova nella Dichiarazione dell'Assemblea, ed invece delle parole precedenti di Sieyès, l'articolo 1° della Dichiarazione fu concepito in questi termini: «Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali in diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull'utilità comune.» La qual cosa lascia presupporre delle distinzioni sociali stabilite dalla legge nell'interesse comune, e apre, per mezzo di questa finzione, la porta a tutte le ineguaglianze.

In generale, quando si rilegge oggi la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, fatta nel 1789, si è condotti a chiedersi se questa dichiarazione abbia seriamente avuto sugli spiriti quell'influenza che le attribuiscono gli storici. È chiaro che l'articolo 1° di questa Dichiarazione che affermava l'eguaglianza dei diritti di tutti gli uomini, l'articolo 6 che diceva essere la legge «uguale per tutti», e che «tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente, o per mezzo dei loro rappresentanti, a formarla», l'articolo 10, in virtù del quale «nessuno può essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la loro manifestazione non turbi l'ordine pubblico stabilito dalla legge», e finalmente l'articolo 12 che dichiarava essere la forza pubblica «istituita per il vantaggio di tutti e non per l'utilità particolare di coloro ai quali è confidata» – tutte queste affermazioni, fatte in seno ad una società, dove le servitù feudali esistevano ancora e dove la famiglia reale si considerava proprietaria della Francia, compivano tutta una rivoluzione negli spiriti.

Ma è anche certo che la Dichiarazione del 1789 non avrebbe giammai esercitato l'effetto che esercitò più tardi, nel corso del diciannovesimo secolo, se la Rivoluzione si fosse fermata ai termini di questa professione di fede del liberalismo borghese. Fortunatamente, la Rivoluzione andò ben oltre. E quando, due anni dopo, nel settembre del 1791, l'Assemblea nazionale redasse la Costituzione, aggiunse alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo un preambolo alla Costituzione, che conteneva già queste parole: «L'Assemblea nazionale... abolisce irrevocabilmente le istituzioni che ferivano la libertà e l'uguaglianza dei diritti». E più oltre : « Non ci sono più nobiltà, nè pari, nè distinzioni ereditarie, nè distinzioni d'ordini, nè regime feudale, nè giustizie patrimoniali, nè alcun altro dei titoli, denominazioni, e prerogative che ne derivavano, nè alcun ordine di cavalleria, nè alcuna delle corporazioni o decorazioni per le quali si esigevano prove di nobiltà o che supponevano distinzioni di nascita, nè alcun'altra superiorità all'infuori di quella dei funzionari pubblici nell'esercizio delle loro funzioni. – Non ci sono più giurande, nè corporazioni di professioni, arti e mestieri [l'ideale borghese dello Stato onnipotente traluce in questi due paragrafi]. – La legge non riconosce più i voti religiosi, nè alcun altro impegno che fosse contrario ai diritti naturali e alla Costituzione.»

Quando si pensa che questa sfida venne lanciata a un'Europa immersa ancora nelle tenebre della monarchia onnipossente e delle servitù feudali, si comprende che la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, spesso confusa col preambolo della Costituzione che la seguiva, appassionò i popoli durante le guerre della Repubblica e divenne più tardi la parola d'ordine del progresso per tutte le nazioni dell'Europa durante il XIX° secolo. Ma ciò che non bisogna tuttavia dimenticare, è che non era l'Assemblea e neppure la borghesia dell'89, che espressero i loro desideri in questo Preambolo. È la rivoluzione popolare che le costrinse a poco a poco a riconoscere i diritti del popolo e a rompere colla feudalità – noi vedremo fra poco a prezzo di quali sacrifici.

XX
GIORNATE DEL 5 E 6 OTTOBRE 1789

Per il re e la Corte, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino doveva evidentemente rappresentare un attentato imperdonabile a tutte le leggi divine e umane. Così, il re rifiutò nettamente di dare la sua sanzione. È vero che, come i «decreti» del 4 all'11 agosto, la Dichiarazione dei diritti non rappresentava che un'affermazione di principii; aveva, come si diceva allora, «un carattere costituente» e, come tale, non abbisognava della sanzione regia. Il re non doveva che promulgarla.

Ed è quanto rifiutò di fare, sotto diversi pretesti. Il 5 ottobre egli scriveva ancora all'Assemblea per dirle che voleva vedere, prima di dare la sua sanzione, in qual modo sarebbero applicate le massime della Dichiarazione63.

Egli aveva opposto, come si è detto, lo stesso rifiuto ai decreti del 4-11 agosto sull'abolizione dei diritti feudali, e si comprende quale arma l'Assemblea trovò in questi due rifiuti. «Come! l'Assemblea aboliva il regime feudale, le servitù personali e le prerogative ingiuriose dei signori, proclamava d'altra parte l'eguaglianza di tutti davanti alla legge – ed ecco che il re, ma soprattutto i principi, la regina, la Corte, i Polignac, i Lamballe e il resto vi si opponevano! Si fosse trattato solo di discorsi, per quanto egualitari fossero, dei quali si sarebbe impedita la circolazione! Ma no, tutta l'Assemblea – nobili e vescovi compresi – s'era unita per fare una legge favorevole al popolo e rinunciare a tutti i privilegi (per il popolo, che non aveva tempo da sofisticare sui termini giuridici, i decreti equivalevano a leggi), ed ecco sorgere una forza ad impedire che queste leggi entrassero in vigore! Il re le avrebbe forse accettate: egli è venuto a Parigi a fraternizzare col popolo dopo il 14 luglio; ma è la Corte, è la regina, sono i principi che s'oppongono alla felicità del popolo voluta dall'Assemblea...

Nel grande duello che s'era impegnato fra la monarchia e la borghesia, questa, grazie alla sua politica abile e alla sua capacità legislativa, aveva saputo ottenere l'appoggio del popolo. Ora, il popolo si appassionava contro i principi, la regina, l'alta nobiltà – per l'Assemblea, e cominciava a seguirne con interesse i lavori.

Nello stesso tempo, il popolo stesso li influenzava in un senso democratico.

Così, l'Assemblea avrebbe forse accettato il sistema delle due Camere «all'inglese». Ma il popolo non ne volle in alcun modo sapere. Comprese istintivamente ciò che i dotti giuristi hanno così bene spiegato poi – che in tempi di rivoluzione era impossibile una seconda Camera, la quale non può funzionare se non dopo finita la rivoluzione e incominciata la reazione.

È sempre e ancora il popolo che si accanisce contro il veto regio, molto di più dei deputati sedenti all'Assemblea. Anche qui egli comprese molto bene la situazione, poichè, se nel corso normale degli affari, la questione di sapere se il re potrà o no arrestare una decisione del Parlamento perde molto della sua importanza, è precisamente il contrario durante un periodo rivoluzionario. Non perchè il potere regio divenga con l'andare del tempo meno offensivo; ma in periodo normale un parlamento, organo dei privilegiati, non vota generalmente nulla che il re abbia bisogno di fermare col suo veto nell'interesse dei privilegiati; mentre durante un'epoca rivoluzionaria le decisioni del parlamento, influenzate dallo spirito popolare del momento, tenderanno a consacrare la distruzione di antichi privilegi e quindi, incontreranno necessariamente l'opposizione del re. Egli userà del suo veto, se ha il diritto e la forza di farlo. Ed è quanto accadde infatti coi decreti d'agosto e anche colla Dichiarazione dei diritti.

Ciò malgrado, c'era nell'Assemblea un partito numeroso che voleva il veto assoluto, intendeva cioè di dare al re la possibilità di impedire legalmente ogni misura seriamente riformista. Dopo lunghe discussioni si giunse a un compromesso: l'Assemblea rifiutò il veto assoluto, ma accettò, contro i voti del popolo, il veto sospensivo, che permetteva al re di sospendere un decreto per un certo tempo, senza però annullarlo.

A cento anni di distanza, lo storico è necessariamente portato a idealizzare l'Assemblea e a rappresentarla come un corpo pronto a lottare per la Rivoluzione. Bisogna però moderarsi, se si vuol rimanere nella realtà. Sta di fatto che anche i più spinti rappresentanti dell'Assemblea non erano all'altezza delle necessità del momento. Essa doveva sentire la sua impotenza; non era punto omogenea: aveva più di trecento, secondo altri calcoli, più di quattrocento deputati pronti a patteggiare interamente col re. E poi, senza parlare di coloro che erano agli stipendi della Corte – e ce n'erano parecchi – quanti temevano più dell'arbitrio regio la rivoluzione popolare! Ma la rivoluzione era in marcia e c'era, oltre la diretta pressione del popolo e la paura del suo sdegno – quell'atmosfera intellettuale che domina i timorosi e costringe i prudenti a seguire i più audaci; ma soprattutto il popolo conservava sempre la sua attitudine minacciosa ed era ancor fresco il ricordo di de Launey, di Foullon, di Bertier. Nei sobborghi di Parigi si parlava financo di massacrare i membri dell'Assemblea sospetti d'avere relazioni colla Corte.

Frattanto, la carestia desolava sempre e terribilmente Parigi. Era settembre, coi raccolti finiti, e tuttavia mancava il pane. Si faceva la coda alle porte dei fornai, e dopo ore e ore d'attesa spesso i poveri dovevano andarsene senza pane. Le farine mancavano. Malgrado le compere di grano fatte all'estero dal governo e i premi rilasciati a coloro che portavano del grano a Parigi, il pane mancava nella capitale, come in tutte le grandi città e anche nelle piccole dei dintorni di Parigi. Le misure di vettovagliamento erano insufficenti, e poi la frode paralizzava il poco che si era fatto. Tutto l'antico regime, tutto lo Stato centralizzato che s'era sviluppato dal sedicesimo secolo, appariva nella questione del pane. Nelle alte sfere, le raffinatezze del lusso avevano raggiunto i loro limiti estremi; ma la massa del popolo – sfruttata senza pietà – era giunta al punto di non poter più ricavare il suo nutrimento dal fertile suolo e nel mite clima di Francia!

Inoltre, circolavano contro la famiglia reale e i personaggi altolocati della Corte le più terribili accuse. Avevano rifatto, si diceva, il patto di carestia e speculavano sul rialzo dei grani, – voci fin troppo vere, come si vide più tardi coll'esame delle carte di Luigi XVI, trovate alle Tuileries.

Da ultimo, era sospesa sulle teste la minaccia della bancarotta del reame. I debiti dello Stato esigevano il pagamento immediato degli interessi, ma le spese aumentavano e le casse del tesoro erano vuote! In tempo di rivoluzione, non si osa più far ricorso ai mezzi abbominevoli di cui si serviva l'antico regime per riscuotere le imposte, sequestrando ogni cosa al contadino, e questi, dal canto suo, nell'attesa di una più equa ripartizione delle imposte, non paga più; mentre il ricco, che odia la Rivoluzione, evita bene, con una gioia secreta, di pagare un solo centesimo. Necker, tornato al ministero dal 17 luglio 1789, aveva un bel ingegnarsi per trovare i mezzi di evitare la bancarotta – non ne trovava. Infatti, non è possibile di veder chiaramente in qual modo egli avrebbe potuto evitare la catastrofe, senza ricorrere a un prestito forzoso sui ricchi o a mettere le mani sui beni del clero. E ben presto la borghesia si rassegnò a queste misure, poichè aveva prestato il suo denaro allo Stato e non voleva a nessun costo perderlo in una bancarotta. Ma il re, la Corte, l'alto clero avrebbero accettato questa presa di possesso delle loro proprietà da parte dello Stato?

Uno strano sentimento dovette impadronirsi degli animi durante i mesi d'agosto e settembre 1789. Ecco l'Assemblea nazionale che tiene nelle sue mani il potere legislativo. Un'assemblea che – lo ha già provato – si lascia penetrare dallo spirito democratico e riformatore, ed eccola ridotta all'impotenza, al ridicolo dell'impotenza. Essa farà dei decreti per evitare la bancarotta, ma il re, la Corte, i principi vi rifiuteranno la sanzione. Sono i fantasmi di un passato morto, che hanno ancora la forza di strangolare la rappresentanza del popolo francese, di paralizzare la sua volontà, di prolungare all'infinito il provvisorio.

Di più ancora. Questi spettri preparano un gran colpo. Fanno, nel circolo del re, il piano per la di lui evasione. Il re si recherà a Rambouillet, a Orléans; oppure andrà ad assumere il comando degli eserciti all'ovest di Versaglia e di là minaccerà e Versaglia e Parigi. O anche fuggirà verso la frontiera dell'est e aspetterà laggiù l'arrivo delle armate tedesche e austriache, che gli promettono gli emigrati. Al castello s'intrecciano influenze d'ogni specie: quella del duca d'Orléans che sogna d'impadronirsi del trono dopo la partenza di Luigi, quella di «Monsieur» – il fratello di Luigi XVI, che sarebbe stato oltremodo lieto quando fossero scomparsi suo fratello e la regina, colla quale egli aveva speciali rancori.

Dal mese di settembre, la Corte meditava un'evasione, ma pur discutendo infiniti piani, non aveva il coraggio di decidersi per uno. È assai probabile che Luigi XVI e soprattutto sua moglie sognassero di ripetere la storia di Carlo 1°, e di dare una battaglia in piena regola al parlamento, ma con successo migliore. La storia del re inglese era il loro incubo: si afferma anzi che l'unico libro che Luigi XVI fece venire dalla sua biblioteca di Versaglia a Parigi, dopo il 6 ottobre, fosse la storia di Carlo 1°. Questa storia li fascinava; ma essi la leggevano, come i detenuti in prigione leggono un romanzo poliziesco. Non ne cavavano alcun insegnamento sulla necessità di saper cedere in tempo; dicevano solo: «Qui bisognava resistere; là occorreva giocare d'astuzia; qui infine era necessario agire!... Non è forse così che lo czar russo legge oggi la storia di Luigi XVI e di Carlo 1°? – E concepivano dei piani che nè essi stessi, nè i loro intimi avevano il coraggio d'attuare.

Anche la Rivoluzione li fascinava: essi vedevano il mostro che stava per inghiottirli e non osavano nè sottomettersi, nè resistere. Parigi che si preparava già a marciare su Versaglia, inspirava loro il terrore e paralizzava le loro forze. – E se le truppe si fossero mostrate refrattarie nel momento supremo della lotta? Se i capi avessero tradito il re, come tanti altri han già fatto? Che sarebbe rimasto al re, se non rassegnarsi alla sorte di Carlo 1°?

Ma ciò non ostante cospiravano. Nè il re, nè il suo circolo, nè le classi privilegiate potevano comprendere che il tempo dei compromessi era finito, che ormai bisognava apertamente sottomettersi alla nuova forza e porsi sotto la sua protezione – poichè l'Assemblea non domandava niente di meglio che accordare la sua protezione al re. Invece di farlo, essi cospiravano, e in tal guisa spingevano dei membri moderatissimi, in fondo, dell'Assemblea alla contro cospirazione, all'azione rivoluzionaria. Per questo, Mirabeau ed altri che avrebbero lavorato volontieri a stabilire una monarchia modestamente costituzionale, si schierarono coi gruppi avanzati. Ecco perchè si videro dei moderati come Duport, costituire la «confederazione dei clubs», che permise di tenere il popolo di continuo vigilante, poichè si sentiva che presto si sarebbe avuto bisogno di lui e dell'opera sua.

La marcia su Versaglia non fu così spontanea, come si è voluto far credere. Anche in tempo di rivoluzione, ogni movimento popolare vuol essere preparato da uomini del popolo. Ha i suoi precursori in altri tentativi abortiti. Così, già al 30 agosto, il marchese de Saint-Huruge, uno degli oratori popolari del Palais-Royal, voleva marciare con 1500 uomini su Versaglia, per chiedere il licenziamento dei deputati «ignoranti, corrotti e sospetti», che difendevano il veto sospensivo del re. Nell'attesa, venivano atterriti con minaccie d'incendio ai loro castelli e li si avvertiva che a tale scopo già due mila lettere erano state spedite in provincia. L'assembramento fu disperso, ma l'idea continuò ad essere discussa.

Il 31 agosto, il Palais-Royal mandava cinque deputazioni al Palazzo di Città, delle quali una fu condotta dal repubblicano Loustalot, per decidere la municipalità di Parigi a esercitare una pressione sull'Assemblea e impedire l'accettazione del veto regio. Coloro che facevano parte di queste deputazioni giunsero, gli uni, sino a minacciare i deputati, gli altri, sino a implorarli. A Versaglia, la folla piangente supplicava Mirabeau di abbandonare il veto assoluto, facendo giustamente osservare che se il re aveva questo diritto, non ci sarebbe stato più bisogno dell'Assemblea (Buchez e Roux, p. 368 e seguenti; Bailly, II, 326, 341).

In questo momento dev'essere sorta l'idea che sarebbe stata ottima cosa l'avere Assemblea e re dentro Parigi. Infatti, sin dai primi giorni di settembre, al Palais-Royal, all'aria aperta, si parlava di ricondurre il re e il «Signor Delfino» a Parigi, e all'uopo si esortavano tutti i buoni cittadini a marciare su Versaglia. Le Mercure de France ne faceva menzione nel suo numero del 5 settembre, p. 84, e Mirabeau, quindici giorni prima dell'avvenimento, parlò di donne che avrebbero marciato su Versaglia.

Il pranzo delle guardie al 3 ottobre e i complotti della Corte precipitarono gli avvenimenti. Tutto faceva presentire il colpo che la reazione cercava di vibrare. Essa rialzava la testa; il consiglio municipale di Parigi, essenzialmente borghese, procedeva audacemente sulla via della reazione. I realisti organizzavano, senza tante precauzioni, le loro forze. Poichè la strada da Versaglia a Metz era stata occupata dalle truppe, si parlava pubblicamente di portare via il re e di dirigerlo su Metz per la Champagne o per Verdun. Il marchese de Bouillé, che comandava le truppe dell'Est, de Breteuil e de Mercy partecipavano al complotto, del quale Breteuil aveva assunto la direzione. A tale scopo si accaparrava tutto il denaro possibile e si parlava del 5 ottobre, come della data eventuale per il colpo di Stato. Quel giorno il re sarebbe partito per Metz, ove, circondato dall'esercito del marchese de Bouillé, avrebbe ancora chiamato presso di sè la nobiltà e le truppe rimaste fedeli, dichiarando ribelle l'Assemblea.

In previsione di questo movimento, il numero delle guardie del corpo (giovanotti dell'aristocrazia) era stato raddoppiato al castello di Versaglia, chiamandovi pure il reggimento di Fiandra e i dragoni. Al 1° ottobre, le guardie del corpo diedero una grande festa al reggimento di Fiandra e vi invitarono pure gli ufficiali dei dragoni e degli svizzeri di guarnigione a Versaglia.

Durante il banchetto, Maria Antonietta e le dame di Corte, come pure il re, fecero di tutto per esaltare l'entusiasmo realista degli officiali. Le signore distribuirono delle coccarde bianche e la coccarda nazionale fu gettata a terra e calpestata. Due giorni dopo, il 3 ottobre, ebbe luogo un'altra festa del genere.

Queste feste precipitarono gli avvenimenti. Ne giunse il rumore a Parigi, ingrossato forse per istrada, e il popolo subitamente comprese che se non marciava su Versaglia, Versaglia marcerebbe su Parigi.

La Corte preparava evidentemente un grande colpo. Partito il re e ritirato in qualche luogo in mezzo alle sue truppe, nulla di più facile che di sciogliere l'Assemblea, oppure di forzarla a ritornare ai tre ordini, cioè alla situazione prima della seduta reale del 23 giugno. Non c'era forse nella stessa Assemblea un partito forte di 300 o 400 membri, i cui capi avevano già tenuto dei conciliaboli in casa di Malouet per trasportare l'Assemblea a Tours, lontano dal popolo rivoluzionario di Parigi? – Ma se il piano della Corte riusciva, tutto si doveva ricominciare. I frutti del 14 luglio erano perduti; perduti i risultati della sollevazione dei contadini, del panico del 4 agosto...

Che cosa occorreva per evitare questo disastro? Sollevare il popolo! Nient'altro! Ed è questa la gloria dei rivoluzionari posti in quel momento in vedetta; compresero questa verità che fa quasi sempre impallidire i rivoluzionari borghesi. Sollevare il popolo – la massa oscura e miserabile del popolo di Parigi – ecco quanto si diedero passionatamente a fare i rivoluzionari del 4 ottobre. I più ardenti all'opera furono Danton, Marat e Loustalot, di cui abbiamo già ricordato i nomi. Un esercito non si combatte con un pugno di cospiratori; non si può debellare la reazione con un manipolo di uomini per quanto risoluti siano. A un esercito bisogna opporre un esercito; oppure, in mancanza di un esercito, il popolo, tutto il popolo, le centinaia di migliaia di uomini, di donne e di fanciulli d'una città. Essi soli possono vincere, essi soli hanno vinto degli eserciti, demoralizzandoli, paralizzandone la selvaggia forza.

Al 5 ottobre l'insurrezione scoppiava a Parigi al grido: Pane! Pane! Il suono di un tamburo, battuto da una fanciulla, servì qual segno d'adunata per le donne. Rapidamente si forma una banda di donne, marcia sul Palazzo di Città, spalanca le porte della Casa comune domandando pane ed armi, e poichè già da parecchi giorni se ne parlava, il grido: A Versaglia! è raccolto da tutti. Maillard, conosciuto a Parigi sin dal 14 luglio per la parte da lui avuta nell'assedio della Bastiglia, vien riconosciuto quale capo della colonna e le donne partono.

Certo, mille idee diverse tumultuavano nei loro cervelli, ma il pane doveva essere l'idea dominante. E a Versaglia che si cospirava contro la felicità del popolo, è a Versaglia che si ristabiliva il patto della carestia e si tentava d'impedire l'abolizione dei diritti feudali – e le donne marciavano su Versaglia. È assai probabile che nella massa del popolo il re, come tutti i re, fosse considerato come un essere bonario, che voleva il bene del popolo. Il prestigio reale era profondamente radicato negli spiriti. Ma già nell'89 si odiava la regina. I discorsi che si tenevano a tal proposito erano terribili: «Dov'è quella sporca sgualdrina? Eccola, la sconcia puttana! Bisogna impadronirsi di questa bagascia e tagliarle il collo», dicevano tra loro le donne, e si è colpiti dalla fretta, dal piacere quasi col quale l'inchiesta dello Châtelet rilevò questi proponimenti. Qui ancora il popolo aveva mille volte ragione. Se il re, apprendendo il fiasco della seduta reale del 23 giugno, aveva detto: « Ebbene, f....., ci restino!», Maria Antonietta ne restò ferita al cuore. Ella ricevè con uno sdegno supremo il re roturier (plebeo), dalla coccarda tricolore, reduce dalla sua visita a Parigi il 17 luglio, e d'allora era divenuta l'inspiratrice di tutti i complotti. Da questo istante trae origine la corrispondenza che la regina inizierà più tardi col Fersen, allo scopo di condurre lo straniero a Parigi. Poichè quella notte stessa del 5 ottobre, quando le donne invasero il Palazzo – la regina, dice la reazionarissima madama Campan, ricevette Fersen nella di lei stanza da letto.

Il popolo sapeva tutto ciò grazie, in parte, agli stessi domestici del castello, e la folla, lo spirito collettivo del popolo di Parigi comprendeva ciò che i singoli furono così lenti a comprendere: che cioè Maria Antonietta sarebbe spinta a tutto dai suoi odii, e che per sventarne i complotti occorreva tenere il re, la sua famiglia e anche l'Assemblea, a Parigi, sotto l'occhio del popolo.

Al loro primo entrare in Versaglia, le donne, rotte dalla fatica e affamate, inzuppate d'acqua sotto la pioggia fitta, si limitarono a domandare del pane. Quando invasero l'Assemblea, caddero estenuate sui banchi dei deputati; ma solo colla loro presenza queste donne guadagnarono una prima vittoria. L'Assemblea ne profittò per ottenere dal re la sanzione alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo.

Dopo le donne, altri uomini si misero in marcia, e allora, alle sette di sera, per evitare qualche disgrazia al castello, Lafayette partì per Versaglia alla testa della guardia nazionale.

Lo spavento invase la Corte. È dunque Parigi intera che marcia contro il castello? La Corte tenne consiglio, ma, come sempre, senza arrivare a decisioni di sorta. Tuttavia si preparavano le vetture per far partire il re e la sua famiglia, quando furono viste da un picchetto della guardia nazionale che le fece riporre nelle scuderie.

L'arrivo della guardia nazionale borghese, gli sforzi di Lafayette e soprattutto, forse, una pioggia torrenziale dispersero a poco a poco la folla che ingombrava le vie di Versaglia, l'Assemblea e le vicinanze del palazzo. Ma verso le cinque o le sei del mattino, degli uomini e delle donne del popolo finirono per trovare un cancello aperto, attraverso al quale penetrarono nel palazzo. In pochi minuti scopersero la camera da letto della regina, la quale ebbe appena il tempo di rifugiarsi dal re: caso diverso, l'avrebbero fatta a pezzi. La stessa sorte minacciava le guardie del corpo, quando Lafayette, a cavallo, giunse appena in tempo per salvarle.

L'invasione del palazzo da parte del popolo fu uno di quegli scacchi, del quale la dinastia morente non potè più riaversi. Lafayette ebbe un bel fare applaudire il re quando comparve al balcone. Potè anche strappare alla folla applausi per la regina, facendola comparire sul balcone col figlio e baciando rispettosamente la mano di quella che il popolo avrebbe di lì a poco chiamata «la Medici»... Tutto ciò non era che un piccolo effetto teatrale. Il popolo aveva compreso la sua forza e la impiegò subito per costringere il re a porsi in cammino per Parigi. Non giovarono per evitare questo ritorno tutte le commedie recitate dalla borghesia; il popolo ebbe coscienza di aver fatto e per sempre prigioniero il re, e Luigi XVI, rientrando alle Tuileries, abbandonate già sin dal regno di Luigi XIV, non si faceva illusioni. «Che ognuno s'alloggi come vorrà!» fu la sua risposta – e si fece portare dalla sua biblioteca... la storia di Carlo 1°.

La grande dinastia di Versaglia era giunta alla sua fine. D'ora in poi non ci sarebbero stati che dei re borghesi o degli imperatori giunti al trono per frode... Il regno dei re per grazia di Dio volgeva per sempre al tramonto.

Ancora una volta, come al 14 luglio, il popolo, colla sua massa e colla sua azione eroica, aveva inferto un colpo di piccone all'antico regime. La Rivoluzione aveva fatto un balzo in avanti.

XXI
TERRORI DELLA BORGHESIA
NUOVA ORGANIZZAZIONE MUNICIPALE

A questo punto, si potrebbe credere di nuovo che la Rivoluzione dovesse svolgersi liberamente. Vinta la reazione regia, sottomessi e trattenuti in carcere a Parigi il Signor Veto e la Signora Veto, l'Assemblea nazionale era dunque in procinto di portare la scure nella foresta degli abusi, stava forse per abbattere il feudalismo, per applicare i grandi principii che aveva enunciati in quella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, di cui la lettura ha fatto palpitare i cuori?

Nulla di tutto ciò. Si stenta a crederlo; ma dopo il 5 ottobre è la reazione che comincia e s'organizza, e si affermerà sempre più, sino al giugno del 1792.

Il popolo di Parigi ritorna nei suoi tuguri: la borghesia lo licenzia, lo fa rintanare. Senza l'insurrezione agraria che seguì il suo corso sino alla completa abolizione di fatto dei diritti feudali nel luglio del 1793, senza le sollevazioni delle provincie che si succedettero e impedirono al governo della borghesia di solidamente costituirsi, – la reazione avrebbe potuto trionfare sin dal 1791, anzi dal 1790.

«Il re è al Louvre, l'Assemblea nazionale alle Tuileries, i canali di circolazione riprendono il loro corso, il mercato rigurgita di sacchi, la cassa nazionale si riempie, i traditori fuggono, la calotte (il clero) è a terra, l'aristocrazia muore», – diceva Camillo Desmoulins nel primo numero del suo giornale (28 novembre). Ma in realtà, la reazione rialzava dovunque la testa. Mentre i rivoluzionari trionfavano, credendo la rivoluzione quasi finita, – la reazione comprendeva, invece, che la grande, la vera lotta stava per incominciare fra il passato e l'avvenire, in ogni casolare, e che il momento era venuto di mettersi all'opera per domare la rivoluzione.

La reazione vedeva inoltre che la borghesia, la quale sino allora aveva cercato l'appoggio del popolo per ottenere i diritti costituzionali e per fiaccare la nobiltà, era pronta – ora che aveva sentito e visto la forza del popolo – ad ogni tentativo per domarlo, disarmarlo, farlo tornare sottomesso.

Questo terrore del popolo si fece sentire nell'Assemblea immediatamente dopo il 5 ottobre. Più di duecento deputati si rifiutarono di entrare a Parigi e domandarono, per ritornare alle loro case, dei passaporti che furono loro rifiutati, mentre i richiedenti venivano trattati da traditori. Parecchi rassegnarono allora le proprie dimissioni: non si sapeva più dove si andava a finire! Come dopo al 14 luglio, così dopo al 5 ottobre si ebbe l'emigrazione; ma questa volta, non dalla Corte partiva il segnale, bensì dall'Assemblea.

Tuttavia, l'Assemblea aveva nel suo seno una forte maggioranza di rappresentanti della borghesia, che seppero approfittare dei primi momenti per stabilire il potere della loro classe su basi solide. Così, prima ancora di recarsi a Parigi, il 19 ottobre, l'Assemblea aveva votato la responsabilità dei ministri, come quella dei funzionari d'amministrazione, di fronte alla rappresentanza nazionale, e il voto delle imposte da parte dell'Assemblea – le due prime condizioni di un governo costituzionale. Il titolo di re di Francia diventava: re dei francesi.

Mentre l'Assemblea approfittava del movimento del 5 ottobre per stabilirsi sovrana, la municipalità borghese di Parigi, cioè il Consiglio dei Trecento, che s'era imposto dopo il 14 luglio, approfittava dal canto suo degli avvenimenti per consolidare la sua autorità. Sessanta amministratori, presi in seno ai Trecento e ripartiti in otto dipartimenti (sussistenze, polizia, lavori pubblici,  ospedali, educazione, dominii e redditi, imposte, e guardia nazionale) s'arrogavano tutti questi poteri e diventavano una potenza rispettabile, tanto più ch'essi disponevano di 60,000 uomini della guardia nazionale, scelti solo fra i cittadini agiati.

Bailly, il sindaco di Parigi, e soprattutto Lafayette, comandante della guardia nazionale, divenivano importanti personaggi. Quanto alla polizia, la borghesia si mischiò in tutto: riunioni, giornali, commercio ambulante, annunci, in modo da sopprimere tutto quanto le era ostile. E da ultimo i Trecento, profittando dell'uccisione di un fornaio (21 ottobre), andarono a implorare dall'Assemblea una legge marziale, che l'Assemblea si affrettò naturalmente a votare. Bastava ormai che un ufficiale municipale facesse spiegare lo stendardo rosso, perchè venisse proclamata la legge marziale; allora ogni assembramento diventava delittuoso e la truppa, richiesta dall'ufficiale municipale, poteva dopo tre ingiunzioni sparare sul popolo. Se il popolo si ritirava pacificamente, senza violenza, prima dell'ultima ingiunzione, solo gli instigatori della sedizione erano processati e mandati per tre anni in prigione – se l'assembramento era senz'armi; condannati a morte, se armato. Ma nel caso di violenze commesse dal popolo, tutti i colpevoli erano passibili della pena di morte. Eguale pena per ogni soldato o ufficiale della guardia nazionale che eccitasse o fomentasse assembramenti!

Un delitto commesso nella strada era stato sufficente per la creazione di questa legge, e in tutta la stampa di Parigi, come lo ha giustamente notato Louis Blanc, non ci fu che una sola voce – quella di Marat – per protestare contro questa legge atroce e per dire che in tempo di rivoluzione, quando una nazione sta rompendo le sue catene e sta dibattendosi dolorosamente contro i suoi nemici, una legge marziale non ha ragion d'essere. Nell'Assemblea solo Robespierre e Buzot protestarono, e anch'essi non per il principio, ma per la procedura! Non bisognava proclamare, dicevano, la legge marziale prima di avere istituito un tribunale per giudicare i colpevoli di lesa-nazione.

Approfittando della calma che fra il popolo seguì necessariamente le giornate del 5 e 6 ottobre, la borghesia s'accinse, tanto nell'Assemblea come al Municipio, ad organizzare il nuovo potere della classe media, non senza urtare qualche volta contro le ambizioni personali che cercavano d'elidersi e cospiravano le une contro le altre.

La Corte, dal canto suo, non vedeva nessuna necessità d'abdicare: essa cospirò, lottò anche, e profittò dei bisognosi e degli ambiziosi, come Mirabeau, per arruolarli al suo servizio.

Il duca d'Orléans che si era compromesso nel movimento del 6 ottobre, da lui segretamente favorito, cadde in disgrazia e, allontanato dalla Corte, fu inviato come ambasciatore in Inghilterra.

Ma allora è Monsieur, il fratello del re, il conte di Provenza, che si mette a intrigare, per far partire il re – le soliveau (travicello), come scriveva a un amico una volta il re fuggito, il fratello avrebbe posto la sua candidatura al trono di Francia. Mirabeau, che, dal 23 giugno, aveva acquistato una potenza formidabile in seno all'Assemblea, sempre bisognoso, intrigava dal canto suo per arrivare al ministero, e quando i suoi piani furono sventati dall'Assemblea (la quale votò che nessuno dei suoi membri potesse accettare posti in un ministero), si gettò nelle braccia del conte di Provenza, nella speranza di arrivare, coll'aiuto di lui, al ministero. Da ultimo si vendette al re, da cui accettò una pensione di 50,000 franchi al mese per quattro mesi e la promessa di un'ambasciata, in cambio di che, il signor de Mirabeau s'impegnava ad «aiutare il re coi suoi lumi, colle sue forze, colla sua eloquenza in ciò che Monsieur giudicherà utile al bisogno dello Stato e all'interesse del re». Tutto questo non lo si conobbe che più tardi, nel 1792, dopo la presa delle Tuileries, e nel frattempo Mirabeau conservò sino alla morte (2 aprile 1791) la sua riputazione di difensore del popolo.

Sarà sempre impossibile dipanare la matassa d'intrighi che si intrecciavano allora attorno al Louvre e ai palazzi dei principi, come pure nelle corti di Londra, di Vienna, di Madrid e dei diversi principati tedeschi. Tutti s'agitavano attorno alla monarchia che moriva. E nel seno dell'Assemblea stessa – quante ambizioni d'arrivare alla conquista del potere! Ma questi sono incidenti senza troppo valore. Aiutano a spiegare certi fatti, ma non cambian di un filo la marcia degli avvenimenti, determinati dalla logica stessa della situazione e dalle forze entrate in conflitto.

L'Assemblea rappresentava la borghesia intellettuale in procinto di conquistare e organizzare il potere che sfuggiva dalle mani della Corte, dell'alto clero e dell'alta nobiltà. E conteneva nel suo seno un certo numero di uomini, che marciavano diritti verso questa meta con intelligenza e con una certa audacia, che cresceva ogni qual volta il popolo aveva guadagnato una battaglia contro il regime antico. C'erano, è vero, all'Assemblea Duport, Charles de Lameth e Barnave, che formavano il cosidetto «triumvirato», e c'erano, a Parigi, il sindaco Bailly e il comandante della guardia nazionale Lafayette sui quali convergevano gli sguardi, ma la vera forza della borghesia risiedeva nelle masse compatte dell'Assemblea, che elaboravano le leggi per costituire il governo delle classi medie.

È questo il lavoro al quale si accinse con ardore l'Assemblea, non appena, installata a Parigi, potè riprendere le sue tornate con una certa tranquillità.

Questo lavoro, noi l'abbiam visto, fu iniziato all'indomani della presa della Bastiglia. Quando la borghesia ebbe visto il popolo armarsi in pochi giorni di picche, incendiare i casotti daziari, impadronirsi delle provvigioni, là dove le trovava, quando lo ebbe visto ostile tanto ai ricchi borghesi quanto ai talons rouges (aristocratici) – essa fu colta da terrore. S'affrettò allora ad armarsi, a organizzare la «sua» guardia nazionale – i «berretti di pelo» contro i «berretti di lana» e le picche – allo scopo di poter reprimere le insurrezioni popolari. E dopo il 5 ottobre non pose tempo in mezzo a votare la legge sugli assembramenti, della quale abbiamo or ora parlato.

Nello stesso tempo non indugiò a legiferare in modo che il potere politico, con lo sfuggire dalle mani della Corte, non cadesse nelle mani del popolo. Così, otto giorni dopo il 14 luglio, Sieyès, il famoso avvocato del Terzo Stato, proponeva già all'Assemblea di dividere i francesi in due categorie, di cui l'una – i cittadini attivi soli – parteciperebbe al governo, mentre l'altra – comprendente la maggioranza del popolo, sotto il nome di cittadini passivi, sarebbe privata di tutti i diritti politici. Cinque settimane più tardi, l'Assemblea accettava questa divisione come fondamentale per la Costituzione. Appena proclamata, ecco che veniva violata vergognosamente quella Dichiarazione dei diritti, di cui il primo articolo affermava l'eguaglianza dei diritti di ogni cittadino

Riprendendo il lavoro d'organizzazione politica della Francia, l'Assemblea abolì l'antica divisione feudale in provincie, delle quali ciascuna conservava certi privilegi feudali per la nobiltà e i parlamenti; divise la Francia in dipartimenti; sospese gli antichi «parlamenti» – cioè gli antichi tribunali che possedevano anch'essi privilegi giudiziari, e procedè all'organizzazione di una amministrazione fondamentalmente nuova e uniforme  pur mantenendo sempre il principio d'esclusione dal governo delle classi povere.

L'Assemblea nazionale, eletta ancora sotto l'antico regime, quantunque uscita da elezioni a doppio grado, era tuttavia il prodotto di un suffragio quasi universale. Infatti, in ogni circoscrizione elettorale erano state convocate parecchie assemblee primarie, composte di quasi tutti i cittadini della località. Questi avevano nominato gli elettori, che composero in ogni circoscrizione un'assemblea elettorale, la quale scelse a sua volta il suo rappresentante all'Assemblea nazionale. Fa d'uopo notare che, ad elezioni finite, le assemblee elettorali continuavano a riunirsi, ricevevano lettere dai loro deputati e ne sorvegliavano i voti.

Giunta al potere la borghesia fece due cose. Aumentò le attribuzioni delle assemblee elettorali, confidando loro l'elezione dei direttorii di ogni dipartimento, dei giudici e di certi altri funzionari. In tal modo venivano ad avere un gran potere. Ma nello stesso tempo escluse dalle assemblee primarie la massa del popolo, ch'essa privava così di tutti i diritti politici. Non vi ammetteva che i cittadini attivi, cioè coloro che pagavano, in contribuzioni dirette, almeno tre giornate di lavoro64. Gli altri diventavano dei cittadini passivi. Non potevano più far parte delle assemblee primarie, di guisa che essi non avevano il diritto di nominare nè gli elettori, nè il loro municipio, nè alcun'altra delle autorità dipartimentali. Essi non potevano neppure far parte della guardia nazionale65.

Inoltre, per poter essere nominato elettore, bisognava pagare in imposte dirette il valore di dieci giornate di lavoro, la qual cosa tramutava quelle assemblee in corpi interamente borghesi. (Più tardi, quando crebbe la reazione dopo il massacro del Campo di Marte, l'Assemblea fece anzi una nuova restrizione: occorreva il possesso di una proprietà per poter essere nominato elettore). E per poter essere nominato rappresentante del popolo all'Assemblea, bisognava pagare in contribuzioni dirette il valore di un marco d'argento, cioè 50 lire.

Meglio ancora: fu interdetta la permanenza delle assemblee elettorali. Finite le elezioni, queste assemblee non dovevano più riunirsi. Una volta nominati i governanti borghesi, non bisognava controllarli troppo severamente. Ben presto, lo stesso diritto di petizione e di espressione di voti fu tolto: «Votate e tacete!»

Quanto ai villaggi, essi avevano conservato, come si è visto, sotto l'antico regime, in quasi tutta la Francia, sino alla Rivoluzione, l'assemblea generale degli abitanti – come il mir in Russia. Spettava a quest'assemblea generale la gestione degli affari del comune, come pure la ripartizione e la gestione delle terre comunali – campi coltivati, praterie e foreste e terre incolte. Ebbene! Queste assemblee generali della comunità furono proibite colla legge municipale del 22-24 dicembre 1789. Ormai, solo i contadini agiati – i cittadini attivi – ebbero il diritto di riunirsi, una volta all'anno, per nominare il sindaco e la municipalità, composta di tre o quattro borghesi del villaggio. La stessa organizzazione municipale fu data alle città, dove i cittadini attivi si riunivano per nominare il consiglio generale della città e la municipalità – cioè il potere legislativo in materie municipali e il potere esecutivo, ai quali era affidata tutta la polizia nel comune e il comando della guardia nazionale.

Il movimento, da noi segnalato in luglio nelle città, consisteva nel darsi rivoluzionariamente un'amministrazione municipale, eletta in un momento in cui le leggi dell'antico regime rimaste in pieno vigore non autorizzavano nulla del genere. Quel movimento fu consacrato poi dalla legge municipale e amministrativa del 22 dicembre 1789. E fu, lo si vedrà, una forza immensa data già dal principio alla Rivoluzione, la creazione di questi 36,000 centri municipali, indipendenti in mille punti dal governo centrale e capaci d'agire rivoluzionariamente, quando i rivoluzionari riuscivano ad impadronirsene. Gli è vero che la borghesia si circondò di tutte le precauzioni, perchè il potere municipale rimanesse nelle mani della parte agiata della classe media. La municipalità fu inoltre sottoposta al Consiglio del dipartimento, eletto in secondo grado, che rappresentava in tal modo la borghesia agiata e fu durante tutta la Rivoluzione, l'appoggio e l'arma dei contro rivoluzionari.

D'altronde, la municipalità stessa, di cui l'elezione si faceva solo da parte dei cittadini attivi, rappresentava la borghesia piuttosto che la massa popolare, e nelle città, come Lione e molte altre, essa divenne un centro della reazione. Ma ciò non di meno, le municipalità non erano un potere regio, e bisogna riconoscere che più di qualunque altra legge, la legge municipale del dicembre 1789 contribuì al successo della Rivoluzione. Durante l'insurrezione dei contadini contro i loro signori feudali, nell'agosto del 1789, noi abbiam visto le municipalità del Delfinato scendere in campo contro i contadini e impiccare senz'altro i ribelli. Ma via via che la Rivoluzione si sviluppava, il popolo arrivava ad imporsi agli ufficiali municipali. Ecco perchè, man mano che la Rivoluzione allarga i suoi problemi, anche le municipalità si rivoluzionano, e nel 1793-94 divengono i veri centri d'azione dei rivoluzionari popolari.

L'Assemblea compì un altro passo assai importante per la Rivoluzione, quando abolì la vecchia giustizia dei parlamenti e introdusse i giudici eletti dal popolo. Nelle campagne, ogni cantone, composto di cinque a sei parocchie – nominò, per mezzo dei cittadini attivi, i suoi magistrati, e nelle grandi città questo diritto fu dato alle assemblee degli elettori. Gli antichi parlamenti lottarono, naturalmente, per la conservazione delle loro prerogative. Nel Mezzogiorno, a Tolosa, 80 membri del parlamento, insieme con 89 gentiluomini, si misero anzi alla testa di un movimento per restituire al monarca la sua autorità legittima e la sua «libertà», e alla religione «la sua utile influenza». A Parigi, a Rouen, a Metz, in Brettagna, i parlamenti non vollero sottoporsi al potere livellatore dell'Assemblea e si misero alla testa della cospirazione in favore dell'antico regime.

Ma i parlamenti non furono sostenuti dal popolo e dovettero sottostare al decreto del 3 novembre 1789, col quale erano stati congedati sino a nuovo ordine. La resistenza ch'essi tentarono, condusse ad un nuovo decreto (dell'11 gennaio 1790), col quale fu dichiarato che la resistenza dei magistrati di Rennes alla legge «li rendeva inabili all'adempimento di ogni funzione di cittadini attivi, sino a quando, dietro loro richiesta, presentata al corpo legislativo, siano stati ammessi a prestare giuramento di fedeltà alla costituzione decretata dall'Assemblea nazionale e accettata dal re.»

L'Assemblea, lo si vede, intendeva di far rispettare le sue decisioni concernenti la nuova organizzazione amministrativa della Francia. Ma questa nuova organizzazione incontrò un'opposizione formidabile da parte dell'alto clero, della nobiltà e dell'alta borghesia, e occorsero molti anni e una rivoluzione ben più profonda di quella ammessa dalla borghesia per demolire l'antica organizzazione e introdurre la nuova.

XXII
DIFFICOLTÀ FINANZIARIE. – VENDITA DEI BENI DEL CLERO

Le più grandi difficoltà della Rivoluzione consistevano nel fatto ch'essa doveva farsi strada fra circostanze economiche terribili. La bancarotta dello Stato restava una minaccia sospesa sulla testa di coloro che avevano incominciato a reggere la Francia, e se la bancarotta veniva, essa provocava una rivolta di tutta la borghesia agiata contro la Rivoluzione. Se il disavanzo era stato una delle cause che, forzando la reggia a fare le prime concessioni costituzionali, diedero poi alla borghesia il coraggio di reclamare seriamente la sua parte di governo, questo stesso disavanzo pesò durante tutta la Rivoluzione come un incubo terribile per tutti coloro che furono portati successivamente al potere.

È vero che a quell'epoca i prestiti di Stato non essendo ancora internazionali, la Francia non temeva che le nazioni straniere venissero in qualità di creditori a impossessarsi di comune accordo delle sue provincie, come avverrebbe oggi se uno Stato europeo in rivoluzione dichiarasse bancarotta. Ma bisognava pensare ai prestatori interni, e se la Francia avesse soppresso i suoi pagamenti, provocando la rovina di tante fortune borghesi, tutta la borghesia grande e media si sarebbe scagliata contro la Rivoluzione, alla quale non sarebbero rimasti fedeli che gli operai e i più miseri contadini. Così l'Assemblea costituente, l'Assemblea legislativa, la Convenzione, e più tardi, il Direttorio, dovettero fare degli sforzi inauditi durante una lunga serie d'anni per evitare la bancarotta.

La soluzione che l'Assemblea adottò alla fine del 1789 fu quella d'impossessarsi dei beni della Chiesa, di metterli in vendita, e di pagare in cambio un salario fisso al clero. I redditi della Chiesa erano nel 1789 valutati a centoventi milioni per le decime, a ottanta milioni d'altri redditi prodotti da proprietà diverse (case, beni stabili, di cui il valore era stimato di qualche cosa superiore ai due miliardi) e a trenta milioni circa di contribuzione, aggiunti ogni anno dallo Stato: totale 230 milioni all'anno. Questi redditi erano evidentemente ripartiti nella maniera più ingiusta fra i diversi membri del clero. I vescovi vivevano in un lusso ricercato e rivaleggiavano nelle spese coi ricchi signori e coi principi, mentre i curati della città e dei villaggi, «ridotti alla porzione congrua», vivevano nella miseria. Fu dunque proposto da Talleyrand, vescovo di Autun, sin dal 10 ottobre, di prendere possesso in nome dello Stato di tutti i beni della Chiesa; di venderli, di stipendiare a sufficenza il clero (1200 lire all'anno per ogni curato, più l'alloggio), e di coprire col resto una parte del debito pubblico, che ammontava a 50 milioni di rendite vitalizie e 60 milioni di rendite perpetue. Questa misura avrebbe permesso di colmare il disavanzo, di abolire il rimanente della gabella e di non far più assegnamento sulle «cariche» o posti d'ufficiali e di funzionari, che si comperavano dallo Stato. Mettendo in vendita i beni della Chiesa, si voleva pure creare una nuova classe di lavoratori, che sarebbero fedeli alla terra di cui diventavano proprietari.

Questo piano suscitò naturalmente forti timori da parte di coloro che erano proprietari fondiari. – Voi ci conducete alla legge agraria! – si disse all'Assemblea. «Sappiate che tutte le volte che voi risalirete all'origine delle proprietà, la nazione vi risalirà con voi!» Ciò significava riconoscere che alla base di ogni proprietà fondiaria c'era l'ingiustizia, l'accaparramento, la frode o il furto.

Ma la borghesia non proprietaria fu entusiasmata da quel piano. Si evitava in tal modo la bancarotta e i borghesi trovavano dei beni da comperare. E poichè la parola «espropriazione» spaventava le anime pietose dei proprietari, si trovò il mezzo di evitarla. Si disse che i beni del clero erano messi a disposizione della nazione, e fu deciso di metterne subito in vendita per una somma di 400 milioni. Il 2 novembre 1789 – data memorabile – fu votata questa immensa espropriazione all'Assemblea con 568 voti contro 346! E questi oppositori, divenuti da quel momento i nemici acerrimi della Rivoluzione, si adopreranno con ogni mezzo per creare imbarazzi al regime costituzionale, poscia alla Repubblica.

Ma la borghesia, istruita da una parte dagli enciclopedisti, atterrita dall'altra dalla ineluttabilità della bancarotta, non si lasciò spaventare. Quando l'immensa maggioranza del clero e soprattutto gli ordini monastici tentarono opporsi con intrighi all'espropriazione dei beni del clero, l'Assemblea votò – il 12 febbraio 1790 – la soppressione dei voti perpetui e degli ordini monastici tanto dell'uno come dell'altro sesso. Ebbe la sola debolezza di non toccare, per il momento, le congregazioni incaricate dell'istruzione pubblica e dell'assistenza ai malati. Queste non furono abolite che il 18 agosto 1792, dopo la presa delle Tuileries.

Questi decreti suscitarono odii profondi nel seno del clero e in tutti quelli – e il loro numero era immenso in provincia – che subivano l'influenza del clero. Tuttavia, finchè il clero e gli ordini sperarono di detenere ancora la gestione delle loro immense proprietà, da considerarsi solo quali ipoteche pei prestiti dello Stato, essi non mostrarono tutta la loro ostilità. Ma questa situazione non poteva durare. Il Tesoro era vuoto, le imposte non rendevano. Un prestito di 30 milioni, votato il 9 agosto 1789, non era riuscito; un altro di 80 milioni, votato il 27 dello stesso mese, diede un meschino risultato. Da ultimo, un contributo straordinario del quarto del reddito, era stato votato il 26 settembre, dopo un celebre discorso di Mirabeau. Ma questa imposta fu immediatamente inghiottita nella voragine degli interessi dei vecchi prestiti, e allora si giunse all'idea degli «assegnati» a corso forzoso, il cui valore sarebbe stato garantito dai beni nazionali confiscati al clero e rimborsabili a misura che la vendita di questi beni avrebbe fornito del denaro alle casse esauste dello Stato.

Come ben s'immagina le più enormi speculazioni furono provocate dalla vendita dei beni nazionali su una grande scala e dall'emissione degli assegnati. S'indovina pure facilmente l'elemento che queste due misure introdussero nella Rivoluzione. Eppure, sino a tutt'oggi, economisti e storici si chiedono ancora se ci fosse un altro mezzo per fronteggiare i bisogni urgenti dello Stato. I delitti, la stravaganza, i furti, le guerre dell'antico regime, pesavano sulla Rivoluzione. Iniziata coll'immenso fardello dei debiti trasmessile dall'antico regime, la Rivoluzione dovette sopportarne le conseguenze. Minacciata da una guerra civile, più terribile di quella che già si scatenava, e nella tema d'inimicarsi la borghesia che, pur mirando ai suoi scopi, lasciava che il popolo s'affrancasse dai suoi signori, ma avrebbe ostacolato ogni tentativo di liberazione, se i capitali da lei impegnati nei prestiti fossero andati perduti, – la Rivoluzione, di fronte a questo doppio pericolo, adottò il progetto degli assegnati garantiti dai beni nazionali.

Il 29 dicembre 1789, dietro proposta dei distretti di Parigi (vedi più avanti, cap. XXIV) veniva trasferita alle municipalità l'amministrazione dei beni del clero, perchè ne vendessero per 400 milioni. Il gran colpo era inferto. E d'allora, il clero, salvo pochi parroci di villaggio, amici del popolo, concepì un odio a morte contro la Rivoluzione, – un odio clericale e le Chiese sono in ciò maestre insuperate. L'abolizione dei voti monastici esasperò questi odii. Da quel momento, in tutta la Francia, il clero divenne l'anima delle cospirazioni per ristabilire l'antico regime e la feudalità. Il clero fu spirito ed anima di questa reazione, che noi vedremo sorgere nel 1790 e 1791, minacciando di strozzare le Rivoluzione ai suoi primi vagiti.

Ma la borghesia lottò e non si lasciò disarmare. Nel giugno e nel luglio 1790 l'Assemblea affrontò la discussione di una grande questione – l'organizzazione interna della Chiesa in Francia. Poichè il clero era divenuto un salariato dello Stato, i legislatori concepirono l'idea di affrancarlo da Roma e di sottometterlo interamente alla Costituzione. I vescovadi furono annessi ai nuovi dipartimenti: il loro numero venne così ridotto, e furono unificate le due circoscrizioni: diocesana e amministrativa. Questo poteva ancora passare; ma, colla nuova legge, l'elezione dei vescovi fu confidata agli elettori, a quelli stessi, cioè, che sceglievano i deputati, i giudici e gli amministratori.

Ciò significava spogliare il vescovo del suo carattere sacerdotale per farne un funzionario dello Stato. È vero che nelle antiche Chiese vescovi e preti venivano nominati dal popolo, ma le assemblee elettorali indette per l'elezione di rappresentanti politici e di funzionari, non erano le antiche assemblee del popolo, dei credenti. Insomma, i credenti ci videro un attacco vibrato contro i vecchi dogmi della Chiesa, e i preti cercarono di trarre il massimo profitto da questo malcontento. Il clero si divise in due grandi partiti; il clero costituzionale, che si sottomise, almeno pro forma, alle nuove leggi e prestò giuramento alla Costituzione, e il clero che rifiutò di giurare e si pose apertamente alla testa del movimento contro rivoluzionario. In tal modo, il problema della Rivoluzione o della contro rivoluzione s'impose in ogni provincia, in ogni città, in ogni villaggio, in ogni casolare, agli abitanti di tutta la Francia. Quindi, le lotte più terribili si produssero in ogni piccola località per decidere quale dei due partiti avrebbe il sopravvento. Da Parigi, la Rivoluzione fu portata in ogni villaggio. Da parlamentare, diventava popolare.

L'opera compiuta dall'Assemblea costituente fu certo borghese. Ma con l'avere introdotto nelle abitudini della nazione il principio d'eguaglianza politica, con l'avere abolito le sopravvivenze di diritti di un uomo sulla persona di un altro, con l'aver risvegliato il sentimento d'eguaglianza e lo spirito di rivolta contro le ineguaglianze, l'opera di quest'Assemblea fu immensa. Solo, bisogna sempre ricordare, come lo aveva già fatto notare Louis Blanc, che per mantenere e vivificare quel focolare che era rappresentato dall'Assemblea, era necessario «il vento che allora soffiava dalle piazze». «Anche la sommossa, aggiunge Blanc, in quei giorni incomparabili, faceva uscire dal suo tumulto tante saggie inspirazioni! Ogni sedizione era così gravida di idee!» In altri termini, fu il popolo, il popolo nella strada che, continuamente, costrinse l'Assemblea a marciare innanzi nella sua opera di ricostruzione. Anche un'assemblea rivoluzionaria o che, almeno, s'imponeva rivoluzionariamente come fece la Costituente, non avrebbe fatto nulla, se il popolo non l'avesse spinta, colla spada nelle reni, e se non avesse fiaccato colle sue numerose sollevazioni la resistenza contro rivoluzionaria.

XXIII
LA FESTA DELLA FEDERAZIONE

Col trasloco del re e dell'Assemblea da Versaglia a Parigi, si chiude il primo periodo – il periodo eroico, per così dire, della Grande Rivoluzione. La riunione degli Stati generali, la seduta reale del 23 giugno, il giuramento del Giuoco del Pallone, la presa della Bastiglia, la rivolta delle città e dei villaggi in luglio e in agosto, la notte del 4 agosto, da ultimo la marcia delle donne su Versaglia e il loro ritorno trionfale col re prigioniero; ecco le tappe principali di questo periodo.

Col ritorno dell'Assemblea e del re – del «legislativo» e dell'«esecutivo» – a Parigi, comincia. un periodo di sorda lotta fra la dinastia morente e il nuovo potere costituzionale, che si consolida lentamente coi lavori legislativi dell'Assemblea e col lavoro costruttivo che si compiva dovunque, in ogni città e in ogni villaggio.

La Francia ha adesso nell'Assemblea nazionale un potere costituzionale, che il re è stato costretto di riconoscere. Ma se lo ha riconosciuto officialmente, lo considera però sempre come un'usurpazione, un insulto alla sua autorità regia, di cui non vuole ammettere la diminuzione. Perciò egli s'arrovella a trovare tutti i minimi spedienti per abbassare l'Assemblea e disputarle ogni parcella d'autorità. E sino all'ultimo momento, egli non abbandonerà la speranza di ridurre un giorno all'obbedienza questo nuovo potere, rimproverandosi di averlo lasciato sorgere accanto al suo.

In questa lotta tutti i mezzi gli sembreranno buoni. L'esperienza gli insegna che è facile comperare gli uomini che lo circondano – alcuni per poco denaro, gli altri per forti somme – e allora egli si ingegna a trovare del denaro, molto denaro, chiedendolo in prestito a Londra, allo scopo di poter comperare i capipartito nell'Assemblea e altrove. Raggiunge facilmente l'intento con uno di quelli che stanno maggiormente in vedetta, cioè con Mirabeau, che, mercè forti sovvenzioni, divenne il consigliere della Corte e il difensore del re, e passò i suoi ultimi giorni in un lusso assurdo. Ma non è soltanto all'Assemblea che la dinastia trova i suoi sostegni; è soprattutto di fuori. Li ha fra coloro che la Rivoluzione spoglia dei privilegi, delle pazzesche pensioni loro assegnate altra volta, delle loro colossali fortune; fra i nobili che perdono, coi diritti feudali, la loro situazione privilegiata; fra i borghesi che temono per i capitali da essi investiti nell'industria, nel commercio e nei prestiti allo Stato – fra quegli stessi borghesi che giungeranno ad arricchirsi durante e colla Rivoluzione.

Sono assai numerosi quelli che considerano come una nemica la Rivoluzione. Sono tutti coloro che vivevano un tempo attorno all'alto clero, ai nobili e ai privilegiati dell'alta borghesia: è più della metà di tutta quella parte attiva e pensante, da cui è fatta la vita storica d'una nazione. Se nel popolo di Parigi, di Strasburgo, di Rouen e di molte altre città grandi e piccole, la Rivoluzione trova i suoi più ardenti difensori, quante città ci sono, invece, come Lione, dove l'influenza secolare del clero e la dipendenza economica del lavoratore sono tali, che il popolo stesso si metterà fra poco, col suo clero, contro la Rivoluzione, – quante città ancora, come i grandi porti di Nantes, Bordeaux, San Malò, dove stanno i grandi commercianti e tutti i loro dipendenti sono già guadagnati in anticipo alla causa della reazione!...

Anche fra i contadini che avrebbero interesse ad essere colla Rivoluzione, son molti i piccoli borghesi che la temono; senza parlare delle popolazioni che per gli errori dei rivoluzionari ne odieranno la grande causa. Troppo teorici, troppo adoratori dell'uniformità e dell'allineamento e quindi incapaci di comprendere le forme multiple della proprietà fondiaria, uscita dal diritto consuetudinario; troppo volterriani, d'altra parte, per essere tolleranti verso i pregiudizi delle masse votate alla miseria, e soprattutto troppo politicanti per comprendere l'importanza che il contadino attribuisce alla questione della terra – i rivoluzionari stessi suscitano la contro rivoluzione dei contadini nella Vandea, in Brettagna, nel sud-est.

La contro rivoluzione seppe utilizzare tutti questi elementi. Una «giornata» come quella del 14 luglio o del 6 ottobre sposta e non di poco il centro di gravità del governo; ma è nei trentasei mila comuni di Francia, negli spiriti e negli atti di questi comuni che la Rivoluzione doveva compiersi e ciò richiedeva del tempo. E ne dava altresì alla contro rivoluzione, che ne profittò per guadagnare alla sua causa tutti i malcontenti delle classi agiate, numerosi assai in provincia. Poichè, se la borghesia radicale diede alla Rivoluzione una quantità prodigiosa d'intelligenze d'eccezione (sviluppate dalla Rivoluzione stessa), l'intelligenza e soprattutto il tatto e l'astuzia non mancavano affatto alla nobiltà provinciale, ai commercianti, al clero, che tutti insieme prestarono alla dinastia una forza formidabile di resistenza.

Questa sorda lotta di complotti e di contro complotti, di sollevazioni parziali nelle provincie e di lotte parlamentari dell'Assemblea costituente e più tardi legislativa – questa lotta dissimulata durò quasi tre anni dal mese di ottobre 1789 sino al mese di giugno 1792, quando la Rivoluzione prese un nuovo slancio. È un periodo povero di avvenimenti d'importanza storica – poichè i soli che meritano d'essere segnalati in questo intervallo sono la recrudescenza della sollevazione dei contadini in gennaio e febbraio 1790, la festa della Federazione, il 14 luglio 1790, il massacro di Nancy (31 agosto 1790), la fuga del re, il 20 giugno 1791, e il massacro del popolo di Parigi al Campo di Marte (17 luglio 1791).

Parleremo in uno dei seguenti capitoli delle insurrezioni agrarie. Ma qui è bene dire qualche cosa della festa della Federazione. Piena d'entusiasmo e di concordia, essa dimostra ciò che la Rivoluzione avrebbe potuto essere se le classi privilegiate e la reggia, comprendendo che un inevitabile cambiamento si compiva, avessero consentito spontaneamente a quanto non potevano più evitare.

Taine denigra le feste della Rivoluzione, ed è vero che quelle del 1793 e 94 furono spesso troppo teatrali. Furono fatte per il popolo, non dal popolo. Ma quella del 14 luglio 1790 fu una delle più belle feste popolari che la storia ricordi.

Prima del 1789, la Francia non era unificata. Era un tutto storico, ma le sue diverse parti si conoscevano poco e non si amavano affatto. Ma dopo gli avvenimenti del 1789, dopo il colpo di scure inferto nella selva delle sopravvivenze feudali, dopo i bei momenti insieme vissuti dai rappresentanti di tutte le parti della Francia, s'era creato un sentimento d'unione, di solidarietà fra le provincie amalgamate dalla storia. L'Europa s'accendeva d'entusiasmo per le parole e gli atti della Rivoluzione – come avrebbero potuto le provincie che vi partecipavano resistere a questa unificazione nella marcia in avanti, verso un avvenire migliore? È questo che fu simboleggiato dalla festa della Federazione.

Ebbe un altro segno particolare. Poichè era necessario, per questa festa, compiere certi lavori di sterro, livellare il suolo, costruire un arco di trionfo, e poichè si vide – otto giorni prima della festa – che i quindicimila operai occupati non sarebbero riusciti a completare i preparativi, che cosa fece Parigi? Un ignoto lanciò l'idea che tutta, tutta Parigi, andrebbe a lavorare al Campo di Marte, e tutti – poveri e ricchi, artisti e manovali, monaci e soldati – si misero gaiamente all'opera. La Francia, rappresentata da mille delegati venuti dalle provincie, trovò la sua unità nazionale smovendo la terra – simbolo di ciò che un giorno creerà l'eguaglianza e la fratellanza degli uomini e delle nazioni.

Il giuramento che le migliaia d'intervenuti prestano «alla Costituzione decretata dall'Assemblea nazionale e accettata dal re», il giuramento prestato dal re e confermato spontaneamente dalla regina per suo figlio – tutto ciò aveva poca importanza. Ognuno faceva certamente delle «riserve mentali» al suo giuramento, ognuno vi metteva certe condizioni. Il re prestò il suo giuramento con queste parole: «Io, re dei francesi, giuro d'impiegare tutto il potere che mi è attribuito dall'atto costituzionale dello Stato a mantenere la costituzione decretata dall'Assemblea nazionale e accettata da me.» La qual formula significava ch'egli avrebbe ben voluto mantenere la costituzione, che però sarebbe violata, mentre lui, il re, non avrebbe potuto impedirlo. In realtà, nel momento stesso nel quale il re prestava il suo giuramento, egli non pensava che ai mezzi per uscire da Parigi, col pretesto di un viaggio di riviste agli eserciti. Calcolava i mezzi per comperare i membri influenti dell'Assemblea e faceva assegnamento sui soccorsi che gli verrebbero dall'estero per domare la Rivoluzione, da lui stesso scatenata colla sua opposizione ai cambiamenti necessari e la furberia dei suoi rapporti coll'Assemblea nazionale.

I giuramenti valevano poco. Ma quel che è necessario di rilevare in quella festa, oltre l'affermazione di una nuova nazione, avente un ideale comune – è la sorprendente bonomia della Rivoluzione. Un anno dopo la presa della Bastiglia, quando Marat aveva tutte le ragioni di scrivere: «Perchè questa gioia sfrenata? Perchè queste stupide manifestazioni d'allegria? La Rivoluzione non è stata ancora che un doloroso sogno per il popolo!» poichè nulla era stato ancor fatto per soddisfare i bisogni del popolo lavoratore e tutto era stato fatto invece (noi lo vedremo fra poco) per impedire l'abolizione reale degli abusi feudali, quantunque il popolo avesse dovuto pagare dovunque colla vita e una miseria spaventevole i progressi della Rivoluzione politica. Eppure, malgrado tutto ciò, il popolo s'accendeva d'entusiasmo allo spettacolo del nuovo regime democratico affermato in quella festa. Come cinquantotto anni più tardi, nel febbraio del 1848, il popolo di Parigi metteva tre mesi di miseria al servizio della Repubblica, così adesso, il popolo si mostrava pronto a sopportare ogni sacrificio, purchè la costituzione gli promettesse un sollievo e mostrasse un po' di buona volontà.

Se tre anni più tardi, questo stesso popolo, di così facile contentatura e tanto disposto ad aspettare, diventò feroce e cominciò lo sterminio dei contro rivoluzionari, non vi ricorse che come al mezzo supremo per salvare qualche cosa della Rivoluzione – vedendola sul punto di naufragare, prima di aver compiuto qualche cambiamento sostanziale nella vita economica, per il popolo.

Nel luglio 1790, nulla fa presagire questo oscuro e feroce carattere. «La Rivoluzione non è stata finora che un sogno doloroso per il popolo.» Non ha mantenuto le sue promesse. Poco importa! È in marcia! E tanto basta! Dovunque, il popolo s'abbandonerà alla gioia.

Ma la reazione è già pronta, armata, e fra un mese o due si mostrerà in tutta la sua forza. Al prossimo anniversario del 14 luglio, il 17 luglio 1791, la reazione sarà così forte da fucilare il popolo su quello stesso Campo di Marte.

XXIV
I DISTRETTI E LE SEZIONI DI PARIGI

Noi abbiamo esaminato le sollevazioni popolari, che nei primi mesi dell'89 avevano dato inizio alla Rivoluzione. Tuttavia, per compiere una rivoluzione, non bastano delle sollevazioni popolari più o meno vittoriose. È necessario che dopo queste sollevazioni resti nelle istituzioni qualche cosa di nuovo, che permetta alle nuove forme della vita di elaborarsi e consolidarsi.

Il popolo francese sembra aver compreso a meraviglia questa necessità, e il qualche cosa di nuovo ch'esso introdusse nella vita della Francia, sin dalle prime sommosse, fu la Comune popolare. L'accentramento governativo venne più tardi; ma la Rivoluzione cominciò col creare la Comune e questa istituzione diede, come vedremo, una forza immensa alla Rivoluzione stessa.

Infatti, nei villaggi, era la Comune dei contadini che reclamava l'abolizione dei diritti feudali e legalizzava il rifiuto di pagamento di questi diritti; era la Comune che riprendeva ai signori le terre già comunali e resisteva ai nobili, lottava contro i preti, proteggeva i patriotti e più tardi i sanculotti; era la Comune che arrestava gli emigrati di ritorno – o il re evaso.

Nelle città, la Comune municipale ricostruiva tutto l'aspetto della vita, si attribuiva il diritto di nominare i giudici, cambiava di sua propria iniziativa la ripartizione delle imposte e più tardi, mano mano che la Rivoluzione seguiva il suo sviluppo, la Comune diventava l'arma dei sanculotti per lottare contro la Reggia, le cospirazioni realiste e l'invasione tedesca. Più tardi ancora, nell'anno II, erano le Comuni che si accingevano a compiere il livellamento dei beni.

Da ultimo, a Parigi, com'è noto, fu la Comune che rovesciò il re, e dopo il 10 agosto fu ancor essa il vero focolare e la vera forza della Rivoluzione; questa conservò il suo vigore sino al giorno in cui visse la Comune.

Le Comuni furono dunque l'anima della grande Rivoluzione e senza questi focolari diffusi su tutto il territorio, giammai la Rivoluzione avrebbe avuto la forza di rovesciare l'antico regime, di respingere l'invasione tedesca, di rigenerare la Francia.

Sarebbe erroneo, tuttavia, di rappresentarsi le comuni di allora come dei corpi municipali moderni, ai quali i cittadini, dopo essersi appassionati alcuni giorni durante le elezioni, confidano ingenuamente la gestione di tutti i loro affari, senza più occuparsene. La pazza fiducia nel governo rappresentativo, che caratterizza la nostra epoca, non esisteva durante la grande Rivoluzione. La Comune, uscita dai movimenti popolari, non si separava dal popolo. Mediante i suoi distretti, le sue sezioni, le sue tribù, costituiti come altrettanti organi d'amministrazione popolare, la Comune restava popolo e in ciò appunto stava la potenza rivoluzionaria dei suoi organismi.

Poichè sono la vita e l'organizzazione dei distretti e delle sezioni di Parigi che si conoscono meglio, così parleremo di questi organi della città di Parigi, tanto più che studiando la vita di una «sezione» di Parigi, noi impariamo a conoscere, salvo minime differenze, la vita di mille Comuni di provincia.

Non appena fu cominciata la Rivoluzione e soprattutto non appena gli avvenimenti ebbero risvegliata l'iniziativa di Parigi alla vigilia del 14 luglio, il popolo, col suo meraviglioso spirito di organizzazione rivoluzionaria, s'organizzava già in modo stabile in vista della lotta ch'esso avrebbe dovuto sostenere e della quale sentiva tutta l'importanza.

Per le elezioni, la città di Parigi era stata divisa in sessanta distretti, che dovevano scegliere gli elettori di secondo grado. Nominati costoro, i distretti dovevano scomparire. Ma essi rimasero e s'organizzarono da loro, di loro stessa iniziativa, come organi permanenti dell'amministrazione municipale, appropriandosi diverse funzioni e attribuzioni, che appartenevano prima alla polizia o alla giustizia, o anche ai differenti ministeri dell'antico regime.

Essi s'imposero in tal modo, e nel momento in cui tutta Parigi era in ebullizione alla vigilia del 14 luglio, cominciarono ad armare il popolo e ad agire come autorità autonoma, tanto che il Comitato permanente, formato al Palazzo di Città dalla borghesia influente (vedi capitolo XII), dovette convocare i distretti per intendersi con loro. Per armare il popolo, per costituire la guardia nazionale e soprattutto per mettere Parigi in istato di difesa contro un attacco armato di Versaglia, i distretti spiegarono un'attività prodigiosa.

Dopo la presa della Bastiglia, i distretti funzionano già come organi titolari dell'amministrazione municipale. Ogni distretto nomina il suo Comitato civile, da 16 a 24 membri, per gestire gli affari. D'altra parte, come l'ha giustamente notato Sigismond Lacroix nella sua introduzione al primo volume degli Actes de la Commune de Paris pendant la Révolution (t. I, Parigi, 1894, p. VII), ogni distretto s'organizza da sè, «come meglio gli pare». La loro organizzazione stessa diversifica. Un distretto, «precedendo i voti dell'Assemblea nazionale sull'organizzazione giudiziaria, nomina i suoi giudici di pace e di conciliazione». Ma per concertarsi fra di loro, «essi creano un ufficio centrale di corrispondenza, dove dei delegati speciali s'incontrano e si scambiano comunicazioni». Si ha in tal guisa un primo tentativo di Comune  – dal basso all'alto, colla federazione degli organismi di distretto, sorta rivoluzionariamente dall'iniziativa popolare. La Comune rivoluzionaria del 10 agosto si delinea già da quest'epoca, e soprattutto dal dicembre 1789, quando i delegati dei distretti tentarono di formare un Comitato centrale all'Arcivescovado.

È attraverso questi «distretti» che sin d'allora, Danton, Marat e tanti altri seppero infondere nelle masse popolari un soffio di rivolta, e queste masse s'abituarono a fare a meno dei corpi rappresentativi e a praticare il governo diretto66.

Immediatamente dopo la presa della Bastiglia, i distretti avevano incaricato i loro deputati di preparare, d'accordo col sindaco di Parigi, Bailly, un progetto d'organizzazione municipale, da sottomettersi in seguito all'approvazione dei distretti stessi. Ma nell'attesa di questo progetto, i distretti procedevano come lo ritenevano necessario, allargando il cerchio delle loro attribuzioni.

Quando incominciò a discutere la legge municipale, l'Assemblea nazionale procedeva, com'era da prevedersi con un corpo così eterogeneo, con una desolante lentezza. «Dopo due mesi», dice Lacroix, «il primo articolo del nuovo progetto di Municipalità doveva ancora essere scritto» (Actes, t. II, p. XIV). Si comprende che «questa lentezza parve sospetta ai distretti», e d'allora si manifesta verso l'Assemblea dei rappresentanti della Comune l'ostilità sempre più accentuata di una parte dei suoi mandanti. Ma ciò che bisogna soprattutto notare, si è che, pur tentando di dare una forma legale al governo municipale, i distretti cercano di conservare la loro indipendenza. Cercano l'unità d'azione – non nella sottomissione dei distretti a un comitato centrale, ma nella loro unione federativa.

«Lo stato d'animo dei distretti... si caratterizza con un sentimento fortissimo dell'unità comunale insieme con una tendezza non meno forte verso il governo diretto», dice Lacroix (t. II, pp. XIV e XV). «Parigi non vuol essere una federazione di sessanta repubbliche tagliate per caso nel suo territorio; la Comune è una, si compone dell'insieme di tutti i distretti... In nessun luogo c'è un distretto che pretenda di vivere appartato dagli altri... Ma a lato di questo incontestato principio, ne scaturisce un altro... questo: la Comune deve legiferare e amministrare essa stessa, direttamente per quanto è possibile; il governo rappresentativo deve essere ridotto al minimo; tutto ciò che la Comune può fare direttamente deve deciderlo, senza intermediari, senza deleghe o per mezzo di delegati ridotti alla funzione di mandatari speciali, che agiscono sotto il controllo continuo dei mandanti..., è finalmente ai distretti, ai cittadini riuniti in assemblee generali di distretti, che appartiene il diritto di legiferare e di amministrare per la Comune.»

Di qui si vede che i principii anarchici espressi qualche anno dopo da Godwin in Inghilterra, datano già dall'89, e che hanno le loro origini non nelle speculazioni teoriche, ma nei fatti della Grande Rivoluzione.

C'è un fatto ancor più eloquente segnalato da Lacroix, che dimostra sino a qual punto i distretti sanno distinguersi dalla Municipalità e impediscono ch'essa calpesti i loro diritti. Quando, il 30 novembre 1789, Brissot concepì il progetto di dotare Parigi di una costituzione municipale concertata fra l'Assemblea nazionale e un Comitato scelto dall'Assemblea dei rappresentanti (il Comitato permanente del 12 luglio 1789), i distretti vi si opposero immediatamente. Nulla doveva esser fatto senza la sanzione diretta dei distretti stessi, (Actes, t. III, p. IV), e il progetto di Brissot dovette essere abbandonato. Più tardi, nell'aprile del 1790, quando l'Assemblea cominciò la discussione della legge municipale, essa dovette scegliere fra due progetti quello dell'assemblea (libero ed illegale) dell'Arcivescovado, adottato dalla maggioranza delle sezioni e firmato da Bailly, e quello dei rappresentanti della Comune, appoggiato solo da alcuni distretti. Accettò il primo.

Non c'è bisogno di dire che l'attività dei distretti non si esauriva solo negli affari municipali. Essi prendevano sempre parte alle grandi questioni politiche che appassionavano la Francia. Il veto regio, il mandato imperativo, l'assistenza ai poveri, la questione degli ebrei, quella del «marco d'argento» (vedi cap. XXI) – tutto ciò veniva discusso dai distretti. Per il «marco d'argento», prendevano essi stessi l'iniziativa, si convocavano reciprocamente, nominavano dei Comitati. «Essi fissano le loro risoluzioni, dice Lacroix, e lasciando da parte i Rappresentanti ufficiali della Comune, se ne vanno, all'8 febbraio (1790), a portare direttamente all'Assemblea nazionale il primo Indirizzo della Comune di Parigi nelle sue sezioni. È una manifestazione personale dei distretti, al di fuori di qualsiasi rappresentanza ufficiale, per appoggiare la mozione di Robespierre all'Assemblea nazionale contro il marco d'argento.» (T. III, pp. XII e XIII).

Ma più interessante ancora è il fatto che sin d'allora le città di provincia stringono, per ogni genere di affari, relazioni colla Comune di Parigi. Sorge la tendenza, che diverrà più tardi così manifesta, a stabilire un legame diretto fra le città e i villaggi della Francia, all'infuori del parlamento nazionale. E quest'azione diretta, spontanea, dà alla Rivoluzione una forza irresistibile.

I distretti fecero sentire soprattutto la loro influenza e la loro capacità d'organizzazione in un affare d'importanza capitale, la liquidazione dei beni del clero. È vero che la legge aveva ordinato sulla carta il sequestro dei beni del clero e la loro vendita a beneficio della nazione; ma essa non aveva indicato nessun mezzo pratico per tradurre questa legge in atto. Allora furono i distretti di Parigi che proposero di servire da intermediari per l'acquisto di quei beni e invitarono tutte le municipalità della Francia a fare altrettanto, la qual cosa rappresentava una soluzione pratica per l'applicazione della legge.

Il modo d'agire dei distretti, per decidere l'Assemblea a confidar loro questo importante affare, è stato raccontato dall'editore degli Actes de la Commune. – «Chi ha parlato e agito in nome di questa grande personalità, la Comune di Parigi?» domanda Lacroix. E risponde: «L'Ufficio di Città, anzitutto, che ha espresso l'idea; poi, i distretti che l'hanno approvata e che, avendola approvata, si sono sostituiti per eseguirla al Consiglio di Città, hanno negoziato, trattato direttamente collo Stato, cioè coll'Assemblea nazionale, realizzato, da ultimo, direttamente l'acquisto progettato, tutto ciò contrariamente a un decreto formale, ma col consenso dell'Assemblea sovrana.»

Quel ch'è soprattutto interessante a conoscersi è che i distretti, essendosi impadroniti di quest'affare, per le necessarie trattative eliminarono anche la vecchia Assemblea dei Rappresentanti della Comune, troppo vecchia ormai per un'azione energica, e anche, per due volte, il Consiglio di Città, che voleva intervenire. I distretti, dice Lacroix, «preferiscono costituire, in vista di questo scopo speciale, un'assemblea particolare deliberante, composta di 60 delegati, uno per distretto, e un piccolo consiglio esecutivo di 12 membri scelti dai primi sessanta» (p, XIX).

Operando in tal modo – e i libertari oggi farebbero lo stesso – i distretti di Parigi gettavano le basi di una nuova organizzazione libertaria della società67.

Mentre la reazione guadagnava sempre più terreno nel 1790, i distretti di Parigi aumentavano la loro influenza sulla marcia della Rivoluzione. E se l'Assemblea scalza a poco a poco il potere del re, i distretti e poi le sezioni di Parigi allargano gradatamente il cerchio delle loro funzioni in seno al popolo; cementano così l'alleanza fra Parigi e le provincie e preparano il terreno per la Comune rivoluzionaria del 10 agosto.

«La storia municipale», dice Lacroix, «si compie al di fuori delle assemblee officiali. È per mezzo dei distretti che si realizzano i fatti più importanti della vita comunale, politica ed amministrativa: l'acquisizione dei beni nazionali è continuata, come hanno voluto i distretti, per mezzo di commissari speciali; la federazione nazionale è preparata da una riunione di delegati ai quali i distretti hanno dato un mandato speciale... La federazione del 14 luglio è del pari l'opera esclusiva e diretta dei distretti», il loro organo essendo in tal caso l'Assemblea dei deputati delle sezioni per il patto federativo (t. I, p. II, IV e 729, nota).

Ci si compiace sempre di dire che l'Assemblea rappresentava l'unità nazionale. Tuttavia, quando si trattò della festa della Federazione, i politicanti, come l'aveva già fatto notare Michelet, furono presi da sgomento vedendo affluire a Parigi per le feste uomini venuti da tutte le parti della Francia, e fu necessario che la Comune forzasse la porta dell'Assemblea nazionale, per ottenere da questa il consenso per la festa. L'Assemblea dovette, bon gré, mal gré, accordarlo».

Ma ciò che accresce l'importanza di questo movimento è che esso, nato all'inizio, come hanno osservato Buchez e Roux, dal bisogno di garantire le sussistenze e di garantirsi contro i timori di una invasione straniera, cioè, in parte, da un fatto di amministrazione locale, prese nelle sezioni68 il carattere di una confederazione generale, in cui sarebbero stati rappresentati tutti i cantoni dei dipartimenti della Francia e tutti i reggimenti dell'esercito. L'organo creato per l'individualizzazione dei diversi quartieri di Parigi, divenne in tal guisa lo strumento dell'unione federativa di tutta la nazione.

XXV
LE SEZIONI IN PARIGI SOTTO LA NUOVA LEGGE MUNICIPALE

Noi ci siamo talmente abituati alle idee di servitù verso lo Stato accentrato, che le idee stesse d'indipendenza comunale («autonomia» sarebbe dir troppo poco), così diffuse nel 1789, ci sembrano barocche. L. Foubert69 ha perfettamente ragione di dire, parlando del progetto d'organizzazione municipale decretato dall'Assemblea nazionale il 21 maggio 1790, che «l'applicazione di questo progetto parrebbe oggi, coll'effettuatosi cambiamento delle idee, un atto rivoluzionario, quasi quasi anarchico», e aggiunge che allora questa legge municipale fu trovata insufficente dai parigini, abituati nei loro distretti, dal 14 luglio. 1789, a una grande indipendenza.

Così, la determinazione esatta dei poteri, alla quale si annette oggi tanta importanza, sembrava allora ai parigini e anche ai legislatori dell'Assemblea una questione inutile e minacciante la libertà. Come Proudhon che diceva: La Comune sarà tutto o nulla, i distretti di Parigi ritenevano per fermo che la Comune dovesse esser tutto. «Una Comune, dicevano essi, è una società di comproprietari e di coabitanti racchiusi nella cinta di un luogo circoscritto e limitato, e aventi collettivamente gli stessi diritti di un cittadino.» E, partendo da questa definizione, essi dicevano che la Comune di Parigi – come qualunque altro cittadino – «avendo la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione», ha, in conseguenza, tutto il potere di disporre dei suoi beni, come pure quello di garantire l'amministrazione di questi beni, la sicurezza degli individui, la polizia, la forza militare, – tutto. La Comune è infatti sovrana nel suo territorio: sola condizione di libertà per una Comune.

Meglio ancora. La terza parte del preambolo alla legge municipale del maggio 1790 stabiliva un principio, oggi mal compreso, ma che molto veniva apprezzato a quell'epoca. Era quello di esercitare direttamente i propri poteri, senza intermediari. «La Comune di Parigi, in ragione della sua libertà, avendo da sè stessa l'esercizio di tutti i suoi diritti e poteri, li esercita sempre da sè, il più possibile direttamente, e il meno che sia possibile, per mezzo di deleghe». Così diceva il preambolo.

In altri termini, la Comune di Parigi non sarà uno Stato governato, ma un popolo che si governa da sè, direttamente, senza intermediari, senza padroni.

È l'assemblea generale della sezione – sempre in permanenza – e non gli eletti di un Consiglio comunale, che sarà l'autorità suprema per tutto quanto concerne gli abitanti di Parigi. E se le sezioni decidono di comune accordo di sottomettersi nelle questioni generali alla maggioranza, non abdicano per ciò il diritto di federarsi per affinità, di portarsi da una sezione all'altra per influenzare le decisioni dei vicini e cercare di giungere sempre all'unanimità.

La permanenza delle assemblee generali delle sezioni servirà, dicono le sezioni, a fare l'educazione politica di ogni cittadino e gli permetterà, dato il caso, «di eleggere con cognizione di causa coloro dei quali avrà notato lo zelo ed apprezzato l'intelligenza.» (Sezione dei Mathurins; citato da Foubert, p. 155).

E la sezione in permanenza – il forum sempre aperto – è il solo mezzo di assicurare un'amministrazione onesta e intelligente.

Da ultimo, come lo dice benissimo Foubert, è la diffidenza che inspira le sezioni: la diffidenza verso ogni potere esecutivo. «Colui che eseguisce, essendo depositario della forza, deve necessariamente abusarne.» «È l'idea di Montesquieu e di Rousseau», aggiunge Foubert; ed è pure la nostra!

Si comprende qual forza doveva dare alla Rivoluzione questo punto di vista, tanto più ch'esso coincideva con un altro, indicato pure dal Foubert: «Il movimento rivoluzionario, dice, s'è prodotto tanto contro l'accentramento quanto contro il dispotismo.» Così, il popolo francese sembra aver compreso, agli inizii della Rivoluzione, che s'imponeva a lui un'immensa trasformazione, da non potersi compiere nè costituzionalmente, nè per mezzo di una forza centrale; ma solo con l'opera delle forze locali, a cui per agire occorreva avere una grande libertà.

Forse, il popolo francese avrà anche pensato che l'affrancamento, la conquista della libertà doveva cominciare dal villaggio, da ogni città. Più facile si sarebbe così resa la limitazione del potere regio.

È evidente che l'Assemblea nazionale cercò di far tutto il possibile per diminuire la forza d'azione dei distretti e per metterli sotto la tutela di un governo comunale, che la rappresentanza nazionale avrebbe poscia tenuto sotto il suo controllo. Così, la legge municipale del 27 maggio-27 giugno 1790 soppresse i distretti. Essa voleva spegnere questi focolari della Rivoluzione, e all'uopo dapprima introdusse una nuova suddivisione di Parigi, in 48 sezioni, e in seguito, permise ai soli cittadini attivi di prendere parte alle assemblee elettorali ed amministrative delle nuove «sezioni».

Tuttavia, aveva un bel limitare la legge i doveri delle sezioni, statuendo che nelle loro assemblee esse non s'occuperebbero «di alcun altro affare all'infuori delle elezioni e delle prestazioni del giuramento civico» (titolo I, articolo 11), le sezioni non obbedivano. La piega era già stata presa da un anno e le «sezioni» continuarono ad agire, come i «distretti avevano agito. D'altronde, la legge municipale stessa dovette accordare alle sezioni le attribuzioni amministrative che i distretti s'erano già arrogate. Così, nella nuova legge si trovano i sedici commissari, eletti, incaricati non solo delle diverse funzioni di polizia e di giustizia, ma anche, da parte dell'amministrazione del dipartimento, «della ripartizione delle imposte nelle loro rispettive sezioni» (titolo IV, articolo 12). Inoltre, se la Costituente soppresse «la permanenza», cioè il diritto permanente delle sezioni di riunirsi senza convocazione speciale, fu costretta non di meno a riconoscere loro il diritto di tenere delle assemblee generali non appena fossero chieste da cinquanta cittadini attivi70.

Ciò bastava, e le sezioni non mancarono di profittarne. Appena un mese dopo l'installazione della nuova municipalità, Danton e Bailly, venivano, ad esempio, all'Assemblea nazionale da parte di 43 sezioni (su 48) a domandare l'immediato licenziamento dei ministri e la loro messa in istato di accusa davanti a un tribunale nazionale.

Le sezioni non abbandonavano dunque la loro sovranità. Quantunque negata loro dalla legge, le sezioni la conservavano e l'affermavano altamente. La loro petizione, infatti, non aveva nulla di municipale, ma esse agivano e tanto bastava. D'altronde, le sezioni erano così importanti per le diverse funzioni che s'erano attribuite, che l'Assemblea nazionale le ascoltò e rispose loro con benevolenza.

La stessa cosa avvenne per la clausola della legge municipale del 1790, che sottoponeva le municipalità interamente «alle amministrazioni di dipartimento e di distretto per tutto quanto concerne le funzioni che dovrebbero esercitare per deleghe dell'amministrazione generale. (Art. 55). Nè le sezioni, nè, per mezzo loro, la Comune di Parigi, nè le Comuni di provincia si sottomisero a questa clausola. L'ignoravano e conservavano la loro sovranità.

In generale, a poco a poco le sezioni ripresero la funzione di focolari della Rivoluzione; e se la loro attività diminuisce durante il periodo di reazione traversato nel 1790 e 1791, furono ancora e sempre, come vedremo in seguito, le sezioni che risvegliarono Parigi nel 1792 e prepararono la Comune rivoluzionaria del 10 agosto.

Abbiamo detto che ogni sezione nominava, in virtù della legge del 21 maggio 1790, sedici commissari, e questi commissari, costituiti in Comitati civili, incaricati da principio solo delle funzioni di polizia, non hanno mai cessato, durante tutta la Rivoluzione, di allargare le loro funzioni in tutte le direzioni. Così, nel settembre 1790, l'Assemblea era costretta di riconoscere alle sezioni ciò che Strasburgo, come abbiam visto, s'era già attribuito sin dal mese d'agosto 1789: specialmente il diritto di nominare i giudici di pace e i loro assessori, come pure i probiviri. E le sezioni conservarono questo diritto fino al 4 dicembre 1793, giorno in cui il governo rivoluzionario giacobino fu istituito.

D'altra parte, questi stessi comitati civili delle sezioni riuscivano, verso la fine del 1790, dopo una vivace lotta, ad appropriarsi la gestione degli affari degli uffici di beneficenza, come pure il diritto, importantissimo, di sorvegliare e di organizzare l'assistenza, – ciò che permise loro di sostituire i laboratori di carità dell'antico regime con «laboratori di soccorso», amministrati dalle sezioni stesse. Più tardi, le sezioni svilupparono in tal senso una notevole attività. Via via che la Rivoluzione progrediva nelle sue idee sociali, anche le sezioni progredivano. A poco a poco divennero fornitrici d'abiti, di biancheria, di calzature per l'esercito – organizzarono il macinato, ecc., cosicchè nel 1793 ogni cittadino o cittadina, domiciliato nella sezione, potè presentarsi al laboratorio della sua sezione a ricevervi del lavoro (Meillé, p. 289). Più tardi, da questi abbozzi, sorse una vasta e possente organizzazione, tale che nell'anno II (1793-1794) le sezioni tentarono di sostituirsi completamente all'amministrazione degli abiti per l'esercito, come pure agli appaltatori.

Il «diritto al lavoro» che il popolo delle grandi città reclamò nel 1848, non era dunque che una reminiscenza di ciò ch'era esistito di fatto a Parigi durante la Grande Rivoluzione, – ma compiuto dal basso e non dall'alto, come lo volevano i Louis Blanc, i Vidal e altri autoritari sedenti al Lussemburgo.

E ci fu ancora qualcosa di meglio. Non solo le sezioni sorvegliavano durante tutto il tempo della Rivoluzione la compra e la vendita del pane, i prezzi dei generi di prima necessità e l'applicazione del massimo dei prezzi, quando fu stabilito dalla legge. Esse presero altresì l'iniziativa di mettere a coltura i terreni incolti di Parigi, allo scopo di accrescere la produzione agricola con gli ortaggi.

Tutto ciò parrà forse meschino a coloro che nella Rivoluzione non vedono che colpi di fucile e barricate; ma gli è precisamente occupandosi di tutti i particolari della vita quotidiana dei lavoratori, che le sezioni di Parigi svilupparono la loro potenza politica e la loro iniziativa rivoluzionaria.

Ma non precorriamo gli avvenimenti e riprendiamone il racconto. Parleremo ancora delle sezioni di Parigi quando narreremo la Comune del 10 agosto.

XXVI
LENTEZZA NELL'ABOLIZIONE DEI DIRITTI FEUDALI

Più la Rivoluzione avanzava e più si delineavano nettamente – specie negli affari d'ordine economico – le due correnti di cui abbiamo parlato in principio dell'opera, la corrente del popolo e quella della borghesia.

Il popolo voleva finirla col regime feudale. Egli si appassionava per l'eguaglianza, e contemporaneamente per la libertà. Poi, vedendo le cose andar per le lunghe, nella sua lotta contro il re e i preti, egli perdeva la pazienza e tentava di condurre a buon porto la Rivoluzione. Già prevedendo il giorno in cui si esaurirebbe lo slancio rivoluzionario, il popolo cercava di rendere per sempre impossibile il ritorno dei signori, del dispotismo regio, del regime feudale e del regno dei ricchi e dei preti. E per questo, voleva – almeno in una buona metà della Francia la ripresa del possesso della terra, delle leggi agrarie per consentire ad ognuno di coltivare il suolo se lo voleva, e delle leggi per eguagliare poveri e ricchi nei loro diritti civici.

Insorgeva quando lo si voleva costringere a pagare la decima; s'impadroniva colla forza delle municipalità per colpire i preti e i signori. Insomma, esso manteneva una situazione rivoluzionaria in una buona parte della Francia, mentre a Parigi sorvegliava da vicino i suoi legislatori, dall'alto delle tribune dell'Assemblea, nei club, nelle sezioni. Finalmente, quando occorreva colpire violentemente la dinastia, il popolo s'organizzava per l'insurrezione e combatteva, colle armi, il 14 luglio 1789 e il 10 agosto 1792.

D'altra parte, la borghesia, così come abbiam visto, lavorava energicamente a completare «la conquista dei pubblici poteri». La parola data da quest'epoca. A misura che il potere del re e della Corte si sfaldava e cadeva nel disprezzo, la borghesia se ne impadroniva. Essa gli dava un assetto solido nelle provincie e organizzava nello stesso tempo la sua fortuna presente e futura.

Se, in certe regioni, la grande massa dei beni confiscati agli emigrati e ai preti era passata – in piccoli fondi – nelle mani dei poveri (almeno è quanto risulta dalle ricerche di Loutchitzky71), in altre regioni, una immensa parte di questi beni aveva giovato ad arricchire i borghesi, mentre ogni genere di speculazioni finanziarie costituivano le fondamenta d'un gran numero di fortune del Terzo Stato.

Ma ciò che i borghesi avevano soprattutto bene imparato – la rivoluzione inglese del 1648 servendo loro d'esempio – è che il momento era venuto per loro d'impadronirsi del governo della Francia, giacchè la classe al potere avrebbe avuto per sè la ricchezza, tanto più che la sfera d'azione dello Stato si sarebbe in breve immensamente allargata colla formazione di un esercito permanente numeroso e colla riorganizzazione dell'istruzione pubblica, della giustizia, delle imposte e via di seguito. Lo si era già visto dopo la rivoluzione inglese.

Si comprende subito che sin d'allora doveva scavarsi un abisso profondo, in Francia, fra la borghesia e il popolo: la borghesia che aveva voluto la Rivoluzione e che vi spinse il popolo fin quando essa pensò che la «conquista del potere» si compiva a di lei vantaggio; e il popolo che nella Rivoluzione aveva visto il mezzo di affrancarsi dal duplice giogo della miseria e della mancanza di diritti politici.

Da una parte si trovarono coloro che gli uomini «d'ordine» e di «Stato» chiamarono «anarchici», aiutati da un certo numero di Cordiglieri e Giacobini. Quanto agli «uomini di Stato» e ai «difensori delle proprietà», come si diceva allora, trovarono la loro completa espressione nel partito politico di coloro che furono chiamati più tardi i Girondini: cioè tra i politicanti che nel 1792 si raccolsero attorno a Brissot e al ministro Roland.

Noi abbiam già narrato, al capitolo XV, a cosa si riduceva la pretesa abolizione dei diritti feudali durante la notte del 4 agosto e coi decreti votati dall'Assemblea dal 5 all'11 agosto; vedremo adesso quale sviluppo ebbe questa legislazione negli anni 1790-91.

Ma poichè questa questione dei diritti feudali domina tutta la Rivoluzione e non trovò che nel 93 la sua soluzione – e cioè dopo l'espulsione dei Girondini dalla Convenzione – noi riassumeremo, magari a costo di ripeterci, ancora una volta la legislazione del mese di agosto 1789, prima di parlare di ciò che si fece nelle due annate successive. Ciò è tanto più necessario in quanto che regna a tal riguardo la più deplorevole confusione; mentre l'abolizione dei diritti feudali fu l'opera principale della Grande Rivoluzione. Fu per questa questione che si diedero le più grandi battaglie, tanto nella Francia rurale come a Parigi, all'Assemblea, e quest'abolizione fu il meglio che sopravvisse alla Rivoluzione, malgrado tutte le vicissitudini politiche traversate dalla Francia nel diciannovesimo secolo.

L'abolizione dei diritti feudali non entrava certamente nel pensiero degli uomini che affrettavano coi voti la rinnovazione sociale prima dell'89. Per loro si trattava più che altro di correggerne gli abusi: qualcuno giungeva a chiedersi se era possibile «diminuire la prerogativa signorile», come diceva Necker. Il problema fu posto sul tappeto dalla Rivoluzione.

«Tutte le proprietà, nessuna esclusa, saranno costantemente rispettate», si faceva dire al re all'apertura degli Stati generali, e Sua Maestà comprende espressamente sotto il nome di proprietà decime, censi, rendite, diritti e doveri feudali e signorili, e generalmente tutti i diritti e le prerogative, utili o onorifici, annessi alle terre e ai feudi appartenenti alle persone.

Nessuno dei futuri rivoluzionari protestò contro questo modo di concepire i diritti dei signori e dei proprietari fondiari in generale.

«Ma, dice Dalloz, – il noto autore del Repertorio di giurisprudenza, che nessuno vorrà certamente accusare di esagerazione rivoluzionaria, – le popolazioni agricole non intendevano così le libertà promesse; le campagne si sollevarono da tutte le parti; i castelli furono incendiati, gli archivi, i depositi dei ruoli e dei cànoni, ecc., furono distrutti, e in moltissime località i signori sottoscrissero atti di rinuncia ai loro diritti.» (Articolo Feudalismo).

Allora, al bagliore dell'insurrezione agraria, che minacciava di assumere vaste proporzioni, ebbe luogo la seduta del 4 agosto.

L'Assemblea nazionale, noi l'abbiamo visto, votò questo decreto o piuttosto questa dichiarazione di principii, di cui l'articolo 1° diceva:

«L'Assemblea nazionale distrugge interamente il regime feudale».

L'impressione prodotta da queste parole fu immensa. Scossero la Francia e l'Europa. Si parlò di una Notte di San Bartolomeo delle proprietà. Ma all'indomani l'Assemblea, come abbiam detto, correva già ai ripari. Con una serie di decreti o piuttosto di arrêtés, del 5, 6, 8, 10 e 11 agosto, essa ristabiliva e poneva sotto la protezione della costituzione tutto quanto c'era d'essenziale nei diritti feudali. Rinunciando, salvo certe eccezioni, alle servitù personali che erano dovute a loro, i signori conservavano, con maggior cura, quelli dei loro diritti, talvolta egualmente mostruosi, che potevano essere rappresentati in un modo o nell'altro come cànoni dovuti per il possesso o per l'uso della terra, – i diritti reali, come dicevano i legislatori (sulle cose: res in latino vuol dir cosa). Tali erano non solo le rendite fondiarie, ma una quantità di pagamenti e di cànoni, in denaro o in natura, diversi da paese a paese, stabiliti all'epoca dell'abolizione del servaggio e annessi allora al possesso della terra. Tutti questi prelevamenti erano stati consegnati nei terriers72 e d'allora erano stati spesso venduti o ceduti a terzi.

Champarts, terrages, agriers comptants73, – e le decime pure – tutto ciò che aveva un valore pecuniario – fu integralmente mantenuto. I contadini ottenevano solo il diritto di riscattare questi cànoni, se giungevano un giorno a intendersi col signore sul prezzo del riscatto. Ma l'Assemblea si guardò bene sia dal fissare un termine al riscatto, sia di precisare il tasso.

In fondo, salvo l'idea dì proprietà feudale che si trovava scossa dall'articolo primo dei «decreti» del 5-11 agosto, tutto quanto concerneva le rendite reputate terriennes (fondiarie) restava tale e quale e le municipalità erano incaricate di far mettere giudizio ai contadini, se non pagavano. Abbiamo già visto con quale ferocia alcune di esse assolsero il loro compito74.

Si è potuto constatare, inoltre, grazie alla nota di James Guillaume, più sopra riportata (p. 169, 170 e 171) [cap. XVIII], che l'Assemblea specificando in uno dei suoi atti dell'agosto 1789 che trattavasi solo di «decreti», veniva a dar loro in tal guisa il vantaggio di non esigere la sanzione del re. Ma nello stesso tempo e collo stesso atto toglieva loro il valore di leggi, finchè le loro disposizioni non fossero messe in forma di decreti costituzionali; non dava loro alcun carattere obbligatorio. Legalmente erano nulli.

D'altra parte, anche questi «decreti» parvero troppo spinti ai signori e al re. Questi cercava di guadagnar tempo per non promulgarli, e il 18 settembre rivolgeva ancora dei rimproveri all'Assemblea nazionale, per invitarla a riflettere. Egli non si decise a promulgarli che il 6 ottobre, dopo che le donne l'ebbero condotto a Parigi e posto sotto la sorveglianza del popolo. Ma allora fu l'Assemblea che fece a sua volta orecchie da mercante. Non pensò a promulgarli che il 3 novembre 1789, quando li mandò ai parlamenti provinciali (corti di giustizia); tanto che i «decreti» del 5-11 agosto non furono in verità mai promulgati.

Si capisce che la rivolta dei contadini doveva continuare ed è quanto accadde. Il rapporto del Comitato feudale, redatto dall'abate Gregoire nel febbraio del 1790, constatava infatti che l'insurrezione agricola continuava o riprendeva, dal gennaio, nuovo impulso. Si propagava dall'Est verso l'Ovest.

Ma a Parigi, dopo al 6 ottobre, la reazione aveva già guadagnato molto terreno; e quando l'Assemblea nazionale intraprese lo studio dei diritti feudali secondo il rapporto di Gregoire, essa legiferò con uno spirito reazionario. In realtà, i decreti che emanò dal 28 febbraio al 15 marzo, e il 18 giugno 1790, ebbero per effetto di ristabilire il regime feudale in ciò che aveva di più essenziale.

Tale fu (e lo si vede dai documenti dell'epoca) l'opinione di coloro che volevano allora l'abolizione del feudalismo. Si parlò di questi decreti come di una restaurazione del feudalismo.

Anzitutto, la distinzione fra i diritti onorifici, aboliti senza riscatto, e i diritti utili, che i contadini dovevano riscattare, fu mantenuta interamente e confermata; e, cosa peggiore ancora, parecchi diritti feudali personali essendo già stati classificati come diritti utili, questi furono «integralmente assimilati alle semplici rendite e oneri fondiari75». Così, dei diritti che non erano se non il frutto di una usurpazione, un residuo della servitù personale, e che a cagione di questa origine avrebbero dovuto essere condannati, venivano considerati alla stessa stregua delle obbligazioni che risultavano dalla locazione del suolo.

Per il mancato pagamento di questi diritti, il signore – anche quando perdeva il diritto di «sequestro feudale» (art. 6), – poteva esercitare costrizioni d'ogni genere, secondo il diritto comune. L'articolo successivo s'affrettava a confermarlo in questi termini: «I diritti feudali e censuali, insieme con tutte le vendite, rendite e diritti riscattabili per loro natura, saranno sottoposti, sino al loro riscatto, alle regole che le diverse leggi e costumi del reame hanno stabilite.»

L'Assemblea andò ancora più oltre. Nella seduta del 27 febbraio, unendosi all'opinione del relatore Merlin, confermò per un gran numero di casi il diritto servile di manomorta. Decretò che «i diritti fondiari il cui possesso in manomorta è stato convertito in possesso censuario, non essendo rappresentativi della manomorta, debbono essere conservati».

La borghesia ci teneva tanto a questi avanzi della servitù, che l'articolo 4 del titolo III della legge recava che «se la manomorta reale o mista è stata convertita, all'epoca dell'affrancamento, in cànoni fondiari e in diritti di voltura, – questi cànoni continueranno ad essere dovuti».

In complesso, quando si legge la discussione della legge feudale nell'Assemblea, ci si domanda se è proprio nel marzo 1790, dopo la presa della Bastiglia e la notte del 4 agosto, che si fanno queste discussioni o se si è ancora all'inizio del regno di Luigi XVI, nel 1775.

Così, il 1° marzo 1790 sono aboliti senza indennità certi diritti «de feu... chiennage, monéage, droits de guet et de garde76», come pure certi diritti di compra e vendita. Si sarebbe potuto credere, tuttavia, che questi diritti fossero stati aboliti nella notte del 4 agosto. Ma niente affatto. Legalmente, nel 1790, il contadino in una buona parte della Francia, non osava ancora comperare una vacca, e neppur vendere il suo grano senza pagare dei diritti al signore! Non poteva perfino vendere il proprio grano prima che il signore avesse venduto il suo e profittato degli alti prezzi che generalmente si ottenevano prima che fosse inoltrata la battitura.

Insomma, si dirà, questi diritti furono aboliti il 1° marzo come i diritti prelevati dal signore sul forno comune, sul mulino, sul torchio? Andiamo adagio nelle conclusioni. Furono aboliti, salvo quelli che altra volta erano stati oggetto di una convenzione scritta fra il signore e la comunità dei contadini, o che furono riconosciuti pagabili in cambio di una concessione qualunque!

Paga, contadino! Paga sempre! e non cercare di guadagnar tempo, poichè ci sarebbe contro te l'immediata costrizione e tu non potresti salvarti se non riuscendo a guadagnar la tua causa davanti a un tribunale!

Si stenta a crederlo, ma è così.

Ecco, d'altronde, il testo dell'articolo 2 del titolo III della legge feudale. È un po' lungo, ma merita di essere riprodotto, affinchè si possa vedere quale servitù lasciava pesare ancora sul contadino la legge feudale del 24 febbraio-15 marzo 1790.

«ART. 2. – E sono, presunti riscattabili, salvo la prova contraria (ciò che vuol dire: «saranno pagati dal contadino sino a quando non li abbia riscattati»):

«1° Tutti i cànoni signorili annuali, in denaro, sementi, volatili, derrate, in frutti della terra, serviti sotto le denominazioni di censuali, sopracenso, rendite feudali, signorili o enfiteutiche, champart, tasque, terrage, agrier, soète77, corvées reali, o sotto qualsiasi, altra denominazione, che non si pagano e non sono dovute che dal proprietario o possessore di un fondo, finchè è proprietario o possessore e in ragione della durata del suo possesso.

«2° Tutti i diritti casuali che sotto il nome di quint, requint78, tredicesimi, laudemi79 e trezains, laudemi e vendite, semi-laudemi, riscatti, venterolles, reliefs, relevoisons, plaids80 ed ogni altra denominazione, sono dovuti in causa delle mutazioni sopravvenute nella proprietà o nel possesso d'un fondo.

«3° I diritti d'acapts81, arrière-acapts82 e altri simili dovuti alla mutazione degli ex-signori.

D'altra parte, il 9 marzo, l'Assemblea sopprimeva diversi diritti di pedaggio sulle strade, i canali, ecc., prelevati dai signori. Ma immediatamente dopo, s'affrettava di aggiungere:

«L'Assemblea nazionale non intende tuttavia comprendere, per il momento, nella soppressione pronunciata dall'articolo precedente i dazi autorizzati... ecc., e i diritti dell'articolo giustamente menzionato che potrebbero essere acquisiti come indennizzo.»

Spieghiamo la frase. Molti signori avevano venduto o ipotecato alcuni dei loro diritti; oppure, nelle successioni, il primogenito avendo ereditato la terra o il castello, gli altri, e soprattutto le donne, avevano ricevuto come indennizzo, dei diritti di pedaggio sulle strade, sui canali, sui ponti. Ebbene, in questi casi, tutti questi diritti permanevano, sebbene riconosciuti ingiusti, perchè, altrimenti, sarebbe stata una gran perdita per molte famiglie nobili e borghesi.

E casi simili si moltiplicavano attraverso tutta la legge feudale. Dopo ogni soppressione, si era inserito un sotterfugio per evitarla. Si sarebbe avuto così un numero infinito di processi interminabili.

Non c'è che un punto dove si fa sentire il soffio della Rivoluzione. Ed è quando si tratta delle decime. Così si constata che tutte le decime ecclesiastiche e infeudate (cioè vendute ai laici), cesseranno di essere riscosse, per sempre, a partire dal 1° gennaio 1791. Ma anche qui l'Assemblea ordinava che, per l'anno 1790, esse dovevano venir pagate a chi di diritto e esattamente.

Non basta. Non fu dimenticato di comminar pene contro coloro che non avrebbero obbedito a questi decreti, e, affrontando la discussione del titolo III della legge feudale, l'Assemblea decretò:

«Nessuna municipalità, nessuna amministrazione di distretto o di dipartimento potrà, sotto pena di nullità, di querela e di risarcimento dei danni, proibire la riscossione di qualsiasi diritto signorile, di cui venga reclamato il pagamento, col pretesto che i diritti signorili sono stati implicitamente od esplicitamente aboliti senza indennità.

Per le amministrazioni del distretto o del dipartimento non c'era nulla a temere. Esse erano un'anima e un corpo solo coi signori e i borghesi proprietari. Ma c'erano delle municipalità, soprattutto nella parte orientale della Francia, delle quali i rivoluzionari s'erano impadroniti, e queste dicevano ai contadini che i diritti feudali erano soppressi e che, se il signore li reclamava, si poteva non pagarli.

Ora, sotto pena di processo e di sequestro, i «municipali» di un villaggio non oseranno dir nulla e il contadino dovrà pagare (ed essi dovranno fare il sequestro), salvo a farsi rimborsare più tardi dal signore, che forse è a Coblenza, se il pagamento non era obbligatorio.

Come lo ha ben rilevato Sagnac, ciò significava introdurre una clausola terribile. La prova che il contadino non doveva più pagare tali diritti feudali: ch'essi erano personali e non annessi al fondo – questa prova così difficile, doveva essere fatta dal contadino. Se egli non la faceva, se non poteva farla – ed era questo il caso più frequente – doveva pagare!

XXVII
LEGISLAZIONE FEUDALE DEL 1790

Abbiamo visto dunque l'Assemblea nazionale, approfittando della sosta temporanea delle sommosse dei contadini al principio dell'inverno, votare nel mese di marzo del 1790 delle leggi che davano, in realtà, una nuova base legale al regime feudale.

Affinchè non si creda che questa è la nostra interpretazione personale, ci basterebbe rimandare il lettore alle leggi stesse o a ciò che ne dice il Dalloz. Ma ecco l'opinione in proposito di uno scrittore moderno, Ph. Sagnac, che certo non sarà accusato di sanculottismo, poichè considera l'abolizione dei diritti feudali, compiuta più tardi dalla Convenzione, come una «spogliazione» iniqua e inutile. Ora, vediamo come Sagnac stima le leggi del marzo 1790.

«Il diritto antico, dice, grava con tutto il suo peso, nell'opera della Costituente, sul diritto nuovo. Spetta al contadino, – se non vuol più pagar censo o portare una parte del suo raccolto nel granaio signorile o abbandonare il suo campo per lavorare quello del signore, – il provare che l'esigenza del signore è una usurpazione. Ma se il signore ha posseduto un diritto da quarant'anni – qualunque ne fosse l'origine sotto l'antico regime – quel diritto è legittimato dalla legge del 15 marzo. Il possesso basta. Poco importa che il locatario infirmi precisamente la legittimità di questo possesso. Dovrà pagare egualmente. E se i contadini insorti, nell'agosto del 1789, hanno forzato il signore alla rinuncia di alcuni dei suoi diritti o se gli hanno bruciato i titoli, gli basterà ora produrre la prova di possesso per trent'anni. (Trent'anni per disposizione generale del decreto e quarant'anni secondo il costume proprio di certe provincie, riconosciuto dal decreto stesso).» (Ph. Sagnac, La Législation civile de la Révolution française, Parigi 1898, pp. 105-106).

È vero che le nuove leggi permettevano inoltre al coltivatore di riscattare il fitto della terra. Ma «tutte queste disposizioni, eminentemente favorevoli al debitore di diritti reali, si rivolgevano contro di lui, dice Sagnac, poichè l'essenziale per lui era, anzitutto, di non pagare che dei diritti legittimi – e doveva, non potendo esibire la prova contraria, pagare e rimborsare anche i diritti usurpati» (p. 120).

In altri termini, non si poteva riscattar nulla senza riscattar tutto: i diritti fondiari, conservati dalla legge, e i diritti personali aboliti.

E più lungi, noi leggiamo ciò che segue, dello stesso autore, pur tuttavia così moderato nei suoi apprezzamenti.

«Il sistema della Costituente crolla da sè. Quest'assemblea di signori e di giuristi, poco desiderosa di distruggere interamente, malgrado la sua promessa, il regime signorile e demaniale, dopo aver curato di conservare i più importanti diritti» [tutti quelli cioè che, come abbiamo visto, avevano un valore reale], «spinge la generosità sino a permetterne il riscatto; ma immediatamente essa decreta, in realtà, l'impossibilità di questo riscatto... Il coltivatore aveva implorato, chiesto delle riforme, o piuttosto la registrazione di una rivoluzione già avvenuta nel suo spirito e inscritta, egli lo pensava almeno, nei fatti; gli uomini della legge non gli davano che parole. Allora sentì che i signori avevano ancora una volta trionfato» (p. 120).

«Giammai legislazione scatenò una più grande indignazione. Pareva che da entrambi le parti fosse corsa la promessa di non rispettarla» (p. 121).

I signori, sentendosi appoggiati dall'Assemblea nazionale, si misero allora a reclamare con accanimento tutti i cànoni feudali, che i contadini credevano morti e sepolti per sempre. Esigevano tutti gli arretrati e i processi fioccavano nei villaggi a migliaia.

D'altra parte, vedendo che nulla veniva di buono dall'Assemblea, i contadini continuavano in talune regioni, la guerra contro i signori. Un gran numero di castelli furono saccheggiati e incendiati, mentre altrove solo i titoli furono bruciati e gli uffici dei procuratori fiscali, dei balivi e dei cancellieri furono messi a sacco e a fuoco. L'insurrezione guadagnava al tempo istesso le parti occidentali della Francia, e in Brettagna trentasette castelli furono bruciati nel corso del febbraio 1790.

Ma quando i decreti di febbraio-marzo 1790 giunsero sino nelle campagne, la guerra contro ai signori diventò più accanita e si allargò a regioni che non avevano osato insorgere nella precedente estate.

Alla seduta del 2 giugno, Target legge un rapporto concernente vaste insurrezioni nel Borbonese, nel Nivernese, nel Berry. Parecchie municipalità hanno proclamato la legge marziale: ci sono morti e feriti. I «briganti» si sono diffusi nella Campine e hanno attaccato la città di Decize... Grandi «eccessi» vengono segnalati anche nel Limosino: i contadini domandano che venga fissata la tassa dei grani. «Il progetto di riavere i beni aggiudicati ai signori da cento vent'anni è uno degli articoli del loro regolamento», dice il rapporto. Si tratta, come ognuno vede, della ripresa delle terre comunali, tolte ai comuni dai signori. E circolano dovunque falsi decreti dell'Assemblea nazionale. Nel marzo, nell'aprile del 1790, si pubblicarono nelle campagne decreti che intimavano di pagare il pane non di più di un soldo alla libbra. La Rivoluzione precorreva in tal guisa la Convenzione e la legge del maximum.

Alla seduta del 5 giugno, si annunciano le sommosse di Bourbon-Lancy e del Carolese, dove si diffondono pure decreti apocrifi dell'Assemblea e si chiede la legge agraria.

Nell'agosto, continuano le insurrezioni popolari. Così, nella città di Saint-Etienne-en-Forez, il popolo uccide un incettatore e nomina una nuova municipalità, costringendola a ribassare il prezzo del pane; ma la borghesia si arma senza indugio e arresta ventidue rivoltosi. È d'altronde il fenomeno che si ripete un po' dovunque, senza parlare delle grandi lotte, come quelle di Lione e del Mezzogiorno.

Allora – che cosa fa l'Assemblea? Accoglie dunque le domande dei contadini? S'affretta forse di abolire senza riscatto quei diritti feudali, tanto odiosi ai coltivatori e che vengono pagati solo per forza?

Mai più. L'Assemblea vota nuove draconiane leggi contro i contadini. Il 2 giugno 1790, «l'Assemblea, informata e profondamente afflitta per gli eccessi che sono stati compiuti da truppe di briganti e di ladri [leggete contadini] nei dipartimenti del Cher, della Nièvre e dell'Allier, e che si sono estesi sino a quello della Corrèze, decreta delle misure contro questi «fautori di disordini», e rende le municipalità collettivamente responsabili delle violenze avvenute.

«Tutti coloro, dice il primo articolo, che eccitano il popolo delle città e delle campagne a vie di fatto e violenze contro le proprietà, possessi e cinte d'eredità, contro la vita e la sicurezza dei cittadini, la riscossione delle imposte, la libertà di vendita e la circolazione delle derrate, sono dichiarati nemici della Costituzione, dei lavori dell'Assemblea nazionale, della Natura e del Re. La legge marziale verrà proclamata contro di loro. (Moniteur del 6 giugno).

Quindici giorni dopo, il 18 giugno, l'Assemblea adotta un decreto in nove articoli ancora più duri. Esso merita di essere citato.

L'articolo primo dispone che tutti i debitori delle decime, tanto ecclesiastiche come infeudate, sono tenuti «di pagarle solo per quest'anno, a chi di ragione e come di consueto...» Ma il contadino si chiedeva certamente se un nuovo decreto non le imporrebbe ancora per un anno o due – e intanto non pagava.

In virtù dell'articolo 2, «i debitori di champarts, terrages, agriers comptants e altri cànoni pagabili in natura, che non sono stati soppressi senza indennità, saranno obbligati di pagarli per l'anno in corso e pei seguenti, secondo la consuetudine... conformemente ai decreti emanati il 3 marzo e il 4 maggio scorsi».

L'articolo 3 dichiara che nessuno potrà, con pretesto di lite, rifiutare il pagamento delle decime, nè dei champarts, ecc.

E soprattutto è proibito «di suscitare torbidi durante le esazioni». In caso di assembramenti, le municipalità, in virtù del decreto del 20-23 febbraio, devono procedere con severità.

Questo decreto del 20-23 febbraio 1790 è caratteristico. Esso ordina alle municipalità d'intervenire in ogni caso d'assembramento e di proclamare la legge marziale. Se trascurano di farlo, gli ufficiali municipali sono dichiarati responsabili di tutti i danni subiti dai proprietari. E non solo gli ufficiali, ma «tutti i cittadini in grado di concorrere al ristabilimento dell'ordine pubblico, tutta la comunità sarà responsabile dei due terzi del danno». Ogni cittadino potrà domandare l'applicazione della legge marziale, e allora solo sarà scevro di responsabilità.

Questo decreto sarebbe stato ancora più cattivo se gli abbienti non avessero commesso un errore di tattica. Plagiando una legge inglese, essi vollero introdurre una clausola secondo la quale la truppa o milizia poteva essere chiamata, e in tal caso doveva essere proclamata nella località «la dittatura regia». La borghesia prese ombra di questa clausola e dopo lunghe discussioni si decise di lasciare alle municipalità borghesi il compito di proclamare la legge marziale, di prestarsi reciprocamente man forte, senza dichiarare la dittatura regia. Inoltre, si dichiararono responsabili le comunità campestri dei danni che poteva subire il signore, se non avessero fucilati e impiccati a tempo i contadini refrattari al pagamento dei diritti feudali.

La legge del 18 giugno 1790 confermava tutte queste disposizioni. Tutto ciò che nei diritti feudali rappresentava un vero valore, tutto ciò che poteva essere definito – attraverso mille cavilli legali – come annesso alla possessione della terra, doveva essere pagato come prima. E c'era obbligo di fucilare e impiccare chiunque rifiutava di pagare. Parlare contro il pagamento dei diritti feudali era già un delitto, che conduceva alla morte, quando fosse proclamata la legge marziale83.

Questa fu l'eredità della tanto lodata Assemblea costituente. E non si ebbe nessun cambiamento sino al 1792. L'Assemblea non si occupò più dei diritti feudali, che per precisare certe regole del riscatto dei cànoni feudali, per deplorare che nessuno dei contadini volesse riscattare qualcosa (legge del 3-9 maggio 1790), e per ripetere ancora una volta nel 1791 (legge del 15-19 giugno) le minaccie contro i contadini che non pagavano.

I decreti del febbraio 1790, ecco quanto ha saputo fare l'Assemblea costituente per abolire l'odioso regime feudale! È solo nel luglio 1793, dopo l'insurrezione del 31 maggio, che il popolo di Parigi costringerà la Convenzione «epurata» a pronunciare l'abolizione reale dei diritti feudali.

Così fissiamo bene queste date:

4 agosto 1789: Abolizione, in massima, del regime feudale; abolizione della manomorta personale, del diritto di caccia e della giustizia patrimoniale.

Dal 5 all'11 agosto: Parziale ricostituzione di questo regime con atti che impongono il riscatto di tutti i cànoni feudali di qualche valore.

Fine del 1789 e 1790: Spedizioni delle municipalità urbane contro i contadini insorti, che, presi, sono sovente impiccati.

Febbraio 1790: Rapporto del Comitato feudale, che constata il diffondersi della jacquerie (insurrezione rurale).

Marzo e giugno 1790: Leggi draconiane contro i contadini che non pagano i cànoni feudali o predicano la loro abolizione. Nuova e più forte ripresa della sollevazione.

Giugno 1791: Nuova conferma di questo decreto. Reazione su tutta la linea. Le insurrezioni dei contadini continuano.

E solo nel giugno 1792, come noi lo vedremo, alla vigilia dell'invasione delle Tuileries, e nell'agosto del 1792, dopo la caduta della dinastia, l'Assemblea moverà i primi passi decisivi contro i diritti feudali.

Finalmente, nel luglio 1793, dopo l'espulsione dei Girondini, sarà pronunciata l'abolizione definitiva, senza riscatto, dei diritti feudali.

Ecco il vero quadro della Rivoluzione.

Un'altra questione, di somma importanza pei contadini, era evidentemente quella delle terre comunali.

Dovunque (nell'Est, Nord-Est, Sud-Est) i contadini si sentivano la forza di farlo, cercavano di riprendere il possesso delle terre comunali, di cui una parte immensa era stata tolta loro colla frode o col pretesto di debiti, per mezzo dello Stato, soprattutto dal regno di Luigi XIV (decreto del 1669). Signori, clero, monaci, borghesi del villaggio e della città – tutti avevano avuto la loro parte.

Tuttavia, restavano ancora moltissime terre in possesso comunale, e i borghesi dei dintorni le agognavano con avidità. Così l'Assemblea legislativa s'affrettò di promulgare una legge (1° agosto 1791), che autorizzò la vendita delle terre comunali ai privati. Ciò significava dar carta bianca per il saccheggio di queste terre.

Le assemblee dei comuni rurali erano composte allora, in virtù della nuova legge municipale (votata dall'Assemblea nazionale nel dicembre del 1789), esclusivamente di alcuni deputati scelti fra i ricchi borghesi del villaggio ed eletti dai cittadini attivi – cioè dai contadini ricchi, esclusi naturalmente i poveri che non possedevano il cavallo per coltivare la terra. E queste assemblee rurali s'affrettarono evidentemente di porre in vendita le terre comunali, di cui una gran parte fu acquistata a vil prezzo dai borghesi del villaggio.

Quanto alla massa dei contadini poveri, si opponeva con tutte le sue forze a questa distruzione del possesso collettivo del suolo, come vi si oppone oggigiorno in Russia.

D'altra parte, i contadini, tanto ricchi che poveri, si sforzavano di far tornare i villaggi in possesso delle terre comunali rubate loro dai signori, dai monaci, dai borghesi: i ricchi nella speranza di appropriarsene una parte, i poveri nella speranza di conservarle per la comunità. Tutto ciò varia, ben inteso, all'infinito, secondo le situazioni nelle diverse parti della Francia.

Ebbene, la Costituente, la Legislativa e persino la Convenzione s'opposero sino nel giugno del 1793 a questa ripresa da parte dei comuni delle terre comunali, tolte durante due secoli ai comuni stessi dai signori e dai borghesi. E non si giunse a tanto se non con l'imprigionare e ghigliottinare il re e cacciare i Girondini dalla Convenzione.

XXVIII
SOSTA DELLA RIVOLUZIONE NEL 1790

Sappiamo ora quali fossero, nel corso del 1790, le condizioni economiche dei villaggi. Erano tali che, se, non ostante tutto, non fossero continuate le insurrezioni rurali, i contadini, affrancati come individui, sarebbero rimasti sempre sotto al giogo economico del regime feudale – come è avvenuto in Russia, dove la feudalità fu abolita, nel 1861, da una legge, non da una rivoluzione.

Oltre a questo conflitto che sorgeva tra la borghesia giunta al potere e il popolo, c'era anche tutta l'opera politica della Rivoluzione, che non solo era incompiuta nel 1790, ma che bisognava riprendere ancora da capo.

Quando cessò il primo terrore prodotto nel 1789 dall'improvvisa sollevazione del popolo, la Corte, i nobili, i ricchi ed i preti s'affrettarono di unirsi per organizzare la reazione. E in breve, si sentirono così potenti e così bene appoggiati, ch'essi si misero alla ricerca dei mezzi per schiacciare la Rivoluzione e ristabilire nei loro diritti, momentaneamente perduti, la Corte e la nobiltà.

Tutti gli storici parlano, è vero, di questa reazione, ma essi non ne mostrano però tutta la profondità e la vastità. Infatti, si può affermare che nel biennio che va dall'estate del 1790 a quella del 1792 tutta l'opera della Rivoluzione restò in sospeso. Era il caso di chiedersi: trionferà la Rivoluzione o la contro rivoluzione? L'ago della bilancia oscillava fra questi interrogativi. I «capi d'opinione» della Rivoluzione credevano ormai la causa perduta, quando nel giugno del 1792 si decisero finalmente a lanciare ancora una volta l'appello all'insurrezione popolare.

Bisogna riconoscere che se l'Assemblea costituente, e dopo di essa la Legislativa, s'opposero all'abolizione rivoluzionaria dei diritti feudali e alla rivoluzione popolare in genere, seppero tuttavia compiere un'opera immensa per la distruzione dei poteri dell'antico regime – del re e della Corte – come per la creazione del potere politico della borghesia, ormai padrona dello Stato. Bisogna altresì riconoscere che i legislatori di queste due assemblee procedettero con energia e sagacità, quando vollero esprimere sotto forma di leggi la nuova costituzione del Terzo Stato.

Essi seppero scalzare il potere dei nobili e trovare l'espressione dei diritti del cittadino in una Costituzione borghese. Elaborarono una costituzione dipartimentale e comunale, capace di opporre una diga all'accentramento governativo e s'adoprarono, modificando le leggi sull'eredità, a democratizzare la proprietà, a diffondere le proprietà fra un più grande numero d'individui.

Distrussero per sempre le distinzioni politiche fra i  diversi «ordini» clero, nobiltà, Terzo Stato, opera enorme, data l'epoca in cui venne compiuta: basta osservare con quali difficoltà ciò vien fatto ancora in Germania o in Russia. Abolirono i titoli di nobiltà e gli innumerevoli privilegi che esistevano allora, e seppero trovare basi più egualitarie per le imposte. Seppero evitare la formazione di una Camera alta, che sarebbe divenuta una fortezza dell'aristocrazia. E colla legge dipartimentale del dicembre del 1789, fecero qualche cosa d'immenso per facilitare la Rivoluzione: abolirono nelle provincie ogni funzionario del potere centrale.

Tolsero, infine, alla Chiesa le sue ricche fortune e tramutarono i membri del clero in semplici funzionari dello Stato. L'esercito fu riorganizzato: egualmente i tribunali. L'elezione dei giudici fu deferita al popolo. E in tutto ciò, i borghesi legislatori seppero evitare il soverchio accentramento. Insomma, dal punto di vista della legislazione, noi li vediamo uomini abili, energici, e troviamo in loro un elemento di democratismo repubblicano e d'autonomia, che gli odierni partiti d'avanguardia non sanno convenientemente stimare.

E tuttavia, malgrado queste leggi, nulla c'era di compiuto. La realtà non rispondeva alla teoria. Poichè – ed è qui l'errore comune di coloro che non conoscono da vicino il funzionamento della macchina governativa – esiste un vero, profondo abisso fra la promulgazione di una legge e la sua esecuzione pratica nella vita.

È facile dire: «Le proprietà delle congregazioni passeranno nelle mani dello Stato.» Ma come tradurre la formula nei fatti? Chi, ad esempio, andrà all'abbazia di San Bernardo a Clairvaux per dire all'abate e ai monaci di sloggiare? Chi li caccierà, se non se ne andranno volontariamente? Chi li impedirà di ritornarci domani – sostenuti da tutti i devoti dei villaggi limitrofi e di cantare la messa nell'abbazia? Chi organizzerà in modo efficace la vendita delle loro proprietà? Chi, infine, trasformerà gli splendidi edifici dell'abbazia in un ospizio per i vecchi, come, infatti, fece più tardi il governo rivoluzionario? È noto invero che se le sezioni di Parigi non avessero preso in mano la vendita dei beni del clero, la legge promulgata non aveva neppure il principio della esecuzione.

Nel 1790, 91, 92, l'antico regime era ancora in piedi, pronto a ricostituirsi completamente – salvo alcune leggere modificazioni – proprio come il secondo impero era pronto a rinascere ogni giorno, al tempo di Thiers e di Mac-Mahon. Il clero, la nobiltà, il vecchio funzionarismo e soprattutto il vecchio spirito, erano pronti a rialzare la testa, e ad incarcerare coloro che avevano osato cingersi colla sciarpa tricolore. Spiavano l'occasione propizia, la preparavano. Del resto, i nuovi direttorii dei dipartimenti, fondati dalla Rivoluzione, ma composti di ricchi, erano quadri già pronti per ristabilire l'antico regime. Erano le cittadelle della contro rivoluzione.

L'Assemblea costituente e la Legislativa avevano elaborato moltissime leggi, di cui si ammira pur oggi la lucidità e lo stile – ma l'immensa maggioranza di tali leggi rimanevano lettera morta. S'ignora forse che più dei due terzi delle leggi fondamentali fatte tra il 1789 e il 1793 non hanno mai avuto neppure un semplice principio di esecuzione?

Gli è che non basta di promulgare una nuova legge. Bisogna ancora, quasi sempre, creare il meccanismo per applicarla. E se la nuova legge colpisce – sia pure minimamente – un privilegio inveterato, occorre l'azione di tutta un'organizzazione rivoluzionaria, affinchè questa legge sia applicata con tutte le sue conseguenze nella vita. Osservate la miseria di risultati prodotti da tutte le leggi della Convenzione sull'istruzione gratuita e obbligatoria: sono rimaste lettera morta!

Oggi pure, malgrado l'accentramento burocratico e gli eserciti di funzionari che convergono verso il loro centro, Parigi, vediamo ogni nuova legge, sia pure di ben poco effetto, richiedere lunghi anni per passar nella vita. E ancora: quante volte l'applicazione è la mutilazione di una legge! Ma all'epoca della grande Rivoluzione non esisteva ancora questo meccanismo della burocrazia; impiegò più di cinquant'anni per raggiungere il suo sviluppo attuale.

Come potevano, quindi, entrare nella vita le leggi dell'Assemblea, senza che la Rivoluzione fosse compiuta di fatto in ogni città, in ogni casolare, in ognuno dei trentasei mila comuni della Francia!

Ebbene! l'acciecamento dei rivoluzionari appartenenti alla borghesia fu tale che, da una parte presero tutte le misure, affinchè il popolo, i poveri che si gettavano a capo fitto nella Rivoluzione non godessero poi di una grande partecipazione alla gestione degli affari comunali e, dall'altra, si opposero con tutte le forze per impedire che la rivoluzione scoppiasse e si compisse in ogni città e in ogni villaggio.

Occorreva il disordine, perchè un'opera vitale uscisse dai decreti dell'Assemblea. Occorreva che in ogni piccola località ci fossero degli uomini d'azione, dei patriotti aventi l'odio dell'antico regime, pronti a impadronirsi della municipalità; capaci di fare una rivoluzione in ogni casolare per capovolgere l'ordine della vita, ignorando tutte le autorità; occorreva, perchè si potesse compiere la rivoluzione politica, che la rivoluzione stessa diventasse sociale.

Occorreva che il contadino si fosse impadronito della terra e l'avesse solcata coll'aratro senza aspettare l'ordine dell'autorità, che certamente non sarebbe mai venuto. Occorreva insomma che una vita nuova cominciasse nel casolare. Ma questo non poteva accadere senza disordine, senza molto disordine sociale.

E i legislatori vollero per l'appunto impedire questo disordine!...

Non solo essi avevano eliminato il popolo dall'amministrazione, per mezzo della legge municipale del dicembre 1789, che consegnava il potere amministrativo ai cittadini attivi, mentre sotto il nome di cittadini passivi si escludevano tutti i contadini poveri e quasi tutti i lavoratori delle città; non solo detta legge rimetteva, nelle provincie, tutto il potere nelle mani della borghesia – ma armava anche questa borghesia di poteri sempre più minacciosi per impedire alla povera gente di continuare a insorgere.

E tuttavia, furono proprio le rivolte della povera gente che permisero, più tardi, nel 1792-93, di portare il colpo di grazia all'antico regime84.

Ecco dunque sotto quale aspetto si presentavano gli avvenimenti.

I contadini, che avevano incominciato la rivoluzione, comprendevano perfettamente che nulla ancora era fatto. L'abolizione delle servitù personali aveva però risvegliato le loro speranze. Si trattava ora di abolire di fatto le pesanti servitù economiche – per sempre e senza riscatto, ben inteso. Inoltre, il contadino voleva ritornare in possesso delle terre comunali.

Quelle ch'egli aveva già ripreso, nel 1789, ci teneva anzitutto a conservarle e ad ottenere per ciò stesso la sanzione del fatto compiuto. Quelle che non era riuscito a riconquistare, voleva averle, e senza cadere per ciò sotto i colpi della legge marziale.

Ma la borghesia si opponeva con tutte le sue forze a questa duplice volontà del popolo. Essa aveva profittato dell'insurrezione rurale dell'89 contro il feudalismo per cominciare i suoi primi attacchi contro il potere assoluto del re, contro i nobili e il clero, ma non appena fu votato e accettato dal re un primo abbozzo di costituzione borghese, – con la facoltà di violarla, – la borghesia si fermò, atterrita dinnanzi alle rapide conquiste che lo spirito rivoluzionario faceva tra il popolo.

I borghesi comprendevano inoltre che i beni dei signori stavano per passare nelle loro mani; ed essi volevano conservare intatti questi beni, con tutti i redditi addizionali annessi alle antiche servitù, convertite in pagamenti in denaro. Più tardi si sarebbe esaminato, se non fosse più vantaggioso abolire i residui di queste servitù, e allora lo si farebbe legalmente, con «metodo», con «ordine». Poichè, se si tollerava il disordine, chi sa dove si sarebbe fermato il popolo? Non si parlava già di «eguaglianza», di «legge agraria», di «pareggiamento delle fortune», di «poderi non più vasti di centoventi jugeri»?

E, come nei villaggi, lo stesso fenomeno avveniva nelle città, per gli artigiani e per tutta la popolazione laboriosa dei centri urbani. Le maestranze e le giurande, che la monarchia aveva saputo trasformare in strumenti d'oppressione, erano state abolite. I residui di servitù feudale, che esistevano ancora in gran numero nelle città, come nelle campagne, erano stati soppressi al momento delle insurrezioni popolari nell'estate del 1789. Erano scomparse le giustizie signorili e i giudici erano eletti dal popolo e scelti fra la borghesia abbiente.

Ma, in fondo, erano minuzie. Il lavoro mancava nelle industrie e il pane si vendeva a prezzi di carestia. La massa degli operai era anche disposta a pazientare, purchè si lavorasse a stabilire il regno della Libertà, dell'Eguaglianza, della Fratellanza. Ma poichè questo non si faceva, la massa perdeva la pazienza. E allora il lavoratore domandava che la Comune di Parigi, che le municipalità di Rouen, de Nancy, di Lione, ecc., facessero delle provviste per vendere il grano al prezzo di costo. Egli domandava che si tassasse il grano incettato dai mercanti, che si facessero delle leggi sontuarie, che i ricchi venissero tassati con un'imposta forzosa e progressiva! E perciò la borghesia, che si era armata già sin dall'89, mentre i cittadini passivi rimanevano senz'armi, scendeva nella strada, spiegava la bandiera rossa, intimando al popolo di disperdersi, e fucilava i recalcitranti a bruciapelo. Questo avvenne a Parigi nel luglio del 1791 e un po' dovunque in tutta la Francia.

E la Rivoluzione si fermava nella sua marcia. La dinastia sentiva rifluirsi la vita. Gli emigrati si fregavano le mani a Coblenza e Mitau. I ricchi rialzavano il capo e si lanciavano in sfrenate speculazioni.

Tanto che dall'estate del 1791 sino al giugno del 1792, la contro rivoluzione potè credersi trionfante.

È del resto naturale che una rivoluzione così importante come quella che si compiè tra l'89 e il 93, abbia avuto i suoi momenti di sosta e anche di regresso. Le forze di cui disponeva l'antico regime erano immense, e, dopo aver subìto un primo scacco, esse dovevano appunto ricostituirsi per opporre una diga allo spirito nuovo.

Così, nulla d'imprevisto offre la reazione che si produsse nei primi mesi del 1790, e anzi già nel dicembre 1789. Ma questa reazione fu così forte ch'essa potè durare sino al giugno del 1792, e se, malgrado tutti i delitti della Corte, divenne tanto potente da rimettere in pericolo nel 1791 tutta la rivoluzione – ciò proviene dal fatto ch'essa non fu solo l'opera dei nobili e del clero, uniti sotto lo stendardo della monarchia. La borghesia pure – questa nuova forza uscita dal seno stesso della Rivoluzione – aggiunse la sua attività, il suo amore dell'«ordine» e della proprietà, il suo odio del tumulto popolare, alle forze che cercavano di ostacolare la rivoluzione. Ed un gran numero di uomini colti, di «intellettuali» nei quali il popolo aveva riposto la sua fiducia – non appena intravvidero le prime luci di una sollevazione popolare, le voltarono le spalle e si affrettarono ad entrare nelle file dei difensori dell'ordine, per domare il popolo e opporre una diga alle sue tendenze egualitarie.

Rinforzati in tal guisa, i contro rivoluzionari alleati contro il popolo giunsero a tanto, che se i contadini non avessero continuato le loro sollevazioni nelle campagne e se il popolo delle città, vedendo lo straniero invadere la Francia, non si fosse risollevato nell'estate del 1792, la Rivoluzione si sarebbe fermata a mezza strada, senza nulla aver fatto ancora di duraturo.

Tutto sommato, la situazione era molto oscura nel 1790. «Già è stabilita senza pudore l'aristocrazia pura dei ricchi», scriveva Loustalot, il 28 novembre dell'89, nelle Révolutions de Paris. «Chi sa che non sia già un delitto di lesa-nazione osar dire: La nazione è sovrana?85» Ma d'allora, la reazione aveva guadagnato molto terreno e ne guadagnava a vista d'occhio.

Nel suo grande lavoro sulla storia politica della Grande Rivoluzione, Aulard ha cercato di far risaltare l'opposizione che l'idea di una forma repubblicana di governo incontrava nella borghesia e fra «gli intellettuali» dell'epoca – anche quando i tradimenti della Corte e dei monarchici imponevano già la Repubblica. Infatti, quando nel 1789 i rivoluzionari procedevano come se volessero sbarazzarsi del tutto della dinastia – un movimento decisamente monarchico si produsse fra quegli stessi rivoluzionari, a mano a mano che si affermava il potere costituzionale dell'Assemblea86. Si può dire ancora di più. Dopo il 5 e 6 ottobre 1789 e la fuga del re nel giugno 1791, ogni volta che il popolo si mostrava come una forza rivoluzionaria, la borghesia e i suoi capi d'opinione divenivano sempre più monarchici

È un fatto importantissimo; ma non bisogna però dimenticare che l'essenziale per la borghesia e gli intellettuali era la conservazione delle proprietà, come si diceva allora. Si vede, infatti, che questa questione della conservazione delle proprietà passa come un filo nero attraverso tutta la Rivoluzione sino alla caduta dei Girondini87. Ed è pure certo che se la Repubblica faceva tanta paura ai borghesi e anche ai Giacobini ardenti (mentre i Cordiglieri l'accettavano volontieri), gli è perchè l'idea di repubblica si univa nel popolo a quella di uguaglianza, e questa si traduceva nella domanda di pareggiamento delle fortune e di legge agraria – formule di egualitari, di comunisti, di espropriatori, di «anarchici» dell'epoca.

Ed è appunto e soprattutto per impedire che il popolo attentasse al sacrosanto principio di proprietà, che la borghesia s'affrettò di stringere i freni alla Rivoluzione. Sin dall'ottobre 1789, l'Assemblea votava la famosa legge marziale, che permise di fucilare i contadini insorti, e più tardi, nel luglio 1791, di massacrare il popolo a Parigi. Essa ostacolò pure l'arrivo a Parigi di popolani delle provincie per la Festa della Federazione del 14 luglio 1790. Adottò una serie di misure contro le società rivoluzionarie locali, che formavano la forza della Rivoluzione popolare, rischiando di uccidere in tal modo ciò che era stato il germe del suo potere.

Infatti, sin dai primi inizi della Rivoluzione, migliaia di associazioni politiche erano sorte in tutta la Francia. Non erano solo le assemblee primarie o elettorali, che continuavano a riunirsi, oltre alle numerose società giacobine affiliate alla Società madre di Parigi; ma soprattutto le Sezioni, le Società popolari e le Società fraterne, che nacquero spontaneamente e senza alcuna formalità. Erano migliaia di comitati e di poteri locali, quasi indipendenti, che si sostituivano al potere regio, e che aiutavano a diffondere tra il popolo l'idea della rivoluzione egualitaria, sociale.

Ebbene! L'opera della borghesia fu intesa appunto a schiacciare, a paralizzare, o almeno a demoralizzare questi mille centri locali, e ci riuscì così bene che la reazione monarchica, clericale e nobiliare cominciò a prendere il sopravvento nelle città e nelle borgate di quasi tutta la Francia.

Ben presto si sarebbe ricorso alle persecuzioni giudiziarie e, nel gennaio del 1790, Necker otteneva un decreto d'arresto per Marat, che aveva francamente sposata la causa del popolo, degli straccioni. Nella tema di una sommossa popolare, si mobilizzò la fanteria e la cavalleria per incarcerare il tribuno; si spezzarono i suoi torchi da stampa, e Marat fu obbligato, in piena Rivoluzione, a rifugiarsi in Inghilterra. Tornato quattro mesi dopo, dovette stare continuamente nascosto e, nel dicembre 1791, gli toccò traversare di nuovo la Manica.

Insomma, la borghesia e gli intellettuali difensori delle proprietà tanto fecero per spezzare lo slancio popolare ch'essi fermarono la stessa Rivoluzione. Man mano che si costituiva l'autorità della borghesia, l'autorità del re rifaceva la sua verginità.

«La vera Rivoluzione, nemica della licenza, si consolida ogni giorno», scriveva il monarchico Mallet du Pan nel giugno 1790. E diceva la verità. Tre mesi dopo, la contro rivoluzione era così possente che seminava di cadaveri le vie di Nancy.

In principio, lo spirito della Rivoluzione aveva appena sfiorato l'esercito, composto allora di mercenari, in parte stranieri, tedeschi e svizzeri. Però vi penetrava a poco a poco. Vi contribuì in parte la festa della Federazione, alla quale furono invitati dei delegati di soldati in qualità di cittadini, e nel mese d'agosto si verificò un po' dovunque e soprattutto nelle guarnigioni dell'Est, una serie di movimenti tra i soldati. Essi volevano costringere i loro ufficiali a rendere conto delle somme, che erano passate fra le loro mani, ed a restituire quelle che avevano sottratte ai soldati. Queste somme erano enormi: salivano fino a più di 240,000 lire nel reggimento di Beauce, a 100,000 e persino a due milioni in altre guarnigioni. L'effervescenza aumentava; ma, come c'era d'aspettarsi da uomini abbrutiti da un lungo servizio, una parte di loro rimaneva fedele agli ufficiali e i contro rivoluzionari profittarono di questa divisione per provocare dei conflitti e delle risse sanguinose fra soldati e soldati. Così, a Lilla, quattro reggimenti si battevano fra loro – realisti contro patriotti – e lasciavano sul campo cinquanta fra morti e feriti.

La raddoppiata attività delle cospirazioni realiste dalla fine dell'89, soprattutto fra gli ufficiali dell'Est, comandati da Bouillé, fa supporre che i cospiratori progettassero di profittare della prima rivolta dei soldati per annegarla nel sangue, utilizzando all'uopo i reggimenti realisti rimasti fedeli ai loro capi.

L'occasione si presentò ben presto a Nancy.

L'Assemblea nazionale, venuta a cognizione di questa agitazione fra i militari, votò, il 6 agosto 1790, una legge che riduceva gli effettivi dell'esercito, proibiva le «associazioni deliberanti» dei soldati nei reggimenti, ma nello stesso tempo ordinava pure che i conti del denaro fossero dati senza ritardo da parte degli ufficiali ai loro reggimenti.

Non appena questo decreto fu conosciuto a Nancy, il 9, i soldati – soprattutto gli svizzeri del reggimento di Châteauvieux (in gran parte vodesi e ginevrini) – domandarono dei conti ai loro ufficiali. Asportarono la cassa del loro reggimento per porla sotto la salvaguardia delle loro sentinelle, minacciarono i loro capi e mandarono otto delegati a Parigi per sostenere la loro causa all'Assemblea nazionale. I movimenti di truppe austriache alla frontiera vennero ad accrescere il fermento.

L'Assemblea, frattanto, dietro falsi rapporti giunti da Nancy, e spinta dal comandante delle guardie nazionali, Lafayette, nel quale la borghesia riponeva piena fiducia, votò al 16 un decreto che condannava i soldati per la loro indisciplina e ordinava alle guarnigioni e alle guardie nazionali della Meurthe di «reprimere gli autori della ribellione». I loro delegati vennero arrestati, e Lafayette, dal canto suo, lanciò una circolare che convocava le guardie nazionali dei borghi vicini a Nancy, per combattere la guarnigione insorta di questa città.

Tuttavia, pareva che a Nancy tutto dovesse finire tranquillamente. La maggior parte dei ribelli avevano anzi firmato «un atto di pentimento.» Ma ciò non serviva bene al gioco dei realisti88.

Il 28 agosto, Bouillé usciva da Metz alla testa di tremila soldati rimasti fedeli, colla ferma intenzione di fare a Nancy il gran colpo desiderato contro i ribelli.

La doppiezza del direttorio del dipartimento e della municipalità di Nancy aiutò a realizzare questo piano, e mentre tutto poteva appianarsi all'amichevole, Bouillé pose alla guarnigione condizioni impossibili e impegnò la battaglia. I suoi soldati fecero una strage orrenda dentro Nancy, uccisero cittadini e soldati, saccheggiarono le case.

Tremila cadaveri nelle strade, ecco il risultato del combattimento, dopo il quale vennero le rappresaglie «legali». Trentadue soldati ribelli furono giustiziati e perirono sulla ruota, quarant'uno furono mandati ai lavori forzati.

Il re s'affrettò ad approvare con una lettera «la buona condotta del signor Bouillé»; l'Assemblea nazionale ringraziò gli assassini, e la municipalità di Parigi celebrò una cerimonia funebre in onore dei vincitori caduti nella battaglia. Nessuno osò protestare, e anche Robespierre si tacque come tutti gli altri. È in tal modo che si chiudeva il 1790. La reazione armata prendeva il sopravvento.

XXIX
LA FUGA DEL RE. – LA REAZIONE. – FINE DELL'ASSEMBLEA COSTITUENTE

La Grande Rivoluzione è piena di avvenimenti eminentemente tragici. La presa della Bastiglia, la marcia delle donne su Versaglia, l'assalto delle Tuileries e la decapitazione del re sono episodi che il mondo intero conosce. Ne abbiamo apprese le date sin dalla nostra infanzia. Tuttavia, accanto a queste grandi date, ce ne sono altre, delle quali si dimentica sovente di parlare, ma che ebbero, secondo noi, un significato ancor più grande per riassumere lo spirito della Rivoluzione a un dato momento e per determinare la sua marcia futura.

Così, per la caduta della dinastia, il momento più significativo della Rivoluzione – quello che meglio ne riassume la prima parte e che darà ormai a tutta la sua marcia un certo carattere popolare – è il 21 giugno 1791: memorabile notte in cui degli sconosciuti, uomini del popolo, arrestarono il re fuggiasco e la di lui famiglia a Varennes, nel momento in cui stavano per varcare la frontiera e gettarsi in braccio allo straniero. Da quella notte data la caduta della dinastia. Da quel momento, il popolo entra in scena per ricacciare tra le quinte i politicanti.

L'avventura è nota. Un complotto in piena regola era stato ordito a Parigi per far fuggire il re e permettergli di recarsi al di là della frontiera, dove si sarebbe posto alla testa degli emigrati e degli eserciti tedeschi. La Corte aveva concepito questo piano sin dal settembre 1789, e pare che Lafayette ne fosse avvertito89.

Che i realisti abbiano veduto in questa evasione il mezzo di porre il re al sicuro e di domare nello stesso tempo la Rivoluzione, facilmente si capisce. Ma purtroppo anche molti rivoluzionari della borghesia favorivano questo piano: quando i Borboni fossero cacciati di Francia, Filippo d'Orléans li sostituirebbe sul trono e da lui sarebbe possibile ottenere una costituzione borghese, senza aver bisogno del concorso, sempre pericoloso, delle rivolte popolari.

Il popolo sventò questo piano.

Uno «sconosciuto», Drouet, ex-mastro di posta, riconosce il re mentre passa davanti a un casolare. Ma la vettura del re già riparte a galoppo. Allora Drouet e un suo amico, Guillaume, si slanciano nella notte a briglia sciolta, all'inseguimento della vettura. Essi sanno che le foreste costeggianti la strada sono battute dagli ussari, che erano venuti sulla strada maestra per ricevere la vettura del re al Pont-de-Somme-Vesle, ma che, non vedendola venire e temendo l'ostilità del popolo, si sono ritirati in mezzo ai boschi. Drouet e Guillaume riescono tuttavia ad evitare l'incontro con queste pattuglie, seguendo i sentieri che ben conoscono, ma non raggiungono la vettura reale che a Varennes, dove un ritardo imprevisto l'aveva fermata, – per il fatto che i cavalli di ricambio e gli ussari non s'erano trovati nel luogo preciso fissato per l'appuntamento, – e là, Drouet passando innanzi, ha appena il tempo di correre da un amico, un oste: Sei un buon patriotta? gli chiede. – Ma certo! – Allora, andiamo ad arrestare il re!

E sbarrano anzitutto – senza rumore – il passo alla pesante berlina reale, mettendo attraverso il ponte dell'Aire una vettura caricata di mobili che vi si trovava per caso. Poi, seguiti da quattro o cinque cittadini, armati di fucili, arrestano i fuggitivi proprio nel momento in cui la loro vettura, discendendo dall'Alta Città verso il ponte dell'Aire, entra sotto la volta della chiesa di Saint-Gençoult90.

Drouet e gli amici suoi fanno discendere i viaggiatori, malgrado le loro proteste e, nell'attesa che il municipio verifichi i loro passaporti, li fanno passare nel retrobottega del droghiere Sauce. Qui, il re, apertamente riconosciuto da un giudice di stanza a Varennes, si vede costretto ad abbandonare la parte di domestico di «Madama Korff» e, sempre furbo, per scusare la sua fuga, si mette a perorare sui pericoli che correva a Parigi la sua famiglia, da parte degli Orléans.

Ma il popolo non si lascia ingannare. Ha compreso di colpo i piani e il tradimento del re. Le campane suonano a stormo, e da Varennes, dalla campagna, di villaggio in villaggio accorrono contadini armati di forche e di bastoni. Essi fanno la guardia al re aspettando l'alba, e due contadini, colle forche in mano, stanno di sentinella alla porta.

I contadini accorsero a migliaia lungo tutta la strada da Varennes a Parigi e paralizzarono gli ussari e i dragoni di Bouillé, ai quali Luigi XVI s'era confidato per la fuga. A Sainte-Menehould, immediatamente dopo la partenza del re, suonava già la campana, e così pure a Clermont-en-Argonne. A Sainte-Menehould, il popolo disarmò i dragoni venuti per scortare il re e fraternizzò con loro. A Varennes, i sessanta ussari tedeschi venuti per scorta al re fino al suo incontro con Bouillé, e che stavano nella Città Bassa, dall'altra parte dell'Aire, sotto gli ordini del sottotenente Rohrig, si mostrarono appena. L'ufficiale scomparve e non si seppe più nulla di lui, e quanto ai suoi soldati, dopo aver bevuto tutto il giorno cogli abitanti (che non li insultavano, ma li guadagnavano, fraternizzando, alla loro causa), non si curarono più del re. Bevettero gridando: Viva la nazione! mentre tutta la città, balzata in piedi al suono delle campane a martello, faceva ressa nei dintorni della bottega di Sauce.

Intanto le vicinanze di Varennes vengono barricate per impedire agli ulani di entrare in città. E, allo spuntar del giorno, le grida: A Parigi! A Parigi! echeggiano tra la folla.

Le grida aumentano quando, verso le dieci del mattino, giungono due commissari che Lafayette da una parte e l'Assemblea dall'altra hanno inviato al mattino del 21, per arrestare il re e la sua famiglia. Devono partire! Devono partire! Li cacceremo per forza nella vettura! gridano i contadini, furiosi nel constatare che Luigi XVI cerca di guadagnar del tempo, nell'attesa che giungano gli ulani capitanati da Bouillé. Allora, previa distruzione di alcuni carteggi compromettenti, che avevano portato via nella vettura, il re e la sua famiglia si decidono a ritornare indietro.

Il popolo li riconduce prigionieri a Parigi. La monarchia era finita e cadeva nell'obbrobrio.

Al 14 luglio 1789, la monarchia aveva perduto la sua fortezza, ma le era rimasto la sua forza morale, il suo prestigio. Tre mesi dopo, al 6 ottobre, il re diventava ostaggio della Rivoluzione, ma il principio monarchico rimaneva sempre in piedi. Il re, attorno al quale si stringevano gli abbienti, rimaneva sempre possente. I Giacobini stessi non osavano attaccarlo.

Ma nella notte che il re – travestito da domestico e sorvegliato dai contadini – passò nel retro-bottega di un droghiere di villaggio, a fianco dei «patriotti», alla luce di una candela piantata in una lanterna, – nella notte in cui le campane suonarono a stormo per impedire al re di tradir la nazione, mentre migliaia di contadini accorrevano per ricondurlo prigioniero al popolo di Parigi, in quella notte la monarchia crollava per sempre. Il re, simbolo altra volta dell'unità nazionale perdeva ogni ragion d'essere, diventando il simbolo dell'unione internazionale dei tiranni contro i popoli. Tutti i troni d'Europa ne risentirono il contraccolpo.

Al tempo stesso, il popolo entrava in lizza per forzare la mano ai meneurs della politica. Questo Drouet che agisce di sua spontanea iniziativa e sventa i piani dei politicanti; questo contadino che, nella notte, di suo spontaneo slancio, spinge il cavallo e gli fa superare al gran galoppo valli e colline all'inseguimento del traditore secolare – il re, – quest'uomo è l'immagine del popolo, che d'allora, ad ogni momento critico della Rivoluzione, prenderà gli affari in mano e dominerà i politicanti.

L'invasione delle Tuileries da parte del popolo, il 20 giugno 1792, la marcia dei sobborghi di Parigi contro le Tuileries, il 10 agosto 1792, la decadenza e il resto, tutti questi grandi avvenimenti si svolgeranno ormai come una necessità storica.

L'idea del re, quando tentò di fuggire, era quella di mettersi alla testa dell'esercito che comandava Bouillé e, sostenuto da un esercito tedesco, marciare poi su Parigi. Riconquistata la capitale, è noto, oggi, quello che i realisti si proponevano di fare. Arrestare tutti i «patriotti»: le liste di proscrizione erano già compilate; giustiziare i più pericolosi, incarcerare e deportare gli altri; abolire quindi tutti i decreti votati dall'Assemblea per stabilire la costituzione o per combattere il clero. L'antico regime sarebbe stato ristabilito con tutti i i suoi ordini e le sue classi, ripristinando poi, a mano armata e colle esecuzioni sommarie, le decime, i diritti feudali, i diritti di caccia e tutti i cànoni feudali.

Tale era il piano dei realisti, nè lo nascondevano. «Aspettate, signori patriotti», dicevano i realisti a chiunque volesse intenderli, «ben presto pagherete il fio dei vostri delitti.»

Il popolo, come abbiam detto, sventò questo piano. Il re, arrestato a Varennes, fu ricondotto a Parigi e posto sotto la sorveglianza dei patriotti dei sobborghi.

Parrebbe lecito credere che la Rivoluzione stesse ormai per continuare a passi di gigante il suo sviluppo logico. Provato il tradimento del re, non era forse facile proclamare la decadenza della monarchia, rovesciando ad un tempo le vecchie istituzioni feudali, per inaugurare la repubblica democratica?

Nulla di tutto ciò. Al contrario, è la reazione che trionfò definitivamente un mese dopo la fuga da Varennes e la borghesia s'affrettò a rilasciare alla reggia un nuovo certificato d'immunità.

Il popolo aveva compreso subito la situazione. Era evidente che non si poteva più lasciare sul trono il re. Reintegrato nel castello, avrebbe ripreso la trama delle sue cospirazioni e complottato con maggiore attività con l'Austria e la Prussia. Condannato a non abbandonar più la Francia, non potrebbe che cercare con maggior zelo di evadere. Ciò era ben chiaro, tanto più che gli avvenimenti nulla gli avevano insegnato. Continuava, infatti, a rifiutare la sua firma ai decreti che attaccavano la potenza del clero e le prerogative dei signori. Bisognava dunque detronizzarlo, pronunciare senza indugio la sua decadenza.

Questa necessità fu assai bene compresa dal popolo di Parigi e d'una buona parte delle provincie. All'indomani del 21 giugno, a Parigi, si cominciò col demolire i busti di Luigi XVI e col cancellare le insegne regie. La folla invase le Tuileries; si parlava in pubblico contro la reggia, si chiedeva il detronizzamento del re. Quando il duca d'Orléans compiè la sua passeggiata per le strade di Parigi, col sorriso sulle labbra, credendo di raccogliervi una corona, tutti gli voltarono le spalle era finita pei re, nessuno voleva più saperne. I Cordiglieri domandarono apertamente la repubblica e firmarono un indirizzo, nel quale si proclamavano tutti contrari ai re – tutti «tirannicidi». Il Corpo municipale di Parigi fece una dichiarazione nello stesso senso. Le sezioni di Parigi dichiararono di sedere in permanenza; i berretti di lana e gli uomini dalle picche ricomparvero nelle strade; pareva di essere alla vigilia di un nuovo 14 luglio. Il popolo era, infatti, pronto a mettersi in movimento per rovesciare definitivamente la monarchia.

L'Assemblea nazionale, sotto l'impulso del movimento popolare, si fece audace, e procedè come se non ci fosse più il re. Non aveva egli forse abdicato, fuggendo? L'Assemblea s'impadronì del potere esecutivo, diede degli ordini ai ministri e prese in mano i rapporti diplomatici. Durante una quindicina di giorni, la Francia visse senza re.

Ma ecco che la borghesia muta consiglio, si disdice e si mette in aperta opposizione al movimento repubblicano. Nello stesso senso cambia l'atteggiamento dell'Assemblea. Mentre tutte le società popolari e fraterne si pronunciano per la decadenza, il club dei Giacobini, composto di borghesi legalitari, ripudia l'idea di repubblica e si dichiara favorevole al mantenimento della monarchia costituzionale. – «La parola repubblica spaventa i fieri Giacobini», dice Réal alla tribuna del loro club. I più sovversivi del club, fra gli altri Robespierre, hanno paura di compromettersi; non osano pronunciarsi per la decadenza della monarchia e dicono d'essere calunniati se vengono chiamati repubblicani.

L'Assemblea così risoluta al 22 giugno, ritorna bruscamente sulle sue decisioni e, al 15 luglio, lancia in tutta fretta un decreto, col quale assolve il re e si pronuncia contro la decadenza della monarchia, e cioè contro la repubblica. Da quell'istante, domandare la repubblica diventa un delitto.

Che cosa è dunque accaduto di nuovo in questi venti giorni da spingere i capi rivoluzionari della borghesia a far voltafaccia ed a prendere la risoluzione di lasciare Luigi XVI sul trono? Si è forse pentito il re? Ha dato forse delle prove di sottomissione alla Costituzione? – No, nulla è accaduto di simile. Ma i capeggiatori borghesi hanno scorto di nuovo lo spettro che li terrorizzava sin dal 14 luglio e dal 6 ottobre del 1789: la sollevazione del popolo! Gli uomini dalle picche erano discesi nella strada e le provincie sembravano decise a insorgere come nell'agosto del 1789. Il solo spettacolo di migliaia di contadini accorsi – al suono delle campane – dai villaggi limitrofi sulla strada di Parigi a ricondurvi il re prigione – questo solo spettacolo faceva rabbrividire i rivoluzionari della borghesia. Ed ora, ecco il popolo di Parigi che si alzava, s'armava e chiedeva la continuazione della rivoluzione, e cioè: la repubblica, l'abolizione dei diritti feudali, l'eguaglianza, non a parole. Non stavano dunque per tradursi nei fatti la legge agraria, la tassa del pane, l'imposta sui ricchi?

No. Alla rivoluzione popolare, la borghesia preferiva il re traditore e l'invasione straniera.

Ecco perchè l'Assemblea s'affrettò a stroncare qualunque agitazione repubblicana, improvvisando, al 15, quel decreto che metteva il re fuori di causa, lo ristabiliva sul trono e dichiarava delinquenti tutti coloro che avrebbero voluto far riprendere alla rivoluzione la sua marcia ascensionale.

Quindi i Giacobini, questi pretesi fautori della Rivoluzione, dopo una giornata d'esitazioni, abbandonarono i repubblicani che si proponevano di suscitare al 17 luglio, nel Campo di Marte, un vasto movimento popolare contro la monarchia. E allora, la borghesia contro rivoluzionaria, sicura del colpo, riunì la sua guardia nazionale borghese, la scagliò contro il popolo inerme, riunito attorno all'«altare della patria» per firmare una petizione repubblicana, fece spiegare la bandiera rossa, proclamò la legge marziale e massacrò il popolo, cioè i repubblicani.

Cominciò quindi un periodo di schietta reazione che andò aggravandosi sino alla primavera del 1792.

I repubblicani, autori della petizione del Campo di Marte, che chiedeva la destituzione del re, furono perseguitati. Danton dovette riparare in Inghilterra (agosto 1791). Robert (franco repubblicano, redattore delle Révolutions de Paris), Fréron e specialmente Marat dovettero nascondersi.

La borghesia, approfittando di un momento di terrore, s'affrettò a limitare ancora di più i diritti elettorali del popolo. Ormai, per essere elettore, occorreva, in più delle dieci giornate di lavoro pagate in contribuzioni dirette, possedere in proprio o in usufrutto un bene stimato di 150 a 200 giornate di lavoro, o tenere come colono un podere valutato 400 giornate di lavoro. Come ognun vede, i contadini venivano, in modo assoluto, privati di qualsiasi diritto politico.

Dopo il 17 luglio (1791) diventò pericoloso dirsi o sentirsi chiamare repubblicano, e dei rivoluzionari cominciarono senz'altro a trattare coloro che domandavano la destituzione del re e l'avvento della repubblica come «uomini perversi», che non hanno «niente da perdere e tutto da guadagnare nel disordine e nell'anarchia».

A poco a poco la borghesia prende coraggio, ed è nel periodo di un risveglio monarchico assai accentuato, in mezzo a entusiastiche ovazioni tributate al re e alla regina dalla borghesia di Parigi, che il re accetta e giura all'Assemblea, il 14 settembre 1791, di rispettare quella costituzione ch'egli in quel giorno stesso tradiva.

Quindici giorni dopo, l'Assemblea costituente si scioglieva, e ciò porse nuova occasione ai costituzionali di ripetere le loro manifestazioni realiste in onore di Luigi XVI. Il governo passava nelle mani dell'Assemblea legislativa, eletta a suffragio ristretto, ed evidentemente più borghese ancora dell'Assemblea costituente.

E la reazione aumentava sempre! Verso la fine del 1791, i migliori rivoluzionari erano giunti a disperare completamente del successo della Rivoluzione. Marat la credeva perduta. «La rivoluzione, scriveva nell'Ami du Peuple, è fallita...» Egli chiedeva che si facesse appello al popolo, ma nessuno voleva ascoltarlo. «Un pugno di diseredati», diceva nel suo giornale del 21 luglio, «furono i demolitori della Bastiglia! Utilizzateli ancora, essi si mostreranno coraggiosi come al primo giorno, non chiedono che di combattere i tiranni; ma allora erano liberi d'agire, ed oggi sono incatenati.» Incatenati, ben inteso, dai capi. «I patriotti non osano più farsi vedere», dice sempre Marat il 15 ottobre 1791, «e i nemici della libertà riempiono le tribune del Senato e si trovano dovunque».

Ecco cosa diventava la Rivoluzione man mano che i borghesi e i loro «intellettuali» trionfavano.

Camillo Desmoulins ripeteva le stesse disperate parole, il 24 ottobre 1791, nel club dei Giacobini. I reazionari, diceva, hanno volto a loro profitto il movimento popolare del luglio e agosto 1789. I favoriti della Corte parlano oggi della sovranità del popolo, dei diritti dell'uomo, dell'eguaglianza dei cittadini, per ingannare il popolo e si pavoneggiano nell'abito della guardia nazionale per afferrare o magari comperare le cariche di capi. Attorno a loro si riuniscono i puntelli del trono. I demoni dell'aristocrazia hanno dato prova di un'abilità infernale.»

Prudhomme diceva apertamente che la nazione era tradita dai suoi rappresentanti e l'esercito dai suoi capi.

Ma Prudhomme e Desmoulins potevano almeno mostrarsi. Mentre invece, un rivoluzionario popolare come Marat dovette nascondersi durante parecchi mesi, non sapendo qualche volta dove rifugiarsi di notte. Ben giustamente si è detto di Marat ch'egli perorava la causa del popolo colla testa sul ceppo. Danton, in procinto d'essere arrestato, era partito per Londra.

D'altronde, la regina stessa, nella sua corrispondenza segreta con Fersen, per mezzo del quale essa dirigeva l'invasione e preparava l'entrata degli eserciti tedeschi nella capitale, constatava «un cambiamento visibile a Parigi». Il popolo, diceva la regina, non legge più i giornali. E il 31 ottobre 1791 scriveva: «Il popolo non si preoccupa che del rincaro del pane e dei decreti».

Il rincaro del pane e i decreti! Il pane per vivere e continuare la rivoluzione – poichè il popolo ne era privo sin dall'ottobre! E i decreti contro i preti e gli emigrati, che il re rifiutava di sanzionare!

Il tradimento era dovunque, e oggi si sa che verso quell'epoca, alla fine del 1791, Dumouriez, il generale girondino che comandava gli eserciti dell'Est, complottava già col re. Gli indirizzava una memoria segreta sui mezzi di arrestare la Rivoluzione! Questa memoria fu trovata dopo la presa delle Tuileries, nell'armadio di ferro di Luigi XVI.

XXX
L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA. – LA REAZIONE NEL 1791-1792

La nuova Assemblea nazionale, eletta soltanto dai cittadini attivi, prese il nome di Assemblea nazionale legislativa e si riunì il 1° ottobre 1791. Sin dal primo momento, il re, incoraggiato dalle manifestazioni della borghesia che si stringeva attorno a lui, prese verso la nuova Assemblea un atteggiamento arrogante. Come agli inizi degli Stati Generali, anche questa volta si ebbe tutta una serie di piccole cattive vessazioni da parte della Corte e di deboli resistenze da parte dei rappresentanti. Malgrado ciò, appena il re si presentò all'Assemblea, fu ricevuto coi più umilianti segni di ossequio e col più vivo entusiasmo. Luigi XVI parlò di una costante armonia e di una fiducia inalterabile fra il corpo legislativo e il re. «Che l'amore della patria ci unisca e ci renda inseparabili l'interesse pubblico», diceva il re – e in quel momento stesso egli preparava l'invasione straniera allo scopo di domare i costituzionali, di ristabilire la rappresentanza per ordini e i privilegi della nobiltà e del clero.

In generale – dal mese di ottobre 1791, e in fondo, sin dalla fuga del re e dal suo arresto a Varennes, in giugno – il timore dell'invasione straniera invade gli spiriti e diventa oggetto precipuo di preoccupazioni. L'Assemblea legislativa ha bensì la sua destra rappresentata dai Foglianti o monarchici costituzionali e la sua sinistra rappresentata dal partito della Gironda, che serve di ponte fra la borghesia semi-costituzionale e la borghesia semi-repubblicana; ma nè gli uni, nè gli altri s'interessano ai grandi problemi ereditati dalla Costituente. L'Assemblea legislativa non si appassiona nè per l'instaurazione della repubblica, nè per l'abolizione dei privilegi feudali. Gli stessi Giacobini, anzi gli stessi Cordiglieri sembrano d'accordo nel non parlare più di repubblica, e le passioni dei rivoluzionari e dei contro rivoluzionari s'incontrano, si urtano su questioni d'ordine secondario, come, ad esempio, l'elezione del sindaco di Parigi.

La grande preoccupazione del momento è la questione dei preti e l'altra degli emigrati. Entrambe dominano tutto il resto, tanto a cagione dei tentativi di insurrezione contro rivoluzionaria organizzati dai preti e dagli emigrati, quanto perchè sono in intima connessione colla guerra all'estero, di cui tutti sentono l'imminenza.

Il più giovane fratello del re, il conte d'Artois, aveva emigrato, come è noto, sin dal 15 luglio 1789. L'altro, il conte di Provenza, era fuggito contemporaneamente a Luigi XVI ed era riuscito a guadagnare Bruxelles. Entrambi avevano protestato contro l'accettazione della costituzione da parte del re. Costui, dicevano, non poteva rinunciare ai diritti dell'antica monarchia; per conseguenza, il suo atto era nullo. La loro protesta fu diffusa dagli agenti realisti in tutta la Francia e produsse un grande effetto.

I nobili abbandonavano i loro reggimenti o i loro castelli ed emigravano in massa, e i realisti minacciavano coloro che riluttavano ad emigrare di relegarli fra la borghesia, quando la nobiltà fosse tornata vittoriosa in Francia. Gli emigrati riuniti a Coblenza, a Worms, a Bruxelles, preparavano apertamente la contro rivoluzione, che doveva essere appoggiata dall'invasione straniera. Il doppio gioco del re diventava sempre più scoperto, poichè certamente egli conosceva e sosteneva la trama degli emigrati.

Finalmente, il 30 ottobre 1791, l'Assemblea legislativa si decise a procedere contro il fratello cadetto del re, Luigi, Stanislao, Saverio, che aveva ricevuto da Luigi XVI, al momento della sua evasione, un decreto col quale gli conferiva la reggenza nel caso che il re fosse stato arrestato. Ora l'Assemblea intimava al conte di Provenza di ritornare in Francia entro due mesi; altrimenti avrebbe perduto i diritti alla reggenza. Alcuni giorni più tardi (9 novembre) l'Assemblea ordinava agli emigrati di ritornare in Francia prima della fin d'anno; in caso contrario sarebbero stati considerati e trattati da cospiratori, condannati in contumacia e i loro beni confiscati a profitto della nazione, «salvi, tuttavia, i diritti delle mogli, dei figli e dei creditori legittimi».

Il re sanzionò il decreto riguardante suo fratello, ma oppose il suo veto al secondo decreto, concernente gli emigrati. Del pari rifiutò la sanzione al decreto che ordinava ai preti di prestar giuramento alla costituzione, sotto pena di venir arrestati come sospetti, nel caso di torbidi religiosi, nei comuni di cui avevano la cura d'anime.

L'atto più importante dell'Assemblea legislativa fu la dichiarazione di guerra all'Austria. Questa si preparava apertamente a ristabilire con le armi Luigi XVI nei diritti che aveva prima dell'89. Il re e Maria Antonietta sollecitavano l'imperatore e le loro istanze divennero più assidue dopo la mancata fuga. Ma è probabile che questi preparativi sarebbero andati per le lunghe, forse fino alla successiva primavera, se i Girondini non avessero spinto alla guerra. L'incoerenza del ministero, uno dei cui membri, Bertrand de Moleville, era formalmente avverso al regime costituzionale, mentre Narbonne ne voleva fare l'appoggio del trono, condusse alla sua caduta, e nel marzo 1792 Luigi XVI chiamò al potere un ministero girondino, con Dumouriez agli affari esteri, Roland, cioè madama Roland, all'Interno, de Grave, ben presto sostituito da Servan, alla Guerra, Clavière alle Finanze, Duranthon alla Giustizia e Lacoste alla Marina.

È inutile dire (come Robespierre lo fece presto rilevare) che, invece di attivare la Rivoluzione, l'arrivo dei Girondini al ministero fu favorevole alla reazione. La moderazione diventò la parole d'ordine, non appena il re ebbe accettato «un ministero di sanculotti», come si diceva alla Corte. Questo ministero agì con forza solo per suscitare la guerra, contro il parere di Marat e di Robespierre, e il 20 aprile 1792 i Girondini trionfavano. La guerra veniva dichiarata all'Austria o, come si diceva allora, «al re di Boemia e di Ungheria».

Era necessaria la guerra? Jaurès (Histoire Socialiste, La Législative, p. 815 e seguenti) si è posto questa questione, e per risolverla ha messo sotto gli occhi del lettore parecchi documenti dell'epoca. E la conclusione che scaturisce da questi documenti, conforme a quella che l'autore stesso ne deduce, è identica alla conclusione cui giungevano Marat e Robespierre. La guerra non era necessaria. I sovrani stranieri temevano, non v'ha dubbio, lo sviluppo delle idee repubblicane in Francia; ma tra questo e il portare senz'altro aiuto a Luigi XVI, correva gran divario; essi esitavano ad impegnarsi in una guerra di tal genere. Ma i Girondini la vollero e la precipitarono, perchè ci vedevano un mezzo per combattere il potere del re.

Marat, senza tante frasi, aveva ben detto in proposito la verità: – Voi volete la guerra, perchè vi ripugna di chiamare il popolo a dare il colpo di grazia alla monarchia. – Piuttosto che far appello al popolo, i Girondini e gran parte dei Giacobini preferivano l'invasione straniera, che, svegliando il patriottismo e mettendo a nudo i tradimenti del re e dei realisti, affretterebbe la caduta della dinastia, senza bisogno di nuove insurrezioni popolari. – «Ci occorrono dei grandi tradimenti», diceva Brissot – personaggio che odiava il popolo, le sue disordinate sollevazioni e i suoi attacchi alla proprietà.

Così i Girondini e la Corte si trovavano d'accordo nel volere e nel provocare l'invasione della Francia. In tali condizioni la guerra diventava inevitabile, e si accese furiosa per ventitrè anni, con tutte le sue conseguenze funeste per la Rivoluzione e per il progresso europeo. – «Voi non volete far appello al popolo, non volete la rivoluzione popolare, – ebbene, avrete la guerra, – forse la disfatta!» Quante volte in seguito è stata confermata questa verità!

Lo spettro del popolo armato ed insorto, chiedente alla borghesia la parte che gli spettava della fortuna nazionale, non cessava di terrorizzare quelli del Terzo Stato che erano giunti al potere, o che, per mezzo dei clubs e dei giornali, avevano acquistato una certa influenza sulla marcia degli avvenimenti. Occorre dire pure che, a poco a poco, il popolo, la cui educazione rivoluzionaria progrediva con la Rivoluzione stessa, osava reclamare misure compenetrate di spirito comunista per cancellare più o meno profondamente le ineguaglianze economiche91.

In mezzo al popolo si parlava di «pareggiamento delle fortune». I contadini che possedevano appena miseri campicelli e gli operai delle città, ridotti alla disoccupazione, osavano affermare il loro diritto alla terra. Si chiedeva, nelle campagne, che una persona non potesse possedere un fondo maggiore di 120 jugeri, e nelle città si diceva che chiunque desideri coltivare la terra ha il diritto di averne quanta basti ai suoi bisogni.

La tassa sulle sussistenze per impedire l'agiotaggio sui generi di prima necessità, le leggi contro gl'incettatori, la compera municipale delle sussistenze che sarebbero state rivendute agli abitanti al prezzo di costo, l'imposta progressiva pei ricchi, il prestito forzoso, e finalmente gravi tasse sulle successioni – tutto ciò veniva discusso dal popolo e tali idee penetravano anche nella stampa. L'unanimità stessa colla quale si manifestavano queste idee ogni qual volta il popolo riportava una vittoria, tanto a Parigi come nella provincia, prova che queste idee circolavano abbondantemente in mezzo ai diseredati, sebbene gli scrittori della Rivoluzione non osassero troppo manifestamente esporle. «Non vi accorgete dunque, diceva Robert nelle Révolutions de Paris, nel maggio 1791, che la Rivoluzione francese per la quale combattete, dite voi, da cittadini, è una vera legge agraria posta in esecuzione dal popolo? Esso è rientrato nei suoi diritti. Un passo ancora e rientrerà nei suoi beni...» (Citato da Aulard, p. 91).

È facile indovinare l'odio che queste idee suscitavano tra i borghesi che si proponevano di godere a loro agio le fortune acquistate e la loro nuova situazione privilegiata nello Stato. Si può averne un'idea dalle collere che si scatenarono a Parigi nel marzo 1792, quando si seppe che il sindaco di Etampes, Simonneau, era stato massacrato dai contadini. Come tanti altri sindaci borghesi, egli faceva fucilare, senz'ombra di processo, i contadini insorti, e nessuno fiatava. Ma quando i contadini affamati, che chiedevano una tassa sul pane, uccisero colle loro picche questo sindaco tiranno, quale coro d'indignazione tra la borghesia parigina!

«È spuntato il giorno in cui i proprietari di tutte le classi devono finalmente sentire ch'essi stanno per cadere sotto la falce dell'anarchia», gemeva Mallet du Pan nel suo Mercure de France, e chiedeva la «coalizione dei proprietari» contro il popolo, contro i briganti, contro i predicatori della legge agraria. Tutti si scagliarono allora contro il popolo, tutti, Robespierre compreso. Solo un prete, il Dolivier, osò alzare la voce in favore delle masse ed affermare che «la nazione è realmente proprietaria del suo suolo». «Non c'è legge, diceva, che possa, con giustizia, forzare il contadino a non sfamarsi, mentre i servitori e gli stessi animali dei ricchi hanno ciò che loro abbisogna».

Quanto a Robespierre, egli s'affrettò ad affermare che «la legge agraria non è che un assurdo spauracchio presentato da uomini perversi a uomini stupidi». E dichiarò senz'altro di respingere qualunque tentativo di «pareggiamento delle fortune». Sempre preoccupato di non mai superare l'opinione di coloro che in un dato momento rappresentavano la forza dominante, Robespierre si guardò bene dallo schierarsi fra coloro che marciavano col popolo e comprendevano che solo le idee egualitarie e comuniste avrebbero dato alla Rivoluzione la forza necessaria per compiere la demolizione del regime feudale.

Questa paura dell'insurrezione popolare e delle sue conseguenze economiche spingeva inoltre la borghesia a stringersi maggiormente attorno alla monarchia e ad accettare, senza varianti, la costituzione quale era uscita dalle mani dell'Assemblea costituente, con tutti i suoi difetti e le sue riverenze al re. Invece di progredire nella via delle idee repubblicane, la borghesia e gli «intellettuali» evolvevano in direzione diametralmente opposta. Se nel 1789, in tutti gli atti del Terzo Stato, è facile scorgere uno spirito decisamente repubblicano, democratico, ora, via via che il popolo veniva manifestando le sue tendenze comuniste ed egualitarie, questi stessi uomini del Terzo Stato si tramutavano in difensori della proprietà, mentre i franchi repubblicani, come Thomas Paine e Condorcet, rappresentavano un'infima minoranza fra le persone colte della borghesia. A misura che il popolo diventava repubblicano, gli «intellettuali» retrocedevano verso la monarchia costituzionale.

Il 13 giugno 1792, appena otto giorni prima dell'invasione popolare delle Tuileries, Robespierre tuonava ancora contro la Repubblica. «Gli è invano, esclamava, che si vogliono sedurre gli animi ardenti e poco illuminati col miraggio di un governo più libero e col nome di repubblica: in questo momento il rovesciamento della Costituzione non può a meno di accendere la guerra civile che condurrà all'anarchia e al dispotismo.»

Temeva forse l'instaurazione di una repubblica aristocratica, come lascia supporre Louis Blanc? È possibile, ma ci sembra più probabile che Robespierre, rimasto sempre difensore deciso della proprietà, temesse allora, come quasi tutti i Giacobini, i furori del popolo, i suoi tentativi di «pareggiamento delle fortune (o di «espropriazione», come diremmo noi oggigiorno). Temeva di veder naufragare la rivoluzione in tentativi comunisti. Ad ogni modo, alla vigilia stessa del 10 agosto, mentre tutta la Rivoluzione, incompiuta, fermata nel suo cammino, aggredita da mille cospirazioni, era in pericolo e nulla poteva salvarla all'infuori dell'abolizione della monarchia mediante l'insurrezione popolare, – Robespierre, come tutti i Giacobini, preferiva mantenere il re e la sua corte, piuttosto che correre il rischio di un nuovo appello alla foga rivoluzionaria del popolo. Precisamente come i repubblicani italiani e spagnuoli dei giorni nostri, che preferiscono la monarchia ai rischi di una rivoluzione popolare, che sarebbe, necessariamente, materiata di tendenze comuniste.

La storia si ripete – e quante volte dovrà ancora ripetersi quando Russia, Germania, Austria cominceranno la loro grande rivoluzione!

Ciò che fa parer più singolare lo stato d'animo dei politicanti dell'epoca, è che precisamente in quel torno di tempo, luglio 1792, la Rivoluzione era minacciata da un formidabile colpo di Stato realista, preparato da lunga data, che doveva essere appoggiato da vaste insurrezioni nel Mezzogiorno e nell'Ovest e al tempo istesso dall'invasione tedesca, inglese, sarda e spagnuola.

Così, nel giugno 1792, non appena il re ebbe licenziato i tre ministri girondini (Roland, Clavière, Servan), Lafayette, capo dei Foglianti e realista in fondo all'animo, s'affrettò a scrivere la sua famosa lettera all'Assemblea legislativa (in data del 18 giugno), nella quale le offriva di fare un colpo di Stato contro i rivoluzionari. Egli chiedeva apertamente che si purificasse la Francia dai rivoluzionari e aggiungeva che nell'esercito «i principii di libertà e d'eguaglianza sono amati, le leggi rispettate, e la proprietà sacra» – non certo, per esempio, a Parigi, alla Comune e dai Cordiglieri, dove si osava attaccarla.

Egli chiedeva – e ciò dà la misura della reazione – che il potere del re restasse intatto, indipendente. Voleva un «re riverito» – e questo proprio dopo la fuga di Varennes! mentre le Tuileries preparavano un vasto complotto realista, mentre il re manteneva un attivo carteggio coll'Austria e la Prussia nell'attesa di essere «liberato», e trattava l'Assemblea con maggiore o minor disprezzo, a seconda delle notizie che riceveva sui progressi dell'invasione tedesca.

E dire che l'Assemblea fu in procinto di mandare questa lettera di Lafayette agli 83 dipartimenti, e solo le astuzie dei Girondini impedirono di farlo, poichè Guadet contestò l'autenticità della lettera, affermando che non poteva venire da Lafayette! Tutto ciò due mesi appena prima del 10 agosto!

Parigi, a quell'epoca, era pieno di cospiratori realisti. Gli emigrati andavano e venivano liberamente tra Coblenza e le Tuileries, da dove tornavano all'estero protetti dalla Corte e forniti di denaro. «Mille bische erano aperte ai cospiratori», dice Chaumette, allora procuratore della Comune di Parigi92. L'amministrazione dipartimentale di Parigi, che aveva nel suo seno Talleyrand e La Rochefoucauld, apparteneva interamente alla Corte. La municipalità, gran parte dei giudici di pace, «la maggioranza della guardia nazionale, tutto il suo stato maggiore, appartenevano alla Corte, le servivano di corteggio e di battistrada nelle frequenti passeggiate ch'essa faceva (era dunque stato dimenticato il 21 giugno?) e nei differenti spettacoli», dice Chaumette.

«La casa domestico-militare del re, composta nella sua grande maggioranza di antiche guardie del corpo, di emigrati rientrati e di quegli eroi del 28 febbraio 1791, conosciuti sotto il nome di cavalieri del pugnale, indisponeva il popolo colla sua insolenza, insultava la rappresentanza nazionale e manifestava apertamente delle intenzioni liberticide.

I frati, le suore e la stragrande maggioranza dei preti si schieravano dalla parte della contro rivoluzione93.

Quanto all'Assemblea, ecco come la descriveva Chaumette: «Un'Assemblea nazionale senza forza, senza prestigio, divisa, che si umilia agli occhi dell'Europa con discussioni piccole e odiose, mortificata da una Corte impudente, di cui non sapeva contraccambiare le offese se non con altrettante bassezze, senza potenza, senza volontà durevole». Infatti, come non poteva essere disprezzata dalla stessa Corte, quest'Assemblea che consumava ore intere a discutere di quanti membri si comporrebbero le deputazioni da mandarsi al re, e se uno o tutti e due i battenti dovevano spalancarsi, e che passava proprio il suo tempo, come lo ha giustamente detto Chaumette, «ad ascoltare dei rapporti declamatori, che terminavano tutti con dei... messaggi al re».

Frattanto, in tutto l'Ovest e il Sud-Est – sino alle porte stesse delle città rivoluzionarie, come Marsiglia – un lavorio continuo si faceva dai comitati segreti realisti, che accumulavano delle armi nei castelli, arruolavano ufficiali e soldati e si preparavano a lanciare verso la fine di luglio un esercito potente su Parigi, agli ordini di capi venuti da Coblenza.

Questi movimenti nel Mezzogiorno sono così caratteristici, che occorre darne almeno un'idea generale.

XXXI
LA CONTRO RIVOLUZIONE NEL MEZZOGIORNO

Quando si studia la Grande Rivoluzione, si è talmente assorbiti dalle lotte che si svolgono a Parigi, che si finisce per trascurare lo stato delle provincie e la forza che vi possedeva la contro rivoluzione. Ed era immensa questa forza! Trovava appoggio nel passato secolare e negli interessi del momento; e bisogna studiarla per comprendere come la potenza di un'assemblea di rappresentanti sia minima durante una rivoluzione, anche se costoro – per dannata ipotesi – fossero guidati dalle migliori intenzioni di questo mondo. Quando si tratta di lottare, in ogni città e in ogni piccolo villaggio, contro le forze dell'antico regime che, dopo un momento di sorpresa, si riorganizzano per arrestare la rivoluzione, – soltanto l'azione dei rivoluzionari in ogni località può riuscire a vincere questa resistenza.

Occorrerebbero anni e anni di studio negli archivi locali per tracciare tutte le mene dei realisti durante la grande Rivoluzione. Alcuni episodi permetteranno tuttavia di darne un'idea.

L'insurrezione della Vandea è, più o meno imperfettamente, conosciuta. Ma si è troppo inclinati a credere che il focolare più ardente della contro rivoluzione siano state le popolazioni vandeane semi-selvaggie e inspirate dal fanatismo religioso. E tuttavia il Mezzogiorno rappresentava un focolare dello stesso genere, tanto maggiormente temibile in quanto che le campagne sulle quali s'appoggiavano i realisti per sfruttare gli odii religiosi dei cattolici contro i protestanti, erano confinanti con altre campagne e grandi città che avevano fornito il migliore dei contingenti alla Rivoluzione.

La direzione di questi diversi movimenti partiva da Coblenza, piccola città tedesca situata nell'elettorato di Treviri, divenuta il centro principale dell'emigrazione realista. Dall'estate del 1791, quando il conte d'Artois, seguito dall'ex-ministro Calonne e più tardi da suo fratello, il conte di Provenza, venne a stabilirsi in questa città, Coblenza divenne il centro principale dei complotti realisti. Di là partivano gli emissari che organizzavano in tutta la Francia le insurrezioni contro rivoluzionarie. Essi arruolavano dovunque dei soldati per Coblenza, – anche a Parigi, dove il redattore della Gazette de Paris offriva pubblicamente 60 lire ad ogni soldato arruolato. Per qualche tempo questi uomini furono quasi pubblicamente diretti, dapprima su Metz, quindi a Coblenza.

«La società li seguiva», dice Ernesto Daudet nel suo studio Les conspirations royalistes dans le Midi; «la nobiltà imitava i principi e molti borghesi, molti appartenenti al medio ceto, imitavano la nobiltà. Si emigrava per moda, per miseria o per paura. Una giovane signora, incontrata in una diligenza da un agente segreto del governo e interrogata, rispondeva: «Io faccio la sarta; la mia clientela è partita per la Germania; per andare a raggiungerla, mi faccio anch'io émigrette».

Una corte al completo, con ministri, ciambellani, ricevimenti ufficiali, ed anche con intrighi e miserie, si formava attorno ai fratelli del re, e i sovrani d'Europa riconoscevano questa corte e complottavano con essa. Si attendeva ad ogni momento l'arrivo di Luigi XVI, per mettersi alla testa delle truppe degli emigrati. Lo si attendeva nel giugno 1791, all'epoca della sua fuga a Varennes, e, più tardi, nel novembre del 1791, nel gennaio del 1792. Finalmente, fu deciso di preparare il gran colpo per il luglio del 1792. Gli eserciti realisti dell'Ovest e del Mezzogiorno, sostenuti dalle invasioni inglese, tedesca, sarda, spagnuola, avrebbero marciato su Parigi, sollevando durante il percorso Lione e altre grandi città – mentre i realisti di Parigi avrebbero fatto il loro grande colpo, dispersa l'Assemblea, puniti gli Arrabbiati, i Giacobini...

«Riporre il re sul trono», farne cioè di nuovo un re assoluto; ristabilire l'antico regime tale e quale come al momento della convocazione degli Stati generali, ecco i loro voti. E quando il re di Prussia, più intelligente dei fantasmi di Versaglia, domandava loro «Non sarebbe più giusto, e ad un tempo più prudente, sacrificare alla nazione certi abusi del vecchio governo?» – «Sire, gli si rispondeva, nessun cambiamento, nessuna grazia!» (Documento agli Archivi degli affari esteri, citato da E. Daudet.)

È forse inutile aggiungere che tutte le cabale, tutti i pettegolezzi, tutte le gelosie che distinguevan Versa-glia, si riproducevano a Coblenza. Ognuno dei due fratelli aveva la sua corte, la sua amante privata, i suoi ricevimenti, il suo circolo, mentre i nobili fannulloni vivevano di pettegolezzi, resi più cattivi dalla miseria in cui cadevano rapidamente parecchi degli emigrati.

Attorno a questo centro si raccoglievano, a vista ed a cognizione di tutti, i parroci fanatici che preferivano la guerra civile alla sottomissione costituzionale offerta dai nuovi decreti, come pure gli avventurieri della nobiltà, che preferivano il rischio di una cospirazione alla perdita delle loro privilegiate situazioni. Venivano tutti a Coblenza, ottenevano, per i loro complotti, l'investitura dai Principi e da Roma, e tornavano quindi nelle regioni montuose delle Cevenne o sulle spiaggie della Vandea ad accendere il fanatismo religioso dei contadini, a organizzare le insurrezioni dei realisti.

Gli storici che simpatizzano colla Rivoluzione scivolano, forse troppo in fretta, su queste resistenze contro rivoluzionarie; la qual cosa conduce spesso il moderno lettore a considerarle come l'opera di alcuni fanatici, ben presto domati dalla Rivoluzione. Ma, in realtà, i complotti realisti coprivano intere regioni, e poichè, da una parte, trovavano appoggio tra i più quotati rappresentanti della borghesia, e dall'altra, negli odii religiosi fra protestanti e cattolici – come nel Mezzogiorno – i rivoluzionari dovettero lottare corpo a corpo contro i realisti in ogni città e in ogni piccolo comune.

Così, mentre a Parigi, il 14 luglio 1790, si celebrava la grande festa della Federazione, alla quale partecipava tutta la Francia, e che pareva dovesse porre la Rivoluzione sovra una solida base comunale, i realisti preparavano nel Sud-Est la federazione dei contro rivoluzionari. Il 18 agosto dello stesso anno, quasi 20,000 rappresentanti di 185 comuni del Vivarese si riunivano nella pianura di Jalès. Tutti portavano la croce bianca al cappello. Guidati dai nobili, essi posero in quel giorno le basi della Federazione realista del Mezzogiorno, che fu poi solennemente costituita nel successivo febbraio.

Questa federazione preparò anzitutto una serie d'insurrezioni per l'estate del 1791, e in seguito la grande insurrezione che doveva scoppiare nel luglio. 1792, coll'appoggio dell'invasione straniera, e vibrare il colpo di grazia alla Rivoluzione. La federazione funzionò durante due anni, mantenendo regolari corrispondenze, e colle Tuileries e con Coblenza. Essa giurava di «ristabilire il re nella sua gloria, il clero nei suoi beni, la nobiltà nei suoi onori». E quando i suoi primi tentativi fallirono, essa organizzò, coll'aiuto di Claudio Allier, priore-curato di Chambonnaz, una vasta cospirazione che doveva mobilizzare 50,000 uomini. Questo esercito, raccolto intorno al vessillo bianco e guidato da un gran numero di preti, con l'appoggio della Sardegna, della Spagna e dell'Austria, doveva marciare su Parigi, «liberare» il re, disperdere l'Assemblea, castigare i patriotti.

Nella Lozère, Charrier, notaio, ex-deputato all'Assemblea nazionale, ammogliato con una signora della nobiltà e investito del comando supremo da parte del conte d'Artois, organizzava apertamente le milizie contro rivoluzionarie e ne formava anzi il corpo degli artiglieri.

Chambéry, a quell'epoca città del regno di Sardegna, era un altro centro degli emigrati. Bussy vi aveva anzi formato una legione realista, ch'egli addestrava in pubblico. In tal modo veniva organizzata nel Mezzogiorno la contro rivoluzione, mentre nell'Ovest i parroci e i nobili preparavano, coll'aiuto dell'Inghilterra, la sollevazione della Vandea.

E non ci si dica che questi cospiratori e questi assembramenti fossero poco numerosi. I rivoluzionari pure –almeno quelli decisi all'azione – non erano numerosi. In ogni epoca e in qualsiasi partito gli uomini d'azione furono e sono sempre un'infima minoranza. Ma grazie all'inerzia, ai pregiudizi, agli interessi acquisiti, al denaro, alla religione, la contro rivoluzione occupava intiere regioni, ed è appunto questa forza terribile della reazione – e non lo spirito sanguinario dei rivoluzionari – quella che ci spiega i furori della Rivoluzione tra il 1793 e il 1794, quand'essa dovette compiere uno sforzo supremo per svincolarsi dalle braccia che la soffocavano.

È lecito dubitare che gli aderenti di Claudio Allier, pronti a impugnare le armi, fossero veramente 60,000, com'egli affermava quando si recò a Coblenza nel gennaio del 1792. Ma certo è che in ogni città del Mezzogiorno la lotta fra rivoluzionari e contro rivoluzionari continuava senza tregua, facendo pendere la bilancia ora dall'una, ora dall'altra parte.

A Perpignan, i militari realisti si preparavano ad aprire la frontiera agli eserciti spagnuoli. Ad Arles, nella lotta locale fra i monnetiers e i chiffonistes, cioè tra i patriotti e i contro rivoluzionari, la vittoria restava, da principio, agli ultimi. «Avvertiti, dice un autore, che i Marsigliesi organizzavano una spedizione contro di loro, che avevano anzi saccheggiato l'arsenale di Marsiglia per mettersi in grado di far la campagna, i contro rivoluzionari si preparavano alla resistenza, si fortificavano, muravano le porte della loro città, scavavano delle fosse attorno alla cinta, assicuravano le loro comunicazioni col mare e riorganizzavano la guardia nazionale in modo da ridurre all'impotenza i patriotti».

Queste poche linee, tolte da Enesto Daudet94, sono caratteristiche. Esse danno l'idea di quanto avveniva più o meno in tutta la Francia. Occorsero quattro anni di rivoluzione – l'assenza, cioè, per quattro anni di un governo forte – e lotte ostinate da parte dei rivoluzionari, per paralizzare più o meno completamente la reazione.

A Montpellier, i patriotti si videro costretti a costituire una lega per difendere, contro i realisti, i preti che avevano giurato per la costituzione e i fedeli che si recavano a messa da questi preti. Spesso scoppiavano risse nelle vie. Nè diversamente avveniva a Lunel nell'Hérault, a Yssingeaux nell'Alta Loira, a Mende nella Lozère. Non si disarmava. Tutto sommato, può dirsi che in ogni città di questa regione lotte accanite erano impegnate fra realisti o Foglianti e i «patriotti», come più tardi, fra Girondini e «anarchici». Si potrebbe inoltre aggiungere che nell'immensa maggioranza delle città del Centro e dell'Ovest, i reazionari ottenevano il sopravvento, mentre la Rivoluzione non trovò appoggio che in una trentina di dipartimenti su ottantatrè. Peggio ancora. Gli stessi rivoluzionari in gran parte non osavano o si decidevano assai lentamente ad affrontare i realisti, e solo mano a mano che veniva completandosi, cogli avvenimenti, la loro educazione rivoluzionaria.

In tutte queste città i contro rivoluzionari serravan le file. I ricchi avevano mille mezzi, di cui i patriotti generalmente mancavano, per viaggiare, per corrispondere col tramite di emissari speciali, per nascondersi nei castelli e accumularvi delle armi. Anche i patriotti, per vero, carteggiavano colle Società popolari e le Fraterne di Parigi, colle Società degli Indigenti e colla società madre dei Giacobini; ma erano così poveri! Mancavano loro le armi e i mezzi per muoversi.

E poi, tutti i conati anti-rivoluzionari erano sostenuti dal di fuori. L'Inghilterra ha sempre seguito la politica che fa ai giorni nostri: indebolire i rivali, comprando dei partigiani col denaro. Il «denaro di Pitt» non era affatto un fantasma. Anzi! Coll'aiuto di questo denaro i realisti si recavano da Jersey, loro centro e loro deposito d'armi, a San Malò e a Nantes; e in tutti i grandi porti della Francia – soprattutto in quelli di San Malò, Nantes, Bordeaux – il denaro inglese guadagnava aderenti e sosteneva i «commerciantisti» che si ponevano contro la Rivoluzione. Caterina II di Russia faceva come Pitt. Insomma, tutte le Monarchie europee parteciparono al complotto. Se in Brettagna, nella Vandea, a Bordeaux e a Tolone i realisti contavano sull'Inghilterra, nell'Alsazia e Lorena contavano sulla Germania, e nel Mezzogiorno sui soccorsi armati promessi dalla Sardegna e dall'esercito spagnuolo, che doveva sbarcare ad Aigues-Mortes. Anche i cavalieri di Malta dovevano con due fregate concorrere a questa spedizione.

All'inizio del 1792, il dipartimento della Lozère e quello dell'Ardèche, diventati entrambi il covo dei preti refrattari, erano coperti da una fitta rete di cospirazioni realiste, delle quali il centro era Mende, piccola città perduta nelle montagne del Vivarese, dove la mentalità era assai arretrata e dove i nobili avevano nelle loro mani la municipalità. I loro emissari percorrevano i villaggi limitrofi, ingiungendo ai contadini di armarsi di fucili, di falci e di forche, e di essere pronti ad accorrere al primo appello. Così si preparava il colpo di mano, mediante il quale si sperava di sollevare il Gévaudan e il Velay, obbligando poscia il Vivarese a fare altrettanto.

È vero che tutte le insurrezioni realiste tentate nel 1791 e 1792 a Perpignano, a Arles, a Mende, a Yssingeaux e nel Vivarese, fallirono; è vero che il grido «Abbasso i patriotti!» non bastava a raccogliere un numero sufficente d'insorti, e che i patriotti seppero rapidamente disperdere le bande realiste, ma intanto la lotta durò per un biennio, senza tregua. Ci furono epoche in cui tutto il paese era in preda alla guerra civile e in tutti i villaggi si suonava continuamente a stormo.

A un dato momento occorse l'azione di bande armate di marsigliesi, che si misero a dar la caccia ai contro rivoluzionari della regione, impadronendosi di Arles e di Aigues-Mortes, e inaugurando il regno del terrore, che più tardi, nel Mezzogiorno, a Lione e nell'Ardèche, raggiunse così grandi proporzioni. Quanto all'insurrezione organizzata dal conte di Saillans in luglio 1792 – contemporanea a quella della Vandea e alla marcia su Parigi degli eserciti tedeschi – essa avrebbe certamente avuto una influenza funesta sulla marcia della Rivoluzione, se il popolo non l'avesse sollecitamente stroncata. Per fortuna fu il popolo stesso che se ne incaricò nel Mezzogiorno, mentre Parigi, dal canto suo, si organizzava per impadronirsi, una buona volta, del covo di tutte le cospirazioni realiste: le Tuileries.

XXXII
IL 20 GIUGNO 1792

Da quanto s'è detto, si vede in che stato deplorevole si trovava la Rivoluzione nei primi mesi del 1792. Se i rivoluzionari borghesi potevano essere soddisfatti d'aver conquistato una parte del governo e posto le basi delle fortune, che avrebbero poi acquistate con l'aiuto dello Stato, il popolo s'accorgeva che non s'era fatto niente per lui. Il feudalismo esisteva ancora, e nelle città la massa dei proletari aveva guadagnato ben poco. I negozianti, gl'incettatori, si creavano ricchezze immense per mezzo degli assegnati, sulla vendita dei beni ecclesiastici, sui beni comunali, come fornitori dello Stato e aggiottatori. Ma il prezzo del pane e di tutti gli oggetti di prima necessità aumentava sempre, e la miseria regnava nei sobborghi.

Intanto, l'aristocrazia si faceva ardita. I nobili e i ricchi si vantavano di poter sottomettere i «sanculotti». Essi aspettavano di giorno in giorno la notizia d'una invasione tedesca, che, marciando trionfalmente su Parigi, avrebbe ristabilito l'antico regime in tutto il suo splendore. Nelle province, già si è detto, il partito reazionario si organizzava agli occhi di tutti.

Quanto alla Costituzione, i borghesi e anche le persone colte della borghesia rivoluzionaria dicevano di conservarla ad ogni costo; ma essa esisteva solo per le misure di poca importanza, mentre le riforme serie eran messe da parte. L'autorità del re era stata limitata fino a un certo punto. Coi poteri che la Costituzione gli lasciava (la lista civile, il comando dell'esercito, la scelta dei ministri, il veto, ecc.), e soprattutto con l'organizzazione interna della Francia, che rimetteva tutto nelle mani dei ricchi, il popolo non aveva nessun potere.

Senza dubbio, nessuno sospetterà l'Assemblea legislativa di radicalismo, ed è evidente che i suoi decreti riguardanti i cànoni feudali o i preti, dovevano essere imbevuti d'una moderazione veramente borghese. Eppure, anche per questi decreti il re rifiutava la sua firma. Tutti capivano di vivere sotto un sistema che non offriva nulla di stabile e, che poteva essere facilmente abbattuto in favore dell'antico regime.

Il complotto che si tramava alle Tuileries si stendeva sempre più sulla Francia e avvolgeva le corti di Berlino, Vienna, Stoccolma, Torino, Madrid e Pietroburgo. Era vicina l'ora in cui i contro rivoluzionari avrebbero fatto il gran colpo che preparavano per l'estate del 1792. Il re e la regina facevano premura all'esercito tedesco di muovere su Parigi; essi fissavano già il giorno in cui quell'esercito avrebbe dovuto entrare nella capitale e in cui i realisti, armati e organizzati, sarebbero andati ad incontrarlo a braccia aperte.

Il popolo e quei rivoluzionari che, come Marat e i Cordiglieri, stavano con lui, quelli che fecero la Comune del 10 agosto, vedevano benissimo i pericoli che circondavano la Rivoluzione. Il popolo ha sempre il sentimento vero delle situazioni in cui si trova, anche quando non sa esprimere correttamente, nè appoggiare i suoi presentimenti con argomenti da persona colta. Egli indovinava molto meglio dei politicanti i complotti che si tramavano alle Tuileries e nei castelli; ma era disarmato di fronte alla borghesia organizzata invece in battaglioni della guardia nazionale. Il peggio era che le persone colte, messe in evidenza dalla Rivoluzione, quelle che s'erano dichiarate suoi interpreti, – compresi gli uomini onesti come Robespierre, – non avevano la fiducia necessaria nella Rivoluzione e ancor meno nel popolo. Precisamente come i radicali parlamentari dei nostri tempi, essi avevano paura di lui, il grande sconosciuto, che avrebbe potuto, scendendo in piazza, dominare gli avvenimenti! Non osando confessare a sè stessi questo timore della rivoluzione egualitaria, spiegavano il loro contegno incerto con la preoccupazione di conservare, almeno, le poche libertà largite dalla Costituzione. Alle incerte fortune d'una nuova insurrezione, preferivano il regno costituzionale.

Alla dichiarazione di guerra (21 aprile 1792) e all'invasione tedesca, la situazione cambiò. Allora, vedendosi tradito da ogni parte, anche dai capi, nei quali aveva posto la propria fiducia, il popolo agì da solo ed esercitò una pressione sui «capi d'opinione». Parigi preparò un'insurrezione, che doveva permettere al popolo di detronizzare il re. Le sezioni, le Società popolari e le Fraternali, vale a dire: gli ignoti, la folla, assecondati dai più ardenti Cordiglieri, si misero all'opera. I patriotti più ferventi e più illuminati, dice Chaumette nelle sue Mémoires (p. 13) andavano al club dei Cordiglieri e là passavano delle notti insieme ad accordarsi. Vi fu tra gli altri un comitato in cui si fabbricò una bandiera rossa, che portava quest'iscrizione: LEGGE MARZIALE DEL POPOLO CONTRO LA RIVOLTA DELLA CORTE. Sotto quest'insegna dovevano riunirsi gli uomini liberi, i veri repubblicani, che avevano da vendicare un amico, un figlio, un parente assassinato al Campo di Marte il 17 luglio 1791.

Gli storici, in omaggio alla loro educazione statale, si sono compiaciuti di rappresentare il club dei Giacobini come l'iniziatore e il capo di tutti i movimenti rivoluzionari a Parigi e nelle provincie, e per due generazioni lo abbiamo tutti creduto. Ma oggi sappiamo che non fu così. L'iniziativa del 20 giugno e del 10 agosto non venne dai Giacobini. Anzi, per un anno intero, essi si erano opposti – anche i più rivoluzionari – a un nuovo appello al popolo. Solamente quando si videro sopraffatti dal movimento popolare, essi risolvettero di seguirlo, e in parte soltanto presero questa risoluzione.

Ma con quale timidezza! Si sarebbe voluto il popolo nelle strade per combattere i realisti; ma non s'osava volerne le conseguenze. – «E se il popolo non s'accontentasse di rovesciare il potere reale? S'egli movesse contro tutti i ricchi, i potenti, gli scaltri, che avevano visto nella Rivoluzione solo il mezzo d'arricchire? S'egli spazzasse l'Assemblea legislativa dopo le Tuileries? Se la Comune di Parigi, gli arrabbiati, gli «anarchici», quelli che lo stesso Robespierre copriva volentieri d'invettive, – quei repubblicani che predicavano «l'uguaglianza dei beni», prendessero il sopravvento?»

Ecco perchè in tutte le trattative che ebbero luogo prima del 20 giugno, si vede tanta esitazione nei rivoluzionari più noti. Ecco il motivo per cui i Giacobini mostrano tanta ripugnanza ad ammettere una nuova sollevazione popolare, alla quale s'uniscono dopo che è vittoriosa. Finalmente in luglio, quando il popolo, infrangendo le leggi costituzionali, proclamerà la permanenza delle sessioni, ordinerà l'armamento generale e forzerà l'Assemblea a dichiarare «la patria in pericolo», soltanto allora i Robespierre e i Danton e, all'ultimo momento, i Girondini si risolveranno di seguire il popolo e di riconoscersi più o meno solidali dell'insurrezione.

Si capisce che in queste circostanze il movimento del 20 giugno non poteva avere nè la forza, nè l'unità necessarie per fare un' insurrezione ben riuscita contro le Tuileries. Il popolo scese nelle strade, ma, essendo poco sicuro del contegno che avrebbe tenuto la borghesia, non osò compromettersi troppo. Sembrava che tastasse il terreno per vedere fin dove avrebbe potuto arrivare al castello – lasciando poi il resto agli incidenti delle grandi manifestazioni popolari. Se ne esce qualche cosa, bene; altrimenti avrebbe sempre potuto vedere le Tuileries da vicino e giudicare le loro forze.

Questo accadde difatti. La dimostrazione fu assolutamente tranquilla. Una grande moltitudine di popolo s'era messa in movimento col pretesto di presentare una petizione all'Assemblea, di festeggiare il giuramento del Giuoco del Pallone e di piantare un albero della Libertà alla porta dell'Assemblea nazionale. Questa moltitudine riempì tosto tutte le vie che conducono dalla Bastiglia all'Assemblea, mentre la Corte faceva occupare dai suoi partigiani la piazza del Carrousel, il gran cortile delle Tuileries e le vicinanze del palazzo. Tutte le porte erano chiuse e i cannoni appuntati sul popolo. Ai soldati erano state distribuite delle cartucce, e sembrava inevitabile un conflitto tra le due masse.

Però, la vista di quelle masse che ingrossavano sempre più, paralizzò i difensori della Corte. Le porte esterne furono ben presto aperte o forzate, il Carrousel e le corti furono innondati di gente. Molti erano armati di picche, di sciabole o di bastoni alla cui estremità portavano infisso un coltello o una sega; ma le sezioni avevano scelto con cura gli uomini che dovevano prender parte alla dimostrazione.

La folla stava per forzare un'altra porta delle Tuileries a colpi di scure, quando Luigi XVI stesso ordinò di aprirla. In un attimo, migliaia e migliaia d'uomini invasero i cortili interni e il palazzo. La regina, con suo figlio, fu spinta in fretta dai famigliari in una sala, contro l'uscio della quale fu messa una gran tavola. La sala nella quale fu trovato il re si riempì in un istante. Fu chiesto al re di sanzionare i decreti che non aveva voluto sanzionare, di richiamare i ministri girondini, che aveva congedati il 13 giugno, di scacciare i preti, di scegliere tra Coblenza e Parigi. Il re agitava il cappello, si lasciò mettere in capo un berretto di lana, e bevette un bicchiere di vino, che gli fu presentato, alla salute della nazione. Ma resistette alla folla per due ore, ripetendo che s'atterrebbe alla Costituzione.

Come attacco alla monarchia, il movimento non era riuscito. Non se n'era fatto nulla.

Allora, si videro le ire delle classi agiate contro il popolo! Siccome esso non aveva osato dare l'attacco, mostrando così la propria debolezza, gli si piombò addosso con tutto l'odio che la paura ispira.

Quando fu letta all'Assemblea la lettera nella quale Luigi XVI si lamentava dell'invasione nel suo palazzo l'Assemblea scoppiò in applausi, non meno servili di quelli dei cortigiani prima del 1789. Giacobini e Girondini furono unanimi nel disapprovare il movimento.

Certamente incoraggiata da questo fatto, la Corte riuscì a far stabilire nel castello delle Tuileries un tribunale per punire «i colpevoli» del movimento. Si volevano far rivivere così, dice Chaumette nelle sue Mémoires, le odiose procedure degli avvenimenti del 5 e 6 ottobre 1789 e del 17 luglio 1791. Questo tribunale era composto di giudici venduti alla monarchia. La Corte li manteneva, e il garde-meuble della Corona aveva ricevuto l'ordine di provvedere a tutti i loro bisogni.95 I più vigorosi scrittori furono perseguitati, imprigionati; parecchi presidenti e segretari di sezione, parecchi membri delle Società popolari subirono la stessa sorte. Diventò cosa pericolosa il dirsi repubblicano.

I direttorii dei dipartimenti e un gran numero di municipalità s'unirono alla manifestazione servile dell'Assemblea e mandarono lettere di protesta contro i faziosi». In realtà, trentatrè direttorii di dipartimento, su ottantatrè – tutto l'Ovest della Francia – erano apertamente realisti e antirivoluzionari.

Non dimentichiamo che le rivoluzioni son sempre fatte dalla minoranza. Anche quando la rivoluzione è già scoppiata e che una parte della nazione ne accetta le conseguenze, solo un piccolo numero capisce ciò che resta a farsi per assicurare il trionfo di quello che ha già fatto, ed ha il coraggio delle proprie azioni. Ecco perchè un'Assemblea, che rappresenta sempre la media del paese, o meglio: resta al disotto della media, fu e sarà sempre un freno alla rivoluzione e non diventerà mai suo strumento.

L'Assemblea legislativa ce ne dà un esempio evidente. Ecco ciò che vi accadeva il 4 luglio 1792, solo un mese prima della caduta del trono, benchè quattro giorni dopo si dovesse dichiarare «la patria in pericolo», in causa dell'invasione tedesca. Si discuteva da parecchi giorni sulle misure di sicurezza generale da prendersi. Spintovi dalla Corte, Lamourette, vescovo di Lione, propose, mediante una mozione d'ordine, la riconciliazione generale dei partiti e indicò un mezzo molto semplice per riuscirvi. «Una parte dell'Assemblea attribuisce all'altra il progetto sedizioso di voler distruggere la monarchia. Gli altri attribuiscono ai loro colleghi il proposito di distruggere l'uguaglianza costituzionale, col volere il governo aristocratico conosciuto sotto il nome di due Camere. Ebbene, signori, fulminiamo con l'esecrazione comune e con un irrevocabile giuramento, fulminiamo e la Repubblica e le due Camere!» A queste parole l'Assemblea, trasportata da un subitaneo moto d'entusiasmo, si leva intera per attestare l'odio contro la Repubblica e le due Camere. I cappelli son lanciati per aria, tutti s'abbracciano, la destra e la sinistra dell'Assemblea s'uniscono amichevolmente. Una deputazione è mandata immediatamente al re, che viene a partecipare alla contentezza generale. Nella storia, questa scena si chiama: «il bacio Lamourette». Fortunatamente, l'opinione pubblica non si lasciava abbagliare da simili scene. La sera stessa, ai Giacobini, Billaud-Varennes protestò contro quest'ipocrito riavvicinamento, e fu deciso di mandare quel suo discorso alle società affiliate. Dal canto suo, la Corte non voleva punto disarmare. Pétion, sindaco di Parigi, era stato sospeso nel giorno stesso dalle sue funzioni dal direttorio (realista) del dipartimento della Senna, per negligenza riscontrata il 20 giugno. Ma allora Parigi prese vivamente le parti del suo sindaco. Ne nacque un'agitazione così minacciosa che sei giorni dopo, il 13, l'Assemblea dovette togliere la sospensione.

Nel popolo s'era formata una convinzione. Si capiva che era giunto il momento di sbarazzarsi della monarchia, e che se il 20 giugno non fosse stato seguito immediatamente da un'insurrezione popolare, era finita per la Rivoluzione. Ma i politicanti dell'Assemblea giudicavano diversamente. Chi sa quale sarà il risultato d'un'insurrezione popolare? Così quei legislatori, eccettuati tre o quattro, si serbavano una via di scampo, caso mai trionfasse la contro rivoluzione.

Il terrore degli uomini di Stato, il loro desiderio di potersi far perdonare in caso di disfatta, ecco il pericolo di tutte le rivoluzioni.

Per chiunque cerchi d'istruirsi con la storia, le sette settimane che scorsero tra la dimostrazione del 20 giugno e la presa delle Tuileries, il 10 agosto 1792, sono della massima importanza.

La manifestazione del 20 giugno, benchè finita senza risultati immediati, aveva causato un risveglio in Francia. «La rivolta corre di città in città,» come dice Louis Blanc. Lo straniero è alle porte di Parigi, e l'11 luglio si proclama la patria in pericolo. Il 14, si festeggia la Federazione, e il popolo ne fa una formidabile dimostrazione contro la monarchia. Da ogni parte, i municipi rivoluzionari mandano all'Assemblea indirizzi per forzarla ad agire. Poichè il re tradisce, essi domandano la deposizione o la sospensione di Luigi XVI. Però, la parola «Repubblica» non è ancora pronunciata; si pensa piuttosto alla reggenza. Marsiglia sola fa eccezione, domandando, fino dal 27 giugno, l'abolizione della monarchia e mandando 500 volontari che arrivano a Parigi cantando «l'inno marsigliese». Brest ed altre città mandano esse pure i loro volontari. Le sezioni di Parigi siedono in permanenza, s'armano ed organizzano i loro battaglioni.

Si sente che la Rivoluzione s'avvicina al momento decisivo.

Che fa l'Assemblea? Che fanno quei repubblicani borghesi: i Girondini?

Quando si legge all'Assemblea il virile indirizzo di Marsiglia chiedente che si prendano delle misure degne degli avvenimenti, l'Assemblea quasi intera protesta! E quando, il 27 luglio, Duhem domanda che si discuta la deposizione, la sua proposta è accolta con urli.

Maria Antonietta non s'ingannava certamente quando scriveva, il 7 luglio, ai suoi fidi all'estero, che i patriotti avevano paura e volevano patteggiare; ciò accadde qualche giorno dopo.

Quelli che stavano col popolo, nelle sezioni, si sentivano certamente alla vigilia d'un gran colpo. Le sezioni di Parigi s'erano dichiarate in permanenza e lo stesso avevan fatto parecchie municipalità. Senza tener conto della legge sui cittadini passivi, esse li ammettevano alle loro deliberazioni e li armavano di picche. Evidentemente, si preparava una grande insurrezione.

Ma i Girondini, il partito degli «uomini di Stato», mandavano nel frattempo, per mezzo del suo cameriere Thierry, una lettera al re, per annunciargli che si stava preparando un'insurrezione formidabile, e che, forse, ne sarebbe avvenuta in conseguenza la deposizione di lui o qualche cosa di più terribile ancora. Gli dicevano quindi che rimaneva un mezzo solo per scongiurare questa catastrofe... richiamare al ministero, entro otto giorni al più tardi, Roland, Servan e Clavière.

Certamente, la Gironda non fu spinta a quel passo dai dodici milioni promessi a Brissot e neppure, come pensa Louis Blanc, dall'ambizione di riconquistare il potere. No, la causa ne era più profonda ancora. Il libello di Brissot, A ses commettants, tradisce chiaramente la loro idea. Era la paura d'una rivoluzione popolare che toccasse le proprietà, – la paura e il disprezzo del popolo, della folla, dei pezzenti. Il timore d'un regime nel quale la proprietà e, più di questa, l'educazione governativa, «l'abilità negli affari» perdessero i privilegi che avevano sempre goduti. Il timore d'essere considerati e messi allo stesso livello della grande massa!

Questa paura paralizzava i Girondini, come essa paralizza oggi ancora tutti i partiti che occupano più o meno nei parlamenti attuali la stessa posizione di partito di governo, che occupavano allora i Girondini nel parlamento realista.

Si comprende facilmente la disperazione dei veri patriotti, espressa allora da Marat in queste righe:

«Da tre anni, diceva, ci agitiamo per ricuperare la libertà, eppure ne siamo più lontani che mai.

«La Rivoluzione si è voltata contro il popolo. Per la Corte e i suoi partigiani è motivo eterno di raggiri e di corruzione; per i legislatori è occasione di prevaricazioni e di inganni... E già per i ricchi e gli avari, essa è soltanto occasione di guadagni illeciti, d'incette, di frodi, di spogliazioni; il popolo è rovinato, e la classe innumerevole degli indigenti si trova tra il timore di perire di miseria e la necessità di vendersi... Non temiamo di ripeterlo, noi siamo lontani della libertà più che mai; poichè non soltanto siamo schiavi; ma lo siamo legalmente.»

Solo i scenari del gran teatro dello Stato sono cambiati. Gli attori sono gli stessi, coi medesimi spettacoli e i medesimi mezzi. «Era fatale, continua Marat, poichè le classi inferiori della nazione sono sole a lottare contro le classi elevate. Nel momento dell'insurrezione, il popolo, è vero, schiaccia tutto con la sua massa; ma per quanto riesca prima a riportare qualche vittoria, finisce poi col soccombere davanti ai congiurati delle classi superiori, alle loro sottigliezze, astuzie ed artifici. Gli uomini istruiti, agiati e intriganti delle classi superiori hanno dapprima parteggiato contro il despota; ma non l'hanno fatto che per mettersi contro il popolo, dopo averne ottenuta la fiducia ed essersi valsi delle sue forze per andare al posto degli ordini privilegiati che hanno proscritti.

«Così, prosegue Marat, – e le sue son parole d'oro, perchè si direbbero scritte oggi, nel ventesimo secolo, – la Rivoluzione fu fatta e sostenuta solamente dalle ultime classi della società, dagli operai, dagli artigiani, dai piccoli rivenditori, dagli agricoltori, dalla plebe, dagli infelici che la ricchezza impudente chiama canaglia e che l'insolenza romana chiamava proletari. Ma ciò che non si sarebbe potuto imaginare, è che questa Rivoluzione favorì solo i piccoli proprietari di fondi, i legali e i legulei».

Il domani della presa della Bastiglia, sarebbe stato facile pei rappresentanti del popolo «di sospendere da tutte le loro funzioni il despota e i suoi agenti», scrive più oltre Marat. «Ma per questo era necessario ch'essi avessero vedute larghe e virtù». Il popolo poi, invece di armarsi completamente, tollerò che lo fosse solo una parte dei cittadini (nella guardia nazionale composta di cittadini attivi). E lungi dall'attaccare immediatamente i nemici della Rivoluzione, rinunciò alla situazione vantaggiosa ottenuta, tenendosi semplicemente sulla difensiva.

«Oggi, dice Marat, dopo tre anni di discorsi eterni delle società patriottiche e un diluvio di scritti... il popolo è più lontano dal sentire ciò che dovrebbe fare per resistere agli oppressori, di quel che non lo fosse il primo giorno della Rivoluzione. Allora si abbandonava all'istinto naturale, al semplice buon senso che gli aveva fatto trovare il vero mezzo di far fare giudizio ai suoi implacabili nemici... Ora, eccolo incatenato in nome delle leggi, tiranneggiato in nome della giustizia; eccolo schiavo costituzionalmente.»

Se queste righe non fossero tolte dal n° 657 dell'Ami du Peuple, si direbbero scritte ieri.

Un profondo scoraggiamento s'impadronì di Marat davanti a questa situazione, e non vede che una via di scampo: «qualche accesso di furore civico» da parte della plebe, come il 13 e 14 luglio, il 5 e 6 ottobre 1789. La disperazione lo rode fino al giorno in cui l'arrivo dei federati, venuti dai dipartimenti, gli ispira un po' di fiducia.

Le buone sorti della contro rivoluzione eran tali in quel momento (sul finire del luglio 1792) che Luigi XVI rifiutò nettamente la proposta dei Girondini. I prussiani non movevano forse su Parigi? Lafayette e Luckner non eran forse pronti a volgere l'esercito contro i Giacobini, contro Parigi? E Lafayette esercitava un'influenza grande nel Nord della Francia. A Parigi, era l'idolo delle guardie nazionali borghesi.

Il re non aveva dunque tutte le ragioni di sperare? I Giacobini non osavano agire; e quando si conobbe il tradimento di Lafayette e Luckner (essi volevano rapire il re, il 16 luglio, e metterlo nel centro dei loro eserciti), Marat, il 18 luglio, propose di tenere il re come ostaggio della nazione contro l'invasione straniera; ma tutti gli voltarono le spalle, trattandolo da pazzo, e solo i sanculotti l'applaudirono dalle loro stamberghe. Perchè aveva osato dire in quel momento ciò che ora sappiamo essere la verità, perchè non esitò a denunciare il complotto del re con gli stranieri, Marat si vide abbandonato da tutti; – anche da quei patriotti giacobini sui quali aveva contato, benchè ci venga presentato come persona piena di sospetti. Essi si rifiutarono perfino di dargli asilo quando, minacciato d'arresto, bussò alle loro porte.

Quanto alla Gironda, dopo che la sua proposta fu rifiutata dal re, patteggiò ancora con lui per mezzo del pittore Boze, e il 25 luglio gli mandò un nuovo messaggio.

Quindici giorni soli separavano Parigi dal 10 agosto. La Francia rivoluzionaria rodeva il morso. Capiva ch'era venuto il supremo momento d'agire. O si dà il colpo di grazia alla monarchia, o la Rivoluzione resta incompiuta. Guai alla Francia se permette alla monarchia di circondarsi d'armati, d'organizzare il gran complotto per dare Parigi nelle mani dei prussiani! Chi sa per quanti anni ancora, la monarchia trionferà, leggermente modificata, ma sempre quasi assoluta!

Ebbene, in quel momento supremo, la maggior preoccupazione dei politicanti è quella di disputarsi, per sapere in mano di chi cadrebbe il potere, se cadesse dalle mani del re.

La Gironda lo vuole per sè, per la Commissione dei Dodici che diventerebbe il potere esecutivo. Robespierre, dal canto suo, domanda nuove elezioni – un'Assemblea rinnovata, una Convenzione, che darebbe alla Francia una nuova costituzione repubblicana.

Nessuno però pensava ad agire, a preparare il detronizzamento, salvo il popolo; certo, non i Giacobini. Anche questa volta sono gli «ignoti», i favoriti del popolo – Santerre, Fournier l'americano, il polacco Lazowski, Carra, Simon96, Westermann (semplice cancelliere in quel momento), qualcuno dei quali apparteneva al direttorio segreto dei «federati» – che si riuniscono al Soleil d'Or per complottare l'assedio del castello e l'insurrezione generale, con la bandiera rossa. Sono le sezioni, la maggior parte di Parigi, qualcuna, qua e là nel Nord, nelle provincie di Maine-et-Loire, a Marsiglia; sono, infine, i volontari marsigliesi e di Brest arruolati per la causa rivoluzionaria dal popolo di Parigi che agiscono. Ma è il popolo, sempre il popolo!

— Là (all'Assemblea), si sarebbero detti dei legisti in dispute accanite continuamente sotto il nerbo dei padroni...

«Qui (all'Assemblea delle sezioni), si gettavano le basi della Repubblica», dice Chaumette.

XXXIII
IL 10 AGOSTO; LE SUE CONSEGUENZE IMMEDIATE

Abbiamo visto lo stato della Francia durante l'estate del 1792.

Da tre anni il paese era in piena rivoluzione, e il ritorno all'antico regime era stato reso assolutamente impossibile. Poichè, se il sistema feudale, per esempio, esisteva ancora legalmente, i contadini in pratica non lo riconoscevano più. Non pagavano più i cànoni, s'impadronivano delle terre del clero e degli emigrati, riprendevano in molti luoghi le terre che avevano appartenuto un tempo ai comuni rustici. Nei loro municipii di campagna, essi si consideravano padroni dei propri destini.

La stessa cosa accadeva delle istituzioni dello Stato. Tutto l'apparato amministrativo, che sembrava così formidabile sotto l'antico regime, era crollato sotto il soffio della rivoluzione popolare. Chi pensava più all'intendente, alla contestabileria, ai giudici del parlamento! Il municipio sorvegliato dai sanculotti, la locale Società popolare, l'assemblea primaria, gli uomini armati di picche, rappresentavano le nuove forze della Francia.

Tutto l'aspetto del paese, tutto lo spirito delle popolazioni, – il linguaggio, i costumi, le idee, s'eran cambiati con la Rivoluzione. Una nuova nazione era nata, e, per l'insieme delle concezioni politiche e sociali, differiva in tutto e per tutto da ciò che era solo dodici mesi prima!

Eppure, l'antico regime esisteva ancora. La monarchia rappresentava una forza immensa, intorno alla quale la contro rivoluzione tentava di riunirsi. Si viveva come sotto un governo provvisorio. Restituire alla monarchia la potenza antica, evidentemente era un sogno insensato, al quale potevano credere solo i fanatici della Corte. Ma restava sempre immensa la forza di cui i monarchici disponevano per il male. Vittoriosi, pur essendo loro impossibile di ristabilire il sistema feudale, – quanto male avrebbero potuto fare però col muovere guerra in ogni villaggio ai contadini affrancati, per le terre e le libertà ch'essi s'eran prese? Ed è appunto ciò che si proponevano di fare il re e buona parte dei Foglianti (monarchici costituzionali), non appena il partito della Corte avesse potuto sottomettere quelli che chiamavano «i Giacobini».

Sappiamo già che nei due terzi dei dipartimenti ed anche a Parigi, l'amministrazione dipartimentale e quella dei distretti erano contro il popolo, contro la Rivoluzione; esse si sarebbero accontentate di qualsiasi simulacro di costituzione, purchè questa permettesse ai borghesi di partecipare al potere con la dinastia e la Corte.

L'esercito, comandato da uomini come Lafayette e Luckner, poteva da un momento all'altro essere trascinato contro il popolo. Difatti, dopo il 20 giugno, si vide Lafayette lasciare il campo ed accorrere a Parigi, per offrire al re l'appoggio del «suo» esercito contro il popolo, per sciogliere le società patriottiche e fare un colpo di Stato in favore della Corte.

E finalmente, il sistema feudale, come s'è detto, esisteva ancora nelle leggi. I contadini non pagavano più i cànoni feudali; ma questo era un abuso agli occhi della legge. Se domani il re avesse riconquistata la propria autorità, l'antico regime avrebbe obbligato i contadini, stretti ancora dalle granfie del passato, a pagare tutto, a restituire tutte le terre prese od anche comprate.

È chiaro che questo sistema provvisorio non poteva essere tollerato più oltre. Non è possibile sopportare lungamente una tal minaccia sul capo. E poi, col suo istinto così giusto, il popolo capiva bene che il re era d'intesa coi tedeschi che movevan su Parigi. Allora, non si aveva ancora la prova scritta del suo tradimento. Non era ancora conosciuta la corrispondenza del re e di Maria Antonietta con gli austriaci; non si sapeva precisamente che quei traditori facevano premura agli austriaci e ai prussiani di marciare su Parigi, che li tenevano al corrente di ogni mossa delle truppe francesi, che trasmettevano ad essi tutti i segreti militari e gettavano la Francia in preda all'invasione. Tutto questo si seppe, e piuttosto vagamente, soltanto dopo la presa delle Tuileries, quando si trovarono le carte del re in un armadio secreto fatto per lui dal fabbro Gamain. Ma non è facile da nascondere un tradimento, e con mille indizi che gli uomini e le donne del popolo sanno afferrare così bene, si capiva che la Corte aveva fatto un patto coi tedeschi e li aveva chiamati in Francia.

In qualche provincia ed a Parigi nacque dunque l'idea che fosse necessario menare un gran colpo contro le Tuileries, poichè l'antico regime resterebbe sempre una minaccia per la Francia, finchè non fosse pronunciata la destituzione del re.

Ma per far questo, era necessario fare appello al popolo di Parigi, agli «uomini dalle picche», – come s'era fatto all'avvicinarsi del 14 luglio 1789. E la borghesia non voleva saperne, ne aveva paura. Difatti, negli scritti di quest'epoca, si trova una specie di terrore degli uomini dalle picche. Si sarebbero dunque riveduti quegli uomini così terribili pei ricchi!

Se tale paura si fosse riscontrata solo in quelli che vivevano di rendita, via! Ma gli uomini politici provavano gli stessi terrori, e Robespierre, fino dal giugno 1792, s'oppose all'appello al popolo. «La caduta della Costituzione in questo momento – diceva – non può che suscitare una guerra civile, la quale ci condurrebbe all'anarchia e al dispotismo.» Egli non crede alla possibilità d'una repubblica, se il re è deposto. «Come! – esclama – ora, fra tante divisioni fatali, volete lasciarci a un tratto senza Costituzione, senza leggi!» La Repubblica sarebbe, secondo il suo modo di vedere, «la volontà arbitraria della minoranza» (ossia dei Girondini) «Ecco, dice, il fine degli intrighi che ci agitano da tanto tempo»; e perchè vadano a vuoto, preferisce conservare il re e tutti gl'intrighi della Corte! Egli parlava così in giugno, solo due mesi prima del 10 agosto! Per tema che un altro partito s'impadronisse del movimento, preferì tenere il re: s'oppose così all'insurrezione.

Fu necessario che la dimostrazione del 20 giugno non riuscisse e ne seguisse una reazione; che Lafayette accorresse a Parigi con le sue truppe e s'offrisse per un colpo di Stato realista; che i tedeschi risolvessero di muovere su Parigi per «liberare il re e punire i Giacobini»; che la Corte attivasse i suoi preparativi per dar battaglia a Parigi. Solo allora, i «capi d'opinione» rivoluzionari decisero di fare appello al popolo, per tentare un colpo finale sulle Tuileries.

Presa questa risoluzione, il resto fu fatto dal popolo stesso.

Vi fu certamente prima un'intesa tra Danton, Robespierre, Marat, Robert ed altri. Robespierre odiava tutto in Marat, la foga rivoluzionaria che chiamava esagerazione, l'odio pei ricchi, la mancanza assoluta di fiducia nei politicanti, – tutto, perfino l'abito povero e sudicio di quell'uomo che, fin dal principio della rivoluzione, s'era messo a nutrirsi come il popolo, – di pane ed acqua, – per darsi completamente alla causa popolare. Eppure, l'elegante e corretto Robespierre, come Danton, andarono verso Marat e i suoi, verso gli uomini delle sezioni, della Comune, per accordarsi con essi sui mezzi da impiegarsi per sollevare ancora il popolo, come il 14 luglio, – e questa volta per dare l'assalto definitivo alla monarchia. Finirono per capire che se il provvisorio fosse durato ancora un poco, la Rivoluzione sarebbe caduta senza aver fatto nulla di definitivo.

O facendo appello al popolo, gli si lasciava piena libertà di colpire i suoi nemici come voleva, e d'imporre tutto ciò che potesse ai ricchi colpendoli nelle proprietà; o la monarchia riuscirebbe ad avere il sopravvento. E sarebbe il trionfo della contro rivoluzione, la distruzione di quel poco già ottenuto nel senso dell'uguaglianza. Sarebbe stato, dal 1792, il terrore bianco del 1794.

Così si fece un accordo tra un certo numero di Giacobini avanzati (si riunirono anzi in un locale separato), e quelli che, nel popolo, volevano fare un gran colpo contro le Tuileries. Dal momento in cui quest'accordo fu fatto, e che i «capi d'opinione» – i Robespierre e i Danton – promisero di non opporsi al movimento popolare, ma di sostenerlo, il resto fu lasciato al popolo. Esso capisce meglio dei capi partito la necessità di un accordo, quando la rivoluzione sta per fare un colpo decisivo.

Allora, visto ch'eran tutti d'un pensare, il popolo, il Grande Ignoto, si mise a preparare l'insurrezione. Creò spontaneamente, pei bisogni del momento, quella sorta d'organizzazione in sezioni, giudicata utile per dare al movimento la coesione necessaria. Quanto ai dettagli si lasciarono allo spirito organizzatore del popolo dei sobborghi, e all'alba del 10 agosto, nessuno avrebbe potuto profetizzare come sarebbe finita quella grande giornata. I due battaglioni di federati venuti da Marsiglia e da Brest, ben organizzati e armati, contavano solo un migliaio d'uomini, e nessuno avrebbe potuto dire se i sobborghi si solleverebbero in massa o no, eccettuati coloro che avevano lavorato i giorni e le notti precedenti nella fornace ardente dei sobborghi stessi. – «E i soliti capi dov'erano? Che facevano?» – domanda Louis Blanc. E risponde egli stesso: «Non s'ha nessun indizio di quanto abbia fatto Robespierre in quella notte suprema, e non si sa neppure se abbia agito.» Pare che nemmeno Danton abbia preso una parte attiva nei preparativi della sollevazione e nel combattimento del 10 agosto.

È chiaro che, dal momento in cui il moto era stato fissato, il popolo non aveva più bisogno d'uomini politici. Era necessario preparare le armi, distribuirle a chi avrebbe saputo servirsene, organizzare il nucleo di ogni battaglione, formare la colonna in ogni strada dei sobborghi. Per preparare questo, i capi politici sarebbero stati d'impaccio – e fu loro detto d'andare a dormire, mentre il movimento s'organizzava definitivamente nella notte dal 9 al 10 agosto. Danton seguì il consiglio avuto. Dormì tranquillamente: lo sappiamo dal giornale di Lucile Desmoulins.

Quando un nuovo Consiglio generale, – la Comune rivoluzionaria del 10 agosto, – fu nominato dalle sezioni, sorsero uomini nuovi, degli «ignoti», precisamente come nel moto del 18 marzo 1871. Ogni sezione attribuendosene il diritto, nominò tre commissari, «per salvare la patria», e la scelta del popolo, ci dicono gli storici, cadde solo su uomini oscuri. L'«arrabbiato» Hébert era di quel numero, s'intende; ma non vi si trovavano, in principio, nè Marat, nè Danton97.

Così sorse dal seno del popolo e s'impadronì della direzione del movimento una nuova «Comune», – la Comune insurrezionale. E noi la vedremo esercitare un'influenza potente su tutto lo svolgimento degli avvenimenti, dominare la Convenzione e spingere la Montagna all'azione rivoluzionaria, per assicurare, almeno le conquiste già fatte dalla Rivoluzione.

Sarebbe inutile raccontare la giornata del 10 agosto. La parte drammatica della Rivoluzione è la migliore che si possa trovare negli storici; si leggono bellissime descrizioni di quanto accadde in Michelet e Louis Blanc. Ci limiteremo dunque a ricordarne i punti principali.

Da che Marsiglia s'era pronunciata per la caduta del re, le petizioni e le dichiarazioni favorevoli a questo progetto arrivavano numerose all'Assemblea. A Parigi, quarantadue sezioni s'erano dichiarate di quel parere. Pétion era perfino andato ad esporre questo voto delle sezioni davanti all'Assemblea, il 4 agosto.

Ma i politicanti dell'Assemblea nazionale non si rendevan conto della gravità della situazione. Mentre nelle lettere scritte da Parigi, il 7 e l'8 agosto (da madama Jullien) si legge: «Un terribile uragano sta per scoppiare sull'orizzonte», «in questo momento l'orizzonte si carica di vapori che devon produrre un'esplosione terribile», – l'Assemblea, nella seduta dell'8, pronuncia l'assoluzione di Lafayette, come se non vi fosse stato nessun movimento d'odio contro la monarchia.

Intanto, il popolo di Parigi si preparava a una battaglia decisiva. Però, i comitati insurrezionali avevano il buon senso di non fissare precedentemente la data della sollevazione. Essi si limitavano a scrutare lo stato variabile degli spiriti, cercando di rialzarli, e attendevano il momento di poter lanciare l'appello alle armi. Così si tentò, pare, di provocare un movimento il 26 giugno, dopo un banchetto popolare dato sulle rovine della Bastiglia, e al quale aveva partecipato tutto il sobborgo, portando tavole e provvigioni (Mortimer Ternaux, Terreur, II, 130). Se ne tentò un altro il 30 luglio, ma anche quello andò a vuoto.

I preparativi dell'insurrezione, mal secondati dai «capi d'opinione» politici, avrebbero potuto andar per le lunghe; ma i complotti della Corte fecero precipitare gli avvenimenti. I realisti si tenevano sicuri della vittoria, con l'aiuto dei cortigiani che giuravano di morire per il re, con qualche battaglione di guardie nazionali rimasto fedele alla Corte, e gli svizzeri. Essi avevan fissato il 10 agosto per il colpo di Stato. «Era il giorno fissato per la contro rivoluzione», si legge nelle lettere dell'epoca, il domani avrebbe visto tutti i Giacobini del regno annegati nel proprio sangue».

Allora, la notte dal 9 al 10 agosto, la campana a stormo sonò in Parigi, allo scoccare della mezzanotte. Eppure, dapprima l'appello «non rendeva», e si trattò perfino di rimandare l'insurrezione. Alle sette del mattino, certi quartieri erano ancora perfettamente tranquilli. Sembrava proprio che il popolo di Parigi, nel suo ammirabile istinto rivoluzionario, rifiutasse d'impegnare nell'oscurità, contro le truppe reali, un conflitto che sarebbe probabilmente finito con una disfatta.

Intanto, durante la notte, la Comune insurrezionale s'era impossessata del Municipio, e la Comune legale si era ecclissata davanti alla nuova forza rivoluzionaria, che, immediatamente, diede dello slancio al movimento.

Verso le sette del mattino, uomini armati di picche, guidati da federati marsigliesi, furono i primi a sbucare sulla piazza del Carrousel.

Un'ora dopo, si vide la massa del popolo mettersi in moto, e si corse al palazzo ad avvertire il re che «tutta Parigi» moveva verso le Tuileries.

Era difatti tutta Parigi, ma soprattutto la Parigi povera, sostenuta dalle guardie nazionali dei quartieri di operai ed artigiani.

Verso le otto e mezzo, il re, perseguitato dal ricordo recente del 10 giugno e temendo d'essere ucciso dal popolo, abbandonò le Tuileries. Andò a rifugiarsi in seno all'Assemblea, lasciando che i suoi fedeli difendessero il castello e massacrassero gli assalitori. Ma, appena il re fu partito, interi battaglioni della guardia nazionale borghese dei quartieri ricchi si dispersero, senza por tempo in mezzo, per non trovarsi in presenza del popolo in rivolta.

Le masse compatte del popolo invasero allora le vicinanze delle Tuileries, e la loro avanguardia, incoraggiata dagli svizzeri che gettavan le cartuccie dalle finestre, era penetrata in un cortile del palazzo. Ma altri svizzeri, comandati da ufficiali della Corte, posti sullo scalone d'entrata, fecero fuoco sul popolo, ammucchiando più di quattrocento cadaveri ai piedi della scala.

Questo fissò le sorti della giornata. Alle grida di: Tradimento! Morte al re! Morte all'austriaca! – il popolo di Parigi accorse da ogni parte; gli abitanti dei sobborghi Saint-Antoine e Saint-Marceau arrivarono in massa, e ben presto, furiosamente assaliti dal popolo, gli svizzeri furono disarmati o massacrati.

Ebbene, non dimentichiamo che l'Assemblea, anche in quel momento supremo, restò titubante, non sapendo che fare. Essa agì solamente quando il popolo armato irruppe nella sala delle udienze, minacciando di massacrarvi il re, la sua famiglia e i deputati che non osavano pronunciarne la destituzione. Anche dopo prese le Tuileries, quando già la monarchia non esisteva più di fatto, i Girondini, a cui piaceva tanto parlar di Repubblica, non osarono far nulla di decisivo. Vergniaud osò domandare soltanto la sospensione provvisoria del capo del potere esecutivo, che dimorerebbe da quel momento al Lussemburgo.

Solo dopo due o tre giorni la Comune rivoluzionaria trasferì Luigi XVI e la sua famiglia nella torre del Tempio, incaricandosi di tenerlo là, prigioniero del popolo.

La monarchia era dunque abolita di fatto. Ormai, la Rivoluzione poteva svolgersi per qualche tempo, senza temere d'essere arrestata subitamente nel suo cammino da un colpo di Stato monarchico, dal massacro dei rivoluzionari e dal terrore bianco.

Pei politicanti, l'interesse principale del 10 agosto è nel colpo che riuscì a dare alla monarchia. Per il popolo, è soprattutto nell'abolizione di quella forza che s'opponeva all'esecuzione dei decreti contro i diritti feudali, contro gli emigrati e i preti, mentre chiamava l'invasione tedesca; è altresì nel trionfo dei rivoluzionari popolari, nel proprio trionfo, che ora gli permetteva di spingere la Rivoluzione in avanti, nel senso dell'Uguaglianza, sogno e fine delle masse. Il domani stesso del 10 agosto, l'Assemblea legislativa, così pusillanime e reazionaria, lanciò, sotto la pressione che le veniva dall'esterno, alcuni decreti propri a far progredire la Rivoluzione.

Quei decreti dicevano:

Ogni prete che non avendo ancora prestato giuramento d'ubbidire alla Costituzione, non giurerà entro quindici giorni, se verrà quindi preso su territorio francese, verrà trasportato a Cayenne.

Tutti i beni degli emigrati, in Francia e nelle colonie, sono sequestrati. Tutti saranno messi in vendita in piccoli appezzamenti.

È abolita ogni distinzione tra i cittadini passivi (poveri) e i cittadini attivi (quelli che possiedono). Tutti diventano elettori a 21 anni, ed eleggibili a 25.

Quanto ai diritti feudali, abbiamo visto che la Costituente aveva fatto, il 15 marzo 1790, un decreto odioso, secondo il quale tutti i cànoni feudali si presumeva rappresentassero il prezzo d'una data concessione di terreno, fatta un giorno dal proprietario al tenimentario (e ciò era falso), e come tali, tutti dovevano essere pagati, finchè non fossero riscattati dal contadino. Questo decreto, confondendo così i cànoni personali (nati dal servaggio) con quelli fondiari (provenienti dal contratto d'affitto), annullava praticamente il decreto del 4 agosto 1789, che aveva dichiarato aboliti i cànoni personali. Col decreto del 15 marzo 1790, si ristabilivano grazie alla finzione di considerarli come attinenti alla terra. Couthon aveva fatto risaltare ciò, nel suo rapporto letto all'Assemblea il 29 febbraio 1792.

Ora, il 14 giugno 1792, – vale a dire all'avvicinarsi del 20, quand'era necessario conciliarsi il popolo, – le sinistre, approfittando dell'assenza casuale d'un certo numero di membri delle destre, abolirono senza indennità alcuni diritti feudali personali, specialmente i diritti casuali (prelevati dal signore in caso di lascito, di matrimonio, sul torchio, sul mulino, ecc.).

Dopo tre anni di rivoluzione, fu dunque necessario uno stratagemma perchè l'Assemblea abolisse quei diritti odiosi!

In fondo, anche questo decreto non aboliva completamente i cànoni casuali. In certi casi, bisognava sempre riscattare; ma proseguiamo.

I diritti annuali, come il censo, la ricognizione, il champart, che i contadini avevano da pagare in più delle rendite fondiarie e che rappresentavano un resto dell'antica servitù, rimanevano ancora in vigore!

Ma ecco che il popolo s'è mosso contro le Tuileries; ecco il re detronizzato e imprigionato dalla Comune rivoluzionaria. E appena questa notizia si spande nei villaggi, le petizioni dei contadini per domandare l'abolizione completa dei diritti feudali affluiscono all'Assemblea.

Si era allora alla vigilia del 2 settembre, e il contegno del popolo verso i legislatori borghesi non essendo, come si sa, troppo rassicurante, l'Assemblea risolvette di fare ancora qualche passo (decreti del 16 e 25 agosto 1792).

È sospeso qualsiasi processo per diritti feudali non pagati – il che non è male!

I diritti feudali e signorili d'ogni sorta, che non siano il prezzo d'una concessione fondiaria primitiva, sono soppressi senza indennità.

Ed è permesso (decreto del 20 agosto) di riscattare separatamente, sia i diritti casuali, sia quelli annuali che saranno giustificati dalla presentazione del titolo primitivo della concessione di fondo.

Ma tutto ciò, – solamente in caso di nuova compera, fatta da un nuove compratore!

La soppressione dei processi era, senza dubbio un gran vantaggio. Ma i diritti feudali esistevano sempre ed occorreva sempre riscattarli. La nuova legge non contribuiva che ad accrescere confusione, per cui ormai si poteva nè pagare nè riscattare più nulla. E i contadini non mancarono di fare appunto così, aspettando qualche altra vittoria del popolo o qualche nuova concessione dai governanti.

Nello stesso tempo, tutte le decime e prestazioni (lavoro gratuito) provenienti dal servaggio – dalla manomorta – erano soppresse senza indennità. Anche questo era qualche cosa; se l'Assemblea proteggeva i signori e i compratori borghesi, abbandonava per lo meno i preti, poichè il re non poteva più proteggerli.

Ma, ad un tratto, la stessa Assemblea prendeva una misura che, se fosse stata applicata, avrebbe sollevato tutta la campagna francese contro la Repubblica. La Legislativa aboliva la solidarietà pei pagamenti, che esisteva nei comuni di contado98, e nello stesso tempo ordinava la divisione dei beni comunali tra i cittadini (proposta di Francesco de Neufchâteau). Pare, però, che questo decreto, redatto in poche righe, con termini vaghi – quasi fosse una dichiarazione di principio, piuttosto che un decreto – non sia mai stato preso sul serio. Del resto, la sua applicazione si sarebbe urtata contro tali difficoltà, ch'esso rimase lettera morta. E quando la questione fu ripresa, la Legislativa, giunta alla sua fine, si separò senza deliberare in merito.

Riguardo i beni degli emigrati, fu ordinato che si mettessero in vendita in piccoli appezzamenti di due, tre, o al massimo quattro jugeri. Questa vendita doveva essere fatta «per affitto, a rendita in denaro», sempre riscattabile. Vale a dire che colui che non aveva denaro, poteva comprare lo stesso, mediante la condizione di pagare un affitto perpetuo, che avrebbe potuto riscattare in avvenire. Benchè ciò fosse favorevole ai contadini poveri, si capisce che nelle campagne si fecero ogni sorta di difficoltà ai piccoli compratori. I pingui borghesi preferivano comprare quei beni all'ingrosso, per rivenderli poi al minuto.

Finalmente – fatto assai caratteristico – Mailhe, approfittando dello stato degli spiriti, propose una misura perfettamente rivoluzionaria, che sarà ripresa più tardi, dopo la caduta dei Girondini. Egli domandò che si annullassero gli effetti dell'ordinanza del 1669, costringendo i signori a restituire le terre ch'essi avevan tolte ai comuni di contado in seguito a quell'ordinanza. La sua proposta non fu votata, naturalmente: perchè lo fosse, era necessaria un'altra rivoluzione.

Ecco i risultati del 10 agosto

La monarchia è rovesciata, e ora sarebbe facile alla Rivoluzione di scrivere una nuova pagina nel senso egualitario, se l'Assemblea, e i dirigenti in generale, non vi si opponessero.

Il re e la sua famiglia sono in prigione. È convocata una nuova Assemblea, la Convenzione. Le elezioni si faranno col suffragio universale, ma sempre a doppio grado.

Si prendono delle misure contro i preti che ricusano di riconoscere la Costituzione, e contro gli emigrati.

Si ordina la vendita dei beni degli emigrati, sequestrati in virtù del decreto del 30 marzo 1792.

La guerra contro gl'invasori sarà condotta vigorosamente dai volontari sanculotti.

Ma due grandi questioni restano pur sempre sospese. La prima: Che fare del re traditore? – e l'altra, la questione dei diritti feudali, per cui si agitano quindici milioni di contadini. Bisogna sempre riscattare questi diritti per liberarsene. E la nuova legge riguardante la divisione delle terre comunali getta lo spavento nei villaggi.

Con questo, la Legislativa si chiude, dopo aver fatto di tutto per impedire alla Rivoluzione di svolgersi normalmente e di finire con l'abolizione di queste due eredità del passato: la monarchia e i diritti feudali.

Ma, accanto all'Assemblea legislativa, è venuto crescendo, dal 10 agosto, un nuovo potere, la Comune di Parigi, che prende tra le mani l'iniziativa rivoluzionaria e ve la terrà, come vedremo, per circa due anni.

FINE DEL PRIMO VOLUME

INDICE

PREFAZIONE

I. Le due grandi correnti della Rivoluzione

II. L'idea

III. L'azione

IV. Il popolo prima della Rivoluzione

V. Lo spirito di rivolta; le sommosse

VI. Gli Stati generali divenuti necessari

VII. La sollevazione delle campagne nei primi mesi  del 1789

VIII. Sommosse a Parigi e nei dintorni

IX. Gli Stati generali

X. Preparativi del colpo di Stato

XI. Parigi alla vigilia del 14 luglio

XII. La presa della Bastiglia

XIII. Le conseguenze del 14 luglio a Versaglia

XIV. Sollevazioni popolari

XV. Le città

XVI. La sollevazione dei contadini

XVII. Il 4 agosto e le sue conseguenze

XVIII. I diritti feudali rimangono

XIX. Dichiarazione dei diritti dell'uomo

XX. Giornate del 5 e 6 ottobre 1789

XXI. Terrori della borghesia. – Nuova organizzazione  municipale

XXII. Difficoltà finanziarie. – Vendita dei beni del clero

XXIII. La festa della Federazione

XXIV. I distretti e le sezioni di Parigi

XXV. Le sezioni di Parigi sotto la nuova legge municipale

XXVI. Lentezza nell'abolizione dei diritti feudali

XXVII. Legislazione feudale del 1790

XXVIII. Sosta della Rivoluzione nel 1790

XXIX. La fuga del re. – La reazione. – Fine dell'Assemblea costituente

XXX. L'Assemblea legislativa. – La reazione nel 1791-1792

XXXI. La contro rivoluzione nel Mezzogiorno

XXXII. Il 20 giugno 1792

XXXIII. Il 10 agosto. – Le sue conseguenze immediate

La Grande Rivoluzione

Maledetto sia tu per ogni etade,
O del reo termidor decimo sol!
Tu sanguigno ti affacci, e fredda cade
La bionda testa di Saint-Just al suol.

Maledetto sia tu da quante sparte
Famiglie umane ancor piegansi ai re!
Tu suscitasti in Francia il Bonaparte,
Tu spegnesti ne i cor virtude e fe'.

Giosuè CARDUCCI.

PIETRO KROPOTKINE

La Grande
Rivoluzione

1789-1793

PRIMA EDIZIONE ITALIANA

VOLUME II

GINEVRA

EDIZIONE DEL GRUPPO DEL RISVEGLIO

Rue des Savoises, 6

1911

XXXIV
L'INTERREGNO – I TRADIMENTI

Il popolo di Parigi piangeva i suoi morti e chiedeva giustizia con la punizione di quelli che avevano provocato il massacro intorno alle Tuileries.

Mille e cento uomini, dice Michelet, tre mila, secondo la voce pubblica, erano stati uccisi dai difensori del castello. Quelli che vi avevan rimesso di più erano «gli uomini dalle picche», la gente poverissima dei sobborghi. Essi si precipitavano in massa sulle Tuileries e cadevano sotto il fuoco degli svizzeri e dei nobili, ch'erano protetti dalle solide muraglie.

Dei furgoni carichi di cadaveri si dirigevano verso i sobborghi, dice Michelet, e là, i morti venivano esposti per essere riconosciuti. La folla li circondava, e i gridi di vendetta degli uomini s'univano ai singhiozzi delle donne.

Durante la sera del 10 agosto e il giorno seguente, il furore del popolo si volse specialmente sugli svizzeri. Non avevano essi gettato le cartucce dalle finestre, invitando così la folla a entrare nel palazzo? Non aveva forse il popolo cercato di fraternizzare con gli svizzeri posti sullo scalone d'entrata, quando questi aprirono a bruciapelo, sulla folla, un fuoco fitto e micidiale?

Ben presto però, il popolo capì ch'era necessario mirare più alto, se si volevano colpire gl'istigatori del massacro. Bisognava colpire il re, la regina, «il comitato austriaco» delle Tuileries.

Ma l'Assemblea copriva con la propria autorità precisamente il re, la regina e i loro fedeli. È ben vero che il re, la regina, i loro figli e i famigliari di Maria Antonietta erano chiusi nella torre del Tempio. La Comune aveva ottenuto dall'Assemblea il loro trasferimento in quella torre, respingendo ogni responsabilità se fossero rimasti al Lussemburgo. Ma non s'era fatto niente di positivo; e non vi fu niente fino al 4 settembre.

Il 10 agosto, l'Assemblea aveva rifiutato di proclamare la caduta di Luigi XVI e, in seguito all'ispirazione dei Girondini, aveva proclamato solo la sospensione di lui e s'era affrettata a nominare un governatore al Delfino. E ora, i tedeschi, entrati in Francia il 19, con 130,000 uomini, marciavano su Parigi per abolire la costituzione, ristabilire il re nel suo potere assoluto, annullare ogni decreto delle due assemblee, e mettere a morte «i giacobini», cioè tutti i rivoluzionari.

Si capirà di leggeri lo stato d'animo del popolo di Parigi; sotto un aspetto tranquillo, una cupa agitazione s'impadroniva dei sobborghi. Essi, dopo la vittoria sulle Tuileries, pagata a così caro prezzo, si sentivano traditi dall'Assemblea e anche dai «capi d'opinione» rivoluzionari, che esitavano, essi pure, a pronunciarsi contro il re e la monarchia.

Ogni giorno, nuove prove del complotto ordito alle Tuileries prima del 10 agosto e che continuava a Parigi e nelle provincie, erano portate alla tribuna dell'Assemblea, alle sedute della Comune, nella stampa. Ma non c'era nulla di fatto per colpire i colpevoli o per impedir loro di riannodare la trama dei loro complotti. Le notizie della frontiera arrivavano ogni giorno, sempre più inquietanti. Le piazze forti eran senza guarnigione, non s'era fatto niente per arrestare il nemico. È chiaro che il debole contingente francese, comandato da generali sospetti, non avrebbe potuto arrestare l'esercito tedesco, due volte più forte, agguerrito, e i cui generali godevano la fiducia dei soldati. Si fissava già, tra realisti, il giorno, l'ora in cui l'invasione avrebbe battuto le porte di Parigi.

La massa della popolazione capiva il pericolo. Tutto quanto vi era in Parigi di giovane, di forte, d'entusiasta, di repubblicano, accorreva ad arruolarsi per partire verso la frontiera. L'entusiasmo toccava l'eroismo. Il denaro, i doni patriottici piovevano negli uffici d'arruolamento.

Ma a che servono tanti sacrifizî, quando ogni giorno porta la notizia di qualche nuovo tradimento, quando tutti questi tradimenti fanno capo al re, alla regina che, dal fondo del Tempio, continuano a dirigere i complotti? Nonostante la sorveglianza severa della Comune, Maria Antonietta non riesce forse a sapere tutto quanto accade fuori? Ella è informata di ogni passo dell'esercito tedesco; e quando degli operai vanno a mettere delle inferriate alle finestre del Tempio, essa dice loro: «A che serve! tra otto giorni non saremo più qui.» Difatti, i realisti aspettavano tra il 5 e il 6 settembre, l'entrata in Parigi degli ottanta mila prussiani.

Perchè armarsi, accorrere alle frontiere, quando l'Assemblea legislativa e il partito che è al potere sono nemici dichiarati della Repubblica? Essi fanno di tutto per conservare la monarchia. Quindici giorni prima del 10 agosto, il 24 luglio, non aveva forse Brissot parlato contro i Cordiglieri, che volevan la repubblica? Non ha egli domandato che fossero colpiti dalla spada della legge?99 E, dopo il 10 agosto, il club dei Giacobini, che era il ritrovo della borghesia agiata, non conserva forse – fino al 27 agosto – il silenzio sulla grande questione che agita il popolo: La monarchia appoggiata dalle baionette tedesche, sarà o non sarà conservata?

L'impotenza dei governanti, la pusillanimità dei «capi d'opinione» in quel momento di pericolo riducevano il popolo alla disperazione. Per poter capire profondamente quella disperazione, leggendo i giornali di quell'epoca, le memorie e le lettere private, è necessario immaginare di risentire anche noi quelle emozioni che agitarono Parigi, dopo la dichiarazione della guerra. Ecco perchè ricapitoleremo brevemente i fatti principali.

Quando già la guerra era stata dichiarata, si portava ancora Lafayette ai sette cieli, specialmente nella cerchia borghese. Si rallegravano di vederlo alla testa d'un esercito. È vero che, dopo il massacro del Campo di Marte, eran nati dei dubbi sul suo conto, e Chabot ne aveva fatto menzione all'Assemblea, in principio del giugno 1792. Ma essa trattò Chabot da disorganizzatore, da traditore, e lo ridusse al silenzio. Intanto, il 18 giugno, l'Assemblea riceveva da Lafayette la sua famosa lettera, nella quale denunciava i Giacobini e domandava la soppressione di tutti i circoli. Questa lettera arrivò qualche giorno dopo che il re aveva respinto il ministero girondino (giacobino, come si diceva allora) e quella coincidenza diede da pensare. Ciò nonostante, l'Assemblea passò oltre, mettendo in dubbio l'autenticità della lettera; a questo fatto, il popolo, naturalmente, si domandava se l'Assemblea non fosse d'accordo con Lafayette.

Pur con tutto questo, l'agitazione aumentava sempre più, e il popolo si sollevò il 20 giugno. Ammirabilmente organizzato dalle sezioni, invase le Tuileries. Tutto ciò accadde in modo piuttosto moderato; ma la borghesia fu terrorizzata e l'Assemblea si gettò in braccio alla reazione lanciando un decreto contro gli assembramenti. Nel frattempo giunge Lafayette, il 23; egli va all'Assemblea, dove riconosce e reclama la sua lettera del 18. Biasima in termini violenti il 20 giugno. Denuncia i «Giacobini» con astio maggiore. Luckner, comandante d'un altro reggimento, s'unisce a Lafayette per biasimare il 20 giugno e attestare la sua fedeltà al re. Dopo questo, Lafayette gira in Parigi «con 600 o 800 ufficiali dell'esercito parigino che circondano la sua carrozza100.»

Ora si sa perchè Lafayette era andato a Parigi. Era per persuadere il re a lasciarsi rapire, e per metterlo sotto la protezione dell'esercito. Oggi siamo certi della cosa, allora si cominciava però a diffidare del generale. Fu perfino presentato un rapporto all'Assemblea chiedendo che fosse giudicato; ma la maggioranza votò per iscolparlo. Che doveva pensarne il popolo?101

«Mio Dio, come tutto va male!» scriveva la signora Jullien a suo marito, il 30 giugno 1793. «Osservate che la condotta dell'Assemblea irrita talmente il popolo, che quando piacerà a Luigi XVI di prendere la sferza di Luigi XIV per scacciare questo debole parlamento, si dirà bravo da ogni parte; con sentimenti molto diversi, è vero, ma che importa ai tiranni, purchè l'accordo favorisca i loro progetti! L'aristocrazia borghese è in delirio, il popolo nell'abbattimento della disperazione, e gli uragani covano sordamente» (p. 164).

Si confrontino queste parole a quelle di Chaumette già citate, e si capirà che per l'elemento rivoluzionario parigino, l'Assemblea doveva rappresentare come una palla di ferro legata al piede della Rivoluzione.102

Intanto s'arriva al 10 agosto. Il popolo di Parigi, nelle sue sezioni, s'impadronisce del movimento. Nomina rivoluzionariamente il suo consiglio della Comune per dare unità alla sollevazione. Scaccia il re dalle Tuileries, s'impadronisce con la forza del castello e la Comune rinchiude il re nella torre del Tempio. Ma resta l'Assemblea legislativa, che diventa tosto il centro di rannodamento degli elementi monarchici.

I proprietari borghesi comprendono subito la nuova piega popolare, egualitaria, presa dalla sollevazione, e si aggrappano sempre più alla monarchia. Allora furon messi in circolazione mille piani, per destinare la corona, sia al Delfino (il che sarebbe stato fatto, se la reggenza di Maria Antonietta non avesse destato tanto disgusto), sia a qualsiasi altro pretendente, francese o straniero. Come dopo la fuga di Varennes, si produsse una recrudescenza di sentimenti favorevoli alla monarchia; e quando il popolo domanda altamente che si pronunci chiaramente contro la monarchia, l'Assemblea, come ogni assemblea parlamentare di politicanti, non potendo prevedere quale regime sarà vittorioso, si guarda dal compromettersi. Essa tende piuttosto a favorire la monarchia e cerca di coprire le colpe passate di Luigi XVI. Non permette che sian messe a nudo da serie procedure contro i complici.

Bisogna che la Comune minacci di far suonare la campana a stormo e che le sezioni parlino d'un massacro in massa dei realisti,103 perchè l'Assemblea risolva di cedere. Essa ordinò finalmente, il 17 agosto, la formazione d'un tribunale criminale composto di otto giudici e di otto giurati, che saranno eletti dai rappresentanti delle sezioni. E cerca ancora di restringere le attribuzioni di quel tribunale. Esso non dovrà cercare di approfondire la cospirazione che si faceva alle Tuileries prima del 10: si limiterà a ricercare le responsabilità durante la giornata del Dieci.

Le prove del complotto abbondano, e vanno precisandosi di giorno in giorno. Tra le carte trovate dopo la presa delle Tuileries, nel forziere di Montmorin, intendente della lista civile, furono scoperti molti scritti compromettenti. Tra gli altri, v'ha una lettera dei principi, comprovante ch'essi agivano d'accordo con Luigi XVI, quando lanciavano sulla Francia gli eserciti austriaci e prussiani, e organizzavano un corpo di cavalleria d'emigrati, che moveva con quei soldati su Parigi. V'è una lista d'opuscoli e di libelli contro l'Assemblea nazionale e i Giacobini, libelli pagati dalla lista civile, compresi quelli che cercavano di provocare una rissa nel momento dell'arrivo dei Marsigliesi, e che invitavano la guardia nazionale a sgozzarli.104 E finalmente c'è la prova che la minoranza «costituzionale dell'Assemblea aveva promesso di seguire il re, in caso lasciasse Parigi, senza però oltrepassare la distanza prescritta dalla Costituzione. V'è altro ancora; ma è tenuto nascosto nella tema che il furore popolare si volga sul Tempio. E fors'anche sull'Assemblea! diciamo noi.

Infine, i tradimenti, previsti da lungo tempo, scoppiano nell'esercito. Il 22 agosto, si viene a conoscere quello di Lafayette. Egli ha cercato di trascinare con sè i soldati e di farli marciare su Parigi. Veramente il suo piano era già fatto da due mesi, quand'egli era andato a Parigi a tastare il terreno, dopo il 20 giugno. Ora, ha gettato la maschera. Ha fatto arrestare i tre commissari che l'Assemblea gli ha mandato per annunciargli la rivoluzione del 10 agosto, e Luckner, il vecchio volpone, approvò la sua condotta. Per fortuna, l'esercito di Lafayette non seguì il generale e, il 19, accompagnato dallo stato maggiore, egli dovette passare la frontiera, sperando di arrivare in Olanda. Caduto in mano degli austriaci, fu da essi mandato in prigione e trattato assai duramente. Ciò fa prevedere come gli austriaci si propongono di trattare i rivoluzionari che avranno la sfortuna di cadere in loro mano. Gli ufficiali municipali patriotti, di cui han potuto impadronirsi, sono stati uccisi immantinenti come ribelli, e ad alcuni, gli ulani hanno tagliato gli orecchi per inchiodarli loro sulla fronte.

Il domani si seppe che Longwy, investito il 20, s'è arreso subito e, tra le carte del comandante, Lavergne, s'è trovato una lettera contenente delle offerte di tradimento dalla parte di Luigi XVI e del duca di Brunswick.

Non si può più contare sull'esercito, a meno d'un miracolo.

Parigi è piena di «neri» (così eran designati coloro che più tardi si chiamaron «bianchi»). È tornata una folla di emigrati, e spesso, sotto la veste d'un prete, si riconosce un militare. Intorno al Tempio, si vanno formando ogni sorta di complotti, dei quali il popolo che sorveglia con ansia la prigione reale afferra bene gl'indizi. Si vogliono mettere in libertà il re e la regina, sia con un'evasione, sia con la forza. I realisti preparano una sommossa generale per il 5 o 6 settembre, giorno in cui i prussiani saranno nei dintorni di Parigi. Non lo nascondono neppure. I settecento svizzeri rimasti a Parigi serviranno di quadro militare alla sommossa. Muoveranno verso il Tempio, metteranno in libertà il re, e lo porranno alla testa del movimento stesso. Si apriranno le prigioni, così i prigionieri, lanciati a saccheggiare la città, contribuiranno a far disordine, mentre Parigi sarà incendiata.105

Tale era, almeno, la voce pubblica fomentata dai realisti stessi. E quando, il 28 agosto, Kersaint lesse a l'Assemblea il rapporto sulla giornata del Dieci Agosto, questo rapporto confermò la voce che correva. Secondo un contemporaneo, esso «fece rabbrividire», «tanto erano ben tese le reti» intorno ai rivoluzionari. Eppure, non era nota l'intera verità.

In mezzo a tutte quelle difficoltà, solo l'attività della Comune e delle sezioni rispondeva alla gravità del momento. Esse sole, assecondate dal club dei Cordiglieri, agivano per sollevare il popolo e ottenere da lui uno sforzo supremo, a fine di salvare la Rivoluzione e la patria che in quel frangente formavano una cosa sola.

Il Consiglio generale della Comune, eletto rivoluzionariamente dalle sezioni il 9 agosto, agiva d'accordo con esse. S'occupava con ardore entusiasta ad armare ed equipaggiare dapprima 30,000 poi 60,000 volontari che dovevano partire per le frontiere. Appoggiati da Danton, sapevano elettrizzare la Francia coi loro appelli vigorosi. Uscita dalle sue funzioni municipali, la Comune di Parigi parlava ora a tutta la Francia e, mediante i suoi volontari, anche agli eserciti. Le sezioni organizzavano l'immenso lavoro di fornimento dei volontari, e la Comune ordinava di fondere le casse di piombo per farne dei proiettili, e gli oggetti presi nelle chiese, per averne il bronzo e farne cannoni. Le sezioni diventavano la fornace ardente in cui si preparavano le armi, con le quali la Rivoluzione avrebbe vinto i nemici e fatto un nuovo passo avanti – verso l'Eguaglianza.

Poichè una nuova rivoluzione – una rivoluzione che aveva di mira l'Eguaglianza, e che il popolo doveva guidare con le sue proprie mani, si disegnava già agli occhi di tutti. La gloria del popolo parigino fu di capire che, preparandosi a respingere l'invasione, egli non agiva soltanto sotto un impulso d'orgoglio nazionale, nè per la semplice questione d'impedire il ritorno del despotismo reale. Capì che bisognava consolidare la Rivoluzione, condurla a qualche conclusione pratica per la massa del popolo, inaugurando una rivoluzione di carattere sociale e politico ad un tempo; e questo significava: con un supremo sforzo delle masse popolari, aprire una nuova pagina della storia della civiltà.

Ma anche la borghesia aveva perfettamente indovinato il nuovo carattere che s'annunziava nella Rivoluzione e del quale la Comune si faceva l'organo. Così, l'Assemblea, che rappresentava sopratutto la borghesia, lavorava con ardore a combattere l'influenza della Comune.

Fino dall'11 agosto, mentre fumava ancora l'incendio delle Tuileries e i cadaveri giacevano nelle corti del palazzo, l'Assemblea aveva ordinato l'elezione d'un nuovo direttorio del dipartimento che voleva opporre alla Comune. Questa rifiutò, e quella dovette cedere, ma la lotta continuò – una lotta sorda, nella quale i Girondini dell'Assemblea cercavano ora di staccare le sezioni dalla Comune, ora di ottenere lo scioglimento del Consiglio generale eletto rivoluzionariamente il 9 agosto. Miseri intrighi in faccia al nemico che s'avvicinava ogni giorno a Parigi, permettendosi spaventosi saccheggi.

Il 24, arrivò a Parigi la notizia che Longwy s'era resa senza combattere, e l'insolenza dei realisti andò aumentando. Essi cantavan vittoria. Certamente, le altre città avrebbero fatto come Longwy, e i realisti annunciavano già l'arrivo degli alleati tedeschi entro otto giorni, e preparavan loro gli alloggi. Intorno al Tempio si formavano assembramenti e la famiglia reale s'univa ad essi per salutare la vittoria dei tedeschi. Ma, cosa più terribile ancora, quelli che s'erano incaricati di governare la Francia, non avevano il coraggio di fare qualche cosa affinchè Parigi non fosse forzata a capitolare come Longwy. La commissione dei Dodici, che rappresentava il nucleo d'azione nell'Assemblea, cadde nella costernazione. E il ministero girondino – Roland, Clavière, Servan e gli altri – pensava che bisognava fuggire e ritirarsi a Blois, o nel mezzogiorno della Francia, abbandonando il popolo rivoluzionario di Parigi al furore degli austriaci, di Brunswick e degli emigrati. «I deputati fuggivano già a uno a uno», dice Aulard106: la Comune andò a lagnarsene con l'Assemblea. Sarebbe stato un tradimento e una viltà; di tutti i ministri, solo Danton si oppose assolutamente.

Solamente le sezioni rivoluzionarie e la Comune capirono che si doveva riportar vittoria a qualunque costo, e per ottenerla, bisognava colpire nel tempo stesso i nemici alla frontiera e i contro rivoluzionari a Parigi.

Ed è precisamente ciò che i governanti non volevano ammettere. Dopo che il tribunale criminale, incaricato di giudicare i fautori dei massacri del 10 agosto, era stato solennemente inaugurato, si capì ch'esso si preoccupava di punire i colpevoli come l'Alta Corte d'Orléans ch'era diventata, secondo l'espressione di Brissot, «la salvaguardia dei cospiratori». Dapprima, sacrificò tre o quattro persone insignificanti, ma ben presto assolse uno dei più seri cospiratori, l'ex ministro Montmorin, come pure Dossonville, implicato nella cospirazione di d'Angremont, e esitò a giudicare Bachmann, generale degli svizzeri. Certamente, non si poteva aspettar nulla da quel tribunale.

La popolazione di Parigi è stata dipinta come composta di cannibali avidi di sangue, che diventavan furiosi appena una vittima sfuggiva loro. Quest'è falso. Gli è che il popolo parigino capì da quelle assoluzioni, che i governanti non volevano far luce sulle cospirazioni ordite alle Tuileries, perchè sapevan quanti di loro sarebbero stati compromessi, e perchè quelle cospirazioni continuavano ancora. Marat, che era ben informato, aveva ragione di dire che l'Assemblea aveva paura del popolo, e ch'essa non sarebbe stata malcontenta se Lafayette fosse venuto colle sue truppe a ristabilire la monarchia. Difatti, tutto questo fu poi provato dalle scoperte fatte tre mesi più tardi, quando il fabbro Gamain svelò l'esistenza dell'armadio di ferro contenente le carte di Luigi XVI. La forza della monarchia era nell'Assemblea.

Allora il popolo, vedendo che gli era assolutamente impossibile di stabilire la responsabilità dei cospiratori monarchici, e che pericolo potevano costituire riguardo  l'invasione tedesca, si risolvette di colpire indistintamente tutti coloro che avevano occupato posti di fiducia alla Corte e che le sezioni consideravano come pericolosi, o presso i quali si trovassero armi nascoste. A questo scopo, le sezioni imposero alla Comune, e questa a Danton che occupava il posto di ministro della giustizia dopo il 10 agosto, di fare delle perquisizioni in massa in tutta Parigi, di sequestrare le armi nascoste presso i realisti e i preti e d'arrestare i traditori maggiormente sospettati d'accordo col nemico. L'Assemblea dovette sottomettersi e ordinò le perquisizioni.

Queste furono fatte nella notte dal 29 al 30, la Comune vi mise tale vigore che i cospiratori ne furono atterriti. Il 29 agosto, nel pomeriggio, Parigi sembrava morta, in preda a cupo spavento. Si proibì ai particolari d'uscire dopo le diciotto; sul far della notte, le strade furono occupate da pattuglie di 60 uomini ciascuna, armate di sciabole e di picche improvvisate. Verso un'ora di notte cominciarono le perquisizioni in tutta Parigi. Le pattuglie salivano in ogni appartamento, cercavano le armi e sequestravano quelle trovate in casa dei realisti.

Furono arrestati circa tre mila uomini, e sequestrati due mila fucili. Certe perquisizioni durarono delle ore; ma nessuno ebbe a lamentare la sparizione d'un minimo oggetto qualsiasi; mentre, presso gli «Eudistes», preti che avevan rifiutato di prestar giuramento alla Costituzione, fu rinvenuta tutta l'argenteria scomparsa dalla Santa Cappella. Era nascosta nelle loro fontane.

Il giorno seguente, la maggior parte delle persone arrestate fu lasciata libera, per ordine della Comune o a domanda delle sezioni. Quanto a coloro che furon trattenuti in prigione, è probabile che ne sarebbe stata fatta una scelta accurata e che sarebbero stati creati tribunali sommari per giudicarli. Ma gli avvenimenti precipitarono sul teatro della guerra e a Parigi.

Mentre Parigi intera s'armava rispondendo all'appello vigoroso della Comune, e che su tutte le piazze s'ergevano altari della patria presso i quali s'arruolava la gioventù e sui quali tutti i cittadini, ricchi e poveri, deponevano le loro offerte alla patria; mentre la Comune e le azioni spiegavano un'energia veramente formidabile per equipaggiare e armare 60,000 volontari partenti per la frontiera, e riuscivano, benchè mancasse quasi tutto, a farne partire due mila al giorno – l'Assemblea scelse proprio quel momento per colpire la Comune. In seguito a un rapporto del Girondino Guadet, lanciò, il 30, un decreto che ordinava immediatamente lo scioglimento del Consiglio generale della Comune per procedere alle nuove elezioni!

Se la Comune avesse ubbidito, l'unica tavola di salvezza che rimaneva per respingere l'invasione e vincere la monarchia, sarebbe stata infranta a un tratto in favore dei realisti e degli austriaci. L'unica risposta che la Rivoluzione potè dare a quel decreto, naturalmente, fu di respingerlo e di dichiarare traditori gl'istigatori di quella misura. Infatti, qualche giorno dopo, la Comune ordinò delle perquisizioni presso Roland e Brissot. Marat domandò semplicemente lo sterminio di quei legislatori traditori.

Nello stesso giorno il tribunale criminale mandava assolto Montmorin; – questo accadeva dopo quanto s'era saputo da qualche giorno nel processo d'Angremont, ossia, che i cospiratori realisti, ben assoldati, erano registrati, divisi in brigate, sottomessi a un comitato centrale e che aspettavan solo un segnale per scendere nelle strade e attaccare tutti i patriotti, in Parigi e in tutte le città di provincia.

Il posdomani, 1° settembre, altra rivelazione. Il Moniteur pubblicava un «Piano delle forze coalizzate contro la Francia», ricevuto, diceva, da mano sicura, dalla Germania. In quel piano si diceva che, mentre il duca di Brunswick terrebbe a bada le armate patriotte, il re di Prussia andrebbe dritto su Parigi; dopo essersi impadronito della città, farebbe una scelta degli abitanti; tutti i rivoluzionari sarebbero giustiziati, o caso mai non fossero equilibrate le forze, s'incendierebbero le città. «Son da preferirsi dei deserti a dei popoli in rivolta», aveva detto la lega dei re. E, come per confermare questo piano, Guadet parlava all'Assemblea della grande congiura scoperta a Grenoble e dintorni. Era stata sequestrata, presso Monnier, agente degli emigrati, una lista di più di cento capi locali della cospirazione, che contavano sull'appoggio di 25 a 30,000 uomini. Le campagne delle Deux-Sèvres e quelle del Morbihan s'eran sollevate appena saputa la resa di Longwy, il che faceva parte del piano dei realisti e di Roma.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, si seppe che Verdun era assediata e tutti prevedevano che si sarebbe arresa come Longwy; che non vi sarebbe più nessun ostacolo alla rapida marcia dei prussiani verso Parigi, e che l'Assemblea o abbandonerebbe la città nelle mani del nemico, o scenderebbe a patti con lui. Rimetterebbe il re sul trono, lasciandogli carta bianca per soddisfare la sua vendetta e sterminare i patriotti.

In quello stesso giorno poi, Roland lanciava ai corpi amministrativi e faceva affiggere sui muri di Parigi una lettera, nella quale parlava d'un gran complotto dei realisti per impedire la circolazione dei viveri. Nevers, Lione, ne soffrivano già.107

La Comune allora chiuse le porte, fece suonare campana a stormo e sparare il cannone d'allarme. Con un potente proclama, invitò tutti i volontari pronti a partire, a dormire sul campo di Marte per mettersi in marcia il domani per tempo.

Nello stesso tempo, un grido di furore risuonò in Parigi: «Corriamo alle prigioni!» Là son rinchiusi i cospiratori che aspettano l'avvicinarsi dei tedeschi per metter Parigi a ferro e fuoco. Qualche sezione (Poissonnière, Postes, Luxembourg) vota che sian messi a morte. «Oggi bisogna finirla!» e che la Rivoluzione sia lanciata su una nuova via!

XXXV
LE GIORNATE DI SETTEMBRE

La campana a stormo in tutta Parigi, la generale battuta nelle strade, il cannone d'allarme i cui tre colpi rimbombavano ogni quarto d'ora, i canti dei volontari che partivano per la frontiera, tutto contribuiva quel giorno, domenica 2 settembre, a eccitare l'ira del popolo fino al furore.

Da mezzogiorno o dalle quattordici, cominciarono a formarsi assembramenti intorno alle prigioni. Dei federati di Marsiglia o d'Avignone assalirono per la strada ventiquattro108 preti, che venivano trasferiti dal municipio alla prigione dell'Abbaye, in carrozze chiuse. Quattro di essi furono uccisi prima di giungere alla prigione. Due furono massacrati alla porta. Gli altri poterono essere introdotti; ma era appena cominciato il loro interrogatorio, quando una moltitudine armata di picche, di spade, di sciabole, forzò la porta e uccise i preti, eccettuato l'abate Picard, maestro dei sordo-muti e il suo assistente.

Così cominciarono i massacri all'Abbaye, prigione che godeva speciale cattiva reputazione nel quartiere. L'assembramento che s'era formato intorno alla detta prigione e che si componeva di piccoli commercianti del quartiere, domandò che si mettessero a morte i realisti arrestati partendo dal 10 agosto. Si sapeva nel quartiere che spendevano a piene mani, si trattavan lautamente, liberi di ricevere la moglie e le amiche. Essi avevan fatto delle luminarie dopo la sconfitta subìta dai francesi a Mons e cantato vittoria dopo la presa di Longwy. Insultavano i passanti dietro le inferriate e annunciavano l'arrivo dei prussiani e lo sgozzamento dei rivoluzionari. Parigi intera parlava d'un complotto tramato nelle prigioni, d'armi introdotte, e si sapeva dappertutto che le prigioni erano diventate vere fabbriche d'assegnati falsi, di falsi biglietti della Cassa di soccorso, coi quali si cercava di rovinare il credito pubblico.

Si ripeteva tutto questo negli assembramenti che s'eran formati intorno all'Abbaye, alla Force ed alla Conciergerie. Ben presto essi forzarono le porte delle prigioni e cominciarono a uccidervi gli ufficiali dello stato maggiore degli svizzeri, le guardie del re, i preti che dovevano essere deportati avendo rifiutato di prestar giuramento alla Costituzione e i cospiratori realisti arrestati a partire dal 10 agosto.

La spontaneità di quest'assalto sembra aver colpito tutti di stupore, tant'era imprevisto. Lungi dall'esser preparati dalla Comune e da Danton, come si compiacciono d'affermare gli storici realisti109, i massacri eran così poco previsti che la Comune dovette in tutta fretta prender delle misure per proteggere il Tempio e per salvare quelli ch'erano prigionieri per debiti, mesi di balia, ecc., come pure le dame di compagnia di Maria Antonietta. Queste ultime poterono essere salvate solo nel buio della notte da commissari della Comune, i quali trovarono in quel còmpito molte difficoltà, arrischiando di perire anche loro per mano della folla, che circondava le prigioni e stazionava nelle vie adiacenti.110

Appena cominciarono i massacri all'Abbaye, e si sa che ebbero principio verso le due e mezzo (Mon agonie de trente-huit heures, di Jourgniac de Saint-Méard), la Comune prese immediatamente le misure necessarie per impedirli. Ne avvertì subito l'Assemblea che nominò dei commissari per parlare al popolo111 e alla seduta del Consiglio generale della Comune che s'aprì nel pomeriggio, il procuratore Manuel rendeva già conto, verso le sei, de' propri sforzi vani per porre un freno ai massacri. «Egli dice che gli sforzi dei dodici commissari dell'Assemblea nazionale, i suoi, e quelli de' suoi colleghi del corpo municipale sono stati infruttuosi per salvare da morte i colpevoli.» In quella seduta serale, la Comune riceveva i rapporti de' suoi commissari mandati alla Force e risolveva ch'essi vi andassero di nuovo per calmare gli spiriti.112

La Comune aveva anche ordinato a Santerre, comandante della guardia nazionale, di mandare dei distaccamenti per arrestare i massacri. Ma la guardia nazionale non voleva intervenire. Altrimenti, è chiaro che i battaglioni delle sezioni moderate si sarebbero mossi. Evidentemente s'era formata in Parigi l'opinione che il far marciare l'esercito contro gli assembramenti sarebbe stato come risvegliare la guerra civile nel momento in cui il nemico era soltanto a qualche giorno di marcia da Parigi e l'unione era necessaria. «Vi separano, si semina l'odio, si vuol far nascere una guerra civile diceva l'Assemblea nel suo proclama del 3 settembre invitando i cittadini a stare uniti. In quella circostanza, la persuasione era l'unica arma. Ma, alle persone inviate dalla Comune per impedire i massacri, un uomo del popolo all'Abbaye rispose molto giustamente, domandando a Manuel, se quei mascalzoni di prussiani e d'austriaci, arrivati a Parigi, cercherebbero di scegliere gl'innocenti e i colpevoli, o se colpirebbero in massa113. E un altro, fors'anche lo stesso, aggiunse: «Questo è il sangue di Montmorin e de' suoi compagni; noi siamo al nostro posto, ritornate al vostro; se tutti quelli che abbiamo incaricati della giustizia avessero fatto il loro dovere non saremmo qui114.» È quanto compresero benissimo in quel giorno la popolazione di Parigi e tutti i rivoluzionari.

Ad ogni modo, appena seppe il risultato della missione di Manuel, il Comitato di sorveglianza della Comune115, nel pomeriggio del 2 settembre, lanciò il seguente appello: «In nome del popolo. Compagni, vi si ordina di giudicare tutti i prigionieri dell'Abbaye senza distinzione, eccettuato l'abate Lenfant, che metterete in luogo sicuro. Al Municipio, 2 settembre. (Firmato: Panis, Sergent, amministratori.)

Immediatamente, si creò un tribunale provvisorio, composto di dodici giurati nominati dal popolo, e l'usciere Maillard, così noto a Parigi dopo il 14 luglio e il 5 ottobre 1789, ne fu il presidente. Un tribunale simile fu improvvisato alla Force da due o tre membri della Comune, e questi due tribunali cercarono di salvare più prigionieri che fosse possibile. Così Maillard riuscì a salvare Cazotte, gravemente compromesso (Michelet, lib. VII, cap. V), e de Sombreuil, noto come nemico dichiarato della Rivoluzione. Egli riuscì ad ottenere la loro assoluzione, approfittando della presenza delle loro figliole che s'erano fatte rinchiudere in prigione coi padri, e anche dell'età avanzata di Sombreuil. Più tardi, in un documento che Granier de Cassagnac116 ha riprodotto in fac-simile, Maillard potè dire con fierezza che aveva salvato la vita a quarantatrè persone. Inutile dire che il «bicchiere di sangue» della signorina de Sombreuil è un'infame invenzione degli scrittori realisti. (Vedi Louis Blanc, libro VIII, cap. 2; L. Combes, Episodes et curiosités révolutionnaires, 1872.)

Anche alla Force vi furono molte assoluzioni; secondo Tallien una donna sola vi perì, la signora de Lamballe. Ogni liberazione era salutata dalla folla col grido: «Viva la Nazione!» e colui che veniva assolto era ricondotto a casa sua da uomini della folla, fatto segno a simpatie, ma la scorta rifiutava assolutamente di ricevere denaro dal liberato o dalla famiglia. Si mandarono assolti dei realisti contro i quali non c'eran fatti «avverati», come il fratello del ministro Bertrand de Molleville e perfino un acerrimo nemico della Repubblica, l'austriaco Weber, fratello di latte della regina. Furono ricondotti in trionfo con gran trasporti di gioia, fino dai loro parenti ed amici.

Al convento dei Carmelitani, s'era incominciato a incarcerare dei preti dall'11 agosto, e là si trovava il famoso arcivescovo d'Arles, accusato d'esser stato la causa del massacro dei patriotti in quella città. Dovevano esser tutti deportati, quand'ecco sopraggiungere il 2 settembre. Un certo numero d'uomini armati di sciabole irruppe quel giorno nel convento e uccisero l'arcivescovo d'Arles e, dopo un giudizio sommario, un numero considerevole di preti che si rifiutava di prestare giuramento civico. Però, parecchi si salvarono dando la scalata ad un muro, altri furono salvati, come risulta dal racconto dell'abate Berthelet de Barbot, da alcuni membri della sezione del Luxembourg e dagli uomini dalle picche di guardia nella prigione.

I massacri continuarono ancora il 3, e la sera, il Comitato di sorveglianza della Comune spediva nei dipartimenti, in nome del ministro della giustizia, una circolare fatta da Marat e nella quale egli attaccava l'Assemblea, raccontava gli avvenimenti e raccomandava ai dipartimenti d'imitare Parigi.

Intanto, l'agitazione del popolo andava calmandosi, dice Saint-Méard, e il 3 verso le otto, si sentirono parecchie voci gridare: «Grazia, grazia per quelli che restano!» Del resto, restavano pochi prigionieri politici nelle prigioni. Ma allora accadde ciò che doveva accadere per forza. A coloro che avevano attaccato le prigioni per convinzione, si mescolarono altri elementi, elementi equivoci. Si produsse così ciò che Michelet ha giustamente chiamato il furore dell'epurazione», il desiderio di purificare Parigi, non solamente dai cospiratori realisti, ma anche dai falsi-monetari, dai fabbricanti di falsi assegnati, dai ladri, perfino dalle donne pubbliche, ch'eran tutte credute realiste! Il 3, eran già stati massacrati dei ladri al Grand-Châtelet e dei forzati ai Bernardins, e il 4, una quantità d'uomini si recò per massacrare alla Salpêtrière, a Bicêtre, perfino alla «Correction» di Bicêtre, che il popolo avrebbe dovuto rispettare come luogo di sofferenza, di miseri, come lui, soprattutto, dei ragazzi. Finalmente la Comune riuscì a por fine a quei massacri, il 4 secondo Maton de la Varenne.117

In tutto, perirono più di mille persone, di cui 202 preti, 26 guardie reali, una trentina di svizzeri dello stato maggiore, più di 300 prigionieri di diritto comune, tra i quali, quelli racchiusi alla Conciergerie fabbricavano falsi assegnati. Maton de la Varenne, che ha dato nella sua Histoire particulière (p. 419-460) una lista alfabetica degli uccisi nelle giornate di settembre, trova un totale di 1,086, più tre sconosciuti periti accidentalmente. Su questi fatti, gli storici realisti hanno intessuto i loro romanzi, parlando di 8,000 e anche di 12,000 uccisi.118

Tutti gli storici della Grande Rivoluzione, cominciando da Buchez e Roux, hanno rilevata l'opinione di diversi rivoluzionari noti su quei massacri, e dalle numerose citazioni da essi pubblicate, risalta un fatto che colpisce. I Girondini, che più tardi si servirono delle giornate di settembre per attaccare la Montagna, in quei frangenti non abbandonarono in nessun modo quella loro attitudine di «lasciar fare», che rimproverarono più tardi a Danton, Robespierre, ed alla Comune. Quest'ultima, sola, prese, nel suo Consiglio generale e nel Comitato di sorveglianza, misure più o meno efficaci per arrestare i massacri o, almeno, circoscriverli e legalizzarli, quando s'accorse ch'era impossibile impedirli. Gli altri agirono mollemente, o credettero di non intervenire e la maggior parte approvò quando tutto fu fatto. Questo prova fino a che punto, nonostante il grido d'umanità oltraggiata che si sollevava sui massacri, tutti capirono ch'essi erano la conseguenza inevitabile del 10 agosto e della politica losca dei governanti stessi durante i venti giorni che seguirono la presa delle Tuileries.

Roland, nella sua lettera del 3 settembre, citata così sovente, parla dei massacri in termini che ne riconoscono la necessità119 e per lui l'essenziale è di svolgere la tesi, che diverrà la tesi favorita dei Girondini: s'era necessario un disordine prima del 10 agosto, ora tutto doveva rientrar nell'ordine. In generale, i Girondini, come l'hanno detto giustamente Buchez e Roux, «sono soprattutto preoccupati di sè stessi.», «essi vedono con dispiacere che il potere esce dalle loro mani e passa in quelle degli avversari... ma non hanno nessuna ragione di biasimare il movimento che si compie.... Essi non dissimulano che lui solo può salvare l'indipendenza nazionale e mettere essi stessi al sicuro contro la vendetta dell'emigrazione armata120» (p. 397).

I principali giornali, quali il Moniteur, le Révolutions de Paris di Prud'homme, approvano; mentre gli altri, come gli Annales patriotiques, e la Chronique de Paris e anche Brissot nel Patriote français, si limitano a qualche parola fredda e indifferente su quelle giornate. Quanto alla stampa monarchica, è chiaro che si precipitò su quei fatti per far circolare durante un secolo i racconti più fantastici. Non ci occuperemo di contraddirli. Ma c'è un errore d'apprezzamento che si riscontra anche negli storici repubblicani e che merita d'esser rilevato.

Il numero degli uomini che uccisero i prigionieri, non oltrepassava i 300, è vero. Per questo si accusano di viltà tutti gli altri repubblicani che non cercarono di porvi fine. Niente di più erroneo! La cifra di 300 o 400 è esatta; ma basterebbe che si leggessero i racconti di Weber, della signorina de Tourzel, di Maton de la Varenne, ecc., per vedere che se le uccisioni erano l'opera d'un numero limitato d'uomini, intorno a ogni prigione, nelle vie adiacenti, v'era una massa di gente che approvava i massacri e che avrebbe preso le armi contro chiunque fosse accorso per impedirli. Del resto, i bollettini delle sezioni, l'attitudine della guardia nazionale, e anche quella dei rivoluzionari in vedetta, tutto questo prova come tutti avessero capito che un intervento militare sarebbe stato segnale d'una guerra civile, la quale, da qualunque parte avesse arriso la vittoria, avrebbe condotto a massacri più estesi e terribili di quelli delle prigioni.

Michelet ha detto, e questa parola fu poi ripetuta, che quei massacri eran stati fatti dalla paura, paura senza fondamento, ma sempre feroce. Qualche centinaio di realisti di più o di meno in Parigi non poteva costituire, si disse, un pericolo per la Rivoluzione. Ma per ragionare così, bisogna disconoscere, mi pare, la forza della reazione. La maggioranza era per quelle poche centinaia di realisti, la grande maggioranza della borghesia agiata, tutta l'aristocrazia, l'Assemblea legislativa, il direttorio del dipartimento, la maggior parte dei giudici di pace, e l'immensa maggioranza dei funzionari. Precisamente questa massa compatta d'elementi opposti alla Rivoluzione aspettava l'avvicinarsi dei tedeschi per riceverli a braccia aperte e inaugurare, col loro aiuto, il Terrore contro rivoluzionario, il massacro Nero. Non s'ha che da ricordare il Terrore Bianco sotto i Borboni, rientrati nel 1814 sotto l'alta protezione delle armate straniere.

V'ha un fatto, del resto, che passa inosservato negli storici; ma che riassume tutta la situazione e dà la vera ragione del movimento del 2 settembre, ed è questo: Il mattino del 4, quando più si massacra, l'Assemblea si decide finalmente, sulla proposta di Chabot, a pronunciare la parola che s'aspettava da tanto tempo. In un proclama ai Francesi, essa dichiarava che il rispetto per la futura Convenzione impediva i suoi membri di prevenire con una loro risoluzione ciò ch'essi aspettavano dalla nazione francese; ma che, da quel momento, prestavano come individui quel giuramento che non potevano prestare come rappresentanti del popolo, ossia: «di combattere con tutte le forze i re e la monarchia!» Niente re! Mai e poi mai nè capitolazione, nè re straniero! E appena questo proclama fu votato, non ostante la restrizione di cui s'è detto, i commissari dell'Assemblea, che si recarono alle sezioni con quella dichiarazione, furono subito ricevuti con mille riguardi, e le sezioni s'incaricarono di porre fine ai massacri.

Però, fu necessario che Marat consigliasse il popolo di massacrare quei furfanti di realisti dell'Assemblea legislativa e che Robespierre denunciasse Carra e i Girondini in generale, come disposti ad accettare un re straniero; abbisognò anche che la Comune ordinasse perquisizioni in casa di Roland e Brissot, perchè finalmente il girondino Guadet andasse a portare, solamente il giorno 4, una lettera nella quale i rappresentanti erano invitati a giurare di combattere con tutte le forze il re e la monarchia. Se una dichiarazione recisa di questo genere fosse stata votata immediatamente dopo il 10 agosto e se Luigi XVI fosse stato sottoposto a giudizio, i massacri di settembre non avrebbero avuto luogo. Il popolo avrebbe visto l'impotenza della congiura realista appena essa non avesse avuto l'appoggio dell'Assemblea, del governo.

Non si dica che i sospetti di Robespierre erano pure visioni. Condorcet, il vecchio repubblicano, l'unico rappresentante della Legislativa che si pronunciò per la Repubblica fino dal 1791, pur ripudiando per conto suo – e solamente per conto suo ogni idea di desiderare il duca di Brunswick sul trono di Francia, non riconosce forse nella Chronique de Paris, che gliene avevano parlato qualche volta?121 Gli è che durante quei giorni d'interregno, molte candidature furono certamente discusse tra gli uomini politici che non volevan la Repubblica, come i Foglianti, o che non credevano, come i Girondini, possibile la vittoria della Francia. Tali candidature erano: quella del duca d'York, del duca d'Orléans, del duca di Chartres (candidato di Dumouriez) e anche quella del duca di Brunswick.

La vera causa della disperazione che dominò il popolo parigino il 2 settembre, risiede appunto in tutte quelle esitazioni, in quella pusillanimità, nella bassa doppiezza degli uomini ch'erano al potere.

XXXVI
LA CONVENZIONE – LA COMUNE – I GIACOBINI

Il 21 settembre 1792 s'aprì finalmente la Convenzione, quell'assemblea così spesso citata come il vero tipo ideale d'assemblea rivoluzionaria. Le elezioni erano state fatte quasi con suffragio universale da tutti i cittadini, attivi e passivi; ma sempre a doppio grado, e cioè tutti i cittadini avevano eletto le assemblee elettorali e queste avevan poi nominato i deputati della Convenzione. Evidentemente, questo sistema d'elezioni era favorevole ai ricchi, ma siccome le elezioni si fecero in settembre, nell'effervescenza generale prodotta dal trionfo del popolo il 10 agosto, e che molti contro rivoluzionari, terrorizzati dagli avvenimenti del 2 settembre, preferirono non mostrarsi alle elezioni, queste riuscirono meno cattive di quel che si poteva temere. A Parigi, la lista di Marat contenente tutti i rivoluzionari conosciuti del club dei Cordiglieri e dei Giacobini, passò completa. 1525 «elettori», che si riunirono il 2 settembre stesso nel locale del club dei Giacobini, scelsero Collot-d'Herbois e Robespierre per presidente e vice-presidente, esclusero tutti quelli che avevano firmato le petizioni realiste degli 8,000 e 20,000 e votarono per la lista di Marat. Eppure l'elemento «moderato» dominava lo stesso, e Marat scriveva, fin dalla prima seduta, che vedendo la tempra della maggior parte dei delegati, disperava per la salute pubblica. Prevedeva che la loro opposizione allo spirito rivoluzionario avrebbe piombato la Francia in lotte interminabili. «Finiranno col perdere tutto, diceva, se il piccolo numero dei difensori del popolo, chiamato a combatterli, non avrà il sopravvento e non riuscirà a schiacciarli». Tra poco vedremo come avesse ragione.

Ma gli avvenimenti stessi spingevan la Francia verso la Repubblica e l'entusiasmo popolare fu tale che i moderati della Convenzione non osarono resistere alla corrente che spazzava via la monarchia. Dalla sua prima seduta, la Convenzione pronunciò all'unanimità che la monarchia era abolita in Francia. Abbiamo visto che Marsiglia e qualche altra città di provincia avevano chiesto la repubblica fino dal 10 agosto; Parigi l'aveva fatto solennemente dopo il primo giorno delle elezioni. Il club dei Giacobini s'era risolto, infine, a dichiararsi repubblicano, e l'aveva fatto nella sua seduta del 27 agosto, dopo la pubblicazione delle carte trovate alle Tuileries in un forziere. La Convenzione seguì Parigi. Abolì la monarchia nelle sua prima seduta, il 21 settembre 1792. Il domani, con un secondo decreto ordinò che, partendo da quel giorno, tutti gli atti pubblici sarebbero datati dall'Anno primo della Repubblica.

Nella Convenzione si trovavano tre partiti distinti la Montagna, la Gironda e la Pianura o piuttosto il Marais (pantano). I Girondini dominavano, benchè fossero meno di duecento. Essi avevan già fornito al re, nella Legislativa, il ministero Roland e aspiravano alla reputazione di uomini di Stato. Il partito della Gironda, composto d'uomini istruiti, eleganti, fini politici, rappresentava gl'interessi della borghesia industriale, commerciale e possidente, che si costituiva rapidamente sotto il nuovo regime. Con l'appoggio del Pantano, i Girondini furono dapprima i più forti, e tra essi fu scelto il nuovo ministero repubblicano. Danton, solo, nel ministero arrivato al potere il 10 agosto, aveva rappresentato la rivoluzione popolare: diede le dimissioni il 21 settembre e il potere restò nelle mani dei Girondini.

La Montagna, composta di Giacobini, come Robespierre, Saint-Juste e Couthon, di Cordiglieri, come Danton e Marat, e appoggiata dai rivoluzionari della Comune, come Chaumette e Hébert, non s'era ancora costituita come partito politico. Questo fu fatto più tardi, dagli avvenimenti stessi. Per il momento, essa riuniva quelli che volevano andare in avanti e ottenere dalla Rivoluzione risultati concreti, cioè, distruggere la monarchia e il realismo, schiacciare la forza dell'aristocrazia e del clero, abolire la feudalità, dar forza alla Repubblica.

La Pianura o il Pantano, finalmente, erano gl'indecisi, senza convinzioni fisse, ma, per istinto, sempre proprietari e conservatori, coloro che formano la maggioranza in tutte le assemblee rappresentative. Erano circa cinquecento alla Convenzione. Sostennero i Girondini in principio, ma li lasciarono nel momento del pericolo. La paura farà loro sostenere in seguito il terrore rosso, con Saint-Just e Robespierre, e, più tardi, faranno il terrore bianco, quando il colpo di Stato di termidoro avrà mandato Robespierre al patibolo.

Si poteva credere ormai che la Rivoluzione si sarebbe svolta senza ostacoli e avrebbe seguito la via naturale, dettata dalla logica degli avvenimenti. Il processo e la condanna del re, una costituzione repubblicana che avrebbe sostituita quella del 1791, la guerra all'ultimo sangue contro gl'invasori, e, nello stesso tempo, l'abolizione di ciò che faceva la forza dell'antico regime: I diritti feudali, la potenza del clero, l'organizzazione realista dell'amministrazione provinciale. L'abolizione di tutti questi avanzi del passato era imposta dalla situazione.

Ebbene, la borghesia, salita al potere e rappresentata dagli «uomini di Stato» della Gironda, non ne voleva sapere.

Il popolo aveva tolto dal trono Luigi XVI. Quanto a sbarazzarsi del traditore che aveva condotto i tedeschi alle porte di Parigi, quanto a mandar a morte, in una parola, Luigi XVI, la Gironda si opponeva con tutte le forze. La guerra civile piuttosto di quel passo decisivo! E non per timore delle vendette dello straniero, poichè eran stati i Girondini stessi che avevan voluto far guerra a tutta l'Europa; ma per paura della Rivoluzione del popolo francese, e specialmente di Parigi rivoluzionaria, che nella morte del re vedrebbe il principio della vera rivoluzione.

Per fortuna, il popolo di Parigi, nelle sezioni e nella Comune, era riuscito a costituire, a fianco dell'Assemblea nazionale, un potere reale che diede corpo alle tendenze rivoluzionarie della popolazione parigina, e riuscì perfino a dominare la Convenzione. Fermiamoci dunque un momento, prima di studiare le lotte che lacerarono la rappresentanza nazionale, e gettiamo uno sguardo retrospettivo sul modo con cui si costituì questo nuovo potere, la Comune di Parigi.

Abbiamo visto nei capitoli XXIV e XXV, come le sezioni di Parigi avessero acquistato importanza, quali organi della vita municipale, appropriandosi, oltre le attribuzioni di polizia e l'elezione dei giudici che dava loro la legge, diverse funzioni economiche di massima importanza (l'alimentazione, l'assistenza pubblica, la vendita dei beni nazionali, ecc.), e come queste funzioni stesse permettessero alle sezioni d'esercitare una seria influenza nella discussione delle grandi questioni politiche d'ordine generale.

Divenute organi importanti della vita pubblica, le sezioni cercavano necessariamente di stabilire un legame federale tra loro, e a diverse riprese, nel 1790 e 1791, nominarono dei commissari speciali, a fine d'intendersi con altre sezioni per l'azione comune, fuori dal Consiglio municipale regolare. Però, non s'era stabilito nulla di fisso.

Nell'aprile del 1792, quando la guerra fu dichiarata, i lavori delle sezioni furono aumentati ad un tratto da una quantità d'attribuzioni. Esse dovettero occuparsi degli arruolamenti, della scelta dei volontari, dei doni patriottici, dell'equipaggiamento e dell'approvvigionamento dei battaglioni mandati alla frontiera, della corrispondenza amministrativa e politica coi battaglioni, delle cure da prestare alle famiglie dei volontari, ecc., senza parlare della lotta continua che dovevano sostenere giornalmente contro le cospirazioni realiste, che venivano ad arrestare i loro lavori. Con queste nuove funzioni, si faceva sentire sempre più la necessità di un'unione diretta tra le sezioni.

Oggi, sfogliando la corrispondenza delle sezioni e la loro contabilità, non si può che ammirare lo spirito di organizzazione spontanea del popolo di Parigi e l'abnegazione degli uomini di buona volontà che compivano tutto quel lavoro dopo le loro occupazioni quotidiane. Da questi fatti s'apprezza la profondità dello spirito di sacrificio, più che religioso, suscitato dalla Rivoluzione nel popolo francese. Poichè non bisogna dimenticare che se ogni sezione nominava i propri comitati militare e civile, era però alle assemblee generali, tenute di sera, che si discutevano generalmente tutte le questioni importanti.

Si capisce pure come quegli uomini dovessero odiare i fautori dell'invasione: il re, la regina, la Corte, gli exnobili e i ricchi, tutti i ricchi, che facevan causa comune con la Corte, poichè essi vedevano, e non in teoria, ma sul vivo, gli orrori della guerra e toccavan con mano le sofferenze imposte al popolo dall'invasione. La capitale s'associava ai contadini dei dipartimenti di confine nel loro odio ai partigiani del trono, che avevan chiamato in Francia gli stranieri. Così, appena fu lanciata l'idea della manifestazione pacifica del 20 giugno, le sezioni si misero a organizzare quella dimostrazione, e più tardi, esse stesse prepararono l'attacco alle Tuileries, il 10 agosto. Nello stesso tempo, approfittando di quei preparativi, cercavano di costituire la tanto desiderata unione diretta tra le sezioni in vista dell'azione rivoluzionaria.

Quando si capì chiaramente che la manifestazione del 20 giugno non aveva ottenuto nessun risultato, – che la Corte non aveva imparato e non voleva imparare nulla, – le sezioni si presero la responsabilità dell'iniziativa di domandare all'Assemblea la deposizione di Luigi XVI. Il 23 luglio, la sezione di Mauconseil fece un decreto in quel senso, lo notificò all'Assemblea e si mise a preparare una sollevazione per il 5 agosto. Altre sezioni s'affrettarono a prendere la stessa risoluzione e quando l'Assemblea, nella seduta del 4 agosto, denunciò come illegale il decreto dei cittadini di Mauconseil, esso aveva già ricevuto l'approvazione di quattordici sezioni. Nello stesso giorno, dei membri della sezione dei Gravillers andarono a dichiarare all'Assemblea ch'essi lasciavano ancora ai legislatori «l'onore di salvare la patria». «Ma se rifiutate, aggiungevano, bisognerà che prendiamo il partito di salvarci da noi.» La sezione dei Quinze-Vingts dal canto suo designava «la mattina del 10 agosto come termine estremo della pazienza popolare», e quella di Mauconseil dichiarava che «avrebbe pazientato in pace e vigile fino al giovedì seguente (9 agosto) alle undici di sera, per aspettare la risoluzione dell'Assemblea nazionale; ma che se il corpo legislativo non avesse fatto giustizia al popolo, un'ora dopo, a mezzanotte, si batterebbe la generale e tutti si solleverebbero».122

Finalmente, il 7 agosto, la stessa sezione invitò tutte le altre a nominarsi ciascuna «sei oratori, meno oratori che buoni cittadini, i quali riunendosi formerebbero un punto centrale al Municipio»; il che fu fatto il 9123.

Quando ventotto o trenta sezioni, su quarantotto, ebbero aderito al movimento, i loro commissari si riunirono nella casa del Comune, in una sala vicina a quella dove teneva le sedute il Consiglio municipale regolare – poco numeroso in quel momento – e agirono rivoluzionariamente, come una nuova Comune. Sospesero provvisoriamente il Consiglio generale, consegnarono il sindaco Pétion, annullarono lo stato maggiore dei battaglioni della guardia nazionale e s'impadronirono di tutti i poteri della Comune, e della direzione generale dell'insurrezione.124

Così si costituì e s'insediò al palazzo del Comune il nuovo potere di cui s'è parlato.

Le Tuileries furono prese, il re detronizzato. E immediatamente, la nuova Comune fece sapere ch'essa vedeva nel 10 agosto non il compimento della Rivoluzione inaugurata il 14 luglio 1789, ma il principio d'una nuova rivoluzione popolare e egualitaria. Ella datava i suoi atti con «l'Anno IV° della Libertà, l'anno 1° dell'Eguaglianza». Un ammasso di nuovi doveri cominciò subito ad incombere sulla nuova Comune.

Mentre l'Assemblea legislativa esitava tra le diverse correnti realiste, costituzionali e repubblicane che la laceravano, e si mostrava assolutamente incapace d'elevarsi all'altezza degli avvenimenti; le sezioni di Parigi e la Comune, negli ultimi venti giorni d'agosto, diventarono il vero cuore della nazione francese per risvegliare la Francia repubblicana, lanciarla contro i re coalizzati e d'accordo con altri comuni, portare l'organizzazione necessaria nel gran movimento dei volontari del 1792. E quando le esitazioni dell'Assemblea, le velleità realiste della maggior parte de' suoi membri e il loro odio per la Comune insurrezionale ridussero il popolo parigino ai furori frenetici delle giornate di settembre, furono le sezioni e la Comune che portarono la calma nelle masse. Appena l'Assemblea legislativa risolvette di pronunciarsi contro la monarchia e i diversi pretendenti al trono, e fece nota (il 4 settembre) questa sua decisione alle sezioni, queste, come abbiamo visto, s'unirono subito in federazione per mettere fine ai massacri che minacciavano d'estendersi dalle prigioni alle strade, e per rispondere della sicurezza di tutti gli abitanti.

Quando la Convenzione si riunì, la mattina del 21 settembre, per decretare l'abolizione della monarchia in Francia, non «osava pronunciare la parola decisiva» di repubblica e sembrava aspettare un incoraggiamento dall'esterno»125. La spinta partì anche questa volta dal popolo di Parigi. Esso accolse il decreto, nella strada, col grido di Viva la Repubblica! e i cittadini della sezione delle Quatre-Nations si recarono alla Convenzione per far pressione su di essa, dichiarandosi felici di pagare col loro sangue «la Repubblica», la quale però non era ancor stata proclamata e fu riconosciuta ufficialmente dalla Convenzione soltanto il giorno seguente.

La Comune di Parigi diventava così una forza che s'imponeva come l'ispiratrice, se non la rivale, della Convenzione, e l'alleata della Montagna.

Inoltre, la Montagna aveva per sè un'altra potenza che s'era costituita durante la Rivoluzione, il club dei Giacobini di Parigi, colle numerose società popolari di provincia che gli si erano affiliate. È vero però che questo club non aveva la potenza e l'iniziativa rivoluzionarie di cui parlano tanti scrittori politici moderni. Lungi dal governare la Rivoluzione, il club dei Giacobini non l'ha che seguita. Il suo personale stesso, composto soprattutto di borghesia agiata, gli impediva di dirigere la Rivoluzione.

In ogni epoca, dice Michelet, i Giacobini s'erano illusi d'essere i saggi e i politici della Rivoluzione, di tenerne le sorti. Essi non la dirigevano, ma la seguivano. Lo spirito del club cambiava ad ogni nuova crisi. Ma il club diveniva immediatamente l'espressione della tendenza che prendeva, a un dato momento, il sopravvento nella borghesia istruita, moderatamente democratica. Il club l'appoggiava, cercando di plasmare l'opinione, in quel dato senso, a Parigi e in provincia, e forniva i funzionari più importanti al nuovo regime. Robespierre che, secondo l'espressione giustissima di Michelet, «rappresentava il giusto mezzo della Montagna», voleva che i Giacobini «potessero servire da intermediari tra l'Assemblea e la strada, spaventare e rassicurare la Convenzione». Ma capì che l'iniziativa sarebbe venuta dalla piazza, dal popolo.

Abbiamo già ricordato che negli avvenimenti del 10 agosto l'influenza dei Giacobini fu nulla. Rimase nulla anche in settembre 1792: il club era stato disertato. Ma a poco a poco, durante l'autunno, la società madre di Parigi fu aumentata dai Cordiglieri e da quel momento il club riprese una strada nuova e diventò il punto di rannodamento di tutta la parte moderata dei repubblicani democratici. Marat vi diventò popolare; ma non gli enragés (arrabbiati), ossia i comunisti, come si direbbe oggi. Il club si oppose loro, e più tardi li combattè.

Nella primavera del 1793, quando la lotta impegnata dai Girondini contro la Comune di Parigi giunse al punto critico, i Giacobini appoggiarono la Comune e i Montagnardi della Convenzione. Li aiutarono a riportar vittoria sui Girondini e a consolidarla. Per mezzo della loro corrispondenza con le società affiliate in provincia, sostennero i rivoluzionari avanzati e li aiutarono a paralizzare, con l'influenza dei Girondini, anche quella dei realisti, che li seguivano di nascosto. Ma più tardi, nel 1894, si schierarono contro i rivoluzionari popolari della Comune, permettendo così alla reazione borghese di fare il colpo di Stato del 9 termidoro.

XXXVII
IL GOVERNO. – LOTTE INTESTINE ALLA CONVENZIONE – LA GUERRA

Primo pensiero della Convenzione fu di sapere quale partito approfitterebbe della vittoria riportata dal popolo sulle Tuileries, chi governerebbe la Rivoluzione, in una parola, invece di pensare come dovesse agire contro il re detronizzato. Così s'impegnarono delle lotte che per otto mesi impedirono lo svolgersi regolare della Rivoluzione, tennero sospese fino al giugno 1793 le grandi questioni, fondiarie ed altre, ridussero il popolo a sciupare le proprie energie, all'indifferenza, a quello stato d'abbattimento che faceva sanguinare il cuore dei contemporanei e che Michelet sentì così bene.

Il 10 agosto, dopo aver pronunciato la sospensione del re, la Legislativa aveva rimesso tutte le funzioni del potere esecutivo centrale a un Consiglio, composto di sei ministri, scelti fuori di essa: i Girondini Roland, Servan, Clavière, Monge, Le Brun, e con essi Danton, che la Rivoluzione aveva elevato al posto di ministro della giustizia. Questo Consiglio non aveva presidente e i suoi ministri presiedevano una settimana ciascuno.

La Convenzione confermò quest'ordine di cose; ma Danton, divenuto l'anima della difesa nazionale e della diplomazia, esercitava un'influenza preponderante nel Consiglio, e allora fu obbligato dagli attacchi della Gironda a dare le dimissioni. Lasciò il ministero il 9 ottobre 1792, e il suo posto fu occupato da Garat, persona insignificante. Dopo questo fatto, Roland diventò l'uomo più influente del Consiglio esecutivo. Era ministro dell'Interno e tenne quel posto fino al gennaio 1793, dimettendosi dopo la morte del re. A questo posto esercitava tutta la propria influenza e permise ai Girondini, che si riunirono intorno a lui e a sua moglie, di spiegare tutta la loro energia per impedire che la Rivoluzione si svolgesse secondo i grandi tratti che le erano stati indicati dal 1789: il trionfo della democrazia popolare, l'abolizione definitiva del regime feudale e l'avviamento verso l'agguagliamento delle ricchezze. Però Danton restò l'ispiratore della diplomazia, e quando si istituì il Comitato di salute pubblica nell'aprile del 1793, egli diventò il vero ministro degli affari esteri di quel Comitato126.

La Gironda, arrivata al potere e dominando la Convenzione, non sapeva però far nulla di positivo. Come disse Michelet, «ella perorava», ma non faceva nulla. Non aveva l'audacia delle misure rivoluzionarie, ma non aveva neppure quella dell'aperta reazione. Di conseguenza, il vero potere, l'iniziativa, l'azione restavano nelle mani di Danton per la guerra e la diplomazia, e nelle mani della Comune, delle sezioni, delle società popolari e, in parte, del club dei Giacobini per le misure rivoluzionarie interne. Incapace d'agire, la Gironda dirigeva gli attacchi più furiosi contro quelli che agivano, specialmente contro «il triumvirato» di Danton, Marat e Robespierre, ch'ella accusava violentemente di tendenze dittatorie. Vi furono giorni in cui tutti si domandavano se quegli attacchi stessero per concretarsi; se Danton fosse colpito d'ostracismo e Marat mandato al patibolo.

Però, siccome le forze della Rivoluzione non erano tutte svanite, quegli attacchi caddero a vuoto. Essi riuscirono anzi a entusiasmare il popolo per Marat (specialmente nei sobborghi Saint-Antoine e Saint-Marceau); aumentarono l'influenza di Robespierre agli occhi dei Giacobini e della borghesia democratica; e innalzarono Danton agli occhi di tutti quelli che amavano la Francia repubblicana che combatteva i re, e vedevano in lui l'uomo d'azione, capace di tener testa all'invasione, di sventare i complotti realisti internamente e d'affermare la Repubblica, anche a prezzo della testa e della propria reputazione politica.

Fin dalle prime sedute della Convenzione, la destra, cioè i Girondini, riprese quella lotta d'odio contro la Comune di Parigi che aveva cominciato alla Legislativa dall'11 agosto. Essi l'attaccano con un odio tale che non ebbero mai neppure per i cospiratori della Corte, eppure debbono il loro potere all'insurrezione preparata dalla Comune!

Sarebbe troppo raccontare qui distesamente gli attacchi della Gironda contro la Comune. Basterà ricordarne qualcuno.

Dapprima s'intimò il rendimento dei conti alla Comune, al suo Comitato di sorveglianza e a Danton. È chiaro che durante i mesi d'agosto e di settembre 1792, così pieni d'agitazioni, in circostanze straordinarie create dal moto del 10 agosto e dall'invasione straniera, il denaro dovette essere speso da Danton, l'unico uomo attivo del ministero, senza far tanti conti. E fu impiegato sia per i negoziati diplomatici che produssero la ritirata dei prussiani, sia per impadronirsi dei fili del complotto del marchese della Rouërie in Bretagna e dei principi in Inghilterra e altrove. Ed è pure evidente che non fu facile di tenere una contabilità esatta al Comitato di sorveglianza della Comune, il quale equipaggiava e spediva ogni giorno in gran fretta i volontari alla frontiera. Ebbene, proprio su questo punto debole, i Girondini diressero i primi colpi e le loro insinuazioni, esigendo (dal 30 settembre) un completo rendimento di conti. Il potere esecutivo della Comune (il Comitato di sorveglianza) riuscì a rendere brillantemente i conti e a giustificare i suoi atti politici127. Ma quanto alla provincia, si riuscì a suscitare qualche dubbio sull'onestà di Danton e della Comune, e i Girondini, nelle loro lettere agli amici e committenti ne tirarono il massimo profitto.

Nello stesso tempo, i Girondini cercarono di dare alla Convenzione una guardia contro rivoluzionaria. Volevano che il direttorio di ogni dipartimento (i direttori, come si sa, erano reazionari) mandasse a Parigi quattro uomini di fanteria e due a cavallo, – in tutto 4,470 uomini, – per salvaguardare la Convenzione contro i possibili attacchi del popolo di Parigi e della sua Comune. Per resistere a questo voto ed impedire la formazione di questa guardia contro rivoluzionaria a Parigi, fu necessaria una forte agitazione delle sezioni, che nominarono dei commissari speciali e minacciarono una nuova insurrezione.

I Girondini non cessarono soprattutto di rammentare i massacri di settembre, per attaccare Danton che in quei giorni s'era mostrato a fianco della Comune e delle sezioni. Dopo aver «steso un velo» su quei giorni e averli quasi giustificati per bocca di Roland (cap. XXXV), come prima avevan giustificato i massacri della Glacière a Lione per mezzo di Barbaroux128; ora tanto dissero e tanto fecero alla Convenzione che il 20 gennaio 1793 ottenevano delle procedure contro gli autori dei massacri di settembre. Essi speravano di vedervi crollare la reputazione di Danton, Robespierre, Marat e della Comune.

A poco a poco, approfittando della corrente costituzionalista e realista che si formava nella borghesia dopo il 10 agosto, i Girondini riuscirono a creare in provincia un sentimento ostile a Parigi, alla Comune e a tutto il partito montagnardo.

Parecchi dipartimenti mandarono perfino dei distaccamenti di federati per difendere la Convenzione contro «gli agitatori avidi di tribunato e di dittatura», Danton, Marat, Robespierre, e contro il popolo parigino. All'appello di Barbaroux, Marsiglia – questa volta la Marsiglia «commerciante» mandò a Parigi nell'ottobre 1792, un battaglione dì federati, formato da giovani ricchi della città mercantile, che percorrevano le vie domandando le teste di Robespierre e Marat. Eran quelli i precursori della reazione di termidoro; ma per fortuna il popolo parigino sventò quel piano guadagnando quei federati alla causa della Rivoluzione.

Intanto i Girondini non mancavano d'attaccare direttamente la rappresentanza federale delle sezioni di Parigi. Volevano annientare ad ogni costo la Comune insurrezionale del 10 agosto, e ottennero, verso la fine di novembre, delle nuove elezioni per il Consiglio generale della municipalità parigina. Pétion, il sindaco girondino, dava le dimissioni nello stesso momento. Però, anche questa volta le sezioni riuscirono a rendere vane quelle manovre. Non solamente i Montagnardi ebbero la maggioranza di voti nelle elezioni, ma si nominò procuratore della Comune Chaumette, un rivoluzionario dei più avanzati e popolari, e divenne suo sostituto Hébert, redattore del Père Duchesne (2 dicembre 1792). Pétion, che non rispondeva più ai sentimenti rivoluzionari del popolo parigino, non fu rieletto e Chambon, moderato, prese il suo posto restandovi due mesi soli. Il 14 febbraio 1793 veniva sostituito da Pache.

In tal modo si costituì la Comune rivoluzionaria del 1793, la Comune di Pache, Chaumette e Hébert, che fu rivale della Convenzione ed ebbe una parte così potente nell'espulsione dei Girondini il 31 maggio 1793. Essa spinse avanti ardentemente la rivoluzione popolare, egualitaria, antireligiosa e qualche volta comunista dell'anno II° della Repubblica.

La questione più importante del momento era la guerra. Lo svolgimento ulteriore della Rivoluzione dipendeva dalle vittorie riportate dall'armata.

Abbiamo visto che i rivoluzionari avanzati, come Marat e Robespierre, non volevano la guerra. Ma la Corte, per salvare il despotismo reale, invocava l'invasione tedesca; i preti e i nobili vi brigavano per riconquistare i vecchi privilegi; i governi vicini vi scorgevano un mezzo per combattere lo spirito rivoluzionario che già si svegliava nei loro dominii e nello stesso tempo coglievan l'occasione di strappare alla Francia delle provincie e delle colonie. D'altra parte, i Girondini desideravano la guerra, vedendo in essa il solo mezzo di limitare l'autorità del re senza far appello alla sollevazione popolare. «Voi volete fare la guerra, perchè non volete far appello al popolo», diceva loro Marat, e aveva ragione.

I contadini dei dipartimenti di frontiera, vedendo i soldati tedeschi, condotti dagli emigrati, ammassarsi sul Reno e nei Paesi Bassi, capivano che bisognava difendere a mano armata i loro diritti sulle terre che avevano riprese ai nobili e al clero. Così, quando la guerra fu dichiarata all'Austria, il 20 aprile 1792, un entusiasmo immenso scoppiò nelle popolazioni dei dipartimenti vicini alla frontiera dell'Est. Le leve di volontari, per un anno, furono fatte immediatamente al canto del Ça ira! e i doni patriottici affluirono da ogni parte. Ma nelle regioni dell'Ovest e del Sud-Ovest, non fu lo stesso. Là, le popolazioni non volevano la guerra.

Del resto, non c'era nulla di pronto per la guerra. Le forze della Francia (non più di 130,000 uomini, dispersi dal mare del Nord alla Svizzera, male in arnese e comandati da ufficiali e da stati maggiori realisti) non eran certo bastanti per resistere all'invasione.

Dumouriez e Lafayette concepirono dapprima il piano ardito d'invadere il Belgio, che aveva già cercato nel 1790 di staccarsi dall'Austria; ma era stato dominato con le armi. I liberali belga chiamavano i francesi. Ma il colpo non riuscì e da quel momento i generali francesi si tennero sulla difensiva, tanto più che la Prussia s'era unita all'Austria e ai principi di Germania per invadere la Francia e che questa coalizione era fortemente sostenuta dalla Corte di Torino e appoggiata segretamente dalle Corti di Pietroburgo e di Londra.

Il 26 luglio 1792, il duca di Brunswick che comandava un esercito d'invasione di 70,000 prussiani e di 68,000 austriaci, assiani ed emigrati, si metteva in marcia da Coblenza, lanciando un manifesto che sollevò l'indignazione di tutta la Francia. Prometteva di mettere a fuoco tutte le città che osassero difendersi e di sterminare gli abitanti come ribelli. Parigi, se solamente osasse forzare il palazzo del re, subirebbe un'esecuzione militare, di cui la memoria e l'esempio sarebbero eterni.

Tre armate tedesche dovevano entrare in Francia e dirigersi verso Parigi. Il 19 agosto, l'armata prussiana passava la frontiera e s'impadroniva, senza combattere, di Longwy e Verdun.

Abbiamo visto l'entusiasmo che la Comune seppe provocare a Parigi quando si seppero queste notizie e come essa rispose facendo fondere i sarcofaghi di piombo dei ricchi per farne dei proiettili e le campane e gli oggetti in bronzo per farne dei cannoni, mentre i templi si trasformavano in vasti cantieri, ove migliaia di persone cucivano le divise dei volontari, cantando il Ça ira! e l'inno potente di Rouget de l'Isle.

Gli emigrati avevano fatto credere ai re coalizzati che avrebbero trovato la Francia pronta a riceverli a braccia aperte. Ma il contegno francamente ostile dei contadini e le giornate di settembre a Parigi fecero riflettere gl'invasori. Gli abitanti delle città e dei dipartimenti dell'Est capivano bene che il nemico era venuto per spogliarli delle loro conquiste. E fu soprattutto, come s'è visto, nelle regioni dell'Est che la sollevazione delle città e campagne riuscì meglio ad abbattere la feudalità.

Ma non bastava l'entusiasmo per vincere. L'armata prussiana s'avanzava e, unita a quella austriaca, entrava già nella foresta delle Argonne, che si stende su una lunghezza di undici leghe, separando la valle della Mosa dalla Sciampagna pouilleuse.129 L'esercito di Dumouriez cercò d'arrestarvi l'invasione con delle marcie forzate; ma inutilmente. Esso riuscì invece a occupare in tempo una posizione favorevole, a Valmy, presso l'uscita della grande foresta. Qui i prussiani subirono, il 20 settembre, la loro prima sconfitta, cercando d'impadronirsi delle colline occupate dai soldati di Dumouriez. In queste condizioni, la battaglia di Valmy fu una vittoria importante – la prima vittoria dei popoli sui re – e fu salutata come tale da Goethe che accompagnava l'esercito del duca di Brunswick.

L'esercito prussiano, arrestato in principio nelle foreste delle Argonne da pioggie torrenziali e mancando di tutto nelle aride pianure che si stendevano davanti ad esso, era in preda alla dissenteria che ne faceva strage. Le strade erano impraticabili, i contadini in agguato – tutto faceva presagire una campagna disastrosa.

Allora Danton negoziò col duca di Brunswick la ritirata dei prussiani. Non si sa ancora quali ne fossero le condizioni. Danton ha forse promesso, com'è stato affermato, di far il possibile per salvare la vita di Luigi XVI? Può darsi. Ma se questa promessa fu fatta, vi furono certo delle condizioni, e noi non sappiamo quali impegni si assunsero gl'invasori in compenso, oltre la ritirata dei prussiani. Fu forse promessa la ritirata simultanea degli austriaci? Si parlò d'una rinuncia formale da parte di Luigi XVI al trono di Francia? Noi possiamo fare soltanto delle congetture.

Il fatto è che il 1° ottobre il duca di Brunswick incominciò a ritirarsi, per Grand-Pré e Verdun. Verso la fine del mese, ripassava il Reno a Coblenza, accompagnato dalle maledizioni degli emigrati.

Dumouriez, dopo aver dato a Westermarin l'ordine di «ricondurre cortesemente» i prussiani, senza incalzarli troppo, andò l'11 ottobre a Parigi, evidentemente per studiare il terreno e determinare la sua linea di condotta. Egli fece in modo di non prestar giuramento alla Repubblica, ma questo non gl'impedì d'essere ben ricevuto dai Giacobini, e da quel momento si mise senza dubbio ad appoggiare la candidatura del duca di Chartres al trono di Francia.

Si paralizzò anche l'insurrezione preparata in Bretagna dal marchese della Rouërie, la quale doveva scoppiare mentre i tedeschi marciavano su Parigi. Fu denunciata a Danton, che riuscì ad impadronirsi di tutti i fili di essa, tanto in Bretagna quanto a Londra. Ma Londra restava il centro delle cospirazioni dei principi e l'isola di Jersey fu il centro degli armamenti realisti nell'intenzione di uno sbarco, che si proponevano di fare sulle coste della Bretagna, per impadronirsi di Saint-Malo e dare agli inglesi questo porto militare e mercantile di così grande importanza.

Nello stesso tempo, l'esercito del Sud, comandato da Montesquiou, entrava in Savoia, proprio il giorno dell'apertura della Convenzione. S'impadronì di Chambéry quattro giorni dopo, e portò la rivoluzione dei contadini in quella provincia.

Alla fine del mese di settembre, un esercito della Repubblica, comandato da Lauzun e Custine, passava il Reno e s'impadroniva di Spira presa d'assalto (30 settembre). Worms si arrendeva quattro giorni più tardi, e il 23 ottobre, Magonza e Francoforte sul Meno erano occupate dalle armate dei sanculotti.

Al Nord, le vittorie si susseguivano. Verso la fine d'ottobre, i soldati di Dumouriez entravano nel Belgio e il 6 novembre riportavano una grande vittoria sugli austriaci a Jemmapes, nei dintorni di Mons. Dumouriez aveva fatto in modo che questa vittoria rendesse evidente il valore del figlio del duca di Chartres, sacrificando a questo fine due battaglioni di volontari parigini.

Tale vittoria apriva il Belgio all'invasione francese. Mons era stata occupata l'8, e il 14, Dumouriez entrava in Bruxelles. Il popolo ricevette i soldati della Repubblica a braccia aperte.

Esso aspettava da quei soldati l'iniziativa d'una serie di misure rivoluzionarie, specialmente concernenti la proprietà fondiaria. Era pure tale l'opinione dei Montagnardi, – di Cambon almeno. Egli aveva organizzato l'immensa operazione della vendita dei beni del clero come garanzia degli assegnati, e in quel momento stava organizzando la vendita dei beni degli emigrati, così non domandava di meglio d'applicare lo stesso sistema nel Belgio. Ma la Rivoluzione che avrebbe potuto rendere solidali i belga e i francesi non riuscì; sia che i Montagnardi avessero mancato d'audacia, assaliti com'erano dai Girondini per la loro mancanza di rispetto verso la proprietà; sia perchè le idee della Rivoluzione non trovassero l'appoggio necessario nel Belgio, dove i proletari soli eran loro favorevoli, mentre la borghesia agiata e la potenza formidabile dei preti le avversavano.

Tanti successi e tante vittorie rendevano arditi i fautori della guerra, e i Girondini trionfavano. Il 15 dicembre, la Convenzione lanciò un decreto nel quale sfidava tutte le monarchie e dichiarava che la pace non verrebbe conclusa con nessuna potenza, finchè l'armata straniera non fosse stata respinta dal territorio della Repubblica. Però, la situazione internamente si presentava sotto un aspetto piuttosto oscuro, e esternamente, le vittorie stesse della Repubblica contribuivano a suggellare l'unione tra le monarchie.

L'invasione del Belgio determinò la linea di condotta dell'Inghilterra.

Il risveglio delle idee repubblicane e comuniste fra gli inglesi, che si concretò con la fondazione delle società repubblicane e trovò nel 1793 la sua espressione letteraria nella notevole opera comunista-libertaria di Godwin (Della giustizia politica), aveva ispirato ai repubblicani francesi, specialmente a Danton, la speranza di trovare appoggio in un movimento rivoluzionario inglese130. Ma gl'interessi industriali e mercantili furono i più forti nelle Isole Britanniche. E quando la Francia repubblicana invase il Belgio e s'accampò nella valle della Schelda e del Reno, minacciando d'impadronirsi anche dell'Olanda, la politica inglese fu risolta.

Togliere le sue colonie alla Francia, distruggerne la potenza marittima, arrestarne lo sviluppo industriale e l'espansione coloniale, tale fu la politica che unì la maggioranza in Inghilterra. Il partito di Fox fu schiacciato, e quello di Pitt trionfò. Da quel momento, l'Inghilterra forte della sua flotta e del denaro con cui sovvenzionava le potenze continentali, comprese la Russia, la Prussia e l'Austria, andò a capo della coalizzazione europea e vi rimase per un quarto di secolo. Era dunque la guerra tra le due rivali che si dividevano i mari, la guerra fino all'estremo. Queste guerre forzarono la Francia a ricorrere alla dittatura militare.

Finalmente, se Parigi, minacciata dall'invasione, fu presa da sublime slancio e accorse ad unirsi ai volontari dei dipartimenti orientali, fu però la guerra stessa che diede il primo impulso alla sollevazione della Vandea. Fornì ai preti l'occasione di sfruttare la ripugnanza di quella popolazione a lasciare i propri luoghi, per andare a combattere chi sa dove, alla frontiera. Essa ajutò a risvegliare il fanatismo dei vandeani e a sollevarli nel momento in cui i tedeschi entravano in Francia. Si vide più tardi quanto male fece alla Rivoluzione questa rivolta.

E se si fosse trattato solo della Vandea! Dappertutto la guerra creò uno stato di cose tanto orribile per la maggior parte dei poveri, che ci si domanda come mai la Repubblica sia riuscita ad attraversare una crisi così formidabile.

Il raccolto del 1792 fu buono pei grani e mediocre soltanto, in causa delle piogge, pei grani piccoli. L'esportazione dei cereali era proibita, eppure si aveva la carestia! Nelle città non ne avevan vista una così terribile da molto tempo. Lunghe file di uomini e di donne assediavano le panetterie e le macellerie, passando tutta la notte sotto la neve e la pioggia, senz'essere sicuri di rincasare il domani con una pagnotta pagata a prezzo esorbitante. E questo accadeva in un momento in cui le industrie eran quasi tutte ferme, e il lavoro mancava.

Gli è che non si può togliere impunemente a una nazione di venticinque milioni d'abitanti, quasi un milione d'uomini nel fior degli anni e, forse, un mezzo milione di bestie da tiro, per i bisogni della guerra, senza che la produzione agricola ne soffra. E non si abbandonano le derrate d'una nazione allo spreco inevitabile delle guerre, senza che le strettezze dei miseri diventino sempre più dolorose, mentre una quantità di speculatori s'arricchisce a spese del tesoro pubblico131.

Tutte quelle questioni vitali s'accavallavano tempestosamente in seno d'ogni società popolare delle provincie, d'ogni sezione delle grandi città, per salire di là alla Convenzione. E sopra a tutte, s'elevava la questione capitale, alla quale tante altre venivano a congiungersi: «Cosa si farebbe del re?»

XXXVIII
IL PROCESSO DEL RE

I due mesi trascorsi dall'apertura della Convenzione fino al processo del re sono ancora un enigma per la storia.

La prima questione che si doveva imporre alla Convenzione appena riunita, era certamente quella di sapere come si sarebbe agito verso il re e la sua famiglia imprigionati al Tempio. Era impossibile tenerli là per un tempo indefinito, finchè l'invasione fosse respinta e una costituzione repubblicana votata e accettata dal popolo. Come la Repubblica avrebbe potuto fissarsi mentre teneva nelle sue prigioni un re e il suo erede legittimo, senza osare d'agire contro di loro?

Inoltre, divenuti semplici privati che, tolti dalla reggia, abitavano in famiglia una prigione, Luigi XVI, Maria Antonietta e i loro figlioli apparivano come dei martiri interessanti, per i quali i realisti s'entusiasmavano e sui quali s'impietosivano i borghesi e perfino i sanculotti che montavano la guardia al Tempio.

Simile situazione non poteva durare. Eppure passarono quasi due mesi, durante i quali la Convenzione discusse su ogni sorta di cose, senza affrontare la prima conseguenza del 10 agosto – la sorte del re. Questo ritardo, a nostro parere, doveva essere voluto, e noi possiamo spiegarlo solo ammettendo che si era, in quel momento, in trattative colle corti europee, trattative che non sono ancor state divulgate, ma che riguardavano certo l'invasione e dalla riuscita delle quali doveva dipendere la piega che avrebbe presa la guerra.

Si sa già che Danton e Dumouriez avevano avuto dei colloqui col comandante dell'armata prussiana, per farlo risolvere a separarsi dagli austriaci ed a operare la propria ritirata. Si sa pure che una delle condizioni imposte dal duca di Brunswick (probabilmente non accettata) fu quella di non portare la mano su Luigi XVI. Ma vi doveva essere qualche cosa di più. Simili negoziati furono probabilmente impegnati anche con l'Inghilterra. E come spiegarsi il silenzio della Convenzione e la pazienza delle sezioni, senza ammettere che la Montagna e la Gironda erano d'intesa?

Eppure, per noi oggi è evidente che non potevano riuscire trattative di quel genere, e questo per due ragioni. La sorte di Luigi XVI e della sua famiglia non interessava abbastanza il re di Prussia, nè quello d'Inghilterra, e neppure il fratello di Maria Antonietta, l'imperatore d'Austria, per sacrificare gl'interessi politici nazionali agl'interessi personali dei prigionieri del Tempio. Ciò riesce evidente dalle trattative che ebbero luogo più tardi riguardo alla liberazione di Maria Antonietta e della signora Elisabeth. E d'altra parte, i re coalizzati non trovarono in Francia, nella classe istruita, l'unità di sentimenti repubblicani che potesse far svanire la loro folle speranza di ristabilire la monarchia. Trovarono invece gl'intellettuali della borghesia molto disposti ad accettare sia il duca d'Orleans (gran maestro della Massoneria, alla quale appartenevano tutti i rivoluzionari più in vista), sia suo figlio, il duca di Chartres, il futuro Luigi Filippo, sia lo stesso Delfino.

Ma il popolo s'impazientiva. Le società popolari in tutta la Francia domandavano che il processo del re non fosse più differito, e il 19 ottobre, la Comune fece noto questo voto di Parigi davanti alla Convenzione. Finalmente, il 3 novembre, si ebbe un primo passo. Fu letto un rapporto per domandare che si mettesse in istato d'accusa Luigi XVI, e i principali capi d'accusa furono formulati il domani. Il 13, s'aprì la discussione su questo soggetto. Però, la cosa sarebbe andata ancora per le lunghe se, il 20 novembre, il fabbro Gamain, che aveva insegnato a far serrature a Luigi XVI, non fosse andato a denunciare a Roland l'esistenza alle Tuileries d'un armadio segreto per racchiudervi delle carte, posto in un muro da Gamain stesso e dal re.

Il fatto è noto. Un giorno, nell'agosto 1792, il re fece venire Gamain da Versailles perchè l'aiutasse a porre in un muro dietro un arazzo, una porta di ferro che lui stesso aveva fatta per chiudere una specie d'armadio segreto. Quando il lavoro fu finito, Gamain ripartì durante la notte per Versailles, dopo aver bevuto un bicchier di vino e mangiato un biscotto offertigli dalla regina. Egli cadde in cammino, preso di colica violenta, e, da quel momento, fu sempre malato. Credendosi avvelenato – o forse spintovi dalla paura – denunciò a Roland l'esistenza dell'armadio. Roland, senza avvertire nessuno, s'impadronì immediatamente delle carte che vi trovò, le portò a casa, le esaminò con sua moglie e, dopo avervi apposto il suo sigillo, le portò alla Convenzione.

Si capisce quale profonda sensazione dovesse produrre quella scoperta, soprattutto quando si seppe da quelle carte che il re aveva pagato i servizi di Mirabeau, che i suoi agenti gli avevano proposto di comprare undici membri influenti della Legislativa (si sapeva già che Barnave e Lameth erano stati guadagnati alla sua causa), e che Luigi XVI continuava a pagare alcune sue guardie licenziate, passate al servizio de' suoi fratelli di Coblenza e che marciavano ora con gli austriaci contro la Francia.

Soltanto oggi che abbiamo in mano tanti documenti comprovanti il tradimento di Luigi XVI, e possiamo vedere quali forze s'opponessero alla sua condanna, comprendiamo come fu difficile per la Rivoluzione di condannare e uccidere il re. Tutto quanto v'era di pregiudizio, di servilità aperta e latente nella società, di timore per le fortune da parte dei ricchi e di diffidenza verso il popolo, tutto si riunì per arrestare il processo. La Gironda, fedele specchio di questi timori, fece di tutto per impedire dapprima che il processo avesse luogo, poi perchè esso finisse con una condanna di morte e, infine, perchè la pena fosse applicata132. Parigi dovette minacciare la Convenzione d'un'insurrezione per forzarla a pronunciare il suo giudizio nel processo cominciato e a non rimandarne l'esecuzione. E fino ad oggi, quanti paroloni, quante lagrime negli storici quando parlano del processo!

Eppure, di che si trattava? Se un generale qualunque avesse fatto ciò che fece Luigi XVI per chiamare l'invasione straniera e appoggiarla, quale storico moderno (gli storici sono tutti difensori della «ragione di Stato») avrebbe esitato un sol momento a domandare la morte di quel generale? Ma allora perchè tanti lamenti quando il traditore era il comandante di tutti gli eserciti?

Secondo tutte le tradizioni e tutti gli artifici che servono ai nostri storici e ai nostri giuristi per stabilire i diritti del «capo dello Stato», la Convenzione era il sovrano in quel momento. A lei, ed a lei sola apparteneva di giudicare il sovrano che il popolo aveva detronizzato, come a lei sola apparteneva il diritto di legislazione sfuggito dalle sue mani. Giudicato dalla Convenzione, Luigi XVI era – secondo il loro linguaggio – giudicato da' suoi pari. E questi, avendo acquistato la certezza morale del suo tradimento, non avevano certo da scegliere. Dovevano pronunciare la morte. Non si trattava più di clemenza, poichè scorreva sangue alla frontiera. Anche i re congiurati lo sapevano e lo capivano benissimo.

Quanto alla teoria svolta da Robespierre e da Saint-Just secondo la quale la Repubblica aveva il diritto di uccidere in Luigi XVI il proprio nemico, Marat ebbe perfettamente ragione di protestare. Questo avrebbe potuto farsi durante la lotta del 10 agosto, o immediatamente dopo, ma non tre mesi dopo il combattimento. Ora, restava soltanto da giudicare Luigi XVI, con tutta la pubblicità possibile, affinchè i popoli e la posterità potessero giudicare da se stessi tanta impostura e tanto gesuitismo.

Per ciò che riguarda il fatto d'alto tradimento dalla parte di Luigi XVI e di sua moglie, noi che possediamo la corrispondenza di Maria Antonietta con Fersen e le lettere di costui a diverse persone, dobbiamo riconoscere che la Convenzione giudicò bene, anche non avendo le prove schiaccianti che possediamo oggi. Ma essa aveva tanti fatti accumulati nello scorcio dei tre ultimi anni, tante confessioni sfuggite ai realisti e alla regina, tanti atti di Luigi XVI dopo la fuga a Varennes, i quali, sebbene amnistiati dalla Costituzione del 1791, servivano però a spiegare i suoi atti ulteriori, – che tutti ebbero la certezza morale del suo tradimento. Nessuno contestò il fatto del tradimento, neppure tra quelli che cercarono di salvare Luigi XVI. E neanche il popolo di Parigi ebbe qualche dubbio a questo proposito.

In realtà, il tradimento cominciò con la lettera che Luigi XVI scrisse all'imperatore d'Austria, lo stesso giorno in cui giurò la Costituzione, nel settembre 1791, fra le acclamazioni entusiastiche della borghesia parigina. Segue poi la corrispondenza di Maria Antonietta con Fersen, interamente fatta col consenso del re. Non v'ha nulla dì più odioso di questa corrispondenza. Dal fondo delle Tuileries, i due traditori, la regina e il re, chiamavano l'invasione, la preparavano, le tracciavano il cammino, la informavano delle forze e dei piani militari. Maria Antonietta, con la mano delicata e abile, prepara l'entrata trionfale in Parigi degli alleati tedeschi e il massacro in massa dei rivoluzionari. Il popolo aveva ben compresa quella ch'egli chiamava «la Medici» e che gli storici oggi vogliono considerare come una povera stordita133.

Legalmente, non si ha dunque nulla da rimproverare alla Convenzione. Per sapere poi se la morte del re non ha fatto più male di quel che avrebbe potuto generare la di lui presenza tra i soldati tedeschi e inglesi, non v'è che un'osservazione da fare. Fin che il potere reale fosse considerato dai possidenti e dai preti (e lo è ancora) come il miglior mezzo di tenere in briglia quelli che vogliono spodestare i ricchi ed abbassare la potenza dei preti, il re, morto o vivo, prigioniero o libero, decapitato e canonizzato, oppure cavaliere errante vicino ad altri re, sarebbe sempre stato l'oggetto d'una leggenda commovente propagata dal clero e da tutti gl'interessati.

Invece, mandando Luigi XVI al patibolo, la Rivoluzione finiva di distruggere un principio che i contadini avevano cominciato a distruggere a Varennes. Il 21 gennaio 1793, la parte rivoluzionaria del popolo francese comprese perfettamente che era finalmente distrutto il perno di tutta la forza che, per dei secoli, aveva oppresso e sfruttato le masse. La demolizione di quella potente organizzazione che schiacciava il popolo, cominciava; la sua arca era infranta, e la rivoluzione popolare prendeva un nuovo slancio.

Da quel momento, la monarchia di diritto divino non ha mai più potuto ristabilirsi in Francia, neppure con l'appoggio dell'Europa coalizzata, neppur con l'aiuto dello spaventevole Terrore Bianco della Restaurazione. E non sono mai riescite nemmeno le monarchie nate dalle barricate o da un colpo di Stato, come s'è ben visto nel 1848 e nel 1870. Uccidere la superstizione della monarchia, è un non lieve guadagno pel popolo.

I Girondini però fecero il possibile per impedire la condanna del re. Essi invocarono tutti gli argomenti giuridici, e ricorsero a tutte le astuzie parlamentari. Vi furori perfino dei momenti in cui il processo del re stava per trasformarsi in un processo dei Montagnardi. Ma nulla valse. La logica della situazione trionfò sui cavilli della tattica parlamentare.

Si parlò dapprima dell'inviolabilità del re stabilita dalla Costituzione; ma a questo si rispose vittoriosamente che l'inviolabilità non esisteva più da quando il re tradiva e la Costituzione e la patria.

Fu domandato in seguito un tribunale speciale, formato da rappresentanti degli 83 dipartimenti, e quando fu evidente che la proposta sarebbe stata respinta, i Girondini vollero che il giudizio fosse sottomesso alla ratificazione dei 36,000 comuni e delle assemblee primarie, con appello nominale di ogni cittadino, ma questo significava rimettere in discussione i risultati del 10 agosto e la Repubblica.

Quando fu evidente l'impossibilità di scaricare il processo sulle spalle delle assemblee primarie, i Girondini stessi, che avevano tanto appoggiato e raccomandato la guerra a oltranza contro tutta l'Europa, sì preoccuparono dell'effetto che avrebbe prodotto su tutta l'Europa la morte di Luigi XVI. Come se l'Inghilterra, la Prussia, l'Austria, la Sardegna avessero atteso la morte di Luigi XVI per coalizzarsi nel 1792! Come se la Repubblica democratica non fosse loro abbastanza odiosa; se l'attrattiva dei grandi porti commerciali della Francia, delle sue colonie e delle provincie dell'Est non bastasse per coalizzare i re contro di essa, affine di approfittare del momento in cui la creazione d'una nuova società poteva forse diminuire la sua forza di resistenza esteriore!

Respinti anche su questo punto dalla Montagna, i Girondini fecero allora una diversione assalendo la Montagna stessa e domandando che si processassero «i fautori delle giornate di settembre,» intendendo parlare di Danton, Marat e Robespierre, «i dittatori», il «triunvirato».

Intanto, tra quei dibattiti, la Convenzione aveva risolto, il 3 dicembre, che giudicherebbe lei stessa il re; ma appena questa risoluzione fu presa, il Girondino Ducos tentava una diversione, per ricominciare tutta la discussione. Col domandare la pena di morte per «chiunque proporrà di ristabilire in Francia i re o la monarchia, sotto qual si voglia dominazione», la Gironda lanciava contro i Montagnardi un'insinuazione la quale significava che questi cercavano d'innalzare al trono il duca d'Orléans. Si cercava di sostituire così al processo del re quello contro la Montagna.

Finalmente, l'11 dicembre, Luigi XVI comparve davanti alla Convenzione. Fu sottomesso a un interrogatorio, e le sue risposte fecero certamente cadere le ultime simpatie che esistevano ancora per lui. Michelet si domanda se un uomo può mentire come mentiva Luigi. E non riesce a spiegarsi tanta furfanteria, che pel fatto d'avere Luigi XVI subìto tutta la tradizione dei re e l'influenza dei gesuiti, in modo da ispirargli l'idea che la ragione di Stato permette tutto a un re.

L'impressione prodotta da questo interrogatorio dovette essere così brutta, che i Girondini, comprendendo che sarebbe stato impossibile salvare il re, fecero una nuova diversione domandando l'espulsione del duca d'Orléans. La Convenzione si lasciò ingannare e votò l'espulsione, ma revocò tale decisione il giorno seguente, dopo la disapprovazione del club dei Giacobini.

Il processo però seguiva già il suo corso. Il 26 dicembre, Luigi XVI comparve una seconda volta davanti alla Convenzione coi suoi avvocati, Malesherbes, Tronchet e Desèze; si ascoltò la sua difesa, e fu evidente che sarebbe stato condannato. Non c'era più mezzo d'interpretare i suoi atti come errori di giudizio o come storditezze. Si trattava di tradimento cosciente e scaltro, come disse il domani Saint-Just.

Se la Convenzione e il popolo parigino potevano così farsi un'opinione precisa su Luigi XVI, – come uomo e come re – si capisce che non poteva essere la stessa cosa per le città e i villaggi in provincia. S'indovina quale burrasca di passioni si sarebbe scatenata se il voto della pena fosse stato rinviato alle assemblee primarie. La maggior parte dei rivoluzionari era alla frontiera, dunque si sarebbe lasciato la decisione come dice Robespierre (28 dicembre), «ai ricchi, amici naturali della monarchia, agli egoisti, agli uomini vili e deboli, a tutti i borghesi orgogliosi e aristocratici, tutti uomini nati per strisciare e per opprimere sotto un re».

Non si potranno mai chiarire tutti gl'intrighi che si fecero in quel momento a Parigi tra «gli uomini di Stato». Basti dire che, il 1° gennaio 1793, Dumouriez era accorso a Parigi e che vi restò fino al 26 occupato in trattative clandestine con le diverse frazioni, mentre Danton restava fino al 14 gennaio all'armata di Dumouriez134.

Il 14, finalmente, dopo una discussione molto tumultuosa, la Convenzione decise di votare, per appello nominale, su tre punti: se Luigi XVI era colpevole di «cospirazione contro la libertà della nazione e d'attentato contro la sicurezza generale dello Stato»; se il giudizio sarebbe sottomesso alla sanzione del popolo, e quale sarebbe la pena.

L'appello nominale cominciò il domani, il 15. Su 749 membri della Convenzione, 716 dichiararono colpevole il re (12 membri erano assenti per malattia o in missione, 5 s'astennero dalla votazione). Nessuno disse no. L'appello al popolo fu respinto con 423 voti su 709 votanti. Parigi intanto, specialmente i sobborghi, era in uno stato di profonda eccitazione.

L'appello nominale sul terzo punto – la pena – durò venticinque ore di seguito. E qui ancora una volta, forse per consiglio dell'ambasciata di Spagna e, fors'anche, per mezzo delle sue piastre, un deputato, Mailhe, cercò d'intricare le cose votando un rinvio dell'esecuzione e il suo esempio fu seguito da 26 membri. Per la pena di morte senza condizioni si ebbero 387 voti su 721 votanti (12 assenti e 5 astensioni). La condanna fu così pronunciata con una maggioranza di soli 53 voti – di 26 voti appena non contando i voti condizionali con rinvio. E questo accadeva in un momento in cui era evidente che il re aveva tramato dei tradimenti e che il lasciarlo vivere sarebbe stato come armare la metà della Francia contro l'altra, dare una buona parte della repubblica agli stranieri e, infine, arrestare la Rivoluzione quando, dopo tre anni di burrasche, durante i quali non s'era fatto nulla di durevole, s'offriva l'occasione di affrontare le grandi questioni che agitavano il paese!

Ma i timori della borghesia erano così grandi, che il giorno dell'esecuzione della condanna essa s'aspettava un massacro generale.

Il 21 gennaio 1793, Luigi XVI moriva sul patibolo. Non esisteva più uno dei principali ostacoli ad ogni rigenerazione sociale della Repubblica. Luigi XVI aveva sperato fino all'ultimo momento, a quanto pare, d'essere liberato da una sollevazione, e, difatti, era stato preparato un tentativo per rapirlo lungo la strada. La vigilanza della Comune lo fece andare a vuoto.

XXXIX
MONTAGNA E GIRONDA

Dal 10 agosto, la Comune di Parigi datava i suoi atti con «l'anno IV° della Libertà e I° dell'Eguaglianza». La Convenzione datava i suoi con «l'anno IV° della Libertà e l'anno I° della Repubblica Francese». Da questo piccolo particolare si scorgono già le due concezioni.

Una nuova rivoluzione s'innesterà sulla precedente? Oppure, si finirà soltanto di stabilire e legalizzare le libertà politiche avute fino dal 1789, contentandosi di consolidare il governo della borghesia, alquanto democratizzato, senza neppure chiamare la massa del popolo a godere dell'immenso cambiamento delle ricchezze compiuto dalla Rivoluzione?

Come si vede, sono due concezioni perfettamente diverse e sono rappresentate alla Convenzione dalla Montagna e dalla Gironda.

Da una parte si trovano coloro i quali capiscono che per distruggere l'antico regime feudale, non basta di scriverne un principio d'abolizione nelle leggi; che per finirla col regime assoluto, non basta detronizzare un re, issare l'emblema della Repubblica sugli edifici, e metterne il nome in testa agli atti ufficiali. Essi capiscono che tutto ciò non è che un principio d'esecuzione, la sola creazione di condizioni che permetteranno, forse, di rifare le istituzioni. Coloro che capiscono così la Rivoluzione, sono appoggiati da tutti quelli i quali vogliono che la grande massa della popolazione esca finalmente dall'orribile miseria, profonda e degradante, in cui l'antico regime l'aveva immersa. Essi cercano, procurano di scoprire nelle lezioni date dalla Rivoluzione i mezzi per rialzare la massa, fisicamente e moralmente. La grande quantità di poveri a cui la Rivoluzione ha aperto gli occhi è con loro.

Dall'altra parte si trovano i Girondini – partito formidabile per il numero. I Girondini non sono soltanto i duecento membri raggruppati intorno a Vergniaud, Brissot e Roland. È un'immensa parte della Francia: quasi tutta la borghesia agiata; tutti i costituzionali, resi repubblicani dalla forza degli avvenimenti; ma che temono la Repubblica, perchè hanno paura della dominazione delle masse. E, dietro questi, pronti a sostenerli, in attesa del momento di schiacciarli a profitto della monarchia, si trovano tutti coloro che tremano per le loro ricchezze e per i loro privilegi, tutti quelli che la Rivoluzione ha colpiti e che invocano l'antico regime.

Insomma, oggi si vede chiaramente che non solamente la Pianura, ma i tre quarti dei Girondini erano realisti come i Foglianti. Poichè, se alcuni dei loro capi sognavano una specie di repubblica antica, senza re, ma con un popolo docile alle leggi fatte per i ricchi e le persone istruite, la maggior parte accettava benissimo la monarchia. Essi l'hanno dimostrato chiaramente, diventando così buoni compari dei realisti dopo il colpo di Stato di termidoro.

Tutto questo, d'altronde, si spiega facilmente, poichè l'essenziale per essi era di stabilire il regime borghese, il quale si costituiva allora, nell'industria e nel commercio, sugli avanzi del feudalismo, – «il mantenimento delle proprietà», come Brissot si compiaceva di dire.

Da ciò nasceva il loro odio per il popolo e il loro amore per «l'ordine».

Ciò che importava ai Girondini era d'impedire lo scatenarsi del popolo, di costituire un governo forte e far rispettare le proprietà. Non avendo capito questo carattere fondamentale del «girondismo», gli storici hanno cercato tante altre circostanze secondarie per spiegare la lotta che s'impegnò tra la Montagna e la Gironda.

Quando vediamo i Girondini «ripudiare la legge agraria», rifiutare di riconoscere l'eguaglianza come principio della legislazione repubblicana» e «giurare di rispettare le proprietà», possiamo trovare tutto ciò un po' astratto. Ma anche le nostre formole attuali, «l'abolizione dello Stato», o «l'espropriazione», sembreranno esse pure astratte tra cento anni. Eppure, ai tempi della Repubblica, quelle formule avevano un senso preciso.

Respingere la legge agraria, significava allora respingere i tentativi di rimettere il suolo nelle mani di coloro che lo coltivavano. Era respingere l'idea, molto popolare tra i rivoluzionari usciti dal popolo, che nessuna proprietà, nessuna masseria dovesse avere più di 120 jugeri (circa 40 ettari); che ogni cittadino avendo diritto alla terra, bisognava confiscare le proprietà degli emigrati e del clero e le grandi proprietà dei ricchi, per dividerle tra i coltivatori poveri che non possedevano nulla.

«Giurare il rispetto delle proprietà», era respingere la ripresa, da parte dei comuni rurali, delle terre che eran loro state tolte per due secoli, in virtù dell'ordinanza reale del 1669; era opporsi all'abolizione dei diritti feudali senza riscatto, in favore dei signori e dei recenti compratori borghesi.

Infine, era come combattere ogni tentativo di prelevare sui ricchi commercianti un'imposta progressiva; era far cadere i gravi pesi della guerra e della rivoluzione sui poveri.

La formola astratta aveva un significato ben preciso, come si vede.

Ebbene, a proposito di tutte queste questioni la Montagna ebbe da sostenere una lotta accanita contro i Girondini, tanto che fu ben presto costretta a far appello al popolo, all'insurrezione, fu forzata a espellere i Girondini dalla Convenzione, a fine di poter fare i primi passi nella via indicata.

Per il momento, questo «rispetto delle proprietà» s'affermava presso i Girondini fino nelle più piccole cose, al punto di fare iscrivere: Libertà, Uguaglianza, Proprietà, ai piedi di certe statue che venivano portate in giro in una festa; fino ad abbracciare Danton, quand'egli disse nella prima seduta della Convenzione: «Dichiariamo che tutte le proprietà, territoriali, individuali e industriali, saranno eternamente rispettate». A queste parole, il Girondino Kersaint gli saltò al collo, dicendo: «Mi pento d'avervi chiamato «fazioso» stamane». Ciò significava: «Poichè voi promettete di rispettare le proprietà borghesi, dimentichiamo la vostra responsabilità nei massacri di settembre!»

Mentre i Girondini volevano organizzare così la repubblica borghese e porre le basi dell'arricchimento della borghesia, sul modello dato dall'Inghilterra dopo la sua rivoluzione del 1648, i Montagnardi o, almeno, il gruppo dei Montagnardi che trionfò per un momento della frazione moderata, rappresentata da Robespierre, abbozzava a larghi tratti le fondamenta d'una società socialista. Questo non spiaccia a certi nostri contemporanei che reclamano, a torto, il vanto d'averla inventata. Essi volevano, dapprima, abolire fino alle sue ultime traccie la feudalità, poi pareggiare le proprietà fondiarie, dare la terra a tutti, anche ai più poveri coltivatori, organizzare la distribuzione nazionale dei prodotti di prima necessità, stimati al loro giusto valore e, per mezzo delle imposte, impiegate come armi di combattimento, fare guerra a oltranza al «commerciantismo», a quella razza di ricchi incettatori, banchieri, commercianti, capi d'industrie, che s'andava già moltiplicando nelle città.

Proclamavano nelle stesso tempo, dal 1793, il diritto «all'agiatezza universale», l'agiatezza per tutti della quale più tardi i socialisti hanno fatto «il diritto al lavoro». Questo era stato già detto nel 1789 (27 agosto), ed era stato messo nella Costituzione del 1791. Ma anche i più avanzati Girondini erano troppo imbevuti della loro educazione borghese per capire quel diritto all'agiatezza universale, che implicava il diritto di tutti alla terra e una riorganizzazione completa, liberata dall'aggiotaggio, della distribuzione dei prodotti necessari all'esistenza.

In generale, i Girondini erano descritti dai loro contemporanei come «un partito d'uomini astuti, sottili, intriganti e soprattutto ambiziosi»; leggeri, parolai, battaglieri, ma dominati dalle abitudini del Foro (Michelet). «Essi vogliono la Repubblica», diceva Couthon, «ma vogliono l'aristocrazia». Mostravano molta sensibilità, ma una sensibilità, diceva Robespierre, che geme quasi esclusivamente pei nemici della libertà.»

Sentivan della ripugnanza per il popolo, ne avevan paura.135

Nel momento in cui si riuniva la Convenzione, nessuno si rendeva ben conto dell'abisso che separava i Girondini dai Montagnardi. Non si scorgeva che un disaccordo personale tra Brissot e Robespierre. La signora Jullien, per esempio, una vera Montagnarda di sentimento, fa appello, nelle sue lettere, ai due rivali per far cessare le lotte fratricide. Ma era già una lotta tra due principii opposti: il partito dell'ordine e quello della Rivoluzione.

In un'epoca di lotta, al popolo piace di personificare ogni conflitto in due rivali, e più tardi gli storici fanno lo stesso. Questo è più breve, più comodo nella conversazione e sa maggiormente di «romanzo», di «dramma». Ecco perchè la lotta tra i due partiti fu spesso rappresentata come il cozzo di due ambizioni, quella di Brissot e quella di Robespierre. Come sempre, i due eroi nei quali il popolo ha personificato il conflitto sono ben scelti. Essi sono tipici. Ma, in realtà, Robespierre non fu così egualitario ne' suoi principii come lo fu la Montagna al momento della caduta dei Girondini. Egli apparteneva al gruppo moderato. Nel marzo e nel maggio del 1793 egli comprese, senza dubbio, che se voleva il trionfo della Rivoluzione cominciata, non doveva separarsi da quelli che domandavano delle misure d'espropriazione. Ed è quanto fece, ghigliottinando però più tardi l'ala sinistra, gli Hebertisti, e schiacciando gli «Enragés» (arrabbiati). Brissot, dall'altra parte, non fu sempre un difensore dell'ordine. Ma i due uomini personificavano benissimo i due partiti, non ostante qualche sfumatura.

Doveva necessariamente impegnarsi una lotta a morte tra il partito dell'ordine borghese e quello della rivoluzione popolare.

I Girondini, arrivati al potere, volevano che tutto rientrasse nell'ordine, che la rivoluzione, col suo modo di procedere rivoluzionario, cessasse appena ebbero il timone dello Stato. Non più tumulti nelle vie, tutto sarebbe fatto dietro ordine dei ministri, nominati da un parlamento docile.

Quanto ai Montagnardi, volevano che la Rivoluzione finisse con dei cambiamenti che modificassero realmente la situazione della Francia; quella dei contadini (più di due terzi della popolazione), e quella dei poveri delle città; dei cambiamenti che renderebbero impossibile il ritorno verso un passato monarchico feudale.

Un giorno, forse, dopo uno o due anni, la Rivoluzione si calmerebbe; il popolo, sfinito, rientrerebbe nei suoi tuguri; ritornerebbero gli emigrati; i preti e i nobili avrebbero il sopravvento. Ebbene, bisognava che in quel momento essi trovassero tutto cambiato in Francia. La terra in altre mani, già bagnata dal sudore del nuovo possessore, onde questi non si sentisse un intruso, ma fosse convinto del suo diritto di tracciare dei solchi su questa terra e di mieterla. Tutta la Francia trasformata nei costumi, nelle abitudini, nel linguaggio, una terra in cui ciascuno si considerasse pari di chicchessia, poichè maneggia l'aratro, la vanga, uno strumento da lavoro. Per questo, bisognava che la Rivoluzione continuasse, dovesse anche passare sul corpo della maggior parte di coloro che il popolo aveva nominati suoi rappresentanti, mandandoli alla Convenzione.

Doveva essere necessariamente una lotta a morte. Poichè, non bisogna dimenticarlo, i Girondini, uomini d'ordine, di governo, consideravano però il tribunale rivoluzionario e la ghigliottina come i più efficaci ordigni di governo.

Fino dal 24 ottobre 1792, quando Brissot lanciò il primo libello, nel quale domandava un colpo di Stato contro «i disorganizzatori», «gli anarchici» e «la rupe Tarpea,» per Robespierre136; già dal giorno (29 ottobre) in cui Louvet pronunciava il suo discorso d'accusa, nel quale domandava la testa di Robespierre, i Girondini sospendevano la mannaia sulle teste «dei livellatori, dei fautori di disordine, degli anarchici», che avevano avuto l'audacia di schierarsi col popolo di Parigi e la sua Comune rivoluzionaria137.

E da quel giorno, i Girondini non cessarono di far il possibile per mandare i Montagnardi alla ghigliottina. Il 21 marzo 1793, quando si apprese la disfatta di Dumouriez a Neerwinden e che Marat accusò di tradimento quel generale, amico dei Girondini, poco mancò che questi lo conciassero male alla Convenzione; egli si salvò solo grazie alla sua fredda audacia. Tre settimane più tardi (12 aprile), essi ritornano alla carica e finiscono con ottenere dalla Convenzione che Marat sia mandato davanti al tribunale rivoluzionario. Sei settimane dopo (24 maggio) fu la volta d'Hébert, il sostituto della Comune, di Varlet, il predicatore operaio socialista, e d'altri «anarchici». Li fecero arrestare sperando di poterli mandare alla ghigliottina. In poche parole: è una campagna in regola per gettare i Montagnardi fuori della Convenzione, precipitarli dalla «rupe Tarpea».

I Girondini organizzano dappertutto dei comitati contro rivoluzionari; essi fanno arrivare continuamente alla Convenzione delle petizioni provenienti da persone che si qualificavano «amici delle leggi e della libertà». Oggi si sa ciò che significava! Essi scrivono delle lettere in provincia, piene di fiele, contro la Montagna e soprattutto contro la popolazione rivoluzionaria di Parigi. E mentre i «Convenzionali» in missione fanno l'impossibile per respingere l'invasione e per sollevare il popolo con l'applicazione di misure egualitarie, i Girondini vi si oppongono dappertutto con le loro lettere. Essi arrivano al punto d'impedire che si raccolgano le informazioni necessarie sui beni degli emigrati.

Molto prima dell'arresto di Hébert, Brissot nel suo Patriote français fa una campagna a morte contro i rivoluzionari. I Girondini domandano – insistono – per ottenere la dispersione della Comune rivoluzionaria di Parigi. Arrivano perfino a domandare lo scioglimento della Convenzione e l'elezione d'una nuova assemblea, nella quale nessuno degli antichi membri non possa entrare; e nominano infine la Commissione dei Dodici che spia il momento per un colpo di Stato col quale mandare la Montagna al patibolo.

XL
SPORZI DEI GIRONDINI PER ARRESTARE LA RIVOLUZIONE

Fin che si trattò di rovesciare il regime della vecchia monarchia assoluta, i Girondini furono in prima fila. E come avrebbero potuto accontentarsi dell'antico regime, essi così focosi, intrepidi, poeti, imbevuti d'ammirazione per le repubbliche dell'antichità e, nello stesso tempo, avidi di potere?

Mentre i contadini bruciavano i castelli e i registri dei canoni, mentre il popolo demoliva i resti della servitù feudale, essi si preoccupavano soprattutto di fissare le nuove forme politiche del governo. Si vedevano già saliti al potere, padroni delle sorti della Francia, per lanciare degli eserciti a portare la Libertà nel mondo intero.

E del pane per il popolo, si davano forse pensiero? È certo che non si rendevan conto della forza di resistenza dell'antico regime e che l'idea di fare appello al popolo per vincerla era ben lungi da loro. Il popolo doveva pagare le imposte, fare le elezioni, fornire soldati allo Stato; ma il fare e distruggere le forme politiche di governo, doveva essere opera dei pensatori, di quelli che governano, degli uomini di Stato.

Così, quando il re ebbe chiamato in aiuto i tedeschi e che questi s'avvicinavano a Parigi, i Girondini che avevano voluto la guerra per sbarazzarsi della Corte, rifiutavano di fare appello al popolo rivoltato per respingere l'invasione e scacciare i traditori dalle Tuileries. Anche dopo il 10 agosto, l'idea di respingere lo straniero con la Rivoluzione sembrava loro così odiosa che Roland convocò gli uomini in vista – Danton, ecc. – per parlar loro del suo piano. Questo consisteva nel trasportare l'Assemblea e il re prigioniero a Blois dapprima, poi nel mezzogiorno, abbandonando così il nord all'invasione e costituendo una piccola repubblica in qualche angolo della Gironda.

Il popolo, lo slancio rivoluzionario del popolo che salvò la Francia, non esisteva per essi. Restavano dei burocratici.

In generale, i Girondini furono i rappresentanti fedeli della borghesia.

Mano mano che il popolo si faceva più ardito, e, reclamando l'imposta sui ricchi e l'agguagliamento delle ricchezze, domandava l'eguaglianza, come condizione necessaria della libertà, – la borghesia pensava ch'era tempo di separarsi dal popolo, di ridurlo all'«ordine».

I Girondini seguirono quella corrente.

Arrivati al potere, quei rivoluzionari borghesi, che fino a quel momento s'erano dati alla Rivoluzione, si separarono dal popolo. Lo sforzo del popolo, che cercava di costituire i propri organi politici nelle sezioni di Parigi e le Società popolari in tutta la Francia, il suo desiderio di spingersi innanzi nella via dell'Eguaglianza, furono agli occhi loro un pericolo per tutta la classe proprietaria, un delitto.

E da quel momento, i Girondini risolvettero d'arrestare la Rivoluzione: di stabilire un governo forte e di sottomettere il popolo, con qualunque mezzo, anche con la ghigliottina.

Per capire il gran dramma della Rivoluzione che finì con l'insurrezione di Parigi il 31 maggio e con «l'epurazione» della Convenzione, bisogna leggere i Girondini stessi; e più specialmente i libelli di Brissot: J.-P. Brissot à ses commettants (23 maggio 1793), e A tous les Républicains de France (24 ottobre 1792).

«Io credetti, arrivando alla Convenzione – dice Brissot – che poichè la monarchia era annientata, poichè tutti i poteri erano tra le mani del popolo o de' suoi rappresentanti, i patriotti dovessero cambiare di strada a seconda delle modificazioni della loro situazione.

«Io credetti che il movimento insurrezionale dovesse cessare, poichè quando non c'è più tirannia da abbattere, non vi deve neppur più essere forza nell'insurrezione». (J.-P. Brissot à ses commettants, p. 7).

«Credetti, dice più avanti Brissot, che l'ordine solo potesse procurare la calma; che l'ordine consistesse nel religioso rispetto per le leggi, per i magistrati, per la sicurezza individuale..... Credetti per conseguenza che l'ordine fosse una vera misura rivoluzionaria.... Credetti dunque che i veri nemici del popolo e della repubblica fossero gli anarchici, i predicatori della legge agraria, gli eccitatori di sedizioni». (P. 8 e 9 dello stesso libello).

Venti anarchici, dice Brissot, hanno usurpato nella Convenzione un'influenza che la ragione sola doveva avere. «Seguite i dibattiti, vi vedrete, da una parte, uomini costantemente preoccupati per far rispettare le leggi, le autorità, le proprietà; dall'altra, uomini continuamente occupati a tenere il popolo in agitazione, a screditare con delle calunnie le autorità costituite, a proteggere l'impunità del delitto e a sciogliere tutti i legami della società» (p. 13).

È vero che quelli chiamati «anarchici» da Brissot comprendevano elementi svariati. Ma avevano un'idea in comune: non consideravano finita la Rivoluzione, e agivano in conseguenza.

Sapevano che la Convenzione non farebbe nulla senza esservi forzata dal popolo e per questa ragione organizzavano la sollevazione popolare. A Parigi, proclamavano sovrana la Comune, e cercavano di stabilire l'unità nazionale, non col mezzo d'un governo centrale, ma coi rapporti diretti stabiliti tra la municipalità e le sezioni di Parigi e i 36,000 comuni di Francia.

Ed è precisamente ciò che i Girondini non volevano ammettere.

«Ho annunciato, dice Brissot, dal principio della Convenzione, che v'era in Francia un partito di disorganizzatori, che tendeva a dissolvere la Repubblica appena creata.... Ora sono a provarvi: 1° che questo partito d'anarchici ha dominato e domina quasi tutte le deliberazioni della Convenzione e le operazioni del Consiglio esecutivo; 2° che questo partito è stato, ed è ancora l'unica causa di tutti i mali, interni ed esterni, che affliggono la Francia; 3° che si può salvare la Repubblica solo prendendo un provvedimento rigoroso per strappare i rappresentanti della nazione al dispotismo di quella fazione.»

Per chiunque conosce il carattere dell'epoca, questo linguaggio è abbastanza chiaro. Brissot domandava semplicemente la ghigliottina per quelli che chiamava anarchici e che, volendo continuare la Rivoluzione e compiere l'abolizione dell'ordine feudale, impedivano i borghesi e specialmente i Girondini di fare tranquillamente il comodaccio loro di borghesi alla Convenzione.

«Bisogna dunque ben definire questa anarchia», dice il rappresentante girondino, ed ecco la sua definizione:

«Delle leggi senza esecuzione, delle autorità senza forza e avvilite, il delitto impunito, le proprietà attaccate, la sicurezza degli individui violata, la morale del popolo corrotta; nè costituzione, nè governo, nè giustizia; ecco i tratti dell'anarchia!

Ma non è precisamente così che si son fatte tutte le rivoluzioni? Come se Brissot stesso non lo sapesse e non l'avesse praticato prima d'arrivare al potere! Per tre anni, dal maggio 1789 fino al 10 agosto 1792, si dovette pur avvilire l'autorità del re e farne una «autorità senza forza», a fine di poterla rovesciare il 10 agosto.

Solamente, Brissot voleva che la Rivoluzione, arrivata a quel punto, cessasse nel giorno stesso.

Appena la monarchia fu rovesciata e la Convenzione diventata potere supremo, «qualsiasi movimento insurrezionale doveva cessare», egli dice.

Ciò che ripugnava soprattutto ai Girondini era la tendenza della Rivoluzione verso l'eguaglianza – la tendenza che dominava nella rivoluzione a quell'epoca, come l'ha ben descritto Faguet138. Brissot non può perdonare al Club dei Giacobini d'aver preso il nome – non d'Amici della Repubblica, ma «quello d'Amici della Libertà e dell'Uguaglianza, dell'uguaglianza soprattutto!» Non perdona agli «anarchici» d'aver ispirato le petizioni «di quegli operai del campo militare di Parigi, che si chiamavano la nazione, e che volevano fissare la loro indennità secondo quella dei deputati!» (p. 29).

«I disorganizzatori», dice altrove, «sono coloro che vogliono livellare tutto, le proprietà, l'agiatezza, il prezzo delle derrate, dei diversi servizi resi alla società, ecc.; che vogliono per l'operaio del campo l'indennità d'un legislatore; che vogliono uguagliare perfino le intelligenze, il sapere, le virtù, perchè essi non hanno nulla di tutto ciò.» (Libello del 24 ottobre 1792)

XLI
GLI «ANARCHICI»

Ma chi son dunque questi anarchici di cui Brissot parla tanto e dei quali domanda lo sterminio con tale accanimento?

Prima di tutto bisogna sapere che gli anarchici non sono un partito. Alla Convenzione vi sono i Girondini, la Montagna, la Pianura o meglio il Pantano (Marais), il Ventre, come si diceva allora; ma non vi sono «anarchici». Danton, Marat e anche Robespierre, o qualsiasi altro Giacobino, possono qualche volta camminar di pari passo con gli anarchici; ma questi sono fuori della Convenzione. Sono – è necessario dirlo – al disopra di essa: la dominano.

Sono rivoluzionari sparsi per tutta la Francia. Si son dati alla Rivoluzione corpo ed anima; ne capiscono le necessità, l'amano e combattono per lei.

Molti di essi si raggruppano intorno alla Comune di Parigi, perchè è ancora rivoluzionaria; un certo numero appartiene al club dei Cordiglieri, alcuni altri frequentano il club dei Giacobini. Ma il loro vero posto è la sezione, e specialmente la strada. Alla Convenzione, si vedono nelle tribune di dove dirigono i dibattiti. Il loro mezzo d'azione è l'opinione del popolo, non «l'opinione pubblica» della borghesia. La loro vera arma è l'insurrezione. Con essa esercitano un'influenza sui deputati e il potere esecutivo.

E quando è necessario uno sforzo, infiammare il popolo e marciare con lui contro le Tuileries – sono essi che preparano l'attacco e combattono nelle prime file.

Il giorno in cui lo slancio del popolo sarà spossato, essi rientreranno nell'oscurità. Solamente i libelli, riboccanti di fiele, dei loro avversari, ci permetteranno di riconoscere l'immensa opera rivoluzionaria che compirono.

Le loro idee sono chiare, recise.

La Repubblica? – Certo! – L'eguaglianza davanti alla legge? – D'accordo! – Ma non basta, anzi...

Servirsi della libertà politica per ottenere la libertà economica, come lo raccomandano i borghesi? Sanno che ciò non si può fare.

Così essi vogliono la cosa in sè stessa, LA TERRA PER TUTTI – quella che si chiamò allora la «legge agraria». Vogliono l'eguaglianza economica, o per esprimerci col linguaggio di quel tempo, «il livellamento delle ricchezze».

Ma sentiamo che dice Brissot:

«Sono essi che... hanno diviso la società in due classi, quella che possiede e quella che non ha nulla – quella dei sanculotti e quella dei proprietari; essi le hanno spinte l'una contro l'altra».

«Sono essi», continua Brissot, «che, sotto il nome di sezioni, non hanno mai smesso di stancare la Convenzione con petizioni per fissare il prezzo massimo del grano.

Essi mandano «gli emissari che predicano dappertutto la guerra dei sanculotti contro i proprietari»; son essi che predicano «la necessità di livellare le ricchezze».

Hanno provocato anche «la petizione di quei dieci mila uomini che si dichiaravano in istato d'insurrezione, se non si tassava il grano», e che provocavano insurrezioni per tutta la Francia.

Ecco i loro delitti. Dividere la nazione in due classi – quella che possiede e quella che non ha nulla. Aizzarle l'una contro l'altra. Reclamare del pane – soprattutto del pane per coloro che lavorano.

Che grande colpa era la loro! Chi dei dotti socialisti del diciannovesimo secolo ha saputo inventare qualche cosa di meglio della domanda dei nostri antenati del 1793: «Del pane per tutti?» Assai più parole oggi; ma minore azione!

Quanto ai loro metodi per mettere ìn esecuzione le loro idee, eccoli:

«La molteplicità dei delitti», dice Brissot, «è prodotta dall'impunità; l'impunità, dalla paralisi dei tribunali; e gli anarchici proteggono quest'impunità, paralizzano tutti i tribunali, sia col terrore, sia con delle denunce ed accuse d'aristocrazia.».

«Gli attentati contro le proprietà e la sicurezza pubblica si ripetono dappertutto, – gli anarchici di Parigi ne danno l'esempio ogni giorno. I loro emissari particolari e i loro emissari decorati del titolo di commissari della Convenzione predicano in ogni luogo questa violazione dei diritti dell'uomo.»

Poi Brissot rileva «le eterne declamazioni degli anarchici contro i proprietari o mercanti, che designano sotto il nome d'incettatori». Parla di «proprietari designati continuamente al pugnale dei briganti»; dell'odio che gli anarchici hanno per qualsiasi funzionario di Stato. Appena un uomo occupa un posto, diventa odioso all'anarchico, sembra colpevole.» Ed a ragione, diciamo noi.

Ma è soprattutto interessante di vedere Brissot enumerare i vantaggi dell'«ordine». Bisogna leggere questo passo per capire ciò che la borghesia girondina avrebbe dato al popolo francese, se gli «anarchici non avessero spinto avanti la Rivoluzione.

«Osservate», dice Brissot, a i dipartimenti che hanno saputo incatenare il furore di quegli uomini; osservate, per esempio, il dipartimento della Gironda. L'ordine vi ha sempre regnato; il popolo s'è sottomesso alla legge, sebbene pagasse il pane fino a dieci soldi alla libbra... Ma in quel dipartimento sono stati banditi i predicatori della legge agraria; i cittadini hanno murato quel club dove s'insegna... ecc.» (il club dei Giacobini).

E questo veniva scritto due mesi dopo il 10 agosto, quando anche i più ciechi non potevan mancare di capire che se in tutta la Francia il popolo si fosse sottomesso alla legge, sebbene pagasse il pane fino a dieci soldi la libbra», non vi sarebbe stata la Rivoluzione e la monarchia e il feudalismo, che Brissot si dava l'aria di combattere, avrebbero regnato forse ancora un secolo, come in Russia139.

Bisogna leggere Brissot per capire tutto ciò che i borghesi d'allora preparavano per la Francia, e ciò che i brissotini del ventesimo secolo preparano ancora dappertutto dove sta per scoppiare una rivoluzione.

«I torbidi dell'Eure, dell'Orne, ecc.», dice Brissot, «sono stati causati dalle predicazioni contro i ricchi, contro gl'incettatori, dai sermoni sediziosi sulla necessità di tassare a mano armata i grani e tutte le derrate.

E a proposito d'Orléans: «Questa città godeva dal principio della Rivoluzione d'una tranquillità che non era stata alterata neppure dai torbidi risvegliati altrove dalla penuria di grani, sebbene in essa vi fosse il deposito... Tale armonia tra i poveri e i ricchi non era nei principii dell'anarchia; e uno di quegli uomini che si disperano dell'ordine e il cui unico scopo è il torbido, s'affretta a rompere quella buona concordia, eccitando i sanculotti contro i proprietari.»

L'anarchia creò anche il potere rivoluzionario nell'armata», esclama Brissot. «Chi può ora dubitare del male spaventoso che ha prodotto nelle nostre milizie questa dottrina anarchica, la quale, sotto forma d'uguaglianza dei diritti, vuol stabilire un'uguaglianza universale, E DI FATTO; flagello della società, come l'altra ne è il sostegno? Dottrina anarchica che vuol livellare ingegno e ignoranza, virtù e vizi, posti, compensi, servigi.»

Oh! ecco ciò che i brissotini non perdoneranno mai agli anarchici: l'eguaglianza di diritto – pazienza! Purchè non sia mai di fatto! Così, Brissot non trova parole per esprimere la propria collera contro gli sterratori del campo militare di Parigi, i quali domandarono un giorno che il loro salario e lo stipendio dei deputati fossero uguali! Brissot e lo sterratore messi allo stesso livello! E non di diritto soltanto, ma di fatto! Miserabili!

Come avevano potuto riuscire gli anarchici a esercitare un potere così grande, in modo da dominare perfino la terribile Convenzione, da dettarle le proprie risoluzioni?

Brissot ce lo racconta ne' suoi libelli. Sono le tribune, il popolo di Parigi e la Comune di Parigi che dominano la situazione e che s'impongono alla Convenzione, ogni volta che le si fa prendere qualche misura rivoluzionaria.

«In principio», ci dice Brissot, «la Convenzione si mostrò saggia. Vedrete la maggioranza di essa, pura, sana, amica dei principii, volgere continuamente lo sguardo verso la legge.» Si accoglievano «quasi a unanimità» tutte le proposte che tendevano a umiliare, a schiacciare i «fautori del disordine».

Si capisce quali risultati rivoluzionari erano d'aspettarsi da quei rappresentanti che volgevan sempre gli sguardi verso la legge – monarchica e feudale; per fortuna gli anarchici se n'occuparono. Ma essi capirono che il loro posto non era alla Convenzione, tra i rappresentanti, – ma nella strada; capirono che ponendo piede alla Convenzione, non dovrebbe essere per scendere a patti con le Destre e «i rospi del Pantano»; ma per esigere qualche cosa, sia dall'alto delle tribune, sia invadendo la Convenzione col popolo.

In tal modo, a poco a poco «i briganti (Brissot parla degli «anarchici») hanno audacemente levato la testa. Da accusati son diventati accusatori; da spettatori silenziosi dei nostri dibattiti, ne sono divenuti gli arbitri.» «Noi siamo in rivoluzione», – ecco la loro risposta.

Ebbene, coloro che Brissot chiamava «anarchici» vedevan lontano e davan prova d'una saggezza politica più grande di quelli che pretendevano governare la Francia. Se la Rivoluzione fosse finita col trionfo dei brissotini, senza aver abolito il regime feudale, nè restituita la terra ai comuni, – a che punto ci troveremmo oggi?

Brissot formula forse un programma ed espone ciò che i Girondini propongono per mettere fine al regime feudale ed alle lotte che provoca? In quel momento supremo, quando il popolo di Parigi domanda che si scaccino i Girondini della Convenzione, dirà forse ciò che i Girondini propongono, per soddisfare, almeno in parte, i bisogni popolari più imperiosi?

Nulla di tutto questo, assolutamente nulla.

Il partito girondino risolve la questione con queste parole: Toccare le proprietà, siano esse feudali o borghesi, è far opera di «livellatore», di «fautore di disordini», d'«anarchico». Tutta quella gente doveva essere sterminata, semplicemente!

«I disorganizzatori, prima del 10 agosto, erano veri rivoluzionari», dice Brissot, «poichè bisognava disorganizzare per essere repubblicani. Quelli d'oggi sono veri contro rivoluzionari, nemici del popolo, poichè il popolo ora è padrone.... Che può desiderare ancora? La tranquillità interna, chè essa sola assicura al proprietario la sua proprietà, all'operaio il lavoro, al povero il pane quotidiano, a tutti la libertà.» (Libello del 24 ottobre 1792)

Brissot non capisce neppure che in quell'epoca di carestia, in cui il prezzo del pane saliva fino a sei e sette soldi la libbra, il popolo possa domandare una tassa per fissare il prezzo del pane. Solo degli anarchici lo possono fare (p. 19).

Per lui e per tutta la Gironda, la Rivoluzione è terminata dopo il Dieci Agosto, che ha portato al potete il loro partito. Ora non rimane che da accettare la situazione, ed ubbidire alle leggi politiche che la Convenzione vorrà fare. Egli non capisce neppure l'uomo del popolo il quale dice che se i diritti feudali restano, se le terre non sono state rese ai comuni, se in tutte le questioni fondiarie regna il provvisorio, se il popolo sopporta tutti i carichi della guerra, la Rivoluzione non è finita. Solo l'azione rivoluzionaria può finirla, visto l'immensa resistenza che oppone l'antico regime, in ogni cosa, alle misure definitive.

Il Girondino non comprende nulla di nulla! Ammette una sola categoria di malcontenti: i cittadini che temono «per la loro ricchezza, o per i loro piaceri, o per la vita» (p. 127). Ogni altra categoria di malcontenti non ha ragion d'essere. Pensando all'incertezza in cui la Legislativa aveva lasciato tutti i problemi del suolo, ci si domanda come fosse possibile pensare in tal modo, in che sorta di mondo fittizio, d'intrighi politici vivevano quelle persone? Non si potrebbero neppur comprendere, se non li riconoscessimo tra i nostri contemporanei.

Ecco la conclusione di Brissot, d'accordo con tutti i Girondini:

Un colpo di Stato è necessario, una terza rivoluzione che deve «abbattere l'anarchia». Dissolvere la Comune di Parigi e le sue sezioni, annientarle! Dissolvere i club che predicano il disordine e l'eguaglianza. Chiudere quello dei Giacobini, e mettere i suggelli sul suo carteggio.

La «Rupe Tarpea», vale a dire la ghigliottina, per il «triumvirato» (Robespierre, Danton e Marat) e per tutti i livellatori, tutti gli anarchici.

Eleggere una nuova Convenzione, escludendone tutti  i membri attuali, per avere così il trionfo della contro rivoluzione.

Un governo forte, – l'ordine ristabilito!

Tale il programma dei Girondini, da quando la caduta del re li ha portati al potere, rendendo i disorganizzatori inutili.

Che cosa rimaneva da fare ai rivoluzionari, fuorchè accettare la lotta disperata?

O la Rivoluzione doveva fermarsi di botto, com'era, incompleta, – e allora la contro rivoluzione di termidoro sarebbe cominciata quindici mesi prima, già nella primavera del 93, quando i diritti feudali non erano ancora aboliti.

O bisognava bandire i Girondini dalla Convenzione, non ostante i buoni servigi fatti alla Rivoluzione, mentre si combatteva la monarchia. Sarebbe stato impossibile di disconoscere quei servigi. – «Ah! senza dubbio», esclamava Robespierre nella famosa seduta del 10 aprile, «essi avevano colpito la Corte, gli emigrati, i preti, e con mano violenta; ma in che tempo? – Quando avevano il potere da conquistare... Avuto il potere nelle mani, il loro fervore s'era ben presto calmato. COME S'ERANO AFFRETTATI A CAMBIAR D'ODII!»

La Rivoluzione non poteva fermarsi incompiuta. Dovette passar oltre, sui loro corpi.

Così, dal febbraio 1793, Parigi e i dipartimenti rivoluzionari sono in preda a un'agitazione che condurrà al 31 maggio.

XLII
CAUSE DEL MOVIMENTO DEL 31 MAGGIO

Durante i primi mesi del 1793, la lotta tra la Montagna e la Gironda s'inaspriva ogni giorno più, mano mano che i tre grandi problemi si presentavano alla Francia

1° Sarebbero aboliti tutti i diritti feudali senza riscatto? Oppure questi resti del feudalismo avrebbero continuato ad affamare il coltivatore ed a paralizzare l'agricoltura? Problema immenso che passionava circa venti milioni d'agricoltori, compresi coloro che avevano comprato la massa dei beni nazionali sequestrati al clero e agli emigrati.

2° Si sarebbero lasciati i comuni rustici in possesso delle terre comunali che avevano riprese ai signori? Sarebbe riconosciuto il diritto di riprenderle a quei comuni che non l'avevano ancor fatto? Si ammetterebbe il diritto alla terra per ogni cittadino?

3° Finalmente, s'introdurrebbe il massimo, vale a dire la tassa sul pane e le altre derrate di prima necessità?

Ecco le tre grandi questioni che agitavano la Francia e la dividevano in due campi ostili: da una parte, i possidenti; dall'altra, quelli che possedevan poco o nulla; i «ricchi» e i poveri; coloro che s'arricchivano non ostante la miseria, la carestia e la guerra e quelli che sopportavano tutto il peso della guerra e dovevan passare delle ore, delle notti intere, qualche volta, davanti alla porta del fornaio, senza poter rincasare con del pane.

E i mesi passavano, – cinque mesi, otto mesi, – senza che la Convenzione agisse in qualche modo per definire la situazione, per risolvere le grandi questioni sociali che lo svolgersi della Rivoluzione aveva destate. Alla Convenzione, si discuteva continuamente; l'odio tra i due partiti, quello che rappresentava i ricchi, e quello che difendeva la causa dei poveri, s'acuiva ogni giorno; e non s'intravvedeva alcuna via d'uscita, nessun accordo possibile tra i difensori «delle proprietà» e quelli che volevano attaccarle.

Veramente, i Montagnardi stessi non avevano delle opinioni molto chiare sulle questioni economiche e si dividevano in due gruppi; quello degli Enragés (Arrabbiati) era molto più spinto dell'altro. Il gruppo a cui apparteneva Robespierre aveva in merito ai suddetti problemi delle vedute «proprietarie», quasi come quelle dei Girondini. Ma, per quanto ci sia poco simpatico Robespierre, bisogna riconoscere che si sviluppava con la Rivoluzione, e prese sempre a cuore le miserie del popolo. Dal 1791, egli aveva parlato alla Costituente in favore del ritorno delle terre comunali nelle mani dei comuni agricoli. Vedendo poi l'egoismo proprietario e «negoziantista» della borghesia, si schierò francamente dalla parte del popolo, della Comune rivoluzionaria di Parigi, – di coloro che allora eran chiamati «gli anarchici».

«Gli alimenti necessari al popolo, disse alla tribuna, sono sacri quanto la vita. Tutto ciò ch'è necessario per conservarla è una proprietà comune alla società intera. Solo il superfluo è proprietà individuale, e si può lasciare all'industria dei commercianti.»

Peccato che quest'idea francamente comunista non abbia prevalso presso i socialisti del secolo diciannovesimo, invece del «collettivismo» statale di Pecqueur e di Vidal, esposto nel 1848 e tornato alla luce oggi sotto il nome di «socialismo scientifico». Che promessa sarebbe stato per l'avvenire il movimento comunalista del 1871, se avesse riconosciuto questo principio: «Tutto ciò ch'è necessario per la vita è sacro quanto la vita stessa e rappresenta una proprietà comune alla nazione intera!» Se la sua parola d'ordine fosse stata: Il Comune organizzerà il consumo, il benessere per tutti!

Le Rivoluzioni son fatte da minoranze, in ogni luogo e sempre. Anche tra coloro che hanno ogni interesse alla Rivoluzione, generalmente, solo un piccolo numero le si dedica interamente. Lo stesso accadde in Francia, nel 1793.

Appena fu abbattuta la monarchia, un immenso movimento si produsse dappertutto in provincia contro i rivoluzionari che avevano osato gettare la testa del re in atto di sfida alla reazione in tutta l'Europa.

«Ah! che furfanti!» si diceva nei castelli, nei salotti, nei confessionali. «Hanno fatto una cosa simile! Ma allora non indietreggeranno davanti a nulla: ci prenderanno le ricchezze, o ci manderanno alla ghigliottina!»

E le cospirazioni contro rivoluzionarie risorgevan dappertutto con nuovo vigore.

La Chiesa, tutte le corti d'Europa, la borghesia inglese, tutti si diedero a un lavoro d'intrighi, di propaganda, di corruzione, per organizzare la contro rivoluzione.

Le città marittime, specialmente Nantes, Bordeaux e Marsiglia, dove c'eran molti ricchi commercianti; la città delle industrie di lusso, Lione; quelle d'industria e di commercio, come Rouen, divennero centri potenti di reazione. Regioni intere furono volte alla reazione dai preti, dagli emigrati rimpatriati sotto falsi nomi, dall'oro degli inglesi e degli orleanisti, e dagli emissari d'Italia, di Spagna e di Russia.

I Girondini servivano come centro di riunione a tutta la massa reazionaria. I monarchici capivano benissimo che non ostante il loro repubblicanismo superficiale, i Girondini erano i loro veri alleati, ch'essi vi sarebbero spinti dalla logica del partito, sempre più forte; dell'etichetta del partito. E il popolo, dal canto suo, lo capì pure chiaramente. Capì che nessuna misura veramente rivoluzionaria sarebbe possibile, finchè i Girondini rimanevano alla Convenzione, e che la guerra condotta alla stracca da quei sibariti della Rivoluzione, stava per diventare interminabile e per spossare la Francia.

E, man mano che la necessità «di purificare la Convenzione» eliminandone i Girondini diveniva sempre più evidente, il popolo cercava d'organizzarsi per la lotta locale, nelle città di provincia e nei villaggi.

Abbiamo già avuto l'occasione d'osservare che i direttorii dei dipartimenti erano contro rivoluzionari, in massima parte. Lo erano anche i direttorii dei distretti. Ma i municipi, creati dalla legge del dicembre 1789, erano molto popolari. È vero però che nell'estate 1789, quando furono costituiti dalla borghesia armata, essi colpirono senza pietà i contadini in rivolta. Ma di mano in mano che la Rivoluzione si svolgeva, i municipi, nominati dal popolo, nei tumulti insurrezionali e sorvegliati dalle società popolari, diventavano sempre più rivoluzionari.

A Parigi, il Consiglio della Comune, prima del 10 agosto, era borghese democratico. Ma nella notte del 10 una nuova Comune rivoluzionaria era stata nominata dalle quarantotto sezioni. E sebbene la Convenzione, cedendo alle istanze dei Girondini la destituisse, la nuova Comune eletta il 2 dicembre 1792, con Chaumette suo procuratore, Hébert suo sostituto e Pache sindaco (nominato più tardi), era francamente rivoluzionaria.

Ma un corpo incaricato di funzioni così vaste e diverse come quelle che incombevano al Consiglio della Comune di Parigi, avrebbe necessariamente preso a poco a poco una piega di moderantismo. Per fortuna, l'azione rivoluzionaria del popolo parigino aveva i suoi centri nelle sezioni. Eppure, a misura che s'arrogavano diverse cariche di polizia (il diritto di rilasciare le carte civiche, per attestare che un Tizio non era cospiratore realista; la nomina dei volontari per combattere nella Vandea, ecc.), le sezioni stesse, delle quali il Comitato di Salute Pubblica e quello di Sicurezza generale cercavan di fare i loro organi di polizia, dovevano ben presto tendere verso il funzionarismo e il moderantismo. Nel 1795 esse diventarono di fatto dei centri di riunione per la borghesia reazionaria.

Gli è per questo che, parallelamente alla Comune ed alle sezioni, s'andava formando una vera rete di Società popolari o fraterne, e dei Comitati rivoluzionari che divennero in breve una vera forza d'azione (nell'anno II della Repubblica, dopo l'espulsione dei Girondini). Tutti questi gruppi si federavano tra loro, sia per cause momentanee, sia per un'azione durevole, e si mettevano in corrispondenza con i 36,000 comuni di Francia. A tale scopo fu perfino organizzato un ufficio speciale di corrispondenza. E quando si studiano quei gruppi, quei «liberi accordi», diremmo noi, ci troviamo in presenza di ciò che gli anarchici moderni hanno preconizzato in Francia, senza neppur immaginare che i loro nonni l'avessero già messo in pratica in quel tragico momento della Rivoluzione che furono i primi mesi del 1793.140

La maggior parte degli storici che simpatizza per la Rivoluzione, quando giunge alla lotta tragica che s'impegnò nel 1793 tra la Montagna e la Gironda, si prolunga troppo, mi pare, su un fatto secondario di quella lotta. Essi danno troppa importanza, bisogna dirlo, al sedicente federalismo dei Girondini.

È vero che, dopo il 31 maggio, quando le insurrezioni girondine e realiste scoppiarono in parecchi dipartimenti, la parola «federalismo» diventò, nei documenti d'allora, il principale capo d'accusa dei Montagnardi contro i Girondini. Ma quella parola, divenuta parola d'ordine, o un segno di riunione, non fu, in sostanza, che un grido di guerra, buono per accusare il partito che si voleva combattere. Come tale fece fortuna. Però in realtà, come l'osservò Louis Blanc, il «federalismo» dei Girondini consisteva specialmente nell'odio contro Parigi, nel loro desiderio d'opporre la provincia reazionaria alla capitale rivoluzionaria. «Parigi faceva loro paura: ecco tutto il loro federalismo.» (libro VIII e capitolo IV).

Essi detestavano e temevano l'ascendente che la Comune di Parigi, i comitati rivoluzionari, il popolo parigino, avevano preso sulla Rivoluzione. Se essi parlarono di trasportare la sede dell'Assemblea legislativa, e più tardi la Convenzione, in una città di provincia, non era per amore dell'autonomia provinciale. Era semplicemente per porre il corpo legislativo e il potere esecutivo tra una popolazione meno rivoluzionaria della parigina, e più indolente per la causa pubblica. Così agiva la Monarchia nel medio evo, quando preferiva una città nascente, una «città reale», alle vecchie città abituate al forum. Thiers volle fare lo stesso nel 1871141.

I Girondini invece, in tutto quanto hanno fatto, si sono mostrati centralizzatori e autoritari quanto i Montagnardi. Di più, forse; poichè questi quando andavano in missione nelle provincie, s'appoggiavano alle società popolari, e non sui Consigli di dipartimento o di distretto. Se i Girondini fecero appello alle provincie contro Parigi, fu per lanciare contro i rivoluzionari di Parigi, che li avevan cacciati dalla Convenzione, le forze contro rivoluzionarie della borghesia delle grandi città commercianti e i contadini in rivolta della Normandia e della Bretagna. Quando la reazione ebbe vinto e che i Girondini tornarono al potere dopo il 9 termidoro, essi si mostrarono molto più centralizzatori dei Montagnardi, come conviene appunto a un partito d'ordine.

Aulard, pure parlando a lungo del «federalismo» dei Girondini, fa però quest'osservazione molto giusta, che prima della creazione della Repubblica, nessun Girondino aveva espresso tendenze federaliste. Barbaroux, per esempio, è prettamente centralizzatore e s'esprime così davanti a un'assemblea delle Bouches-du-Rhône: «Il governo federale non conviene a un gran popolo, in causa della lentezza delle operazioni esecutive, dell'aumento e della complicazione degl'ingranaggi142». Di fatto, non si trova nessun tentativo serio d'organizzazione federale nel progetto di costituzione che i Girondini sostennero nel 1793. In esso si mantennero centralizzatori.

Louis Blanc parla troppo, secondo me, della «foga» dei Girondini, dell'ambizione di Brissot in cozzo con quella di Robespierre, delle ferite che «gli storditi Girondini» fecero all'amor proprio di Robespierre e che questi non volle dimenticare. E Jaurès, almeno nella prima parte del suo volume sulla Convenzione, esprime la stessa idea143. – Quando però, più avanti, arriva a narrare le lotte tra il popolo di Parigi e la borghesia, egli cita altre cause, molto più serie del conflitto d'amor proprio e dell'«egoismo del potere».

Certo, la «foga» dei Girondini, così ben dipinta da Louis Blanc, la lotta d'ambizioni, tutto eccitava ed esacerbava il conflitto. Ma la lotta tra Girondini e Montagnardi ha avuto, come si è già detto, una causa generale infinitamente più profonda di tutte le ragioni individuali. Louis Blanc ha perfettamente intravvista quella causa, quando riprodusse, secondo Garat, il linguaggio che la Gironda teneva alla Montagna e la risposta di questa alla Gironda:

«Non sta a voi di governare la Francia, a voi coperti di tutto il sangue di settembre. I legislatori d'un impero ricco e industrioso devono considerare la proprietà come una delle basi più sacre dell'ordine sociale; e la missione data ai legislatori della Francia non può essere adempita da voi che predicate l'anarchia, proteggete il saccheggio, spaventate i proprietari... Voi chiamate contro di noi tutti i sicari di Parigi, noi chiamiamo contro di voi tutte le persone dabbene di Parigi.

Quello che parla è il partito dei proprietari, della «gente dabbene», di coloro che massacrarono più tardi il popolo di Parigi, nel giugno 1848 e nel maggio 1871; che appoggiarono il colpo di Stato nel 1851, pronti a ricominciare ancora.

La Montagna rispondeva:

«Noi vi accusiamo di voler far servire i vostri ingegni al vostro elevamento e non al trionfo dell'Eguaglianza... Finchè il re vi ha lasciato governare, con dei ministri da voi proposti, vi sembrò abbastanza fedele... Il vostro segreto desiderio non fu mai d'elevare la Francia ai grandiosi destini d'una repubblica; ma di lasciarle un re del quale sareste stati i prefetti del palazzo».

Si vedrà quanto fosse giusta quest'ultima accusa, quando si saprà che Barbaroux nel Mezzogiorno e Louvet in Bretagna, agivano col consenso dei realisti, e che tanti Girondini d'accordo coi «bianchi» ritornarono al potere dopo la reazione di termidoro. Ma proseguiamo nella citazione.

«Voi volete la libertà senza l'eguaglianza, dice la Montagna; e noi vogliamo l'eguaglianza, noi, perchè senza di essa non possiamo concepire la libertà. Uomini di Stato, voi volete organizzare la Repubblica per i ricchi; e noi, che non siamo uomini di Stato, cerchiamo delle leggi che strappino il povero dalla miseria e facciano di tutti gli uomini, in un'agiatezza universale, cittadini felici e difensori ardenti d'una repubblica universalmente amata.»

Si vede chiaramente che si tratta di due concetti della società molto diversi tra loro. In tal modo fu capita la lotta, dai contemporanei144.

O la Rivoluzione si limiterà a rovesciare il re e, senza neppur cercare di consolidare l'opera sua con un cambiamento profondo delle idee della nazione nel senso repubblicano, essa si fermerà dopo questa prima vittoria; e allora lascerà che la Francia si dibatta come potrà, fra gl'invasori tedeschi, inglesi, spagnuoli, italiani, savoiardi, appoggiati dai partigiani della monarchia all'interno.

Oppure la Rivoluzione farà immediatamente, dopo aver vinto il re, uno sforzo nel senso «dell'eguaglianza», come si diceva allora, «del comunismo», diremmo oggi. Essa compirà prima di tutto il lavoro d'abolizione dei diritti feudali, di restituzione delle terre ai comuni; essa tenterà poi d'iniziare la nazionalizzazione del suolo, riconoscendo il diritto di tutti alla terra. Consoliderà ciò che il contadino rivoltato ha condotto a buon punto durante questi quattro anni, e cercherà, con l'appoggio del popolo, di «trarre il povero dalla sua miseria». Procurerà di creare, se le sarà possibile, non l'eguaglianza assoluta delle fortune; ma l'agiatezza per tutti, «l'agiatezza universale». Ed essa farà questo, strappando il governo ai ricchi e trasmettendolo nelle mani dei comuni e delle società popolari.

Questa differenza, sola, basta a spiegare la lotta sanguinosa che lacerò la Convenzione e, con essa, la Francia dopo la caduta della monarchia. Tutto il resto è secondario.

XLIII
RIVENDICAZIONI SOCIALI. – STATO D'ANIMO A PARIGI. – LIONE.

Per quanto fosse violenta in certi momenti la lotta parlamentare tra la Montagna e la Gironda, sarebbe andata per le lunghe, se fosse rimasta racchiusa alla Convenzione. Ma, dopo la morte di Luigi XVI, gli avvenimenti incalzarono e la separazione tra rivoluzionari e contro rivoluzionari divenne così netta, che non v'era più spazio per un partito misto, diffuso, posto tra essi. I Girondini, contrari a uno svolgimento naturale della Rivoluzione, si trovarono ben presto coi Foglianti e i realisti nelle schiere dei contro rivoluzionari e, come tali, dovettero soccombere.

L'uccisione del re aveva prodotta una profonda impressione in Francia. Se la borghesia era colpita di terrore per l'audacia della parte montagnarda, e tremava pe' suoi beni e la vita; la parte intelligente del popolo vi vedeva invece il principio d'un'era nuova, l'avviamento verso quel benessere per tutti, che i rivoluzionari avevano promesso ai diseredati.

Però, la delusione fu grande. Il re era morto, la monarchia caduta; ma l'insolenza dei ricchi cresceva sempre più. Essa si affermava nei quartieri ricchi e si mostrava perfino nelle tribune della Convenzione. E nei quartieri poveri la miseria si faceva sentire, sempre più nera, man mano che con l'inoltrare del triste inverno del 1793, aumentava la mancanza di pane e di lavoro, il rincaro dei viveri, il ribasso degli assegnati. E tutto questo, mentre giungevano tristi notizie da ogni parte: dalla frontiera, dove le armate scomparivano come neve al sole; dalla Bretagna che si preparava a una sollevazione generale con l'appoggio degli inglesi; dalla Vandea dove cento mila contadini in rivolta, benedetti dai preti, sgozzavano i patriotti; da Lione divenuta cittadella della contro rivoluzione; dalla Tesoreria che si sosteneva solo facendo nuove emissioni d'assegnati; dalla Convenzione che non faceva nulla e s'infiacchiva in lotte intestine.

Tutto ciò, ma specialmente la miseria, paralizzava lo slancio rivoluzionario. A Parigi, i lavoratori poveri, i sanculotti, non venivano più in numero bastante alle sezioni, e i contro rivoluzionari della borghesia ne approfittavano. Nel febbraio 1793, le culottes dorées145 avevano invaso le sezioni. Vi si recavano in gran numero, strappavano voti reazionari – anche a bastonate, se occorreva, – destituivano i funzionari sanculotti e si facevano nominare in loro vece. I rivoluzionari furono perfino costretti di riorganizzarsi, in modo di potere dalle sezioni vicine accorrere alle sezioni minacciate dall'invasione dei borghesi per aiutarle a difendersi.

A Parigi e in provincia, si trattò perfino di domandare ai municipi d'indennizzare con quaranta soldi al giorno, quei popolani, indigenti, che assistevano alle sedute e accettavano delle funzioni nei comitati. I Girondini s'affrettarono allora, senza alcun dubbio, ad esigere dalla Convenzione che tutte quelle organizzazioni di sezioni, di società popolari e di federazioni dei dipartimenti, fossero disperse. Essi non capivano che forza di resistenza possedesse ancora il vecchio regime, non vedevano che una simile misura, presa in quel momento, avrebbe assicurato il trionfo immediato della contro rivoluzione, e la «rupe Tarpea» anche per loro.

Con tutto questo, le sezioni popolari non si scoraggivano. Negli animi s'andavano elaborando nuove idee, nuove correnti si facevan strada, nuove aspirazioni che non erano ancora ben formulate.

La Comune di Parigi, avendo ottenuto dalla Convenzione forti sovvenzioni per l'acquisto delle farine, riusciva a mantenere il pane a tre soldi la libbra. Ma per averlo, si doveva passare parte della notte in attesa sui marciapiedi, davanti alla porta del panettiere. E poi, il popolo capiva che quando la Comune comprava il frumento ai prezzi impostile dagl'incettatori, essa non faceva che arricchire questi a spese dello Stato. Si restava sempre in quel giro di cose che riuscivano vantaggiose all'aggiottatore.

L'aggiotaggio aveva preso delle proporzioni enormi. La borghesia nascente s'arricchiva a vista d'occhio, con quel mezzo. Non solo i fornitori delle truppe – i riz-pain-sel146 – ammassavano fortune scandalose, ma siccome si speculava su tutto, su piccola e vasta scala: frumento, farine, cuoi, olio, sapone, candele, latta, ecc., senza parlare delle speculazioni colossali sui beni nazionali, le ricchezze si formavano dal nulla con rapidità favolosa, agli occhi di tutti.

La domanda: «Che fare?» si presentava col carattere tragico che prende in tempi di crisi.

Le persone per le quali il rimedio supremo a tutti i mali della società è «la punizione dei colpevoli», proposero la pena di morte per gl'incettatori, la riorganizzazione del macchinismo poliziesco di «sicurezza generale», il tribunale rivoluzionario. In fondo, questo era soltanto un ritorno con poca franchezza al tribunale di Maillard; ma non già una soluzione.

Intanto, si formava anche nei sobborghi una corrente d'opinione più profonda per cercare delle soluzioni costruttive, corrente che trovò un'interpretazione nelle predicazioni d'un operaio dei sobborghi, Varlet, e d'un ex-prete: Jacques Roux. Questi erano sostenuti da tutti quegli «sconosciuti» che la storia conosce sotto il nome di Enragés (Arrabbiati). Capivano che le teorie sulla libertà del commercio, sostenute alla Convenzione dai Condorcet e dai Sieyès, erano false; che le derrate che non si trovavano in abbondanza nel commercio erano facilmente incettate dagli speculatori – soprattutto in un periodo come quello che attraversava la Rivoluzione. E si misero a propagare delle idee sulla necessità di municipalizzare e nazionalizzare il commercio e d'organizzare lo scambio dei prodotti a prezzo di costo – idee a cui s'ispirarono più tardi Fourier, Godwin, Robert Owen, Proudhon, e i loro continuatori socialisti.

Gli Enragés avevano capito come non bastasse garantire a ciascuno il diritto al lavoro, o anche il diritto alla terra (e vedremo ben presto le loro idee avere un principio d'applicazione); ma che non ci sarebbe mai stato nulla di positivo, finchè durasse lo sfruttamento commerciale, motivo per cui bisognava municipalizzare il commercio.

Nello stesso tempo, si produceva un movimento pronunciato contro le grandi ricchezze, simile a quello che si fa oggi negli Stati Uniti contro le fortune rapidamente accumulate dai trust o compagnie d'incettatori. Le migliori intelligenze dell'epoca furono colpite dall'impossibilità di stabilire una repubblica democratica, se la società non si fosse armata contro lo squilibrio mostruoso delle fortune, che s'affermava già e minacciava d'aumentare.147

Quel movimento contro gl'incettatori e gli aggiottatori doveva necessariamente provocarne un altro contro l'aggiotaggio sui mezzi di scambio. E il 3 febbraio 1793, dei delegati della Comune, delle 48 sezioni e dei «difensori riuniti degli 84 dipartimenti» andarono a domandare alla Convenzione che mettesse un termine al ribasso degli assegnati, dovuto all'aggiotaggio. Essi domandavano l'abrogazione del decreto della Costituente che aveva dichiarato mercanzia la moneta, e la pena di morte contro gli aggiottatori.148

Come si vede, era una rivolta delle classi povere contro i ricchi, i quali, avendo ricavato tutti i benefici dalla Rivoluzione, s'opponevano a che essa giovasse pure ai poveri. Così, quando i petenti seppero che i Giacobini, Saint-Just compreso, si opponevano alla loro petizione,  – per tema di spaventare i borghesi, non esitarono ad inveire contro «coloro che non capiscono i poveri, perchè cenano bene tutti i giorni».

Anche Marat cercò di calmare l'agitazione; disapprovò la petizione, difese i Montagnardi e i deputati di Parigi, attaccati dai petenti; ma egli vedeva la miseria da vicino e quando sentì i lamenti delle operaie che andarono il 24 febbraio alla Convenzione per domandare la protezione dei legislatori contro gli speculatori, egli prese subito le parti degl'indigenti. In un articolo violento del numero 25, «disperando di vedere i legislatori prendere serie misure», egli predicò «la distruzione totale di quella razza maledetta» – «i capitalisti, aggiottatori, monopolizzatori» – «che i vili mandatari della nazione incoraggiavano lasciandoli impuniti». Si sente il furore del popolo in quest'articolo, nel quale Marat domanda ora che i principali incettatori siano messi nelle mani del tribunale di Stato; ora raccomanda degli atti rivoluzionari dicendo che «il saccheggio di qualche magazzino, sulla cui porta s'impiccasse qualche incettatore, porrebbe fine a quelle malversazioni che riducono alla disperazione venticinque milioni d'uomini, e ne fanno morire di miseria migliaia e migliaia.»

Nello stesso giorno, al mattino, il popolo saccheggiò qualche bottega, portando via zucchero, sapone, ecc., e nei sobborghi si parlava di rifare le giornate di settembre contro gl'incettatori, gli aggiottatori alla Borsa, i ricchi insomma.

Si può immaginare come quel movimento che, del resto, non oltrepassò i limiti d'una piccola sommossa, abbia servito di motivo ai Girondini per far credere ai dipartimenti che Parigi era una fornace ardente, nella quale non eravi più alcuna sicurezza per nessuno. Felici di trovare nell'articolo di Marat la frase sul saccheggio di cui abbiamo parlato, ne approfittarono per accusare la Montagna e i parigini insieme di voler sgozzare tutti i ricchi. La Comune non osò approvare il movimento, e Marat stesso dovette ritirare ciò che aveva detto, facendolo credere fomentato dai realisti. Quanto a Robespierre, non mancò di attribuirne tutta la colpa al denaro straniero.

Eppure la sommossa ebbe un risultato. La Convenzione portò da quattro a sette milioni l'anticipo che faceva alla Comune per mantenere il pane a tre soldi la libbra. Il procuratore della Comune, Chaumette, andò alla Comune per svolgere l'idea, che più tardi fu introdotta nella legge del massimo: Non si trattava solamente d'avere il pane a un prezzo conveniente; bisognava anche «che le derrate di seconda necessità» fossero alla portata del popolo. Non esiste più «una giusta proporzione tra il prezzo delle giornate della mano d'opera e di queste derrate di seconda necessità «Il povero ha fatto quanto il ricco e più del ricco per la Rivoluzione. Tutto è cambiato intorno al ricco, solo il povero è rimasto nella stessa condizione, e con la Rivoluzione egli ha guadagnato solo il diritto di lagnarsi della propria miseria149».

Quel movimento della fine di febbraio a Parigi contribuì immensamente alla caduta dei Girondini. Mentre Robespierre sperava ancora di paralizzare legalmente i Girondini alla Convenzione, gli Enragés capirono che fino a quando la Gironda avesse dominato l'Assemblea, nessun progresso economico sarebbe stato fatto. Essi osarono dire ad alta voce che l'aristocrazia del denaro, dei grossi mercanti, dei finanzieri s'innalzava sulle rovine dell'aristocrazia nobiliare, e che la nuova aristocrazia era così forte nella Convenzione che se i re non avessero contato sul di lei appoggio, non avrebbero osato assalire la Francia. È molto probabile che da quel momento, Robespierre e i suoi fedeli Giacobini si siano proposti d'approfittare degli Enragés per schiacciare la Gironda, salvo a vedere poi se fosse bene seguirli o combatterli, a seconda della piega che avessero presa gli avvenimenti.

È certo che delle idee come quelle che furono emesse da Chaumette dovettero scuotere l'animo del popolo in tutte le grandi città. Infatti, il povero aveva fatto tutto per la Rivoluzione, e mentre i borghesi s'arricchivano, esso non ci guadagnava nulla. Anche nei luoghi in cui non si produssero movimenti popolari come quelli di Parigi e di Lione, i poveri dovevan fare le stesse riflessioni. Dappertutto dovevano trovare che i Girondini formavano il centro di riunione per coloro i quali volevano impedire a tutti i costi che la Rivoluzione giovasse ai poveri.

A Lione, la lotta si presentava precisamente sotto questa forma. È chiaro che in quella città industriale, dove i lavoratori vivevano d'un'industria di lusso, la miseria doveva essere spaventosa. Il lavoro mancava e il pane era a un prezzo di carestia: sei soldi alla libbra.

Due partiti si trovavano l'uno di fronte all'altro, a Lione, come in altri luoghi. Il partito popolare, rappresentato da Laussel e specialmente da Chalier, e il partito della borghesia «commerciantista» che si stringeva attorno ai Girondini – aspettando il momento di unirsi ai Foglianti. Il sindaco, Nivière-Chol, negoziante girondino, era l'uomo del partito borghese. Molti preti refrattari si nascondevano in quella città, la cui popolazione ha sempre avuto una tendenza verso il misticismo, e gli agenti dell'emigrazione vi si recavano numerosi. Lione era un centro per i cospiratori venuti da Jalès (vedere cap. XXXI), da Avignone, da Chambéry, da Torino.

Contro di essi, il popolo non aveva che la Comune, le cui persone più popolari erano Chalier, ex-prete, comunista mistico, e un altro ex-prete, Laussel. I poveri adoravano Chalier che non cessava di fulminare i ricchi.

Non si conoscono chiaramente gli avvenimenti di Lione nei primi giorni di marzo. Si sa soltanto che la mancanza di lavoro e la miseria erano orribili, e che vi era un forte sobbuglio tra i lavoratori. Questi domandavano la tassa sui grani e sulle derrate, che Chaumette chiamava «di seconda necessità» (vino, legna, olio, sapone, caffè, zucchero, ecc.). Esigevano che si vietasse il commercio del denaro, e volevano una tariffa dei salari. Si parlava anche di massacrare o di ghigliottinare gl'incettatori. La Comune di Lione (basandosi forse sul decreto della Legislativa del 27 agosto 1792) ordinò delle perquisizioni simili a quelle che ebbero luogo il 29 agosto a Parigi, a fine d'impadronirsi dei numerosi cospiratori realisti che soggiornavano a Lione. Ma i realisti e i Girondini riuniti, stringendosi attorno al sindaco, Nivière-Chol, riuscirono a impadronirsi del municipio e stavano per inferocire contro il popolo. La Convenzione dovette intervenire per impedire il massacro dei patriotti da parte dei contro rivoluzionari e mandò a Lione tre commissari. Allora, appoggiati da essi, i rivoluzionari si resero di nuovo padroni delle sezioni, invase dai reazionari. Il sindaco girondino fu costretto a dare le dimissioni, e il 9 marzo, un amico di Chalier fu eletto al posto di Nivière-Chol.

La lotta non finì, e ne riparleremo ancora per dire come i Girondini, ripreso il sopravvento, massacrassero il popolo e i patriotti alla fine di maggio. Per ora, ci basti di constatare che a Lione, come a Parigi, si riunivano attorno ai Girondini non solamente coloro che s'opponevano alla rivoluzione popolare, ma anche tutti quei – realisti e Foglianti – che non volevano la Repubblica150.

La necessità di finirla col potere politico della Gironda si faceva sentire sempre più forte, quando il tradimento di Dumouriez offerse un nuovo punto d'appiglio ai Montagnardi.

XLIV
LA GUERRA. – LA VANDEA. – TRADIMENTO DI DUMOURIEZ

Nel principio del 1793, la guerra s'annunciava sotto ben tristi auspici. I trionfi dell'autunno precedente non continuarono. Per riprendere l'offensiva, erano necessari forti arruolamenti e questi non davano un contingente abbastanza forte151. Nel febbraio 1793, si calcolava fossero necessari 300,000 uomini per colmare il vuoto nell'esercito ed avere di nuovo un mezzo milione di combattenti. Ma non si poteva più contare sui volontari. Certi dipartimenti (il Varo, la Gironda) mandavano i loro battaglioni – quasi degli eserciti,     ma gli altri non si movevano.

li 24 febbraio, la Convenzione si vide forzata a ordinare una leva obbligatoria di 300,000 uomini, da suddividersi tra i dipartimenti, e, in ciascuno di essi, tra i distretti e i comuni. Questi dovevano prima far appello ai volontari; ma se non si otteneva il numero d'uomini richiesto, il comune doveva reclutare il resto come gli pareva conveniente, vale a dire col sorteggio o designando personalmente i giovani, che però avevano il diritto di farsi sostituire. Per spingere i giovani al servizio militare, la Convenzione non solo promise delle pensioni, ma diede anche ai pensionati la facoltà di comprare dei beni nazionali, pagandoli con la pensione stessa, in ragione d'un decimo, ogni anno, del prezzo totale del bene comprato. Furono destinati a questa operazione dei beni nazionali d'un valore di 400 milioni152.

Però, il denaro mancava, e Cambon, persona onestissima che teneva la dittatura delle finanze, dovette fare una nuova emissione di 800 milioni d'assegnati. Ma i beni più consistenti dei preti – le terre – erano già venduti, e i beni degli emigrati non si vendevano facilmente. Si esitava a comprare, temendo che i beni comprati fossero un giorno ripresi dagli emigrati di ritorno in Francia. Così la Tesoreria di Cambon trovava sempre più difficile di sovvenire ai bisogni crescenti delle truppe153.

Del resto, la più gran difficoltà della guerra non consisteva in questo. Essa era nei generali che, quasi tutti, appartenevano alla contro rivoluzione, e il sistema d'elezione degli ufficiali che la Convenzione aveva introdotto, poteva dare comandanti superiori solo dopo un po' di tempo. Per il momento, i generali non ispiravano fiducia e, infatti, il tradimento di Lafayette fu ben presto seguito da quello di Dumouriez.

Ebbe ragione Michelet quando disse che Dumouriez lasciando Parigi, qualche giorno dopo la morte di Luigi XVI, per tornare al suo esercito, aveva già il tradimento nel cuore. Egli aveva visto il trionfo della Montagna, e dovette capire che la morte del re segnava il principio d'una nuova fase della Rivoluzione. Non aveva che dell'odio pei rivoluzionari e certo prevedeva che il suo sogno di ridare alla Francia la Costituzione del 1791 con un Orléans sul trono, non avrebbe potuto realizzarsi senza l'aiuto degli austriaci. Da quel momento, dovette maturare il suo tradimento.

Dumouriez era allora molto unito ai Girondini, intimo anche con Gensonné, col quale restò in relazione fino all'aprile. Non si scostò però completamente dai Montagnardi, che diffidavano già di lui, – Marat lo trattava chiaramente da traditore, – ma non si sentivano abbastanza forti per attaccarlo. Le vittorie di Valmy e di Jemmapes venivano così glorificate, le trattative segrete concernenti la ritirata dei prussiani essendo generalmente ben poco note, e i soldati – specialmente i reggimenti di linea – adoravano tanto il loro generale, che con l'attaccarlo si correva il rischio d'inimicarsi l'esercito intero, che Dumouriez avrebbe potuto condurre su Parigi, contro la Rivoluzione. Bisognava quindi aspettare e sorvegliare.

Intanto, l'Inghilterra cominciava la guerra con la Francia. Non appena si conobbe la morte di Luigi XVI, a Londra, il governo inglese rimise al rappresentante della Francia i passaporti, ordinandogli di lasciare il Regno Unito della Gran Brettagna. Ben inteso, la morte del re fu un pretesto per venire a un conflitto con la Repubblica. Si sa, infatti, da Mercy che il governo inglese non aveva nessuna simpatia pei realisti francesi e che non ha mai voluto renderli forti col suo appoggio. L'Inghilterra capiva semplicemente ch'era giunto il momento di distruggere la rivalità marittima della Francia, di toglierle le colonie e fors'anche qualche gran porto: di fiaccarla, ad ogni modo, sul mare, per lungo tempo; e il suo governo approfittò dell'impressione prodotta dall'esecuzione del re per provocare la guerra.

Disgraziatamente, i politicanti francesi non capirono ciò che v'era d'inevitabile in quella guerra, sotto il punto di vista inglese. Non solamente i Girondini – specialmente Brissot che si vantava di conoscere l'Inghilterra, – ma anche Danton, speravano sempre che i liberali, i Whigs, una parte dei quali s'entusiasmava per le idee di libertà, avrebbero rovesciato Pitt e impedito la guerra. In realtà, tutta la nazione inglese si trovò ben presto unita, quando capì i vantaggi mercantili che avrebbe potuto trarre dalla guerra. Bisogna però dire che i diplomatici inglesi seppero utilizzare con molta abilità le ambizioni degli uomini di Stato francesi. A Dumouriez, essi lasciavan credere che faceva l'affar loro, essendo il solo col quale potessero trattare: gli promettevano d'appoggiarlo per ristabilire la monarchia costituzionale. A Danton facevan credere che i Whigs avrebbero potuto ritornare al potere, e allora essi si sarebbero riavvicinati alla Francia repubblicana154. In generale, fecero in modo di mettere la Francia dalla parte del torto, quando il 1° febbraio la Convenzione dichiarò guerra al Regno Unito della Gran Brettagna.

Quella dichiarazione cambiava tutta la situazione militare. Impadronirsi dell'Olanda, per impedire agli inglesi di sbarcarvi era un fatto di prima necessità. Ecco appunto ciò che Dumouriez non aveva fatto in autunno, non ostante le insistenze di Danton, sia ch'egli non si giudicasse abbastanza forte per farlo, sia per cattiva volontà. Egli aveva stabilito in dicembre i suoi quartieri d'inverno nel Belgio, ciò che evidentemente rese invisi ai Belga gli invasori francesi. Liegi fu il suo principale deposito militare.

Non si conoscono ancora i motivi secreti del tradimento di Dumouriez. Ma è probabile che, come disse Michelet, egli abbia risolto di tradire fino dal 26 gennaio, ripartendo per l'armata. La sua marcia di febbraio sull'Olanda, quando s'impadronì di Breda e di Gertruydenberge, sembra già una manovra concertata con gli austriaci. Ad ogni modo, quella marcia servì meravigliosamente gli austriaci. Il 1° marzo, essi entravano nel Belgio e s'impadronivano di Liegi, i cui abitanti avevano inutilmente domandato delle armi a Dumouriez. I patriotti di Liegi erano costretti a fuggire, e l'esercito francese si trovava completamente disfatto, – i generali non volendo aiutarsi a vicenda e Dumouriez essendo lontano, in Olanda. Gli austriaci non avrebbero potuto aspettarsi di meglio.

Si capisce quale effetto producesse a Parigi quella notizia, tanto più ch'era seguita da altre più gravi. Il 3 marzo si seppe che doveva iniziarsi un moto contro rivoluzionario in Brettagna. Nello stesso tempo, a Lione, i battaglioni reazionari dei «Figli di famiglia» facevano, come s'è visto, un movimento contro la Comune rivoluzionaria – proprio nel momento in cui gli emigrati, riuniti a Torino, passavano la frontiera e rientravano armati in Francia, con l'appoggio del re di Sardegna. Infine il 10 marzo, si sollevava la Vandea. È evidente che quei diversi movimenti facevano parte, come nel 1792, d'un vasto piano dei contro rivoluzionari; e tutti a Parigi sospettavano che Dumouriez, guadagnato dalla contro rivoluzione, lavorava per essa.

Danton, che si trovava nel Belgio, fu richiamato in fretta. Egli giunse a Parigi, l'8 marzo, pronunciò un potente appello alla concordia e al patriottismo, che fece vibrare i cuori; la Comune issò ancora la bandiera nera. La patria fu di nuovo dichiarata in pericolo.

I volontari s'arruolavano in tutta fretta, e la sera del 9, un pranzo «civico», al quale prese parte una gran folla, fu dato nelle vie, all'aria aperta, la vigilia della loro partenza. Ma dov'era l'entusiasmo giovanile del 1792? Una cupa energia li animava, e il furore rodeva i cuori dei miseri dei sobborghi alla vista delle lotte politiche che laceravano la Francia. «È necessaria una sommossa a Parigi», avrebbe detto Danton, e di fatto, ne abbisognava una per iscuotere il torpore che dominava il popolo e le sezioni.

Per vincere le difficoltà, veramente terribili, che circondavano la Rivoluzione, per sopperire alle immense spese imposte alla Francia dalla coalizzazione dei contro rivoluzionari, internamente ed esternamente, era necessario che la Rivoluzione mettesse a contribuzione le ricchezze borghesi che s'andavano formando, grazie alla Rivoluzione stessa.

Ecco precisamente ciò che i governanti rifiutavano d'ammettere, da un lato per principio, – l'accumularsi delle grandi ricchezze private era considerato come un mezzo d'arricchire la nazione; dall'altro lato, bisogna riconoscerlo, in causa dei timori che ispirava loro una sollevazione, più o meno generale, dei poveri contro i ricchi nelle grandi città. Le giornate di settembre, – specialmente il 4 e il 5, al Chàtelet e alla Salpêtrière – erano ancora fresche nella memoria di tutti. Che sarebbe avvenuto se una classe – tutti i poveri – si fosse sollevata contro un'altra – contro tutti i ricchi, gli agiati? Sarebbe stata la guerra civile in ogni città. E questo con la Vandea e la Brettagna all'ovest, sostenute dall'Inghilterra, dagli emigrati di Jersey, dal papa e da tutti i preti, – e al nord, gli austriaci e l'esercito di Dumouriez, pronto a seguire il suo generale e a marciare su Parigi, contro il popolo.

Di fronte a tutto ciò, i «capi d'opinione» della Montagna e della Comune si sforzarono di calmare dapprima il timor panico, facendo credere che consideravano Dumouriez come un repubblicano di cui si potevan fidare. Robespierre, Danton e Marat, formando una specie di triunvirato d'opinione, e sostenuti dalla Comune, parlarono sostenendo la cosa. Tutti s'occuparono per risollevare gli animi, per infiammare i cuori, per mettersi in grado di respingere l'invasione che s'annunciava molto più seria di quella del 92. Tutti, eccettuata la Gironda che vedeva una cosa sola: «gli anarchici» da schiacciare e sterminare!

Il 10 marzo, nel mattino; a Parigi si temettero dei massacri, qualche cosa come le giornate di settembre. Ma lo sdegno popolare si volse contro i giornalisti, amici di Dumouriez, e una banda andò alle principali tipografie girondine, da Gorzas e da Fiévé, dove infranse i torchi.

In fondo il popolo, ispirato da Varlet, Jacques Roux, Fournier l'Americano ed altri Enragés, domandava l'epurazione della Convenzione. Ma a tale domanda era stata sostituita nelle sezioni quella banale d'un tribunale rivoluzionario. Pache e Chaumette andarono ad esigerlo il 9, alla Convenzione. Allora Cambacérès, il futuro «arci-consigliere» dell'Impero, propose che la Convenzione, abbandonando le idee correnti sulla divisione dei poteri – legislativo e giudiziario – s'impadronisse di quest'ultimo e istituisse un tribunale speciale per giudicare i traditori.

Roberto Lindet, avvocato della vecchia scuola monarchica, propose un tribunale composto di giudici nominati dalla Convenzione e incaricati di giudicare le persone che la Convenzione avrebbe loro inviato. Egli non voleva giurati, e solo dopo lunghe discussioni si risolvette di eleggere, oltre quei cinque giudici, dodici giurati e sei assistenti presi in Parigi e nei dipartimenti vicini, nominabili tutti i mesi dalla Convenzione.

Così l'insurrezione del 10 marzo ottenne solo un tribunale rivoluzionario, invece di misure che mirassero a ridurre l'aggiotaggio ed a mettere le derrate alla portata del popolo, invece dell'epurazione della Convenzione, che ne avrebbe eliminato i membri sempre opposti alle misure rivoluzionarie, invece di prendere le misure militari, rese necessarie dal tradimento, già quasi confermato, di Dumouriez. Allo spirito creatore, costruttivo, della Rivoluzione popolare che cercava la strada da seguire, fu opposto lo spirito poliziesco che ben presto l'avrebbe soffocato.

Fatto questo, la Convenzione stava per separarsi, allorquando Danton si slanciò alla tribuna e arrestò i rappresentanti nel momento in cui stavano per lasciare la sala. Egli rammentò loro che il nemico era al confine e che non s'era fatto nulla in proposito.

Nello stesso giorno, nella Vandea, i contadini spinti dai preti, incominciavano l'insurrezione generale e il massacro dei repubblicani. La sommossa era stata preparata da lungo tempo, specialmente dai parroci, istigati da Roma. Ce n'era stato un principio nell'agosto 1792, quando i prussiani erano entrati in Francia. Da quel momento, Angers era divenuto il centro politico dei preti refrattari, le suore della Sagesse ed altre servivano d'emissari ai preti per far circolare i loro appelli alla rivolta e risvegliare il fanatismo, propagando certe panzane su pretesi miracoli (Michelet libro X, cap. V). Ora, il reclutamento d'uomini per la guerra, che fu promulgato il 10 marzo, fu segnale alla sollevazione generale. Ben presto, in seguito alla domanda di Cathelineau, contadino, muratore e sagrestano della sua parrocchia, diventato uno dei capi di banda più audaci, fu nominato un consiglio superiore, dominato dai preti, ed ebbe come capo il prete Bernier.

Il giorno 10, la campana a stormo suonò in parecchie centinaia di parrocchie, e circa 100,000 uomini lasciavano i loro lavori, per cominciare la caccia ai repubbli-. cani e ai parroci costituzionali. Vera caccia, con un suonatore che suonava la vue e l'hallali155, dice Michelet; uno sterminio in regola, nel quale si facevan subire ai suppliziati tormenti atroci. Venivano uccisi a poco a poco, senza dar loro il colpo di grazia, oppure si lasciavano i torturati alle forbici delle donne e alle mani deboli dei fanciulli che prolungavano il loro martirio. Tutto questo accadeva sotto la direzione dei preti, con dei miracoli per incitare i contadini a uccidere anche le mogli dei repubblicani. I nobili, con le loro amazzoni realiste, intervennero più tardi. E quando quelle «persone per bene» risolvettero di nominare un tribunale per sterminare i repubblicani, questo in sei settimane, fece uccidere 542 patriotti156.

Per tutta resistenza a quella selvaggia presa d'armi, la Repubblica non aveva che 2,000 uomini disseminati in tutta la bassa Vandea, da Nantes a La Rochelle. Solo alla fine di maggio, le prime forze organizzate dalla Repubblica giunsero in quei luoghi. Fino allora, la Convenzione non potè opporre che dei decreti: la morte e la confisca dei beni pei nobili e i preti che non avessero lasciata la Vandea entro otto giorni! Ma chi aveva la forza necessaria d'eseguire quei decreti?

Le cose non andavano meglio nella regione dell'est, dove l'armata di Custine batteva in ritirata; mentre nel Belgio, Dumouriez, dal 12 marzo, s'era messo in aperta ribellione contro la Convenzione. Egli le mandò una lettera da Louvain (e s'affrettò a renderla pubblica), nella quale rimproverava alla Francia il delitto d'aver annesso il Belgio, d'averne voluto la rovina introducendovi la vendita dei beni nazionali, gli assegnati, ecc. Sei giorni dopo attaccava le forze superiori degli austriaci a Neerwinde, si faceva battere, e, il 22 marzo, appoggiato dal duca di Chartres e dai generali orleanisti, entrava in trattative dirette col colonnello austriaco Mack. Quei traditori s'impegnavano a lasciare il Belgio senza combattere e a marciare su Parigi per ristabilirvi la monarchia costituzionale. In caso di bisogno, si sarebbero fatti appoggiare dagli austriaci che occuparono, come garanzia, una piazza forte della frontiera, Condé.

Danton, giocando la propria testa, aveva cercato d'impedire quel tradimento. Non avendo potuto risolvere i due Girondini, – Gensonné, amico di Dumouriez, e Guadet – ad andare con lui per ricondurre Dumouriez alla Repubblica, partì solo, il 16, per il Belgio, arrischiando così d'essere accusato di tradimento. Trovò Dumouriez in piena ritirata dopo Neerwinde e capì che il traditore aveva già preso una risoluzione. Infatti, egli s'era già impegnato col colonnello Mack a lasciare l'Olanda, senza battersi.

Quando Danton ritornò, il 29, e si ebbe la certezza del tradimento di Dumouriez, Parigi fu presa da furore. L'esercito repubblicano che, solo, avrebbe potuto respingere l'invasione, marciava forse su Parigi per ristabilirvi la monarchia. Allora, il Comitato d'insurrezione che da qualche giorno si riuniva all'Évêché sotto la direzione degli Enragés, trascinò la Comune. Le sezioni s'armarono, afferrarono l'artiglieria; esse avrebbero forse marciato sulla Convenzione, se altri consigli non avessero prevalso per impedire il timor panico. Il 3 aprile, si ebbe la notizia definitiva del tradimento di Dumouriez. Egli aveva arrestato i commissari che la Convenzione gli aveva inviati. Per fortuna non fu seguito dall'esercito. Il decreto della Convenzione che metteva Dumouriez fuori della legge e ordinava l'arresto del duca di Chartres perveniva ai reggimenti. Nè il generale, nè il duca riuscirono a trascinare i soldati, e Dumouriez dovette passare la frontiera come Lafayette, e rifugiarsi presso gli austriaci.

Il domani, gl'Imperiali e quel generale lanciavano un proclama, nel quale il duca di Cobourg annunciava ai francesi ch'egli veniva per dare di nuovo alla Francia il suo re costituzionale.

Nel momento più critico di quella crisi, quando l'incertezza concernente l'attitudine dell'armata di Dumouriez metteva in questione la sicurezza stessa della Repubblica, i tre uomini più influenti della Montagna, Danton, Robespierre e Marat, d'accordo con la Comune (Pache, Hébert, Chaumette), agirono nell'identico senso per impedire il panico e le tristi conseguenze ch'esso avrebbe potuto avere.

Nello stesso tempo la Convenzione risolvette d'impadronirsi di tutto il potere esecutivo, oltre quello legislativo e giudiziario, sotto pretesto della «mancanza d'unità», che aveva ostacolato fino allora l'andamento generale della guerra. Essa creò un Comitato di salute pubblica, al quale diede pieni poteri, quasi da dittatura. E questa misura fu di grande importanza per tutto lo svolgimento ulteriore della Rivoluzione.

Abbiamo detto che dopo il 10 agosto la Legislativa aveva istituito, sotto il nome di «Consiglio esecutivo provvisorio», un ministero, che fu incaricato di tutte le funzioni del potere esecutivo. Inoltre, nel gennaio 1793, la Convenzione aveva creato un «Comitato di difesa generale», e siccome in quel momento la guerra era l'essenziale, quel Comitato ebbe un potere di sorveglianza sul Consiglio esecutivo, per cui divenne l'ingranaggio principale dell'amministrazione. Per dare maggior coesione al governo, la Convenzione istituì un «Comitato di salute pubblica», eletto da lei e rinnovabile ogni tre mesi; esso doveva prendere il posto del Comitato di difesa e del Consiglio esecutivo. In fondo, la Convenzione si sostituiva al ministero. Ma, a poco a poco, com'era da prevedere, il Comitato di salute pubblica dominò la Convenzione e prese in tutti i rami dell'amministrazione un potere che condivise solo col «Comitato di sicurezza generale», incaricato delle cose di polizia.

Durante la crisi che si svolgeva nell'aprile 93, Danton che, fino a quel momento, aveva preso parte attivissima alla guerra, divenne l'anima del Comitato di salute pubblica, e conservò tale influenza fino al 10 luglio 1793, giorno in cui diede le dimissioni.

Finalmente, la Convenzione che, dal mese di settembre 1792, aveva mandato nei dipartimenti e alle armate parecchi de' suoi membri col titolo di rappresentanti in missione, armati di poteri estesissimi, decise di mandarne ottanta di più, per rianimare il morale in provincia e spingere alla guerra. E siccome i Girondini generalmente rifiutavano di adempire quella funzione – nessuno di essi andò alle armate – nominarono volontieri dei Montagnardi per quelle missioni estremamente difficili, forse con l'idea d'essere più liberi alla Convenzione dopo la loro partenza.

Non furono queste misure di riorganizzazione del governo che impedirono al tradimento di Dumouriez d'avere l'effetto disastroso, che avrebbe potuto produrre, se l'armata avesse seguito il generale. Per la nazione francese, la Rivoluzione possedeva un'attrattiva, un vigore, che il distruggerli non poteva dipendere dalla volontà d'un generale. Anzi, il tradimento diede alla guerra un carattere nuovo, di guerra popolare e democratica. Ma tutti capirono che Dumouriez, solo, non avrebbe mai osato di tentare ciò che aveva fatto. Egli doveva avere dei solidi sostegni a Parigi. Là stava il tradimento. La Convenzione tradisce, diceva il proclama, del club dei Giacobini, firmato da Marat che presiedeva quel giorno.

Ormai, la caduta dei Girondini e l'allontanamento dei loro capi dalla Convenzione diventavano inevitabili. Il tradimento di Dumouriez apportò l'insurrezione che scoppiò il 31 maggio.

XLV
NUOVA SOLLEVAZIONE RESA INEVITABILE

Il 31 maggio è una delle grandi date della Rivoluzione, piena di significato quanto il 14 luglio e il 5 ottobre 1789, il 21 giugno 1791 e il 10 agosto 1792. Ma, forse, è la più tragica di tutte. In quel giorno, il popolo parigino fece la sua terza sollevazione – il suo ultimo sforzo per dare alla Rivoluzione un carattere veramente popolare. E per riuscire, egli dovette rizzarsi non contro il re e la Corte, ma contro la Convenzione nazionale, per eliminarne i principali rappresentanti del partito girondino.

Il 21 giugno 1791, giorno dell'arresto del re a Varennes, chiude un'epoca; la caduta dei Girondini, il 31 maggio 1793, ne chiude un'altra. Essa diventa nello stesso tempo l'immagine di tutte le rivoluzioni future. Non vi sarà più una rivoluzione seria, se non finirà col suo 31 maggio. O la rivoluzione avrà la sua giornata in cui i proletari si separeranno dai rivoluzionari borghesi, per marciare dove questi non potranno seguirli se non cessando d'essere borghesi; oppure la separazione non si farà, e allora non sarà una rivoluzione.

Anche ai giorni nostri s'intuisce tutta la parte tragica della situazione che si presentava ai repubblicani in quella data. Non si trattava più d'un re spergiuro e traditore; erano vecchi compagni di lotta a cui si doveva dichiarare la guerra. Altrimenti, la reazione sarebbe cominciata dal giugno 1793, quando l'opera principale della Rivoluzione – la distruzione del regime feudale e dei principii della monarchia di diritto divino – era appena iniziata. O proscrivere i repubblicani girondini, che fino allora avevano coraggiosamente dato l'assalto al dispotismo; ma che ora dicevano al popolo: «Tu non andrai oltre!» O sollevare il popolo per eliminarli, passare sui loro corpi, per cercare di finire l'opera incominciata.

Questa situazione tragica si rivela bene nel libello di Brissot, A ses commettants, datato del 26 maggio, del quale s'è già parlato.

Non si possono leggere quelle pagine, senza capire che è questione di vita o di morte. Brissot gioca la propria testa lanciando quello scritto, dove s'accanisce a chiedere la ghigliottina per coloro ch'egli chiama anarchici. Dopo l'apparizione di questo scritto, non restavano che due vie d'uscita. O gli «anarchici» si sarebbero lasciati ghigliottinare, dai Girondini, e questo avrebbe riaperto le porte ai realisti; o i Girondini sarebbero stati cacciati dalla Convenzione, e in tal caso, quelli che dovevan perire erano loro.

È chiaro che i Montagnardi non si risolvettero tanto facilmente a fare appello alla sommossa, per forzare la Convenzione a respingere dal proprio seno i principali capi della destra. Per sei mesi avevano cercato di concludere un accordo qualsiasi. Danton, specialmente, s'applicava a negoziare un compromesso. Robespierre, dal canto suo, cercò di paralizzare i Girondini «parlamentarmente», senza ricorrere alla forza. Marat stesso dominava la propria collera per evitare una guerra civile. Si riuscì così a ritardare la separazione. Ma a che prezzo! La Rivoluzione era arrestata. Non si faceva nulla per consolidare ciò ch'essa aveva acquistato. Si viveva nell'attesa.

Nelle provincie l'antico regime aveva conservato tutta la sua forza. Le classi privilegiate aspettavano il momento di riafferrare le ricchezze e i posti, di ristabilire la monarchia e i diritti feudali che la legge non aveva ancora annullati. Alla prima sconfitta delle armate, l'antico regime rientrava vittorioso. Nel Mezzodì, nel Sud-ovest, nell'Ovest, la massa era sempre pei preti, pel papa, e, di conseguenza, per la monarchia. È vero che una grande quantità di terre, tolte al clero e agli ex-nobili, era già passata nelle mani della borghesia, grande e piccola, e in quelle dei contadini. I cànoni feudali non eran stati ricomprati, nè pagati. Ma era sempre il provvisorio. E se il popolo, sfinito dalla miseria e dalla carestia, stanco della guerra, fosse rientrato a un tratto nelle sue stamberghe, lasciando fare all'antico regime, questo non avrebbe forse potuto rientrare, trionfante, dopo qualche mese?

Dopo il tradimento di Dumouriez, la situazione alla Convenzione diventò insopportabile. La Gironda, sentendosi fortemente colpita dal tradimento del suo generale favorito, raddoppiava d'accanimento contro i Montagnardi. Accusata d'essere d'accordo col traditore, essa non seppe rispondere che domandando il processo di Marat, per il proclama che i Giacobini avevano lanciato il 3 aprile, alla notizia del tradimento, e ch'egli aveva firmato come presidente.

In quel momento, un gran numero di membri della Convenzione si trovava in missione presso l'esercito e nei dipartimenti, ed eran quasi tutti Montagnardi. I Girondini ne approfittarono per domandare alla Convenzione che si dichiarasse Marat in istato d'accusa. Questo avvenne il 12 aprile; poi si chiese che fosse citato davanti al tribunale rivoluzionario, per aver predicato in favore dell'assassinio e del saccheggio. Il decreto d'arresto fu dato il 13 aprile, con 220 voti contro 92, su 367 votanti, con 7 voti per il rinvio e 48 astensioni.

Eppure, il colpo fallì. Il popolo dei sobborghi amava troppo Marat per lasciarlo condannare. I poveri sentivano ch'egli era col popolo e che non li avrebbe mai traditi. Più si studia oggi la Rivoluzione, e si conosce ciò che ha fatto e detto Marat, più ci si persuade quanto sia immeritata la reputazione di sinistro sterminatore, che gli han fatta gli storici, ammiratori dei borghesi girondini. Quasi sempre, fino dalle prime settimane della convocazione degli Stati generali, e specialmente nei momenti di crisi, Marat aveva visto meglio degli altri, compreso anche i due altri grandi capi d'opinione pubblica rivoluzionaria: Danton e Robespierre.

Dal giorno in cui Marat si lanciò nella Rivoluzione, le si diede interamente, e visse nella povertà, continuamente forzato di rientrare sotterra, quando gli altri salivano al potere. Fino alla morte, non ostante la febbre che lo consumava, egli non cambiò genere di vita. La sua porta restò sempre aperta al popolo. Pensava che la dittatura avrebbe aiutato la Rivoluzione ad attraversare le sue crisi; ma non cercò mai la dittatura per sè.

Per quanto fosse sanguinario il suo linguaggio, riguardo le creature della Corte, – specialmente in principio della Rivoluzione, quando diceva che se non si fosse abbattuto qualche migliaio di teste, non vi sarebbe mai stato nulla di ben concreto e che la Corte schiaccerebbe i rivoluzionari – egli ebbe sempre dei riguardi verso coloro che s'erano dedicati alla Rivoluzione. Ne ebbe anche quando diventarono un ostacolo per lo svolgimento del movimento. Capì fino dai primi giorni che la Convenzione non avrebbe potuto andare avanti, con un forte partito girondino; ma dapprima cercò d'evitare l'epurazione violenta, ne diventò partigiano e organizzatore solo quando vide che bisognava scegliere tra la Gironda e la Rivoluzione. S'egli avesse vissuto, forse il Terrore non avrebbe preso il carattere feroce che gli diedero gli uomini del Comitato di sicurezza generale. Non se ne sarebbero serviti per colpire, da una parte, il partito avanzato, gli Hebertisti, dall'altra, i conciliatori, come Danton157.

Tanto il popolo amava Marat, altrettanto lo detestava la borghesia. Ecco perchè i Girondini decisero di cominciare da lui, volendo attaccare la Montagna: egli sarebbe stato difeso meno degli altri.

Appena Parigi seppe il decreto d'arresto lanciato contro Marat, l'agitazione fu immensa. L'insurrezione sarebbe scoppiata il 14 aprile se i Montagnardi, compreso Robespierre e Marat stesso, non avessero consigliato la calma. Marat, che non s'era lasciato arrestare subito, comparve davanti al tribunale il 24 aprile e fu assolto a pieni voti dai giurati. Fu allora portato in trionfo alla Convenzione e poi nelle vie, sulle spalle dei sanculotti.

Così il colpo dei Girondini non era riuscito, ed essi capirono in quel giorno che non si sarebbero mai più rialzati. Fu per essi un «giorno di lutto», come dice un loro giornale. Brissot si mise a scrivere il suo ultimo libello, A ses commettants, nel quale fece di tutto per risvegliare le passioni della borghesia agiata e commerciante contro gli «anarchici».

In queste condizioni, la Convenzione, le sedute della quale diventavano degli assalti furiosi fra i due partiti, perdeva la considerazione del popolo; e la Comune di Parigi prendeva naturalmente l'ascendente per l'iniziativa delle misure rivoluzionarie.

Con l'innoltrarsi dell'inverno del 1793, la carestia aveva preso nelle grandi città delle proporzioni lugubri. I municipi trovavano ogni difficoltà a procurarsi del pane, anche solo una libbra, un quarto di libbra, quattro once al giorno, per ogni abitante. Per riuscirvi, i municipi, e specialmente quello di Parigi, s'indebitavano in proporzioni spaventose.

Allora, la Comune di Parigi ordinò di mettere sui ricchi un'imposta progressiva di dodici milioni di lire, per le spese della guerra. Un reddito di 1500 lire per ogni capo di famiglia, e di 1000 per ogni altro membro della famiglia era considerato come «necessario» e, per conseguenza, libero d'imposta. Tutto ciò ch'era al disopra di quel reddito, era considerato «superfluo» e pagava la tassa progressiva: trenta lire per un superfluo di 2000 lire, cinquanta per un superfluo di 2000 a 3000 lire; e così via. Ventimila lire per un superfluo di cinquanta mila lire.

Per un tempo di guerra, in mezzo alla Rivoluzione e alla carestia, questa imposta non era eccessiva. Solamente le grandi ricchezze ne risentivano, mentre che una famiglia di sei persone, se aveva dieci mila lire di reddito, se la cavava con meno di cento lire d'imposta straordinaria. Ma i ricchi si lagnarono altamente, mentre il promotore di quell'imposta, Chaumette, l'uomo più odiato dai Girondini dopo Marat, diceva molto giustamente: «Non vi sarà nulla che mi farà cambiare principio e, se avessi il collo sotto la mannaia, griderei ancora: Il povero ha fatto tutto, ora tocca al ricco. Io griderò che bisogna rendere utili, loro malgrado, gli egoisti, i giovani oziosi, e procurare del riposo all'operaio utile e rispettabile.

La Gironda raddoppiò d'odio verso la Comune che aveva lanciato l'idea di quell'imposta. Si può immaginare l'esplosione generale di collere che scoppiò nella borghesia, quando Cambon propose alla Convenzione, e fece votare, il 20 maggio, con l'appoggio delle tribune, un prestito forzato d'un miliardo, da prelevarsi in tutta la Francia sui ricchi. Era da ripartirsi presso a poco sugli stessi principî dell'imposta della Comune e da rimborsarsi sulla vendita dei beni degli emigrati mano mano che fossero venduti. Nelle circostanze difficili che attraversava la Repubblica, non v'era altra via di scampo ma i difensori della proprietà furono sul punto d'ammazzare i Montagnardi alla Convenzione, allorquando questi sostennero quel progetto di prestito forzato. Si venne quasi alle mani.

Se fossero ancora state necessarie nuove prove dell'impossibilità d'agire per salvare la Rivoluzione, finchè i Girondini rimanendo al potere, i due grandi partiti avessero continuato a paralizzarsi a vicenda, in quei dibattiti sul prestito se ne sarebbe avuta la dimostrazione evidente.

Ma ciò che esasperava il popolo parigino era il fatto che per arrestare la Rivoluzione, di cui Parigi era stato la fornace più ardente, i Girondini facevano di tutto per sollevare i dipartimenti contro la capitale, giungendo fino al punto di camminare a pari passo coi realisti. La monarchia, piuttosto che un sol passo verso la Repubblica sociale! Innondare Parigi di sangue, radere al suolo la città maledetta, piuttosto di permettere che il popolo parigino e la sua Comune prendessero l'iniziativa d'un movimento che minacciava le proprietà della borghesia. Thiers e l'Assemblea di Bordeaux ebbero nel 1793 dei precursori, come si vede.

Il 19 maggio i Girondini, in seguito alla proposta di Barère, facevano decretare la formazione d'una Commissione dei Dodici, per esaminare i provvedimenti presi dalla Comune; questa Commissione, nominata il 21, era diventata il principale perno del governo. Due giorni dopo, il 23, essa faceva arrestare Hébert, sostituto del procuratore della Comune, amato dal popolo per il sincero repubblicanismo del suo Père Duchesne, e Varlet, il favorito dei poveri a Parigi, un «anarchico», si direbbe ora. Per lui, la Convenzione era una «bottega di leggi», e predicava nelle vie la rivoluzione sociale. Ma gli arresti non dovevano limitarsi a questi due. La Commissione dei Dodici si proponeva anche di processare le sezioni; essa esigeva che i registri delle sezioni fossero messi nelle sue mani, e faceva arrestare il presidente e il segretario della sezione della Cité, che s'erano rifiutati di darle i registri.

Intanto, il Girondino Isnard che presiedeva alla Convenzione in quei giorni, – un autoritario in cui si ravvisa già Thiers, – aumentò l'agitazione con delle minaccie. Minacciò, i parigini. Se essi avessero osato colpire i rappresentanti della nazione, diceva, Parigi sarebbe stata annientata. «Ben presto si cercherebbe sulle rive della Senna se Parigi fosse esistita». Queste sciocche minaccie, che ricordavano un po' troppo quelle dalla Corte nel 1791, portarono al colino il furore popolare. Il 26, in quasi tutte le sezioni si venne alle mani. L'insurrezione era inevitabile, e Robespierre, che fino a quel momento l'aveva sconsigliata, andò a dire ai Giacobini, nella sera del 26, che se fosse necessario, sarebbe pronto ad insorgere, solo, contro i cospiratori ed i traditori che sedevano alla Convenzione.

Già il 14 aprile, 35 sezioni di Parigi, su 38, avevano domandato alla Convenzione di escludere dal suo seno ventidue rappresentanti girondini, dei quali esse davano la lista. Ora le sezioni si sollevavano per costringere la Convenzione ad ubbidire a quel voto del popolo parigino.

XLVI
SOMMOSSA DEL 31 MAGGIO E DEL 2 GIUGNO

Anche questa volta, come il 10 agosto, nelle sue sezioni, il popolo preparò da solo l'insurrezione. Danton, Robespierre e Marat, benchè frequentemente consultati in quei giorni, erano esitanti e l'azione venne dagli «ignoti», che costituirono un club d'insurrezione all'Evêché e vi nominarono a questo scopo una Commissione «dei Sei».

Le sezioni presero una parte attiva ai preparativi. Già in marzo, la sezione delle Quatre Nations si dichiarava in insurrezione e autorizzava il suo comitato di sorveglianza a lanciare dei mandati di cattura contro i cittadini sospetti per le loro opinioni contro rivoluzionarie, mentre le altre sezioni (Mauconseil, Poissonnière) domandavano apertamente l'arresto dei deputati «brissotini». Il mese seguente, vale a dire l'8 e il 9 aprile, dopo il tradimento di Dumouriez, le sezioni di Bonconseil e della Halle-aux-Blés esigevano dei processi contro i complici del generale, e il 15, trentacinque sezioni lanciavano una lista di ventidue membri della Gironda, esigendone l'espulsione dalla Convenzione.

Dal principio d'aprile, le sezioni cercavano anche di federarsi per l'azione, all'infuori del Consiglio della Comune, e il 2 aprile la sezione dei Gravilliers, sempre all'avanguardia, prendeva l'iniziativa della creazione d'un «Comitato Centrale». Questo comitato non agì che ad intervalli, ma si ricostituì all'avvicinarsi del pericolo (il 5 maggio) e il 29, prendeva nelle mani la direzione del movimento. L'influenza del club dei Giacobini fu mediocre. Essi stessi ammettevano che il centro d'azione era nelle sezioni. (Vedere, per esempio, Aulard, Jacobins, t. V, p. 209).

Il 26 maggio, degli assembramenti popolari piuttosto numerosi assediavano la Convenzione. L'invasero in parte e il popolo, entrato nella sala, appoggiato dalle tribune, domandava la soppressione della Commissione dei Dodici. Però la Convenzione resisteva, e solo dopo mezzanotte, affranta dalla stanchezza, essa cedette. La Commissione fu annullata.

Del resto, questa concessione fu momentanea. Il domani stesso (27), approfittando dell'assenza d'un gran numero di Montagnardi mandati in missione, i Girondini, appoggiati dalla Pianura, ristabilirono la Commissione dei Dodici. Così l'insurrezione non riuscì nel suo intento.

L'insurrezione era stata paralizzata, perchè era mancato l'accordo tra i rivoluzionari stessi. Una parte delle sezioni, ispirata da coloro ch'eran chiamati gli Enragés, voleva una misura che colpisse i contro rivoluzionari di terrore. Voleva, dopo aver sollevato il popolo, uccidere i principali Girondini. Si parlava anche di sgozzare in Parigi gli aristocratici.

Ma quel piano incontrò una forte opposizione. La rappresentanza nazionale era un deposito confidato al popolo di Parigi: come poteva tradire la fiducia della Francia? Danton, Robespierre, Marat vi si opposero energicamente. Il Consiglio della Comune e il sindaco Pache, come il Consiglio del dipartimento, rifiutarono d'accettare quel piano. Le società popolari non gli concessero il loro appoggio.

C'eran poi altre ragioni. Bisognava contare con la borghesia ch'era già, a quell'epoca, numerosa a Parigi, e i cui battaglioni di guardie nazionali avrebbero schiacciato l'insurrezione per difendere le loro proprietà. Bisognava garantir loro che sarebbero state rispettate. Ecco perchè Hassenfratz, che dichiarò ai Giacobini di non aver nulla, come principio, contro il saccheggio degli scellerati (così chiamava i ricchi), cercò d'impedire che l'insurrezione fosse accompagnata da saccheggi. – «Vi sono centosessanta mila uomini domiciliati, che sono armati e in grado di respingere i ladri. È chiaro che vi è impossibilità assoluta d'attentare alle proprietà», diceva Hassenfratz ai Giacobini; ed egli invitava tutti i membri di questa società a «prendere l'impegno di perire piuttosto che di lasciar colpire le proprietà».

Lo stesso giuramento fu prestato nella notte del 31 alla Comune, ed anche all'Evêché, dagli Enragés. Le sezioni fecero altrettanto.

In quell'epoca difatti, si costituiva una nuova classe di proprietari borghesi, classe che aumentò immensamente durante il diciannovesimo secolo, – e i rivoluzionari si videro forzati di tenersela buona, per non averla nemica.

Alla vigilia d'un'insurrezione non si sa mai se la massa del popolo si leverà, o no. Questa volta poi, c'era il timore che gli elementi estremi arrivassero fino ad uccidere i Girondini nella Convenzione, e che Parigi fosse così compromessa agli occhi dei dipartimenti. Si passarono tre giorni in trattative, finchè fu convenuto che l'insurrezione sarebbe stata diretta dall'insieme degli elementi rivoluzionari: il Consiglio della Comune, il Consiglio del dipartimento e il Consiglio generale rivoluzionario dell'Evêché. Si stabilì che nessuna violenza non verrebbe commessa su chicchessia, e che si sarebbero rispettate le proprietà. Bisognava limitarsi ad un'insurrezione morale, ad una pressione sulla Convenzione, che sarebbe stata forzata ad abbandonare i deputati colpevoli al tribunale rivoluzionario.

Marat, uscendo dalla Convenzione, la sera del 30, svolse questo programma all'Evêché e poi alla Comune. Pare che a mezzanotte sia stato lui a suonare campana a stormo al Municipio, sfidando così la legge che puniva con la morte tale atto.

L'insurrezione cominciava. Dei delegati dell'Evêché, centro del movimento, deposero dapprima dalle loro funzioni il sindaco e il Consiglio della Comune, com'era stato fatto il 10 agosto. Ma invece di sequestrare il sindaco e di nominare un altro Consiglio, li rielessero dopo aver fatto loro prestare giuramento d'unirsi all'insurrezione. Lo stesso fecero col Consiglio del dipartimento. In quella stessa notte, i rivoluzionari dell'Evêché, il Dipartimento e la Comune s'unirono in un solo «Consiglio generale rivoluzionario», che prese la direzione del movimento.

Quel Consiglio nominò il comandante d'un battaglione (quello della sezione dei Sanculotti), Hanriot, comandante generale della guardia nazionale. La campana a stormo suonava, la generale veniva battuta in Parigi.

Però c'è qualche cosa che colpisce in quest'insurrezione: l'indecisione. Anche dopo che il cannone d'allarme, posto al Pont-Neuf, aveva cominciato a rombare verso un'ora del pomeriggio, i sezionari armati e scesi nelle vie, sembrava non avessero nessun piano prestabilito. Due battaglioni, fedeli ai Girondini, erano stati i primi ad accorrere alla Convenzione e a schierarsi davanti alle Tuileries. Hanriot, coi quarantotto cannoni delle sezioni, investiva l'assemblea.

Passarono delle ore; ma non si fece nulla. Tutta Parigi era in moto, ma la massa del popolo non veniva ad esercitare una pressione sulla Convenzione, e il Girondino Vergniaud, vedendo che l'insurrezione non progrediva, fece votare che le sezioni erano benemerite della patria. Egli sperava forse di sviare così la loro ostilità contro la Gironda. La giornata sembrava perduta; ma ad un tratto nuove masse di popolo arrivarono nella sera ed invasero la sala della Convenzione. Allora i Montagnardi si sentirono rinforzati. Robespierre domandò non solo la soppressione della Commissione dei Dodici e il processo de' suoi membri, ma che fossero messi in istato d'accusa i principali capi girondini, ch'erano chiamati i ventidue e non facevan parte dei Dodici.

Però, questa proposta non fu discussa. La Convenzione risolvette di annullare di nuovo la Commissione dei Dodici e di consegnarne l'incarto al Comitato di Salute pubblica, affinchè esso ne facesse un rapporto nello spazio di tre giorni. Inoltre, approvò un decreto della Comune, secondo il quale gli operai che fossero rimasti sotto le armi fino al ritorno della tranquillità pubblica, sarebbero stati pagati con quaranta soldi al giorno, – e subito la Comune mise un'imposta sui ricchi per essere in grado di pagar senz'altro tre giornate d'insurrezione. Si decise che le tribune della Convenzione sarebbero state aperte al popolo senza biglietti.

Tutto questo contava ben poco. La Gironda restava, continuava ad avere la maggioranza – il colpo era fallito. Allora il popolo parigino, comprendendo che non s'era fatto nulla, si mise a preparare una nuova sommossa per il posdomani, 2 giugno.

Il Comitato rivoluzionario, formato nel seno del Consiglio generale della Comune, diede l'ordine d'arrestare Roland e sua moglie (Roland essendo partito, s'arrestò lei sola), e domandò recisamente alla Convenzione di far arrestare 27 membri girondini. Nella sera, suonò ancora la campana a stormo, e il cannone d'allarme fece sentire i suoi colpi misurati.

Il 2 giugno, tutta Parigi fu in moto per finirla una buona volta. Più di cento mila uomini armati si riunirono intorno alla Convenzione. Essi avevano 163 pezzi d'artiglieria. Chiedevano che i Girondini dessero le dimissioni, o, non potendolo ottenere, che ventidue di essi (più tardi ventisette) fossero espulsi dalla Convenzione.

Le notizie orribili che giunsero da Lione aumentarono la forza dell'insurrezione popolare. Si seppe che, il 29 maggio, il popolo affamato di Lione s'era sollevato, e che i contro rivoluzionari – i realisti appoggiati dai Girondini – avevano trionfato e ristabilito l'ordine sgozzando ottocento patriotti!

Disgraziatamente era vero e la parte avuta dai Girondini nella contro rivoluzione di Lione era troppo evidente! La notizia mise in furore il popolo, fu la condanna definitiva della Gironda. Il popolo, assediando la Convenzione, dichiarò che non avrebbe lasciato uscir nessuno, finchè non fosse stata pronunciata, in un modo o nell'altro, la condanna dei principali Girondini.

Si sa che la Convenzione – o meglio la Destra, la Pianura ed anche una parte della Montagna, – dichiarando che quelle deliberazioni non erano più libere, cercò d'uscire, sperando di ingannare il popolo e d'aprirsi un passaggio tra la folla. Ma a questo punto Hanriot, sfoderando la sciabola, diede l'ordine famoso: Cannonieri, ai vostri pezzi!

Dopo tre giorni di resistenza, la Convenzione fu forzata di prendere un partito. Votò l'esclusione di trentuno de' suoi membri girondini. Quando questo fu fatto, una deputazione del popolo. presentò alla Convenzione la lettera seguente:

«Il popolo intero del dipartimento di Parigi ci fa suoi interpreti presso di voi, cittadini legislatori, per dirvi che il decreto da voi emanato è la salvezza della Repubblica. Noi veniamo ad offrirvi di costituirci come ostaggi in numero uguale a quello del quale l'Assemblea ha ordinato l'arresto, per rispondere ai rispettivi dipartimenti della loro sicurezza.»

Marat, il 3 giugno, pronunciava ai Giacobini un'allocuzione, in cui riassumeva il significato del movimento che s'era fatto, e proclamava il diritto all'agiatezza per tutti.

«Noi abbiamo dato un grande impulso,» diceva parlando dell'esclusione dei trentun deputati girondini; «ora sta alla Convenzione d'assicurare le basi della felicità pubblica. Nulla di più facile: bisogna fare la vostra professione di fede. Noi vogliamo che tutti i cittadini chiamati sanculotti godano della felicità e dell'agiatezza. Vogliamo che questa classe utile sia aiutata dai ricchi in proporzione di ciò che posseggono. Non vogliamo violare le proprietà. Ma qual'è la proprietà più sacra? Quella dell'esistenza. Vogliamo che si rispetti questa proprietà....

«Vogliamo che tutti gli uomini che non posseggono 100,000 lire di proprietà siano interessati a mantenere la nostra opera. Lasceremo gridare coloro che hanno più di 100,000 lire di rendita [evidentemente, di proprietà]... Diremo a questi uomini: «Convenite che siamo più numerosi, e se voi non ci aiutate a spingere la ruota, vi cacceremo dalla Repubblica, c'impadroniremo delle vostre proprietà, e le divideremo tra i sanculotti.

Aggiungeva quest'altra idea che doveva ben presto essere messa in esecuzione: «Giacobini, diceva, ho una verità da dirvi: voi non conoscete i vostri più mortali nemici; sono i preti costituzionali, sono essi che gridano di più nelle campagne contro gli anarchici, contro i disorganizzatori, contro il dantonismo, il robespierrismo, il giacobinismo... Non accarezzate più gli errori popolari; tagliate le radici della superstizione! Dite apertamente che i preti son vostri nemici.158»

In quel momento, Parigi non voleva affatto la morte dei deputati girondini. Essa voleva solamente che fosse lasciato il posto ai Convenzionali rivoluzionari, affinchè potessero continuare la Rivoluzione. I deputati arrestati non furono inviati all'Abbaye: furono custoditi in casa loro. Si continuò anche a pagar loro le 18 lire al giorno spettanti ad ogni membro della Convenzione, e poterono circolare in Parigi, accompagnati da un gendarme, che dovevano mantenere.

Se quei deputati, obbedienti ai principii del civismo antico, di cui si compiacevano dichiararsi seguaci, si fossero ritirati a vita privata, certamente sarebbero stati lasciati tranquilli. Ma invece essi si fecero premura d'accorrere nei dipartimenti per sollevarli. Vedendo ch'erano costretti a mettersi d'accordo coi preti e i realisti contro la Rivoluzione, per riuscire a sollevare i dipartimenti contro Parigi, preferirono allearsi coi traditori monarchici piuttosto che abbandonare l'impresa. Essi camminarono di pari passo con essi.

Allora, ma solamente allora, nel luglio 1792, la Convenzione dichiarò fuori della legge quegl'insorti.

XLVII
LA RIVOLUZIONE POPOLARE. – IL PRESTITO FORZATO

Se qualcuno dubitasse della necessità nella quale si trovava la Rivoluzione d'allontanare dalla Convenzione i principali uomini del partito girondino, non avrebbe che a gettare un'occhiata sull'opera legislativa che la Convenzione si mise a compiere, appena schiacciata l'opposizione della destra.

L'imposta forzata sui ricchi per provvedere alle spese immense della guerra, la fissazione del prezzo massimo delle derrate, il ritorno ai comuni delle terre che i signori avevan loro prese dal 1669, l'abolizione definitiva e senza riscatto dei diritti feudali, le leggi sulle successioni, fatte per disseminare e pareggiare le fortune, la Costituzione democratica del 1793, – tutte queste misure si susseguirono rapidamente, appena che le Destre furono indebolite mediante l'espulsione dei capi girondini.

Questo periodo, che durò dal 31 maggio 1793 al 27 luglio 1794 (9 termidoro, anno II della Repubblica), rappresenta il periodo più importante di tutta la Rivoluzione. I grandi cambiamenti nei rapporti tra cittadini, di cui l'Assemblea costituente abbozzò il programma durante la notte del 4 agosto 1789, venivano effettuati finalmente, dopo quattro anni di resistenza, dalla Convenzione sotto la pressione della rivoluzione popolare. Fu il popolo – i «sanculotti», come si diceva allora – che forzò la Convenzione a far delle leggi in quel senso, dopo avergliene data l'opportunità con l'insurrezione del 31 maggio. Non solo, ma fu pure esso che mise quelle misure in esecuzione, per mezzo delle società popolari, alle quali si rivolgevano i convenzionali in missione, quando dovevano creare sui vari luoghi la forza esecutiva.

La carestia continua a regnare durante quel periodo di tempo, e la guerra, che la Repubblica deve sostenere contro la coalizzazione del re di Prussia, dell'imperatore di Germania, del re di Sardegna e del re di Spagna, spinti ed assoldati dall'Inghilterra, prende delle proporzioni terribili. I bisogni di quella guerra erano immensi; non è possibile farsene un'idea, se non si tiene conto dei minimi dettagli che si trovano nei documenti di quell'epoca e che parlano della penuria, della rovina alla quale la Francia è ridotta dall'invasione. In tali circostanze, veramente tragiche, quando tutto manca, – il pane, le scarpe, le bestie da tiro, il ferro, il piombo, il salnitro, e quando nulla può entrare nè per terra, attraverso i quattro cento mila uomini lanciati contro la Francia dagli alleati; nè per mare, attraverso il cerchio di navi inglesi che fanno il «blocco», – in tali circostanze si dibattono i sanculotti per salvare la Rivoluzione che sembra stia per crollare.

Nello stesso tempo tutti congiurano contro di lei. Tutti coloro che parteggiano per l'antico regime, coloro che occupavano una volta dei posti privilegiati e che sperano di riprenderli o di occuparne altri sotto il nuovo regime monarchico, appena sarà stabilito – il clero, i nobili, i borghesi arricchiti dalla Rivoluzione. Quelli che le restano fedeli devono dibattersi tra il cerchio di baionette e di cannoni che li circonda e la cospirazione interna che cerca di colpirli a tradimento.

Vedendo questo, i sanculotti s'affrettarono ad agire in modo che quando la reazione avesse il sopravvento trovasse una nuova Francia, rigenerata: il contadino in possesso della terra, il lavoratore della città abituato all'uguaglianza ed alla democrazia, l'aristocrazia e il clero spogliati delle ricchezze che ne costituivano la vera forza, e quelle ricchezze passate in migliaia di mani, suddivise, interamente cambiate, irriconoscibili, per così dire, senza restituzione possibile.

La vera storia di quei tredici mesi – giugno 1793, luglio 1794 – non è ancora stata fatta. I documenti che serviranno un giorno per iscriverla esistono negli archivi provinciali, nei rapporti e nelle lettere dei Convenzionali in missione, nelle minute dei municipi, delle società popolari, ecc. Ma non sono ancora stati esaminati con la cura che si dedicò agli atti concernenti la legislazione della Rivoluzione, eppure bisognerà affrettarsi, poichè vanno scomparendo rapidamente. Ciò esigerà certamente il lavoro d'un'intera vita; ma senza questo lavoro, la storia della Rivoluzione resterà incompleta159.

Gli storici hanno specialmente studiato, durante questo periodo, la guerra ed il Terrore. Eppure, non è l'essenziale. Il più importante è l'opera immensa di suddivisione delle proprietà fondiarie, l'opera di democratizzazione e di «scristianizzazione» della Francia, compiute in quei tredici mesi. Raccontare quel lavoro immenso, con tutte le lotte che produsse dovunque, in ogni città e casale della Francia, – sarà l'opera d'uno storico futuro. Tutto ciò che possiamo fare oggi è di metterne in evidenza qualche tratto principale.

La prima misura veramente rivoluzionaria presa dopo il 31 maggio, fu il prestito forzato sui ricchi, per sopperire alle spese della guerra. Abbiamo visto che la situazione della Tesoreria era deplorevole. La guerra divorava immense somme. Gli assegnati, lanciati in troppo grande quantità, eran sempre più in ribasso. Nuove imposte sui poveri non avrebbero prodotto niente. – Che si poteva dunque fare, se non tassare i ricchi? E l'idea d'un prestito forzato d'un miliardo, prelevato sui ricchi, si faceva strada nella nazione; idea ch'era già venuta in principio della Rivoluzione, col ministero Necker.

Leggendo a' giorni nostri ciò che i contemporanei, rivoluzionari e reazionari, dicevano dello stato della Francia, non si può far a meno di pensare che ogni repubblicano, qualunque fossero le sue idee sulla proprietà, avrebbe dovuto dichiararsi favorevole all'idea del prestito forzato. Non v'era altra via. Quando questa questione fu messa in campo, il 20 maggio, l'imposta fu raccomandata dal moderato Cambon; ma i Girondini piombarono sui promotori del prestito con una violenza inaudita, provocando alla Convenzione una scena detestabile.

Ecco perchè tutto ciò che si potè fare il 20 maggio, fu d'accettare l'idea d'un prestito forzato, come principio. Quanto al modo d'esecuzione, doveva essere discusso più tardi, – o giammai, se i Girondini fossero riusciti a mandare i Montagnardi alla «Rupe Tarpea».

Ebbene, nella notte stessa che seguì l'espulsione dei principali Girondini, la Comune di Parigi decideva di mettere in esecuzione, senza ritardo, il massimo dei prezzi delle derrate; di provvedere immediatamente all'armamento dei cittadini; di prelevare il prestito forzato e d'organizzare l'esercito rivoluzionario, formandolo con tutti i cittadini validi, ma escludendo dal comando i ci-devant (ossia i nobili, gli «aristocratici»).

La Convenzione s'affrettò ad imitarla, e il 22 giugno 1793 discusse il rapporto di Réal, che proponeva i seguenti principii del prestito forzato. Il reddito necessario (tre mila lire per un padre di famiglia, e 1500 lire per un celibe) è libero dal prestito. I redditi abbondanti vi contribuiranno in modo progressivo, fino al massimo che è di 10,000 lire per i celibi e di 20,000 per i padri di famiglia. Se il reddito è superiore a quel massimo, è considerato come superfluo, e richiesto interamente pel prestito. Questo principio fu adottato. Solamente, la Convenzione, nel suo decreto dello stesso giorno, fissò il necessario a 6000 lire pei celibi, ed a 10,000 pei padri di famiglia160.

Però, s'accorsero, in agosto, che con quelle cifre, il prestito avrebbe prodotto meno di duecento milioni (Stourm, p. 372, nota), e il 3 settembre, la Convenzione dovette correggere il decreto del 22 giugno. Fissava il necessario a 1000 lire per i celibi e 1500 per i capi di famiglia, più 1000 per ogni membro della famiglia. I redditi abbondanti erano tassati d'un'imposta progressiva, dal 10 al 50 per cento di reddito. Quanto ai redditi al disopra di 9000 lire, eran tassati in modo di non lasciare mai più di 4,500 lire di reddito, in più del necessario di cui s'è parlato, – qualunque fosse il reddito del ricco. Tutto questo s'applicava non come imposta permanente; ma come prestito forzato fatto per una sola volta in circostanze straordinarie.

La cosa stupisce, ma prova in modo evidente l'impotenza dei parlamenti. Certamente, non vi fu mai un governo che ispirasse più terrore della Convenzione l'anno II della Repubblica. Eppure la legge riguardante il prestito forzato non fu ubbidita. I ricchi non pagarono. Il prestito costò immensamente; ma come prelevarlo sui ricchi che non volevano pagare? Il sequestro? La vendita? Ma ciò domandava un meccanismo speciale e poi v'erano già tanti beni nazionali messi in vendita! Materialmente, il prestito fu un insuccesso. Ma i Montagnardi avanzati riuscirono però nell'intento che avevano di preparare così gli spiriti all'idea dell'agguagliamento delle ricchezze, e di fargli fare un passo in avanti.

Più tardi, anche dopo la reazione di termidoro, il Direttorio ricorse a due riprese allo stesso mezzo – 1795 e 1799. L'idea del superfluo e del necessario s'era fatta strada. E si sa che l'imposta progressiva diventò il programma della democrazia durante il secolo che seguì la Rivoluzione. Fu anche applicata in parecchi Stati, in proporzioni più limitate – così limitate che ne rimase solo il nome.

XLVIII
LE TERRE COMUNALI.
COSA NE FECE L'ASSEMBLEA LEGISLATIVA

Abbiamo visto che due grandi problemi dominavano gli altri nella Francia rurale: la ripresa, da parte dei comuni, delle terre comunali, e l'abolizione finale dei diritti feudali. Eran due problemi che agitavano due terzi della Francia, e la cui soluzione restava sospesa, finchè i Girondini, difensori delle proprietà, dominavano la Convenzione.

Dal principio della Rivoluzione, o meglio dal 1788, quando un raggio di speranza era penetrato nei villaggi, i contadini avevano sperato e anche cercato di rientrare in possesso delle terre comunali, di cui i nobili, il clero, e i grossi borghesi s'erano impadroniti con frode, approfittando dell'editto del 1669. Dove fu possibile, i contadini ripresero quelle terre, non ostante la repressione terribile che molto spesso seguiva quegli atti d'espropriazione.

In altri tempi, tutta la terra era proprietà dei comuni rurali: i prati, i boschi, le terre incolte e quelle coltivate.

Tra i feudatari, che avevan diritto di far giustizia sugli abitanti, i più si arrogavano anche il diritto di prelevare diverse prestazioni in lavoro ed in natura sugli abitanti. (Ordinariamente, tre giornate di lavoro e diversi pagamenti, o doni, in natura). In cambio di ciò dovevano mantenere delle bande armate per la difesa del territorio contro le invasioni e scorrerie, sia d'altri signori, sia di stranieri, o di briganti della regione.

Però, a poco a poco, con l'aiuto del potere militare di cui disponevano, del clero ch'era loro partigiano, e dei legisti, versati nel diritto Romano, che mantenevano nelle loro corti, i signori s'erano impadroniti di molte terre, come proprietà personali. Quest'appropriazione fu lentissima, fu l'opera di più secoli, di tutto il medioevo; ma verso la fine del XVI° secolo era compiuta. Essi possedevano già vasti tratti di terre da lavoro e di praterie.

Ma tanto non bastava loro ancora.

Man mano che la popolazione dell'Europa occidentale aumentava, e che le terre acquistavano maggior valore, i signori, divenuti pari del re e protetti da tutta l'autorità regale e religiosa, incominciarono a desiderare le terre rimaste ai comuni rurali. Impadronirsi di esse, con mille mezzi e pretesti, con la forza o la frode legale, diventò cosa abituale nel XVI° e XVII° secolo, finchè l'ordinanza del 1669, fatta dal «Re sole», Luigi XIV, diede ai signori una nuova arma legale per appropriarsi le terre comunali.

Quest'arma era il triage (la scelta), che permetteva ai signori d'impadronirsi d'un terzo delle terre appartenenti ai comuni, sottomessi un tempo alla loro autorità. I feudatari s'affrettarono di approfittare di quell'editto per sequestrare le terre migliori, specialmente i prati, dei quali i comuni rurali avevano bisogno per il bestiame.

Più tardi, sotto Luigi XIV e XV, i signori, i conventi, i vescovi, ecc., continuarono a impadronirsi delle terre comunali sotto mille pretesti. Si fondava un monastero in mezzo a foreste? I contadini cedevano volontieri ai monaci larghi tratti della foresta. Oppure, il signore otteneva con un'inezia il diritto di stabilire una fattoria propria, sulle terre comunali, in mezzo a pascoli incolti, e poi reclamava il diritto di possessione. Non si mancò neppure di fabbricare dei titoli di possesso falsificati. Altrove, si approfittava del bornage (limite), e in parecchie provincie il signore, dopo aver circondato d'un recinto una parte di terre comunali, se ne dichiarava ben presto proprietario e riceveva dalle autorità reali o dai parlamenti il diritto di proprietà del recinto stesso. Essendo trattata come ribellione la resistenza opposta dai comuni a quelle appropriazioni, poichè il signore aveva protettori a Corte, il saccheggio delle terre comunali si faceva, in grande e in piccolo, su tutta l'estensione del regno161.

Ma da che i contadini avevano sentito l'avvicinarsi della Rivoluzione, cominciarono ad esigere che le appropriazioni fatte dal 1669 (sia per la legge del triage, sia per altre ragioni) fossero riconosciute illegali, per cui tali terre dovevano essere rese ai comuni rurali, unitamente a quelle che i comuni stessi eran stati obbligati a cedere ai privati, con mille mezzi fraudolenti. In certi luoghi, i contadini avevano già ripreso quelle terre durante le sollevazioni del 1789 e 1792. Ma la reazione avrebbe potuto tornare da un momento all'altro, e i ci-devant toglierebbero loro le terre di bel nuovo. Bisognava dunque generalizzare la ripresa, legalizzarla. A ciò s'erano opposte le due Assemblee Costituente e Legislativa, ed anche la Convenzione, dominata dai Girondini.

Bisogna notare qui che l'idea di dividere le terre comunali tra gli abitanti del comune, ch'era spesso sollevata dai borghesi del villaggio, non era approvata dalla grande massa dei contadini francesi; come ora non è approvata dai contadini russi, bulgari, serbi, arabi, kabili, indiani ed altri, che vivono ai nostri giorni ancora sotto il regime della proprietà comunale. Si sa difatti che allorquando delle voci si fanno sentire, in un paese di proprietà comunale, per la divisione delle terre appartenenti ai comuni, partono sempre da qualche borghese del villaggio, che, arricchito da un piccolo commercio qualsiasi, spera di appropriarsi i campicelli dei poveri, qualora le terre fossero distribuite. La massa, invece, dei contadini è generalmente opposta alla divisione.

Lo stesso avvenne in Francia durante la Rivoluzione. Di fianco alla massa immersa nella miseria spaventosa, sempre crescente, v'era, come s'è detto, il contadino-borghese, che s'arricchiva in un modo o nell'altro. I suoi reclami giungevano specialmente all'orecchio dell'amministrazione rivoluzionaria, borghese d'origine, di gusti, e per certi modi di considerare le cose.

Quei borghesi-contadini erano perfettamente d'accordo con la massa dei contadini poveri per domandare il ritorno ai comuni delle terre comunali, di cui s'erano impossessati i signori nel 1669; ma erano contro quella massa, quando domandavano la spartizione definitiva delle terre comunali.

Erano contro quella massa, tanto più che nei comuni rurali ed urbani, s'era fissata una distinzione nel corso dei secoli tra due classi d'abitanti. Vi erano le famiglie più o meno agiate, che discendevano o pretendevano discendere dai primi fondatori del comune. Questi si chiamavano «i borghesi», die Bürger in Alsazia, «i cittadini», o «le famiglie». V'erano quelli venuti più tardi a stabilirsi nel comune e che si chiamavano «gli abitanti», les manants (villani), die Ansässigen in Alsazia e in Isvizzera.

Solamente i primi avevan diritto alle terre comunali arabili, e partecipavano al diritto di pascolo e ad altri diritti del comune sui boschi, i terreni incolti, le foreste, ecc. Invece agli abitanti, ai villani, agli Ansässigen, si rifiutava tutto. Era già molto che si permettesse loro di far pascolare una capra sui terreni incolti, o di raccattare legna o castagne.

Le cose erano ancor più tese, da che l'Assemblea nazionale aveva fissata la funesta distinzione tra cittadini attivi e passivi, e questo non solo pei diritti politici, ma anche per le elezioni del Consiglio comunale, dei suoi funzionari, dei giudici, ecc. Con la legge municipale del dicembre 1789, la Costituente aveva abolito l'assemblea popolare del villaggio, composta di tutti i capi di famiglia del comune (il mir russo), che fino allora (salvo le restrizioni imposte da Turgot) continuava a riunirsi sotto l'olmo o all'ombra del campanile. Essa aveva invece stabilito il municipio eletto, ed eletto solamente dai cittadini attivi.

Da quel momento, l'incetta delle terre comunali da parte dei contadini ricchi e dei borghesi, dovette estendersi rapidamente. Era facile ai cittadini «attivi» d'intendersi tra loro per comprare le migliori terre comunali, privando nello stesso tempo i poveri del godimento delle terre comunali, che rappresentavano forse l'unica garanzia della loro esistenza. Il caso avvenne certo in Brettagna (forse anche in Vandea), dove i contadini, come lo si vede dalle leggi stesse del 1793, godevano d'ampii diritti su immensi spazi di terreni incolti, brughiere, pascoli, ecc. La borghesia dei villaggi si mise a contestare tali diritti, quando l'antico costume dell'Assemblea comunale fu abolito dalla legge del dicembre 1789.

Sotto l'impulso delle leggi della Costituente, la piccola borghesia campagnola, domandando che fossero restituite ai villaggi le terre perdute con la legge del triage, domandava anche che si decretasse la divisione delle terre comunali. Era certo sicura che se la divisione fosse stata decretata dall'Assemblea nazionale, sarebbe stata a vantaggio dei contadini agiati. I poveri, i passivi ne erano esclusi. Ma l'Assemblea Costituente, l'Assemblea Legislativa, fino all'agosto 1792, non fecero nulla. Esse s'opponevano a qualsiasi soluzione delle questioni fondiarie sfavorevole ai signori e non intraprendevano nulla162.

Eppure, dopo il 10 agosto, alla vigilia di separarsi, la Legislativa si sentiva costretta di fare qualche cosa. E ciò che fece, fu a vantaggio della borghesia campagnola.

I1,14 agosto 1792, su proposta di François (di Neufchâteau), l'Assemblea ordinava quanto segue: «1° Da quest'anno, subito dopo il raccolto, tutti i terreni e usi comunali, fuorchè i boschi [cioè, anche i terreni di pascolo posseduti dai comuni e sui quali il diritto di pastura apparteneva generalmente a tutti gli abitanti], saranno divisi tra i cittadini d'ogni comune; 2° questi cittadini godranno in completa proprietà delle loro porzioni rispettive; 3° i beni comunali, conosciuti sotto i nomi di sursis e vacanti, saranno egualmente divisi tra gli abitanti; 4° per fissare il modo di divisione, il Comitato d'agricoltura presenterà fra tre giorni un progetto di decreto». Con questo stesso decreto la Legislativa aboliva la solidarietà nei pagamenti di cànoni e d'imposte dovuti dai contadini163.

Un colpo perfido e funesto veniva così dato alla proprietà comunale. Quel decreto, compilato alla meglio e in modo vago, sembra così stravagante che per qualche tempo io credetti che il testo datone da Dalloz, fosse un riassunto imperfetto, e ne cercai il testo completo. Ma è proprio il testo esatto e completo di quella legge straordinaria, che, con un tratto di penna, aboliva la proprietà comunale in Francia, privando d'ogni diritto sulle terre comunali coloro che si chiamavano gli abitanti, gli Ansässigen.

Comprendiamo perfettamente il furore che quel decreto dovette provocare in Francia, nella classe povera della popolazione rurale. Fu capito come l'ordine di dividere le terre comunali tra i cittadini, escludendone gli «abitanti», i poveri. Era la spogliazione a vantaggio del borghese campagnuolo. Quel decreto, col suo paragrafo 3, avrebbe potuto bastare per sollevare tutta la Brettagna agricola.

Già, l'8 settembre 1792, veniva letto un rapporto alla Legislativa per constatare che l'esecuzione di quel decreto incontrava tali ostacoli nella popolazione, ch'era impossibile applicarlo. Ma non si fece nulla. La Legislativa si separò senza averlo abrogato. Ciò fu fatto solo in ottobre dalla Convenzione.

Visto le difficoltà d'applicazione, la Convenzione risolvette dapprima (decreto dell'11-13 ottobre 1792) che «i comunali in coltivazione continueranno fino all'epoca della divisione ad essere coltivati e seminati come per il passato, secondo gli usi dei luoghi; e i cittadini che avranno fatto le suddette colture e seminagioni godranno i raccolti provenienti dai loro lavori.» (Dalloz, IX, 186).

Finchè i Girondini dominavano la Convenzione, non era possibile far di più. È molto probabile che i contadini – almeno dove il tenore di quel contro-decreto fu loro spiegato – capirono che il colpo della spartizione dei terreni comunali, di cui la Legislativa li aveva colpiti il 14 agosto, non era riuscito questa volta. Ma chi misurerà il male fatto alla Rivoluzione da quella minaccia d'espropriazione dei comuni, rimasta sospesa su di essi? Chi dirà gli odii ch'essa provocò, nelle regioni agricole, contro i rivoluzionari della città?

Eppure, non è tutto. Il 28 agosto e il 14 settembre 1792, alla vigilia di separarsi, la Legislativa lanciò un altro decreto sulle terre comunali, e se esso fosse stato mantenuto, sarebbe riuscito a tutto vantaggio dei signori. È vero ch'esso dichiarava che le terre vaines et vagues «sono ritenute come appartenenti ai comuni rustici, e saranno loro attribuite dai tribunali»; ma se il signore se le fosse appropriate da quarant'anni e le avesse possedute di poi, restavano sua proprietà164. Questa legge, come lo dimostrò più tardi Fabre (dell'Hérault), in un rapporto che fece alla Convenzione, era d'un grande vantaggio pei signori, poichè «quasi tutti i ci-devant signori avrebbero potuto invocare la prescrizione dei quarant'anni e rendere così inutili le disposizioni di quell'articolo favorevole ai comuni165.» Fabre metteva pure in evidenza l'ingiustizia dell'articolo III di quel decreto, secondo il quale il comune non poteva più rientrare in possesso delle sue terre, una volta che il signore avesse venduto a dei terzi i suoi diritti sulle terre che aveva tolte ai comuni. Inoltre, Dalloz ha mostrato benissimo (pag. 168 e seguenti) quanto fosse difficile ai comuni di trovare le prove positive, certe, che domandavan loro i tribunali, per farli rientrare in possesso delle loro terre.

Così com'era, la legge 28 agosto-14 settembre 1792 volgeva sempre a vantaggio degl'incettatori di beni comunali. La questione delle terre comunali non potè essere rimessa in campo in senso favorevole alla massa dei contadini che alla Convenzione, e ciò solamente dopo l'insurrezione dal 31 maggio al 2 giugno e l'esclusione dei Girondini.

XLIX
LE TERRE SONO RESTITUITE AI COMUNI

Finchè i Girondini dominavano, la questione restò così senza soluzione. La Convenzione non fece nulla per attenuare l'effetto funesto dei decreti d'agosto 1792, e, meno ancora, per accettare la proposta di Mailhe, concernente le terre tolte ai comuni dai signori.

Ma, immediatamente dopo il 2 giugno, la Convenzione riprese in esame la questione, per votare, già l'11 giugno 1793, la grande legge sulle terre comunali, che fece epoca nella vita dei villaggi e fu per le sue conseguenze una delle più feconde della legislazione francese. Con questa legge, tutte le terre tolte ai comuni da due secoli, in virtù dell'ordinanza di triage del 1669, dovevano essere loro rese, come tutte le terre deserte, incolte, di pascolo, lande, giuncaie, ecc., di cui s'erano impadroniti dei privati in un modo qualsiasi – senza escluderne quelle per le quali la Legislativa aveva stabilito la prescrizione di quarant'anni di possesso166.

Eppure, votando quella misura necessaria e giusta che distruggeva gli effetti delle spogliazioni commesse sotto l'antico regime, la Convenzione faceva nello stesso tempo un passo falso, concernente la spartizione delle terre. C'erano in proposito due correnti d'idee alla Convenzione, come in tutta la Francia. I borghesi-contadini che desideravano da tanto tempo il possesso delle terre comunali, delle quali spesso avevano una parte in affitto, volevano la spartizione. Essi sapevano che, la spartizione fatta, sarebbe stato loro facile di comprare le terre date ai poveri. E volevano, come s'è detto, che la divisione fosse fatta tra i «cittadini» solamente, escludendo gli «abitanti» o anche i cittadini poveri (i cittadini passivi del 1789). Quei borghesi-contadini trovarono nel seno dell'Assemblea energici avvocati, che parlarono, come sempre, in nome della proprietà, della giustizia dell'uguaglianza, mostrando che i diversi comuni avevano delle proprietà disuguali, il che però non impediva loro di difendere l'ineguaglianza nel seno d'ogni comune. Essi domandarono la spartizione obbligatoria167. Eran molto rari coloro che, come Julien Souhait, deputato dei Vosgi, domandavano la conservazione della proprietà comunale.

Ma non c'erano più i capi Girondini per sostenerli, e la Convenzione epurata e dominata dai Montagnardi, non ammise che le terre comunali potessero essere divise tra una sola parte degli abitanti. Credeva, invece, di far bene e d'agire nell'interesse dell'agricoltura, autorizzando la divisione delle terre per ogni abitante. L'idea da cui si lasciò sedurre fu che nessuno in Francia si dovesse veder rifiutato il possesso d'una parte del suolo della Repubblica. Dominata da quest'idea, essa favorì, si può dire, più che non permise, la spartizione delle terre comunali.

La spartizione, dice la legge dell'11 giugno 1793, dovrà essere fatta tra tutti, per ogni abitante domiciliato, di qualsiasi età e sesso, assente o presente (sezione II, articolo 1°). Ogni cittadino, senza escluderne i garzoni coltivatori, i domestici di fattoria, ecc., domiciliato da un anno nel comune, vi sarà compreso. E per dieci anni, la porzione di territorio comunale, toccata ad ogni cittadino, non potrà essere sequestrata per debiti (sezione III, art. 1°).

Però, la spartizione non sarà che facoltativa. L'assemblea degli abitanti, composta di qualsiasi individuo dei due sessi, avente diritto alla divisione e dell'età di 21 anni, sarà convocata una domenica, e deciderà se vuole dividere tutti i beni comunali, o solo in parte. Se il terzo dei voti è favorevole alla ripartizione, questa sarà decisa (sezione III, art.9) e non potrà essere revocata.

Si capisce quale immenso cambiamento dovette produrre questo decreto nella vita economica dei villaggi. Tutte le terre, tolte da due secoli ai comuni per mezzo del triage, dei debiti inventati o della frode, potevano ora essere riprese dai contadini. La prescrizione dei quarant'anni era abolita: si poteva dunque risalire fino al 1669, per riprendere le terre sequestrate dai potenti e dagli scaltri. E le terre comunali, aumentate da tutte quelle che la legge dell'11 giugno restituiva ai contadini, appartenevano ora a tutti, a tutti quelli che abitavano nei comuni da un anno, in proporzione del numero dei ragazzi dei due sessi e dei vecchi in ogni famiglia. La distinzione tra cittadini ed abitanti scompariva. Ciascuno aveva diritto a quelle terre. Era una vera rivoluzione.

Quanto all'altra parte della legge, concernente la spartizione e le facilità accordate per compierla (un terzo del comune poteva imporlo agli altri due), fu applicata in certe parti della Francia, ma non generalmente. Nel Nord, dov'erano pochi pascoli, si divisero volentieri i terreni comunali. In Vandea, in Brettagna, i contadini s'opposero violentemente alla divisione fatta su domanda d'un terzo degli abitanti. Tutti desideravano di tenere intatti i propri diritti di pascolo, ecc., sulle terre incolte. In altri luoghi, le spartizioni furono numerose. Nella Mosella, per esempio, paese di vigneti, 686 comuni divisero i beni comunali (107 per testa, 579 per famiglia), e 119 solamente non vollero nessuna divisione. Ma in altri dipartimenti del Centro e dell'Ovest, la grande maggioranza dei comuni conservò le terre indivise.

In generale, i contadini, che sapevano benissimo che se le terre comunali fossero state divise, le famiglie povere sarebbero diventate presto delle famiglie di proletari, più povere di prima, non s'affrettavano a votare per la spartizione.

È chiaro che la Convenzione non fece nulla assolutamente per eguagliare i vantaggi conferiti ai comuni dalla legge dell'11 giugno; eppure i suoi membri, borghesi, amavan tanto di parlare delle inuguaglianze, che si sarebbero prodotte, se i comuni fossero rientrati semplicemente in possesso delle terre ch'eran loro state tolte. Parlare di quei poveri comuni che non avrebbero ricevuto nulla, era un buon pretesto per non far nulla e lasciar le terre derubate agli spogliatori. Ma quando si presentò l'occasione di proporre qualche cosa per impedire quell'«ingiustizia», non fu proposto nulla168. I comuni che s'affrettarono, senza perdere quel tempo prezioso, a riprendere le loro antiche terre, di fatto, sul posto, le ebbero, e quando la reazione trionfò e i signori ridivennero potenti, non poterono riprendere nulla di ciò che la legge aveva loro tolto, ossia le terre di cui i contadini avevano ripreso possesso reale. In quanto ai comuni che esitarono, non ebbero nulla.

Appena la reazione sottomise i rivoluzionari, e l'insurrezione degli ultimi Montagnardi fu vinta il 1° pratile anno III (20 maggio 1795), la prima cura della Convenzione reazionaria fu d'annullare i decreti rivoluzionari della Convenzione montagnarda. Il 21 pratile anno IV (9 giugno 1796) si lanciava già un decreto per impedire la restituzione delle terre ai comuni169.

Un anno dopo, il 21 maggio 1797, una nuova legge proibiva ai comuni rurali d'alienare o di cambiare i loro beni in virtù delle leggi dell'11 giugno e del 24 agosto 1793. Bisognò ormai domandare una legge speciale per ogni atto di vendita. Tutto questo, certamente, per arrestare il saccheggio troppo scandaloso delle terre comunali, che si faceva dopo la Rivoluzione.

Finalmente, più tardi ancora, sotto l'Impero, vi furono parecchi tentativi per abolire la legislazione della Convenzione. Ma, osserva Sagnac (p. 339), «i tentativi successivi del Direttorio, del Consolato e dell'Impero, contro la legislazione della Convenzione fallivano miseramente.» C'eran troppi interessi stabiliti dalla parte dei contadini, perchè si potessero combattere efficacemente.

Tutto sommato, si può dire che i comuni entrati di fatto in possesso reale delle terre che eran loro state prese dal 1669, restarono per la maggior parte in possesso di quelle terre. E quei che non le avevano avute prima del mese di giugno 1796, non ottennero nulla. In Rivoluzione contano solo i fatti compiuti.

L
ABOLIZIONE DEFINITIVA DEI DIRITTI FEUDALI

Quando la monarchia fu abolita, la Convenzione dovette, fin dalle prime sedute, occuparsi dei diritti feudali. Ma, siccome i Girondini s'opponevano all'abolizione di questi diritti senza riscatto e, d'altra parte, proponevano nessun sistema di riscatto, obbligatorio per il signore, il tutto restò in sospeso, mentre era la questione principale per la metà della Francia. Sarebbe il contadino tornato sotto il giogo feudale, e avrebbe subìto ancora la carestia, appena il periodo rivoluzionario volgesse alla fine?

Dopo che i capi girondini furono espulsi dalla Convenzione, questa s'affrettò dunque a votare il decreto che restituiva ai comuni le terre comunali. Ma esitò ancora a pronunciarsi sui diritti feudali, e solo il 17 luglio 1793, risolvette finalmente di menare il gran colpo che doveva suggellare la Rivoluzione, legalizzandola in uno dei suoi principali oggetti: l'abolizione definitiva dei diritti feudali.

La monarchia aveva cessato d'esistere il 21 gennaio 1793. Ora, il 17 luglio 1793, la legge cessava di riconoscere in Francia i diritti del signore feudale – la servitù d'un uomo verso un altro.

Il decreto del 17 luglio era perfettamente esplicito. Le distinzioni stabilite dalle Assemblee precedenti tra diversi diritti feudali, nella speranza di conservarne una parte, furono annullate. Ogni diritto, nato dal contratto feudale, cessava d'esistere puramente e semplicemente.

«Tutti i cànoni già signorili, diritti feudali, fissi e casuali, anche quelli consacrati dal decreto del 25 agosto ultimo scorso, sono soppressi senza indennità», dice l'articolo 1° del decreto del 17 luglio 1793. Non v'ha che un'eccezione: resteranno le rendite o prestazioni puramente fondiarie, non feudali (art. 2).

Così l'assimilazione delle rendite feudali alle rendite fondiarie, ch'era stata stabilita nel 1789 e nel 1790, è completamente abolita. Se una rendita, o un'obbligazione qualunque, ha un'origine feudale, qualunque sia la sua denominazione, è abolita irrevocabilmente, senza indennità. La legge del 1790 diceva che se qualcuno avesse preso in affitto un terreno, alla condizione di pagare una certa rendita annua, avrebbe potuto ricomprare quella rendita, pagando una somma che rappresentasse la rendita annua venti o venticinque volte. E i contadini accettavano questa condizione. Ma aggiungeva la legge, se oltre la rendita fondiaria, il proprietario avesse imposto, tempo prima, un cànone qualunque di carattere feudale: un tributo, per esempio, da pagare sulle vendite o le eredità, o un'infeudazione qualsiasi, o un censo che rappresentasse un'obbligazione personale del colono verso il proprietario (obbligazione d'impiegare il mulino o il torchio del signore, o un limite del diritto di vendita dei prodotti, o un tributo su questi); non fosse pure che un tributo da pagare al momento dell'annullamento dell'affitto, o quando la terra cambiasse proprietario – il colono doveva riscattare quest'obbligazione feudale insieme con la rendita fondiaria.

Ora, la Convenzione dà un colpo veramente rivoluzionario. Non vuol saperne di quelle sottigliezze. Il vostro colono ha la vostra terra con un'obbligazione di carattere feudale? Allora, qualunque sia il nome di tale obbligazione, è soppressa senza riscatto. Oppure, il colono vi paga una rendita fondiaria che non ha nulla di feudale. Ma oltre tale rendita gli avete imposto un'infeudazione, un censo, un diritto feudale qualsiasi? Ebbene, egli diventa proprietario di questa terra, senza dovervi nulla.

Ma, direte, questa obbligazione era insignificante, era puramente onorifica. Tanto peggio per voi! Volevate fare del colono un vassallo, – eccolo libero, padrone della terra alla quale si annetteva l'obbligazione feudale, e senz'alcun obbligo verso di voi. Dei semplici privati, dice Sagnac (p. 147), «essi pure, sia per vanità, sia per forza d'uso, hanno impiegato quelle forme proscritte, hanno stipulato nei loro contratti d'affitto a rendite modici censi o piccoli laudemi e vendite», – essi hanno semplicemente «voluto darsi l'aria del signore».

Peggio per loro. La Convenzione montagnarda non domanda loro se hanno voluto darsi l'aria del signore o cercato di diventarlo. Essa sa che tutti i cànoni feudali furono deboli e modici in principio, per diventare, col tempo, molto pesanti. Questo contratto ricorda la feudalità, come tutti quelli che hanno mantenuto per dei secoli servi i contadini; essa vi scorge l'impronta feudale, e dà la terra al contadino, che l'aveva in affitto, senza domandargli alcuna indennità.

Fa anche di più. Ordina (art. 6) che «tutti i titoli che riconoscono i diritti soppressi siano bruciati». Signori, notai, commissari à terrier, tutti dovranno portare alla cancelleria del municipio, entro tre mesi, tutti quei titoli, tutte quelle carte che ammettevano il potere d'una classe su un'altra. Tutto sarà ammucchiato e distrutto. Ciò che veniva fatto dai contadini sollevati nel 1789, a rischio d'essere impiccati, sarà fatto per ordine della legge. «Cinque anni di ferri contro ogni depositario, colpevole d'aver nascosto, sottratto o custodito le minute o copie di questi atti.» Molti di essi provano il diritto di proprietà dello Stato su certe terre feudali, poichè lo Stato aveva avuto in altri tempi i suoi servi e, più tardi, i suoi vassalli. Poco importa! Il diritto feudale deve scomparire e scomparirà. Ciò che l'Assemblea costituente aveva fatto per i titoli feudali, – principe, conte, marchese, – la Convenzione lo fa ora per i diritti pecuniari della feudalità.

Sei mesi più tardi, l'8 piovoso anno II (27 gennaio 1794), in presenza di numerosi reclami, soprattutto dalla parte dei notai che iscrivevano negli stessi libri, spesso sulla stessa pagina, le obbligazioni puramente fondiarie e i cànoni feudali, – la Convenzione acconsentì a sospendere l'effetto dell'articolo 6: i municipi potevano tenere nei loro archivi i titoli misti. Ma la legge del 17 luglio restava intatta, e ancora una volta, il 29 floreale anno II (18 maggio 1794), la Convenzione confermava che tutte le rendite, «segnate della più leggera impronta di feudalità», erano soppresse senza indennità.

È specialmente da osservare che la reazione fu incapace d'abolire l'effetto di questa misura rivoluzionaria. Certo, come si disse già, tra la legge scritta e la sua applicazione in ogni località, corre un gran passo. Dove i contadini non s'erano ancora sollevati contro i signori, dove marciavano, come in Vandea, sotto la direzione dei signori e dei preti contro i sanculotti; dove i municipi rurali restarono nelle mani dei preti e dei ricchi, in tutti quei luoghi, i decreti dell'11 giugno e del 17 luglio non furono applicati. I contadini non tornarono in possesso delle terre comunali; non ebbero per loro le terre che avevano in affitto dagli ex-signori feudali. Non abbruciarono i titoli feudali, e nemmeno comprarono i beni nazionali, temendo d'esser maledetti dalla Chiesa.

Ma in una buona metà della Francia, i contadini comprarono i beni nazionali. Qua e là se li fecero vendere a piccoli appezzamenti. Presero possesso delle terre che avevano in affitto dai loro ex-feudatari, piantarono il Maggio e fecero dei falò con tutte le cartaccie feudali. Ripresero ai monaci, ai borghesi ed ai signori le terre comunali. E in quelle regioni, il ritorno della reazione non ebbe alcuna influenza sulla rivoluzione economica compiuta.

La reazione tornò il 9 termidoro, e con essa il terrore bleu della borghesia arricchita. Più tardi vennero il Direttorio, il Consolato, l'Impero, la Restaurazione, che abolirono la maggior parte delle istituzioni democratiche della Rivoluzione. Ma quella parte dell'opera compiuta dalla Rivoluzione restò: resistette a tutti gli assalti. La reazione potè demolire, fino ad un certo punto, l'opera politica della Rivoluzione; ma sopravvisse l'opera economica. Restò anche la nuova nazione trasfigurata, che s'era formata durante la burrasca rivoluzionaria.

Non è tutto. Quando si studiano i risultati economici della Grande Rivoluzione, come si compì in Francia, si capisce l'immensa differenza che corre tra l'abolizione del feudalismo compiuta burocraticamente, dallo Stato feudale stesso (in Prussia, dopo il 1848, o in Russia, nel 1861), e l'abolizione compiuta da una rivoluzione popolare. In Prussia e in Russia, i contadini furono liberati dai cànoni e dalle corvées feudali perdendo una parte considerevole delle terre che possedevano ed accettando un pesante riscatto che li ha rovinati. Si sono impoveriti per acquistare una proprietà libera, mentre i signori, che avevano dapprima resistito alla riforma, ne trassero un profitto insperato (almeno nelle regioni fertili). Quasi dappertutto, in Europa, la riforma ha aumentata la potenza dei signori.

Solamente in Francia, dove l'abolizione del regime feudale si fece rivoluzionariamente, il cambiamento fu a scapito dei signori, come casta economica e politica, e a vantaggio della grande massa dei contadini.

LI
BENI NAZIONALI

La Rivoluzione del 31 maggio ebbe lo stesso effetto salutare sulla vendita dei beni nazionali. Fino a quel momento essa era stata vantaggiosa specialmente pei ricchi borghesi. Ora i Montagnardi fecero in modo che le terre messe in vendita potessero essere acquistate da quei cittadini poveri che volevano coltivarle da sè.

Quando i beni del clero e, più tardi, quelli degli emigrati, furono confiscati dalla Rivoluzione e messi in vendita, fu divisa dapprima una parte di essi in piccoli appezzamenti, e si concessero ai compratori dodici anni per versare il prezzo d'acquisto. Ma questo cambiò, mano mano che col crescere della reazione del 1790-1791, la borghesia costituiva il suo potere. Del resto, siccome era a corto di mezzi, lo Stato preferiva vendere subito agli aggiottatori. Non si vollero dividere i poderi; si vendettero grandi proprietà intere ad individui che pagavano a contanti, in vista di speculazioni. È vero che i contadini costituirono qualche volta dei gruppi, dei sindacati per comprare, ma la legislazione vedeva di mal'occhio quei sindacati, e una massa immensa di beni passava agli speculatori. I piccoli agricoltori, i giornalieri, gli artigiani nei villaggi, gl'indigenti si lamentavano tutti. Ma la Legislativa non dava peso alle loro proteste170.

Parecchi quaderni avevano ben domandato che le terre della Corona e quelle di manomorta intorno a Parigi, fossero divise e affittate in appezzamenti di quattro o cinque jugeri. Gli Artesiani domandarono pure che le dimensioni dei poderi fossero ridotte a «trecento misure di terra» (Sagnac, p. 80). Ma, come ha già detto Avenel, «nè nei discorsi pronunciati su questo oggetto [all'Assemblea], nè nei decreti votati, non troviamo una sola parola in favore di chi non ha terre..... Nessuno all'Assemblea propose l'organizzazione d'un credito popolare, affinchè quegli affamati potessero acquistare alcuni appezzamenti Non si diede neppure importanza al voto di alcuni giornali, come il Moniteur, i quali proponevano che la metà delle terre da vendere fosse divisa in appezzamenti di 5000 franchi, per creare una certa quantità di piccoli proprietari171». I compratori d'appezzamenti furono in maggior parte dei contadini che avevano già altre proprietà, oppure dei borghesi venuti dalla città, – e questo fatto non piacque punto in Brettagna ed in Vandea.

Ma il popolo si solleva il 10 agosto. Allora, sotto la minaccia della rivolta, la Legislativa cerca di calmare le proteste, ordinando che le terre degli emigrati saranno messe in vendita in piccoli appezzamenti da 2 a 4 jugeri, per essere vendute «a perpetuità in affitto con rendita in denaro». Però, coloro che comprano a contanti hanno sempre la preferenza.

Il 3 giugno 1793, dopo l'espulsione dei Girondini, la Convenzione fece la promessa di dare un jugero ad ogni capo di famiglia proletaria nei villaggi, e vi fu un certo numero di rappresentanti in missione che la realizzò e distribuì piccoli appezzamenti di terre ai contadini più poveri. Ma solamente il 2 frimaio anno II (22 novembre 1793), la Convenzione ordinò che i beni nazionali, messi in vendita, fossero suddivisi il più possibile. Per l'acquisto dei beni degli emigrati, furono create condizioni favorevoli ai poveri, e furono mantenute fino al 1796, epoca in cui la reazione le abolì.

Bisogna dire però che le finanze della Repubblica erano sempre in istato deplorevole. Le imposte erano difficili da riscuotere e la guerra assorbiva miliardi sopra miliardi. Gli assegnati perdevano del loro valore e, in tali condizioni, l'essenziale era d'avere il denaro al più presto possibile con la vendita dei beni nazionali, per distruggere una quantità corrispondente d'assegnati delle emissioni precedenti. Ecco perchè i governanti, Montagnardi come Girondini, pensavano meno al piccolo agricoltore che alla necessità di realizzare subito delle somme molto forti. Colui che pagava a contanti aveva sempre la preferenza.

Eppure, non ostante tutti gli abusi e tutte le speculazioni, si facevan delle vendite considerevoli di piccoli appezzamenti. I grossi borghesi s'arricchirono rapidamente acquistando i beni nazionali, ma nello stesso tempo, in varie parti della Francia, specialmente nell'Est, delle quantità considerevoli di terre passarono nelle mani dei contadini poveri in piccoli appezzamenti, come l'ha mostrato Loutchitzky. In quei luoghi, si ebbe una vera rivoluzione compiuta nel regime della proprietà.

Bisogna anche ricordare che l'idea della Rivoluzione era di colpire la classe degli aristocratici proprietari e di distruggere le grandi proprietà, abolendo i maggioraschi nelle successioni. A questo fine, soppresse fino dal 15 marzo 1790 la successione feudale, che permetteva ai signori di trasmettere le loro proprietà ad un solo discendente, generalmente al figlio maggiore. Nell'anno seguente (8-15 aprile 1791) fu abolita ogni inuguaglianza legale nei diritti d'eredità. «Ogni erede dello stesso grado succede a porzioni eguali dei beni che la legge gli assegna.» A poco a poco il numero degli eredi andò estendendosi, con l'aggiunta dei collaterali e dei figli naturali, e infine, il 7 marzo 1793, la Convenzione aboliva «la facoltà di disporre dei propri beni, sia in causa di morte, sia tra vivi, sia per donazione mediante contratto in linea diretta»; «tutti i discendenti avranno una parte uguale sui beni degli ascendenti».

In tal modo, si rendeva obbligatoria la divisione delle proprietà, almeno in caso d'eredità.

Quale fu l'effetto di queste tre grandi misure – l'abolizione dei diritti feudali senza riscatto, la restituzione delle terre ai comuni e la vendita dei beni sequestrati al clero e agli emigrati? Che influenza ebbero sulla ripartizione delle proprietà fondiarie? Questa domanda è stata discussa finora, e le opinioni restano sempre contradditorie, Si può dire anche ch'esse variano a seconda dello studio che il tale o il tal'altro esploratore fa su una parte o l'altra della Francia172.

Però, un fatto domina tutti gli altri, ed è ben accertato. La proprietà fu suddivisa. Dove la Rivoluzione trascinò le masse con sè, molte terre passarono ai contadini. E dappertutto, l'orribile, la cupa miseria dell'antico regime cominciò a scomparire. Non si ebbe più nel diciannovesimo secolo la carestia allo stato cronico, che rovinava periodicamente un terzo della Francia.

Prima della Rivoluzione, la carestia colpiva regolarmente, ogni anno, qualche parte della Francia. Le condizioni erano perfettamente uguali a quelle della Russia attualmente. Per quanto il contadino lavorasse, non riusciva mai ad avere il pane da un raccolto all'altro. Coltivava male, le sementi erano cattive, le sue magre bestie, sfinite dalla mancanza di nutrizione, non gli davano il letame necessario per fertilizzare la terra. I raccolti diventavano cattivi ogni anno. «Come in Russia!» s'è forzati di dirlo ad ogni pagina, quando si leggono i documenti e le opere che parlano della Francia agricola sotto l'antico regime.

Ma ecco la Rivoluzione. La tempesta è terribile. Le sofferenze causate dalla Rivoluzione, e specialmente dalla guerra, sono inaudite, tragiche. In certi momenti pare di vedere la Francia precipitare nell'abisso! Vengono quindi la reazione del Direttorio, le guerre dell'Impero, e infine la reazione dei Borboni, rimessi sul trono nel 1814 dalla coalizione dei re e degli imperatori. Con essi si ha il Terrore bianco più terribile del Terrore rosso. E gli spiriti superficiali dicono: «Vedete che le rivoluzioni non servono a nulla!»

Eppure, vi son due cose che nessuna reazione ha potuto cambiare. La Francia fu democratizzata dalla Rivoluzione a tal punto che chiunque abbia vissuto in Francia non può vivere in altro paese d'Europa senza dire: «Si vede ad ogni istante che la Grande Rivoluzione non è ancor passata qui». In Francia, il contadino è diventato un uomo, non è più «la bestia selvatica», di cui ci parlava La Bruyère. È un essere pensante. Tutto l'aspetto della Francia rurale è stato cambiato dalla Rivoluzione, e neppure il Terror bianco ha potuto far ricadere il contadino francese sotto l'antico regime. Naturalmente, anche in Francia, si riscontra troppa povertà nei villaggi; ma si potrebbe chiamare ricchezza in confronto di ciò che fu la Francia 150 anni fa, e di quel che vediamo sempre oggigiorno, dove la Rivoluzione non è passata ancora con la sua fiaccola.

LII
LOTTE CONTRO LA CARESTIA – IL «MASSIMO» – GLI ASSEGNATI

Una delle principali difficoltà per ogni rivoluzione è il nutrire le grandi città. Esse ora sono centri d'industrie diverse, che lavorano specialmente pei ricchi o per il commercio d'esportazione; e questi due rami s'arrestano appena è dichiarata una crisi qualsiasi. Come nutrire allora i grandi agglomeramenti urbani?

Questo appunto accadde in Francia. Tutto arrestò le industrie di lusso e il grande commercio: l'emigrazione, la guerra (specialmente quella con l'Inghilterra che impediva l'esportazione e il commercio lontano, ch'erano la vita di Marsiglia, Lione, Nantes, Bordeaux, ecc.), infine quel sentimento comune a tutti i ricchi per cui evitavano di mostrare troppo le loro ricchezze, in tempi di Rivoluzione.

I contadini avevano un lavoro pesante, specialmente quelli che s'erano impadroniti delle terre. Michelet dice che non vi fu mai aratura così energica come quella dell'autunno del 1791. E se i raccolti del 1791, 92 e 93 fossero stati abbondanti, il pane non sarebbe mancato. Ma dal 1788 l'Europa, e specialmente la Francia, attraversò una serie di cattive annate: inverni freddissimi, estati senza sole. Vi fu un solo raccolto buono, quello del 1793 e solamente in una metà dei dipartimenti. Questi avevano perfino del frumento in più; ma quando tale superfluo e i mezzi di trasporto furono sequestrati pei bisogni della guerra, s'ebbe la carestia in più di mezza Francia. Un sacco di frumento che valeva 50 lire a Parigi, salì a 60 lire nel febbraio del 1793, e fino a 100 e 150 nel maggio.

Il pane, che prima costava tre soldi la libbra, salì fino a sei soldi, ed anche a otto nelle piccole città vicine a Parigi. Nel Mezzogiorno della Francia, s'ebbero dei veri prezzi di carestia: 10 e 12 soldi alla libbra. A Clermont, nel Puy-de-Dôme, nel giugno 1793, la libbra di pane si pagava da 16 a 18 soldi. «Le nostre montagne sono nella più squallida miseria. L'amministrazione distribuisce un ottavo di sestiere per persona, e ciascuno è obbligato ad aspettare due giorni per avere il proprio turno si legge nel Moniteur del 15 giugno 1793.

Siccome la Convenzione non faceva ancor nulla, in principio del 1793, vi furono in otto dipartimenti assembramenti e sommosse per tassare le derrate. I commissari della Convenzione allora dovettero cedere davanti alla sommossa e imporre le tasse fissate dal popolo. Il mestiere di bladier (mercante di granaglie) diventava cosa pericolosa.

A Parigi, il problema di nutrire 800.000 bocche appariva tragico, poichè se il pane fosse rimasto a sei soldi alla libbra, come a un dato momento, si avrebbe certo avuto una sollevazione generale, e in tal caso, la mitraglia sola avrebbe potuto impedire il saccheggio dei ricchi. Per cui, indebitandosi sempre più verso lo Stato, la Comune spendeva da 12.000 a 75.000 lire al giorno per dare la farina ai panettieri e mantenere il pane a dodici soldi ogni quattro libbre. Il governo, dal canto suo, fissava la quantità di grano che ogni dipartimento e ogni cantone doveva mandare a Parigi. Ma le strade erano in cattivo stato e le bestie da tiro erano sequestrate dalla guerra.

Tutti i prezzi aumentavano in proporzione. Una libbra di carne, che prima costava cinque o sei soldi, veniva venduta a venti; lo zucchero era giunto a novanta soldi la libbra, una candela si pagava sette soldi.

Tutti si scagliavano contro gl'incettatori, ma senza alcun vantaggio. Dopo l'espulsione dei Girondini, la Comune aveva ottenuto dalla Convenzione la chiusura della Borsa di Parigi (27 giugno 1793); ma la speculazione continuava, e si vedevano gli speculatori, vestiti in modo speciale, riunirsi al Palais-Royal e camminare in frotte, con delle prostitute, oltraggiando la miseria del popolo.

L'8 settembre 1793, la Comune di Parigi, spinta agli estremi, fece mettere i sigilli presso tutti i banchieri e «mercanti di denaro». Saint-Just e Lebas, mandati in missione dalla Convenzione nel Basso-Reno, ordinavano al tribunale criminale di far radere al suolo la casa di chiunque fosse colpevole d'aggiotaggio. Ma allora la speculazione trovava altre vie.

A Lione, la situazione era peggiore che a Parigi, poichè il municipio, girondino in parte, non prendeva nessuna misura energica per sovvenire ai bisogni della popolazione. «La popolazione attuale di Lione è di 130.000 abitanti almeno; non vi sono sussistenze per tre giorni», scriveva Collot d'Herbois, il 7 novembre 1793, alla Convenzione. «La nostra situazione riguardo alle sussistenze è disperata... Sta per scoppiare la carestia.» Lo stesso accadeva in tutte le grandi città.

Durante quella carestia s'ebbero dei commoventi esempi d'abnegazione. Così si legge in Buchez e Roux (XXXVII, 12), che le sezioni di Montmartre e dell'«Uomo Armato» avevano fissato una quaresima civica di sei settimane; e Meillé ha trovato nella Biblioteca Nazionale l'ordine della sezione dell'Osservatorio, datato del 1° febbraio 1792, col quale i cittadini agiati di quella sezione s'erano impegnati a non far uso di zucchero e di caffè, fino al momento in cui il prezzo più moderato permettesse ai loro fratelli della classe meno agiata, di procurarsi simile godimento.» (Meillé, p. 302, nota). Più tardi, nell'anno II (febbraio e marzo 1794), quando la carne salì a prezzi elevatissimi, tutti i patriotti di Parigi decisero di non mangiarne più.

Ma tutto ciò non aveva che un effetto morale in mezzo alla carestia. Era necessaria una misura generale. Fin dal 16 aprile 1793, l'amministrazione del dipartimento di Parigi aveva inviato alla Convenzione una petizione per domandarle di fissare il prezzo massimo al quale il frumento avrebbe potuto essere venduto. Dopo una seria discussione e non ostante una forte opposizione, la Convenzione votò, il 3 maggio 1793, un decreto che fissava il prezzo massimo dei grani.

L'idea generale di quel decreto era di mettere, il più possibile, il produttore e il consumatore in rapporti diretti sui mercati, affinchè si rendessero inutili gl'intermediari. A tale scopo, ogni mercante o proprietario di granaglie e di farine fu obbligato di dichiarare al municipio del luogo in cui era domiciliato la quantità e la natura dei grani che possedeva. Era proibito di vendere grani o farine se non nei mercati pubblici prestabiliti; ma il consumatore poteva fare le sue provviste, per un mese, direttamente dai mercanti o proprietari del suo cantone, per mezzo d'un certificato del municipio. I prezzi medi pei quali erano passate parecchie qualità di grani tra il 1° gennaio e il 1° maggio 1793 diventarono i prezzi massimi, al disopra dei quali non doveva essere venduta nessuna sorta di grano. Questi prezzi dovevano diminuire leggermente fino al 1° settembre. Coloro che avessero venduto o comprato al disopra del massimo fissato dal decreto, sarebbero passibili d'una multa. Quelli invece che avessero guastato o anche nascosto per cattiveria e appositamente farine o grani (il che si faceva non ostante la carestia), sarebbero puniti di morte.

Quattro mesi più tardi, si pensò che sarebbe stato meglio rendere uguale il prezzo del frumento in tutta la Francia, e il 4 settembre 1793, la Convenzione stabilì per il mese di settembre, il prezzo d'un quintale di frumento a 14 lire.

Ecco in che consisteva quel maximum tanto calunniato173. Una necessità del momento della quale i realisti e i Girondini facevano una colpa ai Montagnardi. E la colpa era imperdonabile tanto più che i Montagnardi, d'accordo col popolo, domandavano che non solo il frumento, ma anche il pane cotto e diversi generi di prima e seconda necessità, fossero tassati. Se la società s'era incaricata di proteggere la vita del cittadino, non doveva forse, dicevano essi, proteggerlo contro coloro che attentavano alla di lui vita, facendo delle leghe per privarlo di ciò che è d'assoluta necessità per la vita stessa?

Eppure ciò sollevò una viva lotta, essendo i Girondini e molti Montagnardi assolutamente opposti all'idea di tassare le derrate, che trovavano «impolitica, impraticabile e pericolosa174». Ma l'opinione pubblica trionfò, e il 29 settembre 1793, la Convenzione decise di stabilire un massimo pei prezzi delle cose di prima e di seconda necessità: la carne, il bestiame, il lardo, il burro, l'olio dolce, il pesce, l'aceto, l'acquavite, la birra.

Questa soluzione era così naturale che la questione di sapere se non fosse necessario proibire l'esportazione dei grani, creare dei granai per il consumo e fissare un massimo dei prezzi per il frumento e le carni, aveva già preoccupato gli uomini di Stato ed i rivoluzionari dal 1789. Certe città, per esempio Grenoble, risolvettero da sole, fin dal settembre 1789, di fare acquisti di grani e di prendere delle misure severissime contro gl'incettatori. A tale scopo si pubblicò un gran numero d'opuscoli.175 Quando la Convenzione si riunì, le domande d'un prezzo massimo si fecero incalzanti, e il Consiglio del dipartimento di Parigi convocò i magistrati dei comuni del dipartimento per discutere quella questione. Il risultato fu di presentare alla Convenzione, in nome di tutto il popolo del dipartimento di Parigi, una petizione domandando che si fissasse un prezzo massimo dei grani. I combustibili, le candele, l'olio da bruciare, il sale, il sapone, lo zucchero, il miele, la carta bianca, i metalli, la canapa, il lino, le stoffe, le tele, gli zoccoli, le scarpe, il tabacco e le materie prime che servono alle fabbriche furono compresi in una stessa categoria, e i loro prezzi fissati per la durata d'un anno. Il massimo, al quale era permesso di vendere queste mercanzie, fu il prezzo che aveva ciascuna di esse nel 1790, quale era constatato dalle mercuriali, e il terzo in più, deducendone i diritti fiscali ed altri ai quali erano allora sottomesse (decreto del 29 settembre 1793).

Ma nello stesso tempo la Convenzione faceva anche leggi contro i salariati e la classe degli indigenti in generale. Decretava che «il massimo o il più alto prezzo rispettivo di salari, stipendi, mano d'opera e giornate di lavoro sarà fissato, fino al settembre prossimo, dai consigli generali dei comuni, alla stessa tassazione del 1790, con la metà di questo prezzo in più.»

È chiaro che quel sistema non si sarebbe fermato a quel punto. Dal momento che la Francia non voleva più attenersi al sistema di libertà del commercio e, quindi, dell'aggiotaggio e della speculazione che ne sono la conseguenza, – non poteva limitarsi a quei timidi tentativi. Doveva andar più lontano nella via della comunalizzazione del commercio, non ostante la resistenza che quelle idee dovevano necessariamente incontrare.

Infatti, l'11 brumaio anno II (1° novembre 1793), la Convenzione, dietro rapporto di Barère, trovò che fissare il prezzo al quale dovevano essere vendute le mercanzie dai negozianti al minuto, sarebbe stato come «colpire il piccolo commercio a favore del commercio all'ingrosso, e il fabbricante-operaio a favore dell'intraprenditore di fabbrica.» Si ebbe allora l'idea, che per fissare i prezzi di ognuna delle mercanzie comprese nel decreto precedente, bisognava conoscere «ciò che valeva nel suo luogo di produzione». Aggiungendovi il cinque per cento di vantaggio per il grossista, e altrettanto per il mercante al minuto, più un tanto per lega di trasporto, verrebbe fissato il vero prezzo alla quale ogni mercanzia dovrebbe essere venduta.

Allora, s'iniziò una gigantesca inchiesta per stabilire uno dei fattori del valore (le spese di produzione). Disgraziatamente essa non riuscì, poichè la reazione trionfò il 9 termidoro, e tutto fu messo da parte. Il 3 nevoso anno III (23 dicembre 1794), dopo una tempestosa discussione, incominciata dai termidoriani fin dal 18 brumaio (8 novembre), i decreti sul massimo furono abrogati.

Il risultato fu un ribasso spaventoso nel prezzo degli assegnati. Si davano solo 19 franchi per 100 in carta; sei mesi dopo se ne davano 2, e in novembre 1795, 75 centesimi soltanto. S'arrivò a pagare cento lire per un paio di scarpe e sino a sei mila una corsa in carrozza176.

S'è già detto che per procurare allo Stato mezzi d'esistenza, Necker aveva prima ricorso, il 9 e il 27 agosto 1789, a due prestiti, uno di trenta e l'altro d'ottanta millioni. Questi prestiti non essendo riusciti, aveva ottenuto dall'Assemblea Costituente una contribuzione straordinaria del quarto del reddito di ciascuno, pagato una volta sola. La bancarotta minacciava lo Stato; l'Assemblea, trascinata da Mirabeau, votò la contribuzione chiesta dal Necker. Ma questa produsse pochissimo177, e allora, come abbiamo visto, sorse l'idea di mettere in vendita i beni del clero, di creare così un fondo di beni nazionali e di emettere degli assegnati che sarebbero stati ammortizzati mano mano che la vendita di quei beni producesse denaro. La quantità d'assegnati emessi fu limitata al valore dei beni che fossero messi in vendita ogni volta. Tali assegnati portavano interesse e avevano corso forzoso.

L'aggiotaggio e il commercio di denaro tendevano senza dubbio continuamente a far cadere il corso degli assegnati; però esso potè ancora resistere, finchè il prezzo massimo delle principali derrate e degli oggetti di prima necessità fu stabilito dai municipi. Ma appena il massimo fu abolito dalla reazione termidoriana, la diminuzione di valore degli assegnati avvenne con rapidità spaventosa. Si può immaginare quale causa di miseria diventasse per coloro che vivevano di dì in dì.

Gli storici reazionari hanno sempre cercato di seminare la confusione su questo argomento come su tanti altri; ma in realtà il grande ribasso degli assegnati avvenne solo dopo il decreto del 3 nevoso anno III, che aboliva il massimo.

Nello stesso tempo la Convenzione, sotto i termidoriani, emise tale quantità d'assegnati, che di 6,420 milioni in circolazione al 13 brumaio anno III (3 novembre 1794), la cifra salì a dodici miliardi, otto mesi dopo, cioè il 25 messidoro anno III (13 luglio 1795).

Inoltre, i principi, specialmente il conte d'Artois, stabilivano in Inghilterra, con un'ordinanza del 20 settembre 1794, firmata dal conte Joseph de Puisaye e dal cavaliere de Tinténiac, «una fabbrica d'assegnati affatto simili a quelli che sono stati emessi, o lo saranno dalla sedicente Convenzione nazionale». Ben presto, settanta operai lavoravano in quella fabbrica, e il conte di Puisaye scriveva al Comitato dell'insurrezione bretone: «Tra poco avrete un milione al giorno, poi due, e così via».

Infine, già il 21 marzo 1794, durante una discussione alla Camera dei Comuni d'Inghilterra,     il famoso Sheridan denunciava la fabbrica di falsi assegnati, che Pitt aveva fondato in Inghilterra, e Taylor dichiarava aver visto co' suoi propri occhi, i falsi assegnati fabbricati. Delle quantità considerevoli di quegli assegnati erano state offerte in tutte le grandi città europee contro lettere di cambio178.

Se almeno la reazione si fosse limitata a quegl'intrighi infami! Essa si diede all'incetta sistematica delle derrate, acquistando i raccolti anticipatamente, e all'aggiotaggio sfrenato sugli assegnati179.

Così l'abolizione del massimo fu il segnale d'un rialzo tale in tutti i prezzi – e questo durante un'orribile carestia – che ci si chiede come la Francia abbia potuto attraversare una crisi tanto terribile, senza perdersi completamente. Anche gli autori più reazionari debbono riconoscerlo.

LIII
LA CONTRO RIVOLUZIONE IN BRETTAGNA. ASSASSINIO DI MARAT

La Francia, assalita da tutte le parti dalla coalizione delle monarchie europee, mentre attendeva all'opera immensa di ricostruzione da lei intrapresa, attraversava naturalmente una crisi difficile. Con lo studio particolareggiato di questa crisi e col seguire di giorno in giorno le sofferenze che il popolo dovette sopportare, si capisce tutta l'atrocità del delitto dei soddisfatti, quando non esitavano ad immergere la Francia negli orrori d'una guerra civile e d'un'invasione straniera, pur di conservare i propri privilegi.

Ebbene, i Girondini, espulsi dalla Convenzione il 2 giugno 1793, non esitarono a recarsi nei dipartimenti per fomentarvi la guerra civile, appoggiati dai realisti ed anche dallo straniero.

Bisogna ricordare che la Convenzione, dopo aver espulso trent'un rappresentanti girondini, li aveva fatti arrestare a domicilio, lasciando a ciascuno la libertà di circolare in Parigi, seguiti però da un gendarme. Vergniaud, Gensonné, Fonfrède restarono infatti a Parigi; Vergniaud ne approfittò anzi per mandare di tanto in tanto alla Convenzione delle lettere colme di fiele. Gli altri invece fuggirono, per tentare di sollevare i dipartimenti. I realisti non domandavano di meglio. Ben presto scoppiarono quindi in sessanta dipartimenti delle sollevazioni contro rivoluzionarie, fomentate dai Girondini e dai realisti più spinti, pienamente d'accordo.

Dal 1791 s'ordiva in Brettagna un complotto realista, allo scopo di ristabilire gli Stati di quella provincia e la vecchia amministrazione coi tre ordini. A capo di questa cospirazione era stato posto dai principi emigrati Tufin, marchese della Rouërie. Però il complotto fu denunciato a Danton, che lo fece sorvegliare. Il marchese fu obbligato a nascondersi, e nel gennaio 1793, morì nel castello d'un amico, dove fu sotterrato di nascosto. Tuttavia, l'insurrezione scoppiò con l'appoggio degli inglesi. Per mezzo dei marinai contrabbandieri e degli emigrati che s'erano riuniti a Jersey e a Londra, il ministero inglese preparava una vasta insurrezione con la quale si sarebbe impossessato della piazza forte di San Malò, di Brest, Cherbourg e fors'anco Nantes e Bordeaux.

Quando la Convenzione ebbe decretato l'arresto dei principali Girondini, Pétion, Guadet, Brissot, Barbaroux, Louvet, Buzot e Lanjuinais fuggirono per mettersi alla testa dell'insurrezione in Normandia e in Brettagna. Arrivati a Caen, vi organizzarono l'Associazione dei dipartimenti riuniti, per marciare contro Parigi, fecero arrestare i delegati della Convenzione e infocarono gli animi contro i Montagnardi. Il generale Wimpfen, che comandava le truppe della Repubblica in Normandia, si schierò con gl'insorti, senza nascondere loro le proprie opinioni monarchiche e nemmeno l'intenzione di cercare un appoggio in Inghilterra, eppure i capi girondini non si separarono da lui.

Per fortuna, in Normandia ed in Brettagna, il popolo non seguì gli agitatori realisti ed i preti. Le città furono per la Rivoluzione e l'insurrezione, vinta a Vernon, fallì180.

La marcia dei capi girondini attraverso la Brettagna, per sentieri ombrosi, senza neppure osare di mostrarsi nelle piccole città, dove i patriotti li avrebbero arrestati, ci mostra la poca simpatia ch'essi s'acquistarono anche in quel paese, dove la Convenzione non era riuscita a conciliarsi l'animo dei contadini, e dove la leva delle reclute per la guerra sul Reno non poteva essere vista di buon occhio. Quando Wimpfen volle marciare su Parigi, Caen gli fornì solo alcune diecine di volontari181. Tra la Normandia e la Brettagna non fu possibile di riunire più di cinquecento o seicento uomini, che non si batterono neppure, allorchè si trovarono di fronte a un piccolo esercito venuto da Parigi.

Però, in certe città, e specialmente nei porti di San Malò e di Brest, i realisti trovarono un buon appoggio nei negozianti, e fu necessario uno sforzo supremo dalla parte dei patriotti per impedire che San Malò non cadesse nelle mani degli inglesi come Tolone.

Bisogna leggere, infatti, le lettere del giovane Jullien, commissario del Comitato di salute pubblica, o di Jeanbon Saint-André, convenzionale in missione, per capire come fossero deboli le forze materiali della Repubblica, e fino a qual punto le classi opulenti fossero pronte a sostenere gl'invasori stranieri. Era stato preparato tutto per consegnare alla flotta inglese il forte di San Malò – che era armato di 123 cannoni e di 25 mortai e ben fornito di palle, di bombe e di polvere. L'arrivo dei commissari della Convenzione rianimò lo zelo dei patriotti e impedì il tradimento.

I rappresentanti in missione non si rivolsero alle amministrazioni: sapevano che erano imbevute di realismo e di «negoziantismo». Si recarono alla Società patriottica d'ogni città, grande o piccola che fosse, proponendole prima di tutto di «epurarsi». Ogni membro doveva dire ad alta voce, davanti alla Società, chi era prima del 1789 e cosa aveva fatto in seguito; se aveva firmato le petizioni realiste degli 8.000 e dei 20.000; quale era il suo stato finanziario prima dell'89, e quale l'attuale. Chi non poteva rispondere in modo soddisfacente a quelle domande era escluso dalla Società.

Fatta l'epurazione, la Società patriottica diventava l'organo della Convenzione. Mediante il suo aiuto, il rappresentante in missione procedeva a un'epurazione simile nel municipio, facendone escludere i realisti ed i «profiteurs». Allora, appoggiato dalla Società popolare, risvegliava l'entusiasmo nella popolazione, specialmente nei sanculotti. Egli dirigeva l'arruolamento dei volontari e indugeva i patriotti a fare degli sforzi eroici per l'armamento e la difesa delle coste. Organizzava le feste patriottiche e inaugurava il calendario repubblicano. Quando partiva per compiere lo stesso lavoro altrove, incaricava il nuovo municipio di prendere tutte le misure per il trasporto delle munizioni, dei viveri, delle truppe, – sempre sotto la sorveglianza della Società popolare, – con la quale teneva una corrispondenza attiva.

La guerra domandava spesso enormi sacrifizii. Ma in ogni città, a Quimper, a San Malò pure, i membri della Convenzione in missione trovarono uomini devoti alla Rivoluzione; e col loro aiuto organizzarono la difesa. Gli emigrati e i vascelli inglesi non osarono nemmeno avvicinarsi a San Malò od a Brest.

Così l'insurrezione non riuscì nè in Brettagna, nè in Normandia. Ma da Caen venne Carlotta Corday per assassinare Marat. Influenzata certo da ciò che sentiva dire contro la repubblica dei sanculotti montagnardi, abbagliata forse dall'aria di «repubblicani per bene» che si davano i Girondini arrivati a Caen, dove conobbe Barbaroux, Carlotta Corday si recò a Parigi l'11 luglio per uccidere qualche rivoluzionario in vista.

Gli storici girondini, che odiavano tutti Marat, autore principale del 31 maggio, hanno preteso che Carlotta Corday fosse repubblicana. Ma non è vero. Maria Carlotta Corday d'Armont era di famiglia arcirealista, e i suoi due fratelli erano emigrati. Allevata nel convento dell'Abbaye-aux-Dames, di Caen, viveva presso una parente, la signora de Breteville, «che non si diceva realista unicamente per paura». Tutto il preteso repubblicanismo di Carlotta Corday consisteva in questo: un giorno rifiutò di bere alla salute del re, e spiegò il proprio rifiuto dicendo che sarebbe diventata repubblicana, «se i francesi fossero stati degni della Repubblica». Vale a dire che era costituzionale, probabilmente fogliante. Wimpfen la diceva realista assolutamente.

Tutto induce a pensare che Carlotta Corday d'Armont non fosse una solitaria. Abbiamo visto che Caen era il centro dell'Associazione dei dipartimenti riuniti, sollevati contro la Convenzione montagnarda, ed è probabile che fosse stato preparato un complotto per il 14 o il 15 luglio per uccidere in quel giorno «Danton, Robespierre, Marat e compagnia». Forse essa era al corrente della cosa. La sua visita al Girondino Duperret, al quale aveva consegnato degli stampati con una lettera direttagli da Barbaroux, a Caen, e il consiglio che gli diede di ritirarsi immediatamente in questa città, ci lasciano supporre che la giovane Carlotta fosse lo strumento d'un complotto tramato a Caen dai Girondini e dai realisti182.

Ci sembra provata l'esistenza d'un complotto a cui partecipavano i Girondini. Il 10 luglio veniva letta una lettera al Consiglio generale della Comune di Parigi, ricevuta a Strasburgo e rinviata a Parigi dal sindaco di quella città, lettera in cui stava scritto «...La Montagna, la Comune, la Giacobinaia, e tutta la sequela scellerata sono vicini alla tomba... Non più tardi del 15 luglio, balleremo! Desidero che non si sparga altro sangue all'infuori di quello di Danton, Robespierre, Marat e compagnia...» (Cito secondo Louis Blanc). L'11 e il 12 luglio, la Chronique de Paris, giornale girondino, alludeva già alla morte di Marat.

Carlotta Corday confessò d'aver fatto il progetto d'uccidere Marat al Campo di Marte, durante la festa commemorativa della Rivoluzione, il 14 luglio, oppure se non vi si fosse recato, alla Convenzione. Ma la festa era stata rinviata, e Marat, ammalato, non andava più alla Convenzione. Allora, gli scrisse per pregarlo di riceverla, e non ottenendo risposta, gli scrisse ancora, parlando gesuiticamente della sua bontà che ben conosceva, o di cui le avevano parlato i suoi amici. Diceva d'essere infelice e perseguitata, e con simile raccomandazione era certa d'essere ricevuta.

Si recò dunque da Marat il 13 luglio, alle sette di sera con quel biglietto e un coltello nascosto sotto lo scialle. La moglie, Caterina Evrard, esitò un poco, ma finì per lasciare entrare la giovane nel povero appartamento dell'amico del popolo.

Consumato dalla febbre da due o tre mesi, causa la vita di continue persecuzioni ch'egli conduceva dal 1789, Marat era seduto in una vasca coperta, e correggeva le bozze del suo giornale sopra un'asse posata trasversalmente sul bagno. Carlotta Corday colpì al petto l'Amico del Popolo, che spirò subito.

Tre giorni dopo, il 16, un altro amico del popolo era ghigliottinato a Lione dai Girondini: Chalier.

Il popolo perdette in Marat l'amico più devoto. Gli storici girondini, che hanno odiato Marat, lo rappresentarono come un pazzo sanguinario che non sapeva neppur ciò che voleva. Ma ora sappiamo come si fanno certe reputazioni. È vero che nei tempi più tristi della Rivoluzione, 1790-1791, comprendendo che l'eroismo del popolo non aveva trionfato sulla monarchia, Marat scrisse essere necessario d'abbattere qualche migliaio di teste d'aristocratici per far progredire la Rivoluzione. Ma in fondo all'anima non era affatto sanguinario. Egli amò il popolo, come lo amò la sua eroica compagna Caterina Evrard183, di un amore assai più profondo di tutti i suoi contemporanei messi in evidenza dalla Rivoluzione, e fu fedele a quell'amore.

Appena cominciò la Rivoluzione, Marat si mise a pane ed acqua, non metaforicamente, ma realmente. E quando fu assassinato, si trovò che tutto il suo avere consisteva in un assegnato di venticinque lire.

Marat, più maturo d'anni e più esperto di tutti i suoi compagni rivoluzionari, seppe capire le diverse fasi della Rivoluzione, e prevederne le successive, molto meglio di tutti i suoi contemporanei. Si può dire che fu il solo tra gli uomini in vista della Rivoluzione, che ebbe realmente la concezione e il colpo d'occhio d'un uomo che vede le cose in grande nei loro molteplici rapporti184. Ebbe la sua parte di vanità, e ciò si spiega un po' in questo: fu sempre perseguitato, anche nel più forte della Rivoluzione, mentre ogni nuova fase provava quanto fossero giuste le sue previsioni. Ma sono inezie. Il fondo del suo spirito consisteva nell'aver capito ciò che necessitava fare, ad ogni momento, per il trionfo della causa del popolo, il trionfo della Rivoluzione popolare, non d'una Rivoluzione astratta, teorica.

Però, quando la Rivoluzione, dopo l'abolizione reale dei diritti feudali, dovette fare ancora un passo avanti per consolidare l'opera sua; quando si trattò d'agire in modo che essa riuscisse utile ai più profondi strati sociali, dando a tutti la sicurezza della vita e del lavoro, Marat non afferrò quanto c'era di vero nelle idee di Jacques Roux, di Varlet, di Chalier, di L'Ange e molti altri. Non potendo concepire lui stesso l'idea del profondo cambiamento comunista, di cui i precursori cercavano le forme possibili e realizzabili; temendo, altresì, che la Francia perdesse le libertà già conquistate, non diede a quei comunisti l'appoggio necessario della sua energia e della sua immensa influenza. Non si fece l'araldo del comunismo nascente.

«Se mio fratello fosse stato in vita, diceva la sorella di Marat, Danton, nè Camille Desmoulins non sarebbero mai stati ghigliottinati». E neppure gli Hébertisti. In generale, se Marat capiva il furore momentaneo del popolo, e lo considerava necessario in certi momenti, certo però non sarebbe stato partigiano del Terrore, come esso fu messo in pratica dopo il settembre 1793.

LIV
LA VANDEA – LIONE – IL MEZZOGIORNO

L'insurrezione non riuscì in Normandia e in Brettagna, ma i contro rivoluzionari ebbero più fortuna nel Poitou (dipartimenti delle Deux-Sèvres, Vienna e Vandea), a Bordeaux, a Limoges e, in parte, anche nell'Est. Vi furono delle sommosse contro la Convenzione montagnarda a Besançon, a Dijon, a Macon – regioni in cui nel 1789 la borghesia s'era mostrata feroce contro i contadini ribelli, come abbiamo detto.

Il Mezzogiorno infestato da molto tempo dai realisti, si sollevò in parecchi luoghi. Marsiglia cadde nelle mani dei contro rivoluzionari, girondini e realisti, nominò un governo provvisorio e volle muovere contro Parigi. Toulouse, Nimes e Grenoble si sollevarono anch'esse contro la Convenzione.

Tolone ricevette una flotta inglese e spagnuola, che s'impadronì di quella piazza forte in nome di Luigi XVII. Bordeaux, città commerciale, fu pure pronta a sollevarsi all'appello dei Girondini; e Lione, dove la borghesia commerciale dominava dal 29 maggio, insorse apertamente contro la Convenzione e sostenne un lungo assedio, mentre i Piemontesi entravano in Francia, approfittando del disordine dell'esercito che doveva avere Lione per base.

Fino ad oggi non sono ben note le vere cause della sollevazione in Vandea. L'affetto dei contadini pei loro preti, abilmente sfruttato dal Vaticano, ebbe certo grandissima influenza nei loro odii contro rivoluzionari. C'era anche nelle campagne della Vandea un certo quale attaccamento al re, ed era facile pei realisti d'impietosire i contadini sulla sorte di quel povero re che «volle il bene del popolo e fu ghigliottinato dai Parigini.» Quante lagrime furono versate dalle donne sulla sorte di quel povero fanciullo, il Delfino, racchiuso in una prigione! Gli emissari che arrivavano da Roma, da Coblenza e dall'Inghilterra, muniti di bolle del papa, d'ordini reali, e d'oro, trovavano quindi un terreno propizio, specialmente quand'erano protetti dalla borghesia – gli ex-mercanti di schiavi di Nantes e i commercianti, ai quali l'Inghilterra prodigava promesse d'appoggio contro i sanculotti.

C'era poi quest'altra ragione che, da sola, poteva bastare per sollevare provincie intere: la leva di trecento mila uomini, ordinata dalla Convenzione per respingere l'invasione. Essa fu considerata in Vandea come un'infrazione al diritto più sacro dell'individuo quello di restare nel paese nativo.

Eppure, è lecito credere che vi fossero altre cause per armare i contadini della Vandea contro la Rivoluzione. Studiando i documenti dell'epoca, si vedono continuamente delle cause che dovevano produrre un profondo risentimento nei contadini contro l'Assemblea Costituente e la Legislativa. Il solo fatto d'aver abolito la riunione plenaria degli abitanti d'ogni villaggio, ch'era stata la regola fino al momento in cui la Costituente la soppresse (dicembre 1789), e il fatto d'aver diviso i contadini in due classi – i cittadini attivi e i cittadini passivi – e consegnata l'amministrazione degli affari comunali, che interessava tutti, agli eletti dai contadini arricchiti, – tutto questo sarebbe bastato per risvegliare nei villaggi il malcontento contro la Rivoluzione, che appariva semplicemente come l'opera della borghesia cittadina.

È ben vero che, il 4 agosto, la Rivoluzione aveva ammesso come principio l'abolizione dei diritti feudali e della manomorta; ma essa non esisteva già più, a quanto pare, nell'Ovest, e l'abolizione dei diritti feudali dapprima fu solo scritta sulla carta. Siccome la sollevazione delle campagne fu debole nelle regioni dell'Ovest, i contadini si vedevano forzati di pagare i cànoni feudali, come prima.

Inoltre, ciò che ebbe una grande importanza per le campagne, fu la vendita dei beni nazionali, di cui la maggior parte (tutti i beni della Chiesa) avrebbe dovuto ritornare nelle mani dei poveri, mentre invece, le compere essendo fatte dai borghesi della città, si ravvivarono gli odii. Bisogna anche ricordare il saccheggio delle terre comunali a profitto dei borghesi, – saccheggio che la Legislativa appoggiò co' suoi decreti. (Vedere cap. XXVI).

Così, pur imponendo nuovi carichi ai contadini, – imposte, leve, requisizioni, – la Rivoluzione non aveva ancor dato nulla alle campagne, fino all'agosto 1793, a meno che queste non si fossero impadronite direttamente delle terre dei nobili o del clero. Di conseguenza, nasceva un odio sordo nei villaggi contro le città; e la sollevazione in Vandea è appunto una guerra dichiarata dalla campagna alla città, ai borghesi in generale185.

Fomentata da Roma, l'insurrezione scoppiò furiosa, sanguinaria, sotto la direzione dei preti. E la Convenzione poteva opporle solo dei contingenti insignificanti, comandati da generali o incapaci, o che avevano interesse a trascinare la guerra per le lunghe.

Ed è quanto accadde, grazie altresì alle lettere dei deputati girondini. La rivolta potè estendersi e si fece ben presto così minacciosa, che i montagnardi dovettero ricorrere a misure odiose, per porvi fine.

Il piano dei vandeani era d'impadronirsi di tutte le città, di sterminarvi i «patriotti» repubblicani, d'estendere l'insurrezione dei dipartimenti vicini, e di muovere poi contro Parigi. Sul principio di giugno 1793, i capi della Vandea, Cathelineau, Lescure, Stoflet, La Rochejaquelein, alla testa di 40,000 uomini, s'impadronirono infatti della città di Saumur, e per conseguenza, della Loira. Poi, passando il fiume, presero Angers (17 giugno) e, nascondendo abilmente i loro movimenti, piombarono precipitosamente su Nantes, porto della Loira. Così si sarebbero messi in contatto diretto con la flotta inglese. Il 29 e il 30 giugno, il loro esercito, rapidamente concentrato, attaccò Nantes. Ma furono battuti dai repubblicani, perdettero Cathelineau, vero capo democratico della sollevazione, e dovettero abbandonare Saumur, per ritirarsi sulla riva sinistra della Loira.

Allora fu necessario uno sforzo supremo da parte della Repubblica per assalire i vandeani nel loro paese, e fu una guerra sterminatrice, che spinse da venti a trenta mila vandeani, seguiti dalle loro donne, ad emigrare in Inghilterra, passando per la Brettagna. Attraversarono dunque la Loira dal sud al nord, e continuarono a marciare in questa direzione. Ma l'Inghilterra non voleva saperne di quegli emigrati, e i bretoni li ricevettero freddamente, tanto più che i patriotti bretoni tornavano ad avere il sopravvento; così tutta quella massa di pezzenti affamati fu respinta nuovamente verso la Loira.

Abbiamo visto da qual furore selvaggio fossero animati i vandeani, aizzati dai preti, in principio della rivolta. Ora la guerra diventava una guerra d'esterminazione. La signora La Rochejaquelein dice che, nell'ottobre 1793, la loro parola d'ordine era: Non più grazia! Il 20 settembre 1793, i vandeani avevano colmato il pozzo di Montaigu di corpi ancora viventi di soldati repubblicani, schiacciati a colpi di pietre. Charette, prendendo Noirmoutiers il 15 ottobre, aveva fatto fucilare tutti coloro che s'erano arresi. Sotterravano fino al collo gli uomini vivi e poi si divertivano a far loro subire ogni sorta di sofferenze alla testa186.

Quando tutta quella massa d'uomini respinta sulla Loira rifluì verso Nantes, le prigioni di quella città cominciarono a riempirsi in modo minaccioso. In quei covi gremiti d'esseri umani, infieriva il tifo e ogni sorta di malattie contagiose, che si propagavano nella città sfinita dall'assedio. Come a Parigi, dopo il 10 agosto, i realisti nelle prigioni minacciavano di sgozzare tutti i repubblicani, appena si fosse avvicinata l'«armata reale» dei vandeani. E i patriotti sommavano a poche centinaia in quella città che, arricchitasi con la tratta dei neri e il loro lavoro a San Domingo, ora s'impoveriva in causa dell'abolizione della schiavitù. La fatica dei patriotti, per impedire la presa improvvisa di Nantes con l'aiuto dell'«armata reale» e l'uccisione dei repubblicani era tale, che le pattuglie dei patriotti cadevano sfinite.

Allora il grido che si faceva sentire dal 1792: «Tous à l'eau!» (anneghiamoli tutti) – diventò minaccioso. Una specie di follia, che Michelet paragona a quella che domina gli abitanti d'una città durante la peste, s'impadronì della popolazione più povera, e il membro della Convenzione in missione, Carrier, il cui temperamento si prestava purtroppo a quel genere di furore, lasciò fare.

Si cominciò dai preti e si finì sterminando più di 2000 uomini e donne racchiusi nelle prigioni di Nantes.

Quanto alla Vandea in generale, il Comitato di salute pubblica ebbe la selvaggia idea di sterminare i vandeani e di spopolare la Vandea, senza neppur approfondire le cause della rivolta di tutta una regione, accontentandosi della banale spiegazione «di fanatismo di quei contadini brutali», senza cercar di capire il contadino e d'interessarlo della Repubblica. Vennero stabiliti sedici campi trincerati e dodici «colonne infernali» furono lanciate sul paese per devastarlo, abbruciarne le capanne e sterminare gli abitanti.

I frutti di questo sistema son facili da indovinare. La Vandea diventò una piaga sanguinosa della Rivoluzione e sanguinò per due anni. Una regione grandissima fu completamente perduta per la Repubblica, e la Vandea fu la causa delle lotte più sanguinose tra i Montagnardi stessi.

Anche le sollevazioni in Provenza e a Lione ebbero un'influenza non meno funesta sullo svolgimento della Rivoluzione. Lione era città d'industrie di lusso. Gran numero d'operai-artisti lavoravano a domicilio a tessere sete finissime e a fare ricami d'oro e d'argento, industria che s'era arenata durante la Rivoluzione, e la popolazione si trovava divisa in due campi ostili. Gli operai-maestri, i piccoli padroni e la borghesia, alta e media, erano contro la Rivoluzione; invece gli operai, quelli che lavoravano per i piccoli padroni o che trovavano lavoro nelle industrie connesse della tessitura, parteggiavano per la Rivoluzione, e intuivano fino d'allora quel socialismo, che si doveva poi svolgere nel diciannovesimo secolo. Seguivano volontieri Chalier, comunista mistico, amico di Marat, che esercitava una grande influenza sulla municipalità, e le cui aspirazioni popolari somigliavano a quelle della Comune di Parigi. Inoltre, L'Ange, un precursore di Fourier, e i suoi amici facevano un'attiva propaganda comunista.

Intanto, i borghesi ascoltavano volontieri i nobili e specialmente i preti. Il clero locale aveva a Lione una grande influenza ed era sostenuto da una massa di preti emigrati, che venivano dalla Savoia. La maggior parte delle sezioni di Lione era stata abilmente invasa dalla borghesia girondina, dietro la quale si nascondevano i realisti.

Il conflitto scoppiò il 29 maggio 1793, come s'è visto. Si lottò nelle strade e la borghesia trionfò. Chalier fu arrestato e, debolmente difeso a Parigi da Robespierre e Marat, fu decapitato il 15 luglio, e poscia le rappresaglie dei borghesi e dei realisti furono terribili. La borghesia lionese, girondina fino a quel momento, incoraggiata dalle rivolte nell'Ovest, fece apertamente causa comune cogli emigrati realisti. Armò 20,000 uomini e mise la città in istato di difesa contro la Convenzione.

Marsiglia, dove i partigiani dei Girondini s'erano sollevati dopo il 31 maggio, stava per prestare aiuto a Lione. Ispirate dal girondino Rebecqui, che era accorso subito, le sezioni, in maggior parte nelle mani dei Girondini, avevano riunito un esercito di 10,000 uomini, che si dirigeva verso Lione, col disegno di muovere poi su Parigi, contro i Montagnardi. Com'era da prevedere, quest'insurrezione prese ben presto carattere francamente realista. Altre città del Mezzogiorno – Tolone, Nîmes, Montauban – s'unirono al movimento.

Però, l'armata marsigliese fu presto battuta dalle truppe della Convenzione, comandate da Carteaux, che rientrò vittorioso in Marsiglia, il 25 agosto 1793. Rebecqui s'annegò; ma parte dei realisti vinti si rifugiarono a Tolone e questo gran porto militare fu consegnato agl'inglesi. L'ammiraglio inglese prese la città, proclamò Luigi XVII re di Francia e fece venire per mare un esercito di 8000 spagnuoli, per difendere Tolone e i suoi forti.

Intanto, 20,000 Piemontesi entravano in Francia per soccorrere i realisti lionesi e scendevano verso Lione attraverso le valli di Sallenche, la Tarentaise e la Maurienne. Il convenzionale Dubois-Crancé tentò, ma inutilmente, di avviare delle trattative con Lione. Il movimento era nelle mani dei realisti e questi non volevano saperne di nulla. Il comandante Précy, che aveva combattuto nelle file degli Svizzeri il 10 agosto, era un fedele di Luigi XVI. Molti realisti, invece d'emigrare, erano andati a Lione a combattere contro la Repubblica e i capi del partito realista si concertavano con un agente dei principi, Imbert-Colomès, sui mezzi per annodare l'insurrezione lionese con le operazioni dell'armata piemontese. Inoltre, il Comitato di salute pubblica lionese aveva per segretario il generale Roubiès, padre dell'Oratorio, mentre il comandante Précy era in rapporti con l'agente dei principi e domandava loro rinforzi di truppe piemontesi e austriache.

Non restava più che a tentare un assedio in regola di Lione, e fu infatti cominciato, l'8 agosto, da vecchie truppe distaccate all'uopo dall'esercito delle Alpi, e da cannoni venuti da Besançon e da Grenoble. Gli operai lionesi non volevano saperne d'una guerra contro rivoluzionaria, ma non si sentivano abbastanza forti per sollevarsi. Fuggivano dalla città assediata e andavano a raggiungere l'esercito dei sanculotti, che, pur essendo quasi senza pane, lo divise coi 20,000 fuggitivi.

Intanto però, Kellermann era riuscito, nel settembre, a respingere i Piemontesi; Couthon e Maignet, i due convenzionali in missione che avevano raccolto in Alvergna un esercito di contadini armati di falci, di picche o di forche, giungevano il 2 ottobre per aiutare Kellermann. Il 9, gli eserciti della Convenzione prendevano finalmente possesso di Lione.

La repressione repubblicana fu terribile, è triste il dirlo. Pare che Couthon tendesse a una politica di pace; ma i terroristi trionfarono alla Convenzione. Si parlò d'applicare a Lione il piano che il Girondino Imbert aveva proposto per Parigi: distruggere Lione in modo che ne restassero solo le rovine, sulle quali si sarebbe poi messa la seguente iscrizione: Lione fece guerra alla libertà – Lione non esiste più. Ma quel piano insensato non fu accettato e la Convenzione decise che fossero distrutte le case dei ricchi, rispettando però quelle dei poveri. L'esecuzione di questo piano fu confidata a Collot d'Herbois, ma non lo realizzò, perchè era cosa impossibile: una città non si demolisce così facilmente. Però con le fucilazioni in massa e le uccisioni alle quali Collot d'Herbois ricorse, fece un gran torto alla Rivoluzione.

I Girondini, per la loro sollevazione, avevano contato molto su Bordeaux. Questa città «negoziantista» infatti si sollevò, ma l'insurrezione non durò molto. Il popolo non si lasciò trascinare, non credette alle accuse «di realismo e d'orleanismo» lanciate contro i Montagnardi. Così, quando i deputati girondini, evasi da Parigi, giunsero a Bordeaux, dovettero nascondersi in quella stessa città che, secondo i loro piani, avrebbe dovuto essere il centro della sollevazione. Bordeaux non tardò a sottomettersi ai commissari della Convenzione.

Tolone, sobillata da molto tempo dagli agenti inglesi, e dove gli ufficiali della marina erano tutti realisti, cadde interamente in potere d'una flotta inglese. I pochi patriotti furono imprigionati, e siccome gl'inglesi non perdevano tempo, armavano i forti e ne costruivano dei nuovi, fu necessario un assedio in regola per impadronirsi della città. Questo avvenne solo nel dicembre 1793.

LV
LA GUERRA – L'INVASIONE RESPINTA

Dopo il tradimento di Dumouriez e l'arresto dei capi girondini, la Repubblica dovette compiere un nuovo lavoro di riorganizzazione de' suoi eserciti su una base democratica, e dovette rinnovare tutto l'alto comando, per sostituire i capi girondini e realisti con repubblicani montagnardi.

Le condizioni in cui si compiva questo lavoro di riordinamento erano così difficili, che solo l'energia selvaggia d'una nazione in rivoluzione fu capace di condurlo a termine, non ostante l'invasione, le sollevazioni interne e il lavoro nascosto delle cospirazioni tramate in tutta la Francia dai possidenti, per affamare i sanculotti e farli cadere nelle mani dei nemici. Le amministrazioni dei dipartimenti e dei distretti, restate quasi dappertutto nelle mani di Foglianti e Girondini, facevano di tutto per impedire che le munizioni e le provvigioni giungessero ai soldati.

Fu necessario tutto il genio della Rivoluzione e tutta l'audacia giovanile d'un popolo risvegliato da un lungo letargo, tutta la fede dei rivoluzionari in un avvenire d'Uguaglianza, per condurre a buon fine la lotta titanica che i sanculotti dovettero sostenere contro l'invasione e il tradimento. Ma quante volte fu sul punto di cadere quel popolo completamente dissanguato!

Se oggi la guerra può desolare e rovinare intere provincie, ci è facile concepire la rovina che portava con sè centovent'anni fa, tra una popolazione molto più povera. Nei dipartimenti vicini al teatro della guerra, il frumento era tagliato ancor verde per servire di foraggio. La maggior parte dei cavalli e delle bestie da tiro erano sequestrati nei luoghi dove agiva uno dei quattordici eserciti della Repubblica. Il pane mancava ai soldati, ai contadini e ai più poveri nelle città. Ma anche il resto mancava. In Brettagna, in Alsazia, i rappresentanti in missione erano forzati di domandare agli abitanti di certe città, come Brest o Strasburgo, di dare le loro scarpe per i soldati. Si faceva l'incetta di tutti i cuoi e tutti i calzolai erano obbligati a lavorare per l'esercito, ma le calzature mancavano sempre e ai soldati si distribuivano degli zoccoli. E non è tutto. Si dovettero perfino creare dei comitati per raccogliere nelle case private «gli utensili di cucina, paioli, pentole, casseruole, vaschette ed altri oggetti di rame e di piombo, come pure tutto il rame e il piombo non lavorato.» È quanto si fece nel distretto di Strasburgo.

In questa città, i rappresentanti e la municipalità si videro costretti di domandare agli abitanti abiti, calze, scarpe, camicie, lenzuola, coperte e biancheria vecchia – per vestire i volontari in cenci, nonchè di ottenere dei letti dai privati per curare i feriti. Ma tutto ciò non bastava, e di tanto in tanto, i convenzionali in missione dovevano imporre grosse tasse rivoluzionarie, che prelevavano specialmente sui ricchi. Questo accadde specialmente in Alsazia, dove i grandi signori non volevano rinunziare ai loro diritti feudali, in difesa dei quali s'era armata l'Austria. Nel Mezzogiorno, a Narbonne, un rappresentante della Convenzione dovette chiamare tutti i cittadini e le cittadine della città per scaricare le barche e caricare i carri che dovevano trasportare il foraggio all'esercito187.

A poco a poco, però, l'esercito fu riorganizzato. Si eliminarono i generali girondini; il loro posto fu preso da giovani. Dappertutto entravano uomini nuovi, per i quali la guerra non era mai stata un mestiere, e che giungevano nelle armate con tutto l'entusiasmo d'un popolo in rivoluzione. Crearono una nuova tattica, che fu poi attribuita a Napoleone, la tattica degli spostamenti rapidi e delle grandi masse, che schiacciano il nemico nei suoi corpi separati, prima che possa avvenire il loro congiungimento. Miseramente vestiti, in cenci, spesso scalzi, spessissimo senza nutrimento, ma ispirati dal fuoco sacro della Rivoluzione e dell'uguaglianza, i volontari del 1793 riportavano vittorie anche quando la disfatta sembrava inevitabile. Nello stesso tempo, i commissari della Convenzione spiegavano un'energia selvaggia per nutrire quegli eserciti, vestirli, trasportarli. Per la maggior parte di essi, l'uguaglianza era un principio. Senza dubbio, anche tra i convenzionali vi fu qualcuno che diede cattivo esempio, come Cambacérès. Vi furono degli sciocchi, che si circondarono del fasto che fu più tardi la rovina di Bonaparte, e vi furono alcuni colpevoli d'estorsioni. Ma furono poche eccezioni. Quasi tutti i duecento membri della Convenzione in missione seppero dividere le miserie e i pericoli coi soldati.

Quegli sforzi condussero alla vittoria, e dopo aver passato nell'agosto e nel settembre un cupo periodo di rovesci, gli eserciti repubblicani riuscirono a trionfare. L'invasione fu respinta nel principio dell'autunno.

In giugno, dopo il tradimento di Dumouriez, l'esercito del Nord era in piena disfatta – coi suoi generali pronti a venire alle mani – ed aveva contro quattro armate, circa 118,000 uomini: inglesi, austriaci, annoveresi ed olandesi. Costretto ad abbandonare il suo campo trincerato per rifugiarsi al di qua della Sarpe, lasciava le fortezze di Valenciennes e di Condé al nemico e gli apriva la via di Parigi.

I due eserciti che difendevano la Mosella e il Reno contavano appena 60,000 combattenti, ed avevano contro 83,000 prussiani ed austriaci ed un corpo di cavalleria di 6000 emigrati. Custine, la cui fedeltà alla Repubblica era alquanto sospetta, abbandonava le posizioni occupate nel 1792 e lasciava che i tedeschi investissero la fortezza di Magonza sul Reno.

Verso la Savoia e Nizza, dov'era necessario tener testa a 40,000 piemontesi spalleggiati da 8,000 austriaci, c'era solamente l'esercito delle Alpi e quello delle Alpi Marittime, entrambi completamente disorganizzati in seguito alle sollevazioni del Forez, di Lione e della Provenza.

Verso i Pirenei, 23,000 spagnuoli entravano in Francia e incontravano solo 10,000 uomini senza cannoni e senza provvigioni. Con l'aiuto degli emigrati, quell'esercito s'impadronì di parecchi forti e minacciò tutto il Roussillon.

In quanto all'Inghilterra, inaugurò fino dal 1793 la tattica che seguì più tardi nelle guerre contro Napoleone. Senza esporre troppo sè stessa, preferì pagare le potenze della coalizione, approfittando altresì della debolezza della Francia per toglierle le sue colonie e rovinare il suo commercio all'estero. Nel giugno 1793, il governo britannico dichiarò il blocco di tutti i porti francesi, e contrariamente agli usi del diritto internazionale d'allora, le navi inglesi si misero a catturare i bastimenti neutri che apportavano viveri in Francia. Nello stesso tempo, l'Inghilterra favoriva gli emigrati, importava armi e pacchi di proclami, per sollevare la Brettagna e la Vandea, preparava la presa dei porti di San Malò, Brest, Nantes, Bordeaux, Tolone, ecc.

Internamente, v'erano cento mila contadini sollevati in Vandea e resi fanatici dai preti; la Brettagna in fermento e sobillata dagl'inglesi; la borghesia delle grandi città commercianti, come Nantes, Bordeaux, Marsiglia, furiosa per l'arenamento degli «affari» e quindi complice degl'inglesi; Lione e la Provenza in piena rivolta; il Forez influenzato dai preti e dagli emigrati. A Parigi stessa, tutti coloro che s'erano arricchiti dopo il 1789, impazienti di finirla con la Rivoluzione, si preparavano a darle l'assalto.

In tali condizioni, gli alleati si sentirono sicuri di ristabilire in breve la monarchia, ponendo Luigi XVII sul trono, e sperarono anzi di riuscirvi in poche settimane. Fersen, confidente di Maria Antonietta, discuteva già co' suoi amici come si sarebbe composto il consiglio di reggenza; mentre si conveniva tra l'Inghilterra, la Spagna e la Russia il piano di mettere il conte d'Artois alla testa dei malcontenti in Brettagna188.

Se gli alleati avessero mosso senz'altro contro Parigi, la Rivoluzione avrebbe certamente corso un grave pericolo. Ma s'arrestarono nella loro marcia per impadronirsi prima di Valenciennes e di Magonza, sia che temessero un altro Due Settembre, sia che preferissero il possesso delle piazze forti tolte alla Francia al tentare l'assedio di Parigi. Magonza si difese, e capitolò solo il 22 luglio. Qualche giorno prima, Condé s'arrendeva, dopo una resistenza di quattro mesi, e, il 26 luglio, dopo un assalto degli alleati, capitolava anche Valenciennes, con grande soddisfazione della borghesia, la quale, durante l'assedio, aveva mantenute delle relazioni col duca di York. L'Austria s'impossessò di quelle piazze forti.

Al Nord, fino dal 10 agosto, la via di Parigi era aperta agli alleati, che avevano più di 300,000 uomini tra Ostenda e Basilea.

Da quale altro motivo furono trattenuti ancora gli alleati dal marciare su Parigi per liberare Maria Antonietta e il Delfino? Forse dal desiderio sempre d'impadronirsi prima delle fortezze, che rimarrebbero poi in loro potere, checchè accadesse in Francia? Forse dalla paura della resistenza selvaggia che avrebbe opposta la Francia repubblicana? Oppure – e questo ci sembra più probabile – in seguito a considerazioni diplomatiche?

Siccome i documenti che concernono la diplomazia francese di quell'epoca non sono ancora stati pubblicati, siamo obbligati a fare delle congetture. Sappiamo però che, durante l'estate e l'autunno del 1793, vi furono delle trattative tra il Comitato di salute pubblica e l'Austria concernenti la liberazione di Maria Antonietta, del Delfino, di sua sorella e della loro zia, madama Elisabetta. Sappiamo pure che Danton fu in trattative segrete fino al 1794 coi «whigs» inglesi, per fermare l'invasione inglese. In Inghilterra s'aspettava da un giorno all'altro di vedere Fox, capo dei «whigs», rovesciare Pitt, capo dei «tories», e giungere al potere. Per due volte si sperò che il parlamento inglese si sarebbe pronunciato contro il proseguimento della guerra contro la Francia189 (alla fine di gennaio 1794, al momento della discussione della risposta al discorso della Corona, e il 16 marzo 1794).

Comunque sia, gli alleati, dopo le loro prime vittorie, non mossero su Parigi, e si misero nuovamente ad assediare le fortezze; il duca di York andò a Dunkerque e ne cominciò l'assedio il 24 agosto, e il duca di Cobourg assediò il Quesnoy.

Fu un momento di sollievo per la Repubblica, che permise a Bouchotte, ministro della guerra successo a Pache, di riorganizzare l'armata, rinforzandola con una leva di 600,000 uomini e dandole dei comandanti repubblicani, mentre Carnot, al Comitato di salute pubblica, procurava di metter d'accordo le mosse dei generali, e i convenzionali in missione apportavano agli eserciti un soffio rivoluzionario. Così passò il mese d'agosto, durante il quale i rovesci alla frontiera e in Vandea avevano ravvivate le speranze dei realisti e seminata la disperazione tra una parte dei repubblicani.

Però, nei primi giorni del settembre 1793, gli eserciti della Repubblica, incitati dall'opinione, prendevano l'offensiva nel Nord, sul Reno, nei Pirenei. Ma quantunque questa tattica fosse seguita da trionfi nel Nord, dove il duca di York, furiosamente attaccato dai francesi a Hondschoote, fu obbligato di levare l'assedio a Dunkerque, altrove non diede dapprima che qualche risultato indeciso.

Il Comitato di salute pubblica ne approfittò per domandare e ottenere dalla Convenzione dei poteri quasi dittatoriali, «fino alla pace». Ma ciò che contribuì di più a arrestare il progresso dell'invasione fu il fatto che i soldati fecero prodigi di valore, perchè vedevano dappertutto nuovi capi veramente repubblicani, usciti dalle loro file per giungere fino al comando superiore in pochi giorni, ed erano stimolati pure dall'esempio dei commissari della Convenzione, che marciavano con la spada in mano, alla testa delle colonne d'assalto. Il 15 e il 16 ottobre, non ostante le perdite estremamente forti, riportarono a Wattignies una prima grande vittoria sugli austriaci, vittoria ottenuta proprio con la punta delle baionette, poichè il villaggio di Wattignies cambiò padrone ben otto volte durante la battaglia. Maubeuge, assediata dagli austriaci, fu allora sbloccata, e questa vittoria esercitò sugli avvenimenti la stessa influenza della vittoria di Valmy nel 1792.

Lione, come s'è visto, era stata costretta ad arrendersi il 9 ottobre, e in dicembre Tolone fu ripresa agl'inglesi, dopo un assalto cominciato l'8 frimaio anno II (28 novembre 1793) e continuato il 26 (16 dicembre), quando il «fortino inglese» e i forti dell'Eguillette e di Balagnier furono conquistati a viva forza. La squadra inglese appiccò il fuoco ai vascelli francesi ormeggiati nel porto, agli arsenali, ai cantieri e ai magazzini, e lasciò la rada, abbandonando alla vendetta dei repubblicani i realisti che le avevano consegnato Tolone.

Purtroppo, questa vendetta fu furiosa e lasciò profonde traccie d'odio nei cuori. Centocinquanta persone, in gran parte ufficiali di marina, furono mitragliate in massa, dopo di che si ebbero le vendette particolari dei tribunali rivoluzionari.

In Alsazia e sul Reno, le armate inviate dalla Repubblica contro i prussiani e gli austriaci dovettero abbandonare, fino dal principio della campagna, la linea di difesa intorno a Wissembourg. Ciò schiudeva la via di Strasburgo, dove la borghesia chiamava gli austriaci, sollecitandoli ad impadronirsi della città in nome di Luigi XVII. Per fortuna gli austriaci non si preoccupavano punto di sostenere la monarchia in Francia, e questo fatto permise a Hoche ed a Pichegru, aiutati da Saint-Just e da Lebas, rappresentanti della Convenzione, di riorganizzare l'esercito per muovere essi stessi all'attacco. Hoche vinse gli austriaci al Genisberg il 5 nevoso (25 dicembre) e sbloccò Landau.

Ma sopraggiunse l'inverno, e la campagna del 1793 finì senz'altre vittorie per nessuna delle due parti. Gli eserciti dell'Austria, della Prussia, dell'Assia, degli olandesi, dei piemontesi e degli spagnuoli restarono ai confini della Francia, ma lo slancio degli alleati s'era fiaccato. La Prussia voleva perfino ritirarsi dall'alleanza; fu necessario che l'Inghilterra s'impegnasse all'Aia (28 aprile 1794) a pagare al re di Prussia 7,500,000 franchi ed a versare ogni anno un contributo di 1,250,000 franchi, perchè mantenesse un esercito di 62,400 uomini destinati a combattere contro la Francia.

Nella primavera seguente, la guerra doveva certamente proseguire; però la Repubblica potè lottare in condizioni assai più favorevoli che nel 1792 e nel 1793. Grazie allo slancio che seppe ispirare alle classi più povere, la Rivoluzione si liberò a poco a poco dai nemici esterni, che avevano tentato di soffocarla.

Ma a costo di quali sacrifizi, di quali convulsioni interne, di quale alienazione della libertà, che doveva uccidere la Rivoluzione stessa e dare la Francia al dispotismo d'un «salvatore» militare!

LVI
LA COSTITUZIONE. – IL GOVERNO RIVOLUZIONARIO

Abbiamo dovuto raccontare piuttosto diffusamente le sollevazioni contro rivoluzionarie in Francia e le diverse peripezie della guerra alle frontiere, prima di ritornare all'attività legislativa della Convenzione e di riprendere il racconto degli avvenimenti a Parigi, avvenimenti incomprensibili senza la conoscenza degli altri fatti esposti da noi. La guerra, purtroppo, dominava tutto; assorbiva le migliori forze della nazione e paralizzava gli sforzi dei rivoluzionari.

La missione principale per la quale la Convenzione era stata convocata, era l'elaborazione d'una nuova costituzione repubblicana. Non poteva certo essere mantenuta quella del 1791, costituzione monarchica, che divideva il paese in due classi, una delle quali era privata d'ogni diritto politico. Così, appena riunita (21 settembre 1792), la Convenzione s'occupò della nuova costituzione. L'11 ottobre nominava già un Comitato di costituzione, composto, com'era da prevedere, quasi tutto di Girondini (Sieyès, l'inglese Thomas Paine, Brissot, Pétion, Vergniaud, Gensonné, Condorcet, Barère e Danton). il Girondino Condorcet, celebre matematico e filosofo, che, fino dal 1774, s'occupava con Turgot di riforme politiche e sociali, e fu uno dei primi a dichiararsi repubblicano dopo Varennes, divenne l'autore principale del progetto di costituzione che quel Comitato depose alla Convenzione, e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, unita a quel progetto.

Naturalmente, la prima questione che s'agitò alla Convenzione, fu quella di sapere per quale dei due partiti, che si contendevano il potere, sarebbe stata vantaggiosa la nuova costituzione. I Girondini vollero farne un'arma di combattimento, che permettesse loro d'arrestare la Rivoluzione al 10 agosto. E i Montagnardi, che non consideravano compiuta l'opera della Rivoluzione, fecero il possibile per impedire la discussione definitiva della costituzione, finchè non fossero riusciti a paralizzare i Girondini e i realisti.

Ancor prima della condanna di Luigi XVI, i Girondini avevano spinto la Convenzione ad accettare la loro costituzione, sperando di salvare il re. E più tardi, nel marzo e nell'aprile 1793, quando videro sorgere nel popolo le tendenze comuniste, dirette contro i ricchi, sollecitarono ancor più la Convenzione perché accettasse il progetto di Condorcet. Avevano premura di «rientrare nell'ordine», per diminuire l'influenza esercitata dai rivoluzionari, in provincia per mezzo delle municipalità e delle sezioni sanculotte, e a Parigi per mezzo della Comune.

La legge municipale del dicembre 1789, avendo dato alle municipalità un potere considerevole, tanto più che gli organi del potere centrale nelle provincie erano stati aboliti, la Rivoluzione del 1793 trovava il suo migliore appoggio nelle municipalità e nelle sezioni. Si capisce dunque facilmente come i Montagnardi tenessero a conservare questo loro strumento potente d'azione190.

Ma appunto per ciò i Girondini col loro progetto di costituzione (che solo la sollevazione del 31 maggio impedì loro d'imporre alla Francia) avevano cercato soprattutto di spezzare i comuni, d'abolire la loro esistenza indipendente e di rinforzare i direttorii di dipartimento e di distretto – organi dei proprietari e della «gente onesta». Per riuscirvi, domandavano l'abolizione dei grandi comuni e delle municipalità comunali, e la creazione d'una nuova, d'una terza serie d'unità burocratiche, i direttorii di cantone, da essi chiamati «municipalità cantonali».

Se questo progetto fosse stato accettato, i comuni che rappresentavano, non già un ingranaggio dell'amministrazione, ma delle collettività che possedevano in comune terre, fabbricati, scuole, ecc., sarebbero scomparsi per essere sostituiti da agglomerazioni puramente amministrative.

Infatti, le municipalità rurali prendevano sovente partito pei contadini, e le municipalità delle grandi città, come le loro sezioni, rappresentavano spesso l'interesse dei cittadini poveri. Era dunque necessario dare ai borghesi agiati un organo che sostituisse quelle municipalità, e i Girondini speravano evidentemente di trovarlo in un direttorio cantonale, che fosse legato, non più al popolo, ma ai direttorii – burocratici e conservatori per eccellenza, come s'è visto – del dipartimento e del distretto.

Su questo punto, – che a noi pare essenziale, – i due progetti di costituzione, quello dei Girondini e quello dei Montagnardi, si separarono completamente.

I Girondini cercarono d'introdurre un altro cambiamento molto importante (respinto però dal Comitato di costituzione): le due Camere, o per lo meno una divisione del Corpo legislativo in due sezioni, come si fece più tardi nella costituzione dell'anno III (1795), dopo la reazione di termidoro e il ritorno dei Girondini al potere.

È ben vero che il progetto di costituzione dei Girondini sembrava molto democratico, sotto certi rapporti, poichè confidava alle assemblee primarie degli elettori, oltre la scelta dei loro rappresentanti, quella dei funzionari della tesoreria, dei tribunali e dell'Alta Corte, come quella dei ministri191, introducendo pure il referendum o la legislazione diretta. Ma la nomina dei ministri fatta dai corpi elettorali (ammettendo che fosse possibile in pratica) avrebbe creato due autorità rivali, la Camera e il Ministero, elette entrambe dal suffragio universale, e il referendum era sottomesso a regole così complicate che lo rendevano illusorio192.

Quel progetto di costituzione e la Dichiarazione dei diritti che lo precedeva, stabilivano in modo più concreto della costituzione del 1791, i diritti del cittadino, – la libertà delle opinioni religiose e dei culti, la libertà di stampa e d'ogni altro mezzo per pubblicare i propri pensieri. Quanto alle aspirazioni comuniste che sorgevano nel popolo, la Dichiarazione dei diritti si limitava a constatare che i soccorsi pubblici sono un debito sacro per la società la quale deve pure l'istruzione a tutti i suoi membri.

È facile capire quali dubbi sollevò tale progetto, quando fu presentato alla Convenzione, il 15 febbraio 1793. La Convenzione, sotto l'influenza dei Montagnardi, cercò di tirar per le lunghe ogni decisione, e domandò che le fossero sottoposti altri progetti. Nominò una Commissione, detta dei Sei, per l'analisi dei vari progetti che potevano esserle presentati, e solamente il 17 aprile cominciò la discussione sul rapporto della Commissione.

L'accordo fu facile sui principii generali della Dichiarazione dei diritti, evitando ciò che poteva incoraggiare gli «Arrabbiati». Così Robespierre pronunciò, il 24 aprile, un lungo discorso, improntato leggermente di ciò che noi chiamiamo «socialismo», come l'ha fatto risaltare Aulard193. Bisogna, diceva, dichiarare che «il diritto di proprietà è limitato, come tutti gli altri, dall'obbligo di rispettare i diritti altrui; per cui non può portar pregiudizio alla sicurezza, alla libertà, all'esistenza, nè alla proprietà dei nostri simili»; e che «qualunque traffico in violazione di questo principio è essenzialmente illecito e immorale». Domandava anche la proclamazione del diritto al lavoro, ma in una forma insignificante: «La società è obbligata a provvedere alla sussistenza di tutti i suoi membri, sia procurando loro del lavoro, sia assicurando i mezzi d'esistenza a coloro che non sono in grado di lavorare194».

La Convenzione applaudì questo discorso, ma rifiutò d'introdurre nella Dichiarazione dei diritti i quattro articoli nei quali Robespierre aveva espresso le proprie idee sulla proprietà. Poscia, nè il 29 maggio, quando la Convenzione votò all'unanimità la Dichiarazione dei diritti, alla vigilia della sollevazione del 31; nè il 23 giugno, quand'essa accettò definitivamente la Dichiarazione leggermente riveduta, si pensò a introdurvi le idee sui limiti del diritto di proprietà che Robespierre aveva riassunte nei suoi quattro articoli.

Ma il punto in cui i Montagnardi si separarono completamente dai Girondini, fu nella discussione del 22 maggio sull'abolizione delle municipalità comunali e la creazione dei direttorii cantonali. I Montagnardi erano assolutamente contro quest'abolizione, tanto più che i Girondini volevano distruggere l'unità di Parigi e della Comune, domandando che ogni città di più di 50,000 abitanti fosse divisa in parecchie municipalità. La Convenzione fu del parere dei Montagnardi e respinse il progetto girondino di «municipalità cantonali».

Intanto gli avvenimenti incalzavano. S'era alla vigilia della sollevazione di Parigi, che avrebbe obbligata la Convenzione a eliminare i principali Girondini; ed era certo che l'espulsione dei Girondini sarebbe stata causa di guerra civile in parecchi dipartimenti. Bisognava dunque che la Convenzione issasse il più presto possibile una bandiera intorno a cui riunire i repubblicani di provincia. Il 30 maggio, la Convenzione decise quindi, dietro consiglio del Comitato di salute pubblica, che la costituzione fosse ridotta ai soli articoli che importava di rendere irrevocabili. E poichè una costituzione, ridotta a così pochi articoli, poteva essere redatta in pochi giorni, la Convenzione nominò il 30 maggio una Commissione di cinque membri, – Hérault de Séchelles, Ramel, Saint-Just, Mathieu e Couthon – incaricati di presentare «nel minor tempo possibile» un piano di costituzione, ridotta agli articoli fondamentali.

I principali Girondini furono arrestati il 2 giugno, e la Convenzione «epurata» cominciò dunque l'11 giugno la discussione del nuovo piano di costituzione, elaborato dalla sua Commissione, senza urtare contro l'opposizione della Gironda. Questa discussione durò fino al 18 giugno. Poi, la Dichiarazione dei diritti (adottata, come s'è visto, il 29 maggio) fu leggermente riveduta, per essere messa d'accordo con la costituzione, e, presentata il 23, fu adottata lo stesso giorno. Il domani, 24 giugno, la costituzione veniva adottata in seconda lettura, e la Convenzione la mandò subito alle assemblee primarie, per sottometterla al voto del popolo.

La costituzione montagnarda manteneva interamente le municipalità, ecco ciò che la caratterizza. «Potevamo, dice Hérault de Séchelles, non conservare le municipalità per quanto fossero numerose? Sarebbe un'ingratitudine verso la Rivoluzione, e un delitto contro la libertà. Che dico? Sarebbe proprio come annullare il governo popolare. – No!», soggiungeva dopo aver lanciato qualche frase sentimentale, «no, l'idea d'abolire le municipalità è certamente nata nella testa degli aristocratici, di dove è caduta in quella dei moderati195».

Per la nomina dei rappresentanti la costituzione del 1793 introduceva il suffragio universale diretto, a scrutinio di circondario (50,000 abitanti); per la nomina degli amministratori del dipartimento e di quelli dei distretti, era previsto il suffragio a doppio grado; e quello a tre gradi per nominare i ventiquattro membri del Consiglio esecutivo, da rinnovarsi per metà ogni anno. L'assemblea legislativa doveva essere eletta solo per un anno, e i suoi atti venivano divisi in due categorie: i decreti, che dovevano essere esecutorii immediatamente, e le leggi, per le quali il popolo poteva domandare il referendum.

Ma nella costituzione montagnarda, come nel progetto girondino, questo diritto di referendum era illusorio. In primo luogo, quasi tutto poteva farsi con decreti, escludendo così il referendum; poscia, per applicarlo, bisognava che «nella metà dei dipartimenti più uno, il decimo delle assemblee primarie di ciascun d'essi, regolarmente formate», reclamasse contro una nuova legge entro quaranta giorni, dopo l'invio della legge proposta.

Infine, la costituzione garantiva a tutti i francesi «la libertà, la sicurezza, la proprietà, il debito pubblico, il libero esercizio dei culti, un'istruzione comune, dei soccorsi pubblici, la libertà indefinita della stampa, il diritto di petizione, il diritto di riunirsi in società popolari, il godimento di tutti i diritti dell'uomo.» Quanto alle leggi sociali che il popolo attendeva dalla costituzione, Hérault de Séchelles le promise per più tardi. Prima l'ordine: si vedrà poi ciò che si potrà fare per il popolo. Su questo punto, la maggioranza montagnarda e quella girondina erano perfettamente d'accordo196.

Sottomessa alle assemblee primarie, la costituzione del 24 giugno 1793 fu votata alla quasi unanimità ed anche con entusiasmo. La Repubblica si componeva allora di 4,944 cantoni, e quando si conobbero i voti di 4,520 cantoni, si constatò che essa era stata accettata da 1,801,918 voti contro 11,610.

Il 10 agosto, quella costituzione fu finalmente proclamata a Parigi con molta pompa, e nei dipartimenti essa aiutò a paralizzare le insurrezioni girondine. Queste non avevano più nessuna ragione d'essere, poichè cadeva la calunnia dei Girondini contro i Montagnardi, di voler ristabilire la monarchia, con un Orléans sul trono. Del resto, la costituzione del 1793 fu così ben accolta dalla maggioranza dei democratici, che da quel momento fu, per più d'un secolo, il credo della democrazia.

Ormai, la Convenzione poteva separarsi, essendo stata convocata allo scopo di dare una costituzione repubblicana alla Francia. Ma era chiaro che tale costituzione era inapplicabile per il momento, in causa dell'invasione, della guerra e delle sommosse della Vandea, di Lione, della Provenza, ecc. Era impossibile che la Convenzione si separasse, esponendo così la Francia al rischio di nuove elezioni.

Robespierre svolse quest'idea al club dei Giacobini, il domani stesso della promulgazione della costituzione; e anche i numerosi delegati delle assemblee primarie, venuti a Parigi per assistere appunto alla promulgazione, erano dello stesso parere. Il 28 agosto, il Comitato di salute pubblica espresse la stessa idea alla Convenzione, la quale, dopo sei settimane d'esitazione e dopo i primi successi del governo della Repubblica a Lione, decretò, il 10 ottobre 1793, che il governo della Francia sarebbe rimasto «rivoluzionario» fino alla pace. Era mantenere di fatto, se non di diritto, la dittatura dei Comitati di salute pubblica e di sicurezza generale, che fu rafforzata in settembre dalla legge dei sospetti e dalla legge sui comitati rivoluzionari.

LVII
ESAURIMENTO DELLO SPIRITO RIVOLUZIONARIO

Il moto del 31 maggio 1793 aveva permesso alla Rivoluzione di finire la sua opera principale: l'abolizione definitiva, senza riscatto, dei diritti feudali e l'abolizione del dispotismo regio. Fatto questo, la Rivoluzione s'arresta. La massa del popolo vuole andare ancor più lungi; ma quelli che la Rivoluzione ha portati alla testa del movimento non osano farlo. Non vogliono che la Rivoluzione s'attacchi alle ricchezze della borghesia, come s'è attaccata a quelle della nobiltà e del clero; essi usano di tutto il loro ascendente per ostacolare, arrestare questa tendenza, e finalmente schiacciarla. I più avanzati e sinceri di essi, mano mano che s'avvicinano al potere, hanno ogni riguardo per la borghesia, anche quando la detestano. Mettono un freno alle loro aspirazioni egualitarie, e si preoccupano perfino di sapere ciò che dirà d'essi la borghesia inglese. Diventano a loro volta «uomini di Stato», e attendono a costituire un governo forte, accentrato, i cui organi obbediscano loro ciecamente. E quando son riusciti a costituire questo potere, sui cadaveri di quelli che avevano trovato troppo avanzati, imparano, salendo anche loro alla ghigliottina, che uccidendo il partito avanzato avevano ucciso la Rivoluzione.

Dopo aver sanzionato con la legge ciò che i contadini avevano domandato e fatto, qua e là, durante quattro anni, la Convenzione non sa intraprendere più nulla di concreto. Salvo per gli affari di difesa nazionale e d'educazione, l'opera sua è ormai colpita da sterilità. I legislatori sanzioneranno ancora la formazione dei Comitati rivoluzionari e risolveranno di pagare quei sanculotti poveri che dedicheranno il loro tempo al servizio delle sezioni e dei comitati; ma queste misure, democratiche in apparenza, non saranno misure di demolizione o di creazione rivoluzionaria. Saranno soltanto mezzi per organizzare il potere.

Fuori della Convenzione e del club dei Giacobini, nella Comune di Parigi, in certe sezioni della capitale, delle provincie, e nel club dei Cordiglieri, si trovano uomini che capiscono come per consolidare le conquiste fatte, bisogna andare avanti, e cercano di formulare le aspirazioni d'ordine sociale, che cominciano a manifestarsi nelle masse popolari.

Procurano di costituire la Francia come un'aggregazione di 40,000 comuni, in strette relazioni tra loro, che rappresentino tanti centri dell'estrema democrazia197, intenti a stabilire «l'eguaglianza di fatto», come si diceva allora, «l'agguagliamento delle fortune». Cercano di svolgere i germi di comunismo municipale che la legge del massimo aveva riconosciuti; spingono a nazionalizzare il commercio delle principali derrate, scorgendovi il mezzo di combattere l'incetta e la speculazione. Tentano, infine, d'arrestare la formazione delle grandi fortune, e di spezzare, di disperdere quelle che si sono già formate.

Ma, giunta al potere e approfittando della forza che s'era costituita tra le mani dei due Comitati, di salute pubblica e di sicurezza generale, l'autorità dei quali ingrandiva coi pericoli della guerra, la borghesia rivoluzionaria schiacciò coloro che chiamò gli «Arrabbiati» o gli «anarchici», per poi soccombere a sua volta in termidoro, sotto l'attacco della borghesia contro rivoluzionaria198. Allora, essendo arrestato lo slancio rivoluzionario dall'esecuzione dei rivoluzionari spinti, il Direttorio potè stabilirsi, e più tardi Bonaparte non ebbe che ad impadronirsi del potere accentrato, stabilito dai rivoluzionari giacobini, per diventare console e poi imperatore.

Finchè ebbero da combattere contro i Girondini, i Montagnardi cercarono l'appoggio dei rivoluzionari popolari. In marzo, in aprile 1793, sembravano pronti a spingersi molto innanzi coi proletari. Ma, giunti al potere, pensarono solo a costituire un partito medio, posto tra gli «Arrabbiati» e i contro rivoluzionari. Trattarono da nemici coloro che rappresentavano le tendenze egualitarie del popolo. Li schiacciarono, schiacciandone tutti i tentativi d'organizzazione nelle sezioni e nella Comune.

In realtà la grande massa dei Montagnardi, salvo rare eccezioni, non aveva la comprensione dei bisogni del popolo, necessaria per costituire un partito di rivoluzione popolare. L'uomo del popolo, con le sue miserie, la sua famiglia spesso affamata e le sue aspirazioni egualitarie ancor vaghe e incerte, non era loro noto. Ciò che li interessava era l'individuo astratto, l'unità d'una società democratica.

Quando un convenzionale in missione giungeva in una città di provincia, ad eccezione di qualche Montagnardo avanzato, le questioni del lavoro e del benessere nella Repubblica, il godimento egualitario dei beni disponibili l'interessavano pochissimo. Inviato per organizzare la resistenza all'invasione e rianimare lo spirito patriottico, egli agiva da funzionario democratico, per il quale il popolo era soltanto un elemento che doveva contribuire a realizzare i progetti del governo.

Si recava alla Società popolare del luogo, ma semplicemente perchè essendo la municipalità «cancrenata d'aristocrazia», la Società popolare l'avrebbe aiutato ad «epurare la municipalità», per organizzare la difesa nazionale e mettere la mano sui traditori.

Colpiva i ricchi con imposte, spesso gravose, ma perchè i ricchi, «cancrenati di negoziantismo», simpatizzavano coi Foglianti o i «federalisti», e aiutavano il nemico. Ed anche perchè colpendoli si trovavano i mezzi di nutrire e di vestire le armate.

Se proclamava l'uguaglianza in una città, se proibiva di fare il pane bianco e imponeva a tutti il pan nero o quello di fave, era semplicemente per poter nutrire i soldati. E quando un agente del Comitato di salute pubblica organizzava una festa popolare e scriveva a Robespierre che aveva unito tante cittadine a dei giovani patriotti, era sempre per fare propaganda di patriottismo guerriero.

Si è dunque stupiti, quando si leggono le lettere inviate dai rappresentanti in missione199, di trovarvi ben poco sui grandi problemi che appassionavano la massa dei contadini e dei lavoratori nelle città. Tre o quattro solamente, su duecento, se ne interessano.

Così, la Convenzione ha abolito finalmente i diritti feudali ed ordinato di bruciarne i titoli (cosa che si compie con cattiva volontà), ed ha autorizzato la ripresa da parte dei comuni rurali delle terre a loro tolte da duecento anni sotto diversi pretesti. Attivare quelle misure, metterle in esecuzione sul posto, era certamente il vero mezzo di risvegliare l'entusiasmo della popolazione per la Rivoluzione. Ma nelle lettere dei convenzionali in missione non si trova quasi niente su questo soggetto200. Quanto alle lettere così interessanti del giovane Jullien, mandate al Comitato di salute pubblica o al suo amico e protettore Robespierre, riferiscono una volta sola che ha fatto bruciare i titoli feudali201. Se ne fa pure menzione incidentemente in Collot-d'Herbois202.

Anche quando i convenzionali parlano di sussistenze – e vi sono spesso costretti – non vanno a fondo della questione. Non v'è che una lettera di Jeanbon Saint-André, del 26 marzo 1793, che faccia eccezione alla regola, ma è anteriore al 31 maggio. Più tardi, si schierò pure contro i rivoluzionari avanzati203. Scrivendo da Lot-et-Garonne, uno dei dipartimenti più simpatici alla Rivoluzione, Jeanbon pregava i colleghi del Comitato di non nascondersi i pericoli della situazione: «Essa è tale, diceva, che se il nostro coraggio non fa nascere una di quelle occasioni straordinarie che rianimano lo spirito pubblico e gli danno nuova forza, non c'è più da sperare. I torbidi della Vandea e dei dipartimenti vicini sono inquietanti, certo, ma sono pericolosi solamente perchè il santo entusiasmo della libertà è soffocato in tutti i cuori. Dovunque si è stanchi della Rivoluzione. I ricchi la detestano, i poveri mancano di pane...» e «tutti quelli che si chiamavano moderati, che facevano in certo qual modo causa comune coi patriotti e che volevano per lo meno una rivoluzione, oggi non ne vogliono più... Diciamolo francamente, vogliono la contro rivoluzione...» Le municipalità stesse sono deboli o corrotte in tutti i luoghi che sono stati percorsi da quei due rappresentanti.

Jeanbon Saint-André domanda delle misure che siano grandi e rigorose. Finita la lettera, ritorna a queste misure in un poscritto: «Il povero non ha pane e i grani non mancano, ma sono racchiusi... Bisogna assolutamente far vivere il povero, se volete che aiuti a compiere la Rivoluzione... Ci pare che un decreto in cui si ordinasse il reclutamento generale di tutti i grani sarebbe utilissimo, specialmente se vi si aggiungesse una disposizione che stabilisse dei granai pubblici formati dal superfluo dei privati». E Jeanbon Saint-André supplica Barère di prendere l'iniziativa di queste misure204.

Ma come interessare la Convenzione a tali questioni!

Ciò che interessa soprattutto i convenzionali è di consolidare il regime montagnardo. E, simili a tutti gli uomini di governo che li hanno preceduti o che successero loro, non cercano il fondamento di questo regime nel benessere generale e nella felicità dei molti; ma nell'indebolimento e, all'occorrenza, nello sterminio dei loro nemici. Ben presto si entusiasmeranno per il Terrore, come mezzo d'abbattere i nemici della Repubblica democratica; ma non li si vedranno mai entusiasmarsi per vaste misure economiche, neppure per quelle votate da essi stessi a un dato momento sotto la pressione degli avvenimenti.

LVIII
IL MOVIMENTO COMUNISTA

Nei cahiers del 1789 si trovano già delle idee, come ha detto Chassin, che sarebbero oggi combattute come socialiste. Rousseau, Helvétius, Mably, Diderot, ecc., avevano già trattato dell'ineguaglianza delle ricchezze e dell'accumularsi del superfluo tra le mani di pochi, come di un grande ostacolo alla formazione della libertà democratica. Tali idee risorsero in principio della Rivoluzione.

Turgot, Sieyès, Condorcet sorsero per affermare che l'eguaglianza dei diritti politici non darebbe alcun frutto; senza l'eguaglianza di fatto. Questa, diceva Condorcet, rappresentava «l'ultimo scopo dell'arte sociale», poichè «l'ineguaglianza delle ricchezze, l'ineguaglianza di stato e l'ineguaglianza d'istruzione sono la causa principale di tutti i mali»205. Le stesse idee trovarono un eco in parecchi quaderni degli elettori, che chiedevano sia il diritto di tutti al possesso del suolo, sia «l'agguagliamento delle fortune».

Si può anzi dire che il proletariato parigino enunciasse già le proprie rivendicazioni, trovando degli uomini per esprimerle efficacemente. L'idea delle classi distinte, aventi interessi opposti, è nettamente espressa da un certo Lambert, «un amico di coloro che non hanno nulla», nel Cahier des pauvres del distretto di Saint-Etienne du Mont, cahier in cui si parla già di lavori produttivi con salario sufficiente (il living wage dei socialisti inglesi), della lotta contro il lasciar fare degli economisti borghesi, dell'opposizione della questione sociale alla questione politica206.

Ma tali idee furono specialmente propagate dopo la presa delle Tuileries e soprattutto dopo l'uccisione del re, ossia nel febbraio e nel marzo del 1793. Anzi parrebbe (Baudot l'afferma), che i Girondini diventassero così accaniti difensori delle proprietà per timore dell'influenza che prendeva a Parigi la propaganda egualitaria e comunista207.

Alcuni Girondini, specialmente Rabaut Saint-Etienne e Condorcet, subirono anzi l'influenza di quel movimento. Condorcet, nel suo letto di morte, abbozzava un piano di «mutualità», d'assicurazione fra tutti i cittadini, contro tutto ciò che può gettare il lavoratore agiato in uno stato in cui è forzato di vendere il proprio lavoro a un prezzo qualsiasi. Rabaut domandava che si togliessero ai ricchi le loro grandi ricchezze, sia con un'imposta progressiva, sia imponendo, con la legge, «il passaggio naturale del superfluo dei ricchi» in stabilimenti d'utilità pubblica. «Le grandi ricchezze sono d'inciampo alla libertà», diceva, ripetendo una formola generalmente divulgata in quel tempo. Perfino Brissot cercò a un certo punto di trovare il giusto mezzo borghese di fronte a quella corrente popolare, ma egli l'attaccò poi ferocemente208.

Alcuni Montagnardi si spinsero più innanzi. BillaudVarenne, in un opuscolo pubblicato nel 1793, parlò apertamente contro la grande proprietà209. Si ribellava all'idea di Voltaire che l'operaio dev'essere spronato dalla fame perchè lavori, e domandava (p. 103) di dichiarare che nessun cittadino non potesse possedere da quel momento più d'una quantità fissa di jugeri di terra e che nessuno non potesse ereditare più di 20,000 o 25,000 lire. Capiva che la causa prima dei mali sociali risiedeva nel fatto, che v'erano uomini posti «sotto la dipendenza diretta e non reciproca d'un altro privato. Qui comincia il primo anello della schiavitù.» Rideva delle piccole proprietà suddivise che si volevano dare ai poveri, «la cui esistenza sarà sempre precaria e miseranda, non appena è fonte d'arbitrio.» È stato gettato un grido, diceva più avanti (p. 129): «Guerra ai castelli, pace alle capanne! Aggiungiamovi la consacrazione di questa regola fondamentale: Nessun cittadino dispensato dall'avere una professione; nessun cittadino nell'impossibilità di procurarsi un mestiere».

L'idea di Billaud-Varenne sull'eredità fu ripresa, com'è noto, dall'Associazione internazionale dei lavoratori al suo Congresso di Basilea, nel 1869. Ma bisogna dire che tra i Montagnardi, Billaud-Varenne era uno dei più spinti.

Altri, come per esempio Le Peletier, si limitavano a domandare ciò che chiese l'Internazionale sotto il nome d'«istruzione integrale», vale a dire, l'insegnamento d'un mestiere manuale ad ogni adolescente; mentre altri ancora si contentavano di chiedere «la restituzione delle proprietà» da parte della Rivoluzione (Harmand) e la limitazione del diritto di proprietà.

Però, bisogna cercare gl'interpreti dei movimenti comunali e comunisti del 1793 e 1794 soprattutto fuori della Convenzione – negli ambienti popolari, in alcune sezioni, come quella dei Gravilliers, e al club dei Cordiglieri, – non tra i Giacobini, certamente. Vi fu perfino un tentativo di libera organizzazione tra coloro ch'eran chiamati gli «Arrabbiati», perchè spingevano alla rivoluzione egualitaria in un senso sociale. Dopo il 10 agosto 1792, s'era costituita, apparentemente sotto l'impulso dei federati venuti a Parigi, una sorta d'unione tra i delegati delle 48 sezioni di Parigi, del Consiglio generale della Comune e dei «difensori riuniti degli 84 dipartimenti». E quando, nel febbraio 1793, cominciarono a Parigi i movimenti contro gli aggiottatori, dei quali abbiamo già parlato (cap. XLIII), alcuni delegati di quest'organizzazione andarono a chiedere alla Convenzione delle misure energiche contro l'aggiotaggio (3 febbraio). Nei loro discorsi, si scorge già in germe l'idea che fu più tardi la base del mutualismo e della Banca del Popolo di Proudhon: tutti i profitti che risultano dal cambio nelle banche, se profitto c'è, devono ritornare alla nazione intera, – non a dei privati, – poichè sono un prodotto della fiducia pubblica di tutti in tutti.

Non sono ancora abbastanza noti questi movimenti confusi; che si manifestavano nel popolo di Parigi e delle grandi città nel 1793 e 1794. Si comincia solo ora a studiarli. Ma è certo che il movimento comunista, rappresentato da Jacques Roux, Varlet, Dolivet, Chalier, Leclerc, L'Ange (o Lange), Rose Lacombe, Boissel ed altri, era più profondo di quel che si credette in principio, e Michelet l'aveva indovinato210.

Naturalmente, il comunismo del 1793 non si presenta con quell'insieme di dottrina che si riscontra nei continuatori francesi di Fourier e di Saint-Simon, e specialmente in Considérant o anche in Vidal. Nel 1793, le idee comuniste non si elaboravano nel gabinetto di studio, ma nascevano dai bisogni stessi del momento. Ecco perchè il problema sociale, durante la Grande Rivoluzione, si presentò specialmente sotto la forma di problema delle sussistenze e di problema della terra. Ed è appunto ciò che costituisce la superiorità del comunismo della Grande Rivoluzione sul socialismo del 1848 e dei suoi discendenti. Mirava direttamente allo scopo appigliandosi alla ripartizione dei prodotti.

Questo comunismo ci sembra certamente frammentario, soprattutto perchè i più non insistevano che su uno dei suoi diversi aspetti. Esso resta ciò che potremmo chiamare un comunismo parziale, poichè ammette il possesso individuale, unitamente alla proprietà comunale, e pur proclamando il diritto di tutti su ogni prodotto, riconosce un diritto individuale sul «superfluo», parallelo al diritto di tutti sui prodotti «di prima e di seconda necessità». Eppure vi si riscontrano già i tre aspetti principali del comunismo: il comunismo della terra, l'industriale, e quello del commercio e del credito. E in ciò, la concezione del 1793 è più vasta di quella del 1848. Poichè, se vari agitatori del 93 appoggiano di preferenza in un aspetto del comunismo piuttosto che in un altro, i vari aspetti non s'escludono affatto. Anzi, nati dalla stessa concezione d'eguaglianza, essi si completano. Nello stesso tempo, i comunisti del 1793 procurano di mettere in pratica le loro idee per mezzo delle forze locali, sul posto e di fatto, pur cercando d'abbozzare l'unione diretta dei 40,000 comuni.

In Sylvain Maréchal si riscontra anche una vaga aspirazione verso ciò che oggi chiamiamo comunismo anarchico, benchè espressa con molta riserva, poichè s'arrischiava di pagar con la testa un linguaggio troppo franco.

L'idea di giungere al comunismo per mezzo della cospirazione, con una società segreta che s'impadronirebbe del potere (idea della quale si fece apostolo Babeuf), nacque solo più tardi, nel 1795, quando la reazione termidoriana ebbe troncato il movimento ascendente della Grande Rivoluzione. È un effetto dello sfinimento, – non del rigoglio durato dal 1789 al 1793.

Vi fu certo molta declamazione in ciò che dicevano i comunisti popolari. È un po' la moda dell'epoca, alla quale pagano un tributo anche i nostri oratori moderni. Ma tutto quanto si conosce dei comunisti popolari della Grande Rivoluzione tende a rappresentarli come profondamente devoti alle loro idee.

Jacques Roux era stato prete. Poverissimo, viveva con un cane, quasi unicamente con duecento lire di rendita, in una casa buia nel centro di Parigi,211 e predicava il comunismo nei quartieri operai. Ascoltatissimo nella sezione dei Gravilliers, Jacques Roux esercitò pure eguale influenza nel club dei Cordiglieri fino alla fine di giugno del 1793, momento in cui tale influenza fu spezzata dall'intervento di Robespierre. Quanto a Chalier, abbiamo già visto l'ascendente che esercitava a Lione, e si sa da Michelet che quel comunista mistico era una persona di valore, – ancor più «amico del popolo» di Marat, – ed era adorato da' suoi discepoli. Dopo la sua morte, il suo amico Leclerc andò a Parigi e continuò la propaganda comunista, insieme con Roux, Varlet (giovane operaio parigino), e Rosa Lacombe, il perno delle donne rivoluzionarie. Non si sa quasi nulla di Varlet, salvo che era popolare tra i poveri di Parigi. Il suo libello: Dichiarazione solenne dei diritti dell'uomo nello stato sociale, pubblicato nel 1793, era molto moderato212. Ma non bisogna dimenticare che col decreto del 10 marzo 1793 sospeso sul loro capo, i rivoluzionari spinti non osavano pubblicare tutto ciò che pensavano.

I comunisti ebbero pure i loro teorici, quali Boissel, che pubblicò il suo Catechismo del genere umano, in principio della Rivoluzione e una seconda edizione di quest'opera nel 1791; l'autore anonimo d'un lavoro pubblicato pure nel 1791 e intitolato: Della proprietà, ovvero la causa del povero difesa al tribunale della Ragione, della Giustizia e della Verità, e Pierre Dolivier, curato di Mauchamp, la cui opera notevole, Saggio sulla giustizia primitiva, per servire di principio generatore al solo ordine sociale che può assicurare all'uomo tutti i suoi diritti e tutti i suoi mezzi di felicità, fu pubblicata alla fine di luglio del 1793 dai cittadini del comune d'Anvers, distretto d'Etampes213. Vi fu anche Lange, o L'Ange, che fu un vero precursore di Fourier, come l'aveva già fatto osservare Michelet. Finalmente Babeuf si trovava a Parigi nel 1793. Impiegato alle sussistenze, sotto la protezione di Sylvain Maréchal, vi faceva in segreto della propaganda comunista. Costretto di nascondersi, perchè ingiustamente accusato d'un preteso delitto di falso, come l'ha dimostrato G. Deville che ha trovato i documenti del processo214, era allora assai riservato e prudente215.

Si credette poi che vi fosse relazione tra il comunismo e la cospirazione di Babeuf. Ma questi, giudicandolo da' suoi scritti, fu solo l'opportunista del comunismo del 1793. Le sue concezioni, come i mezzi d'azione che preconizzava, ne rimpicciolivano l'idea. Molti spiriti capivano a quell'epoca, che un movimento verso il comunismo sarebbe stato il solo mezzo per assicurare le conquiste della democrazia, ma Babeuf cercava, come ha detto benissimo un suo apologista moderno, a insinuare il comunismo nella democrazia. Mentre diveniva evidente che la democrazia avrebbe perduto le sue conquiste se il popolo non entrava in campo, Babeuf voleva la democrazia prima, per introdurvi poi a poco a poco il comunismo216. La sua concezione del comunismo, in generale, era così piccina, fittizia, ch'egli credeva di giungervi con l'azione di pochi individui, i quali s'impadronirebbero del governo mediante una società segreta. Giungeva perfino a porre la propria fede in un individuo, purchè avesse la forte volontà d'introdurre il comunismo e di salvare il mondo! Illusione funesta che continuò ad essere nutrita da certi socialisti per tutto il diciannovesimo secolo, e ci diede il «cesarismo», – la fede in Napoleone o in Disraeli, in un salvatore qualsiasi, fede che persiste fino ai giorni nostri.

LIX
IDEE SULLA SOCIALIZZAZIONE DELLA TERRA, DELLE INDUSTRIE, DELLE SUSSISTENZE E DEL COMMERCIO

Il pensiero dominante del movimento comunista del 1793 fu questo: la terra dev'essere considerata come un patrimonio comune a tutta la nazione; ogni abitante ha diritto alla terra, e l'esistenza dev'essere garantita a ciascuno, in modo che nessuno possa essere forzato di vendere il proprio lavoro, sotto la minaccia della fame.

L'«eguaglianza di fatto», della quale s'era tanto parlato nel diciottesimo secolo, si traduceva ora con l'affermazione d'un diritto uguale per tutti alla terra; e il grandissimo movimento di terre che si faceva con la vendita dei beni nazionali risvegliava la speranza di poter mettere in pratica quest'idea.

Non bisogna dimenticare che a quell'epoca, in cui le grandi industrie cominciavano solamente a formarsi, la terra era lo strumento principale di sfruttamento. Con la terra, i signori dominavano i contadini, e l'impossibilità d'avere la sua piccola parte di terra, forzava il contadino indigente a emigrare in città, dove, senza difesa, cadeva nelle mani dei fabbricanti industriali e degli aggiottatori.

In tali condizioni, il pensiero dei comunisti si volgeva necessariamente verso la cosidetta «legge agraria», destinata a fissare il limite delle proprietà fondiarie a un certo massimo d'estensione ed a riconoscere il diritto di ciascuno alla terra. L'incetta delle terre, che si faceva dagli speculatori durante la vendita dei beni nazionali, non poteva che rafforzare quest'idea. E mentre gli uni chiedevano che ogni cittadino deciso a coltivare la terra, avesse il diritto di ricevere la sua parte dei beni nazionali o, almeno, di comprarne a condizioni di facile pagamento; altri più perspicaci ancora, domandavano che la terra fosse resa proprietà comunale, e che ciascuno venisse investito d'un diritto momentaneo di possesso del suolo che avrebbe coltivato da solo, e per tutto il tempo in cui lo coltiverebbe.

Così, Babeuf, evitando forse di compromettersi troppo, domandava la divisione eguale delle terre comunali. Ma anch'egli voleva «l'inalienabilità delle terre, cioè che si mantenessero i diritti della società, del comune, o della nazione, sul suolo – il possesso fondiario e non la proprietà.

D'altra parte, alla Convenzione, quando si discusse la legge sulla divisione delle terre comunali, Julien Souhait combattè la divisione definitiva, proposta dal Comitato d'agricoltura, e i milioni di contadini poveri furono certo con lui. Domandò che la divisione dei beni comunali – in parti eguali, a tutti – fosse solamente temporaria, e che potesse essere rifatta in date epoche. L'usofrutto solo sarebbe stato concesso in quel caso, come nei comuni russi.

Nello stesso ordine d'idee, Dolivier, curato di Mauchamp, stabiliva «due principii immutabili nel suo Essai sur la justice primitive: primo, la terra è di tutti in generale e non è di nessuno in particolare; secondo, ciascuno ha un diritto esclusivo al prodotto del suo lavoro». Ma, siccome il problema della terra dominava gli altri, vi si attaccò di preferenza.

«La terra, diceva, presa in generale, dev'essere considerata come il grande comunale della natura», – la proprietà comune di tutti; – «ogni individuo deve avere il suo diritto alla suddivisione del grande comunale». «Una generazione non ha il diritto di fare la legge alla generazione seguente e di disporre della sua sovranità; a maggior ragione, come potrebbe avere il diritto di disporre del suo patrimonio?» E più avanti: «Le nazioni sole, e per suddivisione, i comuni sono veramente proprietari dei loro terreni.217»

In fondo, Dolivier non riconosceva come diritto, trasmissibile per eredità, che quello sulle proprietà mobiliari. Quanto alla terra, nessuno doveva essere ammesso a possedere, del fondo comune, se non ciò che poteva coltivare da sè stesso, con la famiglia, – e soltanto come possesso vitalizio. Ciò non avrebbe però impedito, ben inteso, la coltivazione comunista del comune, oltre a quella privata delle fattorie. Ma, conoscendo bene il villaggio, Dolivier detestava i fattori quanto i proprietari. Domandava «l'intera dissoluzione dei corpi di fattoria», e «l'estrema divisione della terra tra tutti i cittadini che non ne hanno, o che non ne posseggono sufficientemente. Ecco l'unica misura adeguata che rianimerebbe le nostre campagne e porterebbe l'agiatezza in tutte le famiglie che gemono nella miseria, per mancanza di mezzi coi quali poter fare valere la propria industria. La terra, aggiungeva, sarebbe così coltivata meglio, le risorse domestiche più moltiplicate, i mercati, quindi, più abbondantemente provvisti, e ci si troverebbe sbarazzati della più detestabile aristocrazia, quella dei fattori». Egli prevedeva che si sarebbe giunti in tal modo a una così grande ricchezza agricola, da non aver più bisogno della legge sulle sussistenze, la quale benchè «necessaria nelle circostanze attuali, costituisce però un inconveniente».

La socializzazione delle industrie trovò pure dei difensori, specialmente nella regione lionese. Vi si domandò, che i salari fossero regolati dal comune e tali da garantire l'esistenza. È il living wage dei socialisti moderni inglesi. Inoltre, vi si chiedeva che certe industrie, come le mine, venissero nazionalizzate. Si lanciò anche l'idea che i comuni dovessero impadronirsi delle industrie abbandonate dai contro rivoluzionari e sfruttarle per conto proprio. L'idea del comune facentesi produttore, fu molto popolare nel 1793. Altra idea popolarissima e della quale Chaumette si fece l'apostolo, fu quella di trasformare a Parigi in orti comunali le vaste terre incolte dei parchi dei ricchi.

Naturalmente, a quell'epoca, l'industria interessò molto meno dell'agricoltura. Però, il negoziante Cusset, eletto da Lione membro della Convenzione, parlò della nazionalizzazione delle industrie, e L'Ange svolse un progetto di falanstero in cui l'industria sarebbe unita all'agricoltura. Dal 1790, L'Ange aveva fatto a Lione seria propaganda comunista. Così, in un opuscolo scritto nel 1790, svolgeva le seguenti idee: «La Rivoluzione stava per essere salutare; un rovesciamento delle idee l'ha appestata; col più orribile abuso delle ricchezze, si è trasformato il sovrano» [il popolo]. «L'oro... è utile e salutare solo tra le nostre mani laboriose; diventa virulento quando s'accumula nelle casse forti dei capitalisti..... Sire, dappertutto dove si poserà il suo sguardo, vedrà la terra occupata da noi; noi lavoriamo, noi siamo i primi possessori, i primi e gli ultimi occupanti effettivi. I fannulloni che si dicono proprietari possono raccogliere soltanto l'eccedente della nostra sussistenza. Questo prova almeno la nostra comproprietà. Ma se, naturalmente, siamo comproprietari e l'unica causa d'ogni reddito, il diritto di limitare la nostra sussistenza e di privarci del resto, è un diritto da brigante.218» E ciò rappresenta, secondo me, un modo giustissimo di concepire il «plusvalore». E, ragionando sempre sui fatti reali, – sulla crisi delle sussistenze, attraversata dalla Francia, – egli giunge a proporre un sistema d'abbonamento dei consumatori per comprare a condizioni determinate l'insieme del raccolto, – il tutto, per mezzo dell'associazione libera, da universalizzare liberamente. Voleva inoltre il magazzino comune, in cui ogni coltivatore potesse portare i prodotti da vendere. Era, com'è evidente, un sistema che negava, nel commercio delle derrate, il monopolio individualista, e il regime statale della Rivoluzione, precorrendo il sistema moderno delle cooperative di lattai, associati per vendere insieme i prodotti di tutta una provincia, come nel Canadà, o di tutta una nazione, come in Danimarca.

In generale, il problema che appassionò maggiormente i comunisti del 1793 fu quello delle sussistenze, e li spinse a imporre alla Convenzione il massimo e ad enunciare questo gran principio: la socializzazione degli scambi, la municipalizzazione del commercio.

Difatti, la questione del commercio dei grani dominò dappertutto. «La libertà del commercio dei grani è incompatibile con l'esistenza della nostra repubblica», dicevano gli elettori di Seine-et-Oise, nel novembre del 1792, alla Convenzione. Questo commercio è fatto da una minoranza a scopo di lucro, e tale minoranza ha sempre interesse a produrre dei rialzi artificiali dei prezzi, che fanno sempre soffrire i consumatori. Ogni mezzo parziale è pericoloso e impotente, dicevano; i mezzi termini ci rovineranno. Bisogna che il commercio dei grani, che tutto l'approvvigionamento sia fatto dalla Repubblica, la quale stabilirà «la giusta proporzione tra il prezzo del pane e la giornata di lavoro». La vendita dei beni nazionali aveva dato luogo a vergognose speculazioni da parte delle persone che affittavano questi beni, per cui gli elettori di Seine-et-Oise domandavano di limitare i poderi e di nazionalizzare il commercio.

«Ordinate, dicevano, che nessuno possa prendere come podere più di 120 jugeri, misura di 22 piedi alla pertica; che ogni proprietario non possa far valere per sè che un solo corpo di podere, e sia obbligato d'affittare gli altri». E aggiungevano: «Affidate quindi l'incarico d'approvvigionare ogni parte della Repubblica ad un'amministrazione centrale, scelta dal popolo, e vedrete che l'abbondanza dei grani e la giusta proporzione del loro prezzo con quello della giornata di lavoro, restituirà la tranquillità, la felicità e la vita a tutti i cittadini».

Come si vede, queste idee non erano tolte da Turgot nè da Necker. Erano ispirate dalla vita stessa.

Bisogna poi notare che queste idee furono accettate dai due comitati, d'agricoltura e di commercio, e svolte nel loro rapporto sulle sussistenze presentato alla Convenzione219, e che furono applicate, in seguito ad insistenza del popolo, in alcuni dipartimenti del Berry e dell'Orleanese. Nell'Eure-et-Loire, il 3 dicembre 1792 poco mancò che s'ammazzassero i commissari della Convenzione, dicendo loro che «i borghesi avevano goduto abbastanza, che ora toccava ai poveri lavoratori».

Più tardi, simili leggi furono violentemente domandate alla Convenzione da Beffroy (dell'Aisne), e la Convenzione (come s'è visto parlando del massimo) fece un tentativo, su vasta scala, in tutta la Francia, di socializzare tutto il commercio degli oggetti di prima necessità, per mezzo dei magazzini nazionali, e stabilendo in ogni dipartimento il prezzo «giusto» delle derrate.

Si vede così germogliare durante la Rivoluzione l'idea che il commercio è una funzione sociale; che dev'essere socializzato, come la terra e l'industria, idea che sarà svolta più tardi da Fourier, Robert Owen, Proudhon e dai comunisti degli anni 1840-50.

Ma non è tutto. È evidente per noi che Jacques Roux, Varlet, Dolivier, L'Ange e migliaia d'abitanti delle città e campagne, agricoltori e artigiani, capivano il problema delle sussistenze, al punto di vista pratico, molto meglio dei rappresentanti della Convenzione. Capivano che il tassare solo le industrie ed il commercio, senza socializzare il suolo, non darebbe nessun risultato, anche se si ricorresse a tutto un arsenale di leggi repressive ed al tribunale rivoluzionario. Il sistema di vendita dei beni nazionali adottato dalla Costituente, dalla Legislativa e dalla Convenzione, avendo creato quei grossi fattori che Dolivier chiamò con ragione la peggiore aristocrazia, la Convenzione finì per accorgersene nel 1794. Ma allora seppe solamente farli arrestare in massa, per mandarli alla ghigliottina. Intanto, le leggi draconiane contro l'incetta (come la legge del 26 luglio 1793, che prescriveva di perlustrare i granai, le cantine, le tettoie delle fattorie), non facevano che seminare nei villaggi l'odio contro la città e specialmente contro Parigi.

Il tribunale rivoluzionario e la ghigliottina non potevano supplire all'assenza d'un'idea costruttiva comunista.

LX
FINE DEL MOVIMENTO COMUNISTA

Prima del 31 maggio, quando i rivoluzionari montagnardi vedevano la Rivoluzione arrestata dall'opposizione dei Girondini, cercavano d'appoggiarsi ai comunisti e, in generale, agli «Arrabbiati». Robespierre, nel suo progetto di Dichiarazione dei diritti del 21 aprile 1793, in cui si pronunciava per la limitazione del diritto di proprietà, Jeanbon Saint-André, Collot d'Herbois, Billaud-Varenne, ecc., si riavvicinavano allora ai comunisti, e se Brissot, nei suoi attacchi furiosi contro i Montagnardi, li confondeva con gli «anarchici», distruttori delle proprietà, gli è che a quell'epoca i Montagnardi non cercavano ancora di separarsi nettamente dagli «Arrabbiati».

Eppure, immediatamente dopo i moti del febbraio 1793, la Convenzione prese già un'attitudine minacciosa di fronte ai comunisti. In seguito a un rapporto in cui Barère rappresentava già l'agitazione come l'opera dei preti e degli emigrati, votò con entusiasmo (18 marzo 1793), non ostante l'opposizione di Marat, «la pena di morte contro chiunque proponesse una legge agraria od ogni altra sovversiva delle proprietà territoriali, comunali o individuali».

Però, furono ancora costretti di non urtare troppo gli «Arrabbiati», poichè avevano bisogno del popolo parigino contro i Girondini, e nelle sezioni più attive gli «Arrabbiati» erano popolari. Ma, rovesciati i Girondini, i Montagnardi si volsero contro quelli che volevano «la Rivoluzione nelle cose, poichè era compiuta nelle idee», e li schiacciarono a loro volta.

Peccato che le idee comuniste non abbiano trovato nessuno, tra gli uomini istruiti di quel tempo, che sapesse formularle integralmente e farsi ascoltare. Avrebbe potuto farlo Marat, se avesse vissuto, ma nel luglio 1793 era già scomparso. Hébert era troppo sibarita per accingersi a un compito simile; apparteneva troppo alla società dei gaudenti borghesi della scuola di d'Holbach per farsi difensore dell'anarchismo comunista, che si faceva strada tra le masse popolari. Potè adottare il linguaggio dei sanculotti, come i Girondini ne adottarono il berretto frigio e l'abitudine di dare del tu; ma, come loro, era troppo lontano dal popolo per capire ed esprimere le aspirazioni popolari. S'unì ai Montagnardi per schiacciare Jacques Roux e gli «Arrabbiati» in generale.

Billaud-Varenne sembrava capisse meglio degli altri Montagnardi il profondo bisogno di cambiamenti nel senso comunista. Aveva intravvisto un istante che una rivoluzione sociale avrebbe dovuto camminare di pari passo con la rivoluzione repubblicana; ma neppur lui non ebbe il coraggio di diventare un lottatore per quest'idea. Entrò nel governo e finì col fare come gli altri Montagnardi che dicevano: «Prima la Repubblica, le misure sociali verranno poi.» Ma per questo fallirono, e la Repubblica pure fallì.

La Rivoluzione, con le sue prime misure, aveva messo in gioco troppi interessi, perchè questi potessero permettere al comunismo di svolgersi. Le idee comuniste sulle proprietà fondiarie avevano contro tutti gl'immensi interessi della borghesia, che s'era sguinzagliata dovunque per impadronirsi dei beni del clero, messi in vendita sotto il nome di beni nazionali, e rivenderne poi una parte ai contadini più o meno agiati. Questi compratori che, in principio della Rivoluzione, erano stati il sostegno più sicuro del movimento contro la monarchia, diventati proprietari e arricchiti dalla speculazione, divennero i nemici più accaniti dei comunisti, che reclamavano il diritto alla terra pei contadini più poveri e i proletari delle città.

I legislatori della Costituente e della Legislativa avevano visto in quelle vendite il mezzo di arricchire la borghesia a spese del clero e della nobiltà. Al popolo, non pensarono neppure.

Difatti, l'Assemblea Costituente s'era perfino opposta all'unione dei contadini in piccole compagnie per comprare questo o quel bene. Siccome c'era estremo bisogno di denaro, «si vendette con furore», dice Avenel, dall'agosto 1790 fino al luglio 1791. Si vendette ai borghesi e ai contadini agiati, ed anche a compagnie inglesi e olandesi che compravano per speculare. E quando i compratori avevano versato per cominciare solo il 20 o il 12 per cento del prezzo d'acquisto, ebbero da pagare il primo termine, fecero di tutto per non pagare, e spesso vi riuscirono.

Siccome però i reclami dei contadini, che non avevano potuto comprar nulla, si facevano sempre sentire, la Legislativa (agosto 1792, vedere cap. XLVIII) e poi la Convenzione (decreto dell'11 giugno 1793) gettarono loro in preda le terre comunali, ossia l'unica speranza dei contadini più poveri220. La Convenzione promise inoltre che le terre confiscate degli emigrati, sarebbero state divise in appezzamenti da uno a quattro jugeri per essere dati ai poveri, in affitto a rendita in denaro, sempre riscattabile. Verso la fine del 1793, decretò anzi che un miliardo di beni nazionali fosse riservato ai volontari sanculotti arruolati negli eserciti, per essere venduti loro a condizioni favorevoli. Ma non si fece nulla. Quei decreti restarono lettera morta, come centinaia di decreti usciti in quell'epoca.

E quando Jacques Roux andò alla Convenzione, (25 giugno 1793), meno di quattro settimane dopo il movimento del 31 maggio, per denunciare l'aggiotaggio e domandare delle leggi contro gli aggiottatori, il suo discorso fu accolto dalle interruzioni furiose e dagli urli dei convenzionali. Roux fu insultato e brutalmente scacciato dalla Convenzione221. Però, siccome aveva attaccato la costituzione montagnarda ed esercitava un'influenza grande nella sezione dei Gravilliers e al club dei Cordiglieri, Robespierre, sebbene non si recasse mai a questo club, vi andò il 30 giugno (dopo i moti del 26 e 27 contro i mercanti di sapone), accompagnato da Hébert e da Collot d' Herbois, e ottenne dai Cordiglieri che Roux e Varlet fossero cancellati dalle liste del club.

Da quel momento, Robespierre non smise di calunniare Jacques Roux. Siccome al comunista cordigliere era occorso di criticare i risultati della Rivoluzione nulli per il popolo, e di affermare, parlando del governo repubblicano (come avviene spesso ai socialisti attualmente), che il popolo soffriva più sotto la Repubblica che ai tempi della monarchia, Robespierre non lasciò mai sfuggire un'occasione di trattare Roux, anche dopo la sua morte, di «prete ignobile», venduto agli stranieri, di «scellerato» che «volle eccitare dei torbidi funesti» per nuocere alla Repubblica.

Fino dal giugno 1793, Jacques Roux fu votato alla morte. Lo si accusò d'essere il fautore delle sommosse a proposito del sapone. Più tardi, nell'agosto, quando pubblicò con Leclerc un giornale, L'ombre de Marat, si lanciò contro di lui la vedova di Marat, che protestò contro quel titolo, e, finalmente, si fece con lui ciò che i borghesi avevano fatto con Babeuf. Si pretese che aveva rubato un assegnato ricevuto da lui per il club dei Cordiglieri, mentre invece «quei fanatici si distinguevano pel loro disinteresse», come scrive benissimo Michelet, e tutti i rivoluzionari in vedetta, Roux, Varlet, Leclerc, erano certo modelli di probità. La sua sezione dei Gravilliers lo reclamò invano alla Comune, rispondendo di lui. Lo stesso fece il club delle donne rivoluzionarie; ma fu sciolto dalla Comune.

Esasperati da tale accusa, Roux e gli amici suoi fecero una sera (19 agosto) un colpo di forza nella sezione dei Gravilliers. Destituirono il comitato e portarono Roux alla presidenza. Allora, il 21, Hébert lo denunciò ai Giacobini e, essendo stato portato l'affare davanti alla Comune, Chaumette parlò d'attentato alla sovranità del popolo e di pena di morte. Roux fu arrestato; ma la sezione dei Gravilliers ottenne che fosse rilasciato mediante cauzione. Ciò avvenne il 25 agosto, ma l'istruttoria continuò, si complicò anzi con un'accusa di furto, e il 23 nevoso (14 gennaio 1794) Roux era tradotto davanti al tribunale di polizia criminale.

Il tribunale si dichiarò incompetente, causa la gravità dei fatti attribuiti a Roux (violenza usata alla sezione), e lo rinviò davanti al tribunale rivoluzionario. Allora Roux, sapendo ciò che l'aspettava, si colpì con tre coltellate davanti al tribunale. Trasportato all'infermeria di Bicêtre, tentava «d'esaurire le sue forze», riferiscono gli agenti di Fouquier-Tinville, e finalmente si colpì ancora, si ferì al polmone e morì. L'atto d'autopsia porta la data del 1° ventoso anno II (19 febbraio 1794)222.

Il popolo capì allora, specialmente nelle sezioni centrali di Parigi, che erano finiti i suoi sogni d'«eguaglianza di fatto» e di benessere per tutti. Gaillard, amico di Chalier, venuto a Parigi dopo la presa di Lione da parte dei Montagnardi, avendo passato tutto il tempo dell'assedio in una segreta, si uccise pure quando seppe dell'arresto di Leclerc, imprigionato con Chaumette e gli Hebertisti.

A tutte quelle tendenze comuniste, alla vista del popolo pronto a disertare la Rivoluzione, il Comitato di salute pubblica, sempre ansioso di non inimicarsi «il Ventre» della Convenzione («il Pantano»), nè il club dei Giacobini, rispose con una circolare pomposa del 21 ventoso anno II (11 marzo 1794) ai rappresentanti in missione. Ma anch'essa, come il famoso discorso di Saint-Just, pronunciato due giorni dopo (23 ventoso), finiva solo col preconizzare la beneficenza, la carità, molto magra del resto, dello Stato.

«Era necessario un gran colpo per atterrare l'aristocrazia», diceva la circolare del Comitato. «La Conven-, zione l'ha fatto. L'indigenza virtuosa doveva riavere la proprietà di ciò che i delitti le avevano usurpato... Bisogna che il terrore e la giustizia colpiscano su tutti i punti in una volta. La Rivoluzione è opera del popolo: è tempo che ne goda». E così via.

Però, la Convenzione non fece nulla. Il decreto del 13 ventoso anno II (3 febbraio 1794), del quale parlò Saint-Just, si riduceva a questo: Ogni comune doveva compilare la lista dei patriotti indigenti, e il Comitato di salute pubblica avrebbe fatto poi un rapporto sui mezzi d'indennizzare tutti gl'infelici coi beni dei nemici della Rivoluzione. Si sarebbe dato loro un jugero di questi beni. Pei vecchi e gl'infermi, la Convenzione decretò più tardi (22 floreale, 11 maggio) d'aprire un Libro della beneficenza nazionale223.

È inutile dire che questo jugero sembrò una canzonatura ai contadini. Del resto, fatta eccezione di qualche località, il decreto non ebbe neppure un principio di esecuzione. Quelli che non s'erano impadroniti da sè di qualche terra non ebbero nulla.

Aggiungiamo che parecchi rappresentanti in missione, come Albitte, Collot d'Herbois e Fouché a Lione, Jeanbon Saint-André a Brest e a Tolone, Romme en Charente, ebbero nel 1793 la tendenza a socializzare i beni. E quando la Convenzione fece la legge del 16 nevoso anno II (5 gennaio 1794), la quale diceva che «nelle città assediate, bloccate o circondate, le materie, mercanzie e derrate d'ogni genere sarebbero state messe in comune», si può dire, osserva Aulard, «che vi fu una tendenza ad applicare questa legge a città che non erano assediate, nè bloccate, nè circondate224.»

La Convenzione, o meglio i suoi Comitati di salute pubblica e di sicurezza generale, soppressero nel 1794 le manifestazioni comuniste. Ma lo spirito del popolo francese in rivoluzione vi era sempre sospinto, e, sotto la pressione degli avvenimenti, una grand'opera di agguagliamento e una forte espansione dell'idea comunista225 si manifestò un po' dappertutto, nell'anno II della Repubblica.

Così, i tre rappresentanti della Convenzione a Lione, Albitte, Collot d'Herbois e Fouché, fecero il 24 brumaio anno II (14 novembre 1793) un decreto, che ebbe un principio d'esecuzione, in virtù del quale tutti i cittadini infermi, vecchi, orfani ed indigenti dovevano essere «alloggiati, nutriti e vestiti a spese dei ricchi del cantone rispettivo», e ai cittadini validi si doveva fornire «del lavoro e gli oggetti necessari all'esercizio del loro mestiere e della loro industria». Nelle loro circolari, dicevano altresì che i cittadini devono godere in proporzione del loro lavoro, della loro industria e dell'ardore col quale si mettono al servizio della patria. Molti rappresentanti negli eserciti giungono alla stessa risoluzione, osserva Aulard. Così Fouché metteva gravi imposte sui ricchi per nutrire i poveri. È pure certo, come dice lo stesso autore, che vi furono molti comuni che fecero del collettivismo (o meglio, del comunismo municipale)226.

L'idea che lo Stato dovesse impadronirsi delle fabbriche abbandonate dai padroni e sfruttarle, fu enunciata parecchie volte. Chaumette la sosteneva nell'ottobre 1793, quando constatava l'effetto del massimo su certe industrie, e Jeanbon Saint-André aveva stabilito l'esercizio di Stato della mina di Carhaix in Brettagna, per assicurare il pane agli operai. L'idea era già ventilata.

Se un certo numero di convenzionali in missione, nel 1793, prendevano misure di carattere egualitario, e s'ispiravano all'idea della limitazione delle fortune, la Convenzione, però, difendeva prima di tutto gl'interessi della borghesia. Probabilmente v'ha qualche cosa di vero nell'osservazione di Buonarroti, il quale dice che il timore di vedere Robespierre lanciarsi, col suo gruppo, in misure che avrebbero favorito gl'istinti egualitari del popolo, contribuì alla caduta di questo gruppo il 9 termidoro227.

LXI
COSTITUZIONE DEL GOVERNO CENTRALE
LE RAPPRESAGLIE

Dopo il 31 maggio e l'arresto dei principali Girondini, i Montagnardi avevano teso durante tutto l'estate 1793, a costituire un governo forte, concentrato a Parigi, capace di tener testa all'invasione, alle sommosse in provincia e ai moti popolari che si fossero prodotti a Parigi stessa, sotto l'influenza degli «Arrabbiati» e dei comunisti.

Fino dal mese d'aprile, la Convenzione aveva affidato, come sappiamo, il potere centrale al suo Comitato di salute pubblica, e aveva continuato a rinforzarlo con nuovi elementi montagnardi, dopo il 31 maggio228. E quando l'applicazione della nuova costituzione fu prorogata fino alla fine della guerra, i due Comitati, di salute pubblica e di sicurezza generale, continuarono a concentrare il potere nelle loro mani, seguendo una politica media, – quella di porsi tra i partiti avanzati (gli «Arrabbiati» e la Comune di Parigi) e i Dantonisti, seguiti dai Girondini.

In questo, i Comitati erano potentemente assecondati dai Giacobini, che stendevano la loro sfera d'azione in provincia e stringevano le loro file. Da ottocento, nel 1791, il numero delle società affiliate al club dei Giacobini di Parigi, salì a otto mila nel 1793. Ciascuna di esse diventava un centro d'appoggio per la borghesia repubblicana: un vivaio nel quale si reclutavano i numerosi funzionari della nuova burocrazia, e un centro poliziesco, di cui il governo si serviva per scoprire e colpire i suoi nemici.

Inoltre, quaranta mila Comitati rivoluzionari furono formati in breve nei comuni e nelle sezioni; e tutti quei Comitati, condotti in gran parte da borghesi istruiti, come l'ha già fatto osservare Michelet, spesso anche da funzionari dell'antico regime, vennero ben presto sottomessi dalla Convenzione al Comitato di sicurezza generale, mentre le sezioni stesse, come pure le società popolari, diventavano rapidamente degli organi del governo centrale, dei rami della gerarchia repubblicana.

Però lo stato di Parigi non era punto rassicurato. Gli uomini energici, i migliori rivoluzionari s'erano arruolati nel 1792 e nel 1793, per muovere alla frontiera o in Vandea, e i realisti rialzavano la testa. La sorveglianza diventando sempre meno severa, ritornavano in gran numero. In agosto, il lusso dell'antico regime riapparve improvvisamente nelle vie. I giardini pubblici e i teatri erano invasi dai muscadins. Nei teatri si applaudivano fragorosamente le opere realiste, e si fischiavano quelle repubblicane. S'arrivò perfino a rappresentare in una produzione la prigione del Tempio e la liberazione della regina, e poco mancò che l'evasione di Maria Antonietta non si compisse.

Le sezioni erano invase dai contro rivoluzionari girondini e realisti. Quando i giornalieri, gli artigiani, stanchi della loro lunga giornata di lavoro, rincasavano, i giovani borghesi, armati di randelli, si recavano alle assemblee generali delle sezioni e le facevano votare come a loro piaceva.

È chiaro che le sezioni sarebbero riuscite a respingere quelle invasioni, come avevano fatto una volta, aiutandosi tra sezioni vicine. Ma i Giacobini vedevano di mal occhio il potere rivale delle sezioni. Approfittarono della prima occasione per paralizzarle, e l'occasione non si fece aspettare.

Il pane continuava a mancare a Parigi, e il 4 settembre gruppi di popolani cominciarono a riunirsi al grido di: Pane! Pane! intorno al Palazzo di Città229. Diventavano minacciosi, e fu necessaria tutta la popolarità e la bonomia di Chaumette, oratore favorito dei poveri, per calmarli con delle promesse. Chaumette promise d'ottenere del pane e di far arrestare gli amministratori delle sussistenze. Il moto non riuscì dunque, e il domani, il popolo mandò solo delle deputazioni alla Convenzione.

La Convenzione non seppe e non volle far nulla per rispondere alle vere cause di quel movimento. Fu solo capace di minacciare i contro rivoluzionari, di mettere il Terrore all'ordine del giorno e di rinforzare il governo centrale. Nè la Convenzione, nè il Comitato di salute pubblica, e nemmeno la Comune (minacciata, del resto, dal Comitato) furono all'altezza della situazione. Le idee egualitarie che germogliavano nel popolo non trovarono nessuno che le esprimesse con quel vigore con quell'audacia e precisione con cui Danton, Robespierre, Barère ed altri avevano espresso le aspirazioni della Rivoluzione sul cominciare. Gli uomini di governo, le mediocrità della borghesia più o meno democratica ebbero il sopravvento.

È un fatto che l'antico regime conservava ancora una grandissima forza, la quale era stata aumentata dall'appoggio che trovò in coloro stessi sui quali la Rivoluzione aveva versato i propri benefici. Per spezzare quella forza, era necessaria una nuova rivoluzione, popolare, egualitaria, e la massa dei rivoluzionari del 1789-1792 non voleva saperne.

La maggioranza della borghesia, che era stata rivoluzionaria in quegli anni, credeva ora che la Rivoluzione si fosse spinta «troppo lontano». Saprebbe impedire agli «anarchici» di «livellare le fortune»? Non avrebbe dato ai contadini un benessere tale, che si rifiuterebbero di lavorare per gli acquirenti dei beni nazionali? Dove trovare, in questo caso, le braccia per far fruttare quei beni? Se i compratori avevano versato dei milioni al Tesoro per l'acquisto dei beni nazionali, era semplicemente per farli fruttare; che fare, dunque, senza proletari disoccupati nei villaggi?

Il partito della Corte e dei nobili aveva come alleata tutta una classe di compratori dei beni nazionali, di bande nere, di fornitori militari e d'aggiottatori. Costoro avevano fatto fortuna ed erano desiderosi di godere, di porre fine alla rivoluzione, a patto che i beni comprati e le ricchezze accumulate non fossero tolte loro. I numerosissimi piccoli borghesi, d'origine recente, li sostenevano nei villaggi. E tutte queste persone si davano poco pensiero della forma di governo, purchè fosse forte, purchè sapesse contenere i sanculotti e resistere all'Inghilterra, all'Austria, alla Prussia, le quali avrebbero potuto far restituire i beni nazionali al clero e agli emigrati.

Così, quando la Convenzione e il Comitato di salute pubblica si videro minacciati dalle sezioni e dalla Comune, s'affrettarono, prima di tutto, ad approfittare della mancanza di coesione nel movimento per rinforzare il governo centrale.

La Convenzione risolvette, è vero, di mettere fine al commercio degli assegnati; lo proibì sotto pena di morte; e creò un'«armata rivoluzionaria» di sei mila uomini sotto gli ordini dell'hebertista Ronsin, per reprimere i contro rivoluzionari e sequestrare le sussistenze nelle campagne, a fine di nutrire Parigi. Ma siccome questa misura non era seguita da nessuna azione organica per restituire la terra a coloro che volevano coltivarla da sè, e per dare loro la possibilità di farlo, le requisizioni dell'armata rivoluzionaria non furono che una causa d'odio delle campagne contro Parigi; esse aumentarono in breve le difficoltà dell'alimentazione.

Quanto al resto, la Convenzione si limitò a fare minaccie di terrore, e ad investire il governo di nuovi poteri. Danton parlò di nazione armata e minacciò i realisti. Bisognava, diceva egli, «che ogni giorno, un aristocratico, uno scellerato pagasse con la testa le proprie furfanterie». Il club dei Giacobini domandò che si mettessero in istato d'accusa i Girondini arrestati. Hébert parlò di ghigliottina ambulante. Il tribunale rivoluzionario stava per essere rinforzato, le visite a domicilio durante la notte erano ormai permesse.

Intanto che si andava così verso il Terrore, si prendevano delle misure per indebolire la Comune. Siccome i comitati rivoluzionari, incaricati della polizia giudiziaria e degli arresti, erano accusati di parecchi abusi, Chaumette ottenne d'epurarli e di porli sotto la sorveglianza della Comune; ma dodici giorni dopo, il 17 settembre 1793, questo diritto veniva tolto dalla Convenzione alla Comune, e i comitati rivoluzionari erano messi sotto la sorveglianza del Comitato di sicurezza generale, – sinistra forza di polizia segreta, che ingrandiva accanto al Comitato di salute pubblica e minacciava di sommergerlo.

Quanto alle sezioni, sotto pretesto che si lasciavano invadere dai contro rivoluzionari, la Convenzione decise, il 9 settembre, che il numero delle loro assemblee generali fosse ridotto a due per settimana, e, perchè la pillola sembrasse meno amara, assegnò quaranta soldi per seduta a quei sanculotti che assistevano alle assemblee e che vivevano soltanto del lavoro delle loro braccia. Tale misura fu spesso considerata come molto rivoluzionaria, ma le sezioni la giudicarono diversamente. Così, per esempio, sotto l'influenza di Varlet, le sezioni Contratto sociale, Mercato dei grani, Diritti dell'uomo, rifiutarono l'indennizzo e ne biasimarono il principio, mentre altre sezioni, come l'ha dimostrato Ernest Mellié, ne usarono assai moderatamente.

Finalmente, il 19 settembre, la Convenzione aumentò l'arsenale di repressione con la legge dei sospetti, che permetteva d'arrestare come tali tutti gli ex-nobili, tutti quelli che si fossero mostrati «partigiani della tirannia o del federalismo», tutti coloro che «non assolvevano i loro doveri civici», chiunque, insomma, non avesse costantemente manifestato la sua devozione alla Rivoluzione! Louis Blanc e gli statolatri in generale s'estasiano davanti a questa misura di «formidabile politica», mentre essa provava semplicemente l'incapacità della Convenzione di marciare nella via aperta dalla Rivoluzione. Era una preparazione allo spaventoso ingombro delle prigioni, il quale condusse poi agli annegamenti di Carrier a Nantes, alle mitragliate di Collot a Lione, alle «infornate» di giugno e luglio del 1794 a Parigi, affrettando la caduta del regime montagnardo.

Man mano che si costituiva a Parigi un governo formidabile, era inevitabile che s'impegnassero delle lotte terribili tra le diverse frazioni politiche, per risolvere a chi sarebbe appartenuto quel possente strumento. E lo si vide alla Convenzione il 25 settembre, giorno in cui s'impegnò una mischia generale tra tutti i partiti, dopo di che la vittoria spettò, com'era da prevedere, al partito del giusto mezzo rivoluzionario, cioè ai Giacobini ed a Robespierre, loro rappresentante fedele. Il tribunale rivoluzionario fu costituito sotto la loro influenza.

Otto giorni dopo, il 3 ottobre, il nuovo potere ebbe campo d'affermarsi. Quel giorno, Amar, del Comitato di sicurezza generale, dopo lunghe esitazioni, fu costretto di fare un rapporto per mandare davanti al tribunale rivoluzionario i Girondini espulsi dalla Convenzione il 2 giugno, e, sia per timore, sia per altre considerazioni, egli domandò che oltre ai trentun accusati, si processassero altri settantatrè rappresentanti girondini, i quali, nel giugno, avevano protestato contro la violazione della Convenzione e continuavano a farne parte. Ma, con grande stupore di tutti, Robespierre vi si oppose con forza, dicendo che non bisognava colpire i soldati; bastava colpire i capi. Appoggiato dalla destra e dai Giacobini, ottenne dalla Convenzione ciò che voleva, e apparve così con l'aureola d'una forza ponderatrice, capace di dominare la Convenzione e i Comitati.

Trascorsi pochi giorni ancora, l'amico suo Saint-Just leggeva già alla Convenzione un rapporto in cui, dopo essersi lagnato della corruzione, della tirannide, della nuova burocrazia, alludendo alla Comune di Parigi, a Chaumette e al suo partito, concludeva col chiedere «il governo rivoluzionario fino alla pace».

La Convenzione accettò le sue conclusioni. Il governo centrale era costituito.

Mentre queste lotte s'andavano svolgendo a Parigi, la situazione militare si presentava sotto una luce spaventosamente triste. Nel mese d'agosto era stata ordinata una leva generale, e Danton, ritrovando la propria energia e comprensione del genio popolare, espose la bellissima idea d'affidare l'arruolamento, non alla burocrazia rivoluzionaria, ma agli ottomila federati, inviati a Parigi dalle assemblee primarie, per significare l'accettazione della costituzione. Questo piano fu adottato il 25 agosto.

Però, siccome metà della Francia non voleva saperne della guerra, la leva si faceva molto lentamente; mancavano armi e munizioni.

In agosto e settembre vi fu dapprima una serie di rovesci. Tolone, in mano degli inglesi; Marsiglia e la Provenza, in rivolta contro la Convenzione; l'assedio di Lione non ancora terminato (durò fino all'8 ottobre); la situazione in Vandea non migliorata in nessun modo. Solo il 16 ottobre, le armate della Repubblica riportarono la loro prima vittoria, a Wattignies, e il 18 i Vandeani, battuti a Chollet, passavano la Loira, muovendo verso il nord. Nondimeno, i massacri dei patriotti continuavano sempre. A Noirmoutiers, come s'è visto, il capo vandeano Charette fucilava tutti coloro che s'erano arresi.

Si capisce che alla vista di tutto quel sangue, degli sforzi inauditi e delle sofferenze che sopportava la massa del popolo, sfuggisse dai petti dei rivoluzionari il grido: «Colpite tutti i nemici della Rivoluzione, tutti, in alto e in basso!» Non si può spingere agli estremi una nazione, senza ch'essa faccia un gesto di rivolta.

Il 3 ottobre, fu dato l'ordine al tribunale rivoluzionario di giudicare Maria Antonietta. Fino dal mese di febbraio si sentiva continuamente parlare a Parigi di tentativi d'evasione della regina. Tra questi, oggi si sa che alcuni stavano quasi per riuscire. Gli ufficiali municipali che la Comune metteva a guardia del Tempio si lasciavano continuamente comprare dai partigiani della famiglia reale, come avvenne, fra altri, con Foulon, Brunot, Moelle, Vincent, Michonis. Lepitre, ardente realista, era al servizio della Comune e si faceva notare per le sue idee spinte, nelle sezioni. Un altro realista, Bault, otteneva il posto di portiere alla Conciergerie, dove si custodiva ora la regina. Un tentativo d'evasione non era riuscito in febbraio; un altro, tentato da Michonis e dal barone di Batz, mancò poco che non riuscisse. Dopo di che (11 luglio) Maria Antonietta fu prima separata da suo figlio, messo sotto la custodia del calzolaio Simon, e poi trasferita alla Conciergerie (8 agosto). Ma continuarono i tentativi di rapimento, e un cavaliere di San Luigi, Rougeville, penetrò anzi fino a lei, mentre Bault, diventato il suo portinaio, manteneva delle relazioni all'esterno. Ogni volta ch'era preparato un piano di liberazione della regina, i realisti s'agitavano e promettevano un colpo di Stato e l'imminente massacro della Convenzione e dei patriotti in generale.

È probabile che la Convenzione non avrebbe aspettato fino all'ottobre per processare la regina, se non vi fosse stata la speranza d'arrestare l'invasione dei re coalizzati, a condizione di dare la libertà a Maria Antonietta. Si sa anzi che il Comitato di salute pubblica aveva dato, in luglio, delle istruzioni in questo senso ai suoi commissari, Semonville e Maret, che furono arrestati in Italia dal governatore di Milano; ed è pure noto che le trattative continuarono per la liberazione della figlia del re.

Gli sforzi di Maria Antonietta per chiamare in Francia l'invasione tedesca, e i suoi tradimenti per facilitare le conquiste del nemico, sono troppo provati oggi che conosciamo la sua corrispondenza con Fersen, per soffermarci qui a combattere le invenzioni de' suoi difensori moderni, che vollero farne quasi una santa. L'opinione pubblica non s'ingannava nel 1793, accusando la figlia di Maria Teresa d'essere ancor più colpevole di Luigi XVI. Il 16 ottobre perì sul patibolo.

I Girondini la seguirono poco dopo. Bisogna ricordare che quando trentuno di essi vennero dichiarati in arresto, il 2 giugno, furono però lasciati liberi di circolare in Parigi, scortati da un gendarme. Si aveva così poco l'idea di colpirli, che parecchi noti Montagnardi s'erano offerti d'andare nei dipartimenti d'ogni deputato arrestato, per darsi in ostaggio. Però, la maggior parte dei Girondini in istato d'arresto s'era evasa da Parigi, e, recatasi in provincia, predicava la guerra civile. Gli uni sollevavano la Normandia e la Brettagna, gli altri spingevano alla sommossa Bordeaux, Marsiglia, la Provenza e diventavano dappertutto alleati dei realisti.

Dei trentun Girondini dichiarati in arresto il 2 giugno, non ne restavano più che dodici a Parigi. Se ne aggiunsero altri dieci, e il processo cominciò il 3 brumaio (22 ottobre). Si difendevano con coraggio, e siccome i loro discorsi minacciavano d'influenzare anche i giurati sicuri del tribunale rivoluzionario, il Comitato di salute pubblica fece votare immediatamente una legge «sull'accelerazione dei dibattiti». Il 9 brumaio (29 ottobre), Fouquier-Tinville fece leggere la nuova legge al tribunale. I dibattiti furono chiusi e i ventidue Girondini condannati. Valazé si pugnalò, gli altri furono giustiziati il giorno dopo.

Madama Roland fu decapitata il 18 brumaio (8 novembre); l'ex sindaco di Parigi, Bailly, di cui non era più dubbia la connivenza con Lafayette al massacro del 17 luglio 1791 al Campo di Marte, Girey Dupré, il Fogliante Barnave, conquistato dalla regina mentre l'accompagnava da Varennes a Parigi, li seguirono poco dopo. E nel dicembre, il Girondino Kersaint e Rabaut Saint-Etienne salirono al patibolo, come pure la Dubarry di fama regale.

Il terrore era incominciato e avrebbe seguito il suo svolgimento inevitabile.

LXII
ISTRUZIONE – SISTEMA METRICO – NUOVO CALENDARIO –
TENTATIVI ANTIRELIGIOSI

Fra tutte quelle lotte, i rivoluzionari non perdevano di vista la grande questione dell'istruzione pubblica. Cercavano di gettarne le basi, su principii egualitari. Un immenso lavoro venne fatto in questo senso, come risulta dai documenti del Comitato d'istruzione pubblica, recentemente pubblicati230. Si lesse alla Convenzione l'ammirabile rapporto di Michel Lepeletier sull'istruzione, trovato dopo la sua morte, e la Convenzione adottò una serie di misure per l'istruzione a tre gradi: scuole elementari, centrali e speciali.

Ma il più bel monumento intellettuale di quest'epoca della Rivoluzione fu il sistema metrico, col quale si introdusse nelle suddivisioni delle misure lineari, di superficie, di volume e di peso, il sistema decimale, che è la base della nostra numerazione, e ciò è già molto, poichè semplificò l'insegnamento della matematica e ne sviluppò lo spirito. Si diede inoltre alla misura fondamentale, il metro, una lunghezza che potrebbe sempre essere ritrovata con approssimazione, in base alle dimensioni della terra, aprendo così nuovi orizzonti al pensiero umano. Col fissare, infine, rapporti semplici tra le unità di lunghezza, di superficie, di volume e di peso, il sistema metrico preparava, abituandovi lo spirito degli uomini, la grande e geniale vittoria delle scienze al diciannovesimo secolo, – l'affermazione dell'unità delle forze fisiche, dell'unità della Natura.

Il nuovo calendario repubblicano ne fu la necessaria conseguenza. Fu adottato dalla Convenzione, in seguito a due rapporti di Romme, letti il 20 settembre e il 5 ottobre, e un altro rapporto di Fabre d'Eglantine, letto il 24 novembre 1793231. Esso inaugurava nel computo degli anni una nuova era, che incominciava con la proclamazione della Repubblica in Francia, il 22 settembre 1792 (equinozio d'autunno) e abbandonava la settimana cristiana. La domenica scompariva, – il giorno festivo era il decadi232.

Questa risoluzione della Convenzione, che cancellava dalla nostra vita il calendario cristiano, rese arditi coloro che vedevano nella chiesa cristiana e ne' suoi ministri il più solido appoggio della servitù. L'esperienza fatta col clero, che aveva prestato giuramento, era la dimostrazione dell'impossibilità di guadagnare il clero alla causa del progresso. Così, l'idea di sopprimere il bilancio dei culti e di lasciare ai credenti la cura di mantenere i ministri della loro chiesa, nacque naturalmente. Cambon la portò alla Convenzione fin dal novembre 1792. Ma per ben tre volte essa decise di mantenere la Chiesa nazionale, sottomessa allo Stato, continuando a procedere contro i preti refrattari.

Si fecero leggi severissime pel clero. I preti che non volevano prestar giuramento, condannati prima alla deportazione, dopo il 18 marzo 1793, lo furono alla morte, qualora si trovassero compromessi nei torbidi a proposito del reclutamento, o fossero presi sul territorio della Repubblica, dovendo già essere deportati. Il 21 ottobre 1793, si votarono leggi ancor più spicciative, e la deportazione fu applicata anche ai preti costituzionali, che, pur avendo prestato giuramento, venissero accusati d'«incivismo» da sei cittadini del proprio cantone. Questo perchè si era sempre più persuasi che i giuratori erano spesso pericolosi quanto i non-giuratori o papisti.

I primi tentativi di «scristianizzazione» furono fatti a Abbeville e a Nevers233. Il convenzionale Fouché, in missione a Nevers, vi incontrò Chaumette, ed agendo certamente d'accordo con lui o fors'anche sotto la sua influenza, dichiarava, il 26 settembre 1793, la guerra «ai culti superstiziosi e ipocriti» per sostituirli con quello della repubblica e la morale naturale234». Alcuni giorni dopo l'accettazione del nuovo calendario, egli emanò (il 10 ottobre) un nuovo decreto, secondo il quale le cerimonie dei culti non possono aver luogo se non nell'interno dei templi rispettivi; tutte «le insegne religiose che si trovano sulle vie», ecc. devono essere tolte; viene proibito ai preti di comparire nel loro costume fuori dalle chiese, e finalmente s'ordina di fare i funerali senza cerimonie religiose, in campi piantati d'alberi «all'ombra dei quali s'innalzerà una statua del Sonno. Tutti gli altri segni saranno distrutti», e «si leggerà sulla porta di quel campo, consacrato per un rispetto religioso ai mani dei morti, quest'iscrizione: La morte è un sonno eterno.» Egli spiegava pure il senso di questi decreti alla popolazione con dei discorsi materialisti.

Nello stesso tempo, un altro convenzionale in missione, Laignelot, trasformava a Rochefort la chiesa parrocchiale in Tempio della Verità, in cui otto preti cattolici e un ministro protestante andarono a «spretarsi», il 31 ottobre 1793.

Il 14 ottobre, sotto l'influenza di Chaumette, l'esercizio esterno del culto era proibito a Parigi, e il 16, l'ordine di Fouché sui funerali era adottato in principio dalla Comune.

È chiaro che quel movimento non fu certo una sorpresa, essendo stato preparato negli spiriti dalla Rivoluzione stessa e da' suoi predecessori. Ora, incoraggiata dagli atti della Convenzione, la provincia si lanciò nella «scristianizzazione». Dietro iniziativa del borgo di Ris-Orangis, tutta la regione di Corbeil rinunciò al cristianesimo, e i suoi deputati, recatisi a parteciparlo alla Convenzione, il 30 ottobre, furono ben accolti.

Sei giorni dopo, dei deputati del comune di Mennecy si presentarono alla Convenzione, vestiti con piviali. Ricevettero pure buon'accoglienza, e la Convenzione riconobbe «il diritto a tutti i cittadini d'adottare il culto che conviene loro e di sopprimere le cerimonie che a loro spiacciono.» Una deputazione di Seine-et-Oise, la quale chiedeva che il vescovo di Versaglia, morto recentemente, non fosse sostituito, fu pure ricevuta con menzione onorevole.

La Convenzione incoraggiava così il movimento contro il cristianesimo, – non solo con l'accoglienza che faceva alla «scristianizzazione», ma anche con la destinazione che dava alle spoglie delle chiese – compresovi il reliquiario di Santa Genoveffa, del quale ordinava il trasferimento alla Monnaie (zecca)235.

Allora, approfittando probabilmente di questa attitudine del governo, Anacharsis Cloots e Chaumette fecero un altro passo.

Cloots, barone prussiano, che aveva abbracciato la Rivoluzione con entusiasmo e predicava con coraggio e gran sentimento l'Internazionale dei popoli, e con lui il procuratore della Comune, Chaumette, vero rappresentante dello spirito operaio parigino, convinsero il vescovo di Parigi, Gobel, di abbandonare le sue funzioni ecclesiastiche. Con l'approvazione del consiglio episcopale, e dopo aver annunciato le proprie dimissioni al Dipartimento e alla Comune, Gobel, accompagnato da undici suoi vicari e seguito dal sindaco Pache, dal procuratore Chaumette e da due membri del Dipartimento, Momoro e Lullier, si recò in gran pompa il 17 brumaio (7 novembre 1793) alla Convenzione per deporre i suoi attributi e titoli.

Tenne un linguaggio molto dignitoso in tale occasione. Sempre fedele «ai principii eterni dell'eguaglianza, della morale, basi necessarie d'ogni costituzione veramente repubblicana», obbediva alla voce del popolo e rinunciava ad esercitare «le funzioni di ministro del culto cattolico». E deponendo la croce e l'anello, mise in testa il berretto frigio tesogli da uno dei membri.

Allora un entusiasmo paragonabile solo a quello della notte del 4 agosto invase l'Assemblea. Due altri vescovi, Thomas Lindet e Gay-Vernon, ed altri membri ecclesiastici della Convenzione, si precipitarono alla tribuna per seguire l'esempio di Gobel. L'abate Grégoire rifiutò d'unirsi a loro. Quanto a Sieyès, sorse a dichiarare che da molti anni aveva deposto ogni carattere ecclesiastico, per non avere altro culto all'infuori di quello della libertà e dell'uguaglianza, e che i suoi voti invocavano da lungo tempo il trionfo della ragione sulla superstizione e sul fanatismo.

L'effetto di questa scena alla Convenzione fu straordinario. Tutta la Francia e tutte le nazioni vicine lo seppero. E dappertutto, nelle classi dirigenti, vi fu un'esplosione di odii contro la Repubblica.

In Francia, il movimento si sparse rapidamente nelle provincie. In pochi giorni, parecchi vescovi e molti preti avevano deposto i loro titoli, e queste abdicazioni davano luogo talvolta a scene commoventi. Ed è proprio commovente il leggere la descrizione seguente dell'abdicazione dei preti a Bourges, che trovo in un opuscolo locale dell'epoca236.

Dopo aver menzionato un curato, J. Baptiste Patin, e Julien-de-Dieu, benedettino, che vanno a deporre i loro attributi ecclesiastici, l'autore continua: «Privat, Brisson, Patrou, Rouen e Champion, ex-vicari metropolitani, non furono gli ultimi a scendere nell'arena; Eupic e Calende, Dumantier, Veyreton, ex-benedettini, Ranchon, Collardot scendono dopo di essi; l'ex-canonico Désormaux e Dubois, suo collega, curvi sotto il peso degli anni, li seguono a passi lenti, allorquando Lefranc esclama: «Bruciate, bruciate le nostre lettere di sacerdozio, e che il ricordo del nostro stato passato scompaia nelle fiamme che devono consumarle. Io depongo sull'altare della patria questa medaglia d'argento; essa rappresenta l'ultimo tiranno che l'ambizione interessata del clero chiamava cristianissimo». S'abbruciano tutti i diplomi dei preti sopra un rogo, e mille gridi s'innalzano nell'aria: «Perisca per sempre la memoria dei preti! perisca per sempre la superstizione cristiana! Viva la religione sublime della natura!» Viene in seguito l'enumerazione dei doni patriottici. Essa tocca il cuore. I doni in biancheria e in fibbie d'argento delle scarpe sono numerosissimi. I patriotti e i «fratelli» sono poveri: danno ciò che hanno.

In generale, il sentimento anticattolico, nel quale una «religione della natura» si confondeva con l'entusiasmo patriottico, sembra sia stato molto più profondo di quel che si supporrebbe prima di consultare i documenti dell'epoca. La Rivoluzione faceva pensare, e dava audacia al pensiero.

Intanto, a Parigi, il Dipartimento e la Comune risolvettero di celebrare il decadi seguente, 20 brumaio (10 novembre), a Nostra Signora stessa, e di organizzarvi una Festa della Libertà e della Ragione, durante la quale si sarebbero cantati degl'inni patriottici davanti alla statua della Libertà. Cloots, Momoro, Hébert, Chaumette fecero una propaganda attiva nelle società popolari, e la festa riuscì benissimo. Essa fu descritta così sovente che non ci soffermeremo sui suoi particolari. Bisogna però osservare che si preferì un essere vivente a una statua per figurare la Libertà, perchè «una statua, diceva Chaumette, sarebbe stato ancora un passo verso l'idolatria». Come già l'aveva fatto osservare Michelet (libro XIV, cap. III), i fondatori del nuovo culto raccomandavano «di scegliere, per una parte così augusta, delle persone il cui carattere rende rispettabile la bellezza, e la cui severità di costumi. e di sguardo respinge la licenza». Piuttosto che una cerimonia scapigliata, la festa fu una «casta cerimonia triste, asciutta, noiosa», dice Michelet, che aveva, com'è noto, molta simpatia per la «scristianizzazione» del 1793. Ma la Rivoluzione, dice, era già «vecchia. e stanca, troppo vecchia per generare». Il tentativo del 1793 non usciva dal seno ardente della Rivoluzione, «ma dalle scuole ragionatrici dei tempi dell'Enciclopedia». Infatti, esso assomigliava moltissimo al movimento moderno delle Società etiche (Ethical Societies), che restano estranee alle masse popolari.

Ciò che oggi ci colpisce maggiormente, è il fatto che la Convenzione, non ostante le domande che le giungevano da diverse parti, rifiutava di discutere la grande questione: l'abolizione dello stipendio dei preti. Invece, la Comune di Parigi e le sezioni praticarono apertamente la «scristianizzazione». In ogni sezione, una chiesa almeno fu consacrata al culto della Ragione. Il Consiglio generale della Comune arrischiò perfino di precipitare gli avvenimenti. In risposta al discorso religioso di Robespierre del 1° frimaio (vedere più avanti), prese il 3 frimaio (23 novembre), sotto l'influenza di Chaumette, un provvedimento che ordinava di chiudere subito a Parigi tutte le chiese o templi d'ogni religione; rendeva responsabili i preti individualmente dei torbidi religiosi; invitava i Comitati rivoluzionari a sorvegliare i preti, e risolveva di pregare la Convenzione d'escludere i preti da qualsiasi funzione pubblica. Si stabiliva nello stesso tempo un «corso di morale», per preparare i predicatori del nuovo culto; si decideva d'abbattere i campanili, e in diverse sezioni si organizzavano delle feste della Ragione, durante le quali si scherniva il culto cattolico. Una sezione abbruciò i messali, e Hébert abbruciò delle reliquie alla Comune.

In provincia, dice Aulard, quasi tutte le città, specialmente nel Sud-Ovest, parve si dichiarassero per il nuovo culto razionalista.

Però il governo, ossia il Comitato di salute pubblica, fin dal principio fece una sorda opposizione a quel movimento. Robespierre vi si oppose nettamente, e quando Cloots andò a parlargli con entusiasmo dell'abdicazione di Gobel, manifestò bruscamente la propria ostilità, domandando ciò che ne direbbero i Belga, dei quali Cloots voleva l'unione con la Francia.

Tacque però per qualche giorno. Ma il 20 novembre Danton ritornava a Parigi, dopo un lungo soggiorno a Arcis-sur-Aube, dove s'era ritirato con la sua giovane donna, che aveva sposata, in chiesa, subito dopo la morte della prima moglie. Il domani, 1° frimaio (21 novembre), Robespierre pronunciava al club dei Giacobini un primo discorso, violentissimo, contro il culto della Ragione. La Convenzione, diceva, non avrebbe mai fatto il passo temerario di proscrivere il culto cattolico. Avrebbe mantenuta la libertà dei culti, col non permettere la persecuzione dei pacifici ministri del culto. Poscia diceva che l'idea d'un «grande Essere che veglia sull'innocenza oppressa e punisce il delitto», era popolare, e trattava gli «scristianizzatori» da traditori, da agenti dei nemici della Francia, i quali volevano respingere quegli stranieri che la morale e l'interesse comune attiravano verso la Repubblica!

Cinque giorni dopo, Danton parlava quasi nello stesso senso alla Convenzione, attaccando le mascherate antireligiose. Domandava che se ne fissasse un limite.

Ch'era dunque accaduto in quei pochi giorni per riavvicinare così Robespierre e Danton? Quali nuove combinazioni, più o meno diplomatiche, s'offrivano in quel punto, per richiamare a Parigi e incitare a mettersi contro il movimento di scristianizzazione Danton, un vero figlio di Diderot, che non mancò d'affermare il proprio ateismo materialista fino ai piedi del patibolo? La tattica di Danton è sorprendente, soprattutto perchè durante la prima metà di frimaio, la Convenzione non cessò di vedere la scristianizzazione con occhio favorevole237. Il 14 frimaio (4 dicembre), il robespierrista Couthon portava ancora delle reliquie alla tribuna della Convenzione e ne rideva.

Ci si domanda dunque se Robespierre non approfittasse di qualche nuova piega presa dalle trattative con l'Inghilterra, per influenzare Danton ed esprimere liberamente le sue idee sulla religione, la quale era sempre stata cara a quel deista, discepolo di Rousseau.

Verso la metà del mese, Robespierre, forte dell'appoggio di Danton, si decise ad agire, e il 16 frimaio (6 dicembre), il Comitato di salute pubblica andò a chiedere alla Convenzione un decreto sulla libertà dei culti, il primo articolo del quale proibiva «ogni violenza e misura contraria alla libertà dei culti». Questa misura era forse dettata dal timore di veder sollevarsi le campagne, dove la chiusura delle chiese fu generalmente male accolta238. Ad ogni modo, da quel giorno il cattolicismo trionfò. Il governo di Robespierre lo prendeva sotto la propria protezione. Esso ridiventò religione di Stato239.

Più tardi, in primavera, si fece ancor di più. Si cercò d'opporre al culto della Ragione un nuovo culto, quello dell'Ente supremo, com'è concepito dal Vicario savoiardo di Rousseau. Però, non ostante l'appoggio del governo e la minaccia della ghigliottina pei suoi avversari, quel culto si confuse con quello della Ragione, pur essendo detto, dell'Ente supremo, e sotto tale nome, un culto mezzo deista e mezzo razionalista continuò a estendersi, fino al trionfo della reazione termidoriana.

La festa dell'Ente supremo fu celebrata a Parigi con gran pompa il 20 pratile (8 giugno 1794), e ad essa Robespierre attribuiva molta importanza, col darsi l'aria di fondatore d'una religione di Stato, che avrebbe combattuto l'ateismo. Pare che riuscisse bene, come rappresentazione teatrale popolare, ma non trovò eco nei sentimenti del popolo. Del resto, celebrata per volontà del Comitato di salute pubblica, dopo la morte di Chaumette e Gobel, amati dal popolo e ghigliottinati per le loro idee irreligiose, quella festa aveva troppo il carattere d'una constatazione del trionfo sanguinoso del governo giacobino sugli elementi avanzati del popolo e della Comune, per essere simpatica alla massa popolare. E per l'attitudine apertamente ostile di parecchi convenzionali contro Robespierre durante la festa stessa, essa fu il preludio del 9 termidoro, – il preludio della fine.

Ma non precorriamo gli avvenimenti.

LXIII
LE SEZIONI SCHIACCIATE

Due potenze rivali si trovavano di fronte alla fine del 1793: i due Comitati, di salute pubblica e di sicurezza generale, che dominavano la Convenzione, e la Comune di Parigi. Però, la vera forza della Comune non era nel sindaco Pache, nel suo procuratore Chaumette o nel suo sostituto Hébert, e neppure nel suo Consiglio generale; ma era nelle sezioni. Ecco perchè il governo centrale cercava costantemente di sottomettere le sezioni alla propria autorità.

Quando la Convenzione ebbe tolto alle sezioni di Parigi «la permanenza cioè il diritto di convocare le loro assemblee generali quando e quanto volevano, le sezioni incominciarono a creare delle «società popolari» o delle «società sezionarie». Ma furono viste di malocchio dai Giacobini, i quali diventavano a loro volta uomini di Stato, e alla fine del 1793 e nel gennaio 1794 si parlò molto al club dei Giacobini contro quelle società, – tanto più che i realisti facevano uno sforzo concertato per invaderle e impadronirsene. «Dal cadavere della monarchia, diceva il Giacobino Simond, è uscita un'infinità d'insetti velenosi, che non sono abbastanza stupidi per cercarne la risurrezione», ma che cercano di perpetuare le convulsioni del corpo politico240. In provincia, specialmente, quegl'«insetti» trovano simpatie. Un'infinità d'emigrati, continua Simond, «gente di legge, di finanza, agenti dell'antico regime», innondano le campagne, invadono le società popolari e ne diventano i presidenti e i segretari.

È chiaro che le società popolari, le quali a Parigi non erano altro che delle assemblee di sezioni organizzate sotto un altro nome241 si sarebbero ben presto «epurate», per escludere i realisti travestiti, e avrebbero continuato l'opera delle sezioni. Ma tutta la loro attività spiaceva ai Giacobini, che vedevano con gelosia l'influenza di quei «nuovi venuti», i quali li superavano in patriottismo». «A crederli, diceva ancora Simond, i patriotti dell'89... non sono più che bestie da soma stanche o deperite da ammazzare, poichè non possono più seguire i neonati sulla via politica della Rivoluzione». E tradiva i timori della borghesia giacobina, parlando della «quarta legislatura» che quei nuovi venuti avrebbero cercato di comporre, per giungere più lontano della Convenzione. «I nostri più grandi nemici, aggiungeva Jeanbon Saint-André, non sono all'esterno; li vediamo: sono tra noi; vogliono portare più lontano di noi le misure rivoluzionarie242».

Dufourny parla pure contro tutte le società di sezioni, e Deschamps le chiama «piccole Vandee».

Robespierre s'affretta a riprendere il suo argomento favorito – gl'intrighi degli stranieri. «Le mie inquietudini, dice, pur troppo, erano fondate. Vedete che la «tartuferia contro rivoluzionaria vi domina. Gli agenti della Prussia, dell'Inghilterra e dell'Austria vogliono con questo mezzo annientare l'autorità della Convenzione e l'ascendente patriottico della Società dei Giacobini243».

L'ostilità dei Giacobini contro le società popolari è evidentemente un'ostilità contro l