Alexander Dumas


Il Conte di Montecristo




1. L’arrivo a Marsiglia

Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia diede il segnale della nave a tre alberi il Pharaon, proveniente da Smirne, Trieste e Napoli.

Com’è d’uso, un pilota costiere partì subito dal porto, passò vicino al castello d’If, quindi salì a bordo del naviglio tra il capo di Morgion e l’isola di Rion.

Nel frattempo, come ugualmente d’uso, la piattaforma del forte San Giovanni si riempì di curiosi: è sempre un avvenimento di notevole interesse l’arrivo a Marsiglia di qualche bastimento, in specie quando questo legno, come il Pharaon, era stato notoriamente costruito, arredato e stivato nei cantieri della vecchia Phocée, ed era di proprietà di un armatore della città.

Frattanto il naviglio avanzava e aveva felicemente superato lo stretto, formatosi da qualche scossa vulcanica fra l’isola di Calasareigne e quella di Jaros.

Si era lasciato dietro di sé Pomègue, avanzando il suo gran corpo sotto le sue tre gabbie ma così lentamente, e con andamento tanto mesto, che i curiosi, con quell’istinto che presagisce le disgrazie, si domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo.

D’altra parte gli esperti della navigazione riconoscevano che se un qualche accidente era avvenuto, questo non era al materiale del bastimento, in quanto esso procedeva sì lentamente, ma lo faceva nelle condizioni di un naviglio ottimamente governato. La sua ancora era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al pilota che s’accingeva a dirigere il Pharaon nella stretta entrata del porto di Marsiglia c’era un giovane aitante, che con occhio vigile sorvegliava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva ciascun ordine del pilota.

La vaga inquietudine che si era impadronita della folla aveva agitato in particolar modo uno degli accorsi alla spianata di Saint-Jean, che, invece di attendere l’entrata del bastimento nel porto, saltò su un barchino e ordinò di vogare verso il Pharaon, che raggiunse dirimpetto all’ansa di riserva. Il giovane marinaio, vedendo giungere quest’uomo, lasciò il suo posto a lato del pilota, e venne col cappello in mano ad appoggiarsi al parapetto del bastimento. Era un giovane di vent’anni circa, alto, snello, con occhi neri, e capelli color dell’ebano. Si scorgeva in tutta la persona quell’aspetto di calma e di risoluzione che sono proprie degli uomini avvezzi fin dalla loro infanzia a lottare con i pericoli.

«Dunque siete voi Dantès?» esclamò l’uomo della barca. «E che è accaduto, e perché quest’aria di tristezza sulla vostra nave?»

«Una grande disgrazia, signor Morrel», rispose il giovane, «grande particolarmente per me. All’altezza di Civitavecchia abbiamo perduto il bravo capitano Leclère…»

«E il carico?» domandò preoccupato l’armatore.

«È giunto a buon porto, signor Morrel, e sono persuaso che sotto questo aspetto sarete contento. Ma il povero capitano Leclère…»

«Cosa gli è dunque accaduto?» domandò l’armatore notevolmente rallegrato. «Che accadde a questo bravo capitano?»

«È morto.»

«Caduto in mare?»

«No, morto di febbre cerebrale, tra orribili patimenti.»

Poi, girandosi verso l’equipaggio, disse: «Olà! Ciascuno al suo posto per l’ancoraggio.»

L’equipaggio ubbidì.

All’istante gli otto o dieci marinai che lo componevano si lanciarono alcuni sulle scotte, altri sui bracci, taluni sulle dritte, altri ancora sul carico abbasso del trinchetto, e il rimanente, infine, agli imbrogli delle vele.

Il giovane marinaio gettò uno sguardo indifferente agli inizi della manovra e vedendo che i suoi ordini venivano eseguiti, si rivolse di nuovo al suo interlocutore.

«E come accadde dunque questa disgrazia?» proseguì l’armatore riprendendo la conversazione dal punto dove il giovane marinaio l’aveva interrotta.

«Mio Dio, signore, nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio con il comandante del porto, il capitano Leclère abbandonò Napoli molto agitato: in capo a ventiquattr’ore fu colto dalla febbre e tre giorni dopo era morto. Gli abbiamo resi gli ordinari funerali, ed egli riposa, decentemente avviluppato in una branda, con una palla da 36 ai piedi e una alla testa, all’altezza dell’isola del Giglio. Noi riportiamo alla vedova la sua croce d’onore e la sua spada. Valeva ben la pena», continuava il giovane con un sorriso malinconico, «di fare per dieci anni la guerra agl’inglesi per arrivare poi a morire, come tutti gli uomini, nel suo letto.»

«Peccato! Che volete, Edmond», riprese l’armatore che sembrava consolarsi sempre più, «siamo tutti mortali, e bisogna bene che i vecchi cedano il posto ai giovani; senza questo, non vi sarebbe più progresso, e al momento che voi mi assicurate che il carico…»

«È in buono stato, signore Morrel, ve lo garantisco. Ecco un viaggio che io vi consiglio di non scontare per meno di 25.000 franchi di guadagno.»

Quindi, come era passata la Torre Rotonda: «Attenzione a caricare le vele dei pennoni, il fiocco e la brigantina», comandò il giovane marinaio, «fate attenzione!»

L’ordine venne eseguito quasi con la stessa celerità che sopra una nave da guerra.

«Ammaina, e carica dappertutto!»

All’ultimo comando tutte le vele si abbassarono, e il naviglio avanzò in modo quasi insensibile, non camminando più che per l’impulso ricevuto.

«Se ora volete salire a bordo, signor Morrel», disse Dantès, vedendo l’impazienza dell’armatore, «ecco qui il vostro contabile signor Danglars che esce dalla sua cabina, e vi darà tutti i chiarimenti che desiderate: quanto a me bisogna che sorvegli l’ancoraggio e che metta la nave a lutto.»

L’armatore non se lo lasciò ripetere due volte, afferrò una gomena che gli gettò Dantès, e con una sveltezza che avrebbe fatto onore a un uomo di mare, salì gli scalini inchiodati sul fianco sporgente della nave, mentre l’altro, ritornando al suo posto di secondo, cedeva la parola a colui che aveva annunciato sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dalla sua cabina si avvicinava all’armatore.

Danglars era un uomo di venticinque-ventisei anni, triste d’aspetto, ossequioso verso i suoi superiori, insolente con i sottoposti; cosicché, oltre al suo titolo di contabile, di per sé motivo di avversione per i marinai, era tanto malvisto dall’equipaggio, quanto al contrario Edmond Dantès era amato.

«Allora signor Morrel», disse Danglars, «voi sapete già la disgrazia, non è vero?»

«Sì, sì, povero capitano Leclère! Era un bravo e onest’uomo.»

«E soprattutto un eccellente marinaio, invecchiato fra il cielo e il mare, come si conviene a un uomo incaricato degli affari di una casa così importante come quella Morrel e figlio», rispose Danglars.

«Ma», disse l’armatore tenendo gli occhi rivolti a Dantès, che cercava il punto del suo ancoraggio, «mi sembra che non occorre essere tanto un vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per conoscere bene il mestiere. Ecco il nostro amico Edmond che fa il suo, e mi sembra un uomo che non ha bisogno di chiedere consigli ad alcuno.»

«Sì», disse Danglars gettando su Dantès uno sguardo obliquo in cui balenò un lampo d’odio: «lui è giovane e perciò non teme nulla. Appena il capitano è morto, ha preso il comando senza consultare nessuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo all’isola d’Elba, invece di ripiegare direttamente a Marsiglia.»

«Per quanto concerne assumere il comando della nave», disse l’armatore, «era suo dovere farlo, come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo all’isola d’Elba, ha fatto male, a meno che la nave non abbia avuto qualche avaria da riparare.»

«La nave è in ottime condizioni al pari di me, e come vorrei che voi stiate sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta per un capriccio, per il solo piacere di scendere a terra, ecco tutto.»

«Dantès», disse l’armatore, rivolgendosi al giovanotto, «venite qui.»

«Scusate, signore», disse Dantès. «sarò da voi fra un istante.» Poi, indirizzandosi all’equipaggio: «Date fondo!» diss’egli.

Sull’istante l’ancora cadde, e la catena scivolò con rumore. Dantès rimase al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a che fu compiuta la manovra, quindi disse: «Abbassate la fiamma a mezz’albero, la bandiera a mezz’asta, incrociate le antenne!»

«Voi vedete», disse Danglars, «egli si crede, sulla mia parola, già capitano.»

«E lo è, difatti», disse l’armatore.

«Sì, signor Morrel, salvo la vostra firma e quella del vostro associato.»

«Diamine! Perché non dovremmo lasciarlo a questo posto?» disse l’armatore. «È giovane, lo so bene, ma mi sembra adatto alla bisogna, e molto esperto nel suo mestiere.»

Una nube passò sul viso di Danglars.

«Volevo domandarvi perché vi siete fermato all’isola d’Elba.»

«Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del capitano Leclère, che morendo mi aveva affidato un plico per il gran maresciallo Bertrand.»

«L’avete dunque visto, Edmond?»

«Chi?»

«Il gran maresciallo.»

«Sì.»

Morrel si guardò attorno e tirò da parte Dantès.

«E come sta l’imperatore?» domandò egli premurosamente.

«Bene, per quanto ho potuto giudicare con i miei occhi.»

«Avete dunque visto anche l’imperatore?»

«Entrò dal maresciallo mentre vi ero io.»

«E gli avete parlato?»

«Cioè, fu lui che parlò a me», rispose Dantès, sorridendo.

«E che vi disse?»

«Mi ha fatto delle domande sul bastimento, sull’epoca della sua partenza da Marsiglia, sul viaggio che aveva fatto, e sul carico che portava. Credo che se questo fosse stato vuoto, e io ne fossi stato il padrone, la sua intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma gli dissi ch’io non ero che un semplice secondo, e il bastimento apparteneva alla casa Morrel e figlio. “Ah!” diss’egli, “la conosco. I Morrel sono armatori di padre in figlio, e ho conosciuto un Morrel che serviva nello stesso reggimento con me, quando ero in guarnigione a Valenza.”»

«È vero, è vero!» esclamò l’armatore tutto contento. «Era Policar Morrel, mio zio, che divenne capitano; Dantès, voi direte a mio zio che l’imperatore si è ricordato di lui, e voi vedrete piangere quel vecchio brontolone. Allora», continuò il vecchio armatore battendo amichevolmente la mano sulla spalla del giovane, «voi avete fatto bene a eseguire le istruzioni del capitano Leclère, e a fermarvi all’isola d’Elba, sebbene, se si venisse a sapere che avete consegnato un plico al maresciallo e parlato con l’imperatore, ciò potrebbe senza dubbio compromettervi.»

«E perché dovrebbe compromettermi?» disse Dantès. «Io non so neppure ciò che ho portato, e l’imperatore non mi ha fatto che quelle domande che avrebbe fatto al primo venuto… Ma scusate», riprese Dantès, «ecco l’ufficiale di sanità e quello di dogana che giungono. Voi permettete, non è vero?»

«Fate, fate pure, mio caro Dantès.»

Il giovane si allontanò, e a misura che si allontanava, Danglars si accostava.

«Ebbene», chiese, «ha addotto buone ragioni sulla sua sosta a Portoferraio?»

«Eccellenti, mio caro Danglars.»

«Ah, tanto meglio», rispose questi, «poiché è sempre cosa spiacevole vedere un collega che non fa il proprio dovere.»

«Dantès ha fatto il suo», rispose l’armatore, «e non vi è nulla da ridire. Fu il capitano Leclère che gli ordinò quella fermata.»

«A proposito del capitano Leclère, vi ha egli consegnato una sua lettera?»

«A me? No. Ne aveva una dunque?»

«Io credevo che, oltre il plico, il capitano Leclère gli avesse affidato una lettera.»

«Di quale plico parlate, Danglars?»

«Di quello che Dantès ha depositato nel passare da Portoferraio.»

«E come sapete ch’egli aveva un plico da depositare a Portoferraio?»

Danglars arrossì.

«Passavo davanti alla porta del capitano, che era socchiusa, e lo vidi consegnare a Dantès il plico e la lettera.»

«Non me ne ha parlato», disse l’armatore, «ma se ha questa lettera, me la consegnerà.»

Danglars rifletté un istante.

«Allora, signor Morrel, vi prego», disse, «di non parlare di ciò a Dantès; mi sarò sbagliato.»

In quel momento il giovane fece ritorno; Danglars si allontanò.

«Ebbene, mio caro Dantès, siete libero?» domandò l’armatore.

«Sì, signore.»

«La cosa non è stata lunga.»

«No, ho consegnato ai doganieri la lista delle vostre mercanzie; e, quanto all’ufficio di sanità esso ha rimandato qui, con il pilota costiero, un uomo al quale ho rimesso le mie carte.»

«Allora non avete più niente da fare qui?»

Dantès gettò uno rapido sguardo intorno a sé.

«No, qui tutto è in ordine.»

«Potete dunque venire a pranzo da noi?»

«Scusatemi, signor Morrel, scusatemi, ve ne prego, ma la prima mia visita la debbo a mio padre. Vi sono però riconoscente per l’onore che mi fate.»

«È giusto, Dantès, è giusto: so che siete un buon figlio.»

«E…» domandò Dantès con una certa esitazione, «sta bene mio padre, che voi sappiate?»

«Io credo di sì, mio caro Edmond, sebbene non l’abbia visto.»

«Sì, egli rimane ritirato nella sua camera.»

«Ciò prova, perlomeno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la vostra assenza.»

Dantès sorrise.

«Mio padre è molto altero, signore, e quand’anche fosse sprovvisto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere cosa alcuna a chicchessia, eccetto a Dio.»

«Ebbene, dopo questa prima visita, noi contiamo su voi.»

«Scusatemi di nuovo, signor Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne farò un’altra che non mi sta meno a cuore.»

«Ah, è vero, Dantès, dimenticavo che vi è, ai Catalani, qualcuno che deve aspettarvi con non minor impazienza di vostro padre. È la bella Mercedes.»

Dantès arrossì.

«Ah! ah!» disse l’armatore. «Non mi sorprende più che sia venuta tre volte a domandare notizie del Pharaon. Perbacco, Edmond, voi non siete da compiangere, vi ritrovate ad avere una graziosa amica.»

«Non è mia amica, ma», disse con gravità il marinaio, «è la mia fidanzata.»

«Qualche volta è tutt’uno», disse ridendo l’armatore.

«Ma non per noi», rispose Dantès.

«Andate, mio caro Edmond», continuò l’armatore, «non voglio trattenervi di più. Voi avete condotto così bene i miei affari, che io vi devo lasciare il comodo di fare i vostri. Avete bisogno di denaro?»

«No, signore, ho tutti i miei salari del viaggio, cioè quasi tre mesi di soldo.»

«Voi siete un giovane previdente, Edmond!»

«Aggiungete che ho un padre povero, signor Morrel.»

«Sì, sì, so bene che siete un buon figliolo! Andate dunque a veder vostro padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonare colui che dopo tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me.»

«Dunque mi permettete?» disse il giovane salutandolo.

«Sì, se voi non avete niente altro da dirmi.»

«No.»

«Il capitano Leclère non vi ha dato, morendo, alcuna lettera per me?»

«Gli sarebbe stato impossibile scrivere, ma ciò mi ricorda che avrei un congedo di quindici giorni da domandarvi.»

«Per prender moglie?»

«Prima di tutto per quello, poi per andare a Parigi.»

«Bene, bene! Prendetevi il tempo che vi serve, Dantès. Non ci vorranno meno di sei settimane per scaricare la nave, e non ci rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà opportuno che vi troviate qui fra tre mesi. Il Pharaon», continuò l’armatore battendo sulla spalla del giovane marinaio, «non potrebbe ripartire senza il suo capitano.»

«Senza il suo capitano!» esclamò Dantès con gli occhi sfavillanti di gioia. «Ponete ben mente a ciò che dite, signore, poiché voi rispondete alle più segrete speranze del mio cuore; avreste intenzione di nominarmi capitano del Pharaon?»

«Se fossi solo, vi tenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi: “È fatto”; ma ho un socio, e voi sapete l’antico proverbio italiano: “Ha un padrone chi ha un compagno”. Ma la metà della faccenda è fatta; poiché su due voti, voi ne avete di già uno; fidatevi di me per avere l’altro, farò quanto potrò di meglio.»

«Oh, signor Morrel», esclamò il giovane marinaio, stringendo con le lacrime agli occhi le mani dell’armatore, «signor Morrel, io vi ringrazio in nome di mio padre e di Mercedes.»

«Va bene, va bene Edmond; vi è un Dio in cielo per la brava gente; andate a vedere vostro padre, andate a vedere Mercedes, poi ritornate da me.»

«Non volete che vi riconduca a terra?»

«No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete stato contento di lui durante il viaggio?»

«Dipende dal senso che voi date a questa domanda, signore; se come buon compagno no, perché io credo ch’egli non mi ami dal giorno in cui ebbi la debolezza, in conseguenza d’una contesa, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all’isola di Montecristo per risolvere la questione, proposta che io ebbi torto di fargli e che egli ebbe ragione di rifiutare. Se è invece al contabile che si riferisce la vostra domanda, credo che non vi sia nulla da dire, e voi sarete contento del modo con cui ha disimpegnato il suo dovere.»

«Ma», domandò l’armatore, «se foste capitano del Pharaon terreste Danglars volentieri?»

«Capitano o secondo», rispose Dantès, «avrò sempre i più grandi riguardi per coloro che godono la fiducia dei miei armatori.»

«Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovane sotto tutti i rapporti. Non voglio trattenervi più a lungo; andate, poiché siete sulla brace.»

«Arrivederci, signor Morrel, e mille ringraziamenti.»

«Arrivederci, mio caro Edmond, e buona fortuna!»

Il giovane marinaio balzò sulla lancia, andò a sedersi a poppa e ordinò di dirigersi alla Canebière. Due marinai si piegarono sui loro remi e la barca si allontanò con quella rapidità che è possibile in mezzo a mille barche che ingombrano quella specie di angusta strada che conduce, fra due file di navigli, dall’entrata del porto allo scalo di Orléans. L’armatore sorridendo lo seguì con gli occhi fino alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi subito in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Canebière, di cui i focesi moderni sono tanto orgogliosi, che affermano, con la più gran serietà del mondo e con quell’accento che imprime tanto carattere a ciò che dicono: «Se Parigi avesse la Canebière, sarebbe una piccola Marsiglia».

Girandosi, l’armatore vide Danglars, che in apparenza sembrava attendere i suoi ordini, ma in realtà seguiva come lui il giovane marinaio con lo sguardo. Soltanto vi era una grandissima diversità nella espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo.

2. Padre e figlio

Lasciamo che Danglars, impegnato con il genio dell’odio, cerchi di gettare contro il suo compagno qualche malevola supposizione all’orecchio dell’armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorso la Canebière in tutta la sua lunghezza, prende la rue Noaille, entra in una piccola casa situata alla sinistra dei viali di Meilhan, sale in fretta i quattro piani di una scala scura e tenendosi con una mano alla ringhiera comprime con l’altra i battiti del suo cuore, si ferma davanti a una porta socchiusa, che lascia vedere in fondo una piccola camera. Era la camera del padre di Dantès.

La notizia dell’arrivo del Pharaon non era ancora pervenuta al vecchio, che sopra una cassa, era occupato a piantare delle cannucce sopra cui sistemava con mano tremante alcuni nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della finestra.

A un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia, e una voce ben nota gridare dietro di sé: «Padre! Mio buon padre!»

Il vecchio lanciò un grido e si voltò, poi vedendo il figlio, si lasciò cadere tra le sue braccia, pallido e tremante.

«Che cosa avete, padre», esclamò il giovane commosso. «Siete ammalato?»

«No, mio caro Edmond, mio caro figlio, no; ma non ti aspettavo, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all’improvviso… mio Dio!… mi sembra di morire…»

«Calmatevi, padre. Sono io, proprio io. Si dice sempre che la gioia non nuoce ed è perciò che sono entrato così senza farvi avvisare; guardatemi, sorridetemi, invece di guardarmi con occhi spaventati. Sono tornato e saremo entrambi felici.»

«Ah, tanto meglio, figlio», riprese il vecchio. «Ma in che modo potremo essere felici? Tu dunque non mi abbandoni più? Vediamo, raccontami le tue fortune.»

«Che il Signore mi perdoni», disse il giovane, «di rallegrarmi di una fortuna dovuta al lutto di una famiglia: ma Dio sa che non ho desiderato questa fortuna! Essa mi giunge e io non ho la forza di affliggermene. Il bravo capitano Leclère è morto, ed è probabile che con la protezione del signor Morrel io prenda il suo posto… Capitano a vent’anni! Con cento luigi di stipendio e una parte degli utili! Non è ben più di ciò che poteva sperare un povero marinaio quale sono io?»

«Sì, figlio mio, sì, infatti questa è una fortuna.»

«E perciò voglio che con il primo denaro che guadagnerò voi abbiate una casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i vostri nasturzi e il vostro caprifoglio… Ma che avete, padre? Si direbbe che state male!»

«Pazienza, pazienza, non sarà nulla.» E, mancandogli le forze, il vecchio cadde.

«Un buon bicchiere di vino, caro padre, vi rianimerà», disse il giovane, «Dove tenete il vino?»

«No, grazie, non lo cercare, non ne ho bisogno», disse il vecchio, tentando di trattenere il figlio.

«Lasciate fare, lasciate fare, padre.»

Ed egli aprì due o tre armadi.

«È inutile», disse il vecchio, «non vi è più vino.»

«Come non vi è più vino!» disse Dantès, impallidendo a sua volta e guardando alternativamente le guance smunte e rugose del vecchio, e gli armadi vuoti. «Come non vi è più vino! Sareste forse rimasto privo di denaro, padre?»

«Non sono rimasto privo di nulla dal momento che tu sei qui.»

«Eppure», balbettò Dantès, asciugandosi il sudore che freddo gli colava dalla fronte, «avevo lasciato 200 franchi, tre mesi fa, partendo.»

«Sì, sì, Edmond, è vero, ma tu avevi dimenticato nel partire un piccolo debito con il vicino Caderousse; egli me lo ha ricordato, dicendomi che se non pagavo per te, andava a farsi pagare dal signor Morrel. Allora comprenderai bene… per timore che non ti facesse torto…»

«Ebbene?»

«Ebbene, ho pagato per te.»

«Ma», esclamò Dantès, «il mio debito con Caderousse era di 140 franchi!… E voi li avete pagati con i 200 franchi che vi ho lasciati?»

Il vecchio fece un segno affermativo con la testa.

«Dimodoché voi avete vissuto», mormorò il giovane, «per tre mesi con solo 60 franchi!»

«Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti.»

«Oh, mio Dio! Mio Dio! Padre, perdonatemi», esclamò Edmond, gettandosi ai piedi del brav’uomo.

«Che fai adesso?»

«Ah, voi mi avete trafitto il cuore!»

«Tu sei qui», disse il vecchio, sorridendo, «ora tutto è dimenticato, poiché tu stai bene.»

«Sì, io sono qui; eccomi con un bell’avvenire e con un po’ di denaro. Prendete, padre», disse, «prendete e mandate subito qualcuno a comprare qualche cosa.» E vuotò sul tavolo la borsa che conteneva una dozzina di monete d’oro, cinque o sei scudi da cinque franchi e qualche soldo.

Il viso del vecchio si rannuvolò.

«Di chi è quel denaro?»

«Mio, tuo, nostro, prendete, comprate delle provviste, siate felice, domani ve ne sarà dell’altro.»

«Adagio, adagio», disse il vecchio sorridendo, «col tuo permesso ne farò uso, ma con moderazione. Le persone che mi vedessero fare grandi provviste direbbero che ero obbligato ad aspettare il tuo ritorno per far degli acquisti.»

«Fate come volete, ma prima di ogni altra cosa prendetevi una persona di servizio, non voglio più che usciate di casa solo. Ho del caffè, e dell’eccellente tabacco di contrabbando in un baule nel fondo della stiva; l’avrete domani. Ma zitto, sento arrivare qualcuno.»

«Sarà Caderousse, che avendo saputo del tuo arrivo viene a darti il benvenuto.»

«Bene, ecco altre labbra che dicono cose diverse da ciò che pensa il cuore. Ma non importa», mormorò Edmond, «è un vicino che ci ha reso qualche favore; che sia il benvenuto!»

Difatti, nel momento in cui Edmond terminava la frase a voce bassa, si vide comparire la testa nera e barbuta di Caderousse sulla soglia della porta. Era un uomo di venticinque-ventisei anni, aveva fra le mani un pezzo di stoffa, che da buon sarto si accingeva a tramutare nei risvolti di un abito.

«Ah, eccoti dunque di ritorno, Edmond!» disse con un accento marsigliese marcato, e con un largo sorriso che gli scopriva dei bellissimi denti, bianchi come l’avorio.

«Come vedi, vicino Caderousse, e pronto a servirti in qualunque cosa», rispose Dantès, dissimulando male la sua freddezza nel far questa offerta.

«Grazie, grazie, fortunatamente io non ho bisogno di nulla, anzi sono qualche volta gli altri che hanno bisogno di me.»

Dantès fece un movimento d impazienza.

«Non dico per te, giovanotto; ti prestai del denaro, tu me lo hai reso, ciò si usa fra buoni vicini e noi siamo pari.»

«Non si è mai pari con quelli che ci hanno fatto un favore», disse Dantès, «quando non gli si deve più denaro si deve riconoscenza.»

«Perché parlare di ciò? Quel che è passato, è passato, parliamo del tuo felice ritorno, giovanotto. Ero andato al porto per comprare del panno color marrone, quando ho incontrato l’amico Danglars. “Tu! A Marsiglia?” “Sì, proprio io.” “Ti credevo a Smirne!” “Vengo di là.” “E Edmond, dov’è quel bravo giovane?” “Certamente da suo padre”, rispose Danglars. E allora son venuto qui per avere il piacere di stringere la mano a un amico.»

«Questo buon Caderousse», disse il vecchio, «ci ama molto.»

«Certo vi amo e vi stimo anche, tanto più che gli uomini onesti sono così rari… Ma sembra che tu ritorni ricco…» continuò il sarto, volgendo uno sguardo bieco sull’oro e l’argento che Dantès aveva messo sul tavolo.

Al giovane marinaio non sfuggì il lampo di cupidigia negli occhi del suo vicino.

«Eh, mio Dio», disse con noncuranza, «questo denaro non è mio; avevo manifestato a mio padre il timore che nella mia assenza gli fosse mancato qualche cosa, ed egli, per rassicurarmene, ha vuotato la sua borsa sul tavolo. Andiamo, padre», continuò Dantès, «rimettete il vostro denaro nel tiretto, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione.»

«No, caro», disse Caderousse, «non ho bisogno di niente. Grazie a Dio ci si mantiene con il proprio mestiere… Conserva il tuo denaro, conservalo, poiché non se ne ha mai troppo; ciò non toglie che ti sia grato della tua offerta, come ne avessi approfittato.»

«Era di buon cuore…» disse Dantès.

«Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque in ottimi rapporti con il signor Morrel, furbo che sei!»

«Il signor Morrel ha sempre avuto molta bontà per me…» rispose Dantès.

«In questo caso tu hai avuto torto a rifiutare il suo invito a pranzo.»

«Come, rifiutare il suo invito!» disse il vecchio padre. «Egli dunque ti aveva invitato a pranzo?»

«Sì, padre mio», riprese Edmond sorridendo della meraviglia che causava a suo padre il grande onore di cui era oggetto.

«E perché hai rifiutato, figlio mio?» domandò il vecchio.

«Per essere più presto da voi, padre», rispose il giovane, «avevo fretta di vedervi.»

«Però sarà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel», aggiunse Caderousse; «quando uno aspira a divenir capitano, ha torto a non fare la corte al suo armatore.»

«Gli ho spiegato la causa del mio rifiuto», rispose Dantès, «e sono certo che l’ha intesa.»

«Ah, per diventar capitano bisogna accarezzare un poco di più i padroni.»

«Spero di diventar capitano anche senza di ciò.»

«Tanto meglio, tanto meglio; la cosa farà piacere ai tuoi vecchi amici. So che vi è qualcuno laggiù dietro la cittadella di Saint-Nicolas che ne sarà molto contento.»

«Mercedes?» disse il vecchio.

«Sì, padre mio», disse Dantès, «e col vostro permesso, ora che vi ho visto, e so che state bene, e avete tutto ciò che vi serve, vi chiederei il permesso di fare visita ai Catalani.»

«Va’, figlio mio, va’», disse il vecchio Dantès, «e Dio benedica te nella tua donna, come benedisse me nel figlio!»

«Sua donna?» osservò Caderousse. «Voi correte troppo, papà Dantès; non lo è ancora, io credo.»

«No», rispose Edmond, «ma non tarderà molto a divenirlo.»

«Non importa, non importa», disse Caderousse, «hai fatto bene ad affrettare le nozze.»

«E perché?»

«Perché Mercedes è una bella ragazza, e le belle ragazze non mancano d’innamorati, quella particolarmente! La seguivano a dozzine!»

«Davvero!» disse Edmond con un sorriso, sotto cui traspariva un’ombra d’inquietudine.

«Oh sì!» rispose Caderousse. «E anche bei partiti! Ma, tu mi comprendi, stai per diventare capitano e si guarderà bene dal rifiutarti!»

«Ciò equivale a dire», disse Dantès con un sorriso che malcelava la sua inquietudine, «che se io non diventassi capitano…»

«Eh! eh!» esclamò Caderousse.

«Andiamo, andiamo», disse il giovane, «io ho migliore opinione che voi delle donne in generale, e di Mercedes in particolare, e sono convinto che, diventi o no capitano, lei mi resterà ugualmente fedele.»

«Tanto meglio! Tanto meglio!» disse Caderousse. «È sempre una buona cosa che i giovani quando si maritano siano forniti di buona fede; ma non serve, credimi Dantès, non perdere tempo nell’andare ad annunciarle il tuo arrivo, e a metterla a parte delle tue speranze.»

«Vado», disse Edmond. Abbracciò suo padre, salutò con un cenno della testa Caderousse e uscì.

Caderousse restò ancora un istante, poi, prendendo congedo dal vecchio Dantès, discese a sua volta e andò a raggiungere Danglars, che lo aspettava all’angolo di rue Senac.

«Ebbene», disse Danglars, «l’hai visto?»

«L’ho lasciato ora.»

«Ti ha parlato della sua speranza di divenir capitano?»

«Egli ne parla come se lo fosse già.»

«Pazienza, pazienza!» disse Danglars. «Mi sembra che abbia troppa fretta.»

«Diavolo! Sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso signor Morrel.»

«Perciò sarà molto contento.»

«Addirittura ne è insuperbito. Mi ha già offerto i suoi servizi come fosse una persona importante; inoltre voleva prestarmi del denaro, come fosse un banchiere.»

«E tu avrai rifiutato.»

«Certamente, sebbene avessi potuto accettare, poiché sono stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete d’argento che ha toccato; ma ora Dantès non avrà più bisogno di nessuno, diventando capitano.»

«Piano!» disse Danglars. «Non lo è ancora.»

«In fede mia sarebbe una bella cosa se non lo diventasse affatto», disse Caderousse, «altrimenti non vi sarebbe più modo di potergli parlare.»

«Se non lo vogliamo veramente», disse Danglars, «resterà ciò che è, e forse diventerà anche meno di quello che è.»

«Che stai dicendo?»

«Niente, parlo tra me e me. È sempre innamorato della catalana?»

«Innamorato pazzo; è andato da lei. Mi sbaglierò ma avrà dei dispiaceri da quella parte.»

«Spiegati.»

«A quale scopo?»

«È più importante di quello che credi. A te non piace Dantès.»

«Non mi piacciono gli arroganti.»

«Ebbene, dimmi allora ciò che sai sul conto della catalana.»

«Non so niente di positivo, soltanto ho visto cose che mi fanno credere, come ti dicevo, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei dintorni delle Vecchie Infermerie.»

«Che cosa hai visto? Via, dimmelo.»

«Ebbene, ho visto che tutte le volte che Mercedes viene in città, è sempre accompagnata da un robusto catalano con gli occhi neri, molto scuro, ardentissimo, e che lei chiama mio cugino.»

«Ah, veramente, e credi che questo suo cugino le faccia la corte?»

«Lo suppongo. Che diavolo vuoi che faccia un giovanotto di ventun anni con una bella ragazza di diciassette?»

«E dici che Dantès è andato ai Catalani?»

«È uscito da casa sua poco prima di me.»

«Se andiamo dalla stessa parte ci fermeremo all’osteria della Riserva di papà Pamphile, e, bevendo un bicchiere di vino di Malaga, attenderemo notizie.»

«E chi ce le porterà?»

«Staremo sulla strada, e leggeremo sul viso di Dantès ciò che sarà avvenuto.»

«Andiamo…» disse Caderousse. «Ma sei tu che paghi?»

«Certamente…» rispose Danglars.

E tutti e due s’incamminarono con passo rapido verso il luogo indicato. Giunti là si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. Papà Pamphile aveva visto passare Dantès una decina di minuti prima.

Certi che Dantès era ai Catalani, si sedettero all’ombra dei sicomori; sui rami gli uccelli salutavano gioiosamente la bella giornata di primavera.

3. I Catalani

A una distanza di cento passi dal punto dove i due amici, con lo sguardo all’orizzonte e l’orecchio all’erta, sorseggiavano lo spumeggiante vino di Malaga, s’innalzava, dietro un monticello nudo e arido per il sole e per il maestrale, il villaggio dei Catalani.

Un tempo, una misteriosa colonia partì dalla Spagna, e venne ad approdare sulla lingua di terra che abita tuttora. Arrivava non si sa da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che comprendeva il provenzale, domandò al Comune di Marsiglia di ceder loro quel promontorio nudo e arido, su cui essi avevano, come gli antichi marinai, ritirati i loro navigli. La loro domanda fu accettata, e tre mesi dopo sorgeva un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano stati tirati in secco da questi nomadi avventurieri del mare.

Il villaggio, costruito in modo bizzarro e pittoresco, metà moresco e metà spagnolo, è quello oggi abitato dai discendenti di quegli uomini, che parlano ancora la lingua dei loro padri. Trascorsi tre o quattro secoli essi sono rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, in cui si erano imbattuti, come uno stormo di uccelli marini, senza mischiarsi alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e conservando usi e costumi della loro madrepatria, come ne hanno conservata la lingua.

I nostri lettori ci seguano attraverso una strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali il sole fuori ha dato il bel colore di foglia secca, come ai monumenti del paese, e dentro una tinta gialla, unico ornamento delle posadas spagnole.

Una bella ragazza con i capelli neri come l’ebano e gli occhi vellutati come quelli della gazzella, stava in piedi appoggiata a un assito sfrondando tra le dita affusolate un’innocente erica di cui strappava i fiori, le fronde già sparse sul terreno; le sue braccia nude fino al gomito, braccia brune ma che sembravano modellate su quelle della Venere d’Arles, fremevano con impazienza febbrile, e lei batteva la terra col piede grazioso, in modo da fare apparire la forma pura e superba della gamba, serrata da un calza di cotone rosso punteggiato di grigio e azzurro.

A tre passi da lei, su una sedia su cui si dondolava con movimenti bruschi, appoggiando il gomito a un vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovane di venti-ventidue anni, che la guardava con un’aria inquieta e dispettosa a un tempo. I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della ragazza dominava il suo interlocutore.

«Dunque, Mercedes», diceva il giovane, «fra poco sarà Pasqua, un momento propizio per il matrimonio.»

«Vi ho risposto cento volte, Fernando, e bisogna in verità che voi siate nemico di voi stesso, perché rinnoviate questa domanda.»

«Ebbene, ripetetelo ancora, ve ne supplico, ripetetelo ancora, affinché giunga a crederlo; ditemi per la centesima volta che rifiutate il mio amore, malgrado l’approvazione di vostra madre; fatemi ben comprendere che vi prendete gioco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte sono un nulla per voi. Ah, mio Dio! Aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedes, e perdere questa speranza che era la sola meta della mia vita!»

«Non che abbia mai incoraggiato questa speranza, Fernando», rispose Mercedes. «Non avete una sola lusinga da rimproverarmi, a vostro riguardo. Vi ho sempre detto: “Io vi amo come un fratello; ma non esigete mai da me altra cosa che questa amicizia fraterna, poiché il mio cuore è dato a un altro!” Non vi ho sempre detto ciò, Fernando?»

«Sì, lo so bene, Mercedes», rispose il giovane, «vi siete compiaciuta con me del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate che esiste fra i catalani una legge sacra, che ordina di maritarsi fra loro.»

«Voi v’ingannate, Fernando, non è una legge, è una consuetudine, ecco tutto; e credetemi, non vi giova invocare questa consuetudine in vostro favore! Siete in età di fare il soldato, l’arbitrio che vi lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all’altro potete essere chiamato al servizio militare, e una volta soldato, che farete voi di me, cioè di una povera orfanella, infelice, senza beni, che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno è morta, pensate, Fernando, e io vivo quasi di carità pubblica. Qualche volta fingete che io vi sia utile, e ciò è per darmi il diritto di dividere la vostra pesca; io accetto, perché siete il figlio del fratello di mio padre, perché noi siamo stati allevati assieme, e più ancora, soprattutto, perché vi causerei troppo dispiacere se rifiutassi. Ma capisco bene che il pesce che vado a vendere e dal quale traggo il denaro per comprare la canapa che filo, capisco bene, Fernando, che non è che elemosina.»

«E che importa, Mercedes! Così povera e sola come siete mi piacete assai più che la figlia del più superbo armatore, o del più ricco banchiere di Marsiglia. A noi che occorre? Una donna onesta e adatta alle faccende domestiche. Chi potrei trovare meglio di voi da questo punto di vista?»

«Fernando», rispose Mercedes, scuotendo la testa, «si diviene inette alle faccende domestiche e non si può garantire di restar femmine oneste, quando si ama un uomo, che non è il proprio marito. Accontentatevi della mia amicizia; perché, ve lo ripeto, è tutto quanto posso promettervi, e io non prometto che quanto sono sicura di mantenere.»

«Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedes, amato da voi, io tenterò la fortuna; voi mi porterete felicità, e io diventerò ricco. Posso estendere il mio commercio di pescatore, posso fare il commesso, posso diventare un negoziante.»

«Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete soldato, e se siete ancora ai Catalani è perché non vi è guerra; restate dunque pescatore, non fate dei sogni, che farebbero ancora più terribile la realtà, e accontentatevi della mia amicizia, poiché io non posso darvi altro.»

«Avete ragione, Mercedes, io sarò marinaio; avrò, invece del costume dei nostri padri, che disprezzate, un cappello col fiocco, una camicia a righe e una giacca turchina con le ancore sui bottoni… Non è così che bisogna essere vestito per piacervi?»

«Che intendete dire?» domandò Mercedes con uno sguardo imperioso. «Che intendete dire? Non vi capisco.»

«Voglio dire, Mercedes, che siete così inflessibile e crudele con me, perché attendete qualcuno così vestito. Ma quello che voi aspettate è forse incostante; e se non lo è, il mare lo è per lui.»

«Fernando», esclamò Mercedes, «io vi credevo buono e mi sono ingannata; Fernando, avete un cuore cattivo, invocando in aiuto della gelosia la collera di Dio. Ebbene sì, non vi nascondo nulla, aspetto, e amo colui che dite, e s’egli non ritorna, invece di accusarlo di incostanza dirò che è morto amandomi.»

Il giovane catalano fece un gesto di rabbia.

«Vi capisco, Fernando, vi rivarreste su di lui perché non vi amo, voi incrocereste il coltello catalano col suo pugnale. Ma a che servirebbe? A perdere la mia amicizia se rimaneste vinto, a veder cambiarsi in odio la mia amicizia se vincitore. Credetemi, il muovere contesa con un uomo è un cattivo mezzo per piacere alla donna che ama quest’uomo. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non mi potete avere in moglie, vi accontenterete di avermi amica e sorella. D’altronde», aggiunse commossa e con gli occhi pieni di lacrime, «aspettate, aspettate, Fernando, voi lo avete detto or ora, il mare è perfido e sono già quattro mesi che ho contato molte burrasche!»

Fernando restò impassibile.

Non cercò di asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance di Mercedes, anche se avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lacrime che scorrevano per un altro. Si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedes cupo in viso, e con i pugni fortemente serrati.

«Mercedes», disse, «ancora una volta rispondete… Siete proprio decisa?»

«Io amo Edmond Dantès», disse freddamente la ragazza, «e nessun altro fuorché Edmond sarà il mio sposo!»

«E l’amerete sempre?»

«Finché avrò vita!»

Fernando chinò la testa scoraggiato, emise un sospiro che sembrò un gemito; poi a un tratto alzando la fronte, con i denti serrati e le narici socchiuse: «Ma s’egli è morto?» disse.

«Se è morto, io morrò!»

«Ma se vi dimentica?»

«Mercedes!» esclamò una voce esultante fuori della capanna, «Mercedes!»

«Ah!» esclamò la ragazza arrossendo di gioia, esultando d’amore, «vedi bene che non mi ha dimenticata, eccolo qua…»

Si lanciò verso la porta e l’aprì gridando: «Eccomi, Edmond, eccomi!»

Fernando, pallido e fremente, indietreggiò come un viaggiatore alla vista di un serpente, e urtando la sedia vi cadde a sedere.

Edmond e Mercedes erano tra le braccia l’una dell’altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava dall’apertura della porta, li inondava di un torrente di luce. Sulle prime non videro niente di ciò che li circondava, una felicità immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole tronche che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano accostarsi all’espressione del dolore. A un tratto Edmond si accorse della figura cupa di Fernando nell’ombra, pallida e minacciosa; d’istinto, senza egli stesso darsene una ragione, il catalano aveva portato la mano al coltello posto alla cintura.

«Scusate», disse Dantès, inarcando a sua volta le sopracciglia, «non avevo notato che eravamo in tre.» Poi volgendosi a Mercedes domandò: «Chi è questo signore?»

«Sarà il vostro migliore amico, poiché è il mio; è mio cugino e mio fratello; è Fernando, l’uomo, che dopo voi, Edmond, amo di più su questa terra.»

Edmond, senza abbandonare Mercedes di cui teneva una mano, tese, con cordialità, l’altra mano al catalano. Ma Fernando invece di corrispondere al gesto amichevole, restò muto e immobile come una statua. Allora Edmond portò il suo sguardo scrutatore da Mercedes, commossa e tremante, a Fernando cupo e minaccioso. Quel solo sguardo gli fece comprendere tutto. La collera montò al suo viso.

«Non sarei venuto con tanta fretta da voi, Mercedes, se avessi saputo di ritrovarvi un nemico.»

«Un nemico!» esclamò Mercedes con uno sguardo corrucciato rivolto al cugino. «Un nemico presso di me, tu dici, Edmond? Se lo credessi, ti darei subito il mio braccio e me ne andrei a Marsiglia, abbandonando questa casa per non riporvi mai più piede.»

L’occhio di Fernando ebbe un lampo.

«Se ti accadesse una disgrazia, mio Edmond», continuò lei con il medesimo implacabile sangue freddo, che provava a Fernando che la ragazza aveva saputo leggere fin nel profondo dei suoi sinistri pensieri, «se ti accadesse qualche disgrazia, salirei sul capo di Morgion e mi getterei sugli scogli spaccandomi la testa.»

Fernando divenne spaventosamente pallido.

«Ma tu t’inganni, Edmond», continuò, «tu qui non hai nemici: qui non c’è che Fernando, mio fratello, che ti stringerà la mano come a un amico, di cuore.»

A queste parole la ragazza fissò il suo sguardo imperioso sul catalano, il quale, come se fosse stato affascinato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmond, e gli tese la mano. Il suo odio, pari a un flutto impotente sebbene furioso, veniva a infrangersi contro l’ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena ebbe toccata la mano di Edmond, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva, e, lanciandosi fuori della capanna correndo come un insensato e con le mani nei capelli, esclamò: «Oh, chi mi libererà da quest’uomo? Me infelice! Me infelice!»

«Ehi, catalano! Ehi, Fernando, dove corri?» disse una voce. Il giovane si fermò di colpo, guardò attorno a sé e riconobbe Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie di vite.

«Ehi!» disse Caderousse. «Perché non vieni qui? Hai dunque tanta fretta da non avere il tempo di dire buongiorno agli amici?»

«Specialmente quando hanno ancora una bottiglia quasi piena davanti…» aggiunse Danglars.

Fernando guardò quei due uomini con occhi assenti e non rispose nulla.

«Sembra proprio stordito», disse Danglars, toccando il ginocchio di Caderousse. «Possibile che ci siamo sbagliati, e che Dantès trionfi in barba a quanto previsto?»

«Diavolo, è da vedersi!» disse Caderousse.

E volgendosi verso il catalano: «Ebbene, ti decidi?»

Fernando si asciugò il sudore che gli grondava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, l’ombra sembrava rendere un po’ di calma ai suoi sensi, e la freschezza un po’ di sollievo al corpo spossato.

«Buongiorno», disse. «Mi avete chiamato, non è vero?»

E fu piuttosto un cadere che il sedersi sopra una delle panche attorno alla tavola.

«Ti ho chiamato perché correvi come un pazzo, e perché ho avuto paura che andassi a gettarti in mare», disse ridendo Caderousse. «Che diavolo! Quando uno ha degli amici, non è soltanto per offrir loro un bicchiere di vino, ma anche per impedirgli di andare a bere tre o quattro pinte d’acqua.»

Fernando mandò un gemito che sembrava un singulto, e lasciò cadere la testa sopra i due pugni incrociati sulla tavola.

«Ebbene! Vuoi che lo dica io, Fernando», riprese Caderousse intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, alla quale la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia. «Hai l’aria di un amante sconfitto.» E accompagnò questa facezia con una forte risata.

«Impossibile», intervenne Danglars, «un giovanotto della forza di costui non è fatto per essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse.»

«Niente affatto», riprese questi. «Non senti come sospira? Coraggio, Fernando», disse Caderousse, «alza la testa e rispondi. Non è cortese non rispondere agli amici che domandano come va la salute.»

«La mia salute va bene», disse Fernando serrando i pugni, ma senza alzar la testa.

«Ah, vedi, Danglars», disse Caderousse, strizzando l’occhio all’amico, «ecco come stanno le cose: Fernando, che vedi qui, e che è un buono e bravo catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedes, ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza sia innamorata del secondo del Pharaon, e siccome il Pharaon è entrato oggi in porto, tu capisci?…»

«No, io non capisco niente», disse Danglars.

«Il povero Fernando avrà ricevuto il suo congedo.»

«Ebbene?» disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse come in cerca di qualcuno su cui sfogare la sua collera. «Mercedes non dipende da nessuno, non è vero? Dunque è libera di amare chi vuole.»

«Ah! Se la prendi così», disse Caderousse, «è un altro affare. Ti credevo un catalano, e mi era stato detto che i catalani non eran tali da lasciarsi soppiantare da un rivale, e mi si era fatto credere che Fernando in particolare fosse un uomo terribile nella vendetta.»

Fernando sorrise in tono di commiserazione.

«Un innamorato non è mai terribile», disse.

«Povero ragazzo», riprese Danglars, fingendo di compiangerlo dal più profondo dell’anima, «Lui non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto. È forse infedele, o che so io? Queste cose sono tanto più sconvolgenti quanto più ci accadono all’improvviso.»

«A ogni modo», disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Malaga cominciava a fare il suo effetto, «Fernando non è il solo che è indispettito dal felice ritorno di Dantès. Non è vero, Danglars?»

«È vero, e io oserei dire che ciò gli porterà disgrazia.»

«Non importa», riprese Caderousse, versando un bicchiere di vino a Fernando, e riempiendo il proprio per l’ottava o decima volta, mentre Danglars aveva appena assaggiato il suo, «non importa, intanto egli sposa Mercedes: è ritornato per questo.»

Danglars fissava con occhi scrutatori il giovane, sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo fuso.

«E quando si faranno le nozze?» domandò.

«Oh, non sono ancor fatte», mormorò Fernando.

«No, ma si faranno», disse Caderousse. «Così come Dantès sarà capitano del Pharaon. Non è vero, Danglars?»

Danglars rabbrividì a questo colpo inatteso, e si voltò verso Caderousse di cui studiò i lineamenti per capire se era stato premeditato, ma egli non lesse che l’invidia su quel viso fattosi quasi ebete dall’ubriachezza.

«Ebbene», disse, riempiendo i bicchieri, «beviamo dunque alla salute del capitano Edmond Dantès, marito della catalana!»

Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con mano pesante lo tracannò in un fiato. Fernando prese il suo e lo ruppe gettandolo a terra.

«Eh! eh! eh!» disse Caderousse. «Cosa vedo sull’alto del promontorio, laggiù, verso i Catalani? Guarda tu, Fernando, che hai miglior vista della mia; credo di cominciare a veder doppio, e tu sai che il vino è traditore… Si direbbe che i due amanti passeggino, tenendosi vicini vicini! Il cielo mi perdoni! Non sanno d’esser visti… Eccoli!»

Danglars non perdeva alcuna delle angosce che soffriva Fernando, il cui viso si alterava palesemente.

«Li riconoscete, Fernando?» disse.

«Sì», rispose questi, con voce cupa, «sono Edmond e Mercedes.»

«Ah, vedete», disse Caderousse, «li avevo riconosciuti! Oh, Dantès! O che bella ragazza! Venite qui e diteci quando si faranno le nozze, poiché Fernando si è ostinato a non volercelo dire.»

«Vuoi tacere?» disse Danglars, fingendo di trattenere Caderousse, che con la tenacia dell’ubriaco si sforzava di sporgersi fuori del pergolato. «Cerca di tenerti dritto, e lascia gl’innamorati amarsi tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, è un uomo ragionevole.»

Forse Fernando, ridotto agli estremi, e punto da Danglars come il toro dai banderilleros, stava per slanciarsi, perché si era già alzato e sembrava raccogliersi per scagliarsi contro il suo rivale, ma Mercedes, ridente e accorta, alzò la sua bella testa e fece brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia che aveva fatto di uccidersi se Edmond fosse morto, e ricadde scoraggiato sulla panca.

Danglars guardò quei due uomini: l’uno abbrutito dall’ubriachezza, l’altro dominato dall’amore.

«Non ricaverò niente da questi imbecilli», mormorò, «e ho una gran paura di essere qui fra un ubriaco e un codardo. Ecco un invidioso che si ubriaca con il vino, mentre dovrebbe farlo con il fiele; e un grande imbecille al quale vien tolta la sua bella di sotto al naso, e si accontenta di piangere e di lamentarsi come un bambino: nonostante abbia occhi fulminanti come gli spagnoli, i siciliani e i calabresi, i quali sanno vendicarsi così bene, e dei pugni che fracasserebbero la testa a un bue come la mazza del macellaio! Decisamente il destino di Edmond la vince: sposerà la ragazza, sarà fatto capitano, e riderà di noi, a meno che…» Un sinistro sorriso affiorò sulle labbra di Danglars. «A meno che non me ne occupi io…» aggiunse.

«Olà!» continuava a gridare Caderousse a metà alzato, puntellandosi sulla tavola. «Olà, Edmond, non vedi dunque gli amici, o sei diventato già tanto superbo da non poter parlar con loro?»

«No, mio caro Caderousse», rispose Dantès, «io non sono superbo, sono felice, e la felicità acceca, credo, assai più della superbia.»

«Alla buon’ora, ecco una bella spiegazione», disse Caderousse.

«Buongiorno, signora Dantès.»

Mercedes salutò con gravità.

«Questo ancora non è il mio nome», disse, «e nel mio paese porta cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del fidanzato, prima che sia loro marito. Vi prego dunque di chiamarmi Mercedes.»

«Bisogna perdonare il buon vicino Caderousse», disse Dantès, «egli si sbaglia di poco.»

«Dunque le nozze avranno luogo quanto prima, Dantès?» disse Danglars salutando i due giovani.

«Il più presto possibile, signor Danglars: oggi si prenderanno tutti gli accordi con mio padre, e domani al più tardi ci sarà il pranzo di fidanzamento, qui alla Riserva. Spero che gli amici ci saranno, e ciò vuol dire che siete invitato, signor Danglars, e tu, Caderousse, non mancherai.»

«Fernando», disse Caderousse ridendo, «sarà invitato anche lui?»

«Il fratello della mia sposa è pure mio fratello», disse Edmond, «e sia Mercedes che io vedremmo con sommo dispiacere se egli si allontanasse da noi in questa circostanza.»

Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si spense in gola, e non poté articolare una parola.

«Oggi gli accordi, domani o dopo il fidanzamento!… Che diavolo! Capitano, voi avete molta fretta.»

«Danglars», rispose Edmond sorridendo, «vi dirò ciò che Mercedes diceva or ora a Caderousse: non mi date un titolo che non mi appartiene… Mi porterebbe cattivo augurio.»

«Scusate», precisò Danglars, «dicevo semplicemente che voi avete molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo; il Pharaon non salperà che fra tre mesi.»

«Si ha sempre fretta di esser felici; quando uno ha sofferto lungamente, si pena a credere alla felicità. Ma non è il solo egoismo che mi fa agire in tal modo; occorre che io vada a Parigi.»

«Ah davvero? A Parigi? È la prima volta che ci andate, Dantès?»

«Sì.»

«Vi avete degli affari?»

«Non per mio conto; è un’ultima commissione del nostro capitano Leclère da adempiere; voi capirete, Danglars, che questa è cosa sacra. D’altronde, state tranquillo, io non prenderò che il tempo necessario per l’andata e il ritorno.»

«Sì, sì capisco», disse ad alta voce Danglars, poi aggiunse fra sé abbassando il tono: «A Parigi, senza dubbio, per recapitare la lettera che gli consegnò il capitano. Ah, perbacco! Questa lettera mi fa nascere un’idea, un’eccellente idea! Signor Dantès, amico mio, non hai ancora dormito a bordo del Pharaon nella cabina numero 1».

Poi voltandosi verso Edmond che già si allontanava: «Buon viaggio…» gli gridò.

«Grazie…» rispose Edmond girando la testa, accompagnando questo movimento con un gesto amichevole. Quindi i due innamorati continuarono la loro strada, lieti e tranquilli come due anime che salgono al cielo.

4. Il complotto

Danglars seguì Edmond e Mercedes con lo sguardo, finché i due scomparvero dietro l’angolo del forte Saint-Nicolas; poi volgendosi si accorse che Fernando era ricaduto sulla panca pallido, fremente, mentre Caderousse balbettava le parole di una canzone da osteria.

«Ecco», disse Danglars a Fernando, «un matrimonio che sembra non faccia la felicità di tutto il mondo.»

«È la mia disperazione.»

«Dunque amate Mercedes?»

«Dal momento che la conobbi l’amai; l’ho sempre amata!»

«E voi state lì a strapparvi i capelli invece di cercare un rimedio? Che diavolo! Io non credevo che fosse questo il modo con cui agiscono quelli della vostra razza.»

«Che cosa volete che faccia?» domandò Fernando.

«E che ne so? È forse cosa che mi riguarda? Non sono io, mi sembra, l’innamorato di Mercedes, ma voi.»

«Io volevo pugnalar l’uomo, ma lei mi ha detto che se capitava una disgrazia al suo fidanzato si sarebbe uccisa.»

«Frottole! Queste sono cose che si dicono sempre, e non si fanno mai.»

«Signore, voi non conoscete Mercedes: quando minaccia, esegue.»

«Imbecille!» mormorò Danglars. «Che lei si uccida o no a me poco importa purché Dantès non diventi capitano.»

«E prima che Mercedes muoia», aggiunse Fernando, con accento risoluto, «morirei io stesso.»

«Questo si chiama amore!» disse Caderousse con voce avvinazzata. «Se questo non è vero amore, davvero non lo so più conoscere.»

«Vediamo», disse Danglars, «voi mi sembrate un giovane a modo, e vorrei, che il diavolo mi porti, levarvi questa pena, ma…»

«Sì, sì», disse Caderousse, «capiamo come.»

«Mio caro», continuò Danglars, «tu sei per tre quarti ubriaco; termina la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi, e non immischiarti in ciò che facciamo, perché bisogna aver libera la testa.»

«Io ubriaco?» disse Caderousse. «Eh via! Io delle tue bottiglie ne berrei altre quattro! Non sono più grandi di una boccetta d’acqua di Colonia!… Papà Pamphile, del vino!» E per dare effetto alle parole, Caderousse batté il bicchiere sulla tavola.

«Dunque dicevate, signore?» riprese Fernando, aspettando con impazienza il seguito della frase interrotta.

«Che dicevo? Non me ne ricordo. Questo ubriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo.»

«Ubriaco quanto vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura del vino! Ciò perché hanno qualche cattivo pensiero e temono che il vino lo tolga dal cuore.»

E Caderousse si mise a cantare gli ultimi versi di una canzone molto in voga a quei tempi: «Acqua bevon color che fan del male: N’è una prova il diluvio universale!»

«Dicevate, signore», riprendeva Fernando, «che mi vorreste levar di pena, ma aggiungeste…»

«Sì, aggiungevo che per levarvi di pena basta che Dantès non sposi colei che voi amate, e il matrimonio può benissimo non effettuarsi anche senza che Dantès muoia.»

«La morte sola può separarli», disse Fernando.

«Voi ragionate come un ragazzo, amico mio», disse Caderousse, «e siccome Danglars è un furbo, un maligno, vi mostrerà in qual modo voi avete torto. Provalo, Danglars, io ho garantito per te. Digli che non vi è bisogno che Dantès muoia… D’altronde mi dispiacerebbe se morisse, Dantès; è un buon giovane… io gli voglio bene… io ti voglio bene Dantès… alla tua salute Dantès!»

Fernando si alzò stizzito.

«Lasciatelo dire», riprese Danglars, trattenendo il catalano, «sebbene ubriaco non dice un grande sproposito: l’assenza separa due individui tanto bene quanto la morte… Supponete per esempio che vi fosse fra Edmond e Mercedes la muraglia di una prigione; essi sarebbero divisi né più né meno che se vi fosse la lapide di una tomba.»

«Sì, ma di prigione si esce», disse Caderousse, che con gli ultimi sprazzi di lucidità, stava prendendo parte alla conversazione, «e quando si esce di prigione, e si porta il nome di Edmond Dantès, uno si vendica.»

«Che importa!» mormorò Fernando.

«E poi», rispose Caderousse, «perché si dovrebbe mettere in prigione Dantès? Egli non ha né rubato, né ammazzato.»

«Taci!» disse Danglars.

«Io non voglio tacere; pretendo che mi si dica perché si vuol far mettere in prigione Dantès. Voglio bene a Dantès! Alla tua salute Dantès!»

E vuotò d’un fiato un altro bicchiere di vino.

Danglars seguì con lo sguardo i progressi dell’ubriachezza del suo compagno, e rivolgendosi a Fernando: «Ebbene, comprendete che non vi è bisogno di ucciderlo?»

«No certo, se, come voi dicevate poco fa, si potesse trovare il modo di farlo arrestare.»

«Cercando bene», disse Danglars, «lo si potrebbe trovare… Ma di che diavolo vado io a immischiarmi? È forse cosa che mi riguarda?»

«Non so se ciò vi riguardi», disse Fernando afferrandogli un braccio, «ma ciò che so è che voi avete qualche motivo particolare di odio contro Dantès: chi odia se stesso, non s’inganna sui sentimenti degli altri.»

«Io!… dei motivi di odio con Dantès? Nessuno, sulla mia parola! Io vi ho visto infelice e la vostra infelicità mi ha commosso, perciò ho preso interesse per voi, ecco tutto. Ma dal momento che voi credete che agisca per conto mio, addio, amico caro: levatevi quella spina dal cuore come potete.» E Danglars fece finta a sua volta d’alzarsi.

«No», disse Fernando trattenendolo, «restate; in fin dei conti, poco m’importa che voi odiate o no Dantès: io l’odio e lo confesso. Trovate il mezzo e io l’eseguo, purché non causi la morte di quell’uomo poiché Mercedes si ucciderebbe se Dantès fosse ammazzato.»

Caderousse, che aveva lasciato cadere la testa sul tavolo, rialzò la fronte e guardando Fernando e Danglars, con occhi semichiusi e spenti, disse: «Uccidere Dantès… Chi parla di uccidere Dantès? Io non voglio che sia ucciso, io!… È mio amico… Mi ha offerto questa mattina di divider con me il suo denaro, come io ho diviso il mio con lui… Non voglio che si uccida Dantès!…»

«E chi parla di ucciderlo, imbecille!» riprese Danglars. «Si parla di un semplice scherzo. Bevi alla sua salute», aggiunse riempiendogli il bicchiere, «e lasciaci tranquilli.»

«Sì, sì, alla salute di Dantès», disse Caderousse, vuotando il bicchiere, «alla sua salute… alla sua salute… al… la…»

«Ma il mezzo?… Il mezzo?» disse con impazienza Fernando.

«Voi non lo avete ancora trovato?»

«No, ve ne siete incaricato voi.»

«È vero», rispose Danglars, «i francesi hanno questa superiorità sugli spagnoli: gli spagnoli ruminano, e i francesi inventano.»

«Inventate dunque, inventate», disse Fernando con impazienza.

«Cameriere!» disse Danglars, «carta, penna e calamaio.»

«Carta, penna e calamaio?» mormorò Fernando.

«Sì, io sono scrivano computista, la penna, l’inchiostro e la carta sono i miei strumenti, e senza di questi non saprei fare cosa alcuna.»

«Carta, penna e calamaio!» esclamò ad alta voce Fernando.

«Ecco tutto», disse il cameriere portando gli oggetti richiesti.

«Quando si pensa», disse Caderousse, mettendo una mano sulla carta, «che con questa carta si può ammazzare un uomo con più facilità che se si attendesse all’angolo di un bosco per assassinarlo. Ho sempre avuto più paura di una bottiglia d’inchiostro, di una penna e di un calamaio, che non di una spada o di una pistola.»

«Il buffone non è ancora ubriaco quanto sembra», disse Danglars. «Versategli dunque da bere, Fernando.»

Fernando riempì il bicchiere di Caderousse; e questi, da quel bravo bevitore che era, levò la mano dalla carta, e la portò al bicchiere. Il catalano seguì i suoi movimenti fino a che Caderousse, quasi sopraffatto da quel nuovo attacco, lasciò cadere il suo bicchiere sul tavolo.

«Ebbene…» riprese il catalano, vedendo che il poco della ragione che restava a Caderousse cominciava a sparire sotto l’influenza di quell’ultimo bicchiere di vino.

«Ebbene dicevo dunque, per esempio», riprese Danglars, «che se dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès e in cui ha toccato Napoli e l’isola d’Elba, qualcuno lo denunciasse…»

«Lo denuncerò io», disse con vivacità il giovane.

«Sì, ma allora vi si fa firmare la vostra dichiarazione, e vi si confronta con quello che avete denunciato. Io vi fornisco di che sostenere la vostra accusa, è vero. Ma Dantès non può restare eternamente in prigione; un giorno o l’altro ne uscirà, e il giorno in cui esce sarà terribile con quello che lo ha fatto entrare.»

«Oh, io non desidero che una cosa», disse Fernando, «che egli venga a sfidarmi a duello.»

«Sì, e Mercedes? Mercedes vi prenderà in odio se voi avrete soltanto la disgrazia di scalfire la pelle al suo diletto Edmond!»

«È giusto», disse Fernando.

«No, no», riprese Danglars, «se si decide una cosa simile, vedete bene, è meglio prendere, così come faccio io, questa penna, intingerla nell’inchiostro e scrivere con la mano sinistra, affinché la calligrafia non sia individuata, la breve seguente denuncia.» E Danglars, unendo l’esempio all’insegnamento, scrisse con la mano sinistra e con una grafia ordinaria, che non aveva alcuna analogia con la sua, le parole che egli passò a Fernando e questi lesse a mezza voce.

«Il signor procuratore del re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che un tale Edmond Dantès, secondo del bastimento Pharaon, giunto questa mattina da Smirne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, ebbe da Murat l’incarico di consegnare una lettera all’usurpatore, e dall’usurpatore una lettera per il Comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo, poiché si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o in casa di suo padre, o nella sua cabina a bordo del Pharaon.»

«Alla buon’ora», disse Danglars, «in tal modo la vostra vendetta sarà attribuita alle circostanze, e sarete sicuro che non ricadrà sopra di voi, e la cosa andrà da sola. Perciò non vi resterebbe che piegare la lettera come faccio io, scriverci sopra: “Al procuratore del re”, e tutto sarebbe fatto.» E Danglars scrisse l’indirizzo, come per gioco.

«Sì, tutto sarebbe fatto», gridò Caderousse, che con un ultimo sforzo d’intelligenza aveva seguito la lettura, e che comprendeva per istinto tutto il male che avrebbe potuto causare una simile denuncia. «Sì, tutto sarebbe fatto, soltanto sarebbe un’infamia.» E allungò il braccio per prendere la lettera.

«Per tal modo», disse Danglars, allontanando la lettera, «per tal modo tutto ciò che ho detto e fatto non è che uno scherzo, e io sarei il primo a esserne afflitto se accadesse qualche disgrazia a Dantès, a questo buon Dantès! Così osservate…» Egli prese la lettera, la spiegazzò fra le mani e la gettò in un angolo del pergolato.

«Alla buon’ora», disse Caderousse. «Dantès è mio amico, e non voglio che gli si faccia del male.»

«E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente né io né Fernando», disse Danglars alzandosi, e squadrando il catalano rimasto seduto, che non perdeva d’occhio il foglio denunciatore gettato nell’angolo.

«In questo caso», riprese Caderousse, «che ci portino del vino, io voglio bere alla salute di Edmond e della bella Mercedes.»

«Tu hai bevuto fin troppo, ubriacone!» disse Danglars. «E se continui sarai obbligato a dormir qui, poiché non potrai reggerti in piedi.»

«Io!» disse Caderousse, alzandosi con la fatuità dell’uomo ubriaco, «io non potrò tenermi in piedi? Scommetto che monto sul campanile degli Accoulès anche senza barcollare!»

«Sia!» disse Danglars. «Accetto la scommetto, ma per domani; oggi è ora di ritornare a casa. Dammi il braccio e andiamo.»

«Andiamo», disse Caderousse, «ma non ho bisogno del tuo braccio. Vieni anche tu, Fernando? Rientri con noi a Marsiglia?»

«No», disse Fernando, «io ritorno ai Catalani.»

«Fai male; vieni con noi a Marsiglia, vieni.»

«Non ho niente da fare a Marsiglia, e non ci voglio andare.»

«Come hai detto? Che non vieni? Ebbene a tuo comodo. Vieni Danglars, lasciamo rientrare il giovanotto ai Catalani, poiché vuole così.»

Danglars approfittò del momento di buona volontà di Caderousse per trascinarlo alla volta di Marsiglia; e solo per lasciare la strada più corta e più facile a Fernando, invece di ritornare per la riviera della nuova Riva, ritornò per la porta San Vittore; Caderousse lo seguì barcollando attaccato al suo braccio. Quando fu a una ventina di passi, Danglars si voltò e vide Fernando precipitarsi sul foglio e metterlo in tasca; poi subito balzare fuori dal pergolato, e andarsene dalla parte del Pilone.

«Ebbene, che fa dunque?» disse Caderousse. «Ha mentito: ci ha detto che andava ai Catalani e ha voltato dalla parte della città. Olà! Fernando, tu ti sbagli, caro ragazzo!»

«Sei tu che vedi male», disse Danglars, «egli segue direttamente la strada delle Vecchie Infermerie.»

«Davvero?» disse Caderousse. «Eppure giurerei che ha voltato a destra! Decisamente il vino è traditore!»

«Andiamo, andiamo», mormorò Danglars, «credo che l’affare sia bene avviato e non resti altro da fare che lasciarlo progredire da sé.»

5. Il pranzo di fidanzamento

Il giorno seguente il tempo fu bello, il sole si levò puro e lucente, e i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano le cime dei flutti di un vivo color rubino.

Il pranzo era stato preparato al primo piano di quella stessa Riserva con il pergolato, di cui noi facemmo già conoscenza. Era un salone illuminato da cinque o sei finestre, e al di sopra di ciascuna, senza sapere perché, stava scritto il nome di una delle grandi città della Francia; le finestre davano su una terrazza in legno.

Benché il pranzo non fosse fissato che per mezzogiorno, fino dalle undici del mattino questa terrazza era piena di persone che vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai privilegiati del Pharaon e qualche amico di Dantès. Tutti, in onore del fidanzato, erano vestiti dei loro migliori abiti. Si sentiva dire fra i convitati del promesso sposo, che gli armatori del Pharaon avrebbero onorato con la loro presenza il fidanzamento del loro secondo. Ma questo, a loro pensare, era un onore così grande per Dantès, che nessuno osava crederci. Però Danglars, che giungeva in compagnia di Caderousse, confermò la notizia. La mattina aveva visto lo stesso signor Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe venuto a pranzo alla Riserva.

Infatti, pochi momenti dopo il signor Morrel fece il suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del Pharaon con un evviva e unanimi applausi. La presenza dell’armatore era una conferma della voce che già correva che Dantès sarebbe stato nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato a bordo, questa brava gente faceva capire in tal modo all’armatore che una volta tanto la nomina del capitano era in armonia con i desideri dei subordinati.

Appena il signor Morrel fu entrato, Danglars e Caderousse furono unanimemente incaricati di andare incontro ai fidanzati. Dovevano avvertirli dell’arrivo del personaggio importante, la cui venuta aveva prodotto una così forte impressione, e dir loro che si affrettassero.

Danglars e Caderousse partirono di corsa; ma non ebbero fatto cento passi che scorsero il piccolo corteo che veniva alla loro volta. Questo piccolo corteo si componeva di quattro ragazze amiche di Mercedes, catalane come lei, che accompagnavano la fidanzata alla quale Edmond dava il braccio. Vicino alla futura sposa camminava il vecchio Dantès, e dietro di loro veniva con sinistro sogghigno Fernando; i poveri giovani erano così felici, che non vedevano che se stessi e il bel cielo che li benediceva.

Danglars e Caderousse disimpegnarono la loro missione di ambasciatori; quindi dopo aver scambiato con Edmond una stretta di mano vigorosa e amichevole, andarono, Danglars a prender posto vicino a Fernando, Caderousse a mettersi a fianco del padre di Dantès, centro dell’attenzione generale.

Il vecchio era vestito del suo bell’abito di taffettà, guarnito con larghi bottoni di acciaio sfaccettati. Le sue gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico paio di calze di cotone lavorato, di contrabbando inglese. Dal suo cappello a tre punte pendeva una fettuccia bianca e turchina. Egli si appoggiava a un bastone di legno tornito e ricurvo in alto come il pedum degli antichi. Si sarebbe detto uno di quegli zerbinotti che facevano bella mostra di sé nel 1796 nei giardini nuovamente riaperti del Lussemburgo e delle Tuileries.

Vicino a lui, come già detto, si era messo Caderousse, che la speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dantès; Caderousse al quale restava nella mente una vaga memoria di ciò che era accaduto il giorno innanzi, come quando nello svegliarsi la mattina si ritrova l’ombra del sogno che si è fatto nella notte.

Danglars nell’avvicinarsi a Fernando aveva gettato sul catalano imbarazzato uno sguardo profondo.

Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente trascurato da Mercedes, che, con quell’egoismo giovanile caro all’amore, non aveva occhi che per Edmond; Fernando era pallido, con improvvisi rossori che lasciavano il posto a un pallore sempre più crescente. Ogni tanto guardava verso Marsiglia, e allora un tremito nervoso e involontario gli scorreva per le membra. Fernando sembrava attendere o perlomeno prevedere un qualche avvenimento.

Dantès era vestito con semplicità. Appartenendo alla marina mercantile, aveva un abito fra l’uniforme militare e il costume borghese, e sotto questo abito il suo portamento, eccitato anche dalla gioia e dalla bellezza della sua fidanzata, era superbo.

Mercedes era bella come una di quelle greche di Cipro o di Coo, dagli occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Camminava col passo franco e libero delle andaluse. Una ragazza di città avrebbe forse cercato di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto delle palpebre; ma Mercedes sorrideva e guardava tutto ciò che la circondava, e il suo sorriso e il suo sguardo dicevano francamente quanto avrebbero potuto dire le sue parole: «Se voi mi siete amici rallegratevi, poiché in verità io sono molto felice».

Dal momento che i fidanzati e coloro che li accompagnavano furono in vista della Riserva, Morrel discese, e avanzò verso di loro, seguito dai marinai e dai soldati con i quali era rimasto e a cui aveva rinnovato la promessa, già fatta a Dantès, che questi sarebbe succeduto al capitano Leclère.

Edmond, vedendolo venire, lasciò il braccio della fidanzata e lo passò sotto quello di Morrel.

L’armatore e la ragazza dettero allora l’esempio e salirono per primi la scala di legno che portava alla stanza dove era preparato il pranzo. La scala scricchiolò per cinque minuti sotto i pesanti passi dei convitati.

«Padre mio», disse Mercedes, fermandosi a metà della tavola, «voi starete alla mia destra, alla sinistra porrò colui che fin qui mi ha fatto da fratello», e lo disse con una dolcezza che penetrò nel più profondo del cuore di Fernando come un colpo di pugnale. Le sue labbra s’incresparono e, sotto la tinta livida del suo viso maschile, si poté vedere il sangue ritirarsi a poco a poco, per affluire al cuore.

Nel frattempo Dantès aveva posto alla sua destra Morrel, alla sinistra Danglars; quindi aveva fatto segno con la mano che ciascuno prendesse posto a suo piacere.

Già circolavano intorno alla tavola i salami di Arles con le carni brune e affumicate, le aragoste ricoperte della loro rosea corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla loro scorza spinosa, le cappe che presso i buongustai del Mezzogiorno sono valutate più delle ostriche del Nord; e tutti quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano con il nome generico di frutti di mare.

«Bel silenzio!» disse il vecchio, assaggiando un bicchiere di vino giallo topazio, che papà Pamphile in persona aveva portato a Mercedes. «Si direbbe che qui ci sono trenta persone che non desiderano altro che ridere…»

«Eh, un marito non è sempre allegro», disse Caderousse.

«Il fatto è», disse Dantès, «che sono troppo felice in questo momento. Se è così che voi la intendete, caro vicino, avete ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano: essa opprime come il dolore.»

Danglars osservò Fernando la cui natura impressionabile riceveva e rifletteva ciascuna emozione.

«Andiamo dunque», disse, «avreste forse paura di qualche cosa? Mi sembra al contrario che vada tutto secondo i vostri desideri.»

«Ed è precisamente questo che mi spaventa», disse Dantès, «mi sembra che l’uomo non sia fatto per essere così facilmente felice. La felicità è come quei palazzi delle isole incantate le cui porte sono guardate dai draghi, bisogna combattere per conquistarli, e io per dir la verità non so qual merito mi abbia valso la felicità di diventare il marito di Mercedes.»

«Marito, marito!» disse Caderousse ridendo, «non ancora, caro capitano. Provati un poco a fare il marito e tu vedrai come sarai ricevuto.»

Mercedes arrossì, Fernando si agitava sulla sedia, rabbrividiva al più piccolo rumore, e di tanto in tanto si asciugava grosse gocce di sudore sulla fronte, come le prime gocce di un uragano.

«In fede mia», disse Dantès tirando fuori l’orologio, «vicino Caderousse, non val la pena di smentirmi per così poco. Mercedes non è ancora mia moglie, è vero, ma fra un’ora e mezzo lo sarà.»

Ognuno lanciò un grido di sorpresa, eccetto il padre di Dantès il cui largo riso mostrava dei denti sempre belli.

Mercedes sorrise e non arrossì più.

Fernando afferrò convulsamente il manico del suo coltello.

«Fra un’ora», disse Danglars impallidendo anch’egli, «e come?»

«Sì, amici miei», rispose Dantès, «grazie all’intervento del signor Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre io debbo più a questo mondo, tutte le difficoltà sono state appianate; noi abbiamo pagato le pubblicazioni, e alle due e mezzo il sindaco di Marsiglia ci aspetta in municipio. Essendo l’una e un quarto, credo di non essermi sbagliato dicendo che tra un’ora e trenta minuti Mercedes si chiamerà signora Dantès.»

Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco bruciò le sue palpebre, si appoggiò alla tavola per non svenire, e malgrado tutti i suoi sforzi non poté trattenere un sordo gemito che si perdette fra il rumore delle risa e le felicitazioni dell’assemblea.

«È un bel fare, eh?» disse il padre di Dantès. «Vi sembra che questo si chiami perder tempo? Arrivato ieri mattina, maritato oggi! Ci vogliono i marinai per andar dritti alla meta.»

«Ma le altre formalità?» obiettò timidamente Danglars. «Il contratto, le firme?»

«Il contratto», disse Dantès ridendo, «è concluso. Mercedes non ha niente e io lo stesso, noi ci maritiamo sotto il regime della comunione, vedete che questo non è lungo da scrivere e non sarà costoso a pagarsi.»

Questa facezia eccitò una nuova esplosione di gioia e di evviva.

«In tal modo quello che noi crediamo un pranzo di fidanzamento», disse Danglars, «è invece un pranzo di nozze?»

«No», disse Dantès, «state tranquillo, non perdete niente. Domani mattina parto per Parigi: cinque giorni per andare, cinque giorni per tornare, un giorno per eseguire coscienziosamente la commissione di cui sono incaricato, e il dodici marzo sono di ritorno. Per il dodici di marzo dunque vi aspetto al vero pranzo di nozze.»

La prospettiva di un nuovo festino raddoppiò l’ilarità al punto che Dantès padre, che al principio del pranzo si lamentava del silenzio, faceva ora, in mezzo alla conversazione generale, vani sforzi per fare intendere il suo voto di prosperità in favore dei promessi sposi.

Dantès indovinò il pensiero del padre e rispose con un sorriso pieno d’amore.

Mercedes cominciò a guardare l’orologio della sala e fece un piccolo segno a Edmond.

Regnava intorno alla tavola quella gioia fragorosa, propria della fine dei pranzi della gente povera. Quelli che erano malcontenti del loro posto si erano alzati da tavola, ed erano andati a cercare altri vicini. Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di rispondere a ciò che gli domandava il suo interlocutore. Il pallore di Fernando era passato quasi eguale sulle guance di Danglars; in quanto a Fernando stesso non viveva più e sembrava un dannato in un lago di fuoco. Egli si era alzato tra i primi e passeggiava in lungo e in largo nella sala, cercando d’isolare il suo orecchio dal rumore delle canzoni e dal toccarsi dei bicchieri. Caderousse si avvicinò a lui nel momento in cui Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in un angolo della sala.

«In verità», disse Caderousse, a cui il vino di papà Pamphile aveva tolto tutti i resti di quell’odio di cui l’inattesa fortuna di Dantès aveva gettato i germi nella sua anima, «in verità, Dantès è un gentiluomo, e quando lo guardo seduto accanto alla sua fidanzata, mi vado dicendo che sarebbe stato veramente male fargli quella cattiva burla che tramavate ieri.»

«Tu hai visto», disse Danglars, «che la cosa non ha avuto nessuna conseguenza. Quel povero Fernando era così sconvolto che mi aveva sulle prime fatto pena; dal momento che ha deciso di essere il primo testimone alle nozze del suo rivale, non vi è più niente da dire.»

Caderousse guardò Fernando; era livido.

«Il sacrificio è tanto più grande», continuava Danglars, «in quanto la ragazza è molto bella. Che fortunato è il mio futuro capitano! Io vorrei chiamarmi Dantès soltanto per dodici ore.»

«Andiamo?» domandò la dolce voce di Mercedes. «Suonano le due e siamo attesi alle due e un quarto.»

«Sì, sì, andiamo», disse vivamente Dantès.

«Andiamo», ripeterono in coro tutti i convitati. Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando seduto vicino a una finestra, lo vide aprire due occhi spaventati, alzarsi come per un sussulto e ricadere al suo posto. In quello stesso momento un sordo rumore risuonò sulle scale, un fragore di passi e un mormorio di voci, confuso all’urtarsi di armi, superò le esclamazioni dei convitati per quanto fossero chiassose e attirò l’attenzione generale, che si manifestò in un istante con un inquieto silenzio.

Il rumore si avvicinò, tre colpi percossero la porta, ciascuno guardava il suo vicino con sorpresa.

«In nome della legge!» gridò una voce, a cui nessuno rispose.

La porta si aprì, e un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale.

L’inquietudine diede posto al terrore.

«Che c’è?» domandò l’armatore, facendosi avanti, al commissario che conosceva. «Certamente, signore, qui c’è uno sbaglio.»

«Se c’è uno sbaglio, signor Morrel», rispose il commissario, «state sicuro che lo sbaglio sarà riparato. Frattanto sono portatore di un mandato di arresto, e, sebbene esegua l’ordine con dispiacere, sono obbligato a eseguirlo. Chi di voi è Edmond Dantès?»

Tutti gli sguardi si voltarono verso il giovane, che, molto agitato, ma conservando la sua dignità, fece un passo avanti e disse: «Sono io, signore. Che si vuole da me?»

«Edmond Dantès», riprese il commissario, «in nome della legge voi siete in arresto.»

«Voi mi arrestate!» disse Edmond con un leggero pallore. «Ma perché vengo arrestato?»

«Io, signore, non lo so, ma voi lo saprete certamente nel vostro primo interrogatorio.»

Morrel capì bene che non c’era nulla da fare contro la inflessibilità della situazione, un commissario cinto di sciarpa non è più un uomo, è l’esecutore della legge.

Il vecchio Dantès invece si precipitò verso l’ufficiale, vi sono cose che il cuore di un padre o di una madre non capiscono mai. Egli pregò e supplicò, ma lacrime e preghiere non ebbero alcun potere; e la sua disperazione era così grande che il commissario ne fu persino commosso.

«Signore», disse, «state calmo, forse vostro figlio avrà trascurato qualche formalità della dogana o dell’ufficio di sanità, e secondo ogni probabilità, allorché si saranno ricevuti da lui i chiarimenti che si desiderano, sarà messo in libertà.»

«Che significa tutto questo?» domandò Caderousse, aggrottando le sopracciglia, a Danglars che fingeva di esser sorpreso.

«Lo so io forse?» disse Danglars. «Io son come te, guardo ciò che accade, mi confondo e non ci capisco niente.»

Caderousse cercò con gli occhi Fernando: era sparito.

Tutta la scena del giorno avanti si presentò allora a Caderousse con una spaventevole chiarezza.

Si sarebbe detto che la catastrofe veniva ad alzare il velo che l’ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la sua memoria.

«Oh, oh!» diss’egli con voce rauca. «Sarebbe questa la conseguenza dello scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai a colui che l’avesse fatto, perché è ben triste!»

«Niente affatto», rispose Danglars, «tu sai bene che, al contrario, ho stracciato il foglio.»

«Tu non l’hai stracciato», gridò Caderousse, «tu l’hai spiegazzato e gettato in un angolo, ecco tutto.»

«Taci, tu non hai visto nulla; tu eri ubriaco.»

«Dov’è Fernando?» domandò Caderousse.

«E che ne so io!» rispose Danglars. «Sarà andato per i fatti suoi probabilmente. Ma invece di occuparci di ciò, andiamo piuttosto a portare qualche consolazione a quei poveri afflitti.»

Infatti, durante questa conversazione, Dantès aveva stretta la mano sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero, dicendo: «State tranquilli, ben presto si spiegherà l’equivoco, e probabilmente non andrò neppure fino alla prigione».

«Oh, sì certamente, io ne risponderei», disse Danglars, che in questo momento si avvicinava, come fu detto, al gruppo principale.

Dantès scese la scala preceduto dal commissario di polizia, e circondato dai soldati.

Una carrozza con lo sportello aperto aspettava all’ingresso; vi montò, due soldati e il commissario di polizia montarono dopo di lui.

Lo sportello si chiuse, e la carrozza riprese la strada di Marsiglia.

«Addio Dantès, addio Edmond!» gridava Mercedes sporgendosi fuori dalla terrazza.

Il prigioniero intese quest’ultimo grido uscito come un singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata; si sporse dalla portiera, gridò: «Arrivederci, Mercedes!» e scomparve dietro uno degli angoli del forte Saint-Nicolas.

«Aspettatemi qui», disse l’armatore, «prendo la prima carrozza che incontro, corro a Marsiglia, e vi porterò sue notizie.»

«Andate», gridarono tutte le voci, «andate e ritornate presto.»

Dopo questa duplice partenza ci fu un momento di stupore terribile che invase tutti coloro che erano rimasti: il vecchio e Mercedes rimasero qualche tempo isolati, ciascuno nel proprio dolore. Ma infine i loro occhi s’incontrarono, si riconobbero due vittime colpite dallo stesso colpo, e subito si gettarono nelle braccia l’una dell’altro.

In quel momento Fernando rientrò, versò un bicchiere d’acqua, lo bevve e andò a sedersi. Il caso volle che Mercedes, svincolandosi dalle braccia del vecchio, venisse a sedersi su una sedia vicina.

Fernando rabbrividì e con un movimento affatto istintivo tirò indietro la propria sedia.

«È stato lui», disse Caderousse a Danglars che non aveva perso di vista un momento il catalano.

«Non lo credo», rispose Danglars, «è troppo bestia. In ogni caso il colpo ricada sulla testa di chi lo vibrò!»

«Tu non parli di colui che lo ha consigliato», disse Caderousse.

«In fede mia», disse Danglars, «se si dovesse esser responsabili di tutto quello che si dice all’aria…»

«Sì, allorché ciò che si dice all’aria, ricade sulla testa di un innocente.»

Intanto gli altri convitati, riunitisi in gruppi, commentavano l’arresto, ciascuno secondo la sua opinione.

«E voi, Danglars», disse uno, «che pensate di quanto accaduto?»

«Io», disse Danglars, «io credo che abbia portato qualche pacco di merce proibita.»

«In questo caso voi lo avreste dovuto sapere, che siete il contabile.»

«Sì, è vero, ma il contabile non conosce che i colli che gli vengono dichiarati. So che avevamo un carico di cotone, ecco tutto; che abbiamo preso il carico ad Alessandria dal signor Pastret e a Smirne dal signor Pascal; non so altro.»

«Ora me ne ricordo», mormorò il povero padre, «mi ha detto ieri che aveva per me una cassa di caffè e una di tabacco.»

«Vedete dunque», disse Danglars, «è questo. Nella nostra assenza la dogana avrà fatto una visita a bordo del Pharaon, e avrà scoperto il contrabbando.»

Mercedes non credeva niente di tutto ciò. Compresso il dolore fino a quel momento, scoppiò a un tratto in singulti.

«Coraggio, coraggio, speriamo!» disse il padre di Dantès.

«Speriamo!» ripeté Danglars.

«Speriamo», tentò di mormorare Fernando, ma questa parola lo soffocava, le sue labbra tremarono, e non ne uscì alcun suono.

«Amici!» gridò uno dei convitati che era rimasto di vedetta sulla terrazza. «Amici, una carrozza… Ah! È il signor Morrel! Coraggio! Senza dubbio ci porta una buona notizia.»

Mercedes e il vecchio padre corsero verso l’armatore, che incontrarono sulla porta; il signor Morrel era pallidissimo.

«Ebbene?…» gridarono a una voce.

«Ebbene, amici miei», rispose l’armatore, scuotendo la testa, «l’affare è più grave di quello che possiamo pensare.»

«Oh signore», gridò Mercedes, «egli è innocente!»

«Lo credo», rispose Morrel, «ma è accusato…»

«Di che dunque?» domandò il vecchio Dantès.

«Di essere un agente bonapartista!»

Quelli fra i nostri lettori che hanno vissuto nell’epoca in cui accadde questa storia, si ricorderanno quale terribile accusa era allora quella riferita da Morrel.

Mercedes gettò un grido e il vecchio si lasciò cadere sulla sedia.

«Ah», mormorò Caderousse, «voi mi avete ingannato, Danglars, quello che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar morire di dolore questo vecchio e questa ragazza, vado a spiegar loro ogni cosa.»

«Taci, disgraziato!» esclamò Danglars, afferrando la mano di Caderousse, «o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che Dantès non sia veramente colpevole? Il bastimento si è fermato all’isola d’Elba, egli è disceso; è rimasto un giorno intero a Portoferraio. Se si è trovata qualche lettera compromettente, potrebbero essere definiti suoi complici coloro che volessero difenderlo.»

Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoismo, e capì tutta la solidità di questo ragionamento; guardò Danglars con occhi ebeti dal timore e dal dolore, e, per un passo che aveva fatto in avanti, ne fece due indietro.

«Aspettiamo allora», mormorò.

«Aspettiamo», disse Danglars, «se è innocente sarà messo in libertà; se è reo, è inutile compromettersi per un cospiratore.»

«Allora andiamocene, io non posso restare qui più a lungo.»

«Sì, vieni», disse Danglars, contento di trovare un compagno nella ritirata, «vieni, e lasciamoli togliersi d’impaccio come potranno.»

Essi se ne andarono.

Fernando, ridivenuto il sostegno della ragazza, prese Mercedes per la mano, e la ricondusse ai Catalani. Gli amici di Dantès ricondussero il vecchio quasi svenuto ai viali di Meilhan. Ben presto la notizia che Dantès era stato arrestato come agente bonapartista, si sparse per tutta la città.

«L’avreste creduto, caro Danglars?» disse Morrel raggiungendo il suo contabile e Caderousse, volendo rientrare in fretta in città, per avere qualche notizia diretta di Edmond dal sostituto del procuratore del re, signor Villefort, che egli conosceva un poco. «Lo avreste mai creduto?»

«Eh signore», rispose Danglars, «io vi avevo detto che Dantès non si sarebbe fermato senza un motivo all’isola d’Elba, e questa fermata, voi lo sapete, mi era sembrata sospetta.»

«Ma avete detto a qualcuno, oltre a me, di questo vostro sospetto?»

«Me ne sarei ben guardato», aggiunse a bassa voce Danglars, «voi sapete bene che a causa di vostro zio, Policar Morrel, che ha servito sotto l’altro e che non nasconde il suo pensiero, si sospetta che voi amiate Napoleone, e avrei avuto paura di far torto a Edmond, quindi anche a voi. Vi sono cose, che è dovere del subordinato dire al suo armatore, e tenere severamente celate agli altri.»

«Bene, Danglars, bene!» disse Morrel. «Voi siete un brav’uomo! Così avevo pensato a voi nel caso in cui questo povero Dantès fosse divenuto capitano del Pharaon.»

«Come, signore?»

«Sì, avevo già domandato a Dantès cosa pensava di voi, e se avesse avuto obiezioni a conservarvi il posto; non so perché mi era sembrato scorgere qualche screzio fra voi due.»

«E che vi ha risposto?»

«Che credeva effettivamente avere avuto, in una circostanza che non ha voluto precisare, qualche torto verso di voi; ma che chiunque avesse avuto la fiducia dell’armatore, avrebbe anche avuto la sua!»

«Povero ragazzo», disse Caderousse, «è un fatto ch’egli era un eccellente giovane.»

«Sì, ma frattanto», disse Morrel, «ecco il Pharaon senza capitano.»

«Oh, bisogna sperare, poiché non possiamo ripartire che fra tre mesi, che di qui a quell’epoca Dantès sia messo in libertà.»

«Senza dubbio. Ma fino a quell’epoca?»

«Ebbene, sino a quell’epoca, eccomi qui signor Morrel», disse Danglars. «Voi sapete che conosco il modo di tenere un bastimento, quanto un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo il vantaggio di servirvi di me, e, quando Edmond uscirà di prigione, non dovrete licenziare nessuno: egli riprenderà il suo posto e io il mio.»

«Grazie, Danglars», disse l’armatore, «ecco difatti il modo di conciliare tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne autorizzo, e sorvegliate lo scarico; non bisogna mai, per la disgrazia di un individuo, che gli affari ne soffrano.»

«State tranquillo, signore… Si potrà almeno vederlo il buon Edmond?»

«Vi risponderò a breve. Cercherò di parlare con il signor Villefort e intercedere presso di lui in favore del prigioniero. Io so bene che è un realista; ma, che diavolo, sebbene realista e procuratore del re, è tuttavia un uomo e non lo credo cattivo.»

«No», disse Danglars, «ma ho inteso dire che è ambizioso, e l’ambizione è molto vicina alla cattiveria.»

«Insomma», disse Morrel con un sospiro, «staremo a vedere, andate a bordo che vi raggiungerò in breve.» E lasciò i due amici per prendere la strada del palazzo di giustizia.

«Tu vedi», disse Danglars a Caderousse, «la piega che prende la cosa: hai ancora intenzione di andare a difendere Dantès?»

«No certamente. Ciò nonostante è una cosa assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze così tristi.»

«Diamine! E chi lo ha fatto? Non siamo stati né tu né io, non è vero? Fu Fernando. Tu sai che in quanto a me ho gettato il foglio, anzi credevo di averlo strappato.»

«No, no», disse Caderousse, «in quanto a ciò ne sono sicuro: lo vedo ancora nell’angolo del pergolato tutto spiegazzato, tutto accartocciato, e vorrei anzi che fosse ancora là dove mi sembra di vederlo.»

«E che vuoi farci? Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare, o forse non si sarà preso neppure questa pena. Ora che ci penso, mio Dio! Egli avrà forse mandato la mia lettera. Fortunatamente però avevo alterato la calligrafia.»

«Ma tu sapevi dunque che Dantès cospirava?»

«Io non lo sapevo affatto. Come ti dissi, ho creduto di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa Arlecchino, io abbia detto la verità.»

«Però», disse Caderousse, «io pagherei qualsiasi cosa purché la burla non fosse accaduta, o almeno per non essermene immischiato. Vedrai che quest’affare non può che causarci qualche disgrazia.»

«Se deve portare disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole e il vero colpevole è Fernando, non noi. Quale disgrazia vuoi che ci accada? Noi non dobbiamo che starcene tranquilli, e non dire una parola su quanto è avvenuto; il temporale passerà senza che cada il fulmine.»

«Amen!» disse Caderousse, facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di Meilhan, scuotendo la testa e brontolando con se stesso, come fanno di solito le persone molto preoccupate.

«Bene», pensò Danglars, «le cose prendono quell’avvio che avevo previsto. Eccomi capitano provvisorio, e se quell’imbecille di Caderousse sa tacere, ben presto capitano effettivo. Vi sarebbe dunque solo il caso che la giustizia rilasciasse Dantès. Oh, ma», aggiunse con un sorriso, «la giustizia è giustizia e io mi rimetto a essa.»

Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di portarlo a bordo del Pharaon, dove l’armatore gli aveva dato appuntamento.

6. Il sostituto procuratore del re

Lungo il Gran Corso, davanti alla fontana delle Meduse, in una di quelle vecchie case dall’architettura aristocratica, costruite da Puget, si celebrava, pure nello stesso giorno e nella stessa ora, un pranzo di fidanzamento. Solamente, invece che gente del popolo, marinai e soldati gli invitati appartenevano alla più alta società di Marsiglia. Erano dei vecchi magistrati che si erano dimessi dalle loro cariche sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertati dalle nostre file per passare in quelle dell’armata di Condé, giovani allevati dalle loro famiglie ancora incerte della propria sicurezza, malgrado i molteplici scotti che essi avevano pagato in odio di quell’uomo.

Erano a tavola, e la conversazione volgeva animata su tutte le passioni dell’epoca; passioni molto più terribili, vive e accanite nel Meridion, dove da cinquecento anni gli odi religiosi si aggiungevano a quelli politici.

L’imperatore, re dell’isola d’Elba, dopo essere stato sovrano di una parte del mondo, regnava su una popolazione di cinquemila anime, e dopo avere sentito gridare «Viva Napoleone» da 120 milioni di sudditi, e in dieci lingue diverse, era là trattato come un uomo perduto per sempre, per la Francia e per il trono. I magistrati riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di Mosca e di Lipsia, le donne del suo divorzio da Giuseppina. A tutta questa gente allegra e trionfante, sembrava, non dalla caduta dell’uomo ma dall’annientamento del principe, che la vita ricominciasse per loro, e che uscissero da un sogno penoso.

Un vecchio, decorato della croce di San Luigi, si alzò e propose ai convitati di bere alla salute di Luigi XVIII: era il marchese di Saint-Méran.

A questo brindisi che ricordava a un tempo l’esiliato di Hartwell e il pacificatore della Francia, un gran numero di bicchieri si alzarono all’uso inglese; e le donne staccarono i loro mazzetti di fiori e li sparsero sulla tovaglia. Fu un entusiasmo quasi poetico.

«Ne converrebbero, se fossero qui», disse la marchesa di Saint-Méran, donna dall’occhio asciutto, con le labbra sottili, il portamento aristocratico e ancora elegante, malgrado i suoi cinquant’anni, «ne converrebbero, tutti quelli che ci cacciarono e lasciammo a nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri castelli, che hanno acquistato per un tozzo di pane sotto il regime del Terrore; ne converrebbero, che il vero entusiasmo era dalla nostra parte, poiché noi ci attaccavamo alla monarchia che crollava, mentre essi, al contrario, salutavano il sole nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra; essi ne converrebbero, che il nostro re era per noi il vero Luigi prediletto, mentre il loro usurpatore non è stato per loro che il Napoleone maledetto, non è vero, Villefort?»

«Che dite, signora marchesa?» disse il giovane al quale era rivolta questa domanda. «Perdonatemi, non seguivo la conversazione.»

«Eh, lasciate in pace questi ragazzi, marchesa», riprese il vecchio che aveva proposto il brindisi, «questi giovani debbono sposarsi fra poco, e naturalmente hanno tutt’altro da parlare che di politica.»

«Vi chiedo perdono, madre mia», disse una bella ragazza dai capelli biondi, «io vi rendo Villefort, che avevo accaparrato per un istante. Signor Villefort, mia madre vi parla…»

«E io sono pronto a rispondere alla signora, se vuol avere la bontà di rinnovarmi la domanda che io non ho bene inteso.»

«Vi si perdona, Renée», disse la marchesa, con un sorriso di tenerezza che faceva meraviglia veder comparire su quella secca figura, ma il cuore della donna è così fatto, che per quanto arido divenga al soffio dei pregiudizi o alle esigenze dell’etichetta, ha sempre un angolo fertile e ridente ed è quello che Dio ha consacrato all’amore materno. «Dicevo dunque, Villefort, che i bonapartisti non avevano né la nostra convinzione, né il nostro entusiasmo, né la nostra devozione.»

«Oh, signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto ciò! Per loro, Napoleone è il Maometto dell’Occidente; egli è per questi uomini volgari, ma di somma ambizione, non solo un legislatore e un padrone, ma anche un simbolo…»

«Di che?» esclamò la marchesa. «Napoleone un simbolo! E che direte dunque di Robespierre? Mi sembra che gli rubiate il posto per darlo al Corso, e questa mi sembra una grossa usurpazione.»

«No, signora, io lascio sul suo piedistallo Robespierre, nella piazza di Luigi XV, sul suo patibolo; Napoleone nella piazza Vendôme, sulla sua colonna. Ciò però non vuol dire», aggiunse Villefort, sorridendo, «che tutti e due non siano due infami rivoluzionari, che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non siano due giorni felici per la Francia, e degni di essere ugualmente festeggiati dagli amici dell’ordine e della monarchia; ma ciò spiega ugualmente come Napoleone, caduto per non rialzarsi mai più, sia ancora ricordato. Ma che volete, marchesa, Cromwell, che non era neppure la metà di ciò che è stato Napoleone, aveva anch’egli degli amici!»

«Sapete che ciò che dite, Villefort, puzza di rivoluzione lontano un miglio? Ma vi perdono: è impossibile esser figlio di un girondino, e non conservare qualche rispetto per il Terrore.»

Un vivo rossore passò sulla fronte di Villefort.

«Mio padre era girondino, signora», diss’egli, «è vero; ma mio padre non ha dato il suo voto per la morte del re; mio padre è stato proscritto da quello stesso Terrore che proscriveva pure voi, e poco è mancato che non lasciasse la testa sullo stesso patibolo dove cadde quella di vostro padre.»

«Sì», disse la marchesa senza che questo sanguinoso pensiero portasse la minima alterazione al suo viso, «solamente era per principi diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti e due; e la prova è che tutta la sua famiglia è rimasta affezionata ai principi esiliati, mentre vostro padre si è affrettato a omaggiare il nuovo governo, e dopo che il cittadino Noirtier è stato girondino, il conte Noirtier è diventato senatore.»

«Madre mia, madre mia», disse Renée, «voi sapete che fu convenuto che non si sarebbe mai parlato di questi brutti ricordi.»

«Signora», rispose Villefort, «io mi unisco alla signorina di Saint-Méran per domandarvi umilmente l’oblio del passato. Con qual vantaggio recriminare su cose davanti a cui la stessa volontà di Dio è impotente? Dio può cambiare l’avvenire; ma non può modificare il passato. Ciò che possiamo noi mortali è, se non rinnegarlo, almeno gettarvi sopra un velo. Ebbene io non solo mi sono allontanato dalle opinioni di mio padre, ma anche dal suo nome. Mio padre è stato, e forse è ancora bonapartista e si chiama Noirtier; io sono realista, e mi chiamo Villefort. Lasciate morire nel vecchio tronco un relitto rivoluzionario, e non badate, signora, al ramo che si allontana da questo tronco, senza potere, e dirò quasi senza volere, staccarsene del tutto.»

«Bravo Villefort», disse il marchese, «bravo! Bella risposta! Ho sempre predicato alla marchesa l’oblio del passato senza averla mai potuta ottenere; spero che voi sarete più fortunato di me.»

«Sì, va bene», disse la marchesa, «dimentichiamo il passato, io non domando di meglio, siamo d’accordo; ma che almeno Villefort sia inflessibile per l’avvenire. Non dimenticate, Villefort, che noi abbiamo garantito per voi a Sua Maestà, e che il re stesso ha voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come io dimentico tutto in seguito alla vostra preghiera.» Così dicendo gli tese la mano. «Soltanto se vi cade fra le mani qualche cospiratore, ricordate che si hanno gli occhi aperti su di voi; tanto più, in quanto si sa che voi siete di una famiglia che non può essere in relazione alcuna con tal gente.»

«Purtroppo, signora», disse Villefort, «la mia professione, e soprattutto il tempo in cui viviamo, mi ordinano di essere severo, e lo sarò. Ho già avuto qualche accusa politica da sostenere, e ne ho già dato le prove. Disgraziatamente, però, non siamo ancora alla fine.»

«Voi credete?» disse la marchesa.

«Ne ho timore. Napoleone all’isola d’Elba è troppo vicino alla Francia, la sua presenza quasi in vista delle nostre coste risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga, che tutti i giorni sotto qualche frivolo pretesto cercano contesa con i realisti. Di qui duelli fra le persone della classe elevata, di là gli assassini nella classe del popolo.»

«A proposito», disse il conte di Salvieux, vecchio amico di Saint-Méran e ciambellano del conte d’Artois, «voi sapete che la Santa Alleanza lo leverà di là.»

«Sì, si è parlato di questo argomento quando siamo partiti da Parigi», disse Saint-Méran. «Ma dove lo manderanno?»

«A Sant’Elena.»

«A Sant’Elena? Dov’è?» disse la marchesa.

«È un’isola situata a duemila leghe da qui, al di là dell’Equatore», rispose il conte.

«Alla buon’ora! È una gran follia aver lasciato un simile uomo fra la Corsica, dov’è nato, e Napoli, dove regna tuttora suo cognato, in faccia a quell’Italia della quale voleva fare un regno per suo figlio.»

«Disgraziatamente», disse Villefort, «noi abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza infrangere questi trattati…»

«Ebbene, s’infrangeranno», disse di Salvieux. «Ha guardato tanto per il sottile lui, quando si trattò di far fucilare l’infelice duca d’Enghien?»

«Sì», disse la marchesa, «d’accordo, la Santa Alleanza libererà l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia dai suoi partigiani. Il re, o regna o non regna… Se regna il suo governo dev’essere forte e i suoi agenti inflessibili: questo è il solo mezzo per prevenire il male.»

«Disgraziatamente, signora», disse Villefort, «un sostituto procuratore del re giunge sempre quando il male è fatto. Allora sta a lui ripararlo. Potrei aggiungere, signora, che noi non ripariamo il male, ma soltanto lo vendichiamo.»

«Oh, signor Villefort», disse una bella giovane, figlia del conte di Salvieux e amica di Renée, «cercate dunque di farci avere un bel processo finché noi staremo a Marsiglia; io non ho mai visto un’udienza in tribunale e mi si dice che sia una cosa molto bella e interessante!»

«Molto interessante davvero, signorina», disse il sostituto, «perché in luogo di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero e reale; in luogo di dolori rappresentati, sono dolori sentiti. Quell’uomo che si vede là, invece di ritornare a casa sua calato il sipario, di andare a cena con la sua famiglia, e di dormire tranquillamente, per rappresentare all’indomani la stessa scena, rientra in prigione dove trova il più delle volte il carnefice. Vedete bene che per le persone eccitabili che cercano emozioni non vi è spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla, signorina, se la circostanza si presenterà, proverò la verità del mio asserto.»

«Ci fa rabbrividire… ed egli ride!» disse Renée, impallidendo.

«Che volete», riprese Villefort, «questo è un duello… Io ho già ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro alcuni condannati politici… Ebbene, chissà quanti pugnali a quest’ora si affilano nelle tenebre e sono già diretti su di me!»

«Oh, mio Dio», disse Renée, impallidendo sempre più, «parlate sul serio, Villefort?»

«Sul serio, signorina», rispose il giovane magistrato con un sorriso sulle labbra. «E con questi bei processi che la signorina desidera per soddisfare la sua curiosità, e che io bramo per soddisfare la mia ambizione, la situazione delle cose non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone abituati ad andar come ciechi incontro alle pallottole nemiche, credete voi che ci penseranno due volte a bruciare una cartuccia, o a marciare a passo di carica con la baionetta alzata? Credete voi che ci penseranno due volte a uccidere un uomo che credono loro nemico personale, che a uccidere un russo, un tedesco o un ungherese che essi non hanno mai visto? D’altronde bisogna ammetterlo, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa. Io stesso, quando vedo luccicare nell’occhio dell’accusato il lampo luminoso della rabbia, mi esalto e m’incoraggio: non è più un processo, ma un combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde; io raddoppio i miei colpi, e il combattimento finisce, come tutti gli altri, o con una vittoria o con una sconfitta. Ecco ciò che si chiama dibattimento! È il pericolo che fa l’eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa capire che ho parlato male; e ciò che ho detto è snervato, senza vigore, insufficiente; immaginate dunque quale dev’essere la sensazione d’orgoglio di un procuratore del re convinto della reità dell’accusato, allorquando vede avvilirsi e annientarsi il reo sotto il peso delle prove e sotto i fulmini della sua eloquenza! Quella testa si abbassa, dunque cadrà.»

Renée emise un leggero grido.

«Ecco ciò che si chiama saper parlare», disse uno dei convitati.

«Ecco l’uomo che ci serve in tempi come i nostri!» disse un altro.

«Così», disse un terzo, «nel vostro ultimo processo, voi siete stato superbo, mio caro Villefort. Parlo di quell’uomo che ha ucciso suo padre. Ebbene, si può dire, che voi lo avete ucciso prima che il carnefice lo toccasse.»

«Oh, per i parricidi», disse Renée, «poco importa, non vi sono supplizi abbastanza grandi per tal razza di gente, ma gli infelici accusati politici!…»

«Gli accusati politici!» esclamò la marchesa. «È ancor peggio; perché il re è padre della nazione, e volere rovesciare o uccidere il re è lo stesso che volere uccidere il padre di 32 milioni di uomini.»

«Oh, non è lo stesso! Villefort», disse Renée, «mi promettete di avere indulgenza per quelli che vi raccomanderò?»

«State tranquilla», disse Villefort con un sorriso affettuoso, «noi faremo assieme le nostre requisitorie.»

«Mia cara», disse la marchesa, «occupatevi dei vostri pizzi, dei vostri aghi, dei vostri nastri, e lasciate il vostro futuro sposo compiere il suo dovere. Oggigiorno le armi sono a riposo, e la toga è in credito; vi è a questo proposito un motto latino.»

«Cedant arma togae», disse Villefort inchinandosi.

«Io avrei preferito che voi foste stato un medico», rispose Renée. «L’angelo sterminatore, per quanto sia un angelo, fa sempre paura.»

«Mia buona Renée!» mormorò Villefort, accarezzando la giovane con uno sguardo amorevole.

«Figlia mia», disse il marchese, «Villefort sarà il medico morale e politico di questa provincia, questa è una bella parte da rappresentare, credetemi.»

«E sarà un mezzo per far dimenticare la parte che ha rappresentato suo padre», aggiunse l’incorreggibile marchesa.

«Signora», riprese Villefort, con un mesto sorriso, «ho già avuto l’onore di dirvi che mio padre aveva, almeno spero, abiurati gli errori del tempo passato, che era divenuto un amico zelante della religione e dell’ordine, migliore forse di me, poiché lo è stato con pentimento, e io non lo sono che con passione.» E dopo questa frase ampollosa Villefort, per giudicare l’effetto della sua facondia, girò intorno lo sguardo sui convitati come, dopo una frase equivalente, avrebbe guardato l’uditorio dal suo seggio in tribunale.

«Ebbene, mio caro Villefort», disse il conte di Salvieux, «è appunto ciò che io risposi l’altro giorno alle Tuileries al ministro della casa reale, che mi domandava conto di questa singolare alleanza tra il figlio di un girondino e la figlia di un ufficiale dall’armata di Condé, e il ministro l’ha inteso molto bene. Questo sistema di fusione è pur quello di Luigi XVIII. Così il re, che senza che noi lo sapessimo, ascoltava la nostra conversazione, c’interruppe dicendo: “Villefort”, notate bene che il re non ha pronunciato il nome di Noirtier anzi ha insistito al contrario su quello di Villefort, “Villefort”, ha dunque detto il re, “farà una bella carriera; è un giovane già maturo ed è del nostro mondo. Ho visto con piacere che il marchese e la marchesa di Saint-Méran lo prendono per genero e avrei loro consigliata questa alleanza io stesso, se essi non fossero stati i primi a chiedermi il permesso di contrarla”.»

«Il re ha detto questo?» esclamò con entusiasmo Villefort.

«Io ho riferito le sue stesse parole e, se il marchese vuol esser sincero, vi confesserà che ciò che ho riferito in questo momento si accorda perfettamente con quanto il re disse a lui stesso, circa sei mesi fa, quando gli parlò di un progetto di matrimonio tra sua figlia e voi.»

«Sì, è vero», disse il marchese.

«Ah, dunque io dovrò tutto a quest’ottimo Principe! Perciò che cosa non farò pur di servirlo bene?»

«Alla buon’ora», disse la marchesa, «ecco come io vi voglio; venga ora un cospiratore e sarà il benvenuto.»

«E io, madre mia», disse Renée, «prego il cielo che non vi ascolti; che egli non invii a Villefort che dei ladruncoli, piccoli falliti, timidi scrocconi; in questo modo soltanto potrò dormire tranquilla.»

«Sarebbe», disse ridendo Villefort, «come se voi auguraste a un medico che gli capitassero soltanto delle emicranie, delle flussioncelle, delle punzecchiature di api, tutte cose che non compromettono minimamente. Ma se volete vedermi procuratore del re, auguratemi il contrario: vale a dire che abbia da curare quelle malattie che fanno onore al medico.»

In quel momento, come se il destino avesse inteso il voto di Villefort per esaudirlo, un domestico entrò e gli disse qualche parola all’orecchio. Villefort lasciò la tavola scusandosi e ritornò dopo pochi istanti con il viso raggiante e le labbra sorridenti. Renée lo guardò con amore; perché visto così, con i suoi begli occhi azzurri, il colorito maschio e i neri favoriti che gli contornavano il viso, era veramente un giovane bello ed elegante. Tutta l’anima della fanciulla sembrava pendere dalle sue labbra, aspettando che spiegasse la causa della sua momentanea assenza.

«Ebbene», disse Villefort, «voi desideravate, signorina, avere un medico per marito. Io ho con i medici questa somiglianza, che mai è mia l’ora che corre, e mi si viene a disturbare anche vicino a voi, anche al pranzo del fidanzamento.»

«E per qual cosa venite dunque disturbato?» domandò la bella giovane con una leggera inquietudine.

«Ahimè, per uno che, a quanto sembra, se devo credere a quello che mi è stato detto, si trova agli estremi; questa volta è un caso grave, e la malattia striscia vicino al patibolo.»

«Oh, mio Dio!» esclamò Renée impallidendo.

«Davvero?» dissero tutti i presenti.

«Sembra si sia scoperto nientemeno che un complotto bonapartista.»

«Possibile?» esclamò la marchesa.

«Ecco la denuncia» e Villefort lesse ad alta voce ciò che il lettore conosce già, vale a dire la lettera di Danglars.

«Ma», disse Renée, «questa non è che una lettera anonima, diretta al procuratore del re e non a voi.»

«Sì, ma il procuratore del re è assente, in sua assenza la lettera è stata data al suo segretario, che è autorizzato ad aprire le lettere. Egli dunque ha aperto questa, mi ha fatto cercare, e non avendomi trovato, ha dato gli ordini necessari per l’arresto.»

«Il colpevole dunque è già stato arrestato?» disse la marchesa.

«Cioè l’accusato», corresse Renée.

«Sì, signora», disse Villefort, «e come avevo l’onore di dire poco fa alla signorina, se la lettera si trova, il malato è compromesso gravemente.»

«E dov’è quest’infelice?» domandò Renée.

«A casa mia che aspetta.»

«Andate dunque, amico mio», disse il marchese, «non mancate al vostro dovere per trattenervi con noi; andate, poiché il servizio del re ve lo impone.»

«Ah, signor Villefort, siate indulgente», disse Renée giungendo le mani, «ricordatevi che questo è il giorno del vostro fidanzamento.»

Villefort fece un giro intorno alla tavola, e avvicinatosi alla sedia della giovane, appoggiandosi alla spalliera, disse: «Per risparmiarvi un’inquietudine, farò tutto ciò che potrò, mia cara Renée; ma se gli indizi sono sicuri, e l’accusa è vera, bisognerà ben tagliare questa cattiva erba bonapartista».

Renée rabbrividì alla parola tagliare, poiché quell’erba che si trattava di tagliare era la testa di un uomo.

«Eh via!» disse la marchesa. «Non date ascolto a questa ragazzina, Villefort; si abituerà.»

E la marchesa tese a Villefort una mano scarna che egli baciò, sempre guardando Renée e dicendole con gli occhi: «È la vostra mano che intendo baciare in questo momento, o almeno desidererei che fosse».

«Questi sono tristi auspici», mormorò Renée.

«In verità, signorina», disse la marchesa, «voi siete di una puerilità esasperante. Io vi domando che può aver a che fare il destino dello Stato con le vostre fantasie sentimentali, e con la vostra sensibilità di cuore…»

«Oh, madre mia», mormorò Renée.

«Grazie signora marchesa», disse Villefort. «Io vi prometto di esercitare il mio mestiere di sostituto procuratore del re coscienziosamente, vale a dire di essere severo.»

Ma mentre il magistrato indirizzava queste parole alla marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo alla sua bella, e questo sguardo diceva: «State tranquilla, Renée, per il vostro amore io sarò indulgente».

Renée rispose a questo sguardo con il più dolce sorriso, e Villefort se n’andò col paradiso nel cuore.

7. L’interrogatorio

Non appena Villefort fu uscito dalla sala da pranzo, lasciò la sua maschera allegra per assumere l’aria severa di un uomo chiamato al supremo compito di pronunciarsi sulla vita di un suo simile.

Ora, nonostante la mobilità della sua fisionomia, mobilità che il sostituto aveva studiato, come deve fare ogni abile attore, più di una volta innanzi allo specchio, questa volta dovette faticare molto ad aggrottare le sopracciglia e a rendere severi i suoi lineamenti.

A prescindere dal ricordo di quella linea politica seguita dal padre che poteva, se non se ne allontanava completamente, ostacolare il suo avvenire, Gérard Villefort era in questo momento tanto felice, quanto è concesso a un uomo di esserlo. Già ricco di suo, a ventisette anni occupava un posto elevato nella magistratura, sposava una bella ragazza, che amava; e, oltre la bellezza, che era notevole, la signorina di Saint-Méran apparteneva a una delle famiglie più favorite alla corte di quell’epoca; infine l’influenza del padre e della madre di lei, non avendo figli maschi, poteva essere consacrata interamente al loro genero; lei portava inoltre al marito una dote di cinquantamila scudi che, grazie alle «speranze» (parola atroce inventata dai sensali di matrimonio), poteva un giorno aumentare con una eredità di mezzo milione.

Tutti questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un quadro di felicità abbagliante, tanto che gli sembrava di vedere delle macchie nel sole quando troppo lungamente guardava la sua vita con gli occhi dell’anima.

Sulla porta trovò il commissario di polizia che lo aspettava.

La vista dell’uomo in nero lo fece subito ricadere dalle beatitudini del terzo cielo sulla terra dove noi camminiamo; egli ricompose il suo viso nel modo che abbiamo indicato, e avvicinandosi all’ufficiale di giustizia gli disse: «Eccomi, signore, ho letto la lettera, e avete fatto benissimo ad arrestare quell’uomo: ora datemi su di lui e sulla cospirazione tutti i particolari che avete raccolto».

«Signore, della cospirazione non sappiamo ancora nulla», rispose il commissario, «ma tutte le carte che sono state trovate addosso a quell’uomo sono state sigillate e messe sul vostro scrittoio. Quanto all’accusato, come avrete appreso nella lettera stessa che lo denuncia, si chiama Edmond Dantès, ed è secondo a bordo del bastimento a tre alberi il Pharaon, che fa commercio di cotone con Alessandria e Smirne, e appartiene alla casa Morrel e figlio di Marsiglia.»

«Prima di servire nella marina mercantile ha servito nella marina militare?» domandò Villefort.

«Oh no, signore, è molto giovane.»

«Qual è la sua età?»

«Diciannove o vent’anni al massimo.»

Siccome Villefort, seguendo la Grand-Rue, era giunto all’angolo della via dei Conseils, un uomo che sembrava aspettarlo, gli si fece incontro.

Questi era Morrel.

«Ah, signor Villefort», esclamò il brav’uomo, avvicinandosi al sostituto. «Immaginatevi che si è commesso lo sbaglio più strano, più inaudito; è stato arrestato il secondo del mio bastimento, Edmond Dantès.»

«Lo so, signore», disse Villefort, «e io vado appunto a interrogarlo.»

«Ah, signore», continuò Morrel, trasportato dalla sua amicizia per il giovane, «voi non conoscete colui che viene accusato, io sì che lo conosco. Immaginatevi l’uomo più onesto e oserei quasi dire l’uomo che conosce meglio il mestiere di tutta la marina mercantile. Oh, signor Villefort, io ve lo raccomando caldamente e con tutto il mio cuore.»

Villefort, come si è potuto vedere, apparteneva alla classe nobile della città e Morrel alla classe plebea; il primo era ultrarealista, il secondo sospetto bonapartista.

Villefort guardò sdegnosamente Morrel e gli rispose con freddezza: «Voi sapete che si può essere buoni nella vita privata, onesti nelle relazioni commerciali, abili nel proprio mestiere, e tuttavia grandi colpevoli, politicamente parlando… Voi lo sapete, non è vero?»

E il magistrato calcò queste ultime parole come se avesse voluto riferirle allo stesso armatore, mentre con il suo sguardo scrutatore si sforzava di penetrare fino in fondo al cuore di quell’uomo, ardito abbastanza da intercedere per un altro, quando doveva sapere che aveva bisogno egli stesso d’indulgenza.

Morrel arrossì, poiché non si sentiva la coscienza pulita riguardo alle sue opinioni politiche; e d’altronde la confidenza che gli aveva fatto Dantès del colloquio avuto con il gran maresciallo e delle poche parole che gli aveva dirette l’imperatore, gli turbava un poco lo spirito. Tuttavia aggiunse con l’accento del più profondo interesse: «Ve ne supplico, signor Villefort, siate giusto come dovete esserlo, buono come lo siete sempre, e rendeteci presto il povero Dantès».

Il «rendeteci» risuonò spiacevole all’orecchio del sostituto procuratore del re.

«Eh! eh!» disse tra sé, «rendeteci? Questo Dantès sarebbe forse affiliato a qualche setta di carbonari, perché il suo protettore impieghi così, senza pensarci, la formula collettiva? È stato arrestato in un’osteria, mi ha detto il commissario, e in numerosa compagnia, ha aggiunto; forse sarà stata qualche vendita1.»

Poi, proseguendo ad alta voce, rispose: «Signore, potete stare tranquillo, e non vi sarete appellato inutilmente alla mia giustizia, se l’imputato è innocente; ma se al contrario è reo, viviamo in tempi così difficili che l’impunità sarebbe un esempio fatale; e io sarei obbligato a fare il mio dovere».

E siccome era arrivato alla porta di casa sua, attigua al palazzo di giustizia, egli vi entrò maestosamente, dopo aver salutato con una gentilezza glaciale l’infelice armatore, che rimase come pietrificato sul posto in cui lo lasciò Villefort.

L’anticamera era piena di gendarmi e di agenti di polizia. In mezzo a essi, guardato a vista, circondato da sguardi fulminanti d’odio, stava calmo, immobile e ritto in piedi il prigioniero.

Villefort attraversò l’anticamera, lanciò uno sguardo obliquo a Dantès e, dopo aver preso un plico dalle mani di un agente, disse: «Mi si conduca il prigioniero».

Per quanto rapido fu lo sguardo, questo bastò a Villefort per farsi un’idea dell’uomo che stava per interrogare. Egli aveva riconosciuto l’intelligenza in quella fronte larga e aperta, il coraggio nell’occhio fisso e nel sopracciglio corrugato, e la franchezza nelle labbra grosse e semiaperte che lasciavano vedere due file di denti bianchi come l’avorio. La prima impressione era stata dunque favorevole per Dantès; ma Villefort aveva inteso dire spesso, in segno di profonda politica, che bisogna diffidare del primo impulso, allorché sia favorevole, per cui applicò la sentenza all’impressione ricevuta, senza tener conto della differenza che passa fra le due impressioni.

Egli soffocò dunque i buoni istinti che premevano il suo cuore per liberare lo spirito dalla violenza, accomodò davanti allo specchio il suo portamento come nei giorni dei grandi processi, e si sedette cupo e minaccioso dietro lo scrittoio.

Un istante dopo entrò Dantès.

Il giovane era sempre pallido, ma calmo e sorridente. Egli salutò il suo giudice con una deferenza non affettata, poi cercò con gli occhi una sedia, come si fosse trovato in casa del signor Morrel.

Fu soltanto allora che incontrò lo sguardo di Villefort, sguardo particolare degli uomini di legge che non vogliono che si intuisca il loro pensiero, e fanno del loro occhio un cristallo appannato.

Quello sguardo gli fece capire che era davanti alla giustizia, simbolo di sinistre maniere.

«Chi siete, e come vi chiamate?» domandò Villefort sfogliando le note che l’agente gli aveva dato entrando, e che da un’ora erano divenute voluminose, tanto la corruzione si attacca presto al corpo disgraziato di colui che si definisce imputato.

«Signore, mi chiamo Edmond Dantès», rispose il giovane con voce calma e sonora, «sono secondo a bordo del bastimento il Pharaon, che appartiene ai signori Morrel e figlio.»

«La vostra età?» continuò Villefort.

«Diciannove anni», rispose Dantès.

«Che facevate, al momento del vostro arresto?»

«Assistevo al pranzo del mio fidanzamento», disse Dantès, con una voce leggermente commossa, tanto era doloroso il contrasto fra i momenti di gioia e la lugubre cerimonia che si compiva, e tanto il viso cupo di Villefort faceva brillare di luce la raggiante figura di Mercedes.

«Voi assistevate al pranzo del vostro fidanzamento?» disse il sostituto, trasalendo suo malgrado.

«Sì, signore, sono sul punto di sposare una donna che amo da tre anni!»

Villefort, sebbene di solito impassibile, fu colpito da questa coincidenza; e quella voce commossa di Dantès, sorpreso in mezzo alla sua felicità, andò a svegliare una fibra di simpatia nel fondo della sua anima.

Egli pure si ammogliava, egli pure era felice e si veniva a disturbare la sua felicità perché contribuisse a distruggere la gioia di un uomo, che, come lui, già toccava la felicità! Questo avvicinamento filosofico, pensò, farà grande effetto al mio ritorno nel salone del marchese di Saint-Méran, ed egli preparava già, mentre Dantès attendeva nuove domande, le parole contrastanti con cui gli oratori costruiscono quelle frasi che strappano applausi e qualche volta fanno presumere in essi una vera eloquenza.

Allorché il suo breve dialogo interiore fu terminato, Villefort sorrise del suo effetto e, ritornato a Dantès, disse: «Continuate».

«Continuare cosa?» domandò Dantès.

«A illuminare la giustizia.»

«Che la giustizia mi dica su qual punto vuol essere rischiarata, e io le dirò tutto quello che so. Soltanto», aggiunse con un sorriso, «l’avverto che so ben poche cose.»

«Avete servito l’imperatore?»

«Egli cadde appunto quando stavo per essere incorporato nella marina militare.»

«Si dice che le vostre opinioni politiche siano estremiste», disse Villefort, al quale nessuno aveva detto una parola di ciò, ma non poteva fare a meno di porre una domanda come si pone un’accusa.

«Le mie opinioni politiche? Le mie, signore? È quasi vergognoso dirlo, ma io non ho mai avuto ciò che si chiama un’opinione. Ho diciannove anni appena, come ebbi l’onore di dirvi: non so niente, non sono destinato a rappresentare alcuna parte; il poco che sono e che sarò, se mi si accorda il posto che desidero, lo dovrò solo al signor Morrel. In tal modo tutte le mie opinioni, non dirò politiche, ma private, si limitano a questi tre sentimenti: io amo mio padre, rispetto il signor Morrel e adoro Mercedes. Ecco, signore, tutto ciò che posso dire alla giustizia. Voi vedete che questo può interessarle ben poco.»

A misura che Dantès parlava, Villefort guardava il suo viso dolce a un tempo e aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole di Renée che, senza conoscere l’imputato, gli aveva domandato indulgenza per lui.

Con l’abitudine che aveva a trattare i delitti e i delinquenti il sostituto vedeva a ogni parola di Dantès le prove della sua innocenza.

Quel giovane, che si sarebbe potuto chiamare ancora ragazzo, semplice, ingenuo, eloquente, di quella eloquenza del cuore che non si trova mai quando si cerca, pieno di affetto per tutti perché era felice, poiché la felicità rende buoni anche gli stessi malvagi, versava sul suo giudice la dolce affabilità del suo cuore.

Edmond non aveva nello sguardo, nella voce, nei gesti, per quanto severo fosse stato con lui Villefort, che affabilità e bontà per chi lo interrogava.

«Perbacco!» disse tra sé Villefort, «ecco un buon giovane e io non penerò molto, lo spero, a farmi un merito con Renée, compiacendo la sua prima raccomandazione. Ciò mi frutterà una buona stretta di mano in presenza di tutti, e un bacio ineffabile di nascosto.»

A questa doppia speranza la faccia di Villefort si rischiarò, dimodoché quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri a Dantès, questi che aveva seguito tutti i movimenti del viso del giudice, sorrideva quasi al suo pensiero.

«Avete qualche nemico?» disse Villefort.

«Io dei nemici?» rispose Dantès. «Ho la fortuna di essere ancora ben poca cosa perché la mia posizione me ne faccia. Quanto al mio carattere forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di addolcirlo verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai sotto i miei ordini; che vengano pure interrogati, signore, ed essi vi diranno che mi amano e mi rispettano, non come padre, perché sono troppo giovane, ma come un fratello maggiore.»

«Bene», continuò Villefort, «vediamo ora se invece di nemici poteste avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi state per essere nominato capitano a diciannove anni, che è un posto elevato nella vostra condizione. Voi state per sposare una giovane che vi ama, il che è un bene raro in ogni circostanza. Queste due preferenze del destino, avrebbero potuto procurarvi qualche invidia.»

«Sì, avete ragione, voi dovete conoscere gli uomini meglio di me: ciò è possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici, vi confesso che preferisco non conoscerli, per non esser costretto a odiarli.»

«Voi avete torto; bisogna sempre, per quanto è possibile, tener gli occhi aperti intorno a sé, e in verità voi mi sembrate un così bravo giovane, che per voi contravvengo alle regole ordinarie della giustizia e a illuminarvi, comunicandovi la denuncia, che vi conduce dinanzi a me. Ecco il foglio accusatore, ne conoscete la calligrafia?» e Villefort si tolse di tasca la lettera, e la mostrò a Dantès.

Dantès la guardò e la lesse.

Un nube oscurò la sua fronte, e disse: «No, signore, io non conosco questa scrittura, che pur alterata ha molto vigore. In ogni caso è una mano molto abile che l’ha vergata. Io sono ben fortunato», aggiunse guardando con riconoscenza Villefort, «di poter trattare con un uomo quale voi siete, poiché il mio calunniatore è un vero nemico».

Al lampo che sfolgorò negli occhi del giovane pronunciando quelle parole, Villefort poté conoscere quanta violenta energia stava nascosta sotto quella apparente dolcezza.

«Ora», disse Villefort, «rispondetemi francamente, non come farebbe un accusato al suo giudice, ma come un uomo che si trovi in una falsa posizione risponde a un altro uomo che prenda interesse per lui… Che vi è di vero in questa anonima accusa?»

E Villefort gettò con disprezzo sullo scrittoio la lettera che Dantès gli aveva restituito.

«Tutto, e niente: eccovi la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per Mercedes, sulla vita di mio padre.»

«Parlate, signore», disse ad alta voce Villefort, poi fra sé aggiunse: «Se Renée potesse vedermi, spero che sarebbe contenta di me, e non mi chiamerebbe più tagliatore di teste!»

«Ebbene, lasciando Napoli, il capitano Leclère cadde malato di una febbre cerebrale; siccome noi non avevamo un medico a bordo, ed egli non volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecito come era di arrivare all’isola d’Elba, la sua malattia peggiorò in modo che verso la fine del terzo giorno, sentendosi vicino a morire, mi chiamò a sé: “Mio caro Dantès”, mi disse, “giuratemi sul vostro onore di fare tutto ciò che vi dirò, trattandosi di affare del più alto interesse”.

“Ve lo giuro, capitano”, risposi io.

“Ebbene, siccome dopo la mia morte spetta a voi il comando del bastimento nella vostra qualità di secondo, voi prenderete questo comando, e metterete capo all’isola d’Elba, sbarcherete a Portoferraio, cercherete del gran maresciallo, gli consegnerete questa lettera, e lui v’incaricherà di qualche missione. Questa missione, che era riservata a me, voi l’eseguirete, Dantès, in mia vece, e tutto l’onore sarà vostro.”

“Lo farò, capitano, ma forse non potrò pervenire fino al gran maresciallo tanto facilmente quanto voi credete.”

“Eccovi un anello che vi farà giungere facilmente a lui”, disse il capitano, “e che toglierà tutte le difficoltà.” A queste parole mi consegnò l’anello, e fu appena in tempo, perché poco dopo gli prese il delirio e l’indomani era morto.»

«E che faceste allora?»

«Ciò che dovevo fare, signore, e che ciascun altro avrebbe fatto al mio posto. In ogni circostanza le preghiere dei moribondi sono sacre, ma presso i marinai le preghiere d’un superiore sono ordini che si debbono eseguire. Feci dunque vela verso l’isola d’Elba ove giunsi l’indomani; consegnai a bordo tutto l’equipaggio, e io solo discesi a terra. Come avevo previsto, mi si fecero sulle prime delle difficoltà nell’introdurmi dal gran maresciallo, ma io gli inviai l’anello che doveva servirmi per farmi riconoscere, e tutte le porte si aprirono avanti a me. Egli mi ricevette, m’interrogò sulle circostanze della morte del disgraziato Leclère; e come questi aveva previsto mi venne consegnata una lettera incaricandomi di portarla di persona a Parigi. Glielo promisi poiché questo era un compiere l’estrema volontà del mio capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia ove giunsi ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari con la Dogana e la Sanità, corsi ad abbracciare mio padre, corsi a vedere la mia fidanzata, che trovai più bella e più innamorata che mai. Col favore del signor Morrel furono superate tutte le difficoltà ecclesiastiche; e finalmente, signore, assistevo, come vi ho detto, al pranzo del mio fidanzamento; fra un’ora dovevo essere sposato, e contavo di partir domani per Parigi, allorquando per questa accusa, che sembra voi pure disprezziate quanto me, io fui arrestato.»

«Sì, sì», mormorò Villefort, «tutto ciò mi sembra esser la verità, e se voi siete colpevole lo siete soltanto d’imprudenza; e anche questa imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che riceveste dal vostro capitano. Rendetemi quella lettera che vi è stata consegnata all’isola d’Elba, datemi la vostra parola d’onore di ricomparire alla prima requisitoria, e andate a raggiungere i vostri amici.»

«In tal modo io sono libero, signore?» esclamò Dantès al colmo della gioia.

«Sì, soltanto datemi quella lettera.»

«Essa deve essere innanzi a voi, poiché mi fu tolta con tutte le altre carte, e io ne riconosco qualcuna in quel fascio.»

«Aspettate», disse il sostituto a Dantès, che prendeva i guanti e il cappello, «a chi era diretta?»

«Al signor Noirtier, rue Héron a Parigi.»

Se la folgore fosse caduta sopra Villefort non lo avrebbe percosso con un colpo più rapido e più inatteso. Si lasciò cadere sulla sedia dalla quale si era per metà alzato per prendere il plico delle carte confiscate a Dantès, le sfogliò precipitosamente, e ne cavò la lettera fatale, sulla quale gettò uno sguardo carico di paura.

«Signor Noirtier, rue Héron numero 13», mormorò, impallidendo sempre più.

«Sì, signore», rispose Dantès meravigliato, «lo conoscete?»

«No», rispose prontamente Villefort, «un servo fedele del re non conosce i cospiratori.»

«Si tratta dunque di una cospirazione?» domandò Dantès che veniva preso, dopo essersi creduto libero, da un terrore più grande di prima. «In ogni modo, signore, io ve l’ho detto, ignoravo completamente il contenuto del dispaccio di cui ero portatore.»

«Sì», riprese Villefort, con voce sorda, «ma voi sapete il nome di quello a cui era diretto?»

«Bisogna bene che lo sapessi se dovevo consegnarlo nelle sue mani.»

«E voi non avete mostrato quella lettera ad alcuno?» disse Villefort che sempre più impallidiva a misura che leggeva la lettera.

«A nessuno, sul mio onore.»

«Tutti dunque ignorano che voi eravate portatore di una lettera che veniva dall’isola d’Elba, ed era indirizzata al signor Noirtier?»

«Tutti lo ignorano, meno chi me l’ha consegnata.»

«Questo è troppo, questo è davvero troppo!» mormorò Villefort.

La fronte di Villefort si oscurava sempre più man mano che leggeva; le sue labbra bianche, le sue mani tremanti, i suoi occhi ardenti facevano passare nello spirito di Dantès le più dolorose apprensioni.

Dopo la lettura di questa lettera, Villefort si prese la testa fra le mani e rimase un istante come annientato.

«Oh, mio Dio! Che c’è dunque, signore?» domandò timidamente Dantès.

Villefort non rispose, ma dopo qualche istante rialzò il viso pallido e stravolto e rilesse una seconda volta la lettera.

«E voi dite che non sapete nulla di ciò che contiene questa lettera?» riprese Villefort.

«Sul mio onore, vi ripeto non ne so nulla. Ma voi che avete? Mio Dio! Voi state male! Volete che suoni il campanello? Volete che chiami qualcuno?»

«No», disse Villefort alzandosi prontamente, «no, non fate rumore, non dite una parola; sta a me il dare degli ordini qui e non a voi.»

«Signore», disse Dantès mortificato, «era per venire in vostro soccorso; scusatemi, ve ne prego, riguardo all’intenzione.»

«Non ho bisogno di niente; uno capogiro passeggero, ecco tutto. Occupatevi di voi e non di me: rispondete.»

Dantès aspettava la domanda annunciata da quest’ultima parola, ma inutilmente. Villefort ricadde a sedere, passò la mano ghiacciata sulla fronte che grondava sudore, e per la terza volta si mise a rileggere la lettera.

«Oh! se lui sa il contenuto di questa lettera», mormorò, «se venisse a sapere un giorno che Noirtier è il padre di Villefort, io son perduto, perduto per sempre!…» e di tanto in tanto guardava Edmond come se col suo sguardo avesse potuto infrangere quella barriera invisibile che racchiude nel cuore i segreti, che dalla bocca non vengono palesati.

«Oh, non esitiamo più», esclamò a un tratto.

«Ma, in nome del cielo, signore», gridò il disgraziato giovane, «se voi dubitate di me, se avete dei sospetti, interrogatemi, io sono pronto a rispondervi.»

Villefort fece un violento sforzo su se stesso e, con un tono di voce che voleva rendere sicuro, disse: «Signore, dal vostro interrogatorio risultano gravi sospetti contro di voi: non sono dunque padrone, come avevo poco fa sperato, di mettervi in libertà in questo medesimo istante; io debbo, prima di prendere questa misura, consultare il giudice istruttore. Frattanto voi avete visto come vi ho trattato.»

«Oh sì, signore», esclamò Dantès, «io vi ringrazio poiché siete stato per me più che un giudice, un amico.»

«Ebbene, io vi tratterrò ancora per qualche tempo prigioniero, il meno che mi sarà possibile. Il principale atto d’accusa che esiste contro di voi è questa lettera, e voi vedete…» Villefort si avvicinò al caminetto, gettò la lettera sul fuoco e restò immobile fino a che fu ridotta in cenere. «E voi vedete», continuò egli, «io l’ho distrutta.»

«Oh!» esclamò Dantès, «signore, voi siete più che la giustizia; voi siete la bontà in persona.»

«Ma ascoltatemi», continuava Villefort, «dopo quest’atto voi comprendete bene che potete avere fiducia in me, non è vero?»

«Ah, signore, ordinate, e io eseguirò i vostri ordini.»

«No», disse Villefort avvicinandosi al giovane, «non sono ordini che voglio darvi, voi capirete, sono consigli.»

«Dite, io mi conformerò a essi come fossero ordini.»

«Vi farò trattenere fino a questa sera al palazzo di giustizia, forse qualcun altro verrà a interrogarvi. Dite tutto ciò che avete detto a me, ma non dite una parola su quella lettera.»

«Ve lo prometto, signore.»

Era Villefort, che sembrava supplicare; era l’imputato che tranquillizzava il giudice.

«Voi capirete», diss’egli gettando uno sguardo sulle ceneri che conservavano ancora la forma della carta e venivano alzate in aria e agitate dalla fiamma, «ora che questa lettera è distrutta, voi e io soltanto sappiamo che è esistita; essa non vi sarà più ripresentata; negatela dunque se qualcuno ve ne parla, negatela arditamente, e con questo mezzo soltanto sarete salvo.»

«Negherò, signore, state tranquillo», disse Dantès.

«Bene, bene», rispose Villefort portando la mano al cordone del campanello.

Poi fermandosi nel momento che stava per suonare: «Questa era la sola lettera che avevate?» disse.

«La sola», rispose Dantès.

«Giuratelo.»

Dantès allungò la mano: «Lo giuro!»

Il campanello suonò: il commissario di polizia entrò.

Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola all’orecchio.

Il commissario rispose con un semplice cenno della testa.

«Seguitelo, signore», disse Villefort a Dantès.

Dantès s’inchinò, gettò un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort e uscì.

Appena la porta fu chiusa dietro di lui, le forze mancarono a Villefort, che cadde quasi svenuto sulla sedia.

Poi, dopo un istante: «Oh, mio Dio, da che dipende la vita e la fortuna! Se il procuratore del re fosse stato a Marsiglia, se il giudice istruttore fosse stato chiamato in mia vece, io sarei perduto, e quella lettera, quella maledetta lettera mi avrebbe precipitato nell’abisso. Ah, padre mio, padre mio, sarete voi dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo e dovrò io lottare eternamente con il vostro passato?»

Poi, tutto a un tratto, una luce inattesa parve attraversargli la mente e rischiarare il suo viso, un sorriso si delineò sulla sua bocca ancora increspata, i suoi occhi stravolti divennero fissi, e parvero soffermarsi su un pensiero. «Sì», disse, «quella lettera doveva perdermi, ma forse farà la mia fortuna. Andiamo, Villefort, all’opera!» E dopo essersi assicurato che l’imputato non si trovava più nell’anticamera, il sostituto procuratore del re uscì a sua volta, incamminandosi rapidamente verso la casa della sua fidanzata.

8. Il castello d’If

Attraversando l’anticamera, il commissario di polizia fece un segno a due gendarmi, che si misero uno a destra e l’altro a sinistra di Dantès; fu aperta una porta comunicante con il palazzo di giustizia, e camminarono per qualche tempo in uno di quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che vi passano, anche quando non hanno alcun motivo di tremare.

Nella stessa maniera in cui l’appartamento di Villefort comunicava con il palazzo di giustizia, quest’edificio comunicava con la prigione, tetro monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano da tutte le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli Accoulès che gli sorge davanti.

Al termine di una quantità di svolte nel corridoio che percorreva, Dantès si vide innanzi una porta col catenaccio di ferro. Quindi il commissario di polizia batté col martello tre colpi, che si ripercossero su Dantès come se gli fossero stati battuti sul cuore. La porta si aprì, i due gendarmi spinsero leggermente il prigioniero che esitava; Dantès oltrepassò la temibile soglia, e la porta si richiuse subito rumorosamente dietro di lui. Egli respirava un’altra aria, un’aria mefitica e pesante; era l’aria della prigione.

Fu condotto in una stanza abbastanza pulita, ma con l’inferriata e il catenaccio. L’aspetto della sua nuova dimora non gli cagionò gran timore. D’altronde le parole del sostituto procuratore del re, pronunciate con una voce che era sembrata a Dantès colma di tanto interesse, risuonavano al suo orecchio come una dolce promessa di speranza.

Erano già quattro ore da che Dantès era stato portato in quella stanza. Si era, come abbiamo detto, al primo di marzo, e il giorno declinava presto: il prigioniero si trovò subito nella notte. Il senso dell’udito aumentava in lui a misura che la vista si attenuava. Al minimo rumore che perveniva fino a lui, convinto che sarebbe stato messo in libertà, si alzava velocemente e faceva un passo verso la porta. Ben presto il rumore andava a perdersi in un’altra direzione, e Dantès ricadeva sul suo sgabello.

Infine, verso le dieci di sera, nel momento in cui Dantès cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece intendere, e questa volta gli sembrava avvicinarsi alla sua stanza.

Infatti dei passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono davanti alla sua porta. Una chiave girò due volte nella serratura, i catenacci cigolarono, la massiccia barriera di quercia si aprì, lasciando penetrare a un tratto nella stanza oscura l’abbagliante luce di due torce.

A questa luce Dantès vide brillare le sciabole e i fucili di quattro gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase immobile al suo posto vedendo quell’aumento di forza.

«Venite a prendermi?» domandò Dantès.

«Sì», rispose uno dei gendarmi.

«Da parte del signor sostituto procuratore del re?»

«Ma… così credo.»

«Bene», disse Dantès, «sono pronto a seguirvi.»

La convinzione che si veniva a cercarlo da parte di Villefort, toglieva ogni timore all’infelice giovanotto. Egli avanzò dunque con spirito calmo, con andatura tranquilla, e si pose da sé in mezzo alla sua scorta.

Una carrozza aspettava alla porta verso la strada, il cocchiere era a cassetta, una guardia era seduta vicino a lui.

«È dunque per me questa carrozza?» domandò Dantès.

«È per voi», rispose uno dei gendarmi, «salite.»

Dantès voleva fare qualche osservazione, ma lo sportello si aprì, si sentì spingere. Non aveva né la possibilità né l’intenzione di far resistenza.

Si trovò in un istante in fondo alla vettura fra due gendarmi, gli altri due sedettero nel posto davanti, e il pesante veicolo si mise in moto con sinistro rumore.

Il prigioniero volse gli occhi sulle aperture: erano chiuse con le griglie. Egli non aveva fatto che cambiar di prigione. Soltanto, questa correva, e lo trasportava verso una meta non conosciuta.

Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena passare la mano, Dantès riconobbe che si passava per la rue Caisserie e che dalla rue Saint-Laurent e dalla rue Tamaris si discendeva verso lo scalo. Presto vide, attraverso le sbarre, brillare i lumi della Consegna.

La carrozza si fermò; la guardia discese e si avvicinò al corpo di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si disposero in doppia fila in modo da lasciare uno stretto passaggio. Dantès vedeva al chiarore dei fanali dello scalo rilucere i loro fucili.

«Sarebbe per me», si domandava, «che si spiega una simile forza militare?»

La guardia, aprendo lo sportello della carrozza che era stato chiuso a chiave, sebbene non pronunciasse una parola dette la risposta alla domanda che si era fatta Dantès, perché vide tra le due file di soldati il passaggio che era stato preparato per lui dalla carrozza al porto.

I due gendarmi che erano a sedere nel posto davanti furono i primi a scendere, quindi fu fatto scendere Dantès, poi smontarono quelli che gli stavano ai fianchi e camminarono verso una barca, che un marinaio della dogana teneva ferma allo scalo con una catena.

I soldati osservarono Dantès passare con una stupita curiosità. Egli fu sistemato alla poppa del battello, sempre tra i suoi quattro gendarmi, mentre la guardia si teneva a prua. Una spinta violenta staccò il battello dalla riva e quattro vigorosi rematori vogarono verso il Pilon. A un grido dalla barca, la catena che chiude il porto si abbassò, e Dantès si trovò fuori dal porto.

Il primo sentimento del prigioniero ritrovandosi all’aria aperta era stato un impulso di gioia. L’aria è quasi la salvezza! Respirò dunque a pieni polmoni la brezza vivace satura di tutti gli olezzi sconosciuti della notte o del mare.

Immediatamente però emise un sospiro: passava davanti all’osteria della Riserva dov’era stato così felice la mattina stessa nell’ora che aveva preceduto quella del suo arresto, e, attraverso l’apertura di due finestre, giunse fino a lui il lieto rumore di un ballo. Dantès giunse le mani, levò gli occhi al cielo e pregò.

La barca, continuando il suo cammino, aveva già oltrepassato la Testa di Moro, e si trovava di fronte all’insenatura del faro. Essa andava a bordeggiare di fianco alla batteria, e questa era una manovra incomprensibile per Dantès.

«Ma dove mi conducete?» domandò egli.

«Lo saprete presto.»

«Ma pure…»

«Ci è proibito darvi alcuna spiegazione.»

Dantès era per metà soldato; fare delle domande a dei subordinati ai quali era proibito rispondere, gli parve una cosa assurda e tacque.

I pensieri più strani gli passarono per la mente. Non si poteva fare una lunga navigazione con una simile barchetta, non vi era alcun bastimento all’ancora dalla parte verso cui si dirigevano. Allora pensò che sarebbe stato lasciato in un punto lontano della costa per dirgli che era libero: infatti non era incatenato, non era stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e ciò gli sembrava di buon augurio.

D’altronde il sostituto, così umano con lui, aveva detto che qualora non pronunciasse una parola sulla lettera diretta a Noirtier, egli non aveva nulla da temere! Villefort non aveva in sua presenza distrutta quella pericolosa lettera, unica prova che esistesse contro di lui? Egli aspettava dunque, muto e pensieroso, e cercava di vedere con l’occhio da marinaio esercitato alle tenebre, assuefatto allo spazio, l’oscurità della notte.

Si era lasciata a destra l’isola Ratonneau su cui riluceva il faro e sempre costeggiando si era arrivati all’altezza della baia dei Catalani. Là, gli sguardi del prigioniero raddoppiarono di intensità; era là che stava Mercedes e gli sembrava a ogni istante vedere delinearsi sulla riva oscura la forma vaga e indecisa di una donna. Come mai un presentimento non diceva allora a Mercedes che il suo adorato passava in quel momento a trecento passi da lei? Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando la posizione di quel lume, Dantès riconobbe che rischiarava la camera della sua fidanzata. Mercedes era la sola che vegliava in tutta la piccola colonia. Alzando un grido il giovane poteva essere inteso dalla fidanzata. Una falsa vergogna lo trattenne, che avrebbero detto coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un insensato? Rimase dunque muto, con gli occhi fissi su quel lume.

Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero non pensava alla barca, egli pensava a Mercedes. Una duna del terreno fece sparire il lume. Dantès si voltò e allora vide che la barca prendeva il largo. Mentre guardava il lume, assorto nei propri pensieri, non si era accorto che ai remi erano state sostituite le vele, e la barca procedeva spinta dal vento. Malgrado la ripugnanza a fare nuove domande ai gendarmi, Dantès si avvicinò a uno di loro e, stringendogli la mano, gli disse: «In nome della vostra coscienza, e per la vostra qualità di soldato, vi scongiuro di aver pietà di me, e di rispondermi. Io sono il capitano Dantès, leale e buon francese, sebbene accusato di non so quale tradimento. Dove mi conducete? Ditelo, e parola di marinaio io non vi chiederò altro, e mi rassegnerò al mio destino».

Il gendarme si grattò l’orecchio, e guardò il suo compagno. Questi fece un movimento, quasi avesse voluto dire: «Mi sembra che al punto in cui siamo non vi sia da temere nulla». Il gendarme allora si girò verso Dantès e gli disse: «Voi siete marsigliese e marinaio e domandate a me dove andiamo?»

«Sì, poiché sul mio onore non lo so.»

«Non ne avete alcun sospetto?»

«Nessuno.»

«È possibile?…»

«Io ve lo giuro per quanto vi è di più sacro al mondo. Rispondetemi dunque, di grazia!»

«Ma la consegna?»

«La consegna non vi proibisce di dirmi ciò che saprò fra dieci minuti, fra mezz’ora, forse fra un’ora. Soltanto mi risparmierete secoli di incertezza. Ve lo chiedo come se foste un amico. Guardate, non voglio né rivoltarmi, né fuggire; d’altronde non posso. Suvvia, dove andiamo?»

«A meno che non abbiate la benda agli occhi o non siate mai uscito dal porto di Marsiglia, voi dovreste indovinare dove andiamo.»

«Eppure…»

«Allora guardatevi attorno.»

Dantès si alzò, fissò lo sguardo verso il punto in cui sembrava dirigersi il battello e vide a cento tese lontano da lui innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale sorge come una escrescenza di silice il tetro castello d’If.

Questa forma strana, questa prigione sulla quale regnava un così profondo terrore, questa fortezza che faceva da trecent’anni parte delle lugubri tradizioni, comparve a un tratto innanzi a Dantès che non pensava affatto a essa, e gli fece l’effetto che fa a un condannato a morte la vista del patibolo.

«Ah, mio Dio!» gridò. «Il castello d’If! E che andiamo a fare là?»

Il gendarme sorrise.

«Ma non mi si condurrà là per esservi imprigionato…» continuò Dantès. «Il castello d’If è una prigione di Stato, destinata soltanto ai grandi colpevoli politici. Io non ho commesso alcun delitto. Ma, ditemi: vi sono forse dei giudici istruttori, o altri magistrati al castello d’If?»

«Non vi sarà, io suppongo», disse il gendarme, «che un governatore, dei carcerieri, una guarnigione e delle ottime mura. Andiamo, andiamo amico, non mi fate tanto il sorpreso, poiché in verità mi farete credere che voleste ricompensare la mia compiacenza con il burlarvi di me.»

Dantès strinse la mano del gendarme così forte che pareva volesse stritolargliela.

«Voi pretendete dunque che mi si conduca al castello d’If per esservi imprigionato?»

«Probabilmente», disse il gendarme, «ma in ogni modo, è inutile stringermi la mano così forte.»

«Senz’altra formalità?»

«Le formalità sono compiute, l’istruttoria è fatta.»

«Così a onta della promessa del signor Villefort…»

«Io non so se Villefort vi ha fatto una promessa», disse il gendarme, «quello che so, è che noi andiamo al castello d’If. Ebbene, che fate adesso? Olà camerati, a me!»

Con un movimento pari al lampo, ma che però era stato previsto dall’occhio esercitato del gendarme, Dantès avrebbe voluto lanciarsi in mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero nell’istante in cui i suoi piedi si staccavano dal fondo del battello.

Egli ricadde nella barca urlando di rabbia.

«Bravo!» esclamò il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto. «Ecco come mantenete la vostra parola da marinaio! Fidatevi delle persone melliflue! Ebbene, ora mio caro, se fate un movimento, un sol movimento, io vi pianto una pallottola nella testa. Ho tradito la mia prima mia consegna, ma vi assicuro che non mancherò alla seconda.»

Ed effettivamente abbassò la carabina verso Dantès, che sentì appoggiarsi come un anello di gelo l’estremità della canna alla tempia.

Per un attimo ebbe l’idea di eseguire il proibito movimento e finirla così violentemente con l’inattesa infelicità che era calata sopra di lui con i suoi artigli d’avvoltoio. Ma appunto perché questa infelicità era inattesa, Dantès pensò che non poteva durare. Gli tornarono al pensiero le promesse di Villefort. E poi, bisogna anche dirlo, questa morte sul fondo di un battello, per mano di un gendarme, gli parve squallida e crudele.

Ricadde dunque sul tavolato della barca, mandando un urlo di rabbia, e mordendosi con furore le mani. Quasi nel medesimo istante un urto violento percosse il battello, uno dei battellieri saltò sulla roccia che era stata toccata dalla barca, una corda si svolse da una puleggia. Dantès s’accorse che erano arrivati, e che si attraccava lo scafo.

Infatti i guardiani, che lo tenevano per le braccia e il colletto dell’abito, lo costrinsero a rialzarsi, a discendere a terra, e lo trascinarono verso gli scalini che salivano alla porta della cittadella, mentre la guardia li seguiva armato di moschetto con la baionetta inastata.

Dantès del resto non fece più alcuna inutile resistenza; la sua lentezza proveniva più da inerzia che da opposizione. Era stordito e barcollava come un ubriaco. Vide di nuovo i soldati che si schieravano sulla ripida china, sentì alcuni scalini che lo forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava sotto una porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui: ma tutto ciò macchinalmente come attraverso una densa nebbia senza distinguer nulla di reale. Egli non vedeva neppure più il mare, immenso dolore dei prigionieri che guardano quello spazio con il terribile sentimento di non poterlo superare.

Vi fu una breve sosta, durante la quale cercò di riordinare le sue idee. Guardò intorno a sé, era in un cortile quadrato formato da quattro grandi muraglie. Si sentivano i passi lenti e regolari delle sentinelle, e ogni volta che passavano davanti al riflesso proiettato sulle muraglie dalla luce di due o tre lumi accesi all’interno del castello, si vedeva scintillare la canna dei loro fucili.

Qui attese dieci minuti circa.

Certi che Dantès non poteva più fuggire lo avevano lasciato, sembrava che aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero.

«Dov’è il prigioniero?» domandò una voce.

«Eccolo», risposero i gendarmi.

«Che mi segua: lo condurrò al suo alloggio.»

«Andate!» dissero i gendarmi, dando una spinta a Dantès.

Il prigioniero seguì la sua guida, che lo condusse effettivamente in una cella quasi sotterranea, i cui muri nudi e umidi sembravano impregnati di un vapore di lacrime. Una specie di lanterna, posata sopra uno sgabello e il cui lucignolo nuotava in un grasso fetido, illuminava le pareti lucide di quello spaventoso antro. Dantès vide il suo carceriere, che era una specie di subalterno, malvestito e di lurido aspetto.

«Ecco la vostra cella per questa notte», disse. «È tardi e il signor governatore è andato a letto; domani quando si sarà alzato, e avrà conosciuto gli ordini che vi concernono, forse vi cambierà domicilio. Frattanto eccovi del pane. C’è dell’acqua in questa brocca, della paglia laggiù in quel cantone. Insomma c’è tutto quello che un prigioniero può desiderare. Buonanotte.»

E prima che Dantès avesse pensato ad aprir bocca per rispondergli, prima che avesse visto dove il carceriere avesse deposto il pane, prima che si fosse reso conto del luogo dove stava la brocca, prima che avesse voltato gli occhi verso l’angolo dove l’aspettava quella paglia destinata a servirgli da letto, il carceriere aveva preso la lanterna e chiudendo la porta aveva tolto al prigioniero quella luce incerta che gli aveva mostrato, come al chiarore di un lampo, le gocciolanti muraglie della sua prigione. Allora si trovò solo nelle tenebre e nel silenzio muto e tetro quanto le volte di cui egli sentiva il freddo agghiacciante abbassarsi sulla fronte che bruciava.

Quando i primi raggi del giorno ebbero ricondotto un po’ di luce in quest’antro, il carceriere ritornò con l’ordine di lasciare il prigioniero dov’era.

Dantès non aveva cambiato posto, una mano di ferro sembrava averlo inchiodato nel punto stesso in cui si era fermato entrando. Il suo occhio profondo si nascondeva sotto un gonfiore cagionato dall’umido vapore delle sue lacrime: era immobile e guardava il suolo. Aveva passato così tutta la notte, in piedi, senza dormire un solo istante. Il carceriere si avvicinò a lui, gli girò attorno, ma Dantès non pareva vederlo; gli batté sulla spalla e Dantès rabbrividì scuotendo la testa.

«Non avete dormito?» domandò il carceriere.

«Non lo so», rispose Dantès.

Il carceriere lo guardò con meraviglia.

«Non avete fame?» continuò.

«Non lo so», rispose ancora Dantès.

«Volete qualche cosa?»

«Vorrei vedere il governatore.»

Il carceriere alzò le spalle e uscì.

Dantès lo seguì con gli occhi, tese le mani verso la porta socchiusa; ma questa venne sbarrata. Allora il suo petto sembrò squarciarsi in un lungo singulto. Le lacrime che gli gonfiavano le palpebre scesero come due ruscelli, egli si inginocchiò con la fronte a terra e pregò a lungo, riesaminando tutta la sua vita passata, e chiedendo a se stesso qual delitto aveva commesso in questa vita ancora così giovane, che potesse meritargli una tal crudele punizione.

La giornata passò così. Fu molto se mangiò qualche boccone di pane, bevette qualche goccia d’acqua; ora restava seduto, assorto nei suoi pensieri, ora girava su e giù per la sua cella come una bestia feroce chiusa in una gabbia di ferro.

Un solo pensiero lo faceva soprattutto smaniare, ed era che, durante la traversata, ignorando il luogo ove era condotto, era rimasto calmo e tranquillo, mentre avrebbe potuto ben dieci volte gettarsi in mare, e una volta in acqua, grazie all’esperienza che faceva di lui uno dei più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sott’acqua, sfuggire ai suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere l’Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedes che venisse da lui. Quanto ai mezzi per vivere, in qualsiasi posto poteva stare tranquillo; in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l’italiano come un toscano, e lo spagnolo come un figlio della vecchia Castiglia.

Sarebbe vissuto libero, felice con Mercedes, con suo padre, perché suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo. Invece ora era prigioniero, chiuso nel castello d’If, in quella troppo sicura prigione, non sapendo cosa accadeva a suo padre, cosa accadeva a Mercedes, e tutto ciò perché aveva creduto alla parola di Villefort.

C’era da diventare pazzi.

Dantès si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere gli aveva portato. L’indomani alla stessa ora il carceriere ritornò.

«Ebbene», gli domandò, «oggi siete più ragionevole di ieri?»

Dantès non rispose.

«Fatevi dunque», disse, «un po’ di coraggio… Desiderate qualche cosa che sia in mio potere? Dite.»

«Desidero parlare al governatore.»

«Eh?» disse il carceriere con impazienza. «Vi ho già detto che questo è impossibile…»

«Perché è impossibile?»

«Perché nei regolamenti della prigione c’è scritto che nessun prigioniero ha il permesso di domandarlo.»

«E quali sono i permessi che qui si possono avere?»

«Un miglior vitto, pagando, la passeggiata, e qualche volta dei libri.»

«Io non ho bisogno di libri; non mi curo di fare passeggiate; trovo buono il mio vitto. In tal modo non ho bisogno che di una cosa, quella cioè di parlare al governatore…»

«Se mi annoiate ancora una volta con questa domanda», disse il carceriere, «non vi porterò più da mangiare.»

«Ebbene», disse Dantès, «se tu non mi porterai più da mangiare, morirò di fame, ecco tutto.»

L’accento con il quale Dantès pronunciò queste parole, provò al carceriere che il prigioniero sarebbe stato felice di morire. Così, siccome ogni prigioniero, fatti i conti, fruttava al suo carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dantès fece il calcolo della perdita per la sua morte, quindi riprese con tono più addolcito: «Ascoltatemi, ciò che voi desiderate è impossibile; non lo domandate dunque più perché non vi è esempio che per richiesta di un prigioniero il governatore sia venuto nel carcere a trovarlo; soltanto con l’essere savio vi si potrà permettere la passeggiata, e allora sarà possibile che un giorno o l’altro, durante questa, possa passare vicino a voi il governatore, nel qual caso, voi lo potrete interrogare; ed egli, se vuole, vi risponderà».

«Ma», disse Dantès, «quanto tempo potrò aspettare prima che questo caso si presenti?»

«Diamine», disse il carceriere, «un mese, tre mesi, sei mesi o forse un anno.»

«È troppo», disse Dantès, «io voglio vederlo subito.»

«Ah», disse il carceriere, «non vi lasciate infatuare così da un desiderio impossibile, o prima di quindici giorni voi diventerete pazzo.»

«Ah, tu lo credi?» disse Dantès.

«Sì pazzo, e sempre così comincia la pazzia; noi qui ne abbiamo avuti e ne abbiamo tuttora degli esempi. All’abate che abitava questa cella prima di voi dette di volta il cervello per essersi messo in testa di voler esser messo in libertà, mediante un milione che incessantemente offriva al governatore.»

«E quanto tempo è che ha lasciato questa cella?»

«Due anni.»

«E fu messo in libertà?»

«No, fu messo in una segreta.»

«Ascolta», disse Dantès, «io non sono un pazzo. Forse la perderò, ma disgraziatamente in questo momento ho tutta la mia ragione. Voglio farti una proposta…»

«E quale?»

«Non ti offrirò un milione, non potrei dartelo, ma ti offrirò cento scudi se, la prima volta che andrai a Marsiglia, ai Catalani, porterai una lettera a una giovane che si chiama Mercedes… Ma neanche una lettera, appena due righe.»

«Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio posto, che è di mille lire l’anno, senza contare gli incerti e il vitto. Voi vedete dunque che io sarei un grande imbecille se volessi rischiare di perdere mille lire per guadagnarne cinquecento.»

«Ebbene», disse Dantès, «ascolta e tieni bene a mente quel che ti dico: se tu rifiuti di avvertire il governatore che desidero parlargli, se tu ricusi di portare due righe a Mercedes o di avvertirla almeno che io sono qui, un giorno o l’altro io ti aspetto nascosto dietro la porta, e nel momento che tu entri ti spacco la testa con lo sgabello.»

«Delle minacce!» esclamò il carceriere, facendo un passo indietro e mettendosi sulla difesa. «Decisamente la testa vi gira: l’abate ha cominciato come voi, e fra tre giorni voi sarete pazzo come lui. Fortunatamente nel castello d’If vi sono delle segrete.»

Dantès prese lo sgabello, e lo fece velocemente girare intorno alla sua testa. «Sta bene, sta bene», disse il carceriere, «poiché voi lo volete assolutamente, andrò ad avvertire il governatore.»

«Alla buon’ora!» disse Dantès, posando lo sgabello e sedendovi sopra con la testa bassa e gli occhi stravolti, come se realmente diventasse pazzo.

Il carceriere uscì e dopo pochi minuti rientrò con quattro soldati e un caporale.

«Per ordine del governatore», diss’egli, «fate discendere il prigioniero nel piano sotto a questo.»

«Nella segreta, dunque?» disse il caporale.

«Nella segreta. Bisogna mettere i pazzi con i pazzi.»

I quattro soldati s’impadronirono di Dantès che, cadendo in una specie di atonia, li seguì senza resistenza; gli furono fatti scendere quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò mormorando: «Ha ragione, bisogna mettere i pazzi con i pazzi!»

La porta fu chiusa, e Dantès avanzò a tentoni fino a che urtò il muro; allora si sedette in un angolo e restò immobile, mentre i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all’oscurità cominciarono a distinguere gli oggetti.

Il carceriere aveva ragione, mancava ben poco a Dantès per diventare pazzo.

9. La sera del fidanzamento

Villefort, come si è detto, aveva ripreso il cammino lungo il Grand-Cours e, rientrando in casa del marchese di Saint-Méran, incontrò i convitati che avevano lasciato la tavola ed erano passati nel salotto a prendere il caffè.

Renée lo aspettava con impazienza, condivisa da tutti. Così fu accolto da una esclamazione generale: «E dunque, tagliateste, sostegno dello Stato, Bruto realista!» esclamò uno, «che abbiamo di nuovo? Sentiamo.»

«Si è minacciati nuovamente dal regime del Terrore?» domandò un altro.

«Il lupo della Corsica è uscito dalla sua caverna?» chiese un terzo.

«Signora marchesa», disse Villefort avvicinandosi alla futura suocera, «vi prego di volermi perdonare se fui costretto a lasciarvi così… Signor marchese, posso aver l’onore di dirvi due parole in privato?»

«Ah, dunque si tratta di un affare grave», constatò la marchesa, osservando la nube che oscurava la fronte di Villefort.

«Grave al punto, che sono costretto a prendere un congedo di qualche giorno da voi. Così», continuò voltandosi verso Renée, «potrete capire che si tratta di un affare serio!»

«Voi partite», esclamò Renée, incapace di nascondere l’emozione che le cagionava questa inattesa novella.

«Ahimè, sì, signorina!» rispose Villefort. «E ciò è indispensabile.»

«Dove andate dunque?» domandò la marchesa.

«Questo è un segreto della giustizia, signora. Ciò nonostante se qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, ho un amico che parte questa sera e che se ne incaricherà volentieri.»

Tutti lo guardarono con sorpresa.

«Voi mi avete domandato un colloquio in privato?» disse il marchese.

«Sì, passiamo nel vostro studio, se permettete.»

Il marchese prese il braccio di Villefort, e uscì con lui.

«Ebbene?» domandò entrando nello studio. «Che è avvenuto? Parlate!»

«Cose credo della più alta importanza, e che necessitano che parta all’istante per Parigi. Frattanto, marchese, scusate l’indiscrezione della domanda, avete delle rendite di Stato?»

«Tutta la mia fortuna è in cartelle dello Stato, sei-settecentomila franchi circa.»

«Ebbene vendete, marchese, o siete rovinato!»

«Ma, come volete che io possa vendere qui?»

«Voi avete un banchiere?»

«Sì.»

«Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza perdere un minuto! Senza perdere un secondo! Forse anch’io non arriverò che troppo tardi!»

«Diavolo!» disse il marchese. «Non perdiamo dunque tempo.»

E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo banchiere, al quale ordinava di vendere a ogni costo.

«Ora che possiedo questa lettera», disse Villefort, ponendola con ogni cura nel suo portafogli, «me ne serve un’altra.»

«Per chi?»

«Per il re.»

«Per il re?»

«Sì.»

«Ma io non oso prendermi l’ardire di scrivere così a Sua Maestà.»

«Per questo non è a voi che la domando, ma v’incarico di chiederla al conte di Salvieux. Bisogna che egli mi dia una lettera, per mezzo della quale io possa giungere fino a Sua Maestà.»

«Ma, voi non avete il guardasigilli, che ha facile entrata alle Tuileries e per mezzo del quale potete giungere fino al re di giorno e di notte?»

«Sì, senza dubbio, ma è inutile che io divida con un altro il merito della notizia che porto. Capite? Il guardasigilli mi porrebbe naturalmente in secondo piano e mi toglierebbe il beneficio del mio viaggio. Vi dico una cosa sola, marchese, la mia carriera è assicurata se per il primo giugno potrò essere alle Tuileries, per rendere al re un favore che non gli sarà più permesso dimenticare.»

«In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io chiamo Salvieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve servirvi da lasciapassare.»

«Bene, non perdete tempo, perché fra un quarto d’ora bisogna che io sia su una carrozza.»

«Farete fermare la vostra carrozza alla porta della mia casa?»

«Senza dubbio; voi farete le mie scuse alla marchesa, e alla signorina di Saint-Méran, che io lascio in un simile giorno con il più profondo dispiacere.»

«Voi le troverete entrambe nel mio studio, e potrete far loro i vostri addii.»

«Mille grazie; occupatevi della mia lettera.»

Il marchese suonò, un servo comparve.

«Dite al conte di Salvieux che lo aspetto», disse il marchese. «Ora andate», continuò, rivolgendosi a Villefort, «siete libero.»

«Bene, vado e torno.»

Villefort uscì correndo; ma giunto alla porta pensò che un sostituto procuratore del re se fosse stato visto camminare con passo affrettato, correva rischio di turbare il riposo di tutta la città; riprese dunque il suo modo ordinario di incedere che era in tutto da magistrato.

Alla porta intravide nell’oscurità una persona che, come un bianco fantasma, lo aspettava ritto e immobile. Era la bella catalana, che non avendo avuto notizie di Edmond era fuggita dal Faro al calar della notte per venire a sapere di persona la causa dell’arresto del suo fidanzato.

All’avvicinarsi di Villefort, si staccò dal muro contro cui era appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino.

Dantès aveva parlato della fidanzata al sostituto, e Mercedes non ebbe bisogno di nominarsi per esser riconosciuta da Villefort.

Egli fu sorpreso della bellezza di quella donna, e allorché lei gli domandò che cos’era avvenuto del suo innamorato, gli sembrò d’esser lui l’accusato, e lei il giudice.

«L’uomo di cui mi parlate», disse bruscamente Villefort, «è un gran colpevole, io non posso far niente per lui.»

Mercedes si lasciò sfuggire un singulto, e siccome Villefort cercava di passare oltre, lo fermò una seconda volta.

«Ma almeno dov’è?» domandò la giovane. «Che io possa informarmi se è vivo o morto.»

«Io non lo so, egli non mi appartiene più!» rispose Villefort.

E imbarazzato da quello sguardo fisso e da quella attitudine supplichevole, respinse Mercedes, ed entrò chiudendo forte la porta, come per lasciar fuori quel dolore che gli veniva cagionato. Ma il dolore non si lascia respingere in tal modo: come la freccia mortale di cui parla Virgilio, l’uomo ferito lo porta con sé. Villefort rientrò, chiuse la porta, ma giunto nella sala le gambe gli vennero meno, mandò un sospiro che sembrò un singulto, e si lasciò cadere su un divano.

Allora nel fondo di quel cuore malato nacque il primo germe di un’ulcera mortale: quell’uomo che egli sacrificava alla sua ambizione, quell’innocente che scontava la pena di suo padre colpevole, gli apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua fidanzata, pallida anch’essa come lui, trascinando dietro i rimorsi, non quelli che fanno vacillare il malato come le Furie dell’antica fatalità, ma quel tintinnio sordo e doloroso che in certi momenti colpisce diritto al cuore e lo lacera col ricordo di un’azione passata; lacerazione, i cui vivi dolori corrodono, male, che si approfondisce sempre più fino al giorno della morte. Allora ebbe nell’anima un momento di esitazione.

Già parecchie volte lo aveva provato, e ciò senza altra emozione che quella lotta tra il giudice e l’accusato. La pena di morte contro gli imputati e la memoria di questi disgraziati, giustiziati dalla sua fulminante eloquenza, che aveva abbagliato i giudici o i giurati, non aveva neppure lasciato una nube sulla sua fronte, perché gli imputati erano rei o tali almeno li credeva Villefort. Ma questa volta era ben altra cosa: la pena del carcere perpetuo era stata inflitta a un innocente, che era sul punto di essere felice e del quale egli non solo distruggeva la pace ma anche la felicità.

Questa volta non era più un giudice, era un carnefice! Pensando a tutto ciò, sentì quel battito sordo, che abbiamo descritto, e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi nel fondo del suo cuore e riempire il suo petto di vaghe apprensioni.

Così, per un violento soffrire istintivo, il ferito è avvertito di non avvicinare mai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta e grondante sangue, prima che questa ferita non sia cicatrizzata.

Ma la ferita che aveva ricevuto Villefort era di quelle che non si chiudono mai, o se si chiudono, è solo per riaprirsi più sanguinose e più dolorose di prima. Se in questo momento la dolce voce di Renée avesse risuonato al suo orecchio per domandargli grazia, se la bella Mercedes fosse entrata e gli avesse detto: «In nome di quel Dio che ci guarda e che sarà nostro giudice, rendetemi il mio fidanzato», sì, questa fronte per metà piegata sotto la necessità, si sarebbe piegata del tutto, e con le sue mani ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di tutto ciò che poteva avvenirgli, firmato l’ordine di mettere in libertà Dantès. Ma nessuna voce mormorò nel silenzio, e la porta non si aprì che per fare entrare un servo di Villefort, il quale veniva ad annunciare che i cavalli da posta erano attaccati alla carrozza da viaggio.

Villefort si alzò o piuttosto balzò come un uomo che trionfa su un’interna lotta; corse al suo scrigno, versò nelle tasche tutto l’oro che vi si trovava, girò un istante smarrito per la stanza con la mano sulla fronte e articolando parole sconnesse; poi finalmente sentendo che il suo domestico gli aveva posato sulle spalle il mantello, uscì, si lanciò nella carrozza, e ordinò con voce sorda di passare per il Grand-Cours e di fermarsi alla porta del marchese di Saint-Méran.

Villefort trovò la marchesa e la figlia nello studio. Vedendo Renée, il sostituto rabbrividì, perché ebbe timore che la giovane gli domandasse un’altra volta la libertà di Dantès. Ma purtroppo, bisogna dirlo, la giovane non era preoccupata che da una cosa: della partenza di Villefort. Lei amava Villefort; Villefort partiva nel momento che doveva divenire suo marito, Villefort non poteva dire quando sarebbe ritornato. Renée invece di compiangere Dantès, malediceva l’uomo che per il suo delitto la separava dal fidanzato.

E Mercedes? Che doveva dunque dire Mercedes che aveva ritrovato Fernando all’angolo della strada della Loggia dove l’aveva seguita? Era rientrata ai Catalani, e per il dolore, moribonda e disperata si era gettata sul suo letto. Fernando si era messo in ginocchio e stringendo la gelida mano di Mercedes che non pensava a ritirarla, la copriva di ardenti baci, che Mercedes non sentiva. Ella passò la notte così; la lampada si spense quando non vi fu più olio e lei non vide l’oscurità, come non aveva visto la luce. Il giorno ritornò senza che se ne accorgesse.

Il dolore aveva posto innanzi agli occhi una benda che non lasciava vedere che Edmond.

«Ah, voi siete qui?» disse finalmente, voltandosi verso Fernando.

«Da ieri sera non vi ho più lasciata», disse Fernando con un doloroso sospiro.

In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Aveva saputo che Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione; allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza sul procuratore. Ma già correva voce che il giovane era stato arrestato sotto l’imputazione di essere un agente bonapartista; e siccome a quell’epoca i più audaci credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone per ritornare sul trono, così Morrel in ogni luogo aveva trovato freddezza, timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, convenendo che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente.

Caderousse da parte sua era molto inquieto e tormentato.

Invece di uscire come aveva fatto Morrel, invece di tentare qualche cosa in favore di Dantès, per il quale d’altronde non poteva far niente, si era rinchiuso nella sua camera con due bottiglie di vino di Cassis e aveva cercato di annegare la sua inquietudine nell’ubriachezza. Ma nello stato di spirito in cui si trovava, due bottiglie erano poca cosa per assopire la sua ragione. Era troppo ubriaco per poter andare a cercare altro vino; poco ubriaco perché l’ubriachezza potesse estinguere la sua memoria. Appoggiato con i gomiti a un tavolo di legno, davanti alle due bottiglie vuote, vedeva ronzare al riflesso della candela dal lungo lucignolo tutti quegli spettri che Hoffmann ha sparsi nei suoi manoscritti inumiditi dai punch, come una polvere nera e fantastica.

Danglars solo non era né tormentato né inquieto. Danglars era anzi allegro, poiché si era vendicato di un nemico, e aveva assicurato a bordo del Pharaon la carica che temeva di perdere. Danglars era uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro l’orecchio e un calamaio al posto del cuore; per lui a questo mondo tutto era sottrazione e moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto più preziosa di un uomo, quando questa cifra poteva aumentare il totale dei suoi vantaggi. Danglars era dunque andato a letto come sempre, e dormiva tranquillamente.

Villefort, dopo aver ricevuto dal conte di Salvieux una lettera diretta al conte di Blacas, baciò la mano alla signora di Saint-Méran, strinse quella del marchese era partito, e ora viaggiava sulla via d’Aix.

Il padre di Dantès moriva dal dolore e d’inquietudine.

Di Edmond abbiamo già visto ciò che accadde.



10. Il gabinetto delle Tuileries

Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, lungo la quale grazie al triplicare delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso due o tre saloni nel piccolo gabinetto delle Tuileries, ben noto per essere stato il favorito di Napoleone nonché di Luigi XVIII.

Lì, in quel gabinetto, davanti a un tavolo di noce che era stato trasportato da Hartwell, e al quale, per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi, egli portava una particolare affezione, re Luigi XVIII ascoltava con poca attenzione un uomo di circa cinquant’anni, con i capelli grigi, di figura nobile e severa, facendo delle postille sul margine di un volume di Orazio, edito dal Gryphius, molto scorretto, sebbene stimato, e che si prestava molto alle sagaci osservazioni filosofiche di Sua Maestà.

«Dicevate dunque, signore?» disse il re.

«Dicevo che io sono molto inquieto, da non poterlo essere di più, sire.»

«Davvero? Avete visto in sogno sette vacche grasse, e sette vacche magre?»

«No, sire, perché ciò non ci annuncerebbe che sette anni di fertilità o sette anni di carestia, e, con un re previdente, come Vostra Maestà, la carestia non sarebbe da temersi.»

«Di quale altro flagello si tratta dunque mio caro Blacas?»

«Sire, temo qualche tentativo disperato.»

«E da parte di chi?»

«Da parte di Bonaparte, o almeno dei suoi partigiani.»

«Mio caro Blacas», disse il re, «con i vostri terrori m’impedite di lavorare.»

«Vostra Maestà mi ordina forse di non insistere su questo argomento?»

«No, mio caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra: voi dovete trovarvi il rapporto del ministro di polizia in data di ieri… Ma osservate, ecco il signor Dandré in persona: non è vero?» interruppe Luigi XVIII voltandosi verso l’usciere che infatti annunciava l’arrivo del ministro di polizia. «Entrate, barone, e raccontate al conte ciò che voi sapete di più recente sul conto di Bonaparte. Non ci nascondete nulla della situazione, per quanto grave essa sia. Sentiamo: l’isola d’Elba è un vulcano, e stiamo noi per vederne uscire la guerra tutta fiammeggiante, bella, orridamente bella?»

«Vostra Maestà», disse il ministro, «avrà consultato il rapporto di ieri.»

«Sì, ma dite al conte che non ha potuto trovarlo, ciò che contiene questo rapporto, spiegategli ciò che fa l’usurpatore nella sua isola.»

«Signore», disse il barone al conte, «tutti i buoni servitori di Sua Maestà non hanno che da rallegrarsi delle recenti notizie che ci giungono dall’isola d’Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; passa delle intere giornate a vedere lavorare alle miniere di Porto Longone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo l’usurpatore diventerà pazzo.»

«Pazzo?»

«Pazzo da legare. La sua testa s’indebolisce. Ora piange calde lacrime ora ride a gola aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi nell’acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei balzi, sembra così contento come se avesse vinto un’altra Marengo, o una nuova Austerlitz. Ecco, voi ne converrete, questi son segni di pazzia.»

«O di saggezza, signor barone, o di saggezza», disse ridendo Luigi XVIII. «I grandi capitani dell’antichità si divertivano a gettare sassi in mare. Vedete Plutarco nella vita di Scipione l’Africano. Ebbene Blacas, che ne pensate?» disse il re, sospendendo un istante di consultare il voluminoso libro che teneva aperto innanzi a sé.

«Dico, sire, che il ministro di polizia o io ci sbagliamo. Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poiché ha in custodia l’onore e la salute di Vostra Maestà, è probabile che sia io in errore. Ciononostante sire, al posto di Vostra Maestà interrogherei la persona con cui ho parlato e che giunse qui per dirmi: un gran pericolo minaccia il re. Ecco perché bramerei che Vostra Maestà gli facesse questo onore.»

«Volentieri, conte, sotto i vostri auspici riceverò chi vorrete: ma voglio riceverlo con le armi in mano. Signor ministro, avete un rapporto più recente di questo? Perché questo porta la data del 20 febbraio e noi siamo al 3 di marzo.»

«No, sire, ma io ne attendo uno da un’ora all’altra. Sono uscito da questa mattina e in mia assenza può esser giunto…»

«Andate in prefettura, e se ce n’è uno portatelo, se poi non c’è…»

«Ebbene?»

«Ebbene», continuò ridendo Luigi XVIII, «se non c’è, fatene uno. Non è forse così che si usa?»

«Oh, sire», disse il ministro, «grazie a Dio su questo rapporto non c’è bisogno d’inventare niente. Ogni giorno i nostri uffici sono ingombri di una quantità di denunce circostanziate, che pervengono da una folla di poveri diavoli che sperano in un po’ di riconoscenza per i servizi che essi non rendono, ma che vorrebbero rendere. Essi giocano d’azzardo, e sperano che un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di realtà alle loro predizioni.»

«Va bene, andate, signore», disse Luigi XVIII, «e non dimenticate che io vi aspetto.»

«Vado e vengo, sire, fra dieci minuti sarò di ritorno.»

«E io, sire», disse Blacas, «vado a cercare il mio messaggero che ha fatto 220 leghe in tre giorni.»

«È bene prendersi della fatica e dell’incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi che c’impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato ne soffra minimamente…?»

«Ah, sire, voi ricompensate male questo povero giovane che giunge così di lontano e con tanto ardore per recare un utile avviso a Vostra Maestà! Non fosse che per il conte di Salvieux che me lo raccomanda, vi supplico di riceverlo bene.»

«Di Salvieux, il ciambellano di mio fratello?»

«Egli stesso, che ora si trova a Marsiglia.»

«Ed è di là che mi scrive?»

«Sì, Maestà.»

«Vi parla anche lui di questa cospirazione?»

«No, ma mi raccomanda il signor Villefort e m’incarica d’introdurlo presso Vostra Maestà.»

«Villefort!» esclamò il re. «E perché non me lo avete detto subito», aggiunse lasciando scorgere sul suo viso un principio d’inquietudine.

«Sire, credevo che questo nome fosse sconosciuto a Vostra Maestà.»

«No, no davvero, mio caro Blacas, egli è un uomo serio, elevato, e soprattutto ambizioso. Eh, perbacco! Voi conoscerete il nome di suo padre, Noirtier.»

«Noirtier il girondino? Noirtier il senatore?»

«Precisamente.»

«E Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo?»

«Mio caro conte, vi ho già detto che Villefort è ambizioso e, per innalzarsi, Villefort sacrificherà tutto… anche suo padre.»

«Allora, sire, debbo dunque farlo entrare?»

«Sull’istante, conte. Dov’è?»

«Mi aspetta giù nella mia carrozza.»

Il conte uscì con la vivacità di un giovanotto; l’ardore sincero per la causa regia gli dava la sveltezza dei vent’anni.

Luigi XVIII, rimasto solo, riportò gli occhi sul suo Orazio semiaperto e mormorò: «Justum et tenacem propositi virum».

Blacas risalì con la stessa velocità con cui era disceso. Ma nell’anticamera fu costretto a invocare l’autorità del re. L’abito polveroso di Villefort, il suo costume per niente conforme alla tenuta di corte aveva scandalizzato il maestro di cerimonie, che si meravigliò di trovare in quel giovane la pretesa di presentarsi al re vestito in quel modo. Il conte appianò le difficoltà con le semplici parole: «Ordine di Sua Maestà» e malgrado le osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per quello strappo all’etichetta, Villefort fu introdotto.

Il re era seduto nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il conte.

Aprendo la porta Villefort si trovò esattamente di fronte a lui e il primo movimento del giovane magistrato fu di fermarsi.

«Entrate, signor Villefort», disse il re, «entrate.»

Villefort salutò, fece qualche passo in avanti, aspettando che il re lo interrogasse.

«Signor Villefort», continuò Luigi XVIII, «ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa di importante da dirci.»

«Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maestà lo riconoscerà.»

«Per prima cosa, il male è così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuole far credere?»

«Sire, lo credo grave, ma, grazie alla mia diligenza, spero non sia irreparabile.»

«Parlate quanto volete», disse il re, che cominciava a lasciarsi prendere dall’emozione che aveva alterato il viso di Blacas e che alterava la voce di Villefort. «Parlate e soprattutto cominciate dal principio; io amo l’ordine in tutte le cose.»

«Sire», disse Villefort, «io farò a Vostra Maestà un rapporto fedele, ma prego frattanto di volermi scusare se, per la confusione in cui mi trovo, dovessi mettere qualche oscurità nelle mie parole.»

Un’occhiata gettata sul re dopo questo esordio insinuante assicurò Villefort della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: «Sire, io sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunciare a Vostra Maestà che ho scoperto, con le risorse delle mie funzioni, non già uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano ogni giorno fra i ranghi del popolo e dell’esercito, ma una vera cospirazione, una tempesta che minaccia il trono di Vostra Maestà. Sire, l’usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche progetto, forse insensato, ma fors’anche terribile per quanto insensato. A quest’ora dev’essere partito dall’isola d’Elba per andare, dove non so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa, o a Napoli, o sulle coste della Toscana, o anche nella stessa Francia. Come certamente Vostra Maestà saprà, il sovrano dell’isola d’Elba ha conservato delle relazioni con l’Italia e con la Francia».

«Sì, signore, lo so», disse il re molto impressionato, «e ultimamente si ebbero degli avvisi che si tenevano delle riunioni bonapartiste in rue Saint-Jacques. Ma continuate vi prego: come avete avute queste informazioni?»

«Sire, esse risultano dall’interrogatorio che ho fatto a un uomo di Marsiglia, che da molto tempo facevo sorvegliare e che ho fatto arrestare il giorno della partenza. Quest’uomo, marinaio turbolento e d’un bonapartismo sospetto, è stato segretamente all’isola d’Elba. Egli ha visto il gran maresciallo, che lo ho incaricato di una commissione verbale per un bonapartista, di cui non mi è riuscito di fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti a un ritorno. Noti Vostra Maestà, che è l’interrogato che parla. Un ritorno che non può mancare di essere vicino.»

«E dov’è quest’uomo?» disse Luigi XVIII.

«In prigione, sire.»

«E la cosa vi è sembrata grave?»

«Tanto grave, sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso in mezzo a una festa di famiglia, il giorno stesso del mio fidanzamento ho tutto lasciato, fidanzata, e amici, tutto differito ad altro tempo, per venire a depositare, ai piedi di Vostra Maestà, i timori da cui ero preso e le assicurazioni della mia devozione.»

«È vero», disse Luigi XVIII, «c’era un progetto di matrimonio fra voi e la signorina di Saint-Méran.»

«La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà.»

«Sì, sì, ma ritorniamo al complotto.»

«Sire, temo che non sia più un complotto, ma piuttosto una cospirazione.»

«Una cospirazione in questi tempi», disse Luigi XVIII sorridendo, «è cosa facile a pensarsi, ma ben difficile a condursi a termine. Ristabiliti da ieri sul trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti allo stesso tempo sul passato, sul presente e sull’avvenire. Da dieci mesi i miei ministri raddoppiano la sorveglianza perché il litorale del Mediterraneo sia ben guardato. Se Bonaparte sbarcasse a Napoli, tutta la coalizione sarebbe in piedi, prima che egli giunga a Piombino; se sbarcasse in Toscana, metterebbe il piede in un paese nemico; se sbarcasse in Francia lo farà con un pugno di uomini, e noi ne avremo facilmente ragione, esecrato come è dalla popolazione. Rassicuratevi dunque, signore, ma non contate però meno sulla nostra reale riconoscenza.»

«Ah, ecco qui il ministro di polizia», esclamò il conte di Blacas.

In quel momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta pallido, tremante e con l’occhio vacillante, come se fosse stato colpito da vivissima luce.

Villefort fece per ritirarsi, ma Blacas lo trattenne per la mano.

11. Il lupo di Corsica

Luigi XVIII, di fronte a quel viso stravolto, spinse violentemente innanzi a sé la tavola presso cui sedeva.

«Cosa avete dunque, signor barone?» esclamò. «Mi sembrate molto preoccupato; queste esitazioni hanno rapporto con ciò che diceva Blacas, e con ciò che mi viene confermato da Villefort?»

Blacas si accostava al barone, ma il terrore del cortigiano impediva di trionfare all’orgoglio dell’uomo di Stato; infatti in una simile circostanza era assai meglio essere umiliato dal prefetto di polizia, che umiliarlo.

«Sire…» balbettò il barone.

«Ebbene, sentiamo», disse Luigi XVIII.

«Oh sire, quale terribile disgrazia! Io sono da compiangere. Non me ne consolerò mai…»

«Signore», disse Luigi XVIII, «vi ordino di parlare.»

«Ebbene, sire, l’usurpatore ha lasciato l’isola d’Elba il 28 febbraio ed è sbarcato il primo marzo.»

«E dove? In Italia?» domandò impazientemente il re.

«In Francia, sire, in un piccolo porto presso Antibes, nel golfo Juan.»

«L’usurpatore è sbarcato in Francia, presso Antibes, nel golfo Juan, a duecentocinquanta leghe da Parigi, il primo marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 3 marzo!… Eh, signore, ciò che mi dite è impossibile; vi sarà stato fatto un falso rapporto.»

«Ahimè, sire, ciò che vi annuncio è purtroppo vero!»

Luigi XVIII ebbe un gesto di collera e di spavento, si drizzò in piedi, come se un colpo imprevisto lo avesse percosso nello stesso tempo al cuore e al viso.

«In Francia!» esclamò. «L’usurpatore in Francia! Non era dunque sorvegliato quest’uomo? Oppure, chissà!, si era d’accordo con lui?»

«Oh, sire», esclamò il conte di Blacas, «non è un uomo come il ministro di polizia quello che può essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi e il barone condivideva l’accecamento generale, ecco tutto.»

«Ma…» disse Villefort. Poi arrestandosi d’un tratto: «Ah, perdono, perdono, sire», disse inchinandosi, «il mio zelo mi trasportava; che Vostra Maestà si degni scusarmi.»

«Parlate signore, parlate con ardire», disse Luigi XVIII, «voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio.»

«Sire», disse Villefort, «l’usurpatore è detestato in tutto il meridione, e mi sembra che se si azzarda in qualche tentativo, si può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadoca.»

«Sì, senza dubbio», disse il ministro, «ma avanza dalla parte di Gap e Sisteron.»

«Come avanza?» disse Luigi XVIII. «Marcia dunque su Parigi?»

Il ministro di polizia tacque, il suo silenzio equivaleva a una conferma.

«E il Delfinato, signore», domandò il re a Villefort, «credete che possa esser sollevato come la Provenza?»

«Sire, sono dolente di dover dire a Vostra Maestà una verità crudele: lo spirito del Delfinato è ben lungi da quello della Provenza e della Linguadoca. Sire, tutti i montanari sono bonapartisti.»

«Ecco», mormorò Luigi XVIII, «Napoleone era bene informato. E quanti uomini ha con sé?»

«Sire, non lo so», disse il ministro di polizia.

«Come non lo sapete! Voi avete dimenticato d’informarvi di questa circostanza? È vero, è di poco interesse», aggiunse il re con un sorriso sarcastico.

«Sire, il dispaccio porta semplicemente l’annuncio dello sbarco e la strada che ha preso l’usurpatore.»

«E come vi è giunto questo dispaccio?» domandò il re.

Il ministro abbassò la testa, e un vivo rossore si sparse sulla sua fronte.

«Dal telegrafo, sire.»

Luigi XVIII fece un passo avanti e incrociò le braccia sul petto come avrebbe fatto Napoleone.

«E così», disse impallidendo di collera, «sette eserciti coalizzati hanno rovesciato quest’uomo, un miracolo del cielo mi ha rimesso sul trono dei miei padri dopo venticinque anni d’esilio, io ho per venticinque anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa Francia che mi era stata promessa, perché giunto poi alla meta di tutti i miei voti, una forza che tenevo stretta fra le mani, scoppi a un tratto e mi stritoli!»

«Sire, è una fatalità», mormorò il ministro, accorgendosi che un simile peso, leggero in apparenza, era sufficiente a schiacciare un uomo.

«Cadere!» continuò Luigi XVIII, intravedendo a un tratto il precipizio su cui pendeva la monarchia. «Cadere, ed essere avvisati dal telegrafo della propria caduta! Oh, quanto preferirei salire sul patibolo di Luigi XVI, che discendere le scale delle Tuileries scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, signore, voi non sapete che cos’è in Francia!»

«Sire! Sire!» mormorò il ministro, «per pietà!»

«Avvicinatevi, signor Villefort», continuò il re, volgendosi al giovane che, ritto, immobile e in disparte, considerava l’andamento di quella conversazione, ove si agitavano i perduti destini di un regno, «avvicinatevi, e dite al signor ministro che si poteva saper molto tempo prima, tutto ciò che non ha saputo.»

«Sire, era materialmente impossibile indovinare i progetti di quest’uomo, nascosti a tutti», balbettò il ministro.

«Materialmente impossibile! Ecco, signore, una gran parola. Disgraziatamente vi sono dei grandi uomini come vi sono delle grandi parole, io li ho misurati. Materialmente impossibile a un ministro che ha un dicastero, degli uffici, degli agenti, delle spie e un milione e mezzo di franchi per i fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a sessanta leghe dalle coste della Francia! Ebbene, ecco qui questo signore che non aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato, che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire un telegrafo.»

Lo sguardo del ministro di polizia si puntò con una espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa con la modestia del trionfo.

«Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas», continuò il re, «poiché se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di perseverare nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerato la relazione di Villefort come insignificante o anche suggerita da un’ambizione venale, e avrebbe atteso i segni del telegrafo!…»

Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia aveva pronunciato con tanta sicurezza un’ora prima.

Villefort comprese lo stato d’animo del re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare dall’ebbrezza delle lodi, ma egli temeva di farsi un nemico mortale nel ministro di polizia, sebbene vedesse che questi era irrevocabilmente perduto. Infatti il ministro, che nella pienezza del suo potere non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle convulsioni della sua agonia penetrare il segreto di Villefort? Per far ciò non gli sarebbe servito altro che interrogare Dantès. Egli dunque venne in soccorso del ministro, invece di aggravarne la posizione.

«Sire», disse Villefort, «la rapidità dell’evento deve provare alla Maestà Vostra che il cielo solo poteva impedirlo, suscitando una burrasca. Ciò che Vostra Maestà crede in me l’effetto di una profonda perspicacia è dovuto a un puro e semplice caso. Ho approfittato di questo caso come un servo fedele, ed ecco tutto. Non mi attribuite più di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che avete concepito di me.»

Il ministro di polizia ringraziò il giovane con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel proprio disegno: vale a dire che, senza perder niente della riconoscenza del re, si era procurato un amico sul quale poteva contare all’occorrenza.

«Sta bene», disse il re, «signori», voltandosi verso Blacas e il ministro, «io non ho più bisogno di voi; ciò che resta da fare, spetta al ministro della Guerra.»

«Fortunatamente, sire», disse Blacas, «noi possiamo contare sull’esercito; Vostra Maestà sa come tutti i rapporti ce lo dipingono devoto al vostro governo.»

«Non mi parlate di rapporti, conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. E, a proposito di rapporti, signor barone, cosa avete saputo sull’affare di rue Saint-Jacques?»

«Sull’affare di rue Saint-Jacques!» esclamò Villefort, senza poter trattenere un’esclamazione, ma fermandosi di botto: «Perdono, sire», disse, «la mia devozione a Vostra Maestà mi fa incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perché questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole dell’etichetta».

«Dite e fate, signore», aggiunse Luigi XVIII, «voi oggi avete acquistato il diritto d’interrogare.»

«Sire», intervenne il ministro di polizia, «oggi venivo precisamente per dare a Vostra Maestà le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento, allorché l’attenzione di Vostra Maestà si è rivolta alla terribile catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse alcun interesse per il re.»

«Al contrario, signore, al contrario», disse Luigi XVIII, «questo affare mi sembra avere un rapporto diretto con quello che ci occupa, e la morte del generale Epinay ci metterà forse sulla strada di un gran complotto interno.»

Al nome del generale Epinay, Villefort rabbrividì.

«Effettivamente, sire», riprese il ministro di polizia, «tutto ci condurrebbe a credere che questa morte non fosse il risultato di un suicidio, come si era creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Epinay usciva, a ciò che sembra, da una riunione bonapartista, quando disparve. Un uomo sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa sua, e gli aveva dato appuntamento in rue Saint-Jacques. Per disgrazia il domestico che lo pettinava nel momento in cui questo sconosciuto era stato introdotto nel salotto, ha bene inteso nominare rue Saint-Jacques, ma non si è ricordato bene il numero.»

Man mano che il ministro di polizia dava al re queste informazioni, Villefort, che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e impallidiva.

Il re si voltò verso di lui: «Non pensate al pari di me, signor Villefort, che il generale Epinay, che si faceva credere del partito dell’usurpatore, ma che realmente era tutto a me devoto, sia perito vittima di un’insidia bonapartista?»

«È probabile, sire», rispose Villefort. «Ma non se ne sa altro?»

«Si è sulle sue tracce?» chiese il re.

«Sì, il domestico ne ha dato i connotati. È un uomo fra i cinquanta e i cinquantadue anni, bruno, con gli occhi neri coperti da folte sopracciglia, porta le basette, indossava un soprabito turchino abbottonato, e ha all’occhiello il nastro di ufficiale della Legion d’Onore. Ieri fu seguito un individuo i cui connotati corrispondono perfettamente a quelli che ho detto, ma è stato perduto di vista all’angolo di rue Juspine con rue Héron.»

Villefort si era appoggiato allo schienale di una sedia, poiché, a mano a mano che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe venirgli meno; ma quando udì che lo sconosciuto era sfuggito alle ricerche dell’agente che lo seguiva, respirò di sollievo.

«Voi farete tutte le ricerche possibili di quest’uomo», disse il re al ministro di polizia, «perché, se come ogni cosa fa credere, il generale Epinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto vittima di un assassinio, bonapartista o no, voglio che i suoi assassini siano crudelmente puniti.»

Villefort ebbe bisogno di tutto il suo sangue freddo per non tradire il terrore che gli veniva ispirato da questa raccomandazione del re.

«Cosa strana», continuò il re, di buonumore, «la polizia crede di aver detto tutto quando ha detto: “È stato commesso un assassinio”, e tutto fatto quando ha aggiunto: “Si è sulle tracce dei colpevoli”.»

«Sire, Vostra Maestà, io spero che su questo punto almeno sarà soddisfatta.»

«Va bene, vedremo. Io non vi trattengo oltre, barone. Signor Villefort, voi dovete essere stanco di questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Senza dubbio avrete preso alloggio da vostro padre?»

Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort.

«No, sire», diss’egli, «sono sceso all’albergo Madrid, in rue Tournon.»

«Ma avete visto il signor Noirtier?»

«Io mi sono fatto condurre sull’istante presso il conte di Blacas.»

«Ma voi lo vedrete almeno?»

«Non lo penso, sire.»

«Ah, è giusto», disse Luigi XVIII sorridendo, in modo da provare che tutte queste reiterate domande non erano state fatte senza un perché. «Dimenticavo che non siete in buoni rapporti con il signor Noirtier, e siccome questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa reale, bisogna ch’io vi ricompensi.»

«Sire, la bontà che mi dimostra la Maestà Vostra è una ricompensa che sorpassa tanto i miei desideri, che non mi resta più nulla da chiedere al re.»

«Non importa, signore, noi non vi dimenticheremo, state tranquillo.»

E così dicendo il re staccò la croce della Legione d’Onore che portava di solito sul suo abito vicino alla croce di San Luigi e la diede a Villefort.

«Nel frattempo», disse, «portate sempre questa croce.»

«Sire», disse Villefort, «Vostra Maestà s’inganna, questa croce è quella di ufficiale.»

«In fede mia, signore», disse il re, «prendetela tale quale è, io non ho il tempo di farne richiedere un’altra. Blacas, voi sorveglierete affinché sia spedito il brevetto a Villefort.»

Gli occhi di Villefort si inumidirono di una orgogliosa gioia, egli prese la croce e la baciò.

«Ora quali sono gli ordini che mi fa l’onore di darmi la Maestà Vostra?»

«Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che se non potete giovarmi a Parigi, tuttavia potrete essermi di grandissima utilità a Marsiglia.»

«Sire», rispose Villefort inchinandosi, «fra un’ora sarò partito da Parigi.»

«Andate», disse il re, «e se un giorno vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio pensiero… Signor barone, date ordine perché si vada a cercare il ministro della Guerra.»

«Ah, signore», disse il ministro di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuileries, «voi entrate per la porta buona, la vostra fortuna è fatta!»

«Durerà a lungo?» mormorò Villefort, salutando il ministro, la cui carriera era finita, e cercando con gli occhi una carrozza per ritornare all’albergo.

Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gettò dentro, lasciandosi trasportare dai suoi sogni d’ambizione. Dieci minuti dopo Villefort era rientrato all’albergo. Dispose che i cavalli da posta fossero pronti di lì a due ore e frattanto gli si servisse la colazione. Stava per mettersi a tavola, quando il suono del campanello vibrò agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere andò ad aprire, e Villefort intese pronunciare il suo nome.

«Chi può già sapere ch’io sono qui?» si domandava il giovane.

In quel mentre entrava il cameriere.

«Ebbene?» disse Villefort. «Che c’è? Chi ha suonato? Chi chiede di me?»

«Uno straniero che non ha voluto dire il suo nome.»

«E quali apparenze ha questo straniero?»

«Ma… è un uomo di una cinquantina di anni.»

«Alto? Basso?»

«Pressappoco della vostra statura, signore, bruno, molto bruno, capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e basette nere.»

«Com’è vestito?» domandò agitato Villefort.

«Con un gran soprabito turchino abbottonato dall’alto al basso, e fregiato della decorazione della Legion d’Onore.»

«È lui!» mormorò Villefort impallidendo.

«Eh, perbacco», disse comparendo sulla porta l’uomo di cui abbiamo dato i connotati, «ci vogliono dunque così molte cerimonie? C’è forse il costume a Marsiglia che i figli facciano fare anticamera al padre?»

«Mio padre!» esclamò Villefort. «Non mi ero dunque sbagliato, sospettavo foste voi.»

«Allora se tu sospettavi che fossi io», riprese il nuovo arrivato, ponendo il bastone in un angolo e il cappello su una sedia, «permettimi di dirti, mio caro Gérard, che non è una bella cosa farmi aspettare in tal modo.»

«Lasciateci, Germain», disse Villefort.

Il cameriere uscì, dando segni visibili di meraviglia.

12. Padre e figlio

Noirtier, poiché era proprio lui, seguì con lo sguardo il domestico fino a che non fu chiusa la porta; poi, temendo senza dubbio che stesse ad ascoltare nell’anticamera, andò a riaprirla e a guardare: la precauzione non era stata inutile, e la rapidità con la quale Germain si ritirò, provava ch’egli non era esente dal peccato che perdette i nostri primi padri. Noirtier si incaricò allora di andare egli stesso a chiudere la porta dell’anticamera, richiuse quella in cui erano, e tese la mano a Villefort, che aveva seguito tutti questi movimenti con una sorpresa da cui non si era ancora rimesso.

«Mio caro Gérard», disse il padre guardandolo con un sorriso di cui era difficile definire l’espressione, «lo sai che non sembri molto contento di rivedermi?»

«Al contrario, padre mio, ne sono incantato; soltanto ero così lontano, ve lo confesso, dall’attendere una vostra visita ch’essa mi ha in qualche modo meravigliato.»

«Mio caro», disse Noirtier sedendosi, «mi pare che io potrei dirti altrettanto. Come! Tu mi hai annunciato il tuo fidanzamento a Marsiglia per il giorno 28 febbraio, e il 3 marzo sei a Parigi?»

«Se io vi sono, padre mio», disse Gérard avvicinandosi a Noirtier, «non ve ne lamentate; perché è per voi che sono venuto qui, e il mio viaggio forse vi salverà.»

«Ah, davvero!» disse Noirtier allungandosi con noncuranza sulla sedia sulla quale si era seduto. «Davvero!? Raccontami dunque, signor magistrato. Dev’essere una cosa interessante!»

«Padre mio, dovete certamente avere sentito parlare di un complotto bonapartista che tiene le sue riunioni in rue Saint-Jacques?»

«Numero 53, sì, io ne sono il vicepresidente.»

«Padre mio, il vostro sangue freddo mi fa fremere.»

«Che vuoi, mio caro, quand’uno è stato proscritto dai montagnardi, quando è uscito da Parigi in un carretta di fieno, quando è stato attorniato nelle lande di Bordeaux dagli sgherri di Robespierre, ciò agguerrisce a ben molte cose. Ma continua dunque. Ebbene, cosa è accaduto in questa riunione di rue Saint-Jacques?»

«È accaduto che vi si fece venire il generale Epinay, e il generale Epinay, uscito alle nove di sera da casa sua, fu ritrovato l’indomani nella Senna.»

«E chi ti ha raccontato questa bella storia?»

«Il re stesso, signore!»

«Ebbene, in cambio della tua storia ti darò una notizia.»

«Padre mio, credo già di saper ciò che volete dirmi.»

«Ah, tu sai dello sbarco di Sua Maestà l’imperatore!»

«Silenzio, padre mio, vi prego, prima per voi e poi per me; sì, sapevo questa notizia, e la sapevo ancora prima di voi, poiché è da tre giorni che volo sulla strada da Marsiglia a Parigi, con la rabbia di non poter lanciare a duecento leghe innanzi a me il pensiero che mi brucia il cervello.»

«Sono tre giorni! Ma sei pazzo? Tre giorni fa l’imperatore non era ancora sbarcato.»

«Non importa; sapevo il suo progetto.»

«E come?»

«Per mezzo di una lettera che vi era stata indirizzata dall’isola d’Elba, e che ho sorpresa nel portafoglio di un messaggero. Se questa lettera fosse andata nelle mani di un altro, a quest’ora, padre mio, forse sareste stato fucilato.»

Il padre di Villefort si mise a ridere.

«Andiamo, andiamo», disse, «sembra che la Restaurazione abbia appreso dall’Impero il modo di risolvere gli affari… Fucilato! Caro mio, e come potevi crederlo? E questa lettera dov’è? Ti conosco troppo per credere che tu l’abbia lasciata perdere.»

«L’ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; perché quella lettera era la vostra condanna.»

«E la perdita dell’avvenire», rispose freddamente Noirtier. «Sì, lo capisco; ma ora io non ho più nulla da temere, purché tu mi protegga.»

«Io faccio anche più di questo. Vi salvo.»

«Oh diavolo! Ciò diventa più drammatico: spiegati.»

«Signore, ritorno al circolo in rue Saint-Jacques.»

«Sembra che questo circolo stia a cuore alla polizia. Perché non l’hanno cercato meglio? L’avrebbero trovato.»

«Essi non l’hanno trovato, ma ne sono sulle tracce.»

«Questa è la parola d’uso, lo so bene: quando la polizia non sa niente, dice che essa è sulle tracce, e il governo aspetta tranquillamente il giorno in cui essa venga a dire, con le orecchie basse, che queste tracce sono perdute.»

«Sì, ma fu ritrovato un cadavere: il generale è stato ammazzato, e in tutti i Paesi del mondo questo si chiama un assassinio.»

«Un assassinio, dici! Andiamo, via, niente prova che il generale sia stato vittima di un assassinio; tutti i giorni si ritrova gente nella Senna che vi si getta per disperazione, o vi si annega, non sapendo nuotare.»

«Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si è annegato per disperazione, e che non si va a fare un bagno nella Senna nel mese di gennaio. No, no, non vi illudete, questa morte è stata qualificata come un assassinio.»

«E chi l’ha qualificata in tal modo?»

«Il re stesso.»

«Il re! Vuoi sapere come sono andate le cose? Ebbene, te lo dirò. Si credeva di poter contare sul generale Epinay che ci era stato raccomandato dall’isola d’Elba. Uno dei nostri va da lui invitandolo a intervenire a un’assemblea di amici in rue Saint-Jacques. Egli viene, e là gli si spiega tutto il piano; la partenza dall’isola d’Elba, lo sbarco progettato. Poi quando ha udito tutto, inteso tutto, e non gli resta più niente da sapere, dichiara che è realista. Allora ciascuno si mette in guardia, gli si fa prestare giuramento; egli lo presta, ma di malavoglia. Ebbene, malgrado tutto ciò il generale fu lasciato uscire libero, perfettamente libero. Non è tornato a casa sua. Che vuoi? Mio caro, si allontanò da noi vivo. Avrà sbagliato strada, ecco tutto. Un assassinio! In verità, Villefort, tu sostituto procuratore del re imbastire un’accusa su prove così meschine! Ho io forse mai pensato di dirti, quando esercitavi il tuo mestiere di realista, e facevi tagliar la testa a uno dei miei: “Figlio mio, hai commesso un assassinio!?” No, io ho detto: “Benissimo! Oggi hai combattuto vittoriosamente; a domani la rivincita”».

«Padre mio, state in guardia, perché questa rivincita sarà terribile quando la prenderemo noi.»

«Non ti comprendo.»

«Voi contate sul ritorno dell’usurpatore?»

«Lo confesso.»

«V’ingannate, padre mio, egli non farà dieci leghe nell’interno della Francia, senza essere perseguitato, circondato, e catturato come una bestia feroce.»

«Mio caro, in questo momento è sulla via di Grenoble. Il 10 o il 12 sarà a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi.»

«Le popolazioni si solleveranno.»

«Per andargli incontro.»

«Egli non può avere con sé che pochi uomini, e gli verranno inviati contro degli eserciti…»

«Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In verità, mio caro Gérard, non sei che un ragazzo. Ti credi bene informato perché il telegrafo ha detto tre o quattro giorni dopo lo sbarco che l’usurpatore è sbarcato a Cannes con pochi uomini; lo si sta inseguendo. Ma dov’è? Che fa? Non si sa niente. Lo si insegue, ecco tutto ciò che si sa; ebbene, sarà inseguito fino a Parigi, senza bruciare una cartuccia.»

«Grenoble e Lione sono due città fedeli, gli opporranno una barriera insuperabile.»

«Grenoble gli aprirà le sue porte con entusiasmo, e la popolazione di Lione tutta intera uscirà per andargli incontro. Credimi, noi siamo tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val molto più della vostra. Ne vuoi una prova? Essa sa che tu volevi nascondermi il tuo viaggio e io ho saputo del tuo arrivo mezz’ora dopo che avevi passato la barriera. Non hai dato l’indirizzo ad alcun altro che al tuo postiglione; ebbene io ho conosciuto l’indirizzo e la prova è che giungo appunto nel momento in cui ti metti a tavola. Suona dunque e ordina che portino un altro coperto, pranzeremo insieme.»

«Infatti», rispose Villefort, guardando suo padre con stupore, «infatti mi sembrate bene informato.»

«Eh, mio Dio, la cosa è semplicissima: voi realisti avete il potere, non avete che quei mezzi che può fornire il denaro, ma noi che lo aspettiamo, abbiamo quelli che ci somministra la devozione.»

«La devozione?» disse Villefort ridendo.

«Sì, la devozione: è in tal modo che in termini onesti viene chiamata un’ambizione che spera.»

Così dicendo il padre di Villefort tese la mano sul cordone del campanello per chiamare il servitore, che non veniva chiamato da suo figlio.

Villefort gli trattenne il braccio.

«Aspettate, padre mio», disse il giovane, «una parola ancora…»

«Di’…»

«Per quanto sia mal organizzata la polizia realista, tuttavia, sa una cosa terribile.»

«Quale?»

«I connotati dell’uomo che la mattina del giorno in cui scomparve il generale Epinay si era presentato in casa sua.»

«Ah, sa ciò, questa buona polizia? E questi connotati quali sono?»

«Colorito bruno, capelli, baffi e occhi neri, soprabito turchino abbottonato fino al mento, nastro d’ufficiale della Legion d’Onore all’occhiello, cappello a larga tesa, e bastone di giunco.»

«Ah, ah, essa sa tutto ciò», disse Noirtier, «e perché dunque non ha messo la mano su quest’uomo?»

«Perché ieri l’altro l’ha perduto di vista all’angolo di rue Héron.»

«Dicevo bene, quando asserivo che la vostra polizia è stupida!»

«Non ne dissento, ma da un momento all’altro può ritrovarlo.»

«Sì», disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza intorno a sé, «sì, se quest’uomo non fosse stato avvertito, ma egli lo è, e», continuò ridendo, «cambierà di viso e di costume.»

A queste parole, si alzò, e levatosi il soprabito e la cravatta, andò verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose necessarie alla toilette di suo figlio. Preso un rasoio, insaponò il viso e con un polso perfettamente fermo tagliò quei baffi che lo compromettevano, dando alla polizia un indizio prezioso.

Villefort lo guardava con un timore non esente da ammirazione.

Tagliati i baffi, Noirtier diede un’altra piega ai capelli, prese, invece della cravatta nera, la prima cravatta di colore che trovò nel baule aperto di suo figlio, indossò, al posto del suo soprabito turchino e abbottonato, un abito di suo figlio color marrone e di taglio aperto, si provò davanti allo specchio il cappello ad ala stretta del giovane, e parendo soddisfatto del modo con cui gli andava, lasciò il bastone di giunco nel canto del caminetto ove l’aveva deposto e fece sibilare nella sua mano nervosa una piccola canna di bambù con la quale l’elegante sostituto dava al suo modo di camminare la disinvoltura che era una delle sue principali qualità.

«Ebbene», disse, voltandosi verso il figlio stupefatto di questo cambiamento così rapido, «ebbene, credi che la polizia potrà riconoscermi?»

«No, padre», balbettò Villefort, «o almeno lo spero.»

«Ora mio caro Gérard», continuò Noirtier, «rimetto alla tua prudenza fare sparire tutti gli oggetti che ti lascio in custodia.»

«Oh, state tranquillo, padre», disse Villefort.

«Sì, sì, ora credo che tu abbia ragione, e possa dire di avermi effettivamente salvato la vita. Ma stai tranquillo, ti renderò questo servizio quanto prima.»

Villefort scosse la testa.

«Non ne sei convinto?»

«Spero almeno che vi sbagliate.»

«Rivedrai il re?»

«Forse!»

«Vuoi passare ai suoi occhi per un profeta?»

«I profeti delle disgrazie sono sempre malvisti a corte.»

«Sì, ma un giorno o l’altro viene loro resa giustizia: supponi una seconda Restaurazione, allora passerai per un uomo ben più grande di Talleyrand del quale tutti conoscono la sagacia politica.»

«Insomma che dovrei dire al re?»

«Questo solo: “Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni della Francia, sull’opinione della città, sullo spirito dell’esercito. Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si chiama ancora l’usurpatore a Nevers, si chiama già Bonaparte a Lione, e imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, perseguitato, in fuga, ed egli cammina rapido come l’aquila che porta; i suoi soldati che voi credete morti di fame, stanchi dalla fatica e vicini a disertare, aumentano come le falde di neve intorno alla valanga che precipita. Sire, partite, abbandonate la Francia al suo vero padrone, a quello che l’ha conquistata, partite, sire. Non che voi corriate alcun pericolo: il vostro rivale è abbastanza forte per farvi grazia, perché è umiliante per un discendente di San Luigi dovere la vita all’eroe d’Arcole, di Marengo e d’Austerlitz”. Digli tutto ciò Gérard. O piuttosto, non dirgli niente, dissimula il viaggio, non ti vantare di ciò che sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta, e se hai volato sulla strada per venire, divora lo spazio per tornare; rientra a Marsiglia di notte, vai in casa dalla porta di dietro e resta là ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto ben inoffensivo, perché questa volta, io lo giuro, noi agiremo da persone rigorose, che conoscono i loro nemici. Va’ figlio mio, caro Gérard, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, o, se preferisci, questa deferenza per i consigli di un amico, noi ti lasceremo al tuo posto. Ciò sarà», aggiunse Noirtier sorridendo, «il mezzo per salvarmi una seconda volta, se la bilancia politica un giorno rimetterà te in alto, e me in basso. Addio, mio caro Gérard, al prossimo ritorno alloggerai a casa mia.»

E Noirtier uscì con la tranquillità che non lo aveva abbandonato un istante durante quella difficile conversazione.

Villefort, pallido e agitato, corse alla finestra, ne scostò la tenda, e lo vide passare calmo e impassibile in mezzo a due o tre uomini di cattivo aspetto, imboscati agli angoli della strada, che erano forse là per arrestare l’uomo dai baffi neri, dal soprabito turchino e dal cappello a larghe tese.

Villefort restò così, in piedi e anelante, fino a che suo padre disparve al quadrivio Bussy. Allora si lanciò sugli oggetti da lui lasciati: pose nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il soprabito turchino, contorse il cappello che cacciò sotto un armadio, ruppe il bastone di giunco in tre pezzi che gettò nel fuoco, indossò un berretto da viaggio, chiamò il suo cameriere, e con uno sguardo gli proibì le mille domande che avrebbe avuto volontà di fargli, saldò il conto dell’albergo, salì sulla carrozza che l’aspettava. Seppe a Lione che Bonaparte era entrato a Grenoble, e in mezzo all’agitazione che regnava lungo tutta la strada, giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano nel cuore dell’uomo ambizioso che riceve i primi onori.

13. I Cento Giorni

Noirtier fu un buon profeta, e le cose si misero in breve tempo come aveva detto. Tutti conoscono il ritorno dall’isola d’Elba. Ritorno strano, miracoloso, senza esempio nel passato, probabilmente senza imitazione nell’avvenire.

Luigi XVIII tentò assai debolmente di riparare a un colpo così forte. La sua poca confidenza negli uomini gli toglieva quella negli avvenimenti. Il regno, o piuttosto la monarchia riconosciuta in lui, tremò sulla sua base ancora incerta.

Dunque Villefort non ebbe dal suo re che una riconoscenza non solo inutile per il momento, ma anche pericolosa, e quella croce di ufficiale della Legion d’Onore ottenuta, ebbe la prudenza di non mostrarla, sebbene Blacas, come gli aveva raccomandato il re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto.

Napoleone di certo avrebbe destituito Villefort senza la protezione di Noirtier, divenuto onnipotente alla corte dei Cento Giorni, sia per i pericoli che aveva affrontato, sia per i servizi che aveva reso. Come gli era stato promesso, il girondino del ’93 e il senatore del 1806 protesse colui che lo aveva protetto il giorno innanzi.

Tutta la potenza di Villefort si limitò dunque, durante questa breve evocazione dell’Impero di cui fu facile prevedere la seconda caduta, a nascondere il segreto che Dantès era stato sul punto di divulgare. Il solo procuratore del Re fu destituito, essendo sospetto di freddezza in bonapartismo.

Il potere imperiale venne ristabilito appena l’imperatore abitò le Tuileries abbandonate da Luigi XVIII, ed ebbe lanciato innumerevoli ordini da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo introdotto i nostri lettori con Villefort, e dove sul tavolino di noce, a metà aperta e ancora piena, fu trovata la tabacchiera di Luigi XVIII.

Marsiglia, nonostante l’attitudine dei suoi magistrati, cominciò a sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra civile sempre male spenti nel Mezzogiorno. Poco mancò allora che le rappresaglie non andassero al di là di qualche schiamazzata, da cui furono assediati i realisti chiusi nelle loro case, o di pubblici affronti a coloro che si azzardarono a uscire. Per una naturale virata di bordo, il degno armatore, che già abbiamo designato come appartenente alla fazione popolare, si trovò a sua volta, non dirò onnipotente, perché Morrel era un uomo prudente e un po’ timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta fortuna commerciale, ma avvantaggiato.

Egli era in grado, perciò, di fare intendere i suoi reclami.

Questi reclami, come s’indovinerà facilmente, erano in favore di Dantès.

Villefort era rimasto in piedi a onta della caduta del suo superiore, e il suo matrimonio, sebbene rimanesse deciso, venne rimandato a tempi più felici.

Se l’imperatore conservava il trono, era un’altra alleanza che occorreva a Gérard, e suo padre sarebbe stato incaricato di trovarla. Se una seconda Restaurazione riconduceva Luigi XVIII in Francia, l’influenza di Saint-Méran raddoppiava, unitamente alla sua, e la progettata unione ritornava più convenevole di prima.

Il sostituto procuratore del re era dunque momentaneamente il primo magistrato di Marsiglia, allorché una mattina la porta s’aprì e gli venne annunciato il signor Morrel.

Un altro sarebbe andato sollecito incontro all’armatore, e con tal sollecitudine avrebbe tradito la sua debolezza.

Villefort era un uomo superiore che aveva, se non la pratica, almeno l’istinto di tutte le cose.

Egli fece fare anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la Restaurazione.

Morrel invece di trovare Villefort abbattuto, lo ritrovò come lo aveva visto sei settimane prima, cioè calmo, fermo e pieno di quella fredda gentilezza, la più insormontabile di tutte le barriere, che separa l’uomo elevato dall’uomo volgare.

Era penetrato nello studio di Villefort convinto che il magistrato avrebbe tremato alla sua vista, e fu lui invece che si trovò tutto tremante e commosso davanti a questo inquisitore, che lo aspettava col gomito sullo scrittoio e il mento appoggiato alla mano.

Egli si fermò sulla porta.

Villefort lo guardò come se avesse avuto qualche difficoltà a riconoscerlo.

Finalmente, dopo qualche secondo di esame e di silenzio, durante cui il degno armatore girava il suo cappello fra le mani: «Il signor Morrel, credo?» disse Villefort.

«Sì, signore, in persona», disse l’armatore.

«Avvicinatevi dunque», continuò il magistrato, facendo con la mano un segno di protezione, «e ditemi a quale circostanza debbo l’onore di una vostra visita.»

«Non ve lo immaginate, signore?» domandò Morrel.

«No, non saprei affatto. Ciò però non impedisce ch’io sia disposto a esservi favorevole se la cosa è in mio potere.»

«Questa dipende interamente da voi, signore», disse Morrel.

«Allora spiegatevi.»

«Signore», continuò l’armatore riprendendo la sua sicurezza man mano che parlava, e incoraggiato d’altronde dalla giustizia della sua causa e dalla chiarezza della sua posizione, «vi ricordate che qualche giorno prima che si sapesse dello sbarco di Sua Maestà l’imperatore, ero venuto a reclamare la vostra indulgenza per un disgraziato giovane, un marinaio, secondo a bordo della mia nave. Fu accusato, se vi ricordate, di relazioni con l’isola d’Elba. Queste relazioni, che erano delitti in quell’epoca, oggi sono titoli di favore. Voi servivate Luigi XVIII allora, e non gli usaste nessun riguardo, signore, ed era vostro dovere; oggi servite Napoleone e dovete proteggerlo, questo pure è vostro dovere. Vengo dunque a domandarvi che cosa avvenne di lui.»

Villefort fece un violento sforzo su se stesso.

«E il nome di quest’uomo?» domandò. «Abbiate la bontà di dirmelo…»

«Edmond Dantès.»

Evidentemente Villefort sarebbe stato più contento di misurare la pallottola di un avversario in un duello, che sentirsi pronunciare questo nome a così poca distanza; ciononostante non mosse tratto del viso. In questo modo, diceva a se stesso, non poteva essere accusato dell’arresto di quest’uomo per ragioni personali.

«Dantès», ripeté forte, «Edmond Dantès, avete detto?»

«Sì, signore.» Villefort aprì allora un grosso registro posto in un cassetto e scorso un indice trovò la pagina indicata, quindi rivolgendosi all’armatore: «Siete ben sicuro di non sbagliarvi, signore?» disse nel modo più naturale.

Se Morrel fosse stato un uomo più furbo o meglio illuminato su questo affare, avrebbe trovato cosa bizzarra che il sostituto procuratore del re si fosse degnato di rispondergli in tal maniera sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato perché Villefort non lo mandava piuttosto a consultare i registri dei detenuti, dal governatore delle prigioni, o dal prefetto del dipartimento. Ma Morrel cercando invano la causa del timore in Villefort non vi osservò null’altro che un tratto di premurosa condiscendenza.

Villefort aveva colto nel segno.

«No, signore», disse Morrel, «io non mi sbaglio. D’altronde, conosco il povero giovane da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto di me. Io venni, ve ne ricordate?, circa sei settimane fa a pregarvi di esser giusto. Voi mi riceveste molto male, rispondendomi seccato… Ah, allora i realisti erano ben severi con i bonapartisti!»

«Signore», disse Villefort con la presenza di spirito e il sangue freddo consueto, «io ero realista allora, perché credevo i Borboni non solamente gli eredi legittimi del trono, ma gli eletti della nazione. Il ritorno di cui siamo stati testimoni mi ha sorpreso, il genio di Napoleone ha vinto.»

«Alla buon’ora», esclamò Morrel con la sua buona e rozza franchezza, «mi fa piacere sentirvi parlare in tal modo, e io ne auguro bene per la sorte di Edmond.»

«Aspettate dunque», riprese Villefort, sfogliando un altro registro, «l’ho trovato… Un marinaio, non è così, che sposava una catalana? Sì, sì, ora me ne ricordo. Ma la cosa era molto grave.»

«Come?»

«Voi sapete che uscendo dal mio appartamento venne condotto alle prigioni del palazzo di giustizia?»

«Sì, ebbene?»

«Ebbene, feci il mio rapporto a Parigi, mandai le carte trovate su di lui, questo era mio dovere, che volete… e otto giorni dopo il suo arresto fu portato via.»

«Portato via!» esclamò Morrel. «Ma cosa avranno potuto fare di questo giovanotto?»

«Oh, state tranquillo, sarà stato portato a Fenestrelle, a Pinerolo, o alle isole di Santa Margherita. Ciò che si chiama trasferito, in termini di ufficio. E una bella mattina lo rivedrete tornare a prendere il comando del vostro bastimento.»

«Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della giustizia avrebbe dovuto essere quella di mettere in libertà coloro che erano stati incarcerati dalla giustizia realista.»

«Non accusate temerariamente, mio caro Morrel», rispose Villefort, «in tutte le cose bisogna procedere legalmente. L’ordine d’arresto venne dall’alto; bisogna che dall’alto pure venga l’ordine della libertà. Ora Napoleone è rientrato che sono appena quindici giorni, e le lettere di abolizione non possono ancora essere state spedite.»

«Ma», domandò Morrel, «non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? Ora che trionfiamo io godo di qualche influenza, e posso ottenere l’annullamento dell’ordine di arresto.»

«Non ha avuto luogo nessun arresto.»

«Dal registro dei carcerati, allora.»

«Il sistema penitenziario in vigore sotto Luigi XVI continua pure oggigiorno, eccetto la Bastiglia, che per un incidente fu spianata. L’imperatore è sempre stato più rigoroso per il regolamento delle sue prigioni, di quello che non lo è stato lo stesso gran re, e il numero dei carcerati di cui non si conserva nessuna traccia sui registri è incalcolabile.»

Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e Morrel non aveva neppure dei sospetti.

«Ma, infine, signor Villefort», diss’egli, «qual consiglio potreste darmi per affrettare il ritorno di Dantès?»

«Uno solo, signore, fate una petizione al ministro della Giustizia.»

«Oh signore, noi sappiamo ciò che sono le petizioni: il ministro riceve duecento petizioni al giorno.»

«Sì», rispose Villefort, «ma egli leggerà una petizione inviatagli da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me.»

«E voi v’incarichereste di far giungere questa petizione?»

«Col più grande piacere del mondo. Dantès poteva essere allora colpevole, ma oggi è innocente, ed è mio dovere rendere la libertà a colui che fu mio dovere far mettere in prigione.»

Villefort preveniva in tal modo il pericolo di una ricerca poco probabile, ma possibile, che lo avrebbe perduto senza risorse.

«Ma come scrivere al ministro?»

«Mettevi là, signor Morrel», disse Villefort cedendo il suo posto all’armatore, «io vi detterò. Non perdiamo tempo, ne abbiamo già perduto abbastanza.»

«Sì, signore, pensiamo che il povero Dantès aspetta, soffre e forse si dispera.»

Villefort rabbrividì all’idea che quel prigioniero lo maledicesse nell’oscurità e nel silenzio; ma egli era troppo compromesso per potere tornare indietro: Dantès doveva essere stritolato fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dettò una lettera in cui, per uno scopo eccellente, esagerava il patriottismo di Dantès, e i servizi da lui resi alla causa bonapartista. In questa petizione, Dantès compariva come uno degli agenti più attivi per il ritorno di Napoleone. Era evidente che vedendo una tal supplica, il ministro doveva fare giustizia all’istante, se giustizia non era ancora fatta. Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta voce.

«Ecco fatto», disse, «ora contate tranquillamente su di me.»

«E la petizione partirà presto, signore?»

«Oggi stesso.»

«E voi vi farete delle postille?»

«La postilla ch’io posso mettervi è quella di certificare per verità tutto ciò che voi dite nella petizione.»

Villefort a sua volta si sedette, e a margine della petizione scrisse il suo certificato.

«Ora che resta da fare, signore?» domandò Morrel.

«Aspettare», riprese Villefort, «io rispondo di tutto.»

Questa assicurazione rese la speranza a Morrel. Egli lasciò il sostituto procuratore incantato, e andò ad annunciare al vecchio padre di Dantès che non avrebbe tardato molto a rivedere suo figlio.

Quanto a Villefort, invece d’inviarla a Parigi, conservò nelle sue mani questa petizione, che per salvare Dantès nel presente lo comprometteva orribilmente per l’avvenire, supponendo una cosa che l’aspetto dell’Europa e la piega degli avvenimenti permettevano già di supporre, cioè una seconda Restaurazione.

Dantès rimase dunque prigioniero. Perduto nel profondo della sua segreta, non intese il rumore formidabile della caduta del trono di Luigi XVIII né quel rumore più spaventevole ancora del crollo dell’Impero. Ma Villefort aveva seguito tutto con occhio vigile, aveva ascoltato tutto con orecchio attento. Due volte, durante questa breve apparizione imperiale che fu chiamata «Cento Giorni», Morrel era tornato alla carica, insistendo sempre per la liberazione di Dantès e, ogni volta, Villefort lo aveva calmato con promesse e con speranze.

Giunse finalmente la battaglia di Waterloo.

Morrel non andò più da Villefort. L’armatore aveva fatto per il suo giovane amico tutto ciò che era stato possibile. Provare nuovi tentativi sotto la seconda Restaurazione era un compromettersi inutilmente.

Luigi XVIII risalì sul trono, Villefort, per cui Marsiglia era piena di tristi memorie divenute rimorsi, domandò e ottenne il posto vacante di procuratore del re a Tolosa. Quindici giorni dopo la sua insediamento nella nuova residenza egli sposò la signorina Renée di Saint-Méran il cui padre era favorito a corte più che mai. Ecco come Dantès, durante i Cento Giorni e dopo la battaglia di Waterloo, restò in carcere dimenticato dagli uomini, se non da Dio.

Danglars comprese tutto il valore del colpo con cui aveva percosso Dantès, vedendo ritornare Napoleone in Francia. La sua denuncia aveva colpito nel segno e, come tutti gli uomini con una certa attitudine al delitto e una mediocre intelligenza per la vita normale, chiamò questa bizzarra coincidenza «un decreto della Provvidenza».

Ma quando Napoleone ritornò a Parigi, e la sua voce rintronò nuovamente imperiosa e potente, Danglars ebbe paura. A ogni istante si aspettava di veder ricomparire Dantès; Dantès informato su tutto, Dantès minaccioso e terribile nelle sue vendette. Allora manifestò a Morrel il desiderio di lasciare il servizio di mare, e si fece raccomandare a un negoziante spagnolo, presso il quale entrò come commesso d’ordine alla fine di marzo, vale a dire dieci o dodici giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle Tuileries. Partì dunque per Madrid, e non s’intese più parlare di lui.

Fernando invece non capì niente. Dantès era assente, e ciò era quanto gli interessava. Che era accaduto di lui? Non cercò di saperlo. Durante tutto il tempo di questa assenza, si ingegnò ora a ingannare Mercedes sui motivi dell’assenza, ora a meditare dei piani di emigrazione e di ratto. Ogni tanto, nelle ore tetre della sua vita, si sedeva alla punta del capo Faro, e da questo luogo donde si distingueva a un tempo Marsiglia e il villaggio dei Catalani, guardava triste e immobile come un uccello da preda se avesse visto, per una di queste strade, il giovane dal passo sciolto e dalla testa alta che per lui pure poteva essere messaggero di una cruda vendetta.

Il piano di Fernando era fissato: spaccare la testa di Dantès con un colpo di fucile, e dopo uccidersi. E ciò lo diceva a se stesso per colorire il suo delitto.

Ma Fernando s’ingannava; non si sarebbe mai ucciso, poiché sperava sempre.

Frattanto, in mezzo a tante fluttuazioni dolorose, l’Impero chiamò un ultimo bando di soldati, e tutti gli uomini che erano in grado di portare le armi si lanciarono fuori della Francia alla voce formidabile dell’imperatore. Fernando partì come gli altri, lasciando la sua capanna a Mercedes, rodendosi col terribile pensiero che via lui forse sarebbe tornato il rivale a sposare colei che amava.

In quanto alla ragazza, la pietà ch’egli sembrava provare per la sua infelicità, la cura che prendeva di prevenire anche i più piccoli suoi desideri, aveva prodotto l’effetto che producono sempre sui cuori generosi le apparenze di affetto a tutta prova.

Mercedes aveva sempre amato Fernando con amicizia, alla sua amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello della riconoscenza.

«Fratello mio», disse nel mettere lo zaino da coscritto sulle spalle del catalano, «fratello mio, mio solo amico, non vi fate uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove piango, e dove sarò sola quando voi non ci sarete più!»

Queste parole, dette al momento della partenza, diedero qualche speranza a Fernando.

Se Dantès non ritornava, Mercedes poteva dunque un giorno esser sua. Mercedes restò sola su questa nuda terra, che non le era sembrata mai così arida, e col mare immenso per orizzonte.

Tutta bagnata di lacrime come quella pazza di cui si racconta la dolorosa storia, la si vedeva incessantemente vagare intorno al piccolo villaggio dei Catalani, ora fermandosi sotto il sole ardente di mezzogiorno, ritta, immobile, muta come una statua e guardando Marsiglia, ora seduta sulla spiaggia, ascoltando il mormorio del mare, eterno come il suo dolore, e domandandosi senza posa, se era meglio gettarsi in avanti, lasciarsi cadere, lanciarsi nell’abisso per esserne inghiottita, piuttosto che soffrire in tal modo tutte queste alternative di un attendere senza speranza. Non fu il coraggio che mancò a Mercedes per compiere il suo progetto, ma fu la religione che venne in suo aiuto, e la salvò dal suicidio.

Caderousse, come Fernando, venne pure chiamato sotto le armi; e siccome aveva otto anni più del catalano ed era maritato, così fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste.

Il vecchio Dantès, che non era più sostenuto dalla speranza, la perse del tutto alla caduta dell’imperatore. Cinque mesi dopo, nella stessa giornata in cui era stato separato dal figlio, e quasi nella stessa ora in cui venne arrestato, rese l’ultimo sospiro fra le braccia di Mercedes.

Morrel provvide a tutte le spese della sepoltura, e pagò i piccoli debiti che il vecchio aveva fatto durante la sua malattia.

Nell’agire in tal modo vi era, più che beneficenza, coraggio. Le province del Mezzogiorno erano in fiamme e il soccorrere, anche sul letto di morte, il padre di un bonapartista così pericoloso come Dantès, era un delitto.

14. I due prigionieri

Un anno dopo il ritorno di Luigi XVIII, ebbe luogo una visita dell’ispettore generale delle prigioni. Questo ispettore si chiamava signor Boville. Dantès sentì girare e stridere chiavi, sbattere porte, ascoltò dal fondo della sua cella tutti quei preparativi che in alto facevano molto rumore, ma in basso sarebbero stati mormorii impercettibili per tutt’altre orecchie che quelle di un prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d’acqua, che impiega un’ora a formarsi sul soffitto della cella.

Indovinò che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario.Egli che da sì lungo tempo abitava una tomba, poteva bene considerarsi come un morto. Infatti, l’ispettore visitava, una dopo l’altra, stanze, celle e segrete. Molti prigionieri furono interrogati, ed erano quelli che per la loro stupidità si raccomandavano alla benevolenza dell’amministrazione: l’ispettore domandava a essi come erano nutriti e quali erano i reclami che avevano da fare. Essi risposero unanimemente che il nutrimento era detestabile, e che reclamavano la loro libertà.

L’ispettore domandò se avevano altra cosa da chiedere. Essi scossero la testa: qual altro bene oltre la libera aria può reclamare un prigioniero? Il signor Boville si voltò sorridendo, e disse al governatore: «Non so perché ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una prigione, ne vede cento; chi ascolta un prigioniero, ne ascolta mille. È sempre la stessa cosa: malnutriti e innocenti. Ve ne sono altri?»

«Sì, abbiamo prigionieri pericolosi o pazzi che teniamo nelle segrete.»

«Vediamoli», disse l’ispettore, con un’aria di profonda stanchezza, «facciamo il nostro mestiere fino ala fine, discendiamo nelle segrete.»

«Aspettate», disse il governatore, «che si mandino almeno a prendere due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non fosse che per il disgusto della vita e farsi condannare a morte, degli atti d’inutile disperazione. Potreste cader vittima di uno di questi eccessi.»

«Prendete dunque le vostre precauzioni», aggiunse l’ispettore.

Si mandarono a chiamare due soldati, e si cominciò a discendere per una scala così umida, così infetta, così ammuffita, che niente quanto il passaggio in un simile luogo offendeva così sgradevolmente a un tempo la vista, l’odorato e la respirazione.

«Oh!» fece l’ispettore fermandosi a metà della scala. «Chi diavolo può alloggiare qui?»

«Un cospiratore dei più pericolosi, e ci è stato raccomandato particolarmente come un uomo capace di tutto.»

«È solo?»

«Certamente.»

«Da quanto tempo?»

«Da circa un anno.»

«E fu messo qui fin dal suo entrare?»

«No, signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il carceriere incaricato di portargli il cibo; quello stesso che ci fa lume. Non è vero, Antoine?»

«Cercò di uccidere me», rispose il carceriere.

«Ah, è dunque pazzo quest’uomo.»

«È anche peggio…» disse il carceriere, «è un demonio.»

«Volete che si faccia rapporto?» domandò l’ispettore al governatore.

«È inutile, signore; è abbastanza punito così: d’altronde tocca ormai quasi la follia e, secondo l’esperienza, prima che compia un altr’anno, sarà completamente pazzo.»

«In fede mia, tanto meglio per lui», disse l’ispettore, «una volta pazzo del tutto, soffrirà di meno.» Come si vede bene l’ispettore era un uomo pieno d’umanità, e ben degno delle funzioni filantropiche che esercitava.

«Avete ragione, signore», disse il governatore, «e la vostra riflessione prova che avete profondamente studiato la materia. Abbiamo, in una segreta che è lontana da questa una trentina di passi, e nella quale si discende per un’altra scala, un vecchio abate, antico capo di partito in Italia, che è qui dal 1811, e al quale ha dato di volta il cervello verso la fine del 1813, per cui da quell’epoca, non è più fisicamente riconoscibile: piange, ride, dimagrisce, ingrassa. Volete veder quello, piuttosto che questo? La sua pazzia è divertente e non vi rattristerà.»

«Vedrò l’uno e l’altro», rispose l’ispettore, «bisogna fare il proprio dovere coscienziosamente.»

L’ispettore faceva allora il suo primo giro e voleva lasciare una buona impressione alle autorità.

«Entriamo dunque prima qui…» aggiunse.

«Volentieri», rispose il governatore.

Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci arrugginiti, Dantès accovacciato in un angolo della sua segreta, ove riceveva con gioia indicibile il tenuissimo raggio di luce che filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, alzò la testa.

Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce che portavano i due carcerieri, accompagnato da due soldati, e al quale il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di chi si trattava, e vedendo finalmente presentarsi una occasione per implorare un’autorità superiore, balzò in avanti con le mani giunte.

I soldati abbassarono subito la baionetta perché credettero che il prigioniero si lanciasse vero l’ispettore con cattiva intenzione, e Boville stesso fece un passo indietro.

Dantès s’accorse che era stato descritto come un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore dell’uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà ed, esprimendosi con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti, cercò di toccare l’anima del suo visitatore.

L’ispettore ascoltò il discorso di Dantès sino alla fine, poi volgendosi verso il governatore: «Si piegherà alla devozione», disse a mezza voce, «è già disposto a sentimenti più dolci. Vedete, la paura fa il suo effetto su lui; ha indietreggiato in faccia alle baionette. Ora un pazzo non si ritrae davanti a niente. A questo proposito ho fatto delle curiose osservazioni a Charenton».

Poi rivolto al prigioniero disse: «In conclusione, che volete?»

«Io chiedo quale delitto ho commesso! Domando che mi sia istituito un processo! Domando infine di essere fucilato se reo, ma di essere messo in libertà se innocente!»

«Siete ben nutrito?» domandò l’ispettore.

«Sì, credo… Non ne so niente… Ma ciò poco m’importa. Quello che deve importare, non solo a me disgraziato prigioniero, ma a tutti i funzionari che amministrano la giustizia, è che un innocente non sia vittima di un’infame denuncia e non muoia in catene maledicendo i suoi carnefici.»

«Voi siete molto umile oggi», disse il governatore, «però non siete stato sempre così. Parlavate altrimenti, mio caro amico, il giorno che tentaste di uccidere il vostro carceriere.»

«È vero, signore», disse Dantès, «e ne domando umilmente perdono a quest’uomo, che è sempre stato buono con me… Ma che volete? Ero pazzo… ero furioso…»

«E ora non lo siete più?»

«No, signore, perché la prigionia mi ha piegato, umiliato, annichilito; è così lungo il tempo qui dentro…»

«Lungo tempo? E quando foste arrestato?» disse l’ispettore.

«Il 28 febbraio 1815, alle due dopo mezzogiorno.»

L’ispettore calcolò.

«Siamo al 30 luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che diciassette mesi che siete prigioniero.»

«Come diciassette mesi?» riprese Dantès. «Ah, signore, voi non sapete cosa sono diciassette mesi di prigionia! Sono diciassette anni, diciassette secoli, particolarmente per un uomo che, come me, era vicino a toccare la sua felicità, per un uomo che, come me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che vedeva davanti a lui aprirsi una carriera onorevole e al quale tutto mancò in un istante; che dal mezzo del giorno più bello cadde nella notte più profonda; che vede la sua carriera distrutta, e che ignora se colei ch’egli ama lo ami sempre, che ignora se il suo vecchio padre è morto o vivo! Signore, diciassette mesi di prigione per un uomo abituato all’aria marina, all’indipendenza del marinaio, allo spazio, all’immensità, all’infinito… diciassette mesi di prigione, ripeto, sono più che non meritino tutti i delitti che vengono menzionati dalla lingua umana con i più odiosi nomi! Abbiate dunque pietà di me, signore, e domandate per me non l’indulgenza ma il rigore, non una grazia, ma una sentenza! Dei giudici, signore! Io non domando che dei giudici… Non si possono negare i giudici a un accusato.»

«Va bene», disse l’ispettore, «si vedrà.»

Poi volgendosi verso il governatore disse: «Questo povero diavolo mi fa pena. Ritornando di sopra mi farete vedere il registro degli arrestati».

«Sì, certo», disse il governatore, «ma credo che ritroverete delle annotazioni terribili sul suo conto.»

«Signore», continuò Dantès, «so bene che non potete farmi uscire di qui con la vostra autorità, ma voi potete trasmettere la mia domanda agli uffici competenti, potete promuovere un’inchiesta, potete farmi sottomettere a un giudizio… Un processo, è tutto ciò che domando: che io sappia quale delitto ho commesso, a quale pena sono condannato, poiché l’incertezza è il peggiore di tutti i supplizi.»

«M’informerò…» disse l’ispettore.

«Signore», esclamò Dantès, «comprendo dal suono della vostra voce che siete commosso… Signore, ditemi che posso sperare?»

«Io non posso dirvi questo», rispose l’ispettore, «posso soltanto promettervi di esaminare il vostro registro e ciò che vi sta a carico.»

«Oh, allora, signore, sono salvo!»

«Chi vi fece arrestare?» domandò l’ispettore.

«Il signor Villefort. Vedetelo, e parlate con lui.»

«È già un anno che il signor Villefort non è più a Marsiglia, ma a Tolosa.»

«Ah, ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è allontanato.»

«Il signor Villefort aveva qualche motivo di odio contro di voi?» domandò l’ispettore.

«Nessuno, signore, anzi era molto benevolo con me.»

«Mi potrò dunque fidare delle note che ha lasciato sul conto vostro, o che possa trasmettermi?»

«Interamente.»

«Sta bene, aspettate.»

Dantès cadde in ginocchio, levando le mani verso il cielo e mormorando una preghiera, nella quale raccomandava a Dio quest’uomo sceso nella sua prigione.

La porta si richiuse, ma la speranza scesa con Boville era rimasta nella segreta di Dantès.

«Volete vedere il registro dei carcerati subito», domandò il governatore, «o passare alla segreta dell’abate?»

«Finiamo prima con le segrete», rispose l’ispettore, «se ritornassi ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di tornare a scendere qui per compiere la mia triste missione.»

«Oh, quest’altro non è un prigioniero come quello che abbiamo lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo vicino.»

«E qual è la sua pazzia?»

«Oh, una pazzia strana. Si crede possessore di un immenso tesoro. Il primo anno della sua prigionia, ha fatto offrire al governo un milione, se il governo voleva metterlo in libertà; il secondo anno due milioni, il terzo tre milioni, e così via… Ora, al suo quinto anno di prigionia, chiederà di parlarvi in segreto per offrire cinque milioni.»

«Ah! ah! è curiosa infatti…» disse l’ispettore, «e come si chiama questo milionario?»

«Faria.»

«Il numero 27?» domandò l’ispettore, leggendo questa cifra sopra una porta.

«Precisamente… Antoine, aprite.»

Il custode obbedì, e Boville entrò nella segreta dell’abate pazzo come veniva generalmente chiamato il prigioniero.

In mezzo alla stanza, in un cerchio tracciato sul pavimento con un pezzo d’intonaco staccato al muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto le sue vesti erano lacerate. Egli disegnava in questo cerchio delle linee geometriche diritte e parallele, e pareva in tal modo occupato a risolvere il suo problema, come Archimede nel momento che fu ucciso da un soldato di Marcello.

Non si mosse al rumore che fece la porta nell’aprirsi e non sembrò svegliarsi che allorché la luce delle torce illuminò d’un forte chiarore l’umido suolo su cui lavorava.

Allora si voltò e vide con sorpresa la gente che era scesa nel suo carcere. Si alzò, prese una coperta gettata sul miserabile letto, e si coprì subito per comparire in stato più decente agli occhi di quegli estranei.

«Non chiedete niente?» disse l’ispettore senza variare la formula.

«Io, signore», disse Faria con sorpresa, «io non domando niente.»

«Non mi capite», disse l’ispettore, «io sono un messo del governo, e ho il compito di scendere in tutte le prigioni, per ascoltare i reclami dei prigionieri.»

«Oh, allora, signore, è un’altra cosa», esclamò vivacemente Faria, «e spero che ci intenderemo.»

«Vedete», disse a bassa voce il governatore, «non comincia come vi avevo detto?»

«Signore», continuò il prigioniero, «io sono Faria, nato a Roma nel 1768. Sono stato vent’anni segretario del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo nome. Sono stato arrestato, e non so il perché, verso il principio dell’anno 1811. Dopo questo tempo ho sempre reclamato la mia libertà alle autorità italiane e francesi…»

«Perché alle autorità italiane?» domandò il governatore.

«Perché sono stato arrestato a Piombino, e presumo che, come Firenze, Piombino sia divenuto capoluogo di qualche dipartimento francese.»

L’ispettore e il governatore si guardarono ridendo.

«Diavolo, mio caro», disse l’ispettore, «le vostre notizie sull’Italia non sono di fresca data.»

«Portano la data del giorno in cui sono stato trasferito da Fenestrelle a qui, signore», disse Faria. «Era il 1811 e, avendo l’imperatore dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo gli aveva concesso, presumevo che, continuando il corso delle sue conquiste, vagheggiasse il sogno di Machiavelli e di Cesare Borgia.»

«Signore», disse l’ispettore, «la Provvidenza ha fortunatamente arrecato tali cambiamenti nella penisola che quello rimarrà un sogno.»

«Sarà. Ma quante cose non sono possibili sulla terra?» rispose Faria.

«Sì, ma non già i sogni», riprese l’Ispettore, «né sono venuto qui per intavolare con voi un discorso di politica estera, ma soltanto per domandarvi, come ho già fatto, se avete qualche reclamo da indirizzarmi sul modo col quale siete nutrito e alloggiato.»

«Il nutrimento», disse Faria, «è cattivissimo. Quanto all’alloggio, come vedete, è umido e malsano, ma ciò nonostante è conveniente abbastanza per una segreta. Ora non è di ciò che si tratta, ma bensì di rivelazioni della più alta importanza e del più grande interesse, che ho da fare al governo.»

«Eccoci…» disse a bassa voce il governatore a Boville.

«Questo è il motivo per cui sono contento di vedervi, sebbene mi abbiate distratto da un calcolo molto importante che, se riesce, cambierà forse del tutto il sistema planetario di Newton. Potete accordarmi il favore di un colloquio particolare?»

«Eh, che vi dicevo?» fece il governatore all’ispettore.

«Voi conoscete bene la persona…» rispose questi, sorridendo.

Poi rivolgendosi a Faria: «Signore», disse, «ciò che mi chiedete è impossibile».

«Ma», riprese Faria, «si tratta di far guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio, di cinque milioni!»

«In fede mia», disse l’ispettore, volgendosi al governatore, «avete predetto perfino la cifra.»

«Vediamo», riprese Faria, accorgendosi che l’ispettore faceva l’atto di ritirarsi, «non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il signor governatore potrà assistere al nostro colloquio.»

«Disgraziatamente, mio caro signore», disse il governatore, «sappiamo già a memoria quello che volete dirci. Si tratta dei vostri tesori, non è vero?»

Faria guardò quell’uomo con occhi in cui un osservatore disinteressato avrebbe certamente visto risplendere il lampo della ragione e della verità.

«Senza dubbio», disse. «Di che volete che vi parli, se non di ciò?»

«Signor ispettore», continuò il governatore, «vi posso raccontare questa storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che me la sento risuonare alle orecchie.»

«Ciò prova, signor governatore», disse Faria, «che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura, i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono.»

«Mio caro signore», disse l’ispettore, «il governo è ricco, e grazie a Dio non ha bisogno dei vostri milioni. Conservateli dunque per il giorno in cui uscirete di prigione.»

L’occhio di Faria si dilatò. Afferrò la mano dell’ispettore e aggiunse: «Ma se io non esco di prigione, se mi si tiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Io darò sino a sei milioni, signore… sì, lascerò sei milioni, e mi accontenterò del resto, se mi si vorrà rendere la libertà».

«Sulla mia parola», disse l’ispettore a mezza voce, «se non si sapesse che quest’uomo è pazzo, parla con tanta convinzione, da far credere alla verità del suo dire.»

«Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità…» disse Faria che, con quella finezza di udito che è particolare ai prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell’ispettore. «Il tesoro di cui vi parlo esiste realmente, e sono pronto a firmare un contratto, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me indicato; si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mento, se non viene ritrovato niente, se sono un pazzo come voi dite, ebbene, mi ricondurrete in questo medesimo carcere ove io resterò eternamente, e dove morirò senza domandar più niente né a voi, né a nessuno.»

Il governatore si mise a ridere.

«È lontano questo vostro tesoro?» domandò.

«A circa cento leghe da qui», disse Faria.

«La cosa non è male immaginata», disse il governatore. «Se tutti i prigionieri volessero divertirsi a farsi una passeggiata con i loro guardiani per cento leghe, o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata, questo sarebbe un eccellente pretesto per prendere la via dei campi alla prima occasione, e, durante un simile viaggio, l’occasione si presenterebbe certamente. Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto», disse Boville, «e il signor Faria non ha neppure il merito dell’invenzione.»

Poi volgendosi all’abate disse: «Vi ho chiesto se siete ben nutrito».

«Signore», rispose Faria, «giuratemi sul vostro onore di liberarmi se dico la verità, e vi indicherò il luogo preciso dove è nascosto il tesoro.»

«Siete contento del cibo?» ripeté l’ispettore.

«Signore, così non correte alcun rischio, e vedete bene che non è per procurarmi un’eventualità di fuga. Io resterò prigioniero fino a che abbiate fatto il viaggio…»

«Voi non rispondete alla mia domanda», disse con impazienza l’ispettore.

«Né voi alla mia», esclamò Faria. «Siate dunque maledetto come tutti gli altri insensati che non mi hanno voluto credere. Voi non volete il mio oro, io lo custodirò, voi ricusate d’aiutarmi, Dio mi aiuterà. Andate, non ho più nulla da dirvi.»

E Faria, gettando la sua coperta, raccolse il suo pezzo d’intonaco, e andò a sedersi di nuovo in mezzo al cerchio dove continuò le sue linee e i suoi numeri.

«Che sta facendo?» disse l’ispettore ritirandosi.

«Conta i suoi tesori», rispose il governatore.

Faria rispose a questo sarcasmo con un’occhiata del più supremo disprezzo.

Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta dietro di loro.

«Avrà forse realmente posseduto qualche tesoro», disse l’ispettore risalendo la scala.

«O avrà sognato di possederlo», disse il governatore, «e il giorno dopo si sarà svegliato pazzo.»

Così terminò la visita all’abate Faria.

Rimase prigioniero, e dopo questa visita la sua reputazione di pazzo furioso aumentò sempre più. In quanto a Dantès, l’ispettore mantenne la parola. Entrando nell’ufficio del governatore si fece mostrare il registro dei carcerati. Una nota era scritta dirimpetto al suo nome. EDMOND DANTÈS. Bonapartista accanito, ha preso parte attiva al ritorno dall’isola d’Elba. Da tenersi segregato, e sotto la più stretta sorveglianza. Questa nota era di un’altra calligrafia, e di un inchiostro diverso dal rimanente del registro; ciò provava ch’era stata aggiunta dopo l’incarcerazione di Dantès. L’accusa era troppo esplicita per tentare di combatterla. L’ispettore dunque scrisse a margine: «Vista la nota a fronte, niente si può fare».

Questa visita aveva per così dire ravvivato Dantès. Da quando era in prigione aveva dimenticato di contare i giorni, ma l’ispettore l’aveva fornito di una nuova data, ed egli non l’aveva dimenticata. Scrisse sul muro, con un pezzo di gesso staccato dal soffitto, 30 luglio 1816, e da quel momento faceva ogni giorno un segno affinché la nozione del tempo non gli sfuggisse più.

I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi.

Dantès aspettava sempre. Aveva cominciato col fissare la sua liberazione a quindici giorni. Impiegando soltanto la metà dell’interesse che aveva dimostrato, l’ispettore doveva averne abbastanza di quindici giorni.

Passati questi quindici giorni, si disse che era un’assurdità il credere che l’ispettore si sarebbe occupato di lui prima del suo ritorno a Parigi. Il suo ritorno a Parigi non poteva aver luogo che quando il suo giro fosse finito, e il suo giro poteva durare un mese o due: fissò dunque tre mesi invece di quindici giorni.

Compiuti i tre mesi, un altro ragionamento venne in suo aiuto, che gli fece concedere sei mesi, ma finiti anche questi sei mesi, mettendo i giorni uno dopo l’altro si ritrovò che egli aveva aspettato dieci mesi e mezzo.

Durante questi dieci mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime della sua prigione; e non era giunta alcuna notizia consolante.

Interrogato il carceriere, questi fu muto secondo il solito.

Dantès cominciò a dubitare dei suoi sensi, a credere che ciò che prendeva per un ricordo della sua memoria, non fosse niente altro che una allucinazione, e che quell’angelo consolatore, apparso nella sua prigione, non vi fosse disceso se non sopra le ali di un sogno.

In capo a un anno il governatore fu cambiato. Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse con sé molti dei suoi subordinati, e fra gli altri il carceriere di Dantès.

Un nuovo governatore giunse. Sarebbe stato troppo lungo per lui imparare a memoria il nome di tutti i suoi prigionieri, e si fece presentare soltanto i loro numeri.

Quell’orribile carcere si componeva di cinquanta celle.

I loro abitanti furono chiamati col numero della cella che occupavano, e il disgraziato giovane cessò di essere chiamato col nome di Edmond o col cognome di Dantès, ma si chiamò il numero 34.

15. Il numero 34 e il numero 27

Dantès passò attraverso tutti i gradi d’infelicità che subiscono i prigionieri dimenticati in una prigione.

Iniziò dall’orgoglio, che è una conseguenza della speranza e una coscienza dell’innocenza; poi venne al dubbio della sua innocenza; ciò che giustificava le idee del governatore sulla sua alienazione mentale; finalmente cadde dall’alto del suo orgoglio, non pregò Dio ancora, ma gli uomini, Dio è l’ultima risorsa; il disgraziato, che dovrebbe cominciare dal Signore, non giunge a sperare in lui che dopo avere esaurite tutte le altre speranze.

Dunque Dantès pregò affinché lo togliessero da quel carcere, per metterlo in un altro, fosse anche stato il più nero, il più profondo; un cambiamento, sebbene peggiore, era sempre un cambiamento e avrebbe procurato a Dantès una distrazione di qualche giorno. Pregò che gli venisse accordata una passeggiata, dell’aria, dei libri, degli strumenti. Niente di tutto ciò gli venne accordato; ma non importa, domandava sempre.

Egli si era abituato a conversare con il nuovo carceriere, sebbene questi fosse, se si può dire, più muto del primo, ma parlare a un uomo, per quanto muto, era sempre un piacere. Dantès parlava per sentire la propria voce, aveva provato a parlare quand’era solo, ma allora si faceva paura.

Molte volte, prima di essere fatto prigioniero, Dantès si era fatto uno spauracchio di quelle prigioni, composte di vagabondi, di banditi, e di assassini fra i quali un’ignobile solidarietà fa nascere orge inintelligibili e amicizie spaventose. Giunse a desiderare di esser messo in uno di quei penitenziari per poter vedere qualche altro viso oltre quello del carceriere impassibile che non voleva parlare. Egli desiderava la galera, col suo vestito infamante, con la sua catena al piede, col suo marchio sulla spalla. I forzati almeno godevano la società dei loro simili, respiravano l’aria, vedevano il cielo: i forzati per Dantès erano esseri fortunati.

Un giorno supplicò il carceriere di domandare per lui un compagno qualunque, fosse pur anche stato l’abate pazzo di cui aveva inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere per quanto sia rozza, resta sempre qualche cosa dell’uomo. Questi, sebbene il suo viso non dicesse niente, aveva spesso nel fondo del suo cuore compianto quel disgraziato giovane, il cui carcere era così duro. Passò dunque la domanda del numero 34 al governatore, ma questi, prudente come un uomo politico, s’immaginò che Dantès volesse ammutinare i prigionieri, tramare qualche complotto, aiutarsi con qualche amico per tentare una evasione e rifiutò.

Dantès aveva esaurito il cerchio delle risorse umane. Come dicemmo ciò doveva accadere. Si rivolse allora a Dio. Tutte le idee pietose sparse nel mondo, che vengono raccolte dagli infelici che sono curvati sotto il peso della sventura, vennero allora a presentarsi al suo spirito: si ricordò le preghiere che gli aveva insegnato sua madre, e ritrovò in esse dei significati fino allora ignorati; perché per l’uomo felice, la preghiera rimane un assieme monotono e vuoto di senso, finché il giorno del dolore viene a spiegare all’infelice questo linguaggio per mezzo del quale parla a Dio.

Supplicò dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si spaventava più delle sue parole. Allora cadeva in una specie di estasi: vedeva Dio risplendere a ciascuna parola che pronunciava.

Tutte le azioni della sua vita umile e perduta le rapportava alla volontà di questo Dio onnipotente, proponendosi degli obblighi da adempiere.

Malgrado queste ferventi preghiere, Dantès rimase prigioniero. Allora il suo spirito si fece tetro, una nube s’addensò davanti ai suoi occhi. Dantès era un uomo semplice e senza educazione; il passato era rimasto per lui coperto da quel velo denso, che la sola scienza solleva. Non poteva nella solitudine della sua segreta e nel deserto del suo pensiero, rianimare i popoli estinti, rifabbricare le antiche città che l’immaginazione e la poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli occhi, giganteschi e illuminati dal fuoco del cielo, come i quadri babilonici di Martinn. Non aveva che il suo passato così breve, il suo presente così triste, il suo avvenire così incerto: diciannove anni di luce da meditarsi forse in una eterna notte! Nessuna distrazione poteva venirgli in aiuto: il suo spirito energico, che forse non avrebbe amato che di prendere il volo attraverso le età, era forzato a restar prigioniero come un’aquila nella gabbia. Egli si aggrappava a una sola idea, quella della sua felicità, distrutta senza una causa apparente, e, per una fatalità inaudita, si attaccava a quest’idea, la girava, la rigirava sotto tutti i sensi, divorandola per così dire a denti aguzzi come nell’Inferno di Dante l’implacabile Ugolino divora il cranio dell’arcivescovo Ruggeri.

Dantès non aveva avuto che una fede passeggera; la perse come altri la perdono nei felici eventi.

La rabbia subentrò all’ascetismo.

Edmond emetteva delle bestemmie che inorridivano il carceriere, feriva il suo corpo contro i muri della prigione, s’inferociva contro tutto ciò che lo circondava, e soprattutto contro se stesso, alla minima contrarietà. Quella lettera denunciatrice che aveva visto, che gli aveva mostrato Villefort, che aveva toccato, gli tornava alla mente; ogni riga fiammeggiava sul muro come il «Mane, Tekel, Phares» di Baldassarre. Egli diceva a se stesso che era l’odio degli uomini e non la giustizia di Dio che lo aveva immerso nell’abisso in cui si trovava. Imprecava per questi uomini sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva farsi un’idea, e trovava che i più terribili erano ancora troppo deboli, e troppo brevi per loro; perché dopo il supplizio veniva la morte e nella morte era, se non il riposo, almeno l’insensibilità del corpo che a quello somiglia.

A forza di dire a se stesso, a proposito dei suoi nemici, che nella morte vi era la calma e che colui che vuole punire crudelmente i suoi nemici deve servirsi di tutt’altro mezzo che della morte, cadde nell’immobilità della sciagurata idea del suicidio: disgraziato colui che, sul declivio dell’infelicità, si ferma a questa triste idea! È uno di quei mari morti che si estendono come l’azzurro delle onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente lentamente legarsi i piedi, in una terra bituminosa che lo attrae a sé, lo assorbe, lo inghiotte. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino non lo aiuta, tutto è finito, e qualunque sforzo tenti affonda sempre di più.

Questo stato di morale agonia è meno terribile dei pentimenti che lo hanno preceduto e del castigo forse che lo seguirà: è una specie di consolazione vertiginosa che ci mostra il precipizio, ma nel fondo del precipizio il niente.

Arrivato a questo punto, Edmond trovò qualche consolazione in questa idea: tutti i suoi dolori, tutte le sue sofferenze, questo corteo di spettri che dietro si trascinavano, parvero involarsi dalla prigione ove l’angelo della morte poteva posare il suo piede silenzioso.

Dantès guardò con calma la sua vita passata, con terrore la sua vita futura, e scelse questo punto di mezzo che gli sembrò essere un luogo d’asilo.

«Qualche volta», diceva a se stesso, «quando nei miei lontani viaggi allorché ero ancora un uomo, e quando quest’uomo libero e possente dava ad altri uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho visto il cielo coprirsi, il mare fremere e mormorare, l’uragano nascere da un punto del cielo, e come un’aquila gigantesca battere con le sue ali i due orizzonti e allora io sentivo che il mio vascello non era che un rifugio impotente poiché, leggero come una piuma nella mano del gigante, tremava e rabbrividiva. Ben presto al rumore del vento fischiante, delle montagne d’acqua che si rovesciano sulla mia testa, il rumore spaventevole delle onde, l’aspetto degli scogli mi annunciavano la morte, e la morte mi spaventava, e io facevo tutti gli sforzi per sfuggirla, e riunivo tutte le forze dell’uomo e tutta l’intelligenza del marinaio per lottare contro il cielo e il mare!… Ciò accadeva perché allora ero felice, perché ritornare alla vita, era un ritornare alla felicità, avveniva perché non avevo invocato la morte, non l’avevo scelta, avveniva perché il sonno mi sembrava duro sopra quel letto di alghe e di sassi; avveniva finalmente perché io, che mi credevo una creatura fatta a immagine di Dio, mi sdegnavo di dover servire dopo la mia morte da pasto alle foche e agli avvoltoi. Ma oggi è un’altra cosa. Ho perduto tutto ciò che poteva farmi amare la vita. Oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino che va cullando; ma oggi muoio a modo mio e mi addormento stanco e affranto, come mi addormenterei dopo una di quelle sere di disperazione e di rabbia nelle quali ho contato tremila giri intorno alla mia camera, cioè trentamila passi, vale a dire circa dieci leghe.»

Da quando questo pensiero era germogliato nello spirito del giovane, gli si fece più dolce e più ilare; si rassegnò meglio al suo letto, al suo pane nero; mangiò meno, non dormì più, e trovò quasi sopportabile quell’avanzo di esistenza che era certo di poter lasciare quando avesse voluto, come si lascia un vestito logoro.

Aveva due mezzi per morire: uno era semplice, bastava attaccare il fazzoletto alla sbarra della finestra e impiccarsi; l’altro consisteva nel fingere di mangiare e lasciarsi morire di fame. Il primo ripugnava molto a Dantès. Era stato allevato nell’orrore per i pirati appesi ai pennoni dei bastimenti.

L’impiccarsi dunque era per lui una specie di supplizio infamante che non voleva applicare a se stesso. Adottò il secondo, e ne cominciò l’esecuzione quel giorno stesso.

Circa quattro anni erano passati nelle traversie che raccontiamo.

Alla fine del secondo, Dantès aveva cessato di contare i giorni, ed era ricaduto nell’ignoranza del tempo, dalla quale era stato una volta liberato dall’ispettore.

Dantès aveva detto: «Io voglio morire», e si era scelto il suo genere di morte. Lo aveva bene esaminato, e per timore di retrocedere dalla sua decisione, aveva fatto giuramento a se stesso di morir così. «Quando mi verrà portato il pasto della mattina e il pasto della sera», aveva pensato, «getterò il cibo dalla finestra, e fingerò d’averlo mangiato.»

Eseguì quanto aveva promesso di fare. Due volte al giorno, per la piccola apertura sprangata che non gli lasciava scorgere il cielo, egli gettava i suoi viveri; sul principio con allegria, poi con riflessione, quindi con dispiacere. Dovette ricordarsi il giuramento, per avere la forza di continuare il suo terribile disegno.

Questi alimenti, che altre volte gli ripugnavano, la fame dai denti aguzzi glieli faceva comparire appetitosi allo sguardo e squisiti all’odorato. Qualche volta teneva per più di un’ora il piatto, con occhio fisso sopra quel pezzo di carne putrida o sopra quel pesce infetto, o sopra quel pane nero e ammuffito. Erano gli ultimi istinti della vita, che lottavano ancora in lui e che per un attimo minavano la sua risoluzione.

Allora il suo carcere gli sembrava meno disperante: era ancora giovane, poteva avere venticinque o ventisei anni, gli restavano forse ancora cinquant’anni. Durante questo tempo immenso, quanti avvenimenti potevano abbattere le porte, rovesciare le mura del Castello d’If, e rendergli la libertà! Allora avvicinava i denti al cibo che, Tantalo volontario, allontanava dalla sua bocca. Ma la memoria del giuramento gli tornava, e quella natura generosa aveva troppo timore di avvilire se stessa per mancare al giuramento. Consumò dunque, rigoroso e implacabile, il poco d’esistenza che gli restava, e venne il giorno che non ebbe più la forza di alzarsi per gettare dal finestrino della prigione la colazione che gli era stata portata.

Il giorno dopo non ci vedeva più, sentiva appena. Il carceriere sospettò una grave malattia.

Edmond sperava in una morte vicina.

La giornata passò così.

Edmond sentiva un vago stordimento, che non era privo di un certo benessere, vincerlo a poco a poco. Lo spasmo nervoso dello stomaco si era assopito, gli ardori della sete si erano calmati; allorché chiudeva gli occhi, vedeva brillare intorno una quantità di fiammelle uguali a quei fuochi fatui che corrono la notte sui terreni paludosi: era il crepuscolo di quel paese sconosciuto che si chiama morte.

D’un tratto, una sera verso le nove, intese un sordo rumore alla parete del muro contro la quale era steso.

Tanti animali immondi erano venuti in quella cella, che un poco alla volta Edmond aveva assuefatto il suo sonno a non turbarsi per così poco. Ma questa volta sia che i sensi fossero esaltati dall’astinenza, sia che realmente il rumore fosse più forte del solito, sia che in quest’ultimo e supremo momento tutto acquisti importanza, Edmond si agitò per questo rumore e sollevò la testa per meglio ascoltarlo. Era un graffiare che sembrava di un’unghia enorme, o d’un dente possente, o l’uso d’uno strumento su delle pietre.

Benché indebolito, il cervello del giovane fu colpito da quella vaga idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero: la liberazione. Questo rumore giungeva così precisamente nel momento in cui ogni altro rumore andava a cessare per lui, che gli sembrò che Iddio si mostrasse alla fine placato delle sue sofferenze, e gli inviasse quel rumore per avvertirlo di fermarsi sull’orlo della tomba, su cui già vacillava il suo piede.

Chi poteva sapere se uno dei suoi amici, uno di quegli esseri prediletti ai quali aveva pensato spesso, non si occupasse di lui in quel momento e non cercasse di accorciare la distanza che li separava? Ma no, Edmond senza dubbio si sbagliava: non era che un sogno che fluttuava alla porta della morte.

Però Edmond sentiva sempre questo rumore.

Durò circa tre ore, poi Edmond intese una specie di crollo, dopo il quale il rumore cessò.

Qualche ora dopo riprese più forte e più vicino.

Edmond già prendeva interesse a questo lavoro che gli faceva compagnia: d’un tratto il carceriere entrò.

Da otto giorni aveva preso la risoluzione di morire, da quattro giorni aveva cominciato a metterla in pratica. Edmond non aveva più indirizzato la parola a quell’uomo, non rispondendogli nemmeno quando questi gli domandava di qual malattia si credeva affetto, e si voltava dalla parte del muro quando credeva di essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il carceriere poteva intendere il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine e disturbare così forse quella speranza, la cui sola idea lusingava gli ultimi momenti di Dantès.

Il carceriere portava la colazione. Dantès si sollevò dal suo letto e alzando quanto più poteva la voce si mise a parlare di tutti gli argomenti possibili, sulla cattiva qualità dei viveri che gli portavano, sul freddo che si soffriva in quella segreta, mormorando e brontolando per aver diritto di gridare più forte, e stancando la pazienza del carceriere che proprio quel giorno aveva ottenuto per il prigioniero malato un brodo più sano e un pane più fresco, e che gli portava quel brodo e quel pane.

Fortunatamente credette che Dantès delirasse. Depose i viveri sulla tavola ove era abituato a depositarli e si ritirò. Edmond allora si rimise ad ascoltare con gioia.

Il rumore diveniva così distinto che ora il giovane lo udiva senza sforzo.

«Non ci sono più dubbi», disse a se stesso, «poiché questo rumore continua anche di giorno, è qualche prigioniero che lavora per la liberazione. Oh, fossi vicino a lui, come lo aiuterei!»

D’un tratto una tetra nube passò sopra quell’aurora di speranza in quel cervello abituato alla malasorte, e che non poteva attaccarsi che con somma difficoltà alle gioie umane: sorgeva l’idea che il rumore poteva essere causato dal lavoro di qualche operaio che il governo impiegava alle riparazioni di una cella vicina.

Era facile assicurarsene. Ma come arrischiare una domanda? Era cosa semplicissima aspettare l’arrivo del carceriere, fargli ascoltare questo rumore, e vedere come avrebbe reagito; ma prendersi una simile certezza non era tradire interessi preziosi per una soddisfazione incerta? La testa di Edmond, campana vuota, era assordata dal ronzio di un’idea, era così debole che il suo spirito fluttuava come un vapore e non poteva condensarsi attorno a un pensiero.

Edmond non vide che un mezzo per rendere chiarezza alla sua riflessione e lucidità al suo giudizio: guardò il brodo ancora fumante che il carceriere aveva deposto sulla tavola, si alzò, andò barcollando fino a quella, prese la tazza, la portò alle labbra, e inghiottì il liquido che conteneva, con una sensazione indicibile di benessere.

Ebbe anche l’accortezza di fermarsi: aveva inteso dire che alcuni naufraghi, raccolti, estenuati dalla fame, erano morti per avere divorato un pasto troppo sostanzioso. Depose sulla tavola il pane che teneva già vicino alla bocca, e andò a rimettersi sul letto. Edmond non voleva più morire.

Ben presto sentì che la vita rientrava nel suo cervello, tutte le idee vaghe e incerte riprendevano il loro posto in questa macchina meravigliosa. Egli poté pensare, e fortificare il suo pensiero col ragionamento.

Allora si disse: «Bisogna tentar la prova, ma senza compromettere alcuno. Se il lavoratore è un operaio, non dovrò che battere contro il mio muro allora egli cesserà subito di lavorare, per cercare d’indovinare chi è che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo lavoro sarà non solamente lecito ma comandato, lo riprenderà ben presto. Se, al contrario, è un prigioniero, il rumore che farò, lo spaventerà; temerà di essere scoperto, tralascerà il lavoro e non lo riprenderà che questa sera quando crederà che ognuno sia a letto e addormentato».

Edmond si alzò di nuovo.

Questa volta, le sue gambe non vacillavano più, i suoi occhi non erano più abbagliati. Andò verso un angolo della prigione, staccò una pietruzza corrosa dall’umidità, e ritornò a battere tre colpi contro il muro nella stessa direzione in cui il rumore era più sensibile.

Dopo il primo colpo il rumore cessò come per incanto.

Edmond ascoltò con tutta l’anima sua. Passò un’ora, ne passarono due e nessun nuovo rumore si fece intendere.

Edmond aveva fatto nascere dall’altra parte della muraglia un assoluto silenzio. Pieno di speranza, mangiò qualche boccone del suo pane, bevette un po’ d’acqua e grazie alla forte costituzione di cui era dotato ritrovò ben presto l’energia perduta.

Passò la giornata, il silenzio durava sempre.

Venne la notte senza che ricominciasse il rumore.

«È un prigioniero», disse Edmond con una gioia indicibile.

Da quel momento la sua testa s’infervorò, la vita ritornò violenta e attiva. La notte passò senza che il minimo rumore si facesse sentire.

Edmond non chiuse occhio tutta la notte.

Ritornò il giorno; il carceriere rientrò portando il cibo.

Edmond aveva già divorato quelli del giorno innanzi, divorò pure questi. Ascoltava attentamente, temendo che il rumore fosse cessato per sempre, camminava avanti e indietro nella sua cella, scuoteva per ore intere le sbarre di ferro del suo spiraglio, rendeva l’elasticità e il vigore alle membra con un esercizio tralasciato da lungo tempo, disponendosi a lottare corpo a corpo col suo destino, come fa stendendo le braccia e spargendo il corpo d’olio il gladiatore che sta per entrare nell’arena.

Quindi, negli intervalli di questa febbrile attività, egli ascoltava se il rumore si rinnovava, s’impazientiva della previdenza di questo prigioniero che non indovinava che era stato distratto dalla sua opera da un altro prigioniero che aveva, perlomeno al pari di lui, la stessa fretta di essere liberato.

Tre giorni passarono, settantadue ore mortali, contate minuto per minuto! Finalmente una sera, dopo che il carceriere aveva fatto la sua visita, e dopo che per la centesima volta Dantès aveva attaccato l’orecchio al muro, gli sembrò che una scossa impercettibile si ripercuotesse sordamente nella sua testa, messa a contatto con le pietre silenziose.

Dantès indietreggiò per meglio raccogliere il suo pensiero agitato, fece qualche passo nella cella, e rimise l’orecchio nello stesso punto.

Non c’era dubbio, si lavorava dall’altra parte. Il prigioniero aveva riconosciuto il pericolo della sua manovra e ne aveva adottato certamente un’altra, e per continuare la sua opera con maggior sicurezza, aveva sostituito allo scalpello la leva.

Fatto ardito da questa scoperta, Edmond risolse di venire in aiuto all’infaticabile lavoratore.

Cominciò con lo spostare il suo letto, dietro il quale gli sembrava che l’opera di liberazione si compisse e cercò con gli occhi un oggetto con cui intaccare la muraglia, far cadere il cemento umido e spostare finalmente una pietra. Niente si presentava al suo sguardo, egli non aveva né coltello, né strumenti taglienti. Del ferro non ve n’era che alle sbarre. Ma le sbarre erano troppo bene assicurate, erano troppo solide e non valeva neppure la pena di provare a smuoverle.

Unici mobili della sua prigione erano il letto, una sedia, una tavola, un secchio e una brocca.

Il letto aveva le traverse di ferro; ma erano incastrate nel legno e fermate con delle viti. Sarebbe occorso un cacciavite per levare queste viti e prendere le traverse. Alla tavola e alla sedia niente. Il secchio una volta aveva il manico, ma questo era stato tolto.

Non restava più a Dantès che una risorsa, quella cioè di rompere la brocca, e coi pezzi di coccio mettersi al lavoro. Lasciò cadere la brocca sul pavimento, e la brocca andò in pezzi.

Dantès scelse due o tre pezzi aguzzi, li nascose nel suo pagliericcio, lasciò gli altri per terra. La rottura di una brocca era troppo naturale perché potesse destare sospetti.

Edmond aveva vegliato tutta la notte per lavorare, ma nell’oscurità la cosa era difficile, poiché bisognava lavorare a tastoni, e sentì ben presto che smussava il suo rozzo strumento contro una materia più dura di quello. Risospinse dunque il suo letto al suo posto, e aspettò il giorno. Con la speranza gli era tornata la pazienza.

Tutta la notte ascoltò, e capì che lo sconosciuto minatore continuava la sua opera sotterranea.

Venne il giorno, entrò il carceriere.

Dantès disse che il giorno innanzi nel bere gli era sfuggita dalle mani la brocca, che si era rotta cadendo.

Il carceriere andò brontolando a cercare una brocca nuova, senza neppure prendersi l’incomodo di portar via i cocci della vecchia.

Ritornò dopo un istante, raccomandò maggior precauzione al prigioniero, e uscì.

Egli ascoltò con una gioia indicibile lo stridere della serratura, che prima ogni volta che si chiudeva gli serrava il cuore. Ascoltò l’allontanarsi del rumore dei passi. Poi, quando questo rumore fu spento, balzò dalla sua cuccetta che spostò, e al debole raggio del giorno che penetrava nella sua cella, poté vedere gli inutili tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di una pietra, invece di lavorare sul cemento che la circondava.

L’umidità aveva reso il cemento friabile. Dantès, con un battito di allegrezza nel cuore, s’accorse che questo cemento si staccava a pezzetti. Questi pezzetti erano minuscoli, è vero; ma ciononostante, in capo a una mezz’ora, Dantès ne aveva staccato un bel pugno.

Un matematico avrebbe potuto calcolare che con due anni circa di questo lavoro, supponendo che non si fosse incontrato alcun pezzo di macigno, si poteva scavare un passaggio di sessanta centimetri quadrati e di sei metri di profondità.

Il prigioniero si rimproverò allora di non avere impiegato in quest’opera le lunghe ore trascorse, e che le aveva perdute nella speranza, nella preghiera e nella disperazione.

Dopo sei anni circa, dacché era chiuso in quel carcere, qual lavoro, per quanto fosse lento, non avrebbe potuto compiere? Questa idea gli infuse un nuovo ardore.

In tre giorni giunse, in mezzo a inaudite precauzioni, a togliere tutto il cemento e a mettere allo scoperto il macigno: il muro era formato di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la solidità era, di tanto in tanto, posto un macigno. Fu uno di questi macigni, scoperto in tutto il suo contorno, che ora si trattava di togliere dal suo alveolo.

Dantès dapprima provò con le unghie, ma le sue unghie erano insufficienti. I frantumi della brocca, introdotti nelle connessure, si rompevano allorché Dantès voleva servirsene come leva.

Dopo un’ora di inutili tentativi, si rialzò col sudore dell’angoscia sulla fronte.

Stava forse per fermarsi sul principio, ovvero bisognava aspettare inerte e inutile il suo vicino, che forse si sarebbe anche egli stancato, prima di avere compiuto l’opera? Allora gli venne un’idea. Rimase in piedi sorridendo: la sua fronte, umida per il sudore, si asciugò.

Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dantès in una casseruola di latta; questa casseruola conteneva la sua minestra e quella di un altro prigioniero. Dantès aveva notato che questa casseruola era sempre o interamente piena o piena a metà, secondo che il carceriere cominciava la distribuzione dei viveri da lui o dal suo compagno.

Questa casseruola aveva un manico di ferro. Era questo manico che Dantès anelava di avere, e che egli avrebbe pagato, se gli fosse stato chiesto, dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il contenuto di questa casseruola nel piatto di Dantès. Dopo aver mangiato la sua minestra con un cucchiaio di legno, Dantès lavava questo piatto, che serviva così ogni giorno.

La sera Dantès pose il suo piatto per terra a metà strada fra la porta e la tavola; il carceriere entrando mise il piede sul piatto e lo ruppe in mille pezzi.

Questa volta non vi era niente da dire contro Dantès. Aveva fatto male a lasciare il suo piatto per terra, è vero, ma il carceriere aveva il torto di non aver guardato dove metteva i piedi.

Il carceriere si accontentò dunque di brontolare, poi guardò intorno a sé dove poteva mettere la minestra: il servizio da tavola di Dantès si limitava a quel solo piatto.

«Lasciate la casseruola», disse Dantès, «la riprenderete domani quando mi porterete la colazione.»

Questo consiglio andava d’accordo con la pigrizia del carceriere, che in tal modo non aveva bisogno di risalire, riscendere e tornare a risalire.

Lasciò la casseruola.

Dantès trasalì di gioia. Questa volta mangiò sollecitamente la minestra e la carne, che secondo l’uso delle prigioni, viene messa dentro alla minestra. Poi, dopo avere aspettato un’ora per esser certo che il carceriere non si sarebbe pentito, allontanò il letto, prese la casseruola, introdusse l’estremità del manico nel cemento, fra il macigno e i rottami di pietra vicini, e cominciò a farlo agire da leva.

Una leggera oscillazione assicurò Dantès che il lavoro prendeva buona piega.

Infatti in capo a un’ora la pietra era tolta dal muro, dove lasciava un buco del diametro di quarantacinque centimetri.

Dantès raccolse con molta cura il calcinaccio e lo portò negli angoli della cella, grattò la terra grigiastra con un frammento della brocca e ricoprì il calcinaccio di terra. Poi, volendo mettere a profitto quella notte, in cui lo stratagemma che aveva immaginato gli dava fra le mani un utensile così prezioso, continuò a scavare con tutta l’energia.

All’alba ripose la pietra nel suo foro, spinse il letto contro il muro e si coricò.

La colazione consisteva in un pezzo di pane: il carceriere entrò, e posò questo pezzo di pane sulla tavola.

«Ebbene, non mi portate un altro piatto?» domandò Dantès.

«No», disse il carceriere, «siete un rompitutto. Avete rotto la brocca, e rotto il piatto. Se tutti i prigionieri facessero tanti guai quanto voi il governo a causa vostra andrebbe in malora. Vi si lascia la casseruola dentro cui d’ora in avanti si verserà la vostra minestra, e in tal modo, forse,non romperete più utensili.»

Dantès levò gli occhi al cielo, e giunse le mani sotto la coperta.

Questo pezzo di ferro di cui restava padrone, fece nascere nel suo cuore uno slancio di riconoscenza verso il cielo, come mai gli era accaduto nel tempo della passata vita per tutti i benefici ottenuti. Soltanto aveva notato che dal momento in cui aveva cominciato a lavorare, l’altro prigioniero non lavorava più.

Non importa; non era una ragione per smettere. Se il vicino non progrediva verso di lui, lui sarebbe andato verso il suo vicino.

In tutta la giornata Dantès lavorò senza sosta; la sera, grazie al nuovo strumento, aveva levato dal muro più di dieci pugni di calcinacci e cemento.

Quando giunse l’ora della visita, raddrizzò alla meglio il manico della casseruola che aveva storto, e rimise il recipiente al posto consueto.

Il carceriere versò l’ordinaria razione di minestra e carne, o piuttosto di minestra e pesce, perché quello era un giorno di magro, e tre volte la settimana facevano mangiare di magro ai prigionieri.

Avrebbe potuto essere ancora un mezzo per misurare il tempo, se Dantès non avesse da molto abbandonato questo calcolo.

Versata la minestra, il carceriere si ritirò.

Questa volta Dantès volle assicurarsi se il suo vicino avesse cessato realmente di lavorare; e si mise in ascolto.

Tutto era silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il lavoro.

Dantès sospirò; era evidente che il suo vicino non si fidava di lui. Ciò nonostante non si perse di coraggio, e continuò a lavorare tutta la notte. Ma dopo due o tre ore di lavoro, incontrò un ostacolo: il suo ferro non intaccava più e scorreva sopra una superficie piana. Dantès toccò l’ostacolo con la mano, e s’accorse che aveva raggiunto una trave. Questa trave attraversava o piuttosto sbarrava del tutto il foro cominciato da Dantès. Ora bisognava scavare sopra o sotto. Il disgraziato giovane non aveva pensato a un simile ostacolo.

«Oh, mio Dio», esclamò, «avevo tanto pregato, che speravo mi aveste ascoltato! Mio Dio, dopo aver perduto la libertà della mia vita… mio Dio, dopo avere smarrito la calma della mente… mio Dio, dopo avermi richiamato all’esistenza… mio Dio, abbiate pietà di me, non mi lasciate morir disperato!»

«Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo?» articolò una voce che sembrava venire da sottoterra e che, attutita dallo spessore della parete, giungeva a Edmond con accento sepolcrale.

Edmond sentì drizzarsi i capelli sulla testa, indietreggiò cadendo in ginocchio.

«Ah», mormorò, «finalmente sento parlare un uomo!»

Erano già quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare altri che il suo carceriere, e il carceriere non è considerato un uomo dal prigioniero ma una porta vivente aggiunta alla porta di quercia del suo carcere, o una sbarra di carne e d’ossa aggiunta alle sbarre di ferro.

«In nome del cielo», gridò Dantès, «voi che avete parlato, continuate a parlare, sebbene la vostra voce mi abbia spaventato. Chi siete?»

«Chi siete voi piuttosto?» domandò la voce.

«Un disgraziato prigioniero…» rispose Dantès, che non aveva alcuna difficoltà a farsi conoscere.

«Di quale paese?»

«Francese.»

«Il vostro nome?»

«Edmond Dantès.»

«La vostra professione?»

«Marinaio.»

«Da quanto tempo siete qui?»

«Dal 28 febbraio 1815.»

«Il vostro delitto?»

«Io sono innocente.»

«Ma di quale delitto siete accusato?»

«Di aver cospirato per il ritorno dell’imperatore.»

«Come, per il ritorno dell’imperatore? L’imperatore non è dunque più sul trono?»

«Egli ha abdicato a Fontainebleau nel 1814 ed è stato relegato all’isola d’Elba. Ma voi che ignorate tutto questo, da quanto tempo siete qui?»

«Dal 1811.»

Dantès rabbrividì; quell’uomo aveva quattro anni di prigionia più di lui.

«Ebbene, non scavate più», disse la voce, parlando in fretta, «soltanto ditemi a quale altezza si trova lo scavo che fate.»

«Rasente terra.»

«Da che cosa è nascosto?»

«Dal mio letto.»

«Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione?»

«Mai.»

«Dove immette la vostra cella?»

«A un corridoio.»

«E il corridoio?»

«Comunica con un cortile.»

«Ahimè!» mormorò la voce.

«Oh, mio Dio che cosa avete?» gridò Dantès.

«C’è che ho sbagliato, che l’imperfezione dei miei disegni mi ha ingannato, che la mancanza di un compasso mi ha perduto, che una linea sbagliata sul mio piano ha equivalso a quattro metri e mezzo e che io ho preso il muro che voi scavate per quello della cittadella.»

«Ma allora voi sareste uscito sul mare.»

«Era ciò che volevo!»

«E se foste riuscito?»

«Mi sarei gettato a nuoto, sarei approdato a una delle isole che circondano il castello d’If, sia l’isola di Daume, sia l’isola di Tiboulen, o ancora la spiaggia, e allora sarei stato salvo.»

«E avreste potuto nuotare fin là?»

«Dio me ne avrebbe dato la forza. Ma ora tutto è perduto!»

«Tutto?»

«Sì, richiudete il vostro foro con precauzione, non lavorate più, non vi occupate di niente, e aspettate mie notizie.»

«Ma almeno ditemi chi siete…»

«Sono… io sono il numero 27.»

«Voi dunque non vi fidate di me?» domandò Dantès. Edmond credette di intendere un amaro sorriso penetrare la volta e giungere fino a lui.

«Oh, io sono un buon cristiano», esclamò, indovinando per istinto che quell’uomo pensava di abbandonarlo. «Vi giuro per quanto c’è di più sacro, che mi farò piuttosto uccidere che far scoprire ai vostri carnefici e ai miei l’ombra della verità. In nome del cielo, non mi private della vostra presenza, non mi private della vostra voce, o, ve lo giuro, perché sono all’estremo delle mie forze, mi romperò la testa contro il muro, e voi avrete a rimproverarvi la mia morte.»

«Quanti anni avete?» riprese l’incognito interlocutore. «La vostra voce sembra quella di un giovane.»

«Non so quant’anni abbia perché non ho misurato il tempo dacché sono qui. So che il 18 febbraio 1815, quando fui arrestato, avevo diciannove anni.»

«Non ancora ventisei anni!» mormorò la voce. «A questa età non si può essere un traditore.»

«Oh, no, no… ve lo giuro», ripeté Dantès. «Ve l’ho già detto, e ve lo ridico: mi farei tagliare a pezzi piuttosto che tradirvi.»

«Avete fatto bene a parlarmi, avete fatto bene a pregarmi», riprese la voce, «perché avrei pensato un altro piano, e mi sarei separato da voi. Ma la vostra età mi tranquillizza; vi raggiungerò, aspettatemi.»

«E quando?»

«Bisogna che io calcoli i pericoli; vi farò un segnale.»

«Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o mi permetterete di venire da voi? Noi fuggiremo assieme e, se non potremo fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io di quelle che amo. Amate qualcuno?»

«Io sono solo al mondo.»

«Allora amerete me… Se siete giovane, sarò vostro compagno, se siete vecchio, sarò vostro figlio… Ho un padre che deve avere settant’anni se vive ancora; non amavo che lui, e una ragazza che si chiamava Mercedes. Mio padre non mi avrà certo dimenticato, ne sono sicuro, ma lei, Dio sa, se lei pensa ancora a me… Vi amerò come amavo mio padre…»

«Sta bene», disse il prigioniero; «addio, a domani.»

Queste poche parole furono dette con un accento che convinse Dantès. Non chiese di più, si alzò, prese le solite precauzioni per i calcinacci tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da quel momento Dantès si abbandonò del tutto alla sua felicità, pensando che non sarebbe stato certamente più solo, fors’anche sarebbe stato libero. Al peggio fosse rimasto prigioniero, avrebbe avuto un compagno. La prigionia divisa non è che un mezzo castigo. I lamenti che si emettono in comune sono quasi preghiere, e le preghiere che si fanno in due sono atti di ringraziamento.

Per tutta la giornata Dantès passeggiò nella sua cella: il cuore gli batteva di gioia. Di tanto in tanto questa gioia lo soffocava. Si sedeva sul letto premendosi con una mano il petto. Al più piccolo rumore che sentiva nel corridoio, balzava alla porta. Una volta o due, il timore che lo avessero separato da quell’uomo che non conosceva, e che già amava come un amico, gli passò per il cervello. Allora era deciso: al momento che il carceriere avesse scostato il suo letto e abbassata la schiena per esaminare l’apertura, gli avrebbe fracassato la testa su quello stesso pavimento dove aveva rotto la brocca. Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva, ma non stava forse per morire di noia e di disperazione nel momento in cui questo rumore miracoloso lo aveva reso alla vita?

La sera venne il carceriere. Dantès era steso sul letto; gli pareva che così avrebbe meglio fatto la guardia alla sua apertura. Senza dubbio guardava il suo visitatore importuno con uno sguardo stravagante, perché questi gli disse: «Oh, vediamo! State per tornar pazzo?»

Dantès non rispose, ebbe paura che l’emozione della voce lo tradisse.

Il carceriere si ritirò scuotendo la testa.

Giunta la notte, Dantès pensò che il suo vicino avrebbe approfittato del silenzio e dell’oscurità per riprendere il dialogo, ma s’ingannò.

La notte passò senza che alcun rumore rispondesse alla sua febbrile aspettativa. Ma l’indomani, dopo la visita del mattino, e mentre aveva allontanato il suo letto dal muro, sentì battere tre colpi distinti a intervalli uguali. Si precipitò in ginocchio.

«Siete voi?» disse. «Eccomi.»

«Il vostro carceriere se n’è andato?» domandò la voce.

«Sì», rispose Dantès, «non ritornerà che questa sera… Abbiamo dodici ore di libertà!»

«Posso dunque agire?» disse la voce.

«Sì! Sì! Sì! senza indugio, sull’istante, ve ne supplico!»

La porzione di terra sulla quale Dantès, per metà introdotto nell’apertura, appoggiava le mani, sembrò cedere. Si gettò indietro mentre un ammasso di terra e di calcinacci precipitò nel foro che veniva ad aprirsi sotto lo scavo da lui fatto. Allora, dal fondo di questo foro oscuro, e di cui non si poteva misurare la profondità, vide apparire una testa, poi due spalle e finalmente un uomo tutto intero che uscì con molta agilità.

16. L’abate

Dantès accolse tra le braccia il nuovo amico aspettato da tanto e con così tanta impazienza, e lo tirò verso la finestra, in modo che quel poco di luce che penetrava nel carcere potesse illuminarlo.

Vide un uomo di piccola statura, dai capelli imbiancati piuttosto dai pensieri che dall’età, dagli occhi penetranti, nascosti sotto folte sopracciglie grigie, con la barba ancora nera che gli arrivava fino al petto: la magrezza del viso, solcato da profonde rughe, le forti linee della sua fisionomia, svelavano un uomo più atto a esercitare le sue facoltà morali che le forze fisiche. La fronte era coperta di sudore. Quanto alle vesti era impossibile distinguerne la forma primitiva poiché cadevano a brandelli. Pareva avere sessantacinque anni almeno, sebbene una certa vigoria nei movimenti tradisse un’età minore di quella che denunciava la lunga prigionia.

Accettò con molto piacere l’entusiasmo del giovane. La sua anima di ghiaccio sembrò un istante riscaldarsi, quasi dilatarsi al contatto di quella natura ardente. Lo ringraziò della sua cordialità con un certo calore, sebbene il disinganno fosse stato grande; ritrovare un’altra cella laddove credeva di trovare la libertà.

«Per prima cosa», disse, «controlliamo se c’è mezzo di fare sparire alla vista dei nostri carcerieri le tracce del mio passaggio. Tutta la nostra tranquillità futura dipende dalla loro ignoranza di ciò che abbiamo fatto.» Quindi si chinò verso l’apertura, sollevò facilmente la pietra nonostante il suo peso, e la pose davanti al foro. «Questa pietra è stata spostata con molta negligenza», disse scuotendo la testa. «Voi dunque non avete utensili?»

«E voi?» domandò Dantès con sorpresa. «Ne avete voi?»

«Me ne sono fabbricato qualcuno. Eccetto una lima, ho tutto ciò che mi serve: scalpello, coltello e leva.»

«Oh, sarei ben curioso di vedere questi prodotti della vostra pazienza e della vostra industria», disse Dantès.

«Prendete, ecco lo scalpello.» Gli mostrò una lama forte e aguzza infissa in un pezzo di legno arrotondato.

«E con che l’avete fatto?» disse Dantès.

«Con una delle traverse del mio letto; è con questo strumento che mi sono scavato tutta la galleria che mi ha portato fin qui: circa quindici metri.»

«Quindici metri!» esclamò Dantès, con una specie di terrore.

«Parlate piano, ragazzo, parlate piano», disse lo sconosciuto guardandosi intorno. «Spesso accade che alle porte delle prigioni si stia in ascolto.»

«Ma si sa che io son solo.»

«Non m’importa!»

«E dite che avete scavato quindici metri per giungere qui?»

«Sì, questa è circa la distanza che separa la mia cella dalla vostra. Soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di strumenti geometrici, per potere fare una scala di proporzioni: in luogo di dodici metri di ellissi, ne ho incontrati quindici. Ritenevo, come vi dissi ieri, di giungere sino all’esterno, traforare questo muro, e gettarmi a mare. Ho seguito la lunghezza del corridoio che mette nella vostra cella invece di passarvi sotto. Tutto il mio lavoro è perduto, poiché questo corridoio dà in un cortile pieno di guardie.»

«Questo è vero», disse Dantès, «ma tale corridoio non segue che un lato della mia cella che ne ha quattro.»

«Certo, non c’è dubbio. Ma uno è formato dallo scoglio: occorrerebbero dieci anni di lavoro o dieci minatori forniti di tutti gli utensili per traforare la roccia. Quest’altro deve essere addossato alle fondamenta dell’appartamento del governatore: usciremmo nelle cantine che certamente sono chiuse a chiave, e saremmo presi. L’altro lato dà… aspettate… dove dà quest’altro lato?»

Si trattava del lato in cui era scavata la feritoia, attraverso cui penetrava la luce. Questa feritoia, che andava restringendosi fino al punto in cui dava passaggio al giorno, e per cui nemmeno un bambino avrebbe potuto passare, era per di più fornita di tre sbarre di ferro che potevano rassicurare il carceriere più sospettoso sul timore di una evasione.

Ma il nuovo arrivato, facendo questa domanda, trascinò la tavola sotto la finestra.

«Salite sopra questa tavola», disse a Dantès.

Dantès obbedì, salì sulla tavola, e indovinando il pensiero del compagno, appoggiò le spalle al muro e gli presentò le due mani incrociate. Il compagno montò allora più lestamente di quello che avrebbe potuto far credere la sua età, e con un’agilità da gatto, balzò sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di Dantès, quindi dalle mani sulle sue spalle. Così curvato in due, perché la volta del carcere gli impediva di drizzarsi, introdusse la testa tra le sbarre e poté allora fissare il suo sguardo dall’alto in basso. Un istante dopo, ritirò rapido la testa.

«Oh! oh!» disse, «è come pensavo.» E si lasciò scivolare lungo il corpo di Dantès sulla tavola e dalla tavola balzò a terra.

«Ovvero?» domandò Edmond saltando dalla tavola dopo di lui.

Il vecchio prigioniero meditava.

«Sì», disse, «è così: il quarto lato della vostra cella dà sopra una galleria esterna, una specie di strada di perlustrazione per la quale passano le pattuglie, e dove sono poste le sentinelle.»

«Ne siete sicuro?»

«Ho visto il cappello del soldato e la punta della sua baionetta, e non per altro mi sono ritirato così in fretta.»

«E così?» disse Dantès.

«E così, voi vedete bene, che è impossibile fuggire da questo carcere.»

«Allora?» continuò il giovanotto con un mesto accento interrogativo.

«Allora», disse il vecchio prigioniero, «sia fatta la volontà di Dio!»

E un’aria di profonda rassegnazione indurì i lineamenti del vecchio.

Dantès guardò quell’uomo che rinunciava in tal modo e con tanta filosofia a una speranza nutrita per lungo tempo, con una sorpresa mista ad ammirazione.

«Volete dirmi chi siete?» domandò Dantès.

«Oh, mio Dio, sì, se ciò vi può interessare, ora che non posso più esservi utile.»

«Voi potete consolarmi e sostenermi, poiché mi sembrate forte in mezzo ai forti.»

L’abate sorrise tristemente.

«Io sono Faria», disse, «prigioniero dal 1811, come vi ho detto, in questo castello d’If; ma erano già tre anni che mi si teneva rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle. Nel 1811 fui trasferito dal Piemonte in Francia. Allora seppi che il destino, in quell’epoca sorridente a Napoleone, gli aveva concesso un figlio al quale era stato dato il titolo di re di Roma. Ero ben lontano dal dubitare allora ciò che mi avete detto ieri; cioè che quattr’anni dopo, questo gran colosso sarebbe stato rovesciato. E chi regna adesso in Francia? Forse Napoleone II?»

«No è Luigi XVIII.»

«Luigi XVIII! Il fratello di Luigi XVI? I decreti del cielo sono ben reconditi e misteriosi! Qual è dunque la mente della Provvidenza, quando abbassa l’uomo che aveva esaltato, ed esalta quello che aveva abbassato?»

Dantès seguiva con lo sguardo quell’uomo che dimenticava un istante il proprio destino, per preoccuparsi così dei destini del mondo.

«Sì, sì», continuò, «è come in Inghilterra: dopo Carlo I, Cromwell, dopo Cromwell Carlo II, e forse dopo Giacomo II, un principe d’Orange… I segreti di Dio sono imperscrutabili, e la serie delle umane vicende imprevedibile. Voi siete ancora giovane, e potrete vedere…»

«Sì, se esco di qui.»

«Ah, giusto», disse Faria, «noi siamo prigionieri; qualche volta lo dimentico, perché i miei occhi penetrano al di fuori di queste muraglie, e io mi credo libero.»

«Ma voi, perché siete in prigione?»

«Perché ho sognato nel 1807 il progetto che Napoleone ha tentato di realizzare nel 1811.»

E il vecchio abbassò la testa.

Dantès non capiva come un uomo poteva rischiare la sua vita per simili interessi. È vero però che, se egli conosceva Napoleone per avergli parlato una volta, non sapeva quali fossero stati i suoi progetti.

«Non siete voi… l’abate malato?» domandò Dantès che cominciava a condividere l’opinione generale che si aveva di lui nel castello d’If.

«Malato? Pazzo vorrete dire, che come tale son tenuto in questo luogo…»

«Non osavo dirlo», disse Dantès sorridendo.

«Sì, sì», continuò Faria con un amaro sorriso, «sono io che tutti dicono pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di questa prigione, e che rallegrerei i bambini, se vi fossero bambini nel soggiorno del dolore senza speranza.»

Dantès rimase un istante immobile e muto.

«Così ora rinunciate alla fuga?» disse.

«Credo che la fuga sia impossibile, un rivoltarsi contro Dio tentando ciò che Dio non vuole si compia.»

«Perché scoraggiarvi? Sarebbe troppo domandare alla Provvidenza di riuscire al primo tentativo! Non potete ricominciare da un’altra parte ciò che avete fatto da questa?»

«Ma sapete ciò che ho fatto, per parlare di ricominciare? Sapete che mi sono occorsi quattro anni per fabbricare gli utensili che possiedo? Che da due anni io gratto, raspo e foro una terra dura come il granito? Sapete che è stato necessario rompere delle pietre tali che mai avrei creduto di essere capace a muovere? Che giornate intere sono passate in questo lavoro gigantesco, e certe sere mi ritenevo felice solo per aver potuto levare tre centimetri di vecchio cemento divenuto duro quanto la pietra stessa? Sapete che per riporre tutta questa terra, tutti questi calcinacci, e queste pietre che spostavo, dovetti fare un’apertura sotto la volta di una scala, nel cui vano ho nascosto tutto quanto scavavo dal foro, e ora questo vano è pieno e non saprei più dove mettere un pugno di polvere? Sapete, infine, che credevo di arrivare al termine d’un lavoro per cui sentivo appena le forze per compierlo, ed ecco che Dio non solo ha allontanato la meta, ma l’ha spostata non so dove? Ve l’ho detto, e ve lo ripeto, d’ora innanzi non farò più niente per tentare di riacquistare la libertà, poiché vedo chiaro che la volontà di Dio è ch’io rimanga qui per sempre.»

Edmond abbassò la testa per non confessare a quell’uomo che la gioia di avere un compagno, gli impediva di prendere la parte dovuta al dolore del prigioniero per non essersi potuto salvare.

Faria si lasciò andare sul letto di Edmond, e Edmond rimase in piedi.

Il giovane non aveva mai pensato alla fuga. Vi sono di quelle cose che sembrano talmente impossibili, che non si ha neppure l’idea di tentarle e si evitano come per istinto. Scavare quindici metri sottoterra, consacrare a questa operazione un lavoro di due anni per giungere, se va bene, sopra un precipizio a picco sul mare; precipitarsi da quindici, diciotto, trenta metri d’altezza, per fracassarsi forse sopra uno scoglio, se la pallottola di una sentinella non vi ha colto prima; essere obbligato, giungendo a superare tutti questi pericoli, a fare una lega nuotando, tutto ciò era troppo, perché uno non si rassegnasse, e noi abbiamo visto che Dantès aveva già spinto questa rassegnazione fino alla morte.

Ma ora che il giovane aveva visto un vecchio attaccarsi alla vita con tanta energia e dargli l’esempio delle risoluzioni disperate, si mise a riflettere e a misurare il suo coraggio. Un altro aveva tentato ciò che egli non aveva avuto neppure l’idea di pensare, un altro meno giovane, meno forte, meno abile di lui, si era procurato a forza di operosità e pazienza tutti gli strumenti che gli occorrevano per quella incredibile operazione, fallita solo per una misura mal calcolata; un altro aveva fatto tutto ciò, niente dunque doveva essere impossibile a Dantès.

Faria aveva scavato quindici metri nel muro, egli ne avrebbe scavati trenta; Faria a cinquant’anni aveva impiegato due anni per il suo lavoro, egli che non aveva la metà degli anni di Faria, ne avrebbe impiegati quattro; Faria abate, dotto, non aveva timore di rischiare la traversata dal castello d’If all’isola di Daume, di Ratonneau o di Lemaire; Edmond marinaio, Dantès, l’ardito nuotatore che era stato tante volte a cercare coralli nel fondo del mare, esiterebbe dunque a fare una lega nuotando? Quanto tempo occorre per fare una lega nuotando? Un’ora. Ebbene, non era stato tante volte ore intere in mare senza toccar riva? No, no, Dantès non aveva bisogno che di essere incoraggiato dall’esempio; Dantès avrebbe fatto tutto ciò che un altro aveva fatto, o avrebbe potuto fare.

Edmond rifletté un istante.

«Io ho trovato ciò che voi cercate…» disse al vecchio.

Faria rabbrividì.

«Voi?» disse, rialzando la testa in modo che faceva capire che, se Dantès diceva la verità, lo scoraggiamento del suo compagno non sarebbe stato di lunga durata. «Voi? Vediamo, dunque, cosa avete trovato.»

«Il corridoio che avete fiancheggiato per venire dalla vostra cella fin qui, è parallelo alla galleria esterna, non è vero?»

«Sì.»

«Non deve dunque esserne lontano che una quindicina di passi?»

«A dir molto.»

«Ebbene, verso la metà del corridoio noi faremo un passaggio che lo attraversi a guisa di croce. Questa volta voi prenderete meglio le vostre misure e noi sboccheremo nella galleria, uccideremo la sentinella, e ce ne andremo. Perché questo piano riesca non ci vuole che coraggio, e voi ne avete; vigore, e io non ne manco; di pazienza non parlo, voi avete dato le vostre prove, io darò le mie.»

«Un momento», rispose Faria, «voi non sapete, mio caro compagno, di qual genere è il mio coraggio e qual uso io conti di fare della mia forza; quanto alla pazienza, io credo di essere stato abbastanza paziente ricominciando ogni mattina il lavoro di ogni notte, e ogni notte il lavoro del giorno. Ma allora, ascoltatemi bene, ragazzo mio, era perché mi sembrava che avrei servito Dio liberando una delle sue creature, che essendo innocente, non aveva potuto essere condannata.»

«Ebbene», domandò Dantès, «la cosa è allo stesso punto. Vi ritenete forse colpevole da che mi avete incontrato? Ditelo…»

«No, ma non voglio diventarlo. Fin qui credevo di avere a che fare con le cose, ora mi proponete di avere a che fare con gli uomini. Ho potuto traforare un muro e distruggere una scala, ma non potrei trafiggere un petto, né estinguere un’esistenza.»

Dantès ebbe un leggero moto di sorpresa.

«Come», disse, «potendo diventar libero, ve ne asterreste per un simile scrupolo?»

«E voi», disse Faria, «perché non avete una sera ucciso il carceriere con una gamba del vostro tavolino, e rivestito dei suoi abiti non avete tentato di fuggire?»

«Perché non me n’è venuta l’idea», disse Dantès.

«È perché voi sentite per un simile delitto un tale orrore istintivo, che non ci avete nemmeno pensato», rispose il vecchio, «perché nelle cose semplici e permesse i nostri naturali istinti ci avvertono che non usciamo dalla linea del nostro dovere. La tigre che versa il sangue per natura, non ha bisogno che di una cosa ed è che il suo odorato l’avverta che vi è una preda alla sua portata, si lancia verso questa preda, vi piomba sopra e la sbrana: questo è il suo istinto, lei obbedisce… Ma all’uomo, al contrario, ripugna il sangue: non solo le leggi sociali condannano l’omicidio, sono le leggi naturali che lo rigettano.»

Dantès era confuso. Ciò spiegava perfettamente quanto era passato nella sua anima a sua insaputa.

«E poi», continuò Faria, «da dodici anni circa che sono in prigione, ho riesaminato tutte le più celebri evasioni; le violente non sono riuscite che molto raramente. Le evasioni fortunate, le evasioni coronate da pieno successo, sono quelle meditate con giudizio e preparate con lentezza. Fu così che il duca di Beaufort fuggì dal castello di Vincennes, l’abate Duboquoi dal forte L’Evêque, e Latude dalla Bastiglia. Vi sono inoltre quelle che possono essere offerte dal caso; queste sono le migliori. Aspettiamo un’occasione, credetemi, e se questa occasione si presenta, approfittiamone.»

«Voi avete potuto aspettare», disse Dantès sospirando. «Questo lungo lavoro vi teneva occupato in tutti gli istanti, e quando voi non avevate lavoro per distrarvi, avevate le vostre speranze per consolarvi.»

«È vero», disse Faria sorridendo, «e d’altronde avevo un’altra occupazione.»

«Che facevate dunque?»

«Studiavo o scrivevo.»

«Vi davano dunque carta, penne e inchiostro?»

«No, ma li facevo.»

«Voi facevate carta, penne e inchiostro?» esclamò Dantès, incredulo.

«Sì.»

Dantès guardò quell’uomo con ammirazione; ma stentava a credere ciò che diceva. Faria si accorse di questo dubbio.

«Quando verrete a trovarmi», disse, «vi mostrerò un’opera intera, risultato dei pensieri, delle ricerche e delle riflessioni di tutta la mia vita, opera che avevo meditato all’ombra del Colosseo di Roma, ai piedi della colonna di San Marco a Venezia, sulle rive dell’Arno a Firenze, e non avrei mai pensato che i miei carcerieri mi avrebbero un giorno lasciato eseguire fra le quattro mura del castello d’If. È un’opera eminentemente filosofica che formerà un grosso volume in-quarto.»

«E voi l’avete scritta?»

«Sopra due camicie. Ho inventato un liquido che rende la tela liscia come la pergamena.»

«Siete un chimico?»

«Un poco. Ho conosciuto Lavoisier e sono stato amico di Cabanis.»

«Ma per una simile opera avreste dovuto consultare molti autori. Avevate dunque dei libri?»

«A Roma avevo quasi cinquemila volumi nella mia biblioteca, e a furia di leggere e di rileggere, ho scoperto che con centocinquanta opere ben scelte si ha, se non il riassunto completo delle umane cognizioni, almeno tutto ciò che è utile all’uomo sapere. Ho consacrato tre anni della mia vita a leggere e rileggere questi centocinquanta volumi, di modo che li sapevo a memoria quando fui arrestato. Con un leggero sforzo, me li sono richiamati tutti alla mente e ora potrei quasi recitarvi alla lettera Senofonte, Plutarco, Tito Livio, Tacito, Strada, Dante, Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Machiavelli e Bossuet, e non vi cito che i più importanti.»

«Dunque conoscete diverse lingue?»

«Parlo cinque lingue viventi: il tedesco, il francese, l’italiano, l’inglese e lo spagnolo; con l’aiuto del greco antico comprendo bene il greco moderno; solo lo parlo male, ma lo studio adesso.»

«Lo studiate?» disse Dantès.

«Sì, mi sono fatto un dizionario delle parole che sapevo; le ho combinate, girate e rigirate in modo che esse possano bastare per esprimere il mio pensiero. Conosco circa mille parole; a rigore sono abbastanza, sebbene ve ne siano centomila, credo, nel dizionario. Non sarei eloquente, ma mi farei capire benissimo, e ciò mi basta.»

Edmond, sempre più meravigliato, cominciava quasi a trovare soprannaturali le facoltà di quell’uomo straordinario. Volendo coglierlo in fallo in qualcosa, continuò: «Ma se non vi hanno dato delle penne», disse, «come avete potuto scrivere un’opera così voluminosa?»

«Ne ho fatte di eccellenti, che sarebbero preferite alle penne ordinarie, quando fosse nota la materia che uso, cioè le cartilagini delle teste di quei grossi merluzzi che qualche volta ci danno nei giorni di magro. Io vedevo giungere i mercoledì, i venerdì e i sabati con grandissimo piacere, perché essi mi davano la speranza d’aumentare la mia provvista di penne; e i miei lavori filosofici, ve lo confesso, sono la mia più cara occupazione. Pensando al passato, dimentico il presente, e camminando nella filosofia, dimentico di esser prigioniero.»

«Ma l’inchiostro?» disse Dantès. «Con cosa facevate l’inchiostro?»

«Nella mia cella c’era un tempo un caminetto murato poco prima del mio arrivo in prigione. Per molti anni vi si è dovuto far fuoco per tutto l’inverno, per cui è tutto coperto di fuliggine. Io faccio sciogliere questa fuliggine in una porzione di quel vino che ci danno la domenica e ciò mi serve da eccellente inchiostro per tutta la settimana. Per le note particolari, che hanno bisogno di essere distinte e scorte subito, mi pungo le dita e scrivo col mio sangue.»

«E quando potrò vedere tutto questo…?» domandò Dantès.

«Quando vorrete…» rispose Faria.

«Oh, subito! Subito!» esclamò il giovane.

«Seguitemi dunque…» disse Faria.

Egli s’infilò nel cunicolo sotterraneo, entro cui disparve; Dantès lo seguì.

17. La cella dell’abate

Dopo che fu passato, stando curvo ma con relativa facilità, attraverso il passaggio sotterraneo, Dantès arrivò all’estremità opposta del corridoio che immetteva nella cella dell’abate. Là il passaggio si restringeva, presentando appena lo spazio sufficiente perché un uomo potesse strisciarvi aggrappandosi.

La cella del nuovo amico aveva il pavimento lastricato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre in un angolo, il più oscuro della stanza, si vedeva dove Faria aveva cominciato la laboriosa fatica, di cui Dantès aveva visto la fine. Ricollocata la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra un pezzo di vecchia stuoia e questa precauzione bastava a nasconderla agli occhi dei carcerieri.

Non appena entrato e rizzatosi in piedi, il giovane esaminò quella cella misteriosa con la più grande attenzione. Al primo sguardo, non presentava niente di particolare.

«Bene», disse Faria, «non è che mezzogiorno e un quarto, e abbiamo ancora qualche ora per noi.»

Dantès guardò intorno cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l’ora in un modo così preciso.

«Vedete il raggio di luce che ci viene incontro dalla mia finestra», disse Faria, «guardate sul muro le linee che vi ho tracciato.»

A Dantès questa spiegazione non riusciva chiara. Vedendo il sole alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo, aveva sempre creduto che fosse quello che si muovesse, e non la terra. Tale doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si accorgeva, gli sembrava quasi impossibile. In ciascuna parola del suo interlocutore vedeva misteri di scienza così ammirabili e approfonditi, quanto quelle miniere d’oro e di diamanti che aveva visitato in un viaggio fatto, mentre era ancora quasi bambino, a Gizerate e a Golgonda.

«Vediamo», disse a Faria, «sono ansioso di esaminare i vostri tesori.»

Faria si mosse verso il caminetto, e con lo scalpello, che teneva sempre in mano, spostò la pietra che in passato era servita da focolare e che nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano rinchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès.

«Che cosa volete vedere per primo?» domandò.

«Mostratemi la vostra grande opera filosofica.»

Faria estrasse dal prezioso armadio tre o quattro rotoli di tela arrotolati come fogli di papiro; erano strisce larghe circa dieci centimetri, e lunghe circa quarantacinque. Tali strisce, numerate, erano coperte da una scrittura che Dantès poté leggere perché vergate nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, idioma che Dantès comprendeva perfettamente nella sua qualità di provenzale.

«Vedete», disse, «è tutto qui: sono circa tre giorni che ho scritto la parola fine nella sessantottesima striscia. Due delle mie camicie e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno tornassi libero e potessi trovare in Italia uno stampatore per pubblicarla la mia reputazione sarebbe fatta.»

«Sì», rispose Dantès, «lo vedo bene. Ora mostratemi, ve ne prego, le penne con cui avete scritto quest’opera.»

«Eccole…» disse Faria.

E mostrò un bastoncino lungo quindici centimetri, grosso quanto un manico di pennello, e attorno a una delle estremità era legata con un filo una di quelle cartilagini, ancora macchiata d’inchiostro, di cui Faria aveva parlato a Dantès, tagliata a becco, e con una fessura come una penna ordinaria.

Dantès l’esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era stata tagliata in un modo così preciso.

«Ah sì», disse Faria, «il temperino, non è vero? È il mio capolavoro; l’ho fatto come questo coltello, col vecchio candeliere di ferro.»

Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il doppio vantaggio di poter servire a un tempo, a seconda del bisogno, da coltello e da pugnale.

Dantès esaminò questi differenti oggetti con la stessa attenzione che avrebbe usata in una bottega di chincaglierie a Marsiglia.

Aveva esaminato altre volte eguali strumenti eseguiti dai selvaggi e portati dai mari del Sud dai capitani di lungo corso.

«In quanto all’inchiostro», disse Faria, «sapete quale metodo impiego, lo faccio quando ne ho bisogno.»

«Ciò di cui mi meraviglio è», disse Dantès, «che vi siano bastati i giorni per questi lavori.»

«Ma avevo le notti», rispose Faria.

«Le notti! Siete dunque della natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte?»

«No, ma Iddio ha dato all’uomo l’intelligenza per venire in aiuto alla povertà dei suoi sensi: mi sono procurato della luce.»

«E come?»

«Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere e ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugia.» E Faria mostrò a Dantès una specie di lanterna uguale a quelle che si adoperavano per illuminare le vie.

«Ma il fuoco?»

«Ecco delle pietruzze e della tela bruciata.»

«Ma gli zolfanelli?»

«Ho finto di avere una malattia cutanea, e ho domandato dello zolfo che mi è stato accordato.»

Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la testa, avvilito davanti alla perseveranza e alla forza di quello spirito.

«Questo non è tutto», continuò Faria, «poiché non bisogna mettere tutti i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamolo ora, questo.»

Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un po’ di terra, vi strisciò il piede per fare sparire ogni traccia, avanzò verso il suo letto e lo spostò. Dietro al capezzale, nascosto con una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, c’era un foro, e in questo foro una scala di corda lunga circa nove metri. Dantès l’esaminò, era di una solidità a tutta prova.

«Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest’opera meravigliosa?» domandò Dantès.

«Dapprima qualche camicia, poi qualche lenzuolo del mio letto sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelle. Quando sono stato trasferito al castello d’If ho trovato il mezzo di portare queste filacce; e ho continuato il mio lavoro.»

«Ma non si accorgevano che le vostre lenzuola erano senz’orlo?»

«Le ricucivo.»

«Con che?»

«Con quest’ago.»

E Faria alzando una falda del suo abito, mostrò una spina lunga, acuta e ancora affilata che vi portava attaccata.

«Sì», continuò Faria, «dapprima avevo pensato di svellere queste sbarre, e fuggire dalla finestra, un poco più larga della vostra, come voi vedete, e che avrei allargata di più all’istante della mia evasione; ma mi accorsi che dava in un cortile interno, e rinunciai a questo progetto essendo troppo rischioso. Ciò nonostante conservai la scala per una di quelle circostanze impreviste, per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che solo il caso qualche volta procura.»

Dantès, mentre sembrava che esaminasse la scala, pensava a tutt’altra cosa; un’idea gli si era affacciata alla mente. Quell’uomo così intelligente, così ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse chiarire la causa della sua infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto scorgere nulla.

«A che cosa pensate?» domandò Faria ridendo e prendendo la distrazione di Dantès per un eccesso di ammirazione.

«Pensavo a una cosa, alla quantità enorme d’intelletto che avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui siete arrivato. Che avreste dunque fatto se foste stato libero?»

«Forse niente. Il mio cervello è troppo pieno, e forse sarebbe evaporato in cose futili; occorre la disgrazia per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’umano intelletto; occorre la pressione per far scoppiare la polvere… La prigionia ha riunito in un solo punto tutte le mie facoltà fluttuanti e urtandosi esse in un angusto spazio, come nello scontro delle nuvole, provocano l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la luce.»

«No, io non so niente», disse Dantès avvilito dalla propria ignoranza, «una quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso, voi siete ben felice di essere così istruito!»

L’abate sorrise.

«Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? Ma non mi avete fatto conoscere che la prima; qual è la seconda?»

«Che voi mi avete raccontato la vostra vita, e io non vi ho raccontato la mia.»

«La vostra vita, caro ragazzo, è tanto breve che non può racchiudere avvenimenti di grand’importanza.»

«Essa racchiude una immensa disgrazia, una maledizione che io non ho meritato. Vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità.»

«Allora vi ritenete innocente del fatto che vi viene imputato?»

«Innocente del tutto! Lo giuro sulla testa dei due esseri che mi sono cari, sulla testa di mio padre e di Mercedes.»

«Sentiamo», disse Faria chiudendo il suo nascondiglio e rimettendo il letto al suo posto, «raccontatemi la vostra storia.»

Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava la sua storia, e che si limitava a un viaggio nell’India, e a due o tre viaggi in Levante. Finalmente arrivò all’ultima traversata, alla morte del capitano Leclère, al plico destinato al gran maresciallo, al colloquio avuto con lui, alla lettera ricevuta per il signor Noirtier e infine narrò l’arrivo a Marsiglia, la visita al padre, il suoi amore per Mercedes, il pranzo del fidanzamento, l’arresto, l’interrogatorio, la prigionia provvisoria nel palazzo di giustizia, e la prigionia definitiva al castello d’If.

Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più niente, neppure il tempo da che era prigioniero.

Terminato il racconto Faria rifletté profondamente.

«C’è», disse dopo un istante, «in diritto un assioma di grande profondità, e che coincide con ciò che vi dicevo, che il cattivo pensiero non nasce da una buona indole. Alla natura umana ripugna il delitto. Tuttavia la civiltà ci ha dato dei vizi, dei bisogni, degli appetiti fittizi, che qualche volta hanno l’influsso di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci al male. Quindi ne nasce questa massima: “Se voi volete scoprire il colpevole, cercate prima colui al quale può essere utile il delitto”. La vostra sparizione a chi poteva essere utile?»

«A nessuno, mio Dio! Ero così poca cosa.»

«Non rispondete così, perché la risposta manca a un tempo di logica e di filosofia. Tutto è relativo, mio caro amico. Dal re che ostacola il suo successore, fino all’ultimo impiegato che intralcia l’apprendista, ciascuno infastidisce colui che viene dopo o gli cammina a lato. Se il re muore, il suo successore eredita una corona, se l’impiegato muore l’apprendista eredita il suo impiego e lo stipendio di duecento lire. Queste duecento lire di stipendio sono per lui la sua identità civile e gli sono tanto necessarie per vivere, quanto i milioni di un re. Ciascun individuo, dal più basso al più alto grado della scala sociale, riunisce intorno a sé un piccolo mondo d’interessi, avendo i suoi turbini e i suoi atomi come i mondi di Cartesio. Soltanto questi mondi vanno sempre più allargandosi a misura che si monta. È una spirale rovesciata, che si tiene ritta sulla punta per forza d’equilibrio. Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate sul punto di essere nominato capitano a bordo del Pharaon?»

«Sì.»

«Eravate sul punto di sposare una bella ragazza?»

«Sì.»

«Esisteva qualcuno che avesse interesse a non vedervi diventare capitano del Pharaon? Qualcuno che avesse interesse perché non sposaste Mercedes? Rispondete intanto alla prima domanda, l’ordine è la chiave di tutti i problemi. Ripeto dunque, c’era nessuno a cui potesse interessare che voi non foste nominato capitano del Pharaon?»

«No, ero molto amato a bordo. Se i marinai avessero potuto eleggere un capo, son certo che sarei stato l’eletto. Un solo uomo poteva in qualche modo esser inquieto, perché tre mesi prima avevo avuto con lui una contesa, e gli avevo proposto un duello che rifiutò.»

«Avanti dunque!… Come si chiama quell’uomo?»

«Danglars.»

«Che cosa era a bordo?»

«Contabile.»

«Se voi foste divenuto capitano l’avreste conservato al suo posto?»

«No, se la cosa fosse dipesa da me, perché mi era sembrato di scorgere qualche scorrettezza nei suoi conti.»

«Bene. Ora, chi ha assistito al vostro ultimo colloquio col capitano Leclère?»

«Nessuno, eravamo soli.»

«Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione?»

«Sì, perché la porta era socchiusa, e anzi… aspettate… Sì, sì, Danglars è passato proprio nel momento in cui il capitano Leclère mi dava il plico per il gran maresciallo.»

«Bene, siamo sulla buona strada. Avete condotto con voi qualcuno, quando siete disceso a terra all’isola d’Elba?»

«Nessuno.»

«Vi fu rimessa una lettera?»

«Sì, dal gran maresciallo.»

«Che avete fatto voi di questa lettera?»

«L’ho riposta nel mio portafoglio.»

«Avevate dunque indosso un portafoglio. Come mai un portafoglio che doveva contenere una lettera ufficiale, poteva stare nella tasca di un marinaio?»

«Avete ragione, il mio portafoglio era a bordo.»

«Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafoglio?»

«Sì.»

«Da Portoferraio al battello, dove riponeste la lettera?»

«L’ho tenuta in mano.»

«Dunque quando voi siete risalito a bordo del Pharaon tutti hanno potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli altri… Ora ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi ricordate in quali termini era formulata la denuncia?»

«Oh sì, l’ho riletta tre volte e mi è rimasta nella mente parola per parola.»

«Ripetetemela dunque.»

Dantès si concentrò un istante. «Eccola», disse, «parola per parola: “Il signor procuratore del re è avvisato da un amico del trono e della religione, che il nominato Edmond Dantès, secondo sul bastimento il Pharaon, giunto questa mattina da Smirne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Marat di una lettera per Napoleone, e da questo di una lettera per il comitato bonapartista di Parigi. Si avrà prova del suo delitto arrestandolo, poiché si troverà questa lettera o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nella sua cabina a bordo del Pharaon”.»

Faria alzò le spalle. «Ciò è chiaro come la luce del giorno», disse, «e bisogna ben dire che voi abbiate avuto il cuore molto buono e molto ingenuo, per non indovinare la cosa al primo momento.»

«Voi credete?» esclamò Dantès. «Ah, questa sarebbe un’infamia.»

«Com’era la calligrafia di Danglars?»

«Un bel corsivo.»

«Com’era la calligrafia della lettera anonima?»

«Rovesciata.»

Faria sorrise. «Contraffatta, non è vero?»

«Ma molto sicura per essere contraffatta.»

«Aspettate!» disse Faria. E presa la penna, o ciò che così chiamava, la intinse nell’inchiostro e scrisse con la mano sinistra sopra un pezzo di tela, le prime due o tre righe della denuncia.

Dantès fece un balzo e guardò Faria quasi con timore.

«Oh! è meraviglioso, è sorprendente», esclamò, «come questa scrittura assomiglia a quella.»

«Perché la denuncia fu scritta con la mano sinistra; e io ho osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti con la mano destra sono diversi, ma quelli che sono fatti con la mano sinistra si assomigliano.»

«Voi avete dunque visto tutto, osservato tutto?»

«Continuiamo… passiamo alla seconda domanda. C’era nessuno a cui potesse interessare che voi non sposaste Mercedes?»

«Sì, un giovane che l’amava…»

«Il suo nome?»

«Fernando.»

«Questo è un nome spagnolo.»

«Era catalano.»

«Credete che sia stato capace di scrivere la lettera?»

«No, era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel cuore.»

«Bene, questo è nella natura spagnola; un assassinio, sì, una viltà, no.»

«Del resto», continuò Dantès, «ignorava tutti i particolari riportati nella denuncia.»

«Non li avevate raccontati a nessuno?»

«A nessuno.»

«Neppure alla vostra fidanzata?»

«Neppure alla mia fidanzata.»

«Fu Danglars!»

«Oh, adesso ne sono sicuro.»

«Ma aspettate… Danglars conosceva Fernando?»

«No… sì, cioè… ora mi ricordo…»

«Che cosa?»

«La vigilia del mio fidanzamento li ho visti assieme a una tavola sotto il pergolato di papà Pamphile. Danglars era amichevole e scherzoso, Fernando era pallido e sconvolto.»

«Erano soli?»

«No, c’era con loro un terzo uomo, che senza dubbio era stato quello che li aveva fatti conoscere, un sarto di nome Caderousse; ma questi era già ubriaco. Aspettate… aspettate…»

«Cosa c’è?»

«Come mai non me ne sono ricordato prima? Sulla tavola dove bevevano c’era un calamaio, della carta, e delle penne!» Dantès, battendosi con la mano la fronte, esclamò: «Oh, è così, fu là che scrisse quella lettera. Oh infami! Oh infami!»

«Volete sapere qualche altra cosa?» disse sorridendo Faria.

«Sì, sì, poiché voi approfondite tutto, poiché vedete chiaro in ogni cosa. Vorrei sapere perché non sono stato interrogato che una sola volta, perché non ho avuto i giudici e in qual modo sono stato condannato senza una sentenza.»

«Oh, questo», disse Faria, «è un affare un poco più grave. La giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e misteriose. Ciò che noi abbiamo intuito fin qui per i vostri due nemici è un gioco da ragazzi, ora occorrono maggiori indicazioni per questo argomento.»

«Allora interrogatemi, perché voi vedete nella mia vita più chiaro di me.»

«Chi vi ha interrogato? Fu il procuratore del re, il sostituto, o il giudice istruttore?»

«Il sostituto.»

«Giovane o vecchio?»

«Giovane, tra i 27 e i 28 anni.»

«Bene, non ancora corrotto, ma già ambizioso. Quali furono i modi che usò con voi?»

«Amichevoli piuttosto che severi.»

«Gli avete raccontato tutto?»

«Tutto.»

«E i suoi modi cambiarono mai durante l’interrogatorio?»

«Un istante si sono alterati, quando lesse la lettera che mi comprometteva. Sembrò oppresso dalla mia disgrazia.»

«Dalla vostra disgrazia?»

«Sì.»

«Siete ben sicuro che si affliggeva per la vostra disgrazia?»

«Perlomeno mi ha dato prova della sua simpatia per me.»

«E quale?»

«Ha bruciato quel solo documento che poteva certamente compromettermi.»

«Quale documento? La denuncia?»

«No, la lettera.»

«Ne siete sicuro?»

«Lo fece sotto i miei occhi.»

«Ora è un’altra cosa; quell’uomo potrebbe essere uno scellerato maggiore di quello che avete creduto.»

«Sul mio onore, voi mi fate fremere», disse Dantès. «Il mondo dunque è popolato di tigri e coccodrilli?»

«Sì, con questa differenza, che le tigri e i coccodrilli a due gambe sono più pericolosi degli altri. Dunque, mi dicevate, ha bruciato quella lettera?»

«Sì, dicendomi: “Voi vedete, non esiste che questa prova contro di voi, e io la distruggo”.»

«Questa condotta è troppo sublime per essere naturale.»

«Credete?»

«Ne sono sicuro. A chi era diretta quella lettera?»

«Al signor Noirtier, via Héron, numero 13, Parigi.»

«Potete presumere che il vostro sostituto avesse qualche interesse a far sparire quella lettera?»

«Forse, perché mi ha fatto promettere due o tre volte, diceva nel mio interesse, di non parlare ad alcuno di quella lettera: anzi mi ha fatto giurare di non pronunciare mai a chicchessia il nome che stava scritto sull’indirizzo.»

«Noirtier!» disse Faria. «Noirtier! Ho conosciuto un Noirtier alla corte della vecchia duchessa di Toscana, un Noirtier che nella rivoluzione era stato girondino. Come si chiamava il sostituto?»

«Villefort.»

Faria scoppiò in una risata.

Dantès lo guardò con stupore.

«Che avete?» domandò.

«Vedete questo raggio di sole?» chiese Faria.

«Sì.»

«Bene, tutto adesso è più chiaro di questo raggio trasparente e luminoso. Povero giovane! E questo magistrato era buono con voi? Ha bruciato, distrutto la lettera? Vi ha fatto giurare di non pronunciare mai il nome di Noirtier?»

«Sì.»

«Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo Noirtier?… Era suo padre!»

Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un abisso in fondo a cui si fosse aperto l’inferno, non avrebbe prodotto un effetto così immediato, così elettrizzante, così opprimente quanto quelle inaspettate parole. Si alzò, afferrandosi la testa fra le mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse.

«Suo padre!… Suo padre!…» esclamò.

«Sì, suo padre… che si chiama Noirtier Villefort», aggiunse Faria.

Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero: tutto ciò che gli era rimasto oscuro venne illuminato da una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante l’interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la voce quasi supplicante del magistrato, che in luogo di minacciare sembrava implorare, tutto, tutto gli ritornò alla mente.

Gettò un grido, barcollò come un ubriaco, poi lanciandosi all’apertura che portava dalla cella di Faria alla sua: «Oh», disse, «devo star solo, per poter pensare a tutto ciò».

E arrivando nella sua cella cadde sul letto, dove il carceriere lo ritrovò la sera seduto con gli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una statua.

Nelle ore di meditazione, che per lui erano passate come minuti secondi, aveva preso una terribile risoluzione e fatto un formidabile giuramento. Per mantenere questo giuramento e mandare a effetto questa risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe stato libero! Una voce venne a togliere Dantès da queste fantasticherie, era quella di Faria che dopo la visita del carceriere, veniva a invitare Dantès a cenare con lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo divertente, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio, come avere il pane un poco più bianco, e una bottiglietta di vino alla domenica. Ora era precisamente una domenica, e Faria veniva a invitare il suo giovane compagno a condividere il vino e il pane.

Dantès lo seguì: tutte le linee del suo viso si erano ricomposte, ma con una durezza e fermezza che manifestavano una risoluzione.

Faria lo guardò fisso.

«Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi detto ciò che vi ho detto.»

«Perché?» domandò Dantès.

«Perché vi ho infiltrato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta.»

Dantès sorrise.

«Parliamo d’altro», disse.

Faria lo guardò ancora un istante e scosse rammaricato la testa; quindi, come aveva pregato Dantès, parlò d’altro.

Il vecchio prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti, e non smette mai di interessare; ma non era un egoista, questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie.

Dantès ascoltava ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle idee che già aveva, e alle conoscenze del suo stato di marinaio; altre appartenevano a cose a lui sconosciute, e come le aurore boreali che rischiarano i navigatori australi, parlavano al giovane di Paesi sconosciuti e di nuovi orizzonti illuminati da luci fantastiche. Dantès concepì la felicità di cui doveva godere un uomo intelligente a seguire questo spirito elevato sulle vette morali, filosofiche e sociali, cui d’abitudine perveniva.

«Voi dovreste insegnarmi un po’ di quanto sapete», disse Dantès, «non fosse altro che per non annoiarvi con me. Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine a un compagno senza educazione e senza istruzione come sono io. Se acconsentite, vi prometto di non parlarvi più di fuga.»

Faria sorrise.

«Ahimè, figlio mio», disse, «la scienza umana è molto limitata, e quando vi avessi insegnato le matematiche, la fisica, la storia e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so io. Tutta questa scienza potrei farla passare dal mio cervello nel vostro in due anni.»

«Due anni!» disse Dantès. «Credete che io possa imparare tutte queste cose in due anni?»

«Nella loro applicazione no; nei loro principi sì. L’imparare non è lo stesso che sapere: vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria forma i primi, la filosofia i secondi.»

«Ma la filosofia non si può imparare?»

«La filosofia non s’impara, la filosofia è la riunione delle scienze imparate nel genio che le applica.»

«Vediamo», disse Dantès. «Che cosa m’insegnerete per primo? Ho smania di cominciare, ho sete di scienza.»

«Tutto!» disse Faria. Fin da quella sera i due prigionieri stabilirono un piano che cominciò a essere messo in esecuzione il giorno dopo.

Dantès aveva una memoria prodigiosa, una estrema facilità a imparare; la predisposizione matematica della sua mente lo rendeva atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, mentre la poesia del marinaio correggeva tutto quanto poteva esservi di troppo materiale nella dimostrazione ridotta all’aridità delle cifre e alla precisione delle linee. D’altronde sapeva già l’italiano e un poco l’arabo che aveva imparato viaggiando in Oriente. Con queste due lingue imparò ben presto il meccanismo di tutte le altre, e in capo a sei mesi cominciò a parlare l’inglese e il tedesco.

Come aveva detto all’abate Faria, sia che la distrazione procuratagli dallo studio gli paresse già libertà, sia che fosse, come abbiamo già visto rigido osservatore della sua parola, Dantès non parlava più di fuggire, e le giornate per lui passavano rapide e istruttive. In capo a un anno era già un altro uomo.

Quanto a Faria, Edmond osservava che, malgrado la distrazione arrecatagli dalla sua presenza, diventava ogni giorno più tetro; un pensiero incessante ed eterno sembrava dominare il suo spirito; era preso da profonde meditazioni, si alzava d’un tratto, incrociava le braccia e passeggiava nella cella.

Un giorno si fermò di colpo ed esclamò: «Ah, se non ci fosse la sentinella».

«Non ci sarà sentinella quando non la vorrete», disse Dantès che aveva seguito il suo pensiero come attraverso un cristallo.

«Ah, io ve l’ho detto: ho ripugnanza all’idea d’un omicidio.»

«Questo omicidio, se venisse commesso, sarebbe per istinto di conservazione, per difesa personale.»

«Non importa… io non saprei…»

«Ciò nonostante voi ci pensate?»

«Senza posa, senza posa», mormorò Faria.

«E avete trovato un mezzo, non è vero?» domandò Dantès.

«Sì, se mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca.»

«Sarà cieca, sarà sorda», gridò il giovane con un accento risoluto che spaventò Faria.

«No, no», esclamò, «è impossibile.»

Dantès volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse la testa, e rifiutò di continuare a rispondere.

Passarono altri tre mesi.

«Siete forte?» domandò un giorno Faria a Dantès.

Dantès senza rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo raddrizzò.

«Vi impegnereste a non uccidere la sentinella che in caso di estrema necessità?»

«Sì, sul mio onore.»

«Allora», disse Faria, «noi potremo eseguire il nostro progetto.»

«E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo?»

«Almeno un anno.»

«Dobbiamo dunque metterci al lavoro?»

«Subito.»

«Oh, vedete dunque, abbiamo perduto un anno.»

«Credete che quest’anno sia stato perduto?»

«Oh, perdono, perdono!» esclamò Edmond arrossendo.

«Zitto!» disse Faria. «L’uomo non è che un uomo, e voi siete ancora uno dei migliori che abbia conosciuto. Prendete, questo è il mio piano.»

Faria mostrò allora a Dantès un disegno che aveva tracciato: era la pianta della sua cella, di quella di Dantès, e del corridoio che le univa una all’altra. Nel mezzo di questo corridoio egli poneva un condotto uguale a quelli che si praticano nelle miniere. Questo condotto avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava la sentinella. Una volta giunti là, avrebbero scavato di nuovo, avrebbero tolto una delle pietre quadrate che formano il pavimento della galleria; la pietra sarebbe sprofondata sotto il peso del soldato che sarebbe caduto nel buco. Dantès si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento in cui, ancora stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi, lo avrebbe legato, gli avrebbe turato la bocca, e allora tutti e due passando da una finestra della galleria, sarebbero discesi lungo la muraglia esterna con l’aiuto della scala di corda, e si sarebbero salvati.

Dantès batté le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; questo piano era così semplice, che era impossibile non riuscisse.

Nel medesimo giorno i due minatori si misero all’opera e con un ardore tanto più grande, in quanto questo lavoro cominciava dopo un lungo riposo, e non faceva, secondo tutte le probabilità, che assecondare il pensiero intimo e segreto d’entrambi.

Non si interrompevano, se non l’ora nella quale ciascuno era obbligato a rientrare nella propria cella, per ricevere la visita del carceriere. D’altronde, avevano preso l’abitudine di distinguere così facilmente il rumore impercettibile dei passi, al momento in cui quell’uomo discendeva, che mai né l’uno né l’altro fu preso alla sprovvista. La terra estratta dalla nuova galleria, sufficiente per riempire l’antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con inaudite precauzioni dall’una o dall’altra delle finestre della cella di Dantès o di Faria, polverizzata con ogni cura, e il vento della notte la disperdeva senza lasciarne traccia.

Più d’un anno passò in questo lavoro che venne eseguito con uno scalpello, un coltello e una leva di legno.

Durante quest’anno e mentre lavoravano Faria continuò a istruire Dantès, parlandogli ora in una lingua, ora in un’altra; insegnandogli la storia delle nazioni, e di quei grand’uomini che di tempo in tempo lasciano dietro di sé una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria.

Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva nelle sue maniere una specie di maestà malinconica, da cui Dantès per spirito d’imitazione seppe trarre profitto, e ricavarne quell’elegante tratto di cui mancava e quei modi aristocratici che generalmente non si acquistano che frequentando le classi elevate o conversando con uomini superiori.

Dopo quindici mesi, il foro era finito, lo scavo sotto la galleria fatto. Si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due uomini, obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna per rendere più sicura la loro evasione, non avevano che un timore, che la botola sprofondasse prima del tempo sotto i piedi del soldato. Venne ovviato a questo inconveniente puntellandola con una specie di travicello che avevano trovato negli scavi.

Dantès era occupato a sistemarlo quando sentì Faria, rimasto in cella a preparare cavicchi per fissare la scala di corda, che lo chiamava con accento di disperazione.

Dantès rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo alla stanza, pallido, col sudore sulla fronte, e le mani intirizzite.

«Oh, mio Dio!» gridò Dantès. «Che c’è? Che cosa avete?»

«Presto, presto», disse Faria, «ascoltatemi.»

Dantès guardò il viso livido di Faria, i suoi occhi con un cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e dallo spavento lasciò cadere a terra lo scalpello che teneva in mano.

«Che c’è dunque?» gridò Edmond.

«Sono perduto», disse Faria, «ascoltatemi. Un male terribile, un male forse mortale mi prende in questo momento. L’attacco è cominciato, lo sento. Ne fui già colpito l’anno prima della mia carcerazione. A questo male non c’è che un rimedio. Correte subito nella mia cella, togliete un piede al letto, questo piede è cavo: vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà d’un liquido rosso; portatemela, o piuttosto… no, no… potrei essere sorpreso qui… aiutatemi a rientrare nella mia cella fino a che mi resta qualche forza. Chissà ciò che può accadere, e quanto tempo durerà l’attacco.»

Dantès senza molto agitarsi, sebbene la disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel cunicolo sotterraneo, e trascinò l’infelice compagno conducendolo con pena infinita sino alla sua cella, dove lo coricò sul letto.

«Grazie», disse Faria, tremando come uscisse dall’acqua ghiacciata, «ecco il male che avanza, sto per avere una crisi epilettica. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito, ma forse mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che non siano intese le mie grida, questo soprattutto importa, perché potrebbero cambiarmi la cella e noi saremmo divisi per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo e morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fate colare nella mia bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse mi rimetterò.»

«Forse?» esclamò dolorosamente Dantès.

«A me, a me!» gridò Faria. «Io muo… m… m…»

L’attacco fu così rapido e violento, che l’infelice prigioniero non poté finire la parola: una nube passò sulla sua fronte contratta e tetra come le tempeste del mare. La crisi dilatò gli occhi, contorse la bocca, imporporò le guance. Si agitò, ruggì; ma come aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò queste grida sotto la coperta. Tutto ciò durò due ore. Poi più inerte d’un masso, più pallido e più freddo del marmo, più avvizzito di una rosa calpestata, cadde, si contorse in un’ultima convulsione e divenne livido.

Edmond aspettò che questa morte apparente avesse investito tutto il corpo, e lo ghiacciasse fino al cuore, allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò con una pena infinita le rigide mascelle, e, contate una dopo l’altra le dieci gocce del rosso liquore, aspettò.

Passò un’ora senza che il vecchio facesse il più piccolo movimento. Dantès temeva di avere aspettato troppo e lo guardava con le mani nei capelli. Finalmente un leggero colorito apparve sulle sue guance; i suoi occhi, costantemente rimasti aperti e vitrei, ripresero il consueto sguardo, un debole sospiro sfuggì dalla sua bocca; fece un piccolo movimento.

«È salvo! È salvo!» gridò Dantès.

Il malato non poteva ancora parlare, ma allungò con ansia visibile la mano verso la porta.

Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere. Erano quasi le sette: Dantès non aveva avuto modo di misurare il tempo.

Il giovane si lanciò verso l’apertura, vi si precipitò, rimise la pietra al di sopra della testa e rientrò nella sua cella. Un istante dopo la sua porta si aprì, e il carceriere ritrovò, come al solito, il prigioniero sul letto. Appena ebbe voltate le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perse nel corridoio, Dantès, divorato dall’inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese il cammino sotterraneo e, sollevando la pietra, rientrò nella cella di Faria.

Questi aveva ripreso conoscenza, ma era sempre steso sul suo letto, inerte e senza forze.

«Non contavo più di rivedervi», disse a Dantès.

«E perché?» domandò Edmond. «Credevate dunque di morire?»

«No, ma tutto è in ordine per la fuga, ed ero certo che sareste fuggito.»

L’indignazione colorò le guance di Dantès.

«Senza di voi!» gridò. «Mi avete veramente creduto capace di ciò?»

«Adesso m’accorgo che mi sono ingannato», disse il malato. «Ah, sono molto debole, molto stanco.»

«Coraggio, le forze vi ritorneranno», disse Dantès, sedendosi vicino al letto di Faria e prendendogli le mani.

Faria scosse la testa.

«L’ultima volta», disse, «l’attacco non durò che una mezz’ora, dopo la quale ebbi fame e mi rialzai. Oggi non posso muovere né la gamba, né il braccio destro; la mia testa è oppressa, e ciò prova che c’è stato un’emorragia cerebrale; al terzo resterò completamente paralizzato o morirò sul colpo.»

«No, no, tranquillizzatevi, voi non morirete. Se questo terzo attacco deve colpirvi vi troverà libero; io vi salverò come questa volta, e meglio ancora, perché avremo tutti i necessari soccorsi.»

«Amico mio», disse il vecchio, «non vi illudete. La crisi passata mi ha condannato a un carcere perpetuo. Per fuggire bisogna poter camminare.»

«Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se occorre; le vostre forze ritorneranno. Tutto è pronto per la nostra fuga, e abbiamo la libertà di scegliere a nostro piacere l’ora e il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forza per nuotare, quel giorno metteremo in esecuzione il nostro progetto.»

«Non nuoterò più», disse Faria, «questo braccio è paralizzato non per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso e sentite quanto è pesante.»

Il giovane sollevò il braccio, che ricadde morto e insensibile.

Dantès mandò un profondo sospiro.

«Ora sarete convinto, non è vero Edmond?» disse Faria. «Credetemi, so quello che dico. Dopo il primo attacco di questo male, non ho mai cessato di studiarvi e riflettervi sopra: lo aspettavo perché è una eredità di famiglia. Mio padre è morto al terzo attacco, mio nonno ugualmente; il medico che mi preparò questo liquore, che non fu altri che il celebre Cabanis, mi predisse la stessa sorte.»

«Il medico si sbaglia», gridò Dantès. «In quanto alla vostra paralisi, essa non mi sgomenta: vi prenderò sulle mie spalle e nuoterò sostenendovi.»

«Amico mio», disse Faria, «voi siete marinaio, siete nuotatore; dovete di conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile fardello non potrebbe fare più di cinquanta metri in mare. Smettete d’illudervi, non lasciatevi ingannare dall’ottimo vostro cuore. Io resterò qui fino a che suoni l’ora della mia liberazione, che non può più essere che quella della morte. In quanto a voi, fuggite. Siete giovane e forte, non vi occupate di me, io vi rendo la vostra parola.»

«Sta bene», disse Dantès, «allora…»

«Allora?»

«Io pure resterò.»

Poi levandosi e stendendo una mano sul vecchio: «Per quanto vi è di più sacro, giuro di non lasciarvi che alla vostra morte».

Faria considerò questo giovane così nobile, semplice ed elevato, e lesse sui tratti animati dalla devozione più pura, la sincerità della sua affermazione, e la lealtà del suo giuramento.

«Sia…» disse il malato. «Io accetto, e vi ringrazio.»

Poi, tendendogli la mano: «Forse sarete ricompensato di questo affetto disinteressato», gli disse. «Poiché non posso e voi non volete partire, è necessario che interriamo il sotterraneo sotto la galleria. Il soldato che cammina può scoprire la sonorità dello scavo, richiamare l’attenzione di un ispettore, e allora saremmo scoperti e separati. Andate a fare questo lavoro nel quale disgraziatamente non posso aiutarvi; impiegatevi tutta la notte se occorre, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del carceriere. Avrò qualche cosa di somma importanza da comunicarvi.»

Dantès prese la mano di Faria che lo rassicurò con un sorriso e uscì con quell’obbedienza e quel rispetto che gli ispirava il suo vecchio amico.


18. Il tesoro

La mattina del giorno dopo, allorché Dantès rientrò nella cella del suo compagno di prigionia, trovò Faria seduto, con il viso calmo. Un raggio di sole penetrava attraverso la stretta finestra della cella. Nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l’uso, Faria teneva un pezzo di carta che, per l’abitudine di restare avvolto sempre nello stesso modo, aveva preso la forma di un rotolo.

Mostrò a Dantès la carta senza dire una parola.

«Che cos’è?» domandò questi.

«Guardate con attenzione…» disse Faria sorridendo.

«Guardo con tutta l’attenzione possibile», disse Dantès, «e non vedo altro che un pezzo di carta mezza bruciata e sulla quale sono tracciati dei caratteri gotici con un inchiostro particolare.»

«Questa carta, amico mio», disse Faria, «ora ve lo posso confessare perché vi ho conosciuto meglio, questa carta è il mio tesoro, di cui, da questo momento, la metà è vostra!»

Un sudore freddo passò sulla fronte di Dantès. Finora, e per uno spazio lungo di tempo, aveva sempre evitato di parlare a Faria di questo tesoro, origine dell’accusa di pazzia che gravava sul povero amico. Con la sua istintiva delicatezza, Edmond aveva preferito non toccare questa corda dolorosa, e Faria aveva taciuto. Dantès aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla ragione.

«Il vostro tesoro?» balbettò Dantès.

Faria sorrise.

«Sì», disse, «voi siete un nobile cuore, Edmond, e dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la vostra mente in questo istante. No, state tranquillo, non sono pazzo. Questo tesoro esiste, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo, voi lo possederete per me. Nessuno ha voluto ascoltarmi, né credermi, fui giudicato pazzo. Ma voi dovete sapere che non lo sono: ascoltatemi, e dopo credetemi se volete.»

«Ahimè», mormorò Edmond fra sé, «il malato ricade nella sua idea fissa. Mi mancava questa disgrazia…»

E poi, alzando la voce: «Amico mio», disse a Faria, «il vostro attacco vi ha stancato: non volete prendere un poco di riposo? Domani, se lo desiderate, sentirò la vostra storia, ma oggi dovete curarvi, dovete avervi dei riguardi; d’altronde», continuò sorridendo, «un tesoro non deve ora granché interessarci».

«Ci deve interessare moltissimo, Edmond», rispose il vecchio, «chissà che domani o dopodomani non giunga il terzo attacco; allora tutto sarebbe finito… Sì, è vero, qualche volta ho pensato con amaro piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie, fortune perdute per coloro che mi perseguitano. Quest’idea mi serviva di vendetta e io l’assaporavo lentamente nell’oscurità della mia segreta e nella disperazione della mia prigionia; ma ora che vi vedo giovane e pieno di speranza, ora che penso a tutto ciò che può venirne di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo per il ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario degno quanto voi siete a queste immense ricchezze nascoste.»

Edmond voltò altrove la testa sospirando.

«Voi persistete nella vostra incredulità, Edmond», continuò Faria, «la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi occorrono delle prove. Ebbene leggete questo foglio che io non ho fatto vedere mai ad alcuno.»

«Domani, amico mio», disse Edmond, dispiacendogli assecondare la follia del vecchio. «Credevo fosse già stabilito fra noi che non ne avremmo parlato che domani…»

«Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio.»

«Non irritiamolo di più…» pensò Edmond. E prendendo la carta di cui mancava la metà consunta dal fuoco, egli lesse.

«Ebbene?» disse Faria, quando il giovane ebbe finito la lettura.

«Ma», rispose Dantès, «non leggo che righe tronche, che parole senza senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano inintelligibili.»

«Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me che vi impallidii sopra molte notti, e ho ricostruito ogni frase, e completato ogni pensiero.»

«E voi credete di aver ritrovato questo senso nascosto?»

«Ne sono sicuro; lo giudicherete voi stesso. Ma prima ascoltate la storia di questa carta.»

«Silenzio!» esclamò Dantès. «Dei passi! Qualcuno si avvicina… io vado… addio!»

E Dantès, lieto di poter evitare la storia e la spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato l’infelice condizione del suo amico, fuggì per lo stretto andito, mentre Faria acquistando una specie di energia dalla paura, spinse col piede la pietra che ricoprì con la stuoia.

Era il governatore, che avvisato dal carceriere della malattia di Faria, veniva ad assicurarsi della sua gravità.

Faria lo ricevette seduto, evitò qualunque gesto che potesse comprometterlo, e riuscì a nascondere al governatore di essere stato colpito da una paralisi, che gli aveva bloccato metà della persona.

Il suo timore era che il governatore, mosso a pietà, volesse farlo trasportare in una prigione più sana e lo separasse in tal modo dal suo giovane compagno: fortunatamente non fu così. Il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo, per il quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di simpatia, non era affetto che da una leggera indisposizione.

Intanto Edmond, seduto sul letto e con la testa fra le mani, cercava di riordinare le idee. Dacché conosceva Faria, aveva sempre scorto in lui tanta ragione e tanta logica, che non poteva comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse poi collegarsi all’alienazione sopra un sol punto. Era Faria che s ingannava sul suo tesoro, o erano gli uomini che s’ingannavano sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non osando ritornare a visitare l’amico. Cercava di allontanare così il momento in cui avrebbe acquistato la certezza che il suo compagno era pazzo; e questa convinzione lo intimoriva molto.

Ma verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più tornare il giovane, tentò di superare lo spazio che lo divideva da lui.

Edmond rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il vecchio per trascinarsi: la sua gamba era inerte e non poteva aiutarsi che con un sol braccio.

Edmond fu obbligato a tirarlo a sé, poiché da solo non sarebbe riuscito a uscire per la stretta apertura che immetteva nella cella di Dantès.

«Eccomi implacabilmente a perseguitarvi», disse con un sorriso di benevolenza. «Avete creduto di potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi è servito a niente. Ascoltatemi dunque…»

Edmond vedendo che non poteva più evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto e si mise vicino a lui sullo sgabello.

«Voi sapete», disse Faria, «che io ero il segretario, il confidente, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo nome. Devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di felicità in questa vita. Egli non era ricco, benché le ricchezze della sua famiglia fossero proverbiali, e abbia spesso inteso dire: “ricco come uno Spada”. Egli viveva sotto questa reputazione di opulenza: il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i suoi nipoti, che morirono, e allora dedicandomi con devozione a tutte le sue volontà, cercai di rendergli tutto ciò che aveva fatto per me. Avevo sovente visto lo Spada scartabellare dei libri antichi di famiglia tutti ricoperti di polvere. Un giorno che gli rimproveravo queste inutili veglie, e l’abbattimento che le seguiva, mi guardò sorridendo amaramente, e mi aprì un libro: era la storia d’Italia. Al ventesimo capitolo stava scritto: “Cesare Borgia prese d’assalto Senigallia, che apparteneva a Francesco Maria della Rovere; il giorno della vittoria chiamò a palazzo tutti i condottieri del suo esercito e a misura che entravano nella sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche lega che potesse inceppare le sue vittorie nella Romagna, fece a tutti l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitar della porta. Così morì Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto, signore di Bermo, Paolo Orsini, duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada ecc.

«Dopo questa lettura, egli mi riferì così: “Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò a invadere la Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita, ma la perdita di quegli immensi beni di cui era ritenuto possessore, e che conservava gelosamente per trasmetterli a un nipote che amava qual figlio.

«Quando Guido Spada, dopo la vittoria di Senigallia, ricevette l’invito a pranzo del Borgia, sospettò il tradimento che veniva ordito, e accorgendosi che anche se non fosse andato al convito la sua vita sarebbe rimasta sempre in balia del Borgia, si limitò a spedire un messaggio al nipote a Roma per avvertirlo del luogo ove teneva il suo testamento.

«Il messaggero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso durante il cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non uno scritto dello Spada in cui diceva: “Lascio al mio nipote amatissimo i miei scrigni e i miei libri, fra i quali la mia bibbia dagli angoli d’oro, desiderando che egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo zio”.

«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la bibbia, fecero man bassa dei mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non fosse effettivamente che il più miserabile degli zii. Nessun tesoro fu rinvenuto, se pure si vuole chiamare tesori le scienze racchiuse nella biblioteca e nel laboratorio chimico.

«Il messaggero assassinato durante il viaggio, ebbe il tempo prima di morire, di dire a un sacerdote, che gli aveva somministrato i conforti della religione davanti alla chiesetta presso la quale fu aggredito, che facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta segretezza, che fra le carte dello zio avrebbe certamente trovato il suo testamento.

«Il sacerdote eseguì questo estremo desiderio del morente; e dopo questo annuncio si raddoppiarono le ricerche; ma tutto fu invano. Non restarono al nipote che due palazzi, una villa dietro al Palatino, e un migliaio circa di scudi in gioielli, e altrettanto in moneta contante.

«La famiglia Spada non riprese più il lustro di prima e rimase dubbia la loro fortuna. Un mistero eterno pesò sopra questa cosa e la pubblica fama fece credere che Cesare Borgia avesse trovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido sotto le mura di Senigallia.

«Fin qui», s’interruppe Faria sorridendo, «non vi sembrerà che questo racconto sia privo di senno.»

«Oh, amico mio», disse Dantès, «mi sembra, al contrario, di leggere una cronaca piena d’interesse. Continuate.»

«Continuo. La famiglia si adattò a questa oscurità; gli anni trascorsero. Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri finirono per rovinarsi.

«Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello di cui fui segretario, al conte Spada.

«Io lo avevo spesso sentito lamentarsi della sproporzione del suo rango con la sua fortuna, per cui lo avevo consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita vitalizia: ascoltò il mio consiglio, e in tal modo raddoppiò le sue entrate.

«La famosa bibbia dagli angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed era il conte Spada quello che la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perché la clausola bizzarra del testamento ne aveva fatto una vera reliquia, custodita con venerazione in famiglia. Era un libro illustrato da magnifiche miniature gotiche e così pesanti d’oro, che ci voleva un leggìo per poterla usare.

«Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene, che venivano custodite negli archivi della famiglia e che appartenevano a Guido Spada, mi misi a mia volta, come venti servitori, venti intendenti e venti segretari che mi avevano preceduto, a esaminare queste filze di scartafacci.

«A onta dell’attività e della precisione delle mie instancabili ricerche, non trovai assolutamente niente. Frattanto avevo letto e anche scritto una storia esatta delle genealogie della famiglia Borgia, al solo scopo di assicurarmi se fosse stata aggiunta alla famiglia di questi principi qualche gran fortuna dopo la morte di Guido Spada, e non potei notare altro se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decapitati, che furono ben presto esauriti nelle guerre di Romagna.

«Ero dunque sicuro che né Cesare Borgia, né la sua famiglia si erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori gli Spada, ma che queste, se esistevano, erano rimaste senza padrone, come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra, sotto la custodia di un genio.

«Sfogliai, contai, calcolai mille e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli con le spese e rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi ritrovai una incalcolabile differenza. Ciò nonostante tutto fu inutile, io restai nella mia ignoranza, e il conte Spada nella sua miseria.

«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio non aveva escluso che le sue carte di famiglia, la sua biblioteca composta di cinquemila volumi e la sua famosa bibbia; mi lasciò legatario di tutto questo, unitamente a un migliaio di scudi romani che possedeva in denaro contante, con la condizione di fargli dire delle messe nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho fatto esattamente…»

E qui siccome Dantès faceva qualche moto d’impazienza, Faria s’interruppe dicendo: «Tranquillizzatevi, Edmond, ci avviciniamo alla fine. Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, e vedrete fra poco in qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente, rileggevo per la centesima volta queste carte che mettevo in ordine perché, appartenendo ormai il palazzo a uno straniero, io stavo per lasciare Roma e stabilirmi a Firenze portando con me una quantità di libri, la mia biblioteca e la mia famosa bibbia, allorché stanco di questo continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, abbandonai la testa sopra le mani e mi addormentai.

«Erano le tre dopo mezzogiorno. Mi svegliai che la pendola batteva le sei. Alzai la testa e mi ritrovai nella più profonda oscurità. Suonai perché mi si portasse il lume: non venne alcuno. Mi risolsi allora a servirmi da me; quest’era d’altronde un’abitudine da filosofo che avevo adottato. Presi con una mano la bugia che era sul tavolo, con l’altra, non trovando zolfanelli, cercai un pezzo di carta che pensai d’accendere a un resto di fuoco nel caminetto; ma nell’oscurità, temendo di prendere una carta preziosa, invece di un foglio inutile, esitai; allora mi ricordai di aver visto nella famosa bibbia che era sulla tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava fosse servito da segnalibro nella pagina ove aveva cessato la lettura il suo vecchio proprietario, e che aveva attraversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli eredi.

«Cercai a tastoni quest’inutile foglio, lo trovai, lo accartocciai, lo accostai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le mie dita, come per magia, a misura che il fuoco avanzava vidi dei caratteri giallastri uscire dalla carta e apparire sul foglio. Allora fui preso dal terrore; serrai tra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la bugia alla brace; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato, e capii che un misterioso inchiostro simpatico aveva tracciato quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore: poco più di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Rileggetelo, Dantès; poi quando lo avrete riletto, vi completerò le frasi interrotte e il senso incompiuto.»

E Faria, trionfante, offrì il foglio a Dantès che questa volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro color ruggine:

Oggi 28 marzo 1492, essendo costretto per lo mio me…

di seguire in un con le…

gia nella guerra di Romagna, e…

parato a qualunque tradimento p…

cipe, dichiaro a mio nipote…

erede universale, che ho…

per aver visitato con me…

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preziose, diamanti, argenterie…

per il valore circa di due…

troverà passando la ventesima…

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in queste grotte: il tesoro sta nell’angolo…

qual tesoro lascio a lui e cedo…

solo erede.

28 marzo 1492, GUID…

«Ora», riprese Faria, «leggete quest’altra carta.» E presentò a Dantès un altro foglio, con altri frammenti di righe.

«Adesso», disse, dopo aver visto che Dantès aveva letto fino all’ultima riga, «avvicinate i due frammenti, e giudicate.»

Dantès obbedì; i due frammenti riuniti davano la seguente lettera: «Oggi 28 marzo 1492, essendo costretto per lo mio meglio di seguire in un con le mie genti Cesare Borgia nella guerra di Romagna, e dovendo essere preparato a qualunque tradimento per parte di questo principe, dichiaro a mio nipote Giulio Spada, mio erede universale, che ho nascosto in una direzione che egli conosce per aver visitato con me, cioè nell’isola di Montecristo tutto quanto io posseggo in pietre preziose, diamanti, argenterie, che solo io conosco questo tesoro per il valore circa di due milioni di scudi romani e che egli troverà passando la ventesima pietra della roccia a partirsi dal seno dell’Est in linea retta. Due aperture sono state praticate in queste grotte: il tesoro sta nell’angolo più lontano della seconda, il qual tesoro lascio a lui e cedo in tutto come mio solo erede.

28 marzo 1492, GUIDO SPADA»

«Ebbene, capite finalmente?» disse Faria.

«È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per tanto tempo», disse Edmond ancora incredulo.

«Sì, mille volte sì.»

«E chi l’ha ricostruito in tal modo?»

«Io, che con l’aiuto del frammento rimasto, ho indovinato il resto misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando nel senso nascosto col mezzo del senso visibile, come uno si guida in un sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall’alto.»

«E che faceste quando avete creduto di acquistare questa convinzione?»

«Volevo partire subito e anzi sono partito sul momento portando con me il principio della mia grand’opera filosofica, ma la polizia imperiale che conosceva le mie idee teneva gli occhi aperti su di me. La mia partenza precipitosa, della quale non poteva conoscere la causa, suscitò dei sospetti e nel momento in cui stavo per imbarcarmi a Piombino, venni arrestato. Ora», continuò Faria guardando Dantès con un’espressione quasi paterna, «ora, amico mio, voi ne sapete quanto me. Se noi ci salviamo assieme la metà del mio tesoro è vostra, se io muoio qui, e voi vi salvate solo, vi appartiene in totalità.»

«Ma», domandò Dantès con esitazione, «questo tesoro non ha nel mondo possessori più legittimi di noi?»

«No, no, rassicuratevi. La famiglia Spada si è estinta del tutto. D’altronde, l’ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato suo erede, e nel lasciarmi per legato questa bibbia simbolica, mi ha pure lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se un giorno potremo metter le mani su questa fortuna, potremo goderne senza rimorso.»

«E dite che questo tesoro ammonta…?»

«A due milioni di scudi romani, circa tredici milioni in moneta di oggi.»

«Impossibile!» disse Dantès colpito dall’enormità della somma.

«Impossibile, e perché?» rispose il vecchio. «La famiglia Spada era una delle più antiche e delle più potenti del XV secolo. D’altronde in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione e ogni industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche oggigiorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per maggiorasco, che non possono essere alienate.»

Edmond che credeva di sognare, ondeggiava fra l’incredulità e la gioia.

«Ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi», continuò Faria, «perché prima vi volevo conoscere meglio, e poi volevo farvi una sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio attacco di epilessia, vi avrei condotto a Montecristo; ora», aggiunse con un sospiro, «siete voi che mi condurrete. Ebbene, Dantès, non mi ringraziate?»

«Questo tesoro è vostro, amico mio», disse Dantès; «appartiene a voi solo, e io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro parente.»

«Siete mio figlio, Dantès!» esclamò il vecchio. «Voi siete il figlio della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, Dio vi ha inviato a me per consolare l’uomo, che non è stato padre, e il prigioniero, che non poteva essere libero.»

E Faria tese il braccio non paralizzato al giovane, che si gettò al suo collo piangendo.

19. Il terzo attacco

Ora che il tesoro, per lungo tempo al centro delle meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli veramente amava al pari di un figlio, tale tesoro era raddoppiato di valore ai suoi occhi: ogni giorno si divertiva a ricontarlo, illustrando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi amici quell’uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di tredici-quattordici milioni. Allora il viso di Dantès si intristiva, perché il giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e rifletteva quanto male poteva fare ai suoi nemici un uomo che ai nostri giorni possedesse tredici-quattordici milioni.

Faria ignorava tutto dell’isola di Montecristo, per contro Dantès la conosceva; vi era spesso passato davanti.

Tale isola si trova a venticinque miglia da Pianosa, fra la Corsica e l’Elba, e una volta vi era anche approdato. Quest’isola era, è stata sempre, ed è ancora completamente deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata sospinta da qualche cataclisma vulcanico dal fondo dell’abisso alla superficie del mare.

Dantès tracciava la pianta dell’isola a Faria, e questi dava dei consigli a Dantès sui modi per ritrovare il tesoro.

Tuttavia Dantès era ben lontano dall’essere così entusiasta e fiducioso quanto il vecchio. Era sicuro, ora, che Faria non era pazzo, e il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto credere alla sua follia, raddoppiava la sua ammirazione per lui, ma non poteva ugualmente credere che questo deposito, ammesso che un giorno fosse esistito, esistesse ancora, e quando non guardava questo tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano.

Nel frattempo, come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l’ultima speranza, e far credere loro che erano condannati a un perpetuo carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli.

La galleria che sboccava sul mare, minacciando rovina da lungo tempo, era stata ricostruita, furono sostituiti ai soffitti e ai travi degli enormi dadi di roccia sul foro già per metà interrato da Dantès. Senza questa precauzione, che fu suggerita dal vecchio al giovane, la loro disgrazia sarebbe stata ancora maggiore, perché si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e sarebbero stati senz’altro divisi. Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa ancora una volta sopra di loro.

«Vedete bene», diceva Dantès con una dolce tristezza a Faria, «che Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per voi. Vi ho promesso di restare eternamente con voi, e ora non sono più libero di non mantenere la mia parola. Non avrò più di voi il tesoro e noi non usciremo di qui né l’uno né l’altro. Del resto, il mio vero tesoro siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere cinque o sei ore del giorno assieme eludendo la vigilanza dei nostri carcerieri. Sono questi raggi d’intelligenza che voi avete versato nel mio intelletto, queste lingue che avete conficcato nella mia memoria, con tutte le loro ramificazioni filosofiche. Queste scienze diverse che mi avete rese così facili con la profondità della conoscenza che me ne avete data, e con la chiarezza dei principi a cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico, ecco in che modo mi avete fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi: ciò per me val molto più delle verghe d’oro e delle casse di diamanti, quand’anche non fossero così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina ondeggiare sul mare, che si prendono per terraferma e che evaporano, si volatizzano, svaniscono man mano che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito, ritemprare l’anima mia, rendere tutto me stesso capace di grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, darmi aiuto così bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi quando vi conobbi, non ritrova più posto; ecco tutta la mia fortuna: questa non è chimerica, io la debbo realmente a voi, e tutti i sovrani della terra, fossero essi anche tanti Cesari Borgia, non riuscirebbero a togliermela.»

Così i giorni seguenti, se non furono giorni felici per i due prigionieri, passarono però molto in fretta. Faria che aveva custodito il segreto del suo tesoro per tanto tempo, ora ne parlava a ogni circostanza.

Come aveva previsto, restò paralizzato dal lato destro ed egli stesso perse ogni speranza di potersene servire. Ma pensava sempre al suo compagno, a una liberazione o a una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès a impararla a memoria, e Dantès la sapeva dalla prima all’ultima parola. Allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la prima, senza che ne fosse indovinato il vero senso.

Qualche volta passava delle ore intere nel dare istruzioni a Dantès, istruzioni che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà.

Una volta libero, dal giorno, dall’ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, non doveva più avere che un solo e unico pensiero, quello di arrivare a Montecristo in qualunque modo, restarvi solo con un pretesto che non desse sospetto, e una volta là, una volta solo, cercare di ritrovare le grotte meravigliose, scavare nel luogo indicato, nell’interno della seconda grotta.

Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide, almeno sopportabili. Faria, come abbiamo detto, senza aver recuperato l’uso della mano e del piede, aveva recuperato tutta la chiarezza della sua intelligenza e aveva insegnato al suo giovane compagno un poco alla volta, oltre le cognizioni morali, di cui si è detto in dettaglio, quell’arte sapiente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre qualsiasi cosa.

Faria per timore di vedersi invecchiare, Dantès per il timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non era presente più nel fondo della sua memoria, come perduto nella notte: tutto procedeva come in quelle esistenze dove l’infelicità non ha scomposto nulla, e che passano macchinalmente e con calma sotto l’occhio della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel cuore del giovane, e fors’anche del vecchio, molti slanci trattenuti, molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmond quando rientrava nella sua cella.

Una notte Edmond si svegliò, come scosso, credendo di aver udito chiamare; aprì gli occhi e tentò di squarciare la fitta oscurità.

Il suo nome, o piuttosto una voce lamentosa che tentava di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si drizzò sul letto, il sudore dell’angoscia gli imperlava la fronte, e ascoltò.

Non c’era alcun dubbio: il lamento veniva dalla cella del suo compagno.

«Mio Dio», esclamò Dantès, «sarebbe forse…»

Spostò il suo letto, levò la pietra, si lanciò nel cunicolo sotterraneo, giunse all’opposta estremità, la pietra era alzata.

Alla luce incerta e vacillante di quella lampada di cui abbiamo altre volte parlato, Edmond vide il vecchio, che pallido e ancora ritto, si aggrappava al legno del letto. I suoi lineamenti erano sconvolti da quegli orribili sintomi che già conosceva, e che tanto lo spaventarono la prima volta.

«Ebbene, amico mio», disse Faria rassegnato, «capite? Non occorre che vi spieghi altro.»

Edmond gettò un grido doloroso, e del tutto smarrito si lanciò verso la porta gridando: «Soccorso, soccorso!»

Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio.

«Silenzio», disse, «o siete perduto! Non pensiamo più che a voi, caro amico, a rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra fuga possibile. Vi servirebbero molti anni per rifare da solo tutto ciò che io ho fatto qui, e che sarebbe distrutto sull’istante se i nostri sorveglianti sapessero della nostra amicizia. D’altronde state tranquillo, amico mio, il carcere che abbandono non resterà lungamente vuoto: un altro disgraziato verrà a prendere il mio posto. A quest’altro voi comparirete come un angelo salvatore. Quest’altro sarà forse giovane, forte, paziente come voi. Quest’altro potrà aiutarvi nella vostra fuga, mentre io non ero ormai altro che un impedimento. Non avrete più un mezzo cadavere d’ostacolo ai vostri movimenti. Decisamente Dio fa finalmente qualche cosa per il vostro bene: vi dà più di ciò che vi toglie, ed è giusto ora ch’io muoia.»

Edmond non poté far altro che unire le mani ed esclamare: «Oh, amico mio, amico mio, tacete».

Quindi riprendendo la sua forza, un istante perduta dal colpo imprevisto, e il suo coraggio piegato dalle parole del vecchio: «Oh», disse, «vi ho salvato una volta, vi salverò la seconda».

E sollevando il piede del letto ne cavò la boccettina in cui c’era ancora un terzo del liquore rosso.

«Ecco», disse, «di questa bevanda salutare ve ne resta ancora. Presto, presto, ditemi ciò che devo fare. Questa volta vi sono nuove istruzioni da aggiungere? Parlate, amico mio, vi ascolto.»

«Non c’è alcuna speranza», rispose Faria, scuotendo la testa, «ma non importa. Dio vuole che l’uomo da lui creato e nel cuore del quale ha profondamente scolpito l’amore della vita, faccia tutto ciò che può per conservare questa esistenza, spesso penosa, ma sempre cara.»

«Oh sì, sì», rispose Dantès, «e io vi salverò.»

«Ebbene, dunque, tentate, il freddo mi prende, sento il sangue affluire al cervello; quest’orribile tremito che mi fa battere i denti e sembra slogarmi le ossa, comincia a scuotere il mio corpo. Tra cinque minuti la crisi scoppierà, fra un quarto d’ora non vi sarà altro di me che un cadavere.»

«Ah!» esclamò Dantès, col cuore lacerato dal dolore.

«Voi farete come l’altra volta, soltanto non aspetterete così a lungo. A quest’ora tutte le molle della mia vita sono consunte, e la morte non avrà più…» mostrando il braccio e la gamba paralizzata, «…non avrà più che la metà del suo lavoro da fare. Se, dopo avermi versato dodici gocce in bocca, invece di dieci, voi vedete che io non rinvengo, allora verserete il rimanente. Frattanto portatemi sul letto perché non posso più reggermi in piedi.»

Edmond prese il vecchio fra le sue braccia e lo stese sul letto.

«Ora, amico», disse Faria, «sola consolazione della mia misera vita, voi, che il cielo mi dette un po’ tardi, ma pure mi dette qual dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nell’istante in cui sto per separarmi per sempre da voi, vi auguro tutto il bene, tutta la felicità che meritate. Figlio mio, vi benedico!»

Dantès si gettò in ginocchio, appoggiando la testa sopra il letto del vecchio.

«Ma prima di ogni altra cosa, ascoltate bene ciò che vi dico in questo istante supremo: il tesoro di Spada esiste, Dio permette che non vi sia più per me né distanza né ostacolo. Io lo vedo nel fondo della seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondità della terra e restano abbagliati da tante ricchezze… Se voi riuscite a fuggire, ricordatevi che il povero Faria da tutti creduto pazzo, non lo era. Correte a Montecristo, approfittate della fortuna, approfittatene, voi, che avete sofferto abbastanza…»

Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dantès rialzò la testa e vide che i suoi occhi s’iniettavano di rosso, come se un’onda di sangue fosse salita dal petto alla fronte.

«Addio, addio!» mormorò il vecchio, stringendo convulsamente la mano al giovane, «addio!…»

«Oh, non ancora, non ancora», esclamò questi. «Non mi abbandonate.»

«Oh, mio Dio! Soccorretelo… aiuto… aiuto!…»

«Silenzio, silenzio!» mormorò il moribondo. «Che non ci separino, se volete salvarmi.»

«Avete ragione. Oh sì, state tranquillo, vi salverò… Sebbene soffriate molto, sembrate soffrir meno della prima volta…»

«Oh, disingannatevi, io soffro meno perché ho minor forza. Alla vostra età si ha fede nella vita, è il privilegio della gioventù di credere e sperare; ma la vecchiaia vede più chiaramente la morte. Oh! eccola… viene… tutto è finito… la mia vista si perde… la mia ragione svanisce… la vostra mano Dantès… addio!…»

E riunendo tutte le sue forze e le sue facoltà fece un ultimo sforzo per rialzarsi dicendo: «Montecristo… non dimenticate Montecristo…»

E ricadde sul letto.

La crisi fu terribile: membra contorte, pupille gonfiate, schiuma sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ciò che restò su quel letto di dolore, nel posto dove un momento prima era stato disteso un essere intelligente.

Dantès prese la lampada, la posò al capezzale del letto sopra una pietra sporgente, da dove la sua luce tremante rischiarava con uno strano e fantastico riflesso quel viso scomposto e quel corpo inerte e rigido. Là, con gli occhi fissi, aspettò intrepidamente l’istante per somministrare il salutare rimedio.

Quando credette giunto il momento, prese il coltello, disserrò i denti che offrivano meno resistenza della prima volta, contò una dopo l’altra le dodici gocce, e aspettò. La boccettina conteneva ancora il doppio circa di ciò che aveva versato. Aspettò dieci minuti, un quarto d’ora, una mezz’ora, niente. Tremante, coi capelli irti, la fronte ghiacciata di sudore, contava i secondi coi battiti del cuore.

Allora pensò che era tempo di tentare l’ultima prova: avvicinò la boccettina alle labbra violacee di Faria, e senza aver bisogno di scostare le mascelle, rimaste aperte, versò il rimanente del liquore che conteneva.

Il rimedio produsse un effetto galvanico, un violento tremore scosse le membra del vecchio, i suoi occhi si riaprirono, spaventosi a vedersi, gettò un sospiro che sembrò un grido, quindi quel corpo tremante si calmò a poco a poco sino all’immobilità; i soli occhi rimasero aperti.

Una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezzo passarono. Durante quest’ora e mezzo d’angoscia, Edmond curvo sull’amico, con la mano sul suo petto sentì successivamente quel corpo raffreddarsi, e quel cuore spegnere il suo battito sempre più sordo e profondo.

Finalmente sopraggiunse l’ultimo fremito del cuore, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti, lo sguardo si fece vitreo.

Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo raggio malinconico entrava nella cella e faceva impallidire la luce della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani passavano sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo apparenze di vita.

Fino a che durò questa lotta, tra il giorno e la notte, Dantès poté ancora dubitare, ma da che il giorno vinse, fu certo d’essere in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo e invincibile s’impadronì di lui: non osò più stringere quella mano che pendeva fuori dal letto, non osò più fissare i suoi occhi su quelli immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere, e che sempre si riaprivano. Spense la lampada, la nascose con ogni cura, fuggì, rimettendo alla meglio la pietra al di sopra della sua testa. Del resto era tempo, il carceriere stava per venire.

Questa volta il carceriere cominciò la sua visita da Dantès: uscendo dalla sua cella, egli passava in quella di Faria al quale portava la colazione e la biancheria. Niente faceva capire in quest’uomo, che fosse a conoscenza dell’accaduto.

Quando lui uscì, Dantès fu preso da un’indicibile impazienza di sapere ciò che sarebbe accaduto nella cella del suo disgraziato amico: rientrò dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le esclamazioni del carceriere che chiamava aiuto. Ben presto entrarono altri carcerieri, poi s’intese quel passo pesante e regolare, comune ai soldati anche quando sono fuori del loro servizio.

Dietro i soldati, giunse il governatore.

Edmond sentì il rumore del letto sul quale veniva scosso il cadavere, intese la voce del governatore che ordinava di gettargli acqua sul viso, e che poi, visto inutile ogni tentativo, mandava a chiamare il medico, d’urgenza.

Il governatore uscì, e giunsero alle orecchie di Dantès alcune parole di compassione, miste a risa e facezie dei carcerieri.

«Andiamo, andiamo», diceva uno di questi, «il pazzo è andato a raggiungere i suoi tesori: buon viaggio.»

«Non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare il suo lenzuolo funebre», diceva l’altro.

«Oh», faceva eco un terzo, «le lenzuola del castello d’If non costano molto.»

«Può essere che, essendo un abate, gli vorranno usare qualche riguardo.»

«Allora avrà l’onore del sacco.»

Edmond ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva bene il significato delle loro frasi.

Ben presto le voci cessarono e gli sembrò che i carcerieri lasciassero la stanza. Ciononostante, egli non osò entrarvi, potevano aver lasciato qualche carceriere a vegliare il morto.

Dopo un’ora circa, il silenzio si animò debolmente, quindi andò crescendo il rumore. Era il governatore che tornava seguito da un medico e da diversi ufficiali.

Si rinnovò per un momento il silenzio: era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava il cadavere.

Ben presto il dialogo ricominciò: il medico analizzò il male di cui era stato vittima il prigioniero, e dichiarò che era morto.

Domande e risposte si facevano con una noncuranza che indignò Dantès.

Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto sentire per il povero Faria una parte dell’affetto che gli portava.

«Sono dispiaciuto per ciò che mi annunciate», disse il governatore, alla certezza dal medico che il vecchio fosse realmente morto; «era un prigioniero docile, inoffensivo, divertente con la sua follia, e soprattutto facile a sorvegliarsi.»

«Oh», riprese il carceriere, «si sarebbe potuta risparmiare qualunque sorveglianza. Garantisco che sarebbe potuto restar qui cinquant’anni, senza fare il più piccolo tentativo di evasione.»

«Frattanto», riprese il governatore, «non che io dubiti della vostra scienza, ma è necessario, per la mia responsabilità, assicurarci che il prigioniero sia realmente morto.»

Si fece un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il cadavere.

«Potete stare tranquillo», disse il medico, «è effettivamente morto, e io me ne assumo la responsabilità.»

«Voi sapete, signore», riprese il governatore insistendo, «che noi non ci accontentiamo, in casi simili a questo, di un semplice esame. Perciò malgrado le apparenze vi prego di adempiere a tutte le formalità di legge.»

«Che si faccia arroventare un ferro», disse il medico, «ma in verità, questa è una precauzione inutile.»

L’ordine di arroventare un ferro fece fremere Dantès.

S’intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, qualcuno andare e venire, e dopo pochi istanti un carceriere rientrò dicendo: «Ecco un braciere con un ferro».

Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s’intese lo sfrigolio delle carni che bruciavano e il cui odore nauseabondo penetrò perfino dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore.

A quell’odore di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovane che per un istante credette di svenire.

«Voi vedete», disse il medico, «che è veramente morto. Questa bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla sua follia e liberato dalla sua prigionia.»

«Non si chiamava Faria?» domandò uno degli ufficiali che accompagnavano il governatore.

«Sì», rispose questi, «e pretendeva che questo fosse un nome antico. Però era molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non avevano relazione con il suo tesoro, ma su questo, bisogna convenire, era intrattabile.»

«È l’affezione che noi chiamiamo monomania», disse il medico.

«Non avete mai avuto di che lamentarvi di lui?» domandò il governatore a quel carceriere incaricato di portargli il cibo.

«Mai, signor governatore», rispose il carceriere, «mai, assolutamente. A volte anzi mi divertiva molto raccontandomi delle storie, e un giorno che mia moglie era malata mi scrisse una ricetta che la guarì.»

«Ah, ah», fece il medico, «ignoravo di aver a che fare con un collega. Spero, signor governatore», aggiunse ridendo, «che riguardo a questo, lo tratterete con considerazione.»

«Sì, sì, state tranquillo, sarà decentemente sepolto nel sacco più nuovo che si potrà trovare: siete contento?»

«Dobbiamo adempiere a quest’ultima formalità alla vostra presenza, signor governatore?» domandò un carceriere.

«Senza dubbio, ma sbrigatevi; non posso restare in questa stanza tutta la giornata.»

Si sentirono di nuovo dei passi: un istante dopo il rumore di una tela spiegazzata giunse alle orecchie di Dantès: il letto scricchiolò sulle traverse, un passo come di chi porta un peso gravò sulla pietra sotto cui stava Dantès, quindi il letto tornò a scricchiolare sotto il peso che gli si rendeva.

«A questa sera», disse il governatore.

«La messa vi sarà?» domandò un ufficiale.

«Impossibile», disse il governatore. «Il cappellano del castello venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un breve viaggio a Hyères. Glieli ho concessi, immaginando che nessun prigioniero sarebbe morto durante la sua assenza; il povero Faria non doveva aver tanta fretta se voleva il suo requiem.»

Intanto si compivano i preparativi per la sepoltura.

«A questa sera», disse il governatore, quando furono finiti.

«A che ora?» domandò il carceriere.

«Fra le dieci e le undici.»

«Si deve vegliare il morto?»

«E perché? Si chiuda la cella, come se fosse vivo, e nient’altro.»

Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente si spensero, si fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e lo stridere della serratura.

Un silenzio più tetro di quello della solitudine, il silenzio della morte, invase tutto, perfino l’anima agghiacciata del giovane. Allora sollevò lentamente la pietra sulla sua testa, e gettò uno sguardo indagatore nella cella: la cella era vuota.

Dantès uscì dal suo nascondiglio.

20. Il cimitero del castello d’If

Sopra il letto, disteso in tutta la sua lunghezza e appena rischiarato dal chiarore un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si poteva vedere un sacco di tela grossa sotto le cui larghe pieghe si distingueva confusamente una forma lunga, irrigidita: questo era il lenzuolo funebre di Faria, un lenzuolo di scarso valore al dire degli stessi carcerieri.

In tal modo tutto era finito. Una separazione materiale già esisteva fra Dantès e il vecchio amico: egli non poteva vedere più i suoi occhi rimasti aperti per guardare al di là della morte, non poteva più stringere quella mano operosa che aveva sollevato il velo che copriva tante cose nascoste. Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era unito con tanto interesse, non esisteva più che nella sua memoria! Allora si sedette ai piedi di quel terribile letto e s’immerse in una cupa e amara melanconia.

Infine era solo, solo! Era ricaduto nel silenzio, si ritrovava in faccia al niente! Solo, non più la vista, non più la voce dell’unico essere umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! Non era meglio morire, anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla sua presenza, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di Faria.

«Se potessi morire», disse, «andrei dove è andato lui. Ma come si fa a morire? È facile», riprese ridendo. «Resto qui, mi getto sul primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato.»

Ma poiché accade che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès indietreggiò all’idea di questa morte infamante e precipitosamente discese da questa disperazione a una sete ardente di vita e di libertà.

«Morire! No, no!» esclamò. «Non vale la pena di aver vissuto tanto, di aver tanto sofferto, per morire così. Morire era bene, quando avevo preso la decisione l’altra volta, tanti anni fa, ma ora sarebbe veramente troppo. No, io voglio vivere, voglio lottare fino all’ultimo, voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire, dimenticavo che ho i miei carnefici da punire e forse anche qualche amico da ricompensare. Ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal mio carcere che nello stesso modo di Faria.»

A tale parola Edmond restò immobile, con gli occhi fissi, come colui che viene colpito da una repentina idea, da un’idea che spaventa. D’un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come avesse le vertigini, fece due o tre giri intorno alla stanza, e tornò a fermarsi davanti al letto.

«Oh, chi mi manda questo pensiero? Sei tu, o mio Dio? Poiché i soli morti escono liberamente da qui, prendiamo il posto dei morti.»

Poi, senza aspettare il tempo di pentirsi di questa decisione, senza pensarci oltre per timore di distruggere questa disperata decisione, si chinò sopra il macabro sacco, l’aprì col coltello fatto da Faria, levò il cadavere dal sacco, lo trascinò nella propria cella, lo depose sul suo letto, gli pose in capo quel pezzo di tela con cui usava coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte ghiacciata, provò nuovamente a chiudere quegli occhi ribelli che continuavano a rimanere aperti, voltò la testa dalla parte del muro, affinché il carceriere, portando il cibo della sera, potesse credere che dormisse, cosa che non di rado accadeva, rientrò nel sotterraneo, tirò a sé il letto contro il muro, giunse nell’altra cella, prese dal nascondiglio l’ago e il filo, si levò i suoi cenci affinché sotto la tela sentissero le carni nude, entrò nel sacco, si pose nella stessa posizione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con una cucendolo dal di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del suo cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno.

Dantès avrebbe potuto aspettare la visita della sera, ma temeva che il governatore avesse potuto cambiare idea, facendo portar via il cadavere qualche tempo prima.

A quel punto la sua ultima speranza si sarebbe perduta.

Il suo piano era stabilito, ecco ciò che egli contava di fare: se durante il tragitto i becchini si fossero accorti di portare un vivo invece di un morto, Dantès non avrebbe lasciato loro il tempo di verificarlo: con un vigoroso colpo di coltello avrebbe aperto il sacco, approfittando del loro terrore, e sarebbe fuggito. Se avessero voluto fermarlo si sarebbe battuto col coltello. Se lo avessero condotto al cimitero e deposto in una fossa, si sarebbe lasciato coprire di terra; quindi essendo notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si sarebbe aperto un passaggio attraverso la terra molle e sarebbe fuggito. Egli sperava che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterlo sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario il peso della terra fosse stato così forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto sarebbe finito!

Dantès non aveva mangiato dal giorno innanzi. Ma nella mattinata non aveva pensato alla fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo precaria per lasciargli l’agio di fermare il suo pensiero su altre idee. Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere, portando il vitto delle sette, si fosse accorto della sostituzione. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere addormentato e in questi casi, di solito, quell’uomo deponeva il pane e la minestra sulla tavola e usciva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e vedendo che non gli rispondeva, avvicinarsi al letto e scoprir tutto.

Allorché si avvicinarono le sette, cominciarono le vere angosce di Dantès. Si sforzava di comprimere con la mano il petto per moderare i palpiti del cuore, mentre con l’altra si asciugava il sudore che scorreva lungo le tempie, dei brividi agitavano tutto il corpo, e di tratto in tratto gli stringevano il cuore, come una morsa ghiacciata. Allora credeva di morire.

Le ore passarono senza alcun movimento sospetto nel castello e Dantès si persuase che aveva evitato il primo pericolo. Ciò era di buon augurio.

Finalmente, verso l’ora stabilita dal governatore, cominciarono a sentirsi dei passi sulla scala. Edmond capì che era giunto il momento.

Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro, e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere ugualmente le pulsazioni delle arterie.

Udì un rumore alla porta, il passo era doppio.

Dantès sospettò che fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si cambiò in certezza quando intese il rumore che fecero nel deporre la barella.

La porta s’aprì, una luce giunse fino agli occhi di Dantès.

Attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che si avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta, tenendo in mano un lanternone.

I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono il sacco alle due estremità.

«Perbacco, per essere un vecchio magro, è piuttosto pesante!» disse quello che lo sollevava dalla testa.

«Si dice che ogni anno le ossa diventino più pesanti di mezza libra…» disse l’altro, che lo prendeva per i piedi.

«Hai fatto bene il nodo?» domandò il primo.

«Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile», rispose il secondo, «lo farò quando siamo giù.»

«Hai ragione; andiamo, dunque.»

«Perché questo nodo?» si domandò Dantès.

Il presunto morto fu trasportato dal letto alla barella.

Edmond s’irrigidiva per meglio rappresentare la parte del defunto.

Fu adagiato sulla barella, e l’esiguo corteo, rischiarato dall’uomo che portava il lanternone, e che camminava avanti, risalì la scala.

D’un tratto avvertì l’aria fresca e libera della notte.

Dantès riconobbe il maestrale. Quella sensazione così improvvisa fu per lui di delizia a un tempo e d’angoscia. I portatori fecero una ventina di passi, poi si fermarono e deposero al suolo la barella.

Uno dei portatori si allontanò, e Dantès intese gli stivali sulle pietre.

«Dove sono adesso?» si chiese Dantès.

«Sai che non è leggero affatto?» disse quello che era vicino a Dantès sedendosi sull’orlo della barella.

Il primo impulso di Dantès fu quello di disfarsi di lui; fortunatamente si trattenne.

«Fammi lume, animale», disse quello dei portatori che si era allontanato, «o non troverò ciò che cerco.»

L’uomo col lanternone obbedì, sebbene l’ingiunzione fosse stata fatta poco garbatamente.

«E che cosa cerca?» si domandò nuovamente Dantès. «Una pala senza dubbio.»

Un’esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato ciò che cercava.

«Finalmente!» disse l’altro. «Ce n’è voluto…»

«Sì», rispose il primo, «ma non avrà perduto niente ad aspettare.»

A queste parole si avvicinò a Edmond, che sentì deporre vicino a lui un corpo pesante e sonoro: nel medesimo istante una corda circondò i suoi piedi fino a fargli male.

«Ebbene, è fatto il nodo?» domandò il becchino rimasto inattivo.

«Ed è fatto bene», disse l’altro, «non temere.»

«Allora, andiamo.»

E sollevata la barella, si rimisero in cammino.

Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per aprire una porta, quindi proseguirono: il rumore delle onde che s’infrangevano contro gli scogli sui quali sorgeva il castello giungeva sempre più distintamente all’orecchio di Dantès man mano che avanzavano.

«Cattivo tempo!» disse uno dei becchini. «Non è una bella cosa trovarsi in mare con questa nottata.»

«Sì», disse l’altro, «l’abate corre il rischio di bagnarsi.»

Ed entrambi scoppiarono in una risata.

Dantès non comprese bene il significato dello scherzo, ciononostante gli si drizzarono i capelli in testa.

«Bene, eccoci arrivati…» riprese il primo.

«Più avanti, più avanti», disse l’altro, «sai che l’ultimo si sfracellò sopra uno scoglio, e che il governatore ci disse l’indomani che non eravamo buoni a niente.»

Furono fatti ancora cinque o sei passi sempre salendo, quindi Dantès sentì che veniva preso per la testa e per i piedi, e che tutto il suo corpo veniva fatto dondolare.

«Uno», dissero i becchini, «due, e tre!…»

E nello stesso tempo si sentì lanciato in un enorme vuoto, traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo, sempre con uno spavento che gli ghiacciava il cuore.

Sebbene tirato in basso da qualche cosa di pesante che accelerava ancor più la sua rapida caduta, gli sembrò che questa durasse un secolo.

Finalmente, con un tonfo spaventoso, entrò come un dardo in un’acqua gelida, che gli fece gettare un grido, subito soffocato dall’immersione.

Dantès era stato lanciato in mare e veniva trascinato a fondo da una grossa pietra attaccata ai piedi.

Il mare è il cimitero del castello d’If.

21. L’isola di Tiboulen

Dantès, pur stordito, fin quasi soffocato, trovò la presenza di spirito necessaria a trattenere il respiro, e dal momento che aveva la mano destra armata di coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, sventrò rapidamente il sacco, sfilò il braccio, quindi la testa. Ma, nonostante tutti gli sforzi per sollevare la pietra, continuò a sentirsi tirare in basso, si curvò, cercò la corda che gli legava le gambe, e con uno sforzo supremo la troncò proprio nell’istante in cui stava per soffocare.

A quel punto, dando un vigoroso colpo di piede, risalì libero alla superficie dell’acqua, mentre la pietra trascinava nel più profondo del mare quel rozzo tessuto che per poco non era divenuto il suo sudario sepolcrale.

Dantès non prese che il tempo per respirare e s’immerse una seconda volta, perché la prima precauzione che doveva prendere era quella di evitare l’attenzione delle guardie.

Nell’istante in cui riemerse la seconda volta, era già lontano una cinquantina di passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra della sua testa un cielo nero e tempestoso sul quale il vento faceva scorrere rapidamente le nuvole, scoprendo a intervalli qualche piccolo punto azzurro, illuminato da una stella.

Davanti a lui si presentava la tetra e mugghiante pianura delle onde che cominciavano ad accavallarsi come segno di vicina tempesta, mentre dietro, più nero del mare, più nero del cielo, si innalzava come un fantasma minaccioso, il gigante di granito di cui la tetra punta sembrava un braccio steso per riafferrare la sua preda.

Sopra lo scoglio più alto vide un lanternone che rischiarava due ombre. Gli sembrava che quelle due ombre fossero chinate sul mare con inquietudine. Infatti, quei due strani becchini dovevano avere inteso il grido che aveva emesso nel traversare lo spazio.

Dantès si immerse di nuovo e fece un lungo tratto sott’acqua.

La manovra gli era familiare, e nell’insenatura del Faro gli attirava di solito molti ammiratori, che lo avevano sovente proclamato il più abile nuotatore di Marsiglia.

Allorché ritornò in superficie, il lanternone era scomparso.

Bisognava orizzontarsi.

Tra le isole che circondano il castello d’If, le più vicine sono Ratonneau e Pomègue; ma Ratonneau e Pomègue sono abitate, come pure l’isoletta di Daume. L’isola più sicura era dunque quella di Tiboulen o quella di Lemaire. Le isole di Tiboulen e di Lemaire sono distanti una lega dal castello d’If. Non per questo Dantès si astenne dal voler raggiungere una di queste due. Ma come ritrovare quelle isole in mezzo a una notte che s’imbruniva sempre più intorno a lui? In quel momento vide brillare come una stella il faro di Planier.

Dirigendosi in linea retta verso il faro lasciava l’isola di Tiboulen un poco a sinistra; tenendosi dunque verso quella parte doveva incontrare cammin facendo quell’isola. Ma, lo abbiamo detto, vi era almeno una lega dal castello d’If all’isola.

Faria, in prigione, aveva spesso ripetuto al giovane, vedendolo afflitto e ozioso: «Dantès, non vi lasciate andare a questa mollezza, annegherete se tenterete di fuggire e le vostre forze non saranno state esercitate…»

Sotto l’onda pesante e amara, queste parole erano venute a risuonare alle orecchie di Dantès; si era affrettato allora a risalire a galla e a fendere le onde per vedere se effettivamente aveva perduto le forze. Si accorse con gioia che la sua obbligata inazione nulla aveva tolto al suo vigore e alla sua agilità, e si convinse che era ancora padrone di quell’elemento di cui si era fatto gioco fin dall’infanzia. D’altronde, la paura, questa rapida persecutrice, raddoppiava il vigore di Dantès.

Egli ascoltava, sospeso sulla cima dei flutti, se qualche rumore giungeva al suo orecchio. Ogni volta che s’innalzava sulla cresta di un’onda, il suo rapido sguardo percorreva il visibile orizzonte e tentava di fendere la fitta oscurità.

Ogni onda più alta delle altre gli pareva una barca che lo inseguisse; e allora raddoppiava i suoi sforzi, che lo allontanavano, è vero, ma dovevano ben presto estenuare le sue forze.

Ciononostante nuotava, e già il terribile castello si perdeva nelle tenebre notturne. Non lo distingueva più, ma lo sentiva sempre.

Passò un’ora nella quale Dantès, esaltato dal sentimento di libertà che padroneggiava tutta la sua persona, continuò a fendere i flutti nella direzione stabilita.

«Vediamo», diceva tra sé, «è un’ora che nuoto; ma siccome il vento è contrario, ho dovuto perdere rapidità. Frattanto, a meno che non abbia sbagliato direzione, non devo essere molto lontano da Tiboulen. Ma se mi fossi sbagliato?»

Un fremito scosse tutto il corpo del nuotatore. Tentò di fare un poco il morto, per riposarsi, ma il mare aumentava la sua forza, e comprese ben presto che questo sollievo, sul quale aveva contato, diveniva impossibile.

«Ebbene», disse, «nuoterò fino all’ultimo, sino a che le mie braccia si stanchino, sino a che le mie gambe si irrigidiscano, sino a che i crampi investano tutto il mio corpo, e poi andrò a fondo!»

Si rimise a nuotare con la forza e l’impulso della disperazione.

D’un tratto gli sembrò che il cielo, già tetro, si oscurasse ancor di più, che una nube densa, pesante, compatta, si abbassasse verso di lui; nel medesimo istante sentì un forte dolore al ginocchio.

L’immaginazione, con la sua incalcolabile prontezza, gli disse che quello era l’urto di una pallottola e immediatamente avrebbe sentito l’esplosione del colpo di fucile, ma l’esplosione non rintronò.

Dantès allungò la mano, e sentì resistenza. Ritirò l’altra gamba, e toccò terra. Vide allora che cos’era l’oggetto creduto una nube. A venti passi da lui s’innalzava un ammasso di scogli dalla forma bizzarra, che si sarebbero presi per fiamme pietrificate nell’istante della loro più ardente combustione. Era l’isola di Tiboulen.

Dantès si rialzò, fece qualche passo in avanti, e si sdraiò, ringraziando Dio, sopra quelle punte di granito che gli sembrarono più morbide del più soffice letto.

Quindi, a onta del vento, a onta della tempesta, a onta della pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato com’era, s’addormentò di quel delizioso sonno dell’uomo in cui l’anima veglia nella coscienza di una gioia inattesa.

Di lì a un’ora, Edmond si svegliò all’immenso fragore di un tuono; la tempesta si era scatenata e batteva l’aria col suo volo rumoreggiante.

Di quando in quando, un lampo guizzava nel cielo come un serpente di fuoco, e illuminava i flutti e le onde, che si accavallavano come i vortici di un immenso caos.

Dantès, con l’occhio esperto del marinaio, non si era ingannato: era approdato alla prima delle due isole, che effettivamente era quella di Tiboulen; la sapeva nuda, scoperta e senza il minimo asilo. Ma quando la tempesta sarebbe cessata, egli si sarebbe rimesso in mare per raggiungere nuotando l’isola di Lemaire, ugualmente arida, ma più ampia e di conseguenza più ospitale.

Una roccia alquanto sporgente offrì un momentaneo asilo a Dantès ed egli vi si rifugiò, e quasi nel medesimo istante la tempesta scoppiò in tutto il suo furore.

Edmond sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al coperto, e i flutti, frangendosi contro la base della gigantesca piramide, arrivavano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, in mezzo a quel profondo fracasso, e a quei folgoranti bagliori, era preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l’isola tremasse sotto di lui e che da un momento all’altro stesse per venire trascinata, come un vascello all’ancora cui si siano spezzate le gomene, nell’immenso vortice.

Si ricordò allora che non mangiava da ventiquattr’ore, e aveva fame e sete. Stese le mani e la testa, e bevve l’acqua della tempesta che colava a rivoli dallo scoglio.

Quando si rialzò, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino al trono abbagliante di Dio, illuminò lo spazio.

Alla luce del lampo, Dantès, fra l’isola di Lemaire e il capo Croisselle, a un quarto di lega, vide, come uno spettro, scivolare dall’alto di un flutto al fondo di un abisso un peschereccio trasportato a un tempo dall’uragano e dall’onda.

Dopo un minuto il fantasma ricomparve sulla cima di un altro flutto avvicinandosi con una celerità spaventevole. Dantès volle gridare, cercò qualche straccio da agitare nell’aria per far capire che stavano per perdersi; ma lo vedevano da se stessi.

Al chiarore di un altro lampo il giovane vide quattro uomini aggrappati all’albero e alle funi; un quinto si teneva attaccato alla barra del timone rotto.

Quegli uomini lo videro anch’essi poiché grida disperate, e trasportate dalla fischiante bufera, giunsero al suo orecchio. Al di sopra dell’albero, troncato come un ramoscello, si agitavano, a colpi ripetuti e frequenti, gli avanzi di una vela a brandelli. A un tratto le funi che ancora la trattenevano, si ruppero e disparve, trasportata sotto la cupa profondità del cielo al modo di quei grandi uccelli bianchi sotto le nere nubi.

Nello stesso istante si udì uno scroscio orribile, e le grida di agonia giunsero fino a Dantès.

Aggrappato come una sfinge al suo scoglio da dove guardava l’abisso, un nuovo lampo gli mostrò il peschereccio in pezzi, e, fra i rottami, delle teste con i volti atterriti e delle braccia protese verso il cielo.

Poi tutto ritornò nella notte.

Il terribile spettacolo durò quanto un lampo.

Dantès si precipitò sul pendio sdrucciolevole delle rocce col pericolo di rotolare egli stesso in mare.

Guardò, ascoltò ma non intese né vide più nulla.

Non più grida, non più sforzi umani, la sola tempesta; questo grande spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a spumeggiare coi flutti.

Un poco per volta il vento si acquietò, il cielo spinse verso occidente dei grossi nuvoloni grigi, e, per così dire, scoloriti dall’uragano; il cielo ricomparve con le stelle più brillanti che mai; ben presto verso oriente, una lunga striscia rossastra disegnò sull’orizzonte delle ondulazioni di un nero azzurrognolo, le onde si commossero, un’improvvisa luce corse sulle loro cime, e cambiò le loro vette spumeggianti in criniere dorate.

Era il giorno.

Dantès restò immobile e muto davanti a un così grande spettacolo, come se fosse la prima volta che lo vedeva; lo aveva dimenticato nel lungo tempo trascorso nel castello d’If. Si rivolse alla fortezza, interrogando con un lungo sguardo la terra e il mare.

Il tetro edificio usciva dal seno delle onde con quella imponente maestà propria delle cose immobili che sembrano comandare e sorvegliare. Potevano essere le cinque del mattino; il mare continuava a calmarsi.

«Nel giro di due o tre ore», rifletteva Edmond, «il carceriere rientrerà nella mia cella, vi troverà il cadavere del mio povero amico, lo riconoscerà, mi cercherà invano e darà l’allarme. Allora scopriranno il foro e il cunicolo sotterraneo; verranno interrogati quelli che mi buttarono in mare e che devono aver udito il grido che gettai. Subito dopo tutte le barche cariche di soldati armati, correranno dietro il disgraziato fuggitivo che sapranno bene non poter essere lontano, il cannone avvertirà tutta la costa che è proibito dare asilo a un uomo errante, nudo, affamato. Le spie e gli sbirri di Marsiglia saranno avvertiti e perlustreranno la costa, mentre il governatore del castello d’If farà perlustrare il mare. Allora perseguitato nell’acqua, circondato sulla terra, che sarà di me? Ho fame, ho freddo, e ho perfino abbandonato il coltello salvatore d’impaccio per nuotare. Sono in balia del primo contadino che vorrà guadagnare venti franchi denunciandomi; non ho più né forza, né idee, né volontà. Oh, mio Dio, voi sapete quanto ho sofferto, e voi potete far di più per me, di quello che non ho potuto fare io stesso!»

Nel momento in cui Edmond, in una specie di delirio cagionato dallo spossamento delle sue forze, e dal vuoto del suo cervello, ansiosamente rivolto verso il castello d’If, pronunciava questa ardente preghiera, vide comparire sulla punta dell’isola di Pomègue spiegando la sua vela latina, un piccolo bastimento, che soltanto l’occhio di un marinaio poteva discernere, una tartana genovese, sulla linea ancora mezza oscura del mare.

Veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo levando innanzi all’acuta prua una scintillante schiuma che apriva una strada facile ai suoi rotondi fianchi.

«Oh», gridò Edmond, «in una mezz’ora potrei raggiungere quel naviglio se non temessi di essere interrogato, riconosciuto per un fuggitivo e ricondotto a Marsiglia! Che fare? Che dir loro? Quale favola inventare da cui possano rimanere ingannati? Quei marinai sono tutti contrabbandieri, sono quasi pirati e con la scusa di fare cabotaggio corseggiano le coste. Preferiranno vendermi piuttosto che fare una sterile ma buona azione. Aspettiamo… Ma aspettare è impossibile. Morrò di fame; fra qualche ora la poca forza che mi rimane sarà svanita; d’altronde l’ora della visita si avvicina… L’allarme non è ancora stato dato, forse non dubiteranno di nulla, posso farmi credere uno dei marinai del peschereccio naufragato stanotte. Questa favola non manca di verosimiglianza, e nessuno verrà a contraddirmi: sono tutti annegati.»

Dicendo queste parole, Dantès guardò nella direzione dove era naufragato il naviglio e rabbrividì. Sulla cresta di uno scoglio era rimasto il berretto frigio di uno dei marinai, e vicino a quello fluttuavano gli avanzi della carena, rottami inerti che il mare spingeva e respingeva contro la base dell’isola che percuotevano come imponenti arieti.

In un istante la decisione di Dantès fu presa: si rituffò in mare, nuotò verso il berretto, se lo mise in testa, afferrò un pezzo di trave sul quale si diresse per tagliare la linea che percorreva la tartana.

«Ora sono salvo», mormorò.

Questa convinzione gli rese le forze.

Ben presto s’accorse che la tartana, avendo il vento contrario, era spinta di bordata fra il castello d’If e la torre di Planier. Dantès temette per un istante che invece di costeggiare, il piccolo bastimento non guadagnasse il largo come avrebbe dovuto fare se la sua destinazione fosse stata la Corsica o la Sardegna, ma secondo il modo con cui manovrava, il nuotatore riconobbe ben presto che il naviglio, come è d’uso di chi fa vela per l’Italia, cercava di passare fra l’isola di Jaros, e quella di Calaseraigne.

Frattanto la nave e il nuotatore si avvicinavano l’uno all’altro; anzi, in una bordata, il piccolo bastimento si portò a circa un quarto di lega da Dantès. Egli si sollevò sulle onde agitando il suo berretto in segno di richiamo, ma nessuno del bastimento lo vide, che anzi virò di bordo e ricominciò una nuova bordata. Dantès pensò di chiamare, ma misurando con l’occhio la distanza, capì che la sua voce non poteva giungere al naviglio, deviata e coperta com’era dalla brezza e dal rumore delle onde.

Fu allora che si rallegrò della precauzione di aver preso quella trave.

Indebolito com’era, forse non avrebbe potuto stare a galla fino a raggiungere la tartana, e se la tartana passava senza vederlo, non avrebbe potuto riguadagnare la costa. Dantès, sebbene quasi certo della direzione che seguiva il bastimento, lo accompagnava con lo sguardo ansioso fino al momento in cui gli parve che ritornasse da lui.

Allora gli andò incontro; ma prima che si fossero raggiunti, il bastimento ritornò a virare di bordo. Subito Dantès, con un estremo sforzo, si alzò quasi in piedi sull’acqua, agitando il berretto e mandando uno di quei gridi lamentosi che emettono i marinai allo stremo, e che sembrano il lamento di qualche divinità marittima.

Questa volta fu visto e inteso.

La tartana interruppe la sua manovra, e voltò la prua dalla sua parte; nel medesimo tempo vide che si preparava a mettere una scialuppa in mare. Un istante dopo la scialuppa, montata da due uomini, si dirigeva verso di lui battendo il mare a quattro remi.

Dantès allora lasciò la trave di cui credeva di non aver più bisogno e nuotò vigorosamente per risparmiare metà cammino a coloro che venivano verso di lui.

Il nuotatore però aveva calcolato forze che non possedeva; allora comprese di quanta utilità gli sarebbe ancora stato quel pezzo di legno che già galleggiava a cento passi da lui. Le braccia cominciarono a irrigidirsi, le gambe avevano perso la flessibilità, i movimenti divenivano forzati e lenti, il petto anelante.

Gettò un secondo grido. I due rematori raddoppiarono l’energia e uno di essi gli gridò in italiano: «Coraggio!»

La parola gli giunse nel momento in cui un’onda, che non aveva avuto la forza di superare, passava sopra la sua testa e lo copriva di schiuma.

Egli ricomparve battendo le onde con i movimenti ineguali e disperati di un uomo che sta per annegare; mandò un terzo grido e si sentì sprofondare nel mare, come se avesse avuto ancora ai piedi la pietra mortale. L’acqua gli passò sopra la testa e attraverso ci vide il cielo livido con delle macchie nere.

Uno sforzo violento lo ricondusse in superficie. Gli sembrò allora di esser preso per i capelli, poi non vide più nulla, non intese più niente; era svenuto.

Quando riaprì gli occhi, Dantès si ritrovò sul ponte della tartana che continuava il suo cammino. Il suo primo sguardo fu per vedere quale direzione seguiva: continuava ad allontanarsi dal castello d’If.

Dantès era talmente spossato, che fu preso per un sospiro di dolore l’esclamazione di gioia che fece.

Come si disse, era steso sul ponte: un marinaio gli sfregava le membra con una coperta di lana, un altro, che riconobbe per quello che gli aveva fatto coraggio, gli introduceva in bocca il becco di una zucca marina che fungeva da fiasco; un terzo, vecchio marinaio, a un tempo pilota e padrone, lo guardava col sentimento di pietà egoista che provano in generale gli uomini per una disgrazia che essi hanno sfuggita, e che può all’indomani colpirli di nuovo.

Qualche goccia di rum, contenuto nella zucca, rianimò il cuore indebolito del giovane, mentre le frizioni, che il marinaio in ginocchio continuava a fare con la lana, ridavano elasticità alle sue membra.

«Chi siete?» domandò in cattivo francese il padrone.

«Sono», rispose Dantès in pessimo italiano, «un marinaio maltese. Venivamo da Siracusa carichi di vino e di tela. La tempesta di questa notte ci ha sorpresi al capo Morgiou, e siamo andati a infrangerci contro le rocce che vedete laggiù.»

«Da dove venite?»

«Da quelle rocce, dove ho avuto la fortuna di aggrapparmi, mentre il nostro povero capitano vi batteva la testa. Tre altri compagni sono annegati. Credo di essere il solo rimasto vivo. Ho scoperto il vostro naviglio e temendo di dovere aspettare lungamente su quell’isola deserta, mi sono azzardato sopra un rottame del nostro bastimento per tentare di raggiungervi. Grazie», continuò Dantès, «voi mi avete salvato la vita. Ero perduto quando uno dei vostri marinai mi ha afferrato per i capelli.»

«Sono io», disse un marinaio dalla figura franca e aperta, e un viso con lunghe basette nere, «ed era tempo, perché calavate a fondo.»

«Sì», disse Dantès tendendogli la mano, «sì, amico mio, vi ringrazio una seconda volta.»

«In fede mia», disse il marinaio, «ho quasi esitato… Con quella barba lunga sei pollici, e quei capelli lunghi un piede, avevate piuttosto l’aspetto di un brigante che di un galantuomo.»

Dantès si ricordò effettivamente che dal momento che era entrato nel castello d’If non aveva più tagliato i capelli, e non aveva fatto più la barba.

«Sì», disse, «è un voto fatto alla Madonna di Piedigrotta in un momento di pericolo: stare dieci anni senza tagliarmi né barba, né capelli. Oggi si compie l’espiazione del mio voto, e poco è mancato che non annegassi.»

«Ma ora che faremo di voi?» domandò il padrone.

«Ahimè», rispose Dantès, «ciò che vorrete. La feluca si è perduta e il capitano è morto. Come vedete, sono sfuggito alla medesima sorte, fortunatamente sono abbastanza un buon marinaio. Lasciatemi nel primo posto in cui prenderete terra, e troverò impiego sopra qualche bastimento mercantile.»

«Conoscete il Mediterraneo?»

«Vi navigo fino dalla mia infanzia.»

«Sapete dove sono i buoni ancoraggi?»

«Vi sono pochi porti, anche dei più difficili, nei quali io non possa entrare e uscire a occhi bendati.»

«Ebbene dite dunque, padrone», domandò il marinaio che aveva salvato Dantès, «se costui dice il vero, cosa impedisce che resti con noi?»

«Sì, se dice il vero», rispose il padrone con aria incredula, «ma nello stato in cui si trova questo povero diavolo si promette molto, e si mantiene poco.»

«Manterrò più di quello che vi ho promesso», disse Dantès.

«Oh oh!» fece il padrone ridendo. «Vedremo.»

«Quando vorrete», riprese Dantès alzandosi. «Dove andate?»

«A Livorno.»

«Allora, invece di correre delle bordate che vi fanno perdere un tempo prezioso, perché non serrate semplicemente il vento più da vicino?»

«Perché andremmo a cozzare contro l’isola di Rion.»

«Vi passerete a più di venti braccia di distanza.»

«Prendete dunque il timone», disse il padrone, «e noi giudicheremo della vostra maestria.»

Il giovane si mise al timone, si assicurò, con una leggera pressione, che il bastimento fosse obbediente, e vedendo che, senza essere molto obbediente, non si rifiutava, gridò: «Alle braccia e alle boline».

I quattro marinai che formavano l’equipaggio corsero al loro posto, mentre il padrone li guardava fare.

«Tirate», continuò Dantès.

I marinai obbedirono con molta precisione.

«Ora annodate bene.»

Quest’ordine fu eseguito come i due primi, e il piccolo bastimento, invece di continuare a correre delle bordate, cominciò a dirigersi verso l’isola di Rion, presso la quale passò come aveva predetto Dantès lasciandola alla sua destra per una ventina di braccia.

«Bravo!» disse il padrone.

«Bravo!» ripeterono i marinai.

E tutti guardarono meravigliati quell’uomo, il cui sguardo aveva riacquistato un’intelligenza, e il corpo un vigore che erano ben lontani dal supporre in lui.

«Vedete», disse Dantès lasciando il timone, «che io potrò esservi di qualche utilità, almeno durante la traversata. Se giunti a Livorno non mi vorrete più, ebbene, mi lascerete lì, e ai primi mesi di soldo vi rimborserò il cibo e gli abiti che vorrete prestarmi.»

«Sta bene, sta bene», disse il padrone, «potremo intenderci se sarete ragionevole.»

«Un uomo vale un altr’uomo», disse Dantès, «ciò che date ai compagni lo darete anche a me, e tutto è a posto.»

«Non è giusto», disse il marinaio che aveva salvato Dantès, «perché voi ne sapete più di noi.»

«Ciò non ti riguarda, Jacopo», disse il padrone, «ciascuno è libero d’impegnarsi per quella somma che più gli conviene.»

«Giusto», disse Jacopo, «non facevo che una semplice osservazione.»

«Farai meglio ancora a prestare a questo bravo giovane un paio di pantaloni e una giacchetta, se li hai in più.»

«No», disse Jacopo, «ma ho un paio di pantaloni e una camicia.»

«È quanto mi occorre», disse Dantès. «Grazie, amico mio.»

Jacopo si lasciò scivolare giù dal boccaporto e risalì un istante dopo con i due capi di vestiario, che Dantès indossò con una gioia indicibile.

«Vi occorre altro?» chiese il padrone.

«Un tozzo di pane e un altro sorso di quell’eccellente rum che ho assaggiato, essendo gran tempo che non mangio.»

Infatti, erano circa quaranta ore che non mangiava.

Fu portato a Dantès un pezzo di pane, e Jacopo gli offrì la zucca.

«Timone a basso-bordo», gridò il capitano, rivolto al timoniere.

Dantès volse lo sguardo dalla stessa parte portandosi la zucca alla bocca ma la zucca rimase a mezz’aria.

«Osservate», domandò il padrone, «che accade nel castello d’If?»

Di fatto, una piccola nube bianca, nube che aveva fermato l’attenzione di Dantès, sembrava coronare il merlo del bastione a sud del castello d’If.

Dopo un secondo, il rumore d’una lontana esplosione venne a spegnersi a bordo della tartana.

I marinai alzarono la testa guardandosi l’un l’altro.

«E che vuol dire questo?» domandò il padrone.

«Questa notte sarà evaso qualche prigioniero dal castello», disse Dantès, «e ora sparano il cannone per dare l’allarme.»

Il padrone fissò lo sguardo sul giovane che dicendo queste parole si era portata la zucca alla bocca; ma lo vide assaporare il liquore con tanta calma e soddisfazione, che se pure ebbe un qualche sospetto, questo sospetto non fece che attraversargli la mente, e subito si estinse.

«Ecco un rum diabolicamente forte», disse Dantès asciugandosi con la manica della camicia la fronte che grondava sudore.

«In ogni caso», mormorò il padrone guardandolo, «tanto meglio, perché così avrò fatto acquisto di un brav’uomo.»

Con il pretesto di essere stanco, Dantès chiese allora di sedersi al timone.

Il timoniere, ben contento di essere sollevato dalle sue mansioni, consultò con l’occhio il padrone, che gli fece segno con la testa che poteva affidare nelle mani del suo nuovo compagno la barra.

Dantès poté restare con gli occhi rivolti dalla parte di Marsiglia.

«Oggi quanti ne abbiamo del mese?» domandò Dantès a Jacopo che era venuto a sedere vicino a lui dopo aver perso di vista il castello d’If.

«È il 28 febbraio», rispose questi.

«Di che anno?» domandò ancora Dantès.

«Come di che anno?… Voi domandate di che anno?»

«Sì», rispose il giovane, «vi domando di che anno.»

«Avete dimenticato in che anno siamo?»

«Che volete? È stata così grande la paura di questa notte», disse ridendo Dantès, «in cui poco è mancato che non perdessi la vita, che la mia memoria ne è rimasta sconvolta: vi domando dunque di quale anno siamo noi al 28 di febbraio…»

«Dell’anno 1829», disse Jacopo.

Erano quattordici anni precisi dal giorno che Dantès era stato arrestato. Era entrato nel castello d’If a diciannove anni, e ne usciva a trentatré.

Un doloroso sorriso passò sulle sue labbra. Si chiedeva cosa era avvenuto di Mercedes durante questo tempo, in cui lo aveva dovuto credere morto.

Quindi un lampo d’ira s’accese nei suoi occhi pensando a quei tre uomini ai quali doveva una lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d’implacabile vendetta che aveva già pronunciato nella sua cella, e questo giuramento non era più una vana minaccia, poiché a quell’ora, il più abile veleggiatore del Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno.

22. I contrabbandieri

Non aveva passato ancora un giorno intero a bordo, ma Dantès già sapeva con chi aveva a che fare. Senza esser stato alla scuola dell’abate Faria, il degno padrone della Giovane Amelia (era questo il nome della tartana genovese) conosceva pressappoco tutte le lingue che si parlavano intorno a quel gran lago chiamato Mediterraneo, dall’arabo fino al provenzale; perciò senza aver bisogno d’interpreti, persone qualche volta noiose, qualche altra indiscrete, questa conoscenza delle lingue gli offriva grandi facilitazioni per comunicare, sia con i bastimenti che incontrava in mare, sia con le piccole barche in cui si imbatteva lungo le coste, sia finalmente con quella gente senza nome, senza patria, senza mestiere apparente, di cui c’è sempre un gran numero sulle coste vicine ai porti di mare, e che vivono di quelle misteriose e celate risorse, che bisogna credere vengano dall’alto, poiché non hanno alcun mezzo di esistenza visibile a occhio nudo.

Si indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di contrabbandieri. Per questo il padrone sulle prime aveva ricevuto a bordo Dantès con una certa diffidenza. Era molto conosciuto da tutti i doganieri della costa, e siccome esisteva fra lui e questi signori un perfetto gioco di furberie, così aveva per un momento pensato che Dantès fosse un emissario della gabella, e che impiegasse quell’ingegnoso mezzo per scoprire qualcuno dei segreti del mestiere. Ma il modo brillante con cui Dantès si era tratto d’impaccio nel dirigere la tartana, l’aveva del tutto convinto.

Poi, quando aveva visto quella nube bianca che ondeggiava sul bastione del castello d’If, e aveva udito la lontana esplosione, ebbe per un momento l’idea di aver ricevuto a bordo colui al quale, come per entrata e uscita del re da una città, viene accordato l’onore dello sparo del cannone. Però ciò lo avrebbe inquietato meno che se il nuovo arrivato fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa supposizione si era dissolta come la prima alla vista della totale tranquillità della sua recluta.

Edmond aveva perciò il vantaggio di conoscere il suo padrone, mentre questi non sapeva chi fosse. Da chiunque provenissero le domande, dal suo padrone o dai suoi compagni, egli tenne duro, e non fece alcuna rivelazione. Dando moltissimi indizi su Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, sostenne sempre con precisione la sua narrazione in modo da fare onore alla sua memoria.

I genovesi, per quanto accorti, si lasciarono gabbare da Edmond, in favore del quale parlavano la sua affabilità, la sua esperienza nautica, e soprattutto la sua saggia dissimulazione. Forse anche quei genovesi erano uguali a quelle persone di mondo che non sanno mai altro che quello che devono sapere, e non credono mai altro che quello che hanno interesse di credere.

Fu in questa reciproca fiducia che giunsero a Livorno.

Edmond doveva tentare una prima prova: sapere se si sarebbe riconosciuto dopo quattordici anni che non vedeva il proprio volto. Conservata un’idea abbastanza precisa di ciò che era da ragazzo, voleva vedere cosa era divenuto da uomo.

Era già sceso a terra più di venti volte a Livorno, e conosceva un barbiere in via San Ferdinando, e andò da lui per farsi tagliare barba e capelli.

Il barbiere guardò con meraviglia quell’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi capelli, che assomigliava a una delle belle teste del Tiziano.

A quell’epoca non erano ancora di moda barba e capelli così lunghi; oggi un barbiere si meraviglierebbe se qualcuno dotato di questi vantaggi naturali acconsentisse a privarsene.

Il barbiere livornese però si mise all’opera senza fare domande.

Allorché l’operazione fu compiuta, quando Edmond sentì il suo mento perfettamente rasato, quando i suoi capelli furono ridotti alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò.

Come detto, egli aveva allora trentatré anni, e i suoi quattordici anni di prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale nella sua fisionomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovane felice al quale i primi anni della vita sono stati benigni e che calcola sull’avvenire come su una naturale prosecuzione del passato.

Tutto ciò era molto mutato.

L’ovale del viso si era allungato di molto, la bocca ridente aveva assunto linee decise e serrate che indicavano risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate, sotto una ruga unica e pesante, gli occhi si erano abituati a una profonda tristezza, dal fondo della quale trasparivano a intervalli i cupi baleni della misantropia e dell’odio; la sua carnagione, priva da lungo tempo della luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido che fa, quando il viso è circondato da capelli e basette nere, la bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda che aveva acquistato gli dava un’aria di intelligente sicurezza. Inoltre, sebbene di statura piuttosto alta, aveva acquisito il vigore tozzo di un corpo avvezzo sempre a concentrare le forze su di sé.

All’eleganza delle forme nervose e snelle si era sostituita la solidità delle forme arrotondate e muscolose. Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi e le imprecazioni l’avevano cambiata in modo tale, che ora aveva un suono di strana dolcezza, e ora un accento rozzo e quasi rauco.

Inoltre i suoi occhi, mantenuti costantemente nell’oscurità, o in una debole luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli oggetti come la iena e il lupo. Edmond sorrise nel vedersi: era impossibile che il miglior amico, se pure gli restava un amico, lo riconoscesse, perché non si riconosceva nemmeno lui.

Il padrone della Giovane Amelia, che aveva molto interesse a mantenere fra i suoi un uomo del merito di Edmond, gli aveva proposto un anticipo sui futuri guadagni. Edmond aveva accettato.

Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operato questa metamorfosi, fu di entrare in un negozio e comprarsi un abito completo da marinaio.

Tale abito, come si sa, è molto semplice: si compone di calzoni bianchi, camicia a righe, e berretto frigio.

Così vestito, riportando a Jacopo la camicia e i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone della Giovane Amelia al quale fu costretto a ripetere la sua storia. Il padrone non voleva riconoscere in quel marinaio elegante l’uomo dalla folta barba, dai capelli e dal corpo bagnato d’acqua di mare che aveva raccolto nudo e morente sul ponte del suo battello.

Soddisfatto del suo buon aspetto, rinnovò dunque a Dantès le proposte d’ingaggio; ma Dantès che aveva i suoi progetti non volle accettarle che per tre mesi.

Del resto l’equipaggio della Giovane Amelia era molto attivo, sottoposto agli ordini di un capitano che aveva preso l’abitudine di non perdere il suo tempo.

Non era da otto giorni giunto a Livorno, che già i capaci fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline colorate, di cotoni di contrabbando, di polvere inglese e di tabacco, su cui la dogana aveva dimenticato di apporre il sigillo. Si trattava di far uscire tutto ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo sulle rive della Corsica, dove alcuni speculatori s’incaricavano di trasportare il carico in Francia.

Partirono.

Edmond solcò di nuovo quel mare azzurro, primo orizzonte della sua gioventù che aveva rivisto tanto spesso nei sogni della sua prigionia. Lasciò alla sua destra la Gorgona, alla sinistra Pianosa, e avanzò verso la patria di Pasquale Paoli e di Napoleone.

L’indomani, salendo sul ponte, ciò che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al parapetto del bastimento che, con una strana espressione, guardava un ammasso di scogli di granito che il sole nascente coloriva di una tinta rosea: era l’isola di Montecristo.

La Giovane Amelia la lasciò a tre quarti di miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.

Dantès pensava, nel passare lungo questa isola, che per lui aveva un nome tanto risonante: «Non avrei che da balzare in mare, e in mezz’ora sarei su quella terra promessa». Ma giunto là, che avrebbe fatto senza gli utensili necessari per scoprire il tesoro, senza armi per difenderlo? D’altronde cosa avrebbero detto i marinai? E il padrone? Bisognava aspettare.

Aveva aspettato la libertà quattordici anni, poteva bene aspettare ora che era libero, sei mesi e anche un anno, le ricchezze. Non avrebbe accettato la libertà senza le ricchezze, se gli fosse stata proposta? D’altronde questa ricchezza non era ancora tutta chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada era stranamente precisa, e Dantès ripeteva dal principio alla fine la lettera di cui non aveva dimenticato una parola.

Giunse la sera, Edmond vide l’isola passare per tutte le tinte e gradazioni di colori del crepuscolo e perdersi del tutto nelle tenebre. Ma non per lui: avendo lo sguardo abituato all’oscurità del carcere senza dubbio continuò a scorgerla, perché fu l’ultimo a lasciare il ponte.

All’indomani si svegliarono all’altezza di Aleria.

Bordeggiarono tutto il giorno; nella sera si videro dei fuochi sulla costa. Dalla disposizione di questi fuochi compresero che si poteva sbarcare, perché un fanale salì al posto della bandiera sulla cima del piccolo bastimento, che si avvicinò a tiro di fucile dalla riva.

Dantès si accorse che il padrone della Giovane Amelia aveva portato sopra il ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore potevano colpire alla distanza di un miglio una palla dalle quattro alle dodici once. Questa precauzione però fu inutile: per quella sera tutta l’operazione si svolse tranquillamente.

Quattro scialuppe si avvicinarono silenziosamente al piccolo bastimento, che, certamente per far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe lavorarono così bene, che allo spuntar del giorno tutto il carico, dal bordo della tartana genovese, era passato in terraferma.

Il padrone della Giovane Amelia era un uomo di tale scrupolo nelle sue cose, che nella stessa notte fu fatta la divisione dei guadagni del primo scarico: ciascun marinaio ebbe cento lire toscane, cioè ottantaquattro lire di moneta francese.

Ma il viaggio non era finito, venne voltata la prua verso la Sardegna: si trattava di tornare a caricare il bastimento appena scaricato.

La seconda spedizione si svolse tanto felicemente quanto la prima: la Giovane Amelia era favorita dalla sorte.

Il nuovo carico fu per il ducato di Lucca.

Si componeva quasi esclusivamente di sigari Avana e di vino di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi con la dogana, l’eterna nemica del padrone della Giovane Amelia. Un doganiere rimase sul terreno, e due marinai furono feriti.

Dantès era uno dei due: una pallottola gli aveva trapassato la spalla sinistra.

Dantès era felice per questa scaramuccia e quasi contento della sua ferita: questa esperienza gli aveva fatto capire come sapeva guardare il pericolo, e con qual cuore sapeva tollerare i patimenti.

Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo aveva detto come il filosofo greco: «Dolore, tu non sei un male».

Inoltre, guardando il doganiere ferito a morte, fosse calore del sangue nell’azione, o fosse freddezza di umani sentimenti, tale vista non gli aveva prodotto che una leggera impressione.

Dantès era sulla strada che voleva percorrere e che tendeva alla meta cui voleva arrivare: cioè pietrificarsi il cuore in petto.

Del resto Jacopo, che vedendolo cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, lo aveva rialzato, e gli aveva impartite tutte quelle cure che sono di un buon compagno.

La gente non era dunque così buona come avrebbe voluto il dottor Pangloss, e non era così cattiva come credeva Dantès. Quell’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione nel crederlo ucciso. Fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che ferito.

Grazie ad alcune erbe, raccolte e vendute ai contrabbandieri da delle vecchie sarde, la ferita si cicatrizzò ben presto.

Edmond allora volle tentare Jacopo, offrendogli in ricompensa delle sue cure una parte della sua paga; ma Jacopo la rifiutò con indignazione.

Questo era il risultato di una specie di devozione che Jacopo aveva consacrato a Edmond fin dal primo momento che lo aveva visto, e di un certo affetto che Edmond aveva per Jacopo. Ma Jacopo non voleva di più; aveva indovinato istintivamente in Edmond una personalità superiore alla sua e il bravo marinaio era contento di quel poco di stima che gli concedeva.

Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio correva con sicurezza sull’azzurro mare, e non aveva bisogno, grazie al vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmond si faceva istruttore di Jacopo con una carta geografica alla mano, come Faria aveva fatto con lui. Gli mostrava la conformazione delle coste, le variazioni della bussola, gli insegnava a leggere in quel libro aperto al di sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritto la sua onnipotenza con lettere brillanti.

E quando Jacopo gli domandava: «A che serve imparare tutte queste cose a un povero marinaio come sono io?»

Edmond rispondeva: «Chi lo sa? Forse un giorno potresti essere capitano di un bastimento. Il tuo compatriota Bonaparte non divenne imperatore?»

Dimenticammo di dire che Jacopo era corso.

Intanto due mesi e mezzo erano già passati.

Edmond era un bravo contrabbandiere, come era stato un ardito marinaio. Aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri della costa, aveva imparato tutti quei segni convenzionali per mezzo dei quali questi mezzi pirati si riconoscono fra loro.

Era passato e ripassato venti volte davanti all’isola di Montecristo, ma in tutte queste volte non aveva mai trovato l’occasione di potervi sbarcare.

Aveva perciò preso una decisione, che terminato il suo impegno col padrone della Giovane Amelia, avrebbe noleggiato una piccola barca per proprio conto, avendo già messo da parte un centinaio di piastre nei suoi viaggi, e con un pretesto qualunque sarebbe sbarcato sull’isola di Montecristo.

Là avrebbe fatto le sue ricerche in tutta libertà. In tutta libertà non proprio, perché le sue azioni sarebbero state osservate da chi conduceva con sé, ma in questo mondo qualche cosa bisogna rischiare.

La prigione aveva reso Edmond prudente, e avrebbe voluto non rischiare nulla. Ma aveva un bel cercare, nella sua immaginazione, per quanto fervida; non riusciva a trovare altro mezzo per giungere all’isola di Montecristo che facendosi portare.

Dantès restava in questa esitazione, allorché il padrone che aveva in lui molta fiducia, e che aveva gran volontà di tenerlo con sé, lo prese una sera per un braccio e lo condusse in una taverna in via dell’Olio, nella quale erano soliti radunarsi i contrabbandieri di Livorno.

Era là che di solito si trattavano gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte in quella specie di Borsa marittima, e vedendo quegli arditi corsari venuti da tutto il litorale, si chiedeva di quale forza avrebbe potuto disporre l’uomo che fosse riuscito a dare l’impulso della propria volontà a tutta quella gente dai diversi interessi.

Questa volta si trattava di un affare di grande importanza, di un bastimento carico di tappeti turchi, di stoffe d’Oriente e di cachemire. Bisognava trovare un terreno neutrale, dove si potesse operare il cambio, per tentare di far pervenire quella merce sulle coste della Francia.

Il premio era ingente, se vi fossero riusciti: fra le cinquanta e le sessanta piastre per ciascuno.

Il padrone della Giovane Amelia propose l’isola di Montecristo come luogo di sbarco, che essendo deserta, e non avendo né soldati, né doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fin dai tempi dei pagani, da Mercurio, il dio dei commercianti e dei ladri, classi che noi abbiamo separato se non distinto, ma che l’antichità, a ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.

Al nome di Montecristo, Dantès fremette di gioia. Si alzò, per nascondere la propria emozione, e fece un giro in quella fumosa taverna dove tutti gli idiomi conosciuti venivano a fondersi nella lingua franca.

Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già deciso che sarebbero sbarcati all’isola di Montecristo, e che sarebbero partiti per quella spedizione la notte seguente.

Edmond, consultato, fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che le grandi imprese, per riuscir bene, dovevano essere eseguite rapidamente.

Non fu dunque cambiato nulla al programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari preparativi per l’indomani sera, e che se il mare era buono e il vento favorevole, ognuno avrebbe cercato di essere la sera dopo nelle acque dell’isola neutrale.

23. L’isola di Montecristo

Finalmente, per una di quelle inaspettate fortune, che qualche volta capitano a coloro che il destino è stanco di perseguitare, Dantès stava per giungere alla sua meta con un mezzo semplice e naturale, mettendo il piede su quell’isola senza destare sospetto.

Una notte ancora lo separava dalla partenza tanto a lungo desiderata e attesa.

Fu questa una delle notti più febbrili passate da Dantès. Si presentarono al suo animo tutte le possibilità buone e cattive: se chiudeva gli occhi, vedeva la lettera di Guido Spada scritta in caratteri sfolgoranti sul muro; se dormiva un istante, i sogni più strani venivano a tumultuare nel suo cervello: discendeva le grotte che avevano il pavimento di smeraldo, le pareti di rubino, le stalattiti di diamante; le perle cadevano come quelle gocce d’acqua che filtrano nei sotterranei. Edmond rapito, meravigliato, si riempiva le tasche di pietre preziose; poi ritornava alla luce del giorno, e quei gioielli si trasformavano in semplici sassolini. Allora tentava di rientrare in quelle grotte meravigliose che intravedeva soltanto, ma il sentiero si contorceva in un labirinto; l’ingresso era ritornato invisibile, e cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano al pescatore arabo le splendide caverne di Alì Babà. Tutto era inutile: il tesoro era tornato in potere dei geni della terra, ai quali aveva avuto per un istante la speranza di poterlo togliere.

Seguì il giorno quasi con la stessa febbre della notte; ma la logica tornò in aiuto all’immaginazione di Dantès, che poté stabilire un piano sino ad allora incerto e vago.

Giunse la sera, e con essa i preparativi della partenza.

Tali preparativi erano per Edmond un mezzo per nascondere la propria agitazione. Un poco alla volta aveva preso l’abitudine di comandare i compagni, come fosse stato il padrone del bastimento; e siccome i suoi ordini erano sempre chiari, precisi e facili da eseguirsi, i compagni non solo l’obbedivano con prontezza, ma con piacere.

L’anziano padrone lo lasciava fare: aveva riconosciuto la superiorità di Dantès non solo sopra i suoi compagni; vedeva nel giovane il successore naturale, ed era dolente di non avere una figlia per stringere quella bella alleanza.

Per le sette di sera tutto fu in ordine, alle sette e dieci la tartana girava intorno al faro, proprio nell’istante in cui veniva acceso.

Il mare era calmo, con un fresco venticello che veniva da sud-est.

Si navigava sotto un cielo chiaro, in cui Dio pure faceva risplendere via via i suoi fari, ognuno dei quali è un mondo.

Dantès disse che tutti potevano andare a dormire, ch’egli si incaricava del timone. Quando il Maltese, così veniva chiamato Dantès a bordo, faceva una simile proposta, non c’era bisogno d’altro, e ciascuno andava a riposare tranquillo. Ciò era accaduto altre volte.

Evaso dalla solitudine del mondo, provava qualche volta l’imperioso bisogno di restar solo. Ora, quale solitudine più immensa a un tempo e più poetica, di quella di un bastimento che nell’oscurità della notte ondeggia sul mare nel silenzio dell’immensità e sotto lo sguardo del Signore? Quella notte però la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dai suoi propositi.

Allorché il padrone si svegliò, la tartana correva a gonfie vele, non esisteva un lembo di vela che non fosse gonfiato dal vento: facevano più di due leghe e mezzo l’ora.

L’isola di Montecristo ingrandiva all’orizzonte.

Edmond rese il timone al padrone e andò a stendersi sulla sua branda. Ma non poté chiudere un istante gli occhi.

Due ore dopo risalì sul ponte; il bastimento era sul punto di sorpassare l’isola d’Elba; si trovava all’altezza di Marciana, e al di sotto dell’isola piana e verde di Pianosa. Si vedeva fra l’azzurro del cielo la sommità raggiante dell’isola di Montecristo.

Dantès ordinò al timoniere di porre la barra a sinistra, per lasciare Pianosa a destra: aveva calcolato che questa manovra doveva abbreviare la strada di due o tre nodi.

Alle cinque di sera ebbero la vista dell’isola, se ne scorgevano i più piccoli dettagli, grazie alla limpida atmosfera, alla luce degli ultimi raggi del sole al tramonto.

Edmond divorò con gli occhi quella massa di scogli che sembravano tinti di tutti i colori del crepuscolo, dal rosso vivo fino al turchino cupo; di tanto in tanto gli salivano al viso delle vampate ardenti: la sua fronte diveniva di porpora, una nube rossastra passava davanti ai suoi occhi.

Giammai giocatore, la cui fortuna è tutta messa sopra una carta, provò, al voltarne una, tanta angoscia quanta ne sentiva Edmond nei suoi parossismi di speranza.

Ritornò la notte.

Alle dieci della sera si approdò. La Giovane Amelia era la prima all’appuntamento.

Dantès, malgrado la padronanza su se stesso, non poté contenersi; saltò per primo sulla riva. Se avesse osato, avrebbe, come Bruto, baciato la terra.

La notte era oscura, ma alle undici la luna sorse in mezzo al mare, inargentò ogni onda, quindi i suoi raggi, a mano a mano che si alzava, cominciavano a screziarsi in bianche cascate di luce sugli scogli ammassati di quest’altro Pelio.

L’isola era familiare all’equipaggio della Giovane Amelia, era una delle sue tappe ordinarie. Quanto a Dantès, l’aveva vista, in ciascuno dei suoi viaggi in levante, ma non vi era mai sbarcato.

Egli interrogò Jacopo.

«Dove passiamo la notte?»

«A bordo della tartana», rispose Jacopo.

«Non staremmo meglio nelle grotte?»

«E in quali grotte?»

«Nelle grotte dell’isola.»

«Io non conosco grotte…» disse Jacopo.

Un sudore freddo passò sulla fronte di Dantès.

«Non vi sono grotte a Montecristo?» domandò.

«No.»

Dantès rimase per un istante stordito, poi pensò che quelle grotte potevano essersi colmate in seguito a qualche sommovimento, o essere state chiuse per maggior precauzione dallo stesso Spada.

Tutto stava dunque nel ritrovare l’apertura nascosta.

Era inutile cercarla durante la notte; Dantès rimandò dunque le sue ricerche al giorno dopo. D’altra parte un segnale inalberato in mare a una mezza lega da lì, e al quale rispondeva con uno simile la Giovane Amelia, indicò che era giunto il momento di accingersi all’operazione.

Il bastimento che aveva ritardato, rassicurato dal segnale che doveva far capire che c’era sicurezza attorno all’isola, apparve ben presto bianco e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l’ancora presso la riva.

Il trasbordo delle merci cominciò nel medesimo istante.

Dantès, mentre lavorava, pensava all’urrà di gioia che con una sola parola poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce l’incessante pensiero che rumoreggiava nel suo cervello, e turbava il suo cuore; ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già d’aver detto troppo, e di avere risvegliato dei sospetti col suo andare e venire, con le sue ripetute domande, con le sue minuziose osservazioni, e la sua costante preoccupazione.

Nessuno però dubitava di niente; e allorché l’indomani, prendendo un fucile, dei pallini, e della polvere, Dantès manifestò il desiderio di andare a tirare a qualcuna di quelle numerose capre selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì quella escursione di Dantès che all’amore per la caccia, e al desiderio di solitudine.

Non vi fu che Jacopo che insistette per seguirlo.

Dantès non volle opporsi, temendo d’ispirar sospetti se spingeva tropp’oltre la sua ritrosia a essere accompagnato. Ma appena fatto un quarto di lega, essendosi presentata l’occasione di tirare e uccidere un capriolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a cuocerlo, e dargli il segnale quando fosse cotto, per venirlo a mangiare, tirando un colpo di fucile. Della frutta secca e un fiasco di vino di Montepulciano dovevano completare il pranzo.

Dantès continuò il suo cammino voltandosi ogni tanto.

Giunto alla sommità di una roccia, vide a trecento metri al di sotto di lui i suoi compagni che, raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi del pranzo.

Edmond li guardò un istante con quel triste e dolce sorriso delle persone superiori.

«Fra due ore partiranno ricchi di cinquanta piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre cinquanta a rischio della loro vita: poi ritorneranno ricchi di seicento lire, per andare a dilapidarle in una città qualsiasi con l’orgoglio dei sultani, e la noncuranza dei nababbi. Oggi la speranza fa sì che io disprezzi la loro ricchezza, che mi pare profonda miseria, domani forse il disinganno mi obbligherà a guardare questa profonda miseria come la maggiore delle fortune… Oh no», esclamò Edmond, «questo non sarà. Il dotto, l’infallibile Faria non può essersi ingannato solo su questo punto. D’altronde è meglio morire che continuare a condurre questa vita miserabile e vile.»

Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non era più contento della sola libertà, ma voleva anche le ricchezze.

Il difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che suscita desideri infiniti.

Per una strada che si perdeva fra due muraglie di scogli, lungo un scavato da un torrente, e che secondo ogni probabilità non era stato mai calcato da piede umano, Dantès si avvicinava al luogo in cui supponeva dovessero essere le grotte.

Seguendo la riva del mare, ed esaminando i più piccoli particolari con attenzione, gli parve di scorgere su alcune rocce dei graffiti operati dalla mano dell’uomo.

Il tempo, che copre tutte le cose fisiche col manto dell’oblio, sembrava avere rispettato quei segni, tracciati con una certa regolarità e allo scopo probabilmente di guida. Di tratto in tratto, quei segni sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora che Dantès allontanasse i massi, o sollevasse il muschio per ritrovare le tracce che lo guidavano in quel labirinto.

Quei segni avevano dato una buona speranza a Edmond.

Perché non poteva essere stato lo Spada stesso a tracciarli affinché potessero, in caso di catastrofe, servir da guida al nipote? Quel luogo solitario era quello che conveniva a un uomo che voleva seppellire un tesoro.

Soltanto, quei segni visibili avrebbero potuto attirare lo sguardo di qualcun altro, oltre quelli per cui erano fatti: l’isola dalle tetre muraglie aveva conservato fedelmente il suo segreto? A cinquanta passi dal porto sembrò a Edmond, sempre celato agli sguardi dei suoi compagni, che i segni cessassero, senza però condurre a nessuna grotta.

Un grosso macigno tondo, posto sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano guidare. Edmond pensò allora che invece d’essere giunto al termine poteva benissimo non essere arrivato che al principio, di conseguenza si girò e ritornò indietro percorrendo la stessa via.

Intanto i suoi compagni preparavano il pranzo, andavano ad attingere acqua alla sorgente, trasportavano il pane e la frutta a terra e facevano cuocere il capriolo.

Nel momento in cui lo toglievano dallo spiedo, scorsero Edmond che, leggero e ardito come un camoscio, saltava di roccia in roccia. Tirarono un colpo di fucile per avvertirlo.

Il cacciatore cambiò subito direzione, e ritornò correndo da loro.

Mentre tutti lo seguivano con lo sguardo, nella specie di voli che faceva tacciando di temerarietà la sua sveltezza, come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un piede, fu visto oscillare sulla cima di uno scoglio, gettare un grido, e sparire.

Tutti balzarono in un sol slancio, perché tutti amavano Edmond malgrado la sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo. Egli trovò Dantès disteso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era rotolato da un’altezza di tre o quattro metri. Gli introdusse nella bocca qualche goccia di rum e questo rimedio, che già un’altra volta era stato efficace, produsse il medesimo effetto.

Edmond riaprì gli occhi, e si lamentò di un vivo dolore a un ginocchio, un gran peso alla testa, e un gran spasimo ai reni.

Lo volevano trasportare fino alla spiaggia; ma quando lo toccarono, sebbene fosse Jacopo che dirigeva l’operazione, disse, lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il trasporto.

S’intende che di pranzo per Edmond non si parlò neppure, ma volle che i suoi compagni, non avendo le sue stesse ragioni per fare digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui pretendeva di non aver bisogno d’altro che di un po’ di riposo, e che al loro ritorno essi lo avrebbero trovato assai meglio.

I marinai non si fecero molto pregare: avevano fame, l’odore del capriolo giungeva fino a loro, e fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie.

Ritornarono un’ora dopo.

Tutto ciò che Edmond aveva potuto fare era stato trascinarsi per una dozzina di passi per andare ad appoggiarsi sopra una roccia coperta di muschio. Ma lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati d’intensità.

Il vecchio padrone, costretto a partire nella mattina per depositare il suo carico sulle frontiere del Piemonte e della Francia, fra Nizza e Fréjus, insistette perché Dantès si sforzasse di alzarsi.

Dantès fece degli sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito; ma a ciascuno sforzo ricadde lamentandosi e impallidendo.

«Ha i reni rotti», disse a bassa voce il padrone. «Non importa, è un buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di trasportarlo fino alla tartana.»

Ma Dantès dichiarò che preferiva morire dove si trovava, piuttosto che sopportare i dolori di un qualsiasi movimento.

«Ebbene», disse il padrone, «avvenga ciò che vuole, non sarà mai detto che noi lasciamo un bravo compagno senza aiuti. Partiremo soltanto questa sera.»

Questa proposta fece molta meraviglia ai marinai sebbene non vi fosse chi facesse obiezione. Il padrone era un uomo molto rigoroso, ed era la prima volta che lo si vedeva rinunciare a un’impresa, o anche soltanto ritardarla.

Dantès non volle che si facesse in suo favore una infrazione alle regole di disciplina stabilite a bordo.

«No», disse, «io fui incauto e io debbo scontare la pena della mia poca destrezza. Lasciatemi una piccola provvista di biscotti, un fucile, della polvere e delle pallottole per ammazzare dei capretti, e anche per difendermi, e una zappa per costruirmi una specie di capanna, in caso tardaste nel tornare a prendermi.»

«Ma tu morrai di fame», disse il padrone.

«Meglio questo», replicò Edmond, «che soffrire gli inauditi dolori che mi fa provare il più piccolo movimento.»

Il padrone guardò il suo bastimento che ondeggiava nel piccolo porto, e su cui cominciavano i primi preparativi per la partenza.

«Che vuoi dunque che facciamo?» disse. «Non possiamo abbandonarti così, e neppure aspettare lungamente.»

«Partite, partite», esclamò Dantès.

«Noi staremo assenti almeno otto giorni, e bisognerà che deviamo dalla nostra rotta per venirti a prendere.»

«Ascoltate», disse Dantès, «se incontrate qualche peschereccio che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, raccomandatemi al padrone, io pagherò venticinque piastre per il mio ritorno a Livorno; e se non ne troverete, tornate.»

«Ascoltate, padron Baldi, vi è un mezzo per conciliar tutto», disse Jacopo. «Partite; resterò io a curare il ferito.»

«E tu rinuncerai alla tua parte di guadagno», disse Edmond, «per restare con me?»

«Sì, e senza dispiacere», rispose Jacopo.

«Sei un brav’uomo», disse Edmond, «e Dio ti ricompenserà della tua buona volontà. Ma io non ho bisogno di nessuno, grazie. Un giorno o due di riposo mi rimetteranno, e spero di trovare fra queste rocce alcune erbe eccellenti per le contusioni…»

Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a Jacopo con calore, ma rimase irremovibile nella decisione di rimanere solo.

I contrabbandieri lasciarono a Edmond ciò che aveva chiesto, e lo abbandonarono non senza voltarsi molte volte, e facendogli ogni volta gran cenni di saluto ai quali Edmond rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il resto del corpo.

Poi quando furono spariti: «È strano», mormorò Dantès ridendo, «che sia fra uomini di tal fatta, che si trovino e si riscontrino tali prove di amicizia e di attaccamento».

Poco dopo si trascinò con precauzione fino alla sommità di una roccia che non gli nascondeva la vista del mare, e di là vide la tartana compiere i suoi preparativi, levar l’ancora, dondolarsi graziosamente come un gabbiano che sta per spiccare il volo, e partire. In capo a un’ora era sparita del tutto, o almeno era impossibile vederla dal luogo dove era rimasto il ferito.

Allora Dantès si alzò più lesto e più leggero di un capriolo fra i mirti e i lentischi di quelle rocce selvagge, prese il suo fucile con una mano, con l’altra la zappa e corse a quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notato.

«E ora», esclamò, ricordandosi la storia del pescatore arabo che gli aveva raccontato Faria, «ora apriti, oh Sesamo!»

24. L’abbagliamento

Il sole si trovava a circa un terzo del suo corso, i suoi raggi di maggio cadevano caldi e vivificanti su quelle rocce che sembravano esse stesse sensibili a quel calore.

Innumerevoli cicale invisibili fra i cespugli facevano sentire il loro frinire monotono e continuo. Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti mandando un rumore quasi metallico.

A ogni passo di Edmond, dal riscaldato granito fuggivano lucertole che sembravano smeraldi. Si vedevano balzare, sul pendio dell’isola, le capre selvagge che attirano qualche volta i cacciatori. In una parola l’isola era abitata, vivente, animata e tuttavia Edmond si sentiva solo, sotto la mano di Dio.

Provava un’emozione molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possono essere degli occhi inquisitori a osservarci.

Quel sentimento fu così intenso, che al momento di mettersi all’opera, Edmond si fermò, depose la zappa, riprese il suo fucile, salì un’ultima volta sulla roccia più elevata dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione non fu la poetica Corsica, di cui egli poteva perfino distinguere le case, non fu la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, non fu l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, né infine quella linea impercettibile che si estende all’orizzonte e che, all’occhio esercitato del marinaio, rivela il profilo della superba Genova, e della commerciale Livorno: fu il brigantino ch’era partito allo spuntar del giorno, e la tartana partita da poco.

Il primo stava per scomparire nello stretto di Bonifacio; l’altra, seguendo la strada opposta, costeggiava la Corsica per oltrepassarla.

Questa vista rassicurò Edmond. Riportò allora lo sguardo sugli oggetti che lo circondavano: si vide sul punto più elevato della conica isola, piccola statua sopra un immenso piedistallo; intorno a lui non un uomo, non una barca; nient’altro che l’azzurro mare che veniva a frangersi contro la base dell’isola, ornandola di una eterna frangia d’argento.

Quindi discese con passo rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un incidente eguale a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.

Dantès, come si è detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai graffiti sulle rocce, e aveva visto che quella linea conduceva a una piccola insenatura nascosta come un bagno di antiche ninfe.

Questa insenatura era abbastanza profonda nel mezzo perché un piccolo bastimento del genere delle speroniere potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora, seguendo il filo delle induzioni, quel filo che tra le mani di Faria aveva visto guidare in una maniera così ingegnosa, pensò che Guido Spada fosse approdato in quella insenatura, avesse nascosto il suo piccolo naviglio, seguita la linea indicata dai solchi, e all’estremità di questa linea sepolto il suo tesoro.

Fu quella ipotesi che ricondusse Dantès presso il macigno circolare.

Una cosa soltanto inquietava Edmond, e sconvolgeva tutte le sue idee: come si era potuto, senza impiegare forze considerevoli, alzare quel macigno, che pesava forse due o tre tonnellate, e deporlo su quella base su cui era posto? A un tratto gli venne un’idea.

«Invece di farlo salire», disse tra sé, «l’avranno fatto scendere.»

E si arrampicò al di sopra della roccia, per cercare il posto della primitiva base. Vide ben presto ch’era stata praticata una leggera inclinazione, la roccia era scivolata sulla sua vecchia base, e si era fermata a ridosso di un’altra roccia, di media grandezza, che era servita da nuova base.

Erano stati impiegati dei sassi e delle pietre per fare sparire ogni traccia: questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di terra e di vegetazione, vi era nata l’erba, e il muschio si era esteso, alcuni semi di mirto e di lentisco erano germogliati, e la vecchia roccia sembrava attaccata al suolo.

Dantès tolse con precauzione la terra e riconobbe, o credette di riconoscere questo ingegnoso artificio. Allora si accinse a demolire con la zappa quella specie di muro divisorio, cementato dal tempo. Dopo un lavoro di dieci minuti, il muro cedette, e restò aperto un foro nel quale si poteva introdurre un braccio.

Dantès andò a tagliare l’olivo più grosso, lo spogliò dei suoi rami, lo introdusse nel foro, e ne fece una leva. Ma il macigno era troppo pesante e incastrato troppo solidamente sulla roccia sottostante; la forza di un uomo non bastava a smuoverla, fosse pur stata quella d’Ercole.

Dantès rifletté allora che era la roccia su cui giaceva il macigno che bisognava attaccare: ma con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno, come fanno gli uomini imbarazzati, e vide il corno di un bufalo pieno di polvere che gli aveva lasciato Jacopo. Sorrise: l’invenzione infernale avrebbe compiuta la sua opera.

Con l’aiuto della zappa, Dantès scavò, fra le due rocce, una conduttura per mina, uguale a quella che fanno i minatori quando vogliono risparmiare alle braccia dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben compressa e, sfilando il suo fazzoletto e immergendolo nella polvere, ne fece una miccia.

Accesa la miccia, Dantès si allontanò.

L’esplosione non si fece attendere: la roccia superiore in un attimo fu sollevata dall’incalcolabile forza, quella inferiore volò in mille pezzi.

Dalla piccola apertura, che all’inizio Dantès aveva praticato, fuggì una folla d’insetti brulicanti e un enorme serpente, guardiano di quel cammino misterioso, che strisciando disparve.

Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio, pendeva sull’abisso.

L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il punto più vacillante, vi insinuò la leva e come Sisifo s’incurvò con tutta la sua forza contro la roccia.

La roccia, già smossa dall’esplosione, traballò. Dantès raddoppiò gli sforzi. Si sarebbe detto che era un nuovo Titano che sradicava le montagne per far la guerra al padre degli dei.

Finalmente la roccia cedette, rotolò, balzò, precipitò, e sparì immergendosi nel mare. Così lasciò scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro infisso nel mezzo di una pietra quadrata.

Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico risultato aveva coronato un primo tentativo.

Volle continuare, ma le sue gambe tremavano così forte, il suo cuore batteva con tanta violenza, una nube passava tanto bruciante davanti ai suoi occhi, che fu costretto a fermarsi.

Quel momento di esitazione però durò un lampo.

Edmond introdusse la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e la pietra smossa si aprì, scoprendo il ripido pendio di una specie di scala che si perdeva nell’ombra di una grotta oscura.

Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.

«Vediamo», disse, «siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci lasciamo abbattere da un inganno. Il cuore si rompe, allorché dopo essere stato dilatato oltre misura dalla speranza, ritorna su se stesso e si riadatta alla fredda realtà. Faria non fece che un sogno; Guido Spada non ha seppellito niente in questa grotta, forse anche non vi è mai venuto, o, se vi venne, Cesare Borgia, l’intrepido avventuriero, l’infaticabile ladro, vi sarà venuto dopo di lui, avrà seguito i medesimi segni che ho seguito io, avrà come me sollevato questa pietra, e, disceso prima di me, non avrà lasciato niente da prendere a chi veniva dopo di lui.»

Dantès restò un momento immobile, pensieroso, con gli occhi fissi sopra quell’apertura tenebrosa.

«Sì, sì, questa è una avventura da trovar posto nella vita, mista di ombre e di luce, di quel principe criminale. In quel tessuto di strani casi che compose la trama della sua esistenza, questo favoloso avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti. Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola, nell’altra una spada. Mentre a venti passi da lui, forse ai piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri spiando la terra, l’aria e il mare, il loro padrone entrava, come sto per fare io, in quest’antro, scuotendo le tenebre col suo terribile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quegli sgherri ai quali avrà dovuto comunicare il suo segreto, che ne avrà fatto Borgia?» si domandò Dantès. «Ciò che fecero», si rispose sorridendo, «dei becchini di Alarico, che vennero sotterrati col cadavere del re. Ora che non conto più su niente, ora che mi son detto che sarebbe da pazzi conservare qualche speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.»

E rimase ancora per qualche tempo immobile e pensieroso.

«Però se vi fosse venuto», riprese Dantès, «se avesse ritrovato e portato via il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia a un carciofo che avrebbe voluto mangiare foglia per foglia, Borgia sapeva troppo bene far uso del tempo per non perderne a rimettere questa roccia dove l’aveva trovata… Scendiamo.»

Allora discese. Il sorriso del dubbio sfiorava le sue labbra che mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: «Può darsi…»

Ma invece delle tenebre che si aspettava di trovare, invece di un’atmosfera opaca e mefitica, Dantès non vide che una luce decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano, non solo dall’apertura che era stata da lui praticata, ma dalle fessure invisibili tra le rocce, e attraverso cui si vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami tremolanti dei lecci o i legamenti spinosi dei rovi.

Dopo qualche secondo di sosta in questa grotta, la cui atmosfera più tiepida che umida, più odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come l’ombra del sole, lo sguardo di Dantès, abituato, come detto, alle tenebre, poté esplorare gli angoli più reconditi della caverna: era di granito, e le faccette sparse di pagliuzze scintillavano come diamanti.

«Ahimè», esclamò Dantès sorridendo, «ecco senza dubbio i tesori che avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria, vedendo in sogno questi muri risplendenti, si sarà illuso di ricche speranze!»

Ma Dantès si ricordò delle precise parole del testamento che sapeva a memoria: «Nell’angolo più lontano della seconda apertura», diceva il testamento.

Ora Dantès era penetrato solo nella prima grotta, bisognava dunque cercare l’entrata della seconda.

Si orizzontò.

La seconda grotta doveva naturalmente internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò la superficie delle pietre e andò a battere contro una delle pareti, quella dove doveva essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior precauzione. Con la zappa batté le pareti a intervalli cavando dalla roccia un rumore così sordo e debole che Dantès si rabbuiò. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del muro di granito risuonasse, e rispondesse con un’eco più sorda e più profonda.

Avvicinò lo sguardo ansioso al muro e riconobbe, col tatto del prigioniero, ciò che nessun altro avrebbe forse scoperto, che là vi doveva essere un’apertura. Però, per non fare un lavoro inutile, Dantès che, come Cesare Borgia, aveva imparato il valore del tempo, esplorò le altre pareti con la zappa, batté il suolo con il calcio del suo fucile, smosse la sabbia nei luoghi sospetti e non avendo trovato né riconosciuto niente, tornò alla parte di muro che dava quel suono consolatore.

La percosse di nuovo e con maggior forza.

Allora vide una cosa singolare: sotto i colpi dello strumento, una specie d’intonaco, uguale a quello che si applica sui muri per dipingervi a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra biancastra granulosa come le ordinarie pietre da taglio.

L’apertura della roccia era stata chiusa con pietre d’altra natura, quindi vi avevano steso sopra l’intonaco, e sull’intonaco era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del granito. Dantès percosse allora con la parte tagliente della zappa, e questa penetrò per due centimetri e mezzo nella porta murata.

Era là che bisognava scavare.

Per uno strano mistero dell’umana psiche, più aumentavano le prove che Faria non s’era ingannato, e più il cuore di Dantès, indebolito e stanco, si lasciava andare al dubbio e quasi allo scoraggiamento.

Questa nuova esperienza che avrebbe dovuto infondergli una forza novella, gli tolse al contrario quella che gli rimaneva. La zappa scendendo gli sfuggiva quasi dalle mani: la depose al suolo, si asciugò la fronte e risalì la scala, col pretesto di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perché sul punto di svenire.

L’isola era deserta, e il sole allo zenit sembrava coprirla col suo occhio di fuoco; lontano alcuni piccoli pescherecci spiegavano le loro vele su un mare azzurro come zaffiro.

Dantès non aveva ancora mangiato nulla; ma in quel momento era ben lontano dall’aver volontà di mangiare; tracannò un poco di rum e rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa, che gli era sembrata così pesante, era tornata leggera, la sollevò come avrebbe fatto con una piuma, e si rimise vigorosamente al lavoro.

Dopo qualche colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto poste le une sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo parlato. Introdusse in una fessura la punta della zappa, premette col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra cadere ai suoi piedi.

Dantès non ebbe più che tirare a sé ogni pietra col ferro della zappa per farle rotolare accanto alla prima. Dantès sarebbe potuto già entrare, ma ritardando di qualche minuto aveva prolungato la certezza, aggrappandosi alla speranza. Finalmente, dopo una nuova esitazione, Dantès passò nella seconda grotta.

La seconda grotta era più bassa, più oscura, e di aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi era penetrata che dall’apertura appena fatta, conservava quell’odore mefitico che Dantès si era meravigliato di non trovare nella prima. Dantès fece penetrare l’aria esterna per ravvivare quella morta atmosfera, quindi entrò. A sinistra dell’apertura c’era un angolo profondo e oscuro; ma, come abbiamo detto, per l’occhio di Dantès non esistevano tenebre. Scandagliò con lo sguardo la seconda grotta: era vuota come la prima.

Il tesoro se esisteva, era seppellito in quell’angolo oscuro.

L’ora dell’angoscia era giunta: sessanta centimetri di terra da scavare era tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo della disperazione. Avanzò verso l’angolo, e, come preso da un’improvvisa risoluzione, si mise a zappare alacremente. Al quinto o sesto colpo di zappa, il ferro risuonò sopra altro ferro.

Mai tocco funebre di campana né suono a martello produsse un simile effetto su colui che l’udì. Niente avrebbe potuto far impallidire di più Dantès.

Esaminò il terreno, vicino al punto che aveva già esplorato, colpì con la zappa, e incontrò la medesima resistenza ma non lo stesso suono.

«E un forziere di legno cerchiato di ferro», disse.

In quell’istante un’ombra rapida passò, intercettando la luce. Dantès lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura e uscì all’aperto.

Era una capra selvatica che era saltata al di sopra del primo ingresso della grotta, e brucava a qualche passo da lui.

Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès ebbe timore che la detonazione richiamasse qualcuno.

Rifletté un istante, tagliò i rami di un albero resinoso, andò ad accenderli al fuoco ancor fumante dove i contrabbandieri avevano cotto il loro pranzo e ritornò con questa torcia nella seconda grotta. Non voleva perdere alcun dettaglio di ciò che stava per vedere.

Avvicinò la torcia alla buca informe e non terminata, e riconobbe che non si era ingannato; i suoi colpi erano alternativamente caduti sul ferro e su legno. Piantò la torcia in terra e si rimise al lavoro.

In un istante fu scavata una fossa di novanta centimetri di lunghezza e sessanta di larghezza, e Dantès poté scorgere un forziere di legno di quercia con cerchi di ferro cesellato.

Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, lo stemma della famiglia Spada, una spada messa di traverso sopra uno scudo ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès lo riconobbe facilmente, perché Faria l’aveva più volte disegnato.

Da quel momento non vi era più dubbio: il tesoro esisteva realmente; non avrebbero preso tante precauzioni per rimettere in quel posto un forziere vuoto.

Il terriccio che circondava ancora il forziere fu buttato in disparte, e Dantès vide, poco alla volta, comparire la serratura, posta fra due lucchetti di ferro, e le due maniglie laterali: tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte rendeva preziosi anche i più vili metalli.

Dantès prese il forziere per le maniglie e si provò a sollevarlo senza riuscirvi.

Allora tentò di aprirlo: la serratura e i lucchetti resistettero: quei fedeli custodi sembravano non voler rendere il loro tesoro. Dantès introdusse la parte tagliente della zappa tra la parete del forziere e il coperchio, premette con tutto il suo corpo sopra il manico, e il coperchio, dopo aver prodotto un forte rumore, andò in pezzi.

Una larga apertura nelle assi rese inutili i cerchioni di ferro, che caddero anch’essi, stringendo tuttavia con le loro unghie tenaci i pezzi del coperchio caduti con essi, e il forziere fu aperto.

Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès; prese il suo fucile, lo caricò e se lo tenne vicino. Dapprima chiuse gli occhi come fanno i bambini, per scorgere nella notte sfavillante dell’immaginazione più stelle che in cielo, quindi li riaprì e rimase abbagliato.

Il forziere era diviso in tre scomparti: nel primo brillavano fulgidi scudi d’oro, dai gialli riflessi; nel secondo verghe d’oro non brunite e disposte in buon ordine; nel terzo, pieno a metà, Dantès rimosse e alzò a manciate i diamanti, le perle e i rubini che, qual cascata sfavillante, facevano nel ricadere il rumore della grandine sui vetri.

Dopo aver toccato, palpato, immerse le mani tremanti nell’oro e nelle pietre, Dantès si rialzò e si mise a correre per la caverna con la fremente esaltazione di un uomo che sta per diventare pazzo.

Saltò sopra una roccia da cui poteva vedere il mare, e non vide niente: era solo, completamente solo con quelle ricchezze incalcolabili, inaudite, favolose che gli appartenevano.

Ma sognava o era desto? Era un sogno fugace o era alle prese con la realtà?

Aveva bisogno di rivedere il suo oro e nello stesso tempo sentiva che non aveva la forza di sostenerne la vista. Per un momento strinse la testa fra le mani, come per impedire alla ragione di fuggire; poi si lanciò tra le rocce dell’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perché sull’isola di Montecristo non ve ne sono, ma una direzione stabilita, facendo fuggire le capre selvatiche e spaventando gli uccelli marini con le sue grida e i suoi gesti.

Quindi ritornò, dubitando ancora; e precipitandosi dalla prima grotta alla seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti, cadde in ginocchio, comprimendosi con le mani i moti convulsi del cuore, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio soltanto.

Poco dopo, si sentì più calmo, e perciò più felice; poiché soltanto allora cominciò a credere alla sua felicità.

Si mise a contare la sua fortuna: vi erano circa mille verghe d’oro che pesavano ciascuna all’incirca un chilo, quindi ammonticchiò venticinquemila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta franchi, in moneta attuale, tutti con l’effigie di papa Alessandro VI e dei suoi predecessori, e si accorse che lo scomparto ne conteneva ancora quasi altrettanti; finalmente misurò dieci volte la capacità delle sue mani in perle, pietre e diamanti, molti dei quali, lavorati dai migliori gioiellieri dell’epoca, di un valore notevole, prescindendo dal loro valore economico.

Dantès vide la luce abbassarsi e affievolirsi a poco a poco.

Temette di esser sorpreso, se restava nella grotta, e ne uscì col fucile in mano. Un pezzo di biscotto e qualche sorso di vino furono la sua cena.

Quindi rimise a posto la pietra, vi si sdraiò sopra e dormì appena qualche ora, coprendo col suo corpo l’ingresso della grotta.

Fu una di quelle notti, terribili e deliziose a un tempo, delle quali quell’uomo dalle grandi emozioni ne aveva già passate due o tre nella sua vita.

25. Lo sconosciuto

Spuntò il giorno: Dantès lo aspettava da lungo tempo a occhi aperti.

Al primo chiarore si alzò, salì, come aveva fatto la sera, sulla roccia più elevata dell’isola per esplorarne i dintorni.

Come la sera precedente, tutto era deserto.

Edmond tolse la pietra, scese, si riempì le tasche di pietre preziose, sistemò meglio che poté il coperchio rotto sul forziere, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia, uscì dalla grotta, rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di varia grandezza, riempì gli interstizi con del terriccio e vi piantò dei mirti e delle eriche, affinché sembrassero lì da tempo, cancellò le impronte dei suoi passi, e attese con impazienza il ritorno dei suoi compagni.

Adesso non si trattava più di passare il tempo a guardare quell’oro e quei diamanti, e di restare a Montecristo come un drago a sorvegliare il tesoro. Adesso bisognava tornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella società il posto, l’influenza e il potere che in questo mondo danno le ricchezze, che sono la prima e la più grande delle forze di cui possa disporre la creatura umana.

I contrabbandieri fecero ritorno il sesto giorno.

Dantès riconobbe da lontano l’andatura e il moto della Giovane Amelia; si trascinò fino al porto come Filottete ferito, e quando i suoi compagni approdarono annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere avuto un sensibile miglioramento; quindi a sua volta ascoltò il racconto degli avventurieri.

Essi erano riusciti di nuovo nel loro intento, era vero, ma non appena deposto il carico, erano stati avvisati che un brigantino, di sorveglianza a Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla loro volta: allora erano fuggiti in tutta fretta, rammaricandosi che Dantès, che sapeva dare una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo.

Si erano accorti ben presto del bastimento cacciatore che inseguiva, ma con l’aiuto della notte e passando la punta del capo Corso erano riusciti a sfuggirgli.

Nell’insieme quel viaggio non era stato cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utili che essi avevano riportato, parte che ammontava a cinquanta piastre.

Dantès rimase impassibile e non sorrise nemmeno all’enumerazione dei vantaggi di cui avrebbe potuto godere, se avesse abbandonato l’isola; e siccome la Giovane Amelia non era venuta a Montecristo che per prenderlo, egli s’imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone a Livorno. Appena giunto, andò da un ebreo a vendere per cinquemila franchi ciascuno, quattro dei suoi più piccoli diamanti. L’ebreo avrebbe potuto chiedere come mai un pescatore fosse in possesso di simili oggetti, ma se ne guardò bene, perché guadagnava mille franchi sopra ciascuno.

L’indomani Dantès comprò una barca nuova che regalò a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre perché potesse provvedersi di un equipaggio e ciò a condizione che Jacopo andasse a Marsiglia a chieder notizia di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava nei viali di Meilhan, e di una giovane dimorante nel villaggio dei Catalani di nome Mercedes.

Allora fu Jacopo che credette di sognare.

Ma Dantès gli raccontò che si era fatto marinaio per una bizzarria, e perché la sua famiglia non gli voleva passare il denaro necessario per mantenersi, ma giungendo a Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio, che lo aveva nominato erede universale.

L’educazione di Dantès dava a questa storia una tale verosimiglianza, che Jacopo non dubitò un istante che il suo antico compagno gli dicesse il vero.

D’altra parte, essendo terminato l’impegno di Dantès col padrone della Giovane Amelia, prese congedo dal vecchio marinaio, che dapprima tentò di trattenerlo, ma, ascoltata da Jacopo la storia dell’eredità, rinunciò perfino alla speranza di opporsi alla decisione del Maltese.

L’indomani Jacopo fece vela per Marsiglia; doveva poi ritrovarsi con Edmond a Montecristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza dire dove andava, prendendo congedo dall’equipaggio della Giovane Amelia, donando a ciascuno di loro una splendida gratifica, e dal padrone promettendogli di fargli avere un giorno o l’altro sue notizie.

Dantès andò a Genova.

Nel momento in cui arrivava veniva armato un piccolo yacht ordinato da un inglese, che, avendo inteso dire i genovesi erano i migliori costruttori navali del Mediterraneo, aveva voluto uno yacht costruito a Genova. L’inglese aveva accettato di pagarlo quarantamila franchi: Dantès ne offrì sessantamila, a condizione che l’imbarcazione gli sarebbe stata consegnata quel giorno stesso.

L’inglese era andato in Svizzera aspettando che il suo yacht fosse pronto; non doveva tornare che fra tre settimane o un mese, e il costruttore pensò che avrebbe avuto il tempo di rimetterne un altro in cantiere.

Dantès condusse il costruttore da un ebreo, passò con lui nel retrobottega, e l’ebreo contò sessantamila franchi al costruttore. Questi offrì a Dantès i suoi servigi per procurargli un equipaggio, ma Dantès lo ringraziò dicendogli che aveva l’abitudine di navigare da solo e che l’unica cosa che desiderava era che nella cabina, a capo del letto, vi fosse un armadio segreto con tre scomparti pure segreti. Dette le misure e il tutto fu eseguito l’indomani.

Due ore dopo, Dantès uscì dal porto di Genova, seguito dagli sguardi di una folla di curiosi che volevano vedere il signore spagnolo che aveva l’abitudine di navigare solo.

Dantès se la cavò a meraviglia: con l’aiuto del timone fece fare al suo bastimento tutte le manovre necessarie; lo si sarebbe detto un essere intelligente pronto a obbedire al più piccolo impulso, e Dantès convenne che i genovesi meritavano la reputazione di primi costruttori navali del mondo.

I curiosi seguirono con lo sguardo lo yacht, finché non l’ebbero perso di vista; e allora cominciarono le discussioni per sapere dove era diretto: alcuni dicevano in Corsica, altri all’isola d’Elba, altri ancora scommettevano sulla Spagna, e altri sostenevano che andava in Africa… Nessuno pensò all’isola di Montecristo. E invece era proprio all’isola di Montecristo che andava Dantès.

Vi giunse sulla fine del secondo giorno. Lo yacht era un eccellente veliero, e aveva percorso il tragitto in trentacinque ore. Dantès aveva perfettamente riconosciuto il profilo della costa: invece di approdare nel solito porto, gettò l’ancora nella piccola insenatura.

L’isola era deserta; non sembrava che qualcuno vi fosse approdato dopo la partenza di Dantès.

Egli tornò al suo tesoro: tutto era come lo aveva lasciato.

Il giorno dopo, l’immensa fortuna era stata trasportata a bordo dello yacht, e chiusa nell’armadio a scomparti segreti.

Dantès attese ancora otto giorni. In questi otto giorni fece manovrare il suo yacht attorno all’isola, studiandola come uno scudiero studia un cavallo. Dopo questo tempo, egli ne conobbe tutte le qualità e i difetti, e si ripromise di aumentare le une e di rimediare agli altri.

L’ottavo giorno Dantès vide una piccola imbarcazione venire verso l’isola a vele spiegate, e riconobbe la barca di Jacopo. Fece un segnale al quale Jacopo rispose, e due ore dopo la barca era accanto allo yacht.

Jacopo aveva una triste risposta a ciascuna delle due domande fatte da Edmond: il vecchio Dantès era morto; Mercedes era sparita.

Edmond ascoltò le due notizie con calma; ma discese subito a terra proibendo di seguirlo. Due ore dopo ritornò. Due uomini della barca di Jacopo passarono sul suo yacht per aiutarlo a manovrare; ordinò di fare rotta su Marsiglia.

Aveva previsto la morte di suo padre. Ma di Mercedes che ne era avvenuto? Senza divulgare il suo segreto, Edmond non poteva dare istruzioni sufficienti a un proprio emissario; d’altronde voleva prendere altre informazioni, e non poteva fidarsi che di se stesso. Lo specchio lo aveva rassicurato a Livorno: non correva alcun pericolo di essere riconosciuto; d’altronde aveva tutti i mezzi per camuffarsi.

Una mattina dunque, lo yacht, seguito dalla piccola barca, entrò arditamente nel porto di Marsiglia e si fermò proprio dirimpetto al luogo dove Dantès era stato imbarcato, la sera che lo avevano portato al castello d’If.

Non fu senza qualche fremito che vide, nella lancia della Sanità, venire verso di lui un gendarme. Ma Dantès, con la perfetta padronanza acquistata, gli presentò un passaporto inglese, che si era procurato a Livorno, e mediante il lasciapassare straniero, molto più rispettato in Francia, del nazionale, scese senza difficoltà a terra.

La prima persona che Dantès vide, mettendo piede sulla Canebière, fu uno dei marinai del Pharaon.

L’uomo aveva servito sotto i suoi ordini, e non c’era di meglio per rassicurare Dantès sul proprio cambiamento.

Andò dritto da lui, e gli fece molte domande. Questi rispondeva senza neppure lasciar supporre, né dalle parole né dalla fisionomia, che ricordasse di averlo mai visto.

Dantès regalò al marinaio una moneta per ringraziarlo delle sue informazioni; un momento dopo il brav’uomo gli correva dietro.

Dantès si voltò.

«Scusi, signore», disse il marinaio, «vi siete certamente sbagliato, avete creduto di darmi una moneta da quaranta soldi e invece mi avete dato un napoleone doppio.»

«Infatti, amico mio», disse Dantès, «ho sbagliato; ma siccome la vostra onestà merita una ricompensa, eccovene un altro, che vi prego di accettare per bere alla mia salute con i vostri compagni.»

Questi fu talmente stupito dal regalo, che non pensò nemmeno a ringraziare colui che glielo faceva, e lo guardò allontanarsi dicendosi: «È un qualche nababbo che viene dalle Indie!»

Dantès continuò la sua strada; ciascun passo opprimeva il suo cuore con una nuova emozione. Tutti i suoi ricordi d’infanzia, ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero, si facevano più vivi a ogni piazza, a ogni angolo di strada, a ogni crocicchio.

Giungendo in fondo a rue Noailles, nel vedere i viali di Meilhan sentì le ginocchia piegarglisi e poco mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza. Giunse alla casa che aveva abitato suo padre. I nasturzi e le clematidi erano spariti dalla pergola, dove la mano tremante del vecchio li piantava con cura.

Dantès si appoggiò a un albero e per un po’ restò pensieroso guardando l’ultimo piano di quell’umile e povera casa; poi avanzò verso la porta, ne superò la soglia e domandò se vi fosse un alloggio vacante, e tanto insistette per visitare il quinto piano, che, sebbene fosse occupato, il portinaio salì e domandò il permesso di vedere le due stanze di cui si componeva.

Occupavano quel piccolo appartamento due giovani sposati da otto giorni soltanto.

Vedendo quegli sposi, Dantès emise un profondo sospiro.

Nulla più richiamava alla memoria di Dantès l’appartamento di suo padre: non c’era più la stessa tappezzeria alle pareti, non c’erano più i vecchi mobili, cari all’infanzia di Dantès, vivi nel suo pensiero nei loro più piccoli dettagli: tutto era cambiato. Solo i muri erano gli stessi.

Dantès si voltò verso il letto, che era nello stesso posto in cui lo teneva il vecchio inquilino. Suo malgrado, gli si inumidirono gli occhi: era in quel posto che il vecchio aveva reso l’ultimo sospiro invocando il nome di suo figlio!

I due giovani guardarono con meraviglia quell’uomo dalla fronte severa, sulle cui guance scorrevano due grosse lacrime senza che il viso si alterasse. Ma, siccome ogni dolore è sacro, i giovani non fecero alcuna domanda allo sconosciuto; solo si misero in disparte per lasciarlo piangere a suo agio. Quando se ne andò, lo accompagnarono dicendogli che poteva tornare quando voleva, e che la loro povera casa gli sarebbe stata sempre aperta.

Scendendo al piano di sotto, Edmond si fermò davanti a un’altra porta, e domandò se abitava sempre lì un sarto chiamato Caderousse, ma il portinaio gli rispose che l’uomo di cui parlava avendo fatti cattivi affari, era andato ad abitare sulla strada tra Bellegarde e Beaucaire, ove conduceva l’albergo del Ponte di Gard.

Dantès discese, domandò l’indirizzo del proprietario della casa sui viali di Meilhan, andò da lui, si fece annunciare con il nome di lord Wilmore (erano il nome e il titolo che stavano scritti sul passaporto), e comprò quella piccola casa per la somma di venticinquemila franchi, almeno diecimila franchi più di quello che valeva, ma Dantès, se gli avessero chiesto mezzo milione, lo avrebbe pagato.

Nello stesso giorno, i giovani che abitavano il quinto piano furono avvertiti dal notaio che aveva stipulato il contratto, che il nuovo proprietario li invitava alla scelta di un altro appartamento della casa, senza aumentare in alcun modo la pigione, a condizione che cedessero le due camere che occupavano.

Quella strana proposta fu oggetto di discorsi per più di otto giorni a quanti erano soliti frequentare i viali di Meilhan, e fece fare mille congetture, di cui neppure una esatta.

Ma ciò che più di tutto imbrogliò i cervelli, e turbò tutti gli spiriti, fu vedere quella stessa sera quel medesimo uomo, che la mattina era stato visto entrare nella casa dei viali di Meilhan, passeggiare nel piccolo villaggio dei Catalani ed entrare in una povera casa di pescatori, dove rimase più di due ore a domandar notizie d’individui che in parte erano morti e in parte spariti da molti anni.

L’indomani le persone presso le quali era andato a fare tutte quelle domande, ricevettero in regalo una nuovissima barca catalana, con diverse reti da pesca.

Quella brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso sconosciuto, ma era stato visto, dopo aver dato alcuni ordini a un marinaio, montare a cavallo e uscire da Marsiglia per la porta di Aix.

26. L’albergo del Ponte di Gard

Coloro i quali hanno percorso a piedi il mezzogiorno di Francia, avranno potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a metà strada fra il villaggio e la città, ma più vicino a Beaucaire che a Bellegarde, un piccolo albergo, sulla cui facciata si vede appesa un’insegna che stride al minimo soffio vento, e su cui è rozzamente dipinto il Ponte di Gard.

Tale piccolo albergo, per chi segue il corso del Rodano, si trova dalla parte sinistra della strada, voltando le spalle al fiume. È anche provvisto di ciò che nella Linguadoca viene chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene aperta la porta ai viaggiatori dà su un recinto in cui vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvatico, con le foglie argentate dalla polvere della strada, e vi crescono, al posto dei legumi, il pepe d’India, le cipolline, e lo zafferano; e infine in un angolo, come una sentinella dimenticata, cresce un gran pino, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile, e aprendo a ventaglio la sua cima.

Questi alberi grandi e piccoli sono tutti incurvati per il maestrale, uno dei tre flagelli della Provenza. (Gli altri due, come si sa, o come non si sa, erano la Durance e il Parlamento). Qui e là, nella pianura circostante, che assomiglia a un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento, che gli agricoltori del paese coltivano certamente per curiosità, e ognuna delle quali serve da ricovero a una cicala, che perseguita, col suo canto stridente e monotono, il viaggiatore perdutosi in quella Tebaide.

Da circa sette o otto anni, questo piccolo albergo era condotto da un uomo e da una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata Trinette e uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud; doppia cooperazione più che sufficiente ai bisogni dell’albergo, poiché un canale, scavato fra Beaucaire e Aigues-Mortes, aveva fatto sostituire i battelli ai barrocci e le barche alle diligenze.

Il canale, come per rendere più vivi i dispiaceri dei disgraziati albergatori che mandava in rovina, passava fra il Rodano che lo alimenta e la strada che ne ha diminuito l’importanza, a cento passi circa dall’albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione.

Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte, e che abbaiava contro i passanti sia di giorno che nelle tenebre, tanto aveva perso, un po’ alla volta, l’abitudine di vedere viaggiatori.

Il proprietario del piccolo albergo era un uomo sui quarant’anni, alto, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, con gli occhi infossati e vivaci, col naso a becco d’aquila e i denti bianchi come quelli di un animale carnivoro. I suoi capelli che, malgrado i primi soffi dell’età, non sembravano decidersi a diventar bianchi, erano, come la barba che portava lunga e a collana, spessi, crespi e appena sparsi di qualche pelo grigio: la sua carnagione, naturalmente scura, era ancora più abbronzata per l’abitudine che il povero diavolo aveva di stare dalla mattina alla sera sul limitare della porta, per vedere se a piedi o in carrozza, giungesse qualche avventore, aspettativa che quasi sempre andava perduta. e durante la quale non opponeva riparo all’azione dei raggi divoratori del sole sul viso, fuorché un fazzoletto rosso annodato sulla testa, secondo il costume dei mulattieri spagnoli.

Quell’uomo è una nostra vecchia conoscenza: Gaspard Caderousse.

La moglie, che da nubile si chiamava Madaleine Radelle, era una donna pallida, magra e malaticcia. Nata nei dintorni di Arles, pur conservando qualche traccia della bellezza tradizionale delle sue compatriote, aveva il viso scomposto dagli accessi quasi continui di una di quelle febbri ribelli, tanto comuni alle popolazioni vicine agli stagni di Aigues-Mortes e alle paludi della Camargue.

Se ne stava quasi sempre seduta e tremante nella sua camera situata al primo piano, o sdraiata sopra un sofà, o appoggiata al suo letto, mentre suo marito montava la guardia alla porta, cosa che egli prolungava tanto più volentieri, in quanto ogni volta che si accostava alla moglie, lei lo perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, lagnanze alle quali suo marito rispondeva di solito con queste filosofiche parole: «Taci, Carconta! È Dio che vuole così!»

Questo soprannome era dato a Madeleine Radelle perché era nata nel piccolo villaggio di Carconta, posto fra Salon e Lambesc.

Secondo un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con un soprannome invece che per nome, e suo marito aveva sostituito quell’appellativo alla parola Madeleine, forse perché troppo dolce e troppo sonora per il suo rozzo linguaggio.

Però, malgrado questa pretesa rassegnazione ai decreti della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse profondamente la miserevole condizione in cui lo aveva ridotto il canale di Beaucaire, e che fosse invulnerabile alle incessanti lamentele con cui lo perseguitava la moglie.

Era, come tutti i meridionali, un uomo sobrio e senza grandi bisogni, ma pieno di vanità per tutte le cose esteriori. Nei tempi della sua prosperità, non lasciava mai passare né una cerimonia pubblica, né una processione senza andarci con la sua Carconta; l’uno col costume pittoresco degli uomini del Mezzogiorno, a un tempo catalano e andaluso, l’altra col grazioso abito delle donne di Arles, che sembra per metà greco e per metà arabo. Ma un po’ per volta, catene da orologio, collane, cinture dai mille colori, giubbe e calze ricamate, vestiti di velluto, ghette variopinte, scarpe con fibbie d’argento erano sparite, e Gaspard Caderousse, non potendo più mostrarsi all’altezza del passato splendore, aveva rinunciato per sé e per la moglie a tutte quelle pompe mondane di cui sentiva, rodendosi sordamente il cuore, gli allegri rumori fin sulla soglia del povero albergo, che continuava a conservare più come ricovero che come fonte di reddito.

Caderousse, come d’abitudine, aveva sostato gran parte della mattina davanti alla porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla, intorno a cui razzolavano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che si perdevano, una al mezzogiorno e l’altra al nord. Tutto a un tratto la voce acida della moglie lo costrinse ad abbandonare il posto. Rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a entrare, passando.

Nel momento che Caderousse rientrava, la strada maestra di cui abbiamo parlato, e che veniva percorsa dai suoi sguardi, era così nuda e così solitaria quanto il deserto: si stendeva bianca e infinita tra due file d’alberi sottili, e si comprenderà facilmente che nessun viaggiatore, libero di scegliere un’altra ora del giorno, si sarebbe avventurato in quello spaventevole Sahara.

Però, contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto, avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde un cavaliere e un cavallo sopraggiungere con quell’andatura sciolta che indica le migliori relazioni fra l’uomo e l’animale: il cavallo era di razza ungherese, il cavaliere era un prete vestito di nero col suo cappello a tricorno. Malgrado l’eccessivo calore d’un sole ardente nell’ora del mezzogiorno, non andavano tutti e due che di un trotto molto regolato.

Giunti davanti alla porta, si fermarono.

Sarebbe stato difficile decidere se fu l’uomo che fermò il cavallo, o il cavallo che fermò l’uomo. In ogni modo, il cavaliere mise il piede a terra, e tirando l’animale per le redini andò ad attaccarlo all’arpione di un’imposta rotta che si reggeva sopra a un solo cardine; quindi avanzando verso la porta, e asciugandosi la fronte grondante di sudore con un fazzoletto di cotone rosso, batté tre colpi sull’uscio, col puntale di ferro del bastone che teneva in mano.

Subito il gran cane nero si alzò e fece qualche passo, abbaiando e mostrando i denti bianchi e aguzzi; doppia dimostrazione ostile, che provava la poca abitudine che aveva alle visite.

Immediatamente dopo, un passo pesante risuonò sulla scala di legno che si arrampicava lungo il muro, e ne discese, curvandosi all’indietro, il proprietario del povero albergo.

«Eccomi», diceva Caderousse meravigliato. «Eccomi! Vuoi star zitto, Margottin? Non abbiate paura, signore, abbaia ma non morde. Desiderate del vino, non è vero? C’è un sole tremendo. Ah, mi scusi», si interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di viandante parlava, «mi scusi, non sapevo chi avevo l’onore di ricevere… Che desiderate? che domandate, signor abate? Sono ai vostri ordini.»

Il prete guardò quell’uomo per due o tre secondi con un’attenzione straordinaria, e sembrò cercasse di attirare su di sé l’attenzione dell’albergatore; ma vedendo che i lineamenti di costui non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non avere una risposta, giudicò fosse tempo di finirla e disse con un accento italiano ben pronunciato: «Non siete voi il signor Caderousse?»

«Sì, signore», disse l’oste, forse stupito più della domanda che non del silenzio di un momento prima, «sono effettivamente Gaspard Caderousse, per servirvi.»

«Gaspard Caderousse?… Sì… credo siano questi il nome e il cognome… Voi dimoravate in altri tempi sui viali di Meilhan, al quarto piano, non è vero?»

«Precisamente.»

«Ed esercitavate la professione di sarto?»

«Sì, ma la mia professione non mi fruttava; fa tanto caldo in quella maledetta Marsiglia, che andrà a finire che nessuno si vestirà più. Ma a proposito di calore, non volete prender qualcosa per rinfrescarvi, signor abate?»

«Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che avete, e poi riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui l’abbiamo lasciata.»

«Come vi farà più piacere, signor abate», disse Caderousse, e, per non perdere l’occasione di vendere una delle ultime bottiglie di vino di Cahors che gli restavano, si affrettò ad alzare una botola nel pavimento della camera a pianterreno, che serviva a un tempo da sala e da cucina.

Allorché, in capo a cinque minuti, ricomparve, ritrovò l’abate seduto su uno sgabello col gomito appoggiato a una lunga tavola, mentre Margottin, sembrando aver fatto pace con Caderousse, e aspettando che, diversamente dal solito, questo singolare viaggiatore ordinasse qualche cosa, allungava il collo scarno e l’occhio languente.

«Siete solo?» domandò l’abate all’oste, mentre questi gli metteva davanti la bottiglia e un bicchiere.

«Oh, mio Dio, sì, solo, o quasi, poiché ho una moglie che non mi può aiutare in cosa alcuna, essendo la povera Carconta quasi sempre malata.»

«Ah, voi siete ammogliato?» disse l’abate con un certo interesse, guardandosi in giro, come per stimare il tenue valore dei mobili del locale.

«Vi accorgete che non sono ricco, non è vero?» disse sospirando Caderousse. «Ma per esser fortunati in questo mondo, non basta sempre essere un onest’uomo.»

L’abate fissò uno sguardo indagatore su di lui.

«Sì, un onest’uomo, di ciò posso vantarmi», disse l’oste sostenendo lo sguardo dell’abate, con una mano sul petto e alzando la testa, «e oggigiorno non tutti possono dire altrettanto.»

«Tanto meglio, se è vero ciò di cui vi vantate; poiché ho la ferma convinzione che presto o tardi l’uomo onesto viene ricompensato e il cattivo punito.»

«È vostro dovere dir così, signor abate, è il vostro stato di uomo di Chiesa che vi fa dir così», disse Caderousse, con un’amara espressione. «La realtà però ci mostra spesso il contrario di ciò che dite.»

«Avete torto di parlar così», disse l’abate, «perché forse fra qualche istante io sarò per voi una prova di ciò che asserisco.»

«Che volete dire?» domandò Caderousse meravigliato.

«Voglio dire che prima di tutto bisogna che mi assicuri se siete realmente colui che cerco.»

«Quali prove volete che vi dia?»

«Avete conosciuto nel 1814 o 1815 un marinaio che si chiamava Dantès?»

«Dantès? Se ho conosciuto il povero Edmond? Lo credo bene! Era uno dei miei migliori amici!» esclamò Caderousse, il cui volto si era fatto di porpora, mentre l’occhio chiaro e fermo dell’abate sembrava dilatarsi per scoprire interamente colui che interrogava.

«Sì, credo infatti che si chiamasse Edmond.»

«Se si chiamava Edmond quel ragazzo? Lo credo bene! Tanto è vero, quanto mi chiamo Gaspard Caderousse! E che è avvenuto, signore, del povero Edmond?» continuò l’oste. «L’avete conosciuto? Dov’è adesso? È felice?»

«È morto prigioniero, più disperato e più miserabile dei forzati che trascinano la loro catena al bagno penale di Tolone.»

Un pallore mortale si sostituì al rossore sul viso di Caderousse. Si voltò e l’abate lo vide asciugarsi una lacrima con un lembo del fazzoletto che gli serviva da berretto.

«Povero ragazzo», mormorò Caderousse. «Ebbene ecco un’altra prova di quel che vi dicevo: il destino, in questa vita, non è favorevole che ai più malvagi. Ah», continuò Caderousse, con quel linguaggio colorito delle genti del Mezzogiorno, «questo mondo va di male in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due giorni polvere di cannone, e subito dopo un’ora di fuoco, così sarà tutto finito!»

«Sembra che amavate di cuore questo giovane», osservò l’abate.

«Sì, lo amavo molto», disse Caderousse, «sebbene debba rimproverarmi di avere per un istante invidiato la sua felicità. Ma dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ho pianto molto la sua sorte infelice!»

Seguì un istante di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso dell’abate non cessò un momento di studiare la fisionomia mobile dell’albergatore.

«E voi lo avete conosciuto il povero giovane?» continuò Caderousse.

«Fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi conforti della religione», rispose l’abate.

«E di che male è morto?» domandò Caderousse con voce strozzata.

«Di qual male si muore in prigione, all’età di trent’anni, se non è la prigione stessa che uccide?»

Caderousse si asciugò il sudore dalla fronte.

«Ciò che c’è di strano in tutto questo», rispose l’abate, «è che Dantès, sul letto di morte, mi ha giurato di non sapere la vera causa della sua prigionia.»

«È vero, è vero», mormorò Caderousse, «non poteva saperlo, no, signor abate, il povero giovane non mentiva.»

«Ed è per questo che mi ha incaricato di chiarire ciò che non aveva mai potuto chiarire da sé, e di riabilitare la sua memoria, se questa memoria fosse stata macchiata.»

Lo sguardo dell’abate, divenendo sempre più fisso, divorò l’espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse.

«Un ricco inglese», continuò l’abate, «che fu suo compagno di prigione e che venne liberato alla seconda Restaurazione, possedeva un diamante di gran valore. Uscendo di prigione, siccome Dantès lo aveva assistito come un fratello in una lunga malattia di cui aveva sofferto, volle lasciargli una testimonianza della sua riconoscenza, e gli regalò il diamante. Dantès invece di servirsene per sedurre i suoi carcerieri, che del resto potevano prenderlo e poi tradirlo, lo custodì sempre gelosamente nel caso uscisse di prigione; se fosse uscito la sua fortuna era assicurata dalla vendita di quel diamante.»

«Era dunque, come voi dicevate», domandò Caderousse con occhi ardenti, «un diamante di grande valore?»

«Tutto è relativo», rispose l’abate, «era di gran valore per Edmond; questo diamante è stato stimato cinquantamila franchi.»

«Cinquantamila franchi!» esclamò Caderousse. «Sarà stato grosso come una noce?»

«No, niente affatto», disse l’abate. «Ma potrete giudicare voi stesso, avendolo io qui con me.»

Caderousse sembrò cercare con gli occhi sotto le vesti dell’abate il gioiello di cui parlava.

L’abate cavò dalla una tasca una scatolina di marocchino nero, l’aprì e fece brillare innanzi agli occhi abbagliati di Caderousse la sfavillante meraviglia, incastonata in un anello di squisita fattura.

«E questo vale cinquantamila franchi?» domandò avidamente Caderousse.

«Senza l’anello, che è anch’esso di un certo valore.»

Chiuse la scatolina, rimise in tasca il diamante, che continuava a sfavillare nell’immaginazione di Caderousse.

«Ma come mai vi trovate in possesso di questo diamante?» domandò Caderousse. «Edmond vi ha dunque nominato suo erede?»

«No, ma suo esecutore testamentario. “Io avevo tre buoni amici e una fidanzata”, mi disse, “e tutti e quattro, ne son certo, mi compiangono amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama Caderousse”.»

Caderousse fremette.

«“L’altro”, continuò l’abate senza mostrare di essersi accorto dell’emozione di Caderousse, “l’altro si chiamava Danglars; il terzo”», aggiunse, «“sebbene mio rivale, mi amava ugualmente…”»

Un sorriso diabolico illuminò la fisionomia di Caderousse, che fece un movimento per interrompere l’abate.

«Aspettate», disse l’abate, «lasciatemi finire, e se avrete qualche osservazione da fare, la farete fra breve. “L’altro, sebbene mio rivale mi amava ugualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla mia fidanzata, il suo nome era…” Non mi ricordo più il nome della fidanzata», disse l’abate.

«Mercedes», disse Caderousse.

«Ah sì, è vero», riprese l’abate con un sorriso soffocato, «Mercedes…»

«Ebbene?» domandò Caderousse.

«Datemi un po’ d’acqua», disse l’abate.

Caderousse si affrettò a obbedire.

L’abate si riempì il bicchiere e ne bevve qualche sorso.

«Dove eravamo?» domandò questi posando il bicchiere sulla tavola.

«La fidanzata si chiamava Mercedes…»

«Ah, già. “Voi andrete da Mercedes…” È sempre Dantès che parla, capite?»

«Perfettamente.»

«Venderete questo diamante, ne farete cinque parti uguali, e le dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che mi hanno amato su questa terra!»

«Perché in cinque parti?» osservò Caderousse. «Non mi avete nominato che quattro persone.»

«Perché la quinta è morta, da quanto mi è stato detto… la quinta era il padre di Dantès.»

«Purtroppo è vero!» disse Caderousse commosso dalle passioni che contrastavano nel suo cuore, «purtroppo sì, il pover’uomo è morto!»

«Ho saputo ciò a Marsiglia», rispose l’abate sforzandosi di sembrare indifferente, «ma il povero vecchio è morto da tanto tempo, e non ho potuto raccogliere nessun particolare… Sapreste dirmi qualche cosa voi?»

«Eh», disse Caderousse, «chi lo può sapere meglio di me?… Abitavo porta a porta col buon uomo… Oh, mio Dio, sì, un anno appena dopo la scomparsa di suo figlio il poveretto morì!»

«Ma di che male morì?»

«I medici definirono la sua malattia gastroenterite, credo; quelli che lo conoscevano, dicevano che era morto di dolore… e io, che l’ho quasi visto morire, dico che è morto…»

Caderousse si fermò.

«Morto di che cosa?» riprese ansiosamente l’abate.

«Morto di fame.»

«Di fame!» esclamò l’abate agitandosi sullo sgabello. «Di fame!… Il più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per le strade trovano una mano compassionevole che getta loro un tozzo di pane! E un uomo, un cristiano, è morto di fame in mezzo ad altri uomini che si dicono cristiani come lui!… Impossibile! Oh, questo è impossibile!»

«Vi dico che è così», riprese Caderousse.

«Tu hai torto», disse una voce dalle scale.

«Di che t’immischi tu?»

I due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della ringhiera il viso malaticcio della Carconta. Si era trascinata fin là e ascoltava la conversazione, seduta sull’ultimo scalino, con la testa appoggiata sulle ginocchia.

«Di che ti immischi tu, moglie?» disse Caderousse. «Questo signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano.»

«Ma la prudenza vuole che tu taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti si vuol far parlare, imbecille!»

«Con una intenzione eccellente, rassicuratevene», disse l’abate. «Vostro marito non ha nulla da temere, purché mi risponda francamente.»

«Nulla da temere… Si comincia sempre con delle belle promesse, si dice che non c’è nulla da temere; poi chi ha ascoltato se ne va, senza tenere per sé niente di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la disgrazia sopra una povera famiglia senza sapere da che parte viene.»

«State tranquilla, buona donna», rispose l’abate, «la disgrazia non vi verrà da parte mia, ve lo garantisco.»

La Carconta brontolò qualche parola che non si poté interpretare, lasciò ricadere sulle ginocchia la testa per un istante sollevata, e continuò a tremare per la febbre, lasciando il marito libero di continuare la conversazione, ma in modo da non perderne una parola.

Frattanto l’abate aveva bevuto qualche sorso d’acqua e si era calmato.

«Ma», riprese, «quel disgraziato vecchio era dunque talmente abbandonato da tutti che dovette perire di una tal morte?»

«Oh, signore», riprese Caderousse, «Mercedes la catalana e il signor Morrel non lo avevano abbandonato. Ma il povero vecchio aveva preso una profonda antipatia per Fernando, quello stesso», continuò Caderousse con un sorriso ironico, «che Dantès vi disse essere uno dei suoi amici.»

«Dunque non lo era?» domandò l’abate.

«Gaspard, Gaspard», mormorò la donna dall’alto della scala, «fa’ bene attenzione a ciò che stai per dire.»

Caderousse ebbe un moto d’impazienza e senza rispondere a colei che lo interrompeva rispose all’abate: «Si può mai essere amico di quello a cui si vuol portar via la fidanzata? Dantès, che aveva il cuore d’oro, chiamava tutti suoi amici… Povero Edmond… Però è meglio che non abbia saputo niente; avrebbe fatto troppa fatica a perdonargli in punto di morte… sebbene, checché se ne dica», continuò Caderousse nel suo linguaggio non privo di una specie di rozza poesia, «io abbia più paura della maledizione dei morti che dell’odio dei vivi.»

«Imbecille!» disse la Carconta.

«Sapete dunque», continuò l’abate, «ciò che questo Fernando ha fatto contro Dantès?»

«Se lo so? Lo credo bene!»

«Parlate allora.»

«Gaspard, fa’ ciò che vuoi, tu sei il padrone», disse la moglie, «ma se mi dessi retta, non diresti niente.»

«Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione», disse Caderousse.

«Così non volete dir niente?» riprese l’abate.

«E a che servirebbe?» disse Caderousse. «Se Edmond fosse vivo, e una volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e nemici, parlerei; ma ora è sottoterra, da quanto mi avete detto, non può più avere odi, non può più vendicarsi. Dimentichiamo tutto questo…»

«Volete allora», disse l’abate, «che dia a questi individui che mi dite indegni e falsi amici una ricompensa destinata alla fedeltà?»

«È vero, avete ragione», disse Caderousse. «D’altronde ora a che servirebbe l’eredità del povero Edmond? Sarebbe una goccia d’acqua caduta in mare.»

«Senza calcolare che quella gente può schiacciarti con un gesto», disse la moglie.

«E in qual modo? Costoro sono divenuti ricchi e potenti?»

«Voi dunque non sapete la loro storia?»

«No, raccontatemela.»

Caderousse parve riflettere un istante.

«No, in verità», disse, «sarebbe troppo lunga.»

«Siete libero di tacere, amico mio», disse l’abate con l’accento della più grande indifferenza, «e rispetto i vostri scrupoli; d’altronde il vostro modo d’agire è veramente da uomo dabbene; non ne parliamo dunque più. Di che cosa ero incaricato? Di una semplice formalità. Venderò quindi questo diamante.» E cavò il diamante dalla tasca e lo fece brillare una seconda volta dinanzi agli occhi di Caderousse.

«Vieni dunque a vedere, moglie mia…» disse questi, con voce rauca.

«Un diamante!» disse la Carconta levandosi e scendendo con passo abbastanza fermo la scala. «Di che diamante si tratta?»

«Ah, dunque non hai inteso?» disse Caderousse. «È un diamante che il giovane ci ha lasciato in eredità: prima a suo padre, poi ai suoi tre amici: Fernando, Danglars e me, e a Mercedes, la sua fidanzata. Questo diamante vale cinquantamila franchi.»

«Oh, che bel gioiello!» esclamò lei.

«Il quinto allora di questa somma appartiene a noi?» disse Caderousse.

«Sì», rispose l’abate, «e più la parte del padre che mi credo autorizzato a ripartire fra voi quattro.»

«E perché fra noi quattro?» domandò la Carconta.

«Perché voi eravate i quattro amici di Edmond.»

«Non sono amici coloro che tradiscono!» mormorò sottovoce la donna.

«Sì, sì…» disse Caderousse, «ed era ciò che dicevo. È quasi una profanazione, quasi un sacrilegio, dare una ricompensa al tradimento e fors’anche al delitto.»

«Siete voi che lo volete», rispose tranquillamente l’abate, rimettendo il diamante nella tasca della sua sottana. «Ora datemi l’indirizzo degli amici di Edmond, affinché possa eseguire le sue ultime volontà.»

Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; vide l’abate alzarsi, e dirigersi verso la porta come per dare un’occhiata al suo cavallo e tornare.

Caderousse e sua moglie si guardarono con un’espressione indicibile.

«Il diamante sarebbe tutto nostro!» disse Caderousse.

«Lo credi?» disse la donna.

«Un uomo come quello non vorrà ingannarci.»

«Fa’ come vuoi» disse la donna, «in quanto a me, io non me ne immischio.» E tutta tremante, risalì la scala; i denti le battevano, malgrado facesse molto caldo. All’ultimo scalino si fermò un istante. «Riflettici bene, Gaspard…» disse.

«Sono deciso», rispose Caderousse. La Carconta rientrò sospirando nella sua camera; l’impiantito s’intese scricchiolare sotto i suoi passi finché non ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde di peso.

«Vi siete deciso?» domandò l’abate.

«Vi dirò tutto… Credo sia la cosa migliore da farsi.»

«Non che io abbia interesse a saper cose che vorreste nascondere ma, se potete aiutarmi a distribuire il lascito secondo i voti del testatore, sarà assai meglio.»

«Lo spero…» disse Caderousse con le guance infiammate di speranza e di cupidigia.

«Vi ascolto…» disse l’abate.

«Aspettate», rispose Caderousse, «potremmo essere interrotti nel punto più interessante, sarebbe sgradevole;

d’altronde è inutile si sappia che siete venuto qui.»

Andò alla porta del suo albergo e la chiuse, per maggior precauzione vi mise la sbarra della notte.

L’abate scelse il posto per ascoltare con tutto suo comodo e si sistemò in un angolo in modo da rimanere nell’ombra, mentre la luce sarebbe ricaduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto a lui, con la testa chinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si preparava ad ascoltare attentamente.

Caderousse avvicinò uno sgabello e si sedette in faccia all’abate.

«Ricordati che io non ti ho spinto a niente…» disse la voce tremolante della Carconta, come se attraverso il pavimento avesse potuto vedere la scena.

«Va bene, va bene», disse Caderousse, «non ne parliamo più; mi assumo ogni responsabilità.»

E cominciò.

27. Il racconto

«Prima di tutto», esordì Caderousse, «devo pregarvi di promettermi una cosa.»

«Quale?» domandò l’abate.

«Che non si saprà mai che vi ho dato questi particolari, nel caso che aveste bisogno di farne qualche uso; perché quelli di cui sto per parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi con la sola punta di un dito mi stritolerebbero come un bicchiere.»

«State tranquillo, mio buon amico, vi garantisco sul mio onore che le vostre parole moriranno nel mio cuore. Ricordatevi che non abbiamo altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volontà del nostro amico. Parlate dunque senza timore e senza odio; dite tutta la verità. Io non conosco, e forse non conoscerò mai le persone di cui state per parlarmi; d’altra parte sono italiano e non francese, e compiute le ultime volontà di un moribondo, tornerò dritto in patria.»

L’esplicita promessa sembrò rassicurare del tutto Caderousse.

«E sia, in questo caso», disse Caderousse, «voglio dirvi anche di più, io devo disingannarvi sulle amicizie che il povero Edmond credeva sincere e affettuose.»

«Cominciamo da suo padre, se non vi dispiace. Edmond mi ha parlato molto di quel vecchio, per il quale nutriva un amore profondo.»

«È una storia triste», disse Caderousse scuotendo la testa. «Probabilmente, voi ne conoscerete il principio.»

«Sì, Edmond mi ha raccontato le cose fino al momento in cui fu arrestato, in una piccola osteria vicino a Marsiglia.»

«Alla Riserva… Oh, mio Dio, sì, vedo ancora la cosa come accadesse ora.»

«Non fu al pranzo del suo fidanzamento?»

«Sì, a quel pranzo che ebbe un allegro principio e una triste fine. Un commissario di polizia seguito da quattro fucilieri entrò e Dantès fu arrestato.»

«Ecco fino a dove arriva quello che so», disse l’abate. «Dantès stesso non sapeva altro, poiché non ha più rivisto nessuna delle cinque persone che ho nominato, né ha più inteso parlare di loro.»

«Dopo l’arresto di Dantès, il signor Morrel corse via per prendere informazioni, che furono tristissime. Il vecchio Dantès ritornò solo a casa sua, piegò l’abito dei giorni di festa piangendo, passò tutta la giornata camminando nella sua camera, e la sera non dormì. Io, che abitavo sotto di lui, lo sentii muoversi tutta la notte. Io stesso, debbo dirlo, non dormii: il dolore di quel povero padre mi faceva molto male e ciascuno dei suoi passi mi opprimeva il cuore, come avessi i piedi sul mio petto. L’indomani Mercedes venne a Marsiglia per implorare la protezione del signor Villefort; ma non ottenne nulla; dopo andò subito a far visita al vecchio. Quando lo vide così triste e abbattuto, capì che aveva passato tutta la notte senza riposare, e non aveva mangiato dal giorno innanzi, e volle condurlo con sé per prendersene cura; ma il vecchio non ha mai voluto acconsentirvi. “No”, diceva, “non lascerò mai questa casa, perché sono certo che il mio povero figlio mi ama sopra ogni altra cosa, e se esce di prigione correrà a trovare me per primo. Che direbbe se non fossi qui ad aspettarlo?” Io ascoltavo tutto dal pianerottolo, perché avrei desiderato che Mercedes avesse persuaso il vecchio a seguirla; quei passi ripetuti giorno e notte sulla mia testa, non mi lasciavano avere un momento di riposo.»

«E voi non salivate mai a consolarlo?»

«Ah, signor abate, si riesce a consolare solo coloro che vogliono esser consolati, ed egli non voleva esserlo. D’altra parte, non so perché, sembrava che avesse ripugnanza a vedermi. Una notte però, che intesi i suoi singhiozzi, non potei più resistere e salii: ma quando giunsi alla porta non singhiozzava più; pregava. Egli trovava parole eloquentissime, suppliche pietose che ora non saprei ripetere; era più che pietà, era più che dolore, e io, che non sono bigotto, dicevo a me stesso: “Sono ben felice d’esser solo e di non avere figli, perché se fossi padre e soffrissi un dolore come quello di questo povero vecchio, non potendo ritrovare nella mia memoria, né nel mio cuore tutto ciò che egli dice al buon Dio, me ne andrei dritto a buttarmi in mare per non soffrire più”.»

«Povero padre!» mormorò l’abate.

«Di giorno in giorno egli viveva sempre più solo e isolato. Spesso il signor Morrel o Mercedes venivano a trovarlo, ma la sua porta era chiusa e sebbene fosse certamente in casa non rispondeva ad alcuno. Un giorno, contrariamente al solito, ricevette Mercedes e la povera ragazza, anche se disperata, cercò di confortarlo: “Credimi, figlia mia”, disse il vecchio, “Edmond è morto, e invece di aspettar lui, egli aspetta noi… Io sono fortunato, perché essendo più vecchio, sarò il primo a rivederlo”. Per quanto uno sia buono, si stanca ben presto di vedere le persone che lo rattristano: il vecchio Dantès finì per rimanere solo. Io non vidi più salire da lui nessuno, se non ogni tanto certi sconosciuti che scendevano poi con degli involti malnascosti. Seppi in seguito che cosa erano quegl’involti: egli vendeva a poco a poco tutto ciò che aveva, per vivere. Infine il buon uomo terminò i suoi poveri arredi… Era debitore di tre rate d’affitto: fu minacciato di esser cacciato; domandò una dilazione di otto giorni che gli venne accordata. Io so questi particolari perché il padrone di casa entrò da me, uscendo da lui.

«Nei primi tre giorni lo intesi camminare come al solito ma nel quarto non sentii più nulla. Mi arrischiai a salire, la porta era chiusa; guardai attraverso la serratura, e lo vidi tanto pallido ed estenuato, che, comprendendo quanto fosse malato, feci avvertire il signor Morrel e corsi da Mercedes. Tutti e due si affrettarono a venire. Morrel condusse un medico, che diagnosticandogli una gastroenterite ordinò la dieta. Io ero presente, signore, e non dimenticherò mai il sorriso del vecchio a questa raccomandazione. Da quel momento aveva una scusa per non mangiar più… Il medico aveva ordinato la dieta.»

L’abate mandò una specie di gemito.

«Questa storia desta in voi tanto interesse?» domandò Caderousse.

«Sì», rispose l’abate, «è commovente.»

«Mercedes ritornò: lo trovò così cambiato che, come la prima volta, lo voleva far trasportare a casa sua. Questo era pure il parere di Morrel; ma il vecchio gridò tanto, che ebbero paura. Mercedes restò al suo capezzale; Morrel si allontanò facendo segno alla catalana che lasciava una borsa sul caminetto. Ma, forte dell’ordine del medico, non volle prender nulla. Finalmente, dopo nove giorni di disperazione e di astinenza, il vecchio spirò, maledicendo quelli che erano stati causa della sua disgrazia, e dicendo a Mercedes: “Se un giorno vedrete il mio Edmond, ditegli che io muoio benedicendolo”.»

L’abate si alzò, fece due volte il giro della stanza, portando la mano tremante all’arida gola.

«E voi credete che egli sia morto…»

«Di fame, signore», disse Caderousse. «Ne sono certo, quanto è vero che siamo qui.»

L’abate prese con mano convulsa il bicchiere d’acqua ancor pieno a metà, lo vuotò d’un fiato, e si rimise a sedere con gli occhi rossi e le guance pallide.

«Certo fu una gran disgrazia…» disse con voce rauca.

«E tanto più grande, perché causata da finti amici.»

«Passiamo dunque a questi uomini», disse l’abate. «Ma pensateci bene», continuò con un tono quasi minaccioso, «vi siete impegnato a dirmi tutto… Sentiamo dunque, chi son quelli che hanno fatto morire il figlio di disperazione, e il padre di fame?»

«Fernando e Danglars, due uomini invidiosi di Edmond, uno per amore, l’altro per ambizione.»

«E in qual modo si manifestò questa loro invidia?»

«Essi denunciarono Edmond come agente bonapartista.»

«Ma chi dei due lo denunciò? Chi dei due fu il vero colpevole?»

«Tutti e due: l’uno scrisse la lettera, l’altro la portò alla posta.»

«Questa lettera dove fu scritta?»

«All’osteria stessa della Riserva, il giorno prima del fidanzamento.»

«Fu proprio così…» mormorò l’abate. «Oh, Faria, Faria, come conoscevi bene gli uomini e le cose!»

«Che dite, signore?» domandò Caderousse.

«Niente! Continuate…»

«Danglars scrisse la denuncia con la mano sinistra, perché non fosse riconosciuta la calligrafia, e Fernando la spedì.»

«Ma», gridò d’improvviso l’abate, «voi eravate là?»

«Io?» disse Caderousse meravigliato. «E chi vi ha detto che c’ero?»

L’abate s’accorse di essersi spinto troppo oltre. «Nessuno», disse, «ma per essere così ben informato di tutti questi particolari, bisogna che siate stato presente.»

«È vero…» disse Caderousse con voce soffocata, «io c’ero.»

«E non vi siete opposto a questa infamia?» disse l’abate. «Voi dunque siete loro complice.»

«Signore, essi mi avevano fatto tanto bere, che quasi avevo perso la ragione: non vedevo che attraverso una nebbia. Dissi quanto poteva dire un uomo in quello stato, ma essi mi risposero essere stato uno scherzo che avevano voluto fare, e che non avrebbe avuto alcuna conseguenza.»

«Va bene», disse l’abate, «voi avete parlato con franchezza e meritate il perdono.»

«Disgraziatamente Edmond è morto, e non mi ha perdonato.»

«Egli ignorava tutto ciò.»

«Ma ora forse lo saprà… Si dice che i morti sappiano tutto.»

Vi fu un momento di silenzio: l’abate si era alzato e passeggiava pensieroso. Ritornò al suo posto e si sedette di nuovo.

«Mi avete nominato due o tre volte un certo signor Morrel», disse. «Chi era quest’uomo?»

«Era l’armatore del Pharaon, il padrone e protettore di Dantès.»

«E quale parte ha sostenuto in tutta questa triste faccenda?»

«La parte dell’uomo onesto, coraggioso e affezionato. Venti volte andò a intercedere per Edmond. Quando ritornò l’imperatore, scrisse, pregò, minacciò, e tanto fece che, nella seconda Restaurazione, fu grandemente perseguitato come bonapartista. Dieci volte, come vi ho detto, è andato dal padre di Dantès per portarlo a casa sua, e il giorno prima della sua morte aveva lasciato sul caminetto una borsa con la quale furono pagati i debiti del buon uomo e le spese del funerale… Povero vecchio, poté almeno morire come aveva vissuto senza essere di peso a nessuno. Ho ancora quella borsa, una borsa di cordonetto rosso.»

«E questo signor Morrel vive ancora?»

«Sì…» disse Caderousse.

«E in questo caso dev’essere un uomo benedetto dal cielo, dev’essere ricco… felice…»

Caderousse sorrise amaramente.

«Sì, felice come lo sono io…» disse.

«Come! Morrel sarebbe rovinato?» gridò l’abate.

«È vicino alla miseria, e peggio ancora è vicino al disonore.»

«E come mai?»

«Dopo vent’anni di fatiche», rispose Caderousse, «dopo essersi acquistato il posto più onorevole nel commercio di Marsiglia, Morrel è quasi completamente rovinato. In due anni ha perso cinque vascelli, subito tre fallimenti terribili, e ora non ha più altre speranze che quello stesso Pharaon, che era comandato dal povero Edmond, e che deve ritornare dalle Indie con un carico di cocciniglia e di indaco. Se questo bastimento si perde come gli altri, è rovinato del tutto.»

«E il disgraziato ha moglie, figli?»

«Sì, ha una moglie che in tutte queste avversità si è comportata come una santa; ha una figlia che stava per sposare l’uomo da lei amato, e la famiglia del quale si è opposta a un matrimonio con la figlia di un uomo fallito, ha un figlio tenente nell’esercito. Ma, voi lo capirete bene, tutto ciò non fa che raddoppiare il dolore del povero uomo. Se fosse stato solo, si sarebbe fatto saltare le cervella, e tutto sarebbe finito.»

«Ciò è spaventoso!» mormorò l’abate.

«Ecco come in questa vita viene ricompensata la virtù», disse Caderousse. «Osservate, io che non ho mai fatto una cattiva azione a nessuno, meno quella che vi ho raccontato, sono nella miseria; dopo che avrò visto morire la mia povera moglie di febbre senza poter far nulla per lei, morirò di fame come è morto il padre di Dantès, mentre Fernando e Danglars nuotano nell’oro.»

«E come è possibile?»

«Perché a essi ogni cosa gira bene, mentre ai galantuomini va tutto male.»

«Che è diventato questo Danglars, il più colpevole, l’istigatore?»

«Che è diventato? Abbandonò Marsiglia con una raccomandazione di Morrel, che ignorava il suo delitto, e poté entrare come impiegato presso un banchiere spagnolo. All’epoca della guerra di Spagna, s’incaricò di una parte delle forniture dell’esercito francese, e fece fortuna. Con questo primo denaro speculò sui fondi pubblici, e ha triplicato e quadruplicato i suoi capitali e, vedovo della figlia del banchiere, sposò una vedova, la signora di Nargonne, figlia di Salvieux, ciambellano dell’attuale re, e che gode dei più grandi favori a corte. Divenuto milionario lo hanno nominato conte, e ora è il conte Danglars che ha un palazzo in rue MontBlanc, dieci cavalli nelle scuderie, sei domestici e non so quanti milioni in cassaforte.»

«Ah», disse l’abate con un’espressione singolare. «Ed è felice?»

«Felice? Chi può dir questo? La felicità e l’infelicità sono il segreto dei muri, i muri hanno orecchie ma non lingua; se uno è felice perché è ricco, allora Danglars è felice.»

«E Fernando?»

«A Fernando le cose sono andate ancora meglio.»

«Come mai un povero pescatore catalano senza risorse e senza istruzione ha potuto far fortuna? Ciò mi sorprende, ve lo confesso.»

«E ciò sorprende tutti. Nella sua vita ci deve essere qualche strano segreto che nessuno sa.»

«Ma per quali gradini visibili ha potuto salire a quest’alta fortuna, o a quest’alta posizione?»

«A entrambe, signore, a entrambe; egli ha, insieme, fortuna e posizione.»

«Ma è una favola che mi raccontate?»

«Ne ha tutte le sembianze, ma è una cosa reale. Ascoltate e giudicate voi stesso. Pochi giorni prima che ritornasse Napoleone, Fernando era stato incluso nelle liste di coscrizione. I Borboni lo lasciarono tranquillo ai Catalani, ma al ritorno di Napoleone fu ordinata una leva straordinaria, e Fernando fu costretto a partire. Io pure partii, ma essendo più vecchio di Fernando, e avendo da poco sposato la mia povera moglie fui inviato soltanto sulle coste. Fernando, incorporato nelle schiere attive, venne mandato col suo reggimento alla frontiera, e partecipò alla battaglia. La notte seguente alla battaglia era di guardia alla porta di un generale, che aveva relazioni segrete col nemico e che quella notte stessa doveva arrendersi agli inglesi. Il generale gli propose di accompagnarlo, Fernando accettò, abbandonò il suo posto e seguì il generale. Ciò che lo avrebbe potuto condurre davanti a un tribunale di guerra, gli servì da raccomandazione presso i Borboni.

«Rientrò in Francia con i gradi di sottotenente, e siccome non gli mancava la protezione del suo generale, che allora godeva molto favore, divenne capitano nel 1823, all’epoca della prima guerra di Spagna, vale a dire al tempo in cui Danglars arrischiava le sue speculazioni. Siccome Fernando si poteva considerare quasi spagnolo, fu inviato a Madrid per indagare le intenzioni dei suoi compatrioti. Là ritrovò Danglars, si accordarono, promise al suo generale l’appoggio dei realisti della capitale e delle province, e ricevette delle promesse, fece arruolamenti per conto proprio, guidò il reggimento francese per sentieri solo a lui noti fra le gole guardate dai realisti; insomma in quella breve campagna rese servigi tali, che dopo la presa del Trocadero venne nominato colonnello, e ricevette la croce di ufficiale della Legion d’Onore unitamente al titolo di barone.»

«Destino, destino!» mormorò l’abate.

«Sì, ma ascoltate, che non è ancora tutto. Finita la guerra di Spagna, la carriera di Fernando fu messa a rischio dalla lunga pace che pareva dovesse regnare in Europa: soltanto la Grecia si era sollevata contro la Turchia, e cominciava la guerra per la sua indipendenza. Tutti gli occhi erano puntati su Atene; era di moda compiangere e sostenere i greci. Fernando domandò e ottenne di mettersi al servizio della Grecia continuando però a essere iscritto sui registri dell’esercito. Qualche tempo dopo si seppe che il barone di Morcerf, tale era il nome che portava, era entrato al servizio di Alì Pascià, col grado di tenente generale. Alì Pascià fu ucciso, come sapete; ma prima di morire ricompensò i servigi di Fernando, lasciandogli una somma considerevole, con la quale tornò in Francia, dove gli venne confermato il grado di sottotenente.»

«E oggi?» domandò l’abate.

«Oggi», proseguì Caderousse, «è barone e possiede un magnifico palazzo a Parigi, in rue Helder 27.»

L’abate aprì la bocca, esitò un istante, quindi facendo uno sforzo su se stesso disse: «E Mercedes? Mi assicurarono che scomparve».

«Scomparve», disse Caderousse, «come scompare il sole per levarsi l’indomani più splendente.»

«Lei pure ha fatto fortuna?» domandò l’abate con un sorriso ironico.

«Mercedes ora è una delle più grandi dame di Parigi», riprese Caderousse.

«Continuate», disse l’abate, «mi sembra di ascoltare il racconto di un sogno. Ma io stesso ho visto cose sì straordinarie che mi sorprendono poco quelle che mi dite.»

«Mercedes dapprima fu disperata per la perdita di Edmond. Vi ho detto delle sue istanze presso il signor Villefort e della sua devozione per il padre di Dantès. In mezzo alla sua disperazione, un altro dolore venne a colpirla, e fu la partenza di Fernando, di cui ignorava il delitto, e che considerava un fratello. Fernando partì, e Mercedes rimase sola. Tre mesi passarono in lacrime; nessuna notizia di Fernando: null’altro davanti agli occhi che un vecchio moribondo disperato. Una sera, dopo essere rimasta tutto il giorno, seduta come sua abitudine, all’incrocio delle due strade che dai Catalani conducono a Marsiglia, ritornò nella sua capanna, triste più del solito: né l’innamorato, né l’amico ritornavano da una di quelle due strade e non riceveva notizie né dell’uno, né dell’altro.

«D’improvviso le sembrò di udire un passo conosciuto, si volse con ansietà, la porta si aprì, e vide comparire Fernando con l’uniforme di sottotenente. Non era la metà di ciò che piangeva, ma era una parte della sua vita passata che ritornava da lei. Mercedes strinse le mani di Fernando con trasporto tale, che questi credette fosse amore per lui, mentre non era che la gioia di non essere più sola al mondo, e di vedere un amico dopo quelle lunghe ore di triste solitudine. E poi, bisogna pur dirlo, Fernando non era mai stato odiato, egli non era amato, ecco tutto. Un altro occupava interamente il cuore di Mercedes, quest’altro era assente… era sparito… forse morto…

«A quest’ultima idea suggerita da Fernando, Mercedes scoppiò in singhiozzi, e si contorse le braccia per il dolore. Ma quest’idea, che aveva respinto tante volte, quando le veniva suggerita da altri, ora le veniva spontaneamente allo spirito. D’altra parte il vecchio Dantès non cessava di dirle: “Il nostro Edmond è morto; se non fosse morto ritornerebbe”. Il vecchio morì, come vi dissi. Se fosse vissuto, Mercedes forse non sarebbe diventata mai la moglie di un altro, perché il buon vecchio sarebbe sempre stato là a rimproverarle la sua infedeltà. Fernando lo capì e non ritornò che quando seppe della morte del vecchio. Questa volta era tenente.

«La prima volta che era venuto, non aveva detto una sola parola d’amore a Mercedes; la seconda le ricordò che l’amava. Mercedes domandò sei mesi ancora, per aspettare e piangere Edmond.»

«Gran cosa!» disse l’abate con un sorriso amaro. «Non erano che diciotto mesi in tutto. Che può domandare di più l’amante più adorato?» Poi mormorò queste parole del poeta inglese: «Frailty, thy name is woman!»2

«Sei mesi dopo», riprese Caderousse, «si celebrò il matrimonio nella chiesa degli Accoulès.»

«Era la medesima chiesa dove doveva sposare Edmond», mormorò l’abate, «solo il marito era cambiato, ecco tutto.»

«Mercedes dunque si maritò», continuò Caderousse, «e sebbene agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, svenne passando davanti alla Riserva, ove diciotto mesi prima era stato celebrato il fidanzamento con colui che avrebbe capito di amare ancora, se avesse osato guardare nel fondo del suo cuore. Fernando più felice, ma non più tranquillo, perché io l’ho visto allora, temeva sempre il ritorno di Edmond, Fernando si occupò subito di espatriare con sua moglie, di esiliarsi con lei. Vi erano molti pericoli da temere, e nello stesso tempo troppi ricordi da combattere, restando ai Catalani. Otto giorni dopo le nozze, partirono.»

«Rivedeste più Mercedes?» domandò l’abate.

«Sì, quando scoppiò la guerra di Spagna, a Perpignano, dove Fernando l’aveva lasciata; si occupava dell’educazione di suo figlio.»

L’abate rabbrividì.

«Di suo figlio?» disse.

«Sì», rispose Caderousse, «del piccolo Albert.»

«Ma per istruire suo figlio», continuò l’abate, «avrà ricevuto anch’essa un’educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmond che era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita.»

«Oh!» disse Caderousse. «Conosceva dunque così male la sua fidanzata! Mercedes avrebbe potuto divenire regina, se la corona dovesse essere posata soltanto sulle teste più belle, più intelligenti. La sua fortuna ingrandiva da sé, lei diveniva grande con la sua fortuna: imparava il disegno, la musica, tutto. D’altra parte io credo, sia detto fra noi, che non facesse tutto ciò che per distrarsi, per dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa, che per combattere quelle che aveva in cuore. Ma, ora che tutto deve dirsi», continuò Caderousse, «la fortuna e gli onori l’hanno senza dubbio consolata. Ella è ricca, è baronessa, e tuttavia…»

Caderousse si fermò.

«Tuttavia, che cosa?» domandò l’abate.

«Tuttavia, sono sicuro che non è felice.»

«E che cosa ve lo fa credere?»

«Ebbene, quando io stesso mi sono trovato nella più grande disgrazia, ho pensato che i miei vecchi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa. Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere. Sono stato da Fernando, e mi ha fatto dare cento franchi dal suo cameriere.»

«Così non li vedeste, né l’uno né l’altro.»

«No, ma mi vide la signora Morcerf.»

«E come mai?»

«Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi, conteneva venticinque luigi. Alzai la testa e vidi Mercedes che chiudeva la persiana.»

«E Villefort?» domandò l’abate.

«Oh, egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla da chiedergli.»

«Ma non sapete che ne sia accaduto, e qual parte abbia preso alla disgrazia di Edmond?»

«No, so soltanto che qualche tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò la signorina di Saint-Méran, e ben presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come agli altri, senza dubbio sarà ricco come Danglars, considerato come Fernando. Io solo, sono rimasto povero, miserabile, e dimenticato da Dio.»

«V’ingannate, amico mio», disse l’abate, «qualche volta può sembrare che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova.»

A queste parole l’abate cavò il diamante dalla tasca porgendolo a Caderousse: «Prendete», gli disse, «prendete questo diamante, poiché è tutto vostro».

«Come, a me solo?» gridò Caderousse. «Ah! signore, vi burlate di me!»

«Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmond; ma lui non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale cinquantamila franchi, ve lo ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria.»

«Oh, signore», disse Caderousse, allungando timidamente una mano, mentre con l’altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte. «Oh, non vi fate gioco della felicità, o della disperazione di un uomo!»

«Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi prenderei mai gioco di questi sentimenti», riprese l’abate. «Prendete dunque, ma in cambio…»

Caderousse che già toccava il diamante, ritirò la mano.

L’abate sorrise.

«In cambio», continuò, «regalatemi quella borsa di seta rossa che il signor Morrel aveva lasciato sul caminetto del vecchio Dantès, e che mi avete detto essere nelle vostre mani.»

Caderousse, sempre più meravigliato, aprì un grand’armadio di quercia, e dette all’abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorito, e intorno alla quale scorrevano due anelli in altro tempo dorati.

L’abate la prese, e dette il diamante a Caderousse.

«Oh, voi siete un uomo di Dio!» esclamò Caderousse. «Perché in verità nessuno sapeva che Edmond vi avesse dato questo diamante, e avreste potuto conservarlo per voi.»

«Bene», disse l’abate fra sé, «tu l’avresti fatto, mi sembra.»

Quindi si alzò, prese il cappello e i guanti e domandò: «A proposito, quanto mi avete detto è tutto vero? Posso credervi su tutti i punti?»

«Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera.»

«Va bene», disse l’abate convinto, «che questo denaro possa esservi di profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male ai loro simili.»

E l’abate, liberandosi a stento dalle entusiastiche dimostrazioni di Caderousse levò la sbarra della porta, uscì, risalì a cavallo, salutò un’ultima volta l’oste che si confondeva in addii clamorosi, e partì seguendo la stessa direzione che aveva tenuta nel venire.

Quando Caderousse si voltò, vide dietro di sé la Carconta più pallida e più tremante che mai.

«È vero ciò che ho sentito?» disse lei.

«Che cosa? Che ci ha dato il diamante per noi soli?» disse Caderousse quasi pazzo dalla gioia.

«Sì.»

«Non vi è nulla di più vero, eccolo qua.»

La donna lo guardò un momento, poi riprese con voce rauca: «E se fosse falso?»

Caderousse impallidì e si scosse: «Falso», mormorò, «falso… E perché quell’uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso?»

«Per avere il tuo segreto senza pagarlo.»

Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di quella supposizione.

«Oh», disse, dopo un breve silenzio, e prendendo il cappello che mise sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, «lo sapremo presto.»

«E in qual modo?»

«Oggi c’è la fiera a Beaucaire: vi sono dei gioiellieri di Parigi: vado a farlo vedere. Tu guarda la casa, fra due ore sarò di ritorno.»

E Caderousse si lanciò fuori prendendo di corsa la strada opposta a quella tenuta dallo sconosciuto.

«Cinquantamila franchi!» mormorò la Carconta rimasta sola. «È molto denaro sì… ma non è una grande fortuna.»



28. I registri delle prigioni

Il giorno successivo a quello in cui accadde la scena che abbiamo descritta, un uomo sui trent’anni, vestito d’un soprabito blu, coi pantaloni di tela di Nanchino e il panciotto bianco, con l’aspetto e l’accento inglese, si presentò al sindaco di Marsiglia.

«Signore», gli disse, «sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma. Siamo da dieci anni in relazione con la casa Morrel e figlio di Marsiglia, abbiamo impiegato circa centomila franchi in questa relazione, e non siamo senza inquietudine, poiché ci vien fatto credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da Roma per domandarvi informazioni in merito.»

«Signore», rispose il sindaco, «io so effettivamente che da quattro-cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il signor Morrel: ha successivamente perso quattro o cinque navi, subito tre o quattro fallimenti. Ma non spetta a me, sebbene io stesso suo creditore per una dozzina di migliaia di franchi, dare informazioni sullo stato delle sue finanze. Domandatemi come sindaco ciò che penso del signor Morrel, e vi risponderò che è un uomo rigorosamente probo, e che fino a oggi ha sempre adempito ai suoi impegni con scrupolo. Ecco tutto ciò che posso dirvi; se volete saperne di più, indirizzatevi al signor Boville, ispettore delle prigioni, rue Noailles numero 15… Credo che egli abbia duecentomila franchi impiegati sulla casa Morrel, e se vi è realmente cosa a temersi, lo ritroverete molto più informato di me, poiché la sua somma è molto più considerevole della mia.»

L’inglese sembrò apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì e s’incamminò col passo proprio dei figli di Gran Bretagna verso la strada indicata. Il signor Boville era nel suo ufficio. L’inglese, vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava indicare non essere quella la prima volta che si trovava davanti a colui al quale faceva visita.

In quanto a Boville, la sua disperazione lasciava facilmente scorgere che tutte le facoltà dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non lasciavano né alla sua memoria, né alla sua immaginazione il piacere di divagarsi nel passato.

L’inglese, con la flemma propria della sua razza, gli presentò la questione, quasi negli stessi termini che aveva usato col sindaco di Marsiglia.

«Oh, signore», urlò Boville, «i vostri timori disgraziatamente non possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo disperato. Avevo investito duecentomila franchi nella casa Morrel: erano la dote di mia figlia che contavo di maritare fra quindici giorni: dovevano essere rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del venturo. Avevo dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi che se il suo bastimento, il Pharaon, non rientra in porto prima del 15, egli si trova nell’impossibilità di fare il pagamento.»

«Ma questa», disse l’inglese, «è una specie di dilazione.»

«Dite piuttosto, signore, che questo assomiglia a un fallimento!» esclamò Boville disperato.

L’inglese sembrò riflettere un momento, poi disse: «Questo credito vi ispira dei timori?»

«Peggio, lo considero come perduto.»

«Ebbene, lo compro io.»

«Voi?»

«Sì, io.»

«Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?»

«No, per duecentomila franchi… La nostra casa», aggiunse l’inglese ridendo, «non fa simili affari.»

«E voi pagate?…»

«In denaro contante.»

E l’inglese cavò di tasca un fascio di biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il signor Boville temeva di perdere. Un lampo di gioia passò sul viso di Boville; ciò nonostante fece uno sforzo per contenersi. «Signore, debbo avvertirvi che, secondo tutte le probabilità, non recupererete il sei per cento di questa somma.»

«Ciò non mi riguarda», rispose l’inglese, «ma riguarda la casa Thomson e French, in nome della quale io opero. Forse essa può avere qualche interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma so che sono pronto a sborsarvi questa somma, in cambio della cessione che mi farete: chiederò soltanto un diritto di senseria.»

«Signore, è giustissimo», gridò Boville. «La commissione è ordinariamente l’uno e mezzo per cento; volete il due? Il cinque? Ancora di più? Non avete che a parlare.»

«Signore!» aggiunse ridendo l’inglese. «Io sono come la mia casa, non faccio di questa specie di affari. No, la mia senseria è d’un’altra natura.»

«Parlate dunque, vi ascolto.»

«Voi siete ispettore delle prigioni?»

«Da quattordici anni e più.»

«Terrete dunque il registro di entrata e uscita?»

«Certamente.»

«A questi registri devono essere unite delle note relative ai prigionieri?»

«Ciascun prigioniero ha la sua.»

«Ebbene, signore, io sono stato allevato a Roma da un abate che scomparve all’improvviso. Seppi poi che era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere alcuni particolari sulla sua morte.»

«Come lo chiamavate?»

«L’abate Faria.»

«Oh, me ne ricordo perfettamente», esclamò Boville, «egli era pazzo.»

«Si diceva.»

«Oh, lo era certamente.»

«È possibile! E qual era il suo genere di pazzia?»

«Pretendeva di conoscere dove era nascosto un immenso tesoro, e offriva delle somme considerevoli se avessero voluto metterlo in libertà.»

«Povero diavolo! Ed è morto?»

«Sì, son cinque, o sei mesi al più, nel febbraio scorso.»

«Avete una buona memoria, per ricordarvi così le date.»

«Mi ricordo questa, perché la morte del povero diavolo fu accompagnata da una singolare circostanza.»

«Si potrebbe conoscere questa circostanza?» domandò l’inglese con una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe meravigliato di trovare sul suo viso flemmatico.

«Oh senza difficoltà. La cella di Faria era lontana quindici metri circa da quella di un agente bonapartista, uno di quelli che avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’imperatore nel 1815, uomo molto pericoloso.»

«Veramente?» disse l’inglese.

«Sì», rispose Boville, «ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel 1816 o 1817. Non si scendeva nella sua cella senza esser scortati da un picchetto di soldati. Quest’uomo mi ha fatto una profonda impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.»

L’inglese fece un impercettibile sorriso.

«Dicevate dunque che le due celle…»

«Erano separate da una distanza di quindici metri», continuò Boville, «ma sembra che questo…»

«Quest’uomo pericoloso si chiamava?…»

«Edmond Dantès, signore… Sembra che questo Edmond Dantès si fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti… Fatto sta che fu ritrovato un cunicolo sotterraneo per mezzo del quale i due prigionieri comunicavano.»

«Questo cunicolo sarà stato fatto senza dubbio a scopo di evasione.»

«Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu colpito da una paralisi, e morì.»

«Capisco che ciò dovette sospendere il piano di evasione.»

«Per il morto, sì», rispose Boville, «ma non per il vivo… Questo Dantès al contrario trovò il mezzo di accelerare la fuga. Senza dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua cella, prese posto nel sacco entro cui era stato cucito il cadavere, e aspettò il momento che lo avrebbero seppellito.»

«Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio», riprese l’inglese.

«Oh, vi ho detto che era un uomo molto pericoloso; fortunatamente però egli stesso ha liberato il governo dai timori che aveva a suo riguardo…»

«E in qual modo?»

«Come! Non lo immaginate?»

«No.»

«Il castello d’If non ha cimitero, e i morti si gettano semplicemente in mare, dopo avere attaccato ai loro piedi una grossa pietra.»

«Ebbene?» disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire.

«Ebbene, gli fu attaccata una pietra ai piedi, e fu gettato in mare.»

«Davvero?» esclamò l’inglese.

«Sì, signore», continuò l’ispettore. «Capirete quale sarà stata la costernazione del fuggitivo allorché si sentì precipitare dall’alto del castello. Avrei voluto vederlo in quel momento.»

«Sarebbe stato difficile.»

«Non importa», disse Boville, che la certezza di rimborso dei suoi duecentomila franchi metteva di buonumore, «me lo figuro.» E dette in uno scoppio di risa.

«E io pure», disse l’inglese, e si mise a ridere anche lui, ma come fanno gli inglesi, vale a dire fra i denti. «In tal modo», continuò, «il fuggitivo annegò?»

«Nel modo più assoluto.»

«Di maniera che il governatore del castello fu liberato nello stesso tempo di un furioso e di un pazzo?»

«Precisamente!»

«Ma sarà stato legalizzato in qualche atto questo avvenimento?» domandò l’inglese.

«Sì, sì, l’atto mortuario. Capirete bene, i parenti di questo Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interesse ad assicurarsi se è vivo, o morto.»

«Di modo che essi possano essere tranquilli, se hanno ereditato da lui. Egli è morto. È morto davvero?»

«Oh, mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogniqualvolta lo vorranno.»

«Così sia…» disse l’inglese. «Ma ritorniamo ai registri…»

«È vero, questa storia ci aveva divagati: scusate.»

«Scusare che? Per la storia? Al contrario, mi è sembrata molto interessante.»

«E lo è. Ma voi non desideravate conoscere tutto ciò che è relativo al vostro povero precettore, che era mansueto nella sua pazzia?»

«Ciò mi farà un vero piacere.»

«Passiamo nel mio ufficio, e vi mostrerò le carte.»

Ed entrambi passarono nello studio del signor Boville.

Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era al suo posto, ciascun incartamento nella propria casella.

L’ispettore fece sedere l’inglese in una poltrona, e gli mise davanti il registro e le carte relative al castello d’If, dandogli tutto il tempo di sfogliarle, mentre lui, seduto in un angolo, si metteva a leggere un giornale.

L’inglese trovò finalmente la nota relativa all’abate Faria, ma sembrò che la storia raccontatagli da Boville avesse in lui destato grande interesse, perché, dopo aver preso conoscenza di queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che trovò quella che riguardava Edmond Dantès.

Ritrovò ogni cosa: denuncia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. Piegò piano piano la denuncia e se la mise in tasca, lesse l’interrogatorio, e vide che non era stato citato il nome di Noirtier, lesse pure la domanda in data 10 aprile 1815, nella quale Morrel, dietro consiglio del sostituito, esagerava con eccellente intenzione (poiché allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva reso alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva incontestabili.

Allora capì tutto.

Quella domanda a Napoleone conservata da Villefort, era diventata sotto la seconda Restaurazione un’arma terribile nelle mani del procuratore del re.

Non si stupì dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in margine al suo nome quanto segue: EDMOND DANTÈS. Bonapartista accanito; ha preso parte attiva al ritorno dall’isola d’Elba. Da tenersi segregato, e sotto la più stretta sorveglianza.

Sotto queste righe, stava scritto con un’altra calligrafia: «Vista la nota qui sopra, nulla da farsi».

Soltanto confrontando la calligrafia della nota con quella del certificato, posta sotto la domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota aggiunta era della stessa calligrafia del certificato, cioè scritta dalla mano di Villefort.

In quanto al visto che accompagnava la nota, l’inglese capì che doveva esservi stato posto da qualche ispettore interessatosi momentaneamente alla sorte di Dantès, ma che i passi citati avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.

Come si disse, l’ispettore, per discrezione e per non disturbare nelle sue ricerche l’allievo di Faria, si era messo in disparte e leggeva «Le Drapeau Blanc».

Dunque non vide l’inglese piegare e mettersi in tasca la denuncia scritta da Danglars sotto il pergolato della Riserva, recante il timbro postale di Marsiglia, 28 febbraio.

Ma bisogna dirlo, anche se lo avesse visto, avrebbe dato poca importanza a quel documento, e troppa ai suoi duecentomila franchi, per opporsi a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.

«Grazie!» disse questi, chiudendo rumorosamente il registro. «Ho trovato quanto cercavo. Ora sta a me mantenere la mia promessa: fatemi una semplice cessione del vostro credito; dichiarate in essa di aver ricevuto i contanti, e io vi pago subito la somma.»

Lasciò il posto al signor Boville, che si sedette, e senza farsi pregare si affrettò a fare la cessione richiesta, mentre l’inglese contava i biglietti da mille sopra un angolo della scrivania.

29. La casa Morrel

Chi avesse lasciato Marsiglia alcuni anni prima, conoscendo la casa di Morrel, e vi fosse tornato all’epoca in cui siamo arrivati, vi avrebbe notato un grandissimo cambiamento.

Al posto di quell’aura di vita, agi e felicità, che per così dire emana da una casa che sia benedetta dalla fortuna; al posto di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridoi con una penna dietro l’orecchio; al posto di quel cortile ingombro di merci, rimbombante di grida e risa dei facchini, avrebbe trovato, fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in corridoi deserti e in un vuoto cortile.

Dei numerosi impiegati che in altri tempi affollavano le scrivanie, ne rimanevano appena due; uno era Emmanuel Raymond, giovane di ventitré anni, fidanzato della figlia di Morrel, che era rimasto lì, sebbene i suoi genitori avessero fatto di tutto per toglierlo; l’altro, un vecchio cassiere, cieco d’un occhio, chiamato Coclite, soprannome che gli era stato dato dai giovani che un tempo popolavano questo alveare fervido e gioioso, oggi quasi disabitato, che aveva così bene dimenticato il suo vero nome, per cui, secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppure voltato, se non lo avessero chiamato con quel soprannome.

Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo bravo uomo si era verificato uno strano cambiamento: mentre era salito al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di domestico. Questo non gli impediva di essere lo stesso Coclite, fidato, paziente, affezionato ma inflessibile nei conti e in aritmetica, solo punto sul quale avrebbe tenuto testa al mondo intero, compreso il signor Morrel, non conoscendo che la sua tavola pitagorica. nota fin sulla punta delle dita, qualunque fosse l’errore nel quale avessero tentato di farlo cadere.

In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa Morrel, Coclite era il solo che fosse rimasto impassibile.

Orbene, che nessuno s’inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza di attaccamento, ma al contrario da una incrollabile convinzione. Come i topi che, si dice, abbandonino a poco a poco un bastimento condannato dal destino a perire in mare, così tutta quella folla di commessi e d’impiegati che traevano la loro sussistenza dalla casa dell’armatore, avevano un po’ per volta disertato scrivanie e magazzini. Coclite li aveva visti andarsene, senza neppure rendersi conto della loro partenza.

Ogni cosa, come abbiamo detto, si riduceva, per Coclite, a una questione di cifre, e da vent’anni che era nella casa di Morrel aveva sempre visto effettuarsi i pagamenti a sportelli aperti con una tale regolarità da fargli credere che questa non avrebbe mai potuto variare e i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che possiede un mulino messo in moto da un canale ricco di acqua, può credere che un giorno o l’altro questa acqua possa venir meno.

E infatti fino allora, nulla era ancora sopraggiunto a mutare la convinzione di Coclite. I pagamenti della fine del mese si erano effettuati con la solita puntualità. Coclite aveva notato un errore di settanta centesimi commesso da Morrel in suo sfavore, e lo stesso giorno aveva riportato i quattordici soldi eccedenti a Morrel, che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un cassetto quasi vuoto, dicendo: «Coclite, voi siete la perla dei cassieri».

Coclite si era ritirato soddisfatto in modo che non si sarebbe potuto esserlo di più, perché un elogio di Morrel, perla degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che una gratifica di cinquanta scudi. Ma dopo la fine di quel mese vittoriosamente superato, Morrel aveva passato ore crudeli.

Per far fronte agli impegni di quel mese aveva riunito tutte le sue risorse e, temendo che l’eco delle sue ristrettezze si spandesse in Marsiglia, vedendolo ricorrere a simili estremi, si era recato alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva a sua moglie e a sua figlia, nonché una parte della sua argenteria: con tal sacrificio tutto era stato superato, a onore della casa Morrel.

Però la cassa era rimasta vuota. I finanziatori, allarmati dalle voci che circolavano, si erano eclissati, come succede in questi casi, per egoismo umano; e, per far fronte a centomila franchi da pagarsi il 15 di quel mese al signor Boville, e altri centomila che scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva in realtà altra speranza che il ritorno del Pharaon, di cui un bastimento che aveva levato l’ancora con esso, e già arrivato in porto, aveva annunciato la partenza. Ma questo bastimento che veniva da Calcutta come il Pharaon, era già arrivato da quindici giorni, mentre del Pharaon non si aveva alcuna notizia.

In questo stato di cose, l’indomani del giorno in cui aveva concluso l’affare con Boville, da noi raccontato, l’incaricato della casa Thomson e French di Roma si presentò al signor Morrel.

Lo ricevette Emmanuel.

Il giovane che si spaventava all’entrata di ogni nuova persona perché poteva annunciare un nuovo creditore che veniva a importunare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia di quella visita: interrogò il nuovo arrivato, il quale dichiarò che non aveva cosa alcuna da dire a lui, e che voleva parlare a Morrel in persona.

Emmanuel sospirando chiamò Coclite; e questi comparve e ricevette l’ordine di condurre lo straniero dal signor Morrel. Coclite camminò avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella ragazza di diciassette anni che guardò lo straniero con inquietudine. Coclite non notò quell’espressione sul viso di lei, che però non sfuggì al forestiero.

«Il signor Morrel è nel suo ufficio, non è vero, signorina Julie?» domandò il cassiere.

«Sì, almeno credo di sì…» disse la giovane con esitazione. «Guardate prima, Coclite, e se mio padre c’è, annunciate il signore.»

«È inutile annunciarmi, signorina», rispose l’inglese, «il signor Morrel non conosce il mio nome. Questo brav’uomo ha da dirgli soltanto che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma, con la quale la casa di vostro padre è in relazione.»

La ragazza impallidì e continuò a scendere, mentre Coclite e lo straniero riprendevano a salire.

Lei entrò nell’ufficio di Emmanuel, e Coclite invece aprì una porta del secondo piano, introdusse lo straniero in un’anticamera, aprì una seconda porta che richiuse dietro di sé, e dopo aver lasciato solo per un momento l’inviato di Thomson e French, ricomparve, facendogli segno che poteva entrare.

L’inglese entrando trovò il signor Morrel dietro la sua scrivania, preoccupato delle colonne spaventose dei registri su cui stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i registri, si alzò, offrì una sedia, e quando lo vide a suo agio, egli pure sedette.

Quattordici anni avevano cambiato assai la fisionomia dell’armatore, il quale, trentaseienne anni al principio di questa storia, stava per compierne cinquanta. I capelli erano incanutiti, la fronte era solcata da due profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro, era diventato vago e irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di fissarsi sopra un uomo o sopra un’idea. L’inglese lo guardò con un sentimento di curiosità misto a interesse.

«Signore», disse Morrel, a cui questo esame sembrava raddoppiare il malessere, «desideravate parlarmi?»

«Sì, signore… Sapete da parte di chi vengo, non è vero?»

«A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e French.»

«Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre-quattrocentomila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte nel prossimo, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha raccolto tutte le cambiali che ha potuto trovare con la vostra firma, e mi ha incaricato, a mano a mano che queste scadono, di riscuotere il denaro presso di voi e di servirmene.»

Morrel mandò un profondo sospiro, e si passò la mano sulla fronte madida di sudore.

«Voi dunque, signore», domandò Morrel, «avete delle cambiali firmate da me?»

«Sì signore, e per una somma abbastanza considerevole.»

«Per quale somma?» domandò Morrel, con voce che invano cercava di render sicura.

«Ecco qui», disse l’inglese, levandosi di tasca un fascio di carte. «Per prima cosa due girate di duecentomila franchi del signor Boville, l’ispettore delle prigioni. Convenite di dovergli questa somma?»

«Sì, signore, è un investimento che egli ha fatto nel mio banco al quattro e mezzo per cento, quasi cinque anni fa.»

«E che voi dovevate rimborsare?…»

«Metà al 15 di questo mese, l’altra metà al 15 del prossimo venturo.»

«Bene, ora ecco trentaduemilacinquecento franchi per la fine del mese corrente: queste sono cambiali firmate da voi e passate nelle nostre mani da terzi giratari.»

«Le riconosco…» disse Morrel, al quale saliva al viso il rossore della vergogna, pensando che per la prima volta in vita sua non avrebbe potuto far onore alla sua firma. «È tutto qui?…»

«No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste altre cambiali ceduteci dalla casa Pascal e dalla casa Wild e Turner di Marsiglia, cinquantacinquemila franchi circa. In tutto sono duecentoottantasettemilacinquecento franchi.»

Ciò che soffriva lo sfortunato Morrel udendo quelle cifre, è impossibile poterlo descrivere.

«Duecentoottantasettemilacinquecento franchi!» ripeté macchinalmente.

«Sì», disse l’inglese, e continuò dopo un momento di silenzio: «Non vi nasconderò, signor Morrel, che mentre tutti fanno gli elogi della vostra probità senza macchia fino al presente, corre una sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in grado di far fronte ai vostri affari».

A queste parole, quasi brutali, Morrel impallidì spaventosamente.

«Signore», disse, «fino a questo momento, e sono più di ventiquattro anni che ho ricevuto la casa da mio padre, che a sua volta l’aveva diretta per trentaquattro anni, fino a questo momento una cambiale firmata da Morrel e figlio, non fu presentata alla cassa senza essere pagata.»

«Sì, lo so», rispose l’inglese, «ma, da uomo d’onore, parlate francamente: pagherete tal somma con la stessa esattezza?»

Morrel trasalì, e guardò colui che gli parlava in tal modo con una maggior attenzione di quello che non aveva ancor fatto.

«A una domanda fatta con tanta franchezza», disse, «bisogna dare una risposta ugualmente franca. Sì, signore, io pagherò, se, come spero, il mio bastimento giunge in porto, poiché il suo arrivo mi renderà quel credito che mi fu tolto dagli incidenti successivi di cui sono stato vittima. Ma se per disgrazia il Pharaon, ultima risorsa sulla quale io conto, mi mancasse…»

Le lacrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore.

«Ebbene?» domandò il suo interlocutore. «Se questa ultima risorsa vi mancasse?»

«Ebbene, se questa ultima risorsa mi mancasse», continuò Morrel, «sebbene sia cosa crudele da dire… ma abituato ormai alla sventura bisogna che mi abitui all’onta… Ebbene, allora credo che sarei obbligato a sospendere i pagamenti.»

«E non avete amici che possano aiutarvi in una simile circostanza?» Morrel sorrise tristemente.

«In commercio, signore, non si hanno che corrispondenti.»

«È vero…» mormorò l’inglese. «In tal modo non avete più che una sola speranza?»

«Una sola, e ultima…»

«E se questa fallisce…»

«Sono perduto, signore, completamente perduto!»

«Mentre venivo da voi, un bastimento entrava nel porto.»

«Lo so, signore. Un giovane che è rimasto fedele alla mia cattiva fortuna passa una parte del suo tempo su una terrazza della mia casa, nella speranza di venire per primo ad annunciarmi una buona notizia. Da lui ho saputo l’entrata in porto di questo bastimento.»

«E non è il vostro?»

«No, è un naviglio bordolese, la Gironda; viene dalle Indie, ma non è quello che aspetto.»

«Forse avrà notizie del Pharaon.»

«È necessario che ve lo dica? Io temo tanto di chiedere notizie del mio bastimento, quanto di restare nell’incertezza, la quale è pure una speranza.»

Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: «Questo ritardo non è naturale: il Pharaon è partito da Calcutta il 5 febbraio, e dovrebbe essere in porto già da un mese».

«Ma che c’è?» disse l’inglese tendendo l’orecchio. «Cosa significa questo rumore?»

«Oh, mio Dio, mio Dio!» gridò Morrel impallidendo. «Che vi è ancora di nuovo?»

Infatti si udì sulle scale un gran rumore, un andare e venire, e s’intese perfino un grido di dolore. Morrel si alzò per andare ad aprire la porta, ma le forze gli vennero meno e ricadde sulla sedia. I due uomini rimasero l’uno in faccia all’altro. Morrel era scosso da tremiti; lo straniero lo guardava con un’espressione di profonda pietà. Il rumore era cessato, ciò nonostante si sarebbe detto che Morrel aspettasse qualche cosa; quel rumore aveva dovuto avere una causa, e doveva avere una conclusione.

Allo straniero sembrò sentir gente salire pian piano le scale, e fermarsi sul pianerottolo. Una chiave venne introdotta nella serratura della prima porta, che cigolò sui cardini.

«Non vi sono che due persone che hanno la chiave di questa porta», mormorò Morrel: «Coclite e Julie.»

Nello stesso istante la porta si aprì, e comparve la ragazza, pallida e con le guance bagnate di lacrime.

Morrel si alzò tutto tremante, e si appoggiò ai braccioli della sua sedia, perché non avrebbe avuto la forza di tenersi in piedi. Fece per parlare, ma non aveva più voce.

«Oh, padre mio», disse la giovane giungendo le mani, «perdonatemi di essere messaggera di una triste notizia.»

Morrel si ricoprì di un pallore mortale; Julie andò a gettarsi fra le sue braccia.

«Oh, padre mio», disse, «coraggio!»

«E così il Pharaon è perduto?» domandò Morrel con voce soffocata.

La ragazza non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa appoggiata al petto del padre.

«E l’equipaggio?» domandò Morrel.

«È salvo», disse la giovane, «raccolto da quello della Gironda entrata or ora nel porto.»

Morrel alzò le mani al cielo con un’espressione di sublime rassegnazione e riconoscenza.

«Grazie, grazie, mio Dio!» disse Morrel. «Almeno non colpite che me solo.»

Per quanto flemmatico fosse l’inglese, una lacrima gli inumidì le palpebre.

«Entrate», disse Morrel, «entrate, perché suppongo che sarete tutti lì fuori.»

Infatti, aveva appena pronunciato queste parole, che la signora Morrel entrò singhiozzando. Emmanuel la seguiva; in fondo all’anticamera si vedevano le rozze figure di sette o otto marinai seminudi. Alla vista di quegli uomini, l’inglese trasalì; fece un passo per andare loro incontro, ma si contenne, e invece si nascose nell’angolo più oscuro e appartato dell’ufficio.

La signora Morrel andò a sedersi vicino al marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre Julie restava in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuel si era fermato in mezzo alla stanza e sembrava il legame fra il gruppo della famiglia Morrel e i marinai che stavano fermi sulla porta.

«Come è avvenuta la disgrazia?» domandò Morrel.

«Avvicinatevi Penelon», disse il giovane, «e raccontate l’accaduto.»

Un vecchio marinaio, abbronzato dal sole dell’equatore, avanzò rigirando fra le mani l’avanzo di un cappello.

«Buongiorno, signor Morrel», disse, come se avesse lasciato Marsiglia il giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix.

«Buongiorno, amico mio», disse l’armatore, non potendo fare a meno di sorridere in mezzo alle lacrime. «Ma dov’è il capitano?»

«Il capitano è rimasto a Palma, malato; ma a Dio piacendo, è cosa da nulla, e voi lo vedrete giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi e me.»

«Va bene… ora parlate, Penelon», disse Morrel.

Penelon fece passare da una parte all’altra della bocca il tabacco che masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell’anticamera un getto di saliva nerastra, avanzò un piede e si dondolò sulle anche narrando quanto segue: «Noi eravamo all’incirca fra il capo Blanc e il capo Boyador, e procedevamo con una buona brezza di sud-ovest, dopo essere stati senza muoverci otto giorni per la bonaccia, quando il capitano Gaumard mi si avvicina, bisogna che sappiate che allora io ero al timone, e mi dice: “Papà Penelon, che pensate di quelle nubi che si levano laggiù all’orizzonte?” Le guardavo proprio in quel momento. “Che ne penso io, capitano? Penso che avanzano un po’ più presto di quello che vorremmo, e che sono più nere di quello che si convenga a nuvole che non abbiano cattive intenzioni.”

«“Questo è anche il mio parere”, disse il capitano, “e vado subito a prendere le necessarie cautele. Abbiamo le vele troppo spiegate per il vento che farà… Olà, eh! Preparatevi a serrare le vele, e ad abbassare quella di trinchetto…” Era tempo. L’ordine era appena stato eseguito che il vento infuriava su di noi e spingeva da un alto la nave.

«“Bene!” disse il capitano. “Abbiamo ancora troppe vele: pronti a serrare la gran vela.” Cinque minuti dopo, la gran vela era chiusa, e noi procedevamo con la vela di trinchetto, con la vela di gabbia e i parrocchetti.

«“Ebbene, caro Penelon!” mi disse il capitano. “Che avete da scuotere la testa?”

«“È perché, al vostro posto, vedete, non mi limiterei a questo.”

«“Credo che tu abbia ragione, vecchio mio”, disse; “stiamo per ricevere un colpo di vento…”

«“Ah, capitano”, gli risposi io, “chi riuscisse a spazzar, con un colpo di vento, ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è una tempesta bella e buona in cui non mi vorrei trovare…”

«Vale a dire che si vedeva venire il vento come si vede sollevarsi la polvere a Montredon: fortunatamente avevamo a che fare con un uomo che lo conosceva.

«“Attenti a prendere tre terzaruoli nelle gabbie!” gridò il capitano. “Allarga le boline, braccio al vento, giù i pennoni!”

«Ciò non bastava in quei paraggi», interruppe l’inglese, «io avrei preso quattro terzaruoli, e mi sarei sbarazzato della vela di trinchetto.»

Questa voce ferma, sonora e inattesa fece trasalire tutti. Penelon portò una mano agli occhi e guardò colui che correggeva con tanta precisione la manovra del suo capitano.

«Noi facemmo ancor meglio, signore», disse il vecchio marinaio con un certo rispetto, «perché caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le barre al vento per correre davanti alla tempesta. Dieci minuti dopo caricammo le vele di gabbie e procedemmo senza vele.»

L’inglese scosse la testa: «Il bastimento era troppo vecchio per arrischiare questo», disse.

«È vero! E questo fu ciò che ci perdette… In capo a dodici ore eravamo sballottati di qui e di là, come se il diavolo ci avesse messo lo zampino, e si aprì una falla. “Penelon”, mi disse il capitano, “credo che affonderemo; dammi la barra del timone, e scendi nella stiva.” Gli cedetti il timone, e scesi; vi erano già novanta centimetri d’acqua. Risalii gridando: “Alle pompe! alle pompe!” Ma era troppo tardi. Tutti ci mettemmo all’opera, ma credo che più acqua toglievamo più ne entrava. “Ah, in fede mia”, dissi, dopo quattro ore di lavoro, “poiché affondiamo, lasciamoci affondare; non si muore che una volta.”

«“È così che dai l’esempio, Penelon?” disse il capitano. “Ebbene aspetta, aspetta!”

«E andò in cabina a prendere un paio di pistole. “Il primo che lascia la pompa”, disse, “gli brucio le cervella!”»

«Bravo!» disse l’inglese.

«Non c’è nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni», continuò il marinaio, «tanto più che il tempo si era rischiarato, e il vento cominciava a indebolirsi. Non è meno vero che l’acqua saliva sempre; non molto ma circa cinque centimetri l’ora; vedete, sembra che non sia niente, ma in dodici ore sono sessanta centimetri; e novanta che ne avevamo già, fanno centocinquanta; ciò vuol dire che quando un bastimento ha centocinquanta centimetri d’acqua nel ventre, può affondare da un momento all’altro.

«“Andiamo”, disse il capitano, “basta così; il signor Morrel non avrà nulla da rimproverarci: abbiamo fatto tutto ciò che si è potuto fare per salvare il bastimento; bisogna ora cercare di salvare gli uomini. Alla scialuppa, ragazzi, e più presto che si può!”

«Ascoltate signor Morrel», continuò Penelon, «noi amavamo molto il Pharaon; ma per grande che sia l’amore che i marinai portano al loro bastimento, essi però amano sempre di più la loro pelle. Così non ce lo facemmo ripetere due volte, mentre il bastimento sembrava dirci: “Andatevene dunque! Ma andatevene subito!” E non mentiva il povero Pharaon; noi lo sentivamo affondare sotto i nostri piedi. Ma tant’è: in men che non si dica la scialuppa era in mare, e in un batter d’occhio gli otto marinai erano dentro. Il capitano fu l’ultimo a scendere… o piuttosto no, non scese, non voleva abbandonare la nave, fui io che lo presi per la vita e lo gettai ai compagni, dopo di che saltai a mia volta. Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di vascello da quarantotto. Dieci minuti dopo, affondò la parte anteriore, poi la posteriore, quindi si mise a girare su se stesso, come un cane che corre dietro la propria coda, e infine, buonasera alla compagnia, brrrr! tutto fu finito, il Pharaon non c’era più! In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare a sorte per sapere chi sacrificare, come cannibali, quando scorgemmo la Gironda, le facemmo dei segnali… Ci vide, volse la prua verso di noi, ci spedì incontro la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, signor Morrel, parola d’onore! Sulla mia fede di marinaio! Non è vero, compagni?»

Un mormorio generale indicò che il narratore aveva avuto l’approvazione di tutti per la verità del racconto e il pittoresco dei particolari.

«Bene, amici miei», disse Morrel, «siete della brava gente; già sapevo che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, nessuno avrebbe avuto colpa fuorché il destino: questa è la volontà di Dio, e non colpa degli uomini. Chiniamoci alla volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo per il vostro soldo?»

«Oh, non parliamo di questo, signor Morrel…»

«Al contrario, parliamone», disse l’armatore con un triste sorriso.

«Ebbene, dobbiamo avere tre mesi di soldo», disse Penelon.

«Coclite, pagate duecento franchi a ciascuno di questi bravi uomini. In altri tempi, amici miei, avrei detto: date cento franchi a ciascuno di gratifica, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco denaro che mi resta non è più mio; scusatemi dunque, e non per questo cessate dall’amarmi.»

Penelon fece una smorfia di tenerezza, si voltò verso i compagni, scambiò con loro qualche parola e replicò: «Quanto a questo, signor Morrel», disse masticando tabacco, e lanciando nell’anticamera un secondo getto di saliva che andò a tener compagnia al primo, «quanto a questo…»

«A questo, cosa?»

«Al denaro…»

«Ebbene?»

«Ebbene, signor Morrel, i compagni dicono che per il momento sono sufficienti cinquanta franchi per ciascuno, e che per il resto aspetteranno.»

«Grazie, amici miei, grazie!» disse il signor Morrel commosso fino al cuore. «Siete tutti brava gente, ma prendete! prendete! e se trovate un buon servizio, accettate pure.»

Questa ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso su quei degni marinai, si guardarono gli uni e gli altri con la faccia smarrita. Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata di tabacco.

«Come, signor Morrel», disse con voce soffocata, «come, voi ci licenziate, siete dunque malcontento di noi?»

«No, figli miei», disse l’armatore, «no, non sono malcontento di voi, al contrario, no, io non vi licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinai.»

«Come, non avete più bastimenti?» disse Penelon. «Ebbene ne farete costruire degli altri! Aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ciò che vuol dire…»

«Io non ho più denari per far costruire bastimenti», disse l’armatore con un triste sorriso. «Quindi non posso accettare la vostra offerta, per quanto sia gradita.»

«Ebbene, se non avete più denari, allora non dovete pagarci; faremo come ha fatto il povero Pharaon, periremo anche noi, ecco tutto.»

«Basta, basta, amici miei», disse Morrel soffocato dall’emozione, «basta, ve ne prego, ci rivedremo in tempi migliori. Emmanuel, accompagnateli e vigilate affinché siano compiuti i miei desideri.»

«Almeno a rivederci, non è vero, signor Morrel?» disse Penelon.

«Sì, amici miei, almeno lo spero. Andate.»

E fece segno a Coclite che aprì il cammino, e i marinai seguirono il cassiere. Emmanuel tenne loro dietro.

«Ora», disse l’armatore a sua moglie e a sua figlia, «lasciatemi solo un momento, poiché debbo parlare con questo signore.»

E indicò con gli occhi il mandatario della casa Thomson e French che era rimasto in piedi e immobile in un angolo durante tutta quella scena, alla quale egli non aveva preso altra parte che quella delle poche parole che abbiamo riportato.

Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero completamente dimenticato, e uscirono; ma nel farlo la giovane lanciò a quell’uomo uno sguardo di sublime preghiera cui egli corrispose con un sorriso, che un freddo osservatore si sarebbe stupito di vedere spuntare su quel viso di ghiaccio.

I due uomini rimasero soli.

«Ebbene, signore», disse Morrel lasciandosi ricadere sulla sedia, «avete tutto visto e inteso, non ho altro da aggiungere.»

«Ho visto», disse l’inglese, «che vi è sopraggiunta una nuova disgrazia, immeritata come le altre, e ciò mi ha confermato nel desiderio di esservi utile.»

«Oh signore!» disse Morrel.

«Vediamo», continuò lo straniero, «sono uno dei vostri principali creditori, non è vero?»

«Siete almeno quello che possiede le cambiali a più breve scadenza.»

«Desiderate una dilazione per pagarmi?»

«Una dilazione potrebbe salvarmi l’onore», disse Morrel, «e per conseguenza la vita.»

«Quanto tempo volete?»

Morrel esitò.

«Due mesi», disse.

«Bene», fece lo straniero, «ve ne darò tre…»

«Ma, credete che la casa Thomson e French?…»

«State tranquillo, me ne assumo io la responsabilità. Oggi siamo al 5 giugno?»

«Sì.»

«Ebbene rinnovatemi tutte queste cambiali e al 5 settembre alle undici del mattino mi presenterò a voi.»

L’orologio in quel momento segnava appunto le undici precise.

«Vi aspetterò, signore, e sarete pagato, o io sarò morto.»

Queste ultime parole furono pronunciate a così bassa voce che lo straniero non poté intenderle.

Le cambiali furono rinnovate; vennero stracciate le antiche e il povero armatore si trovò almeno ad avere tre mesi per poter riunire le sue ultime risorse. L’inglese ricevette i suoi ringraziamenti con la flemma particolare alla sua gente, e prese congedo da Morrel, che lo accompagnò benedicendolo fino alla porta. Sulle scale incontrò Julie: la ragazza sembrava scendere, ma in realtà lo aspettava.

«Oh, signore!» disse giungendo le mani.

«Signorina», disse lo straniero, «voi un giorno riceverete una lettera firmata… Sinbad il marinaio. Fate ciò che vi dirà la lettera per quanto strana vi possa sembrare la raccomandazione.»

«Sì, signore», rispose Julie.

«Mi promettete di farlo?»

«Ve lo giuro.»

«Va bene: addio signorina, siate sempre buona e savia come siete e ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuel.»

Julie mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si tenne alla ringhiera delle scale per non cadere. Lo straniero continuò a scendere, facendole un gesto di addio. Nel cortile incontrò Penelon che teneva un rotolo di cento franchi in ciascuna mano, e che sembrava non decidersi a intascarli.

«Venite, amico mio», gli disse, «ho bisogno di parlarvi.»

30. Il 5 settembre

La dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e French nel momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero armatore uno di quei ritorni di fortuna che annunciano all’uomo che la sorte ha alfine cessato di perseguitarlo.

Lo stesso giorno raccontò a sua figlia e a Emmanuel quanto gli era accaduto; e un po’ di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia. Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa Thomson e French, che si era mostrata così propensa a un accomodamento; com’egli aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non amici.

Quando vi pensava, non comprendeva neppure la condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non la spiegava che con questa riflessione superlativamente egoista, che quella casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci deve quasi trecentomila franchi, e avere questa somma in capo a tre mesi, che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento del capitale.

Disgraziatamente, fosse odio, fosse accecamento, tutti i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione. Le cambiali sottoscritte da Morrel vennero presentate alla cassa con scrupoloso rigore, e grazie alla dilazione accordata dall’inglese furono pagate pronta cassa da Coclite, che continuò a rimanere tranquillo. Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15 i centomila franchi di Boville, e al 30 i trentaduemilacinquecento franchi di cambiali, per le quali, come per quelle dell’ispettore delle prigioni, aveva ottenuto una dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.

L’opinione di tutti i commercianti di Marsiglia era che Morrel non avrebbe potuto sostenere i rovesci continui che l’opprimevano. Fu dunque grande la meraviglia quando lo si vide compiere i pagamenti di fine mese con la solita puntualità. Ma non per questo ritornò la fiducia negli animi, e in molti predissero che alla fine del mese seguente sarebbe il disgraziato armatore sarebbe fallito.

Tutto il mese passò in sforzi inauditi da parte di Morrel per riunire tutte le sue risorse. In altri tempi le sue cambiali, a qualunque data, erano prese con fiducia, e anzi richieste da tutti. Morrel tentò di negoziare delle cambiali con scadenza a novanta giorni, e trovò tutti le banche chiuse.

Fortunatamente, aveva qualche incasso sul quale contare: così si trovò ancora in condizione di far fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte, il mandatario della casa Thomson e French non era più stato visto a Marsiglia.

L’indomani della sua visita a Morrel era sparito: siccome in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col sindaco, con l’ispettore delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre persone. In quanto ai marinai del Pharaon sembrava che avessero ritrovato da impiegarsi, poiché essi pure erano spariti.

Il capitano Gaumard, rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto a Palma, ritornò a sua volta. Esitò a presentarsi al signor Morrel; ma questi, saputo del suo arrivo, andò di persona a trovarlo. Il degno armatore sapeva già dal racconto di Penelon della coraggiosa condotta tenuta dal capitano durante tutto il naufragio, e si sforzò di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano Gaumard non avrebbe certamente osato andare a riscuotere.

Quando Morrel scese la scala, incontrò Penelon che saliva: aveva, a quanto sembrava, fatto un buon uso del denaro, poiché era vestito tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore, il degno timoniere parve molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo, masticando il tabacco e girando due grossi occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta di mano che gli offrì Morrel con la sua solita cordialità.

Morrel attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito: era evidente che non era entrato di tasca propria in tanto lusso; e chiaramente doveva essere già impiegato a bordo di qualche altro bastimento, e la vergogna gli veniva dal non avere, se è lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del Pharaon. Forse si recava dal capitano Gaumard per metterlo a parte della sua fortuna, e per fargli delle offerte per conto del nuovo padrone.

«Brava gente!» disse Morrel allontanandosi. «Possa il vostro nuovo padrone amarvi come vi amavo io, ed essere più felice di me!…»

Passò il mese di agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel, per rialzare il suo credito, o per aprirsene uno nuovo.

Il 20 agosto si seppe a Marsiglia che Morrel aveva trovato da occuparsi come staffetta postale; allora tutti supposero che alla fine del mese avrebbe depositato il bilancio, e che Morrel sarebbe partito prima per non assistere a quell’atto crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuel e il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione, allorché giunse il 31 agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro l’inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò con la stessa attenzione le cambiali che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla prima all’ultima con la stessa esattezza. Vennero anche presentati due rimborsi previsti da Morrel, e Coclite li pagò con la puntualità propria dell’armatore. Nessuno ci capiva più nulla, e i profeti di cattive notizie, con una particolare ostinazione, rinviavano il fallimento alla fine di settembre.

Giunse il primo del mese. Morrel era atteso da tutta la famiglia con la più grande ansietà, mentre contavano sull’esito del suo viaggio a Parigi come sull’ultima via di salvezza.

Morrel aveva pensato a Danglars, divenuto milionario, e un giorno suo sottoposto, perché era stata la raccomandazione di Morrel a far entrare Danglars al servizio del banchiere spagnolo, presso il quale era cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era possessore di sei-otto milioni, e che godeva di un credito illimitato.

Danglars senza levarsi uno scudo di tasca poteva salvare Morrel: non aveva che da garantire un prestito, e Morrel era salvo. Morrel da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive repulsioni che non sappiamo superare. Aveva aspettato fino a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo.

E aveva avuto ragione, poiché ritornava oppresso dall’umiliazione e dal rifiuto.

Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì alcuna recriminazione; aveva teso la mano amichevolmente a Emmanuel, si era chiuso nel suo ufficio del secondo piano, e aveva chiesto di Coclite. Le due donne dissero a Emmanuel: «Siamo perdute». Quindi, in un breve conciliabolo fra loro, convennero che Julie avrebbe scritto al fratello, di guarnigione a Nîmes, di venire subito a casa. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte Maximilien Morrel, sebbene appena ventiduenne, aveva già una grande influenza su suo padre.

Era un giovane avveduto e abile. Al momento di decidersi per la carriera, suo padre non aveva voluto imporgli una scelta ma si era consultato con lui.

Questi aveva detto di voler seguire la carriera militare: aveva di conseguenza fatto degli eccellenti studi, era entrato per concorso nella scuola politecnica, e n’era uscito sottotenente al 53° reggimento di linea.

Dopo un anno che occupava questo posto, aveva già la promessa che alla prima occasione l’avrebbero nominato tenente. Nel reggimento, Maximilien Morrel era citato come il più rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, ma anche di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato con altro nome, che con quello di Stoico.

Inutile dire che la maggior parte di coloro che lo chiamavano con tal soprannome, lo ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse significare.

La madre e la sorella lo chiamavano in loro soccorso per sostenerle nella grave situazione che presagivano. Non si erano ingannate sulla gravità di questi presentimenti perché un momento dopo che Morrel era entrato nel suo ufficio con Coclite, Julie vide uscire quest’ultimo pallido, tremante e col viso sconvolto.

Volle interrogarlo quando le passò accanto, ma il brav’uomo continuò a scendere la scala con una fretta che non gli era solita, e si contentò di gridare alzando le braccia al cielo: «Oh signorina, signorina! Quale orribile disgrazia, e chi l’avrebbe mai creduto!»

Poco dopo, Julie lo vide risalire portando due o tre grossi registri, un portafoglio e un sacchetto di monete.

Morrel consultò i registri, aprì il portafoglio, contò le monete.

Tutte ciò che possedeva ammontava a circa ottomila franchi; i suoi crediti realizzabili, fino al giorno 5, a quattro o cinquemila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di quattordicimila franchi, per far fronte a una cambiale di duecentoottantasettemilacinquecento franchi. Non era neppure il caso di offrire una simile somma in acconto.

Però quando Morrel scese per pranzare, sembrava tranquillo: il che spaventò le due donne assai più di un profondo abbattimento.

Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; andava a prendere il caffè al circolo dei Phocéens, o a leggere il «Sémaphore»: quel giorno non uscì, risalì nel suo ufficio.

Quanto a Coclite, sembrava completamente ebete. Durante una parte del giorno si era trattenuto in cortile, seduto sopra una pietra, con la testa nuda sotto un sole di trenta gradi.

Emmanuel cercava di tranquillizzare le donne, ma non aveva sufficiente eloquenza. Il giovane era troppo al corrente degli affari per non sapere che una grave catastrofe era imminente sulla famiglia Morrel.

Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che Morrel scendendo dall’ufficio sarebbe andato da loro; ma lo intesero passare davanti alla loro porta, camminando in punta di piedi, per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che entrò in camera sua, e si chiuse dentro.

La signora Morrel mandò sua figlia a letto; quindi, mezz’ora dopo che Julie si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, avanzò nel corridoio per vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito; s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava.

Era Julie che, inquieta anch’essa, aveva preceduto sua madre.

La ragazza le andò incontro dicendole: «Scrive».

Le due donne avevano avuto lo stesso pensiero senza esserselo comunicato. La signora Morrel guardò dal buco della serratura.

Infatti Morrel scriveva: ma ciò che non aveva visto la figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra una carta bollata. Le venne la terribile idea che stesse facendo testamento; rabbrividì e non ebbe forza di dire una parola.

Il giorno dopo Morrel sembrava più tranquillo, rimase alla scrivania come al solito e scese a far colazione. Solo dopo pranzo fece sedere la figlia vicino a sé, la cinse col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto.

La sera Julie disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo, aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente. Nello stesso modo passarono gli altri due giorni.

Il 4 settembre verso sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo studio. Julie rabbrividì a quella domanda che gli sembrò di cattivo augurio.

Perché dunque suo padre voleva quella chiave che lei aveva sempre custodito, e che non le era mai stata tolta, tranne da bambina per punirla? La ragazza guardò Morrel.

«Che ho fatto di male, padre mio», disse, «perché mi riprendiate questa chiave?»

«Niente, figlia mia», rispose lo sventurato Morrel a cui questa semplice domanda fece sgorgare dagli occhi il pianto, «nulla; solo ne ho bisogno.»

Julie finse di cercare la chiave.

«L’avrò lasciata in camera mia», mentì.

Uscì, ma invece di andare nella sua camera, scese e corse a consigliarsi con Emmanuel.

«Non restituite la chiave a vostro padre», disse questi, «e domattina, se è possibile, non lo lasciate solo un momento.»

Lei cercò invano di interrogare Emmanuel, ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.

Durante tutta la notte dal 4 al 5 settembre la signora Morrel rimase a origliare fino alle tre del mattino; intese suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si gettò sul letto.

Le due donne passarono insieme il resto della notte. Fin dalla sera precedente aspettavano Maximilien.

Alle otto Morrel entrò nella loro camera: era tranquillo, ma gli si leggeva sul viso pallido e smunto l’agitazione della notte.

Le donne non osarono chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu affabile con sua moglie, più tenero con sua figlia di quel che non fosse mai stato: non si stancava di guardare e abbracciare la povera ragazza.

Julie si ricordò la raccomandazione di Emmanuel, e volle accompagnare il padre quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole: «Resta con tua madre».

Julie tentò di insistere.

«Lo voglio!» disse Morrel.

Era la prima volta che diceva a sua figlia: «Lo voglio!» Ma lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che Julie non osò opporsi. Rimase al suo posto, ritta, muta e immobile.

Un istante dopo la porta si aprì, ed ella sentì due braccia che la stringevano e un bacio sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di gioia.

«Maximilien, fratello mio!» gridò.

A quel grido la signora Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del figlio.

«Madre mia», disse il giovane guardando alternativamente la madre e la sorella, «che accade? La vostra lettera mi ha spaventato!»

«Julie», disse la signora Morrel facendo un segno al figlio, «va’ a dire a tuo padre che è arrivato Maximilien.»

La ragazza si lanciò fuori dell’appartamento; ma sul primo gradino della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. «Siete voi la signorina Julie Morrel?» disse quell’uomo con accento italiano.

«Sì», rispose Julie balbettando, «ma che volete? Non vi conosco.»

«Leggete questa lettera», disse l’uomo.

Julie esitava.

«Ne va della salvezza di vostro padre!» disse il messaggero.

La ragazza gli tolse la lettera dalle mani, poi l’aprì e lesse con ansietà: «Recatevi subito ai viali di Meilhan, entrate nella casa al n. 15, domandate al portinaio la chiave della camera al quinto piano; entrate; prendete dalla mensola del caminetto una borsa di cordonetto di seta rossa e portatela subito a vostro padre. È indispensabile che l’abbia prima delle undici. Voi mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra promessa. Sinbad il marinaio».

La ragazza gettò un grido di gioia, volle interrogare l’uomo che le aveva consegnato la lettera, ma era già sparito. Riportò allora gli occhi sulla lettera per leggerla una seconda volta, si accorse che c’era un post-scriptum, e lo lesse. «È importante che adempiate questa missione di persona, e sola; se verrete in compagnia o altri verranno in vece vostra, il portinaio vi risponderà che non sa ciò che volete dire.»

Questo post-scriptum fece una forte impressione alla giovane. Doveva temere qualche cosa? Poteva essere una trappola che le si tendeva? La sua innocenza non le permetteva di sapere quale erano i pericoli che poteva correre una ragazza della sua età. Ma non c’è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi si temono di più i pericoli che non si conoscono.

Julie esitò; risolse di domandar consiglio, ma per uno strano sentimento non lo chiese, né a sua madre né a suo fratello, ricorse a Emmanuel. Ridiscese, raccontò l’accaduto nel giorno in cui il mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre, la scena della scala, ripeté la promessa che aveva fatta, e mostrò la lettera.

«Bisogna che andiate», disse Emmanuel.

«Andarci?» mormorò Julie.

«Sì, vi accompagnerò.»

«Ma non avete letto che devo andarci sola?»

«Sarete ugualmente sola, vi aspetterò all’angolo della strada del Museo e se tardate in modo da farmi nascere qualche inquietudine verrò a raggiungervi, e, ve l’assicuro, disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi!»

«In tal modo, Emmanuel», riprese esitando la ragazza, «il vostro consiglio è che io accetti questo invito?»

«Sì… Il messaggero non vi ha detto che si tratta della salvezza di vostro padre?»

«Ma che pericolo corre mio padre?» domandò la ragazza.

Emmanuel esitò un momento, ma il desiderio che Julie si risolvesse ad andare prevalse.

«Ascoltate», disse, «non è oggi il 5 settembre?»

«Sì.»

«Oggi alle undici vostro padre deve pagare circa trecentomila franchi.»

«Sì, lo sappiamo.»

«Ebbene», disse Emmanuel, «egli non ne ha neppure quindicimila in cassa.»

«E allora che avverrà?»

«Avverrà che se prima delle undici non trova qualcuno che gli venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato a mezzogiorno a dichiararsi fallito.»

«Ah, venite», gridò la ragazza, trascinando Emmanuel.

Nel frattempo la signora Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il giovane sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie capitate a suo padre, erano state introdotte molte economie nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a tal punto. Rimase annichilito; ma subito si lanciò fuori dall’appartamento, salì rapidamente le scale, credendo di trovare il padre in ufficio; ma bussò invano.

Mentre era alla porta, sentì che quella dell’appartamento si apriva, si voltò e vide suo padre. Invece di salire direttamente nel suo ufficio, Morrel era rientrato nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di sorpresa scorgendo Maximilien, poiché ne ignorava l’arrivo.

Rimase immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che teneva nascosto sotto l’abito. Maximilien scese sollecitamente la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d’improvviso si ritrasse, lasciando soltanto la mano destra appoggiata al petto di Morrel.

«Padre mio», disse, diventando pallido come la morte, «perché avete un paio di pistole sotto l’abito?»

«Oh, ecco avverarsi ciò che temevo», disse Morrel.

«Padre mio… padre mio! In nome del cielo», gridò il giovane, «che volete fare di queste armi?»

«Maximilien», rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, «tu sei un uomo, e un uomo d’onore, vieni e te lo dirò.»

E Morrel salì con passo sicuro fino al suo ufficio, mentre Maximilien lo seguiva barcollando: aprì la porta, e la richiuse dopo che fu passato il figlio, quindi attraversò l’anticamera, s’avvicinò alla scrivania, vi depose le pistole in un angolo, e mostrò a suo figlio con la punta del dito un registro aperto. Su di esso era fedelmente trascritto lo stato preciso della situazione: Morrel doveva pagare fra mezz’ora duecentoottantasettemilacinquecento franchi e in tutto ne possedeva quindicimiladuecentocinquantasette.

«Leggi!» disse Morrel. Il giovane lesse e rimase un momento sbigottito.

Morrel non diceva una parola: che avrebbe potuto dire o aggiungere all’inesorabile decreto delle cifre?

«E voi, padre mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia?» disse dopo un breve silenzio il giovane.

«Sì», rispose Morrel.

«Non contate su alcun rimborso?»

«No.»

«Avete esaurito tutte le risorse?»

«Tutte.»

«E fra mezz’ora…» aggiunse con voce cupa, «il nostro nome sarà disonorato?»

«Il sangue lava il disonore», disse Morrel.

«Avete ragione, padre mio, ora vi comprendo.» Quindi allungò la mano verso le pistole. «Ve n’è una per voi e un’altra per me», disse. «Grazie!»

Morrel gli fermò la mano. «E tua madre… e tua sorella… chi le manterrà?»

Un fremito corse per tutte le membra del giovane.

«Padre», disse, «pensate che, con ciò, mi dite di vivere?»

«Sì, te lo dico», riprese Morrel, «perché questo è il tuo dovere; tu hai uno spirito equilibrato e forte, Maximilien… tu non sei un uomo come gli altri. Nulla ti comando, nulla ti ordino; ti dico soltanto: esamina la situazione come se tu vi fossi estraneo, e giudica tu stesso.»

Il giovane rifletté un istante, quindi l’espressione della più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un movimento triste e lento le spalline del suo grado.

«Va bene», disse tendendo la mano a Morrel, «morite in pace, padre mio, io vivrò.»

Morrel fece per gettarsi alle ginocchia del figlio. Maximilien lo accolse fra le braccia, e per un momento quei due nobili cuori batterono l’uno contro l’altro.

«Tu sai che non è per mia colpa?» disse Morrel.

Maximilien sorrise.

«So, padre mio, che siete l’uomo più onesto che abbia mai conosciuto.»

«Va bene, è detto tutto: ora ritorna da tua madre e da tua sorella.»

«Padre mio», disse il giovane piegando un ginocchio, «beneditemi!»

Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sé, e v’impresse molti baci dicendo: «Oh sì, sì, ti benedico nel mio nome, nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta dunque ciò che essi ti dicono con la mia voce: l’edificio che la sventura ha distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse sarà accordata una proroga che a me sarebbe stata negata. Allora fa’ che la parola infame non sia pronunciata; mettiti all’opera, lavora, ragazzo!, lotta ardentemente e con coraggio! Vivete tu, tua madre e tua sorella del puro necessario, affinché giorno per giorno i beni di coloro che amo aumentino e fruttifichino tra le tue mani. Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello della riabilitazione, il giorno in cui, da questa stessa scrivania, tu potrai dire: “Mio padre è morto perché non poteva fare ciò che ho fatto io, ma è morto tranquillo, perché morendo sapeva che io lo avrei fatto”».

«Oh, padre mio, padre mio», esclamò il giovane, «se poteste vivere!…»

«Se io vivo tutto è perduto; se io vivo, la premura si cambia in dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho più infine che la bancarotta. Se muoio, al contrario, pensaci bene, Maximilien, il mio cadavere è quello di un onest’uomo disgraziato. Vivo, i miei migliori amici eviterebbero la mia casa; morto, Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo, tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad alta voce: “Sono il figlio di colui che si è ucciso, perché costretto per la prima volta a mancare alla sua parola”.»

Il giovane mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta che la necessità era accettata dal suo cuore, ma non dallo spirito.

«Ora», disse Morrel, «lasciami solo e cerca di allontanare le donne.»

«Non volete rivedere mia sorella?» domandò Maximilien.

Un’ultima e sorda speranza il giovane la riponeva in questo incontro, ecco perché lo proponeva.

Morrel scosse la testa.

«L’ho vista questa mattina», disse, «e le ho detto addio.»

«Non avete alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio?» domandò Maximilien con voce alterata.

«Sì, figlio mio, una raccomandazione sacra.»

«Dite, padre mio.»

«La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per egoismo (ma non sta a me leggere nel cuore degli uomini), è la sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra dieci minuti si presenterà per riscuotere una cambiale di duecentoottantasettemilacinquecento franchi, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerto una dilazione di tre mesi; questa casa sia rimborsata per prima, figlio mio, che quest’uomo ti sia sacro.»

«Sì, padre mio», disse Maximilien.

«E ora, ancora una volta, addio», disse Morrel, «va’, va’; ho bisogno di restar solo. Troverai il mio testamento nella scrivania della camera da letto.»

Il giovane rimase in piedi e inerte, senza avere che la forza della volontà, ma non quella dell’azione.

«Ascolta, Maximilien», disse suo padre, «supponi che io sia un soldato come te, che abbia ricevuto l’ordine di assalire un fortino, e che tu sapessi che vado incontro a una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: “Andate, padre mio, perché vi disonorereste restando, e val meglio la morte che l’onta?”»

«Sì, sì», disse il giovane, «sì».

E stringendo convulsamente tra le braccia il padre: «Coraggio, padre mio!» disse. E si lanciò fuori dall’ufficio.

Quando il figlio fu uscito, Morrel rimase un momento in piedi con gli occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò il cordone del campanello e suonò.

Di lì a poco comparve Coclite. Non era più l’uomo di prima, qui giorni di consapevolezza lo avevano annientato. Il pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava a terra più che altri vent’anni accumulati sulle spalle.

«Mio buon Coclite», disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile dire l’espressione, «tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel signore che venne già tre mesi fa… lo ricordi?… il mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunciarmelo.»

Coclite non rispose; fece segno di sì con la testa, andò a sedersi nell’anticamera e aspettò.

Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto. La lancetta camminava con una rapidità incredibile; gli sembrava di vederla andare.

Ciò che in quel momento passò nella mente di quell’uomo che, giovane ancora, e in conseguenza di un ragionamento falso, sebbene tale non sembrasse, stava per lasciare tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena di tutte le dolcezze della famiglia, è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato necessario essere presenti per averne un’idea.

La fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante rassegnata, gli occhi bagnati di lacrime, ma pur rivolti al cielo.

La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia: depose l’arma mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di non avere ancora detto abbastanza addio a quella figlia adorata. Ritornò a guardare l’orologio: egli non contava più i minuti, ma i secondi. Riprese l’arma con la bocca semiaperta e gli occhi fissi all’orologio: poi rabbrividì al rumore che faceva nel caricare il grilletto. In quel momento un sudore più freddo gli passò sulla fronte, un’angoscia mortale gli strinse il cuore; udì la porta delle scale cigolare sui cardini, aprirsi quella del suo ufficio: l’orologio stava per battere le undici.

Morrel non si voltò, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa Thomson e French…» Avvicinò l’arma alla bocca… D’improvviso, invece della voce di Coclite intese un grido… Era la voce di sua figlia… Si girò e scorse Julie… La pistola gli cadde di mano.

«Padre mio!» gridò la ragazza ansante, e quasi fuori di sé dalla gioia. «Salvo! Siete salvo!»

E gli si gettò tra le braccia, alzando in alto la borsa di cordonetto di seta rossa.

«Salvo? Figlia mia, che vuoi dire?»

«Sì, salvo! Guardate, guardate…» disse la ragazza.

Morrel prese la borsa e trasalì, perché un vago ricordo gli richiamò alla mente che quell’oggetto gli era in altro tempo appartenuto. Da una parte c’era la cambiale dei duecentoottantasettemilacinquecento franchi già quietanzata; dall’altra vi era un diamante della grossezza di una nocciola, con queste tre parole scritte sopra un pezzo di pergamena: «Dote di Julie».

Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva di sognare.

Nel medesimo istante l’orologio batté le undici. A ciascun battito il suo cuore tremò, come se fosse unito all’orologio da un filo invisibile.

«Raccontami, figlia mia», disse, «spiegati. Dove hai trovato questa borsa?»

«Nella casa al numero 15 dei viali di Meilhan sulla mensola del caminetto di una misera stanzetta al quinto piano.»

«Ma…» gridò Morrel, «questa borsa non è tua.»

Julie mostrò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuto la mattina.

«E sei andata sola, in quella casa?» disse Morrel dopo averla letta.

«Emmanuel mi ha accompagnata. Doveva aspettarmi all’angolo della strada del Museo, ma, cosa strana, al mio ritorno non c’era più.»

«Signor Morrel!» gridò una voce dalle scale. «Signor Morrel!»

«Questa è la sua voce…» disse Julie.

Nel medesimo istante entrò Emmanuel col viso sconvolto dalla gioia e dall’emozione.

«Il Pharaon!» gridò. «Il Pharaon!»

«Il Pharaon? Siete pazzo, Emmanuel? Sapete bene che colò a picco.»

«Il Pharaon, signore; il faro ha dato il segnale del Pharaon! Il Pharaon sta per entrare nel porto.»

Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono. La sua mente non riusciva a rendersi conto di quella serie di avvenimenti incredibili, inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta.

«Padre mio», gridò Maximilien, «perché dicevate dunque che il Pharaon era perduto? Il faro lo ha segnalato, e ora sta entrando nel porto.»

«Amici miei», disse Morrel, «se fosse vero, bisognerebbe credere a un miracolo! Ma è impossibile! Impossibile!»

Tutto ciò, sebbene sembrasse incredibile, era vero: la borsa che teneva in mano, la cambiale quietanzata, e il magnifico diamante.

«Ah, signore», disse Coclite a sua volta, «il Pharaon?»

«Andiamo, figli miei», disse Morrel alzandosi, «andiamo a vedere, e che il cielo abbia pietà di noi!, se si tratta di una falsa notizia.»

Scesero tutti: a metà delle scale li aspettava la signora Morrel; la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento furono alla Canebière. Una gran folla era sul molo. Tutta quella folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.

«Il Pharaon! Il Pharaon!» si diceva da ogni lato, da ogni bocca.

Infatti, cosa meravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre Saint-Jean un bastimento recava sulla poppa queste parole scritte a grandi lettere bianche: PHARAON MORREL E FIGLIO - MARSIGLIA.

Questo bastimento era assolutamente della stessa portata dell’altro Pharaon, ed era carico come l’altro d’indaco e di cocciniglia. Gettò l’ancora, ammainò le vele. Sul ponte il capitano Gaumard dava gli ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel.

Non c’era più dubbio, c’era la testimonianza dei sensi, e quella di diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano fra gli applausi di tutta la città, testimone di quel prodigio, un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, nascosto dietro la garitta di una sentinella, contemplava la scena, mormorando queste parole: «Nobile cuore, sii felice, sii benedetto per tutto ciò che hai fatto e ancora farai, e la mia riconoscenza resti nell’oscurità come il tuo beneficio!»

E con un sorriso di gioia e di felicità, abbandonò il luogo dove si era nascosto, e senza essere visto da alcuno, tanto erano tutti occupati dall’avvenimento della giornata, scese una di quelle piccole scalette che servono allo sbarco, e chiamò tre volte: «Jacopo! Jacopo! Jacopo!»

Allora una scialuppa gli si avvicinò, lo ricevette a bordo, e lo condusse a uno yacht ben attrezzato, sul ponte del quale balzò con l’agilità d’un marinaio; da là guardò ancora una volta Morrel, che piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta quella folla, ringraziando con uno sguardo incerto l’invisibile benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo.

«Ora», disse lo sconosciuto, «addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza… addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!»

A queste parole fece un segnale, e come se non avesse atteso che ciò per partire, lo yacht prese immediatamente il largo.

31. L’Italia e Sinbad il marinaio

Attorno all’inizio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani appartenenti alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte Albert di Morcerf, l’altro il barone Franz d’Epinay. Avevano convenuto fra loro che sarebbero andati a passare il carnevale a Roma, dove Franz, che abitava in Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto da cicerone ad Albert.

Ora, poiché non è cosa da poco l’andare di carnevale a Roma, soprattutto quando non si vuole andare a dormire in piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini proprietario dell’albergo Londra in piazza di Spagna, per pregarlo di tener loro un comodo appartamento.

Pastrini rispose che non aveva più che due camere e un locale al secondo piano, che offriva loro alla modica cifra di un luigi al giorno.

I due giovani accettarono, quindi Albert, volendo mettere a profitto il tempo che gli rimaneva, partì per Napoli. Franz restò a Firenze.

Dopo aver goduto qualche tempo dei piaceri che procura la città dei Medici, dopo aver a lungo passeggiato in quell’Eden che vien chiamato le Cascine, dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese il capriccio, essendo già stato a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l’isola d’Elba, luogo della forzata sosta di Napoleone.

Una sera dunque slegò una barchetta dall’anello di ferro che l’attraccava al porto di Livorno, vi si sdraiò sul fondo, avvolto nel suo mantello, e disse ai marinai queste sole parole: «All’isola d’Elba!»

La barca lasciò il porto come un uccello lascia il nido, e l’indomani Franz era a Portoferraio. Attraversò l’isola imperiale seguendo tutte quelle tracce lasciate dal gigante, e andò a imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo, sbarcò a Pianosa, dove veniva assicurato che avrebbe trovato un’infinità di pernici rosse.

La caccia fu pessima; Franz uccise a stento poche pernici magre, e come fanno tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun esito, risalì sulla barca di cattivo umore.

«Se Vostra Eccellenza volesse», gli disse il padrone della barca, «potrebbe fare una buona caccia.»

«E dove?»

«Vedete quell’isola?» continuò il marinaio stendendo il dito verso il mezzogiorno, indicando una massa conica che usciva dal mare e tinta di un bellissimo color indaco.

«Che isola è?» domandò Franz.

«È l’isola di Montecristo», rispose il livornese.

«Ma io non ho licenza d’andare a caccia in quell’isola.»

«Vostra Eccellenza non ne ha bisogno; l’isola è deserta.»

«Oh, perbacco, un’isola deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa.»

«È naturale, Eccellenza. L’isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile.»

«E a chi appartiene?»

«Alla Toscana.»

«E qual selvaggina vi si trova?»

«Migliaia di capre selvatiche.»

«Che vivono leccando delle pietre?» disse Franz con un sorriso d’incredulità.

«No, ma sfrondando le macchie, i mirti, e gli alti pruni che nascono tra i massi.»

«Ma dove dormirò?»

«A terra, o nelle grotte, oppure a bordo, avvolto nel vostro mantello. D’altra parte, se Vostra Eccellenza lo desidera, potremo partire subito dopo la caccia: sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e che quando non lavorano le vele, lavoriamo con i remi.»

Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e non avendo più inquietudini per l’alloggio a Roma, Franz accettò la proposta di rifarsi della sua prima caccia.

Alla risposta affermativa, i marinai si scambiarono alcune parole a bassa voce.

«Ebbene, che c’è di nuovo?» domandò. «Sarebbe sorta qualche difficoltà?»

«No», rispose il padrone, «ma dobbiamo avvertirvi che l’isola di Montecristo è in contumacia.»

«E che significa?»

«Significa che, siccome Montecristo è disabitata, e qualche volta serve da ancoraggio a contrabbandieri e pirati che vengono dalla Corsica e dall’Africa, se si venisse a conoscenza del nostro soggiorno nell’isola, saremmo costretti al nostro ritorno a Livorno, a fare una quarantena di sei giorni.»

«Diavolo! Questo cambia tutto: sei giorni! Sarebbe troppo.»

«Ma chi dirà che Vostra Eccellenza è stata a Montecristo?»

«Oh, non io di sicuro!»

«Oh, ma non sarò io certamente…» gridò Gaetano.

«E neppure noi!» dissero i marinai.

«In questo caso, andiamo a Montecristo.»

Il padrone ordinò la manovra, puntò la prua sull’isola e la barca si avviò da quella parte.

Franz lasciò compiere l’operazione, e quando ormai si era nella nuova rotta, quando la vela fu gonfia dalla brezza, e i quattro marinai ebbero preso il loro posto, tre davanti e uno al timone, riprese la conversazione.

«Mio caro Gaetano», disse al padrone, «voi mi avete detto, credo, che l’isola di Montecristo serve da rifugio a contrabbandieri e pirati, e ciò mi pare ben altra selvaggina che le capre selvatiche.»

«Sì, Eccellenza, è la verità.»

«Sapevo esservi dei contrabbandieri, ma credevo che dopo la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat.»

«Ebbene, Vostra Eccellenza sbaglia. Accade dei pirati come dei briganti, che sebbene siano creduti sterminati, aggrediscono tutti i giorni i viaggiatori fin sotto le porte di Roma. È successo presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se Vostra Eccellenza abitasse a Livorno, come facciamo noi, sentirebbe dire, di tanto in tanto, che un piccolo bastimento carico di mercanzie, o un bello yacht inglese atteso a Bastia, a Portoferraio o a Civitavecchia, non è mai arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto; e che, senza dubbio, si sarà infranto contro qualche scoglio. Ma lo scoglio che ha incontrato è invece una barca lunga e stretta, montata da sei o otto uomini, che l’ha sorpreso e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni di qualche isolotto selvaggio e disabitato, non diversamente dai briganti che fermano e spogliano una carrozza da posta in un bosco.»

«Ma infine», riprese Franz, sempre sdraiato nella barca, «perché quelli ai quali accadono simili disgrazie non le denunciano? Perché non richiamano su questi pirati la vigilanza del governo francese, sardo o toscano?»

«Perché?» disse ridendo Gaetano.

«Sì, perché?»

«Perché prima si trasporta dal bastimento, o dallo yacht, sulla barca tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e piedi a tutto l’equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla da ventiquattro, poi si fa un bel foro, della grandezza di un barile, nella chiglia del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto, e si torna sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una delle sue parti, poi si rialza, quindi s’immerge di nuovo affondando sempre più. D’improvviso si ode un rumore simile a quello di una cannonata: è l’acqua che fa saltare il ponte. Allora il bastimento si dibatte come chi sta per annegare, divenendo sempre più pesante. Ben presto l’acqua, troppo compressa nelle cavità, prorompe da tutte le aperture, simile ai getti che soffiano dagli sfiatatoi le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo rantolo, fa un giro su se stesso, e affonda, scavando nell’abisso un vasto imbuto, che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco, e finisce per cancellarsi del tutto, di modo che, in capo a cinque minuti, non c’è che l’occhio di Dio che possa andare a discernere nel fondo del mare il bastimento sparito. Comprenderete ora perché il bastimento non rientra in porto, e perché l’equipaggio non denuncia l’accaduto?»

Se Gaetano avesse raccontato la cosa prima di proporre la spedizione, è probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d’intraprenderla, ma la barca vogava nella direzione dell’isola, e gli sembrò che sarebbe stata una viltà ritornare indietro.

Franz era uno di quegli uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che, se il pericolo viene innanzi a loro, conservano una prontezza d’animo inalterabile per combatterlo; era uno di quegli uomini dal sangue freddo, che guardano un pericolo nella vita come un avversario in un duello, che ne calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che indietreggiano spesso per prender fiato, e per non comparir vili, infine che, rendendosi conto con un solo sguardo di tutti i loro vantaggi, ammazzano con un solo colpo.

«Bah», disse, «ho attraversato la Sicilia e la Calabria, ho navigato due mesi nell’arcipelago, e non ho mai visto l’ombra di un brigante o di un pirata.»

«Non ho raccontato tutto questo a Vostra Eccellenza», disse Gaetano, «per farla rinunciare al progetto; mi ha fatto delle domande, e io ho risposto.»

«Sì, mio caro Gaetano, la vostra conversazione è interessante; e siccome voglio goderne il più lungamente possibile, andiamo pure a Montecristo.»

Frattanto si avvicinavano rapidamente al termine del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei miglia l’ora. Man mano che si avvicinavano, l’isola sembrava sorgere gigantesca dal seno del mare e, attraverso l’atmosfera limpida degli ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli interstizi di quelli si vedevano rosseggiare le eriche e verdeggiare gli alberi. In quanto ai marinai, sebbene sembrassero perfettamente tranquilli, era però evidente che stavano all’erta, e che i loro sguardi scrutavano il vasto specchio su cui navigavano, e l’orizzonte, popolato soltanto da qualche peschereccio, le cui vele bianche si libravano, come gabbiani, sulla cima dei flutti.

Erano distanti soltanto una quindicina di miglia da Montecristo, quando il sole scomparve dietro la Corsica, le cui montagne comparivano a destra, delineando nel cielo il loro irregolare profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti alla barca.

Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a sé gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio luminoso fu spinto fino alla cima del cono, dove si fermò un istante, come il pennacchio di fuoco di un vulcano; finalmente l’ombra, sempre crescente, invase progressivamente la sommità, come aveva invaso la base, e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più oscurandosi: mezz’ora dopo era notte fatta.

Fortunatamente i marinai erano nei loro abituali paraggi, e conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poiché in mezzo all’oscurità profonda nella quale era avvolta la barca, Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine.

La Corsica era interamente sparita, e l’isola di Montecristo era divenuta invisibile; ma i marinai sembravano avere, come le linci, la facoltà di vedere nelle tenebre, e il pilota che stava al timone non mostrava la minima esitazione.

Era passata circa un’ora dal tramonto del sole, quando Franz credette di scorgere, a un quarto di miglio a sinistra, una massa scura, ma non era possibile distinguere ciò che fosse, e temendo di muovere a riso i marinai, scambiando una nube per la terraferma, stette zitto.

D’improvviso apparve una gran luce, la terra poteva assomigliare a una nube, ma quel fuoco non poteva essere una meteora.

«Che cos’è quella luce?» domandò Franz.

«Zitto!» disse Gaetano. «È un fuoco.»

«Ma non avete detto che l’isola è disabitata?»

«Ho detto che non aveva una popolazione stabile, ma ho detto pure che questo luogo è un rifugio dei contrabbandieri.»

«E dei pirati?»

«E dei pirati», continuò Gaetano, ripetendo le parole di Franz, «ed è perciò che ho dato ordine di passare oltre, poiché, come vedete, ora il fuoco è dietro di noi.»

«Ma quel fuoco», continuò Franz, «mi sembra piuttosto un motivo di sicurezza che d’inquietudine: gente che temesse di essere vista non accenderebbe fuochi.»

«Oh, questo non vuol dir niente», rispose. «Se voi in mezzo a questa oscurità poteste rilevare la posizione dell’isola, vedreste che quel fuoco, in quel punto, non può essere scorto né dalla Corsica, né dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare.»

«Credete che annunci cattiva compagnia?»

«È quello di cui bisognerà assicurarsi!» rispose Gaetano, tenendo sempre gli occhi fissi sull’isola.

«E come farete ad assicurarvene?»

«Adesso vedrete.»

A queste parole, Gaetano si consultò con i compagni, e dopo cinque minuti venne eseguita, nel più gran silenzio, una virata di bordo; quindi si riprese il cammino già fatto, e qualche secondo dopo quel cambiamento di direzione il fuoco disparve, nascosto dietro un picco roccioso. Allora il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone, una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all’isola distante circa cinquanta passi.

Gaetano calò la vela, e la barca rimase quieta sull’onda.

Tutto ciò fu fatto nel più grande silenzio; dopo il cambiamento di rotta non era stata pronunciata una parola a bordo. Gaetano, che aveva proposta la spedizione, se ne era assunta tutta la responsabilità.

Gli altri tre marinai, mentre preparavano i remi, pronti a fuggire remando, non distoglievano lo sguardo da lui per eseguire qualsiasi manovra che lor venisse ordinata da un gesto, e che per l’oscurità si sarebbe potuta eseguire molto facilmente.

Franz esaminava le sue armi con la prontezza d’animo che abbiamo in lui riconosciuta. Aveva due fucili a due canne e una carabina: li caricò, si assicurò che fossero a posto, e attese.

Nel frattempo Gaetano s’era tolto il gabbano e la camicia, aveva stretto i calzoni intorno ai fianchi, e siccome aveva i piedi nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe.

Così abbigliato, si mise l’indice della mano davanti alle labbra per ordinare il più profondo silenzio, e si calò in mare. Nuotò verso l’isola con tale cautela che riusciva impossibile udire il più piccolo rumore. Si poteva soltanto seguire con lo sguardo la traccia del suo nuotare dalla scia fosforescente prodotta dai suoi movimenti.

La scia ben presto scomparve: era segno evidente che Gaetano aveva preso terra.

Sul piccolo bastimento rimasero tutti immobili per una mezz’ora, trascorsa la quale si vide ricomparire dalla riva alla barca la scia luminosa.

In pochi istanti Gaetano raggiunse la barca.

«Ebbene?» fecero a un tempo Franz e i tre marinai.

«Ebbene», disse, «sono contrabbandieri spagnoli; e hanno con loro due banditi corsi.»

«E che fanno quei due banditi corsi con i contrabbandieri spagnoli?»

«Eh, mio Dio, Eccellenza», rispose Gaetano con un accento di vivo amore per il prossimo, «bisogna bene aiutarsi gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un po’ troppo perseguitati sulla terra; allora trovano una barca, e in essa dei buoni diavoli come noi; vengono a domandarci l’ospitalità nella nostra casa galleggiante. Non si può fare a meno di prestare soccorso a un povero diavolo perseguitato; noi li riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non costa nulla, e salva perlomeno la vita a qualcuno dei nostri simili, il quale, all’occasione, sa essere riconoscente del servizio reso, indicandoci un buon luogo dove sbarcare le nostre mercanzie senza essere infastiditi dai curiosi.»

«Va bene», disse Franz. «Anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un po’ contrabbandiere?»

«Eh, che volete», disse, con un sorriso impossibile a descriversi, «si fa un po’ di tutto; bisogna pur vivere.»

«Allora voi siete tra amici quando vi trovate con gli attuali abitanti dell’isola di Montecristo.»

«Pressappoco… Noi marinai abbiamo alcuni segni per riconoscerci.»

«E credete che non avremo nulla da temere sbarcando anche noi?»

«Assolutamente nulla! I contrabbandieri non sono ladri!»

«Ma quei due banditi corsi…» riprese Franz, calcolando prima tutte le probabilità di pericolo.

«Eh, mio Dio», disse Gaetano, «non è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui.»

«In che modo?»

«Senza dubbio, essi sono perseguitati per aver fatto la pelle a qualcuno, non per altro; come se non fosse nella natura dei corsi vendicarsi.»

«Che intendete dire col fare la pelle? Avere assassinato un uomo?» disse Franz.

«Intendo avere ucciso un nemico!» rispose il marinaio. «Il che è molto diverso.»

«Ebbene», disse il giovane, «andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri e ai banditi. Credete che ci verrà accordata?»

«Senza alcun dubbio.»

«Quanti sono?»

«Tre contrabbandieri e due banditi.»

«Va bene, sono appunto in numero pari al nostro: e siccome siamo in forza uguale, nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, saremo in grado di contenerli. Per l’ultima volta dunque: andiamo a Montecristo.»

«Sì, Eccellenza… Ma ci permette ancora di prendere qualche cautela?»

«Siete saggio come Nestore, e prudente come Ulisse. Quindi faccio ancor più che permettervelo, ma ve ne prego.»

«Ebbene, silenzio allora!» disse Gaetano.

Tutti tacquero.

Per un uomo come Franz che considerava tutte le cose sotto il loro vero aspetto, la situazione, senza essere pericolosa, non era priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda oscurità, isolato in mezzo al mare con marinai che non conosceva, che non avevano alcuna ragione d’essergli affezionati, e che sapevano che aveva nella cintura qualche migliaio di franchi, e che per più volte, se non invidiato, avevano almeno esaminato con molta curiosità le sue armi, che erano bellissime.

Inoltre stava per approdare con quegli uomini su un’isola che, sebbene portasse un nome molto religioso, non sembrava, dati i tre contrabbandieri e i due banditi, promettere un’ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei bastimenti affondati, che di giorno gli era sembrata esagerata, di notte gli apparve verosimile. Posto fra questi due pericoli, forse immaginari, ma fors’anche reali, non abbandonava i suoi uomini con gli occhi, né il fucile con la mano. I marinai avevano nuovamente issato la vela e avevano preso la rotta già percorsa nell’andare e venire.

Attraverso l’oscurità, Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di nuovo l’angolo di uno scoglio, scorse il fuoco che brillava più vivamente che mai, e intorno al quale erano sedute quattro o cinque persone.

Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi sul mare.

Gaetano continuò a costeggiare, mantenendo sempre la barca nella parte meno illuminata; quindi, quando si trovò proprio davanti al fuoco, volse la prua verso di esso ed entrò nel cerchio luminoso, intonando una canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, e i compagni ripetevano in coro il ritornello.

Alla prima parola della canzone, gli uomini seduti intorno al fuoco si erano alzati; e si erano avvicinati a riva, con gli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di giudicarne la forza, e d’indovinarne le intenzioni.

Ben presto parvero soddisfatti del loro esame, e a eccezione di uno che rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto intero.

Quando il battello fu a venti passi dalla terra, l’uomo che stava di sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente con la carabina un gesto simile a quello di un soldato in attesa della pattuglia, e gridò: «Chi vive?» in dialetto sardo.

Franz armò freddamente i due fucili.

Gaetano scambiò con quell’uomo alcune parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente riguardarlo, perché Gaetano voltandosi gli chiese: «Vostra Eccellenza vuol dire il suo nome, o mantenere l’incognito?»

«Il mio nome dev’essere del tutto sconosciuto a questi signori», rispose Franz, «dunque dite loro soltanto che io sono un francese che viaggia per diletto.»

Allorché Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella diede un ordine a uno degli uomini intorno al fuoco che subito si alzò, e scomparve fra le rocce.

Seguì un silenzio di qualche minuto.

Ognuno sembrava preoccupato dei propri affari: Franz dello sbarco, i marinai delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a questa apparente noncuranza tutti si osservavano attentamente.

L’uomo che si era allontanato ricomparve a un tratto dal lato opposto a quello da cui era sparito; fece un segno con la testa alla sentinella, che voltandosi verso la barca si limitò a dire: «S’accomodi».

Il s’accomodi degli italiani non è traducibile in altra lingua: significa a un tempo «Venite, entrate, siate il benvenuto, fate come se foste in casa vostra, voi siete il padrone». È come quella frase turca di Molière che stupiva tanto il gentiluomo borghese per la quantità di significati che aveva.

I marinai non se lo fecero dire due volte, con due colpi di remi, la barca toccò la riva. Gaetano saltò a terra, scambiò ancora qualche parola a voce bassa con la sentinella, i compagni scesero uno dopo l’altro, quindi fu la volta di Franz.

Egli aveva uno dei fucili a bandoliera, Gaetano l’altro: uno dei marinai teneva la carabina. Il vestito, un misto tra il costume di un artista e di un dandy, non ispirò alcun sospetto ai suoi ospiti e di conseguenza nessuna inquietudine.

Assicurata la barca alla spiaggia, si avviarono per cercare un comodo spazio per il bivacco; ma la direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che fungeva da guardia, perché gridò a Gaetano: «Non da quella parte!»

Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere altro si mosse verso la parte opposta, mentre i due marinai accesero dei rami d’albero al fuoco per farne una torcia e illuminare la via.

Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata, tutta circondata di rocce sulle quali erano state scavate alcune nicchie, in modo che si poteva stare seduti. Intorno verdeggiavano alcune querce nane e dei cespugli di mirto.

Franz prese uno dei rami accesi che servivano da torcia, e fu il primo a riconoscere, dalla comodità del luogo, che questa doveva essere una delle soste abituali dei visitatori dell’isola di Montecristo.

Quanto alla sua aspettativa di disavventure, era cessata; una volta messo piede a terra, una volta constatato l’atteggiamento se non amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione era sparita, e all’odore del capretto che arrostiva nel vicino bivacco, la preoccupazione era cambiata in appetito.

Disse due parole a Gaetano, e questi rispose che nulla era più facile quanto il preparare una cena in pochi minuti, avendo sulla barca del pane, del vino, le pernici prese a caccia, e un buon fuoco per farle arrostire.

«D’altra parte», aggiunse, «se Vostra Eccellenza è tentato dall’odore del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli e offrirli in cambio di un pezzo del loro capretto.»

«Fate», disse Franz, «fate pure, Gaetano, voi siete nato veramente col genio di negoziare.»

Nel frattempo i marinai avevano strappato delle eriche, e fatto dei fasci di mirto e di felci, a cui avevano dato fuoco con cui avevano acceso un bel fuoco.

Franz aspettò dunque con impazienza (annusando sempre l’odore del capretto) il ritorno di Gaetano, e allorché questi ricomparve, sembrava molto preoccupato.

«Ebbene», domandò, «che c’è di nuovo? È stata rifiutata la nostra offerta?»

«Al contrario», disse Gaetano, «il capo, cui è stato detto che voi siete un gentiluomo francese, v’invita a cena con lui.»

«Va bene», disse Franz, «mi sembra un uomo molto educato, questo capo, e non vedo perché dovrei rifiutare, tanto più che porto la mia parte di cena.»

«Oh, non è questo, egli ha di che cenare e più del necessario, ma mette una singolare condizione alla vostra visita in casa sua.»

«In casa sua?» disse il giovane. «Ha dunque fatto costruire una casa?»

«No, ma possiede un appartamento molto comodo, almeno a quanto si dice.»

«Dunque sapete chi è?»

«Ne ho soltanto sentito parlare.»

«In bene o in male?»

«In tutti e due i modi.»

«Che diavolo! E qual è la condizione che m’impone?»

«Che vi lasciate bendare gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda se non quando ve lo dirà lui stesso.»

Franz indagò per quanto possibile lo sguardo di Gaetano per sapere ciò che nascondeva quella proposta.

«Oh, diavolo», riprese questi, indovinando il pensiero di Franz. «Lo so bene, la cosa merita una riflessione.»

«Che fareste voi al mio posto?» chiese il giovane.

«Io, che non ho niente da perdere, accetterei.»

«Accettereste?»

«Non foss’altro che per curiosità.»

«Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo?»

«Ascoltate», disse Gaetano abbassando la voce, «io non so se tutto ciò che si dice è vero.» Qui si fermò guardando attorno se qualcuno ascoltava.

«E che si dice?»

«Si dice che costui abiti un palazzo sotterraneo, confronto al quale palazzo Pitti è poca cosa.»

«Questo è un sogno!» disse Franz.

«Oh, non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del San Ferdinando, vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili tesori non si trovano che nei racconti delle fate.»

«Ma sapete voi», disse Franz, «che con simili parole mi fareste credere di dover discendere nella caverna di Alì Babà!»

«Dico ciò che mi è stato detto, Eccellenza.»

«Allora mi consigliate di accettare?»

«Oh, non dico questo, Vostra Eccellenza faccia ciò che meglio crede; non vorrei darvi un consiglio in un simile frangente.»

Franz rifletté per qualche istante, e comprese che quell’uomo così ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava indosso altro che qualche migliaio di franchi: e siccome in tutto questo non intravedeva che un’eccellente cena, accettò.

Gaetano andò a portare la risposta.

Abbiamo detto che Franz era prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari possibile su un ospite così strano e misterioso. Si rivolse dunque a un marinaio, che durante questo tempo aveva spennato le pernici con la gravità di un uomo fiero delle sue funzioni, e gli chiese con che barca quegli uomini avevano potuto approdare, non vedendo né barche, né speroniere, né tartane.

«Oh, non è questo che mi dà pensiero», disse il marinaio, «conosco il bastimento sul quale navigano.»

«È un bel bastimento?»

«Ne auguro a Vostra Eccellenza uno simile per fare il giro del mondo.»

«E di che stazza?»

«Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento da diporto, uno yacht, come dicono gli inglesi, ma costruito in modo da poter tenere il mare con ogni tempo.»

«E dov’è stato costruito?»

«Non so, ma credo a Genova.»

«E come mai un capo di contrabbandieri», continuò Franz, «osa far costruire uno yacht per il suo commercio clandestino in un porto di Genova?»

«Non ho detto che il proprietario di questo yacht sia un capo di contrabbandieri.»

«No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano.»

«Gaetano aveva visto gli uomini dell’equipaggio da lontano, e quando lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno.»

«Ma se quest’uomo non è un capo di contrabbandieri, chi è mai?»

«È un ricco signore che viaggia per diletto.»

«Il personaggio diventa sempre più misterioso». pensò Franz, «poiché i racconti sono diversi», e disse: «Come si chiama?»

«Quando gli si domanda, risponde che si chiama Sinbad il marinaio; ma dubito che questo sia il suo vero nome.»

«Sinbad il marinaio?»

«Sì.»

«E dove abita questo signore?»

«Sul mare.»

«Di quale paese è?»

«Non lo so.»

«L’avete mai visto?»

«Qualche volta.»

«Che uomo è?»

«L’Eccellenza Vostra ne giudicherà personalmente.»

«E dove mi riceverà?»

«Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi ha parlato Gaetano.»

«E non avete mai avuto la curiosità quando siete venuto qui e avete trovato l’isola deserta, di cercare di penetrare in questo palazzo incantato?»

«Oh, sì, Eccellenza, e più d’una volta, ma le nostre ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercato la grotta dappertutto, e non abbiamo trovato il più piccolo passaggio. Si dice però che la porta non si apra con una chiave, ma con una parola magica.»

«Decisamente», mormorò Franz, «eccomi capitato in uno dei racconti delle Mille e una notte.»

«Sua Eccellenza vi aspetta», disse una voce dietro di lui, che riconobbe per quella della sentinella.

Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio dello yacht. Per tutta risposta, Franz si cavò di tasca il fazzoletto e lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola, gli furono bendati gli occhi con molta cautela; gli fu fatto giurare che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che fosse invitato a farlo.

Egli giurò.

Allora i due uomini lo presero ciascuno per un braccio, e s’incamminò guidato da essi e preceduto dalla sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che ripassava davanti al bivacco, quindi gli venne fatta continuare la strada per altri cinquanta passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte dove la sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che ora si capiva.

Ben presto un cambiamento di atmosfera avvertì Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino sentì aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera mutasse ancora di natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide lo lasciarono.

Si fece un breve silenzio, e una voce disse in buon francese, sebbene con un accento straniero: «Signore, siete il benvenuto in casa mia, e potete togliervi la benda».

Naturalmente, Franz non si fece ripetere l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò di fronte a un uomo sui trentotto-quarant’anni che indossava un abito tunisino, vale a dire una papalina rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le babbucce gialle, una magnifica sciarpa di cachemire gli cingeva la vita al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiaro acuto e ricurvo passava dentro alla cintura.

Sebbene di un pallore quasi livido, quell’uomo aveva lineamenti molto belli: gli occhi erano vivi e penetranti; il naso dritto, e quasi a livello della fronte, tradiva il tipo greco in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano mirabilmente sotto i baffi neri.

Soltanto quel pallore era strano: si sarebbe detto un uomo rinchiuso da lungo tempo in una tomba che non avesse potuto riprendere la carnagione dei vivi.

Senza essere alto, era ben fatto, e, come gli uomini del Mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli. Ma ciò che meravigliò Franz, che aveva trattato da visionario Gaetano, fu la sontuosità degli arredi.

Tutta la camera era tappezzata di stoffa turca color cremisi tessuta a fiori d’oro.

In un vano c’era una specie di sofà sormontato da un trofeo di armi arabe con i foderi di argento dorato e tempestate di pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di Venezia di una forma graziosa, e i piedi posavano su un tappeto turco.

Magnifiche le tende dalle quali entrò Franz, e quella davanti a un’altra porta che metteva in una seconda camera splendidamente illuminata.

L’ospite lasciò Franz per alcuni istanti immerso nella sorpresa, senza mai smettere di esaminarlo da capo a piedi.

«Signore», disse finalmente, «vi chiedo perdono delle cautele che son costretto a prendere con quelli che vengono introdotti qui, ma siccome la maggior parte dell’anno, quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, al mio ritorno, senza dubbio, troverei questo mio rifugio in cattivo stato; cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita che mi causerebbe, ma perché non avrei più la certezza di potermi separare dal resto del mondo quando me ne venisse la volontà. Ora cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo con l’offrirvi ciò che non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola, una cena discreta e un buon letto.»

«In fede mia, caro ospite», rispose Franz, «non vedo perché dobbiate scusarvi: ho sempre saputo che si bendano gli occhi alle persone che entrano nei palazzi incantati, vedete Raul negli Ugonotti, e veramente non posso lamentarmi, perché ciò che mi mostrate appartiene alle meraviglie delle Mille e una notte.»

«Ah, potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore di una vostra visita, mi sarei preparato. Ma alla fine metto a vostra disposizione il mio eremo com’è; e vi offro la mia cena, per quanto poca cosa. Alì, è tutto pronto?»

Nel medesimo istante la tenda si sollevò, e un nubiano, nero come l’ebano, e vestito d’una semplice tunica bianca, fece segno al padrone che poteva passare nella camera da pranzo.

«Ora», disse lo sconosciuto a Franz, «non so se siate del mio avviso, ma trovo che non vi è niente di più scomodo quanto restare due o tre ore in una stanza, senza sapere con quale nome o quale titolo chiamarsi. Rispetto troppo le leggi dell’ospitalità per non domandarvi né il nome né il titolo; vi prego soltanto di indicarmi come rivolgervi a voi. In quanto a me, per levarvi ogni imbarazzo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi Sinbad il marinaio.»

«E io», rispose Franz, «vi dirò, che siccome non mi manca altro, per essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada magica, così non trovo nessuna difficoltà che per il momento mi chiamiate Aladino. Non usciremo così dall’Oriente, dove sono tentato di credere di essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.»

«Ebbene, signor Aladino», disse lo strano anfitrione, «avete inteso che è tutto pronto? Vogliate dunque prendervi il disturbo di passare nella sala da pranzo; il vostro umilissimo servitore vi precederà per indicarvi il cammino.»

A queste parole venne sollevata la tenda, e Sinbad passò davanti a Franz.

Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente apparecchiata. Una volta convintosi di ciò che gli importava di più, girò lo sguardo intorno a sé. La sala da pranzo non era meno splendida dell’altra: essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi di grande valore, e ai quattro angoli di questa sala alquanto oblunga c’erano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle piramidi di frutta magnifiche: ananas di Sicilia, melegrane di Malaga, arance delle Baleari, pesche di Francia e datteri di Tunisi.

La cena si componeva di un fagiano arrostito con contorno di merli di Corsica, un cosciotto di cinghiale con la gelatina, un quarto di capretto alla tartara, e una gigantesca aragosta; tra una portata e l’altra, venivano serviti dei piattini contenenti degli entremets. I piatti erano d’argento, i piattini di porcellana del Giappone.

Franz si strofinò gli occhi per assicurarsi che non sognava. Alì soltanto serviva a tavola e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato fece i complimenti al suo ospite.

«Sì», disse questi facendo onore alla cena, «questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il meglio che può. Si ricorda che gli ho salvato la vita, e siccome, a quanto pare, ci tiene molto alla sua testa, mi è riconoscente di avergliela conservata.»

Alì, sebbene non intendesse una parola in francese, accorgendosi dagli sguardi di Sinbad che parlava di lui, si avvicinò alla tavola, prese la mano del padrone e la baciò.

«Sarei troppo indiscreto, signor Sinbad, se vi chiedessi in quale occasione faceste un così bell’atto?»

«Oh, mio Dio, è semplice. Sembra che il furbo avesse ronzato vicino al serraglio del bey di Tunisi, più di quel che fosse conveniente a uno del suo colore, per cui venne condannato dal bey ad avere la lingua, la mano e la testa tagliate; la lingua il primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Avevo sempre desiderato avere un muto al mio servizio: aspettai che gli fosse tagliata la lingua e andai a proporre al bey di darmelo in cambio di un magnifico fucile a due canne che il giorno prima mi era sembrato avesse destato i desideri di Sua Altezza. Egli tentennò un attimo, tanto gli premeva di finirla con quel povero diavolo. Ma io aggiunsi subito al fucile un coltello inglese da caccia; il Bey si decise a fargli grazia della mano destra e della testa, a condizione però che non avrebbe mai più messo piede in Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando l’infedele vede le coste dell’Africa, per quanto lontane, corre a rifugiarsi in fondo alla stiva, e non si può farlo uscire di là che quando si è persa di vista la terza parte del mondo.»

Franz restò un momento muto e pensieroso, non sapendo cosa pensare della crudele bonarietà con la quale il suo ospite gli aveva fatto quel racconto.

«E voi passate la vostra vita», disse, cercando di cambiare argomento, «viaggiando come il degno marinaio di cui avete preso il nome?»

«Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credevo di poterlo compiere…» disse lo sconosciuto sorridendo. «Ne ho fatti altri simili, e spero di poterli presto compiere.»

Sebbene Sinbad avesse pronunciato tali parole con la più grande pacatezza, i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia ferocia.

«Voi avete sofferto molto, signore?» disse Franz.

«Da che lo arguite?» disse.

«Da tutto», rispose Franz, «dalla vostra voce, dal vostro sguardo e dalla vita stessa che conducete.»

«Io conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da pascià: mi piace un luogo, vi resto, me ne annoio, parto: sono libero come l’uccello, ho le ali come lui. Le persone che mi circondano mi obbediscono; e qualche volta mi diverto a inceppare la giustizia umana o togliendole un bandito che cerca, o un galantuomo che perseguita. Poi ho la mia giustizia; giustizia alta e bassa, senza dilazioni, senza appello, che condanna o assolve e alla quale nessuno può obiettare. Ah, se aveste gustata la mia vita, non ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo, a meno che non aveste da compiere un qualche gran progetto.»

«Una vendetta, per esempio!» disse Franz.

Lo sconosciuto fissò sul giovane uno di quegli sguardi che penetrano nel più profondo del cuore e del pensiero.

«E perché una vendetta?» domandò.

«Perché», aggiunse Franz, «voi avete l’aspetto di un uomo che, perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da regolare.»

«Ebbene», disse Sinbad, ridendo con quello strano riso che mostrava i denti bianchi e aguzzi, «non avete indovinato. Io sono una specie di filantropo, e forse un giorno andrò a Parigi per far conoscenza col signor Appert, l’uomo dal piccolo mantello blu.»

«E sarà la prima volta che farete questo viaggio?»

«Oh, mio Dio, sì… Ho l’aspetto di essere ben poco curioso, non è vero? Ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò avverrà un giorno o l’altro!»

«E pensate di farlo presto questo viaggio?»

«Non lo so ancora; dipende da come i casi si presentano.»

«Vorrei esservi al tempo in cui vi verrete; cercherei di rendervi, per quanto mi fosse possibile, l’ospitalità che così largamente mi prodigate a Montecristo.»

«Accetterei la vostra offerta con gran piacere», rispose l’ospite, «ma disgraziatamente, se ci vado, sarò in incognito!»

Frattanto la cena proseguiva e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz, perché era molto se lo sconosciuto aveva toccato coi denti uno o due piatti dello splendido banchetto che aveva offerto e al quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore.

Finalmente Alì portò la frutta, o piuttosto prese i cestelli dal capo delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una tazza d’argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo.

Il rispetto col quale Alì aveva portato questa tazza stimolò la curiosità di Franz. Alzò il coperchio e vide un specie di pasta verdastra che assomigliava alla confettura di pere angeliche, ma a lui del tutto sconosciuta.

Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite vide che sorrideva del suo stupore.

«Voi non riuscite a indovinare», disse questi, «quale specie di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare… Non è vero?»

«Lo confesso.»

«Ebbene, questa specie di confettura verde è l’ambrosia che Ebe serviva alla tavola di Giove.»

«Ma questa ambrosia», disse Franz, «passando per le mani degli uomini, avrà certamente perso il nome celeste per prenderne uno umano. In lingua volgare, come si chiama questo ingrediente per il quale non sento però di avere grande simpatia?»

«Ah, ecco», gridò Sinbad, «spesso noi passiamo molto vicini alla fortuna senza vederla, senza guardarla, senza riconoscerla. Siete un uomo positivo, e l’oro è il vostro idolo? Gustate di questa, e le miniere del Perù, di Gizerate e di Golgonda vi saranno aperte. Siete un uomo di immaginazione? Siete un poeta? Gustaste di questa, e le barriere del possibile spariranno; vi si apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di cuore e di spirito nei domini senza confine dell’ideale. Siete ambizioso? Correte dietro le grandezze della terra? Gustate di questa, e dopo un’ora sarete idealmente, non re di un piccolo regno nascosto in un angolo d’Europa, come la Francia, la Spagna o l’Inghilterra, ma sarete il re del mondo. Il vostro trono sarà eretto sopra le montagne di Satana e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza essere costretto a baciarne gli artigli, sarete il sovrano, padrone di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? Non vi sembra cosa facile? Osservate!»

A queste parole scoprì la piccola tazza di argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiaio da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca, e l’assaporò lentamente con gli occhi semichiusi e la testa rovesciata all’indietro.

Franz gli lasciò tutto il tempo di gustare il suo cibo preferito; poi quando vide che ritornava un poco in sé gli disse: «Ma infine che cos’è questa vivanda preziosa?»

«Avete mai inteso parlare del Vecchio della Montagna, quello stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto?»

«Senza dubbio.»

«Ebbene, voi sapete che regnava in una ricca vallata dominata dalla montagna di cui aveva preso il pittoresco nome. In questa vallata c’erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in questi giardini vi erano dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell’Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi. Ora ciò che questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma un così dolce, inebriante, un così voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a colui che lo elargiva, e gli obbedivano ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui l’erba misteriosa, ora davanti a voi, aveva dato un saggio.»

«Allora», gridò Franz, «è l’hashish. Sì, la conosco, almeno di nome.»

«Precisamente, voi avete detto il suo vero nome, signor Aladino, questo è hashish, e del migliore e del più puro che si faccia ad Alessandria d’Egitto, l’hashish di Abou Gor, il gran confetturiere, l’uomo al quale si dovrebbe erigere un palazzo con questa iscrizione: AL MERCANTE DELLA FELICITÀ, IL MONDO RICONOSCENTE.»

«Sapete», disse Franz, «che mi viene voglia di giudicare da me stesso quanto c’è di vero nei vostri sperticati elogi?»

«Giudicate: ma non siate soddisfatto di un primo esperimento. Come in tutte le cose, bisogna abituare i sensi a una così nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della natura che non è fatta per la gioia e che ci avvince al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone, allora è il sogno che diventa vita, e la vita diviene sogno. Ma qual differenza in questa trasfigurazione! Paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro mondo per passare al mondo degli altri, vi sembrerà di passare a una primavera napoletana da un inverno della Lapponia. Vi sembrerà di lasciare l’Eden per la terra, il cielo per l’inferno. Gustate l’hashish, mio caro, gustatene!»

Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di quella pasta meravigliosa, misurato sulla quantità che ne aveva preso il suo anfitrione, e lo portò alla bocca.

«Diavolo!» disse, dopo avere inghiottito quella pasta divina. «Io non so se il risultato sarà gradevole quanto dite, ma la sostanza non mi sembra tanto succulenta quanto affermavate.»

«Perché le papille del palato non sono ancora abituate alla sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che gustaste le ostriche, il tè e i tartufi, li assaporaste con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguito? Comprendereste il piacere che provavano i romani nel condire i fagiani con l’assafetida, e i cinesi, che mangiano i nidi delle rondinelle? Eh, mio Dio, no. Ebbene, è lo stesso con l’hashish: mangiatene soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della squisitezza di questo, che oggi vi sembra forse fetido e nauseante. Ma ora passiamo nella camera accanto, e Alì ci servirà il caffè, e ci darà le pipe.»

Tutti e due si alzarono, e mentre colui cui si è dato il nome di Sinbad, e così chiamato per distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo domestico, Franz entrò nella camera attigua.

Questa era arredata più semplicemente sebbene non meno riccamente; di forma rotonda, un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, e il pavimento erano ricoperti di magnifiche pelli lisce e morbide come il più morbido tappeto; erano pelli di leoni dell’Atlante, dalle superbe criniere, pelli di tigri del Bengala dalle calde righe, pelli di pantere del Capo, macchiate come quella che apparve a Dante; infine pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre, dimodoché si sarebbe creduto di camminare sui prati più fioriti, e di riposare sui letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità di pipe con le canne di gelsomino e il bocchino d’ambra erano a portata di mano, e già preparate affinché non si avesse la noia di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno.

Alì le accese, e uscì per andare a prendere il caffè.

Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Sinbad si lasciò trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche in mezzo alla conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta esaltazione, alla quale si cede quasi sempre fumando un eccellente tabacco, che si direbbe porti via, col fumo, tutte le pene dello spirito, e renda in cambio al fumatore tutti i sogni dell’anima.

Alì portò il caffè.

«Come lo prendete?» disse lo sconosciuto. «Alla francese o alla turca, forte o leggero, con zucchero o senza, filtrato o bollito? Scegliete; c’è in tutti i modi.»

«Lo prenderò alla turca», disse Franz.

«E avete ragione: ciò prova che avete predisposizione per la vita orientale. Ah, gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In quanto a me», aggiunse, con uno di quei sorrisi singolari che non sfuggono, «quando avrò concluso i miei affari a Parigi, andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.»

«In fede mia», disse Franz, «questa sarà la cosa più facile del mondo perché sembra che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il giro del mondo in ventiquattr’ore.»

«Ah, ah, è l’hashish che agisce! Ebbene, aprite le ali, e volate nelle regioni sovrumane; non temete, si veglia su di voi, e se, come quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui per ricevervi.»

Disse qualche parola araba ad Alì, che fece un cenno affermativo, e si mise in disparte ma senza allontanarsi.

In quanto a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica fisica della giornata, tutte le preoccupazioni che avevano fatto nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un momento di riposo in cui si è svegli abbastanza per sentire che il sonno arriva. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza immateriale, lo spirito s’illuminasse in modo inaudito; i sensi sembravano raddoppiare le loro facoltà.

L’orizzonte si allargava, ma non l’orizzonte cupo sul quale aleggia un vago terrore, quale l’aveva osservato prima del sonno, ma un orizzonte azzurro, trasparente, vasto con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole ha di raggi, che la brezza ha di profumo: quindi, in mezzo al canto dei suoi marinai, canto così limpido e chiaro, che se ne sarebbe fatta un’armonia celeste se si fosse potuto, vedeva comparire l’isola di Montecristo non più come uno scoglio minaccioso tra i flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poiché un’armonia incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Anfione avesse voluto attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città.

Finalmente la barca toccò la riva, ma senza scossa, allo stesso modo che le labbra toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza che cessasse questa incantevole musica; scese, o meglio gli sembrò scendere qualche scalino respirando un’aria fresca e balsamica come quella che circondava l’isola di Circe, composta di tanti profumi da far andare in estasi, di ardori tali da far bruciare i sensi, e rivide tutto ciò che aveva visto prima del sogno, cominciando dall’ospite fantastico Sinbad fino ad Alì, il muto servitore; poi gli sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi come le ultime ombre di lanterna magica che si spenga, e si ritrovò nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade antiche che ardono nel mezzo della notte sul sonno della voluttà.

Erano le stesse statue belle per le forme e per la poesia, con gli occhi magnetici, con i capelli folti; erano Frine, Cleopatra, Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi in mezzo a loro s’insinuava una di quelle ombre calme, una di quelle visioni dolci che sembrano coprire di un velo gli occhi verginali.

Allora gli sembrò che quelle tre statue avessero riunito i loro amori per un solo uomo e che questi fosse lui; che si avvicinassero al letto sul quale egli faceva un secondo sogno, coi piedi coperti dalle loro lunghe e bianche tuniche, coi capelli ondeggianti sulle spalle, in una di quelle pose irresistibili, con uno di quegli sguardi inflessibili e ardenti, pari a quello che vibra il serpente all’uccello, e che lui si abbandonasse a quegli sguardi, dolorosi come un laccio, voluttuosi come un bacio.

Sembrò a Franz di chiudere gli occhi e, lanciano un ultimo sguardo intorno, intravedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, chiusi gli occhi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni più fantastiche.

Allora, per Franz che subiva la prima volta l’effetto dell’hashish, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.

32. Il risveglio

Quando Franz ritornò in sé, gli oggetti che lo attorniavano gli sembrarono una seconda parte del suo sogno. Si credette in un sepolcro dove a stento penetrava appena un raggio di sole, simile a uno sguardo di pietà. Stese la mano, e sentì del marmo, si mise a sedere, e si trovò avvolto nel mantello sopra un letto di eriche, molto soffici e odorose.

Ogni visione era scomparsa, e, come se le statue non fossero state che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano sparite al risveglio. Fece qualche passo verso il punto da dove veniva la luce, e a tutta l’agitazione del sonno successe la calma della realtà.

Si trovò in una grotta, avanzò verso l’apertura e attraverso la porta centinata scoprì un bel cielo turchino, e un mare azzurro. L’aria e l’acqua risplendevano ai raggi del sole mattutino; i marinai erano sulla riva, discorrendo e ridendo; a distanza di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora.

Gustò allora per un po’ la fresca brezza che gli accarezzava la fronte, ascoltò il mormorio dell’onda che moriva sulla spiaggia, lasciando sulle rocce merletti di schiuma bianca come l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a quell’incanto celeste che hanno le cose della natura, specialmente quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita esterna così pacifica, così grande gli rimandò la inverosimiglianza del suo sogno, e gli avvenimenti del giorno prima cominciarono a presentarsi alla sua memoria.

Si ricordò dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hashish. Solo, ripensandoci in pieno giorno, gli sembrò almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo spirito.

In certi momenti la sua immaginazione faceva apparire in mezzo ai marinai, o attraversare uno scoglio o dondolarsi sulla barca, una di quelle ombre che l’avevano deliziato durante la notte con i suoi baci. Peraltro aveva la testa del tutto libera, e il corpo perfettamente riposato; nessuna pesantezza al cervello, ma al contrario un certo benessere generale e una maggiore capacità di godere dell’aria e del sole.

Si avvicinò dunque con ilarità ai marinai.

Non appena lo videro, si alzarono, e il padrone si avvicinò a lui.

«Il signor Sinbad», disse, «ci ha incaricato di porgervi i suoi omaggi e ci ha detto di esprimervi il dispiacere per non aver potuto salutarvi personalmente, ma spera che lo scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a Malaga.»

«È dunque vero, mio caro Gaetano», disse Franz, «tutto ciò che mi è accaduto? Esiste in realtà un uomo che mi ha offerto un’ospitalità regale e che è partito durante il mio sonno?»

«È tanto vero, che potete vedere il suo piccolo yacht che si allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio.»

Dicendo queste parole, Gaetano stese un braccio nella direzione di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale della Corsica.

Franz prese un cannocchiale e lo puntò verso il luogo indicato. Gaetano non s’ingannava: sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte, teneva anche lui il cannocchiale puntato verso di lui.

Indossava lo stesso abito con cui gli si era presentato la sera prima e come s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. Franz gli rese il saluto, togliendosi a sua volta il fazzoletto e agitandolo allo stesso modo.

Dopo un minuto, una nuvoletta di fumo apparve a poppa del bastimento, se ne distaccò graziosamente e salì lentamente in alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.

«Sentite, sentite!» disse Gaetano. «Eccolo là, vi dice addio…»

Il giovane prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che il rumore potesse superare la distanza che separava lo yacht dalla costa.

«Che cosa comanda Vostra Eccellenza?» disse Gaetano.

«Che procuriate di accendere subito una torcia.»

«Ah sì, capisco», disse Gaetano, «per cercare l’ingresso del palazzo nascosto. Con molto piacere, Eccellenza, se la cosa vi diverte vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancato la mia curiosità, e ho finito per rinunciarvi. Giovanni», aggiunse, «accendi una torcia.»

Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo seguito da Gaetano.

Egli riconobbe il posto dove si era svegliato dal letto di eriche ancora tutto sottosopra, ma non gli valse girare la torcia su tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto qualche traccia di fumo che testimoniava che altri avevano tentato inutilmente la stessa ricerca. Tuttavia non lasciò un centimetro di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza esaminarlo; non vide una fessura senza che v’introducesse la lama del coltello da caccia; non osservò alcuna sporgenza senza attaccarvisi nella speranza che cedesse; ma tutto fu inutile, e senza alcun risultato perse due ore in questa ricerca. Infine rinunciò a ogni ulteriore indagine.

Gaetano era trionfante.

Quando Franz ritornò sulla spiaggia, lo yacht non era che un punto bianco all’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con quello strumento non distinse nulla.

Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le capre, cosa che sembrava aver dimenticato: prese il fucile, si mise a percorrere l’isola come l’aria di chi compie un dovere invece di prendersi diletto, e in capo a un quarto d’ora aveva già ucciso una capra e due capretti. Ma queste capre, sebbene selvatiche e svelte come i camosci, assomigliavano troppo alle nostre capre domestiche, per cui Franz non le considerò selvaggina.

Poi idee molto più importanti occupavano la sua mente. Fin dalla notte precedente si riteneva il vero protagonista di un racconto favoloso delle Mille e una notte, e si sentiva attratto verso la grotta da una forza invincibile.

Malgrado l’inutilità della sua prima perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo aver detto a Gaetano di fare arrostire uno dei capretti.

Questa seconda indagine durò molto tempo, poiché quando ritornò il capretto era arrostito e la colazione pronta.

Franz si sedette nel luogo in cui la sera prima aveva ricevuto l’invito a cena dal suo ospite misterioso, e rivide ancora un punto bianco, il piccolo yacht che continuava ad avanzare verso la Corsica.

«Ma», disse a Gaetano, «non mi avevate detto che Sinbad faceva vela per Malaga? Mi sembra invece che vada direttamente verso Porto Vecchio.»

«Non vi ricordate più», rispose il marinaio, «che fra la gente che componeva il suo equipaggio si trovavano due banditi corsi?»

«È vero! Andrà a lasciarli sulla costa.»

«Precisamente. Ah, è un individuo», gridò Gaetano, «che non teme cosa alcuna, a quanto si dice, e che per dare aiuto a un pover’uomo devierebbe il suo viaggio di duecentocinquanta chilometri.»

«Ma questo genere di aiuto potrebbe metterlo nei pasticci con le autorità del paese dove esercita tal genere di filantropia…» disse Franz.

«Ebbene», aggiunse Gaetano ridendo, «che cosa importa a lui delle autorità? Egli se la ride! Non hanno che da tentare di perseguitarlo. Intanto il suo yacht non è una nave, ma un uccello, e darebbe tre nodi su dodici a una fregata, e poi non ha che da scendere a terra egli stesso, e in ogni luogo troverebbe amici.»

Era chiaro in questa faccenda che Sinbad, l’ospite di Franz, aveva l’onore di essere in relazione con i contrabbandieri e i banditi di tutte le coste del Mediterraneo. Il che, però, rendeva ancora più strana la sua posizione.

Franz non aveva più nulla che lo trattenesse a Montecristo; aveva perso ogni speranza di scoprire il segreto della grotta. Si affrettò dunque a far colazione, ordinando ai suoi uomini di tener pronta la barca per quando avesse finito. Mezz’ora dopo era a bordo. Gettò un ultimo sguardo allo yacht che stava per sparire nel golfo di Porto Vecchio.

Dette il segnale della partenza.

Nel momento stesso in cui la barca si metteva in movimento, lo yacht spariva, e con esso si cancellava l’ultima realtà della notte precedente: la cena, Sinbad, l’hashish e le statue, tutto cominciava per Franz a confondersi nel medesimo sogno.

La barca navigò tutto il giorno e tutta la notte: e l’indomani, allo spuntar del sole, l’isola di Montecristo era a sua volta sparita.

Messo piede a terra, Franz dimenticò, momentaneamente almeno, gli avvenimenti passati, per non occuparsi più che dei suoi affari di piacere a Firenze, e di raggiungere l’amico che lo aspettava a Roma: partì dunque col corriere e il sabato sera si ritrovò in piazza della Dogana.

L’appartamento, come si disse, era già stato fissato da tempo; non restava dunque che recarsi all’albergo di Pastrini. Cosa non molto facile, mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti.

A Roma non vi sono che quattro grandi avvenimenti in un anno: il carnevale, la settimana santa, il Corpus Domini, e la festa di San Pietro. Il resto dell’anno la città ricade nella solita apatia, stato intermedio fra la vita e la morte, che la rende simile a una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già visitato cinque o sei volte, e aveva ritrovato ogni volta sempre più meravigliosa e fantastica.

Finalmente attraversò quella folla, che sempre più s’ingrossava, e giunse all’albergo.

Alla prima domanda, gli fu risposto, con quell’impertinenza propria dei vetturini delle carrozze e degli albergatori delle grandi locande, che non vi era posto per lui all’albergo Londra. Allora inviò il suo biglietto da visita a Pastrini, e si fece annunciare ad Albert di Morcerf. La cosa riuscì, e Pastrini accorse in persona scusandosi di aver fatto aspettare Sua Eccellenza, rimproverando i camerieri, prendendo il lume dalla mano del cicerone che si era già impadronito del viaggiatore. Si accingeva a condurlo da Albert, quando questi gli venne incontro.

L’appartamento fissato si componeva di due piccole stanze e di un soggiorno. Le due camere davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come un merito inapprezzabile. Il resto del piano era affittato a un ricco personaggio, creduto maltese o siciliano; l’albergatore non poté dirlo precisamente.

«Va benissimo, signor Pastrini», disse Franz, «ma ci vorrebbe subito una cena per questa sera, e una carrozza per domani e per i giorni successivi.»

«In quanto alla cena sarete subito servito, ma in quanto alla carrozza…»

«Come, in quanto alla carrozza!» esclamò Albert. «Un momento, un momento… non scherziamo, Pastrini, ci occorre una carrozza.»

«Eccellenza», disse l’albergatore, «si farà tutto quello che si potrà per averne una, ecco ciò che posso dirvi.»

«E quando avremo la risposta?» domandò Franz.

«Domani mattina», rispose l’albergatore.

«Che diavolo!» disse Albert, «la si pagherà più cara, ecco tutto… Il conto è presto fatto: da Drake e da Aaron si pagano venticinque franchi nei giorni ordinari e trenta o trentacinque franchi alla domenica e nei giorni festivi; aggiungete cinque franchi al giorno di senseria che farà quaranta, e non ne parliamo più.»

«Ho paura, signori, che anche offrendo il doppio, non riuscirete a trovarla.»

«Allora si facciano attaccare i cavalli alla mia. È un po’ malandata per il viaggio, ma non importa.»

«Non si troveranno cavalli.»

Albert guardò Franz come un uomo che riceve una risposta incomprensibile.

«Capite, Franz? Non si troveranno cavalli! Ma si potranno avere cavalli da posta?»

«Sono tutti noleggiati da quindici giorni, e non restano che quelli indispensabili al servizio.»

«Che ne dite?» domandò Franz.

«Dico che quando una cosa è al di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di passare avanti. La cena è pronta?»

«Sì, Eccellenza.»

«Ebbene, per ora ceniamo.»

«Ma la carrozza e i cavalli?» domandò Franz.

«State tranquillo, amico caro, verranno da sé; non si tratterà che di fissare il prezzo.»

Morcerf, con quell’ammirabile filosofia dell’uomo, che nulla crede impossibile fino a che la borsa è piena e il portafoglio guarnito, cenò, andò a letto, e sognò di essere al corso mascherato in una carrozza a sei cavalli.

33. I briganti romani

Il giorno seguente Franz si svegliò per primo e, appena riprese coscienza, suonò.

Il tintinnio del campanello risuonava ancora, che Pastrini in persona entrò.

«Ecco», disse l’albergatore con aria trionfante, e senza attendere che Franz lo interrogasse, «facevo bene ieri sera a non promettere niente; avete aspettato troppo, e adesso non c’è neppure una carrozza a nolo a Roma: per gli ultimi tre giorni, s’intende.»

«Sì», rispose Franz, «cioè per quelli in cui è assolutamente necessaria!»

«Che cosa c’è?» domandò Albert entrando. «Non si trovano carrozze?»

«Precisamente, mio caro amico», rispose Franz. «Avete indovinato al primo colpo.»

«Ah, è una gran bella città questa vostra città eterna!»

«Cioè, Eccellenza», riprese Pastrini, che ci teneva a veder rispettata dai clienti la capitale del mondo cristiano, «non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì sera; ma da oggi a domenica ne troverete cinquanta, se lo volete.»

«Non è poco», disse Albert. «Oggi è giovedì; chissà di qui a domenica quello che può accadere.»

«Accadrà l’arrivo di dieci o dodicimila forestieri», rispose Franz,«i quali renderanno la difficoltà sempre più grande.»

«Amico mio», disse Morcerf, «godiamo del presente, non ci prendiamo cura dell’avvenire.»

«Almeno», domandò Franz, «potremo avere una finestra?»

«Su che strada?»

«Sul Corso, perbacco!»

«Ah sì, una finestra», esclamò Pastrini. «Impossibilissimo! Ne restava una al quinto piano del palazzo Doria, ed è stata affittata a un principe russo per venti zecchini al giorno.»

I due giovani si guardarono stupefatti.

«Ebbene, mio caro», disse Franz ad Albert. «Sapete che cosa dovremmo fare? Andare a passare il carnevale a Venezia; almeno là, se non troviamo carrozze, troveremo gondole!»

«Ah, in fede mia, no», gridò Albert, «ho deciso di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse anche sopra a dei trampoli!»

«Bravo!» esclamò Franz. «È un’idea magnifica, soprattutto per spegnere i moccoli; ci maschereremo da Pulcinella e avremo un successo strepitoso.»

«Le Loro Eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica?»

«Perbacco», disse Albert, «credete che siamo persone da correre per le strade di Roma a piedi come scrivani o uscieri?»

«Vado a eseguire gli ordini delle Loro Eccellenze», disse Pastrini, «le avverto soltanto che la carrozza costerà sei piastre al giorno.»

«E io, caro Pastrini», disse Franz, «che non sono il milionario nostro vicino, vi avverto che essendo la quarta volta che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni feriali, per le domeniche e le feste; vi daremo dodici piastre per oggi, domani e dopodomani, e ci troverete ancora il vostro tornaconto.»

«Ma Eccellenza…» disse Pastrini, tentando di ribellarsi.

«Andate, andate mio caro», disse Franz, «o vado io stesso a fare il prezzo dal padrone delle scuderie, che conosco bene; è un vecchio amico, mi ha già rubato non poco denaro, e, nella speranza di rubarmene dell’altro, accetterà anche per un prezzo minore di quello che vi offro; perdereste così la differenza e la colpa sarebbe vostra.»

«Non vi prendete questo incomodo, Eccellenza», disse Pastrini col sorriso dello speculatore italiano che si confessa per vinto, «farò il meglio che potrò, e sarete contento.»

«Ecco ciò che si chiama ragionare!»

«Quando volete la carrozza?»

«Fra un’ora.»

«Fra un’ora sarà alla porta.»

Un’ora dopo effettivamente la carrozza aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che per la solennità della festa era salito al grado di carrozza. Ma sebbene di mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati ben contenti di avere un tale veicolo per gli ultimi tre giorni del carnevale.

«Eccellenza», gridò il cicerone, vedendo Franz affacciarsi alla finestra, «vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?»

Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo movimento fu di guardarsi intorno, ma era proprio a lui che venivano rivolte quelle parole.

Franz era l’Eccellenza, il calesse era la carrozza, il palazzo era l’albergo Londra.

Tutto il genio adulatorio della nazione era in quella sola frase.

Franz e Albert scesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le Loro Eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone saltò sul sedile di dietro.

«Dove vogliono andare le Loro Eccellenze?»

«Prima a San Pietro e poi al Colosseo», disse Albert da vero parigino.

Ma non sapeva una cosa, cioè che ci vuole un giorno per vedere San Pietro, e un mese per studiarlo.

La giornata fu tutta impiegata nel vedere San Pietro. D’improvviso i due amici si accorsero che era quasi sera. Franz guardò l’orologio: erano le quattro e mezzo. Ritornarono all’albergo. Giunti all’ingresso, Franz dette ordine al cocchiere di tenersi pronto per le otto; voleva far vedere ad Albert il Colosseo al chiaro di luna, come gli aveva fatto vedere San Pietro in pieno giorno. Quando si fa vedere a un amico una città, che si è già vista, ci si mette quella civetteria che si usa quando si indica una donna della quale si è stati l’amante. Di conseguenza Franz indicò al cocchiere il proprio itinerario: doveva uscire da porta del Popolo, girare intorno alle mura esterne della città, e rientrare da porta San Giovanni. In tal modo il Colosseo sarebbe apparso loro all’improvviso, e senza che il Campidoglio, il Foro, l’arco di Settimio Severo, il tempio di Antonino e Faustina e la Via Sacra anticipassero gli effetti di quelle maestose rovine.

Si fermarono per la cena.

Pastrini aveva promesso ai suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno discreto, non c’era nulla da dire.

Alla fine della cena, entrò egli stesso. Franz sulle prime credette che fosse venuto per ricevere i loro complimenti, e si apprestava a farglieli quando, alle prime parole, egli lo interruppe.

«Eccellenza», disse, «sono lusingato della vostra approvazione, ma non è questo il motivo che mi ha fatto salire da voi.»

«È forse per venirci a dire che avete trovato una carrozza?» domandò Albert, accendendo un sigaro.

«Nemmeno per questo, e anzi, Vostra Eccellenza farà bene a non pensarci più. A Roma le cose o si possono o non si possono fare. Quando vi si è detto che non si possono fare, tutto è finito.»

«A Parigi, è molto meglio; quando una cosa non si può avere, la si paga il doppio, e si ha all’istante ciò che si domanda.»

«Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi», disse Pastrini, un po’ contrariato, «e non so comprendere come con tante meraviglie che ci sono a Parigi, i parigini viaggino.»

«Ma vedete», disse Albert, mandando flemmaticamente alcune boccate di fumo verso il soffitto e rovesciando il capo indietro sulla sedia, «non vi sono che i pazzi, e gli oziosi come noi, che viaggino, la gente di buon senso non lascia la casa di rue Helder, il bastione di Gand, e il Café de Paris.»

Non è necessario dire che abitava nella via suddetta, che tutti i giorni faceva la sua passeggiata elegantemente vestito sul bastione di Gand, e che pranzava tutti i giorni al Café de Paris.

Pastrini rimase un momento silenzioso, era evidente che meditava sulla risposta che gli aveva dato Albert, risposta che senza dubbio non gli pareva molto convincente.

«Ma infine», disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni geografiche dell’albergatore, «eravate venuto con qualche scopo: volete esporci il motivo della vostra visita?»

«Oh è vero, eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto?»

«Precisamente.»

«Avete intenzione di visitare il Coliseo!»

«Cioè il Colosseo?»

«È la stessa cosa.»

«D’accordo.»

«Avete detto al vostro cocchiere di uscire da porta del Popolo, e fare il giro delle mura per rientrare da porta di San Giovanni?»

«Queste sono le mie precise parole.»

«Ebbene, questo itinerario è impossibile, o almeno molto pericoloso.»

«Pericoloso!? Perché?»

«A causa del famoso Luigi Vampa.»

«Per prima cosa, mio caro Pastrini, chi è questo famoso Luigi Vampa?» domandò Albert. «Può essere famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è del tutto sconosciuto a Parigi.»

«Come, non lo conoscete?»

«Non ho quest’onore.»

«Ebbene, è un bandito, vicino al quale De Cesaris e Gasparone non sono che dei chierichetti.»

«Attenzione, Albert!» esclamò Franz. «Ecco finalmente un brigante!»

«Vi avverto, mio caro Pastrini, che non crederò una parola di tutto ciò che state per dirci; ma parlate quanto volete, vi ascolto. “C’era una volta…” Avanti dunque.»

Pastrini si voltò dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole dei due giovani.

Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: aveva alloggiato molti francesi, ma non aveva mai ben compreso certi lati del loro carattere.

«Eccellenza», disse con gravità, rivolgendosi a Franz, «se mi credete un cantastorie è inutile che vi dica ciò che volevo; posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che ho per le Loro Eccellenze.»

«Albert non vi ha detto che siete un cantastorie, mio caro Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà, ma io vi crederò, state tranquillo: parlate dunque.»

«Però convenite, Eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità delle mie parole…»

«Mio caro, voi siete più permaloso di Cassandra, che pure era una profetessa, e alla quale nessuno credeva; mentre voi siete sicuro di essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, e diteci chi è questo signor Vampa.»

«Ve lo dissi, Eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai avuto l’eguale dall’epoca di Mastrilli.»

«Ebbene, che rapporto ha questo bandito con l’ordine che ho dato al cocchiere di partire da porta del Popolo e di rientrare per porta San Giovanni?»

«C’è», rispose Pastrini, «che potreste uscire dall’una ma dubiterei che potreste entrare dall’altra.»

«E perché?» domandò Franz.

«Perché quando è notte, non c’è sicurezza in quelle strade.»

«Davvero?» esclamò Albert.

Pastrini, sempre punto nel fondo dell’anima per i dubbi sulla sua sincerità, rispose: «Signor conte, ciò che dico non è per voi, ma per il vostro compagno di viaggio che conosce Roma e sa benissimo che su queste cose non si scherza».

«Mio caro», disse Albert rivolgendosi a Franz, «ecco un’ammirabile avventura: riempiamo il nostro calesse di pistole, tromboni, e fucili a due canne. Luigi Vampa viene per arrestarci, e noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio al Senato romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza e due cavalli delle sue scuderie: e negli ultimi giorni, godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.»

«In primo luogo», domandò Franz ad Albert, «dove prendere queste pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete riempire la vostra carrozza?»

«Certamente non potrei prenderli nel mio arsenale», diss’egli, «perché a Terracina mi è stato tolto perfino il pugnale. E voi?»

«Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente.»

«Così, mio caro Pastrini», disse Albert accendendo un secondo sigaro con il mozzicone del primo, «sapete che questa è una fortuna stramaledetta per quei banditi?»

«Sua Eccellenza sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene aggrediti dai banditi», rispose Pastrini, che non voleva mettersi a fare osservazioni sulle leggi d’oltralpe.

«Come?» gridò Albert, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi svaligiare senza dir niente. «Come non c’è l’uso?»

«No, perché qualunque difesa sarebbe inutile. Che volete fare contro una dozzina di briganti che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi puntano le armi alla gola?»

«Ah, perbacco! Voglio farmi ammazzare!» esclamò Albert.

L’albergatore si voltò verso Franz con una espressione che voleva dire: «Davvero, Eccellenza, il vostro amico è pazzo».

«Mio caro Albert», disse Franz, «la vostra risposta è sublime, e merita il “dovea morir!” del vecchio Cornelio; soltanto che, quando Orazio rispondeva questo, si trattava della salvezza di Roma, e la cosa era abbastanza importante: ma in quanto a noi non si tratterebbe che di un capriccio, e sarebbe ridicolo rischiare la propria vita per soddisfare un tal capriccio.»

«Ah, perbacco!» esclamò Pastrini. «Questo si chiama parlare!»

Albert si versò un bicchiere di lacrima christi, che sorseggiò borbottando parole confuse che nessuno poté intendere.

«Ebbene, Pastrini», continuò Franz, «ora che il mio amico si è calmato, e voi avete potuto apprezzare le mie intenzioni pacifiche, sentiamo: chi è questo signor Luigi Vampa? È giovane o vecchio? È contadino o patrizio? descrivetecelo affinché se lo avessimo per caso da incontrare, come Jean Sbogar, o Lara, lo possiamo riconoscere.»

«Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti particolari, poiché ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si ricordò, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza, e non solo mi lasciò andare senza esigere riscatto, ma volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi tutta la sua storia.»

«Vediamo l’orologio», disse Albert.

Pastrini cavò dal taschino un magnifico Breguet, recante il nome dell’autore, il timbro di Parigi e una corona da conte.

«Eccolo qui», diss’egli.

«Caspita!» fece Albert. «Vi faccio i miei complimenti. Io ne ho uno pressappoco come questo, che costa tremila franchi. Eccolo…» e prese l’orologio dal taschino del panciotto.

«Sentiamo ora la storia», disse Franz, prendendo una sedia, e facendo segno a Pastrini di sedersi.

«Le Loro Eccellenze mi permettono?» disse l’albergatore.

«Perbacco», disse Albert, «non siete un predicatore, mio caro, per parlare sempre in piedi.»

L’albergatore si sedette, dopo aver fatto un rispettoso saluto a ciascuno dei suoi uditori come per far intendere che era pronto a dar loro quei particolari ch’essi avessero domandato.

«A noi!» disse Franz fermando Pastrini nel momento che stava per aprire bocca. «Dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era ragazzo; è dunque ancora molto giovane?»

«Lo credo bene! Ha appena ventidue anni! È un giovanotto che ne farà di strada, state sicuri.»

«Che ne dite, Albert? È una bella cosa a ventidue anni essersi già fatta una reputazione», disse Franz.

«Sì certamente, e alla sua età, Alessandro, Cesare e Napoleone non erano famosi quanto lui, e sì che poi hanno fatto parlare di loro nel mondo.»

«E così», riprese Franz, rivolgendosi all’albergatore, «l’eroe di cui ora sentiremo la storia, non ha che ventidue anni?»

«Appena compiuti, come ebbi l’onore di dirvi.»

«È alto o piccolo?»

«Di media statura, pressappoco come voi, signore», disse l’albergatore, indicando Albert.

«Grazie del paragone», disse quegli, inchinandosi.

«Continuate, Pastrini», riprese Franz sorridendo della suscettibilità del suo amico. «E a quale classe sociale apparteneva?»

«Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte di San Felice situata fra Palestrina e il lago di Gabri. Nacque a Pampinara e all’età di cinque anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore ad Agnani, possedeva un piccolo gregge e viveva della lana dei montoni e del latte delle pecore che andava a vendere a Roma. Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno all’età di sette anni, andò a trovare il curato di Palestrina, e lo pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perché il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero per poter mantenere un prete, e che, non avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del ritorno, e di fargli così lezione, avvertendolo che sarebbe stata breve, e che di conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto per trarne profitto. Il fanciullo accettò con gioia.

«Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada da Palestrina a Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il prete e il fanciullo si sedevano sul margine di un fosso e il giovane pastorello faceva lezione sul breviario del curato. Ma non era tutto, bisognava ora imparare a scrivere. Il curato fece fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, uno grande, uno medio e l’altro piccolo, e gli mostrò che copiando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, con l’aiuto di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere. La sera stessa, quando ebbe ricondotto il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo e lo arroventò, lo martellò, lo arrotondò, e ne formò una specie di stiletto antico: l’indomani si procurò altri pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo altri tre mesi sapeva scrivere.

«Il curato, meravigliato di quella profonda intelligenza, e ammirato da tanta buona volontà, gli regalò parecchi quaderni, alcune penne e un temperino. Era un nuovo esercizio da fare, ma ciò era niente in confronto al già fatto. Otto giorni dopo maneggiava la penna con la stessa facilità con la quale usava lo stiletto. Il curato raccontò quest’aneddoto al conte di San Felice, che volle vedere il pastorello, lo fece leggere e scrivere innanzi a sé, ordinò al suo intendente di farlo mangiare con i domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con questo denaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Difatti esercitava su tutti gli oggetti la sua attitudine al disegno, e, come Giotto fanciullo, ritraeva sulle lavagne le pecore, gli alberi, le case. Poi con la punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Anche Pinelli, il popolare artista, aveva cominciato così.

«Una ragazzina di sei-sette anni, cioè poco più giovane di Vampa, custodiva ella pure delle pecore in una vicina tenuta, presso Palestrina: era orfana, nata a Valmontone, e si chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’uno accanto all’altro, lasciavano le loro greggi mischiarsi e pascolare insieme, chiacchieravano, ridevano, giocavano; poi la sera separavano il gregge del conte di San Felice da quello del barone di Cervetri e si lasciavano, promettendosi di ritrovarsi l’indomani. L’indomani infatti mantenevano la parola, e intanto crescevano uno accanto all’altra. Vampa compì dodici anni e Teresa undici. I loro istinti naturali si svilupparono. A parte l’amore per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso nella solitudine, egli era a tratti triste, ardente, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone era riuscito, non solo ad avere alcuna influenza su di lui, ma neppure divenire suo amico. Il suo temperamento risoluto e l’essere sempre disposto a esigere, senza mai lasciarsi piegare ad alcuna concessione, allontanava da lui ogni sentimento di amicizia e ogni dimostrazione di simpatia. Solo Teresa comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo quel carattere tutto d’un pezzo, che si piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di un uomo si sarebbe irritato all’eccesso.

«Teresa, al contrario, era vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civettuola. I due scudi che Luigi riceveva dall’intendente del conte di San Felice e il ricavato di tutti i lavori d’intaglio che vendeva ai negozianti di giocattoli di Roma, si tramutavano in orecchini di perle, in collane di vetro, in spille d’oro. Grazie alla prodigalità del giovane amico, Teresa era la più bella e la più elegante di tutte le contadine dei dintorni di Roma.

«I due giovani continuavano a crescere, passando la giornata insieme, e si abbandonavano senza ritegno a tutti gli istinti della loro natura; così nelle conversazioni, nei loro desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano di vascello o governatore di una provincia; Teresa si vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori in livrea. Quando avevano passato un’intera giornata ad abbellire il loro avvenire di questi folli e brillanti sogni, si separavano per ricondurre ciascuno il proprio gregge all’ovile, ricadendo dall’altezza dei sogni alla umiliante realtà della loro condizione. Il giovane pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva visto un lupo uscire dalle montagne della Sabina e gironzolare attorno al gregge. L’intendente gli diede un fucile; era ciò che ambiva Vampa. Quel fucile aveva un’eccellente canna di Brescia che sparava come una carabina inglese; un giorno il conte, nell’ammazzare una volpe ferita, ne aveva rotto il calcio, ragion per cui il fucile era stato messo fra gli scarti. Non c’era difficoltà ad aggiustarlo per un intagliatore come Vampa. Esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare per metterlo a posto, e fece un altro calcio, pieno di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe potuto guadagnarci una ventina di scudi, se fosse andato a venderlo in città. Ma non lo vendette: un fucile era stato da tempo il sogno del giovane.

«In tutti i paesi il primo bisogno che prova ogni cuore forte, ogni giovane vigoroso, è quello di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e che rendendo pericoloso chi la porta, spesso lo fa temuto. Da quel giorno Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti che gli rimanevano liberi: comprò polvere e pallottole, e tutto gli serviva da bersaglio: il tronco di un ulivo, triste, sottile e cenerino, che vegeta sul pendio delle montagne della Sabina; la volpe, che la sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; l’aquila, che si leva in aria. Ben presto diventò così bravo, che Teresa, superato quel primo timore causato dalla detonazione, si divertiva nel vedere il giovane amico colpire il punto indicato, così precisamente come avesse accompagnato il tiro con la mano.

«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco, vicino al quale i due giovani avevano l’abitudine di stare; il lupo non aveva fatto dieci passi sulla radura che già era morto. Vampa, fiero di questo bel colpo, se lo caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti questi episodi davano a Luigi una certa reputazione nei dintorni della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi, si forma un seguito d’ammiratori. Nei luoghi vicini si parlava di questo giovane pastore come del più destro, del più forte, e del più bravo contadino che ci fosse a dieci leghe di distanza, e sebbene Teresa, in una cerchia più estesa ancora, passasse per la più bella delle ragazze della Sabina, nessuno si arrischiava a dirle una parola d’amore, perché la si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due giovani non si erano mai detti che si amavano. Erano cresciuti l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le radici nel suolo e intrecciano i rami nell’aria, il profumo nel cielo; soltanto, il desiderio di vedersi era lo stesso in entrambi: il desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile comprendere la morte che una separazione, anche di un sol giorno. Teresa aveva allora sedici anni e Vampa diciassette.

«In quel tempo si cominciava a parlare molto di una banda di briganti che si rintanava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quanto efficaci furono le misure prese, non è mai stato completamente sconfitto nelle nostre campagne. Qualche volta manca un capo, ma, quando se ne presenta uno, è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, perseguitato negli Abruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne una vera guerra, aveva attraversato il Garigliano come Manfredi, ed era giunto, fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi lungo le rive dell’Amasina. Egli stava per organizzare una banda che avrebbe seguito le orme di Gasparone e di De Cesaris, che sperava ben presto di superare.

«Molti giovani di Palestrina, di Frascati e di Pampinara scomparvero da casa. Sulle prime, si stette in pena per loro, ma in breve si seppe ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano ovunque citate imprese di questo capo, bandito di estrema audacia e di rivoltante brutalità.

«Un giorno rapì una ragazza, la figlia d’un agrimensore di Frosinone. Le leggi dei banditi sono positive: una giovane appartiene a colui che l’ha rapita; poi la cede agli altri che la tirano a sorte fra loro, e l’infelice serve ai piaceri di tutta la banda fino a che i banditi non l’abbandonano o muore. Quando i parenti sono ricchi abbastanza per riscattarla, si invia loro un messaggero che tratta la taglia da sborsare: la testa della prigioniera risponde della sicurezza dell’emissario. Se la taglia è rifiutata, la prigioniera è irrevocabilmente condannata.

«La giovane aveva nella banda di Cucumetto il suo amante che si chiamava Carlini. Riconoscendo il giovane, gli tese le braccia, e si credette salva. Ma il povero Carlini, vedendola, sentì spezzarglisi il cuore, perché non si faceva illusioni sulla triste sorte che l’attendeva. Tuttavia, essendo il favorito di Cucumetto, e affrontando da tre anni con lui gli stessi pericoli, e avendogli salvato una volta la vita uccidendo con un colpo di pistola un gendarme che aveva già levato la sciabola sul suo capo, sperò che costui avrebbe avuto un po’ di pietà. Lo chiamò da parte, mentre la giovane, appoggiata contro il tronco di un pino in una radura della foresta tutta nuda e ricoperta soltanto della pittoresca capigliatura delle contadine romane, nascondeva il viso ai lussuriosi sguardi dei banditi. Carlini raccontò tutto al suo capo, i suoi amori con la prigioniera, i loro giuramenti di fedeltà, e come ogni notte, quando la banda era in quei pareggi, si dessero appuntamento in un luogo appartato. Proprio quella sera, Cucumetto aveva inviato Carlini in un villaggio vicino, e così non aveva potuto trovarsi all’appuntamento; ma Cucumetto vi era giunto per caso e aveva così rapito la ragazza. Carlini supplicò il suo capo di fare un’eccezione e rispettare Rita, dicendogli che il padre era ricco, e avrebbe sborsato qualunque somma per riscattarla.

«Cucumetto parve arrendersi alle preghiere dell’amico, e lo incaricò di trovare un contadino da poter mandare dal padre di Rita a Frosinone. Carlini allora si avvicinò alla ragazza, le disse all’orecchio che era salva, e la invitò a scrivere a suo padre una lettera su quanto le era accaduto annunciandogli che la somma del riscatto era fissata in trecento piastre. Al padre non si concedevano che dodici ore, vale a dire fino alle nove del mattino del giorno seguente.

«Scritta la lettera, Carlini corse in pianura per cercarvi un messaggero. Trovò un giovane che faceva pascolare il suo gregge. I messaggeri naturali dei briganti sono i pastori, che vivono fra la città e la montagna, tra la vita selvaggia e la vita incivilita. Il giovane pastore partì subito, promettendo di essere in meno di un’ora a Frosinone.

«Carlini tornò, felice e contento, a raggiungere la sua amante e annunciarle la buona novella. La banda era al medesimo posto e cenava allegramente con le provviste che i briganti prendevano ai contadini come tributo: fra quegli allegri convitati Carlini cercò inutilmente Cucumetto e Rita. Domandò dove fossero; i banditi risposero con uno scoppio di risa. Un freddo sudore gli imperlò la fronte, e parve che l’angoscia lo prendesse per i capelli. Ripeté la domanda. Uno dei convitati riempì un bicchiere di vino di Orvieto e glielo tese dicendo: “Alla salute del bravo Cucumetto e della bella Rita!”

«In quel momento Carlini credette di udire un grido di donna: indovinò tutto. Prese il bicchiere e lo spezzò sulla faccia di colui che glielo aveva offerto, poi si lanciò nella direzione del grido. A cento passi, dietro un cespuglio, trovò Rita svenuta fra le braccia di Cucumetto. Scorgendo Carlini, Cucumetto si alzò tenendo in ognuna delle mani una pistola. I due banditi si guardarono un istante: l’uno, il sorriso della lussuria sulle labbra; l’altro, il pallore della morte sul viso. Si sarebbe creduto che tra quei due uomini stesse per succedere qualche cosa di terribile. Ma a poco a poco i lineamenti di Carlini cominciarono a distendersi: la mano, che aveva portato a una delle pistole che pendevano dalla cintura, ricadde lungo il fianco. Rita era coricata fra loro due. La luna rischiarava la scena.

«“Ebbene?” gli disse Cucumetto. “Hai fatto la commissione di cui eri incaricato?”

«“Sì, capitano”, rispose Carlini, “domani, prima delle nove, il padre di Rita sarà qui col denaro.”

«“A meraviglia! Intanto, nell’attesa, noi vogliamo passare una notte allegra. Questa giovane è magnifica, e tu hai davvero buon gusto, caro Carlini. Così, siccome non sono egoista, torniamo dai nostri compagni per tirare a sorte colui cui ora deve appartenere.”

«“Siete deciso ad abbandonarla alla legge comune?” chiese Carlini.

«“E perché si dovrebbe fare eccezione in suo favore?”

«“Avevo creduto che alla mia preghiera…”

«“Ma che cosa sei più degli altri, tu?”

«“È giusto.”

«“Ma sta’ tranquillo”, rispose Cucumetto ridendo, «prima o dopo, verrà anche il tuo turno…»

I denti di Carlini si serrarono al punto che parevano spezzarsi.

«“Andiamo”, disse Cucumetto, facendo un passo verso i convitati. “Tu non vieni?”

«“Vi seguo…”

«Cucumetto si allontanò, senza perdere di vista Carlini, perché temeva che volesse colpirlo alle spalle, ma niente nel brigante tradiva un’intenzione ostile. Era in piedi, le braccia conserte, vicino a Rita sempre svenuta. Cucumetto pensò per un istante che il giovane la stesse per prendere fra le braccia e fuggisse con lei. Ma ciò gli importava poco: da Rita aveva avuto quel che voleva; quanto al denaro, trecento piastre divise fra la banda, faceva una così povera somma che ben poco gliene importava. Continuò dunque il suo cammino verso i briganti; ma, con suo gran stupore, Carlini vi arrivò quasi prima di lui.

«“L’estrazione a sorte! l’estrazione a sorte!” gridarono tutti i banditi, nello scorgere il loro capo.

«E gli occhi di tutti quegli uomini sfavillarono di ebbrezza e di lascivia, mentre la fiamma del fuoco acceso gettava su tutti una luce rossastra che li faceva somigliare a demoni. La loro richiesta era giusta: e il capo fece un cenno con la testa, in segno di assenso. Tutti i nomi furono subito messi in un cappello, compreso quello di Carlini, e il più giovane della banda tirò fuori un foglietto dall’urna improvvisata. Quel foglietto portava il nome di Diavolaccio; era quello stesso che aveva proposto a Carlini di bere alla salute del capo, e a cui Carlini aveva risposto spezzandogli il bicchiere sulla faccia. Diavolaccio, vedendosi favorito dalla fortuna, diede in uno scoppio di risa.

«“Capitano”, disse, “poco fa, Carlini non ha voluto bere alla vostra salute; proponetegli di bere alla mia… Avrà forse più riguardo per voi che per me.”

«Ognuno si aspettava una reazione violenta di Carlini; ma, con grande stupore di tutti, prese con una mano un bicchiere, con l’altra un fiasco, e, riempiendo il bicchiere, disse con voce perfettamente calma: “Alla tua salute, Diavolaccio!” e tracannò il contenuto del bicchiere con mano ferma. Poi, sedendosi accanto al fuoco: “La mia porzione di cena!” disse. “La corsa fatta mi ha ridestato l’appetito.”

«“Viva Carlini!” gridarono i briganti.

«“Ecco ciò che si dice prender la cosa da buon compagno.”

«E tutti si rimisero in circolo intorno al fuoco, mentre Diavolaccio si allontanava.

«Carlini mangiava e beveva, come nulla fosse accaduto. I briganti lo guardavano, meravigliati dalla sua impassibilità, quando sentirono dietro di loro un passo pesante. Si voltarono e scorsero Diavolaccio che teneva tra le braccia la ragazza. Lei aveva la testa rovesciata, e i lunghi capelli arrivavano fino a terra. Mentre entravano nel cerchio di luce proiettato dal fuoco, si accorsero del pallore della donna e del bandito. Quell’apparizione aveva qualcosa di così strano e di solenne che tutti si alzarono, eccetto Carlini, che rimase seduto, e continuò a bere e mangiare come se nulla accadesse intorno a lui.

«Diavolaccio continuava ad avanzare in mezzo al più profondo silenzio e depose Rita ai piedi del capitano. Allora tutti poterono vedere la causa del pallore di entrambi. Rita aveva un coltello conficcato sino al manico sotto il seno sinistro. Tutti gli sguardi si portarono su Carlini; la guaina del coltello pendeva vuota dalla sua cintura.

«“Ah, ah”, disse il capo, “ora capisco perché Carlini era rimasto indietro.”

«Ogni natura selvaggia è capace di apprezzare una forte azione; sebbene forse nessuno di quei banditi avrebbe fatto ciò che aveva fatto Carlini, tutti però compresero il suo atto.

«“Ebbene”, disse Carlini alzandosi a sua volta e avvicinandosi al cadavere, la mano sulla impugnatura di una pistola, “c’è ancora qualcuno qui che mi disputa questa donna?”

«“No”, disse il capo. “È tua.”

«Allora Carlini la prese fra le braccia, e la portò fuori dal cerchio di luce proiettato dalla fiamma. Cucumetto dispose le sentinelle come al solito, e i banditi si sdraiarono intorno al fuoco, avvolti nei loro mantelli. A mezzanotte la sentinella dette l’allarme, e in un istante tutti furono in piedi, il capo e i suoi compagni. Era il padre di Rita, venuto lì di persona a portare la somma per il riscatto di sua figlia.

«“Tieni», disse a Cucumetto, porgendogli una borsa di denaro, “ecco le trecento piastre, rendimi mia figlia.»

«Ma il capo, senza prendere il denaro, gli fece cenno di seguirlo. Il vecchio obbedì; tutti e due si allontanarono sotto gli alberi, attraverso i cui rami filtravano i raggi della luna. Finalmente Cucumetto si fermò, allungando una mano e mostrando al vecchio due persone sotto un albero.

«“Ecco”, disse, “domanda di tua figlia a Carlini, egli te ne renderà conto.”

«E se ne tornò dai suoi compagni.

«Il vecchio rimase immobile, gli occhi fissi. Sentiva che qualche sventura ignota, immensa, inaudita gravava su di lui. Fece qualche passo, ma non riusciva a distinguere le due figure. Al rumore che il vecchio faceva avanzando, Carlini alzò la testa, e le forme delle due persone cominciarono ad apparirgli più distinte. Una donna era coricata per terra, la testa posata sulle ginocchia di un uomo seduto e chino su di lei; nell’alzare la testa, quell’uomo aveva scoperto il volto della donna, che teneva serrato contro il petto. Il vecchio riconobbe sua figlia, e Carlini riconobbe il vecchio.

«“T’aspettavo…” disse il bandito al padre di Rita.

«“Miserabile!” disse il vecchio. “Che hai fatto?”

«E guardava con terrore Rita, pallida, immobile, insanguinata, con un coltello nel petto. Un raggio di luna la rischiarava con la sua pallida luce.

«“Cucumetto ha violato tua figlia”, disse il bandito, “e siccome io l’amavo, l’ho uccisa; poiché, dopo di lui, sarebbe stata il trastullo di tutta la banda.”

«Il vecchio non pronunciò una parola; solamente divenne pallido come uno spettro.

«“E ora”, disse Carlini, “se ho avuto torto, vendicala!”

«E strappato il coltello dal seno della fanciulla, levandosi in piedi, lo porse al vecchio, mentre con l’altra mano slacciava la camicia sul petto, offrendolo nudo.

«“Hai fatto bene» gli disse il vecchio con voce cupa. “Abbracciami, figlio mio.”

«Carlini si gettò singhiozzando fra le braccia del padre della sua amata: erano le prime lacrime che versava quell’uomo sanguinario.

«“E ora”, disse il vecchio a Carlini, “aiutami a seppellire mia figlia.”

«Carlini andò a cercare due zappe, e il padre e l’amante si misero a scavare la terra ai piedi di una quercia, i cui folti rami dovevano far ombra alla tomba della fanciulla.

«Quando la fossa fu scavata, il padre abbracciò Rita per primo, dopo abbracciò l’amante. Quindi, prendendola l’uno per i piedi, l’altro per le spalle, la calarono nella fossa. Ciò fatto, s’inginocchiarono ai due lati della tomba e recitarono le preghiere dei morti. Quando ebbero terminato, gettarono terra sul cadavere sino a che la fossa fu colma. Infine, stringendogli la mano, il vecchio disse a Carlini: “Ti ringrazio, figliolo… Ora lasciami solo”.

«“Ma…” disse Carlini.

«“Lasciami, te l’ordino.”

«Carlini obbedì: andò a raggiungere i suoi compagni, si avvolse nel mantello, e poco dopo parve addormentato profondamente come gli altri.

«Il giorno prima era stato deciso che la banda avrebbe cambiato rifugio. Un’ora prima dello spuntar del sole, Cucumetto svegliò i suoi uomini e fu dato l’ordine di partenza; ma Carlini non volle lasciare la foresta senza sapere che ne fosse del padre di Rita. Si diresse verso il luogo dove lo aveva lasciato. Trovò il vecchio impiccato a uno dei rami della quercia sulla tomba della figlia. Sul cadavere dell’uno e sulla tomba dell’altra, fece allora il giuramento di vendicarli entrambi. Ma quel giuramento non lo poté mantenere perché due giorni dopo, in uno scontro coi gendarmi romani, Carlini fu ucciso. Solamente, qualcuno si stupì che avesse ricevuto una pallottola nella schiena, mentre era sempre rimasto col viso rivolto al nemico. Lo stupore cessò quando uno dei briganti fece osservare ai compagni che Cucumetto era dieci passi dietro Carlini quando costui era stato colpito. La mattina della partenza dalla foresta di Frosinone, aveva seguito Carlini nell’oscurità, aveva inteso il giuramento fatto, e da uomo cauto lo aveva preceduto.

«Si raccontavano ancora su questo terribile capobanda altre storie non meno strane di questa. Così, da Fondi a Perugia, tutti tremavano al solo nome di Cucumetto. Le storie su questo capobanda erano spesso oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La pastorella tremava tutta a questi racconti; ma Vampa la tranquillizzava battendo in terra il suo bel fucile. Poi, se non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche corvo posato su un ramo, metteva il fucile alla guancia, premeva il grilletto, e l’animale, colpito, cadeva ai piedi dell’albero.

«Frattanto il tempo passava, i due giovani avevano stabilito di sposarsi quando Vampa avesse avuto vent’anni, Teresa diciannove. Erano orfani entrambi e non avevano altri permessi da chiedere che quello dei loro progetti per l’avvenire.

«Un giorno che parlavano dei loro propositi udirono due o tre colpi di fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso il quale i due giovani erano soliti far pascolare le greggi, e corse verso di loro. Giunto a portata di voce, gridò loro: “Sono inseguito, potete nascondermi?”

«I due giovani riconobbero subito nel fuggitivo un bandito: ma fra il bandito e il contadino romano vi è una innata simpatia, per cui il secondo è sempre disposto a rendere un favore al primo. Vampa, senza dire una parola, corse alla pietra che chiudeva l’ingresso di una grotta, scoprì l’entrata tirando a sé la pietra, fece segno al fuggitivo di entrare in quel nascondiglio sconosciuto a tutti, rimise la pietra a posto e ritornò a sedersi vicino a Teresa. Subito dopo quattro gendarmi a cavallo comparvero al limitare del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, il quarto trascinava per il collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, corsero di galoppo verso di loro, e li interrogarono; ma questi risposero che non avevano visto nulla.

«“Peccato”, disse il brigadiere, “perché quello che cerchiamo è il capo.”

«“Cucumetto?” non poterono fare a meno di gridare insieme Luigi e Teresa.

«“Sì”, rispose il brigadiere, “e siccome sulla sua testa c’è una taglia di mille scudi romani, voi ne avreste guadagnati cinquecento se ci aveste aiutati a prenderlo.”

«I due giovani si guardarono. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. Cinquecento scudi romani fanno circa tremila franchi e tremila franchi sono una fortuna per due poveri orfanelli sul punto di maritarsi.

«“Sì, peccato”, disse Vampa, “ma non abbiamo visto nessuno.”

«Allora i gendarmi perlustrarono i dintorni in tutte le direzioni, ma inutilmente: quindi se ne andarono. Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva visto attraverso una fessura del macigno i due giovani discorrere coi gendarmi. Non aveva alcun dubbio sull’argomento della conversazione: aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi l’inalterabile decisione di non consegnarlo. Cavò di tasca una borsa d’oro per farne loro dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza: quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che avrebbe potuto comprare, ricchi gioielli e begli abiti, con quella borsa d’oro.

«Cucumetto era un demonio molto astuto, solo aveva preso le forme di un bandito invece che di serpente. S’accorse di quello sguardo, e riconobbe in Teresa una degna figlia d’Eva; e rientrò nella foresta voltandosi più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori.

«Il carnevale si avvicinava e il conte di San Felice annunciò un gran ballo mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante. Teresa aveva una gran voglia di vedere quel ballo. Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso per lui e per lei di assistervi, nascosti in mezzo alla servitù della casa; permesso che venne loro accordato.

«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a sua figlia Carmela, ch’egli adorava. Carmela aveva giusto l’età e la figura di Teresa ed era graziosa quanto lei. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, le sue spille di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti.

«Aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito pittoresco del villico romano in giorno di festa. Entrambi, si mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori e i contadini.

«La festa era magnifica. Non solo la villa era tutta illuminata, ma migliaia di lanterne colorate erano appese ai rami degli alberi nel giardino: ben presto la folla degli invitati straripò dal palazzo sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. A ogni crocicchio c’era un’orchestra, con buffet e rinfreschi; coloro che passeggiavano si fermavano in un punto qualsiasi, formavano delle quadriglie e ballavano. Carmela indossava il costume delle donne di Sonnino: aveva i capelli intrecciati di perle, con spilloni d’oro e di diamanti, la cintura era di seta turca a gran fiorami di broccato, il busto e le gonnelle di cachemire, il grembiule di mussola delle Indie, i bottoni del busto consistevano in altrettante perle. Due delle sue compagne portavano il costume delle donne di Ariccia. Quattro giovani delle più ricche e più nobili famiglie di Roma le accompagnavano, vestiti da contadini di Albano di Velletri, di Civita Castellana e di Sora. Quei vestiti, tanto quelli degli uomini, quanto quelli delle donne, erano risplendenti d’oro e di pietre preziose.

«A Carmela venne l’idea di fare una quadriglia; mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sé, e fra le invitate non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo e a quello delle compagne. Il conte di San Felice le indicò, fra le contadine, Teresa, appoggiata al braccio di Luigi.

«“Me lo permettete, padre mio?” disse Carmela.

«“Senza dubbio!” rispose il conte. “Non siamo a carnevale?”

«Carmela si avvicinò al giovane che l’accompagnava, e gli disse alcune parole a bassa voce, indicandogli con il dito la ragazza. Il giovane si voltò, seguì con gli occhi la direzione della bella mano, acconsentì con un cenno, e andò a invitare Teresa perché venisse a figurare nella quadriglia diretta dalla figlia del conte.

«Teresa sentì come una fiamma salirle al viso. Interrogò con uno sguardo Luigi: non c’era possibilità di rifiutare. Luigi lasciò lentamente andare il braccio di Teresa, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta tremante andò a prendere posto nella quadriglia aristocratica.

«Certo, per un artista, il semplice e severo costume di Teresa sarebbe stato tutt’altro che paragonabile a quello di Carmela e delle sue compagne; ma Teresa era una ragazza frivola e civetta: i ricami sulla mussola, le palme della cintura, lo splendore del cachemire l’abbagliavano, il riflesso degli zaffiri e dei diamanti la rendevano ebbra.

«Dal canto suo, Luigi sentiva nascere in sé un sentimento sconosciuto; era come un dolore sordo che mordesse sulle prime il cuore, e di là corresse fremendo nelle sue vene e s’impadronisse di tutto il corpo. Egli non perdeva d’occhio ogni minimo movimento di Teresa e del suo cavaliere; quando le loro mani si toccavano, provava delle vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e si sarebbe detto che il suono di una campana gli vibrasse nelle orecchie.

«Quando parlavano fra di loro, sebbene Teresa ascoltasse timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del suo cavaliere, siccome Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovane che erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che tutte le voci dell’inferno gli soffiassero impulsi di omicidio. Allora, temendo di lasciarsi andare a qualche pazzia, si aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato e con l’altra stringeva con un movimento convulso il pugnale dal manico intagliato, che era nella sua cintura, e che senza accorgersene qualche volta usciva dal fodero quasi interamente.

«Luigi era geloso! Capiva che Teresa poteva sfuggirgli, spinta dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e infatti la contadinella, che sulle prime era timida e quasi spaventata, si mise presto a suo agio.

«Abbiamo detto che Teresa era bella. Ma non è tutto. Teresa era di quella grazia selvaggia molto più possente della nostra grazia studiata e affettata. Ebbe quasi gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del conte di San Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse gelosa di lei.

«Così, colmandola di complimenti, il suo bel cavaliere la ricondusse dove l’aspettava Luigi. Due o tre volte, durante il ballo, la giovane aveva volto lo sguardo su di lui, e ogni volta le era parso più pallido, e con i lineamenti più alterati. Una volta, anzi, i suoi occhi furono colpiti da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del coltello mezza sfoderata. Fu dunque quasi tremando che riprese il braccio dell’amante.

«La quadriglia era stata un successo; sembrava evidente che si sarebbe proposto di ripeterla una seconda volta. Soltanto Carmela si opponeva, ma il conte di San Felice pregò così teneramente la figlia, che questa finalmente acconsentì.

«Subito uno dei cavalieri si lanciò per invitare Teresa, senza la quale era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era sparita. Infatti Luigi non avrebbe sopportato un secondo ballo e, con la persuasione e con la forza, aveva trascinato Teresa in un’altra parte del giardino. Teresa aveva ceduto suo malgrado, ma aveva visto il volto alterato del giovane, e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui avveniva qualche cosa di strano. Lei pure non era esente da agitazione; e sebbene non avesse fatto niente di male, comprendeva che Luigi avrebbe avuto ragione di rimproverarla. Su che? Non lo sapeva, ma si accorgeva che quei rimproveri sarebbero stati ben meritati.

«Con gran sorpresa di Teresa rimase muto, e durante il resto della sera le sue labbra non dissero più una parola. Solo, quando il freddo della notte aveva costretto tutti gli invitati a lasciare il giardino, e le porte della villa furono chiuse per continuare la festa all’interno, ricondusse a casa Teresa. Poi, quando fu sulla soglia, le disse: “Teresa, a che pensavi, mentre ballavi di fronte alla contessina di San Felice?”

«“Pensavo”, rispose la ragazza con molta franchezza, “che darei la metà della mia vita per essere vestita come lei.”

«“E che ti diceva il cavaliere?”

«“Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e non dovevo dire che una parola per ottener questo.”

«“Aveva ragione”, rispose Luigi. “Lo desideri ardentemente come dici?”

«“Sì.”

«“Ebbene l’avrai!”»

«La ragazza alzò la testa per interrogarlo, ma il viso era così cupo e terribile, che la parola le morì sulle labbra.

«“D’altronde dicendo queste parole, Luigi si era allontanato. Teresa lo seguì con gli occhi nella notte fino a che poté vederlo. Poi, quando fu scomparso, rientrò sospirando in casa.

«Quella stessa notte accadde un grande avvenimento, dovuto senza dubbio all’imprudenza di qualche domestico che aveva dimenticato di spegnere i lumi: la villa dei San Felice prese fuoco, proprio dalla parte dell’appartamento della bella Carmela. Svegliata nel mezzo della notte dal bagliore dalle fiamme era balzata dal letto, si era avvolta nella veste da camera e aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridoio per il quale doveva passare era già in preda all’incendio. Allora rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso. Quando la sua finestra, posta a sei metri dal suolo, si aprì, un giovane contadino si lanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e con una forza e destrezza sovrumane la trasportò sull’erba del prato dove rimase svenuta. Quando aveva ripreso i sensi, il padre le era vicino, tutti i servitori la circondavano porgendolo soccorso. Un’ala della villa era bruciata, ma non importava, dal momento che Carmela era sana e salva.

«Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi non si trovò più: fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva visto. Quanto a Carmela, era così turbata che non lo aveva riconosciuto. Del resto, siccome il conte era immensamente ricco, a parte il pericolo corso da Carmela, che gli sembrò, dal modo miracoloso con cui era stata salvata, un nuovo favore della Provvidenza che un’effettiva disgrazia, la perdita causata dalle fiamme fu ben poca cosa per lui.

«L’indomani, nell’ora consueta, i due giovani si ritrovarono all’ingresso della foresta. Luigi era arrivato per primo. Egli andò incontro alla ragazza con molta allegria, e sembrava aver completamente dimenticato la scena della sera innanzi. Teresa era visibilmente pensierosa, ma vedendo la buona disposizione d’animo di Luigi, simulò un’allegra noncuranza, che era la base della sua indole, quando qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sottobraccio Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta. Lì si fermò. La pastorella, capendo che doveva avere qualche cosa di straordinario da dirle, lo guardò fissamente.

«“Teresa”, disse Luigi, “ieri sera tu mi hai detto che avresti dato metà della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del conte.”

«“Sì”, rispose Teresa meravigliata, “ma ero pazza quando ho espresso un simile desiderio.”

«“E io ti ho risposto: ‘Va bene, l’avrai’.”»

«“Sì”, disse la ragazza, la cui meraviglia aumentava a ogni parola di Luigi, “ma tu di certo hai risposto così solo per farmi piacere.”

«“Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa”, disse con orgoglio Luigi. “Entra nella grotta, e vestiti.”

«A queste parole, tolse la pietra e mostrò a Teresa la grotta illuminata da due candele che ardevano ai lati di un magnifico specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi le spille di diamanti e la collana di perle; sopra una panca vicina era deposto il resto del vestiario.

«Teresa mandò un grido di gioia, e senza chiedere donde venisse quella roba, senza ringraziare Luigi, si lanciò nella grotta, trasformata in toilette.

«Luigi rimise la pietra al suo posto dietro di lei, perché s’accorse che, sulla cresta di una collinetta, che impediva di vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si era fermato, incerto sulla strada da prendere, e spiccava nell’azzurro del cielo con quella nitidezza di contorni tipica dei paesi meridionali.

«Lo straniero, vedendo Luigi, spinse il cavallo al galoppo e venne verso di lui. Luigi non si era ingannato: il viaggiatore, che andava da Palestrina a Tivoli, era incerto sul cammino da prendere. Il giovane glielo indicò; ma siccome, a quattrocento metri, la strada si divideva in tre, e il viaggiatore, giunto lì poteva nuovamente sbagliare, pregò Luigi di fargli da guida. Questi posò a terra il mantello, si mise a tracolla la carabina e, liberato così dal pesante vestito, camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del montanaro che un cavallo a stento può seguire.

«In dieci minuti Luigi e il viaggiatore si trovarono al crocicchio indicato dal giovane pastore: con un gesto maestoso stese la mano e indicò al viaggiatore quella delle tre vie che doveva seguire.

«“Ecco la vostra strada, Eccellenza, ora non potrete più sbagliare.»

«“Ed ecco la tua ricompensa…» disse il viaggiatore, offrendo al pastore alcune monetine.

«“Grazie”, disse Luigi, ritirando la mano, “ma io rendo un servizio, non lo vendo.”

«“Ma”, disse il viaggiatore, abituato a quella differenza che passa tra il servilismo dell’uomo di città e l’orgoglio del campagnolo, “se rifiuti una mercede, accetterai un regalo?”

«“Ah sì, questa è un’altra cosa.”

«“Ebbene”, disse il viaggiatore, “prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per comprarsi un paio di pendenti.”

«“E voi, allora, prendete questo pugnale”, disse il pastore, “non ne troverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a Civita Castellana.”

«“Lo accetto”, disse il viaggiatore, “ma allora sono io che ti resto debitore, perché il pugnale vale molto più di due zecchini.”

«“Per un mercante può darsi, ma non a me che l’ho intagliato, e mi costa appena uno scudo.”

«“Come ti chiami?” domandò il viaggiatore.

«“Luigi Vampa”, rispose il pastore con lo stesso tono come avesse risposto Alessandro re di Macedonia, “e voi?”

«“Io”, disse il viaggiatore, “mi chiamo Sinbad il marinaio…”»

Franz d’Epinay ebbe un grido di sorpresa.

«Sinbad il marinaio!» disse.

«Sì», rispose il narratore, «è il nome che il viaggiatore disse a Vampa.»

«Ebbene, che avete da ridire su questo nome?» interruppe Albert. «È un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava mi hanno divertito molto nella mia prima gioventù.»

Franz non insistette. Il nome di Sinbad il marinaio, come si capirà bene, aveva risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello che aveva fatto la sera prima quello di conte di Montecristo.

«Continuate…» disse all’albergatore.

«Vampa intascò sdegnosamente i due zecchini, e riprese lentamente il cammino per il quale era venuto. Giunto a due o trecento passi dalla grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando da quale parte venisse. Dopo un istante, intese pronunciare distintamente il suo nome. La voce veniva dalla parte della grotta. Balzò come un camoscio; e mentre correva, caricava il fucile, e in meno di un minuto era sulla cima della collinetta opposta a quella dove aveva visto il viaggiatore. Là si fecero più distinte le grida: “Aiuto, soccorso!” Girò gli occhi sullo spazio che dominava: un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso, Deianira. Quell’uomo, che si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino dalla grotta alla foresta.

«Vampa calcolò la distanza: quell’uomo aveva almeno duecento passi di vantaggio su di lui; non vi era possibilità di raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovane si fermò come se i suoi piedi avessero messo radice: appoggiò il calcio del fucile alla spalla, levò lentamente la canna in direzione del rapitore, lo seguì per un secondo nella corsa, e poi fece fuoco. Il rapitore si fermò, come immobile nell’aria, le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta Teresa, la quale si alzò subito. L’altro restò disteso, dibattendosi nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si lanciò verso Teresa, che era a dieci passi dal moribondo, in ginocchio. Allora al giovane venne il terribile sospetto che la pallottola che aveva colpito l’avversario avesse ferito anche la fidanzata.

«Fortunatamente però non fu così, e il solo terrore aveva paralizzato le forze di Teresa. Quando Luigi fu ben sicuro che era sana e salva, si voltò verso il ferito. Era già morto, con i pugni serrati, la bocca contratta dal dolore, i capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e minacciosi. Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto.

«Dal giorno in cui il bandito fu salvato dai due giovani, si era innamorato di Teresa, e aveva giurato che sarebbe stata sua. Da allora, l’aveva spiata con assiduità; e approfittando del momento in cui il suo amante l’aveva lasciata sola per andare a indicare la strada al viaggiatore, l’aveva rapita, e già la credeva sua, quando la pallottola di Vampa, sparata dall’occhio infallibile del giovane pastore, gli aveva trapassato il cuore.

«Vampa lo guardò un istante senza la minima emozione sul viso, mentre Teresa, al contrario, ancora tutta tremante, non osava avvicinarsi al bandito morto che a piccoli passi, gettando uno sguardo esitante sul cadavere al di sopra della spalla del suo amante.

«Dopo un momento, Vampa si rivolse alla sua innamorata: “Tu sei già vestita. Ora tocca a me prepararmi”.

«Infatti Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia del conte di San Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia, e lo portò nella grotta, mentre Teresa l’aspettava fuori. Se fosse passato un altro viaggiatore, avrebbe visto una cosa strana, cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, delle spille di diamanti e dei bottoni di zaffiri, smeraldi e rubini. Senza dubbio avrebbe creduto di tornare ai tempi di Florian e, di ritorno a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrato la pastorella delle Alpi ai piedi dei monti Sabini.

«Un quarto d’ora dopo, Vampa uscì dalla grotta. Il suo abito non era meno elegante di quello di Teresa. Aveva un giubbetto di velluto granata con i bottoni d’oro cesellato, un panciotto di seta tutto ricamato, una sciarpa annodata intorno al collo, un portacartucce tutto trapuntato in oro e in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste, legati sotto al ginocchio con fibbie di diamanti, ghette di pelle di daino con mille arabeschi, e un cappello su cui sventolavano dei nastri di ogni colore; due catene da orologio gli pendevano dalla cintura e un magnifico pugnale era attaccato al portacartucce.

«Teresa lanciò un grido di ammirazione. Vampa, vestito così, assomigliava a un dipinto di Léopold Robert o di Schnetz. Aveva indossato gli abiti di Cucumetto.

«Il giovane s’accorse dell’effetto che produceva sulla sua fidanzata, e un sorriso di orgoglio gli sfiorò le labbra.

«“Ora dimmi, Teresa, sei pronta a dividere la mia sorte qualunque essa possa essere?”

«“Oh sì!” gridò la ragazza con entusiasmo.

«“A seguirmi ovunque andrò?”

«“Anche in capo al mondo.”

«“Allora prendi il mio braccio e partiamo, poiché non abbiamo tempo da perdere.”

«La pastorella passò il braccio sotto quello del suo innamorato, senza neppure domandargli dove la conduceva, perché in quel momento le sembrava bello, fiero e potente. E tutti e due si inoltrarono nella foresta di cui, in breve tempo, oltrepassarono il confine.

«Non occorre dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della montagna. S’inoltrò dunque nella foresta senza un attimo di esitazione, sebbene non vi fosse tracciata alcuna strada, poiché riconosceva la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi e i cespugli. Camminarono così per circa un’ora e un quarto, giungendo nel punto più fitto del bosco. Un torrente, il cui letto era in secca, conduceva in una gola profonda. Vampa prese quello strano sentiero, che, incassato fra le due rive, e reso più cupo dall’ombra degli alberi, sembrava il sentiero dell’Averno di cui parla Virgilio. Teresa, tornata timorosa alla vista di quel luogo selvaggio e deserto, si stringeva a Luigi senza dir parola; ma siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, e con una calma profonda sul viso, lei aveva la forza di dissimulare la propria emozione.

«A un tratto, a dieci passi da loro, un uomo sembrò staccarsi da un albero, dietro cui era nascosto, e prendendo di mira Vampa col suo fucile, gridò: “Non fare un passo di più o sei morto”.

«“Andiamo!” disse Vampa, facendo con la mano un gesto di disprezzo, mentre Teresa, non dissimulando più il terrore, si avvinghiava a lui. “I lupi forse si sbranano fra loro?”

«“Chi sei tu?” domandò la sentinella.

«“Sono Luigi Vampa, il pastore della fattoria dei San Felice.”

«“Che vuoi?”

«“Voglio parlare ai tuoi compagni che sono sulla piana di Rocca Bianca.”

«“Allora seguimi”, disse la sentinella, “o piuttosto, poiché sai la strada, camminami davanti.”

«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di quel bandito; passò davanti con Teresa, e continuò il suo cammino con lo stesso passo fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti, il bandito fece loro segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito imitò tre volte il gracchiare del corvo: un altro grido uguale rispose a quel triplice appello.

«“Ora puoi continuare la strada”, disse il bandito.

«Luigi e Teresa si rimisero in cammino; ma, mentre procedevano, Teresa, tremando, si stringeva sempre più al suo amante; infatti, attraverso gli alberi, si vedevano comparire degli uomini e luccicare delle canne di fucile.

«L’altopiano di Rocca Bianca era sulla sommità di una piccola montagna, che doveva certamente essere stata un vulcano, spentosi prima che Romolo e Remo abbandonassero Alba per andare a fondare Roma.

«Teresa e Luigi giunsero alla sommità, e si trovarono circondati da una ventina di banditi.

«“Ecco un giovane che vi cerca, e desidera parlarvi”, disse la sentinella.

«“Che vuole da noi?” chiese colui che in assenza del capo ne faceva le veci.

«“Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il pastore”, disse Vampa.

«“Ah, capisco”, disse il luogotenente, “e tu vieni a domandarci di entrare nelle nostre file?”

«“Che sia il benvenuto!” gridarono molti banditi di Ferrusino, di Pampinara e di Anagni, i quali avevano riconosciuto Luigi Vampa.

«“Sì, ma vengo a chiedervi un’altra cosa, oltre che esser vostro compagno.”

«“E che vieni a chiederci?” dissero con meraviglia i banditi.

«“Vengo a domandarvi di essere fatto vostro capitano”, disse il giovane.

«I banditi scoppiarono a ridere.

«E che hai fatto per aspirare a questo onore?” domandò il luogotenente.

«“Ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui indosso le spoglie”, disse Luigi, “e ho appiccato il fuoco alla villa del conte di San Felice per dare il corredo di nozze alla mia fidanzata.”

«Un’ora dopo, Luigi Vampa era eletto capitano al posto di Cucumetto.

«Ebbene, mio caro Albert», disse Franz rivolgendosi all’amico, «che pensate ora del cittadino Luigi Vampa?»

«Dico che è un mito», rispose Albert, «e che non è mai esistito.»

«E che cosa significa la parola mito?» domandò Pastrini.

«Sarebbe troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini», rispose Franz. «E voi dite dunque che Vampa esercita ora la sua professione nei dintorni di Roma?»

«E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.»

«E la polizia non è capace di catturarlo?»

«Che volete? Egli è d’accordo a un tempo con i pastori della pianura, con i pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se lo si cerca sulle montagne, è sul fiume; se lo si insegue sul fiume, prende l’alto mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato sull’isola del Giglio, di Giannutri, o di Montecristo, si vede ricomparire in Albano, a Tivoli o ad Ariccia.»

«E qual è il suo modo di fare verso i viaggiatori?»

«Eh, mio Dio, è semplicissimo: a seconda della distanza dalla città, accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno, per pagare il loro riscatto; quando è passato il tempo concede un’ora di grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora, se non ha il riscatto, fa saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito!»

«Ebbene, Albert», domandò Franz al suo compagno, «siete ancora disposto ad andare al Colosseo per la strada fuori delle mura?»

«Certamente», disse Albert, «se è la strada più pittoresca.»

In quel momento suonarono le nove, la porta si aprì, e comparve il cocchiere.

«Eccellenza», disse, «la carrozza è pronta.»

«Ebbene», disse Franz, «andiamo al Colosseo.»

«Per la porta del Popolo, Eccellenza, o per le strade interne?»

«Per le strade interne, perbacco!, per le strade interne», gridò Franz.

«Ah, mio caro», disse Albert alzandosi e accendendo il suo terzo sigaro, «in verità vi credevo più coraggioso!»

Dopo queste parole i due giovani scesero le scale e salirono in carrozza.




34. Le apparizioni

Franz aveva trovato un compromesso, affinché Albert potesse giungere al Colosseo senza dover passare davanti ad alcuna rovina antica, e di conseguenza senza nulla togliere alle gigantesche proporzioni del Colosseo.

Si trattava di passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a Santa Maria Maggiore e arrivare per la via Urbana e San Pietro in Vincoli alla via del Colosseo. D’altro canto questo itinerario offriva anche un altro vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella quale vi si trovava coinvolto il suo anfitrione di Montecristo. Perciò si era rincattucciato nell’angolo, ed era ricaduto in quelle mille domande che infinite volte aveva già fatto a se stesso, e alle quali mai era riuscito a dare una risposta soddisfacente.

Un’altra cosa gli aveva ancora fatto ricordare il suo amico Sinbad il marinaio, ed era la relazione tra i banditi e i marinai. Quello che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa trovava sulle barche dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi corsi ch’egli aveva visto cenare insieme all’equipaggio del piccolo yacht, che deviando a bella posta dal suo cammino era approdato a Porto Vecchio col solo scopo di rimetterli a terra.

Il nome con cui il suo ospite di Montecristo si faceva chiamare, pronunciato dall’albergatore dell’albergo Londra, provava che era lo stesso che sosteneva la parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non meno che su quelle di Tunisi e di Palermo.

Era la prova che egli abbracciava una cerchia di relazioni molto estesa.

Ma benché queste riflessioni fossero presenti allo spirito del giovane, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere il tetro e gigantesco spettro del Colosseo, fra le cui rovine la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla fontana denominata Meta sudans. Il cocchiere aprì lo sportello, i due giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia a un cicerone, che sembrava uscito da sottoterra. Anche quello dell’albergo li aveva seguiti, e così ne ebbero due.

Del resto è impossibile poter evitare, a Roma, questa abbondanza di guide: oltre il cicerone generico che s’impadronisce di voi dal momento in cui mettete il piede sulla soglia di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno in cui mettete il piede fuori della città, vi è pure un cicerone addetto a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che faceva dire a Marziale: «Che Menfi cessi di vantare i barbari miracoli delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie di Babilonia, tutto deve annichilirsi davanti all’opera immensa dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della fama devono unirsi per lodare questo monumento».

Franz e Albert non provarono nemmeno a sottrarsi alla tirannide ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perché qui le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti praticabili del monumento con le torce accese. Non fecero dunque alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo alle loro guide.

Franz conosceva già questa passeggiata per averla fatta altre dieci volte: ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, bisogna confessarlo a sua lode, nonostante il cicalare ignorante delle guide, egli era molto commosso. Non è possibile, senza averlo visto, farsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui proporzioni sono tutte raddoppiate dal misterioso chiarore di quella luna meridionale, i cui raggi sembrano i crepuscoli d’Occidente.

Franz, da uomo riflessivo che era, fatti appena cento passi sotto i portici interni, lasciò Albert alle guide, che non volevano rinunciare a fargli vedere la fossa dei leoni, le stanze dei gladiatori, il palco dei Cesari, e salì per una scala mezza rovinata e, lasciando loro continuare il metodico giro, si sedette all’ombra di una colonna, dirimpetto a una curva che gli permetteva di poter abbracciare con lo sguardo il gigante di granito in tutta la sua estensione.

Franz era là da circa un quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, e intento a guardare Albert e coloro che gli portavano le torce che uscivano in quel momento da un romitorio posto all’altra estremità del Colosseo, simili a ombre che segnano un fuoco fatuo. Scendevano di gradino in gradino verso il luogo riservato alle vestali, quando a Franz sembrò udire il rumore di una pietra che si staccasse e cadesse dalla scala ch’egli pure aveva sceso. Certo non è cosa rara sentire cadere una pietra che, per effetto del tempo, si stacca e va a rotolare nell’abisso; ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene chi li causava facesse di tutto per renderli impercettibili.

Infatti, dopo un istante, comparve un uomo che usciva gradatamente dall’ombra a mano a mano che saliva la scala la cui apertura, posta dirimpetto a Franz, era illuminata dalla luna. Poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e di conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente; ma dall’esitazione con la quale salì gli ultimi scalini, dal modo con cui, giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente che era venuto lì con qualche scopo. Con un movimento istintivo Franz si nascose quanto più poté dietro la colonna.

A dieci passi dal luogo dove si trovavano entrambi, la volta era diroccata e, da un’apertura rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto brillante di stelle. Intorno a quest’apertura, che forse da secoli dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre tralci di edera pendevano da questa terrazza superiore, e dondolavano sotto la volta simili a festoni.

Il personaggio che aveva attirato l’attenzione di Franz era in una penombra che non permetteva di distinguerne i tratti, ma non abbastanza oscura per impedirgli di vedere i particolari del vestito. Era avvolto in un grande mantello scuro, un lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte inferiore del viso, mentre un cappello a larghe tese copriva la parte superiore. L’estremità del vestito era illuminata dai raggi obliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano su un paio di stivali di pelle lucida. L’uomo apparteneva evidentemente se non all’aristocrazia, almeno alla buona società. Erano trascorsi alcuni minuti da che era là, e già cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorché si udì un piccolo rumore nella terrazza soprastante. Nello stesso momento un’ombra intercettò la luce, un uomo apparve nel vano dell’apertura, gettò uno sguardo penetrante nelle tenebre, e vide l’uomo dal mantello, che, reggendosi con le mani a quei rami d’edera, si lasciò scivolare, e, giunto a un metro dal suolo, saltò a terra. Costui era vestito da trasteverino.

«Scusatemi, Eccellenza, se vi ho fatto aspettare», disse in dialetto romano, «però non sono in ritardo che di pochi minuti; le dieci sono suonate ora a San Giovanni in Laterano.»

«Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete tardato», rispose lo straniero nel più puro toscano, «non facciamo cerimonie perché quand’anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che sarebbe stato per qualche motivo indipendente dalla vostra volontà.»

«E avete ragione, Eccellenza, vengo da Castel Sant’Angelo, e ho avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe.»

«Chi è questo Beppe?»

«Beppe è un impiegato delle prigioni al quale passo un piccolo compenso mensile per sapere ciò che succede nel castello.»

«Ah, ah, vedo che siete un uomo pieno di cautele, mio caro.»

«Che volete, Eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò un giorno o l’altro preso nella rete, come quel povero Peppino, e avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia prigione.»

«Che avete saputo?»

«Che martedì vi saranno due esecuzioni, alle due del pomeriggio, come è solito in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato: è un miserabile che ha ucciso il prete che lo aveva allevato, e non merita alcun interesse; l’altro sarà decapitato, e questo è il povero Peppino.»

«Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al governo pontificio, ma agli Stati vicini, che assolutamente si vuol dare un esempio.»

«Ma Peppino non faceva neppure parte della mia banda; era un povero pastore che non ha commesso altro delitto che quello di fornirci i viveri.»

«E ciò lo fa vostro complice in piena regola. Anzi, gli usano pure dei riguardi. Invece di impiccarlo, come faranno con voi se mai vi metteranno le mani addosso, si accontentano di ghigliottinarlo. E vedete bene che daranno due spettacoli differenti. Senza contare quello che gli preparerò io, e che non si aspettano», aggiunse il trasteverino.

«Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate disposto a commettere qualche sciocchezza.»

«Sono disposto a far di tutto per impedire l’esecuzione di quel povero diavolo, che si trova nell’impiccio per avermi servito. Sarei un vile, se non facessi qualche cosa per quel bravo giovane.»

«E che farete?»

«Metterò una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi verrà condotto, a un segnale che darò, ci lanceremo col pugnale alla mano sulla scorta, e lo porteremo via.»

«Questa è una cosa troppo incerta, e io ritengo che il mio piano sia migliore del vostro.»

«E qual è il piano di Vostra Eccellenza?»

«Farò in modo di parlare a chi so io, pregandolo di ottenere che l’esecuzione si rimandi a quest’altro anno: quindi nel corso dell’anno tornerei a parlare con commovente eloquenza a un altro tale che pure conosco, e lo farei evadere di prigione.»

«Siete sicuro della riuscita?»

«Parbleu!» disse in francese l’uomo dal mantello.

«Che vuol dire?» domandò il trasteverino.

«Vuol dire che farò più con le mie insinuanti macchinazioni che voi con tutta la vostra gente, coi loro pugnali, le loro pistole, le carabine e i tromboni. Lasciatemi dunque fare.»

«Benissimo! Ma, ricordatevi bene, se non ci riuscirete, noi ci terremo sempre pronti.»

«Tenetevi sempre pronti, se così vi piace, ma siate certi che avrò la sua grazia.»

«Ricordatevi che martedì è dopodomani. Voi non avete più che il solo domani.»

«Sta bene, ma un giorno si compone di ventiquattr’ore, ciascun’ora di sessanta minuti, ciascun minuto di sessanta secondi, e in ottantaseimilaquattrocento secondi si fanno moltissime cose.»

«Come sapremo se Vostra Eccellenza è riuscita?»

«È semplicissimo: ho preso in affitto le tre ultime finestre di palazzo Ruspoli; se ho ottenuto la grazia, le due finestre ai lati avranno un tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avrà uno di damasco bianco con una croce rossa.»

«D’accordo. E da chi farete presentare la grazia?»

«Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da penitente della Buona Morte, e la consegnerò a lui. Mediante questo travestimento, egli potrà giungere fino ai piedi del patibolo, e consegnerà il foglio al capo della confraternita che lo passerà al carnefice. Frattanto, fate sapere questa notizia a Peppino, che egli non abbia a morire di paura, o non abbia a divenir pazzo, che sarebbe come farci fare un’opera buona inutilmente.»

«Ascoltate, Eccellenza», disse il trasteverino, «io vi sono affezionato, ne siete convinto?»

«Lo spero, almeno.»

«Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sarà più devozione, ma per l’avvenire sarà cieca obbedienza.»

«Ebbene, fa’ attenzione a ciò che dici, mio caro, forse un giorno avrò a ricordarti questo discorso e chissà che un giorno io pure abbia bisogno di te…»

«Allora, Eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io avrò trovato voi; foste anche all’altra estremità del mondo, non avreste che a scrivermi “fate questo”, e io lo farei parola di…»

«Zitto», disse lo sconosciuto, «sento un rumore.»

«Sono viaggiatori che visitano il Colosseo.»

«Non bisogna che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero riconoscervi, e per quanto sia onorevole la nostra relazione, se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame mi farebbe perdere non poco del mio credito.»

«E così, se voi avrete la grazia?…»

«La finestra di mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa.»

«Se non la otterrete?…»

«Tutte e tre le finestre saranno addobbate con i tappeti gialli.»

«E allora?…»

«Allora, maneggerete il pugnale a vostro piacere, vi prometto di esser là per assistervi.»

«Addio, Eccellenza; conto su di voi, e voi contate su di me.»

A queste parole il trasteverino sparì per la scala, mentre lo sconosciuto, coprendosi ancor di più il viso col mantello, passò a due passi da Franz e discese nell’arena per la gradinata esterna.

Un minuto dopo, Franz intese il proprio nome risuonare sotto le volte: era Albert che lo chiamava. Aspettò per rispondere, che i due uomini si fossero allontanati, non volendo si sapesse esservi stato un testimone, il quale, se non aveva visto i loro volti non aveva però perso una parola della loro conversazione.

Dieci minuti dopo Franz percorreva in carrozza la strada per andare a piazza di Spagna, ascoltando distratto la dotta dissertazione che Albert faceva, attingendo da Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che impedivano agli animali feroci di lanciarsi sugli spettatori. Egli lo lasciò discorrere senza contraddirlo; aveva troppa fretta di rimanere solo, per pensare unicamente a quanto era avvenuto vicino a lui.

Di questi due uomini uno certamente era italiano, ed era la prima volta che lo vedeva e lo sentiva, ma non era così dell’altro, e sebbene Franz non ne avesse distinto il viso, sempre nascosto nell’ombra o nel mantello, il timbro di quella voce lo aveva troppo colpito la prima volta che l’aveva inteso, perché potesse risuonare al suo orecchio senza che la riconoscesse. Vi era, soprattutto nelle inflessioni ironiche, qualche cosa di stridulo e di metallico che lo aveva fatto trasalire, sia fra le rovine del Colosseo, come nella grotta di Montecristo; per cui era convinto che quell’uomo fosse Sinbad il marinaio.

In tutt’altra circostanza, la curiosità che gli ispirava quell’uomo sarebbe stata così grande, che si sarebbe fatto riconoscere; ma in quella occasione, la conversazione che aveva udito era troppo intima per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe stata gradita. Lo aveva dunque lasciato allontanare, come si è visto, ma ripromettendosi che, se lo avesse incontrato un’altra volta, non si sarebbe lasciato sfuggire una seconda occasione.

Franz era troppo preoccupato per poter dormire. La notte fu impiegata a ripassare tutti i minimi particolari che avevano una relazione con l’uomo della grotta, e con lo sconosciuto del Colosseo; e più Franz ci pensava, più si convinceva della sua opinione. Si addormentò sul far del giorno, per cui si svegliò molto tardi.

Albert, da vero parigino, aveva già provveduto per la serata. Aveva mandato a cercare un palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in Francia, e lasciò la carrozza ad Albert per tutta la giornata. Alle cinque questi rientrò; aveva presentato le sue lettere di raccomandazione, ricevuto inviti per quella sera, e visto Roma. Un giorno gli era bastato per far tutto questo, e aveva anche avuto il tempo di informarsi dell’opera che si rappresentava, e degli artisti che la cantavano. L’opera s’intitolava Parisina; gli artisti erano Cosselli, Moriani e la Spech. I nostri due giovani non erano sfortunati, come si vede: avrebbero assistito alla rappresentazione di una delle migliori opere dell’autore della Lucia di Lammermoor, cantata dai tre artisti più rinomati d’Italia.

Albert non aveva mai potuto abituarsi ai teatri cisalpini, nell’orchestra dei quali non è permesso andare e che non hanno né palchi, né logge scoperte; ciò era seccante per un uomo che aveva il posto fisso ai Bouffes, e ingresso libero alla loggia infernale dell’Opéra. Ciò però non gl’impediva di vestirsi con accuratezza tutte le volte che andava a teatro con Franz, toilette sprecate, perché, bisogna confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro bon ton, in quattro mesi che viaggiava l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuto ancora alcuna avventura.

Albert qualche volta cercava di scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era assai mortificato; lui, Albert Morcerf, uno dei giovani più intraprendenti, non aveva ancora fatto alcuna conquista. La cosa era tanto più penosa, perché, secondo l’abituale modestia dei nostri cari compatrioti, Albert era partito da Parigi con la ferma convinzione di avere in Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del bastione di Gand col racconto delle sue avventure. Ahimè! non ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse genovesi, fiorentine e napoletane si erano conservate per i loro mariti, per i loro amanti, e Albert si era fatto la crudele convinzione che le italiane sanno essere almeno fedeli. Anche se non voglio dire che in Italia, come in ogni altro luogo, non vi siano eccezioni.

Eppure Albert non era solo un giovanotto molto elegante, ma aveva anche dello spirito; in più, era visconte, e di nobiltà recente, è vero, ma oggi che importa, se la propria nobiltà porta la data del 1399 o del 1815? Oltretutto aveva una rendita di cinquantamila lire; e questo è molto più di quanto serve per appartenere al bel mondo di Parigi. Era dunque umiliante, per lui, non essere stato ancora seriamente guardato da alcuna signora nelle città in cui aveva soggiornato. Ma contava di rifarsi durante il carnevale, essendo questo un periodo di libertà in tutti i paesi della terra in cui si celebra tale istituzione, e nel quale anche i più stoici cadono in qualche follia. Ora, siccome il carnevale si apriva il giorno dopo, era necessario che Albert stabilisse prima il suo programma.

Albert dunque, allo scopo, aveva preso in affitto uno dei palchi più in vista del teatro, e per recarvisi si era vestito in un modo irreprensibile. Il palco era in prima fila, la quale sostituisce la galleria dei teatri francesi. Del resto, le tre prime file di palchi sono tutte ugualmente e indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano le file nobili. Questo palco, nel quale si poteva stare in dodici senza pigiarsi, era costato molto meno di un palco a quattro posti all’Ambigu. Albert aveva anche un’altra speranza: se fosse riuscito a conquistare il cuore di una bella romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto anche a conquistare un posto in una carrozza, e di conseguenza a vedere il corso mascherato dall’alto di una carrozza aristocratica o da una finestra principesca. Tutte queste considerazioni lo rendevano perciò irrequieto. Egli voltava le spalle agli attori, si sporgeva a metà fuori del palco guardando le più belle donne con un cannocchiale lungo quindici centimetri, cosa che non sollecitava alcuna signora a ricompensare di un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti di Albert. Difatti ognuna parlava dei propri affari, dei propri amori, del carnevale che cominciava l’indomani, senza fare attenzione né agli attori, né alla musica, a eccezione dei momenti in cui si voltava verso il palcoscenico per sentire un brano di Cosselli, per applaudire a qualche bella nota di Moriani, o per gridare brava alla Spech. Poi le conversazioni riprendevano il loro corso abituale.

Verso la fine del primo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora, e Franz vide entrarvi una persona alla quale aveva avuto l’onore di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia. Albert vide il movimento che fece il suo amico a quella comparsa, e voltandosi verso di lui disse: «Conoscete forse quella signora?»

«Sì, che ve ne pare?»

«Graziosa, mio caro; e bionda. Oh, che capelli adorabili! È francese?»

«No, è veneziana.»

«Come si chiama?»

«La contessa G.»

«Oh, la conosco di nome», esclamò Albert. «Dicono che sia tanto spiritosa quanto è bella. Perbacco, avrei potuto farmi presentare a lei a Parigi all’ultimo ballo della Villefort, e non l’ho fatto, sono un vero stupido!»

«Volete che ripari a questo torto?» domandò Franz.

«Come! Voi la conoscete con abbastanza intimità per condurmi nel suo palco?»

«Ho avuto l’onore di parlarle tre o quattro volte in vita mia, ma ciò basta per non commettere una sconvenienza.»

In quel momento la contessa riconobbe Franz, e con la mano gli fece un grazioso cenno, al quale egli rispose inchinando rispettosamente il capo.

«Mi sembra che siate molto nelle sue grazie!» disse Albert.

«Ecco ciò che vi inganna, e a noi francesi farà sempre commettere mille sciocchezze all’estero: vedere ogni cosa unicamente dal nostro punto di vista. In Spagna, e soprattutto in Italia, non giudicate mai della intimità delle persone dalla libertà dei rapporti. Io e la contessa ci troviamo simpatici, ecco tutto.»

«Simpatici di cuore?» domandò ridendo Albert.

«No, di spirito…» rispose Franz serio.

«E in quale occasione?»

«In occasione di una passeggiata al Colosseo, come quella che abbiamo fatto insieme.»

«Al chiaro di luna?»

«Sì.»

«Soli?»

«Quasi.»

«E avete parlato?…»

«Di morti.»

«Ah, doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene, vi prometto che se avrò la fortuna di essere il cavaliere della bella contessa in una simile passeggiata, non le parlerò che dei vivi.»

«E forse farete male.»

«Intanto, presentatemi alla contessa, come mi avete promesso.»

«Non appena sarà calato il sipario.»

«Quanto è lungo questo diavolo di primo atto!»

«Ascoltate il finale, è bellissimo, e Cosselli lo canta mirabilmente.»

«Sì, ma che portamento!»

«Non si può essere però più drammatici della Spech.»

«Quando si è udito la Sontag e la Malibran…»

«Non trovate eccellente il metodo di Moriani?»

«A me non piacciono i bruni che cantano biondo.»

«Ah, mio caro», disse Franz voltandosi, mentre Albert continuava a puntare il suo cannocchiale, «in verità siete molto difficile da accontentare.»

Finalmente calò il sipario con grande soddisfazione del visconte di Morcerf, che prese il cappello, si ravviò i capelli, si sistemò la cravatta, i polsini, e disse a Franz che era pronto. Siccome la contessa, che Franz interrogava con lo sguardo, gli aveva fatto un segno impercettibile con gli occhi, per fargli capire che sarebbe stato il benvenuto, non tardò a soddisfare la premura di Albert, e mentre faceva il giro dell’emiciclo, il compagno ne approfittava per accomodare le pieghe sul colletto della camicia, e sul rovescio dell’abito. Bussarono alla porta del palco numero 4, che era quello occupato dalla contessa. Subito il giovane, che sedeva a lato della contessa, si alzò cedendo il posto, secondo l’usanza italiana, al nuovo arrivato, che deve cederlo a sua volta quando c’è un’altra visita.

Franz presentò Albert alla contessa come uno dei giovani parigini più distinti per la sua posizione sociale e per il suo spirito, cosa d’altra parte vera, perché a Parigi e nell’ambiente in cui viveva Albert era ritenuto un vero gentiluomo. Aggiunse che, dispiaciuto di non aver saputo approfittare del soggiorno della contessa a Parigi per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato di riparare a questo errore, missione che egli adempiva, pregando la contessa di perdonare la sua indiscrezione. La contessa rispose facendo un grazioso saluto ad Albert e tendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Albert prese il posto rimasto vuoto al suo fianco, e Franz si sedette dietro la contessa. Albert aveva trovato un ottimo argomento di conversazione: Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. Franz capì che l’amico era sul terreno che gli conveniva, lo lasciò parlare, e chiestogli il grosso cannocchiale, si mise anch’egli a esplorare il teatro.

Sola, appoggiata al parapetto di un palco di terza fila, davanti a loro, c’era una donna molto bella, vestita alla greca e con tanta grazia che si capiva essere quello il suo modo di vestire abituale. Dietro di lei, nell’ombra, si delineava la forma di un uomo di cui era impossibile distinguere il viso. Franz interruppe la conversazione di Albert con la contessa per chiedere a quest’ultima se conosceva la bella greca, tanto degna di attirare l’attenzione non solo degli uomini, ma anche delle donne.

«No», disse lei, «tutto ciò che so, è che si trova a Roma dall’inizio della stagione; perché all’apertura del teatro l’ho vista dove è ora, e da un mese non è mai mancata a una rappresentazione, ora accompagnata dall’uomo con lei in questo momento, ora semplicemente seguita da un domestico nero.»

«Come la trovate, contessa?»

«Estremamente bella. Medora doveva assomigliare a quella donna.»

Franz e la contessa si scambiarono un sorriso, poi lei riprese a conversare con Albert, e Franz seguitò a fissare la bella greca.

Il sipario si alzò per la rappresentazione del ballo. Era uno dei migliori balli italiani, messo in scena dal famoso Henri, che come coreografo, si era fatto in Italia una reputazione colossale, che poi il disgraziato perse al Teatro Nautico, per uno di quei balli dove dal primo interprete all’ultima comparsa tutti prendono parte attiva all’azione, e centocinquanta persone fanno nello stesso tempo lo stesso gesto, e alzano o il medesimo braccio o la medesima gamba. Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi interessare al ballo. Quanto a lei, provava un manifesto piacere a quello spettacolo, piacere che contrastava con la noncuranza di colui che l’accompagnava, e che durante tutta la rappresentazione coreografica non fece un movimento, sembrando che in mezzo al rumore infernale che facevano le trombe, i cembali e i piatti cinesi dell’orchestra, egli godesse le celestiali dolcezze di un sonno pacifico.

Finalmente il ballo terminò, e il sipario calò in mezzo agli applausi frenetici di una platea entusiasta. Per quest’abitudine di separare col ballo i due atti dell’opera, gi intermezzi fra un atto e l’altro sono brevissimi in Italia: i cantanti hanno tutto il tempo di riposare e di cambiarsi d’abito mentre i ballerini eseguono le loro danze.

Il preludio del secondo atto cominciò.

Franz vide che, ai primi accordi di violino, l’assonnato sconosciuto andava alzandosi lentamente, e si avvicinava alla greca, che si voltò per dirgli qualche parola, quindi tornò ad appoggiarsi al parapetto del palco. La figura del suo interlocutore era sempre nell’ombra, e Franz non poteva distinguerne i tratti del volto.

Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente l’attenzione di Franz; gli occhi lasciarono per un momento il palco della bella greca per andare verso la scena.

Il secondo atto, come ognuno sa, comincia col duetto del sogno: Parisina, dormendo, si lascia sfuggire, davanti ad Azzo, il segreto del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito passa per tutti i furori della gelosia, fino a che, convinto dell’infedeltà della sposa, la sveglia per annunciarle la sua imminente vendetta. Questo duetto è uno dei più belli, dei più espressivi, dei più tragici usciti dalla penna di Donizetti. Franz lo sentiva per la terza volta, e sebbene non passasse per un melomane, produsse su di lui un effetto profondo. Stava per aggiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, allorché le sue mani rimasero sospese in aria, e il «bravi» che stava per uscirgli di bocca gli morì sulle labbra. L’uomo del palco si era alzato in piedi e la sua testa veniva rischiarata dalla luce: Franz riconobbe in lui il misterioso abitante di Montecristo, quello che la sera prima gli era sembrato di aver riconosciuto fra le rovine del Colosseo.

Non c’era più dubbio, lo strano viaggiatore era a Roma.

Senza dubbio, l’espressione del viso di Franz era in armonia col turbamento causatogli da quell’apparizione, poiché la contessa lo guardò, scoppiò in una risata, e gli domandò che cosa avesse.

«Signora contessa», rispose Franz, «poco fa vi ho domandato se conoscevate quella donna greca: ora vi domando se conoscete suo marito.»

«Non più di lei!» rispose la contessa.

«L’avete mai osservato?»

«Ecco una domanda alla francese! Sapete bene che per noi italiane non c’è altro uomo al mondo se non quello che amiamo!»

«È giusto!» rispose Franz.

«In ogni modo», disse lei applicando ai suoi occhi il cannocchiale di Albert, e puntandolo verso il palco, «lui dev’essere un qualche redivivo, qualche morto uscito dalla tomba col permesso dei becchini, poiché mi sembra spaventosamente pallido.»

«È sempre così…» rispose Franz.

«Voi dunque lo conoscete?» domandò la contessa. «Allora sono io che vi chiedo chi è?»

«Credo di averlo visto altre volte, e mi pare di riconoscerlo.»

«Infatti», disse lei, facendo un movimento con le sue belle spalle come se un brivido le percorresse, «capisco che quando un tal uomo si è visto una volta, non lo si dimentica più.»

L’effetto che Franz aveva provato non era dunque un’impressione individuale, perché un’altra persona l’aveva sentita al pari di lui.

«Ebbene» domandò Franz alla contessa dopo che l’ebbe guardato una seconda volta, «che ne pensate di quell’uomo?»

«A me sembra che sia lord Ruthwen in carne e ossa.»

Infatti quel nuovo ricordo di lord Byron colpì Franz: se qualcuno poteva fargli credere all’esistenza dei vampiri, era quello.

«Bisogna ch’io sappia chi è…» disse Franz alzandosi.

«Oh no», esclamò la contessa, «no, non mi lasciate! Conto su di voi per essere accompagnata a casa, e ora vi trattengo.»

«Come», le disse Franz, chinandosi al suo orecchio, «avete paura?»

«Sentite», disse lei, «Byron mi ha giurato che credeva ai vampiri, mi ha assicurato di averne visti, e me ne ha descritto i loro visi; ebbene, assomigliano perfettamente a quell’uomo là, con i capelli neri, grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallore mortale; poi notate che non è con una donna come tutte le altre, è con una straniera… una greca… una scismatica… senza dubbio con una maga al par di lui… Ve ne prego, non andatevene. Domani vi metterete sulle sue tracce, se così vi aggrada, ma questa sera vi ritengo impegnato.»

Franz insistette.

«Ascoltate», disse lei alzandosi, «io me ne vado, non posso fermarmi sino alla fine dello spettacolo, perché ho gente in casa che mi aspetta… Sareste così poco galante da negarmi la vostra compagnia?»

Franz non aveva altra risposta da dare che prendere il suo cappello, aprire la porta e offrire il braccio alla contessa. E questo fece. La contessa era effettivamente molto commossa: lo stesso Franz non poteva sfuggire a un certo timore superstizioso, tanto più naturale in quanto ciò che nella contessa era l’effetto di una sensazione istintiva, in lui era il risultato di un ricordo. Nel salire in carrozza sentì che la contessa tremava. La accompagnò fino a casa: non era vero che era attesa, e lui la rimproverò.

«In verità», disse lei, «non mi sento bene, e ho bisogno di essere lasciata sola: la vista di quell’uomo mi ha sconvolta.»

Franz rise.

«Non ridete», gli disse lei, «d’altra parte, non ne avete voglia neppure voi. Promettetemi una cosa…»

«E quale?»

«Promettetela.»

«Tutto quello che vorrete, eccetto di rinunciare a scoprire chi è quell’uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi, per desiderare di sapere chi sia, donde venga e dove vada.»

«Donde venga non lo so, ma dove vada, ve lo posso dire con certezza: va all’inferno.»

«Ritorniamo alla promessa che volevate da me, contessa.»

«Ah, è di tornare direttamente al vostro albergo e di non cercare di vedere, per questa sera, quell’uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano e quelle che si raggiungono; non vogliate servire da tramite fra quell’uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo di ciò, buonasera; cercate di dormire bene; quanto a me, sento che non chiuderò occhio!»

Con queste parole la contessa si congedò da Franz, lasciandolo nel dubbio se si era divertita alle sue spalle, o se aveva veramente sentito la paura espressa.

Ritornando in albergo, Franz trovò Albert in veste da camera, con larghi calzoni e voluttuosamente seduto sopra una poltrona, fumando un sigaro.

«Ah, siete voi», disse, «non vi aspettavo che domattina.»

«Mio caro Albert», rispose Franz, «colgo l’occasione di dirvi, una volta per tutte, che avete la più falsa idea delle donne italiane; mi sembra però che le vostre delusioni amorose avrebbero dovuto farvela perdere.»

«Che volete, non c’è niente da capire con questi diavoli di donne: vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce all’orecchio, si fanno accompagnare a casa; con un quarto appena di tutto ciò una parigina perderebbe la sua reputazione.»

«Eh, è appunto perché non hanno nulla da nascondere, perché agiscono alla luce del giorno, che le donne non usano tanti riguardi nel “bel paese là ove il sì suona”, come dice Dante. D’altra parte, avete visto anche voi, la contessa ha avuto veramente paura.»

«Paura di chi? Di quell’onest’uomo di fronte a noi con quella bella greca? Ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono andato loro incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete preso tutte le vostre idee dell’altro mondo! È un bellissimo giovane molto elegante, e gli abiti hanno l’aspetto d’esser fatti in Francia da Blin o da Humann. È un po’ pallido, è vero, ma voi sapete che il pallore è un segno di distinzione.»

Franz sorrise, perché Albert aveva la pretesa d’esser pallido.

«Io pure», disse Franz, «sono convinto che le idee della contessa su quell’uomo siano prive di buon senso. Ha parlato mentre gli eravate vicino, e avete udito qualcuna delle sue parole?»

«Ha parlato, ma in greco moderno; ho riconosciuto la lingua da qualche parola greca alterata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio ero molto bravo in greco.»

«Parlava dunque in greco.»

«È probabile.»

«Non vi è dubbio», mormorò Franz, «è lui.»

«Che dite?»

«Niente… Ma che facevate voi, là?»

«Vi preparavo una sorpresa.»

«Quale?»

«Sapete che è impossibile trovare una carrozza?»

«Perbacco! Dopo che abbiamo tentato tutto ciò che era umanamente possibile fare…»

«Ebbene, ho un’idea meravigliosa.»

Franz guardò Albert, come non avesse gran fiducia nella sua immaginazione.

«Mio caro», disse Albert, «mi onorate di uno sguardo tale, che meriterebbe vi domandassi soddisfazione.»

«Sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è ingegnosa quanto dite.»

«Ascoltate.»

«Ascolto.»

«Non c’è mezzo di procurarsi una carrozza?»

«No.»

«Neanche cavalli?»

«Nemmeno.»

«Ma sarebbe facile procurarsi un carretto?»

«Forse.»

«E un paio di buoi?»

«È probabile.»

«Ebbene, mio caro, ecco ciò che ci serve. Faccio ornare il carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al naturale il magnifico quadro di Léopold Robert. Se per una maggior somiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di Pozzuoli o di Sorrento, completerebbe la mascherata, ed è tanto bella che la si scambierebbe per l’originale del quadro.»

«Perbacco», gridò Franz, «questa volta avete ragione, ecco un’idea veramente felice.»

«E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah, signori romani, voi credete che si voglia andare a piedi per le vie, come lazzaroni, e ciò perché avete penuria di carrozze e di cavalli? Ebbene, se ne farà a meno.»

«E avete già fatto partecipe qualcuno di questa bella invenzione?»

«Il nostro albergatore. Quando sono rientrato, l’ho fatto salire e gli ho esposto i miei desideri. Mi ha assicurato che non vi è nulla di più facile. Volevo far dorare le corna dei buoi, ma mi ha detto che occorrerebbero almeno tre giorni: bisognerà dunque che tralasciamo il superfluo.»

«E dov’è lui?»

«Chi?»

«Il nostro albergatore…»

«In cerca del necessario; domani forse sarebbe tardi.»

«Di modo che ci darà la risposta questa sera stessa?»

«Io l’aspetto.»

In quel momento la porta si aprì, e Pastrini sporse la testa: «È permesso?» disse.

«Certamente», gridò Franz.

«Ebbene», disse Albert, «avete trovato il carretto e i buoi?»

«Ho trovato di meglio», rispose, con un’aria molto soddisfatta.

«Ah, mio caro Pastrini, state in guardia», disse Albert. «Il meglio è nemico del bene.»

«Le Eccellenze Vostre si fidino di me», disse Pastrini col tono di persona sicura.

«Ma infine che cosa c’è?» domandò Franz a sua volta.

«Sapete», disse l’albergatore, «che il conte di Montecristo abita su questo stesso piano?»

«Credo bene che lo sappiamo», disse Albert, «poiché è per lui che siamo alloggiati come due studenti della rue Saint-Nicolas du Chardonnet!»

«Ebbene, egli sa del vostro imbarazzo, e vi offre due posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo Ruspoli.»

Albert e Franz si guardarono.

«Ma», domandò Albert, «dobbiamo accettare l’offerta di questo straniero? Di un uomo che non conosciamo?»

«Che uomo è, questo conte di Montecristo?» domandò Franz all’albergatore.

«Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente, ma nobile come un borghese, e ricco come una miniera d’oro.»

«Mi sembra», disse Franz, «che, se questo signore avesse avuto le maniere che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo invito in un altro modo, o con un biglietto, o…»

In quell’istante bussarono alla porta.

«Entrate», disse Franz.

Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera.

«Vengo da parte del conte di Montecristo a recare questo biglietto per il signor Franz di Epinay e per il signor visconte Albert di Morcerf», disse.

E consegnò all’albergatore il biglietto che questi passò ai giovani.

«Il signor conte di Montecristo», continuò il domestico, «domanda a questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino, domattina; desidera perciò sapere a quale ora.»

«In fede mia», disse Albert a Franz, «non c’è niente da ridire; c’è tutto.»

«Dite al conte», rispose Franz, «che sarà nostro l’onore di fargli visita.»

Il domestico si ritirò.

«Ecco ciò che si chiama fare sfoggio di eleganza», disse Albert. «Avevate davvero ragione, Pastrini, il vostro conte di Montecristo è un uomo che conosce perfettamente le buone maniere.»

«Allora accettate la sua offerta?» disse Pastrini.

«In fede mia, sì», rispose Albert. «Anche se, ve lo confesso, mi dispiace per il nostro carretto da mietitori, e se non vi fosse stata la finestra del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che ritornerei alla mia prima idea: che ne dite Franz?»

«Dico che sono proprio le finestre del palazzo Ruspoli che mi hanno fatto decidere di accettare», rispose Franz.

Infatti quell’offerta dei due posti a una finestra del palazzo Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione udita fra le rovine del Colosseo, tra l’uomo del mantello e il trasteverino, conversazione nella quale l’uomo del mantello si era impegnato a ottenere la grazia del condannato. Se questi era, come tutto faceva credere a Franz, lo stesso che gli era apparso al teatro Argentina, lo avrebbe riconosciuto senza dubbio, e allora non avrebbe avuto più alcun ostacolo a soddisfare la curiosità.

Franz passò buona parte della notte a pensare alle due apparizioni, e nel desiderare l’indomani. Infatti, l’indomani tutto doveva chiarirsi e, a meno che il suo ospite di Montecristo non possedesse l’anello di Gige e la facoltà di rendersi invisibile, era evidente che questa volta non gli sarebbe sfuggito. Si svegliò prima delle otto. Quanto ad Albert, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per essere mattiniero, dormiva ancora profondamente. Franz fece chiamare l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi.

«Pastrini», gli disse, «non ci deve essere oggi un’esecuzione?»

«Sì, Eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo tardi.»

«No», rispose Franz, «d’altra parte, se volessi assolutamente vedere questo spettacolo, credo troverei un posto sul Pincio.»

«Oh, presumevo che Vostra Eccellenza non volesse mescolarsi con tutta quella plebaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale.»

«È probabile che non vi andrò», disse Franz, «ma desidererei qualche particolare.»

«Quale?»

«Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del loro supplizio.»

«Non poteva capitare più a proposito, Eccellenza, proprio in questo momento mi hanno portato le tavolette.»

«Che cosa sono queste tavolette?»

«Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli angoli delle vie il giorno prima dell’esecuzione e sulle quali sono scritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna e il genere di supplizio. Questo avviso ha lo scopo d’invitare i fedeli a pregare Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento.»

«E ve le portano perché uniate le vostre preghiere a quelle dei fedeli?» domandò Franz.

«No, Eccellenza, io sono d’accordo con quello che le attacca, e me ne porta una copia, come mi porta un programma dello spettacolo, affinché se qualcuno dei miei ospiti desidera assistere all’esecuzione, ne sia avvertito.»

«Ma è un tratto di delicatezza squisita, il vostro!»

«Oh», disse Pastrini, «non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della loro fiducia.»

«Me ne accorgo, e lo ripeterò a chi vorrà ascoltarmi, siatene pur sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette.»

«È presto fatto», disse l’albergatore aprendo la porta, «ne ho fatto appendere una qui sul pianerottolo.»

Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole dell’affisso patibolare: «Si rende noto a tutti, che martedì 22 febbraio, primo giorno di carnevale, saranno, per decreto del Tribunale e della Sacra Rota, giustiziati sulla piazza del Popolo il nominato Andrea Rondolo, reo di assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; e il nominato Peppino detto Rocca Priori, complice confesso del detestabile bandito Luigi Vampa e degli uomini della sua banda. Il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici condannati».

Questo era ciò che Franz aveva udito fra le rovine del Colosseo, e non era stato cambiato nulla al programma: i nomi dei condannati, la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli stessi. Così, secondo ogni probabilità, il trasteverino non era altro che il bandito Luigi Vampa, e l’uomo dal mantello scuro Sinbad il marinaio che a Roma come a Porto Vecchio e a Tunisi proseguiva il corso delle sue filantropiche spedizioni.

Intanto il tempo passava; erano le nove, e Franz si disponeva ad andare a svegliare Albert, quando con sua grande sorpresa lo vide uscire di camera vestito di tutto punto.

«Ebbene», disse Franz all’albergatore, «ora che siamo pronti tutti e due, credete che potremmo presentarci al conte di Montecristo?»

«Certamente; ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono sicuro che è alzato da più di due ore.»

«E credete che non sarà indiscreto fargli visita a quest’ora?»

«No, certamente.»

«In questo caso, Albert, se siete pronto…»

«Perfettamente pronto.»

«Andiamo a ringraziare il nostro vicino della sua cortesia.»

«Andiamo.»

Franz e Albert non avevano che il pianerottolo da attraversare. L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad aprire.

«I signori francesi», disse l’albergatore.

Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi attraversarono due camere ammobiliate con un lusso che non credevano di trovare nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto arredato con perfetta eleganza. Un tappeto turco era steso sul pavimento, e i sedili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e i loro schienali inclinati indietro. Magnifici quadri d’autore, frammezzati da trofei di splendide armi, erano appesi alle pareti, e ricchi panneggi pendevano davanti a tutte le porte.

«Se le Loro Eccellenze vogliono accomodarsi», disse il domestico, «vado ad avvisare il signor conte.»

E disparve da una porta. Nel momento in cui questa si aprì, il suono di una guzla giunse fino ai due amici, ma si spense subito; la porta, richiusa quasi nello stesso istante in cui fu aperta, non aveva lasciato passare nel salone che, per così dire, un soffio d’armonia. Franz e Albert si scambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto sembrò ancor più magnifico che alla prima.

«Ebbene», domandò Franz al suo amico, «che ne dite?»

«In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia un qualche agente di cambio che ha speculato al ribasso sui fondi spagnoli, o qualche principe che viaggia in incognito.»

«Zitto», gli disse Franz, «è quanto sapremo fra poco, eccolo…»

Infatti il rumore di una porta che girava sui cardini si fece sentire, e quasi subito i panneggi si scostarono per lasciar passare il proprietario di tante ricchezze.

Albert gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto. Colui che entrava era infatti l’uomo dal mantello scuro del Colosseo, lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Montecristo.

35. Il patibolo

«Signori», disse il conte di Montecristo, «vi faccio le mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di essere indiscreto presentandomi prima da voi. D’altra parte, mi avevate fatto dire che sareste venuti, e io mi sono tenuto a vostra disposizione.»

«Io e Franz dobbiamo farvi mille ringraziamenti, signor conte», disse Albert. «Ci avete tolto da un grande imbarazzo, e stavamo per ricorrere a un bizzarro espediente nel momento in cui ci arrivò il vostro grazioso invito.»

«Mio Dio, signori», rispose il conte facendo segno con gli occhi ai due giovani di sedersi sopra un divano, «la colpa è di questo imbecille di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro imbarazzo, e vi ha lasciato per così lungo tempo nell’incertezza; solo e isolato come sono qui, non cercavo che un’occasione di far conoscenza con i miei vicini. Cosicché appena seppi di poter esservi utile in qualche cosa, avete visto con quale fretta ho afferrato l’occasione di prestarvi i miei servigi.»

I due giovani s’inchinarono. Franz non aveva ancora trovato una sola parola da dire, non aveva ancora preso alcuna decisione, e poiché il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare allusione al passato con una parola qualunque, o lasciare il tempo all’avvenire per portargli nuove prove. D’altra parte, essendo certo che era quello stesso della sera prima nel palco, non poteva ugualmente assicurare che fosse quello al Colosseo di due sere prima: decise dunque di lasciar andare le cose senza fare alcuna domanda diretta al conte. Del resto, aveva un vantaggio su di lui, conosceva il suo segreto, mentre al contrario il conte non poteva avere alcun potere su Franz, che non aveva nulla da nascondere. Mentre aspettava gli avvenimenti decise di far cadere la conversazione su un punto che potesse sempre condurre a dei chiarimenti.

«Signor conte», disse, «ci avete offerto due posti nella vostra carrozza e altri due alle finestre del palazzo Ruspoli; potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto qualunque sulla piazza del Popolo?»

«Sì, è vero», disse il conte in modo distratto, ma guardando Morcerf con attenzione, «ci deve essere, se non sbaglio, in piazza del Popolo qualche cosa di simile a un’esecuzione.»

«Sì», rispose Franz, notando che veniva da sé dove voleva condurlo.

«Aspettate, credo di aver detto ieri al mio intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi anche questo piccolo favore.»

Allungò una mano e tirò il cordone del campanello. Subito entrò un individuo sui cinquant’anni che somigliava come una goccia d’acqua a quel contrabbandiere che aveva introdotto Franz nella grotta, ma che non fece minimamente segno di riconoscerlo.

«Bertuccio», disse il conte, «vi siete incaricato, come ordinai ieri, di trovarmi una finestra sulla piazza del Popolo?»

«Sì, Eccellenza», rispose l’intendente, «ma era troppo tardi.»

«Come», disse il conte, aggrottando il sopracciglio, «vi avevo ordinato di trovarne una!»

«E Vostra Eccellenza l’avrà; è una finestra che era stata data in affitto al principe Lobanieff; ma sono stato costretto a pagarla cento…»

«Va bene, va bene, Bertuccio, risparmiate a questi signori dei particolari inutili; voi avete trovato la finestra e questo è l’importante. Date l’indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala per accompagnarci. E ora andate.»

L’intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi.

«Aspettate!» riprese il conte. «Fatemi il favore di domandare a Pastrini se ha ricevuto la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma dell’esecuzione.»

«È inutile», rispose Franz cavando il taccuino di tasca, «ho avuto quella tavoletta sotto gli occhi, e l’ho copiata, eccola.»

«Allora, Bertuccio, potete ritirarvi, non ho più bisogno di voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi signori», continuò rivolgendosi ai due amici, «mi faranno l’onore di far colazione con me?»

«Davvero, signor conte», disse Albert, «sarebbe un abusare…»

«No, al contrario, mi fate un vero piacere… Mi renderete tutto ciò a Parigi, l’uno o l’altro, e forse anche tutti e due… Bertuccio, ordinate che preparino per tre.» E prese il taccuino dalle mani di Franz. «Noi dicevamo dunque», continuò col tono con cui avrebbe letto tutt’altro avviso, «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati Andrea Rondolo, reo d’assassinio sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto Rocca Priori complice confesso del detestabile bandito Luigi Vampa e degli uomini della sua banda. Il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato… Sì, infatti proprio così doveva andare la cosa, ma credo che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell’ordine della cerimonia.»

«Ah», disse Franz, «quale cambiamento?»

«Sì, ieri sera dal cardinale Rospigliosi, presso il quale ho passato la serata, si parlava di una dilazione accordata a uno dei due condannati.»

«Ad Andrea Rondolo?» domandò Franz.

«No…», rispose con indifferenza il conte, «all’altro…», e guardando il taccuino per ricordarsi il nome, «…a Peppino detto Rocca Priori… Questo vi priverà di vedere in azione la ghigliottina, ma vi resta l’altra esecuzione, che è un supplizio molto interessante, quando si vede per la prima volta, e anche la seconda, mentre l’altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo rapido, e nulla c’è di inaspettato. La mannaia non sbaglia, non trema, non ripete trenta volte il suo gesto come il soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, e al quale forse era stato raccomandato da Richelieu. Ah», aggiunse il conte in tono sprezzante, «non mi parlate degli europei per le esecuzioni capitali, non se ne intendono affatto, e si trovano veramente allo stato d’infanzia o piuttosto di vecchiaia in rapporto al dare la morte.»

«In verità, signor conte», rispose Franz, «si direbbe che avete fatto uno studio comparato dei supplizi presso i diversi popoli del mondo.»

«Ve ne sono pochi che io non abbia visto.»

«E avete provato piacere ad assistere a questi spettacoli?»

«Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l’indifferenza, il terzo la curiosità.»

«La curiosità? La parola è terribile, sapete?»

«Perché? Non c’è nella vita una preoccupazione più grave di quella della morte… Ebbene, non è curioso studiare in quanti differenti modi l’anima può uscire dal corpo, e come, secondo i caratteri, i temperamenti, e anche i costumi dei paesi, gli individui sopportino questo supremo passaggio? Quanto a me vi risponderò una cosa, ed è che, più si vede morire, più diventa facile il morire; per cui, a mio modo di vedere, la morte è forse un supplizio, ma non un’espiazione.»

«Non vi capisco bene», disse Franz, «spiegatevi, perché non potete credere quanto punga la mia curiosità ciò che mi dite.»

«Ascoltate dunque», disse il conte, e il suo viso diventò di fiele nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. «Se un uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amante, uno di quegli esseri che quando vengono sradicati dal nostro cuore vi lasciano un vuoto eterno e una piaga sempre sanguinosa, credete che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perché il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell’occipite e i muscoli delle spalle dell’assassino, e perché colui che vi ha fatto soffrire lunghi anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di dolore fisico?»

«Sì, lo so», rispose Franz, «la giustizia umana è insufficiente come consolatrice delle angosce sofferte; può versare sangue per sangue, e niente più… Non bisogna però chiederle più di quello che può dare.»

«Ma io mi sono limitato a esporvi un caso materiale», riprese il conte, «quello in cui la società attaccata, per la morte violenta di un individuo, nei principi sui quali si fonda, punisce la morte con la morte. Ma non vi sono milioni di dolori dai quali possono essere straziati le viscere dell’uomo, senza che la società se ne occupi minimamente, senza ch’essa gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora? Non vi sono delitti per i quali il palo dei turchi, i trogoli dei persiani, i nervi attorcigliati degli indiani sarebbero supplizi troppo lievi, e che tuttavia la società indifferente lascia senza punizione? Rispondetemi, non vi sono delitti così?»

«Sì, ed è per punirli che si tollera il duello in alcuni paesi.»

«Ah, il duello!» esclamò il conte. «Bella maniera di giungere alla meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l’amante, seduce vostra moglie, disonora vostra figlia; di una vita intera, che aveva il diritto di aspettarsi da Dio, la parte di felicità che ha promesso a ogni uomo nel crearlo, ha fatto un’esistenza di dolore, di miseria o di infamia, e voi vi credete vendicato perché a quell’uomo, che vi ha messo il delirio nell’anima e la disperazione nel cuore, avete passato il petto con la spada o attraversato la testa con una pallottola? Senza calcolare che spesso è il reo che riporta la vittoria nel duello, e viene così assolto agli occhi del mondo. No, no», continuò il conte, «se dovessi mai vendicarmi, non mi vendicherei così.»

«Voi disapprovate il duello? Dunque non vi battereste in duello?» domandò a sua volta Albert, meravigliato nel sentire una tale teoria.

«No certamente, non mi batterei», disse il conte.

«Ma», disse Franz al conte, «con questa teoria che vi costituisce giudice e carnefice nella vostra causa, sarebbe difficile contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre pericolosi, e converrete senza difficoltà, che l’odio è cieco, la collera sorda, e colui che si mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.»

«Anche questo può essere vero, e qualche volta abbiamo visto avverarsi ciò che ora affermate; ma, d’altra parte, il peggio che potrebbe accadere a un tale che avesse violato la legge, sarebbe d’incorrere in quest’ultimo supplizio di cui parlavamo or ora, quello cioè che la filantropica rivoluzione francese ha sostituito allo squartamento e alla ruota. Ebbene, che cos’è questo supplizio, se si è vendicato? In verità, sono quasi dispiaciuto che, secondo tutte le probabilità, questo miserabile Peppino non venga decapitato come si dice, vedreste il tempo che vi s’impiega, e se merita la pena di parlarne… Ma, sul mio onore, facciamo una conversazione singolare per essere il primo giorno di carnevale. Cosa dicevamo? Ah, mi ricordo: voi mi avete domandato un posto alla mia finestra… Ebbene, l’avrete! Frattanto andiamo a tavola, poiché ecco che vengono ad annunciare che tutto è pronto.»

Infatti un domestico aprì una delle quattro porte del salotto e disse la consueta frase: «È servito in tavola!»

I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo.

Durante la colazione, che fu eccellente e servita con estrema ricercatezza, Franz cercò con gli occhi lo sguardo d’Albert, per leggervi l’impressione che dovevano necessariamente avergli fatto le parole del loro ospite ma sia che, nella sua abituale noncuranza, non vi avesse prestato grande attenzione, sia che la massima del conte di Montecristo esternata in rapporto al duello lo avesse con lui riconciliato, sia finalmente che gli antecedenti raccontati, conosciuti particolarmente da Franz, avessero raddoppiato solo l’effetto delle teorie del conte, non si accorse che il compagno fosse preoccupato; anzi Albert faceva onore alla colazione come un uomo condannato da quattro o cinque mesi a una cucina ben differente dalla sua. Quanto al conte era in preda a una preoccupazione molto viva, che pareva ispirata dalla persona di Albert, e assaggiò appena ciascun piatto; si sarebbe detto, nel mettersi a tavola con i suoi convitati, che adempisse un semplice dovere di cortesia, e che aspettasse la loro partenza per farsi portare qualche cibo strano e particolare. Ciò ricordava, suo malgrado, a Franz, il terrore che il conte aveva ispirato alla contessa G. e la convinzione in cui l’aveva lasciata che il conte, l’uomo che le aveva mostrato nel palco di fronte a lei, era un vampiro. Alla fine della colazione, Franz guardò l’orologio.

«Ebbene», gli disse il conte, «che cosa fate dunque?»

«Ci scuserete, signor conte», rispose Franz, «ma abbiamo ancora mille cose da fare.»

«E quali?»

«Non abbiamo abiti da maschera, e oggi il mascherarsi è di rigore.»

«Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza del Popolo una stanza privata; vi farò portare gli abiti che m’indicherete e ci maschereremo là.»

«Dopo l’esecuzione?» gridò Franz.

«Dopo, durante o prima, come vorrete…»

«Dirimpetto al patibolo?»

«Il patibolo fa parte della festa.»

«Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene», disse Franz, «e vi ringrazio della vostra gentilezza. Mi accontenterò di accettare un posto nella vostra carrozza, e uno alla finestra del palazzo Ruspoli; vi lascio libero di disporre del mio posto alla finestra di piazza del Popolo.»

«Ma voi perderete, ve ne avverto, una cosa molto interessante», disse il conte.

«Me la racconterete», replicò Franz, «e sono convinto che dalla vostra bocca il racconto mi farà quasi tanta impressione, quanta ne potrei ricevere nel vedere il fatto. D’altra parte, più di una volta ho progettato di assistere a un’esecuzione, e poi non mi sono mai deciso. E voi, Albert?»

«Io», rispose il visconte, «ho visto giustiziare Castaing… ma credo fossi un po’ sbronzo quel giorno, perché era il primo che uscivo di collegio.»

«Ma», aggiunse il conte, «non è una ragione, che se non avete fatto una cosa a Parigi non la dobbiate neppure fare all’estero; quando si viaggia è per istruirsi: quando si cambia luogo è per vederne di nuovi. Pensate dunque quale meschina figura fareste, quando si facessero delle domande relativamente a queste esecuzioni a Roma, e voi non sapeste rispondere altro che “Non le vidi”. E poi, si dice che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che ha ucciso a colpi di alare un buon canonico che l’aveva allevato come un figlio. Se viaggiaste in Spagna, non andreste a vedere i combattimenti dei tori? Ebbene figuratevi sia un combattimento quello che andiamo a vedere; ricordatevi degli antichi romani al Circo, dove venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di uomini; rammentate quegli ottantamila spettatori che battevano le mani, o quelle sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per maritarle, e quelle belle vestali dalle mani bianche che col pollice facevano un graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: “Via, non siate pigri, finite di ammazzarmi quell’uomo, che è mezzo morto”.»

«Vi andrete dunque, Albert?» disse Franz.

«In fede mia, sì; esitavo come voi, ma l’eloquenza del conte mi ha convinto.»

«Andiamoci dunque, poiché lo volete», disse Franz, «ma nel recarmi alla piazza del Popolo desidererei passare per il Corso. È possibile, signor conte?»

«A piedi sì, in carrozza non è permesso.»

«Ebbene, vi andrò a piedi.»

«Ma avete tanta necessità di passare per il Corso?»

«Sì, ho qualche cosa da sbrigare.»

«Ebbene, passiamo tutti per il Corso. Manderemo la carrozza per via del Babuino ad aspettarci in piazza del Popolo. Del resto anch’io ho piacere di passare per il Corso, onde vedere se sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dato.»

«Eccellenza», disse un domestico aprendo la porta, «un uomo vestito da confratello della Buona Morte chiede di parlarvi.»

«Ah sì», disse il conte, «so di che si tratta. Signori, volete avere la compiacenza di tornare in salotto? Troverete sulla tavola di mezzo degli eccellenti sigari Avana… Vi raggiungerò fra poco.»

I due giovani si alzarono e uscirono da una porta, mentre il conte, dopo aver rinnovato loro le scuse, uscì dall’altra. Albert, che era un gran amante di sigari, e che non riteneva piccolo sacrificio l’esser privo dei sigari del Café de Paris da che era in Italia, si avvicinò alla tavola, e mandò un grido di gioia nel riconoscere del veri puros.

«Ebbene», gli domandò Franz, «che pensate del conte di Montecristo?»

«Che ne penso?» disse Albert, visibilmente meravigliato che il compagno gli facesse una simile domanda. «Penso che è un uomo carissimo, che fa a meraviglia gli onori di casa, che ha molto studiato, che ha riflettuto assai, che è come il Bruto della scuola stoica, e», aggiunse, mandando una voluttuosa fumata che salì a spirale verso il soffitto, «e che, oltre tutto ciò, possiede degli eccellenti sigari.»

Questa era l’opinione di Albert sul conte. Siccome era noto a Franz che Albert aveva la pretesa di non farsi mai un’opinione degli uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, Franz non tentò di cambiar niente alla sua.

«Ma», disse, «non avete notato una cosa singolare?»

«E quale?»

«L’attenzione con cui vi guardava.»

Albert rifletté un poco.

«Ah», disse con un sospiro, «nulla di strano in questo: sono assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di un taglio dell’altro mondo. Il conte mi avrà preso per un provinciale. Disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, alla prima occasione, che non è vero.»

Franz sorrise; un momento dopo il conte rientrò.

«Eccomi, signori», disse, «e sono tutto per voi! Ho già dato gli ordini necessari. La carrozza andrà in piazza del Popolo per la sua strada, e noi andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cioè per la strada del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, signor Morcerf…» aggiunse, strisciando in modo singolare le sillabe di questo nome che pronunciava per la prima volta.

«In fede mia, con gran piacere», disse Albert, «perché i sigari italiani sono peggiori di quelli della manifattura francese; quando verrete a Parigi vi renderò tutto questo.»

«E io non rifiuto; conto di andarvi per qualche giorno, e poiché me lo permettete, verrò a bussare alla vostra porta. Andiamo, signori, andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo…»

Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere, ricevuti gli ordini del padrone, imboccò via del Babuino, mentre i pedoni risalivano per piazza di Spagna, e per via Frattina che conduce direttamente fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono diretti alle finestre di quest’ultimo palazzo; non aveva dimenticato il segnale convenuto al Colosseo, fra l’uomo del mantello scuro e il trasteverino.

«Quali sono le vostre finestre?» domandò al conte col tono più naturale che poté.

«Le ultime tre», rispose il conte con indifferenza, non potendo indovinare il vero scopo della domanda.

Gli occhi di Franz si volsero rapidamente alle tre finestre. Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e quella in mezzo con un tappeto di damasco bianco con una croce rossa. L’uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuto la parola data al trasteverino, e non c’era più dubbio, era precisamente il conte.

Le tre finestre erano vuote. Da tutte le parti si facevano preparativi: si mettevano a posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano circolare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si fiutavano le maschere dietro a tutte le finestre, e le carrozze dietro a tutte le porte.

Franz, Albert e il conte continuarono a discendere lungo il Corso: a mano a mano che si avvicinavano a piazza del Popolo, la folla diveniva più fitta, e, al di sopra di tutte quelle teste, si vedevano due cose: l’obelisco sormontato da una croce, che indica il centro della piazza, e davanti all’obelisco, proprio nel punto corrispondente, visto da lontano, all’imbocco delle tre vie, del Babuino, del Corso e di Ripetta, le due travi superiori del patibolo, fra le quali luccicava la lama convessa della mannaia.

All’angolo della strada, c’era l’intendente del conte che aspettava il padrone.

La finestra presa in affitto, a un prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far conoscere ai suoi invitati, era al secondo piano del gran palazzo situato fra la via del Babuino e il Pincio: era in una specie di soggiorno che comunicava con una camera da letto; chiudendo la porta di quest’ultima, quelli che avevano preso in affitto il soggiorno stavano come in casa loro. Sulle sedie erano appoggiati dei vestiti da pagliaccio, di seta bianca e celeste della più grande eleganza.

«Avendomi lasciato la scelta dei costumi», disse il conte ai due amici, «ho fatto preparare questi. Saranno ciò che di meglio verrà indossato quest’anno, poi sono anche comodissimi poiché la farina che getteranno si adatterà al costume.»

Franz non udì quasi le parole del conte, e forse non apprezzò con il giusto valore questa nuova gentilezza, poiché tutta la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che rappresentava la piazza del Popolo e allo strumento terribile che ne formava in quell’ora il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, ma la mannaia romana è pressappoco della stessa forma del nostro strumento di morte. La mannaia ha la forma di una mezzaluna, taglia dalla parte convessa e cade da una minore altezza: ecco tutta la diversità!

Due uomini, seduti su un’asse ad altalena, dove viene steso il condannato, aspettavano, e mangiavano, a quanto sembrò a Franz, del pane e della salsiccia. Uno di essi sollevò l’asse, e ne estrasse un fiasco di vino, ne bevve e lo passò al suo compagno: erano gli aiutanti del boia! A quella sola vista, Franz aveva sentito il sudore bagnargli la radice dei capelli.

I condannati erano stati trasportati, dalla sera innanzi, dalle Carceri Nuove alla chiesa di Santa Maria del Popolo, e avevano passato tutta la notte, assistiti ciascuno da due preti, in una cappella chiusa da un’inferriata, davanti alla quale passeggiavano le sentinelle cambiate d’ora in ora. Una doppia fila di gendarmi, posti da ciascun lato della chiesa, si estendeva fino al patibolo, intorno al quale si allargava in cerchio in modo da lasciar libero, in mezzo alla folla, un passaggio di circa tre metri, e da formare intorno al patibolo un circolo di un centinaio di passi di circonferenza. Tutto il resto della piazza sembrava un selciato di teste d’uomini e di donne, molte delle quali tenevano i loro bambini sulle spalle, e questi vedevano meglio di tutti, perché venivano ad aver la testa al di sopra delle altre.

Il Pincio sembrava un vasto anfiteatro con i gradini gremiti di spettatori; le finestre delle due chiese che formavano l’angolo delle vie del Babuino e di Ripetta col Corso rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili sembravano un’onda mossa e variopinta, che una marea incessante spingesse verso il portico; ogni sporgenza di muro che potesse dare appoggio a un uomo aveva la sua statua vivente.

Ciò che diceva il conte era dunque vero: ciò che vi è di più attraente nella vita è lo spettacolo della morte. E invece del silenzio, come dovrebbe essere nella solennità di un tale spettacolo, un rumore assordante saliva da quella folla; un rumore composto di risa, di urli, di grida gioiose. Era evidente, come aveva detto il conte, che a questa esecuzione era intervenuta una gran moltitudine di popolo, non per la cosa in sé ma per la coincidenza col principio del carnevale.

D’improvviso tutto questo rumore cessò come per incanto; la porta della chiesa era stata aperta. La confraternita detta di San Giovanni Decollato comparve. Ciascun membro indossava un sacco grigio con due soli fori per gli occhi, e teneva in mano una torcia accesa; il capo di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva un uomo di alta statura, nudo, a eccezione dei calzoni di tela, alla cui cintola penzolava un gran coltello nel fodero, e che portava sulla spalla destra una pesante mazza di ferro: era il boia. Aveva i sandali allacciati al polpaccio con due funicelle.

Dietro al boia camminavano, nell’ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Né l’uno né l’altro avevano gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza dubbio avvisato di ciò che si preparava per lui. Andrea invece era sostenuto dai due preti. Entrambi baciavano, ogni decina di passi, il crocifisso che il confessore presentava loro.

Franz, soltanto a quella vista, sentì venir meno le gambe; guardò Albert. Era pallido come la sua camicia e aveva gettato via istintivamente il sigaro, sebbene non lo avesse fumato che a metà. Solo il conte pareva impassibile. Anzi, una leggera tinta rosea adombrava il livido pallore delle sue guance, il naso si dilatava come un animale che annusa il sangue, e le labbra lasciavano vedere i denti bianchi, piccoli e aguzzi, come quelli di uno sciacallo. Tuttavia il suo viso aveva un’espressione di dolcezza sorridente, che Franz non gli aveva mai visto; gli occhi, soprattutto, erano d’una ammirabile mansuetudine.

Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il patibolo, e a mano a mano che avanzavano si potevano distinguere i tratti del loro viso. Peppino era un bel giovane fra i ventiquattro e i ventisei anni, dalla pelle abbronzata dal sole, con lo sguardo libero e selvaggio. Teneva la testa alta, e sembrava fiutare il vento per sapere da che parte sarebbe arrivato il liberatore. Andrea era basso e tozzo; il viso, da delinquente, non rivelava la sua età, ma poteva avere circa trent’anni. In prigione si era lasciato crescere la barba. La testa inclinata sopra una spalla, le gambe gli si piegavano sotto; tutto il suo essere sembrava obbedire a un movimento meccanico, completamente estraneo alla sua volontà.

«Mi sembra abbiate detto», disse Franz al conte, «che vi sarà una sola esecuzione.»

«Ho detto la verità», rispose egli freddamente.

«Però là ci sono due condannati.»

«Sì, ma di quei due, uno è sul punto di morire, l’altro vivrà ancora molti anni.»

«Ma se deve essere graziato, non c’è tempo da perdere.»

«Infatti, guardate…» disse il conte.

Infatti, nel momento in cui Peppino arrivava ai piedi del patibolo, un penitente, che sembrava giunto in ritardo, ruppe la fila senza che i gendarmi si opponessero al suo passaggio, e avanzando, presentò al capo della confraternita un foglio piegato in quattro. Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perso alcuno di questi particolari; il capo della confraternita spiegò il foglio, lo lesse e alzò la mano.

«Il Signore sia benedetto e Sua Santità sia lodata!» disse ad alta e intelligibile voce. «C’è la grazia della vita per uno dei condannati».

«Grazia!» gridò il popolo con un solo grido. «C’è la grazia!»

Alla parola «grazia», Andrea si scosse e alzò la testa.

«Grazia per chi?» gridò.

Peppino restò immobile, muto e anelante.

«È la grazia della pena di morte per Peppino detto Rocca Priori», disse il capo della confraternita.

E passò il foglio nelle mani del capitano dei gendarmi, che dopo averlo letto glielo rese.

«Grazia per Peppino!» gridò Andrea, ridestatosi dallo stato di torpore in cui sembrava immerso. «Perché grazia per lui e non per me? Noi dovevamo morire insieme, mi era stato promesso che sarebbe morto prima di me, e non si ha diritto di farmi morire solo, non voglio morire solo, non lo voglio!»

E si aggrappò alle braccia dei due preti, contorcendosi, urlando, ruggendo e facendo sforzi insensati per resistere al boia che voleva, a quell’impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il boia fece un segno ai suoi due aiutanti, che saltarono giù dal patibolo e corsero a impadronirsi del condannato.

«Che accade dunque?» domandò Franz al conte, poiché la distanza non gli permetteva di intendere le parole.

«Che accade?» disse il conte. «Non lo indovinate? Accade che quella creatura umana che va alla morte, è furiosa perché il suo simile non muore con lei, e se si lasciasse fare lo sbranerebbe con le unghie e con i denti piuttosto di lasciarlo godere della vita di cui sarà in breve privata. Oh, uomini, uomini! Razza di coccodrilli, come disse Karl Moor», gridò il conte stendendo i due pugni verso tutta quella folla, «come vi riconosco bene, in ogni tempo siete sempre degni di voi stessi.»

Infatti Andrea e i due aiutanti del boia si rotolavano nella polvere, e il condannato gridava sempre: «Deve morire, voglio che muoia! Non hanno il diritto di farmi morire solo!»

«Guardate, guardate…» disse il conte, afferrando ciascuno dei due giovani per la mano, «guardate, perché, sull’anima mia, è una cosa singolare: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava verso il patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava a morire senza resistenza e senza lamentarsi. Sapete ciò che gli dava un po’ di forza? Sapete ciò che lo consolava? Sapete ciò che gli faceva sopportare il supplizio con pazienza? Era un altro che condivideva le sue angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due montoni al macello o due buoi, e fate intendere, se vi riesce, a uno di questi che il suo compagno non morrà: il montone cred’io, belerà di gioia, il bue muggirà di piacere; ma l’uomo, a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri occhi, che va sulle furie perché va a morire solo, perché sa che il compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! Ecco là, non più terrore, non più rassegnazione; oh, disgraziata creatura, quanto lacrimevole è la tua sorte!»

E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in tal modo.

Frattanto la lotta continuava, ed era uno spettacolo spaventoso a vedersi. I due aiutanti trascinavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo era contro di lui, e ventimila voci mandavano un sol grido: «A morte! A morte!»

Franz fece per andarsene: ma il conte afferrò il suo braccio e lo trattenne davanti alla finestra.

«Che fate!» disse. «Avete pietà? In fede mia è ben riposta! Se sentiste ringhiare un cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile, correreste in strada, e sparereste senza misericordia sulla povera bestia, che in fin dei conti non sarebbe rea che di essere stata morsa da un altro cane, e di rendere ciò che gli fu fatto; ed ecco qua che avete pietà di un uomo che non fu morso da alcun altro, e che ciò nonostante ha ucciso il suo benefattore e che ora non potendo più uccidere, perché ha le mani legate, vuole a ogni costo veder morire il suo compagno di prigionia! No, no, guardate, guardate…»

Ogni raccomandazione adesso sarebbe stata inutile, poiché Franz era come affascinato dall’orribile spettacolo. I due aiutanti avevano portato a fatica il condannato ai piedi della scala che saliva al patibolo. Il poveretto si dibatteva, si contorceva, e puntava i piedi, gettandosi con tutta la persona all’indietro. Uno di quei due tentò d’acquistare qualche vantaggio col salire alcuni scalini dalla sua parte, e tirarlo a sé mentre l’altro lo avrebbe sospinto all’insù. In quell’attimo il boia lo afferrò per la vita e lo sollevò da terra. Il condannato, senza un punto d’appoggio e tirato e spinto, in un attimo fu sotto al laccio.

A tal vista, Franz non poté trattenersi, si ritirò, e andò a cadere su una sedia, mezzo svenuto. Albert, con gli occhi chiusi, rimase al suo posto, ma aggrappato alle tende della finestra. Il conte solo era in piedi e trionfante come l’angelo del male.

36. Il carnevale di Roma

Non appena Franz tornò in sé, vide Albert che beveva un bicchier d’acqua, e il pallore rivelava che ne aveva avuto grande bisogno. Il conte cominciava già a indossare il costume da pagliaccio. Dette macchinalmente un’occhiata sulla piazza, tutto era sparito: patibolo, boia, vittime, non restava più che il popolo rumoreggiante e allegro.

La campana del Campidoglio suonò l’apertura del carnevale.

«Ebbene», domandò al conte, «cosa è dunque accaduto?»

«Niente, assolutamente niente», disse egli, «solo, il carnevale è cominciato; presto, mascheriamoci.»

«Infatti», rispose Franz, «di tutta quella orribile scena non resta che la traccia di un sogno.»

«E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste.»

«D’accordo, ma il condannato?»

«È un sogno anch’esso, solo che lui è rimasto addormentato, e voi vi siete risvegliato. Chi può dire quale di voi due sia il privilegiato?»

«E di Peppino», domandò Franz, «che avvenne?»

«Peppino è un giovane di senno, che non ha il minimo amor proprio e che, contro l’abitudine degli uomini che sono furiosi quando nessuno si occupa di loro, è rimasto soddisfatto nel vedere che l’attenzione generale era rivolta sul suo compagno; di conseguenza, ha approfittato di quella distrazione per sgusciare fra la folla e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti che lo avevano accompagnato. In fede mia, l’uomo è un animale molto ingrato ed egoista… Ma vestitevi; osservate, il signor Morcerf ve ne dà l’esempio.»

Infatti Albert passava macchinalmente i calzoni di seta bianca sopra i suoi neri, senza togliersi gli stivali di vernice.

«Ebbene, Albert», domandò Franz, «avete voglia di far follie? Su, rispondete francamente.»

«No», disse, «ma sono contento di aver visto una cosa simile, e comprendo ciò che diceva il signor conte, cioè, che quando uno ha potuto abituarsi a un simile spettacolo, sia il solo che dà ancora qualche emozione.»

«Senza contare che, soltanto in quel momento, si possono fare studi psicologici sui caratteri», disse il conte. «Sul primo scalino del patibolo, la morte strappa la maschera che si è portata per tutta la vita e appare il vero viso dell’uomo. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante! Vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera e di stucco, per consolarmi delle maschere di carne…»

Sarebbe stato ridicolo, per Franz, fare la donnicciola, e non seguire l’esempio che gli veniva dato dai due compagni. Indossò dunque il suo costume, si mise sul viso la maschera, non certamente più pallida del suo volto. Compiuto il travestimento, scesero. La carrozza li aspettava alla porta, piena di coriandoli e di mazzettini di fiori; e si mise in fila.

È difficile farsi un’idea di un cambiamento così evidente: invece dello spettacolo di morte, tetro e silenzioso, piazza del Popolo presentava ora l’aspetto di una rumorosa festa. Una moltitudine di maschere compariva da ogni parte, uscendo dalle porte, dalle finestre; le carrozze sbucavano da tutti gli angoli delle strade, gremite di pagliacci, d’arlecchini, di domino, di marchesi, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri, di contadini, tutti gridando, gesticolando, lanciando uova piene di farina, coriandoli e mazzettini di fiori; aggredendo con le parole, e con gli oggetti, amici e stranieri, conoscenti e sconosciuti, senza che alcuno avesse il diritto di lamentarsi, senza che alcuno facesse altro che ridere.

Franz e Albert vedevano sempre o, per meglio dire, continuavano a sentire gli effetti di ciò che avevano visto. Ma, a poco a poco, l’ebbrezza generale li vinse; sembrò che la vacillante ragione stesse per abbandonarli; sentivano uno strano bisogno di prender parte a quel rumore, a quel movimento, a quella vertigine. Un pugno di coriandoli lanciato ad Albert da una carrozza vicina e, che coprendolo di polvere come i suoi due compagni, gli punse il collo e tutte le parti del viso non protette dalla maschera, come se gli avessero gettato un centinaio di spilli, finì col coinvolgerlo nella baraonda generale. Si alzò a sua volta nella carrozza, raccolse a piene mani coriandoli nei sacchetti, e con tutto il vigore e la destrezza di cui era capace, lanciò uova e coriandoli ai suoi vicini.

Da quel momento erano impegnati nella lotta. Il ricordo di ciò che avevano visto mezz’ora prima si cancellò dall’animo dei due giovani, tanto lo spettacolo insensato e variopinto che avevano sotto gli occhi, era sopravvenuto a distrarli. In quanto al conte non era mai stato, come si disse, un solo momento commosso.

S’immagini quella grande e bella via del Corso, fiancheggiata da un’estremità all’altra da palazzi a quattro o a cinque piani, con tutti i loro balconi addobbati, con tutte le finestre con i tappeti. A quei balconi e a quelle finestre trecentomila spettatori, romani, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro le parti del mondo, tutte le aristocrazie riunite, aristocrazie di nascita, di denaro, di genio, donne graziose anch’esse sotto l’influsso di quello spettacolo, si curvano dai balconi, si sporgono dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano una grandine di coriandoli che viene contraccambiata con una pioggia di fiori; la strada è tutta ingombra di coriandoli che scendono, e di fiori che salgono; poi, per le vie, una folla allegra, incessante, pazza, con costumi bizzarri: cavoli giganteschi che passeggiano, teste di bufalo che muggiscono sopra corpi d’uomini, cani che sembrano camminare ritti sulle zampe. Figuratevi tutto questo e si avrà una pallida idea di ciò che è il carnevale di Roma.

Al secondo giro, il conte fece fermare la carrozza, e domandò ai compagni il permesso di allontanarsi, lasciando a loro disposizione la carrozza. Franz alzò gli occhi: erano davanti a palazzo Ruspoli, e alla finestra di mezzo, a quella che aveva il tappeto di damasco bianco con una croce rossa, c’era un domino turchino, sotto il quale l’immaginazione di Franz si figurò senz’altro la bella greca del teatro Argentina.

«Signori», disse il conte balzando a terra, «quando sarete stanchi di essere attori, e vorrete tornare spettatori, sapete che avete i posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della carrozza e dei domestici.»

Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito di una pesante pelle di orso nero, del tutto simile a quella di Odry nell’Orso e il pascià, e che i due servitori, che stavano in piedi dietro la carrozza, avevano un costume da scimmia perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschera a molla con le quali facevano boccacce ai passanti.

Franz ringraziò il conte della gentile offerta. Quanto ad Albert faceva il galante con una carrozza piena di contadine romane, ferma come quella del conte in una di quelle soste comuni nei cortei di carri, e che egli tempestava di mazzi di fiori. Disgraziatamente per lui, la sfilata si rimise in moto, e mentre egli scendeva verso piazza del Popolo, la carrozza che aveva attirato la sua attenzione risaliva verso piazza Venezia.

«Ah, mio caro», diss’egli a Franz, «non avete visto quel calesse pieno di contadine romane?»

«No.»

«Ebbene, vi assicuro che ci sono delle graziose signore.»

«Quale disgrazia che siate mascherato, mio caro Albert!» disse Franz. «Sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri sconcerti amorosi.»

«Oh», rispose egli tra il serio e il faceto, «spero bene che il carnevale non trascorrerà senza qualche allettante avventura.»

A onta della speranza di Albert, tutto il giorno passò senz’altra avventura, che l’incontro due o tre volte rinnovato del calesse che portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso o calcolo, la maschera cadde dal volto di Albert, ed egli approfittò di quella circostanza per prendere quanti fiori poté e gettarli nel calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Albert indovinava sotto il costume da contadina fu colpita da questa galanteria, e quando le due carrozze tornarono a incontrarsi, gettò un mazzetto di violette nella carrozza dei due amici. Albert si precipitò a raccoglierlo, e siccome Franz non aveva alcun motivo di credere fosse a diretto lui, lasciò che se ne impadronisse. Albert lo appuntò vittoriosamente sul petto, e la carrozza continuò a procedere trionfante.

«Ebbene», disse Franz, «ecco il principio di un’avventura.»

«Ridete quanto volete», rispose, «ma credo veramente di sì; perciò non lascio più questo mazzetto.»

«Perbacco, lo credo bene!» disse Franz ridendo. «È un segno di riconoscimento.»

Lo scherzo assunse ben presto il carattere della realtà: quando, sempre seguendo la fila, Franz e Albert incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella che aveva gettato il mazzetto ad Albert, batté le mani vedendo che lo aveva sul petto.

«Bravo! Mio caro, bravo!» disse Franz. «Ecco che la cosa si prepara a meraviglia. Volete che vi lasci? Preferite restare solo?»

«No», disse, «non imbrogliamo le cose: non voglio farmi accalappiare come uno stupido alla prima occasione, per un convegno sotto l’orologio, come diciamo noi, al ballo dell’Opéra. Se la bella contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi, la ritroveremo domani, o piuttosto lei troverà noi; allora mi darà segno, e vedrò ciò che mi converrà fare.»

«In verità, mio caro Albert», disse Franz, «siete saggio come Nestore e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe vorrà trasformarvi in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e potente.»

Albert aveva ragione: la bella sconosciuta aveva deciso senza dubbio di non spingere le cose più in là quel giorno; perché sebbene facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle vie traverse.

Allora ritornarono al palazzo Ruspoli. Il conte era sparito col domino turchino; le due finestre parate col damasco giallo continuarono però a essere occupate da persone senza dubbio invitate da lui.

La medesima campana che aveva dato il segnale di apertura del carnevale, ne suonò la chiusura: la fila del Corso si ruppe subito, e in un attimo tutte le carrozze disparvero per le strade laterali.

Franz e Albert erano in quel momento davanti alla via delle Muratte; il cocchiere la imboccò senza dir niente e, giunto in piazza di Spagna, si fermò davanti all’albergo. Pastrini venne a ricevere i suoi clienti sulla soglia. La prima cura di Franz fu d’informarsi del conte, per esprimergli il dispiacere di non essere andato in tempo a riprenderlo, ma Pastrini lo tranquillizzò dicendogli che il conte di Montecristo aveva ordinato un’altra carrozza per lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro al palazzo Ruspoli. Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici la chiave del suo palco al teatro Argentina. Franz interrogò Albert sulle sue intenzioni; ma questi aveva grandi progetti da attuare prima di pensare al teatro: per cui, invece di rispondergli, s’informò se Pastrini avesse potuto procurargli un sarto.

«Un sarto! E per che farne?» domandò l’albergatore.

«Per farci per domani degli abiti da contadini romani più eleganti che sia possibile.»

Pastrini scosse la testa.

«Farvi per domani due abiti?» esclamò. «Questa è, domando perdono a Vostra Eccellenza, una vera domanda alla francese. Due abiti! Quando da oggi a otto giorni non trovereste certamente un sarto che vorrebbe attaccarvi sei bottoni a un panciotto, quand’anche li pagaste uno scudo l’uno.»

«Bisogna dunque rinunciare agli abiti che desideravo?»

«No, perché li troveremo belli e fatti. Lasciate a me la cura, e domani quando vi sveglierete, troverete una collezione di cappelli, di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto.»

«Mio caro», disse Franz ad Albert, «affidiamoci al nostro albergatore; egli ci ha di già provato che è un uomo pieno di risorse, pranziamo dunque tranquillamente e dopo il pranzo andiamo a vedere l’Italiana in Algeri.»

«D’accordo, ma Pastrini non dimenticate che il signore e io ci teniamo molto ad avere per domani gli abiti che vi abbiamo domandato.»

Pastrini assicurò un’ultima volta i suoi ospiti che non avevano da inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti secondo i loro desideri. Albert e Franz, dopo ciò, risalirono per levarsi gli abiti da pagliacci.

Albert, nello spogliarsi, custodì con molta cura il mazzetto di viole, questo era il segno di riconoscimento per l’indomani.

I due amici si misero a tavola; ma, pranzando, Albert non poté fare a meno di osservare la netta differenza fra i meriti del cuoco di Pastrini e quello del conte di Montecristo. La verità costrinse Franz a confessare, malgrado le prevenzioni che sembrava avere contro il conte, che il paragone non era favorevole al cuoco di Pastrini. Alla frutta un domestico venne a informarsi a quale ora desideravano la carrozza. Albert e Franz si guardarono, temendo realmente di essere indiscreti.

Il domestico li capì e disse: «Sua Eccellenza il conte di Montecristo vi fa sapere di avere disposto che la carrozza restasse sempre agli ordini delle Loro Signorie; potranno perciò usarne liberamente, senza essere indiscreti».

I due giovani decisero di approfittare fino alla fine della cortesia del conte e ordinarono di attaccare i cavalli mentre loro si cambiavano gli abiti sgualciti e sporchi per i giochi a cui avevano preso parte nella giornata. Dopodiché, si fecero condurre al teatro Argentina e presero posto nel palco del conte.

Durante il primo atto la contessa G. entrò nel suo palco. Il primo sguardo lo diresse dalla parte dove la sera prima aveva visto il singolare sconosciuto; vide subito Franz e Albert nel palco di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, appena ventiquattr’ore prima, una strana opinione. Diresse il suo binocolo su di lui con tanta insistenza, che Franz capì sarebbe stata una crudeltà ritardare di soddisfare la curiosità di lei. Così, approfittando del privilegio concesso ai frequentatori dei teatri italiani, che consiste nel trasformare il teatro in una sala da ricevimento, i due amici lasciarono il palco per presentare i loro omaggi alla contessa.

Appena entrati nel palco, la dama fece un segno a Franz di mettersi al posto d’onore, e Albert questa volta si sedette dietro.

«Ebbene», disse, dando a Franz appena il tempo di sedersi, «sembra che non abbiate avuto niente di più urgente che fare conoscenza col nuovo lord Ruthwen… Eccovi i migliori amici del mondo!»

«Senza esserci inoltrati, quanto a voi sembra, in una reciproca amicizia», rispose Franz, «non posso negare di aver abusato tutto il giorno della sua gentilezza.»

«Come, tutto il giorno?»

«In fede mia, questa è la vera parola che conviene. Questa mattina abbiamo fatto colazione da lui; poi abbiamo partecipato al corso mascherato nella sua carrozza; e infine questa sera assistiamo allo spettacolo nel suo palco.»

«Voi dunque lo conoscevate?»

«Sì e no!»

«Come sì e no?»

«È una lunga storia.»

«Che voi mi racconterete?»

«Essa vi farà paura.»

«Ragione di più…»

«Aspettate almeno che abbia uno sviluppo.»

«Sia così: amo le storie complete. Intanto com’è che vi siete trovati a contatto? Chi vi ha presentato a lui?»

«Nessuno; al contrario, si è fatto presentare a noi ieri sera, dopo che vi ho lasciata.»

«Per mezzo di chi?»

«Oh, mio Dio, con un mezzo molto prosaico, quello del nostro albergatore.»

«È dunque alloggiato, come voi, all’albergo Londra?»

«Non solo nel medesimo albergo, ma sullo stesso piano.»

«E come si chiama? Dovete certo conoscere il nome.»

«Sì: il conte di Montecristo.»

«Non è un nome di nobile casato.»

«No, è il nome dell’isola che ha comprato.»

«Ed egli è conte?»

«Conte toscano.»

«Ci adatteremo a questo come agli altri», riprese la contessa che era di una delle più antiche famiglie dei dintorni di Venezia. «E che uomo è?»

«Domandatene al visconte di Morcerf.»

«Sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio…»

«Saremmo incontentabili, se non lo trovassimo gentile», rispose Albert. «Un vecchio amico non avrebbe fatto più di quello che egli ha fatto, e ciò con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che fanno rivelano in lui un vero uomo di mondo.»

«Attento!» disse la contessa ridendo. «Vedrete che il mio bel vampiro non sarà che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi perdonare i suoi milioni. E lei, l’avete vista?»

«Chi, lei?» domandò Franz ridendo.

«La bella greca di ieri sera.»

«No, credo di aver inteso il suono della sua guzla, ma lei è rimasta invisibile.»

«Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz», disse Albert, «è soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque preso quel domino turchino alla finestra parata di damasco bianco del palazzo Ruspoli?»

«Il conte dunque aveva una finestra al palazzo Ruspoli?» domandò la contessa.

«Sì, siete passata per il Corso?»

«Sì, e chi non è passato per il Corso quest’oggi?»

«Avete notato due finestre parate di damasco giallo, e una di damasco bianco con una croce rossa? Quelle tre finestre erano del conte.»

«Davvero!? Dunque, è un nababbo? Sapete quanto costano tre finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? E aggiungete a palazzo Ruspoli, che è nella più bella posizione del Corso?»

«Due o trecento scudi romani.»

«Dite piuttosto due o tremila.»

«Oh, diavolo!»

«È forse dalla sua isola che ricava queste rendite?»

«La sua isola non gli frutta un baiocco.»

«Perché allora l’ha comprata?»

«Per capriccio.»

«Dunque è un originale?»

«Il fatto è», disse Albert, «che mi è sembrato molto eccentrico. Se abitasse a Parigi, se frequentasse i nostri teatri, vi direi che è o un buffone che fa il dandy, o è un povero diavolo che si è perduto nella moderna letteratura. In verità, questa mattina è venuto fuori con due o tre uscite degne di Didier o d’Antony.»

In quel momento entrò un visitatore, e secondo l’uso Albert dovette cedere il posto all’ultimo arrivato; questo fatto fece decidere anche di cambiare argomento.

Un’ora dopo i due amici tornarono all’albergo. Pastrini si era già occupato dei loro abiti da maschera per l’indomani, e promise loro che sarebbero stati soddisfatti della sua intelligente alacrità.

L’indomani alle nove entrò nella camera di Franz con un sarto carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici ne scelsero due simili, e che stavano loro quasi a pennello, incaricarono l’albergatore di far cucire dei nastri a ciascuno dei cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a righe traverse dai colori vivi, di cui i popolani sono soliti cingersi la vita nei giorni di festa.

Albert aveva fretta di vedere quale figura avrebbe fatto col nuovo abito che si componeva di una giacca e un pantalone di velluto turchino, di calze ricamate, di scarpe con le fibbie e di un panciotto di seta. Il giovane, del resto, non poteva che guadagnarci con quell’abito pittoresco, e quando la sciarpa ebbe cinto gli eleganti fianchi, quando il cappello, leggermente piegato sopra un orecchio, lasciò cadere sulle sue spalle un gran mazzo di nastri, Franz fu costretto a confessare che i costumi hanno spesso una gran parte nella superiorità fisica che noi attribuiamo a certi popoli. I turchi nei tempi addietro, tanto pittoreschi con le loro zimarre lunghe, dai colori vivi, non sono ora ributtanti coi soprabiti turchini abbottonati, e il fez che dà loro l’aspetto di una bottiglia di vino con il turacciolo rosso?

Franz si congratulò con Albert che, in piedi davanti allo specchio, si guardava sorridendo visibilmente compiaciuto.

In quel momento entrò il conte di Montecristo.

«Signori», disse loro, «per quanto sia gradevole un compagno di divertimenti, la libertà è ancora più gradevole. Vengo a dirvi che per oggi e i giorni venturi lascio a vostra disposizione la carrozza di cui vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi avrà detto che ne ho prese a nolo tre o quattro; voi dunque non me ne private: usatene liberamente, sia per andare a divertirvi, sia per i vostri affari. Il nostro luogo di ritrovo, se avremo qualche cosa da dirci, sarà il palazzo Ruspoli…»

I due giovani volevano muovergli qualche obiezione, ma non avevano alcuna buona ragione per rifiutare un’offerta che, d’altra parte, gradivano assai, e finirono con l’accettare.

Il conte di Montecristo rimase circa un quarto d’ora con loro parlando di tutto con molta facilità. Era, come si è potuto notare, molto versato nella letteratura di tutti i paesi; inoltre le pareti del suo salotto provavano a Franz e ad Albert che era un amante di quadri. Qualche parola senza pretesa, lasciata cadere come a caso, provò loro che non era estraneo alle scienze; e sembrava inoltre che avesse una predilezione per la chimica.

I due amici non pensarono nemmeno di invitare a loro volta il conte a colazione; sarebbe stato uno scherzo di cattivo gusto offrirgli in cambio della sua eccellente tavola, la cucina molto mediocre di Pastrini. Glielo dissero francamente, ed egli ricevette le loro scuse, da uomo che apprezzava la loro delicatezza.

Albert era così rapito dalle maniere del conte, che, se fosse stato meno dotto, lo avrebbe creduto un vero gentiluomo. La libertà di disporre interamente della carrozza lo colmava di gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle, e siccome erano apparse il giorno prima in una elegantissima carrozza, era ben contento di continuare a comparire alla pari con loro.

Alle nove e mezzo i due giovani discesero; il cocchiere e i due servitori avevano avuto l’idea di sovrapporre, alle loro pelli di bestia, le livree, cosa che dava loro un aspetto anche più grottesco del giorno innanzi, e che procurò loro le congratulazioni di Franz e di Albert, il quale aveva infilato sentimentalmente all’occhiello della giacca il mazzetto di viole appassite.

Al primo tocco della campana partirono, e si precipitarono sul Corso per la via Vittoria. Al secondo giro, un mazzetto di viole fresche partì da una carrozza carica di pagliaccine, e venne a cadere in quella del conte, e ciò indico ad Albert e al suo amico, che le contadinelle del giorno innanzi avevano cambiato costume; e fosse per caso, o per un sentimento uguale a quello che aveva fatto mutare abiti ai due amici, che con tutta galanteria avevano preso il loro costume, esse avevano preso quello dei due amici.

Albert mise il mazzetto di viole fresche al posto dell’altro; ma lo conservò in mano, e quando incontrò di nuovo la carrozza, lo portò amorosamente alle labbra, atto che destò l’allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma anche di tutte le sue allegre compagne.

La giornata non fu meno animata della precedente. Anzi è probabile che un profondo osservatore vi avrebbe potuto riconoscere un crescere di rumore e di allegria. Per un istante videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza ripassò era già sparito.

È inutile dire che lo scambio di civetterie tra Albert e la pagliaccina dei mazzetti di viole durò tutta la giornata.

La sera, quando rientrarono, Franz trovò una lettera dell’ambasciata: gli veniva annunciato che il giorno dopo avrebbe avuto l’onore di essere ricevuto da Sua Santità. In tutti i suoi viaggi precedenti a Roma aveva chiesto e ottenuto lo stesso favore; sia per religione sia per riconoscenza, non aveva mai voluto mettere piede nella capitale del mondo cristiano senza genuflettersi in rispettoso omaggio ai piedi di uno dei successori di San Pietro, raro esempio di tutte le virtù: egli non poteva dunque in quel giorno pensare al carnevale. Malgrado la bontà di cui il papa circonda la sua grandezza, è sempre con un rispetto pieno di profonda emozione che uno si appresta a inchinarsi davanti a quel nobile e santo vecchio.

Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all’albergo, evitando anche di passare per la strada del Corso. Portava con sé un tesoro di pensieri per i quali il contatto con la folle allegria delle maschere sarebbe stata una profanazione.

Alle cinque e dieci minuti Albert rientrò. Era al colmo della gioia. La pagliaccina aveva rimesso il costume da contadinella, e nell’incontrare la carrozza di Albert si era levata per un momento la maschera… Era graziosissima.

Franz fece i suoi complimenti ad Albert, che li ricevette convinto che gli fossero dovuti. Aveva intuito, diceva, da alcuni segni d’eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette di scriverle l’indomani.

Franz, mentre riceveva questa confidenza, notò che Albert voleva chiedergli qualche cosa e tuttavia esitava a domandare. Si disse pronto a fare per la sua felicità tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Albert si fece pregare giusto quanto conveniva trattandosi di buoni amici; poi confessò a Franz che gli avrebbe reso un gran favore lasciando per l’indomani la carrozza tutta a sua disposizione. Albert attribuiva all’assenza dell’amico l’estrema bontà che aveva avuto la bella contadina nell’alzare la maschera.

Si capirà che Franz non era così egoista da trattenere Albert nel bel mezzo di un’avventura che prometteva di riuscire, a un tempo, gradita alla sua curiosità e lusinghiera per il suo amor proprio. Conosceva abbastanza il carattere espansivo del suo degno amico, per esser sicuro che lo avrebbe tenuto al corrente di ogni minimo particolare della sua buona fortuna; e siccome, dopo tre o quattro anni che percorreva l’Italia in lungo e in largo, non aveva mai avuto l’occasione di cominciare un simile intrigo per conto suo, Franz non era dispiaciuto d’imparare come vanno le cose in simili affari. Promise dunque ad Albert che l’indomani si sarebbe accontentato di guardare lo spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli.

Infatti il giorno dopo vide passare e ripassare Albert. Aveva un enorme mazzo di fiori, senza dubbio portatore di un suo biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza, quando Franz vide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color rosa.

Quella sera la gioia di Albert non ebbe limiti. Albert non dubitava che la bella sconosciuta non gli avrebbe risposto con il medesimo mazzo. Franz ne prevenne i desideri, dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che era deciso a impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album e a prendere alcuni appunti. Del resto, Albert non si era ingannato nelle sue previsioni: il giorno dopo Franz lo vide precipitarsi nella sua camera agitando trionfante un foglietto che teneva per un angolo.

«Ebbene, mi sono sbagliato?»

«Ha dunque risposto?» gli domandò Franz.

«Leggete.»

Questa parola fu pronunciata con un tono di voce impossibile a descriversi.

Franz prese il biglietto e lesse: «Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi strapperà il moccoletto. Quando arriverete al primo gradino della chiesa di San Giacomo, abbiate cura, affinché lei possa riconoscervi, di annodare un nastro rosa sulla spalla del vostro costume da pagliaccio. Da oggi sino a tale momento voi non mi rivedrete più. Costanza e discrezione».

«Ebbene!» disse Albert a Franz, quando questi ebbe finito di leggere, «che ne pensate, mio caro?»

«Penso», rispose Franz, «che la cosa prende la piega di un’avventura molto piacevole.»

«Questo è pure il mio parere, e ho un gran timore che andrete solo al ballo del principe T.»

Franz e Albert avevano ricevuto, quella stessa mattina, l’invito del celebre banchiere romano.

«State in guardia», disse Franz, «tutta l’aristocrazia sarà dal principe e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla nobiltà, non potrà fare a meno d’intervenirvi.»

«Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei», continuò Albert. «Avete letto il biglietto; sapete che scarsa educazione ricevono in Italia le donne del ceto medio; ebbene, rileggete il biglietto, osservate la calligrafia e trovatemi uno errore di lingua o di ortografia.»

«Voi siete un predestinato…» disse Franz, nel rendere ad Albert per la seconda volta il biglietto.

«Ridete quanto vi piace, scherzate pure», rispose Albert, «io sono innamorato.»

«Oh, mio Dio, voi mi spaventate!» esclamò Franz. «Prevedo che, non soltanto andrò da solo al ballo del principe, ma anche che ritornerò solo a Firenze.»

«Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, vi avverto che mi trattengo a Roma almeno per sei settimane. Io adoro Roma, e poi ho sempre avuto una grande passione per l’archeologia.»

«Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi membro dell’Accademia di belle lettere.»

Senza dubbio Albert si accingeva a discutere seriamente sui diritti che poteva avere a un seggio nell’Accademia, ma in quel momento vennero ad annunciare loro che il pranzo era servito: l’amore in Albert non era contrario all’appetito; si affrettò dunque, col suo amico, a mettersi a tavola, riservandosi di riprendere la discussione dopo il pranzo.

Ma, dopo il pranzo, fu annunciato il conte di Montecristo. Erano due giorni che i due amici non lo vedevano. Un affare lo aveva chiamato a Civitavecchia, almeno a quanto disse Pastrini. Era partito la sera del giorno prima, ed era tornato da appena un’ora.

Il conte fu gentilissimo. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione non risvegliasse in lui le fibre acrimoniose che aveva già fatto risuonare due o tre volte nelle sue amare parole, si comportò da tutt’altro uomo. Era, per Franz, un vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovane viaggiatore non lo avesse riconosciuto, e tuttavia non aveva detto una sola parola, dopo il loro nuovo incontro, che potesse tradire di averlo visto altrove. Dal canto suo, Franz, qualunque fosse la volontà di alludere al loro primo incontro, il timore di far cosa sgradita a un uomo che aveva colmato lui e l’amico di gentilezze, lo trattenne: continuò dunque a mantenersi riservato come il conte.

Il conte aveva saputo che i due amici avevano chiesto un palco al teatro Argentina, ottenendo in risposta che non ce n’erano. Perciò portava loro la chiave del suo; almeno questo era il motivo apparente della sua visita.

Franz e Albert fecero qualche difficoltà, adducendo il timore di privarne lui; ma il conte rispose che, andando egli quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione convinse i due amici ad accettare.

Franz si era un poco per volta abituato al pallore del conte, che lo aveva tanto colpito la prima volta che l’aveva visto. Non poteva fare a meno di render giustizia alla bellezza del suo viso severo, del quale quel pallore era il solo difetto o la principale attrattiva. Vero eroe di Byron, Franz non poteva, non solo vederlo, ma neppure pensare a lui, senza immaginarsi quel viso cupo sulle spalle di Manfredi, o sotto la cotta d’armi di Lara. Egli aveva sulla fronte quella ruga che indica la presenza incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono nel più profondo delle anime, quel labbro altero e sprezzante che dà alle parole quell’incisività che le fa imprimere profondamente nella memoria di chi ascolta.

Il conte non era più giovane, aveva quarant’anni almeno, ma ciò nonostante si capiva che era fatto per dominare i giovani. In realtà, per un’ultima somiglianza con gli eroi fantastici del poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione.

Albert era incantato della fortuna condivisa con Franz, d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta, tuttavia subiva l’influenza che esercita ogni uomo superiore sull’animo di coloro che lo avvicinano. Egli pensava al progetto, che il conte aveva già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava che con le sue doti personali, con quel volto magnetico e con la sua fortuna immensa, avrebbe ottenuto un grande successo. Però non desiderava trovarsi a Parigi quando egli vi fosse andato.

La serata passò come la si passa di solito a teatro in Italia: non ad ascoltare i cantanti, ma a far visite e a discorrere. La contessa G. riparlare del conte, ma Franz le annunciò che aveva qualcosa di più recente da dirle, e, malgrado le dimostrazioni di falsa modestia alle quali si lasciò andare Albert, raccontò alla contessa l’avvenimento che da tre giorni interessava i due amici.

Siccome queste tresche non sono rare né in Italia, né altrove, almeno se si deve credere ai viaggiatori, la contessa non fece minimamente l’incredula, e si congratulò con Albert per un’avventura che prometteva di terminare in modo assai soddisfacente. Si lasciarono con l’intesa di ritrovarsi al ballo del principe T. a cui tutta Roma era stata invitata.

La giovane del mazzetto di fiori mantenne la parola: né il giorno dopo, né l’altro dette segno ad Albert di esistere.

Finalmente giunse il martedì, l’ultimo e il più rumoroso giorno del carnevale. Il martedì grasso i teatri si aprono alle dieci del mattino, perché dopo le otto della sera si entra in quaresima. Il martedì grasso tutti coloro che, per mancanza di tempo, di entusiasmo e di denaro non hanno preso parte ai precedenti festeggiamenti, si mischiano all’ultimo baccanale, si lasciano trascinare dall’orgia e portano la loro parte di rumore e di movimento al rumore e al movimento generale.

Dalle due alle cinque Franz e Albert rimasero in fila sul Corso scambiando manciate di coriandoli con le carrozze della fila opposta e con i pedoni che circolavano fra le zampe dei cavalli e fra le ruote delle carrozze senza che accadesse mai, in mezzo a quella spaventosa mischia, un solo incidente, una sola disputa, una sola rissa. Sotto questo aspetto gli italiani sono il popolo per eccellenza. Le feste per loro sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha soggiornato in Italia cinque o sei anni, non si ricorda di aver visto una solennità turbata da uno solo di quegli avvenimenti che servono da corollario alle nostre.

Albert trionfava col suo costume da pagliaccio. Aveva annodato sopra una spalla un nastro rosa, le cui estremità gli cadevano fino al garretto, per distinguersi da Franz, che aveva indossato ancora il vestito da contadino romano.

Più il giorno avanzava, e più il tumulto aumentava: non c’era, su tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto di un tuono di grida e di una tempesta di coriandoli, di mazzetti di fiori, di uova, di fiori e d’aranci.

Alle tre, l’esplosione dei mortaretti tirati a un tempo su piazza del Popolo e su piazza Venezia, superando a stento quell’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare le corse. Le corse e i moccoli sono gli episodi particolari degli ultimi giorni di carnevale. Allo sparo dei mortaretti, le carrozze rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella via laterale più vicina al luogo dove si trovano.

Tutte queste evoluzioni si fanno con una meravigliosa rapidità, e senza che la polizia si occupi di assegnare a ciascuna il suo posto, o di tracciare la strada da percorrere.

I pedoni si addossano al muro dei palazzi, quindi si sente lo scalpitio dei cavalli e uno sguainar di sciabole.

Un plotone di gendarmi, che ne presenta quindici di fronte, percorre al galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto alla corsa dei berberi. Quando il plotone arriva a palazzo Venezia, l’esplosione di un’altra batteria di mortaretti annuncia che la strada è libera. Quasi subito, in mezzo a un clamore immenso, inaudito, si vedono passare come ombre sette o otto cavalli, eccitati dalle grida di trecentomila persone e dalle castagnette di ferro appuntate che balzavano sul loro dorso; poi il cannone di castel Sant’Angelo spara tre colpi per annunciare che ha vinto il numero tre.

Subito. senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimettono in movimento, rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le vie laterali come torrenti contenuti per un momento che si gettano tutti insieme nel letto del fiume che alimentano, e l’onda immensa riprende, più rapida che mai, il suo corso fra le due rive di granito. Soltanto un nuovo elemento di rumore si era mischiato alla folla: entrarono in scena i venditori di moccoli.

I moccoli, o moccoletti, sono ceri che variano dalla grossezza di un cero pasquale a quella della coda di un sorcio, e suscitano, negli attori della grande scena con cui termina il carnevale romano, due opposte preoccupazioni: 1. Mantenere acceso il proprio moccoletto; 2. Spegnere il moccoletto degli altri. Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Per quanto è in loro potere, si adoperano a conservarla, e sebbene certi che presto o tardi debba avere fine, tuttavia hanno indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi tempo: è vero anche che per questa suprema operazione il diavolo non ha mai mancato di venir loro in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo a un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati per spegnerli, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi in sembianza di mostro, i ventagli sovrumani?

Ognuno si affrettò dunque a comprare i moccoletti, e Franz e Albert fecero altrettanto. La notte si avvicinava rapidamente, e già al grido: «Moccoli!», ripetuto dalle voci stridule dei venditori ambulanti, due o tre stelle cominciarono a brillare al di sopra della folla. Fu come un segnale.

Dieci minuti dopo, quarantamila lumi scintillarono discendendo da piazza Venezia a piazza del Popolo, e risalendo da piazza del Popolo a piazza Venezia. Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui.

Chi non ha mai visto questa festa, è impossibile che se ne possa fare un’idea. Supponete che tutte le stelle si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra una danza fantastica, il tutto accompagnato da grida che orecchio umano non ha mai potuto sentire sulla superficie del globo.

È proprio in questo momento che non c’è più distinzione sociale. Il facchino assale il principe, questi il trasteverino, il trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo. Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento. sarebbe proclamato re dei moccoletti, e Aquilone l’erede alla corona.

Questa corsa folle e fiammeggiante durò circa due ore. La strada del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i lineamenti degli spettatori fino al terzo o quarto piano.

Ogni cinque minuti Albert estraeva l’orologio: finalmente segnò le sette.

I due amici si ritrovarono a poca distanza dalla via dei Pontefici; Albert saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in mano.

Due o tre maschere gli si avvicinarono per spegnerlo o per toglierglielo; ma, da bravo lottatore, Albert li respinse dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso la chiesa di San Giacomo.

I gradini erano gremiti di curiosi e di maschere che lottavano per strapparsi il moccoletto dalle mani. Franz seguiva Albert con gli occhi, e lo vide mettere il piede sul primo gradino, poi quasi subito una maschera che portava il ben noto costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse il moccoletto senza ch’egli facesse la minima resistenza.

Franz era troppo lontano per udire le parole che si scambiarono, ma senza dubbio non furono ostili, poiché vide allontanarsi Albert tenendo sottobraccio la contadinella. Per un po’ li seguì in mezzo alla folla, ma in via del Macello li perse di vista.

D’improvviso, si udì il suono della campana che dà il segnale della fine del carnevale, e nel medesimo istante tutti i moccoli si spensero come per incanto. Si sarebbe detto che un solo e immenso colpo di vento li avesse annientati tutti. Franz si trovò nell’oscurità più profonda. Nello stesso momento, tutte le grida cessarono, come se il soffio possente che aveva spento i lumi avesse portato via contemporaneamente ogni rumore.

Non si udì più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare dietro le finestre.

Il carnevale era finito!

37. Le catacombe di San Sebastiano

C’è da supporre che Franz non avesse mai provato in vita sua un’impressione così viva, un passaggio così rapido dall’allegria alla tristezza, come in quel momento. Si sarebbe detto che a opera del soffio di qualche demone della notte, Roma fosse stata cambiata in un vasto sepolcro. Una circostanza aumentava l’intensità delle tenebre: la luna, essendo in fase calante, non sorgeva che dopo le undici, e le strade per le quali passava il giovane erano immerse nella più profonda oscurità. Tuttavia il tragitto era breve, e in capo a dieci minuti, la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti all’albergo Londra.

Il pranzo era servito; ma poiché Albert aveva avvertito che non contava di tornare presto, Franz si mise a tavola senza di lui.

Pastrini, che aveva l’abitudine di vederli pranzare insieme, si informò della ragione dell’assenza di Albert; ma Franz si limitò a rispondergli che Albert aveva dovuto recarsi a un invito ricevuto il giorno prima. L’improvviso spegnersi dei moccoletti, l’oscurità succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore, avevano lasciato nell’animo di Franz una certa malinconia non esente da inquietudine. Pranzò taciturno, nonostante le premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli servisse cosa alcuna.

Franz aveva deciso di aspettare Albert il più a lungo possibile. Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di avvisarlo non appena Albert fosse tornato in albergo, qualunque potesse essere l’ora.

Alle undici Albert non era ancora rientrato.

Franz si vestì, e uscendo avvisò l’albergatore che avrebbe passato la notte dal principe Torlonia.

Quella del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e riceve gli ospiti in modo perfetto: le feste del principe banchiere sono famose in tutta Europa.

Franz e Albert erano giunti a Roma con lettere di presentazione per lui, perciò la prima domanda che il principe gli rivolse fu che fosse avvenuto del suo compagno di viaggio. Franz rispose che lo aveva lasciato poco prima che si spegnessero i moccoletti e che lo aveva perso di vista nella via del Macello.

«Dunque non è rientrato?» domandò il principe.

«L’ho aspettato fino adesso», rispose Franz.

«E sapete dove sia andato?»

«Precisamente, no; ma credo si tratti di una specie di convegno.»

«Diavolo!» disse il principe. «È un brutto giorno, o per meglio dire una cattiva sera per far tardi… Non è vero, contessa?»

Queste ultime parole erano dirette alla contessa G., che giungeva allora, e che passeggiava appoggiandosi al braccio del fratello del principe, il duca di Bracciano.

«Io trovo, al contrario, che sia una bellissima notte, e coloro che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo presto.»

«Ma io», riprese sorridendo il principe, «non parlo di quelli che sono qui, essi non corrono altro pericolo che gli uomini d’innamorarsi di voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella; parlo di coloro che girano per le strade di Roma.»

«Eh, mio Dio, e chi volete che percorra le strade di Roma a quest’ora, se non quelli che vengono dal ballo?»

«Il nostro amico Albert di Morcerf, signora contessa, che ho lasciato mentre seguiva la sua bella sconosciuta verso le sette di sera», rispose Franz, «e che non ho più rivisto.»

«E non sapete dove sia?»

«No davvero!»

«È armato?»

«È vestito da pagliaccio…»

«Non avreste dovuto lasciarlo andare», disse il principe a Franz, «voi che conoscete Roma meglio di lui.»

«Sarebbe stato lo stesso che cercare di fermare il numero tre dei berberi che oggi ha vinto il premio della corsa», rispose Franz. «E poi che volete che gli accada?»

«Chi lo sa? La notte è oscura, e il Tevere è molto vicino alla via del Macello!»

Franz sentì un brivido scorrergli per le vene, vedendo che le idee del principe e della contessa condividevano le sue inquietudini.

«Per questo ho avvisato l’albergatore che avevo l’onore di passare qui la notte», disse Franz, «e debbono venire ad avvertirmi qui, appena ritorna.»

«Guardate», disse il principe a Franz, «ecco appunto un mio domestico, che credo cerchi di voi.»

Il principe non s’ingannava: appena il domestico ebbe scorto Franz, si avvicinò a lui, e gli disse: «Eccellenza, l’albergatore dell’hotel Londra vi fa avvertire che là c’è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf».

«Con una lettera del conte!» esclamò Franz.

«Sì.»

«E chi è quest’uomo?»

«Non lo so.»

«E perché non è venuto a portarmela qui?»

«Il messaggero non mi ha dato alcuna spiegazione.»

«E dov’è il messaggero?»

«Se ne è andato non appena mi ha visto entrare nella sala per cercarvi.»

«Oh, mio Dio», disse la contessa a Franz, «andate, presto. Povero giovane: forse gli è accaduta qualche disgrazia.»

«Vado subito…» disse Franz.

«Tornerete per darci notizie?» chiese la contessa.

«Sì, se la cosa non è grave; altrimenti non posso prevedere ciò che farò.»

«In ogni caso, siate prudente», disse la contessa.

«Oh, state tranquilla.»

Franz prese il suo cappello e partì in tutta fretta. Aveva licenziato la carrozza, ordinandola per le due. Ma per fortuna la casa del principe, che guarda da una parte sul Corso, e dall’altra sulla piazza dei Santissimi Apostoli, è a dieci minuti di cammino dall’albergo Londra.

Avvicinandosi all’albergo, Franz vide un uomo in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello: non dubitò che questi fosse il messaggero di Albert; restò però meravigliato che gli rivolgesse per primo la parola.

«Che volete da me, Eccellenza?» disse facendo un passo indietro come uno che voglia tenersi in guardia.

«Non siete voi», chiese Franz, «che mi avete portato una lettera del conte di Morcerf?»

«Vostra Eccellenza alloggia all’albergo di Pastrini?»

«Sì.»

«Vostra Eccellenza è il compagno di viaggio del conte?»

«Sì.»

«Come si chiama Vostra Eccellenza?»

«Barone Franz d’Epinay.»

«È proprio a Vostra Eccellenza che allora è diretta questa lettera.»

«Devo dare una risposta?» domandò Franz nel prendere la lettera dalle sue mani.

«Sì, o almeno il vostro amico lo spera.»

«Allora salite da me, ve la darò.»

«Preferisco attenderla qui…» disse ridendo il messaggero.

«E perché?»

«Vostra Eccellenza lo capirà meglio quando avrà letto la lettera.»

«Allora vi ritroverò qui?»

«Senza dubbio.»

Franz entrò nell’albergo e per le scale s’imbatté in Pastrini.

«Ebbene?» gli domandò questi.

«Ebbene, che cosa?» rispose Franz.

«Avete visto l’uomo che desiderava parlarvi da parte del vostro amico?»

«Sì, l’ho visto», rispose Franz, «e mi ha consegnato questa lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera.»

L’albergatore dette ordine a un domestico di precedere Franz con un lume.

Il giovane aveva notato un’aria spaventata sul viso di Pastrini, il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la lettera di Albert: si accostò al candeliere, appena fu accesa la candela, e spiegò il foglio.

La lettera era scritta e firmata dalla mano di Albert. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente: «Mio caro amico, non appena avrete ricevuto la presente, abbiate la compiacenza di prendere nel mio portafoglio, che troverete nel cassettino del mio scrittoio, la lettera di credito: uniteci la vostra, se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento quattromila scudi, che consegnerete al latore della presente. Mi preme che questa somma mi giunga senza alcun ritardo. Non insisto di più, contando su di voi, come voi potreste contare su di me. Il vostro amico, Albert di Morcerf. Post-scriptum: Adesso credo ai banditi italiani».

Sotto queste righe, erano scritte da mano sconosciuta le seguenti parole: «Se alle sei di mattina i quattromila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Albert avrà cessato di vivere. Luigi Vampa».

Questa firma spiegò ogni cosa a Franz, che capì la riluttanza mostrata dal messaggero a salire da lui: la strada gli sembrava più sicura.

Albert era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla cui esistenza non voleva credere. Non c’era tempo da perdere: corse allo scrittoio, l’aprì e nel cassettino indicato trovò il portafoglio, e in esso la lettera di credito di seimila scudi in tutto: ma Albert ne aveva già spesi tremila.

Franz non aveva alcuna lettera di credito; abitando a Firenze, ed essendo venuto a Roma per passarvi gli otto giorni del carnevale, non aveva preso che un centinaio di luigi, e non gliene rimanevano che appena cinquanta. Gli mancavano dunque sette o ottocento scudi per poter riunire, fra lui e Albert, la somma richiesta. È vero che, in un caso simile, Franz poteva contare sulla gentilezza di Torlonia.

Egli si disponeva dunque a ritornare al palazzo del principe senza perdere un istante, quando d’improvviso gli venne alla mente una felice idea…

Pensò al conte di Montecristo.

Stava per far chiamare Pastrini, quando questi si presentò alla porta.

«Mio caro Pastrini, credete che il conte ci sia?»

«Sì, Eccellenza, è rientrato or ora.»

«Sarà già andato a letto?»

«Non credo.»

«Allora vi prego di andare a domandargli a mio nome il permesso di potermi presentare a lui.»

Pastrini si affrettò a eseguire l’incarico: cinque minuti dopo era di ritorno.

«Il conte aspetta Vostra Eccellenza», disse.

Franz attraversò il corridoio; un domestico lo introdusse dal conte. Era in un piccolo salotto che Franz non aveva mai visto, tutto circondato da divani; il conte gli andò incontro.

«Oh, qual buon vento vi conduce da me a quest’ora?» gli disse. «Venite forse a chiedermi di cenare? Perbacco, sarebbe davvero gentile per parte vostra.»

«No, vengo a parlarvi di una cosa molto grave.»

«Di una cosa molto grave!» disse il conte fissandolo con quello sguardo profondo che gli era proprio. «Di che si tratta?»

«Siamo soli?»

Il conte andò alla porta, poi ritornò. «Assolutamente soli…» disse.

Franz gli mostrò la lettera di Albert. «Leggete!» gli disse.

Il conte lesse la lettera. «Ah, ah», fece egli.

«Avete visto il post-scriptum?»

«Certamente. “Se alle sei di mattina i quattromila scudi non sono nelle mie mani, alle sette il conte Albert avrà cessato di vivere. Luigi Vampa.”»

«Che ne dite?» domandò Franz.

«Avete la somma che vi viene richiesta?»

«Sì, meno ottocento scudi.»

Il conte si avvicinò a uno scrittoio e ne aprì un cassettino pieno d’oro.

«Io spero», disse a Franz, «che non vorrete farmi il torto di rivolgervi ad altri.»

«Vedete che sono venuto direttamente da voi…» disse Franz.

«E io ve ne ringrazio: prendete.» E fece segno a Franz di prendere quanto gli occorreva.

«Ma è proprio necessario mandare questa somma a Luigi Vampa?» chiese il giovane fissando a sua volta lo sguardo sul conte.

«Diavolo, giudicate voi stesso: il post-scriptum parla chiaro.»

«Mi sembra che, se voleste prendervi la pena di pensarvi, forse trovereste un mezzo per semplificare molto la faccenda…» disse Franz.

«E quale?» chiese il conte meravigliato.

«Per esempio, se andassimo insieme a trovare Luigi Vampa, sono sicuro che non vi