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F. D. GUERRAZZI


L'ASSEDIO DI FIRENZE


MILANO

LIBRERIA EDITRICE DANTE ALIGHIERI

Via Giardino, Num. 33
1869
Proprietà Letteraria.


A

N. G. A.

Io promisi un giorno dedicarvi questa opera mia. Da quel giorno in poi voglie, costumi voi avete mutato ed affetti. Io mi mantengo tenacemente lo stesso. E mentre in questo modo soddisfo all'ultima promessa che vi ho fatto, io spero, e non invano, che la vostra coscienza sia per domandarvi: E tu come adempisti i tuoi giuramenti? - Addio. -

L'Autore.

INTRODUZIONE


.......Fermamente credo
Che gli estinti dei vivi
Sién più felici; e molto più i non nati.
Che non videro i mali
Che stanno sotto il sole.
Cleop., trag. del card. Delfino.

Sei sola anima mia: non mentire a te stessa; - leva la voce e prorompi in un lamento. La pazienza! Oh! la pazienza è cosa dura e conviene meglio alla groppa del somiero che all'anima, dell'uomo: converti dunque in flagello questa catena spirituale e percuotila in volto ai tuoi oppressori. I potenti della terra hanno flagelli di ferro, ne hanno ancora di scorpioni(): tu adopra il tuo di pazienza offesa. - Ardisci! A David valse la fionda, nè i tuoi nemici sono giganti, o il sono di stoltezza soltanto. - Tu già non ti duoli per impeto d'ira o per debolezza codarda, ma perchè una condanna di sventura più e più sempre si aggrava sul capo della stirpe destinata a morire. Quando lo stoico alza la faccia dicendo: Non piansi mai, - mentisce a sè stesso. Perchè non isgorgò la lacrima dal cavo de' suoi occhi, affermerà il superbo non avere mai pianto? Forse sotto la superficie gelata di un fiume scorrono le acque meno rapide al mare? Tutto piange quaggiù, e la natura stessa versa un pianto quotidiano sulle miserie della creazione con le rugiade dei cieli. Lamenta, lamenta, anima mia. - Le muse i genii, le fate e Apollo cessarono; ogni altra lieta immaginazione cessò; il dolore che prima di essi inspirava i canti degli uomini, il dolore che soppravvive ai sepolcri, il dolore che apre e serra le porte della vita, il dolore che regge la misura del tempo..., eterna, unica musa dell'uomo è il dolore.
Troppo innanzi tempo imparai a diffidare di molte, forze di tutte le speranze umane: io vivo in mezzo agli uomini; ma per me non chiedo, non ispero nè temo nulla da loro. E che mai potreste darmi, o gente che morirete? L'odio, la prigione, l'esiglio? Me gli avete già dati; e furono come la pietra lanciata in aria dal pazzo, che ritornò a percuoterlo sopra la testa. La compassione? Oh! trangugiate per voi cotesta tazza di aceto e di fiele: io posso sopportare il vostro odio, la vostra pietà non potrei; serbatela per voi, che voi, come me, aveste nascimento e avete la vita e avrete la morte; in voi, come in me, stanno le malattie del corpo, le imbecillità dello spirito, gli errori, i dolori, i trascorsi e le colpe.

Ingombra questa nostra terra, infelice una gente la quale, o prostrata dagli anni, o torpida di fibra, o per pinguedine fastidiosa, o cieca ad un punto e codarda, penosamente si strascina per lo esilio breve della vita e va gridando a quelli che precorrono: Adagio, adagio; nella quiete sta sicurezza. Qual mai sicurezza? E non sapete voi che la vita è un correre alla morte? La quiete non è vita. Trapassare da una in altra vicenda, agitarsi incessante nel tripudio e nell'affanno, percuotere ed essere percosso, amare, odiare, ora angiolo, ora demonio, e verme e Dio... questa si chiama vita. Se ciò sia bene o male, dimandane a colui che, potendo, non volle creare tutto ad un modo. Ma se difetto di passione l'umana felicità costituisse, l'uomo e il sepolcro sarebbero fratelli di vita, qual corra differenza tra l'uomo e la pietra vi dirà santo Stefano che morì lapidato. O impassibili! Supplicate dai sacerdoti di Giove il destino di Niobe. Badate però; Giove, aspettando i suoi successori in divinità, è fatto dio da museo, e i vostri sacerdoti hanno potenza di convertire un cuore in pietra, ma per loro soltanto: come la idrofobia, questa facoltà non passa in seconda generazione, e ciò vuolsi considerare per qualche cosa di bene ai tempi che corrono.

Odano dunque coteste genti, ma non ascoltino; guardino, ma non vedano: io abborro dal giudizio loro: e quantunque la mia voce si levi presso le dimore degli uomini, desidero che suoni solitaria quanto il ruggito del lione per le arene del deserto, come lo strido dell'aquila su i dirupi delle Alpi.

Meco stesso ragiono; adopro la facoltà d'interrogarmi e di rispondermi. Come si chiama lo spirito che dentro me interroga, e come l'altro che dentro di me risponde? La prima operazione apparterrebbe per avventura al cuore, la seconda al cervello? La potenza di argomentare procede unita o disgiunta da quella di sentire? Antichi filosofi sostennero la esistenza di due anime nel medesimo corpo. La mia anima procedeva ignara di tutto questo: lessi i libri dei filosofi e riuscii a saperne molto meno di prima. L'etiche e le metafisiche loro assai si rassomigliano alla descrizione della luna immaginata da messer Lodovico Ariosto, o al commento (Dio lo perdoni!) del Newton intorno alla visione dell'Apocalisse.

Anima, perchè vivi? L'anima vuota alla risposta mi ritorna a guisa d'eco la domanda: perchè vivi? Qualche vizio di più, qualche nobile passione di meno, e una ruga sopra la fronte, e una ferita nel cuore, ed ogni giorno un fiore caduto dalla corona della speranza... ecco i benefizii del tempo.

Anni felici della mia giovanezza, ond'è che mi passate traverso alla memoria come i ruscelli delle patrie colline al tormentato della sete? Giuochi infantili, sonni placidi, amore... perfidamente lusinghieri, versate a piene mani una rugiada di gioia su l'alba della vita per indurre la creatura a sopportare l'ardore increscioso del giorno e le più dolenti tenebre della sera.

Io sorgeva in quei giorni mattiniero quanto la lodoletta pellegrina, a ricevere sul capo la prima benedizione della luce; te, o sole, esaltava occhio di Dio, glorioso, vigilante sopra la felicità dei figliuoli di Adamo; e quando con lo sguardo innamorato aveva seguito la tua curva di fuoco ai confini dell'oceano, lo rialzava al firmamento, salutando ad una ad una le costellazioni comparse sul bruno orizzonte: però il mio spirito ebbro di raggi e di armonia spaziava con ala infatigabile su quei globi luminosi. Talvolta mi sorgeva nell'anima un desiderio di penetrare oltre il manto dei cieli i misteri di Dio, e meditando mi sprofondava per quegli azzurri sereni; se non che a poco a poco mi si facevano opachi, finalmente neri, ed io mi rimaneva esclamando: Che cosa importa conoscere? Dio vive!

Queste visioni lusingavano la mia fanciullezza, avvegnachè il mio spirito fosse innamorato di Dante e del Klopstok, i divini poeti.

Nè la terra mi si offerse meno bella del cielo. Ammirai le forme del lione, gli screzii della tigre, le liste verdi e di oro del serpente in faccia al sole; stimai l'aconito degno quanto il giglio delle valli di ornare le trecce alla bella fidanzata; non seppi la ragione per cui gli uomini celebrassero l'alloro, dalla savina abborrissero; gli steli della cicuta ebbi in pregio...

E l'oceano! Oh! Aroldo() si compiacque scherzare con l'onde dell'oceano, come con la criniera di un cavallo indomato: io ti amai col trasporto di un primo amore.

Affidava il mio corpo al cumulo delle acque, e quando spumanti mi fremevano attorno: Ecco, io diceva, esse mormorano per il piacere di rivedermi. Sovente m'immergeva negli abissi a toccare le aliche profonde, immaginando così di stringere la mano dell'elemento diletto. Chi ridirà la gioia del sentirsi sospinto, con la velocità di un dardo scoccato, alla superfice delle acque? chi quella di osservare traverso le gocce che grondano giù dalla fronte moltiplicati all'infinito i raggi dei pianeti? Contemplava nell'emisfero l'astro dell'amore, lo riguardava poi riflesso sul mare, e mi pareva su le onde tremolasse più lieto; allora, preso dal piacere, io guizzava esclamando: Salute all'oceano, poichè Dio lo destinò a riflettere l'astro dell'amore!

E come spensierato commisi il mio corpo alle acque, così affidai la mia anima all'anima dell'uomo. Ahimè deluso! non mi era anche nota la maledizione dello spirito(). Io reputava impossibile la parola proferisse un pensiero non sentito dal cuore. Paragonai la vita non con la eternità, di cui non concepiva idea giusta, bensì co' secoli precorsi; e mi parve tanto breve, tanto miserabile cosa, ch'io argomentai gli uomini, sentendosi destinati ad altre sorti, poco curassero i diletti caduchi della terra. Per questo modo la vita umana immaginando quasi preparazione di vita celeste, mi piacqui fingerla uguale all'ora facile dei testamenti, in cui anche gli avari sono larghi di loro sostanza ai superstiti. Vidi gli uomini che si stringevano una mano, e non curai osservare dove celassero l'altra; notai gli amplessi, trascurai i volti: feci tesoro di qualche bello atto di cortesia, e reso cieco gridai: La creatura si ama!

Ma il tempo si portava le illusioni.

Il sole sta immobile globo di fuoco a illuminare l'ozio di pochi, l'affanno di molti, le miserie di tutti; indifferenti si versano i suoi raggi sul ferro dell'assassino e sopra la ferita dell'assassinato, sopra la vita e sopra la morte. Se Giosuè lo costrinse col miracolo a fermarsi nel cielo, non fu per benedire una pace, sì bene a illuminare una strage().

E quando le ombre si addensarono sopra la terra, gemei e dissi: L'ora dei tradimenti si avvicina. Guardai le stelle e mi parve impallidissero alla maledizione che il sicario nascosto nella tenebra mandava a quei fuochi di amore. Le strida delle migliaia dei disperati mi percossero, udii il pianto, vidi le mani stese verso il cielo... il cielo stava inecittabile e chiuso come una volta di bronzo, quanto una massa di granito. Non più rallegrava il mio spirito la pelle dipinta degli animali; vidi le labbra sanguinose, conobbi il veleno e commosso da troppa passione domandai alla fiera della foresta: Perchè laceri la creatura di Dio? La fiera della foresta mi rispose sbranando. Seppi la donna avere sfrondato la savina per disperdere il frutto dell'amore; calpestai la cicuta, ne svelsi le radici, le detti ai venti: invano; già gli uomini ne avevano estratto la bevanda che spense Socrate, il più virtuoso dei filosofi.

Ahimè! ahimè! Non querce, olivo e alloro, ma ferro, laccio e veleno sono le tre corone della virtù.

Il vento sorgeva impetuoso. Io me ne andai lungo le sponde del mare, e da lontano mi apparve un rompente che sbalzava nella rabbia della distruzione: presso la sponda raccoglie l'ira e la forza ad inondare la terra, ma gli si oppone la parola di Dio, e la superbia di lui rimase rotta traverso gli scogli in minutissimi spruzzi; si spiegò sopra sè stesso fremendo, e tra quelle spume scôrsi una tavola.... la reliquia della barca del pescatore. Da quell'ora in poi in ogni mormorare di flutto ravvisai l'agonia del pescatore, il pianto della moglie e le strida dei figli... poveri figli! Oh! tu sei forte, oceano, contro la barca del pescatore; ma con placide onde, un giorno, i vascelli Portoghesi e Britanni veleggianti alle Indie orientali lambisti, amico il seno agli Spagnuoli per le stragi americane schiudesti. Mi attristai nel profondo, considerando come gli uomini, la natura e tutto congiurassero  in danno del debole: pensai l'oceano anch'egli fosse lusinghiero del potente, e il mio spirito fu dipartito dal mare.

Conobbi la fiera dal sembiante umano: erano le sue imprese la calunnia delle altrui virtù, interpretava come oltraggi i consigli di amore, si tormentava l'intelletto per ravvisare nel benefizio una offesa onde trarne argomento di ricompensarlo con l'odio; vituperò come misfatti i voti più puri dell'anima ardente in fiamma di carità, chiamò la scienza dei grandi follia, avvelenò affetti santissimi, punì il pensiero, insidiò vite e le spense; uguale rimaneva pur sempre l'amico stendere della mano e il sorriso soave e la parola cortese e l'umile invocare dell'Eterno... Io vo' vederti il cuore, o creatura perversa! E un giorno pure ebbi tra le mani un cuore. Egli mi apparve di fuori lucido e liscio, sì che quasi affascinava a vagheggiarlo. Lo tagliai per ispiarne l'interno. Oh! chi descrive la serie infinita delle fibre che vanno l'una confondendosi nell'altra? Chi la serie portentosa delle vene disgradanti senza numero? Con la punta del coltello presi a seguitare la traccia di un filo, vi applicai argutamente il tatto e la vista; nondimeno lo perdei, nè mi riuscì seguitarlo fino al suo principio o al suo termine. Risi della scoperta... Così... così e non altramente doveva essere composto il cuore dell'uomo!

Ma il dolore concetto dissimulava, e quantunque volte un pietoso ufficio mi chiamò a favellare alle turbe, volgendomi ai giovani solamente, però che i tempi mi avessero insegnato come i capelli bianchi non sieno aureola di pazienza a' vecchi capi, ed ogni anno saccheggi una virtù, e l'uomo prima assai di morire diventi cadavere, volgendomi, dico, ai giovani soltanto, gli ammoniva: «Fratelli! io vi conforto ad essere grandi: certo nel proferire sì fatta parola tremo nelle ossa; pure a Dio piaccia che per viltà mi rimanga del manifestare altri sentimenti. Regge il creato una legge dura che impone: Sii grande e infelice: ma un'altra legge impera più universale che comanda: Sii uomo e muori. Ora se nessuna forza può tôrvi la bella morte, che cosa mai presenta la vita onde la conserviate a prezzo del vituperio? Invidiereste voi forse la stilla del cielo che scende tacita e si confonde inosservata nel mare? Chi non amerebbe piuttosto un giorno dell'esistenza dell'uccello, esistenza di canto e di volo; chi non più tosto il minuto del fulmine, minuto di fragore e di luce che il secolo del verme dei sepolcri? Gravi mali vi aspettano, il vostro cuore lacerato si romperà; morrete: ma presso il morire ricorderete l'esilio di Dante, le catene del Colombo, la corda del Machiavelli, il carcere di Galileo, i delirii del Tasso (e non ricordo le morti per ferro, per laccio, per veleno e fin anche per fame, perchè le sventure dei grandi sono troppe e troppo dolorosamente copiose), e di queste memorie vi farete zona di costanza intorno ai reni per durare imperterriti nella miseria, traverso la quale la stirpe dei tormentatori vi travolgerà. La tirannide umana che vi appariva dianzi quasi colosso di bronzo, ora la schernirete vedendo le sue piante di creta, e la sperderete con quella stessa agevolezza con la quale l'angiolo di Dante si sgombrava dal volto il fumo dell'inferno.»

Così favellavano le labbra; l'anima intanto inaridiva nell'amarezza.

Ora dentro di me si levò una voce che disse: «Non sempre Dio si pentì di avere creato l'uomo. Tu vivi in secolo che vinse il paragone di tristezza con ogni più vile metallo(). Ricerca per le storie, e troverai tempi secondo il tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla virtù dei morti prendi argomento di flaggellare le infamie dei vivi. Le opere famose dei trapassati ti daranno speranza del valore dei posteri: imperciocchè nulla duri eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e del male si alterni continua sopra questa terra. Tu vivrai una vita di visioni degli anni passati e dei futuri.»

Apersi il volume della storia, investigando questa epoca di umana felicità, e lessi con l'anelito del moribondo che sospira la luce. Oh quanti giorni consumati invano! Oh quante volte caddi col capo sulle pagine funeste, dolente, non disperato, esclamando: Sarò più avventuroso domani! Venne il domani e il giorno appresso e l'altro, nè da alcun lato si diradava la tenebra. Questa è la storia delle fiere del bosco! Gittai il libro, ma col libro non gittai la conoscenza del male. Notti vegliate su i volumi di coloro che mi hanno preceduto, irresistibile agonia di sapere, qual frutto apportaste all'anima mia? Con l'avvilimento e il dolore ho tessuto il manto funerario alla speranza.

Guardai l'Italia, e vidi sorgere una gente, sparpagliarsi pel mondo a incatenare la creatura di Dio; poi la pazienza degli oppressi convertirsi in furore, l'antica iniquità caduta, giunti i giorni dell'ira; popoli barbari, come fanno degli armenti i mandriani, cacciarsi davanti altri popoli barbari alla volta delle nostre contrade: inonda il torrente dalle Alpi a Reggio, un trono è leva per sovvertire un altro trono; noi infelicissimi, vinti, portiamo la impronta della caduta di tutti. Dopo le contese sacerdotali succedono le civili. Guelfi e Ghibellini; Bianchi e Neri; Montecchi e Cappelletti; Maltraversi e Scacchesi; Bergolini e Raspanti: sangue gronda ogni sasso alla campagna, sangue ogni torre in città; repubbliche discordi, misere, perpetuamente guerreggianti tra loro; interni ed esterni tiranni, lascivi, avari, paurosi delle tenebre stesse, e pure senza misura crudeli; traditori e traditi; braccia poste all'incanto, anime italiane vendute; città nobilissime patteggianti coi turpi masnadieri; alti inteletti sotto la feroce ignoranza dei sacerdoti curvati; per ultimo, come la tempesta si leva dagli abissi del mare, ecco sorge la tirannide, Briareo maledetto, che le cento mani distende, il cielo e la terra arraffando contamina, snatura anime e corpi, semina il deserto e sta.

E tu, Firenze, figlia generosa di nobile madre, cedesti alla onnipotenza dei fati, come conveniva all'ultimo santuario della italiana libertà! Inclita per magnanime geste, consacrata dal sangue dei martiri, la tua caduta farà sospirare il nostro cuore finchè la creta animata si scaldi al sole dell'opre magnanime. Ahimè! pur troppo la vita dei reami e delle repubbliche è misurata come quella degli individui! Però non ti valse prodezza nè consiglio de' tuoi; giacque la tua libertà sepolta con essi, e luminosi di gloria immortale vivete insieme nello stesso sepolcro.

Non confidate nella speranza: ella è la meretrice della vita.

Dunque un destino inesorato ci condanna, come il serpente antico, a nudrirci per sempre di cenere, a traversare il futuro non movendo altro suono che quello del tergo percosso dalle verghe e del piede avvinto dalle catene?

Chi disse questo! La forza non ha concluso un patto eterno con veruna nazione del mondo. Qual mano di uomo strappò l'ale alla vittoria? A Roma gliele troncava il fulmine, ma tornarono a crescere co' secoli, ed ella fuggì via. Finchè sollevandosi al cielo le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate.... combattete: anche col ferro in pugno si prega; anzi cotesta preghiera è la sola che si addica agli oppressi. Iddio sta co' forti! La vostra misura di abiezione è già colma: scendere più oltre non potete: la vita consiste nel moto, dunque sorgerete. Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia su i labbri, nella destra la morte; tutti i vostri dii caschino in pezzi, non adorate altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete, cadrete, tornerete a sorgere: la vendetta e l'ira vi renderanno immortali. La mano del demonio settentrionale, che osò stoltamente cacciarsi tra le ruote del carro del tempo per arrestarlo, indebolita vacilla e sarà infranta. Se potessimo porgli una mano sul cuore, conosceremmo la più parte delle sue pulsazioni muovere adesso dalla paura. Ma se ci fosse dato di porgli una mano sul cuore, certo non sarebbe per sentirne le pulsazioni... Oh no! viva per morire sotto le rovine dello edifizio che ha fabbricato; prima di restarci sepolto intenda il grido di obbrobrio che mandano gli oppressi sul tormentatore tradito dalla fortuna. La morte percuote del pari gli eroi della virtù e gli eroi del delitto: Ma Epaminonda tenne l'anima chiusa col ferro finchè non conobbe la vittoria della patria, e morì trionfando; lui poi trapassi la spada sul principio della battaglia, e non gli sia tolta dalle viscere finchè non sappia la nuova della sua sconfitta; perisca, soffocato dal fumo dei cannoni che annunzieranno la nostra vittoria; si disperi nell'udire i tamburi che saluteranno l'aurora del nostro risorgimento. Sventolerà un'altra volta la nostra bandiera su le torri nemiche, terribile ai figliuoli dei Cimbri; scoperchierà lo spettro di Mario l'antica sepoltura; un'altra volta trascineremo per la polvere al Campidoglio le corone dei tiranni dei popoli... Ma saremo allora felici? Che importa? Tornino, oh tornino desiderati quei giorni all'orgoglio italiano! Amaro è il piacere di opprimere, ma è pure un piacere; e la vendetta delle atroci offese rallegra ancora lo spirito di Dio...

Qui sorge una voce amica e mormora queste parole: «La scienza del dolore non ha mestiere d'insegnamento, perchè nacque congiunta col cuore dell'uomo.»

Ed io rispondo: «Bada, la prosperità è proterva, la mestizia pensierosa, e nel pensiero sta il principio delle imprese: a Cesare davano ombra i foschi nel sembiante. nelle chiome scomposti e scinti; i lieti poi e gli azzimati non curava; umana arena questi a cementare i fondamenti di tirannide.»

Altre voci, e non amiche, ora parmi che si levino e dicano: «Noi non intendiamo donde muovi nè dove vai.»

Ed io rispondo: «Peggio per voi; le vostre sono anime invano.»

Se tu dunque che leggevi fin qui ti senti il cuore e lo inteletto sicuri, se le lagrime non ti tolgono la vista delle miserie umane, vieni, mi segui nel dolente pellegrinaggio del pensiero: ti narrerò storie feroci, ti dirò cose che ti suoneranno terribili quanto le strida di un dannato, e pregherò Dio che non valgano a persuaderti. A te poi comando di non compiangermi e, se ti piace ancora, di non maledirmi; gemi soltanto sopra la dura necessità che produceva i casi i quali verrò raccontando: non gli ho inventati già io. Se tu potessi smentirli, se cancellarli dalla memoria, dove stanno impressi con parole di sangue, oh! io ti saluterei consolatore della umanità.

Io scrittore lascio questa prefazione come prima la dettai, se togli che in più parti la corressi per quello concerne lo stile, conciossiachè mutarne i concetti oggimai non tornerebbe efficace. Tuttavolta però, più pacato ora, meglio perito nei casi della vita, di non pochi anni più prossimo al sepolcro, io giudico com'essa non esponga dottrine affatto buone nè vere. Sapienza è non disperare mai; e nello attendere e nello sperare stanno le virtù supreme dei popoli. In quanto all'odio poi, se un dì fie dato inalzare lo edifizio della umana felicità, certo non su l'odio, bensì sopra il fratellevole amore che Cristo insegna avrà da fondarsi: ciò nonostante, adesso ci corre obbligo di odiare; che lo schiavo non può volgere la mente grata a Dio, e Dio abborre vedersi supplicato da mano gravi di catene.


Passate le Alpi, e tornerem fratelli.


L'Assedio di Firenze



CAPITOLO PRIMO

NICOLÒ MACHIAVELLI


Perchè egli è ufficio di uomo buono quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare insegnarlo agli altri, acciocchè, essendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.

Machiavelli.


Che se la voce sua sarà molesta

Nel primo gusto, vital nutrimento

Lascerà poi quando sarà digesta.

Dante.


Il suo passo era di uomo libero in terra libera, grave e solenne: ma sembrava sviato, come di persona improvvida o poco curante dei luoghi che gli si paravano dinanzi in suo cammino. Vestiva abito straniero: la cappa soppannata di pelli, il giustacuore di velluto bruno, calze di panno strettissime di colore scuro; le scarpe, il collarino e ogni altra parte in somma del suo abbigliamento rammentava la foggia di Francia. Portava avvolta intorno al berretto certa catena d'oro dalla quale pendeva una medaglia parimente d'oro ove stava effigiata una salamandra nelle fiamme, col motto: ardo, non brucio; impresa e motto inventati per Francesco I da madama d'Alençon sua sorella, valentissima in coteste arti cortegiane.

In cotesti tempi dame e cavalieri si affaticarono a indovinarne il significato; ma, per quello che la tradizione lontana ci tramandò, pare che madama d'Alençon intendesse, mediante sì fatta impresa, ammonire Francesco allora duca d'Angonlème, quando prese ad amare la giovane sposa di Luigi XII, Maria d'Inghilterra, dalla fecondità della quale correva pericolo di rimanere escluso dal reame di Francia.

Lunghi i capelli cadevano oltre le orecchie allo straniero e quivi tagliati in giro; costume anch'esso nato in Francia da brutta necessità. Imperciocchè i monarchi, disegnando abbattere la potenza dei baroni, per superarli di forze non abborissero chiamare in aiuto loro gente condannate ad avere mozze le orecchie (specie di pena oltre modo infamante usata in quei tempi): e pervenuti poi a miglior grado di fortuna, cotesti usciti dalle galere con quella usanza tentarono ricoprire la propria vergogna(). Ciò che in principio fu turpe bisogno diventò subito presso quegli strani ingegni dei Francesi vaghezza di costume; appunto come, sul declinare del secolo passato, dalle stragi della rivoluzione ricavarono nuove foggie di abbigliamento del sesso gentile().

Ma se straniere erano le vesti, il volto lo diceva italiano, nato alla grandezza e alla sventura. Sopra la sua fronte sublime potevano la gioia e il dolore spiegarsi nell'ampiezza della loro potenza; e certo sovente se ne alternarono il dominio: se non che la gioia fugace la percosse appena col ventilare delle sue ali leggerissime di farfalla, mentre il dolore vi lasciò la impronta delle sue varie procelle, a guisa d'iscrizioni funerarie sopra la fascia dei sepolcri. Quel suo sguardo acuto manifestava ingegno prepotente, un ingegno capace di fissare lo splendore dei cieli, volgerlo alla terra e in un baleno d'intelligenza comprendere i pensieri, le sensazioni, gli affetti che passano tra i pianeti e la terra, fra il creatore e la creatura, e quindi sollevato dal fango tornarlo di nuovo a fissare nel firmamento, come protesta immortale contro lo spirito che accolse l'idea della stella e del fango, del piacere e dell'angoscia, del palpito dell'amore e del verme della putrefazione, del tiranno e dello schiavo; e ne lanciò a piene mani la moltitudine nel mondo quasi in retaggio di maledizione alla stirpe che si pentì di aver creato con anima e lingua bastevole a rimandargli contro una maledizione(). Da molto tempo la sua bocca obliò il sorriso che nasce dalla vista della bellezza, dai racconti delle imprese onorate, da quando insomma, commovendo, ha virtù di esaltare l'anima umana. L'affanno inaridisce tutti senza distinzione gli affetti, la lacrima del pari che il sorriso, come fa delle piante e dei fiori il vento del deserto. Ben egli ancora rideva, ma un brivido del cuore sembrava cagionasse cotesta crispazione convulsa delle labbra; le morbide curve disegnate dalla bocca quando susurra parole di amore erano sparite; invece si scomponeva in triste linee angolari, come colui che gusta per errore una bevanda amara.

E non pertanto, malgrado segni così profondi di rovina spirituale, due corde vibravano eterne in quel cuore: - la poesia e la speranza. Egli aveva provato il pane dell'esilio, nè quel suo passo incerto nasceva da noncuranza, no; quando prima lo mosse, ebbe in pensiero di recarsi a un punto determinato; poi la gioia di rivedere, dopo gli anni incresciosi dell'esilio, i luoghi diletti della sua giovanezza lo vinse sì che, dimentico di ogni altra cosa ora si aggirava alla ventura per le vie di Firenze. Oh quanto è funesta amica la memoria al povero esiliato! Quanto mal destra consolatrice! Invece d'infondere sopra la piaga olio e vino come il Samaritano dell'Evangelo(), senza volerlo vi sparge zolfo infiammato. La memoria i casi più riposti della vita ricerca limpidissima, senso comparte ed affetto ai luoghi cari per un ricordo di amore, cari eziandio per lo stesso dolore: e poi tutte queste cose rallegrando col raggio più puro che mai scintillasse in cielo italiano, ad ora ad ora ne abbaglia lo spirito all'esule, non altrimenti che il fanciullo, per giuoco raccolta la luce del sole entro uno specchio, si compiace rapire per un momento la vista al passeggero con un oceano di splendore. Però l'esule si strugge nell'agonia di un desiderio febbrile e, consumato da cotesta ardente contemplazione, comprende in qual maniera i Greci antichi potessero imporre alle furie il nome di Eumenidi, che significa dolci(). E perchè dovea una parte della città preporre all'altra? Non componevano tutte la diletta sua patria? Errava così alla ventura, perchè dovunque si volgesse incontrava argomenti di pietà, di piacere e di travaglio.

Se i luoghi percorsi un qualche bel fatto cittadino o una strage fraterna gli rammentassero, avresti potuto conoscere dal passo, che ora procedeva più lento ed ora si accelerava come se premesse lastre di fuoco. Adesso notava le masse portentose dei palazzi baronali, fatte più smisurate dalle tenebre, e gemeva su gli odii che gli ostelli destinati al quieto vivere civile tramutarono in fortezze; e più lungamente ancora si tratteneva a considerare le umili case dei popolani appoggiate a coteste superbe dimore per averne sostegno, nel modo stesso che nel mondo i deboli si raccomandano ai potenti per conseguirne tutela; e nel modo stesso che nel mondo i deboli, dal continuo curvarsi, acquistano soltanto avvilimento e abbandono, cotesti abituri per la prossimità delle soverchianti magioni venivano a perdere la luce e il vivido circolare dell'aria. Procedendo oltre, penetrava con gli sguardi dentro le officine degli artefici; e tentennando il capo, contemplava quei volti plebei che la necessità colorisce e corruga, e quelle mani che muove il bisogno di un pane e la passione di un eroe; quelle mani che mosse dalla piena del cuore guadagnano una corona al capo o una catena ai piedi.

Però la virtù non si era anche fatta inusitata sotto i tetti signorili, nè la misura dell'anima procedeva alla rovescia con la larghezza dei luoghi che la ricettano: pure ella fin d'allora le modeste più che le sublimi case si compiaceva visitare.

Così di pensiero in pensiero trascorrendo e per diverse vie camminando, venne a riuscire appiè del Ponte Vecchio. Andava oltre; e giunto che fu a mezzo del ponte, si affacciò alle spallette, dove declinato il capo, si pose a considerare il corso del fiume. In quel punto la sua mente era tolta alla visione dei tempi passati. Vide un barone vestito di bianco sopra un bianco palafreno arrivare con lieti sembianti in capo del ponte, all'improvviso prorompere una mano di armati, stringersegli addosso e, senza pur dargli tempo di raccomandarsi a Dio, rovesciarlo dal palafreno e rompergli la persona di mille ferite; vide sgorgare larga vena di sangue, macchiare le pietre del ponte e la statua del nume che i pagani proposero alla guerra; ed a lui stesso sentì spruzzarsene il volto, onde atterrito recava ambedue le mani alla fronte a rimuoverne il sangue fraterno. E poi apparve il demonio della discordia, che quel sangue raccolse e, mescolato con l'ira di Dio, tornò a diffonderlo, quasi rugiada di delitto, sopra una terra sacra alla sventura: allora, fecondate dall'umore mortale, scorsero generazioni che, rinnovando il caso degli uomini usciti dai denti del serpente di Cadmo, sembrò venissero alla luce per trucidarsi soltanto: d'ira ebbre e di sangue, si lacerarono le membra, delle proprie viscere composero miserandi flagelli; le antiche sepolture, baccanti di strage, scoperchiarono, e strinsero le ossa degli avi onde percuoterne il capo ai nipoti.

Nel fragore delle acque rompentisi per le pile, echeggianti sotto gli archi del ponte, a lui parve sentire il grido lanciato dalle trascorse generazioni nei tempi futuri; suono orribilmente confuso, voragine di dolore, di pianto, di delitti e di memorie. Come narra la fama che all'imperatore Pertinace dentro la piscina si affacciasse spaventevole uno spettro a minacciarlo di morte(), così in quelle rapide onde del fiume egli pensò vedere i secoli passati, in forma di truci gladiatori, fuggire dalle arene sanguinose e correre verso l'eternità, incalzati colla spada nei remi dei secoli succedenti. I lumi accesi sopra la riva mandavano obliquamente per la superficie del fiume lunghe strisce di luce, sicchè le onde grosse e veementi, nel trapassarle, riflettevano un raggio sinistro che bene si rassomigliava al corruscare dei ferri parricidi.

Il pellegrino non vale a sostenere i fantasmi della propria immaginazione, e gli occhi solleva al firmamento. Il cielo in parte era ingombro di nuvole, ma vi scintillava una stella splendida come la libertà, bella quanto la speranza. Quale misteriosa corrispondenza passasse tra il pellegrino e la stella io non saprei; però ei la fissava con immensa alacrità, aveva tutta l'anima trasfusa nello sguardo, e sollevò la destra come per invocarla. La stella parve battere l'ale a guisa di colomba e tremare luminosa e ingegnarsi a fuggire la nuvola nera che di mano in mano divorava oscurando il bello azzurro del cielo; invano: il nuvolo l'aggiunse, e il firmamento pianse perduto quel soave raggio d'amore. Egli allora declinò lo sguardo, dalla parte più lontana del cuore disciolse un sospiro e, vinto dalla passione, fuggiva a corsa dal ponte per sottrarsi al doloroso presentimento.

L'affanno cerca il consorzio degli uomini, la gioja spesso gli oblia: in molti ciò accade per raziocinio, e vuolsi biasimare; in moltissimi per natura, e vuolsi compatire. Il pellegrino, adesso vinto dalla passione, si risovenne dell'uomo per cui si era mosso da prima e che aveva dimenticato nella dilettevole contemplazione. Sceso il ponte, camminò per gran parte della via chiamata dei Guicciardini: già era prossimo alla fine del suo pellegrinaggio, quando gli parve vedere, e vide certo, una figura immobile davanti la casa dell'amico. Siccome avviene per la notte si presentava disegnata in nero sopra un fondo men bruno: la veste talare, che chiamavano lucco, descriveva cadendo bellissimi contorni; una mano le pendeva giù lungo la persona, l'altra sottoposta alla fronte e appoggiata allo stipite, in sembianza di statua che pianga sopra l'urna dei defunti.

Il pellegrino soprastette alquanto col cuor chiuso, aguzzò lo sguardo e sentì suo mal grado agitarsi; riprese a camminare più lento, mormorò alcune parole, levò strepito: invano; lo sconosciuto, assorto in profonda meditazione, non pareva cosa viva. Si fa più appresso, più appresso ancora: coteste forme non gli tornano ignote; esita nel ravvisarle, le ravvisa, e con tale una voce che svelava una piena immensa di affetto, una speranza adempita, forte sclamò:

«Buondelmonti.»

Lo sconosciuto anch'egli, quasi desto per forza, balzava indietro gridando:

«Alamanni.»

E l'uno nelle braccia dell'altro precipitava e sentiva sopra il suo cuore palpitare il cuore dell'amico col palpito più generoso che mai fosse concesso ai nati della creta.

Troppo gli agitava profonda quella intima melodia onde potessero significarla con parole. Come la virtù visiva per solenne splendore si acceca, così l'altissimo sentimento smarrisce la via della favella; però precorre il linguaggio dei labbri mortali un colloquio dello spirito che forse non morrà, colloquio di arterie frementi, di effluvii di vita trasfusi da una mano all'altra, dall'una all'altra guancia. Stettero muti e giubilarono e quasi benedissero i travagli sofferti da Dio che volle sgorgasse la dolcezza della gioja dall'amaro dell'angoscia, in quella guisa che finsero i poeti con le lacrime di una donna disperata si componesse la mirra, profumo soave agli uomini e agli dêi.

Quando poi si fu alquanto quetata la veemenza della passione, Zanobi Buondelmonti prese a interrogare dicendo:

«E donde vieni, Luigi?»

«Vengo di Francia, ove trovai favore presso il Cristianissimo; ma la grazia dei re all'anima repubblicana è tale un supplizio, Zanobi, che l'Alighieri nostro non avrebbe dovuto dimenticare di metterlo giù nel suo Inferno.»

«E come ti si volsero gravi gli anni dell'esilio? Ti piacque ella la terra? Ti si mostravano i cittadini cortesi?»

«L'esule, amico, e tu lo sai a prova, conserva gli occhi per piangere, non già per vedere; il cuore gli vive, ma per sentire la propria sciagura. Il pane dell'esilio mi parve amaro, e certo parve anche a te; incresciosa la casa dove non ti richiama affetto di vivente o di defunto. Il sole in sembianza di fuggiasco trascorre per quell'aere caliginoso e raccoglie a sè tutti i suoi raggi, quasi per timore di contaminarveli dentro; egli comparisce su l'emisfero come spossato dalle fatiche di aver vinto le tenebre; per gran parte dell'anno egli guarda quei luoghi colle palpebre socchiuse, ma non li veste con la magnificenza della sua luce, nè le cose riempie e gli uomini di vita e di poesia. Anche coteste terre traversano ampie riviere, ma invano cercai gli argini fioriti del patrio fiume, nè vidi percuoterne le sponde i piè leggieri di donne o di donzelle innamorate, nè riflesse in quell'onde le infinite ville di cui va lieta la prossima campagna: la Senna mi apparve a guisa di un fiume di piombo che senza fremito di acque, senza riflesso d'immagini, unito, opaco, si accostasse pesantemente al mare. Per gli uomini poi, nè il cielo nè la terra amano i miseri e l'odio degli avventurosi ti prostra del pari che il beneficio. Astero di Anfipoli tolse un occhio, lo sai, a Filippo di Macedonia con una freccia d'argento. Il potente dona per ozio, per fastidio, per tracotanza; dona ancora per debolezza o per ira, di rado per la benignità di natura o per amore del prossimo; e quando egli si avvisa di cacciare fuori un lamento sopra la ingratitudine umana, il mondo gli crede, perchè non sa o non vuole comprendere come sovente la mano che finge stendersi al beneficio meriterebbe di essere tagliata. Al misero poi che sotto la sferza dell'elemosina trae doloroso un rammarico maledicono tutti, perchè non pensano che con un fiorino può maggior ferita apportarsi che con un pugnale. Da ogni parte odi muovere lagnanze di uomini ingrati: potresti tu annoverarmi coloro i quali sanno beneficare? L'anima del cane non bada al volto di cui gli getta l'osso, ma l'anima dell'uomo rimane profondamente contristata dal modo del beneficio. Ora tu intendi come il disprezzo mi gravasse, nè meno la pietà altrui mi riuscisse importuna. Nello stato al quale venimmo condotti il cuore sta chiuso nè lascia entrarvi od uscirne un affetto. Infelice colui che in questa terra non seppe inspirare altro che odio; ma infelicissimo quegli che abbisogna della pietà degli altri!

«Veramente, Luigi», rispose il Buondelmonti, «la miseria flagellando scuopre la carne viva, sì che le fibre spasimano ad ogni lieve crudezza: però non vuolsi negare come l'uomo di rado e malvolentieri perdoni qualunque sorta di superiorità, e il felice beneficando si dichiara coll'atto superiore allo sventurato. - Qual merito è il suo per vivere più contento di me? - nella rabbia del cuore si domanda l'offeso dalla fortuna: e, la ingiustizia confondendo con l'uomo che la rappresenta, trasuda odio per tutti i pori del corpo. I beni acquistati per accidente di fortuna più di leggeri egli assolve che gli altri concessi per fatalità di natura: la ricchezza quindi più agevolmente della grazia, la grazia della forza, la forza della bellezza, la bellezza dell'ingegno. Pel genio poi non vi ha perdono in questa terra: gli volgano i casi favorevoli o avversi, egli è solo. Messo sul capo de' suoi fratelli, ben egli ha potenza di pestarlo o illuminarlo, ma gli è vietato baciarlo; dove si chinasse un momento, sarebbe una stella caduta, avrebbe tradito il suo officio per pochezza di cuore: soffra, sia grande e tacia. Dalle angosce della sua solitudine usciranno insegnamenti a migliorare il vivere degli uomini tra loro: intanto sè stesso nudrisca divorandosi; sublime di grandezza e di dolore, si apra il petto e, a guisa di mistico pellicano, le schiatte dei fratelli rigeneri con un battesimo di sangue e di scienza. Così, per certo, si mantiene dal destino in giusta lance cui ebbe troppo, e cui troppo poco; così forse merita pietà chi maggiormente pensiamo degno d'invidia. Sempre a sè medesimo gravoso, spesso ai suoi fratelli, funesto, vilipeso, sconosciuto, perseguito, il genio è condannato ad una perpetua ebbrezza di angoscia e di gloria.»

«Forse è così, come dici, o Zanobi: e l'una parte e l'altra avranno torto o più tosto ragione; però che l'esperienza m'insegnasse queste due parole non corrispondere a cosa effettuale di per sè stessa stante, sì bene essere modificazioni di cose secondo i tempi o le sorti o gli uomini diversi. Francesco Sforza tolse via la repubblica di Milano; e poichè i cittadini non sentirono virtù da impedirlo e da spegnerlo, fu duca ed ebbe ragione: se lo tentava quando i Lombardi con la creta e con la paglia contrastarono all'imperatore Barbarossa, sarebbe stato ridotto in pezzi e avrebbe avuto torto. Arnaldo da Brescia, Giovanni Hus e Martino Lutero intesero ad un medesimo fine: i primi due vennero al mondo troppo tosto e capitarono male; il terzo nacque in tempo giusto, ed ogni giorno, come tu vedi, prospera. Ma, lasciando per ora di ragionare intorno a sì fatto argomento, dimmi tu pure come e quanto pativi: è cosa dolce sopra la terra dei nostri padri discorrere insieme gli affanni dell'esilio. Di te non intesi novella mai: e quando mi ricorreva al pensiero la tua cara immagine fraterna, involontarie le labbra mormoravano la preghiera dei defunti.»

«Ed in vero io non vissi. In quella guisa che gli antichi credevano lo spirito dipartito dal corpo non sapesse o non potesse abbandonare i luoghi dove giacea sepolto il compagno della sua vita, così io mi aggirai per le varie contrade d'Italia. A Roma poi, più sovente che in altre parti traeva come a sicurissimo asilo. La luce abborriva e gli uomini, perchè io non ho cuore da sopportare la vista di un popolo caduto sì basso. E pure coloro i quali adesso mangiano e bevono e dormono in Roma ardiscono vantarsi sangue latino, chiamarsi figli degli antichi Romani! Sì certo, come i vermi potevano dirsi figli di Bruto diventato cadavere. La notte invocava che col suo più denso velo ricoprisse le infamie d'Italia, e la supplicava eterna; usciva pel buio a vagare, simile ad un insetto, traverso le infinite volte del Colosseo, monumento sul quale i secoli, poichè invano tentarono distruggerlo, si posano come sopra un trono conveniente alla loro maestà; ma nell'insetto era potenza d'immaginare, e quindi riempiva cotesta arena di aneliti, di grida e di strage, e quei gradini popolava di una gente a cui porgeva acuto diletto un colpo mortalmente ferito, un'agonia fortemente sofferta; e da cotesti spettacoli vedeva sorgere la gente romana e correre a portare nell'universo catene e seme di futura vendetta: però le larve sparivano, e tremendo mi stava davanti gli occhi il sepolcro delle rovine di Roma; sì, dico, sì, anche le rovine sono state sepolte: chi ne conobbe fin qui tutte le sue ossa! Se rimanessero intere le rovine della superba città, ne uscirebbe una voce di spavento allo straniero, una voce di risurrezione ai nostri stolti e codardi: grandezza, gloria, popolo, costumi e rovine di Roma, tutto precipitò nella morte. I numi muoiono anch'essi. Del tempio di Giove avanza una colonna sola, quasi cippo sepolcrale di religione defunta. Ahimè! l'aspetto dell'antica miseria non giova a confortare la nuova. Cessiamo dal piangere sopra le glorie passate; piangiamo più tosto, e a maggiore ragione, la odierna viltà che ci contende di sollevare l'anima dalla terra. Ogni popolo trama il proprio destino; ogni uomo può violentare la sua Parca. Non è questo il terreno dove vissero i Romani? non è questo il cielo che li copriva? non queste le stelle che tante volte scintillarono sopra i nostri trionfi? Nulla è mutato; noi solo siamo fatti diversi. Ecco, io diceva a me stesso, giunse nella terra dei padri miei il giorno d'ira e di abiezione, nel quale i popoli portano le catene come ghirlande di fiori e credono non avere mai la testa tanto bassa, la voce tanto dimessa, il dorso tanto curvo da prostituirsi al proprio simile: ora che più resta all'uomo nato libero? Avventi contro Dio la sua anima, come saetta dall'arco, e mora incontaminato. Moriamo. E a corsa m'incamminava verso la patria, chiuso nel tremendo pensiero di maledirla e di spegnermi. Valicai furente i gioghi dell'Appennino: l'anima mia si accordava con gli urli dei lupi vaganti pe' boschi e li vinceva in ferocia; le mani atteggiate ad imprecare, mi affacciai dalla sommità dei colli, giù per le valli lanciai uno sguardo infocato quanto il fulmine del cielo.... Ahi la patria! la patria! nel giorno del dolore più leggiadra mi apparve che in quello dell'esultanza, siccome grazia aggiunge e vaghezza al volto della donna il pallore che la mestizia vi diffonde coll'alito gentile. Occorrono sopra la terra creazioni di così incorrutibile bellezza su le quali la traccia della sventura non si manifesta come oltraggio, ma quasi un bacio; e la nostra patria, o Luigi, è tra queste. Gli occhi mi s'ingombrarono di lagrime, mi caddero le mani; ed in quel modo che Balaam, chiamato a maledire il popolo di Dio, lo benedisse tre volte, io le invocai bellezza sempre uguale, destini diversi. Scesi dai colli con l'ansia d'una madre la quale, spaventata dai lunghi sonni del figlio, si curva sopra le sue labbra a spiarne la vita, ed entrai nei casolari degli agricoltori: colà vidi accendersi volti alla memoria della nostra abiezione, quivi udii suonare la parola della libertà: allora mi accôrsi che la patria non era anche morta; onde, prostrato sopra la terra de' miei padri, con le viscere del cuore supplicava: Desta, o Signore, la bella addormentata. Tu, padre, schiudi le dimore celesti, a tutti ospitale: l'anima del forte e quella del debole sono parte dell'anima tua; perchè dunque tu soffri la schiatta dei tormentatori? Le mani strette dalle catene non possono sollevarsi verso di te. Vedi, i fratelli hanno contristato lo spirito dei fratelli, gli hanno percossi, gli hanno fatti piangere: perchè tanto splendide creasti le sfere, così squallida la terra? Manda la figlia migliore del tuo pensiero, la libertà, ad albergare tra gli uomini; e la terra fie che emuli di magnificenza il firmamento: allora queste due creazioni alterneranno in tua gloria un cantico nuovo, e i cieli, fino ad ora cupamente muti, palpiteranno di echi divini. Lévati dunque giudice e comanda che lo svegliarsi di un popolo sia come quello di un leone e non riposi finchè non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi(). Ora, ecco, Iddio ha esaudito la preghiera dell'esule; e di forza, di amore pieno e di ardire, a pena giunto qui, piegai i passi a salutare il grande, che da noi vuolsi onorare dopo Dio prima, perchè, se da lui avemmo la vita e la patria, egli c'insegnava ad amarla ed a morire degnamente per lei.»

«E già tardammo anche troppo», soggiunse Luigi Alamanni; e così favellando prese pel braccio il Buondelmonti e salirono.

Non incontrarono persona nè udivano muovere passo o articolare parola: una lampada appesa alla volta della sala ardeva solitaria e prossima a morire. Appena v'ebbero posto il piede i due amici, si avvivò, mandò su le nudi pareti un getto di luce, quasi volesse dire: - contemplate la povertà di Nicolò Machiavelli -, e si spense. Allora ristettero pensosi e meditarono se quella miseria o il grande che la soffriva maggiormente onorasse, o i suoi concittadini che gliela lasciavano sopportare avvilisse. Percossi dallo insolito silenzio, si avvolgono per lunga serie di stanze prive di lume; alla fine giungono in parte dove vedono scaturire una striscia di luce; si accostano all'uscio ed aprono.

Nicolò Machiavelli giace vicino all'ultima sua ora; la contesa tra la distruzione e l'esistenza era già scorsa; la distruzione aveva prevalso e spiegava su quel corpo le sue insegne come sopra terra presa; la pelle livida, le tempie cave, la fronte arida, il naso attenuato e recinto di un cerchio nericcio, la calugine delle narici sparsa di polvere giallastra, il pallore, il sudore e quiete inerte foriera del sepolcro; - egli tendeva le labbra a guisa di assetato, come anelante di un sospiro che gli rinfrescasse le viscere; gli occhi lucidi di vetro, senza sguardo di cosa terrena, però intenti alla contemplazione degli oggetti posti oltre i confini della vita: ora solenne nella quale l'anima, non bene uscita dalla spoglia mortale nè ancora volata alle dimore celesti, sembra soffermarsi sopra la soglia dello infinito, esitante tra le gioie promesse e gli effetti goduti; colloquio misterioso fra il Creatore e la creatura che niuna mente vale a comprendere, nessuna lingua a descrivere, forse di amore, forse di rabbia, ma certamente pieno d'ineffabile amarezza.

Un giovane di vaghe sembianze, genuflesso a canto il letto, si cuopre il volto con la destra abbandonata del moribondo e la bacia e tacito vi sparge sopra largo rivo di pianto: un dolore senza fine amaro si ostina a prorompere urtandogli impetuoso le fauci; la pietà del moribondo stringe il giovine a comprimerlo, sì che si ripiega fremente a spezzargli sul cuore, e il corpo si agita tutto di scossa convulsa.

A capo del letto, dalla parte diritta, sta un frate di volto severo, stringe i labbri tra i denti, guarda il moribondo e non fa atto di pietà o d'impazienza; se non che la fronte, con vicenda continua, ora gli si corruga ed ora gli si spiana; come i nuvoli sospinti dalla bufera davanti al disco della luna, tu puoi scorgere i pensieri procellosi che l'attraversano.

Dalla sinistra, un uomo membruto di persona, con le braccia conserte sul petto, tiene il capo chino al pavimento; copiosi capelli rossi gl'ingombrano la fronte e parte delle late spalle, la barba fulva gli oltrapassa scendendo la cintura; dal mezzo dei sopraccigli orribilmente aggrottati sorge quasi un fascio di rughe le quali vanno, a modo di raggi, dilatandosi per l'ampiezza della fronte: male quindi sapresti indovinare se quivi il dolore ristretto lanciasse coteste linee rodenti ad occupare le facoltà del cervello, o se piuttosto, dalle varie regioni del cranio partendo, colà esse si condensassero; veramente stavan fitte in quel punto atroci a sentirsi quanto le sette spade raccolte a trafiggere il cuore della madonna dei dolori: non atto, non gemito lo chiarivano vivo, nè il muovere dei peli estremi dei labbri per respirare; solo tu avresti veduto a poco a poco comporsi due grosse lacrime nel cavo de' suoi occhi, tremolare incerte lungo le orbite e sgorgare dalle palpebre giù per le guancie, come secreta vena di acqua tra massi di granito. A prima giunta quella testa ti appariva feroce, quindi ancora atta a esprimere la pietà; finalmente, senza pure accorgertene, ti sentivi disposto ad amarlo; aspetta ch'ei parli e lo conoscerai.

Appiè del letto occorreva un'altra figura vestita di corazza d'acciaro, con ambe le mani coperte di manopole di ferro soprammesse al pomo della lunga spada; anche il suo volto rendeva decoroso largo volume di capelli cadenti, le guance rase ed i labbri, la fronte purissima, dove avrebbe potuto, come sopra il santuario, deporre un bacio l'angiolo della innocenza; ed egli stesso sembrava un angiolo che i credenti affermano vigilare intorno i letti dei giusti moribondi a respingere gli assalti dello spirito infernale. Cotesto era un corpo che gli anni passando non guastano, soltanto modificano a generi diversi di bellezza, e cotesta era un'anima che l'angoscia piega alquanto, non rompe, - la gioia rallegra, non esalta: anima e corpo, in somma, di rado concessi da Dio alla terra per far fede tra uomini degenerati quale nel suo pensiero divino avesse concepito la creatura, prima che una colpa senza perdono la diseredasse del paradiso terrestre: anelante di sacrifizio, egli avrebbe notte e giorno supplicato che i misfatti e le pene degli uomini la giustizia eterna sopra il suo capo accogliesse e vittima di espiazione l'accettasse; ed egli non avrebbe mica diviso la croce col Cireneo nè per viltà rimosso dalle sue labbra il calice della Passione; per tutti i regni della terra non ne avrebbe ceduto una stilla. Lui, onde cara e onorata cadesse la patria tra noi, disposero i cieli ad essere il martire della libertà, l'ultimo dei generosi Italiani.

Varie altre persone stavano sparse per la stanza atteggiate in modi diversi e pur tutti esprimenti dolore: onde quando io considero quante abbia maniere a manifestarsi l'angoscia e quante poche la gioia, come via unica per venire nel mondo ci fosse dato il seno materno e per quante infinite riusciamo al sepolcro, mi turba il pensiero che una forza maligna ci abbia lanciati nel mare della vita col sasso della miseria legato intorno al collo. Non disperiamo però: imperciocchè quantunque a noi non soccorra rimedio altro che le lacrime, tuttavolta la stilla perenne ha virtù di cavare il diamante, e le generazioni succedendosi in questa opera possono piangere a bell'agio e cancellare il decreto inciso nel granito per la mano del fato.

Marietta, moglie di Nicolò, e tre dei suoi figli, Guido, Piero e Bernardo, si erano da molto tempo ridotti a dimorare in campagna; nè, per essere il male sopraggiunto improvviso al padre loro, avevano potuto riceverne notizia. Forse in cotesto punto insieme raccolti discorrevano delle cose della patria e sorti migliori speravano pel padre, il quale, con tanto pericolo suo e vantaggio di lei, l'aveva di opera e di consigli sovvenuta in tempi grossi, ed ora per certo non egli avrebbe voluto negarle i suoi ammaestramenti acquistati dalla esperienza degli anni e dalla lunga pratica nei pubblici negozii; ma in quel punto la speranza levava l'áncora di casa Machiavelli, lasciandola in balia della miseria. Disegni umani!

I due amici, osando appena alitare, s'inoltrano nella stanza; procedendo vengono a posarsi traverso la linea visuale degli sguardi del moribondo. I suoi occhi cessano subitamente dalla fissazione, le pupille quasi smarrite ondeggiano da un angolo all'altro, poi tornano consapevoli a fermarsi sopra gli oggetti circostanti; allora l'esultanza salutò di un estremo sorriso quel volto pieno di morte, come il sole dall'orlo del giornaliero sepolcro di un raggio languidissimo colora il sommo delle basiliche, delle torri e dei monti già a mezzo ingombri dagli orrori crescenti della notte. Egli mosse le labbra e favellò:

«Io vi aspettava: silenzio! Parole ho a dirvi degne che per voi si ascoltino, per me si favellino, nè alla umanità nè alla patria inutili affatto e per la mia fama necessarie. La natura mi chiama, ed io sto disposto a rispondere. Perchè piangete? Chiamerà anche voi; e poichè la vecchiezza precede la morte, considero la morte pietà; io però bene devo ringraziarla di questo, che ella non volle chiudermi gli occhi, se prima non avessi contemplato il giorno della risurrezione; adesso sì che mi sento capace da vero d'invocare col cuore il nome di Dio, poichè la mia bocca, sopra la piazza della Signoria, davanti la faccia del cielo, ha gridato: Viva la libertà!... Silenzio! onde il senno dei tempi non vada disperso. Le schiatte umane passano come ombre; se non che, prima di ripararsi sotto il manto di Dio, nelle mani delle schiatte sorvegnenti consegnano la fiaccola della scienza: a guisa del fuoco sacro di Vesta, quantunque ella muti sacerdoti, pure arde sempre e cresce nei secoli nè ormai più teme vento di barbarie. Accostatevi e raccogliete l'estreme parole, però che vi aprirò il mio pensiero come se fossi davanti al tribunale dell'Eterno.»

I due amici, compresi da senso religioso, si appressano e, salutati appena d'uno sguardo i circostanti, si pongono ad ascoltare.

Nicolò riprendeva:

«La fortuna trama in gran parte la tela degli umani avvenimenti. I Romani, i quali quasi quanto vollero fecero, più che agli altri dii are innalzarono e tempii alla Fortuna; e con ciò dimostrarono sapientemente conoscere una forza superiore alle forze mortali che spesso si compiace secondare sovente ancora i disegni loro impedire. La fortuna sola vuolsi molto più accetta tenere della virtù sola: imperciocchè quella vedemmo tal volta condurre a lieto fine le imprese, la seconda capitare sempre male. Siccome la vita dei popoli si prolunga nei secoli, così la prosperità loro non si comprende da una o due imprese avventurose, sì bene da una serie di fatti prudentemente concepiti e virtuosamente operati: per la qual cosa giudico la fortuna fuori di misura giovevole nella vita breve di un uomo poco avvantaggiare il governo degli stati ed anche riuscirgli nociva, se la virtù non ponga il chiodo alla sua ruota. La fortuna in molti casi si mostrò favorevole ai Fiorentini: più volte li preservava dalla servitù, come al tempo di Castruccio e dei Visconti; più volte gli restituiva a libertà, come nel passo di Carlo VIII e adesso. Nel 1494 i meglio saputi cittadini tenevano la patria spacciata; e invece rimase Piero dei Medici sbandito, il cuore del dominio salvo. Ora nel 27 pareva volesse il Borbone rovesciare Fiorenza, e invece assaltò Roma, depresse il papa e ne fece abilità di toglierci giù dalle spalle quello increscioso giogo dei Medici. Furono questi doni della fortuna; e appunto perchè doni, o poco gli avemmo cari, o ci curammo poco di custodirli, siccome dovevamo e meritavamo pur troppo; se ci avessimo speso dintorno sudore e sangue, gli avremmo per certo più diligentemente mantenuti; gli Ebrei presero in fastidio la manna, comechè soavissimo cibo si fosse, perchè gliela mandava il cielo, e senza fatica a sazietà la raccoglievano; agli uomini poi non riesce mai sgradevole quel pane che con molto travaglio essi ottengono. Le cose della fortuna si distendono molto, approfondiscono poco; quelle della virtù diversamente procedono: onde, tutto ben ponderato, io prepongo alla fortuna la virtù non infelice.

Non ragionerò dei provvedimenti buoni negletti, dei pessimi seguiti dal 1494 al 1512, spazio nel quale durò la seconda cacciata dei Medici; già la storia i tempi, gli uomini e le colpe loro incise sopra le sue tavole di bronzo e le dava in custodia alla memoria. Il tempo stringe, lunga è la via; nè già si tratta adesso di speculare sopra le azioni antiche, bensì somministrare consigli per le presenti e per le future. La fortuna, poichè volse la ruota ora favorevole ora avversa ai Medici, parve romperla per loro nel 1527; rimasero uomini a pena eredi del sangue di cotesta famiglia, diseredati affatto della virtù. Andava e va tuttavia la città divisa con diverse maniere fazioni: eravi chi teneva pei Medici, e tra questi parte la monarchia assoluta desiderava, parte voleva i Medici non già signori ma capi di governo largo; della fazione avversa alcuni più odiavano i Medici di quello che amassero la repubblica, altri più amici della repubblica che nemici dei Medici, altri finalmente la tirannide al pari dei Medici detestavano. Dall'un canto e dallo altro stoltezza, tranne gli ultimi: imperciocchè nei rivolgimenti degli stati bisogni mirare a fine preciso, e le sfumature non giovano; sicchè, quando i tempi grossi incalzano, tu ti trovi senza concetto, sospinto là dove aborrivi precipitare. Il popolo rimaneva come il cammello giacente sotto il peso; lo sentiva grave, ma, scarrucolato dagl'inetti novellatori di consigli mezzani, non sapeva a qual partito appigliarsi per gittarselo giù dalle spalle. Correva l'aprile del 1527 quando Dio, accecando i nostri oppressori, consigliò al cardinale Passerini da Cortona di lasciare Fiorenza e andarsene in compagnia d'Ippolito e di Alessandro e della Corte a Castello per complire il duca di Urbino, il quale si era quivi ridotto con l'esercito della lega. Valicate appena le porte, i giovani, come quelli che nella mente loro concepivano un disegno assoluto e virile, levarono rumore, uscirono armati dalle case Salviati e, tratti i gonfalonieri delle compagnie, si recarono ad assaltare il Palazzo. Nessuno si oppose; però che gli stessi avversarii, discordando nei pensieri, argomentassero nel tempo in che faceva bisogno adoperare ferocemente le mani. Il popolo restava inerte, chè la tirannide lunga lo teneva assopito; ben era aperta al lione la gabbia, ma non osava lanciarsi; era la sua catena spezzata, ma non ardiva scuotersi per gittarne lungi i frammenti; guardava, non sapeva e, gridando libertà, libertà! applaudiva.

Baccio Cavalcanti, salito in Palazzo a nome dei giovani, impose al gonfaloniere e alla Signoria bandissero i Medici: alcuni dei Signori che, per godere il benefizio del tempo, s'ingegnavano interporre indugi rimasero feriti; mandato a voti il partito, nessuno dissenziente, i Medici ebbero il bando. Consiglio audace, provvidenza infelice. I cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi, avvisati del caso, tornarono spediti a Fiorenza, il conte Noferi li precedeva con mille fanti: facendo loro spalla i partigiani dei Medici, senza nessuno impedimento trovare, penetrano in Fiorenza e procedendo incontrano davanti la chiesa di San Pulinari Tomaso Ciacchi della repubblica svisceratissimo; toltolo in mezzo, comandano gridasse: Viva i Medici! rifiutava; percosso, nel rifiuto si ostinava; ferito mortalmente sul capo, più e più sempre esclamava: Dio e libertà! Il popolo guardava, non sapeva e gridando: Palle, palle! applaudiva. Insanguinata la terra di quel nefando omicidio, assaltano il Palazzo; i giovani, comechè in tutti avessero sette archibusi, deliberano a difendersi. I Palleschi, i quali poc'anzi paurosi si nascondevano, adesso prorompono, più infesti, come suole, coloro che si mostrarono più vili; arde la porta del Palazzo dalla parte degli Antellesi; all'altra puntate le picche, le spingono di forza, sicchè le imposte curvandosi meglio di un braccio si scostano dagli stipiti.

Se in quell'ora di turpe baldanza i soldati dei Medici entravano in palazzo, la patria nostra avrebbe pianto lacrime amare sul fiore della sua gioventù trucidato. A Dio piacque che quel santissimo e forte petto d'Iacopo Nardi quivi a sorte si trovasse rinchiuso; in quel fiero trambusto, punto egli smarrendosi di animo, confortò i compagni a far testa anche un momento, e dipoi, salito sul ballatoio (come colui che di ogni particolarità spettante alla patria era indagatore e conoscitore solenne), scopriva certe pietre colà a disegno raccolte e in modo disposte che, leggermente intonacate al di fuori, sembravano un fermo parapetto; allora rotti i lastroni delle buche, uniti nel proponimento di salvare la patria, precipitarono cotesti sassi sul capo agli assalitori(). Se alla improvvisa rovina fuggissero coloro, non è da dire; lasciarono le porte, l'incendio fu estinto, e, peritandosi di accostarsi da capo, presero a sbarrare le strade. Sopraggiunsero intanto i signori della lega; Federigo da Bozzolo intervenne mediatore in nome di Francia, e chiariti i giovani intorno la vanità delle difese, assicurati di universale perdono dal cardinale Cortona e da Ippolito concesso, dal duca di Urbino guarentito, dopo alcune pratiche, ottenne il Palazzo restituissero. Io non incolperò di siffatto evento veruno; imperciocchè, quantunque non fossero presi i necessarii provvedimenti a mantenere la libertà, tuttavolta, anco presi non avrebbero, atteso il tempo breve, giovato; quello di cui riprendo i cittadini più savi si è questo, che o il moto non impedissero, o insieme non cospirassero prima, onde o potesse sostenersi meglio, o venisse con più onore a mancare.

La caduta di un popolo deve essere tale, carissimi miei, che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato di vendetta ai figliuoli degli oppressi; tra il popolo sommosso e un re bandito, unico patto il sepolcro; sta sulla sua spada il perdono; affetti, giuramenti, onore e Dio sono onde che rompono nello scoglio dell'interesse di regno. Questo per lo addietro si è visto, e tolga Dio che si veda anco in futuro: però torno a ripetervi che, tratto il ferro una volta, il popolo ha da gettarne via il fodero; dove tanto si acciechi da riporlo finchè il suo nemico non giaccia cadavere, invece di cacciarlo nel fodero, se lo caccerà nelle viscere; e di questo stia certo. Invece il cardinale Cortona, a ciò indotto dal conte Pietro Noferi, mandava a Roma una nota di gente da uccidere, comechè perdonata; e se la paura di maggiori disastri non tratteneva Clemente, avreste veduto un po' voi, come diceva Luca Albizzi, se sapeva ben egli schiacciare il capo ai colombi rimessi in piccionaia. La fortuna ad ogni modo ci voleva liberi: il 12 maggio giunse notizia del sacco di Roma dato dagli imperiali, il papa a stento rifuggito in castello. Il cardinale Cortona, povero di consiglio, nè voleva fidarsi altrui nè da sè era bastante a prendere un partito: i soldati chiesero le paghe; Francesco del Nero cassiere del pubblico nega i danari e ripara a Lucca; il Cortona, di natura miserissimo, piuttostochè rimetterci del suo, si sprovvede di quella estrema difesa e dichiara volere lasciare il governo della città.

I giovani, immemori del passato pericolo, tornano ai tumulti; per questa volta la fazione degli ottimati, incapace a muoversi, riesce a trattenerli. La Clarice moglie di Filippo Strozzi va a casa Medici ed aspramente ripresi Ippolito e Alessandro di aversi voluto fare tiranni, li consiglia a partirsi; s'ella non era, nessuno ardiva abbattere cotesta tirannide cadente: nè in lei fu tutta virtù, sibbene o petulanza donnesca, o rancore contro il sangue illegittimo di casa sua, o sdegno contro papa Clemente che non volle creare cardinale Piero suo figlio, e mandato il marito Filippo a Napoli per ostaggio dell'accordo conchiuso con i Colonnesi, non lo aveva poi atteso, ponendolo così in pericolo presentissimo della vita, o finalmente speranza, cessato il governo dei Medici, di vedere la sua famiglia principale in Fiorenza. Mentre la Clarice, accesa nel volto con voce alta così favellava, si levò rumore tra i soldati della guardia; un archibuso fu sparato contro di lei, sicchè tra crucciosa e atterrita quinci si dipartiva, accompagnandola i più notevoli cittadini. Intanto si raguna in Palazzo la pratica per deliberare intorno ai casi presenti. Filippo Strozzi, a grande istanza pregato da Ippolito, si reca alla Signoria per ritirare la dichiarazione del Cortona intorno all'abbandono del governo di Fiorenza; ma la pratica aveva già vinto una provvisione per la quale si convocava il consiglio grande e, creatosi intanto un reggimento che tenesse gli uffici fino al 20 di giugno, i Medici in condizione privata si restituivano.

Senonchè i giovani, prudentemente pensando, cessato il regno, non potere il principe più oltre abitare la città, tranne morto, accennano prorompere. Allora Nicolò Capponi, Filippo Strozzi, Giovanfrancesco Ridolfi ed altri maggiorenti, i quali, siccome corse fama, già da buon tempo innanzi si erano concertati a Legnaia, confortarono i Medici a dare campo su quella prima caldezza alle ire popolari, ritirandosi al Poggio. Filippo deputavano a scortarli sotto pretesto della sicurezza loro, invero poi per farsi restituire le fortezze di Livorno e di Pisa: fin qui la colpa tutta del popolo; imperciocchè, se egli avesse sostenuto la fazione dei giovani, nè i Medici sarebbero usciti, nè gli avrebbe lo Strozzi accompagnati. Consigliava la ragione di stato i Medici e i cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi si sostenessero per cambiarli poi con alcuno dei più notabili nella guerra futura, o, come fecero i Romani della testa di Asdrubale, balestrarne i capi mozzi tra le genti del papa, quando ei si fosse attentato assediare Fiorenza, mettendo così tra il popolo e il suo tiranno il sangue e la disperazione: quello che maggiormente nuoce in simili imprese è tenere l'animo vôlto agli accordi; perchè i codardi vanno rilenti alle offese, le difese o poco curano o del tutto abbandonano, e la patria rovina. Bentosto se ne raccolsero gli amari frutti; Filippo Strozzi, per tale una causa che la fama bisbigliò sommessa, e la storia tacerà vergognando, perocchè ella sia vergine e musa, lasciò fuggire Ippolito a Lucca; e per ricuperare le fortezze, oltre alla perdita del tempo, tra Piccione contestabile della fortezza di Pisa e Galeotto da Barga di quella di Livorno vi si spesero meglio di quindicimila scudi. Francesco Nori e la Signoria depongono l'ufficio; non aspettano il giugno per convocare il consiglio; determinato il modo di eleggere il gonfaloniere, l'adunano sul finire di maggio e creano Nicolò Capponi.

Il consiglio eleggeva, il Capponi accettava; fallo grave nel popolo, nel Capponi gravissimo: errò il popolo, il quale andava immaginando che, come egli aveva ereditato dal padre Pietro le sostanze, così pure avesse dovuto redarne quell'impeto che valse a salvare la città dalle cupidigie francesi e rendere il suo nome immortale; errò ancora, perchè non conobbe la temperanza e la moderazione di Nicolò, in tempi quieti lodevoli, avrebbero a mal partito ridotto la città nei casi presenti, dove si chiedeva consiglio audace ed opera piuttosto avventata che gagliarda: ma sopratutto il Capponi e sè stesso mancava ed alla patria: forse Dio, che può leggere nei cuori, e le colpe misura dalla intenzione, lo perdonerà, non derivando i suoi falli da mal volere; ma non può perdonarlo la storia: ardua cosa e per avventura impossibile alla mente umana investigare le cause segrete dell'animo; e poco rileva conoscere se l'effetto sinistro si parta o da talento pessimo o da mancanza di cuore; ella giudica dall'utile o dal danno: per la qual cosa tu puoi sentenziare in coscienza che Nicolò Capponi fu traditore alla patria. L'uomo che si reca sopra le spalle il carico tremendo di porsi a capo dei tumulti dei popoli e indirizzarli al risorgimento si metta una mano sul cuore e senta se col buon volere Dio vi trasfuse la potenza: tale egli deve accogliere e tanto cumulo di qualità diverse, discordanti ed anche contrarie, ch'io per me raccapriccio in pensarvi; un cuore infiammato di carità, poetico quanto quello di Platone nel contemplare la bellezza del fine, ed una mente severa come un teorema d'Euclide; egli buono, alle umane miserie soccorrevole, amico e padre di tutti, quando il bisogno lo stringa, deve con fronte imperturbata tal dare principio alla sua orazione nel consiglio dei padri: «Anche ventimila capi recisi, e la repubblica è salva!» - Se gli si parano nelle vie i figli, Giunio Bruto gli spense; se il padre, Marco Bruto l'uccise: e i posteri entrambi hanno salutato sublimi. Nelle cose politiche il delitto comincia soltanto là dove la necessità cessa.

Quindi consideri con profondo consiglio le condizioni del popolo: dove la morte della parte corrotta valga a fruttare libertà, lui celebreranno gli uomini salvatore e Dio se ci adoprerà la scure: dove poi i partiti sanguinosi rimangano inerti se le genti prima di morire, renunziato l'alito divino, si convertirono in creta, se la speranza, rivolta a terra la fiaccola, la spenge piangendo su quella città come sopra un sepolcro, allora, la fama di crudele evitando, lasci arbitro della morte chi creava la vita; ad esempio delle vergini di Sion, l'arpa appenda al salice e pianga, o del tutto si taccia, perocchè nei regni della disperazione ogni suono rincresca, anche quello del pianto. Nicolò Capponi non ebbe la mano forte da cacciarla nei capelli di un popolo assopito e squassarlo ferocemente affinchè si svegliasse; i Medici non aborriva; un governo di ottimati desiderava; però i Palleschi non ispengendo, lasciavali vivere a macchinare danni alla patria: offendere gli uomini per volontà o per necessità è trista cosa, pessima poi offenderli e lasciarli in condizione da vendicarsi; avesse almeno tolta loro la roba! Chè con minore efficacia si sarebbero allora travagliati contro la repubblica, ed egli provveduto di pecunia, la quale come avvantaggiava le cose nostre, così quelle degli avversarii riduceva a mal termine. Onde in processo di tempo convenne aggravarsi sui cittadini amorevoli della repubblica, balzello aggiungere a balzello, vuotare in somma le borse di pochi privati senza potere a gran pezza rispondere alle pubbliche spese.

Correva pertanto a Nicolò Capponi strettissimo l'obbligo di togliere la vita ai nemici dello stato; se non voleva la vita, le sostanze; se non le sostanze e la vita, almeno la reputazione: nulla fece di questo, che anzi i Palleschi si onorano e tengono in pregio per modo che con esempio pessimo sembra, a volere ottenere favore dalla repubblica, bisogni dichiararsi amorevole al principato. La Signoria, procedendo nei primi decreti cieca e codarda, ai popoli concesse armarsi: il gonfaloniere non solo concederlo, sibbene doveva con severissime pene ordinarlo e a tutti dai quindici ai sessant'anni; la patria dichiarare in pericolo, egli primo donando ogni suo avere, promuovere i sacrificii privati, nella salute della repubblica riporre la speranza estrema dei cittadini; siccome narra la storia di Alessandro Magno, il quale, le munizioni ardendo e i bagagli, costrinse i suoi soldati alla necessità del vincere o del morire. Sovente dall'amore più e meglio conseguiamo che dalla paura; ma se l'amore non basta, vi si adoperi il ferro; abbia il popolo a forza il proprio bene: a forza il tiranno gli mette la mannaia sul collo; sarà misfatto dunque mettergli a forza la corona della libertà sul capo?

Il Capponi invece esitò, come uomo che diffida e già disegna l'accordo, e non si accorse che quello sarebbe stato la sua sentenza di morte; non che largheggiare alla patria del suo, tra i concetti atti di reggimento accogliendo la bassa cura di minuti interessi, egli non vergognò avvolgersi per gli opificii della seta e invigilare il compito de' suoi operai; bandiva gli Ebrei dal dominio, raccoglitori acerrimi di danaro e all'occasione o volontarii o costretti sovventori; leggi emanava su le femmine, le taverne e le bestemmie, inutili o perniciose, imperciocchè i costumi non si migliorino in virtù di una legge penale, e perchè chi tutto intende riformare spesso nulla riforma; dipoi, convertito in frate, predicando in Palazzo le orazioni del Savonarola, gridava misericordia e faceva sì che fosse eletto Gesù Cristo re di Fiorenza. L'aiuto divino ottimo: buono non pure, ma necessario invocarlo; però non devono gli stati tanto fidare nel cielo da porre in disparte i provvedimenti terreni. Mentre ogni dì ardevano ceri e cantavano salmi, nè armi raccoglievano nè vettovaglie. Aiutati, che Dio ti aiuta. Certo, ben può il Signore rinnovare il miracolo di Gedeone; ma ella è prudenza questa, commettere alla salute della patria a' soprannaturali sussidii? Quando i cieli mente per concepire e mani per operare compartirono all'uomo, non intesero forse ch'egli di per sè provvedesse alla propria tutela? Nè vuolsi biasimare meco, e sia con pace di voi, fra Benedetto da Foiano, che l'ordinaste (continuava Nicolò piegando alquanto la faccia verso il frate di austere sembianze, il quale stava al diritto lato del giacente), la processione della Madonna della Impruneta per la ricuperata libertà, avvegnachè le diligenze messe in opera nei reggimenti nuovi ad allontanare i tumulti non saprebbero mai essere troppe; ed anche perchè, non essendo cessata la peste, la vedemmo aggravare per quello insolito mescolarsi del popolo.

Ma di ben altra riprensione era degno il Capponi quando non pure trascurò afforzare la città, ma ben anche suscitò impedimenti di ogni maniera al divino nostro Michelangelo, il quale intendeva circondare il monte di bastioni: o sia che lasciasse svolgersi dalla opinione universale, essere i monti le mura di Fiorenza, e i pochi non potere assediarla perchè pochi, nè gli assai per mancamento di vettovaglie; o sia che più tristo consiglio lo movesse, tolta ogni fidanza nelle armi cittadine, si volse a procurare le mercenarie. Notate la fede! Giovanni da Sassatello, condotto dalla Signoria con ottanta cavalli leggeri, ruba le paghe e se ne fugge al papa; peggio lo strazio per avventura del danno. Don Ercole di Ferrara ebbe onore e soldo di capitano generale della repubblica; ma la repubblica pensate voi che sarà mai per avvantaggiarsi del consiglio e del sangue di un duca nelle battaglie? Ben a ragione la fama ci chiama orbi: da quando in qua vedemmo principi mettere a repentaglio lo stato e la vita a difendere repubbliche? E quasi tanti falli fossero pochi per la rovina della patria, a colmo della misura crearono Malatesta Baglioni governatore generale delle milizie fiorentine.

E chi è Malatesta? Un fuoruscito della Chiesa. E donde nasce? Da una famiglia che vince in tradimenti il paragone con quella di Atreo. Or come questi, il quale non seppe mantenersi nelle sue case, vorrà insegnarci a difendere le nostre? Forse imparava egli fuggendo il modo di tener fermo? Colui che potè abbandonare ai nemici le sepolture de' suoi padri, male darà schermo alle dimore dei nostri figliuoli. Già a Dio non piaccia che le mie triste parole si avverino, com'io temo pur troppo vedere rinnovato nel nostro paese Cristo venduto, in lui Giuda venditore. Sconsigliati! Sconsigliati! prezzo del sangue è Perugia; nè sempre sarete in tempo con i traditori come lo foste con Baldaccio dell'Anguillara e con Pagolo Vitelli. Pur troppo le funeste guerre fraterne hanno spento tra noi la militare virtù come in Roma l'accrebbero: perocchè in Roma le contese cittadine terminassero con una legge, in Fiorenza poi con le uccisioni e gli esilii conchiudessero; in Roma il popolo godere dei supremi onori insieme con i grandi desiderava, in Fiorenza per esser solo nel reggimento combatteva: prevalso in popolo tra noi, i grandi disparvero e con essi i sensi generosi, la ferocia nelle armi; attesero i cittadini ai guadagni, diventarono ricchi, la roba acquistata disegnando godere, di fare coi petti riparo alla patria abborrirono, le sorti loro commisero ad anime e a braccia vendute; quindi milizie mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio e la rovina d'Italia.

«Pure gli antichi ordinamenti di giustizia tanto non valsero ad abbattere la virtù militare tra noi che a ora ad ora alcuna scintilla limpidissima non prorompesse; e per tacere di più antichi capitani, non furono fiorentini quel maraviglioso Giacomo Tebalduccio e l'altro fulmine di guerra Giovanni dalle Bande Nere, e tuttavia nol sono il Bichi, l'Arsoli e una schiera che aspetta il destro per sorgere più grandi di loro? Qual è lo sciagurato che dubita non accogliere nel suo grembo Fiorenza figli che sappiano morire per lei? Questo fallo, se non ci si rimedia in buon tempo, partorirà amarissimi frutti; avvegnachè, amici miei, chiunque, e ponete mente alle mie parole novissime, chiunque commette la cura della sua libertà a mani straniere merita diventare schiavo. Nè le condizioni nostre di fuori a termine migliore ridotte che quelle dentro; la esitanza nostra ci ha fatti contennendi e sospetti; nemici molti e potenti, amici nessuno. Il papa all'antica libidine di regno aggiunge la nuova ira delle offese ricevute allorquando i giovani le armi, i simulacri della sua famiglia e la statua di lui misero in pezzi nell'Annunziata.

L'imperatore, che or dianzi intendeva privare Clemente del potere temporale e convertirlo in vescovo di Roma, minacciato adesso dal Turco, prosperando Lautrec con le armi di Francia nel regno, disperato di stringere lega con qualunque governo italiano, accorto la riforma della libertà delle coscienze in Lamagna essere scala a conseguire le libertà civili, muta all'improvviso consiglio, lo libera di castello, gli spedisce fra Angelio suo confessore a tenerlo bene edificato, gli fa presentare dal Mussettola la chinea bianca e i settemila ducati pel censo del regno di Napoli, se lo rende amico, nè di presente v'ha cosa ch'ei non si mostri presto a operare per confermarlo nella nuova amicizia: noi non volemmo stringere lega con Carlo quando il tempo ci correva propizio, e i più pratici cittadini la persuadevano, ed egli per messer Andrea Doria quasi ce ne richiedeva; ora poi non osiamo dichiararglisi manifesti nemici. Abbiamo i Veneziani alienati da noi allorchè non gli sovvenimmo nel caso del Brunsvicco, il quale, tempestando si calò dalle alpi di Trento con dodicimila fanti e diecimila cavalli; onde presi da sdegno notificarono al nostro ambasciatore Gualterotti sarebbero in pari caso per fare lo stesso a noi: i Vineziani però, come sono prudenti, non vorranno trarre dagli altrui falli argomento per fallire; non pertanto l'ira vince talvolta la ragione, sicchè desideriamo vedere anche con danno proprio patire colui che stette indifferente ai nostri mali. In chi dunque fidiamo? La fede di Francia, incerta sempre, incertissima adesso.

Meco medesimo considerando sovente come in ogni tempo gl'Italiani si mostrassero e tuttavia si mostrino corrivi a commettere ogni loro speranza nei Francesi e dall'altra parte quanti eglino abbiano peccati da scontare verso di noi fino dal regno di Pipino, con espresse parole scrissi: «I Francesi, quando non ti possano far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai.» Francesco I s'intende di stato anche meno di Luigi XII, al ministro del quale io ebbi ardimento significarlo alla recisa in faccia; di rado lo muove la religione; più presto che a re non conviene, il talento; però battuto dalla fortuna adesso va più cauto alle offese e molto si lascia governare da madama sua madre, nè intelletto da concepire un disegno nè costanza gli compartirono i cieli da metterlo in esecuzione, e sopratutto stanno i suoi figliuoli in potestà di Carlo V: ora pensate s'egli possa amare o voglia la libertà vostra più di quella dell'erede del suo regno. Noi siamo soli. E che perciò? Dobbiamo noi forse piangere come perduta la nostra città? Non è mai lecito disperare della salute della patria, insegnava Focione, nè l'hanno per anche ridotta a tale da rendere ogni provvedimento tardo.

Il Capponi mal si regge nel posto che non avrebbe mai dovuto tenere; forse ne scenderà per salire al patibolo; e gli starebbe bene, come colui che all'ambizione smodata accoppia ingegno per esitanza imbecille e codardia manifesta, la quale lo induce ad adombrare la natía virtù con partiti paurosi, che egli e i suoi chiamano temperati e prudenti, riprendendo quasi esorbitanze i consigli capaci di mettere con molta gloria a pericolo la vita e la sostanza dei cittadini, e perciò anche le sue; astiosamente avverso a chiunque si conosce superiore per intelletto e per animo; insomma della libertà di un popolo che voglia risorgere davvero, vergogna ad un punto flagello. Voi, giovani, nei quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi, Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani; badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a' casi nuovi convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Fiorenza, ella è certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere; e poi noi combattiamo in casa e per noi, il nemico sopra terra dove ogni cosa gli si volgerà infesta, e con armi infedeli, mercenarie tutte e con intendimenti diversi, dacchè i capitani del papa non possono accogliere il concetto istesso dei capitani di Carlo: confido non poco nella fortuna, nella provvidenza di Dio moltissimo, il quale non soffrirà la rovina della innocente mia patria. E se preghiera alcuna trova grazia al tuo cospetto Signore, ti raccomando questo suolo, che mi raccolse infante e già mi apre il seno pietoso alla quiete eterna, con tutta l'anima prossima a comparirti davanti; te lo raccomando anche prima dei figli, anche prima della medesima anima mia!»

Dalla interna commozione agitato, qui si rimase il Machiavello; ma in quel modo medesimo che, cessati i remiganti, la navicella continua nell'incominciato cammino, così, perchè tacessero i labbri, dalla fronte, dagli occhi, da tutta la faccia non ispirava meno amore di patria e di libertà.

Come dimentico della malattia che lo aggrava, si solleva alquanto sul fianco e stende la destra verso una tazza colma di tisana a capo del letto.

Quando la morte si apparecchia a vincere con la infermità la vita, raccoglie penosamente nel corpo del moribondo la somma di ogni male sofferto, e le carni, i nervi e l'ossa corrode con infiniti dolori diversi: la morte giunge amara all'uomo; e se fosse stato un bene, come Saffo cantava, Dio l'avrebbe creata per sè; però il Machiavello appena ebbe mosso la destra, la ritornava nella prima positura, chè intorno alla scapula e giù nei muscoli gli corse uno spasimo acuto come quando fu posto alla prova della corda; la guancia sinistra si contrasse di forza verso l'occhio, seco traendo le labbra in atto di angoscia; ma si ricompose all'improvviso e sorridendo riprese: «Dante, porgetemi, prego, cotesta tazza.»

Fra' Benedetto da Foiano, sottoposto un braccio ai guanciali, solleva amorevolmente il corpo del giacente. Dante gli appressa alle labbra la tazza; e mentre egli beve, suo malgrado una lagrima gli prorompe dagli occhi e giù scendendo si mesce alla bevanda, sicchè Nicolò lo guarda fisso e dopo alcuni istanti favella:

«Nella estremità a cui mi trovo condotto, nissun liquore può meglio confortarmi le viscere, Dante, della vostra pietà: ve ne renda Iddio quel rimerito che a me non è dato; ben aveva mestiero di questa consolazione l'anima mia, prima di volgersi a considerare la ingratitudine umana. Gran mercè, Dante, gran mercè; voi mi avete apportato un bene maggiore di quello che potete immaginare: che voi mi teneste in pregio, sperava; che mi portaste affetto, forte temeva: ora poi saluterò la morte come amica, dacchè sopra la soglia del sepolcro mi accorga non avere perduto la speranza e trovato l'amore.»

Tacque, e seguì un silenzio tanto profondo che ben si udiva lo zufolio sottilissimo dell'insetto aleggiante intorno ai moribondi; dopo lunga pausa, il Machiavello, crollando il capo, continua:

«Il mio cuore non conobbe altro palpito che per la patria: queste braccia lacerò il carnefice per amore della patria...; che importa? Non sono ancora sceso nel sepolcro, e gli uomini mi calpestano il cuore come una pietra; i nervi e l'ossa dei bracci spasimano di cocentissima angoscia, e gli uomini mi accusano averli adoperati ad ammaestrare tiranni; questi bracci niegano accostare alla mia bocca una bevanda, ed essi affermano essersi distesi ad implorare l'elemosina ai miei persecutori; della fama incontaminata in fuori non lascio ai miei figli altro retaggio, e non pertanto m'invidiano anche la fama. O uomini, quanto vi avrei adorato migliori e quanto vi amo anche tristi! A voi, carissimi, affido il mio nome; difendetelo voi; e se da alcuno udrete parola che rechi oltraggio alla mia memoria, più generosi di san Pietro, non vogliate negare il vostro maestro: dove il vitupero muova da uomo invidioso, tacete, imperocchè all'odio della mia virtù si aggiungerebbe allora l'odio che nasce dal sentirsi dichiarato iniquo; ma dove comprendiate lui essere ingannato, ditegli animosi in mio nome: Nicolò Machiavelli non insegnò di tôrre ai ricchi la roba, ai poveri l'onore, a tutti la vita: sappiate volersi un gran cuore per intendere un cuore grande; pochi o nessuno averlo compreso; e che quando egli potè onorare la patria, eziandio «con pericolo e carico suo, sempre volentieri lo fece perchè conosceva come l'uomo non debba avere maggiore obbligo nella vita sua che con quella, dipendendo prima da lei l'essere e di poi tutto quello che la fortuna e la natura ci hanno concesso;» aggiungete credere io nella virtù come in una via per la tristizia degli uomini smarrita, e che essi potevano, anzi dovevano, ritrovare per indirizzarsi di nuovo al perfezionamento: la politica scevra dalla morale per me affermarsi impossibile; nè già per morale intendere io la immagine astratta della cosa, «sibbene la verità effettuale della medesima», secondo i tempi, i casi e gli uomini diversa; a patto però che se la presente morale non fosse ottima, dovesse pur sempre dirigersi al meglio: la politica magnanima convenirsi ad un popolo grande, come il romano; essere in lui non solo virtù, ma necessità; non potere da questo concetto deviare senza riuscire agli occhi proprii ed altrui contennendo con danno inevitabile della maestà e forze sue; ai deboli invece convenirsi deboli consigli, e, se circondati da tristi, ordinare i casi l'uso della perfidia e giustificarlo: se non che allora devono i deboli mettere in opera l'ingegno per uscire da cotesto stremo dove è necessità la perfidia, e sollevarsi a quello nel quale sia necessità comportarsi magnanimamente.

Amai la repubblica, ma, e molto più, amai la indipendenza, perocchè la seconda mi sembrasse necessità di vita, la prima poi accidente di forma. Considerai pertanto se stato alcuno italiano, governato a reggimento popolare, potesse conseguire il santissimo fine di rassettare le membra a questa misera patria: Venezia e Genova non mi parvero, come in vero non sono, libere città; volsi l'ingegno a meditare se con Fiorenza ci venisse fatto di riuscire, e non rinvenni virtù necessaria. Più che amorevoli del vivere libero conobbi i cittadini travagliati dal desiderio di dominare, disposti ancora a servire, purchè servendo potessero opprimere altrui; molti, odiatori di leggi o buone e triste ch'elleno fossero, siccome vaghi di licenza, non già del composto vivere civile; alla salute pubblica preponenti i comodi privati; più agli uomini avversi che alle cose; da vecchia e vergognosa tirannide liberati, intenti a gettare le basi di una nuova e molto più vergognosa, creando il Soderini gonfaloniere perpetuo: allora pensai essere necessaria una servitù e doversi ordinare una forza «la quale con potenza assoluta ponesse freno alla materia corrotta, le ambizioni degli individui prostrasse», e la schiatta umana afferrando pei capelli la costringesse a ritemperarci nelle battaglie, ad abbandonare i vizii nella corsa faticosa verso la indipendenza. Chè se abbiosciata libertà, che indarno mentisce nome di civile, deve approdare a tirannide, meglio tirannide barbara che mette capo alla libertà. Forse chi sarebbe stato da tanto, sè troppo estimando superiore agli uomini, i quali spingeva incontro al bene a colpi di flagello, non avrebbe deposta la sferza, se non per convertirla in scettro; ciò poco doveva montare, imperciocchè la difficoltà dell'impresa consiste nell'agitare ferocemente le generazioni e cacciarle nella via del moto; all'altro provvederanno il tempo, la fortuna e la necessità delle cose.

Però, favellando di coloro a cui la fortuna prestava occasione di riformare gli stati, diceva: «Questi essere dopo gli iddii i primi laudabili; e perchè pochi furono che avessero comodo di farlo e pochissimi gli altri che lo sapessero, così a piccolo numero ridursi coloro che lo facessero.» E fermo nel mio concetto insegnai: «Il prudente ordinatore di una repubblica che abbia animo di volere giovare non a sè, ma al bene comune, non alla sua propria successione, ma alla comune patria, doversi ingegnare di tenere l'autorità solo; nè mai savio intelletto riprendere alcuno di azione straordinaria che per ordinare una repubblica usasse: convenir bene che, accusandolo il fatto, lo scusasse l'effetto; e quando fosse buono come quello adoperato da Romolo uccidendo Tito Tazio e il fratello Remo per ordinare Roma, sempre doverlo scusare; perchè colui che è violento per guastare, non quello che è violento per racconciare, si deve riprendere; non pertanto corrergli obbligo di essere virtuoso e prudente da non lasciare ereditaria ad un altro quell'autorità che si ha presa, perchè, essendo gli uomini più pronti al male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che da lui fosse stato virtuosamente ordinato.»

Dipoi, celebrando coloro che intendono restituire gli uomini alla maestà della propria origine, non dubitai affermare: «Dovesse un principe innamorato di gloria desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla, come Cesare, ma per riordinarla, come Romolo; e veramente i cieli non potere dare agli uomini maggiore occasione di gloria, nè gli uomini poterla desiderare maggiore. E in somma considerassero coloro ai quali compartivano i cieli una tanta occasione come fossero loro proposte due vie: l'una che gli fa vivere sicuri e dopo morte gli rende gloriosi; l'altra che gli fa vivere in continue angustie e dopo morte lasciare di sè una sempiterna infamia.» Per le quali cose tutte mi volsi a favorire Cesare Borgia, come quello che, per essere figliuolo di papa Alessandro e sovvenuto da Luigi XII, di voglie e di animo pronto, sembrava sortito a ricomporre le membra sparse d'Italia: nè già il Valentino, crudelissimo ai baroni della Chiesa, era tiranno del pari spietato ai popoli venuti in sua potestà; perchè racconciò la Romagna e la ridusse in pace ed in fede; la qual cosa se bene si considera, vedremo lui essere stato più pietoso dai Fiorentini, che per fuggire il nome di crudeli lasciarono distruggere Pistoia: onde i popoli gli posero amore, avendo incominciato a gustare una vita sicura, laddove prima, per essere retti da signori impotenti, vôlti piuttosto a spogliare che a correggere i sudditi, intesi a disunire anzichè a congiungere, gemevano per quotidiane violenze e latrocinii.

E che le mie parole non si possano mettere in dubbio si fece manifesto quando la fortuna, di prospera che gli era, gli si volse all'improvviso contraria; imperciocchè la Romagna lo aspettò più d'un mese, nè Baglioni, Vitelli e Orsini ebbero seguito contro di lui: e se alla morte del padre non lo avesse condotto il veleno a termine estremo, non rovinava; «ed egli stesso il dì che fu creato Giulio II mi disse bene avere pensato a quanto potesse succedere morendo il padre, e a tutto avere trovato rimedio, eccettochè non pensò mai in su la sua morte di stare anche lui per morire.» Inoltre, che il Valentino, un tempo felicissimo tra i capitani, non fosse il più malvagio dei principi, o che alla voglia di superarlo gli emuli suoi non accoppiassero pari lo ingegno, consideratelo in Oliverotto da Fermo, spento per suo comando a Sinigaglia; perditissimo uomo era costui, ladrone più che soldato, carnefice più che principe, e parricida del Fogliani, il quale con amore veramente paterno lo aveva allevato.

Dei Baglioni sapete i costumi: Orazio ordinò si uccidesse lo zio Gentile; e quasi dubitasse quel delitto poco a guadagnargli l'inferno, di sua propria mano trucidava più tardi messer Galeotto Baglioni, mentre si disponeva a rendersi prigione sotto la fede del duca d'Urbino. Il Valentino agli occhi miei rappresentava astrattamente un uomo spaventevole; praticamente, la potenza capace di rilevare l'Italia sopra l'antica sua base; divenuto privato, forse le qualità raccolte in lui erano tali da condannarlo alla pena dei masnadieri: finchè resse da principe, poteva di fronte agli altri ammirarsi ed anche lodarsi rispetto allo scopo, quantunque la bella morte da lui incontrata in Navarra combattendo alla espugnazione del castello di Viana lo mostrasse degno di non essere affatto sbattuto dalla fortuna. E sempre fisso nel medesimo pensiero, caduto il Borgia, mi volsi a Lorenzo dei Medici duca d'Urbino e lo ammaestrai delle condizioni dei tempi e partitamente gli scopersi le vie per mantenersi e crescere. S'io lo guidassi traverso le male bolge dell'inferno per quinci trarlo a rivedere le stelle, consideratelo nella esortazione a liberare l'Italia dai barbari che chiude il libro del Principe. Esaminate con mente pacata i miei scritti, e nonchè vi apparisca discrepanza veruna tra loro, comprenderete di leggieri come tutti insieme cospirino allo scopo proposto. Il Principe, a guisa di punto di partenza; i Ritratti dei popoli stranieri, le Storie e le Osservazioni intorno gl'Italiani contenute nelle mie Commissioni, siccome mezzi di appianare la via; i libri sopra la Guerra, come precetti a ristorare le milizie proprie, le mercenarie sopprimere, perpetua cagione di servitù; finalmente i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio, come termine estremo.

Dalle Lettere per me dettate a mitigare o fuggire la malignità dei tempi non deve ricavarsi argomento per giudicarmi meglio che dalle risposte fatte al cancelliere quando fui posto a esame nella congiura del Boscoli. Nè certo, dopo la casa Borgia, veruna altra in Italia pareva più acconcia di quella dei Medici a conseguire l'intento. Leone X, pontefice di singolare giovanezza, uno stato floridissimo, cresciuto per opera di Alessandro VI e di Giulio II, reggeva; la repubblica nostra come signore dominava; il conquisto di Milano e di Napoli disegnava; in lui erano facoltà e mente capaci; lo circuiva numerosa famiglia. Giulio, adesso papa di meschini concetti, mostrava da cardinale attitudine maravigliosa in eseguire gli altrui divisamenti. Viveva Giuliano duca di Nemours, Lorenzo duca d'Urbino viveva. Non pertanto andarono tutte queste speranze disperse. Leone morì di morte immatura, Giuliano anch'egli precipitò nel sepolcro per debolezza del corpo, vi si gettava da sè stesso precocemente Lorenzo a cagione della immoderata lussuria. Mancò papa Clemente a sè stesso, la famiglia generosa a lui.

Simili eventi dimostrano non già la fallacia nello argomentare, sibbene la miseria degli umani disegni, i quali ti si nabissano sotto quando meglio ti paiono fermi. L'uomo trama, la Fortuna tesse; e se alla seconda non piace corrispondere al concetto del primo, a questo basti avere ricercato la cagione delle cose con quella prudenza che per lui si poteva maggiore. Forse così pensando la mente errava, non però il cuore; ad ogni modo tutte le cose nostre hanno un destino che l'uomo non può vincere, e il mio consiste nel contemplare la mia fama avvilita da coloro che ammaestrai ad essere grandi.... Vi aveva io forse raccomandato che voi prendeste cura della mia fama? Se pure l'ho detto, adesso mi disdico. Che giova dar di cozzo nei fati? In quella guisa che voi, Zanobi, avrete veduto a Roma gli obelischi, una volta decoro della superba città, adesso giacere infranti, mezzo coperti dalla terra e dall'erba, così deve per un tempo giacere il mio nome, finchè non appariscano anime forti da rilevarlo sublime. Intanto uomini che si vanteranno filosofi, travolti anch'essi dalla mala opinione dei tempi, esulteranno della mia morte e non dubiteranno raccontare ai posteri «essersene rallegrati i buoni e i tristi; i buoni per conoscermi tristo, i tristi più tristo di loro.»; e la verità, la quale ascende tal ora animosa i roghi e i patiboli, e dalle stesse fiamme scellerate e dal corruscare dalle mannaje si compone di un aureola di luce divina, tal altra poi fugge dall'errore suo nemico tutta tremante e si ripara nel seno di Dio; la verità, dico, si rimarrà per lunga stagione di spargere il suo lume sopra la mia memoria.

Quando tenebre di servitù e di obbrobrio oscureranno l'Italia, la mia fama rimarrà muta, e sarà benefizio dei cieli, chè la lode di codardi offende amara, come l'ingiuria dei generosi. Ma se mai l'alba della libertà fie che torni a diffondere raggi vitali sul fiore appassito dalla speranza, allora come la statua di Mennone soneranno le mia ossa un fremito di gloria; i posteri verranno alla mia tomba per trarne responsi di virtù, insegnamenti di civile prudenza. Intanto fatevi qui presso me, Francesco Ferruccio; il vostro cuore è un tempio della Divinità: accostatevi, e finchè Dio soffre che di voi rimanga vedovo il cielo, vi stringa amore di questo capo diletto; a voi lo confido; lo raccomando a voi: di lui mi renderete conto nelle dimore dei giusti; egli è mio sangue: stendete la mano, ecco io vi depongo sopra la facultà che mi concesse la natura di benedirlo quando mi salutarono padre; voi non avete figliuoli.... ed egli è figlio infelice di padre infelicissimo; amatelo dopo la patria primo; ed accettando voi il sacro deposito, Nicolò Machiavelli vi scongiura che operiate in maniera che egli possa al vostro fianco salvare la patria o morire gloriosamente per lei.»

Francesco Ferruccio, rimosse le mani dal pomo della spada, toltesi le manopole di ferro, scoperta la fronte, levati gli occhi al cielo, come se volesse invocare Dio testimonio della promessa, stringe con ambe le sue la mano destra al moribondo, e quindi imponendole sul capo al giovanotto Ludovico solennemente profferisce queste parole:

«Egli morrà con me!»

E Ludovico solleva dolentissimo la faccia, guarda il Ferruccio in soave atto d'amore e torna a declinarla sulla mano del padre, rompendo il freno a pianto disperato.

Piangevano tutti.

Dopo uno spazio lungo di tempo Nicolò con languida voce riprende:

«I pensieri, gli affetti, la terra cominciano a volgermisi tenebrosi intorno alla mente: il passato si oscura, il futuro mi accieca dentro un mare di luce, sento la eternità: partite. Se in cosa alcuna meritai di voi, compiacetemi, di grazia, in questa ultima preghiera; partite: a morire basto solo. Dai letti dove si addolorano i destinati a morire, male s'innalzano con riconoscenza gli occhi al firmamento. Ornai gli umani soccorsi non possono giovarmi più in nulla: io sto nelle braccia di Dio. Voi consacraste alla patria la vita: ogni istante perduto è un tradimento... un tradimento, intendete? Or via dunque andate... partite... A voi la patria... e Ludovico..., ai posteri raccomando la fama... Addio.»

I circostanti, il voto del moribondo adempiendo, si allontanarono dalla stanza; se non che ora l'uno, ora l'altro senza mostrarglisi, gli resero gli uffici estremi, finchè, aggravandosi il male, il giorno appresso 22 giugno 1527, quando pare che la campana pianga la luce scomparsa dal nostro emisfero, spirò la sua grand'anima Nicolò Machiavelli.

Con poca accompagnatura di amici, ma confortato con molte lacrime e sincere, lasciando inestimabile desiderio di sè in quanti conobbero il cuore ch'egli ebbe, scese nell'avello de' suoi padri nella chiesa di Santa Croce.

E una tenebra fitta di vituperio si condensò sopra questa misera Italia. Le ceneri del Machiavelli stettero per quasi tre secoli ignorate; e fu pietoso consiglio della provvidenza, imperciocchè altrimenti i nipoti le avrebbero date ai venti della terra. Una torma di vermi nati dalla putredine della servitù prese a contaminarne la memoria, una crociata d'infamia bandirono al suo nome, con i terrori della religione lo circondarono, lo conficcarono sopra i patiboli!... Compreso di compassione per la imbecillità della stirpe dalla quale io pure nasco, tacerò, o piuttosto ferocemente animoso le strapperò la fascia dalle piaghe, mostrandole, comunque turpi, alle generazioni future?

Io strapperò cotesta fascia e narrerò come i Gesuiti ardissero effigiare il simulacro del grande e, appostavi la seguente iscrizione: «perchè fu uomo scaltrito e subdolo, di pensieri diabolici maestro, aiutatore del demonio eccellentissimo», lo abbruciassero sopra la pubblica piazza d'Ingolstad in Baviera. E tanto crebbe cotesto osceno baccanale d'ignoranza ribalda e svergognata che fino un principe ne sentì pudore. Così è: a Dio piacque tra i prodigi della sua potenza creare un principe di cui il volto non fosse sconosciuto alla verecondia. Leopoldo austriaco, primo di nome, consentiva gli si ponesse una lapide, e nel sepolcro di lui innalzava un monumento durevole alla propria memoria.

Poichè questo principe s'inchinava a quel grande, egli avrà fama anche dopo che saranno disperse le monete effigiate con la sua immagine: monumento unico al quale il più delle volte è raccomandata la rinomanza dei principi.


NOTE

(a) A maggior prova di questo si narra che Giulio II mandasse Pietro Oviedo, spagnuolo, al governatore di Cesena, che lo teneva pel duca, con uno scritto del Valentino, col quale gli si ordinava cederla. Il governatore rispose non potere obbedire agli ordini di un signore prigione, e meritare gastigo chi veniva pel suo disonore; per la qual cosa fece gettare l'Oviedo giù dalle mura. Tommasi, Vita di Cesare Borgia.


(b) Lord Nassau Clavering, conte Cowper e il cavaliere Alberto Rimbotti promossero ancora il monumento del Machiavelli in Santa Croce. Antonio Spinazzi scolpiva; il dottore Ferroni componeva la iscrizione famosa: Tanto nomini nullum par elogium. Merita di essere consultata sulla vita e gli scritti del Segretario l'opera recentissima del signore Artaud intitolata Machiavel, tomo II, presso Didot, Parigi, 1833. Quantunque io non partecipi affatto le sue idee intorno al mio eroe, riporto con piacere le sue parole, tomo II, pag. 494, dove, dopo di avere esaminato i diversi ritratti del Machiavelli e dimostrato come spesso lo abbiano confuso con quello di Lorenzo il Magnifico e più spesso con l'altro di Cosimo I, errore in cui cadde Morghen, e nel 1831 il Passigli nella sua edizione delle opere del Machiavelli in un solo volume, dice avere ristabilito il vero in testa del suo libro mercè il raro Ingegno del sig. Ruhierre, il quale espressa nell'incisione: «lo splendore igneo dello sguardo del nostro Fiorentino e quella specie di solenne impassibilità con la quale par che domandi ai secoli presenti che cosa aspettino da lui e per qual ragione tra tanti autori antichi e moderni sia stato scelto il suo nome, poi vilipeso e condannato a diventare una ingiuria plebea, un insulto spietato.» Alcuni fatti discorsi in questo capitolo dal Machiavelli avvennero qualche tempo dopo la sua morte.

CAPITOLO SECONDO

LA RITIRATA D'AREZZO


Ne' suoi tempi è stato uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della libertà della patria loro.

Giannotti, Vita di Francesco Ferruccio.

Puro è il giorno e sereno: - dalla parte di oriente un color d'oro, diafano, a mano a mano più limpido: - all'improvviso il sole sgorga dai monti con un raggio, due raggi, - un oceano di raggi, su questa terra ch'è sua delizia e suo amore: immagine di Dio, senza curarsi se nello spazio che inonda viva chi lo abborre o chi l'ama, egli veste il creato di splendore benigno; e, tutte belle diventate le cose in quel battesimo di luce, mal puoi discernere tra loro quali sieno le superbe, quali le abbiette.

In quella prima allegrezza della natura ogni ente si commuove, le anime si aprono alla pietà, come i fiori alla rugiada; diventa il buono migliore, meno tristo il malvagio.

Il sole, quanto il pensiero dell'uomo, rapidissimo si sprofonda per la immensità dello spazio e gode balenare lo sguardo infiammato per le acque della Chiana e dell'Arno. Le acque si scuotono e fremono in un continuo agitarsi d'oro e di azzurro, e direi quasi, sembrano palpitare di luce. Gli alberi al vento mattutino mormorando confondono le frasche, come giovani innamorati sussurrantisi nell'orecchio un misterioso favellio: dove te ne prendesse vaghezza, tu potresti ad una ad una annoverarne le foglie, tanto le contorna lucidissimo l'emisfero. L'iride cinge ogni erba; suona ogni pianta una voce d'armonia. Odi trasvolare per l'aria infiniti accordi divini, altri sottentrarne più rapidi e più melodiosi, nè ti è concesso distinguere donde si muovano o come ti arrivino; sicchè tu credi, ora sì, ora no, l'aura ti porti all'orecchio l'inno degli angioli, col quale al tornare della luce esaltano nelle sfere la gloria del Creatore. È un cielo puro e sereno: - un bel giorno d'Italia.

Ma e perchè a tanta esultanza della natura non si mesce la voce dell'uomo? Chi trattiene nelle sue case il colono? Perchè non esce ai quotidiani lavori? L'eco non rimanda il muggito dei bovi; non si ascolta per le valli il tintinnio degli armenti; dai focolari non sorge nuvola alcuna di fumo la quale, paurosa di deturpare la maestà dei cieli, si tinga dei colori della conchiglia marina e rammenti lo schiavo costretto a mutare sembiante all'apparire del suo signore. Sarebbero forse venuti i tempi vaticinati nei quali il sole deve splendere invano? La morte ha inaridite la fonte delle lagrime umane? Il mondo alfine si è fatto cimiterio della universa stirpe d'Adamo?

La città d'Arezzo, vuota anch'essa di gente come la campagna, - sembra la Gerusalemme di Geremia, o piuttosto Pompeia tolta dalla sua antica sepoltura di lava. Ma nella cittadella varie centinaja di uomini d'arme stanno disposte intorno alle artiglierie; silenziosi però ed immobili, come impietriti. Così la canzone moresca immagina stanziare nelle caverne dei monti di Granata per virtù d'incantesimi esercito infinito di Saracini, che sciolto un giorno da un guerriero fatale irromperà, distrutti gli infedeli, a restituire il sangue degli Abenceraggi nelle torri paterne dell'Alhambra. Alzati i ponti levatoi; le sentinelle non mutano passo; non soffia alito che valga a muovere leggiermente le pieghe del gonfalone del comune di Firenze, inerte giù lungo la stacca; quivi sola par viva la corda apparecchiata a dar fuoco alle artiglierie per la colonna sottile e perpendicolare di fumo che tramanda verso del cielo.

Fra i molti quivi raccolti per vesti o per sembianze notabili si distinguono due personaggi, quantunque di forme affatto diversi tra loro; - s'impadronirono entrambi di due colubrine lunghe, spigliate, che a bocca aperta paiono anelanti di balestrare contro i nemici la disperazione e la morte. Il primo appoggia il gomito destro sopra la parte anteriore della colubrina, e vôlto il cubito al capo, vi abbandona sopra la faccia; - la mano manca sta aperta sul pomo della spada; il corpo affida al femore sporgente e sul piede sinistro forte piantato sopra la terra, mentre la tocca appena con la punta del destro posto a traverso; grande era e bello, del tutto chiuso dentro modesta, ma forbita armatura; - il capo scoperto, e quindi appariva il volto, che un arcano pensiero e una cura insistente atteggiando a malinconia lo rendeva più gentile; le palpebre socchiuse velavano il suo sguardo; - certamente, l'anima commettendo all'onda delle sensazioni, egli gusta nel suo segreto la voluttà che muove all'aspetto delle maraviglie della natura.

Tu lo incontrerai mai sempre dove si offre acquisto di gloria o pericolo d'avventura, imperciocchè egli sia Francesco Ferruccio. Udendo i Dieci della guerra come Malatesta avesse perduto Spelle e si fosse accordato di lasciare Perugia, gli mandarono Giovambattista Tanagli col protesto di seco lui condolersi per quella prima sconfitta, ma in sostanza poi per ordinare al Ferruccio e al Verazzano i duemila fanti delle milizie fiorentine ritirassero, ed in Arezzo sotto il comando di Antonfrancesco Albizzi, commissario della Repubblica nelle terre della Val di Chiana, riunissero. La qual cosa avendo il Ferruccio con molta prudenza operata, era rimasto in Arezzo con quella autorità che la virtù non manca di partecipare agli uomini superiori nei casi difficili. - L'altro, di membra maravigliosamente robuste, si assomigliava ai crepuscoli scolpiti da Michelangelo sopra le sepolture di Giuliano e di Lorenzo dei Medici, - curvo su la colubrina ne stringe i lati nelle ginocchia tenaci, ne afferra con le mani venose i manichi estremi, - il sommo del capo egli ha calvo, coperto di una pelle giallastra, se non che intorno intorno sopra le orecchie e dietro la nuca lo ricinge una corona di cappelli in parte neri, in parte bianchi, alcuni torti, tali altri irti, che ben parevano venuti in lite tra loro: le guance squadrate, la mascella e il labbro inferiore sporto in fuori, il superiore mezzo nascosto fra i denti, a cagione degli spessi morsi sanguinoso: le pupille infiammate gli balenavano tra mezzo i peli ruvidi del sopracciglio, a guisa di fuoco pei rovi d'una siepe: inoltre tutto crispato di rughe e abbronzito dal sole e cincischiato da non poche margini... davvero egli era un volto cotesto da fare nascondere spaventato un fanciullo nel seno della madre, da fare stringere sotto le vesti il pugnale al pellegrino che lo avesse incontrato per via: - e nonpertanto Giovannantonio da Firenze, bombardiere, soprannominato il Lupo, annoveravano come uno tra i pochi soldati che militando rispettasse la canizie dei prigionieri, perchè si rammentava la madre lasciata a casa, vecchia ed inferma; e ad ogni immagine della Madonna addolorata occorsa per la via si faceva devotamente il segno della croce e sospirava, perchè sentiva l'affanno della vecchia madre, sola nel mondo e priva del conforto di saperlo vivo: - uno dei pochi ai quali il nome santo di patria rabbrividisse le carni, spremesse dal ciglio dolcissime lacrime. In qual modo al cielo piacque poi balestrare quella testa sopra le spalle di Lupo bombardiere, - fosse caso o intenzione, - io per me non lo posso significare.

Lontano lontano svoltando da un colle ecco apparisce una nuvola di polvere che pare dorata ai raggi del sole. Lupo volta subito la faccia al Ferruccio e lo vede immobile. La nuvola crescendo si dilata, sempre e più sempre si avvicina. Lupo guarda il Ferruccio, nè questi ancora fa sembianza di muoversi. Davanti la polvere adesso si scorge a correre un cavaliero di splendida armatura; ha la visiera alzata e mostra un volto di adolescente; - sprona un cavallo nero di sangue generoso; - nella destra stringe un'asta con pennoncello giallo, dove stanno ricamate le armi imperiali, - l'aquila dalla doppia testa.

A giusta distanza pervenuto, egli scende dal corsiero, al braccio sinistro avvolge le briglie, con l'altro spinge di forza il calcio dell'asta e lo pianta nel terreno in segno di conquista.

Lupo, stillando sangue dagli angoli della bocca, vibra uno sguardo feroce al Ferruccio.

Chi per una notte di procella nell'onda travolta dagli dêi infernali ravviserà lo specchio del lago Trasimeno? - Certo, un dì le sue acque fremendo (e pareva che piangessero) tornarono indietro dal margine tranquillo tutte contaminate di sangue: atterrite esse videro sul campo dei Geti le reliquie misere della battaglia, dove travagliandosi ferocemente le belve umane non si addiedero del terremoto che sobissò centinaia di città italiche; e per le canne e il limo il genio del luogo sottrasse il cadavere del console Flaminio all'ultimo oltraggio per un Romano, - la pietà di Annibale; - ma per ordinario mite le blandisce il raggio della luna, e su la cheta superficie mestamente si spandono i rintocchi della campana del convento, posta nella isola maggiore del lago, che chiama i rivieraschi alla preghiera.

Chi potrà adesso ravvisare il Ferruccio? Negli occhi dilatati scintillano trucemente le pupille: il volto per l'impeto del sangue gli si fece nero, le vene tra turgide e tese: con mani potenti stretta la colubrina, la volge a seconda de' suoi desiderii, quasi fosse una spada od altro più maneggevole arnese di guerra: con tutta l'anima nello sguardo mira attentissimo, - punta la colubrina, - la ferma e con voce terribile grida «Fuoco!»

Non bene anche spirava su le labbra il comando, nè ancora i piedi tornavano a posarsi sopra la terra, donde schivandosi aveva spiccato un salto, che il bronzo balenò; - precipitando rimbombante contro del parapetto lo percosse, rimbalzò, stette; la palla mortale si era partita tra una vampa di fuoco.

Vico Machiavelli, senzachè pure se ne accorgesse il capitano, con la miccia tesa da gran tempo aspettava impazientissimo il cenno.

Il fragore del bronzo si diffuse lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandarono i monti circostanti, e, come se fosse stato il segno magico capace di levare l'incanto, le milizie fiorentine, d'inerti a un tratto divenute irrequiete, con sembianti diversi d'ira, di curiosità e di anelito accorsero alla spalletta per vedere; - e sopra gli altri Lupo e il Ferruccio con tutto il busto spenzolati dal muro, facendosi di ambe le mani solecchio allo sguardo contro la luce, spiavano bramosamente l'esito del colpo.

Il cavaliero nemico, compito l'atto oltraggioso, sta in forse se debba aggiungere all'atto un grido di scherno: - in questa la palla percotendolo nel ventre un poco sopra l'inguine gli dirompe gl'intestini e, via trapassando dai reni, stritola le vertebre e fiacca la spina dorsale; - allora fu vista la parte del corpo inferiore alla ferita, piegati i ginocchi, cadere per lo innanzi, la superiore indietro, sicchè la nuca venne a battere di forza su le calcagna. Il cavallo tratto da impeto irresistibile seguita il moto dell'ucciso; ma quando teso il collo fiutò dalle aperte narici l'odore del sangue, - quando con lo sguardo esterrefatto in quella massa informe di carne lacerata non riconobbe più il suo signore aombrò pauroso e si dette imperversato a fuggire pei campi, trascinando il tronco avvolto dentro la medesima nuvola di polvere nella quale vivo e baldanzoso era apparso pur dianzi.

«E tale mai sempre abbia saluto», esclamava il Ferruccio, «l'empio ladrone che vende l'anima ai nemici della libertà di un paese innocente!»

O giovanetto! la fortuna ti concedeva singolare vaghezza di forme; forte tu eri e animoso: non pativi difetto di beni terreni; scendevi raro germoglio dal sangue degli Chalons: Filiberto, principe di Orange, capitano dell'esercito imperiale, in te abbracciava il suo nepote e il suo erede... Perchè dunque lasciasti i tuoi dolci castelli? perchè i tuoi genitori canuti? Tu avresti lieti fatti e soavi gli anni loro, che adesso strascineranno fra la disperazione alla morte: - te avrebbe amato una donna, a te sorriso i cari figliuoletti. O se nella tua anima ruggiva lo spirito delle battaglie, perchè muovere ai danni d'un popolo innocente? Largo campo di onore forse non ti si apriva in Palestina, dove gl'infedeli contristano il sepolcro di Cristo? Allora il tuo sangue avrebbe bagnato il sacro terreno che bevve prima il sangue del tuo Salvatore; ti avrebbero i cieli largito la palma del martirio, dato la terra lagrime e voti. Adesso il trovatore nella sua mesta ballata ti saluterebbe campione della fede, la tua prodezza esalterebbe, ti piangerebbe come una pleiade scomparsa dal coro degli astri; - per te gemerebbe la vergine ascoltante, e la tua fama rinverdirebbe nei secoli per la rugiada delle lacrime pietose. Ora, morendo, tuo ultimo desiderio fu precipitare intero nell'oblio, perchè nel cuore consapevole sentisti come per cotesta unica via ti fosse dato scampare a infamia. Te misero! che, a tanta distanza di tempo e mentre dovrebbero dormire spenti gli sdegni, la carità patria contende non solo di sciogliere un sospiro sul tuo fato infelice, ma anzi comanda di calpestare il suo teschio ed imprecarvi sopra queste parole: «Bene si ebbe innanzi tempo la sua stanza il serpente in questo vôto cranio; bene fecero i vermi della terra pasto delle tue membra giovanili; bene ti sta la morte immatura; se tu più avessi vissuto, avresti ordito maggiore trama di colpe; ti fu l'obbrobrio lenzuolo sepolcrale, ti pose lo avvilimento la lapide, il maledire dei popoli v'incise sopra la iscrizione, e la giustizia divina ve la mantiene immortale, onde facciano senno i maligni che non abborrono vendere il proprio sangue contro la libertà delle genti.»

Intanto dalle radici estreme del monte si dilatò sul piano una moltitudine meravigliosa di fanti e cavalieri levando dense nuvole di polvere, - e tra mezzo coteste nuvole sventolano bandiere con l'aquila, bandiere con le chiavi di s. Pietro; gli elmi, le corazze, le partigiane e gli altri arnesi guerreschi mandavano lampi; - l'aere d'intorno intronava un suono discorde e terribile di trombe, di pifferi e di tamburi, commovendo i petti, secondo la natura degli uomini, a rabbia o a terrore; procedevano senza osservare le ordinanze, come se poco curassero il nemico, o fossero sicuri di avere a patti il paese; - s'inoltrano spensierati; - privi di qualunque riparo si accostano alle batterie fiorentine.

Dio certamente gli accieca.

All'improvviso con immenso fragore prorompe dalla fortezza un turbine di fuoco, di ferro e di fumo: - il cielo si oscura; la faccia del sole si cuopre come un velo funerario per non contemplare la strage nefanda, - ma il vento rinforzando si porta altrove il fumo e la polvere, sicchè si fanno manifesto allo sguardo cavalli inferociti erranti senza cavaliere di su di giù per la campagna, un cumulo di morti giacenti in atti diversi, i vivi in rotta, i feriti implorare soccorso e non ottenerlo, tentare carponi con miserabili conati sottrarsi da quel luogo micidiale e non poterlo; - armi sparse e spezzate; - di membra il terreno fatto infame e di sangue.

Come vennero, sparvero; togliendo riparo dietro certi argini alzati traverso i campi, sicchè, senza quella testimonianza di strage, quanto avvenne sarebbe apparso un sogno d'infermo.

«Tal sia di loro!» dopo alcuni momenti di silenzio interruppe il Ferruccio.

«Così piacesse a Dio e a san Giovanni glorioso,», rispose Lupo; «ma, per quanto e' mi sembra, il diavolo vuol tenere in conto di caparra questa prima mandata di scomunicati... Vedete, capitano! guardate laggiù quella casa...»

«Dove?»

«Costà, costà, a piè del colle, ov'è la torre rovinata... diritto alla mia mano... la vedete voi? Diavolo! e che siete diventato cieco?

«La vedo, sì, adesso la vedo... E quando ci sono entrati? e che cosa fanno?...»

«Mettono fuori dalla finestra una bandiera... due... un'altra ancora; la prima parmi imperiale... la seconda del papa... la terza! no... sì... oh! diavolo! come c'entra cotesta?... È il cavallo sfrenato... la insegna d'Arezzo.»

«Ah! Machiavello, quanto ben dicesti, a cotesto cavallo doversi imporre un duro morso e di ferro.»

«Ed ora che cosa significa quella turba? Sembrano gente del contado... in abito da festa... Sì, sì, è la festa dei morti.»

«O Lupo mio, in cotesta casa per certo si raccolsero i capi dell'esercito; - e mentre noi qui ci travagliamo per la libertà della terra, la gente del contado, sempre nemica alla patria nostra, va a prestare l'obbedienza allo straniero; - ed ecco come sempre, di voglie divisi, siamo fatti facile preda dei barbari. Stolti! Andate e imparerete di che sappia la signoria di Carlo! Quando mai le colombe si raccomandarono allo sparviere? Almeno Dio, allorchè vi rapiva il cuore per difendere la libertà vostra, vi avesse tolte le ginocchia con le quali vi avvilite; - o se con l'anima di Bruto ve ne fosse pure stata compartita la forma, ora io qui non dovrei vergognarmi di nascere da una stirpe comune.»

«Possa l'anima di Lupo non andare in luogo di salute, s'io non mando a costoro la diceria bella e fatta.»

In questo modo favellando, il bombardiere gira a quella volta la colubrina. I soldati gli si dispongono intorno, sicuri di ammirare un qualche tiro stupendo.

Lupo imperturbato, aggiusta il bronzo, prende la corda infocata e di propria mano dà fuoco.

Tra una rovina d'intonaco infranto precipita rotto in ischegge lo stipite della finestra; vanno in fascio le imposte, la bandiera imperiale tentenna e cade nella polvere.

Subito dopo furono viste sboccare furiosamente genti di varia maniera, e confuse, spaventate sbandarsi per la campagna. Invano, fermo sul limitare, un cavaliere, sprezzando il pericolo, con la voce e co' cenni le richiama. La paura chiude loro gli orecchi; quei codardi non hanno vita che nelle gambe.

Il cavaliere era Filiberto di Chalons, principe di Grange, capitano dell'esercito.

«Bel colpo! Viva Lupo! che tiro, eh? Non ve lo aveva detto ch'egli era un valentuomo?» si ascoltava suonare in giro a Lupo; e il capitano Gualterotto Strozzi lo baciava in volto, Mariotto Segni gli stringeva la destra, Francesco del Monte la sinistra; ed egli esultava, rideva, non capiva in sè dal contento, e:

«Ve ne farò vedere degli altri, se Dio mi dà vita», ripeteva baldanzoso.

«E sì che io avrei giurato ve ne fosse rimasto uno», mormora il Ferruccio tra sè, e fruga e rifruga dentro un borsone di velluto cremisino ricamato in oro, il quale, secondo il costume dei tempi, teneva appeso alla cintura: - mentre così favella, si accosta a Giovannantonio.

«O che pensate di fare, capitano? gli domandava quell'ultimo.

«Pensava, e certo non vorrai usarmi la scortesia di rifiutarlo, pensava donarti un bello scudo d'oro dal sole, che mi pareva esser rimasto qua dentro.»

La faccia di Lupo diventa vermiglia, biechi torce gli sguardi, si morde per ira le labbra: il Ferruccio invece pacato continua a cercare lo scudo, ma non lo rinvenendo comincia ad arrossire egli e a turbarsi. Lupo, a mano a mano che vede il Ferruccio confuso, compone il suo sdegno; finalmente si risovenne Ferruccio averlo la sera innanzi donato a certo povero soldato il quale, infermo pei travagli sofferti, se ne tornava, ottenuta licenza, a Firenze; onde si pose a guardare fisso Lupo, Lupo, lui, e proruppero entrambi in uno scoppio di riso.

«Valgami il buon volere, Lupo: per questa volta almeno bisognerà che tu te ne chiami contento.»

«E sempre il buon volere basterà a Lupo», rispose gravemente il bombardiere, «e ringrazio la fortuna di avervi impedito cosa nè a voi nè a me convenevole; perchè, credete, capitano, quantunque io sia povero e rozzo e di poca levatura, pure sotto questa grossa corazza batte un cuore che ama la patria davvero e conosce, capitano, essere ai buoni figliuoli di lei anche troppa mercede potere operare un fatto che le ridondi in vantaggio e in onore.»

«Senti, Lupo: sull'anima mia, io non pensava pagarti la tua virtù; no, Lupo. Se avessi qui avuto due spade, te ne avrei offerta una, intendeva darti una memoria la quale valesse a rammentarti sovente questo nostro incontro, e, morto me, tu potessi, mostrandola ai tuoi compagni, raccontare: Il capitano Ferruccio me la donò in Arezzo quando con un colpo di colubrina gettai nella polvere la bandiera tedesca.»

«E chi ve lo ha detto che morirete prima di me? Avreste per avventura imparato negromanzia? Io non spero sopravvivere a voi nè lo desidero, capitano..., e neanco lo voglio. Oh! io ho camminato più passi di voi sulla strada della fossa.»

«Me lo ha detto il cuore: ad ogni modo, prendi questa borsa vuota e conservala per amor mio; onde tu l'abbi cara, sappi ch'io vi riponeva le paghe delle Bande Nere quando, in compagnia di messer Giovambattista Soderini commessario della Repubblica, seguitai il campo di monsignor di Lautrec all'impresa di Napoli.

«Ma che ho da farmi io di cotesto borsone? Sono forse diventato il doge di Venezia o il soldano di Babilonia? Se io non l'empio con le ghiaje del Mugnone, già non pensate voi ch'io possa empirlo mai d'altra roba in questo mondo!»

«E perchè no? Co' tuoi peccati...»

«Tradimento! Tradimento!»

Questa voce terribile interruppe all'improvviso quei loro discorsi, e voltandosi, videro comparire Iacobo Altoviti, capitano della cittadella, il quale, ansante, disfatto, come percosso da subita pazzia, non poteva proferire altra parola.

«Tradimento! Dove? - Come? - Di chi? - Tu' se' il traditore!» grida inferocito il Ferruccio; e senza altro aspettare, gettagli addosso le mani poderose, forte lo stringe nei fianchi e, digrignando i denti, lo porta levato da terra a precipitarlo dai muri della fortezza.

«Per Dio! Ferruccio, non mi ravvisate voi? sono Iacopo... Io vi dico che la patria è tradita; il commessario ha dato volta; fugge quel codardo... maledizione sopra di lui...»

«Qual commessario? - Chi fugge» e lo lasciava il Ferruccio, ma gli occhi stravolgeva pur sempre, nè aveva membro che gli stesse fermo, e fremeva e ruggiva in modo spaventevole.

«Non io, Ferruccio... e lo vedrete. - Mentre altri abbandona il suo posto io corro al mio.»

«Chi dunque fugge?»

«Non avete guardato la città?»

«Messere Iacopo, Arezzo mi stà alle spalle, il nemico di faccia...»

Allora l'Altoviti, afferrato pel braccio il Ferruccio, seco lo mena alla parte opposta della fortezza, e, gli additando la città, diceva:

«Vedete!»

«Cristo!»

Egli vede le milizie fiorentine in rotta; - i fanti, abbandonate le insegne, sbandarsi dove meglio loro talenta; - per correre più spediti gittare alcuni l'armatura per terra; - invano trattenerli i capitani; inutili le preghiere e le minacce: avviluppati nelle spire della moltitudine, abbandonare anch'essi loro malgrado quella terra che avevano disposto difendere finchè l'anima gli bastasse: e sì che molti furono allevati alla scuola del signor Giovanni delle Bande Nere, la morte da vicino animosi contemplarono, pericoli presentissimi affrontarono e vinsero. Qual fiero caso adesso sovrasta? Chi dunque li caccia? Nessuno. La paura è un contagio. Purchè possono più velocemente sottrarsi, si riputano i cavalieri beati; - spronano, - sferzano i cavalli, come se il ghiaccio della spada sentissero penetrarsi nei reni: ah! cotesta è una gara di corsa di cui sarà dato in premio l'infamia.

Precorre a tutti il commessario Antonfrancesco Albizzi, come quello che migliore destriero cavalca, e cui stringe più forte la paura. Se lo sapesse il nemico, rimarrebbero oppressi tutti, senza potersene salvare uno solo! Di quanto scherno non darebbe cotesta fuga argomento, se la sapesse, al nemico! Il Ferruccio declinando per vergogna la faccia, gli viene fatto di posare lo sguardo sopra la città. Una testa si affaccia alla finestra, - poi due, - poi cento, come le rane in palude, passato il rumore di che hanno avuto paura, si levano sulle acque contaminate e ritornano al gracidare increscioso. Di lì a breve le porte delle case si schiudono, e vedi uscirne uomini ratti ratti che traversando le strade si recano ora da quel cittadino, or da quell'altro, nel modo stesso che il serpe vibra la lingua, o i ramarri, nei giorni canicolari, si lanciano rapidissimi di cespuglio in cespuglio: - cominciano a radunarsi i capannelli; ci ascolta una sorda agitazione; la plebe prorompe; lontano si diffonde un trambusto, uno schiamazzo, un battere di tamburi, un urlare: Viva san Donato! Viva l'imperatore! Morte a Marzocco morte a Marzocco! O popolo, quante volte hai gridato e dovrai ancora gridare - Viva la morte, e morte alla vita! Dalla tua ignoranza acciecato, e dalle lusinghe altrui sedotto, per quanto tempo ancora il tuo destino sarà quello del bove - vita di bastone, morte di macello!

S'innalza una bandiera imperiale col verso di Zaccheria scritto all'intorno: ut de manu inimicorum nostrorum liberati serviamus tibi; cresce il tumulto; le armi della repubblica Fiorentina atterrate: l'onda del popolo bramosa di mettere le mani nel sangue allaga le strade: ogni cosa in confuso; amici tremano e nemici; la fiera ha rotta la sua catena; guai a chi la incontrerà!

Un tanto evento non sembrava partorito dalla occasione, e veramente non era. Di lunga mano i cittadini cospiravano: le occulte trame adesso si discoprivano.

Arezzo, un tempo dai marchesi e dai conti governata, dopo il secolo undecimo, a guisa delle altre città di Toscana e la più parte d'Italia, in repubblica si costituiva. Nei padri nostri la virtù difettasse o la sapienza, non seppero legarsi in vincolo federativo, il quale come la quiete interna assicurasse, così potenti di fuori gli rendesse e temuti. Della libertà civile praticarono un solo argomento, quello della partecipazione di qualsivoglia cittadino agli uffici supremi dello stato; la sicurezza individuale, nè statuirono nè per avventura conobbero. Eternamente con miserabile guerre si lacerarono; e quando lo straniero venne a ridurre in servitù le belle contrade, invano chiamarono i figli generosi; giacevano spenti, - nè i sepolcri restituirono i morti. In coteste scellerate contese, sopra tutti insanirono i popoli aretini; oltre misura rissosi, il nome ebbero di cani botoli, e l'Alighieri vi aggiunse:

/* Ringhiosi più che non chiede lor possa. */

Poichè nei casi dei governi la libertà disordinata mena sempre alla licenza, e la licenza genera tirannide, tosto comparvero i signori. Guglielmo Ubertini, vescovo, conquistò Chiusi, vinse i Sanesi alla Pieve al Toppo: abbandonato dalla fortuna, rimase vinto a sua posta e morto nella giornata di Campaldino, dove il nostro maggior poeta si trovò a combattere tra le prime schiere. Meglio per lui, se non avesse mai il pastorale mutato con la spada; o se, avendo cinta la spada, l'adoperava in impresa più santa, perocchè egli fosse uomo prode di guerra e di virtù antica.

Dove vivono genti disposte a servitù, i padroni si rinuovano; chè, cessato il tiranno, rimangono le cause della tirannide: agli Ubertini subentrano i Tarlati. Guido Tarlato di Pietramala, stretta lega col Castruccio, continua a travagliare Firenze. Non pertanto Arezzo, vuota di sangue, si piega al dominio fiorentino. Piero Tarlati, più noto nelle storie col nome di Pier Saccone, tentato invano ogni estremo rimedio per mantenere indipendente la patria, si accomoda col comune di Firenze e gliela vendè per trentanovemila fiorini d'oro; mostruoso accoppiamento di virtù e d'avarizia! Nel 1343, cacciato da Firenze il duca di Atene, gli Aretini ricuperarono la libertà; ma al buon volere mancando la potenza per sostenersi, non istette guari che in sua potestà li ridusse Ludovico duca d'Angiò. Lui morto, i Fiorentini con quarantamila fiorini di nuovo la comprano dal capitano che in nome del duca la governava. Il popol vile, venduto a guisa d'armento, stette nel dominio di Firenze fino al 1502; allora si ribellò, non per virtù propria, ma instigando Vitellozzo Vitelli generale del papa Alessandro VI; il quale, sotto colore di vendicare la morte di Paolo suo fratello, condannato dai Fiorentini ad avere mozza la testa pel tradimento di Pisa, invero poi per allargare lo stato a Cesare Borgia, che lo pagò più tardi a Sinigaglia, si condusse con l'esercito su quel di Arezzo. I Fiorentini, d'armi sovvenuti e d'istanze presso papa Alessandro da Luigi XII di Francia, lo riconquistarono.

Nicolò Machiavelli, nella presente occasione consigliando sul modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, scriveva dovesse la Signoria assicurarsene nel modo prescritto dai Romani, i quali pensarono: «che i popoli ribellati si debbano beneficare o spegnere; essere ogni altra via pericolosissima; a lui non parere nessuna di queste cose avessero praticata, perchè non si chiama benefizio far venire gli Aretini a Firenze, toglier loro gli onori, venderne le possessioni, sparlarne pubblicamente, tener loro soldati in casa; nè chiamarsi assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvi abitare i cinque sesti di loro, non dar loro compagnia di abitatori che li tenessero sotto, e non si governare in modo con essi che, nelle guerre che fossero fatte a Firenze, non avesse più a splendere in Arezzo che contro il nemico:» onde, bene considerato il termine col quale la Signoria la teneva, egli formava questo giudicio sicuro: «Che come fosse assaltata Fiorenza, di che Iddio guardi, o Arezzo si ribellerebbe o darebbe tale impedimento a guardarla che la sarebbe spesa insopportabile alla città.» I modi praticati dalla Signoria nè amore rivelavano nè vigore, e il popolo presuntuoso, anzichè attribuirli a benevolenza d'indole o ad esitanza, gli attribuiva recisamente alla paura e si faceva più pronto alle offese. Accostandosi i nemici, ordinarono ai cittadini sospetti sgombrassero le città, a Firenze si presentassero: tardo e debole provvedimento. Nelle commozioni dei popoli voglionsi bene esaminare le cause per le quali accennano muoversi, e secondo la diversità di quelle usare degli opportuni rimedi.

Se il popolo, agitato dalla passione di una famiglia o di un uomo s'infiamma, cotesto ardore dura poco, e tolta via la famiglia o l'uomo, può stare sicuro che in breve si quieterà; dove poi il popolo si muova per passione propria, a nulla giovano i bandi o le morti di alcuni cittadini; di tutti i semi quello che abbiamo veduto partorire maggiore copia di messe è il sangue dei martiri della libertà versato sopra la terra della oppressione, egli troverà sempre un Lando e un Masaniello; nè al potere riescirà spegnerli tutti, imperciocchè troppi sieno coloro nel petto dei quali arde un fuoco divino che aspetta tempo a manifestarsi. Allora bisogna o nei suoi desiderii compiacere il popolo, o con molte soldatesche frenarlo, o, snaturandone gradatamente lo spirito, assuefarlo a servitù, come fece Cosimo I a noi Toscani, o diroccarne le mura, gli abitatori disperderne, seminarne il terreno di sale, come fece Federico I ai Milanesi, i quali due ultimi spedienti, oltre all'essere tirannici, talvolta riescono incerti, ed invero valsero a Cosimo, a Federico no. E poi, alle cause interne di ribellione si aggiungevano gli stimoli di fuori. Il conte Rosso da Bevignano, citato come sospetto a comparire davanti Simone Zati commissario, fuggì di Arezzo e prese soldo nel colonnello di Sciarra.

Divenuto caro al principe di Orange per la sua piacevole natura e più per l'ingegno maravaglioso col quale sapeva condurre le imprese avviluppate e difficili, cominciò, secondo il costume dei fuorusciti, a dargli ad intendere che avrebbe ribellato Arezzo, che stava in sua mano il destino della città, che la voleva consegnare a lui solo; e a queste aggiunse altre più cose assai, a cui il principe o credendo o piuttosto simulando credere, gli diede patente amplissima per vedere che cosa e' sapesse fare. Il conte si abboccò con i suoi partigiani, gli adescò con l'antica lusinga della libertà, come se ribellarsi a Firenze per vivere nel dominio del principe potesse chiamarsi libertà, apparecchiò armi, raccolse danari, e le bandiere notate da Lupo alle finestre della villa erano il segno convenuto pel quale i congiurati, mosso rumore in città, dovevano dare campo a quei di fuori di assalire le mura senza troppo lor danno. Veramente, se la codardia dell'Albizzi non fosse stata, cotesta impresa avrebbe avuto il termine a cui vediamo ogni giorno capitare i tentativi dei fuorusciti; ma in ogni modo adesso si facevano manifesti i prudenti consigli di Nicolò Machiavelli e la imprevidenza dei capi.

Il capitano Ferruccio, a cotesto spettacolo doloroso, diventò pallido come la morte: grondava sudore; all'improvviso traendo l'Altoviti davanti una immagine riposta in certo tabernacolo sopra le mura dei quartieri, parlò:

«Iacopo, giuratemi per questa immagine benedetta che voi non renderete la cittadella, se prima non ne venga l'ordine dai Dieci. Dal tenere questa fortezza forse dipende la salute della patria...; della vergogna non parlo...»

L'Altoviti levò gli occhi e conobbe rappresentare la immagine san Donato, protettore degli Aretini.

«Qui nel mio petto, Francesco, io serbo miglior santo che non è costui», e si accennava il cuore. «I due ultimi bariloni di polvere saranno adoperati a mandar all'aria la fortezza e me...»

«Sta bene, addio!»

E profferite le parole, il Ferruccio si caccia giù per le scale; alcuni gii tengono dietro senza ch'ei se ne accorga: scende in città e se ne corre rapidissimo all'albergo. Siccome in quel punto ei non teneva ufficio pubblico, non si era ridotto ad abitare i quartieri. Certo ospite antico della sua famiglia lo aveva accolto in casa; se ciò non fosse stato, nella fuga dei Fiorentini d'Arezzo gli avrebbero condotto via la cavalcatura. Irrompe nella scuderia; il buon destriero turco, nel sentire appressarsi il suo signore, si commove tutto e nitrisce; egli, dato di piglio agli arnesi, comincia ad adattarglieli intorno al corpo con incredibile ardore; siccome accade in quella furia, ora gli cascano di mano, ora l'uno scambia con l'altro e, invece di affrettarsi, ritarda; il cavallo freme irrequieto, squassa la testa, percuote il terreno, impaziente di lanciarsi.

«Sta, sta, Zizim; non è un giorno di esultanza questo; se tu potessi vedere il cuore del tuo padrone come geme contristato, ne avresti pietà; tra poco ti converrà far prova di quanto sei veloce; ingegnati di correre, di volare, ma comunque tu voli, non ti risparmierò i fianchi; te li sentirai pungere; il tuo bel candore sarà contaminato di sangue... Per Dio! non ti addestrava a tal prova; nè tu vi ti aspettavi... ed io nemmeno. Avevamo disposto a morire insieme in un giorno di battaglia...; ora..., prima che venga la stagione dell'onore, il vituperio ci affoga. Corri non per acquisto di gloria... ma per fuggire vergogna...; nonpertanto, sia per procurarle decoro, sia per salvarla dall'obbrobrio..., sempre ben muore il cittadino per la sua patria... or sei sellato... va'!

Gli balza in groppa, tira la spada e con la voce e con gli sproni lo spinge: il buon corsiero, compresa la voglia del suo signore, corre, vola, divora la via; par che non tocchi la terra, e par saetta scoccata dall'arco. Il cavaliere trascorre rapido tanto che gli oggetti gli fuggono vertiginosi, sformati; dinanzi gli occhi; l'aria rotta violentemente su i labbri non gli concede articolare parola... eppure urla in maniera spaventevole: giunge dove una turba di popolo adunata dintorno alla bandiera imperiale esultava baccante di allegrezza; il buon cavallo la fende come fiumana; l'onda della plebe si frange clamorosa e volta le spalle sopraffatta dal terrore; giace la bandiera deserta, e già tra i gridi discordi si ode mormorare; «Viva Marzocco!»

Poichè fu la paura un poca quieta, si domandarono le genti chi le avesse sbarattate, chi fosse, come si chiamasse; non seppero dirlo: alcuni affermarono con giuramento essere comparso uno spirito infernale che non aveva forma di cosa conosciuta; per furia, per rumore e per luce terribile; solo una chioma tesa per ventilargli dietro per l'aria a guisa di cometa, di augurio funesto: altri invece sostennero avere veduto un volto di angiolo, un cavaliere celeste, certamente san Giorgio.

Il cavallo, dell'impeto rovinoso punto rallentando, arriva alla porta; In cotesto istante una mano di cittadini, recati sassi e travi, tentava sbarrarla. Ferruccio, rinforzando la voce, tale manda fuori un urlo che anch'essi atterriti si danno alla fuga; irrompe pei campi; tende lo sguardo e, lontano lontano, riconosce il codardo Commissario.

Dai fianchi del cavallo sgorga un nuovo spruzzo di sangue; di più non può correre, nondimeno sente più e più sempre trafiggersi. Ecco raggiunge le milizie disperse, le passa, le ha passate.

Dietro al cavaliere si leva un rumore: «È il Ferruccio! Anche il Ferruccio si salva!» Ei non lo intende, o non lo bada... continua a precipitare dietro le tracce del Commissario. La strada svolta e rasentando una macchia si curva, sicchè all'improvviso costui gli scomparisce dagli occhi. Il Commissario di troppo ha precorso; difficilmente gli riuscirà raggiungerlo: tutto è perduto!

Antonfrancesco Albizzi, senza cappuccio, con le vesti scomposte, pallido, lo sguardo fisso, tolto fuori di sè, rabbiosamente spronava, quando ad un tratto gli balza indietro il cavallo, forte squassato pel morso, e una voce minacciosa gli grida:

«Fermatevi!»

«Per la Madonna santissima della Impruneta», tutto affannato in suono di pianto supplicava il Commissario, «non mi ammazzate! Non vi mettete l'omicidio sull'anima! Sono un povero marraiuolo... un fante di stalla...; a buona guerra non mi potete toccare un capello..., vorreste dire ch'io sono un nemico preso con le armi alla mano?... Frugatemi in nome di Dio...; io non ho armi... Le vesti... le vesti non mi appartengono. Lasciatemi andare, e ve le darò... mi basta andarmene in farsetto... con i fiorini che troverete in tasca... un riscatto da principe in verità..., ma lasciatemi... lasciatemi per tutti i santi del paradiso...»

Per quanto s'ingegnasse o dicesse, il cavallo non poteva avanzare, una mano di ferro lo teneva fermo al terreno.

Vico Machiavelli, quantunque avesse sotto peggior cavallo del Ferruccio, avendo notato più quieto come tirando diritto dentro la macchia si venisse ad acquistare considerabile spazio di cammino, vi si era messo alla ventura, e, trovatala sgombra, potè riuscire ad arrestare il Commissario.

Quando il Ferruccio ansante ebbe trascorsa la curva descritta dalla macchia ed ormai immaginava il Commissario lontano, con somma sua maraviglia se lo trovò di subito davanti, e, preoccupato com'era, dall'Albizzi in fuori, non gli venne fatto di vedere null'altro:

«Commissario!... Commissario!...» prese a favellare il Ferruccio, così come l'anelito glielo concedeva; «se alla salute e all'onore della patria non si potesse, come spero, riparare, la tua testa rotolerebbe adesso per la polvere della strada.»

«O capitano! siete voi! Venite, difendete il nostro Commissario. Voi siete valentuomo, voi, e l'ho sempre detto. Difendete il vostro Commissario; mi vi raccomando...»

«Vile uomo! difenderti io? Di' piuttosto, perchè fuggi? Così tieni il posto alla tua fede commesso? Perchè hai lasciato Arezzo? perchè?...»

«Signore! O che anche voi mi uscite fuora nemico? Voi eravate nella cittadella e non potete aver veduto il tumulto della città... Io stavo sopra un vulcano... la terra mi si franava sotto... tutti insorti... tutti armati e minaccianti la morte...; o che doveva far io?»

«Morire.»

Questa risposta percosse il Ferruccio, il quale, essendosi alquanto rimesso da quel primo furore, declinò lo sguardo e si accorse della presenza di Vico; onde, geloso com'era della militare disciplina, increscendogli che altri avesse ascoltato le acerbe rampogne profferite contro il Commissario, con mal piglio rivolto al giovane, gli disse:

«Anche voi qui? Partite.»

«Ma io...»

«Partite, vi comando! Davvero, voi andrete molto oltre nel mestiere delle armi, se al primo incontro abbandonate così la vostra bandiera...»

«Mente per la gola chi lo sostiene», rispose Vico vermiglio fino al bianco degli occhi, traendo mezzo fuori la spada...

Sentì il Ferruccio a quell'atto superbo commuoversi l'anima, e per poco stette che non lo abbracciasse e baciasse; pur, sempre mantenendo il sembiante severo, riprese:

«Tornate, Vico, alla vostra ordinanza e quivi con l'esempio mostrate quello che tanto bene sapete raccomandare con parole.»

Vico, a capo dimesso, traendosi dietro per le briglie il cavallo, mestamente si allontana e pensando come il capitano, di cortese e benigno che gli si era fino a quel giorno mostrato, a un tratto avverso gli si facesse e oltraggioso, sospira nel profondo del cuore, e gli prorompe il pianto dagli occhi.

Il Ferruccio, accompagnandolo col guardo, non potè impedire che a sua posta gli si velasse di lacrime, perocchè dentro gli si sporgesse un pensiero il quale diceva: Crescono i figli nostri migliori di noi, e forse, ahi! indarno.

«Dove scorgessi in te parte alcuna di uomo, spécchiati, comanderei, in cotesto giovanotto e vergognati. O casa Albizzi, funesta sempre a Fiorenza, sia che nascano da lei genti feroci, come Pietro, Maso e Rinaldo, o codarde, come sei tu.... Or via, scendi da cavallo...»

«Voi mi volete uccidere...»

«Tolgo io forse le sue giustizie al carnefice?»

«Ma perchè devo scendere?»

«Perchè quando i Dieci ti deputarono alla salute della patria furono o stolti o ebbri o ribaldi; perchè, durante il tempo che nome conservi e comando di magistrato della Repubblica, ogni turpitudine tua ridonda in onta di lei; e perchè finalmente devi riparare al mal fatto, lasciandoti poi, quando sarai tornato Antonfrancesco Albizzi, facoltà ampia di vivere e di morire infame a tuo senno.»

«I vostri modi, capitano Francesco Ferruccio, passano il segno...»

«Taci, obbedisci, o ti taglio la gola.»

E l'atto col quale accompagnò le parole indusse l'Albizzi a scendere senza farglielo ripetere due volte. Ferruccio si lanciò giù dal suo cavallo ed accennò al Commissario che salisse su quello; dipoi, assicuratosi per questa guisa che Antonfrancesco gli avrebbe tenuto dietro, balzò in groppa al palafreno donde era sceso costui e, tormentandolo nella bocca e nei fianchi, lo costringe ai più strani contorcimenti che mai abbia fatti cavallo nel mondo; - poco dopo lo abbriva di tutta carriera contro le compagnie disperse, le quali come prima ebbe incontrato, cominciò ad esclamare in questa maniera:

«Che vi caccia, soldati? Procedete in sembianza di fuggitivi, e nessuno v'incalza. - Almeno aspettate, per Dio! che vi sopraggiunga il nemico alle spalle. Il Commissario, ordinandolo i Dieci, comanda la ritirata, e voi fuggite? Davvero io non avrei mai creduto che le milizie allevate alla scuola del signor Giovanni, - le reliquie delle Bande Nere, ignorassero qual corra differenza tra una ritirata e la fuga. I Dieci deliberarono, presidiate le cittadelle del dominio, raccogliere quel cumulo d'arme che si potesse maggiore intorno a Fiorenza... Parvi questo pauroso o improvido consiglio? Su via, ordinatevi, e ben per voi che il Commissario, trasportato lontano da questo mal domo animale, - e qui, ferendolo lo costringeva a inferocire, - non si accorse della vostra vergogna: - presto, - presto, - ordinatavi, che già sopraggiunge, - ognuno al suo pennone; - i sergenti a capo delle compagnie; quattro per fronte; - date nei tamburi; - torni a sventolare la bandiera... Viva la Repubblica! Viva!»

E quivi nasceva una confusione in apparenza maggiore di prima, ma indi in breve squadronate in bell'ordine comparvero le milizie.

Intanto il Ferruccio spronando di nuovo alla volta dell'Albizzi, piegato il corpo dalla sella, gli susurrava sommesso all'orecchio:

«Commissario, la tua onta è coperta, - giustificata la fuga; n'ebbe colpa il cavallo; - dacchè non hai virtù, fa di mentirla; - mostrati in parole valente. Nota bene, contro gl'insegnamenti della milizia io ordinai la ritirata, ed io l'ho fatto a posta onde tu salvi la reputazione di magistrato della Repubblica...; però biasima il comando..., raddoppia di fronte le file..., manda gli archibusieri alla coda..., ai fianchi due squadroni di cavalli per tentare la campagna. L'Altoviti tiene fermo nella cittadella finchè gli basti la vita; - comanda al marchese del Monte, uomo animoso e dabbene, insomma diverso affatto da te, di prendere mille fanti e affrettarsi in soccorso dell'Altoviti. Per onestare la tua infamia, basta che tu mentisca, e di leggieri il farai, imperciocchè i codardi sieno maestri di menzogna. - Addio. - Ora cesso cittadino e, ridivenuto soldato, ti obbedisco.»

Machiavelli nostro, massimo conoscitore di questa umana natura, scrisse in alcuna parte delle opere sue, difficilmente occorrere uomo del tutto buono, come del pari riesce difficile incontrarlo affatto tristo: però l'Albizzi sentì pungersi il cuore di rimorso profondo più adesso, che il Ferruccio vedeva studioso di giustificarlo, che quando con parole acerbe lo rampognava pur dianzi; e poi cominciava per prova a comprendere quello spirito altissimo; e sè a lui paragonando, lo agitava un gruppo di passioni così diverse, di ammirazione per esso, di avvilimento per sè, di rimorso, di vergogna e di terrore, che il sangue a guisa di marea ora gli si spingeva sul volto, ora, ritraendosi verso il cuore, glielo tramutava in colore di defunto.

Ma se il suo onore era perduto davanti alla sua coscienza e al Ferruccio, poteva e doveva sostenerlo in pubblico per reverenza della patria: - quindi, composto quanto gli riuscì meglio il sembiante, trasmise con voce sonora gli ordini consigliati e comandò a Francesco marchese del Monte, tolti seco i mille fanti, accorresse in aiuto dell'Altoviti, accompagnandolo con sì calde raccomandazioni di travagliarsi in pro della Repubblica, e parole sì ardenti di sacrifizio e di zelo che molti, persuasi della sua fuga, si ricrederono, prestando fede alle parole del Ferruccio.

Cotesta ora fu piena di amarezza per l'Albizzi, un'ora di passione; mai croce al mondo tanto pesò sugli omeri mortali: sicchè il Ferruccio, sottilmente investigando quel volto che a mano a mano a fior di pelle s'increspava per lo interno lacerarsi dell'anima e il fremito fitto che gli investiva le membra al pensiero terribile che di repente gli suonasse negli orecchi la parola: - cervo, lascia la pelle del lione; - insieme a disprezzo prese ad averne pietà, sempre più imprecando sventura sul capo dei Dieci, i quali, il nome anteponendo alla virtù, lo avevano scelto a Commissario.

Così senz'altro accidente procederono fin presso a poche miglia da Firenze: andavano mesti e taciturni, perchè pesava a tutti il dolore di cotesta fuga, e, al rivedere che facevano adesso le mura dilette della patria, sentivano più fieramente tormentarsi la coscienza... Che cosa sarebbe stato di lei, se, come principiarono, avessero continuato a difenderla? Sopra gli altri dimesso nell'animo s'innoltra l'Albizzi, col mento abbandonato sul petto, stordito da pensieri senza séguito, - da dolori senza nome; - chiunque lo avesse incontrato per la via, lo avrebbe detto un masnadiere condotto a guastarsi.

Giunti che furono in parte dove il sentiero si divide in due diversi cammini, l'uno dei quali mena a Firenze, l'altro ai borghi e alle ville circostanti alla città, il Ferruccio, frenando all'improvviso il cavallo, chiamò:

«Messere Antonfrancesco!»

L'Albizzi, assorto nella sua meditazione, non lo intendeva, sicchè egli poco dopo più forte replicava:

«Messere Antonfrancesco!»

«Chi mi vuole?»

«Se non vi fosse gravoso, piacerebbevi dirmi qual cosa divisate di fare?»

«L'ufficio mio, capitano: andarmene ai Dieci ed esporre loro un ragguaglio fedele della mia commissione.»

«Allora più poca via vi rimane a fare in questo mondo: - dai Dieci al bargello, dal bargello ai sepolcri della vostra famiglia.»

«E perchè, Ferruccio, perchè? Forse non ebbi consiglio da Malatesta di abbandonare Arezzo? Forse non è vero, ch'essendo debole, mal si poteva tenere, e, perdute queste genti, la città nostra diventava affatto disarmata? Forse la cittadella non si trova adesso convenientemente presidiata?»

«E vi gioveranno siffatte difese quando là presso ai Dieci troverete un uomo che prenderà a perseguitare la vostra vita, come veltro la fiera, e narrerà la fuga, la paura, la viltà vostra, sostenendo la vostra morte all'onore e alla salute della patria necessaria; senza il vostro sangue tutta disciplina militare spenta, ogni vincolo sciolto; a cagione dell'esempio pessimo i valenti diventare deboli, vilissimi i vili; il vostro capo, in ogni tempo per la colpa commessa giustamente reciso, doversi adesso mozzare per giustizia e per ragione di stato; i principii delle repubbliche avere ad essere inesorabili, testimone Roma? E quando gli esempi e gli argomemti non bastino, cotesto uomo si squarcerà le vesti, si cuoprirà il capo di cenere; prostrato a terra, con le mani giunte, piangendo dirotto, nel nome santo di Dio implorerà che la scure del carnefice vi percuota la testa...»

E siccome l'Albizzi, esterrefatto, si guardava attorno e poi i suoi occhi negli occhi del Ferruccio fissava, quasi per domandare chi fosse quel suo implacabile nemico ed in qual modo lo potesse accusare dopo che egli con tanto sottile accorgimento gli aveva onestata la fuga, il Ferruccio, forte percotendosi il petto, esclamò:

«Io sono quel desso!»

L'Albizzi, profondamente avvilito, non riusciva a formare parole. Stettero alquanto in silenzio, e quindi riprese il Ferruccio a favellare così:

«Io però non vi odio, Antonfrancesco... nè voi... nè altrui...; odio la colpa... il colpevole non posso...; nè vorrei che voi moriste disonorato, no... non vorrei; il vostro delitto è certo, certa la pena...; se il piè ponete in Fiorenza, il palco infame vi aspetta; ponetevi in salvo pertanto, cercatevi un asilo finchè vi si offra modo di morire onoratamente combattendo per la patria..., dico morire... dacchè vivere più non potete; quando pure vi poneste sul capo gli allori di Alessandro e di Cesare, non basterebbero a gran pezza per ricoprirvi il brutto segno che l'ultima vostra azione v'impresse nella fronte; solo può rigenerarvi il battesimo di sangue..., perocchè allora i cittadini, l'andata vita tacendo, incideranno sopra la vostra lapide queste parole: Morì per la patria; e i posteri, senz'altro cercare, l'anima vi conforteranno di suffragi e la memoria con le lodi serbate ai valorosi...»

E stava per continuare, quando, per la via traversa che mena alle castella del contado, ecco apparire un uomo di villa accorrente a gran fretta, levando dietro a sè un lungo polverio. Venuto presso ai nostri personaggi, il Ferruccio, accennandogli prima con la mano sostasse, lo interrogò dicendo:

«Donde vieni e dove vai?»

«Io vado, messere, per una trista novella..., trista in verità..., una novella che nessuno vorrebbe portare, e pure bisogna che qualcheduno porti, perchè la è cosa che riguarda l'anima; e un figliuolo mal può dipartirsi contento da questo mondo, se prima non lo abbia benedetto suo padre. Vengo da Nipozzano.»

«Nipozzano!» esclama Antonfrancesco Albizzi alzando di subito la faccia, «casa mia!»

«Domine! ho io le traveggiole, o siete ben voi messer lo padrone! Oh non vi aveva mica riconosciuto! Ma dacchè la è andata così, fatevi animo e raccomandatevi al Signore, perchè lo hanno spacciato...»

«Chi dunque? chi?»

«Messere Lorenzo, il padrone giovane... il vostro figliuolo si trova in extremis...»

«Dio eterno, qual castigo mi dài!...»

Francesco Ferruccio, del tutto fisso nella sua idea di onore patrio, di decoro della milizia italiana, oltre la quale le cose altrui poco curava, le proprie nulla, quasi lieto diceva:

«Messere Antonfrancesco, nè più onesto nè meglio conveniente motivo di questo vi potea parare la fortuna davanti per abbandonare la ordinanza e ritirarvi lontano dalla città.»

L'Albizzi, udite le parole, immaginando irridesse al suo dolore, lo guardò in atto di rampogna e poi levò disperato gli occhi lagrimosi verso il cielo. Allora sentì il Ferruccio il detto inconsigliato, e la sua anima gentile n'ebbe rincrescimento profondo; onde con voce piena di pietà, toccandolo leggermente sul braccio, soggiunse:

«Nè più doloroso..., messere, nè più per un padre desolante davvero...; e se Dio ve lo mandava in pena delle vostre colpe..., parmi anche troppo.»

L'Albizzi, riconciliato, gli strinse la mano, - e senza altre parole aggiungere, traendo un gemito, si allontanò.

Durante l'assedio egli stette ritirato in campagna. Un po' per paura, un poco per vergogna, non ardì prendere parte alcuna negli sforzi gloriosi operati da' suoi concittadini in difesa della patria; la sovvenne di pecunia, ma poca: scrivono mille scudi. Spenta la libertà, la tirannide istituita, mal potendo l'animo suo comportare i nuovi modi, cospirò contro Cosimo I, Tiberio toscano: preso a Montemurlo cogli altri congiurati, dannato nel capo, troppo tardi imparava dovere gli uomini liberi mettere a repentaglio le sostanze e la vita a mantenere la libertà quando ha fiore di verde; l'occasione nelle cose politiche condurre con una mano la buona fortuna, con l'altra la morte; i provvedimenti intempestivi come non procurano la gratitudine altrui, così quasi sempre cagionano la rovina a cui li tenta. Morì per le mani del tiranno, non per la libertà; lo mosse insofferenza di servitù, non amore del bene del popolo, sicchè i posteri gli negarono per fino quel sospiro di pietà, - tenue mercede eppur cara, - di cui tanto si confortano le ombre dei grandi infelici.

Il cavallo di Arezzo insaniva sfrenato, ma non per durare, il conte Rosso promise la libertà agli Aretini, e non gliela potè mantenere; promise al principe di Orange il dominio libero della città, e non gliela potè consegnare.

I superbi disegni di Filiberto di sposare Caterina dei Medici, che i cieli destinavano alla corona di Francia, farsi signore di Toscana e forse d'Italia, vennero meno. L'imperatore fu per ragione di stato costretto a mantenersi leale col papa.

Clemente VII, occupando in processo di tempo Arezzo e al governo di Firenze lo ritornando, considerato come i principi nuovi non devano sopportare gli uomini capaci di sollevare a piacimento loro i popoli soggetti, impiccò il conte Rosso. La sua morte insegnava che se talvolta i principi adoperano l'antica lusinga della libertà a guisa di leva per conseguire il fine proposto, ottenuto che l'abbiano, se ne servono per rompere la testa a chi ci ha creduto. Ammaestramento rinnovato le cento volte dopo e nei tempi recentissimi eziandio, nondimanco sempre invano per questa nostra stirpe umana, nata a fidarsi, a pentirsi e a fidarsi di nuovo in chiunque abbia voglia ed ingegno d'ingannarla.

Abbandonato il contado di Arezzo dalle milizie fiorentine; presa dai nemici Cortona; Montevarchi perduto e Figline; gli uomini di Castelfiorentino sopraffatti; - la guerra si riduce sotto le mura di Firenze.


NOTA.

Nell'opera intitolata - Assedio di Firenze, illustrata con inediti documenti, occorre un passo della lettera 51 di Carlo Cappello, ambasciatore veneto presso la Repubblica di Firenze il quale annunzia come le genti di Arezzo sarieno state la sera del 19 settembre 1529 a Firenze, però che avessero deliberato di lasciarlo, onde non tenere troppi presidii e trovarsi meno forti. Sul quale proposito l'Annotatore dottissimo osserva che per queste parole andrà meno odiosa ai posteri la fama dell'Albizzi; imperciocchè il modo di questo annunzio e il silenzio dello spavento che alla notizia si dice scombuiasse Firenze porgono testimonianza cotesto abbandono essere stato prescritto, non già volontario; la quale opinione gli viene confermata da non vedere ricordato Arezzo tra i luoghi che voleva leggere la Signoria nella lettera 58 del medesimo oratore. La memoria dei defunti è cosa sacra nè va tocca con leggerezza da cui sente la religione della storia; ma nè per le allegazioni delle lettere del Cappello nè per l'avvertimento del signore Albèri parmi deva punto alterarsi il giudizio da solenni storici contemporanei portato sopra il turpe fatto di Antonfrancesco. Esaminando diligentemente la corrispondenza intera, trovo che, essendo riuscito ai Fiorentini di tenere ferma la rôcca di Arezzo, quivi quanto più poterono si ressero (lett. 52); per la qual cosa viene fatto di domandare: se cessero la città, perchè serbarono la rôcca, che pure distraeva dall'esercito 300 fanti dei buoni? Ancora dalla lettera 53 e seguenti si cava che i Fiorentini urgevano i Veneziani affinchè movessero le loro genti da Urbino, le quali, unite a 4000 fanti mandati da Firenze, facessero prova di ricuperarlo; e se i Veneziani non si volevano muovere, la Signoria, come disposta a riavere Arezzo, spediva Andreolo Zati commissario in Casentino a levare gente e tentare la impresa. Ora, perchè tanto affanno a ricuperare quasi subito quello che si era abbandonato poco anzi spontanei? Arrogi che le prime notizie, per ordinario, non esperimentiamo le meglio sicure; nè il Cappello in tutto e per tutto concorda col Varchi, informatissimo narratore e pacato: di più, l'altro documento estratto dalla Riccardiana, messo dal medesimo signor Albèri in fondo del volume, dichiara: «Accordossi adunque il Malatesta con gl'imperiali e venne con le genti fiorentine verso Arezzo: la quale terra desiderando i nostri che fosse difesa per rompere la strada ai nemici, mostrò egli al Commissario tante difficoltà in tal cosa ch'egli deliberò abbandonarla, e così tutti vennero alla volta di Firenze; ma arrivati che furono a San Giovanni, ebbero commissione dai Dieci di mettere tanta gente in Arezzo che la difendesse.» Per ultimo, ella è arte consueta dei governi dissimulare o diminuire la fama delle cose infortunatamente successe: di ciò frequenti esempi nelle storie e in quella romana durante la seconda guerra punica preclari. Antonfrancesco Albizzi fu ottimate codardo di codesti tempi, che vale quanto moderato ai dì nostri: e con la sua infamia rimanga.

CAPITOLO TERZO

IL PAPA E L'IMPERATORE

Darà l'Italia in preda a Francia o Spagna

Che, sossopra voltandola, una parte

Al suo bastardo sangue ne rimagna.

Ariosto, Satira II, alludendo a Clemente VI.


Adesso dormono polvere; - forse nè anche polvere: - ma allora erano due fra i più potenti della terra, - un papa ed un imperatore.

E fino a quel punto di odio mortalissimo si aborrirono. Il più lieto pensiero in cui si assopissero la notte, - la immagine più cara che alla dimane sul guanciale del riposo ritrovassero, porgeva loro la speranza di potere un giorno l'un l'altro incontrare giacente sui gradini del proprio palazzo, - nudo, - assiderato dal freddo, - supplicante una elemosina, - che l'imperatore nella mente superba esultava concedere larga ed amara, - e il papa invece si compiaceva negare, via procedendo in sembianza di non accorgersi di quel caduto. Imperciocchè, quantunque il cardinale di Richelieu non avesse ancora insegnato la regola, il cuore di Clemente VII aveva per istinto sentito, le donne e i sacerdoti non dovere perdonare giammai.

E non pertanto adesso stavano intesi a comporre gli antichi rancori, a discutere che cosa avrebbero guadagnato a mutare l'odio in amicizia, a stringersi le mani per quindi insieme aggravarle più peso sopra il collo dei popoli.

Gli accoglieva magnifica sala, di seta splendida e d'oro, con la vôlta dipinta da uno dei più valenti artefici che resero quel secolo singolare nella storia dell'arte.

E il dipinto della vôlta rappresentava il concilio dei numi, il convito degl'immortali che pure erano morti, Giove l'antico onnipotente, che adesso non poteva più nulla, e le altre divinità bandite dalle dimore dei cieli. Eppure cotesta religione ebbe una volta adoratori, martiri, voti, preghiere, superstiziosi, dileggiatori, olocausti di bestie, olocausti di uomini e sacerdoti crudeli; ora poi non se ne rinviene memoria in nessun cuore, ed è forza cercarla sui libri: religione da eruditi, religione da pittori per decorarne le vôlte o le pareti delle sale.

Cotesta religione doveva dileguarsi davanti un'altra religione di amore e di pace che gli uomini predicò fratelli e maledì l'uomo il quale tormentando faceva piangere la creatura di Dio. Ma il tristo seme d'Adamo, sfidata la maledizione celeste, contaminò l'opera dell'Eterno; la nuova religione circondò di terrori, di superstizioni, di scherni, di vittime umane, di sacerdoti crudeli e, per aggiunta, dei papi - re e sacerdoti, - i quali si cingono con tre corone la testa, come per simbolo che pesano funesti alla terra tre volte più dei re, somiglievoli in tutto all'antica chimera, congerie mostruosa di drago, di capra e di lione, però non come la chimera favolosi, ma vivi pur troppo e palpitanti e laceranti nelle sedi del Vaticano.

Clemente VII e Carlo V insieme ristretti s'ingegnano a ordire un patto che valga a costringere le generazioni per sempre dentro un cerchio fatato, dentro una rete di diamante; si affaticano a rinnovare l'esempio di Prometeo, apparecchiando all'umano intendimento catene eterne e l'avoltoio divoratore. - Stolti! Se gli occhi declinavano al fuoco che ardendo loro davanti nel marmoreo camino aveva ridotto in cenere copia di legna, se verso la vôlta gli rialzavano dove erano effigiate le immagini degli dêi come caratteri d'una lingua che più non s'intende, avrebbero compreso: «le cose nostre tutte hanno lor morte, - siccome noi,» e l'opra infaticabile del tempo rompere le trame orgogliose degli uomini non altrimenti che fossero veli di ragno.

Seduti entrambi, Clemente da un lato, Carlo dall'altro di una lunga tavola coperta di velluto cremesino a frangie d'oro, con le insegne della Chiesa ricamate in oro; e sovr'essa carte e pergamene di ogni maniera, - brevi, diplomi e capitoli quivi spiegati, quasi museo e satira delle scambievoli loro insidie, quali col suggello di Spagna, quali colle armi dell'impero, parte con le palle dei Medici, parte ancora con la immagine di san Pietro che pesca e invano rammenta al superbo pontefice la povertà della chiesa primitiva di Cristo.

Con benigne sembianze si contemplano: ma l'anima di Clemente nel suo segreto si strugge d'invidia per Gregorio VII, a cui fu tanto la fortuna cortese che gli trasse davanti nella rôcca di Canossa l'imperatore Arrigo IV con i piè nudi e il capestro al collo, ad implorare tutto umiliato misericordia per Dio: Carlo poi forte gemeva di desiderio nel cuore rammentando la felicità di Filippo il Bello, il quale non pure potè mettere le mani addosso a Bonifazio VIII in Alagna, ma fare anche in modo che, siccome era vissuto da volpe e regnò da lione, così morisse da cane.

Egli era potente di giovanezza e di forza, sicchè le imprese delle varie sue armi potevano denotare in quel tempo gli attribuiti diversi dell'animo e del corpo di lui; in esso la vigoria del lione di Borgogna, in esso la tenace immobilità delle torri di Spagna, in esso finalmente lo sguardo dell'aquila austriaca, - sguardo di preda, - sguardo di cupidigia insaziabile. Quanto gli acutissimi suoi occhi sopra le carte geografiche del mondo potevano contemplare, tanto bramando il suo pensiero abbracciava. Se il Creatore aveva dato alla terra una cintura di mari, egli, la corona del suo capo dilatando, intendeva racchiudervi dentro la terra e l'oceano; - a guisa di cancelli eterni disegnava porre le punte del suo imperiale diadema là dove il creato termina, e l'abisso incomincia.

Fronte ampia, dove i pensieri incalzavano del continuo altri pensieri, come fanno le onde del mare. All'improvviso però cotesta fronte di rugosa diventa piana, i concetti vi si aggirano sconnessi nel modo appunto ch'è fama volassero con sùbita vertigine per l'antro della sibilla le foglie ove stavano scritti gli oracoli del dio. - Cotesta vicenda istantanea rammentava il metallo, il quale, prorompendo infiammato dalla fornace per fondere la statua di un eroe, spezza talora la forma e si disperde nelle viscere della terra. Aveva con i regni eredato i vizii del sangue de' suoi maggiori. Il padre, Filippo, gli trasfuse nelle vene l'anelito perpetuo di dominio dei principi austriaci e l'ardimento dei duchi di Borgogna. La madre, Giovanna, gli dava la cupa penetrazione dei sovrani di Spagna e il germe della infelicità che oppresse la vita di cotesta infelice regina.

Esultino i popoli! il dolore si posa anche sulla corona dei re; - anzi più sovente sopra le sublimi che non sopra le teste dimesse, in quella guisa che l'uccello di sinistro augurio presceglie a sua dimora la torre del barone in preferenza dal tetto della capanna del povero; - il dolore si spande sopra le gemme dei diademi e fa parere anch'esse lacrime o gocce di sudore affannoso; il dolore corrode internamente il cerchio d'oro e stringe inosservato le tempie, come la striscia di ferro della corona lombarda.

Esultino i popoli! perchè i potenti gemono, ed eglino possono rifiutare l'elemosina della compassione, - o rispondervi con un eco di scherno.

Giovanna, figlia di Ferdinando e d'Isabella, moglie dell'erede di Massimiliano imperatore, signora delle Spagne, dell'Indie, dei Paesi Bassi, forse di mezza Europa, non ha chi la uguagli in miseria. Almeno Niobe fu convertita in pietra e cessò a un punto le lacrime e la vita: ella poi deve durare lungamente in tale uno stato che non può dirsi vita e non è morte, - a piangere la sua ultima lacrima, a bevere l'ultima stilla di un calice senza fine amaro. Costei delirava d'amore per Filippo, e Filippo la fuggiva, ed in breve consunto da amplessi che non erano suoi, sul primo fiore di giovinezza le morì tra le braccia. Le tolse la mente l'angoscia: stette muta, ordinò prima si seppellisse il cadavere; poi, cambiato consiglio, volle si imbalsamasse; lo vestì di abiti magnifici, lo stese sopra un letto di broccato, e quindi si pose ad aspettare che si svegliasse, imperciocchè aveva sentito dire di un re il quale era resuscitato dopo quattordici anni dalla sua morte; preso da geloso furore, non consentiva che donna alcuna si accostasse a quel letto; se ministro o consigliero andava per consultarla, il dito gli ponendo sui labbri, bisbigliava sommessa: «Aspettate che il mio signore si svegli.»

Tale fu la madre di Carlo, e tale fu egli stesso quando, dalle infermità domato e dagli anni, mutò la porpora imperiale in cocolla da frate, e rotta la corona sopra la soglia di un convento, dei bricioli se ne fece un rosario per contarvi sopra i paternostri e le avemarie. Dopo tanto sorso bevuto alla coppa del potere, la gettò via lontana da sè, quasi lo avesse inebbriato di fiele. Miserabile! Chè quando a Laredo in Biscaglia baciò la terra dicendo: «O madre comune degli uomini, nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo ritornerò nel tuo», cotesto grido non mosse mica da anima fortemente contristata, bensì fu lamento neghittoso di pellegrino il quale si lascia cadere sull'argine della via e quivi aspetta piangendo la morte. Nè quando volle innalzarsi il feretro e assistere vivo alle sue esequie, lo vinse ira o disprezzo o fastidio degli uomini, come Silla e Diocleziano, sibbene la paura dell'inferno. Prima che lo cancellasse la morte dal libro dei viventi, il demonio dello scherno aveva spento con un soffio la fiamma di cotesto spirito superbo, e sopra la fronte nuda di capelli, di corona e di pensiero, ridendo scriveva: «Qui dentro giace sepolto l'intelletto di Carlo V imperatore!»

Però da questo tempo a quello in cui si era ristretto a parlamento con Clemente VII ci correranno trent'anni: adesso egli gode meditando che ne' suoi regni non tramonta mai il sole: - anela portare il mondo sul pugno come dal paggio si costuma il falcone; due soli potenti intende che abbiano a temere i mortali nel creato! lui in terra, Dio nel cielo.

Clemente papa, scuoti la polvere del tuo sepolcro, rompi la lapide e mòstrati qual eri allora e quali disegni concepivi: mòstrati insomma quale apparrai nella valle di Giosafatte. Ricusi forse svegliarti dal tuo sonno di marmo? Dirai che al cospetto dell'Eterno soltanto vuoi comparire il giorno del giudizio? Esci: la storia apparecchia il giudizio di Dio e rimuove dalle tombe degl'iniqui la mala erba dell'oblio, onde vi cada intera la maledizione delle schiatte succedentisi nei secoli. Vorrai forse minacciare me de' tuoi fulmini? Ben altri fulmini che non furono i tuoi stanno spenti a Sant'Elena. I nostri pargoli adesso getterebbero via le tue scomuniche come trastulli vieti, - i giullari non vorrebbero rammentarle neanche come facezie. - O san Pietro glorioso, sarebbe il mondo diventato tutto luterano? Mi pare che strilli dal fondo del suo avello cotesto snaturato figliuolo di Firenze. - No, no, cònfortati, papa Clemente; te, Lutero, Calvino, quanti vi hanno preceduto, quanti vi hanno seguito, mitre, corone, porpore, cappucci, Numa, le leggi delle XII tavole, sant'Ignazio da Loiola, Leopoldo I, san Domenico, e tutto quello che fu, il Destino ripose dentro immanissima urna, e l'agita, l'agita, finchè la sorte o la ragione non venga ad estrarne l'arcano della umana felicità. - Esci dunque, Clemente. Ecco, secondo il costume dei papi e dei re, tu vesti un manto vermiglio. A quanti oppressori vissero di sangue talentò mai sempre il colore rosso, - certo perchè non vi si distinguesse sopra quel sangue! O sciagurati! Dio discerne il sangue del popolo dal sangue della porpora. La tua barba diventò bianca per gli anni, il tuo volto rugoso, le pupille ti tremano sotto le ciglia come alla lepre, il corpo hai irrequieto, ogni rumore ti mette spavento. Nessuno ti sta alle spalle; chiudesti di tua mano le porte, e non pertanto ti volgi improvviso dubitando che sopraggiunga Alarcone, il quale, prigioniero fuggitivo, ti riconduca in castello Santo Angiolo; o il più fiero Giorgio Frandesperg, che adempiendo al suo giuramento ti getti al collo il capestro d'oro. La fama di prudente, conseguìta in tanti anni di ministro di Leone X, ti sei divorato in un giorno di papa; su la cima delle umane grandezze la vertigine ti ha preso; la tua mente è sabbia dove il pensiero fabbrica, la paura rovina. Tu giaci sull'orlo dell'avello, ma i tuoi concetti non appartengono alla pace eterna; se innalzi un braccio, lo fai per percuotere; se stendi una mano, lo fai per rapire. Nel naufragio del tuo pensiero rimase a galla solo un'idea, e tu la vieni afferrata come la tavola di salute. - Tu ami il tuo bastardo, e tu pure, Clemente, sei tale: papa Lione ti concesse la dispensa, sicchè tu potesti arrampicarti per tutta la scala della gerarchia ecclesiastica; però in faccia al mondo non v'ha cosa che valga a salvarti dall'onta degl'illegittimi natali; - il tuo bastardo è camuso, ha i capelli crespi, le labbra tumide, brutto di corpo, di anima più brutto.... Beatissimo Padre, ti saresti per avventura mescolato in amore con una schiava africana? Ah! quantunque illegittimo figlio di Giuliano dei Medici, io mi aspettava da te gusto migliore pel bello; - pure sei padre e lo ami. Dura condizione dei potenti, che, buoni sieno o tristi i loro affetti, tornino del pari perversi ai propri simili! Stravolto adesso da cotesto amore, che cosa gl'importa il giusto e l'onesto? Ad ogni costo egli vuole deporre una corona su quel capo di moro. Se lo poteva, avrebbe lui convertito la tiara di pontefice in diadema da re; non riuscendogli, si volse altrove a lacerare il manto d'Italia per girargliene un brano sopra la spalle; gli si offerse la patria libera, bella e innocente, o se pure delitto alcuno era in lei, colpevole di avergli dato la vita. - Non importa: quand'anche del metallo della croce che soprasta la cupola del duomo di Firenze, quando anche dei merli del Palazzo Vecchio, - quando delle ossa de' suoi concittadini dovesse formargli la corona, basta ch'ei sia coronato! Fra brevi anni di lui rimarrà un pugno di polvere; - i presenti lo malediranno e i futuri; - che importa? Lo esecrino, purchè lo temano; diventi polvere, perchè coronata.

«Gloria in excelsis Deo, et in terra pax!» riprese Carlo V, come continuando un discorso interrotto, e si alzò accostandosi al fuoco. «La pace è fatta. Vi pare egli che quanto promisi all'arcivescovo di Capua in Barcellona vi confermi adesso, Beatissimo Padre? Sebbene nella impresa di vostra casa occorrano i gigli di Francia, i Medici domineranno Fiorenza.»

«Ma fin qui io non veggo....», interruppe il pontefice, e poi si rimase esitante a librare se il concetto che stava per esprimere potesse riuscire di troppo sgradito all'imperatore; - pure essendogli forza aprire manifestamente l'animo suo, con voce un poco più dimessa soggiunse: «Ma fin qui io non veggo che promesse di promesse, mentre per me si devono di presente adempiere le condizioni del trattato.»

«L'esperienza lunga che avete, Beatissimo Padre, degli umani negozii vi farà di leggieri comprendere non derivare da mala volontà l'inadempimento momentaneo delle mie promesse; ciò avviene perchè di natura loro riguardano a tempo successivo. Onde preporre la vostra famiglia alla suprema autorità di Fiorenza, bisogna adoperarvi le armi; onde restituire alla Chiesa Ravenna, Ferrara e gli altri Stati perduti, bisogna ancora adoperarvi le armi; perchè il ducato di Milano prenda il sale dai vostri dominii, fa di mestieri che il tempo gliene apparecchi la necessità.»

«Sì, ma finalmente le guarentigie non guastano nulla.... e l'arcivescovo di Capua ve ne dovrebbe avere toccato a Barcellona...., e la Maestà Vostra dava il suo imperiale consenso....»

«Non basta forse a papa Clemente la promessa di Carlo imperatore?»

«Promesse! trattati!» replicò il pontefice con maggiore stizza di quello di cui altri lo avrebbe creduto capace e che non avrebbe voluto egli stesso, alzandosi in piedi; ed accennando sdegnoso varie carte spiegate sopra la tavola. «Ecco, nel 1525, prima della battaglia di Pavia, mi dichiarai neutrale tra la Maestà Vostra e il Cristianissimo; padre comune dei fedeli, mi parea, ed era il partito da praticarsi migliore tra due principi cristiani dei quali non mi era riuscito prevenire le sanguinose contese; la battaglia avvenuta, Lanoia vostro stipula meco questo trattato di pace, riceve centocinquantamila fiorini d'oro, - e la Maestà Vostra nè ratifica il trattato nè restituisce il danaro; nel 27, Lanoia vostro mi sottoscrive quest'altro trattato, col quale si obbliga allontanare il contestabile di Borbone da Roma quando io gli paghi ottantamila fiorini; - ritirato il danaro, il Borbone non pure si accosta a Roma, ma con barbarie inaudita la manda a sacco.... ora lascio giudicare a voi se le promesse e i trattati mi affidino.»

E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino e con una mano si liscia il mento, - forse per nascondere un sorriso sottilissimo che suo malgrado gli scomponeva i peli dei labbri. Poichè rimasero per uno spazio di tempo in silenzio, Carlo con lente parole riprese:

«Santità, appunto perchè ricusai ratificare i trattati, mal vi dolete di fede rotta. Il vicerè di Napoli Lanoia, i limiti del suo mandato eccedendo, non poteva obbligarmi; - dove per me fossero stati approvati i patti illegalmente conclusi da lui, ora non vi dorreste voi di averli veduti inadempiti. Col sacco di Roma io rigetto lontana da me l'accusa. Borbone il fece, e Borbone certo ne pagò la pena cadendo ucciso sotto le mura della sacra città. Qual cuore fosse il mio alla notizia, pensatelo voi, Beatissimo Padre. Per tutti i miei regni ordinai pubbliche preghiere per ottenere dal cielo la vostra liberazione...»

«Ma poichè stava in potere della Vostra Maestà, meglio delle preghiere, a mio parere, valeva un ordine a don Ferdinando d'Alarcon mio carceriere di liberare il vicario di Cristo e...»

«Orsù! riconduciamo la consulta al suo primo punto, dacchè, in modo diverso procedendo, noi verremmo a smarrire del tutto la dritta via. Intende la Beatitudine Vostra abbattere la libertà di Fiorenza, me commette all'impresa e da me chiede sicurezza. Santo Padre, vi sareste per avventura dimenticato essere io l'imperatore Carlo V? Ad assoluto signore domandate voi guarentigia per abbattere repubbliche? Già troppo le nostre contese hanno fatto crescere le petulanze dei popoli; ed io vi dico in verità che, dove non ci stringiamo in lega salda e potente, non andranno secoli che noi rimarremo divorati da cotesta idra, di cui, ponete mente, se cento capi mordono per la libertà, cento altri mordono per la eresia...»

Caso fosse o piuttosto astutezza, Carlo con siffatta sentenza veniva a porre il dito proprio sopra la piaga aperta nel cuore del papa; conciossiachè questi, messo subito da parte il pensiero del danaro, del quale come colui che grandemente misero e taccagno era, intendeva domandargli conto per industriarsi a rattrapparlo, se non tutto, almeno in parte, uscì nelle considerazioni gravissime che seguono:

«Carlo imperatore, ora io dalla vostre parole comprendo come vi abbiano finalmente toccato lo spirito i consigli della Santa Sede. Le cose medesime che adesso vi sfuggono dai labbri non vi diceva Leone X? non vostro maestro Adriano VI? non io medesimo ve le ripeteva le mille volte? È tempo che il trono e l'altare si abbraccino per sostenersi; tempo che noi ci diamo un bacio diverso da quello di Giuda, - da quello che ci diemmo troppe volte, da quello che ci siamo dati fin qui. Finchè i popoli guelfi si mantennero o ghibellini, nè crederono potere altrimenti vivere che parteggiando per lo impero o per Roma, allora la nostra lite fu contesa tra i pastori pel gregge; - ora pur cotesto gregge incomincia a conoscere che può fare a meno della vostra aquila e delle mie chiavi si tramuta in torma di lupi, la quale non pure brama divorare, ma intende divorare sola. - Quando Lamagna tolse a difendere quel figlio di perdizione, Martino Lutero, io bene conobbi, ed altri uomini pratichi delle faccende umane conobbero meco, la querela non già, come sembrava, consistere nelle indulgenze compartite, nella comunione dell'ostia e del calice e negli altri punti di dissidenza contenuti nelle tesi di cotesto maledetto; no, i cervelli tedeschi, ansiosi di libertà, vaghi di mostrare la energia da lungo tempo compressa, intesero scuotere il dolce freno di Roma, come primo anello di una soggezione, qualunque fosse per loro insopportabile; rotto questo, vorranno romperne un altro... E della catena, Carlo pensate che voi ed io teniamo i capi. La riforma religiosa è palestra dove disegnano esercitare le forze loro per quindi volgersi alla riforma della potenza imperiale. Il giorno della morte dei papi sarà la vigilia dell'agonia pei re. Ben previde la gloriosa memoria dell'imperatore Massimiliano la importanza dei casi presenti; se la morte non lo rapiva, vi avrebbe provveduto di certo. - Voi, Carlo, le ammonizioni del Vaticano dal vostro spirito rigettaste come si scuote dai sandali la polvere di terra maledetta, voi la Chiesa santissima affliggeste, voi la sposa di Cristo ne' suoi vicarii avviliste; - ma più della sua Roma saccheggiata, più del suo pontefice ridotto in ceppi, ella piange a cagione del decreto della Maestà Vostra promesso alla dieta di Spira nel 1526, il quale sanzionò la tolleranza della setta diabolica dell'empio Lutero sino alla convocazione del concilio generale: nè per sè sola ella piange, ma ed anche per voi, Carlo; e dì e notte addolora e nel santuario si raccomanda al divino suo sposo Gesù che illumini l'intelletto vostro e sensi v'ispiri di pietà e di prudenza per scambievole nostra conservazione. I perversi settatori, nella ignoranza del cuor loro, fidenti che la Chiesa stia per esalare l'ultimo fiato, continuano nel cammino preveduto e minacciano il vostro trono imperiale. Ditemi, Carlo, la lega di Smalkalda testè stretta tra loro vi ha guasto mai il sonno? I principi luterani si uniscono in un sol corpo ed implorano contro voi l'aiuto di Francesco di Francia. Se gli movesse amore di setta soltanto, vi pare egli che ricorrebbero a Francesco, vostro emulo eterno, e della Santa Sede apostolica figliuolo amantissimo? Già spento nel folle loro pensiero il lione di Giuda, si avventano all'aquila di Costantino. Ah! Carlo, avete seminato il vento, badate a non raccogliere la tempesta.»

Carlo ascoltava attentissimo il discorso di Clemente col collo teso e gli occhi fissi, nella guisa che il mendico guata per vedere qual moneta e quanta esca dalla mano del suo benefattore; - quindi, altamente commosso da quei raziocinii, prese a mormorare:

«Egli ha favellato da quel valentuomo che il mondo conosce essere. Nè Aristotele mai nè san Tomaso d'Aquino potevano argomentare in più acconcia maniera.»

«Ma se le vostre parole suonano sincere, Carlo, voi siete uno di quelli che il meglio vedono e approvano, mentre al peggio si appigliano. - Se quanto ne stringa bisogno d'imporre un freno ai popoli conoscete, se alle mie sentenze applaudite, se la tolleranza vostra della setta scellerata condannate, e perchè dunque, non ha guari, al Doria concedeste facoltà di rendere Genova libera? O tra i principii vostri ed i fatti manca concordia, o commetteste errore politico. Comunque sia, non giungo a comprendervi nè, considerate queste cose tutte, io posso nel solo vostro stato imperiale fidarmi abbastanza per vedere spenta la libertà di Fiorenza.»

«La barca di san Pietro si governa con poche vele, Beatissimo Padre, ma ben altra si vuole industria a condurre le faccende del mondo. Se nella Germania poco mi valse la tolleranza dei Riformati, cotesto fu consiglio meditato lungamente e molte volte discusso tra i miei più savi ministri, - e i tempi che correvano ne furono per la massima parte cagione, e infine il fulmine dell'impero non diventò ancora per pazienza contennendo quanto il fulmine del Vaticano. Voi biasimate troppo. - Intorno a Genova, rammentatevi com'ella non si governi a popolore reggimento; vedete quivi la somma delle cose ristretta in mano agli ottimati: e credete, Clemente, i popoli preferiranno sempre la signoria di un solo a quella di pochi. - Fiorenza invece, non affatto aristocratica mai, ogni dì più pende alla democrazia. In lei soltanto contemplo e temo lo spirito di conquista; - ella cadrà. - Che mi parlate voi di messere Andrea Doria? Purchè abbandonasse le parti di Francia, gli avrei, non che altro, quasi donato la mia parte di paradiso. L'avventurato Genovese ha reciso l'ale alla vittoria e se l'è fatta serva. Ma se al Doria concessero i cieli la facoltà di vincere, non gli compartirono del pari l'arte di governare; egli cede al mio genio. Sembra a voi ch'io gli abbia posto nelle mani una palma, e v'ingannate; io ho fatto come gli incantatori, i quali, affascinando, donano cenere per oro. Deluso dalle mie parole, gli porsi a stringere una spada per la punta, non già per l'elsa, sicchè egli vi si taglia la destra nè se ne accorge ancora. Può egli il Doria ritornare privato? Il cittadino che di tanto prevalse nella sua patria da rivendicarla in libertà, ond'ella si mantenga libera davvero, deve come Licurgo salire un rogo e ordinare che la sua cenere sia dato ai quattro venti della terra: - messere Andrea invece vive e governa nella sua città. Gli umori dei nobili genovesi non quieteranno mai: io già vi scorgo invidie, odii e rancori di sangue. I Fieschi le ire apparecchiano e le armi: lasciamo che il furore di cotesta famiglia si accresca; allora le fazioni cittadine diventeranno più funeste alla città, si turberanno gli ordini, andrà sottosopra lo stato e, povero di viveri, vuoto di sangue, implorerà come elemosina un braccio potente che possa farlo morire in pace. - Nè il desiderio mi trasporta a immaginare cose vane; altre volte i Genovesi ne hanno somministrato l'esempio, dandosi in balìa dei duchi di Milano e dei re di Francia; inoltre Andrea Doria percorse gran parte del suo cammino vitale; la sua famiglia procede diversamente da lui: - la sua virtù rimarrà sepolta seco. - Io vedo tempo nel quale la repubblica di Genova viene come un ruscello a portare il tributo delle sue acque nel fiume maestoso della mia potenza. - Ordisco una gran trama col pensiero, ne seguo con costanza le tracce, ne aspetto con pazienza l'esito avventuroso.»

Clemente papa, col mento sollevato, guardava Carlo V e ad ora ad ora crollava la testa tra pago e sdegnoso; sdegnoso nel conoscere l'intimo concetto di lui, contento per averlo preveduto da gran tempo: e poi offeso da quella serie di pensieri di gloria, come il tristo fanciullo gode scompigliare con una pietra le limpide e quete onde del lago, vi lanciò malignamente tra mezzo la domanda:

«E alla morte ha mai pensato Vostra Maestà?»

L'imperatore, quantunque per natura cupissimo, nondimeno a cagione della stessa intensità de' suoi pensieri lasciava vincersi talvolta dalla passione, ed esaltato, non sapeva così di leggieri reprimere la favella; sicchè continuava dicendo:

«La Francia è giglio fragile, eia mia aquila lo ha già sfrondato; - se non m'ingannava un mal genio, tu a quest'ora saresti, o Francesco, uno scudiero nella mia corte imperiale; - la mezza luna non tanto scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della mia aquila: - leopardo inglese, dacchè lasciasti comprarti le branche, apparécchiati a darmi la tua corona in cambio de' miei ducati; - e tu, san Pietro, sappi che la mia testa è capace di portare ancora... la tiara... perchè no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa...»

«La morte! la morte!» gridò più alto il pontefice negli orecchi all'imperatore.

«La morte! proruppe Carlo V, «che fa a me la morte? I codardi soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona di fiori. È meglio lasciare l'opera interrotta che non incominciata... - I monumenti più grandi che il mondo conosca si devono al pensiero della morte; - parlo delle Piramidi. - La morte sta nelle mani di Dio, l'uso della vita in quelle dell'uomo. - La mia anima abbisogna che la testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente della mia vita, non giungo ancora a trent'anni; e se in questo punto mi toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici, - ai miei nemici, - a voi stesso: - Parvi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell'oblio. - Se adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: - Meritava vivere di più. - Papa Clemente, se voi moriste adesso, che cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? - Egli è vissuto troppo poco, od è vissuto anche troppo?»

«Ve lo dirò quando saremo morti», rispose il pontefice, continuando a muovere le labbra in un cotal riso amaro che ben dava a conoscere quanto lo avesse penetrato addentro cotesta acerba puntura: «però fino da ora io mi dispongo a lasciare novellare la gente; dove poi mutassi pensiero, ordinerò, come Diogene, che mi pongano al fianco una verga. Adesso vediamo di concludere, Carlo; - quando pure io possa confidare in voi intorno al sopprimere la libertà di Fiorenza, non devo del pari fidarmi in voi per ciò che spetta lo ingrandimento della mia famiglia. Di ciò pertanto domando guarentigia. Nicolò della Magna dovrebbe pure avervi fatto motto di sponsali da contrarsi in facie Ecclesiæ tra madama Margherita vostra figlia ed Alessandro duca di Civita di Penna: - ve ne sareste per avventura dimenticato?...»

«Io non dimentico nulla, ma non li reputava condizione necessaria per la pace: e se le mie preghiere trovano grazia al vostro cospetto, vi supplico umilmente, Padre santo....»

«No, no, Maestà, avete mal creduto: ella è una condizione sine qua non; - condizione senza la quale andrebbe scomposta ogni cosa, andrebbe tutto in peggiore stato di prima....»

«Ma perchè a cimentare la pace tra noi vogliamo imporre un destino ad un cuore che palpita appena di vita? Le labbra di nostra figlia non anche per elezione proferiscono il nome di padre, e noi vorremo costringerla a pronunziare quello di marito come una necessità? - Perchè le opere nostre, di qualunque natura elle sieno, dovranno riuscire sempre a qualcheduno dolenti?»

«Se la fanciulla non intende amore, più di leggeri potrà inspirarglielo Alessandro mio: il cuore vergine, quando prima si chiude al raggio della passione, ama il cielo, ama le acque, le piante, e tutto ama.... Pensate or voi, Maestà, se la vostra figlia si volgerà con affetto a giovane di cortese sembiante il quale le starà attorno studiosamente con ogni ossequioso ufficio dovuto al sesso, alla età, al grado di lei! - E poi, Carlo, il mio sole tramonta, il vostro ascende nella pienezza della sua luce; - la morte mi ha chiamato e la sua voce mi ha commosso le viscere. Quando io tra poco giacerò cadavere, chi prenderà cura della mia famiglia? Chi sosterrà la sua causa? Se, vivo, appena potei difendere me stesso, non dirò già da' vostri eserciti invitti, ma da un solo principe romano, da un Pompeo Colonna, pensate se il mio nome, me morto, potrà difendere altrui! Voi, Carlo, disegnate dominare sul mondo; la vostra aquila intende, voltando, far il giro del globo; il cielo ha una stella per voi, e, da quanto apparisce, sembra questo universale dominio decretato dall'alto, dacchè non valse fino ad ora argomento umano a deviarlo o impedirlo. Unite dunque la vostra famiglia alla mia, ond'ella abbia riparo sotto le grandi ale della gloriosa aquila vostra.

«Santo Padre, in che mai vi affidate? La ragione di stato non conosce figliuoli. Il re non ha cuore; per ciò che riguarda l'affetto, tanto è ch'ei palpiti vivo nella sua reggia, o giacia scolpito di marmo sopra la sua tomba. Più fabbricate in alto, e più correte pericolo di precipitosa rovina; - più accostate il fragile edificio della potenza della vostra famiglia alla mia aquila, e più vi sovrasta il caso che un suo batter d'ala la cancelli dalla memoria degli uomini. Forse la rondine, per costruire che fa il nido alle vôlte del Colosseo, gliene partecipa la immobilità? Si leva la bufera, e il nido va disperso nei turbini, mentre rimane immobile quell'eterno edifizio.

«No, Carlo, non favellate così: io conosco il vostro cuore meglio di voi stesso. Se la vostra figlia ha freddo, voi le getterete addosso per coprirla un lembo del vostro manto imperiale; s'ella avrà fame, dal vostro convito di popoli le manderete una provincia per saziarla. Nessun padre della vostra famiglia fin qui pose le mani nel sangue de' suoi figliuoli.»

«Ma un nepote le ha poste in quelle dello zio!» esclamò l'imperatore traendo un sospiro, «e i tempi futuri stanno chiusi nella mano di Dio.» Dipoi, simulando risolversi con gran pena per quello a cui si era disposto molto tempo avanti, soggiunse: «Si unisca la mia casa alla vostra, e possa il presente trattato mantenersi indissolubile, come il sacramento che statuiamo adesso tra i nostri figli...; - però - mi è corsa una voce intorno a cotesto vostro duca di Civita di Penna, e me lo hanno detto camuso, - di sembiante osceno, - rotto ad ogni maniera di libidine... figlio di schiava africana...» E qui, piegando la persona, susurra l'estreme parole nell'orecchio del papa.

«Chi ve lo ha detto?» proruppe impetuosamente il pontefice; «non lo credete! e' v'ingannano: egli è buono, prudente e cortesissimo giovane, egli vi amerà come padre... dopo Dio primo. Voi lo avrete, Maestà, ministro pronto dei vostri voleri, figliuolo ossequentissimo e servitore. Certo egli non si cura acconciarsi i capelli nè si mostra pieno di smancerie o cascante di vezzi: le fogge aborre e i costumi di cinedo: per lo contrario, valido di membra, non depone mai il giaco; e di corpo prestante, non cede a nessuno negli esercizii che si addicono a perfetto cavaliere...» E continuava tutto acceso nel volto, con gesti sdegnosi, quando si accôrse che Carlo lo fissava con tale uno sguardo indagatore e maligno ch'egli temè essersi troppo lasciato scoprire. - Si rimase in tronco pertanto senz'aggiungere altre parole.

«Io non avrei mai creduto che tanto vi stesse a cuore il vostro nepote Alessandro, Beatissimo Padre», riprese Carlo con ostentata ingenuità; «ma dacchè voi volete che sia così, e così sia. A tempo debito Alessandro condurrà in moglie la nostra figlia Margherita. In questo modo vi piace? Rimane adesso null'altro da discutere e statuire tra noi?»

Clemente, guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cavò dal seno di sotto alla mezzetta, rispose:

«Più nulla.»

«A quando l'incoronamento?»

«I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le forme col maestro del sacro palazzo.»

«Addio, dunque, Beatissimo Padre.»

«Anche un istante, dilettissimo figlio, anche un istante», soggiunse Clemente accostandosi a Carlo V; e toltasi dal collo una croce d'oro, ne alzò la lamina superiore, ed esponendo scoperte le reliquie quivi dentro incastonate, riprese così: «Quando gl'infedeli, che osano adesso insultando minacciare la vostra Vienna imperiale, avevano tutti tremanti sgombrato il sepolcro di Cristo, un principe di Gerusalemme, un Lusignano, presentò alla Santa Sede questo frammento preziosissimo del vero legno della croce dove moriva il nostro divino Redentore. Se i giuramenti che vi si fanno sopra non si mantengono, il cielo e la terra non accolgono più cosa sacra che basti a vincolare gli uomini tra loro. Carlo, giuriamo su questo legno bagnato del sangue di Gesù di conservare inalterabile la pace statuita tra noi.»

«Santità», riprese l'imperatore commosso, ed altrove volgendo la faccia allontanava con la destra la santa reliquia, «non vogliamo, di grazia, porre la colpa traverso una via ch'ella poi non c'impedirebbe percorrere quando la necessità ne stringesse o l'utile ne invitasse: e inoltre noi non saremo a condizione pari; imperciocchè voi teniate le chiavi di san Pietro e con esse la potestà di legare e di sciogliere, mentre io non troverei in veruna parte del mondo un altro papa Clemente che me sciogliesse dal trattato di Bologna, come voi scioglieste Francesco I di Francia dal trattato di Madrid. Non giuriamo pertanto; facciamo meglio, industriamoci di mantenere perenne l'utile che adesso troviamo nella scambievole unione. In ogni caso io sono fermo di non giurare.»

Il pontefice turbato si tacque.

Carlo agita un campanello d'argento. Le porte della sala si aprono strepitose, e quinci si vedono in due ale lunghissime disposti in ginocchio da una parte gli ufficiali dell'imperatore, dall'altra del papa, e in fondo, di faccia, un prelato in piedi con la triplice croce, insegna della presenza del vicario di Cristo. Carlo medesimo si prostrò davanti a Clemente e in atto di riverenza divota supplicò:

«Beatissimo Padre, vogliate compartirci la vostra apostolica benedizione.»

E il papa, sollevata la destra, susurrò la benedizione. Quali pensieri gli si avvolgessero per la mente, Dio gli sa che li vide, ma anche noi possiamo dichiarare che certamente non furono di amore. Però dei circostanti taluno ne rimase intenerito fino alle lagrime; - tal altro ne sorrise come di scena rappresentata valentemente da attori famosi; - tutti poi si accordarono nel credere che cotesti due potenti avessero trovato utile bastevole per diventare amici.

E Carlo disparve; - le porte si chiusero, - Clemente si trovò solo nella stanza. - Allora, declinato il capo sul camino, meditò, - meditò per lunghissima ora: all'improvviso si muove e si pone davanti alla sedia che occupò l'imperatore durante il colloquio:

«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna, i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; - pròstrati, Maestà, umiliati, perchè mi tarda importi questa corona sul capo; - io la circonderò di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai; e allorchè, Maestà, avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello.»

«Chi siete? donde venite e dove andate?»

Con uno strido da uccellaccio notturno gridò certa squallida figura, lanciandosi a guisa di gatto dal banco dei doganieri in mezzo alla porta di Santo Stefano a Bologna ed afferrando per la briglia il cavallo di un uomo che agli atti e alle vesti sembrava un cavallaro.

Dov'egli non avesse profferito coteste parole, non lo avrebbero reputato mai creatura umana. Siffatti sciagurati, se pure uscirono di mano, alla natura, ciò avvenne per certo nell'ora del crepuscolo, verso notte qual mal si discerne quello che si opera, e le membra spossate non si reggono dalla fatica; colpa od errore del quale ella meriterebbe riprensione, e lo dovrebbe riparare con un ammenda onorevole.

Una testa, di sotto, di sopra, tutta tonda, colorita con la serie infinita dei gialli e dei verdi che presentano le mal'erbe cresciute per la superficie delle acque corrotte, e su le mascelle più verdi a cagione della barba. La fronte poi, ingombra di capelli neri ed irti; e quella fronte, larga quanto basta per improntarvi sopra il marco dei falsarii. I suoi occhi, a vero dire, accennavano una scaltrezza intensa, ma limitata entro angustissimo cerchio; - scaltrezza da tagliaborse, da baratore di carte, e nulla più. Una testa da incutere spavento, se non avesse mosso a riso, - da mandarsi senza processo al patibolo, - o da presentarla a' fanciulli per giuoco. Le spalle aguzze, la persona rigida e piegata in avanti, le braccia aperte, quasi per equilibrare l'osceno edifizio del corpo, e le mani stese, perpetuamente moventisi a quell'atto che fa lo sparviere o uccello altro di rapina quando raspa per ghermire; - forse la continua fissazione dell'anima, - se anima può dirsi lo spirito che dentro cotesti enti rumina sempre malefizii ed insidie - partecipava quel moto alle sue mani, imperciocchè egli fosse una di quelle creature le quali in ogni tempo oscillano tra la catena, il capestro e la lapidazione del popolo inferocito, - disprezzate a un punto e abborrite, - capaci di vendere trenta Cristi per un danaro solo; vergogna della specie alla quale appartengono come un'ulcera al corpo umano; - qualche cosa più di un carnefice, qualche cosa meno di un giudice; - allora si chiamavano cancellieri criminali, - oggi commissarii, delegati, arnesi insomma di polizia.

Il cavallaro, giovane e di membra validissime, stette alquanto in forse di rispondergli, o balestrarlo venti passi lontano; pur finalmente tra sdegnoso e beffardo, disse:

«Messere, siete voi del Cottaio o del paese del prete Gianni, che non conoscete l'assisa del comune di Fiorenza? - O non vedete il giglio roseo, insegna della nostra repubblica?»

«Che gigli e che non gigli? Io non so di gigli. - Dello stato di Fiorenza non conosco nè approvo altra insegna che le palle dei Medici.»

«Sapete voi, messere, come corre il proverbio al mio paese? Se non ti piace, mi rincara il fitto.»

«Eh! se permettessero di fare a me, non vi lascerei nè anche gli occhi per piangere, non che la bocca per proverbiare...»

«Fate una cosa, messere: unite le vostre armi con quelle dell'imperatore e moveteci la guerra...»

«Io vi farei paura...»

«E ve lo credo senza giuramento; paura da sconciare le donne gravide...»

«Ch'è questo?» interruppe sopraggiungendo un secondo cavallaro assai attempato e di sembianze più mansuete del primo; «ch'è questo, messere?»

«Non si passa», risponde il cancelliere.

«Manco fatica, più sanità; e ce ne torneremo addietro...

«Non si torna addietro.»

«Saremmo per avventura ritenuti prigionieri?»

«Così fosse!»

«Dunque?»

«Scendete, aprite, le valigie, perchè i gabellieri le visitino.»

«Deh! che mal'ora scegliete a burlare, messere! lasciatene andare per la nostra via, chè siamo della famiglia dei magnifici ambasciatori spediti dalla Signoria di Fiorenza al sommo pontefice.»

«Egli è bene per questo ch'io vi debbo frugare.»

«Ma a voi, che mi parete uomo di lettere, non dovrebbe essere mestieri insegnare come presso tutti i potentati della terra, il Turco inclusive, gli ambasciatori e le famiglie loro godono franchigia di dazii e gabelle.»

«Sua Santità in casa sua ha promulgato una legge diversa...»

«Non sono leggi queste che ogni principe promulga a suo senno. Io sono vecchio del mestiere; ho accompagnato ambasciatori all'imperatore, al Cristianissimo, ai Viniziani, ai pontefici, a questo stesso papa Chimenti, e nessuno fin qui mancò di praticare l'antica usanza della franchigia.»

«Cominceremo ora.»

«Se voi siete ad ogni modo fermo del vostro proposto, a noi, come fanti, non appartiene conoscere che cosa sia conveniente a farsi. I magnifici ambasciatori ci stanno dietro il piccolo cammino; noi andremo per essi, e...»

«Non potete tornare indietro.»

«Aspetteremo.» E la voce del vecchio cominciava a infiochirsi per ira, il volto a divampargli il fuoco.

«A me tarda adempìre l'obbligo mio; non posso mettere indugi tra mezzo, bisogna che vi lasciate frugare, e subito, - e per forza.»

«Va, torna dal tuo signore e digli che se l'ordine ti commise e la insolenza per significarlo, dimenticò poi darti la forza per eseguirlo.»

Queste parole proferì il giovine cavallaro Bindo di Marco Berardi, soprannominato il Gorzerino, e al punto stesso forte percosse con la mano aperta sul petto al cancelliere, ed abbrancatoglielo quanto era largo, lo sollevò da terra, e con quel vigore che la natura aveva posto nel suo braccio, e che l'ira accrebbe, lo lanciò impetuosamente lontano da sè. Descrisse il cancelliere una curva per l'aria volando, e toccata ch'ebbe con i piè la terra, prese a muoverli celerissimi uno dietro l'altro correndo all'indietro, finchè, perduto l'equilibrio, a braccia stese e a gambe levate casca supino nel fango della via. La zimarra nera ripiegandosi gli si avviluppa sul capo; ond'egli quanto più si sforza tôrsi d'impaccio, tanto più vi s'intrica e le vesti curiali di mota e d'immondezza contamina. Amici e nemici prorompono in altissime risa.

Pur finalmente si sbrogliò costui; scomposti i capelli, livido, tremante di rabbia, lanciò attorno uno sguardo, donde parve scaturire un getto di veleno.

«Ridete eh?» prese a balbettare fissando i gabellieri. «Si tolga il demonio l'anima mia, se io non vi faccio gli uomini più dolenti del mondo. Vedremo un po' se riderete quando mastro Spedito vi acconcerà la corda attorno al collo.»

Quindi la persona volge per parte, mentre tuttavia mantiene il volto di faccia; guarda in un lato, mentre co' piè s'indirizza in un altro, siccome fanno le nottole allorchè volano per le tenebre dei cieli, e con voce baldanzosa continua a gridare:

«Fuori, sergente Montauto, arrestateli, - legateli, - menateli in prigione...»

E in meno che non si dice un amen una torma di uomini armati comparve, come se fosse piovuta dai nuvoli o scaturita dalla terra.

Bindo di Marco, staccatasi prestamente la daga dal fianco, la trasse fuori e, il fodero gettato per terra, esclama:

«Fo voto a Dio che chiunque di tanto è ardito da muovere un passo oltre quel fodero, lo stendo morto ai miei piedi.»

E fieramente turbato si pone in atto da eseguire la minaccia.

«Ah! per questa volta monna Lessandra non rivedrà più la faccia del suo marito, nè la Dianora bella la faccia di suo padre», susurrò sommesso il vecchio cavallaro passandosi una mano sopra la fronte.

Intanto il sergente Montauto, senza punto badare alle parole di Bindo, calatasi giù dalle spalle una partigiana, la spinse contra il fianco destro del giovane; e già stava per ferirlo, e lo avrebbe ucciso di certo, se il compagno, lo soccorrendo in buon punto, non avesse con un colpo di daga tagliato meglio che un palmo dell'asta della partigiana; e subito dopo con quanta aveva di voce nella gola gridava:

«Che modi sono eglino questi, messere sergente? Dove avete appreso la milizia? Da quando in qua si è inteso dire che venti uomini armati di partigiane non adontino assalire due uomini armati soltanto di daga?»

E Bindo inferocito nel medesimo tempo anche più forte gridava:

«Marrani! poltroni! venite oltre, che Dio vi mandi il mal giorno e il mal anno; - vi mostrerò ben io che le vostre partigiane sono di paglia.»

«O Bindo, per la testa di san Giovanni Battista! manda cotesta lingua al beccaio, se ami riportare le tue ossa a casa...»

«Berrovieri del papa! Scherani usciti da bastonare i pesci...»

«Deh! Bindo, ci ammazzeranno qui come cani, nè tu potrai difendere la diletta tua patria...»

E Bindo, fatto senno, alle ultime parole si tacque...

Il cancelliere, salito di nuovo sul banco dei doganieri, non cessava un istante dal replicare:

«Ammazza, ammazza!»

Il sergente Montauto, un poco atterrito dal colpo del vecchio, un poco trattenuto per la vergogna, non ardiva di stringere da più vicino i cavallari.

In questo, il popolo si spingeva, si urtava, si affollava, a mano a mano spazio maggiore di terreno occupava, come il serpente tocco dal calore del sole distende le terribili spire e striscia maestoso pei campi; -  curioso, anelante domandava chi fossero - a che venissero - perchè gli molestassero.

Fra mezzo al popolo si erano intanto insinuati gli oscuri agenti del governo sospettoso, spie, sbirri ed uomini altri siffatti, pessimi vermi di società putrefatta; e ad ogni domanda rispondevano un inganno, ad ogni fatto apparecchiavano una insidia, i più clamorosi notavano ed attendevano il destro di legarli e condurli al bargello.

Il popolo deluso gridava: «Dalli! dalli! che sono contrabbandieri; -  vennero ad appiccare i cedoloni in vituperio di Sua Beatitudine e di Sua Maestà cesarea; - hanno portato veleno per attossicare il papa, l'imperatore e i baroni; dentro le costoro valigie c'è il fuoco infernale, c'è la scomunica;» e infamie altre cotali.

Ma la ragione all'improvviso balenando sull'anima del popolo, gli dimostra apertamente la frode: - I contrabbandieri non si accostano di bel giorno alle dogane; il veleno non è cosa da portarsi in valigie: - il fuoco nemmeno; nè si scomunica il papa; - e allora vergognando taceva.

Per somma infelicità di questa nostra umana natura, la ragione, illuminando l'anima del popolo a modo di baleno, dura poco, sicchè presto ricade nel buio della ignoranza e nel furore, miserabili malattie, e non le sole nè le più turpi, le quali con dolcezza infinita de' suoi oppressori lo tengono del continuo travagliato; onde di nuovo più fieramente che mai il popolo prorompeva: «Giù le valigie! Aprite le valigie! Vogliamo vedere quello che sta chiuso nelle valigie! Le valigie! le valigie!»

E negl'intervalli la voce del cancelliere, come lo strido dell'uccello dal sinistro augurio, ripeteva: «Ammazza! ammazza!»

I cavallari, fermi nel proposito di non si lasciare manomettere, se ne stavano apparecchiati a morire non senza vendetta.

Il Montauto, dall'universale consenso del popolo imbaldanzito, usciva dalla sua prima esitanza e comandava ai soldati abbassassero le partigiane e quei due ostinati investissero.

Sangue italiano sta per versarsi e da mani italiane sopra terra italiana.

«Gli ambasciatori!»

Udita appena questa voce, il popolo, secondo il suo costume, si volge ai nuovi venuti, come a personaggi sopraggiunti in buon tempo a rendere più complicato il dramma. I soldati sospendono l'assalto; rimangono tutti ansiosamente aspettando ciò che stava per nascere.

Ed in vero onorevoli di fanti e palafreni i magnifici ambasciatori della Repubblica Fiorentina si accostano; - vestiti di lucchi di panno vermiglio, co' cappucci di colore più cupo e i lunghi becchetti avviluppati intorno al collo in molto maestosa maniera; - uomini di grave sembianze, contegnosi e severi, siccome conveniva a cittadini di città libera, usi a obbedire alla legge soltanto e da loro stessi proposta ed approvata.

E poi gli seguitava una bellissima accompagnatura di giovani, i quali per vaghezza di vedere la incoronazione dell'imperatore quivi erano tratti e per godersi delle feste; imperciocchè le pubbliche calamità, invece di trattenere gli uomini da simili passatempi, gli rendano anzi molto più vogliosi di prima, al naturale talento aggiungendosi il bisogno di sollevare l'animo dai presenti fastidii.

Si aperse spontanea l'onda del popolo, accolse dentro di sè i sopravvenuti, e loro si richiuse fragorosa di dietro.

Procedendo di alquanto spazio, prima degli altri, un ambasciatore, che sembrava il meglio autorevole, fissò di uno sguardo bieco i cavallari e, senza nessuna cosa domandare, senza nessuna risposta attendere, comandò:

«Riponete le daghe.»

E poi rivolgendosi al Montauto riprese:

«Soldato, perchè assalite la nostra famiglia?»

«Magnifico ed onorando signore, io non lo so...»

«E senza saperne la cagione voi eravate sul punto di spengere due uomini... due cristiani!...»

«In verità, magnifico messere, noi altri soldati facciamo sempre così. Per ammazzare gente non fa punto al caso saperne le ragioni e le cagioni. Se a voi piace conoscere più oltre, domandatene qui al mastro doganiere...»

«Che mastro o che non mastro!» interruppe il cancelliere, il quale, nel considerare come verun conto si facesse di lui, tutto si scontorceva di rabbia. «Io ho dato l'ordine, ed io intendo ch'e' venga eseguito subito. - Subito frugateli, vi comando...»

Ma il popolo, che aveva preso un tal quale diletto alle parole del personaggio, percosso ancora da certo ribrezzo per cotesto suo strido increscioso, rammentò le sevizie del cancelliere uso a infierire contro di lui; e prevalendosi della occasione di spaventare chi tanto spesso lo empiva di terrore, voltò l'immenso suo capo, terribile per mille occhi, - per mille bocche, - e lo interruppe a sua posta urlando:

«Sta cheto, ribaldo!»

E il cancelliere, umiliato, dimise lo sguardo, si morse lo labbra, sospirò: - ma  quando rialzando gli occhi gli venne fatto vedere da lontano disegnarsi nell'orizzonte la cima delle forche, si fregò le mani e susurrò commosso, come il devoto che recita il responsorio al suo santo avvocato: «Là ti aspetto!» - e si tacque.

«Mastro, vorreste o sapreste voi dirmi la cagione di questo trambusto?» continua, appena gliene fu dato luogo, l'ambasciatore volgendo la favella al doganiere.

«Magnifico ed onorando messere, Sua Santità il sommo pontefice ci ha fatto, non è molto, significare il comando di sostenervi e guardarvi diligentemente nelle valigie: i vostri cavallari si sono opposti armata mano, e ser Manetta cancelliere del podestà ha chiamato la milizia per costringerli a forza.»

«Guardare nelle nostre valigie! Ciò è fuori di ogni consueto e contro la convenienza. Ci credete voi forse frodatori di gabelle?»

«Io vi ho in pregio di persona onorata e dabbene; ma voi intendete, messere, che noi siamo servitori, e ci tocca obbedire alle voglie del padrone.»

«Orsù, vediamo se troverò io il modo di acconciare questa bisogna. Immaginate pure le nostre valigie piene di mercanzia gravata di gabella qual volete maggiore; io vi pagherò il dazio a prezzo di tariffa.»

«È giusto!» il popolo interrompeva, «è giusto!»

Allora le spie raddoppiavano gli sforzi e incitavano ora questo ora quello: «No, vogliam vedere; qui dentro gatta ci cova. - Ve lo aveva assicurato pur dianzi che portano veleno, e voi non la volevate capire: - vedete come s'ingegnano a non mostrare le valigie e non sine quare, - ci hanno il veleno, il veleno...»

E il povero popolo traviato urlava di nuovo: «Vogliamo vedere! vogliamo vedere! Ci hanno dentro il veleno.»

L'ambasciatore fiorentino, turbato da cotesto schiamazzo, sciolse con atti sdegnosi la sua valigia dalle groppe del palafreno e, la gettando ai piedi del doganiere, sclamò:

«Guardate!»

Il popolo urtandosi, in punta di piedi, l'uno con le mani su le spalle dell'altro, tutto occhi, tutto orecchi, a collo teso, a bocca aperta, stette a vedere che cosa contenesse la valigia dell'ambasciatore.

Il doganiere vi stese sopra le mani, e profferite che ebbe così presto presto, come per uso, le parole:

«Mi duole recarvi dispiacere», scioglie le fibbie e ne trae fuori:

«Un lucco di panno vermiglio!»

E il popolo:

«Povere vesti sono coteste! I baroni spagnuoli e tedeschi le costumano d'oro e di seta.»

E un vecchio del popolo:

«Ma e' se le fanno co' nostri danari.»

«Due farsetti di rascia cremesina e un cappuccio.»

E il popolo:

«I baroni li portano di velluto e di broccato, con belle piume e fermagli o medaglie che costano un tesoro.»

E il vecchio:

«Sì, un tesoro, ma a noi: - ai baroni la violenza per rubarlo.»

«Una borsa piena di fiorini!»

E il popolo:

«Oh!»

E il vecchio Petronio:

«Nei fornimenti dei baroni spagnuolì e tedeschi bene avreste trovato la borsa, - ma vuota per riempirla de' tuoi ducati, popolo bestia che sei.»

«Ha ragione Petronio! Viva il vecchio Petronio! Viva!»

Continua la visita del primo ambasciatore: poi vennero con eguale diligenza frugati gli altri e la famiglia loro e l'accompagnatura, nella quale si trovò Benedetto Varchi scrittore della storia dei tempi presenti. Rimaneva di tanti un uomo solo, Guglielmo Rucellai, il quale anch'esso aveva seguitato gli ambasciatori per godersi le feste della incoronazione, giovine di piacevolissima natura e compagnevole se altri fu mai, grande amico del buon vino quando ne trovava, accomodandosi anche al tristo se non riusciva a scavarlo migliore: e la sera precedente alla osteria tanto ne aveva bevuto alla salute della libertà, tanto alla salute della patria, del Marzocco, della Signora, del Giglio, eccetera, come dicono i notari, che alla fine fu forza prenderlo in quattro e gettarlo sul letto. - Ora ei se ne stava intronato dalla ebbrezza non bene svanita, nè aveva potuto comprendere ancora la cagione di quel rovinio, quando il doganiere lo scosse dicendogli:

«A voi, messere!»

«Oh che c'è egli?»

«La valigia!»

«Basta che mi lasciate la vita, - per la valigia... o ne faremo un'altra, o ne faremo a meno...»

Il doganiere apre, fruga, e:

«Ch'è questo? - Un rocchetto!... due... dieci! - Al frodo! al frodo! Il messere ha la valigia piena di rocchetti di oro filato e tirato...»

«Davvero!» sclama il Rucellai fregandosi gli occhi: «o chi diacine ce gli abbia messi!»

Luigi Soderini ambasciatore percosse la spalla a messere Andreuolo Niccolini altro ambasciatore, e gli disse:

«Questo è il caso della coppa nel sacco di Beniamino.»

E messere Andreuolo a lui di rimando:

«Certo sì, non però con la intenzione di Giuseppe.»

Ma il popolo ingannato, senza por mente che lieve sarebbe stata la gabella frodata, e che non potevano supporsi capaci personaggi di ogni bene della fortuna largamente forniti di siffatta bassezza, proruppe:

«Oh! vedi, ve' i dabbeni ambasciatori; - e' vennero a frodare la gabella al papa! Alla riviera i contrabbandieri! alla riviera!»

E qui seguivano schiamazzi, scherni e voci disoneste.

Il capo, che sembrava, dell'ambasceria fu visto impallidire: subito gli si accesero le guance, impose con la destra silenzio al popolo, con la manca si tolse in atto sdegnoso il cappuccio. - E quel suo volto comparve venerabile alle turbe: - invero malinconico, pieno di dignità, - forse anche di grandezza. Dove poi si considerasse sottilmente, piuttosto che manifestazione presente, accennava una memoria di grandezza; tipo generoso in origine, tralignato quindi per tempo o per avvicendare di generazioni; - pareva un getto ricavato da forme sublimi, ma per uso consunto. - La fiamma del genio guizzò intorno a cotesta fronte, a guisa del fuoco fatuo sull'orlo dei sepolcri, - non vi posò, come lo Spirito sul capo degli apostoli nel giorno della Pentecoste. Il popolo, il quale non sa tanto addentro discernere, rimase percosso dalla nobile sembianza.

Egli, spingendo oltre il palafreno, ad alta voce esclamò:

«Chiunque di voi nacque italiano saprà chi fosse Pietro Capponi! Ora chi fra voi vorrà credere che io suo legittimo figliuolo, io Nicolò Capponi venga a frodare la gabella a un papa dei Medici?»

Per avventura il Montauto, tra le bande della Repubblica Fiorentina militando, non solo aveva conosciuto l'illustre cittadino Pietro Capponi, ma essendo a campo seco lui sotto il castello di Soiana, lo sorresse ferito a morte nelle sue braccia; onde a quel suono adesso sentì commuoversi le viscere, e tocco da reverenza e da stupore si trasse indietro chinando la persona. I soldati, imitando quel moto, si scostano anch'essi: e agli ambasciatori fu fatta abilità di procedere liberamente per la via.

Il popolo, mutando subito affetto e costume, innalza al cielo chi volle gettare alla riviera poc'anzi, e grida:

«Viva Pietro Capponi! Viva Fiorenza!»

I quali applausi crebbero poi all'infinito quando Nicolò Capponi e suoi compagni, messa mano alla borsa, gli gettarono dei pugni di fiorini: - non ebbero finalmente più modo allorchè, scavalcati alla prima chiesa che loro si offerse davanti, gli ambasciatori molto devotamente si recarono a ringraziare Dio del trascorso pericolo, e fatto chiamare a sè il rettore, gli consegnavano certa somma di danari affinchè provvedesse di convenevole dote due delle più povere fanciulle della cura.


NOTE.

(a) Filippo il Bello, mercè l'opera e i consigli di Musciatto Francesi cavaliere fiorentino e di Sciarra Colonna barone romano, prese Bonifazio VIII papa in Alagna. Invano questo pontefice vestì gli abiti sacerdotali, si pose maestosamente a sedere sul trono; ch'ebbe a soffrire i più crudeli oltraggi. Sciarra con la mano coperta dal guanto di ferro lo percosse sul volto. - Onde l'Alighieri esponendo quel caso scriveva:


Perchè men paia il mal futuro e il fatto,

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,

E nel Vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso,

Veggio rinnovellar l'aceto e il fiele,

E tra vivi ladroni esser anciso.

Purg., canto XX.


Il popolo di Alagna, che prima aveva tenuto mano alla sua cattività, lo liberò il terzo giorno: nondimeno fu tanto lo sdegno concepito che fra brevi giorni morì come arrabbiato, e fu adempita la profezia di Celestino, il quale disse ch'egli entrerebbe nel pontificato come una volpe, vivrebbe come un lione e morrebbe come un cane. Villani, Stor., c. 8.

(b) Alessandro de' Medici, scrive Lorenzino dei Medici, fu figlio di Lorenzo duca d'Urbino e della moglie di un vetturale nativa di Colle Vecchio, serva nata in casa dei Medici: aggiunge che Alessandro la fece avvelenare perchè i fuorusciti disegnavano torla da casa, dove lavorava la terra, per menarla a Napoli e mostrarla all'imperatore, onde vedesse da chi fosse nato colui il quale ei comportava che comandasse Fiorenza (vedi Apologia di Lorenzino de' Medici). Scipione Ammirato, Stor., lib, X, dice di avere ricavato da Cosimo I che Alessandro era figlio di Clemente VII e di una schiava africana. - Il suo colore oscuro, aggiunge il Boscone nella Vita di Lorenzo il Magnifico, tomo IV, i capelli ricciuti, le labbra tumide accrescono probabilità al racconto per parte della madre; e per quella del padre la predilezione che questi (cioè papa Clemente) gli ebbe sopra il cardinale Ippolito.


CAPITOLO QUARTO

LA INCORONAZIONE

Giunta l'aquila al nido ond'ella uscio,

Possiate dir, vinta la terra e l'onde:

Signor, quant'il Sol vede è vostro e mio.

Annibal Caro, Sonetto a Carlo V.

Voi lo vedete! I potenti della terra si cingono una corona di punte per avvertire i popoli ch'eglino intendono lacerare e ferire. Alcuni di loro, non so bene se io mi dica meno perfidi o più cauti, cuoprirono ipocritamente queste punte: chi con perle, come i conti; chi con gigli, come i re; chi con fronde di alloro, come gl'imperatori; ed altri con altro. Però badate, per andare coperte, le punte non cambiano natura; la tigre ha facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la mano della vergine. Ma se un giorno le punte, volgendosi nella testa di quale cinge corona, restituissero a costoro il male che fecero altrui, se condizione di chi anela portarla fosse averne le punte confitte nel cranio; credete voi che si troverebbe per uno il quale volesse sostenere la corona appartenergli per diritto divino? E non pertanto, se a siffatti martirii non fossero serbati dalla eterna giustizia i tormentatori dei popoli, gli uomini lancerebbero contro il firmamento tale un grido che farebbe impallidire le stelle, tremare gli angioli nei loro sogli dorati, sospendere la ineffabile armonia delle sfere... gli uomini urlerebbero: - Il Creatore è tiranno!

Io per me penso esistere nel mondo enti di così strana natura i quali invidiano il trono a Lucifero, quantunque di fuoco, i quali con animo lieto stringerebbero a scettro anche uno stinco della propria madre; e perchè no? Fu ambito il regno dove i principi si cingevano le tempie con la corona di spine, e i discendenti di Goffredo Buglione non abbandonarono Gerusalemme se prima non vennero cacciati dalla lancia ottomana.

Corona di ferro! poichè, a guisa di Olla ed Oliba, le infami meretrici vedute dal profeta Ezechiello, ti lasciasti stuprare da contatto straniero, possi un giorno, priva di gemme sozza di fango, essere adattata per collare al collo di uno schiavo! - Tu sei stata infedele ai capi italiani, tu hai volato di capo in capo, come femmina rotta alla libidine insanisce negli abbracciamenti vituperosi; tu ti sei data a chi ti ha voluto prendere... Però, quando i popoli italiani risorgeranno alla vita di gloria, nessuno vorrà del tuo ferro per fabbricarsene un pugnale, tutti rifiuteranno il tuo oro per comporsene l'elsa della spada.

Ah sacerdoti! - E voi che la prometteste allo straniero, e voi che faceste innanzi all'occhio di lui coruscare il lume delle sue gemme come un sorriso di donna lusinghiera, e voi che gliela poneste sul capo nel modo che altri spingerebbe la femmina comprata nel talamo lascivo... come vi chiamerete voi? La mia favella ha un nome per voi, ma le labbra non osano profferire l'oltraggio che avete le mille volte meritato.

Da Desiderio perduta, voi la donaste a Carlomagno francese, poi agli Ottoni alemanni, poi a Bavari, poi a casa Lucemburgo, poi a casa Hohenstauffen; quindi la profferiste agl'Inglesi, di nuovo a Francesi, poi a casa di Habsburg; poco prima se la contesero Francesco di Francia e Carlo di Spagna: - Federico di Sassonia la ricusò, e tu adesso aneli, o Carlo di Gand, un diadema che altri raccolse un momento e subito dopo gittò via come cosa indegna di occupare il suo pensiero. Egli ebbe dai posteri il nome di sapiente, - per te quello di stolto è troppo poco.

E la stella della tua casa ricambiò con le gemme di cotesta corona un saluto di luce per un tempo assai lungo; poi la fortuna stese la mano e disse: Basta.

Comparve nel cielo un'altra stella che vinse la tua; venne sulla terra un Fatale destinato a far l'ultima prova se la tirannide potesse durare tra gli uomini splendida di gloria e di potenza, con l'ale del genio incerate alle spalle; - la tirannide di Napoleone: - i popoli hanno diruta la terra dagli artigli della sua aquila vittoriosa; quale altra tirannide può adesso aver vita nel mondo? Se il leone non ha potuto regnare, domineranno i lupi? Egli cacciò le mani nelle chiome agli antichi tiranni e tolse a un punto il sonno dagli occhi e la corona dalle teste di loro. - Oh! com'è miserabile cosa un re senza corona! lo sarebbe meno senza senno: - in questo modo moverebbe la nostra compassione, - in quell'altro eccita il nostro riso: egli tolse loro le corone e le gettò dai balconi della sua reggia ai parenti, ai compagni della sua fortuna, in quella guisa che un cavaliere novello sparge pugni di monete alla plebe in segno di larghezza.

Te poi, o corona di ferro, non volle donare il Fatale, e chiamò il sacerdote a imporgliela sul capo. Il sacerdote si mosse a dargliela, imperciocchè egli potesse prendersela: ma quando si accostò all'altare, e il sacerdote incominciò le sue preghiere, egli impaziente vi stese le mani poderose e da sè stesso se ne cinse le tempie; allora il sacerdozio ebbe uno sfregio nella faccia il quale ormai non varranno a coprire nè benda di tiara, nè lembo di manto pontificio, sfregio che sembra una sentenza di morte incisa con ferro rovente sopra la carne: e tu saresti già morto, o sacerdozio, se alzando un grido di terrore altri non veniva a soccorrerti. Qual soccorso però! Per impedire la tua caduta, essi ti hanno posto ai fianchi due lancie per puntelli. - Ora che cosa hai tu fatto? Ti sei procurato una lunga e dolorosa agonia; tu hai voluto funestare le genti con lo spettacolo schifoso della tua decrepitezza.

Ma se il sacerdote, quando il Guerriero fatale oltraggiò l'altare, avesse avuto il convincimento del sublime suo ufficio; dove bene avesse sentito sè essere vicario di Dio in questa terra, gli avrebbe rivolta la corona rapita e, la rompendo sopra i gradini dell'altare, avrebbe detto: - ecco io la spezzo, perchè tu la cingi alla tirannide dei popoli; - umiliati, pugno di polvere, davanti al Dio che cancella le intere generazioni col cenno del sopracciglio che solleva alitando un turbine di mondi; - e dov'egli ti avesse resistito, tu avresti levata al cielo la destra, e Dio l'avrebbe armata de' suoi fulmini.

Adesso il cielo la ridonò alla tua casa, Carlo di Gand, - ma per quanto? - Poichè nel libro del destino non è concesso penetrare come nel libro della speranza, io abbandono il presente e il futuro, e ritorno nel tempo passato.

Già ve l'ho detto: un giorno si apparecchia negli anni che Carlo vorrà liberarsi il capo da cotesto dolore di corona; - ora l'anelito dell'amante che per la prima volta aspetta la faccia desiata della sua donna è troppo poca passione per paragonarla a quella che agita Carlo.

Contemplatelo nella sala del suo palazzo: corre più che non cammina da un lato all'altro, facendo sibilare per l'aria violentemente commossa la veste grave di oro tessuto e di gemme; talvolta si ferma davanti uno specchio di argento, e la mano ponendo sopra le chiome sospira: «Oh! quanto mi tarda averle coronate... Ferdinando mi aspetta; Lutero e Maometto minacciano la mia stella...» E all'improvviso volgendosi verso un cavaliere il quale presso al balcone con un telescopio alla mano pareva speculasse il firmamento, gridava: «Or dunque, Cornelio, il tempo buono viene o non viene?»

«Divo Cesare, non è venuto.»

E Carlo riprendeva a passeggiare agitato e mormorava: «Che questo sia il giorno più fausto della mia vita non può revocarsi in dubbio: in questo nacqui... in questo vinsi a Pavia... in questo prenderò la corona reale e imperiale. Apostolo san Matteo, tra tutti i santi del paradiso un buon consiglio concepisti davvero quando prendesti a proteggere l'augusta mia vita... Tosto ch'io abbia danari, ti farò cesellare un altare e sei candelabri d'oro...» E così continuava.

Cornelio Enrico Agrippa esercitava presso di Carlo l'ufficio di astrologo ed era anco medico e giureconsulto in utroque iure, facoltà le quali possono, anzi dovrebbero, andare unite insieme; ed egli ora lo aveva caro, ora lo rampognava e scherniva: ma l'astrologo, il quale troppo bene sapeva prendere il destro, nei giorni di favore gli estorceva in sì gran copia dignità e danari da consolarsi negli altri dell'oblio; e i modi di lui verso il suo reale padrone sentivano a un punto dello schiavo e del tiranno: se ruggiva il leone, ed egli blando, di parole carezzevoli, curvo col dorso; se invece esitava, ed egli superbo, rigido di persona, con la voce tonante. Non vestiva già zimarra bruna, nè intorno ai fianchi stringeva una cintura rabescata con i segni dello zodiaco, squallida la barba, in capelli scomposti, come gli altri suoi fratelli: al contrario, abbigliate le membra di bei drappi di seta alla foggia di Spagna, col collarino bianchissimo, arme e croce da cavaliere; a vedersi leggiadro. L'età sua o giungeva appena ai quarant'anni, o di poco li passava; di sembianze argute, di colore ulivigno, i capelli lucidi e neri, gli occhi più neri e del continuo agitati, le labbra tumide e accese, tremanti in perpetuo sorriso, il quale di leggieri si convertiva in sghignazzio, ed allora gli si scoprivano i denti e gran parte delle gengive, - siccome avviene a tutti gli animali che appartengono alla specie delle scimmie, quando loro accada di schiudere la bocca.

Tale fu Cornelio Agrippa; e, di natura maligno, si compiaceva adesso di fare scontare a Carlo con le torture dell'ambizione il disprezzo di cui lo avviliva sovente. Appena nell'inquieto suo moto l'imperatore gli volta le spalle, egli staccando l'occhio dal telescopio guarda dietro il divo Cesare e crollando il capo dice:

«Povera creta!»

«Cornelio, fa che si operi presto la congiunzione dei pianeti», proruppe Carlo percotendo dei piedi il pavimento.

«Sacra Maestà, io contemplo, non muovo le sfere. Però l'ora si avvicina: i miei occhi sono abbagliati dall'osservare lo splendore della vostra stella; io non ne posso più sull'anima del mio cane figliuolo.»

«Non bestemmiare, marrano, o io ti consegno mani e piedi legati al papa nostro signore.... Perchè deponi il telescopio? Vien' qua, non temere, mio buon Cornelio; torna a guardare.... esamina bene... nota la congiunzione, la casa e il sembiante dei pianeti...»

«O Zoroastro glorioso!» rispose l'Agrippa lasciandosi andare sopra una sedia a braccia aperte, «oh come ho io a fare? Voi mi volete cieco ad ogni modo.»

«Cavaliere Agrippa, accettate di presente questi cento ducati per comperarvi del taffetà verde da asciugarvi gli occhi, - fin qui noi siamo imperatore eletto soltanto; domani, diventati imperatore consacrato, avrete dono imperiale.»

«Meglio è perdere la luce nel contemplare la vostra stella che acquistarla nel guardarne alcun'altra... Io mi ripongo all'opera.»

«Cornelio, dimmi, ma dov'è questa stella che tu affermi mia? Io ci credo senza averla mai veduta...»

«E che importa vedere per aver fede? Dio vedeste voi mai?»

«Non lo vidi, sibbene lo sento.»

«E gl'influssi della stella non sentite voi? Chi vi fece eleggere imperatore dei Romani a preferenza del Cristianissimo? Chi rese le armi vostre fortunate? Chi vi mena davanti a un pontefice umiliato?»

«Ma mostrami la stella: io voglio vederla...»

«Accostatevi, Maestà, guardate dietro la direzione del mio indice, sopra la croce del campanile di San Francesco; alzate gli occhi, piegateli a destra in quella plaga del cielo...»

«Non vedo... non vedo nulla.»

«Aguzzate lo sguardo.... tendete, stringete forte le ciglia.... colà.... la vedete voi?»

«Ahimè!» esclamò Carlo con ambo le mani cuoprendosi gli occhi, «io vedo... ho sentito il dolore di mille spade che mi pungessero le pupille, - un milione di atomi luminosi, una vertigine di fuoco....»

«Or dunque pensate, se io possa o no sostenere il lume della vostra stella....»

«Non importa... guarda... non istancarti di contemplare; io ti darò una duchea... un principato... ma guarda.» E tuttavia le mani soprapponendo agli occhi tornò a camminare di su e di giù per l'aula reale.

«Cornelio Agrippa, fissandolo dietro e con quelle sue labbra aperte malignamente sorridendo, mormorò: «Vedi, ve' che teste da portar corona! Un'accensione di sangue cagionata dallo sforzo degli organi visivi egli scambiava in splendore di stelle.... ah!»

«Agrippa!» esclama Carlo, calmata che fu la doglia delle sue pupille, «io voglio anche una volta veder la mia stella. - Additamela; io voglio...»

«Silenzio! Ecco, la mirifica congiunzione succede; - adesso si opera il portento dei cieli; il cielo della stella austriaca è compito: dapprima lambiva rasentando Saturno... apportatore, per essere frigido e uliginoso, d'infermità corporee, come chiragra, podagra ed idropisia...»

Qui Carlo trasse un gemito, perocchè una crudele podagra spesso lo tormentasse e gli facesse risovvenire che apparteneva anch'egli alla terra.

«Possano i re non avere mai col mondo vincolo meno doloroso di questo», diceva in cuor suo l'astrologo maligno; quindi a voce alta continuava: «e poco dopo si spiccò dal pianeta di Saturno, e a modo di ninfa che corre co' capelli sparsi lungo la riviera, trapassò gran parte di cielo spandendo lontano il fulgore de' suoi raggi; si fermò alquanto nella casa di Marte, il quale l'accolse nella guisa che si ricevono gli ospiti augusti; quinci si rimosse tendendo alla stella di Giove, l'aggiunse, si ricambiarono un bacio di luce; ed ecco quella parte del firmamento ormai apparirà più chiara agli occhi mortali pei due astri fratelli. - O Cesare augusto, divo, fortunatissimo, concedi ch'io primo mi prostri ai tuoi piedi. Dopo Dio chi più potente di te? Il mio cuore, come tazza di soverchio piena, non può contenere la sua gioia; i miei occhi sono costretti a piangere lagrime dolcissime di tenerezza...» E prostrato abbracciava le ginocchia di Carlo.

Stava per profferire più parole assai, quando Carlo, vinto dalla fumosità libera, prese ad esclamare:

«Sento l'influsso della mia stella. - Che in paradiso un apostolo avesse cura speciale della nostra sacra persona, cel sapevamo; - che nel cielo girassero pianeti a noi propizii, non ignoravamo; grandi cose abbiamo fatto, più grandi ne faremo in seguito. Conquistato che avremo il mondo, chi ci insegnerà la via di arrivare agli astri del firmamento?»

Cornelio Agrippa steso ai piedi di lui pensava: - Sta lieto, Carlo, con due dita di lama di Cordova tu potrai fare un assai lungo viaggio. -

«Quale indugio è mai questo? I miei momenti sono secoli per gli altri: ogni istante della imperiale nostra vita contiene il destino di cento generazioni. Che fa egli questo neghittoso di papa? s'egli non istà pronto ai nostri cenni, noi lo rimanderemo come un veterano invalido...» - E così favellando alzò i piedi per balzare, sicchè forte percosse con uno nella bocca all'Agrippa, e poi correndo ad afferrare un campanello lo agitò violentemente a più riprese.

Cornelio, sorgendo e con la mano tentandosi le labbra per vedere se lo avesse ferito, mormorava rabbioso: «Cane di Fiamingo, tu paghi le verità da re, - impiccando chi te le dice, - e le menzogne da sacerdote, con le promesse! Un giorno o l'altro, io faccio conto che tu abbia a inventare le indulgenze imperiali. Superbo e misero, io ti avrei lasciato e ti lascerò forse tra poco pel tuo emulo Francesco di Francia; un imbecille coronato al par di te, ma più prodigo di quello che rapisce ai suoi popoli: - trattanto io mi compiaccio di tormentarti... ho qui in tasca sei congiunzioni di stelle tutte funeste per te... per ora va' lieto a prendere la corona; per oggi il tuo demonio ti scioglie la catena: - ungiti del crisma; poi, unto o no, con la corona o senza, tu non sarai meno il trastullo dei miei ozii fantastici.»

Comparve alla subita chiamata il signore di Rodi, maggiordomo maggiore; il quale, semiaperta la porta, sporgeva il capo e parte del petto, non osando penetrare più oltre. Tosto che Carlo lo vide, lo interrogò dicendo:

«Sire di Croy, qual'ora è ella?»

«L'ora che piace a Vostra Maestà.»

«No, Adriano», rispose blando Carlo, lusingato da cotesta sconcia piaggeria; «il sole non tramonta mai nei nostri regni, ma egli si mantiene pur sempre il re delle ore: se gli illustrissimi cardinali vennero, come spero, a incontrarci, dite loro che noi gli aspettiamo...»

I cardinali Ridolfi o Salviati non istettero molto a presentarsi splendidi di cappe vermiglie; e tolto ambedue Carlo sotto le braccia, con molta solennità lo condussero all'aula reale del primo piano del palazzo.

Quivi, parte delle pareti atterrando, avevano praticato certa capace apertura dove metteva capo un ponte magnifico, ornato di alloro, di mirto e con fronde verdissime di ogni ragione, decoroso per fasciature d'oro e per le armi alternate dell'imperatore e del pontefice, il quale percorrendo meglio che duecento braccia di cammino conduceva al tempio di San Petronio insensibilmente digradando; a mezzo il ponte, parata di splendidi arazzi, illuminata da mille torchi, sorgeva una cappella dedicata alla Beata Vergine fra le Torri.

Uscendo dalla reggia per la indicata apertura, primo a toccare il ponte fu un drappello numerosissimo di giovanetti nobili, i quali e per la dovizia delle vesti e per la bellezza dei volti mettevano in tutti maraviglia e contento.

Succedevano ai giovanetti, gentiluomini e cavalieri di varii ordini equestri, ognuno vestito alla sua foggia e decorato delle varie insegne dell'ordine a cui apparteneva; poi venivano baroni, conti, marchesi, duchi, principi del sacro romano impero e i primari ufficiali della corte di Carlo. Poco dopo, singolare a vedersi, compariva una immensa caterva di araldi abbigliati con svariatissime assise, spediti per assistere alla solennità della incoronazione non pure dai regni di Aragona, Navarra, Napoli, Sicilia, Granata, dalla Borgogna, dalla Germania e da molte principali provincie e castelli appartenenti a Carlo, ma ed anche da re e principi stranieri, come di Francia, Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Polonia, Boemia, Austria, Savoia e altri infiniti. Passati questi, sopravvennero i maggiordomi della corte di Carlo portanti mazza di argento in segno della propria dignità; ai quali teneva dietro Adriano sire di Croy, signore di Rodi, maggiordomo maggiore, tenendo alzata la sua mazza di mole assai più grande delle altre. Immediatamente subentrano, coll'ordine che sarà per noi riferito, i principi cui incombeva l'ufficio di recare gli arnesi all'incoronamento necessarii. Primo di tutti l'illustrissimo principe Bonifacio Paleologo, marchese di Monferrato; egli veste una cappa di seta di color vermiglio, sovr'essa un manto di porpora; gran parte delle spalla e del petto gli cuopre una pelliccia di candidissimi armellini. Lasciamo senza descriverli i molti ornamenti d'oro e di gemme, che davano bagliore in chiunque li contemplava; ma non possiamo trattenerci dal rammemorare la corona marchesale, con ingegno meraviglioso lavorata, insigne per gemme d'inestimabile valore. Nella mano destra egli porta lo scettro d'oro. Viene secondo lo strenuissimo e magnificentissimo Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, non meno di gemme splendido e d'oro del Paleologo, che porta levato lo stocco imperiale d'infinita ricchezza; seguita terzo il valoroso principe Filippo dei duchi palatini del Reno e di Baviera, doviziosamente ornato della corona e della porpora ducali, il quale sostiene il mondo dorato. Finalmente succede il potentissimo Carlo, duca di Savoia, anch'egli vestito della porpora ducale e incoronato di una corona che fu pregiata meglio di cento mila ducati; a lui spettava portare con ambe le mani le due corone reale e imperiale. - Ecco Carlo: - la gioia soverchia lo tinge co' colori medesimi della paura; ha il volto pallido, le labbra pavonazze, gli occhi spenti: e' sembrava un condannato tratto a guastarsi. I cardinali diaconi, avvolti di ampio piviale, col capo coperto di mitria, gli stanno a' fianchi; il conte Enrico di Nassau gli sorregge dietro la coda del reale paludamento. Secondo l'ordine e prerogative loro seguono gli oratori di Francia, Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Boemia, Polonia, del duca di Ferrara, Veneziani, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Fiorentini, e di altri non pochi. In ultimo luogo i consiglieri e i secretarii del consiglio di Cesare, separati dalle altre turbe sorvegnenti da una mano di cavalieri armati di corazze d'oro, e di mazze d'arme dal manico d'argento.

Giunto Carlo nella sacra cappella, il cardinale di Tortosa, commesso a tale ufficio mediante un breve del sommo pontefice, il quale fu letto dal vescovo di Malta, cominciò a salmeggiare le preci opportune alla solennità: concluse le orazioni, gl'illustri conti di Nassau e di Lanoia, custodi del corpo di Cesare, presero a spogliarlo nel petto e per le spalle di ogni sua veste, sicchè gli nudarono tutto il braccio destro e gran parte del seno. Allora il cardinale di Tortosa, non senza aggiugnere altre efficacissime preghiere, gli unse le coste e tutto il braccio coll'olio sacrosanto dei catecumeni. Il reverendo padre Guglielmo Vandanesse, vescovo di Leon, le parti unte con candido bisso gli asciuga. Ciò fatto, tornano a vestirlo con la cappa reale di teletta d'argento, con un manto velloso di porpora svariata di oro e finalmente con una stola lunghissima, o vogliamo dire sarrocchino di bianchi armellini. Condotto a piè dell'altare dai cardinali Salviati e Ridolfi, il cardinale di Tortosa prima gli cinse la spada, la quale avendo Cesare tratta, tre volte vibrò nell'aria e tre declinò a terra, poi riposatala alquanto sul braccio sinistro tornò ad acconciarla nel fodero. Siffatta cerimonia mandata a fine, Carlo si prostra davanti l'altare, e il cardinale di Tortosa, sempre recitando orazioni adattate all'uopo, ora gli consegna lo scettro, ora il globo, ora finalmente gl'impone sul capo la corona di ferro, ad alta voce proclamandolo re di Lombardia.

«Re di Lombardia!» gridarono i vicini; - «re di Lombardia!» risposero i lontani; e tanto e siffatto urlo riempì l'aere che pareva andassero subissati il cielo e la terra. I popoli alle parole aggiunsero il batter forte dei piedi, onde si levò un denso nuvolo di polvere, e la terra prese sembianza di vulcano che fuma: dai terrazzi, dai balconi, di sopra i tetti si vedevano donne, cavalieri, popolani, gente in somma di ogni maniera, sventolare pennoncelli di colore, fazzoletti bianchi, rami d'alloro o di mirto: - lungo i muri dei palazzi, dagli architravi delle porte e finestre, intorno ai fusti, su per i capitelli delle colonne si spiccavano figure a guisa di cariatidi viventi, le quali agitavano le braccia in segno di allegrezza.

Uno spirito gentile, tra tanta congerie di uomini, i desiderii, la speranza e l'alito della vita aveva posto nell'immaginare la tribolata sua patria potente e felice; contemplando adesso tanto consenso di universale esultanza, dubitò di sè; per un momento i suoi terrori ebbe vani; onde di nuovo sollevò lo sguardo per ben conoscere se straniero veramente o Italiano fosse l'avventuroso coronato a re di Lombardia; e lo considerando pur troppo straniero, pensò tra sè: - Ecco, come gli Abderitani, oggi un popolo intero è diventato pazzo furioso; quando egli avrà ricuperato il bene dell'intelletto, si troverà schiavo. La mano che un'ora prima applaudiva al signore straniero, un'ora dopo sarà grave di catene: quando le vorrà rompere sarà chiamato ribelle: l'amore della libertà gli appresterà il patibolo in questo mondo e la dannazione nell'altro, così ordinando principi e preti seduti alla mensa dove si cibano i popoli; la lima che rode le catene delle nazioni volontariamente serve è fatta di sangue e di lacrime... Ahimè! quanta copia di pianto e di sangue per consumare cotesti ferri che esultando adesso cotesti sciagurati si adattano al collo! -

E gemendo si coperse il volto per piangere lacrime solitarie sopra i destini della sua patria. O Luigi Alamanni, se tu ai tempi nostri avessi vissuto, sapresti come egualmente i popoli applaudano alla morte dei re! La fiera del popolo arrangola, sia che menino in alto Carlo Magno a coronargli la testa, sia che vi traggano Luigi Capeto per mozzargliela dal busto!

Gli archibusieri alemanni e spagnuoli in numero di ottomila spararono gli archibusi; i bombardieri, quanti poterono rinvenire a Bologna e trasportare di fuori sagri, falconetti, colubrine, smerigli, serpentini, basilischi, girifalchi e simili altre artiglierie costumate a quei tempi, così e con altri più terribili nomi appellate dagli uomini tuttavia sbigottiti dai micidiali effetti di quelle: onde, secondo che narra Cornelio Agrippa in quel suo stile ridondante di ampolle, parve che «Giove avesse dato la via a ciò che di più fragoroso custodiva ne' suoi tesori di fulmini e di tuoni.» Le campane frementi si lanciavano per l'aria, come cavalli inferociti; da un punto all'altro temevano di vedere scaturire la fiamma dai legni e dal ferro confricati in cotesto portentoso dondolio: - ahi! bronzi un tempo chiamati sacri, dacchè il vostro ufficio dimenticaste di laudare Dio, convocare il popolo al tempio, raccogliere il clero, piangere i morti, cacciare la pestilenza, onorare le feste dei Santi, dacchè, dico, il vostro ufficio dimenticaste o spregiaste, la vostra voce si spande pei piani e per le valli solitaria come la voce di san Giovanni nel deserto; chiama, ma nessuno risponde, imperciocchè la voce che ha celebrato l'esaltazione del tiranno e le sue stragi non possa glorificare il nome del Signore, il Santo dei santi; e nonpertanto anche voi potreste rigenerarvi; in questa giornata di tenebre e di servitù abbiamo tutti peccato, - uomini e cose; - compiangiamoci dunque e pentiamoci tutti: scendete dalle vostre torri, fondetevi in cannoni, portate nel vostro seno la morte allo straniero; - allora, purificate da questo battesimo di fuoco, quando tornerete a squillare, i popoli accorreranno, siccome consapevoli che voi li chiamate per esaltare la gloria di un Dio che protegge i liberatori della patria.

Intanto per altra parte il pontefice s'indirizzava con la sua compagnia al tempio di San Petronio. Precedevano a due a due i camerarii, gli ostiarii, i segretarii apostolici; seguivano dodici dottori dell'antica università di Bologna, ora dianzi da Cesare insigniti con ordine cavalleresco e con la dignità di conti palatini. Quindi otto patrizi della città in abito senatorio, e poco appresso il rettore della università decoroso per vesti purpuree. E gli uni dopo gli altri seguitavano il potestà avviluppato in un lucco di teletta di oro, i giudici di Rota, e cinquantatrè tra vescovi e arcivescovi venerabili pei loro manti pontificali. Secondo l'ordine delle speciali prerogative, venivano i cardinali Medici, Grimaldi, Caddi, di Mantova, Pisani, Santa Croce, Cornaro, Grimani, di Perugia, di Ravenna, Campeggio, Anconitano, di Santiquattro, di Siena e Farnese, ognuno dei quali portava la mitra e procedeva ornato di piviali doviziosissimi. Subentravano i magnifici conti Ludovico Rangone e il signor Lorenzo Cibo, entrambi gonfalonieri di Santa Chiesa, armati di tutte armi. Finalmente, assistito dagli elementissimi cardinali Cesarini, Cesi e Cibo, compariva Clemente VII nello splendore della sua pompa pontificia, avvolte le membra nel famoso piviale, di cui i lembi si congiungono sul petto mediante il bottone non so se io mi dica più celebre a cagione del lavoro di Benvenuto Cellini, o del diamante una volta appartenuto a Carlo il Temerario duca di Borgogna. - Guardate il vicario di Cristo! Il successore di Colui che andava a piedi e le più volte scalzo, ora, reputando poca magnificenza cavalcare mula o palafreno, si fa trasportare sopra un pulpito sulle spalle di otto servitori a guisa di somieri e dimostra come da gran tempo il padre dei fedeli tenga gli uomini in concetto di bestie. - Egli non può sopportare il pallido raggio del sole di febbraio, e con ampio baldacchino di seta il capo difende e la persona. - I santi, dei quali egli si dice ministro, non temerono riarsa dal sole di Siria la fronte per predicare alle turbe ed annunziare vicino il regno dei cieli. - Dietro alla cattedra pontificia si affolla la torma degli abbati, protonotari, prelati, gentiluomini, i quali il più delle volte non sono uomini gentili, e gente altra infinita di siffatta risma. Penetrati nel tempio, ognuno si dispose, conservando il grado che gli spettava, nel coro o davanti l'altar maggiore, e diedero salmeggiando immediatamente principio all'ufficio chiamato Terza; conchiuso il quale, i cardinali, cominciando dal decano Alessandro Farnese, che poi fu papa col nome di Paolo III, padre di Pierluigi l'infame stupratore di Cosimo Cheri vescovo di Fano, ossequiarono a Clemente la consueta obbedienza baciandogli le mani - gli arcivescovi e i vescovi fecero lo stesso; se non che il papa, invece di porgere al bacio loro la destra, presentava i piedi. Orgogliosa impudenza da un lato di cui non abbiamo esempio, tranne nelle oscene cerimonie del sabato, dove la favola narra convenire le streghe a fare omaggio al demonio in forma di becco; umiliazione dall'altro della quale pur troppo occorrono ricordanze nelle storie degli uomini.

Ma torniamo all'altro, dico a Carlo di Gand. - Per tutti i santi del paradiso, ch'è questo mai? Quale strana fantasia lo ha preso? Ella è cosa da concitare a riso, non che altri, san Bartolomeo quando lo scorticavano vivo. Carlo il re della Spagna, delle Indie, di Germania, d'Italia, Carlo, adesso comparisce vestito da canonico; così è: gli significarono non potere essere consacrato imperatore dei Romani dove prima non avesse consentito ad ascriversi tra i canonici di san Pietro! Egli dubitò un momento non lo togliessero a scherno e fu per dire a monsignore Ariosto vescovo di Berutti che gliene esponeva la necessità: - Va' via marrano, o ti faccio precipitare dal ponte! - Ma poichè il vescovo sosteneva senza mutare sembiante quella sua bieca guardatura, povero di consiglio, stretto dal tempo, si lasciò vincere, sicchè in un punto, spogliato dei regali abbigliamenti, da una mano passando nell'altra, fu rivestito della toga, del rocetto e della mozzetta secondo il costume dei canonici. - Roma, le tue percosse, sia che il mondo offendessero o il pensiero, erano pur gravi una volta! In questo stato, non so se io mi dica più compassionevole o ridicolo, lo condussero nel tempio di San Petronio i due mentovati cardinali, ai quali se ne aggiunsero altri due, i seniori fra l'ordine dei vescovi, cioè di Santiquattro, Lorenzo dei Pucci (il quale sosteneva tutte le cose, comunque iniquissime, non disdire al pontefice), e l'Anconitano. Appena ebbe posto piede nel tempio, con terribile fragore precipitò il ponte per la lunghezza di forse venti passi: la gente ammucchiata forte percosse sul terreno; alcuni ne riportarono sconce ferite, altri col sangue vi persero la vita.

Spesso mi avvenne considerare come in siffatte solennità che i principi danno ai popoli vi si mescoli dentro un mal genio e la faccia pagare a questi ultimi a prezzo di sangue, sia per ammonirli che non dovevano ridere, sia piuttosto, come credo, che la gioia la quale muove dai re non possa comparire vermiglia, se non si tinga col rosso del sangue.

I cardinali tenendo in mezzo Carlo, come fiera in guinzaglio, lo menarono a piè dei gradini della cattedra del pontefice e quivi stettero. Clemente gli abbassò uno sguardo dall'alto, e non potè reprimere un moto dei labbri in contemplando l'augusto Cesare in veste da canonico; il quale sguardo e il quale moto di labbri avendo troppo bene compreso Carlo V, sentì ribollirsi dentro l'orgoglio del sangue spagnuolo, gli occhi mandarono faville, e una idea gli traversò trucissima l'intelletto, di afferrare cioè per le gambe il pontefice, rovesciarlo dal trono, dalle chiome strappargli il triregno, ed imponendolo sopra il suo capo gridare: - Io sono il re dei re!

Ma sollevando di nuovo la faccia vide, o gli parve vedere, il sembiante del papa pieno così della divinità da lui rappresentata che sentiva sconfortarsi dentro dal rimorso quasi avesse meditato il parricidio.

Di subito lo trassero nella cappella dedicata a San Gregorio, dove lo avvolsero nell'amitto, nel camice e nella dalmatica, e sopra gli posero il manto imperiale di ricami e di gemme gravissimo; sicchè non avrebbe potuto di leggeri sostenerlo, se il conte di Nassau da tergo, i vescovi di Bari, del Palatinato, di Brescia e di Caria nel regno di Leone dai lati, non ne avessero sorretto i lembi: in questo modo abbigliato, lo fecero andare fino a mezzo del tempio, dov'è la ruota di porfido; quivi tre volte benedetto si accostò all'altare maggiore, costrutto ad immagine dell'altare di San Pietro in Roma. Genuflesso sopra aureo pulvinare, colà rimase finchè non ebbero cantate le litanie dei Santi; allora due nuovi cardinali, cioè Campeggio, primo dei preti, e Cibo, primo dei diaconi, lo condussero in un'altra cappella consacrata a San Maurizio.

Qui dal cardinale Alessandro Farnese, primo dei cardinali vescovi e decano del sacro collegio, furono rinnovate le unzioni per le coste, per le spalle e pel braccio destro coll'olio del crisma, e il vescovo di Caria lo asciugò. La quale cerimonia essendo condotta a fine, i cardinali Salviati e Ridolfi lo tolsero di nuovo e lo menarono a fare riverenza al pontefice. Questi allora scendendo dalla cattedra sublime, si accostò agli altari e diede cominciamento alla messa solenne: poichè egli ebbe ad alta voce intuonato per Cesare l'introito, Carlo si fece presso agli altari, dove abbracciò e baciò Clemente su la guancia e sul petto. Gli tennero dietro i principi commessi all'ufficio di portare le insegne dell'impero, e con varie cerimonie le depositarono sopra la santa mensa. Ciò eseguito, Cesare e i principi tornano ai seggi loro apparecchiati nel coro; imperciocchè il trono imperiale, in cui doveva egli sedersi dopo la incoronazione, sorgeva a destra della cattedra pontificia in cornu epistolæ dell'altare maggiore. Avanzata che fu la messa fino alla lettura della epistola canonica, la quale Giovanni Alberini suddiacono apostolico cantò in latino, e Braccio Martelli camerario di Sua Santità in greco, i cardinali Ridolfi e Salviati addussero per la terza volta Carlo al cospetto del papa. Qui si rinnovarono, presso a poco le medesime solennità di sopra descritte. Il vescovo di Pistoia prese dall'altare la spada e la porse al cardinale diacono; questi al pontefice: il quale, trattala fuori del fodero, la benedisse prima e poi la depose nelle mani di Cesare, trasferendogli i diritti della guerra con queste parole da lui latinamente proferite: «Prendi la spada santa, dono di Dio, adoprala a disperdere i nemici del popolo del Dio d'Israele!»

Se un membro del popolo miserabile d'Israele, - un Ebreo - si fosse adesso presentato all'imperatore e gli avesse detto: - Difendimi, perchè questo pontefice mi ha ridotto in condizione peggiore dei cani, e tra me e lui non corre altro vincolo tranne quello del porre ch'ei fa una volta l'anno il piede sul collo ai miei rabbini, certo il figlio del Dio d'Israele sarebbe stato strizzato così che nissuno poi avrebbe potuto rinvenirne i frammenti. Il Dio d'Israele non è più Dio di Palestina, - neppure il Dio degli apostoli; il Dio d'Israele ha ripiegato le tende dalle antiche dimore e le piantò in Roma presso il palazzo del Vaticano; egli è il Dio dei preti. - I Fiorentini, da cui nacque Michelangiolo, che dopo tanto spazio di tempo sentì ed effigiò quel terribile legislatore degli Ebrei - Moisè, - i Fiorentini, che per pubblico partito si elessero Cristo principe della Repubblica, erano i nemici del popolo d'Israele, gli avversarii, i ribelli a Dio, i maledetti da lui, per l'esterminio dei quali il padre dei fedeli dava la spada santa all'imperatore. O sacerdoti, quanto fareste ridere, se non aveste fatto piangere cotanto!

E Cesare nudò il ferro e tre volte ne percosse l'aria ed altrettante ne declinò la punta verso il suolo, - forse per dimostrare ch'egli intendeva sulla terra dominare, e nel cielo. Strinse lo scettro, pegno di fede e di virtù che non aveva, colla mano destra; nella manca il papa gli pose il mondo in simbolo della facoltà ch'e' gli dava per governarlo.

Queste consegne di tutto o parte del mondo operate dai sommi pontefici, siccome efficacissime nel diritto, non furono sempre, o quasi mai, praticabili in fatto. Chi può contenderne loro la facoltà? Dio esiste signore del creato, il papa vive in Roma vicario di Dio nel mondo; dunque il papa può disporre di quanto in esso si comprende. Questo sillogismo ha la sua promessa, la sua minore, la sua conseguenza; a me pare tutto e in ogni sua parte perfetto. La luna, il sole, le stelle, le comete, poichè non sono contenute in questa terra, rimangono escluse, quantunque non sia chiarito bene: le altre cose tutte senza eccezione di sorta stanno sottoposte al papa; tanto il Lappone come l'Ascolano, l'abitante del Kamciatka come quello delle paludi pontine: - ma questi non udirono mai favellare di lui, nessuno annunziava loro il regno dei cieli, non conoscono il Dio del papa di Roma. - E che importa se non lo conoscono? Peggio per loro; andranno dannati nell'inferno, ma non per questo rimarranno meno fermi i diritti della Santa Sede Romana. Se così non fosse, si chiamerebbe ella cattolica, che significa universale? Dove la cosa non istesse per l'appunto come io la diceva, avrebbe potuto Martino V concedere al re di Portogallo tutte le terre che loro riuscisse scoprire dal capo Baiador alle Indie? Ed Alessandro VI, il papa di santa memoria, avrebbe potuto con la famosa sua bolla tirare la linea da un polo all'altro e largire ogni paese scoperto dalla parte di occidente agli Spagnuoli, l'altro da oriente ai Portoghesi? Uno scrittore eretico osserva come non occorresse alla mente del santo pontefice il pensiero, che, ciascuno seguitando dal suo lato la continuazione delle scoperte, potevano un giorno ritrovarsi a contatto e rinnovare agli antipodi la questione di proprietà. L'eretico ha torto, perchè non sa essere li sommi pontefici, siccome ispirati dallo Spirito Santo, infallibili.

Finalmente il santo padre gli cinse le chiome della corona imperiale. Carlo allora, giusta le formalità, si prostrava curvandosi al bacio dei piedi santi. Era però convenuto che il papa non gli lascerebbe compire l'atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni si trovano imperatori da rinnovare cotesto ossequio; e poi, Clemente lo aveva già detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto abbassato l'impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato stette lunga pezza nell'attitudine dello schiavo: in quel punto la corona gli pesò sul capo non altrimenti che se fosse stata una montagna; allora gli parve che il mondo, poc'anzi da lui sorretto nella mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: - come il serpente della Scrittura, egli si nudrì di cenere e la sentì amara, - senza misura amara; sicchè il suo cervello, compresso dal pentimento, dalla umiliazione e dalla rabbia, stillò una goccia di sudore, la quale, come quella dell'anima dannata dello scolare apparsa al suo maestro di filosofia, secondo che racconta frate Iacopo Passavanti nello Specchio della vera penitenza, avrebbe avuto virtù di traforare da una parte all'altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se per avventura vi fosse sopra caduta.

Ciò che riferiscono intorno alla proprietà letifera dello sguardo di alcuni animali e' vuolsi tenere per favola; imperciocchè il basilisco non abbia guardato mai in maniera più truce di quello che facesse Carlo il pontefice, quando si fu rialzato; ma non gli concessero tempo di proferire parola: le reti dei successori di san Pietro avviluppano con tanto prepotente vigore, quando uomo v'incappa, che nè impeto d'ira o profondità di consiglio valgono a romperlo: - lo tolsero in mezzo, lo salutarono imperatore con tanta luce di ceri ardenti, con tanto fumo d'incenso, con tanto fragore di voci lo confusero che egli, stordito, immemore di sè, per poco stette che non cadesse svenuto sul pavimento: egli sentiva suo malgrado strascinarsi; soffriva le angosce dell'uomo vicino ad annegare, che vede approssimare la morte e non può aiutarsi.

O signore e signori qui convenuti per farmi il piacere di sentire questa storia che non oso chiamare bella, perchè spesso fa pianger me che la racconto, o ridere di un riso tristo il quale mi ha guasto il cuore e la bocca, io non so se v'abbia detto; e se nol dissi, ve lo dico adesso; la cattedra del pontefice e il trono imperiale, per velluti cremesini, per frangio d'oro, per pulvinari, per baldacchini mirabilissimi essere stati eretti alla destra dell'altare in cornu epistolæ. Ora avvenne, mentre queste cose succedevano, che un personaggio di alto affare del seguito dell'imperatore si accostasse a certa colonna sostenente l'arco della cappella. Dalla parte interna rasentavano la colonna i balaustri che racchiudevano il recinto dove si celebrava la funzione; dalla parte esterna, la colonna scendeva alquanto verso il pavimento inferiore e si posava sopra la sua base. Il personaggio, gli usi di corte non sapesse o non curasse, o qualche forte pensiero gli tenesse occupato la mente, con le braccia sotto le ascelle, una gamba sopramessa all'altra, toccava con l'omero sinistro la colonna; - erano le sue membra per robustezza singolari, - quadre le spalle, - il collo rigido e grosso, - sicchè a vederlo pareva l'Ercole Farnese appoggiato alla sua clava. Gli anni di lui giungevano forse ai sessanta; - vestiva abito positivo di velluto nero spartito a strisce di seta celeste, con manto, calze e scarpe del medesimo colore: nella sua gioventù la bellezza si era compiaciuta per certo di ornargli il sembiante; - le cure, gli anni e le fatiche adesso glielo avevano reso severo. Foltissima la capigliatura gli copriva la testa; delle tempie però era calvo, e quivi la pelle compariva più pallida per via della continua pressione dell'elmo. - I suoi capelli non rassomigliavano all'argento per la bianchezza soltanto, sibbene ancora per una certa consistenza metallica di cui sembravano dotati: e le masse della barba eziandio giù per le mascelle e pel mento gli scendevano come scolpite. I venti delle tempeste, il sole ardente e le pioggie avevano percosso quel volto; nè avendolo potuto vincere, gli erano ormai diventate amiche: teneva il labbro inferiore non poco sporgente in fuori, atto che suole imprimere l'abitudine dell'impero. - Adesso cotesto suo volto accennava il conato della spirito il quale tenta chiamare una memoria smarrita o si sforza di rompere il velo del tempo per leggere nei futuri destini. Aveva in somma l'espressione del poeta che invoca dalla sua musa un concetto che varrà poi a scuotere le anime di maraviglia o di terrore o, se vuoi meglio, l'espressione del guerriero che dall'alto della montagna dardeggia lo sguardo sulla pianura per afferrare il momento della vittoria. I suoi occhi stavano fissi nei troni imperiale e pontificio, - e il raggio sfolgorato dagli ori e dalle gemme si riverberava per modo nelle sue pupille profonde che un fuoco interno, ardente in mezzo al cervello, pareva che le accendesse.

All'improvviso una voce gli percuote le orecchie:

«Ardisci! - Muovi un passo ed occupa quei seggi vuoti.»

A lui parve il suo genio avergli bisbigliato coteste parole; - e come se fosse stato il concetto di cui andava in traccia, senza mutare attitudine, si rimase a considerare se ciò potesse riuscirli e il come e il quando. Poichè si fu trattenuto alquanto in cosiffatta disamina, la voce stessa più forte mormorò:

«Ardisci! - Occupa i seggi vuoti: - un passo e basta.»

Si scosse all'avvertimento, - si guardò attorno lento e feroce a guisa di leone, non vide nessuno; - uno sgomento ineffabile lo travagliava quando, volgendo la testa dalla parte opposta della colonna, vide di contro a sè nella medesima posa atteggiato un uomo da lui singolarmente riverito e avuto in pregio.

«Siete voi, messere Alamanni?»

«Messere Doria, son io...»

«Ditemi, Luigi, come vanno le cose della patria?»

«Il mal la preme e la spaventa il peggio...»

«Ostinati che siete! ma e perchè non accordaste con Cesare quando ve lo consigliai a Barcellona? Perchè non aderiste ai miei conforti a Genova? - Avreste allora conservata, parte della libertà, la quale adesso avrete a piangere interamente perduta...»

«Prima, perchè, se le cose vanno male, non sono mica disperate per questo; - nè abbiamo deposto tutta speranza di vincere. Un'altra volta un imperatore vide le mura di Fiorenza; le vide, ma non l'espugnò...»

«Oh! allora non adoperavano come ora le artiglierie, che a tempo fisso disfanno le più solide torri, ed ogni più arduo impedimento rendono piano agli arditi assalitori...»

«Sì; ma ora, come allora, dietro le mura diroccate stanno altri muri - più gagliardi, - i petti dei cittadini...»

«Dio vi protegga, messere Luigi; così vi conceda le sorti favorevoli com'io ve le temo contrarie.»

«Ad ogni modo, i padri hanno creduto migliore partito essere tirannide intera che non mezza servitù: imperciocchè a questa a mano a mano si adattino le anime degli uomini; ed essendo della nostra natura abituarci a tutto quanto non riesce insopportabile, la mezza libertà converte in libertà intera, la vera libertà in desiderio, poi in languida speranza, finalmente, ogni vigore spento, la patria si addormenta al suono delle catene; nella tirannide per lo contrario intera v'ha fremito implacabile, guerra a morte tra l'oppressore e l'oppresso, - tra il tiranno e lo schiavo patto unico la morte; il tradimento, virtù; studio, la strage; il popolo incatenato può con le lacrime dell'ira, con i ruggiti della rabbia consumare le catene, - comunque di ferro; - il popolo assennato non romperà i suoi ceppi mai, - comunque di seta si fossero...»

«La tirannide, Luigi, può far piangere ai popoli un tal pianto che gli anni non valgano ad asciugarlo; può di tal piaga ferirli che gli anni si consumino invano a sanarla. La tirannide semina il deserto e la morte. Sentiste voi mai muovere rumore nei campi santi?»

«Sì, io ho udito fremere l'ossa negli avelli; - e i Greci a Maratona...»

«Voi siete poeta, voi; io poi, educato nella esperienza delle armi e dei governi, conosco a prova gli stati non reggersi con siffatti entusiasmi; - alle armi conviene opporre le armi; le parole, quando inferociscono i soldati, buone; senza i soldati, siccome sempre infelici, le più volte ancora contennende. Io quando dal ponte della mia galera, il guardo teso sul mare, scorgo da lontano le vele nemiche, già non conforto i miei compagni rammentando la virtù latina, le glorie liguri: e' non m'intenderebbero; addito loro le galere e dico: - Prodi uomini, voi lo vedete, il nemico ci stringe; il vento ha in filo di rota, e a noi riesce impossibile la fuga; nè voi d'altronde avete fuggito fin qui. L'armata avversa supera di un terzo la nostra, ma la nostra è munita senza pari, governata da voi, capitanata da me Andrea Doria soprannominato Buona fortuna. Su via, apparecchiate le armi: - vincendo, nostre diventeranno le ricche spoglie, nostri i riscatti dei prigioni, la gloria nostra; perdendo, diventeremo poveri e infami per aggiunta. - Ella è più agevole cosa rizzarsi in piedi all'uomo che se ne sta a sedere che non all'altro il quale giace lungo e disteso sulla terra. Male fece la vostra città ad avventurare così grossa posta; io per me penso che ne vada della morte o della vita...»

«Ormai, messere Andrea, cosa fatta capo ha, come disse Mosca Lamberti: e voi in ogni modo potreste provvedere...»

«E come, Luigi, come?»

«Francia è vuota di sangue e di danari. L'imperatore stringono la Riforma e il Turco. Il papa si assomiglia agli antichi cadaveri conservati nei sotterranei, i quali si sciolgono in polvere tostochè gli abbia tocchi la luce. - Italia! Italia! La regina dei popoli, - la donna coronata un giorno di torri, ora di spine... deh! non vi dolga che anco una volta io dica: - Ardisci... ti stanno presso i due seggi vuoti; - un passo e basta.»

«E' pare, un passo, - ma egli è un abisso: - io ho molto bene considerata la bisogna ed ho meco stesso disaminato se le mie gambe fossero potenti a sì gran salto; non venne anche il tempo. Adesso vi perirei, e meco perirebbero le speranze. Per un passo mosso invano davanti, conviene darne cento all'indietro...»

«Se voi soccombete, nessun nome potrà pareggiarvi nella fama; se vincete, la terra non contiene creatura da paragonarsi con voi.»

«A me non garbano queste virtù di sacrifizio, nè gli anni miei mi persuadono mettermi allo sbaraglio dentro fortune dubbiose e difficili; mia divisa è il trionfo. Altri si contenti uscire dal mondo bello di fama e di sciagura; - io voglio vincere. Nè mi consolerebbe nella caduta dovessi pure, precipitando, imporre il mio nome ad un mare.»

«A voi, come ad Icaro, non giungono nuove le vie del firmamento: - i venti vi hanno trasportato mille volte il nome di Andrea Doria»

«Quindi io di tanto più temo la fortuna avversa quanto fin qui mi si mostrava favorevole. La fortuna, siccome donna, ama i giovani, dice Gianiacopo Trivulzio, e dice bene: ed io son vecchio, Luigi. La tarda età forse può disegnare gli alti concetti, ma il tempo e il vigore le mancano per condurli a fine...»

«Cominciate, Andrea; - non è poi così povera questa nostra patria di anime generose da rimanere spassionate ai nobili esempi.»

«Non oso; repugno dal mettere in avventura l'ultima spanna di terra dove la speranza può gettare la sua àncora: non mi parrà serva affatto l'Italia, finchè io lasci Genova come una porta aperta alla libertà. Finchè gli italiani uomini potranno trovare in Italia una spanna di terra dove tendere l'arco, aggiustarvi il dardo e tôrre la mira al cuore della tirannide, ogni momento della sua vita potrebbe essere l'ultimo...»

«Messere Andrea, i poeti hanno nell'anima gran parte di Dio...»

«Lo dicono.»

«Prova ne sia che io adesso leggo i pensieri più riposti del vostro cuore, nè la carne che lo fascia m'impedisce più di quello che fosse acqua limpidissima di una fonte o di un lago.»

«E che cosa vi leggete voi?»

«Vi leggo, e apertamente vo' dirlo, che a voi piace parere più ch'essere grande; che il misero pensiero di ampliare la famiglia di potestà e scemarla di fama s'insinua tra i concepimenti magnanimi di cittadino e gl'impedisce di spandersi. La patria, piuttosto che amare, non odiate; la desiderate grande, ma perchè Giannettino e gli altri vostri nepoti della sua grandezza partecipino; non ardite avventurare il bene acquistato perchè ve lo siete fatto vostro...»

«Per Dio! se non fossimo qui dinanzi gli altari...»

«Mi uccidereste, - e non per questo avreste ragione...»

«Luigi, io non voglio sdegnarmi con voi. - Le vostre parole non mi recano oltraggio; - al vostro cervello perdona il vostro cuore; - mi conoscerete quando il tempo avrà umiliata o spenta la fronte che adesso si corona.»

«Pessimo è, a parere mio, quel consiglio che conta con la morte altrui, non con la vita propria. Questo desiderio di morte è come palla che gli uomini si rimandano dall'uno all'altro tra loro: - chi le darà l'ultimo colpo? No, lasciatemi, io vo' dire tutta ed intera la verità...»

«Va' via, importuno; i popoli mi hanno innalzato una statua, come a liberatore della patria... »

«Quei popoli stessi la ridurranno in mortai per pestarvi il sale; forse un giorno il popolo la getterà a terra, e la tirannide, che ti conoscerà anche traverso la caligine dei secoli, la riporrà sulla base, come simulacro consacrato a remoto congiunto. Tu hai desiderato la statua piuttostochè desiderato meritarla. Attila ordinò si gettasse sul fuoco un poema, e per poco stette non vi facesse gettare il poeta Marullo perchè lo aveva eguagliato ai numi immortali. Tu bevi l'adulazione a grandi sorsi, come tazze di vino; e, come il vino, ti ha tolto il senno. Un cittadino che amasse la patria libera davvero, non avrebbe consentito che i suoi concittadini si deturpassero ad atti convenienti soltanto fra schiavi e re...»

«Alamanni!»

«Silenzio! Tu hai cessato la tua grandezza, e la tua voce non ha più potenza di ricercarmi il cuore. Addio: - l'estreme parole furono favellate tra noi; - la medesima plaga del cielo non cuoprirà più le teste dell'Alamanni e del Doria. L'ultima stella è caduta. - Io gemerò, finchè abbia vita, sulla perduta tua fama. Dopo Camillo romano, a nessuno fu dato essere più grande di te. Vorrei lasciarti e non posso. - Ah! Doria, salva la patria. - Addio: - io ti getto, in pegno di un'amicizia che spira, la scelta di farti il più grande o il più infame degl'Italiani. Abbatti la statua e sii contento che la tua memoria viva nella nostra anima; rendi alla patria le navi con le quali la salvasti e con le quali, volendo, potresti nuovamente ridurla schiava; - o se pur vuoi continuare a governarla, dirigine il corso contro ai barbari: - barbari io chiamo tutti gli stranieri in Italia. - Le Alpi passate e il mare, tornerò ad appellarli cristiani... fino allora, barbari e cani.»

«E la fede giurata all'imperatore?»

«La devi prima di tutto al tuo paese. - E al Cristianissimo non l'avevi per avventura giurata? E non per questo ti trattenevi dall'abbandonarlo. - Se il re Francesco scambiavi con Carlo, ti guadagnasti il nome di traditore... se l'uno e l'altra per la patria tu lasci, o felice o infelice, gli uomini altari t'innalzeranno e preghiere...»

E fu fatto silenzio.

«Luigi!» dopo un breve spazio di tempo esclamò il Doria, ma non ottenne risposta, «Luigi! Luigi!» replicò frettoloso, come se forte gli premesse di comunicargli un arcano.

Luigi si era pianamente di colà rimosso, lasciandogli la tremenda alternativa di essere grande od infame.

Andrea Doria fu egli grande od infame? Io non posso giudicarlo. Dirò soltanto che la profezia dell'Alamanni si avverava. Il popolo rovesciò la sua statua, il tiranno sopra l'antica base la restituiva. Nè si conobbe l'Alamanni, in questo solo, profeta.

«Viva Carlo V imperatore dei Romani, signor del mondo! Viva Augusto! Viva Cesare!»

Queste grida discordi ed assordanti tolsero il Doria della sua distrazione: - guardò di nuovo gli scanni pontificio e imperiale, e vide Carlo e Clemente starvi nell'orgoglio della potenza loro intronizzati.

L'ufficio della messa continuando, cantano preghiere, con le quali invece di supplicare Iddio e i suoi santi per tutte le creature, gli supplicano per un uomo solo, per Carlo di Gand. Agli angioli, ai troni, agli arcangioli, alle potenze, ai cherubini, alle vergini, ai martiri ed alla rimanente corte celeste non si dice più: Orate pro nobis; sibbene: Vos adiuvate illum. E' sarebbe stata cosa gioconda vedere come in quel punto, Dio esclusivamente occupato per Carlo, il mondo si governasse senza di lui. E se, come sembra, il nostro globo continuò a vivere in pace con gli altri, il sole non rimase di scaldare, la terra di produrre, il mare di volgere l'eterne sue onde... uno scrupolo comincia a penetrarmi nello spirito, che mi farò chiarire dal reverendo mio padre confessore... un sant'uomo in verità. Ma no; tolga Dio, che per insania altrui la nostra mente vacilli: Carlo V nell'ardua superbia della sua vanità non richiamò a sè maggiore cura dell'Eterno, nè minore di quella che se avesse appartenuto alla famiglia delle scolopendre.

Recitato l'Evangelo, cantato il Simbolo Niceno della fede cristiana, pervennero all'offertorio. L'imperatore le vesti imperiali depositando, rimasto con la tonacella dalmatica, si accostò all'altare e depositò la sua offerta ai piedi del pontefice: - trenta monete d'oro del valore di scudi dieci l'una; - trecento ducati! Veramente questa donazione non giunse alla dovizia di quelle di Costantino e di Carlomagno! - Il papa la guardò sorridendo. I ricchi prelati della corte romana torsero la bocca in segno di disprezzo; - a Carlo, avarissimo siccome rapacissimo, sembrò avere dato anche troppo. I suoi cortegiani, per onestare la miseria dell'atto, inventarono avere egli il costume di offrire ogni anno tante monete di dieci ducati l'una, quanti si fossero gli anni della sua vita, ed in quel giorno appunto annoverarne trenta.

All'Agnus Dei, e' fu mestieri che egli si accostasse al pontefice e di nuovo lo baciasse sopra la destra guancia e sul petto. Almeno Giuda, - con tutto che Giuda, - baciò una volta sola e poi si appiccò per disperazione; - ora anche la sua fama si oscura.

Carlo e Clemente adesso genuflessi aspettano il sacramento della Eucaristia. Il cardinal Cibo (quel desso a cui Filippo Strozzi fece il legato del suo sangue perchè se ne saziasse), sollevando la patena, mostra al popolo il santo corpo di Cristo: - il cardinal De Cesi, presolo dalle mani di lui, lo porta al pontefice, e questi si ciba in copia del pane sacramentato; l'anima e più le viscere conforta col vino generoso che il sangue gli rappresenta del suo Redentore, il quale nessuna vita sacrificò, tranne la sua. Tra pochi mesi il vicario di questo Dio, egli medesimo Clemente, comanderà che ogni giorno il pane si estremi e l'acqua a frate Benedetto da Foiano, e a lui agonizzante contenderà la breve particola del mistico pane, per paura che valga anche di un minuto a prolungargli la vita. Oh! come è degno tempio della Divinità il seno di cosiffatto papa.

E poi si accinse a comunicare l'imperatore; - il conte di Nassau e il sire di Croy, tenendo i lembi di un pannolino magnificamente ricamato, lo stendono davanti il suo volto. Il pontefice sorge e aspetta che gli porgano l'ostia. Carlo solleva inquieto gli sguardi e accenna al vescovo di Caria del regno di Leone; - questi pure gli rispose col guardo, ed egli allora apre la bocca per cibare il corpo di Cristo. - Qual cosa mai significava quel cenno? Significava che Cesare stesse sicuro; avere il vescovo, suo fidato, assistito alla composizione dell'ostia per conoscere che nessuna altra materia vi si mescolasse dalla farina in fuori; imperciocchè Carlo sapesse Roberto re di Sicilia essere stato avvelenato nell'ostia, e di pari morte rimasto spento l'imperatore Enrico VII per le mani del reverendo Bernardo da Montepulciano, frate di san Domenico Guzman, di cui Dio riposi le ossa secondo i suoi meriti!

Nè altro adesso mi occorre descrivere di questa messa, tranne la fine. Carlo, dai suoi cerimonieri ammaestrato doversi in simili bisogne mostrare, anche non avendola, larghezza, combattuto da un lato dall'orgoglio spagnuolo, dall'altro dalla miseria tedesca, pensò un bel tratto, e fu di versare a piene mani titoli e onori tra i suoi famigliari: - piovvero ad un tratto baroni, conti, marchesi e duchi, che tante forse non furono le cavallette mandate da Moisè a disertare l'Egitto. - Oh! la bella cosa sarebbe, se anche noi potessimo pagare a titoli coloro i quali ci rendono servigio: io per me non dubiterei di conferire una croce di santo Stefano papa e martire il mese, per salario al mio servo: - potrei dargli di meno?

Il papa però non volle rimanere vinto, e in quel punto s'istituiva tra loro una gara di beneficenze; - sicchè, quando asceso sui gradini più sublimi dell'altare si volse al popolo e lo benedisse, aggiunse le parole: «Concediamo a tutti intiera remissione di tutti i peccati e indulgenza plenaria per quattrocento anni!!!»

Se i popoli rimanessero tolti fuori di sè per l'allegrezza, non è da raccontarsi; ed io, che dopo tanta distanza di tempo m'immagino quanto gaudio nei cuori loro dovesse scendere dall'aspetto imperiale e dalla indulgenza di quattrocento anni, non posso trattenere dolcissime lacrime di tenerezza. Potessi almeno rendere partecipi i miei nobili lettori, in benemerenza dell'avermi seguitato fin qui, dei tesori inestimabili profusi dal sommo pontefice e dallo imperatore augustissimo a chi sa quanti paltonieri e plebei! Perle veramente sciupate contro il testo espresso dello Evangelo!

Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di baccante scapigliata; perchè nessuna scintilla d'intelletto gli balenasse su l'anima, qui è pane, qui copia di vino, camangiari e giullari. Sopra una colonna di marmo stava l'aquila imperiale. «Che per più divorar due becchi porta», come un giorno cantò l'Alamanni; la quale da uno de' suoi becchi versava vino rosso, dall'altro vino bianco, e giù intorno alla base della colonna vedevi prostesi uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchè l'Alamanni a cotesto spettacolo ebbe a dire: - Ecco l'aquila imperiale rende oggi a spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele rende stemperate nel veleno della stupidità. -

Ahi! popolo, io che ho viscere di umanità e sono parte di te, conosco le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora tu sei condotto in piazza, come l'orso ammansito, per sollazzare i tuoi sovrani padroni. Dalle finestre, dai terrazzi egli ordina ti sieno gittati pani e vivande. - Potessi cibarti per un anno e approvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l'assedio, saresti meno infelice; ma domani l'insolito cibo ti recherà molestia, forse anche la morte. - Feste, forni e forche; ecco la somma dei paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i solchi dei campi; quivi travágliati da mattina a sera, e l'opera delle tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane, il cielo che ti cuopre e il sole che ti scalda... o che non basta? Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporvi dentro le tue ossa, perchè non le rodano i cani, ed anco perchè morto tu col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza e molestia. Bada, non ti esca di mente che ora ingombri la piazza meno per solazzarti che per divertire i tuoi principi. Rallégrati, ma bada di non ispaventarli; però che, vedi, nella tua esultanza empi talora l'aere con tale un grido di frenesia che agghiaccia il cuore al tiranno, ond'egli battendosi la fronte accorre tutto pallido al balcone per vedere se tu balli o se meni strage delle sue lance spezzate. Anche le menadi con in pugno le fiaccole accese, trascorrendo pei boschi sacri, mettevano spavento; però furono distrutte, i misteri loro aboliti. Non obliare uomini armati, delatori ed armi recingere i luoghi dove i tuoi principi ti chiamano a festa; nella medesima guisa che la fama racconta, ai capi delle mense dei re di Babilonia stessero sagittarii con archi tesi a trafiggere chiunque osasse di levare la faccia. Infatti Antonio da Leva, di tutt'arme vestito, siede in luogo sublime per farti al bisogno fulminare da venti bombarde e da ottomila archibusieri pronti ad un moto della sua mano. Ahi! popolo, quel tuo riso in verità mi angustia il cuore; e' mi ha l'aria dello sghignizzare convulso dell'uomo il quale, posata la testa sul ceppo, aspetta la mannaia che cada.

In ristoro di ciò il re dell'armi chiamato Borgogna getta pugni di monete con l'effigie dell'imperatore da un lato e le colonne col motto plus ultra dall'altro. - Prendi cotesta moneta; - domani, o popolo, quando il tuo padrone te ne chiederà due, tu potrai in questa maniera, per un giorno almeno, allenire il tuo danno.

Intanto Carlo, si affretta con presti passi alle porte del tempio; la mal'aria ch'esce dai sacerdoti gli aveva cacciata addosso la quartana della superstizione; sperava dissiperebbe il cielo aperto quel fascino: il papa temeva ed aborriva; gli avrebbe in cuor suo fatto mozzare la testa e non osava sostenerne lo sguardo; le prime idee di venerazione al capo della Chiesa, al padre dei fedeli, al vicario di Cristo gli ritornavano alla mente angustiandolo: così gli sorgevano nell'anima altissimi concetti, i quali poi, non sapendo egli svilupparsi dalla caligine dell'antica ignoranza, gl'impedirono di riuscire, come altramente sarebbe stato l'uomo più grande del suo secolo.

Il subdolo sacerdote presentì le ire di quello spirito orgoglioso e gli aveva posto opportuna avvertenza. Finchè ambedue stavano agli altari, poteva dubitarsi l'imperatore avesse reso omaggio al vicario di Cristo, non già a Clemente dei Medici. Fuori degli altari gli ossequii sarebbero stati, più che al vicario di Cristo, resi a Clemente. Però ell'era cosa disagevole ottenerli; si provvide all'inganno. Varcate di pochi passi le porte del tempio di San Petronio, uno scudiere armato raffrena per le redini un bianco cavallo, inquieto, ardente, dovizioso di gualdrappa, di frontale e di ogni altro arnese consueto; cotesta non pareva cavalcatura del pontefice, solito a procedere in lettiga, o montato sopra mula o palafreni. Carlo, di aria impaziente e di luce, desideroso di rinfrescarsi il sangue nel bello aspetto del cielo sereno, perocchè un cielo sereno d'Italia in qualunque stagione sia di per sè stesso una festa e infonda tale conforto nel cuore che indarno speri da gioie artificiali. Carlo stese pronte le mani per acconciare alquanto, siccome avviene ai cavalieri, la gualdrappa e le staffe, - e quindi balzare in arcione.

Ma lo fermava pel braccio il pontefice e in suono di umiltà gli diceva:

«Non farlo, figliuolo mio e imperatore invitto; mi basta la umanità che fin qui mi hai dimostrato...»

Carlo lo guardava attonito: - all'improvviso non comprendeva; - poi si accorse essere cotesto il cavallo del pontefice, ed egli avere per errore umiliata la dignità imperiale fino a fare mostra di volergli tenere la staffa; vinto da ineffabile angoscia, aperse le labbra tremanti e favellò:

«Veramente alla persona vostra...»

«La nostra persona», interruppe il pontefice, «di per sè stessa è nulla, ma poichè ella rappresenta il Creatore di tutte cose, forza ella è che le creature ci si curvino dinanzi...» E con giovanile leggerezza salito sul destriero salutava della mano lo imperatore e da lui con lo immenso suo seguito si dipartiva.

I partigiani di Roma, i quali videro da lontano quell'atto, esultarono, immaginando rinnovarsi i bei tempi di papa Gregorio e di papa Innocenzo. Tanto vero è che spesse volte l'odio e l'amore, più che d'altro, dipendono dal modo di guardare da lontano o da presso.

Carlo punge il suo nobile corsiero; la corona imperiale sì lo molesta che talora gli prorompono le lagrime dagli occhi. Una mano di Bolognesi, Angelo Ranunzio, Giulio Cesarino, il marchese dell'Anguillara, il Rangone, il Cibo ed altri infiniti portano bandiera e gonfaloni con le chiavi, con l'aquila, rossi, bianchi, gialli e neri, e gli sventolano al cospetto dell'imperatore. Alla fantasia accesa di Carlo sembravano un turbine di spettri de' suoi antenati che gli s'avvolgesse intorno alla testa, e l'onta fatta alla memoria loro lamentasse, la viltà sua gli garrisse. Il trambusto delle voci e dei gridi, il frastuono degli istrumenti ed il suo nome ricorrente tra mezzo, urlato in tutti i suoni, lo atterrivano, come se l'inferno si fosse scatenato per dirgli vituperio.

Allora aborrì i campi aperti, il sole, la gloria terrena, e sospirò un asilo tranquillo, comunque ignorato, - allora desiderò la cocolla di frate scambiare col suo manto imperiale, e vide di passo in passo farsi più vicino alla sua imperiale magione, coll'anelito del marinaro il quale dopo un viaggio pieno di tempeste e di pericoli saluta la riva; - vi pose appena il piede, che, senza aspettare la solita accompagnatura, ogni qualunque cerimonia mettendo da parte, salì veloce e, licenziati gli altri, si chiuse nella sala privata insieme coll'astrologo Agrippa. Qui, libero da ogni sguardo molesto, spogliò le vesti imperiali e le sacerdotali di cui lo avevano avviluppato, e tempestando le gittò in questo e in quel lato, e...

«Al corpo di Dio!» diceva in suono di lamento, «come la camicia di Nesso, costoro hanno stillato il sangue nelle mie vene.»

Quindi le mani cacciando alla corona, se la tolse impetuosamente e la scaraventò di contro alla parete; molti capelli essendosi attorti per le punte e pel cerchio, egli se gli strappò con acuto dolore, e prorompendo in un urlo disperato, ambe le mani portò di nuovo alla testa, esclamando:

«Ah! mi ha portato via il cranio e il cervello. - Agrippa, vieni qua, guarda diligentemente; - per certo avvelenarono la corona...»

Agrippa guardò, e vide che la corona gravissima gli aveva intorno alla fronte inciso un solco profondo in mezzo, di color di piombo, digradante ai lati in vermiglio acceso.

«Stia pur lieta la Maestà Vostra; io l'assicuro che non è veleno...»

«Per santo Iacopo di Gallizia!» esclama l'imperatore sentendo forte bussare alle porte, «chi è che osa sturbarmi?»

«Maestà!» con tal una voce che, più che ad altro, si assomigliava per la paura al belare della pecora, rispose il sire di Croy, novellamente promosso al grado di conte; «il banchetto è apprestato; - non manca che la Sacra Maestà vostra per dare acqua alle mani...»

«Aspettino! io non ho fame.» E poi di nuovo volgendosi all'Agrippa continuava: «O dunque che cosa è ella?»

«Il sangue acceso, - l'anima esaltata dall'insolito giubilo.»

«Giubilo! Hai tu mai incontrato uomo di plebe più avvilito di me? Hai tu veduto quali modi ostenti meco - imperatore e re - cotesta schiatta di mercanti? Avevano tra noi convenuto ch'io facessi l'atto del prostrarmi, ed egli mi avrebbe rilevato a mezzo... invece egli finse dimenticarmi ai suoi piedi... ha bevuto un lungo sorso di gioia del suo trionfo e della mia stupidità. - Ora tutta l'acqua dell'oceano non varrà a lavarmi dalla fronte macchia siffatta. - Dammi l'elmetto, Agrippa: - cuopri la mia vergogna sotto il ferro del guerriero: - mi abbisogna vincere almeno dieci battaglie per diventare soffribile a me stesso; - io, vedi, mi disprezzo; e dispero ormai questo mio capo possa contenere il disegno di dominare sul mondo, dacchè ha toccato i piedi d'un uomo. - E tu, Agrippa, mi hai dunque deluso quando traevi l'oroscopo? Così si avverano i tuoi presagi? Se' tu l'ingannatore, - o la tua scienza è bugiarda?...»

«Non proseguite, Sacra Corona, o le stelle si vestiranno a lutto per l'angoscia dei vostri rimbrotti. Se volete dominare sul mondo, cominciate a dominare sopra voi stesso, nè consentite che l'ira vi tragga a maledire la scienza del re Salomone, la scienza divina. - A dovere era tratto l'oroscopo; - i cieli non mentiscono; - la vostra carriera luminosa è tutta descritta lassù nel cospetto eterno: - noi per avventura male lo applicammo, e questo punto, che noi reputavamo rappresentato dalla congiunzione della vostra stella con Giove, forse era compreso dal breve scontro col tardo pianeta di Saturno. E poi voi stesso non contemplaste la vostra stella?»

«Sì, certo: - io la vidi... ma adesso, più dei miei conquisti futuri, più assai dei miei trionfi passati, forte mi stringe un desiderio intenso... un'agonia...»

«Di che cosa, Maestà? Non istanno nelle vostre mani il bene e il male? Non fate voi la pioggia ed il sereno? Ad ogni vostro pensiero non potete aggiungere il fulmine della vostra potenza per volerlo eseguito?»

«Potente come sono, in questo non posso nulla, perchè io sono d'impedimento a me stesso. - Se quando tenni questo papa prigione, lo avessi fatto rinchiudere in una gabbia ed esporre in ludibrio ai popoli!... ma ora io l'ho innalzato, alla faccia del mondo, ho sancito la sua autorità... gli posi in mano le verghe per flagellarmi.»

«Io conosco il mezzo alla vendetta.»

«Ah! io ti darei un ducato», riprese Cesare, e per poco non gli gettava le braccia al collo; «in qual parte di cielo lo leggevi? Spiegalo... io ti ascolterò senza curare di fame, nè di sonno.»

«Non l'ho letto nel cielo: - sibbene nello inferno.»

«Nell'inferno, Agrippa?»

«Non vi atterrite, Maestà; - voi sapete che dalle arti diaboliche, come ogni altro cristiano, meritamente io rifugga; voleva dire nel cuore dell'uomo. - Sapete voi che Clemente prima di esser papa fu Giulio figliuolo bastardo di Giuliano dei Medici trucidato nella congiura dei Pazzi?»

«Pur troppo lo so...»

«Sapete voi come Lione X su i primi mesi del suo pontificato lo eleggesse cardinale?»

«Anche questo sapevamo.»

«Ma voi non saprete i canoni della Chiesa sotto pena di nullità impedire che i figli nati da illegittimo connubio sieno promossi alla dignità dell'episcopato; - voi non saprete come per ovviare a siffatto impedimento s'inducessero falsi testimoni, i quali, la grazia umana alla verità preponendo, deposero la madre della quale era stato generato costui innanzichè ammettesse agli abbracciamenti suoi il padre Giuliano, averne avuto la fede segreta di diventarle marito.»

«Va oltre...»

«E non saprete neppure come al pontificato ascendesse con manifesta simonia, però che suoni universale la fama ch'ei lo comperasse mediante una cedola segretissimamente firmata di sua mano, con la quale si obbligava di conferire al cardinale Colonna la vice - cancelleria e il sontuoso palazzo fabbricato dal cardinale di San Giorgio...»

«Dunque?»

«Ed alla Maestà Vostra importa ancora moltissimo comporre le differenze dei luterani, le quali come offendono il papato, così un giorno potrebbero offendere anche voi. - Io penso che non vogliate andare tanto pel sottile intorno alle tesi di fra Martino: - la bisogna sta di porre un calcio in gola a Giovanfederigo duca di Sassonia, al langravio Filippo e a papa Clemente; - tutto ciò conseguirete in un punto.»

«E in qual modo? Spácciati: - come san Lorenzo mi pare di starmi sopra le brace...»

«Convocando un concilio ecumenico. - Quivi sarà deposto Clemente come bastardo e simoniaco, esoso all'universale; quivi perderanno la riputazione Giovanfrancesco e Filippo, alcune pretensioni concedendo, alcuni pretendenti guadagnando, poco dando ed a pochi, a tutti moltissimo promettendo; insomma adoperandovi le arti di regno, che io so per avere sentito dire, e voi per pratica diuturna molto meglio di me sapete. Che ve ne sembra, Sacra Corona?»

Carlo non lo ascoltava più; - accostandosi alla porta, chiamò Adriano di Croy e gli disse:

«Sire conte, - mandate ad annunziare la presenza della nostra augusta persona; - voi accompagnateci con le debite cerimonie al convito.»

«Sacra Maestà! Sacra Maestà!» - correndogli dietro gridava Cornelio Agrippa.

«A che chiamate, cavaliere?»

«E il ducato?»

«Oh! un ducato non si ha mica per le mani come un consiglio. - Abbiamo promesso conferirvelo, e lo avrete: - però noi non ci siamo prescritto spazio fisso di tempo... sperate... lo avrete... sarete consolato.»

Cesare incamminandosi al banchetto, queste diverse parole si facevano a mano a mano più languide e meno distinte, come la gratitudine dei re all'avvenante che si dilunga dal benefizio.


NOTE.

(a) «L'histoire des trois gros diamans pris à Granson Mérite d'être rapportée, et la renommée qu'ils ont eue, l'espèce de vanité attachée a leur possession, témoigneront quelle était la splendeur de ces princes de Bourgogne, dont les dépouilles se sont distribuées entre les rois, qui se les sont enviées et disputées a prix d'or. - Le plus beau, celui qui fut ramassé sous un chariot, fu revendux par le curé de Montagne à un homme de Berne au prix de trois ecus: plus tard un autre Bernois, nommé Barthélemi May, riche marchand qui faisait le commerce avec l'Italie, offrit a Guillaume de Diesbac un présent de quatre cents ducats en reconnaissance de ce qu'il lui avait fait acheter ce diamant pour cinq mille ducats. En 1482, les Gènois l'achetèrent sept mille ducats et le vendirent le double à Louis Sforce le More, duc de Milan. Après la chute de la maison de Sforce le diamant passa en la possession du papa Jules II pour vingt mille ducats. La grosseur est égale à la moitié d'une noix. Il orne la tiare du pape, etc.» (Barante, Storia dei Duchi di Borgogna, tomo XXI.) Egli erra: - quel diamante orna il bottone del piviale del papa. Vedi Vita di Benvenuto Cellini.

(b) "Leggesi che a Parigi fu uno maestro che si chiamava ser Lò, il quale insegnava loica e filosofia, e avea molti scolari. Intervenne che uno de' suoi scolari, tra gli altri arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolaro morto gli apparì: il quale il maestro riconoscendo, non senza paura domandò quello che di lui era. Rispuose che era dannato. E domandandolo il maestro se le pene dello inferno erano gravi come si dicea, rispuose che infinitamente maggiori, e che colla lingua non si potrebbono contare; ma ch'egli gliene mostrerebbe alcuno saggio. Vedi tu, diss'egli, questa cappa piena di sofismi, della quale io paio vestito? questa mi grava e pesa più che se io avessi la maggior torre di Parigi, o la maggiore montagna del mondo in su le spalle, e mai non la potrò porre giù. E questa pena m'è data dalla divina giustizia per la vanagloria ch'i' ebbi del parermi sapere più che gli altri e spezialmente di sapere fare sottili sofismi, cioè argomenti di sapere vincere altrui disputando. E però questa cappa della mia pena n'è tutta piena: perocchè sempre mi stanno davanti agli occhi a mia confusione. - E levando alto la cappa, che era aperta dinanzi, disse: Vedi tu il fodero di questa cappa? tutto è bracia e fiamma d'ardente fuoco penace, il quale senza veruna lena mi divampa e arde. E questa pena m'è data per lo peccato disonesto della carne, del quale fui nella vita mia viziato, e continuailo infino alla morte sanza pentimento o proponimento di rimanermene. Onde, conciossiacosachè io perseverassi nel peccato sanza termine e sanza fine, e avrei voluto più vivere per più potere peccare, degnamente la divina giustizia m'ha dannato, e tormentando mi punisce sanza termine e sanza fine. E o me lasso! che ora intendo quello che occupato nel piacere del peccato e inteso a' sottili sofismi della loica non intesi mentrechè vivetti nella carne: per che ragione si dea dalla divina giustizia la pena dello inferno sanza fine all'uomo per lo peccato mortale. E acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile e ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro. - La quale il maestro porgendo, lo scolaro scosse il dito della sua mano che ardea in su la palma del maestro, dove cadde una piccola goccia di sudore e forò la mano dall'uno lato all'altro con molto duolo e pena, come fosse stata una saetta focosa e aguta. - Ora hai il saggio delle pene dello inferno, disse lo scolaro; e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione e tormento per la mano forata et arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata: donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro, compunto tra per la paurosa visione e per lo duolo, temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, diliberò d'abbandonare la scuola e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali, entrando la mattina vegnente in iscuola, davanti a' suoi scuolari, dicendo la visione e mostrando la mano forata e arsa, rispuose e disse:

Linquo coax ranis, cra corvis, vanaque vanis.

Ad loycam pergo quæ mortis non timet ergo.

Io lascio alle rane il gracidare e ai corvi il crocitare, le cose vane del mondo agli uomini vani: e io me ne vado a tal loica che non teme la conclusione della morte, cioè alla santa religione. - E così, abbandonando ogni cosa, si fece religioso, santamente vivendo infino alla morte." Passavanti, Specchio della vera penitenza, Distinz. III, cap. 2.


CAPITOLO QUINTO

PAPA CLEMENTE VII

E' vi fu un tratto una donna lombarda

Che credeva che il papa non foss'uomo,

Ma un drago, una montagna, una bombarda.

E vedendolo andare a vespro in duomo,

Si fece croce per la meraviglia:

Questo scrive uno storico da Como.


Berni, Capitolo in lode del Debito.

E che il gran vecchio onde ti appelli erede,

Tiranneggiando in noi del ciel l'impero,

Vergogna il prenda, ove talor ti vede.


Alamanni, Satira II, parlando di Clemente VII.


Clemente papa ora se ne sta ridotto nella stanza più riposta del suo palazzo: ella era di forma ottagona con bellissime colonne di ordine ionico. Da quattro lati vi fanno capo altrettante porte di rare modanature come sapeva condurre la eccellenza dell'arte così comune in quei tempi; gli altri sodi appariscono ornati di quadri rappresentanti martirii di santi, membra segate, capi fessi, brindelli laceri, che infondono, piuttosto che riverenza, ribrezzo; - intorno all'architrave superiore si innalza una parete che gli architetti chiamano tamburo, e sul tamburo una cupola elegante a imitazione delle forme immaginate dal divino Brunellesco.

Clemente posa in ampia sedia decorosa di velluto cremesino e per bollettoni dorati: un pulvinare di velluto sottosta ai suoi piedi; dinnanzi ha una tavola ricoperta di velluto; - sopra la tavola un Cristo effigiato con tanta maestria che par che spiri; - e un messale stupendo per gl'industri lavori di fermagli e cesellature co' quali maestro Benvenuto l'ornò.

Il papa, deposta la pompa degli abiti pontificali, veste la cappa rossa, la mozzetta, o sarrocchino di velluto soppannato di pelli bianche come neve; - il capo ha coperto di un berretto che i preti chiamano camauro, di velluto anch'esso e soppannato di pelle. Gli occhi tiene fissi sopra il messale, ma come gli occhi già non vi teneva fissa la mente. Quel messale ad ogni pagina aveva una cartapecora miniata da artefice illustre, rappresentante il passo del Vangelo che ricorreva quel giorno. La cartapecora in quel punto aperta davanti al pontefice mostrava Gesù Cristo nell'orto di Getsemani sudante sangue, rifinito da incomprensibile angoscia, supplicare al Padre che rimuovesse dalle sue labbra il calice della passione; - se poi non si potesse altrimenti, avrebbe fatto la sua volontà. Come un Dio offeso sè a sè stesso sacrificasse per placarsi non si comprende: al nostro intendimento umano sembra che il meglio senza tanti andirivieni saria stato perdonare addirittura e risparmiare a sè il dolore, agli uomini il delitto. Dove per lo contrario cotesto fatto deva spiegarsi nel senso di un padre il quale per amore dei suoi figliuoli non aborre dai martirii e dalla morte, allora la storia si volge al cuore piena di tenerezza.

Ma la mente del papa era le mille miglia lontana da cotesta immagine di sacrifizio: - egli fu ne' suoi tempi delle cose mondiali speculatore arguto; nelle bisogne di stato, diligente ed assiduo; - nel deliberare grave, nel deliberato costante: - più che d'altro si pasceva di ambizione; la quale non potè mai, per impedimento di fortuna, saziare a suo talento; e quando pure lo avesse potuto, non sarebbe per questo rimasta in lui la libidine di desiderare il bene degli altri. - A tante e siffatte qualità degne d'impero mancò animo pronto, audacia e costanza nell'eseguire, - e mancò eziandio (ma questo non credo sia qualità, non che necessaria, utile ai potenti della terra) misericordia del prossimo: - ebbe viscere di granito.

La umiliazione di Carlo (sebbene contro la sua natura, la quale consisteva nel simulare e nel dissimulare stupendamente, egli non avesse potuto trattenere un sorriso di compiacenza nel vederselo così prostrato dinnanzi) non gli piacque come trionfo, sibbene come mezzo di aumentare la sua autorità: - pensava adesso a lenire la piaga di quell'anima superba; del concilio pur troppo, quantunque di cosa lontana, temeva; - più del concilio egli dubitava cesare non fosse per rendergli contrario il lodo pel quale aveva compromesso in lui insieme col duca d'Este intorno alla reversione del ducato di Ferrara alla Sedia Apostolica; - a queste e a ben altre cose egli pensava, ed attendeva a ristorare le maglie della rete di san Pietro, logore dagli anni o dalla incredulità, con un filo di violenza ed un altro di frode.

Dietro la sedia stava in piedi un uomo immobile, cosicchè lo avresti tolto per una apparizione dell'altro mondo; con la destra stringeva un pomo della spalliera, la manca abbandonava lungo il fianco; - era pallido, di capelli nerissimi, vestito di nero; - quella sua fronte non compariva pacata, ma stanca dai lunghi combattimenti morali: - la quiete di un gruppo di nuvole raccolte nel cielo durante una notte di estate, quando non soffia un alito, e il demonio delle tempeste incatenato non può cacciarsele vertiginose davanti ai danni della terra.

«Giovanni!» senza mutare attitudine e neppure volgere la pupilla dal punto dove stava fissa, cominciò il papa, «molto abbiamo fatto per voi...»

«Beatissimo Padre...»

«Non c'interrompete; - siate con noi più orecchi e meno lingua che potete: - molto abbiamo fatto per voi; e ciò vi rammentiamo soltanto perchè possiamo fare cose molto maggiori. Cavalcherete al campo sotto la nostra pa... sotto Fiorenza.»

Gli occhi del personaggio chiamato Giovanni coruscarono a guisa di baleno dall'orbita profonda.

«Colà attenderete a notare diligentemente le cose che vedrete, inviandocene debita relazione o sommario, dove la materia abbondi, per un cavallaro a posta a Roma, o a Orvieto, o a Bologna, secondo che vi terremo avvisato.»

Tranne quello dei labbri, il papa non fece altro moto fin qui: - ora della mano chiusa sopra la tavola stendeva il dito pollice quasi per annovare le diverse commissioni che conferiva a cotesto suo fidato.

«Osservate sopra tutti Baccio Valori nostro commessario al campo: egli ama sè prima; con immensa distanza dopo la libertà, poi i Medici: - noi l'adoperiamo, giovandoci il credito e l'autorità di lui; egli si pose ai nostri stipendii perchè non si affida nello stato presente di Fiorenza, e non potendo guadagnare nulla col popolo, s'industria avvantaggiarsi con cui intende dominarlo: - forse, chi sa? un giorno renderà alla nostra stirpe il danaro che ci cava di sotto con la sua testa per cambio della moneta, e non sarà troppo, ma basterà. Per ora temiamo non voglia navigare con ogni vento e tenere il piede in due staffe... Spiatelo... se vedete ch'ei ponga più corde al suo arco, avvertiteci in tempo, onde anche noi possiamo mettergliene al collo una sola.»

E qui spiegato l'indice, continuava: «Vi raccomandiamo in seguito il principe di Orange: se costui avesse ingegno quanta possiede mala fede e valore, noi saremmo spacciati. Ma cotesta è stoffa di cui la trama sente di ribaldo, l'ordito del pecorone. Egli intende a grandi cose; - al conte Rosso di Bevignano ha dato ordine non consegni Arezzo ad anima viva, inoltre gli confidò in segretezza volersi instituire re d'Italia, o almeno di Toscana, sposare la duchessina Caterina e comporsi in qualche modo, dopo aver messo il becco all'oca, con lo imperatore e con noi: - il conte in segretezza lo ha confidato a quanti lo vollero e non lo vollero sapere: se noi temessimo troppo di lui, a quest'ora avrebbe un altro generale l'esercito, gli avelli della sua famiglia un altro morto... Non pertanto badatelo. - Noi confidiamo meglio sul capitano dei nostri nemici che non su quello del nostro proprio esercito...»

«Il signor Malatesta Baglioni!»

«Egli stesso, Giovanni. Vivi col tuo nemico oggi come se dovesse diventarti amico domani; vivi oggi con l'amico come se domani dovesse riuscirti nemico. Ma di lui in seguito: - ora, per procedere con ordine, udite e riponete in mente.» A questo punto stendeva il medio e poi proseguiva: «Importa moltissimo che veggiate di rinvenire modo ad appiccare qualche pratica con i cittadini: - eccovi il filo onde svolgiate agevolmente la matassa; prendete questo segno e a chiunque vi porterà il compagno date piena fede. Monsignore da Carpi già e Giovambattista Negrini vi appianavano il sentiero; voi avete ingegno quanto basta per dispensarmi da troppe parole. In Fiorenza troverete di tre sorte fazioni: Palleschi, Ottimati e Arrabbiati. Ai primi voi prometterete poco, e noi manterremo meno: primo, perchè e' presumono farci ricuperare la città quando non hanno potuto impedire che noi la perdiamo; e siccome intendono vendercela, pagandoli secondo quelle ingorde loro voglie, a noi non basterebbe, non che Fiorenza, Roma; poi, guardati molti, moltissimi sostenuti come sospetti, non possono affaticarsi senza danno manifesto della cosa in pro nostro; terzo finalmente, tutto quello potranno fare faranno senza incitamento, costretti dalla condizione in che e' si trovano: - dal governo popolesco nulla hanno a sperare; - di mutare parte ormai non è più tempo; mutando, dall'infamia in fuori, non possono guadagnare altro: - quindi ci si manterranno fedeli... - Con gli Arrabbiati perderete l'opera e il consiglio; - costoro a suo tempo convertiremo con le mannaie. Perchè quali parole ha detto Gesù Cristo nostro divino Redentore? Ogni albero che non fa buon frutto va reciso e buttato al fuoco. - Rimane la parte del Capponi, o vogliamo dire Ottimati: questi il tiranno odiavano, non la tirannide, e la mia famiglia cacciarono per ampliare la propria; - ma più del principato detestano la repubblica: ed ora che esperimentano sotto il governo democratico essere divenuti incresciosi all'universale e confusi con l'onda del popolo, non dubito che sieno per porgervi ascolto; imperciocchè l'uomo più volentieri si accomodi a servire un solo e dominare su cento che a non servire a molti e a non dominare veruno...» - Ora stende l'anulare e continua: «Nè meno vi raccomandiamo Zanobi Bartolini, uomo superbo, amante della libertà, ma di sè più assai: guadagnarlo è impossibile, ingannarlo difficile; qui conviene adoperare l'estremo dell'arte. Questi uomini di acuto intelletto presentano quasi sempre un lato da potere essere offesi, e consiste nello stimare sè troppo, - troppo poco altrui: - fingerete che noi ci abbandoniamo nelle sue braccia, che vogliamo in tutto e per tutto rimetterci in lui, che la libertà intendiamo aver ad essere salva, arbitro egli a dettarne i regolamenti, padrone di provvedere alle sicurezze e d'imporle; null'altro desiderare noi oltre quello che si concede a qualunque cittadino non omicida, non ladro, di vivere cioè e di morire nel dolce luogo ove sortimmo la vita.» - Spiegò tutta la mano e riprese: «Fuori di modo gioverà accontare la parte col signor Malatesta. Quantunque cotesti scapestrati giovani gentiluomini abbiano ridotto in pezzi la nostra statua, noi perdoneremo loro per averci ammazzato di cera, purchè si curvino ad adorarci di carne.»

«Beatissimo Padre, il mondo conosce la saviezza vostra; e certo quello mi dite del signor Malatesta muove da profondo consiglio. Pure se la mia audacia non vi offende, Santità, avete quanto basta pensato alla scelleraggine di costui?»

«Ella è una cosa questa di cui egli farà i conti col diavolo a suo tempo. A noi anche giova la sua nequizia. E poi imparate gli uomini non essere nè del tutto buoni nè cattivi affatto; - basta sapere adoperarli: - e qui sta l'arte. E così come voi e noi lo riputiamo scellerato e sia, credereste, Giovanni, che un giorno una intera popolazione supplicasse la Regina del cielo per la salute di lui e, conseguita la grazia, consacrasse una tavola votiva a Maria consolatrice?»

«Il popolo di Dio, per quello che lamentano i profeti, non edificò altari negli alti luoghi e vi adorò Moloc? Ma se la fama è vera, il glorioso pontefice Leone X vostro cugino, ora corrono dieci anni, non fece strangolare in castello Giampagolo padre del Malatesta? Non ha egli da vendicare il sangue di suo padre sopra la vostra famiglia?»

«Certi beneficii nuovi non tolgono di mezzo ingiurie vecchie; - ora però a tale è condotto Malatesta che, mantenendocisi avverso, la vendetta perderebbe e gli stati; delle due cose, siccome savio, accomodandosi ai tempi, renunzierà ad una, - sarà la vendetta della morte paterna: noi faremo in modo che il giorno per questa non arrivi mai. E poi Nicolò Machiavelli osserva in qualche parte delle sue scritture che gli uomini la morte del padre ti perdonano, la perdita della roba no; e la esperienza ce lo fa toccare con mano.»

«Renunzierà alla vendetta!... - Ella parmi cosa indegna cotesta del nome italiano; l'inferno aspetta colui che si tura le orecchie per non sentire il grido del sangue de' suoi.»

«Voi volete dire, il cielo aprirà alla sua anima i tesori delle sue beatitudini.»

«A Malatesta?»

«Certo che sì. - Rinunziare alla vendetta è opera meritoria, - rinunziarvi

[Footnote 1:] a causa della maggiore esaltazione della Chiesa poi diventa opera anche più meritoria; - non bastando questo, noi gli concederemo l'indulgenza plenaria per le colpe commesse e per quelle che commetterà. - Andate ad aprire la porta...»

Si era fatto sentire un battere lieve ad una delle quattro porte della stanza: ma così sul subito non riusciva, tranne a coloro che erano pratici, conoscere a quale avessero bussato; sicchè Giovanni Bandini non sapeva come eseguire il comando del Papa. - Questi, accortosi dell'esitanza di lui, alzò la mano e gli additò la destra porta avanti di sè. Il Bandino apriva.

Dalla porta uscì un nuovo personaggio, e le imposte gli si chiusero, come per moto proprio, senza rumore alle spalle.

Egli aveva la veste, non la sembianza, di cappuccino; - si gittò giù sopra le spalle il cappuccio esclamando con ardita voce che singolarmente contrastava al mistero col quale era stato introdotto:

«In fè di Dio avrei molto meglio tolta sul capo una partigiana che questo cappuccio di frate. - E' mi pare che mi abbia spento quel po' d'intelletto che v'era rimasto dentro... Di grazia, il cappuccio di frate costuma sempre così?»

Il nuovo venuto era un capitano perugino, anima dannata di Malatesta Baglioni; si chiamava Cencio, per soprannome Guercio: alto della persona ed aiutante; di volto ignobile, di colore giallastro, intorno agli occhi un cerchio tra il verde e il violetto, increspato d'infinite rughe in segno di lascivia, e forse anco cagionate da quel continuo stringere dei muscoli visuali che l'uomo fa nei climi di mezzogiorno per le sue costumanze costretto a consumare la vita nei campi aperti inondati dal sole. Il soprannome accennava un difetto di lui; quando la pupilla destra fissava in certo punto determinato, deviava la manca in molto sconcia maniera; quando la manca andava al segno, sbalestrava la destra. Abietto come uno schiavo, arrogante come un compagno ai misfatti d'un principe, insopportabile come un plebeo che reputa l'opera sua necessaria. - Così almeno ce lo descrivono le memorie dei tempi.

Un raggio di luce piombando dalle finestre superiori circondava la persona del Pontefice. La gravità del volto, la magnificenza delle vesti, la solennità dell'attitudine, santificate, per così dire, da quel raggio solitario, lo rendevano venerabile. - Il petulante soldato gli si accostò nel modo che si usa fra antichi famigliari e non fece atto nessuno di riverenza e di ossequio. Clemente allora stese la mano quasi per vietargli s'inoltrasse più avanti; ma egli gliela prese e, forte stringendola, esclamò:

«Che Dio vi conceda il buon giorno e il buon'anno, messor lo Pontefice, Voi mi parete, con buon rispetto vostro, Lazaro resuscitato: state lieto, che presto riavrete Fiorenza: su, allegro via: se non sollevate l'animo, davvero, prima di tornare a Roma, ho paura che ve ne andiate a Scesi...» E così continuava.

Il Papa ritirò la mano, e le guance per vergogna gli diventarono vermiglie. Poco fa un imperatore prostrato gli baciava i piedi, adesso un masnadiere gli stringe la mano non altramente che se fosse un fratello in ribalderia o femmina di partito. Così è: chi si compiace andare per vie fangose, non deve dolersi se s'imbratta i sandali; - e fin dalle età rimote Dante insegnava: In chiesa co' santi, in taverna co' ghiottoni.

«Santità, che vi par egli? Vi ho servito ha dovere? Avrei voluto riporre i rocchetti d'oro che mi furono consegnati per ordine nostro nel forziere di qualche magnificenza di ambasciatore, ma e' non mi riuscì mai di penetrare di notte nella loro stanza; - e poi, vedete, io non mi sapeva risolvere a perdere que' bei rocchetti d'oro; ho propriamente violentato la mia natura; in fè di Dio, non vi salti in capo un'altra volta di comandare a un soldato che si disfaccia di così ricca roba. Se si tratterà di levargliela... oh! allora la bisogna sarà diversa; di questo me ne intendo più di voi, Beatissimo Padre; avrei loro tolto anche il cuore senza che se ne accorgessero. - Comunque sia, vi ho contentato. - Voi avreste veduto come quel pecorone del Rucellai cascò dalle nuvole quando gli trovarono i rocchetti d'oro dentro la valigia; e fu una bella burla... una burla papale in verità. - Io dei rocchetti non ne ritenni pur uno; - ci potete credere, com'è vero che noi siamo qui; - ci posso giurare sul Sacramento. - Vostra Santità, che comprende il sacrifizio, - lo sforzo, - vorrà ricompensare da par suo la mia virtù.»

Il volto del Papa non dimostrava nessuna delle interne passioni; e nonpertanto un pensiero di sangue gli traversava l'anima: quel giorno era l'ultimo pel masnadiere, se la restante sua vita non avesse dovuta adoperarsi nel tradimento in favore di papa Clemente,

Il Papa, non gli bastando rendere i suoi concittadini infelici, che nel suo perfido consiglio li voleva anche infami, meditò l'oltraggio di far nascondere i rocchetti d'oro nelle valigie degli ambasciatori e come frodatori di gabelle vituperarli alle porte di Bologna, i ricordi dei tempi raccontano essersi indotto a simile turpitudine pei mali conforti di Baccio Valori. La giustizia divina vedremo un giorno premiare costui secondo i meriti suoi con un guiderdone di sangue; ora i Medici esaltano l'empio cittadino. - Alla distruzione della patria egli vigila commessario del Papa nel campo. - Cammina per la tua via; Dio non paga il sabato; intanto i Medici ti porgono la sinistra con una borsa di danaro, tu non vedi la destra; tempo verrà che ti daranno anche quella e armata di scure sul capo. - Però il fatto riuscì diverso dal come lo avevano immaginato. I soldati commossi all'oltraggio onorarono gli ambasciatori; il popolo sospinto all'insulto, accortosi dell'inganno, applauso alla venuta loro meglio non avesse fatto a Carlo V. - E il Papa, che aveva raccolto quel fango senza potere insozzarne i suoi concittadini nel volto, si rimase con le mani imbrattate.

«Orsù via», interruppe Clemente a gran pena frenando l'impeto dell'ira, e nondimeno favella con parole sommesse e gli angoli della bocca dilata quasi al sorriso, «soldato, adempi la tua commissione: - affrettati a dirci, perchè il nostro tempo ci è caro, se il tuo signore Malatesta, risovvenendosi alfine di essere figlio e suddito della Sedia Apostolica, si delibera abbandonare le parti dei ribelli che ha tolto a sostenere. S'egli vuol farle, si faccia ed in breve; dacchè, consenta egli o repugni, poco importa alla somma delle cose, la quale sia nell'arbitrio nostro; noi ci volgiamo a lui solo perchè ci punge paterna cura di vederlo rientrare nel grembo di santa Chiesa, la quale come madre amorevole le andate ingiurie dimenticando gli apre le braccia; - perchè vogliamo risparmiare l'effusione del sangue cristiano; - perchè non rimanga guasta la terra.»

«Papa Clemente, voi siete nato vestito: - a Malatesta tarda uscire di Fiorenza quando a voi tarda di entrarvi; ed anzi, quando presi commiato da lui, mi richiamò addietro e mi raccomandò significarvi... aspettate un poco che mi rammenti per l'appunto come mi ha incombenzato dirvi.... ecco, così: - Cencio, farai in modo di persuadere a Sua Santità che il giorno più bello della mia vita sarà quello in cui, mercè l'opera del suo servo Baglioni, tornerà la sua famiglia ad albergare il palazzo de' suoi maggiori...»

Clemente in questo punto tradì sè stesso: balzò in piedi, proruppe in dimostrazione di allegrezza, e, mal sapendo che cosa si facesse, si trasse dal dito l'anello pontificale e lo pose in quello del masnadiero. Cencio, come colui che astutissimo era, se lo cavò subito dal dito e lo ripose diligentemente nella cintola. Il Papa, fissandolo dentro agli occhi, interrogò:

«Guarda dall'ingannarmi. Io ti farei mettere in pezzi anche nel tempio di Cristo in Gerusalemme! Tu non mentisci?»

«In fè di Dio, e vi par'egli che vorrei commettere un tanto peccato? Forse non so che per ogni menzione conviene penare sette anni nel purgatorio? O che credete l'anima non prema anche a noi? Però il pericolo è grande, e vi abbisogna mercede proporzionata. - Sul prezzo ci accomoderemo di leggieri; sul modo del pagamento, con maggiore difficoltà...»

«Desideri Malatesta; - si sforzi a desiderare: - noi qualunque sua voglia faremo piena. Ama la salute dell'anima? - Noi gli apriremo le porte del paradiso, senza che pur di volo tocchi il purgatorio.»

«Anche questo a qualche cosa è buono, ma or si domanda», e con la mano il masnadiero faceva atto del soppesare, «e ora si domanda.... via.... meno spirituale guiderdone.»

«Ben lo sapevamo noi che senza prezzo nulla si compra: - esponi il patto.»

«Prima di tutto, il signor Malatesta vuol sangue.»

«Sangue? Di cui sangue?»

«Di Sforza e di Baccio Baglioni, seguaci, complici ed aderenti loro: oramai pretende che voi non gli abbiate a ricovrare sotto il manto della Chiesa; mandateli in pace; ognuno abbandonate nelle braccia di Dio. Sorga tra loro arbitra la giustizia della spada...»

«Avanti.»

«Tutti i capitani e soldati tanto a piè quanto a cavallo delle terre della Chiesa allo stipendio dei Fiorentini sotto la condotta del signor Malatesta sieno perdonati; i beni salvi; se presi adesso, restituiti senza spendio di sorte alcuna.»

«Ancora.»

«Il signor Malatesta, con qualsivoglia grado e dignità e con suoi parenti, seguaci, compiici e aderenti, possa a suo beneplacito liberamente tornare a Perugia e quivi commorare in buona grazia di Sua Santità.»

«Questo non era mestieri domandare; - ben lo aspettavamo noi: - la presenza del signor Baglioni reca onore e decoro al dominio della Chiesa.»

«Tanto meglio: rimesso il bando al capitano Prospero della Cornia per l'omicidio di Jeronimo degli Oddi e i suoi figliuoli.»

«Il Figlio di Dio», riprese il Papa additando il Cristo, «perdonò a coloro che lo sospesero in croce; - a santa Chiesa sua sposa imitare gli esempi divini è soave: chieda il capitano Prospero col cuore pentito, il perdono del misfatto al cielo, noi lo abbiamo perdonato....»

«Si conceda indulto al conte Sforza da Scarpeto pei maleficii commessi, e gli sieno restituite le possessioni.»

«Abbia l'indulto e i beni.»

«La Santità Vostra conceda pieno assoluto dominio al signor Malatesta di Nocera sulla Valle Toppina, Bevagna, Tunigiana, Castellabono col titolo di duca; Rota Castelli e la metà di Chiusi libero; - un vescovato di diecimila scudi d'entrata l'anno per lo nipote; - la figlia del duca di Camerino per Ridolfo suo figliuolo; - e finalmente componga a suo favore le differenze pei castelli con gli Orvietani.»

«Avanti.»

«Per lui non ho a chiedere più nulla. - Se nella vostra larghezza voleste donare anche a me qualche beneficio... meglio dei vostri abbati sapremo governare una badia... ed io, vedete, sono stracco dei travagli del campo, - e sento che il cielo mi chiama proprio alla vita contemplativa...»

Il Papa, rammentandosi allora di avergli nella prima caldezza del sangue donato, un anello di troppo grande valore, e se ne pentendo adesso, punto dall'avarizia, della richiesta di Cencio, immaginava fare suo pro, e quindi rispondea:

«A questo avevamo pensato noi: - sta per pacificarsi l'Italia; e ci conviene provvedere allo stato di uomini leali che militarono in vantaggio della Chiesa: anzi, ora che ci ricorre in mente, e' ci pare che tu faresti bene a restituirci l'anello. - Egli è troppo piccolo dono ai meriti tuoi. - Per una volta che renderai adesso, ti ristoreranno in futuro dieci volte cento. Ancora avverti che te lo potrebbero trovare indosso e farti capitare male, ben conoscendosi alla forma come appartenente a vescovo o prelato.»

«Deh! Padre Santo», fingendo devozione favella Cencio, «lasciate che per la salute dell'anima mia non me ne scompagni: io m'accorgo dovere contenersi in lui virtù mirifica da salvare da incantagioni e malìe; ed io ho tanta paura del demonio che mi par di morire al solo sentirmelo rammentare davanti! - Che mi faccia capitare male non dubitate: io lo terrò celato, nè me lo terranno vivo; e quando sarò morto, voi sentite che peggio non mi potrà accadere.»

«Bene, sia. Torna tosto al suo signor Malatesta e raccomandagli si affretti; - avrà piena la mercede secondo le sue inchieste, e a noi spetta concedergliela anche maggiore: egli ci parve umile troppo e rimesso; si affidi alla larghezza medicea. Al nepote potremmo anche concedere il cappello rosso. - A lui... il gonfaloniere di santa Chiesa conta circa settant'anni; egli, se giunge, non sorpassa i quarantacinque...»

«Malatesta vi prega che la Santità Vostra, così per ricordo, si degni porre il nome qui sotto questa cedola...»

«Di gran cuore.» - E il papa firmò senza pure guardarla.

«Poi mi disse ancora: Cencio, bada, il proverbio spagnuolo insegna: parola e penne il vento le porta via, - la promessa grave sfonda la carta dove sta segnata... sicchè procura farti dare tanto in mano che mi assicuri. - Io, ben me ne accorgo, sono un mal destro negoziatore: e queste cose non ve le dovrei dire, o dirvele in maniera più soave, ma per me, quando si può andare per la piana, fuggo l'erta e la scesa. - Patti chiari, amicizia lunga...»

«Ah! Malatesta pretende sicurezze?»

«Le pretende!... no, le desidera. Siccome egli è bellissimo novellatore, costui sovente costuma di raccontarmi che male hanno dipinto i pittori il Tempo in sembianza di vecchio con la falce in mano; dovevano, egli dice, invece immaginarlo giovane e poderoso con una granata con la quale dì e notte infaticabilmente spazza stelle, spazza dii, spazza vite, amori, odii, gratitudine, e tutto spazza, e fattone mucchio lo getta dentro certa riviera che si chiama l'oblio...»

«Digli che rimarrà a Fiorenza con la sua gente finchè non abbia adempito ai trattati. Accostati! guarda quest'uomo in faccia.»

«L'ho guardato.»

«Bada non dimenticarne il sembiante.»

«State sicuro; - non potrei dimenticarlo volendo: ha qualche cosa in volto che mi rammenta il mio signore Malatesta.»

La fronte di Giovanni Bandini diventò livida; le sue labbra tremarono.

«Questi verrà in campo, nostro commissario segreto; - il tuo signore e tu stesso manterrete le pratiche con lui: - secondo che l'occasione vi si offra, corrisponderete insieme intorno alle cose a sapersi necessarie. - Or va'... va' con Dio.»

«Messer lo Pontefice, statemi sano», riprende Cencio e fa atto di stringergli la destra. Clemente la tira a sè con disdegno; e l'altro, senza pure accorgersene, continua: «A rivederci, e non in Pellicceria, come disse la volpe al suo cugino lupo: a rivederci per darci tempone e bere un gotto alla memoria della libertà di Fiorenza.»

Il Pontefice tendendo il braccio comanda:

«Giovanni, date commiato a questo capitano.»

«Mi paiono mille anni di farmi frate; - la barbuta comincia a pesarmi sulle tempie: oh la bella vita ch'è la vita da abbate...!»

«Soldato!» esclama Clemente richiamando indietro Cencio, «vorresti mutare l'anello che noi ti donammo con mille ducati d'oro del sole? - tu ci miglioresti di un terzo.»

«Che è, che fa a me il terzo? Forse io conservo per intendimento mondano l'anello che toccò il dito della Vostra Beatitudine? Io me lo tengo caro, perchè mi preservi dalle tentazioni del demonio e dal peccare più oltre; - i miei peccati mortali, vedete, sono più di sette...»

«Or dunque vattene.»

Giovanni Bandini, posto ch'ebbe fuori della stanza costui e chiuso diligentemente le porte, tornò indietro e disse:

«Incomportabili cose a cotesti ribaldi concedeste, Santità.»

«Non rammentate voi il consiglio di Guido da Montefeltro a papa Bonifazio VIII?

Lunga promessa coll'attender corto Ti farà trionfar nell'alto seggio.»

«I benefizii dunque?»

«Lui ordinerò diacono, e Malatesta suddiacono, quando il demonio celebrerà la messa.»

Ed ambedue tornarono nell'attitudine prima. Dopo un silenzio non breve, fu inteso pienamente percuotere ad una delle quattro porte. Il Papa visibilmente trasalì e comandò al Bandino andasse ad aprire, dicendo:

«Ecco gli oratori fiorentini.»

Mentre andava il Bandino, egli curvò più del solito le spalle, - il messale si trasse davanti, - accomodò il Cristo; - poi stette in sembianza impassibile ad aspettare.

Si apersero le porte, e comparvero Nicolò Capponi, Luigi Soderini, Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori del comune di Fiorenza. - Giunti appena che furono al cospetto del Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente, rilevandoli con la voce e co' gesti favellava:

«Alzatevi, messere Nicolò e voi messere Andreuolo; su via, messeri Luigi e Iacopo, sedetevi. L'imperatore ha da curvarsi al cospetto nostro e baciarci i piedi: - voi poi siete parenti, amici, tutti figliuoli della medesima madre. - Messere Nicolò, che cosa fanno Piero e Filippo vostri? Venite, parliamo di Fiorenza nostra in famiglia. A quale stato la povera città si trova adesso condotta?»

«Dentro», rispose severo messere Nicolò, «non si patisce difetto di animo nè di vettovaglia nè d'armi: - i barbari fuori, raccolti ai nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono, i popoli uccidono o sperdono. - Tanta e sì grande ingiuria appena potrebbe cagionare il terremoto; più poca ne farà il giorno finale; - dappertutto seminano il deserto...»

«O Fiorenza mia, dove ti meneranno questi sconsigliati? Vediamo, fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina. - Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano... queste immani bestie tedesche, che dalla voce e dall'aspetto in fuori nessuna parte hanno di uomo, come scriveva la buona anima del nostro messere Nicolò....»

«Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro contristato», riprese a dire il Capponi, «l'intendere la buona mente della Santità Vostra verso la patria comune... vostra madre e mia. Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libertà si conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla s'innuovi.»

«Libertà!» interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel dire: «e parvi libertà questa dove senza cagione parte de' cittadini s'imprigionano, molti più si perseguitano, alcuni si mettono crudelissimamente a morte? Paionvi modi civili ardere il palazzo Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare l'altro in Fiorenza e farvi una piazza in vituperio della casa Medici chiamata dei Muli? Onesto ed ordinato vivere è quello della città dove i più tristi e senza pena penetrano nei tempi di Dio, le immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa Cosimino? Una mano di ribaldi è prevalsa e tirannicamente vi governa; niuna signoria più grave di quella dello schiavo diventato padrone. Almeno nei tumulti dei Ciompi sorse un Michele Lando, uomo di cuore retto, di cui lo spirito camminava nelle vie del Signore. Ora chi vi regge? Un Francesco Carduccio, un fallito, un uomo che cerca, pescando nelle acque torbe, fare suo pro dell'altrui, che i beni dei servi di Dio sacrilegiamente vende per abbandonarvi un giorno, sazio dell'oro e del sangue di voi! - Sconsigliati! sconsigliati! Ravvedetevi una volta!»

«Beatitudine, questo modo di vivere piace all'universale. Allora qual cosa rimane al semplice cittadino? O accomodarsi al volere dei più, o tôrre bando volontario dalla patria. Chiunque pretende imporre un reggimento nuovo al suo paese, e sia pure migliore del vecchio, contro alla volontà dei cittadini, quegli è tiranno...»

«Or bene, messer Nicolò», riprende il Pontefice, «fate piena balìa, adunate il parlamento, e stiamoci a quanto delibererà il popolo.»

«Popolo sì, non plebe; la plebe vedemmo sempre corriva ai propri danni; voi conoscete il ricordo posto nella sala della Signoria:

/* Che chi cerca di fare il parlamento, Cerca tôrti di mano il reggimento.» */

«Non ci aspettavamo da voi udire citati, o messere Nicolò, i barbari versi dell'apostata Savonarola...»

«Dite piuttosto del martire della libertà.»

«Su questo proposito non favelliamo. Ora dunque proponeteci voi tale forma di governo per cui i miei parenti tornando in Fiorenza stieno sicuri che non verranno loro troncati i sonni da un ferro nel cuore; per la quale non temano che un giorno le proprie ossa e quelle dei loro padri sieno tolte dalle antiche sepolture e date miserabile pasto alla fame dei cani.»

«Siffatte abbominazioni noi non abbiamo commesso...»

«No?» sempre incalzando continua il Pontefice, «sarebbe questo il primo sangue dei Medici che bagna il terreno della patria? La prima volta questa che una madre di nostra casa piange sopra i figliuoli trucidati? - Mio padre Giuliano non giacque miseramente trafitto nel santuario? L'inclito zio Lorenzo non salvò a gran pena la vita dal pugnale nemico? Quanta mostrarono i Medici benevolenza ed amore ai Fiorentini, altrettanto questi gli ricambiarono con rabbiosissimo odio. La storia della nostra famiglia è una serie di benefizii invano prodigati, di morti, di esilii e di confisce immeritamente sofferte, crudelmente decretate. E voi stesso, messere Nicolò, diteci: qualcosa guadagnaste voi con questo ingrato popolo maligno in guiderdone delle vostre cure, degli uffici penosi, dei travagli durati? Per poco stette non vi mozzassero il capo.»

«Santità, quando mi elessero gonfaloniere, mi proibirono espressamente mantenere corrispondenze particolari coi signori stranieri: mandando lettere a Vostra Beatitudine e da lei ricevendone, con tutto che io lo facessi per bene, non disobbedivo meno all'ordine del popolo; egli poteva punirmi; non volle; - mi rimandò dall'ufficio, e in questo operò generosamente, non iniquamente.»

«Or via, nobili uomini, datemi ascolto: io voglio abbia un reggimento Fiorenza che, senza offendere la libertà, una della mia famiglia, o Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi altri ottimati della città gli componiate un senato il quale insieme con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poichè le fortune e la virtù di per sè stesse distinguono l'uomo e il cittadino della povertà e dalla ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessità di natura.»

«I padri nostri si legarono una volta, combatterono i grandi e li vinsero: adesso noi, degeneri dalla virtù paterna, vorremo a nostra posta istituirci grandi e porre nella nostra terra il mal germe di prossima discordia?...»

Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocchè vedeva ogni arte riuscirgli meno; alfine, tenendo la faccia dimessa a terra favellò:

«Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporterò con voi non come sudditi ribelli, ma come figliuoli traviati.»

Iacopo Guicciardini, troppo diverso da Francesco l'istorico di triste memoria, camminava svisceratissimo della libertà; - di animo audace, pronto di lingua; - lo avevano aggiunto quarto all'ambasceria per opera dei Piagnoni o Arrabbiati, onde con la sua avventatezza temperasse la pacata natura degli altri. Fino a quel punto, di ciò caldamente supplicato dai compagni, taceva; adesso poi, sentendosi divampare il sangue, l'ira prorompergli dai precordii, gridò:

«Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re di Fiorenza, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la nostra città....»

«Noi siamo vicario di Cristo.»

«Per proteggere», replica il Guicciardino, «non già per distruggere; per beneficare, non per uccidere. Cristo abita nei cieli: in terra quella signoria che noi gli concediamo egli prende. Sua legge è l'Evangelo, legge che predica gli uomini liberi ed eguali. E voi osate chiamarvi vicario di Cristo - mostrateci il mandato; - se stiamo all'opere, voi mi parete il vicario del...»

«Messere Iacopo! esclamarono i suoi compagni facendoglisi attorno, - e lo tiravano per le vesti e con cento modi diversi s'ingegnavano a farlo tacere - «acchetatevi, per Dio! voi rovinerete la patria e noi...»

«Se a voi importa la vostra quanto a me la mia vita, lasciatemi favellare. Alla patria non può avvenire peggio di quello che adesso le avviene. Le mie parole rimarranno come testimonianza tra i posseri; e non sia detto che, mentre tanti liberi petti cimentano la vita in pro della patria, nessuno tra noi sia stato valente ad esprimere generose parole. - Giulio dei Medici, molti avete dedotto gravami contro la vostra terra, molte vi lasciai discorrere menzognere lodi in vantaggio della vostra famiglia. Ora sappiate la vostra casa essere stata tra noi come l'insetto della nuova Spagna, il quale penetra nella pelle sottile quanto una corona d'ago e poi s'ingrossa sì che t'uccide. Tre volte in novantaquattro anni noi lo cacciammo, perchè volle i suoi concittadini ridurre in servitù, la patria convertire in mensa dove noi, i nostri figli, le facoltà nostre potesse divorare a bell'agio. Meglio per noi se i padri nostri avessero avuto più crudeltà nello spengerla affatto, o meno debolezza per richiamarla. Ogni anno la famiglia vostra ha svolto una spira per avvilupparci dentro, come fecero i serpenti di Laocoonte e dei suoi figliuoli. Lorenzo si usurpò la fama di grande, Lione eziandio: hanno eglino forse creato il proprio secolo?

Nessuno uomo è potente a creare un secolo; - Dio solo lo crea, e la fortuna. Lorenzo, se ai virtuosi sovvenne, ciò fu per libidine di fama e con danari non suoi: - a Roma lo avrebbero punito come reo di peculato, - noi deboli e stolti lo salutammo col nome di ottimo, liberalissimo. A che parlate di sangue? A che rinnovate la memoria degli antichi delitti? Interrogate le tombe e, per ogni stilla di sangue dei Medici versato, sorgeranno spettri a presentarvi tazze colme del sangue loro sparso dai vostri maggiori. E per venire a noi, perchè adoperate adesso e lusinghe e ambagi e minacce? Perchè vi sta immobile nella mente il fiero disegno di fare schiava la vostra patria infelice? Se alcuni giovani protervi guastarono nell'Annunziata le statue della vostra famiglia, se la vostra immagine tolsero da San Pietro Morone, quale colpa è nello stato? Forse un reggimento sta mallevadore per le azioni dei singoli cittadini? Dove la Sedia vostra Apostolica avesse a pagare pei delitti di coloro che vi seggono sopra, ora (tacendo degli altri), pei misfatti di Alessandro VI, dove l'avrebbe condannata la giustizia di Dio? I signori Otto di Guardia ordinarono si atterrassero le vostre armi; e bene ordinarono, come quelle che non s'innalzavano a decoro della famiglia, bensì in segno di principato. - I beni della Chiesa alienammo, poichè due vostre bolle o brevi ce ne somministravano facoltà. - E che? - Scrollate il capo? Forse mentisco io? Le bolle non si ponno negare, a meno che a voi non piaccia interpretarle, secondo il vostro costume, efficaci ad alienare i beni ecclesiastici per combattere la patria, non già per difenderla. - Aprite, Giulio, l'animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, nè uomini nè santi. Voi intendete assoluto signore dominare su Fiorenza.

Voi vorreste le nostre teste scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere calpestate. «Or bene, dunque sappiate, poichè la Repubblica non ha potuto impetrare mercede alcuna da voi per liberarsi da sì gran danni che le fa attorno l'esercito vostro, averci ella commesso di far intendere alla Santità Vostra, essere in tutto deliberata a sostenere la sua libertà fino alla morte. In tanto giusta causa non trovando pietà appresso voi, come si converrebbe a vicario di Cristo, ricorre al trono di Dio e lo supplica che, viste le ragioni dell'una parte e dell'altra, dia di noi quel giudizio che gli parrà giusto. Sappiamo che nella difesa che fa la città, la quale è pur vostra patria, difende in prima la libertà, dono largito da Dio ai mortali per lo più bello e più maraviglioso ch'egli mai conceda dopo la vita; dipoi vi si difende la religione, i figliuoli, la roba, cose sopra tutte carissime, le quali dal vostro esercito, composto di barbare nazioni, ci sono disperse, parte ammazzate, parte messe in pericolo, senza scorgersi in voi non dico ombra di misericordia, anzi scorgendosi in voi ognora più una grandissima crudeltà contro di lei nella quale nato, allevato e per suo mezzo a così alto grado condotto vi siete. Dalla pietà di questa condotta in tante miserie se non vi muovete, quale altra cosa vi muoverà a compassione? Non posso, rimettendomi nella memoria i crudi strazii ch'ella patisce, contenere il pianto e non dirompermi di tal maniera nelle lagrime che più non possa, non dico parlare, ma sostenere questa infelicissima vita. E voi, che dite tenere il luogo in terra del Redentore piissimo dell'universo, non vi commovete e non comandate che si lasci stare quella patria innocente, che più non si affligga con tanta rovina...»

A tante e tanto gravi parole il Pontefice si era lasciato andare genuflesso davanti la immagine di Cristo, e quivi a braccia aperte, fingendo singhiozzare come preso da immenso dolore, orava;

«O mio divino Redentore, senza mormorare mi sottopongo alla dura prova con la quale intendi cimentare gli ultimi anni della mia vita. Ella è superiore però alla mia natura, sicchè vi soccombo sotto. A me la taccia di crudele? Non amo la mia patria io? Tiranno io, o coloro che, ridotta in pochi Arrabbiati la pubblica autorità, i meglio autorevoli cittadini bandirono o imprigionarono?...»

«Alzatevi! alzatevi!» esclama il Guicciardino, «tanto Dio non ingannerete voi. Oh! meglio che pregare ipocritamente il divino Redentore, a voi potenti della terra gioverebbe lealmente imitarlo...»

«Messere Iacopo, io ricevo col cuore umiliato la tribolazione che l'Altissimo per la bocca vostra mi manda. In voi discerno uno strumento della volontà divina e vi onoro. Quando pure non fosse così, questo mio Dio, che pregò pei suoi uccisori perchè non sapevano quello si facessero, mi conforterebbe a pregare per voi che non sapete quello che vi diciate.»

«Non so quello ch'io mi dica io? O papa Clemente, trema che cotesta effigie del Redentore non si animi per miracolo; temi quella lingua si sciolga e riveli intiere le cupezze dell'animo tuo. Se Cristo stacca di croce la sua destra inchiodata.... trema.... non la leverà per benedirti....»

«Orsù», interrompe il Pontefice levandosi in piedi, «tregua alle parole; oramai ne proferimmo anche troppe. Iacopo, la vostra lingua è riottosa come le acque di un torrente. Voi ponete la vostra causa nelle mani di Dio, ed ancora io ve la pongo; discerna egli e giudichi: - dacchè traemmo la spada, - la spada dunque difinisca la lite.»

«Tu hai raccolto tutti i venti del settentrione per divellere dal tronco la fronda inaridita. Come Faraone, superbisci pei tuoi cavalli, per le tue molte milizie: - bada al mar Rosso! - Dio può rendere la fronda inaridita tenace quanto la querce delle Alpi. Ai buoni è concesso dai colpi di fortuna appellare all'Eterno. - Alle vittorie dei tristi esultano i dannati. Se talvolta un consiglio profondo esalta l'empio, ciò il fa perchè senta più fiero il dolore della rovina. Tranquilli, se non lieti, ci diamo in balia degli eventi, perchè, vincendo, ci aspetta la fama di avventurosi e di onorati; soccombendo alla impresa, il mondo ci chiamerà infelici, ma onorati pur sempre. - Tu poi affacciati al futuro, ardisci con occhi aperti contemplare il tempo che viene.., e di'... qual cosa tu vedi?... Portiamo via, liberi uomini, da questa reggia, chè non ci sobbissi sul capo, dacchè l'ira di Dio ci gravita sopra. - Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono carità patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del Buonarotti si moverà prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei.»

E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano sul battente della porta per uscire.

«Iacopo, fermatevi», esclama il Papa, «e udite le mie estreme parole. Sieno i Medici per autorità nello stato vostri compagni non principi; componete di quarantotto famiglie un senato, e in quello risieda il potere di governare...»

«Se il mio antico genitore mi avesse proposta infamia e delitto siffatti, io mi adopererei a fare sì che la scure del carnefice insanguinasse i suoi capelli bianchi.»

E senz'altre parole aggiungere usciva della sala.

«Voi, messere Nicolò dotato come siete di più temperata natura», riprende Clemente, «considerete col buon giudizio vostro la mia offerta; - non vogliate delle cose l'estremo: accomodatevi ai tempi; - dominiamo insieme.»

«Le insinuazioni vostre», gli rispose il Capponi, «mi suonano uguali a quelle che mosse Satana a Gesù Cristo quando dal pinaccolo del tempio gli mostrava i regni della terra: ufficio di cittadino è turarsi le orecchie e fuggire dalle tentazioni.»

Profferiti cotesti accenti, Nicolò Capponi tenne dietro a Iacopo Guicciardini.

«Dunque non mi riuscirà a farvi intendere ragione, ortinati e protervi? Messere Andreuolo, fatevi messaggero dei miei sensi agli ottimati...»

«Dove un mio figlio sapessi ambasciatore di tanta nequizia, io gli andrei contro per ispezzargli la testa alla parete.»

Ciò detto, il Nicolini scomparve.

«Almeno voi, Soderini...»

«Io vi scongiuro, papa Clemente, a spargervi le chiome di cenere, umiliarvi nel santuario e domandare mercede davvero dei vostri peccati; se pure i vostri peccati non superano la misericordia infinita.»

E lasciò solo il pontefice.

Papa Clemente per bene due volte con intensissima rabbia si morse le mani ed esclamò:

«Il mondo mi diventa la torre di Babele: quando domando vizio, incontro virtù; - quando abbisogno di virtù, trovo vizio... Pure tanta vita mi avanza da adoperare in modo che i vostri nepoti ricercando a' vostri figli libertà che significhi, quelli additando loro le vostre dimore demolite, i vostri sepolcri scoperchiati, rispondono: La libertà significa morte e rovina!»


CAPITOLO SESTO

LUCREZIA MAZZANTI

All'atto incomparabile e stupendo

Dal cielo il Creator gli occhi giù volse

E disse: Più di quella ti commendo

La cui morte a Tarquinio il regno tolse.

Ariosto, Orlando furioso, c. XXIX.


Lupo! o Lupo! prendi il boccale - e bevi un sorso a rinfrancarti il cuore; - tu mi hai una cera da De profundis.»

Queste parole dirigeva certo soldato del dominio di Firenze, e con le parole offeriva un vaso pieno di vino a Lupo bombardiere, di cui vedemmo il bel colpo nella cittadella di Arezzo. E questa avventura succedeva a notte avanzata dentro un corpo di guardia accanto la porta di San Nicolò, unica tra le tante di Firenze che tuttavia si mantenga nella antica sua forma. Un solo lume sospeso alla vôlta rischiarava di splendore vermiglio piccola parte della vasta stanza: e tu vedevi dei soldati quivi raccolti alcuno disteso per le panche in atto di dormire, altri seduti novellare dei casi di guerra; tali altri, e questi erano i più, bevere spensierati, come uomini per cui il tempo scorso è nulla, il futuro anche meno, e si godono il presente fugace - e lieto, perchè vuoto di affanno.

Un fra loro, di volto leggiadro e, comechè giovanissimo, a tutti capo, se ne stava appoggiato con le spalle alla parete, la faccia china, immerso in pensieri i quali, a giudicarne dalle sembianze di lui, non dovevano essere buoni nè tristi: - questo era Ludovico Machiavelli. Lupo invece sedeva con le pugna strette, fortemente puntellate nelle guance sotto gli zigomi; gli occhi socchiusi: ad ora ad ora prorompe dall'intimo petto profondi sospiri. - Guizzando intanto la fiamma sanguigna sopra quei volti, - per tutta la scena, - presentava un quadro fantastico, stupenda materia ai dipinti di Gherardo delle Notti o del Rembrandt.

«Lupo!» riprese un altro soldato, «bevi: - il tuo buono umore è ito in fondo del boccale; ripescalo coi labbri e ridiventa gaio, perchè la tua tristezza ci uggisce, e troppo più della tristezza cotesti tuoi sospiri, che spingerebbero in mare il bucintoro. - Piagni forse i tuoi morti?»

«Pel Battista, lo hai detto! Io piango un morto... piango l'onore dell'Italia e di noi altri», e, siffatte parole proferendo, tal diè del pugno sopra la tavola che i distesi a dormire si svegliano di soprassalto levando la testa sospettosi di qualche sinistra avventura.

«L'onore della milizia italiana spento?» domandò ansioso il giovane Vico. «Qual cosa v'induce a giudizio sì iniquo sopra il vostro sangue?»

«Sta a voi domandarmelo, Vico? Non siete fuggito anche voi d'Arezzo? Così è - noi infelici reliquie delle Bande Nere, tanto famose nelle guerre passate, ne abbiamo or dianzi bruttata la gloria. Occhi miei tristi, che tante volte e tante vedeste dalle bande onoratissime del signor Giovannino i Tedeschi assaliti e dispersi, perchè mai vi ostinate a rimanere aperti per contemplare una fuga infame senza pure essere affrontati?... O morte! o morte!» E il prode uomo si batteva con le mani la fronte.

«Confortatevi, Lupo: col capitano Ferruccio non fuggiremo più...»

«Sentite, Vico, riponetevi bene nella mente le parole del veterano: - i peccati di viltà non hanno remissione; - la viltà sparsa una volta porta il suo frutto, - frutto di esempio pessimo e di danno alla patria, irrevocabile. - Io ho pianto due volte in questa vita: - la prima fu, quando una notte del mese di gennaio io mi scaldava al camino da una parte, e la mia povera madre filava dall'altra: mi aveva narrato le mille cose fatte e dette da mio padre e da mio nonno (che Dio gli abbia in pace), e le giostre avvenute ai suoi tempi e la congiura dei Pazzi, chè ella si trovò in chiesa alla strage e nel trambusto vi perdè il cappuccio di vaio e la collana d'argento. - La povera donna nel bel mezzo del discorso si arresta... e subito dopo, con voce mutata, mi dice: Lupo, accóstati, ch'io ti benedica... ti lascio solo... O gran Madre del Signore, ricevi l'anima mia! - Levai la faccia e vidi la povera madre con la destra in atto di benedire, - gli occhi aperti, e la bocca aperta anch'essa, ma storta da un lato. - Iddio l'aveva chiamata alla pace degli angioli. - Lupo è rimasto solo davvero sopra la terra. L'altra volta ch'io piansi fu... - Compagni miei, vi chieggo perdonanza se vi funesto con dolorosi racconti. Io mi taccio e rumino da me stesso la mia angoscia.»

«Di', di', Lupo; le parole del veterano riescono sempre gradite all'animo dei suoi compagni.»

«Ora dunque, figliuoli miei, - perchè io per età, vedete, potrei esservi padre, comechè non abbia tolto mai moglie e non mi sieno nati figliuoli; ma certa volta udii raccontare da messer Pietro Aretino, svisceratissimo del signor Giovanni, come un antico capitano a certo che lo riprese di non aver tolto donna, ed in questa maniera privato la patria di eredi delle virtù sue, rispondesse: Sappi che io lascio due figliuole e tali che se la patria ne imita l'esempio, diventerà non pure famosa, ma unica per la gloria delle armi nella Grecia: e ricordò due battaglie da lui virtuosamente combattute e vinte. - Fin qui Lupo non operava nulla che gli fruttasse onore; però non vi ha impresa, comunque arrisicata ella sia, per la quale non senta l'animo e le voglie disposte. Adesso mi trovo ad avere tanto detto fuori del seminato che non so più donde mi sia partito o dove io mi abbia a ritornare: - mi sembra dovessi narrarvi come piangessi le seconde lagrime in mia vita, ed ecco proprio il modo in che andò la cosa. - Il signor Giovannino... Nessuno di voi ha egli veduto il signor Giovanni dei Medici? - Ebbene, quando passate da Orsamichele, sostatevi a guardare il San Giorgio di Donatello: immaginate voi che muova le braccia, che parli di forza, che lanci lo sguardo acuto quanto un verrettone, ed avrete la immagine vera del fortissimo capitano. - Il signor Giovannino con alquanti cavalli leggieri si pose alla caccia dei Tedeschi nel serraglio di Mantova. - I nemici, che lo chiamavano il gran diavolo, - tanto si mostrava nelle zuffe avventato e feroce, - si danno scorati alla fuga: - noi proseguiamo ardentissimi quella, più che battaglia, beccheria; - la strage della gente tedesca ci giungendo gradita, non come di nemici vinti, sibbene come di genia bestiale, oscena peste del mondo. Uno di questi scomunicati, mole gigantesca di mala carne, all'improvviso volta faccia a me che lo inseguiva, e tale mi scarica a traverso un colpo di mazza d'arme che mi avrebbe schiacciato il capo come un pinocchio. - Lupo era leggiero in cotesti tempi; mi abbandonai pertanto sul dorso del cavallo, spronai oltre e lo colsi così impetuoso della punta nel ventre che lo passai fuor fuora meglio di un palmo dal tergo. - Qui sento picchiarmi sulla corazza: - pensando vicino un nuovo nemico, mi volto con truce proponimento, e vedo il capitano Giovanni, il quale al cenno aggiungendo le parole: Prode Lupo, favellò, domani ti promoveremo a sergente delle nostre milizie... - Appena i suoi labbri tacevano che lo vidi, atterrato per forza prepotente, avvilupparsi nella polvere; - accorsi a rilevarlo, ed egli: Cristo! esclamò, la stessa gamba di Pavia: ormai è destinata a rimanere sul campo. - E così come disse fu: una palla di falconetto gli aveva rotto sopra il ginocchio la medesima gamba destra che al Barco di Pavia, scaramucciando, gli ferirono sconciamente verso la noce. Incalzando i Tedeschi, noi non temevamo delle artiglierie, sendo avvertiti che non ne avevano: ma nella notte il duca Alfonso di Ferrara, secondo che il diavolo lo persuase, nascosti dentro certe barche di vettovaglia mandava loro pel Po quattro falconetti; e in questo modo egli fu cagione prima della ferita, poi della morte del signor Giovanni. Imperocchè, trasferito a Mantova in casa Luigi Gonzaga, gli furono attorno i cerusici e deliberarono segargli la gamba. Quando io lo vidi accomodato sopra la sedia, mi tremarono i polsi, mi sentiva scoppiare il pianto, che pure trattenni per non isconfortare quel povero signore. - Egli poi guardava le seghe, i coltelli, le tanaglie e l'altro apparecchio infernale da cacciare i brividi addosso a chi non ci aveva a far nulla; e sorrideva. Intanto Abram giudeo, scamiciato fino ai gomiti, cominciò a tagliare, rasente la ferita, le carni. Il signor Giovanni siede e guarda; io, temendo non lo facesse trasalire lo spasimo, me gli accosto e lo recingo con le braccia alla cintura. Quasi gli avessi fatto ingiuria, mi si rivolge con mal piglio e grida: Ch'è questo che fate, Lupo? Andate via: io so molto bene reggermi da me senza li vostri ajuti. - A Dio non piacque salvarlo. - Dopo pochi giorni rimase spento con danno inestimabile della milizia italiana quel pro' guerriero, bellissimo di corpo, forte di braccio, ingegnoso, feroce, nella età verde di ventinove anni. Corse voce nei tempi, papa Chimenti corrompesse il cerusico giudeo, e questi gli segasse la gamba con ferri avvelenati. Intorno alla qual voce io non saprei consigliarvi a crederla e a discrederla nemmeno; di questo però vi assicuro, papa Chimenti volergli male di morte, e lui essere capace di questo o di altro; quanto al giudeo poi, io lo conobbi uomo dabbene. - In siffatti casi ho pianto, - due sole volte in mia vita... - Ma vedete, in quel modo che ieri udii predicare a fra' Benedetto, il capitano Moisè, traendo il suo popolo per lo deserto, e mancatagli l'acqua, percosse un sasso, e quinci uscì copiosissima fonte, in quel modo dico l'angoscia mi ha battuto sul cuore e ne fece scaturire lagrime e sangue. Ora poi a cagione dell'ultimo vituperio nostro il mio cuore si è del tutto spezzato; in breve spero mi sarà concesso di fuggire la vista del sole, che aborro, e sottrarmi così agli eventi futuri, che l'animo mi presagisce funesti: - se non sapemmo difendere la patria in Arezzo, come la difenderemo noi qui, no, io per me non so capire davvero: pari i muri, i petti pari...»

A cotesti discorsi i soldati tacevano siccome rimorsi dalla vergogna, o scorati da presentimento. Più di tutti il Machiavello. Uno fra loro, crollando ad un tratto la testa come per cacciarne i cupi pensieri, favellò:

«Lupo, le tue querele paionmi generose, non savie. Noi possiamo di quest'infamia lavarci le mani, e non mica come Pilato. L'onta ricade intera su l'Albizzi, il quale comandò la partita: ed ora, chiamato dai signori Otto a sindicato, dovrà renderne ragione col capo.»

E Lupo rispondeva:

«Il sangue macchia, non lava; la colpa del commessario si confonde con quella dei soldati; e nel mondo si leva un vituperio per tutti che tu non sai placare. Per Dio! così non istà bene. Se osservi il comando del capitano codardo, una condanna di obbrobrio insieme con lui ti contamina; se ti rifiuti agli ordinamenti della milizia, ti puniscono di morte: - il caso di Pandolfo Puccini informi...»

«Lupo, io ti assicuro», osservò Ludovico, «la passione aombrarti l'intelletto: al soldato, quando obbedisce il cenno del superiore, la fama è salva.»

«Poniamo via», riprende Lupo, «e che egli obbedendo allo iniquo comandamento non abbia infamia come soldato: ma fuggirà egli per avventura anche il danno come cittadino? Io per me lo ripeto, - così non istà bene. Immaginate, compagni, che, avendo noi giurato fedeltà al Palazzo di Fiorenza, domani la Signoria si avvisasse comandarci di abbattere Marzocco, gridare morte alla Repubblica, viva le palle: dovremmo, o no, obbedire? Se no, tristi soldati; se sì, pessimi cittadini. Io, non ho letto sui libri; - la disciplina in campo del signor Giovanni costringeva, fuori di misura, severa: e nondimanco ho sempre tenuto fisso in mente qui sotto giacere un qualche grave errore da doversi emendare.»

«Ogni male viene dalla testa», soggiunse Ludovico; «bisogna attendere prima di tutto a nominare buoni signori e buon capitano, poi rimetterci interamente ai comandi; - se togli ciò, nissun governo, nessuna disciplina possono reggere.»

«Sì bene: ma quando l'errore è commesso? Forse la pioggia non bagna le membra del soldato come quelle del cittadino, non le assidera il freddo, non le arde il fuoco? Il soldato che impegna le braccia ha forse venduto il cuore e la mente? Se il soldato vive nei campi, rinnega per questo la patria? Non conserva egli sempre desiderii ed affetti di cittadino? E se abbandona la cara famiglia pei rischi della guerra, ciò non fa egli appunto per tutelarla da oltraggio straniero? Ora dunque, quando conosce a chiara prova un comando imbecille o traditore, sarà obbligato ad eseguirlo e così con le sue mani procurare un fine contrario a quello pel quale mosse dal dolce luogo dove pure lo trattenevano pietà dei parenti, dolcezza di marito, amore dei figli? Ditemene quante volete e sapete, voi non arriverete a persuadermi che il soldato che mise a cimento la vita per la libertà della patria debba obbedire come bestia insensata e feroce allorquando gli ordinano di ammazzarla.»

«E per altra parte, se concedi facoltà al soldato», riprende il Machiavelli, «di ponderare, prima di obbedirlo, il comando (lasciamo da parte che molti ne farebbero pretesto di tradimento o d'ignavia), innanzi che l'uomo si fosse determinato a soddisfarlo, l'occasione andrebbe perduta; perocchè voi sappiate, Lupo, il destino delle battaglie pendere sovente da un minuto.»

«Voi siete dotto, voi, e da tale nascete che la sapeva lunga e la sapeva contare; sicchè poco sforzo ci vuole a far comparire scempie le mie parole. - Certo che in mezzo alla battaglia, quando il capitano ordina: Avanti! - il soldato si fermi e risponda: Lasciatemi pensare; - mi sembra cosa bestiale. - E se dall'altro canto considero che intendono ridurre il soldato in condizione di arnese composto di ossa e di carne, da spingerlo avanti, indietro, da parte, senza intelletto, senza cuore; e' mi par cosa anche più bestiale della prima. Tra le due estremità deve trovarsi una strada di mezzo. Io non ce la so vedere; ma il sangue mi bolle allorchè penso un soldato figliuolo del popolo possa riuscire, per disciplina, parricida e stromento di servitù nelle mani del tiranno o del traditore.»

«Veramente, dinanzi alla legge suprema di conservare la libertà, credo ancora io che la disciplina taccia; allora qualche cosa che sta sopra alla disciplina delle milizie approva la ribellione, anzi la persuade; voglio dire la patria e Dio. Però triste indagini paionmi queste. Di che temiamo noi? Noi abbiamo signori animosi, capitani provati.»

«E Malatesta?... - Ma via porgetemi il boccale, ch'io voglio bagnarmi la bocca. Ho parlato tanto! e forse, e senza forse, folli parole, - peccato della vecchiezza.» - Qui bevve e riponendo il boccale sulla tavola, continuò: «Vedete, l'uomo si assomiglia al boccale pieno di vino. Il tempo ogni anno vi beve un sorso lungo, sicchè in fondo ci rimane il peggio: colla età cascano i capelli e il giudizio. Viva la gioventù, forte, audace, fidente... Io stasera, invece di concitarvi con belle storie di guerra, vi attristava con torbide fantasie di vecchio gufo. - Ve ne domando nuovamente perdono: io me lo concedo tanto più di leggieri in quanto che penso il vostro cuore per parole non crescere nè diminuire. - Animo! su, compagni! non è la prima volta che gl'imperatori videro le nostre mura. - Le videro, non le espugnarono. Non dico vero, Ludovico? Messere vostro padre deve pure averlo scritto nelle sue storie.»

«Sì, certo, e udite come la racconta, che io me la sono serbata a mente: «L'imperatore (era Arrigo VII), deliberato di domare i Fiorentini, venne per la via di Perugia e di Arezzo a Firenze, e si pose con lo esercito suo al monastero di San Salvi propinquo alla città a un miglio, dove cinquanta giorni stette senz'alcun frutto: tanto che, disperato di potere disturbare lo stato di quella città, ne andò a Pisa. Correva l'anno del Signore 1312.»

«O perchè messere vostro padre, il quale pure sapientissimo uomo era, in così magnanimo fatto spese tanto poche parole?»

«Perchè dubitò la ignavia del secolo presente su le glorie passate si riposasse. Di vero, cavare sollievo nella presente miseria dalla memoria delle perdute facoltà senza sbracciarsi a mutare stato la è cosa da gente vile. Più lungo fu esponendo i falli e le colpe dei tempi, affinchè i cittadini ne sentissero vergogna e l'emendassero.»

Così consumando il tempo nel novellare di molti e varii argomenti, all'improvviso fu udito mosso di fuori uno schiamazzo di voci confuse, minaccevoli e supplicanti, umili, crucciose, e imprecazioni e bestemmie; - poco dopo un rumore come di carra rovesciate, di corpi caduti; e qui guaiti, urli furibondi, senza misura crescenti; quindi un celere scalpito di cavalli sopra il selciato della via.

Adesso, mentre i soldati del corpo di guardia staccavano le partigiane dalla parete per accorrere in aiuto, spalancato fragorosamente le porte, balza in mezzo della stanza una femmina, come palla briccolata dalla bombarda, la quale, corsi allo indietro tre o quattro passi, quasi compiendo l'urto di spinta impressa contro di lei, andò a percuotere supina il capo nella parete. Indifferenti a cotesta apparizione, i soldati uscirono dal corpo di guardia; rimasero Ludovico e Lupo per ragione di ufficio ed anche per vaghezza di soccorrere la misera donna. Le si accostarono pertanto e, rilevandola, la trovarono giovanissima, bella e di gentile aspetto: le sue vesti apparivano schiette, quali costumano le donzelle di contado, se non che fatte di panni più fini e con sottile lavorio ricamate di passamani e nastri di seta. Le si vedevano sul volto delicato i segni di patimenti sofferti, certo a lei più gravosi quanto più nuovi: pallida era ed aveva bianche le labbra, gli occhi chiusi siccome morta.

Ludovico, invece di porgere mano a Lupo onde sovvenire alla fanciulla, si rimase immemore a contemplarla. Ludovico toccava la età nella quale un'arcana malinconia si diffonde nel sangue: quanto una volta piaceva ora rincresce: - il ragno intreccia a festoni la sua tela intorno al tanto una volta diletto leuto; la spada anch'essa polverosa penderebbe dal chiodo, se amore di patria non gliela cingesse ai fianchi; il seno si gonfia a spessi sospiri: sovente tendeva l'orecchio, quasi aspettando una chiamata; si sentiva invogliato a piangere e non sapeva perchè; nella sua mente si avvolgevano forme indistinte e pur vaghe d'ineffabile bellezza, a guisa di volti di angioli specchiantisi sopra l'onda commossa di un lago; - ed ora quelle sembianze, contemplate a frammenti, par che gli stiano definite dinanzi; - la voce che aspettava gli si è fatta sentire, e l'eco della sua anima già vi ha risposto, la corda è vibrata, conosce il fine dei dubbiosi desiri.

Lupo, sdegnoso per la inerzia di Ludovico, così lo riprende:

«Vico, davvero io vi credeva più caritatevole verso il prossimo. - Datemi una mano perchè io non so quello che mi faccia: - fosse ella colubrina o smeriglio saprei il modo di aggiustarli io... una fanciulla così delicata... in questo stato... che cosa volete? non me ne intendo e intanto la poverina patisce... - Qua via, porgete il lume, vediamo mo' s'ella fosse rimasta ferita nel capo. - Tenete ferma la mano; - così non vedo nulla: - ma che diavolo avete nelle braccia che le vi tremano come se la quartana vi fosse venuta addosso?» - Così favellando Lupo spartiva dietro il capo il volume delle chiome alla donzella e, al moto delle dita aggiungendo il soffio, speculava se vi fosse lacero o contusione. - «Gran male io non ci veggo; ora abbisognerebbe un po' di aceto... cercate, Ludovico, se vi venisse fatto di trovare o penne di pollo o esca od anche carta, che gliela bruceremo sotto il naso e la faremo rinvenire: - io la scingerei, ma non mi attento; e' sono cose queste che non si aspettano a' maschi...»

Ludovico, come risensando, senza dar mente alle parole di Lupo, aveva già tratto un pannolino di tasca e, intintolo nell'acqua, dolcemente bagnava le tempie alla donzella. Nè stette guari che, in quella guisa che l'aere vermiglio all'orizzonle annunzia vicina la lampa del sole, il colore della giovanezza e della salute, diffondendosi sul volto alla fanciulla, presagì vicino il ritorno dell'anima agli usati offici. Alfine trasse un gran gemito, e lo splendore degli occhi si manifestò. Li volse esterrefatta d'intorno, e la prima parola che uscisse dalle sue labbra fu:

«O padre mio! Dov'è mio padre?» E chiuse gli occhi di nuovo. Di lì in breve riaprendoli, gli fissa nella faccia di Lupo, e prendendone terrore, a braccia aperte si ripara al seno di Vico esclamando: «Salvatemi, in nome di Maria santissima, da quel ceffo di fiera... difendetemi da quell'empio ladrone... uccidetelo, o uccidetemi...»

«Per la testa di San Giovambattista!» proruppe Lupo, «valeva il pregio davvero che io mi prendessi tanto impaccio di scioglierle la lingua a cotesta calandra! Che ci ho a fare io, se gli anni mi hanno mutato in bianco quello che un giorno ebbi nero, e il sole ha mutato in nero quello che dalla natura sortii bianco? Se le ferite mi hanno cincischiato il viso, ciò è avvenuto perchè, tranne una volta... una volta sola..., non voltai mai le spalle al nemico. Ed io vo' che sappiate, fanciulla mia, tornare a maggiore infamia pel soldato gli sfregi alle spalle che non si vedono che gli altri visibili sopra la faccia. - Nè sempre apparvi quale comparisco adesso; - e qualche occhio di donna pianse alle mie partenze, e qualche labbro sorrise ai miei ritorni. Ma ci corrono anni da questi a quei tempi! - Però non dubitava di avere ceffo da mettere paura, - da masnadiere, - da ladrone. Voi, fanciulla mia, avete scambiato il sorbo per noce. - Io sono Lupo bombardiere agli stipendi della Repubblica di Fiorenza... onesto e dabbene quanto può esserlo qualunque altro bombardiere in questo mondo e in quell'altro.»

Ludovico sosteneva quel caro peso; fremeva, godeva e taceva; un'arcana voluttà gl'investiva le membra. La donzella pur sempre a occhi chiusi, col capo dimesso; di repente si svelle dalle braccia di lui, palma percuote a palma, le mani si caccia tra i capelli, prorompe in dirottissimo pianto e, fuggendo verso la porta, empie l'aere notturno col grido:

«O padre mio! o padre mio!»

«Vico la seguitando veloce, la trattiene; e confortandola con dolci parole, le dice:

«Non temete; il padre vostro ritroveremo; vi ricondurremo alle vostre case... ai vostri parenti...»

Qui lo interrompe un alto riso della fanciulla: - egli allora, tra stupido e soddisfatto aggiunge:

«Sol che vi piaccia mantenere l'animo lieto e tranquillo.»

«Vuoi rendermi la casa! Oh! rendimela via, e con essa la mia cameretta linda, polita, col soffitto tinto d'azzurro, e il letticciolo con le coperte di rascia rossa e il bel capoletto di Sicilia: - rendimi la immagine della Madonna dell'Impruneta di Luca della Robbia e la lampada e il vaso dove ogni giorno mutava fiori freschi di mia mano côlti nel giardino... Ma come farai a rendermela, se quando ne uscii, il pavimento, le pareti, il soffitto tutta andava in fiamme?... Mi vuoi gettare tra il fuoco? In che peccai? Cotesta è la stanza dei dannati, ed io non ho fatto male a persona nel mondo. - Io sono innocente, io! - Tu mi hai parlato di madre: menami a vederla, e ti dirò fratello, perocchè io sappia ogni creatura nascere da una madre ed essere amata da lei sopra ogni cosa: ma io, sai? non ho conosciuta la mia... nessuno ha risposto allorchè domandai: siete mia madre voi? - ed io fin qui ho dubitato di essere venuta al mondo senza. Ben ho padre e amatissimo. - Almeno lo aveva un'ora fa; - ora poi non so più s'io lo abbia. - Deh! se lo sapete, insegnatemelo, siatemi pietosi, rendetemelo. Non conosco altro che lui nel mondo: - che cosa dovrei fare sola, orfana, abbandonata a me stessa? - Adesso poi che madonna Lucrezia è morta. - Oh! le sventure vengono sempre e troppo accompagnate. - Non credete forse che madonna Lucrezia sia morta?... Io stessa l'ho veduta, invocato il nome santo di Dio, precipitarsi a capo rivolto nell'Arno. Oh quanto era gran dolore non poterla soccorrere! e, potendo, non avrebbe mica voluto, perchè ella si uccideva per fuggire vergogna. - Io stesso per lungo tempo l'ho cercata lungo le sponde invano; e dopo trovai mio padre che sedeva sui tegoli inceneriti di casa... e corsi e corsi veloce, cosicchè le stelle del firmamento mi parevano un nastro lungo lungo di luce; - e ora l'ho perduto da capo... Signori, abbiate pietà dell'orfana; riconducetemi da mio padre... O padre mio...»

In questa le guardie della milizia fiorentina tornarono; e chi sorridendo, quale imprecando, depositano le armi: se non che, vista la desolazione della fanciulla, si acquetarono tutti, ed uno di loro soltanto raccontò: causa del trambusto una squadra di cavalleggeri uscita a foraggiare, che tornando carica di preda aveva trovato la porta ingombra di gente del contado, di carra, di somieri e di masserizie, con le quali fuggendo riparavano alla città; che, non essendo riuscita, ad ottenere per amore si slargassero per lasciarla passare, si era cacciata di forza tra quel cumulo di uomini, di bestie e di cose, sicchè sbarattandolo e rovesciandolo era passata di galoppo tra mezzo. Poco il guasto o nessuno; qualche mulo o cavallo aombrato correre alla ventura per la città, ma presto lo avrebbero ritrovato; la fanciulla di certo caduta per urto di cima a qualche carro dove si stava addormentata: trattenerla nel corpo di guardia pareva il consiglio migliore, perchè non istarebbe guari la sua gente a venire per lei.

La fanciulla porgeva attentissimo l'orecchio, fissava arguto il suo sguardo nel volto del parlante, sospettosa non la dileggiassero; e quando le parve sincero, alquanto si assicurò: allora con ambe le mani traendosi dietro il capo i molti capelli caduti sulla fronte, disse:

«Faccia Dio che presto ritorni! - Ma dove mi hanno condotta? Dove mi trovo adesso?» E vedendosi circondata da tanti uomini i quali curiosamente la guardavano, arrossì vereconda e declinò le palpebre.

«Figliuola mia», le rispose Lupo, «già non voglio dire che non potresti stare con miglior gente, perchè la sarebbe soverchia presunzione cotesta; pure così come ti trovi, sei sicura quanto nel monastero delle Murate. - Tu stai in Fiorenza presso la porta San Nicolò, tra giovani costumatissimi e ascritti alle bande della milizia cittadina. - Io poi mi chiamo Lupo e sono bombardiere preposto alla colubrina piantata in cima alla torre della porta.»

«Signor Lupo», soggiunse con umil voce la donzella, «io mi abbandono nelle vostre braccia; - fatemi da padre finchè non abbia ritrovato il mio vero. - Di ciò vi avremo obbligo infinito tanto mio padre che io; e pregherò per voi la madre mia ch'è nei cieli.»

«Sta' pure di buon animo, figliuola mia; tu sei in mezzo a' tuoi. Anzi, ora che penso, onde diminuire le ansietà di questa povera fanciulla, e' sarebbe bene alcuno di voi, con buona licenza di messere Vico, si movesse in traccia di suo padre per le prossime vie.»

«Dio ve ne renda merito», disse la fanciulla; - e poi volgendosi a Vico e per la prima volta consapevole riguardandolo, volle parlargli, e si confuse anch'ella; onde si rimase in silenzio.

«Come volete, Lupo, ci poniamo in traccia del padre suo», notarono alcuni, «se i nomi di lei e di quello ignoriamo?»

«Andate», disse la fanciulla, «e se per la notte incontrate voce alcuna di pianto che chiami Annalena, - quegli è mio padre. Se non udite la voce, il dolore lo ha ucciso.»

«Orsù dunque voi, Marco Guidi e voi Pierfilippo, aggiratevi qui d'intorno e vedete se per sorte vi ci abbatteste. - Tornate presto e non passate l'Arno.»

Due uomini obbedivano al comando di Ludovico.

«Figliuola mia», riprese a favellare Lupo, «se io non ti rinnuovo troppo disperata memoria, dimmi a che termine si trova il nostro infelice contado?»

«Ahi! trista me! - I tormenti che videro questi occhi vincono le parole. - Atti nefandi, abominazioni da demonii, immanità efferate, delitti quali non dovrebbe tollerare la pazienza di Dio. Chiunque adesso percorresse le terre già tanto fortunate del nostro contado, gli parrebbero un deserto; - le tempeste dei cieli, i fulmini, li terremoti insieme raccolti non potrebbero apportare danno uguale a quello che hanno cagionato questi empi ladroni. Le vigne svelte, gli alberi abbattuti, la terra sconvolta non serba traccia delle fatiche dei campi. Le case ardono, le chiese rovinano: e tutti questi danni ed altri maggiori non uguagliano i tormenti dei miseri abitatori. Le donne tratte in ischiavitù, ad uffici vilissimi costrette, battute, ferite... gli uomini appiccati ai pochi alberi rimasti alla campagna, miserabile spettacolo dalla lontana, più misero da vicino, perocchè allora si conosca espresso quanti abbiano patiti crudelissimi strazi prima di morire...»

«Occhi di Dio, dove dunque guardate?» Muggì piuttosto con voce di toro che non urlasse con grido umano Lupo. E la fanciulla spaventata balzò in piedi per fuggire.

«Ah!» proseguiva Lupo, «tutto questo avviene perchè fummo codardi; - se avessimo tenuto fermo in Arezzo, il nemico non iscorazzerebbe adesso il contado: bene sta, dacchè non adoperammo le braccia a difenderci, forza è che gli occhi consumiamo a piangere.»

«Oh! non versate ancora tutte le vostre lacrime, perchè tale vi narrerò una sventura a cui se il piangere non manca, vi si spezzerà il cuore per troppa compassione. Mio padre ha stanza... e devo dire, aveva, - ma l'animo non sa credere come in un giorno possano tanti infortunii accadere che appena mesi basterebbero a immaginarli, e non pertanto avvennero in un'ora sola, e noi sopraviviamo, - mio padre aveva stanza in Val di Greve presso San Giusto: in certo luogo fuori di mano, ombroso per copia di piante, era fabbricata la casa nostra, asilo d'innocenza, per me di pace non interrotta, per lui di riposo agli antichi travagli, dacchè mio padre, da me in fuori non ha parenti al mondo, e spesso piagne sopra altri e la moglie defunta, e più sovente egli versa lacrime d'ira che mi fanno paura. Ora correranno tre notti il padre, accompagnandomi alla mia cameretta, mi baciò in fronte, mi benedisse e mi salutò dicendomi: Addio, a domani. - Poi, quasi un qualche presentimento lo funestasse, rifece i passi per rammentarmi assicurassi bene per di dentro le imposte, essendo la casa bassa, la contrada piena di ribaldi, molto il pericolo dei ladroni, più che soldati, dell'esercito della lega, le difese poche o nessuna. Ond'io, maravigliando dell'insolito sospetto, domandai: Perchè tanto temete? - Ed egli a me: Perchè mi sei sola in terra. - Siccome mi aveva consigliato, chiusi diligentemente le imposte, - poi mi prostrai davanti alla immagine della Madonna e le porsi le consuete preghiere pel padre, per tutti ed anche per me; - mi giacqui pacata proponendo levarmi mattiniera avanti l'alba per cogliere fiori, destare il padre spruzzandogliene sul volto la rugiada e irriderlo dei notturni terrori. - Il sonno mi vinse: all'improvviso, comechè tenessi le palpebre chiuse, uno splendore mi offende la facoltà visiva: dubbiosa di avere oltrapassata l'ora proposta, balzo a sedere ed apro gli occhi. - Pensate voi qual cuore fosse il mio quando vidi piena di fumo la stanza, - la fiamma sguizzare spaventevole lungo il soffitto! - Preso consiglio dalla paura, fatto fastello dei panni, scinta, scalza, scarmigliata i capelli, proruppi fuori. - La Madonna aveva miracolosamente preservata la cameretta della sua devota; - la rimanente casa in fuoco; - parte della scala, la inferiore, vacillante travolta in fiamme, ma sempre in piedi; la superiore caduta; ogni indugio sicurissima morte. - L'anima mia raccomandata al Signore, mi slanciai; il divino ajuto soccorrendomi toccai uno degli scalini rimasti; - bruciavano; - volai; - dall'ultimo gradino movendo il primo passo, sentii sotto il piede un corpo morbido, e mi parve ancora intendere un sospiro; - declinai lo sguardo: - uno dei piedi mi vidi contaminato di sangue, e nel corpo mi apparve la spettacolo miserabile di un servo infranto, mezzo arso dalle fiamme - forse egli precipitava dalla parte più alta della casa, dove aveva stanza.

«Affrettai il passo, non sapendo nè curando pensare in qual parte fuggissi: - unica cura fuggire. Risensando, mi trovai dietro la siepe foltissima del giardino, e dall'opposto lato scôrsi mio padre, il quale in mezzo ad una banda di scherani con le ginocchia piegate supplicava così: - Alfine anche voi una donna ha partorito; avete sembianza umana: lasciatevi piegare; concedete ch'io vada a salvarla... la figliuola... solo, unico conforto alla mia vecchiaia; - lasciatemi: - quanto possedevo vi ho dato. - Faccio sacramento sopra tutti i santi del paradiso non essermi rimasto un picciolo per riscattarmi. A che volete ritenere un povero vecchio? A che sono buono io? - Ahimè! sentite! - è rovinato un trave... forse sul corpo della mia figliuola... scioglietemi... lasciatemi. - Ed altre aggiungeva tanto compassionevoli parole che faceva passione a sentirlo. Ma gli scherani non gli badavano, intenti a dividersi le nostre masserizie più care. Ben poteva tenermi nascosta, ma come può figliuola abbandonare il padre in balìa a tanto affanno? Disprezzato il pericolo, mi palesai e corsi ad abbracciarlo esclamando: Sono salva! - Egli non poteva abbracciarmi, che ambe le mani dietro al dorso gli avevano legate; - mi baciava... piangeva... mormorava parole per passione soverchiante confuse. Così i nostri mali obliavamo, quando uno dei masnadieri in sembianza superiore agli altri mi viene appresso, e di forza piegandomi verso lo incendio mi guarda allo splendore delle fiamme della mia casa con piglio tra ladro ed osceno, poi vôlto ad un suo cagnotto, comanda: - Menala assieme con le altre. - Stende il cagnotto le mani; - io mi riparo alle spalle del padre; e questi, siccome ira ed amore lo consigliano, privo d'ogni altra difesa, a morsi mi difende; - ed ora prega, ora impreca affannoso. - Il caporale, infastidito da coteste imprecazioni, esclama: Pieraccio, fa che il tristo corvo si accheti; - e per sempre. - Il cagnotto si trasse indietro, calò giù dalle spalle l'archibuso, tolse di mira il padre mio, ed accostando la corda accesa al focone, sparò contro di lui. - Egli cadde rotolando dentro la fossa che circondava il giardino, ed io ancora caddi, come se il colpo medesimo avesse ucciso due creature. Quanto tempo durassi in tale stato, non saprei: allorchè rinvenni, mi trovai dentro una capanna angusta, e intorno a me certe fanciulle del vicinato per lunga domestichezza mie familiari. S'ingegnavano con diversi argomenti richiamarmi alla vita. Posai pertanto di alcun poco la paura; e sopra tutto mi fu a bene cagione la vista di monna Lucrezia Mazzanti da Figline. Questa magnanima donna, di cui vi narrerò il pietosissimo caso, che aveva di qualche anno condotto a marito Iacopo Palmieri da Fiorenza, abitava in villa poco lontana dalla casa che fu nostra nel popolo di Dudda: - lei citavano esempio di domestica virtù; per santità di costumi venerata, dai poverelli per la sua beneficenza benedetta, a cagione della donnesca sua leggiadria a quanti la conoscevano gradita, discreta, ben parlante, amorevole. Io, da gran tempo priva di madre naturale, lei madre per elezione riveriva ed amava. Conveniva in sua casa mio padre; e talvolta, quando stava in villa a San Casciano, un messere di alto affare, a cui mi facevano baciare la mano per ossequio, dicendomi di lui infinite novelle e come avesse corso pericolo di vita per causa della libertà e lo avessero posto al martoro, come de' casi degli uomini fosse speculatore arguto, espositore eccellente, virtuoso, dabbene... lo salutavano col nome di messere Segretario... sovente ancora messere Nicolò...»

«Il padre mio!» esclama Ludovico.

«E sì che mi pareva osservare sul vostro volto sembianze a me già conte da tempi remoti...» E mentre così la vergine favellava, il capo declinando, arrossiva. - Poco dopo riprese: «Che fa egli? vive?»

«Dio lo ha chiamato alla sua pace.»

«Fortunato lui, che i suoi occhi non vedono le presenti miserie! - Siccome me lo dicevano della patria amantissimo, pietà divina certo lo tolse allo spettacolo di così profondo infortunio. - A lei dunque mi voltai interrogandola dove fosse mio padre: ed ella rispondevami starsi in luogo sicuro; non dubitassi; lo avrei riveduto un giorno, sotto cielo meno inclemente, circondato da creature più buone. Coteste parole non mi confortavano punto; ricordai lo scoppio dell'archibugio, il padre scomparso, e stemperandomi in pianto, più e più sempre invocava il mio povero padre. Le compagne, male sapendo come consolarmi, dolenti anch'esse per eguali sventure, piansero al mio pianto, ai miei gridi gridarono. Sola madonna Lucrezia, trattenute le lagrime, non facendo atto che apparisse vile, con soavi parole ci conforta, in mille modi diversi s'ingegna raumiliarci: - Il pianto, ci dice, ai colpi di fortuna non giova anzi gli aggrava; togliessimo animo pari ai casi con i quali il Signore intenderà provarci; rammentassimo le donne di coloro i quali con rischio della vita avevano pigliato in mano la difesa della patria non dovevano piangere; a nemico superbo opponessimo altero petto; un giorno anch'essi scontrerebbero amare queste esultanze nefande; a Dio volgessimo il cuore rassegnato e contrito; alla Madre Santissima ci raccomandassimo; serbassimo la vita finchè potevamo con onore; se no, scegliessimo la morte, e il cielo si aprirebbe a raccogliere la nostra anima cantando le glorie dei martiri.

Così accesa nel volto con occhi lucenti favellava la santissima donna, quando, schiusa la porta, apparve tra noi l'abborrito ordinatore della morte di mio padre. Le compagne mi si strinsero attorno, come colombe paurose del nibbio; io lo guardava fisso e sentiva ribollirmi nel cuore orribile sete di sangue, sicchè se mi fossi trovata in mano daga o archibugio e avessi saputo come si uccide un uomo, lo avrei trucidato di certo. - Costui, che seppi tenere grado di capitano, e chiamarsi Giovambattista da Recanati, si restrinse a colloquio con Madonna; procedevano da prima le sue parole dimesse, la persona piegava in atto di ossequio, - poi diventò a mano a mano, concitato nel dire, gli occhi gli avvamparono ardenti. Madonna rispondeva raro, come schermendosi da molesta domanda, e noi la vedevamo ora impallidire, ora arrossire a guisa di persona posta al tormento. All'improvviso quel tristo proruppe: - Fin qui pregai. Ora sappiate ch'io posso volere e voglio... - Lucrezia lo supplicava tacesse, il luogo considerasse e le persone; ma l'altro non udiva ed ambe le braccia distese per afferrarla. In quello estremo la donna gli strappa la daga dal fianco e, alquanto indietreggiando, gliel'appunta alla gola gridando: - Scostati, o sei morto. - Il capitano si trasse in disparte e, contraendo le guance, fece greppo e mostrò i denti come fiera che si apparecchia a divorare la preda. - Era il suo riso. Poco appresso rincorato, - Madonna, le disse, rendetemi la daga: voi ricambiate odio per amore; - questo fa torto alla vostra pietà. - Ed ella: - Sì, certo, io non voglio comparire davanti al mio Creatore coll'omicidio sull'anima. Non a voi, capitano, sibbene a me stessa, darò la morte, se vi accostate anche un passo. - Non ne farete niente, Lucrezia! - e si favellando si avvicina; allora ella volge la punta al proprio seno e si apre le carni, cosicchè ne spiccia larga vena di sangue. Noi alzammo un terribile grido. Il capitano urlò fieramente anch'egli e, fatto delle mani croce, supplicò si rimanesse, - sarebbe partito. E si partiva: mentre stava per oltrevarcare la porta, Madonna con voce carezzevole lo richiamò indietro, e a lui tutto lieto dell'animo che immaginava nella donna mutato, ella disse: - Pregarlo di farci respirare aere meno grave, ci cavasse per qualche ora dal carcere infame; lasciasseci vagare pei campi paterni. - Ed egli: - Purchè sia meco! - Lucrezia rispose di rimando: - Sia.

Uscito dalla stanza, corremmo alla donna, fasciammo la piaga leggiera, ed ella, come già rapita a sensi diversi, lasciava fare: - diventarono mute le sue labbra: - si nascose il volto nelle mani e così stette fino a sera, premendola un fiero proponimento. Il pianto fu a noi tutte in quel giorno cibo e bevanda. Declinando il giorno, comparve il capitano Recanati in compagnia di alquanti suoi scherani, e con esso loro noi tutti uscimmo. Lucrezia volse frettolosi i passi alle sponde dell'Arno. - Talora si ferma, il cielo considerando e la terra: e poichè il cielo appariva divinamente sereno e la terra lieta di verdi piante... - ah! gli uomini non possono contaminare la natura., - gemè dall'intimo petto. - La brezza vespertina mordeva acuta, e noi la vedemmo dilatare le narici ed aspirarla a lungo tratto, come se intendesse inebriarvisi. - Cotesta era carità di patria, pensiero di godere le voluttà di cui il natio luogo va pieno prima d'immergersi nella morte. - Ora le campane delle parrocchie annunziano la estrema ora del giorno. - Voi sapete come, in cotesta ora, in quel suono si comprenda un'arcana mestizia che vince il cuore dei più tristi e li dispone ai rimorsi della notte. Madonna si pose in ginocchio, - noi ne seguitammo l'esempio, ed ella a noi volgendosi ci disse: - L'ultima ora di un giorno e di una vita è compiuta; pregate per un'anima che sta per passare. - Il senso di quelle parole non ci era chiaro, - pure pregammo con ardentissimi voti. Cosa stupenda e a me medesima, dove non l'avessi con i propri miei occhi contemplata, incredibile. I masnadieri e il capitano, i quali ci vigilavano da vicino, commossi dallo spettacolo di amore e di fede, loro malgrado si prostrarono anch'essi, sforzandosi richiamare sui labbri l'orazione nei primi anni della vita imparata dalla pia genitrice.

Noi donne stavamo sopra il ciglione dell'argine; - menava sotto vertiginose le acque l'Arno grosso per le pioggie cadute nei giorni precedenti. Madonna Lucrezia si leva: - aveva nel volto gran parte di cielo; il crepuscolo dorato lo vestiva di luce serafica: ci guardò mesta, non abbattuta; secura non baldanzosa; e aprendo la bocca favellò: Figliuole mie, che voi sceglieste piuttosto la morte con onore che la vita con vergogna, stamane con parole io v'insegnava; guardate, - adesso ve lo confermo con l'esempio. - Ah! il pianto mi toglie facoltà di raccontarvi partitamente com'ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume: - come vedessimo ora apparire su le acque, ora scomparire sotto, la santissima donna; e tanta era in lei la voglia di preporre l'onestà alla vita che quante volte l'impeto dei vortici la respinse su a galla, altrettante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava giù nel fondo. Urlando correvam lungo le rive dell'Arno, strappandoci i capelli e invocando Dio. Il capitano, improvvido di consiglio, rimase stupido di terrore. I suoi non si movevano; - egli poi, quando si riscosse ed ebbe trovato barche e corde per riaverla, trasse dal fiume un cadavere. - Scendeva intanto la notte. - Il corpo inanimato adagiarono sopra una bara: - portavano intorno due torce infiammate; e il capitano seguiva livido e muto. - Già ci accostavamo al campo quando vedemmo, quasi scaturito dal seno della terra, un uomo sordidato di fango, co' capelli scomposti sul volto, ardentissimi gli occhi, stringere una daga ed avventarsi contro il capitano Recanati gridando: - Rendimi mia moglie! - E il capitano, quasi agitato dalle medesime furie, trasse in un baleno il suo pugnale gridando più forte: - Rendimi l'amor mio! - L'uno contro l'altro correndo rovesciano un masnadiero che porta una torcia; - di subito li circondano le tenebre; - ne segue fiero scompiglio: - i portatori fuggono, la bara precipita rovesciando la morta sopra i due forsennati... Se quel tremendo avvenimento giungesse a separarli, se più infelloniti si uccidessero, io non so dirvi, perocchè anch'io mi detti alla fuga, - e tanto corsi, tanto mi affaticai che, quando per lassezza mi rimasi, la notte era alta; - intorno a me silenziosa la terra; solo da lontano mi veniva un rumore come di acque che si rompano per le pile dei ponti. Pensai movessero dal campo; e rinfrancata, quantunque mi sentissi rifinita di forze, ripresi il cammino opposto a quel suono.

- Andai per un tempo alla ventura, poi, ravvisando strade a me note, deliberai tornare dove fu la mia casa, sperando rinvenire il corpo di mio padre, dargli sepoltura e quindi commettermi alla fede di taluno conoscente od amico. - Pur giunsi, - riconobbi i cancelli atterrati, il bel giardino svelto; - ma mi premeva altra cura. Dal terrore agitata e dalla pietà cercai per le fosse l'amato cadavere. Per quanta diligenza io vi adoperassi, non mi venne fatto trovarlo. - Mi avvio dolente verso l'aia dove surse la casa, adesso ingombra di frantumi e di ceneri. - Mentre più mi avvicino, odo un sospiro fievole, e subito dopo vedo un simulacro umano in mezzo a quelle rovine; intendo più alacre il guardo... e mi parve lo spettro di mio padre. Se pure fosse stato tale, amore mi consigliava di andargli incontro, ma la paura mi vinse, e fuggii prorompendo in altissimi stridi. - Nel tempo stesso la voce paterna mi percuoteva le orecchie chiamando: - Figliuola, figliuola! - Così vicini a riunirci per miracolo del cielo, di nuovo ci dividevamo, - e forse per sempre, - se all'improvviso il cane fedele, superstite a tante sciagure, non mi avesse, afferrando il lembo della veste, impedito di correre. Ci abbracciammo dimentichi dei sofferti mali; caduto era il padre non già di palla, bensì per essergli mancato il terreno di sotto i piedi, e al tempo stesso, sparando l'archibuso, parve rimanere ucciso, mentre per divina provvidenza la palla, strisciategli le vesti, appena l'offendeva. Precipito il racconto: albergammo in casa amica; ci ristorammo della fame e del disagio; e poi, così volle mio padre, saliti sopra poderoso cavallo, per lungo circuito, correndo a precipizio, ci riducemmo a Fiorenza. - Forse dieci miglia discosto incontrammo un convoglio di carra e di gente che abbandonavano il contado: infranta nella persona, desiderai adagiarmi sopra un carro pieno di strame e di leggieri me lo concessero i villani dabbene; qui presi sonno; mi risvegliai precipitando e caddi tra voi. - Ed ora mio padre dov'è? E perchè tarda? Qualche fiera avventura gli accadde, e voi me la celate pietosi. O padre mio!...»

Una voce lontana penetrò nel corpo di guardia, che chiamava:

«Lena! Annalena!»

«Silenzio!»

«Lena!»

«Ah! padre, padre, padre!...»

E tutti uscirono dalla porta a gola spiegata gridando:

«Qua. - Da questa parte. - Venite oltre. - Qui è vostra figlia.» Cessa la voce, - s'intendono passi precipitati; arriva un vecchio ansante, si slancia con giovanile leggierezza fra le braccia della vergine, - ella di lui; e piangendo, mormorando parole slegate, alternando baci e carezze, godono piena la gioia umana, - la cessazione del dolore!

Alcuno dei circostanti piegava altrove il volto, vergognando mostrarlo lacrimoso; Lupo rideva, non capiva in sè dalla contentezza.

Poichè si furono alquanto rimesse quelle calde dimostranze di affetto. il vecchio con labbra ridenti e cuore devoto rendeva mercede agli ospiti della figlia.

«Oh!» rispondeva Lupo, «qui non ci capiscono grazie; noi non abbiamo fatto altro che dirle buone parole... e queste costano tanto poco, e tante ne sprechiamo invano e per male che davvero non meritano pregio le pochissime proferite per bene. Io ve l'ho conservata, come padre; e sebbene la presenza vostra mi tolga la dolcezza di questo nome, siate ben venuto, buon uomo. Se però non vi offendesse la proposta, e voi voleste accoglierla con quell'animo col quale ve la offeriamo noi, starebbe a voi renderci gli uomini più lieti di questa terra (perdonate il rozzo dire alla sincerità delle intenzioni)... accettando parte delli nostri danari...»

«Lupo ci vince in valore, in magnanimità, in anni, in tutto», esclamarono i giovani.

«Per gli anni, sta pur troppo e, mio malgrado, bene; pel rimanente, e nasca quello che sa nascerne, voi mentite per la gola.»

«Gente dabbene, la vostra cortesia supera la parola: io ve ne rendo con l'animo quelle grazie che so e posso maggiori. Dal naufragio della fortuna tanto ancora mi avanza da sostentare me e la mia figliuola finchè il nemico duri nelle nostre contrade. Allora spero che Dio vorrà concedermi tanto di vita da restituire in lieto stato le mie terre, rialzare la casa...»

«Amen!» risposero i circostanti.

«Però», disse Lupo, «vecchio come siete, era meglio che riparaste a Lucca o a Siena e vi toglieste ai disagi dell'assedio, come hanno fatto i nostri più doviziosi mercatanti.»

«Il mercante non conosce patria; - i suoi affetti e le sue memorie stanno nel forziere. - Agevole cosa è pertanto trasportare un forziere. L'agricoltore pone nei campi l'amore, le fatiche, le ricordanze o liete o triste della vita; nè i campi possono da un luogo all'altro trasferirsi. A me bisogna rimanere in patria o morto o vivo.

«Già non intendeva io consigliarvi ad abbandonarla, sibbene rimanervi lontano finchè durano i pericoli della guerra.»

«Lontano o vicino, i pericoli della patria mi riuscirebbero del pari dolorosi e forse più gravi stando lontano, perchè accresciuti dall'ansia, dall'incertezza e dal timore. E che? Manca forse vigore a queste braccia per adoperarle in difesa del mio paese? Quella guerra è invincibile dove combattono per soldati il vecchio di sessant'anni e il giovanetto di quindici. Me avventuroso se potrò dare al dolce loco natio gli estremi giorni di questa mia vita angustiata per mille dolori! Scaverò ai fossi, porterò terra ai bastioni, porgerò le armi ai combattenti; - e, ogni via di salute disperata, precipitando dall'alto apporterò con la mia la morte di qualche nemico. Se, come spero, le ragioni della patria prevarranno, mi sarà di conforto nel morire il pensiero che la mia diletta figliuola sia commessa alla fede di madre amantissima, - voglio dire Fiorenza. - Se invece, (disperda Cristo l'augurio); rimane spenta la libertà, il vivere che monta? Tra morire e vivere da schiavo la differenza è questa: i morti non sentono nulla, i vivi si consumano sotto il peso delle catene. Lena mia, ti faccio manifesto il mio testamento alla presenza di questi valenti uomini; dove il lione coronato rimanga insegna della Repubblica, tu vivi, serbati agli affetti di sposa, - alle santissime cure di madre; se le palle trionfano... eccoti... prendi questo coltello... comunque corto egli sia, può sciogliere un'anima dai legami del corpo.

Ludovico si muove all'improvviso e ponendosi di faccia al vecchio lo interroga:

«Messere Lucantonio, mi ravvisate voi?

«Oh! se vi ravviso», rispose tosto il vecchio andandogli incontro e abbracciandolo, «messere Ludovico, vi siete fatto fiero e gagliardo, la Dio mercede. Vedete un po' come siete cresciuto, si può dire, a giorni. Il vostro signor padre (scusate se vi rinnovo il dolore) ci ha lasciato; - povero uomo! meritava vivere più lunga vita; ma Dio sa quello che fa: - io però non me nè darò mai pace; non isperavo nè desideravo sopravvivergli. Duri tempi, figliuolo mio, ma non affatto sfortunati a chi, come voi, eredò tanta copia di domestiche virtù.»

«Messer Lucantonio, profferendovi grazie delle cortesi vostre parole per ora, favelleremo a bell'agio intorno a siffatto argomento. - Volevo dirvi un'altra cosa: - l'incomodo della via, i travagli sofferti devono rendere al vostro corpo necessario il riposo. Qui presso nel popolo di Santa Felicita è la casa del vostro amico defunto; - mia madre e i miei fratelli abitano Pisa da molto tempo, e il modo del ritorno è loro tolto. - Venite ed accettate ospitalità...»

«Io non consentirò...»

«Pensate che il figliuolo del vostro amico non merita rifiuto e che l'alterezza, quando è troppa, diventa superba.»

«Sicuro, eh! il soverchio rompe il coperchio», veniva approvando Lupo.

«Sia come volete. Messeri, amici da un istante, noi lo saremo per la vita: - porgetemi la mano; così come le mani, si uniscano le anime nostre. Lupo, io per me nulla sono... ma se voleste essere pagato col mio cuore, io ve lo manderei dentro una coppa a casa... Addio.»

E salutando con le mani, da destra a sinistra piegando la persona, si accommiatava.

Lupo, staccando il lampione e rischiarando la via, mormorava:

«Pagare! il cuore! Che diavolerie sono elleno queste? Avrei per avventura ceffo di quelli che mangiano gli uomini alle Indie? Messere Lucantonio, vedete non farvi male... andate piano... qua v'è uno scalino da scendere... a rivederci... buona notte. E voi, Annalena, rammentatevi di me nelle vostre orazioni.»

«Addio... buona notte...», si udì alternare da una parte e dall'altra. - Poi fu fatto silenzio.

Lupo rientrando depose il lampione, si avviluppò nel gabbano, e ponendosi a giacere stulla panca, mormorava - Lupo vergógnati! Quell'uomo conta un terzo anni più di te, ha veduto la sua casa incendiata, le sostanze disperse, le terre guaste; e nondimeno pieno di fede spera, o pieno di ardimento fermò nel cuore il suo fine... Tu invece, dubiti... ti sconforti e, quello ch'è peggio, sconforti altrui. - Egli non soldato, tu allevato e cresciuto nei campi. - E ciò da che nasce? Nasce dall'essere in lui il cuore buono, il senno ottimo... - Tu veramente, Lupo, cuore non hai cattivo, si potrebbe sostenere anche buono..., ma per il senno... Ah! Lupo, tra te e te puoi confessare che sei tondo come l'O di Giotto... e non vedi più in là mezza spanna del naso.


NOTE

Pubblicata ch'io ebbi quest'opera, si ridestò fra miei un'alba di amore per le cose patrie. Indi in vari scritti poi furono visti comparire intorno ai fatti toccati in questa Iliade di un popolo oggimai scomparso dal mondo: fra gli altri ricordo un opuscolo breve di mole sopra il caso della Lucrezia Mazzanti, dove mi si movevano parole piuttosto acerbe per essermi dilungato soverchiamente dalla storia; e non è vero: la storia fu alquanto resa più vaga per cagione della estetica persuasa in opere di siffatta maniera; ad ogni modo, uso per natura e per consiglio a lasciare correre i giudizi sopra di me e le cose mie, non ispenderò altre parole, soddisfatto da questo, che il mio libro valse a fare viva la memoria di magnanimi defunti ormai cascata in dimenticanza, ed opera che, vergognando dell'obblio, ponessero a Lucrezia Mazzanti, una lapide commemorativa sul ponte della Incisa. Troppo più l'anima mia sarebbe stata paga, se con la memoria dei nomi avessi potuto suscitare la virtù necessaria ad imitare i fortissimi esempi dei padri nostri. Ahimè! tanto non possono i libri, o non lo possono soli. La iscrizione posta sul ponte alla Incisa dice così:

MDXXIX - Lucrezia de' Mazzanti - Donna d'alto cuore - Plebea - Dagli amplessi aborrendo - Di soldato alla patria nemico - Inviolata - Annegossi - Nè a lei - Maggiore dell'altra Lucrezia - I tempi consentirono un Bruto - E la Repubblica Fiorentina - Periva - Questa memoria - Dopo CCCXIX anni - Antonio Brucalassi poneva.

Pietro Contrucci ne fece un'altra men bella, a parere mio, ed è questa:

Lucrezia Mazzanti - Anzichè da brutale soldato nemico - Patire vituperio - Si annegava nell'Arno - O fortunata! - Che a Dio rendesti - Pura l'anima, intemerato il corpo - E lasciando sì alto esempio alle femmine - Sfuggisti ai mali - Che disertarono la tua Fiorenza.

Peggiore di tutte quella di Benedetto Varchi dettata in latino, nella quale, dopo avere narrato che Lucrezia venuta a galla tre volte, tre volte si ricacciò sotto, conclude che la Lucrezia romana rimase svergognata e morì una volta, mentre l'etrusca morì tre volte e scampò la vergogna. - Grullerie manifeste!


CAPITOLO SETTIMO

LA PRATICA

Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici

furono di tanta altezza e generosità di animo

che risolvettero veder perdere piuttosto

la roba e la vita combattendo che l'onore

e la libertà cedendo.


Varchi, Stor., lib. X.

Chi vuol veder quantunque può natura

In fare una fantastica befana,

Un'ombra, un sogno, una febbre quartana,

Un model secco di qualche figura,

Anzi pure il model della paura.

Una lanterna viva in forma umana,

Una mummia appiccata a tramontana,

Legga per cortesia questa scrittura.


Berni, sonetti.


La storia è poderosa quanto il grido dell'angiolo che deve suscitare dalle tombe le ossa inaridite; - ella evoca le ombre delle andate generazioni e le costringe al giudizio.

Ma lo spirito, insofferente del confine a lui imposto dalla forza misteriosa che chiamiamo Dio, quando s'ingegna conoscere da quello che il mondo soffriva quanto egli ancora sia destinato a soffrire, merita l'inferno comune con Satana. - I fati posero il genio del rimorso a custodia dei sepolcri, - e contendono dalle reliquie dei morti derivarsi argomento di esperienza pei vivi. Continue paure sgomentano gl'indagatori delle arti arcane vietate ai mortali, ed è la storia tra queste. Come l'albero della scienza dell'Eden, sta nella vita umana lo studio; quello produsse la morte del corpo, questo la certezza del male, ch'è la morte dell'anima.

Infelicissima vita dell'uomo giunto a penetrare gli arcani difesi! perocchè i cieli mente bastevole a separarlo dai suoi fratelli di miseria gli concedessero, tanta poi che valesse per sollevarlo alle sostanze spirituali gli negassero. Ora la superbia lo trattiene dall'inclinare lo sguardo sopra una stirpe che egli calpesta e disprezza perchè non sa migliorarla; la disperazione gli dice fissarsi invano occhio mortale nell'alto. Fin dove poteva sorgere, egli è sorto: adesso si roda le viscere. - Ah quasi per errore egli venne tra le cose create: quanta sarebbe pietà riporlo tra le disfatte!

Un tempo fu, adesso per molta età diventato antico, in cui gli uomini ordinarono al poeta adombrate dal velo delle allegorie le sentenze della dottrina morale rappresentasse; ed Eschilo allora immaginava cantando il figlio di Giapeto, salito all'Olimpo per conforto di Pallade, rapirne il fuoco celeste e vivificare con quello lo spirito umano. Geloso il tiranno dei cieli, lo condannando ad immortale supplizio, mandava l'avoltojo a pascere il fegato perenne al sapiente infelice. Incatenato alle rupi del Caucaso, chiama Prometeo l'etere, la terra e il mare in testimonio dell'atroce ingiustizia. Lui incitava al meglio il grido della natura; una pietà profonda, un sublime pensiero lo spinsero a fare meno triste le sorti della bestia che parla. Ora come secondavano gli dei tanto amorevole benignità? La creatura amante e, comechè incolpevoli, le creature amate ebbero comunanza di pena. A tormentare la prima fu mandato l'eterno carnefice; - a tormentare le seconde vennero la infermità, la tristezza, ed Esiodo poeta aggiunge illepidamente le donne...

Più sicuri noi contempliamo la dura verità. Santo Agostino e Rabano ci narrano come Prometeo fosse uomo inclito per dottrina, il quale meditando sulle ragioni delle cose svelava agli uomini le proprie miserie, e palpate le piaghe loro, non seppe poi con qual farmaco mitigarle. Gli uomini tratti dalla ignoranza nell'angoscia maledirono l'importuno maestro, che si consumò nell'angoscia di aver procurato irrimediabile un male con intenzione del bene.

Avventuroso lo stolto! - Bacone de Verulamio due afferma essere le condizioni della vita figurate dalla sapienza antica nelle persone di Epimeteo e di Prometeo. «E chi, egli ragiona, improvvido del futuro seguitò la scuola di Epimeteo prendendo diletto delle cose presenti, senza darsi cura dell'avvenire, placava il genio maligno e, lusingandosi di vane speranze, traeva la vita come nella dolcezza di sogno fortunato. - Gli alunni di Prometeo, per lo contrario, indagatori acuti degli uomini e delle cose, ogni letizia appassirono. Stretti alla colonna della necessità, da paure continue agitati, perderono la pace del cuore; e se pure spunta per essi un'alba di conforto, nuovi terrori sopravvengono improvvisi a disperarli con l'antica agonia.»

Avventuroso lo stolto! La disputa se la scienza giovi a migliorare le condizioni umane pende indecisa. A Giangiacomo il suo genio disse: Nega, - ed ei negò, e le genti lo chiamarono scempio. E che monta il giudizio della gente? La storia insegna le verità maravigliose essere state mai sempre schernite col nome di follia. E sì che Gesù Cristo predicando alle turbe in Galilea tale dava principio alla sua orazione: - Beati i poveri di spirito, - e sì che i santi Paolo e Gregorio ordinarono l'incendio di molte migliaia di volumi: ed oh! piacesse a Dio che potessimo davvero di tutti i libri del mondo costruire un rogo per farvi sopra un atto di fede dei miserabili sofismi chiamati col nome di ragione umana.

Ma via, che cosa ella è mai nostra scienza? Un deserto senza confini e senza oasi. Presunzione soverchia di noi stessi ci consiglia di porvisi dentro alla ventura; - il dubbio ci punge sempre ad andare oltre; e se mai avviene che un qualcheduno ritorni a casa sano, mostra manifesto sul volto il segno della curiosità delusa, della stanchezza disperata per aver saputo che nulla possiamo sapere quaggiù. Il nostro intelletto va ingombro di perchè senza risposta; e se l'angiolo custode non ti riposa la mente da queste domande, tu vedi in brevi apparire la pazzia, la quale irridendoti ti scuote davanti il suo bastone co' sonagli. «La sapienza degli uomini si assomiglia alla cenere, i suoi ragionamenti superbi sono mucchi di fango.» Perchè dunque la bestia che parla si vanterà superiore alla bestia che la voce non modula a guisa di parola? «Forse perchè la prima ha senno e mani da trucidare la seconda? Non sempre si lasciò uccidere, sovente anch'ella uccise; e pel rimanente, che cosa dice lo Spirito? «La condizione della bestia è in tutto eguale a quella dell'uomo; ambedue muoiono di pari morte, ambedue composti di terra si disfanno in terra. Chi può affermare che l'alito dei figli d'Adamo si volga in su e quello delle bestie si volga in giù? «La verità per noi è come per i re di Gerusalemme e di Cipro, come i vescovi in partibus, un segno senza idea. Ponzio Pilato, certo giorno che non aveva altro da fare, interrogò Gesù Cristo in che consistesse la verità; - poi non attese la risposta ed uscì fuori. - Danno inestimabile fu che il proconsole Pilato non avesse pazienza di fermarsi un momento!

Dunque?

Vi aveva forse promesso di concludere? E se pure ve lo avessi promesso, può egli in siffatte materie tenersi la parola? Voi forse pensate ch'io sia per volgermi all'oceano e supplicarlo di nuovamente nascondere la terra, siccome uscita dai suoi precordi! invano. No, rimanga la terra, continui a lambirne i confini estremi l'oceano, la ricuopra il cielo, imperciocchè io le desideri destini migliori, ed anche, vaticinando, io gli spero. Però desiderando e sperando ho detto a me stesso due cose: gli uomini non saranno mai tutti nè in tutto felici; nel tempo in che viviamo, molte piaghe furono sanate, moltissime altre si apersero, nè giungemmo a gran pezza alla cima che i sofisti s'immaginano, nè con le slombate e pedantescamente codarde fisime loro ci perverremo mai. Se Dio levò la mano su tutte le generazioni della terra, e' non appare che fosse per benedirle tutte: alcune egli guarda con occhio ardente, come acceso di collera, e quivi tu incontri il deserto dalle arene infocate; altre egli non guarda mai, e quivi piovono nevi perenni e ghiacci eterni si addensano; ogni speranza di miglior ventura è morta tra loro. Se quello che raccontano può credersi, cioè avere la terra un cielo che si compia mediante ordine lungo di secoli, per cui la Libia un giorno diventerà Siberia, allora, mutata la vicenda della pena sembra che si possa concludere, vivranno sempre i tormentati. Noi non siamo intero sangue latino; - noi uscimmo dal fianco di madri barbare, e molto di loro ritraggono le nostre membra; - dove non mi occorresse altro argomento per confermarmi in questo mio dubbio, me ne persuaderebbe l'odio veramente fraterno che adesso portiamo ai nostri antichi fratelli teutoni. A posta loro essi si spingono verso il mezzogiorno, desiderando scambiare le brume del cielo natio coll'azzurro del nostro, anelando il grappolo delle nostre vigne, l'olivo delle valli: - Lasciate, essi ci dicono, riscaldarci le membra intirizzite ai raggi del vostro sole; - voi ne avete goduto tanti anni! - Importuni Polinici che ci domandano il trono di Tebe, e da noi odiati come Eteocle odiava. Poichè la natura si mostrò a molti matrigna e ad altri molti madre parzialissima, io penso ch'ella abbia gittato nel mondo il pomo della discordia; e qui per quanto uomo s'affatichi, invano speri di trovare rimedio. Ancora nasce il debole ed il forte, nasce l'uomo di alto intelletto e lo scemo di senno; - irreparabili ingiustizie. Con opera non interrotta di secoli l'uomo arriverà forse a bilanciare in parte siffatte discrepanze, ma pure rimane sempre l'apparizione del genio suprema ingiustizia, meteora luminosa che sè stessa arde e gli occhi ai riguardanti consuma, forza prepotente, la quale, secondo che muove Arimane od Oromaze, afferrato pei capelli il suo secolo, lo strascina precocemente verso la libera civiltà o lo risospinge nella serva barbarie. - Ora parlo di noi uomini viventi. A coloro che tra i riposi di molli origlieri immaginano il sogno facile di umana felicità, compassione. A coloro, i quali consultano i destini degli uomini sui libri dalle fodere dorate, e non palpitano per le piazze e pei trivii in mezzo alla plebe vestita il corpo di fango, l'animo di delitto, compassione e dileggio. A coloro i quali non meno vili e più dannosi dei lusingatori cortegiani adulano le moltitudini, dileggio ed obbrobrio. Non sollevate ancora gli occhi alle stelle, avvertite a non traboccare dentro la fossa adesso adesso aperta ai martiri della libertà, o se gli sollevate, fatelo per pensare che i vostri mali vincono di numero le stelle dei cieli; voi avete concetti superiori, proponimenti inferiori al bisogno; mente alta, cuore codardo, braccio infiacchito; voi ordite un secolo avaro e superbo; obliosi movete oggi la danza dove ieri surse il patibolo per i vostri fratelli; come solevano i baccanti, voi empite l'aere di gridi, perchè nè da voi nè da altri s'intendano i lamenti dei mortariati e turbino le vostre vituperose feste; se vi uccidono l'amico, non dirò che a guisa dei lupi vi lacerate a brani il corpo di lui, bensì come pecore stupide continuate la pastura spensierati e leggieri; vanitosi, celebrate i fatti progressi, e non sapete che la millesima parte della lebbra sociale non fu per anche sanata, che, qualunque parte, comechè piccolissima, della lebbra rimanga, di per sè basta a procurare la morte. Teti tuffando Achille nelle acque di Lete obliava bagnargli il calcagno, e Paride, quivi appunto percotendolo l'uccise. I vostri fratelli furono balestrati in esilio, voi appena fuori delle porte gli avete dimenticati; - i vostri fratelli furono percossi di morte, e voi avete avuto, non che d'altro, paura di gemere sopra il fato acerbo di loro... di proferirne il nome! - i vostri fratelli furono sepolti in carcere, e voi non li avete consolati. E voi i civili, voi? Voi non avete la energia della barbarie nè il senno della civiltà virile. Prima di desiderare la libertà, imparate ad essere uomini; - piuttostochè volere repubblica, attendete a purgare i rei costumi. Finchè vi state così superbi, parabolani, frivoli, obliosi, leggieri, pei mali altrui di ghiaccio, fuoco per ogni maniera di diletti, io non abbisognerò della testa di Medusa per farvi impietrire: - pietra siete da voi. - Io vorrei come dentro uno specchio mettervi dinanzi l'anima vostra: - mostro più schifo non partorì natura, nè mente di poeta immaginò.

Io troppo bene conosco che, da insidiose blandizie lunsingati, saliti adesso, pel discorso inconsueto, in furore, mi maledirete... Maleditemi... e smentitemi, se potete; - intanto io vi dichiaro codardi, frivoli insanabilmente e in tutto degni della presente servitù. - Adesso riprendo la storia.

Quando avveniva un caso grave di pace o di guerra, in Fiorenza era costume del governo di chiamare a consulta, che dicevano Pratica, oltre i magistrati, certa copia di cittadini autorevoli a fine di ricercarli della loro opinione intorno ai privati pareri. Il quale abuso biasima meritamente l'istorico Iacopo Nardi, come quello che partoriva pessimi effetti; primo, perchè, non potendo adunare tutti i cittadini che invero erano o si reputavano autorevoli, gli esclusi si rimanevano scontenti e queruli; poi quelli che sapevano, secondo la consuetudine, avere ad esser chiamati, poco pregiavano i pubblici uffici e sè non esentavano con danno della repubblica; finalmente, i condottieri e i principi, ai quali bisognava negoziare con Fiorenza, riconoscevano questi concittadini come perpetuo magistrato, e così il governo veniva a perdere di reputazione. Siffatta costumanza cominciò dal tempo delle civili discordie tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nel quale avveniva che i principali della fazione fuoruscita, tornati vittoriosi a casa, volessero ingerirsi nelle consulte, trattandosi della salute propria e della parte. E quantunque nel secolo della nostra storia cotesta necessità fosse cessata, pur tuttavia continuava il costume; tale essendo la natura delle abitudini, buone o triste elle sieno, quando una volta si lasciano invecchiare nella mente dei popoli.

Il caso era grave davvero, perchè si trattava se dovesse Fiorenza accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale; però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le contrarie; - colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.

Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi, Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti, Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca degli Albizzi, Franceso Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente per le palle.

Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo, ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare i rapporti della provincia. - E così favellando si accostava ad una tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere. - Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; - e Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però, simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme; - notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo, ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi, entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto, egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:

«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto; la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: - pericoli maggiori dentro: l'erario vuoto.»

«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione, fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica tirannide.»

E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.

«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»

«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel capestro per tendina.»

«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e possiamo costringere a tenere i patti; - vinti poi, dispersi, spenti, nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili e le più volte derisi.»

«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non esularono; - non esularono i Cartaginesi; - non esularono i Sanniti, - non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo' che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei mesi di tirannide.

«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.

E questi spedito rispose:

«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse non valgano nulla; - tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi: - se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»

«Queste risposte sanno di oracoli. - Dei due fatti bisogna supporre uno: - così non verremo a capo di nulla», - mormorava a mezza voce il Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva non intendere parola.

«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo ultimo figliuolo...»

«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile»

«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»

«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»

«E chi siete voi?»

«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo San Friano.»

«Or bene, monna Ghita, aspettate.»

«Aspettate! - Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non basta.

Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè non li comprate... - Corto - andate o non andate ad avvertire messer Francesco?»

«Buona donna, andatevi con Dio: - vi par egli che il magnifico gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia qual siete voi.»

«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza ascriversi alla matricola delle arti: - la mia famiglia appartiene all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci: ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali di condizione.»

Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa, nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.

E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta al soldato. - Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti; ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando, amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per avventura la lingua al beccaio?»

«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la maggiore...»

«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli scritto nella matricola dell'arte della seta?»

«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere... E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e' mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo... - Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»

Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada, di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri adunati. Allora monna Ghita continuò:

«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri, non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima di suo padre. - Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo. Rimango sola; - ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti bisogna difendere tua madre e la tua casa. - Qui Ciapo mi ha risposto: Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. - Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità, essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre, non sai in che modo rifarti. - E senti ancora quello che predicava il beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare quella santissima bocca: - Cristiani e fratelli miei, vale meglio pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. - E Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. - Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo padre, che Cristo abbia in gloria.»

Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso; sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola. Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. - La donna soggiunse:

«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a me ed a lui. - Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche) «in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: - io non ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco, costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo d'arme. - Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati, davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso? Addio.»

Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e intenerito esclamava:

«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro, il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»

E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi da loro, come selvatica, con alta voce gridò:

«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro. Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti.»

Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: - Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo unico basterebbe a farmene scrivere la storia.

Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.

«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo, hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al Palazzo.»

«Ordinate che cessino di sonare la campana: - se vi aggrada, messeri, possiamo scendere in sala. - Voi, monna Ghita...» La donna era scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di rimettere il tempo perduto.

Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. - Non per anche i popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella. - Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto, lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai perchè più presto fosse finita.»

Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli della repubblica, netti di specchio. Imperciocchè egli sapeva essere le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali, s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano parlamento e balía. E la storia aveva insegnato esserne derivati pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, della tua cittate

Conservi che da Dio ti è stato offerto,

In pace starai sempre e in libertate:

Tien' dunque l'occhio della mente aperto,

Chè molte insidie ognor ti fien parate,

E sappi che chi vuol far parlamento

Vuol tòrti dalle mani il reggimento.

Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano il gonfaloniere di giustizia e i Signori: - nella facciata dirimpetto era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata bigoncia, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri volgarmente chiamato Vecchio.

Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie, conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; - il futuro si distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma. Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto, pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, - il tempo caduto nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni, quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se comparisce il raggio divino. - Quanto tarda a comparire quel raggio! A cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce, con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale di terra; voi preme una grave coltre di terra; - voi forse ora siete tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.

Il magistrato dei Signori ebbe origine antica, fu ordinato nel 1282; - dapprima erano tre, poi sei, essendo la città divisa in sestieri; alla fine otto, quando la ridussero a quartieri. Ma, siffatto magistrato non bastando a frenare la prepotenza dei nobili, crearono nel 1292 il gonfaloniere di giustizia, al quale dettero sotto venti bandiere mille uomini, onde si trovasse sempre parato a favorire le leggi. Primo eletto fu Ubaldo Ruffoli; e trasse per la prima volta fuori il gonfalone per disfare le case dei Galletti, avendo uno di quella famiglia ucciso in Francia un popolano. Il gonfaloniere e la Signoria esercitavano, da principio, grandissimo potere, stando nella facoltà di quelli fare o non fare quanto loro meglio piacesse. Dal 1494 insino al 1512, e dal 1527 al 1530 poi, sibbene il Consiglio Grande fosse vero e legittimo signore, nondimeno cotesti due magistrati ritenevano gran parte della sua autorità. Uscito fuori dal bisogno e per avventura dall'ira, cotesto ufficio riunì un tempo entrambi i poteri che noi diciamo deliberativo ed esecutivo; in seguito, procedendo nella scienza di governare lo stato, l'autorità del deliberare fu, come si doveva, restituita ad ampia assemblea, ed essi ritennero il potere esecutivo, il quale nondimeno divisero in altri magistrati subalterni, come sarebbe a dire i Dieci, ai quali commisero l'incarico di vigilar su le cose della pace e della guerra, i Nove preposti a provvedere alle milizie del contado, gli Otto all'amministrazione della giustizia criminale, ed altri ad altre cose.

Dopo la Signoria, nel reggimento della Repubblica Fiorentina comparivano notabili i sedici gonfalonieri. È incerto se Giano della Bella nel 1292, o il cardinale da Prato, mandato nel 1303 da papa Benedetto XI a pacificare la città, gl'istituisse. Fu da principio ufficio loro esclusivo sovvenire la Signoria e il Palazzo, correre alle case dei popolani, se vedessero i grandi assembramenti per isforzare il governo, operare in somma quanto fosse necessario onde rimanesse illesa la legge, e perchè meglio l'ufficio loro eseguissero, ebbero nel 1323 i cinquantasei pennoni, tre per gonfaloniere, ed alcuni quattro, con i quali, quando il gonfaloniere di giustizia chiamava il popolo alle armi, erano tenuti ad andargli dietro con le compagnie loro assegnate. Mutati i tempi e gli ordinamenti, non più si ebbe bisogno che uscissero in arme ad accompagnare il gonfaloniere di giustizia nella tumultuosa esecuzione di sentenza che pareva, ed era le più volte, vendetta: ma nondimeno, avendo acquistato riputazione grandissima, ordinarono che la Signoria, quando avesse a fare alcuna pubblica deliberazione (come confermare le spese commesse dai magistrati della Repubblica, creare nuove leggi, imporre gravezze), non potesse alcuna cosa eseguire senza di loro. Avevano titolo di venerabili; insieme con i dodici Buonuomini componevano i così detti Collegi, e si chiamavano ancora li Tre maggiori. Chiunque il padre o l'avo del quale non era veduto far parte di questi maggiori non poteva essere promosso agli uffici pubblici. La città andava divisa in quartieri, per la riforma che ne fu fatta dopo la cacciata del duca di Atene. Per lo innanzi fu spartita in sestieri. Ogni quartiero aveva un gonfalone collegiale e quattro particolari. San Spirito prese per gonfalone collegiale la colomba bianca con raggi d'oro fuori del becco in campo azzurro; gli altri scala bianca in campo rosso; quadro bianco seminato di nicchi rossi in campo azzurro; sferza nera in campo bianco; drago verde in campo rosso. Santa Croce ebbe in gonfalone collegiale croce rossa in campo bianco; - gli altri furono, due ruote cerchiate bianche e nere; una ruota di carro di color d'oro in campo azzurro; toro nero in campo d'oro; lione d'oro in campo azzurro. Santa Maria Novella per gonfalone primario un sole d'oro in campo azzurro; e gli altri, lione bianco in campo azzurro; lione rosso in campo verde; vipera verde in campo d'oro; unicorno bianco in campo verde. San Giovanni, il tempio in campo azzurro; gonfaloni minori, le chiavi rosse incrociate in campo d'oro; il vaio bianco e nero; il drago verde in campo d'oro; lione nero in campo bianco.

Terzo maestrato maggiore costituivano i Buonuomini; dodici di numero; istituiti nel 1321; nel qual tempo essendo la città molto travagliata dalla fazione di quelli che volevano entrare nel governo, e non provvedendo a sì fatto disordine i Priori come dovevano, furono eletti questi dodici Buonuomini, perchè assistessero i Priori, i quali d'ora in poi non potessero fare deliberazione alcuna d'importanza senza il consiglio loro: si dissero Buonuomini perchè cavati fra quelli che avevano fama, oltre la sufficienza, di grande bontà. Nella riforma del 1494, epoca della seconda cacciata dei Medici, si provvide che eglino insieme ai sedici gonfalonieri ed alla Signoria intervenissero a fare stanziamenti, creare nuove leggi ed altri ordini; nè senza la presenza loro il Consiglio Grande potesse eleggere magistrato, o far cosa altra qualunque. Incombeva loro altro ufficio, ed era la guardia della porta del Palazzo nei tempi turbolenti contro chiunque volesse sforzare i Signori. Però, durante lo spazio compreso nella nostra storia, di e notte vigilarono alla custodia della Signoria.

Dei Nove non occorre per ora parlare, i quali attendevano alla milizia del contado e del dominio fiorentino; e perduto il dominio, furono deputati sopra le fortificazioni della città.

Altrove terremo proposito degli Otto di guardia, magistrato criminale sostituito ai capitani di popolo. - Diremo adesso brevemente dei Dieci di libertà e pace.

I Dieci furono magistrato assai antico, imperciocchè se ne trovi fatta menzione nella storia delle guerre che Firenze sostenne con suo infinito pericolo contro i duchi di Milano. In pace si sopprimeva, in guerra si tornava ad eleggere. Qualche volta invece di dieci fu composto di otto, e si chiamarono di Pratica. L'amministrazione dei Dieci si estendeva oltre ogni credere; in loro stava la salute o la rovina della patria; a loro apparteneva negoziare co' principi, praticare gli accordi, promuovere le leggi rispetto alla pace o alla guerra, soldare capitani, fanterie e gente di armi; e, bisognando condurre governatore o capitano generale, a loro spettava considerare diligentemente chi per fede e valore fosse degno di tanto grado, comechè simile condotta non si tenesse per conclusa dove prima non la confermasse il consiglio degli Ottanta. Era parimenti ufficio dei Dieci apprestare le fortezze del dominio, mettervi presidii, artiglierie, polvere e di ogni maniera provvisioni. Avevano autorità di mandare commissari particolari del dominio, od anche eleggere per commissari quelli che andavano in reggimento. Gli ambasciatori e commissari generali sebbene nel consiglio degli Ottanta si creassero, nondimeno, quando andavano ad eseguire i negozi, la Signoria imponeva loro che scrivessero ai Dieci; e quanto questi comandassero, facessero: però gli ambasciatori innanzi la partita andavano per le istruzioni a quel magistrato; giunti presso i principi, a lui scrivevano tutto quello che occorreva, e i comandi che per risposta ricevevano, eseguivano. L'autorità di questo magistrato compariva in diritto eccessiva, perchè poteva muovere guerra, far pace, stringere lega con cui meglio gli pareva: nondimeno in fatto non assumeva sì grave carico, e nelle deliberazioni di momento si consigliava con la Pratica. Furono segretari dei Dieci, col titolo di Segretari della Repubblica Fiorentina, gli uomini più illustri che a mano a mano onorassero i secoli. Tanto piacque nei tempi andati ai Toscani mantenere presso i popoli stranieri fama d'ingegnosi e schivare quella di stupidi: Coluccio Salutati; Lionardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, Cristoforo Landini esercitarono l'ufficio di segretario; più grande di tutti loro Nicolò Machiavelli, a, cui, ristorato il governo repubblicano, fu per opera degli ottimati preferito un Francesco Tarugi di Montepulciano, e questo morto di lì a breve tempo, con molto migliore consiglio elessero per segretario Donato Gianotti, reputato e dabbene, dalle opere del quale sono estratte per la massima parte le precedenti notizie.

Già la sala era ingombra di cittadini chiamati dal suono della campana; e andavano trattenendosi in vari ragionamenti, divisi in capannelli, liberamente discutendo le proprie opinioni, sicchè ne usciva un frastuono simile al zufolio del vento per le foreste. Quando comparve la Signoria ogni uomo si tacque e si affrettò ad occupare il posto conveniente alla dignità di ciascheduno. I magistrati si posero sulla ringhiera, il popolo per le panche, il gonfaloniere con la Signoria sopra il suo seggio.

Appena seduti e ricambiato il salutare, i tavolaccini apersero l'ultima porta della sala a mano sinistra del gonfaloniere, ed uno di loro gridò:

«I magnifici ambasciatori.»

E subito dopo furono veduti entrare Iacopo Guicciardini, Andremo Niccolini e Luigi Soderini, mesti in sembiante e in gramaglia, cosicchè a molti quella improvvisa comparsa era segno di augurio sinistro. Fattisi presso al seggio dei signori, con molta solennità gli ossequiarono, aspettando per favellare che ne fosse loro trasmesso il comando.

«Quando partiste», cominciò il gonfaloniere, «da Fiorenza, eravate quattro. Donde avviene che siete scemati? Dov'è messer Niccolò Capponi? Quale cura lo trattiene adesso?»

«Nissuna: - anzi egli adesso va sciolto da tutte, rispose Iacopo Guicciardini. - In Castelnuovo di Garfagnana spirò la sua dabbene anima, invocando la patria e con preghiere caldissime raccomandandola.»

Lorenzo Segni, che per avere condotta a moglie la Ginevra, figliuola di Piero Capponi, era cognato di Niccolò, udendo l'acerba novella, forte si percosse la fronte ed esclamò:

«Ahimè! perdemmo il migliore cittadino di Fiorenza.»

Lionardo Bartolini, soprannominato il Leo (il quale era uno dei Sedici; e patteggiando per la setta degli Arrabbiati, non si scompagnava mai da Bernardo, Lorenzo, Giovambattista, Dante ed altri della famiglia Castigliona; da Battista del Bene, detto il Bogia, Giovanni degli Adimari chiamato Zocone, Giovanni Rignadori, per soprannome Sorgnone, ed altri della medesima setta), mal comportando la lode smodata ad uomo, che sempre avevano ripreso mentre viveva, rispose ad alta voce:

«Ed il peggiore magistrato...»

Lorenzo, levando la faccia e torcendo nel Bartolini gli occhi dove il subito furore aveva inaridito le lacrime della pietà, come quello che arditissimo uomo era, con grande animo soggiunse:

«A me non faceva mestieri altro esempio per convincermi essere i peccati delle republiche la ingratitudine e la invidia.»

«Via il pallesco! - Taccia l'ottimato! - silenzio!...»

E queste parole con gridi deliranti si urlavano, con frequente pestare di piedi e gesti furibondi, dalla fazione degli Arrabbiati.

«Silenzio a tutti!» balzando in piede dal suo seggio prorompe il Carducci.» Non è luogo questo, nè qui foste adunati per celebrare o riprendere le azioni dei cittadini. Il predicatore al mortorio preconizzerà il defunto messere Nicolò; la storia lo giudicherà nei suoi volumi. Ambasciatori, esponete.»

«Quantunque», con voce concitata incominciò a favellare Iacopo Guicciardini, «a noi fosse più grave patirli che a voi ascoltarli, ci sia non pertanto permesso di tacere gli strazii vergognosissimi co' quali papa Clemente, il dabben cittadino, intese a renderci contennendi davanti i maggiori baroni della cristianità adunati a Bologna per la incoronazione dell'imperatore. Noi non mancammo, a seconda delle istruzioni ricevute, di visitare i cardinali Farnese, Santa Croce e Campeggio; in particolare colloquio raccomandammo la Repubblica al gran cancelliere, ma, secondo il costume di corte, avemmo cerimonie e c'industriammo ottenere la udienza promessa dal maggiordomo maggiore. Dopo lungo aspettare per bene quattr'ore, vilipesi e derisi nelle anticamere, fummo licenziati a cagione che, essendo sopravvenuto a Sua Maestà un subito negozio, non poteva darci ascolto. Non mancammo però di complire monsignore di Nassau, il quale, poco intendendo, meno facendosi intendere, non so se per dileggio o per ignoranza, rispose non bisognare intercessione, però che il papa, essendo dei nostri, avrebbe certamente adoperata benignità alla sua patria. Don Francesco di Covos, commendatore maggiore di Lione, invece di confortarci, ci minacciava guai, se non avessimo convenuto con Sua Santità e presto. - Ah! cittadini miei, quanto io ami la patria, sapete; i sagrifizi che io sono pronto a fare per lei potrete uguagliare, non superare. A me poco premono gli averi, la vita nulla: e nondimanco io torrei piuttosto danni anche maggiori, se maggiori si possono apportare all'uomo, che soffrire un'altra volta tormento come questo, senza pari nel mondo. Per compire intiero l'ufficio doloroso, non volemmo tralasciare il confessore di Cesare, il quale distintamente ci rispose avere Sua Maestà fatto consigliare questa causa, tenerla giusta, tanto più poi persuadendola il vicario di Cristo e cittadino della nostra città; per la quale cosa doveva presumersi fosse non pure giusta, ma pia; inoltre avere Cesare obbligata la sua parola e non esserle per mancare giammai, sapendo egli confessore che Cesare era quanta fede fosse nel mondo. Ancora disse che la città, per avere stretto lega co' Francesi e mandato gente al campo di Lautrec a sovvenirlo nella impresa di Napoli, doveva considerarsi decaduta dai privilegi concessi dai passati imperatori.»

Un turbine di grida interuppe l'oratore, che si rimase con labbra tremanti, ansioso di proseguire; e alla domanda di Dante da Castiglione, la quale, malgrado il trambusto, gli percosse piena le orecchie al modo di tuono:

«E con qual fronte sosteneva costui siffatte scelleratezze?»

«Con fronte da frate», rispose il Guicciardino, «e con atti tali che sembrava crederle come appunto le diceva. Ma loro io non incolpo; - ai nemici non bisogna chiedere nulla: ben io mi dolgo e in pieno consiglio ricordo, affinchè i padri insegnino ai figli, i figli ai nipoti, ad abborrire eternamente i nomi dei cardinali Ridolfi, Salviati e Gaddi, fiorentini tutti, alla patria spietati, solo di sè curanti, nè a fame nè a lacrime e nè a disperazione credenti, purchè la mensa abbiano di vivande preziose imbandita e ascoltino i motteggi dei loro buffoni o i suoni dei musici. Dalle istanze supplichevoli, dagli umili scongiuri che cosa acquistammo noi? Stolti conforti, come la gente chiericuta costuma di rassegnarci ai divini voleri, quasi Cristo predicatore alle turbe della libertà potesse mai volere schiavi i suoi figliuoli! - Ma qual bestemmia mi usciva di bocca? Io ti domando perdono, Gesù crocifisso, signore e padre della Fiorentina Repubblica. Tu nulla hai di comune con i preti di Roma; quando te invocano, quando te rammentono, certo col tuo stesso nome vogliono significare qualche altro Dio. Tu versasti il tuo sangue prezioso per la salute degli uomini, - i preti hanno raccolto quel sangue e lo hanno ministrato ai popoli misto di veleno...»

E proseguiva con inestimabile dolcezza di quanti Piagnoni si trovavano nella sala, i quali, ricordando il fiero piglio di frate Girolamo e quel suo ardente predicare, già cominciavano a singhiozzare sommessi, ed era da temersi che all'improvviso cadendo in ginocchio non prorompessero nelle voci di viva Cristo, e cantassero in coro la strana canzone del Benivieni:

Non fu mai più bel solazzo.

Più giocondo nè maggiore,

Che per zelo e per amore

Di Gesù divenir pazzo.


Quando il Carduccio, severamente riprendendo l'oratore, parlò:

«Messere Iacopo, la Signoria intese ieri la predica di frate Benedetto in Santa Maria del Fiore; oggi vorrebbe qui dentro favellare di negozi».

Il Guicciardino allora condusse in breve il suo dire a fine aggiungendo:

«Quanto uomo può immaginare, e bocca discorrere, tutto esponemmo al principe dei nuovi farisei; - vi adoperammo lacrime, sospiri e perfino, con manifesto pericolo di noi, minacce. Rispose Clemente alle minacce, lusinghe; alle lusinghe, minacce; tentò corromperci; pose in opera il perverso ingegno a disgiungere la nostra dalla causa della patria; e quando pieni di pietà e di sdegno uscimmo dal suo cospetto, non adontò mandarci per un suo camerario all'albergo questa carta. Qui dentro è riposta la sua mente intera. Spettabili Signori e miei onorandi concittadini, in mercede dei travagli patiti, mi concedete che i miei occhi non si contristino a leggere così fatta abominazione, nè la mia bocca si contamini a proferire gl'ipocriti sensi di questo crudelissimo nostro nemico.»

E tesa la mano presentava al gonfaloniere una carta, la quale egli prendendo fece per un tavolaccino portare a messere Donato Giannotti segretario della Repubblica; e subito dopo gl'impose:

«Ser Segretario, leggete.»

Il Giannotto, obbedendo al comando, si levò in piedi per leggere. In quella vasta sala, da tanta gente ingombra, si sarebbe inteso il ronzìo d'un insetto, - così profondo vi si diffuse allora il silenzio. E dalle ringhiere sporgevano alcuni il capo e parte del busto per meglio ascoltare: altri ritti sulle punte dei piedi appoggiavano il mento sulla spalla di chi stava loro davanti, altri atteggiati in altre sembianze e pur tutte rivelatrici dell'alta intensità dell'anima. La voce del Giannotto, comechè picciola, riempiendo la sala, diceva:

«Dilectis filiis civibus florentinis Clemens papa VII salutem et apostolicam benedictionem. - Mediante gli onorevoli vostri oratori ci avete fatto sapere essere in tutto disposti di accordare con noi; la quale disposizione, comunque giunga tardi per la nostra giustizia, arriva in tempo per la misericordia nostra. Epperò, ricevendoli nell'antico favore della Santa Sede Apostolica e trattandosi dell'onore nostro, intendiamo e vogliamo vi rimettiate intieramente nelle nostre braccia, chè mostreremo al mondo che, per essere nati nella vostra città, vi saremo fratelli; e per essere capo dei fedeli, vi faremo da padre.»

Si levò uno scoppio spaventevole di urli, di mani percosse sui banchi, di sghignazzari di scherno. La terra battuta mandò rumore e nuvolo di polvere, quasi vi sottostasse il vulcano.

Il Carduccio stende ambo le mani per comprimere il tumulto come uomo che tenti frenare l'impeto di cavalli indomati; e poichè indi a brevi momenti decrebbe (chè l'ira, l'odio, l'amore e ogni altro affetto col tempo si placa), non senza grave turbamento incominciò:

«Già voi li sentiste: - i patti coi quali ci offre pace il padre di tutti i fedeli e nostro vi sono alfine manifestamente proposti; - con la superba tirannide che non conosce vergogna, costui ve li definisce e pone dinanzi agli occhi. Gli porgano i cieli la mercede che merita; - almeno noi sapremo a qual partito attenerci, rifiutare i consigli incerti e nelle risolute deliberazioni confermarci. Volete pace? ebbene incominciate a disimparare la libera favella repubblicana, educate le labbra a proferire le parole: di umiliati al temuto trono, di supplica ossequíosa, di servo indegno e di suddito, di prostrato agli augusti piedi, e tali altre siffatte bruttissime e disoneste laidezze, che se l'uomo si attentasse adoperare verso il suo Creatore, questi di certo nol sopporterebbe, dicendo: solleva la fronte; se io avessi voluto che tanto si umiliasse la creatura, non vi avrei impresso la immagine di me; guardami in faccia, perchè i sacerdoti mi hanno calunniato, ed io sono Dio di amore. - Apparecchiate le vostre sostanze; il tesoro raccolto con industria e parsimonia da secoli il tiranno divora in un giorno; - alla libertà rifiutaste il vostro soverchio, adesso date alla tirannide anche il necessario; nè confidate schermirvi con ingegnosi partiti: la tirannide conosce tali strettoi da premere in una scossa l'oro, il sangue e le lacrime di un popolo, - e l'oro prende tutto, del sangue beve un sorso e poi lo restituisce al popolo con le sue lacrime intere perchè ritorni a piangerle. - Educate le vostre donne a compiacersi delle libidini del tiranno; voi stessi persuadete che vi tornino ad onore, e quando il principe lascerà nelle vostre case una striscia velenosa come il rettile, mostratela ai vicini, vantandovi: Il duca ci degnò della sua presenza. - Nè questo basta ancora: - noi tutti non vorrà sopportare vivi; con la morte degli uni acquistano grazia i superstiti. - I nomi nostri imborsiamo, leviamone a sorte quaranta, e le teste dei sortiti in bacile d'argento presentiamo con le chiavi della città, quando il vicario di Cristo si accosti alla dolcissima sua patria, - dono gradito a chi lo riceve, pegno di favore a cui il porta. Cittadini, ecco la pace di Clemente VII, servo dei servi di Dio. La guerra per altra parte ci si mostra piena di pericolo. - Ma evvi pericolo maggiore della pace? Noi possiamo perdere la guerra, ma possiamo anche vincerla; e quando pure la perdiamo, qual danno ricaveremo più grave della pace? E forse il vincitore, anche nella vicenda più trista, sapendo quante morti abbia sofferto in espugnarci, o rispetterà la virtù dei superstiti o temerà di ridurli a disperati partiti. Resistendo, acquistiamo tempo; e il differire, causa di sventure nelle guerre offensive, nella difesa abbiamo veduto sempre giovare. Già le cose dei Luterani in Germania molestano Cesare molto più che altri non pensa; il Turco si tiene grosso sotto Vienna, sicchè il fratello dell'imperatore, non che abbia potuto abbandonare gli stati suoi per assistere alla incoronazione di lui, a grande istanza lo chiama per divisare i ripari contro Solimano; nè le forze del papa e di Carlo sommano a tanto quanto si temeva; e le milizie nostre superano il numero che speravamo; le mura abbiamo forti, dei soldati forestieri fioritissima cerna e, meglio delle mura e dei soldati forestieri, cittadini disposti in un fermo volere. Io pertanto vi conforto a combattere. Ma voi, prestantissimi uomini, liberamente consigliate; chè, qualunque sia per essere la determinazione vostra, la Signoria e i Dieci non solamente approveranno come utile, eseguiranno come onorevole, ma eziandio commenderanno come onesta.»

Terminata l'orazione del gonfaloniere, avvenne un momentaneo scompiglio, perchè ognuno dei cittadini adunati si raccolse sotto il suo gonfalone per discutere la proposta e dare il voto. Se non che tanto era il generale consenso che poco vi fu mestieri disputa, e tutti convennero nell'affermativa. Allora, secondo il costume, i gonfalonieri, cominciando da quello di Santo Spirito e secondo l'ordine succedendo gli altri, si recarono in bigoncia, dove esposero la risoluzione del rispettivo gonfalone con la formula breve e consueta: - Di tanti che sono, tutti dicono di sì.

Quantunque uso volesse che nel riferire la mente dei suoi il gonfaloniere adoperasse la formula concisa rammentata poc'anzi, già non s'intende mica che fosse loro proibito favellare più diffusamente: ed in fatti Lionardo Bartolini, il quale era gonfaloniere dell'Unicorno, salito tempestando in bigoncia, gridò:

«Tutti i miei dicono di sì; ma dicono ancora: i magistrati attendano a guardarli alle spalle, mentr'eglino combattono di faccia: non tutti i nostri nemici stanno in campo; molti, in città, molti, con inestimabile dolore e sconforto dei buoni, in questo stesso recinto...» Uno applauso forsennato lo interruppe; - parve ai Palleschi giunta la loro estrema ora di vita. - Il fiero Arrabbiato continuò: «Io li vedo, io li conosco; potrei nominarli o accennarli!... Che pazienza, che viltade è mai questa? Se non vogliono aiutarci, non ci nuocciano almeno. Perchè non sopportano essi in parte il carico comune? Dunque l'odio manifesto contro la patria basterà ad esentare dalle gravezze; e quanto più l'uomo si mostra alla Repubblica amorevole, più gli farete sopportare i balzelli e gli accatti? Bell'arte di governo, in fede di Dio! Utile accorgimento di stato! Or via affrancate la timida mano: con migliore prudenza vorrebbero consegnarsi al sepolcro. Se non vi piace, sosteneteli, aggravateli con le tasse, i beni interi dei frati vendete. Perchè ne avete venduto il terzo solamente? O fu giustizia venderne parte, e giustizia sarà venderli interi; o fu necessità di stato, ed allora, le cause della necessità tuttavia sussistendo, ragion vuole che pienamente il concetto vostro adempiate. Se ci pretende la Signoria animosi, cominci ella a somministrarcene l'esempio; a testa debole non mai udimmo andare congiunte mani robuste.»

Ora in un lato della sala intorno al gonfaloniere del drago verde di San Giovanni stava raccolta una mano di gente, la più parte piccoli mercanti e bottegai: soperchiati costoro dai minuti interessi, a quanto accadeva non porgevano ascolto - La repubblica stava dentro la bottega loro, - felicità suprema dormire i sonni interi, - sapienza di stato il mezzo di vendere a ingordi guadagni quello che avevano comperato a poco prezzo; ed ora detestavano la guerra, perchè se una bombarda avesse loro guasta la insegna dipinta a nuovo, sarebbe stato infortunio da far piangere una settimana monna Filippa o monna Lessandra; e se un giorno i nemici fossero penetrati in città ed avessero scomposti, guasti e vuotati i barattoli, se rubate le masserizie in casa, se poste le mani addosso a monna Filippa o a monna Lessandra, - misericordia! sarebbe stata la fine del mondo. Sicchè per loro volevano accordare in ogni modo, a qualunque patto. Sapete voi come si chiamasse o chi fosse il gonfaloniere del drago verde? Statemi a udire, chè io ve lo dirò partitamente senza pure lasciare inosservata un'iota. Egli si chiamava messer Bono Boni e apparteneva a quella trista mandra che non avrebbe pari nel mondo se non la vincessero i giudici nella nequizia, - voglio significare lui essere dottore di leggi. Aveva le spalle incurvate sotto il peso invisibile, forse delle commesse ribalderie. Quando camminava, gli era mestieri dondolare con moto a semicerchio da un piede all'altro, e questo moto accompagnare con ambe le braccia, che parevano staffe di cavallo che corra senza cavaliere: la testa grossa e compressa gli pendeva sul petto come un melone per benefizio di acque cresciuto più che non convenga al suo gambo. Non aveva un colore fisso, perocchè il fondo del volto fosse di un misto di giallo rosso, poi chiazzato di macchie vermiglie e di punti nerastri, quasi lo avessero contaminato col fango di macello: - essendo balusante, spesso aguzzava gli occhi dirigendone il raggio alla punta del naso lunghissimo, sicchè pareva che a modo dei santi indiani, i quali guardandosi la punta del naso si procurano beatifiche visioni, egli vedesse su quella estrema parte germogliare i pensieri. Come poi la natura tanto largheggiasse di naso in costui faceva meraviglia; certo nel fabbricarlo non avendogli dato cuore, poteva supporsi che avesse supplito in tanto naso: - ma la cosa non è così, ed ecco come sta la storia, la quale abbiamo trovato su libri degni di fede. Cotesto naso non gli venne dalla natura, ma dall'accidente: un giorno ch'egli si arrampicava su per gli scaffali dello studio in cerca di libri legali, mancatagli la scala di sotto, rimase appiccato pel naso traverso due codici; - pareva un pesce preso all'amo di madonna Giustizia pescatrice. Ne dubitereste voi forse? In verità vi dico che questo può darsi; rammentate la luna. Femmina e diva, ella scese talvolta in terra a prendere diletto nelle caccie; ed io vi giuro avere le mille volte incontrata madonna Giustizia ora vestita da pescatrice, ora da cacciatrice, tal'altra... in somma io l'ho veduta sotto tali aspetti da disgradarne Proteo. Il nostro dottore favellava con due voci: ora pareva, ora non pareva lui, ed era sempre lo stesso. Egli, fosse naturale inclinazione o piuttosto abitudine di mestiero, quando nulla aveva da rodere d'altrui, rodeva sè stesso, e così forte si lacerava le unghie da mostrarne sovente le mani sanguinose. Fin qui Bono Boni (di cui vedemmo il ritratto mirabile così che ci sembrasse vivo) faceva ridere: ma Bono Boni aveva poi dentro tutte le facoltà disposte a far piangere. Nel suo genere completo quanto Guccio Imbratta o ser Ciappelletto, prima di tutto si doleva poi dell'altrui bene che non si affliggesse pel proprio male; purchè gli altri perdessero un occhio solo, egli avrebbe consentito a patto di rimanere privo di ambedue: costumava portare nella tasca destra il ritratto del Frate, nella sinistra l'arme dei Medici; e se incontrava un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e a lungo gli commentava la profezia del Savonarola: - Florentia flagellabitur, et post flagellum renovabitur  et prosperabit; - sicchè lo lasciava edificato delle dottrine e santità sue: se invece gli occorreva un Pallesco, così alla sfuggita gli Mostrava l'arme e poi, toccato il cuore, gli occhi levava al cielo e se ne andava sospirando. Se l'astio lo rodeva contro una qualche persona, egli cominciava a celebrarla: tentato il terreno, se lo trovava arrendevole, sgorgava il veleno a bocca di barile; se incerto, lo circondava, lo stringeva, con proposte continue di fede e d'amore si onestava, sicchè lo rimandava convinto; nè bastava dichiararsi contrario alle tristizie sue, imperciocchè così lene lene con la sua lingua di vipera egli blandiva e tanto sottilmente il tossico v'insinuava che pur giungeva cacciargli il sospetto nell'anima. Penetrava nelle famiglie, come il tarlo: alacre in procacciarsi donazioni e legati; fiutatore dei cadaveri solenne meglio dei corvi, e' si teneva seduto accanto il letto del moribondo non altrimenti che l'avaro sopra lo scrigno: lo spirito vacillante gli arroncigliava, nè alcuno sperasse levarglielo di sotto tranne la morte: chi lo conosceva sotto la pelle, lo affermava entusiasta della misericordia pei morti, spietato poi per la misericordia dei vivi. È fama che, essendo spirato il suo zio paterno ab intestato, egli non consentisse abbandonare la stanza mortuaria per paura che espilassero dalla eredità i pochi panni del defunto; sicchè, gittato il cadavere giù dal letto, vi si ponesse egli a dormire dicendo: buona ventura abbiamo stassera; acquistiamo robe e risparmiamo il fuoco per iscaldarci i lenzuoli. - Tali, e non tutte, erano le facoltà morali del nostro dottore di legge: siccome Guccio Imbratta, lui fregiavano certe altre taccherelle che si lasciano per lo migliore. - Però non si creda che vivesse lieto tutta la sua giornata: la coscienza spesso lo infastidiva, ma finchè la luce durava, riusciva a cacciarla come mosca importuna. - Venuta la notte, non trovava riposo, dava volta su questo e su quel fianco, nè il sonno veniva; - spesso abbandonava il letto mormorando: - Alla croce di Dio, mi hanno ripieno l'origliere di pianto! - Lo spirito agitato gli mostrava cento mani di vedove e di pupilli spogliati da lui circondarlo in atto di chiedere; ed egli urlava: - Lasciate di tormentarmi; renderò quanto vi ho tolto; a voi... prendete e andatevene in pace. - E qui apriva uno stipo e immaginava mettere monete su quelle mani stese. Ma alla dimane trovando il terreno seminato di fiorini, diligentemente gli raccoglieva, irridendo sè stesso de' suoi terrori e ad ora ad ora esclamando: Se a cinquant'anni non hai saputo disfarti della coscienza, o Bono Boni, oggimai ti puoi accomodare a morire novizio.

Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e poi cominciò a favellare dicendo:

«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. - Poichè i più gravi tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele nel suo trattatto De republica, poichè i più gravi tra i filosofanti c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il contro quid faciendum, quid vitandum, siamo venuti nel presente concetto che se i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. - Conviene procedere con ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. - Il buon nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere. Di quaranta che sono nelgonfalone drago verde trentacinque votano l'accordo, cinque la guerra.»

«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza misericordia. - Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! - E' vorrebbe rogare il testamento alla Repubblica. - Gittiamo dalle finestre.» Tra uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno, più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»

I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio; il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi da giubilo che non aveva ardito sperare.

E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e con voce più ferma che mai favellava:

«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini, pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo; sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni: ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed in cui spedienti siffatti non solo si scusano, ma si commendano e approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però, cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a noi non mancano munizioni da guerra, - di vettovaglia non patiamo difetto; - solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: - e a cui noi dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno? Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere Michelangiolo Buonarroti mille....»

«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe sdegnato Michelangiolo.

«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un tratto.

«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà, come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri - nè ci ha mestieri strombettare pei cantoni, - Michelangiolo dava tanto, quasi in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...» Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.

«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo lo sa, e voi non ve ne accorgete. - Ora, signori colleghi e cittadini adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate, vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e difendervi. Addio. - Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»

In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni, conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di gridi: - Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi brama Fiorenza, venga per essa! - ed altri siffatti. Come il vento, quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti, gli avrebbero trovati spenti.

«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa ora possiamo recitare un De profundis a messer Lionardo», esclamava tal altro. - E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde: gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo pio....», cominciava a favellare un Pallesco. - «Che pio e che non pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i pesci, un pendaglio da forca. - Alla Dianora mia zia rubò la dota; - a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; - e' inghiottirebbe la luna se gli riuscisse agguantarla.» - «Chetatevi, male lingue», parlò certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» - «Fratel mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi che hanno. Se io vi salutassi: - Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia nella sua santa guardia, - lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: - Bono Boni dottor di leggi è ladro, - egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa. Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»

Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.

«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»

«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»

«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»

E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove possano riparare. - Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando, secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: - Ben venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» - «Dacchè teme la guerra, mandiamolo a Pisa, - e per Arno, - sì, per Arno: - all'acqua il barbone! - all'acqua il dottore!»

Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa stramazzare bocconi: - un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti; ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme di fango e di sangue, se il soccorso tardava.

A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona, dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:

«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela, vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; - imitatene la generosità. Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: - guerra al nemico!»

Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro la gola: - «Alle mura! alle mura!»

Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:

«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello del Davidde di Michelangiolo: - diamo la baia anco a lui; prendiamo a sassi il protetto e il protettore.»

«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino. Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si mostrava amico, - anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava: Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne sono? - e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»

Ed un altro del popolo riprendeva:

«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»

«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua un altro. - «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi. Lasciamo il dottore, - un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto, quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi».

Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, - quegli salvato dal danno, questi impedito dal farglielo: - e non per tanto o non si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione, il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, - per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due cosiffatte creature, - voglio dire il delitto.

Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»

L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai: ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per le tue mani o tu per le sue.

Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!


CAPITOLO OTTAVO

GIOVANNI BANDINO


Io con gli occhi dolenti e il viso basso

Sospiro e inchino il mio natio terreno,

Di dolor, di timor, di rabbia pieno,

Di speranza e di gioja ignudo e lasso.


Alamanni, Sonetti.

O paese, o paese, o paese!...


Geremia, cap. XXII, v. 22.

Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno, - se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano, vieni e scolpiscimi Italia. - Prima di volgere la mente a concepirne il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee marine, i campi floridi, i colli ridenti; - poi guarda il Colosseo, i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di Michelangiolo; - rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, - il memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse superbo dei bassi tempi disfatto, - all'improvviso chiudi la porta del passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi, brulicanti pei capelli e per le membra di una donna estenuata, - una generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!

Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo, giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?

Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo scherno e il ribrezzo un giorno, - un'ora, un minuto di regno.

Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una sventura a cui non bastino lacrime, - una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male, - una vita che rimase sotto gli artigli che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; - tutte queste cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella manca a narrartele intere; - ponmi qui la mano sul petto, io tenterò trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; - poi scolpiscimi Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; - abbia la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può rapirle il dono de' cieli, - ma la più parte ricoperte di edera e per lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e sventura, - come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, - un comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.

Perchè no?

Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...

Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che piange un pianto di secoli!»

Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila, salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra: «Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il terreno col sangue delle vostre vene! O Calabrese, tu hai giurato davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; - abitatori delle tre sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome santo di Dio!

Salute, o Firenze la bella! Fabbricata su campi lieti di fiori, appellata dal nome dei fiori, essi ti concedevano eterna la facoltà di piacere, e tu sei fiore caduto dai giardini celesti in testimonio delle magnificenze del paradiso germogliato sopra la terra. Una corona di colli ridenti ti circonda vaga a vedersi come la cintura di Venere. Colà sagrificava Lorenzo dei Medici alle grazie e alle furie, in quella parte meditò i suoi scritti Francesco Guicciardini storico sommo, pessimo cittadino; da quell'altra Gallileo, Colombo dei cieli, quantunque volte lanciò lo sguardo al firmamento, altrettanti mondi vi discoperse, sicchè forse gelosa dei suoi arcani Natura è da credersi gli chiudesse nelle tenebre l'audacissimo sguardo. A vederti su l'ora del meriggio, quando il sole ti scintilla nelle pienezze dei raggi sul capo, quando il cielo che di te s'innamora ti cinge limpido e diafano, e per le tue vie si sparge fragore di gente o di opere, tu rassomigli a una menade che stanca di correre per le balze riposa palpitante, e mentre bagna le lunghe trecce nelle onde dell'Arno, si vagheggia come consapevole della sua leggiadria nello specchio delle acque. - Verso sera poi, nell'ora mesta dell'Ave Maria, se il sole declinante ti manda da lontano un addio di fuoco ed infiamma il vapore di che il tuo fiume diletto ti cinse la fronte, quasi nimbo radiato col quale incoronano i cristiani la testa ai loro santi, allora tu sembri una vergine di Raffaello, divina per espressione di affetto materno, per luce celeste che discende dall'alto e per gloria di angioli esultanti. - Ma di', Firenze, che cosa hai tu fatto dei tuoi giorni di gloria? Dove i tuoi lioni coronati? Dove gli uomini grandi? Ahimè! Nessuna fra le tue sorelle italiche più di te comprende nel seno illustri defunti. Glorie di sepolcro! Superbia di avelli! Infelicissimo vanto! Certo un pugno della cenere di cotesti morti vale troppo meglio di mille tuoi vivi... non pertanto ella è cenere. O Firenze! dove sono i tuoi grandi? Tu ridi... veramente così com'è quel tuo sorriso par cosa creata in cielo; però una volta assai diversa ridevi. In campo l'elmo, impugnata la lancia, vergine e diva ti mostravi alle genti quale apparve Minerva uscita dalla testa di Giove; poi l'elmo t'increbbe, deponesti la lancia, facile sorridesti a chiunque passò per le tue vie; - lo straniero ti vide, si accese di te e, un giorno che tu ne stavi immemore, la mano ti pose sul core delicato... Ah! da quel giorno i tuoi occhi furono gravi di lascivia, - il tuo sorriso si uguagliò a quello della Odalisca che suo malgrado sorride al feroce sultano perchè non l'offenda con le battiture...

E se degradata fra tutte le tue sorelle italiche te continuano i popoli a salutare col nome di bella, quale eri allora che sola in questa terra di sventura vigilavi intorno ai tuoi bastioni, riparo l'ultimo delle italiane libertà? - Quando l'oste nemica, Tedeschi, e Spagnuoli si affacciarono al monte dell'Apparita e l'occhio profondando giù nella valle ti videro, stettero immoti e non proferirono parola.

Potrebbe forse l'aspetto delle meraviglie della natura accogliere potenza di placare nel cuore umano le furie della cupidigia e del sangue? Così talvolta per conforto dell'anima sconsolata immagina il poeta, - ma invero là dove si curvano più placidi i cieli, e la terra manda più soavi fragranze, quivi in copia maggiore vivono rettili velenosi e belve ed uomini pei quali la vendetta è un delirio, il sangue più dolce che l'umore della vite. La empietà, smisurato macenilliero, di cui le radici penetrano nell'inferno, e la cima forse nel paradiso, sparge mortale influenza sopra tutta la terra. - Volgiti a settentrione, e udrai grida disperate di offesi i quali chiamano invano il Creatore in soccorso della creatura: - volgiti a oriente, e ti percolerà un singulto a cui rispondono eccheggianti secoli senza fine, Abele non lasciò discendenza, noi tutti nascemmo dal fianco di Caino; - portiamo il peso della iniquità dei padri - e il nostro.

Sia dunque che alla vista di tanta bellezza la cupidigia dei nemici si placasse, sia piuttosto, come pare più vero, che la cupidigia rimanesse maravigliata nel considerare la preda superiore alla aspettazione, cotesto istante di quiete cessò, e all'improvviso con indicibile allegrezza stranamente atteggiando la persona, chi vibrò l'asta, chi bandì la spada, e insieme tutti esclamarono:

«Signora Fiorenza, apparecchia li tuoi broccati, che noi veniamo per comperarli a misura di picche!»

Il vicerè di Napoli Filiberto principe di Orange armato di splendida armatura si mise attonito pur egli; il suo volto esprimeva quello interno contento che ogni cuore, per poco intenda gentilezza, sente alla vista dei miracoli della natura o dell'arte, - dopo alcun tempo piegando la persona verso Baccio Valori, commessario in campo del papa, e altri fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella:

«S'io fossi nato là dentro... la difenderei...»

«Come noi la difendiamo», interruppe officiosamente il Valori, «imperciocchè noi siamo qui venuti per liberarla dalla insopportabile tirannide che la tiene oppressa.»

«Non sembra però la libertà che le portate troppo le piaccia, perchè si apparecchia a ributtarla a colpi di bombarda; nè in verità credo le armi nostre vengano per questo. Io ho voluto dire che la difenderei da chiunque movesse armato contro di lei... anche da mio padre.»

«Ogni uomo se la intende colla sua coscienza, io con la mia; e questa, o principe, se ne sta tranquilla nella fiducia di operare il bene della sua patria.»

«La carità di Erode, il quale mandava i pargoli in paradiso prima che peccassero!»

«Principe!»

«Commessario! - Io, vedete, per volontà e per obbligo sono soldato fedele di Sua Maestà Imperiale, e non pertanto uso liberamente la lingua. Abbiatelo in buona o in mala parte, vi dico che con quel vostro ingegno riuscirete ad ingannare tutti, - tranne la coscienza; - pensate al fine; - io non vidi mai traditori capitare a buon porto. L'esempio del contestabile di Borbone vi stia sugli occhi.»

E la coscienza, che pur testè vantava pura il Valori, tale gli dava acerbissimo morso in quel punto ch'ei ne rimase per molte settimane dolente, e con sentenza che non concede appello gli ordinava: Taci, ribaldo! - E Baccio taceva pensoso del futuro.

Poc'oltre a man destra del principe, immobile come pietra, sta Giovanni Bandino; il volto tiene e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; - paiono lagrime piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non proferisce parola. In campo lo spregiavano e temevano; - ma egli fuggendo ogni umano consorzio non dava luogo alle offese: - quando negli scontri di guerra vedeva bestialmente inferocire i soldati e fatti ciechi per ira, egli, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava là dove più spessi cadevano i colpi e gli uomini. La fortuna gli negava la morte; - sovente ebbe dalle palle degli archibusi forato il beretto o la veste, e nondimanco si rimase illeso. All'assalto di Spelle seguitò impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente mutilati, ed egli pareva nulla vedesse od ascoltasse; quando un colpo di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestrò sfracellato ai suoi piedi, egli allora proruppe in altissime risa e balzò al posto dove rimase ucciso l'infelice guerriero; a tutti sembrò il demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di sangue nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli Spagnuoli, secondo l'indole loro superstiziosi, sospettavano fosse ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i colloquii, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita da misterioso ribrezzo. - Immemore dei circostanti, lunga pezza il Bandino dimorò nello stato di fissazione di che scriveva poc'anzi; all'improvviso, stendendo ambe le braccia, con suono angoscioso di voce prorompe:

«O patria mia!»

La quale esclamazione avendo udita monsignore di Orange, la man gli pose sopra la spalla sinistra lo interrogando così:

«E perchè dunque tra i nemici di lei?...»

Si riscuote il Bandino, - guata bieco l'Orange e brontolando fugge via a precipizio.

Scendeva intanto dal monte schiamazzante l'esercito; rotte le ordinanze procede baldanzoso, come chi va al corteo; invano lo richiamano alle insegne i capitani: invano si affaticano a riordinarlo sergenti e caporali; con più rispetto camminano i mercanti per le strade del patrimonio di san Pietro, tanto poteva in lui il sentimento del proprio coraggio e della nostra viltà; e sì, che a Spelle duro intoppo incontrava, ebbe Cortona non per forza di guerra, ma per tradimento; pure la memoria dei soldati poco si profonda, e i fatti d'Arezzo gli avevano inorgogliti. - Va, va, soldato; la valle che vedi, comunque angusta, sopravanza al tuo sepolcro.

Il principe non sapeva scendere dal sommo del monte. Baccio Valori, riappicatasi la maschera del cortegiano per un momento cadutagli dal volto, rideva e motteggiava con certe sue arguzie da rallegrare la brigata.

«Or mi dite, commessario», domanda l'Orange, «cotesta fabbrica immensa sarebbe per avventura Santa Maria del Fiore?»

«Voi l'avete detto, monsignore; ammirate di grazia la cupola del Brunellesco; e' non vi pare proprio voltata dalle mani degli angioli?»

«Fu dunque colà che i Pazzi uccisero Giuliano dei Medici e ferirono Lorenzo?»

«Certo, in quel tempio. Guardate adesso cotesta torre merlata: la fabbricò Arnolfo di Lapo, e soprasta al Palazzo della Signoria.»

«Parmi avere sentito raccontare fosse in cotesta torre sostenuto Cosimo dei Medici in dubbio di perdere il capo, e lo perdeva senza l'aiuto del buffone Farganaccio; non è vero, messer commessario?»

«Vero. Voi, monsignore principe, mi sembrate molto bene informato delle nostre storie...»

«Come no? Io ho voluto partitamente conoscere la stirpe di coloro che difendo e il molto affetto che gli lega ai concittadini loro. - Ditemi, e cotest'altra torre di forma leggiadra, tanto diversa dalle altre, come si chiama ella?»

«La torre di Badia; - la edificò il marchese Ugo insieme con altre ventitre per tutta Toscana, spaventato dalla visione ch'egli ebbe dell'inferno.»

«Il marchese Ugo accompagnò in Italia Ottone imperatore, il quale, supplicato dai Fiorentini, loro concedeva libero reggimento: ora Carlo imperatore, istando i Fiorentini, abolisce la repubblica e fonda assoluto principato. Quando foste più savii e meno tristi, ora od allora, messere commissario?» - E non aspettando la risposta, aggiungeva: «Quell'altra torre come appellate voi?»

«La torre del Bargello...»

«Se la memoria non m'inganna, nella corte del Bargello fu già mozzata la testa ad uno dei Medici. Messere commessario, sapete voi singolarissimo amore essere quello che tra loro si portano Medici e Fiorentini? i primi anelano stringere i secondi in un amplesso di catene di ferro; i secondi poi, quando possono, i Medici o bandiscono o decollano.»

Baccio Valori stringendosi nelle spalle pensava: o Padre Santo, tu mi sembri proprio il cavallo che implorò l'aiuto dell'uomo per vincere il cervo.

Il principe, mutando all'improvviso sembiante, più contegnoso riprendeva:

«Basta, questo è affare tra voi; per me obbedisco agli ordini di Sua Maestà l'imperatore; - il soldato non deve ricercare tant'oltre; egli grida: Viva la gloria! e si fa ammazzare per quattro soldi al giorno, quando glieli danno... Fiorenza vedremo a vostro bell'agio dentro; ora conviene apparecchiare gli argomenti per prenderla. A noi le carte, a noi i colonnelli.»

E tosto gli apportarono le piante della città e le carte dei luoghi circostanti minutamente e diligentemente disegnate. Le une e le altre gli consegnò papa Clemente, il quale molto tempo innanzi aveva commesso al Tribolo e a Benvenuto della Golpaja un modello di Firenze, ed avutolo, sì l'ebbe caro che finchè visse volle tenerlo nella sua stanza da letto. Il principe, considerate le carte e riscontrando coll'occhio il paese sottoposto, domandò:

«Commessario, è nuova, o antica la fortezza su quel poggio costà...?»

«Ella è il convento e il campanile di San Miniato; credo vi abbia condotto nuove opere attorno a Michelangiolo Buonarroti.»

«Se tali sono i campanili, pensiamo un po' che cosa saranno le fortezze! E poi questo Buonarroti mi occorre dappertutto; vivono forse più uomini in Italia col nome di Michelangiolo Buonarroti?»

«No, principe; poichè Dio si riposò dal creare, a nessun uomo più che a costui concesse il creatore suo spirito; egli fu che dipinse la volta della cappella di papa Sisto, egli scolpì il sepolcro di papa Iulio; egli fonde, egli architetta, egli fortifica, egli filosofa, egli poeteggia, arringa, combatte, egli insomma fa tutto...»

«Dunque non può dirsi iniqua una causa quando la sostiene un tanto uomo. Gravi danni io temo da cotesta fortezza, commessario. - Converrà bombardarla con tutte le artiglierie al fianco... da questo poggio... che si chiama... si chiama...», e guardava sopra la carta.

«Giramonte.»

«Giramonte appunto; e quell'altra torre ch'io vedo là da lontano sorgere sopra le mura a quale ufficio immaginate voi la destinino?»

«Le mura di Fiorenza ab antiquo andavano tutte inghirlandate di torri simili a quella. Nel 1526, quando vivevano incerti sopra le mosse dell'esercito di Borbone, Federigo da Bozzolo e Pietro Navarra vennero per commessione del papa a munire Fiorenza e le abbatterono: come quella una sfuggisse la universale rovina non saprei dirvi.»

«Oh perchè non si fermarono essi agli stipendi della Repubblica! Due architetti come loro mi avrebbero risparmiate venti bombardi, nè avrei mestiero delle artiglierie di Siena o dei marraiuoli di Lucca...»

«Quel Buonarroti mi mette in sospetto più dei Côrsi del Baglioni», osservò Valerio Orsino colonello del papa.

«Ma quale odio lo muove contro Sua Santità?» - interrogava l'Orange.

«Anzi io credo che l'ami...»

«E che maniera d'uomini siete voi altri Italiani? Il Buonarroti ama il papa e si apparecchia a combatterlo?...

«Monsignore, la è piana, se pensate che il Buonarroti più del papa ama la libertà.»

«Sta bene. Or dunque», riprese il principe tenendo un dito sopra la carta e ad ora ad ora sollevando gli occhi, «in questo momento la nostra gente non basta a stringere la città da ogni lato; - circondiamo intanto la sinistra parte, occupiamo tutti questi colli che le fanno semicerchio da oriente a occidente, da porta San Nicolò a porta San Friano. Signor Giovambattista Savello, voi accamperete con la vostra gente costà a Rusciano; voi, signor conte Piermaria, al Gallo; Alessandro Vitelli fatevi forte sul Giramonte; Sciarra Colonna, occuperete il Poggio di Santa Margherita a Montici; Castaldo, Cagnaccio, monsignore Ascalino, alloggiate i vostri colonelli la presso coteste case... che leggo appartenere a messere Francesco Guicciardini. Duca di Malfi, vi condurrete a questo punto chiamata casa Taddei. Pirro Colonna, prendete luogo a casa Barducci; Orsini, a casa Luna. Presso San Giorgio andrà lo strenuissimo marchese del Guasto. I lanzi si accampino sul poggio dei Baroncelli e si distradano fino al monastero del Portico. Gli Spagnuoli si attendino parte sul medesimo colle accanto ai lanzi, parte San Gaggio, parte a San Donato in Scopeto; una banda di quattro mila occupi tutto il piano sotto Marignolle e tutto il Monte Uliveto verso occidente. Voi, messere commessario, dove intendete di porre il quartiere?»

«Io mi starò col contatore Berlinghieri sul poggio nelle case del Vacchia; e voi?»

«Io là sul piano, dov'è maggiore il pericolo, su la piazza del Mercato.»

«Veramente non parmi...»

«Prudente! vorreste dirmi, commessario? il destino dà a cómpito la lana della nostra vita alle parche; e il tuo fato ti giunge, pauroso o audace. - Acerbo bene tu lo avesti, o mio infelice nipote, caduto spento sul fiore della speranza e della vita!»

Dame e cavalieri, le quali ed i quali consumate, che Dio vi perdoni, i vostri begli occhi su queste carte fastidiose che parlano di patria, di sangue, di storie già vecchie e fuori di andazzo, avreste per avventura compreso qualche cosa della maniera in che a prima giunta l'Orange dispose l'assedio? - A dirvi il vero, finchè lo lessi su i libri non vi compresi nulla neppur io; poi trovai la maniera, ed è questa. - Il pellegrino che visita la mia bella Firenze, se lo punge vaghezza di conoscere addentro le cose ch'io narro povero novelliere, sappia trovarsi, non ricordato dalle Guide, dagli Osservatori e libri altri cotali, nel palagio della Signoria un quadro a fresco rappresentante l'assedio di Firenze; - dov'egli lo cerchi, gli occorrerà nelle stanze che chiamano quartiere di Leone X posto a mezzogiorno della sala del Savonarola, e quivi pure ammirerà, se ne ha voglia, un quadro importantissimo al subietto del quale discorso, voglio dire Clemente VII e Carlo V convenuti di amichevole parlamento; esaminato il quadro, si rechi il passeggero su al poggio San Miniato e ascenda il campanile, il quale pur tuttavia conserva le traccie delle palle balestrate contro di lui nell'assedio. Badi però di andarvi su la mattina, che a vespro non consentirebbe il guardiano ad aprirgli la torre, imperciocchè a quell'ora vi sieno rientrati i colombi di monsignore arcivescovo, ai quali, non che il suono delle bombarde, giungerebbe insopportabile l'aspetto comunque pacifico del pellegrino; e allora, rotto il sonno, prorompendo dalle aperture, andrebbero dispersi per la campagna e forse, ahi! tolga Dio tanto danno, ghermiti da mani profane sazierebbe le voglie di palato plebeo. - Così è: cotesto campanile glorioso, il quale difeso da Michelangiolo e da Lupo bombardiere sostenne per tre giorni il fulminare di quattro grossi cannoni dell'esercito imperiale, quel campanile che resse agli urti, sicchè tuttavia si mantiene in testimonio di un tempo che desideriamo molto, speriamo poco vedere rinnovato, adesso è fatto stanza di colombi, che aspettano costà dentro la degnazione di essere acconciamente arrostiti pel pranzo di monsignore arcivescovo, che Dio tenga nella sua santa guardia.

Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo, e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; - gli parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel connubio - mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto con un torrente di luce.

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo, lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti, suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso, allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi: all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; - tra morire infame, o morire invendicato, mi piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, - ed io l'amo questa patria; - nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: - buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»

«Fiorentino movete ai danni di Fiorenza... di uomo siffatto può essere mai dubbiosa la fama?»

«Ah! certo il nome ch'ei merita è un solo per tutto il mondo», favella in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo...

«Eppure!...»

«Eppure voi non siete un codardo; questo molto bene conosco, che mi furono dette novelle della virtù vostra nella guerra di Milano, dove militaste col conte Pietro Nofreri; - io non vi mescolo con messere commessario e consorti, i quali patria, affetti e Dio tengono nella borsa; una cagione profonda, a cui non potete resistere, certo vi spinge: - io vi compiango e vi lascio. - quando gli amici di Giobbe si fanno a visitarlo e seduti in terra a canto a lui piangono insieme, mi paiono consolatori divini; allorchè poi aperti i labbri lo ammoniscono o confortano, mi riescono importuni; - molte sventure per parole inasprisconsi; e tale giudicando la vostra, io mi taccio. Tra la vostra anima e Dio non deve intromettersi nessuno. Vorrei stimarvi come mi stimerei propenso ad amarvi. Ma a fine di conto i fati tirano... e voi mi sembra che lo dicevate quando prima io v'incontrai, - l'uomo non è padrone del fato.

«Così non può essere.... scendete.... bisogna che voi mi stimiate.... A chiunque tentasse indagare il mio segreto pianterei un ferro nel cuore.... a voi, che rifiutate conoscerlo, forza è ch'io il dica..... scendete.... e sedetemi accanto.»

Un non so che d'impero e di preghiera si conteneva in queste parole del Bandino, chè il principe si sentì a un punto come sforzato e commosso; aggiungi la naturale curiosità, che, malgrado le proteste in contrario, punge ogni uomo di penetrare il destino altrui; - il tempo e l'ora, tutto lo indusse a soddisfare il Bandino; - scavalcò pertanto e, legato il cavallo ad un albero, si acconciò per ascoltare.

«Conoscete l'Italia?» comincia impetuosamente il Bandino, «ella è terra di delizie e di vulcani; - conoscete il cuore dei suoi figli? due sole passioni se ne dividono il regno, demoni, credo, ambedue: amore e odio... - forse voi penserete altramente dello amore, perchè il volto ha leggiadro e favella con parole soavi, ma in verità egli è demonio, ed io l'ho provato e provo. - L'amore talvolta diventa odio, l'odio non muta mai; dei due odii terribilissimo il primo, entrambi fuoco d'inferno; ma il primo, fatto più intenso dalla gelosia, dalla vanità offesa, dalla ricordanza dei piaceri goduti, dei piaceri perduti... olio e bitume sopra fiamma di per sè stessa tremenda. - Dio mi creò per amare: io mi ricordo di un fanciullo sensitivo, vago di solitudine, abbandonare il trambusto della città, e lontano nei campi voltarsi indietro a contemplarla, come l'Alighieri descrive il naufrago che, uscito fuori dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e la guata; egli errando pei boschi udía la voce arcana che pare mandi natura al suo Creatore, intendeva commosso le armonie degli uccelli ed invidiava la voce loro per cantare anch'egli un inno di gloria, e le ali per accostarsi al firmamento, perocchè gli avessero detto il Padre del Creato abitare nei cieli. Quanto tesoro di amore vivea nell'anima di quel fanciullo! Appena la campana della sera indicava l'ora dei morti, prosternato davanti alla immagine di Gesù Cristo, non senza lacrime lo supplicava per le anime dei suoi defunti... per tutti quelli che purgandosi aspettano di sollevarsi alle gioie divine; egli aveva una parola di conforto per qualunque sconsolato, un voto per ogni afflitto, un soccorso per ogni bisognoso, e quando incontrava sventure che non potevano consolarsi, bisogni che non potevano sovvenirsi... piangeva. Ah! quel fanciullo fui io. - E adesso la mia mente tentenna dolorosa nel pensiero che Dio non è, od è tiranno; e sento solo la vita allorchè gli uomini, diventati bestie feroci e più che bestie, si lacerano, le bombarde fulminano la morte, la terra va ingombra di uccisi, e i demoni della discordia e dell'omicidio tripudiano pei campi di battaglia a piene mani lanciando contro il cielo sangue e membri umani, in dileggio o in rampogna del Dio che sembra aver creato gli uomini per divorarsi tra loro.

«Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa; colà la mezza luce che nelle ampie navate si diffonde traverso i vetri coloriti, le melodie degli organi, il profumo degl'incensi, le voci angeliche di fanciulli invisibili esaltano i sensi e ti dispongono ad amare, in cotesto punto, se i tuoi occhi, lassi di vagheggiare una Madonna creata da Raffaello, abbassandosi incontrano il tipo di cotesta Madonna..., spaventato ritorni in fretta a sollevare gli occhi alla immagine, dubbioso che discesa dal quadro siasi fatta viva.... La immagine però non si mosse, ma ormai i tuoi occhi non si alzeranno più alla immagine per adorare Dio. Lui adorerai nella vergine che piange e che ride; la vergine che movendo lo sguardo accelera o arresta le pulsazioni del tuo cuore. Finalmente Rafaello non infuse la vita nei suoi dipinti! - Allora il cielo si confonde alla terra: - il creatore adori nella creatura; - all'impeto naturale della passione tu aggiungi l'impeto della passione religiosa; - la febbre acuta t'invade le fibre e le ossa; le arterie delle tempie ti pulsano quasi volessero rompersi, vertigini di fuoco ti si avvolgono dinanzi gli occhi.... odi frequente un tintinnio negli orecchi che ti tormenta, e tuttavolta non vorresti cessato... il petto si gonfia in ispessi sospiri... uno sguardo ti ha mutato tutto: - nulla è più tuo; - ogni cosa umile ti pare superba; se il piede della donna che ami ti calpestasse..., sarebbe il sommo del tuo paradiso: - questo è italiano amore... ed io l'ho provato. Ma la donna che inspira un sì grande affetto lo partecipa ella? O Cristo, che tanto imprecasti contro i farisei, come quelli che ti parvero sepolcri imbiancati, e che altro è la donna mai se non un sepolcro imbiancato? Perchè creare così splendida la coppa che contiene veleno senza pari mortale? Dio, che ponesti nel cuore dell'uomo il ribrezzo alla vista del rettile e la paura all'incontro della fiera, ond'è che non lo avvertisti dello approsimarsi della donna con queste od altre cosiffatte passioni? Forse accoglie la femmina ingegno meno perfido del rettile, o brama meno truce della fiera? Nessuno ente mai ingannò quanto la donna ha ingannato, non tradì quanto la donna ha tradito. Michelangiolo, dipingendo la prima tentazione di Satana, la quale ci fruttò la perdita del paradiso e della vita, immaginò il tentatore mezzo demonio, mezza femmina. Satana, tuttochè Satana, non seppe trovare immagine meglio adattata alle insidie... Ahi femmina! Quantunque alla vostra stirpe imprecando io turbi le ossa della defunta mia madre.... e l'anima mi rimorda come di parricidio commesso.... maledette sieno quante posseggono sopra la terra sembianze di angiolo e cuore di demonio...»

E queste parole profferisce con rabbia sì intensa, e le parole accompagna con tanto convulso atteggiare di muscoli e stridere di denti che il principe si ritrasse di alcuno spazio indietro come spaventato; dopo breve silenzio egli disse:

«Bandino, i tempi di sostenere a tutta oltranza l'onore delle dame non corrono più, e nondimeno, come cavaliere cristiano e figliuolo amoroso, io prendo a provare in campo chiuso la mia genitrice per la più casta ed onorata matrona del mondo...

«Rammento il giorno e il luogo in che ella primamente mi comparve dinanzi», continua il Bandino senza rispondere alle parole del principe, fisso com'era nel suo pensiero; «per la festa di san Zanobi in santa Maria del Fiore, là presso alla parete ov'è sospeso il simulacro del divino poeta, i nostri occhi s'incontrarono insieme; parve che i miei sguardi la infiammassero, perchè ella si fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, ed abbassò il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa nel cuore; dovunque guardassi io la vedeva; ed in vero ella si partì dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che ella tenne occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero i ceri, ed io pur sempre mi rimaneva immobile credendo tuttavia di vederla. Agevole cosa mi riuscì conoscere chi ella si fosse, a quale casata appartenesse: nobile stirpe e superba, di ogni bene di fortuna largamente provvista; ma anche i miei nacquero di gentile lignaggio, se non che gli averi erano scarsi; la mercanzia siccome aveva favorito la famiglia della donzella, aveva nabissato la mia. Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino, accompagnandomi sul leuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi d'amore; praticai in somma quello che costumano coloro cui scalda il petto l'ardente fuoco della passione e non sanno trovare modo altro diverso da manifestarla alla amata donna.

Con quanta speranza io mi moveva da casa, e come avvilito vi rientrava! Verun cenno apparve alle finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere all'amoroso lamento; io conduceva tristissimi giorni disperato della vita. Certa volta che dopo lunga e sempre vana dimora mi era fermato a novellare con certo archibusiere della contrada, io mi tornava a capo basso, dolente; giunto che fui allo estremo della via sul punto di scantonare, una ispirazione interna mi disse: volgi la testa, - ed io di subito mi voltai: una figura si ritrasse dalla loggia alta della casa, veloce più che mano non si allontana dal ferro rovente; - amore aguzza lo sguardo, ed io la riconobbi... era ben dessa, e ne piansi di gioja. - Deh! in cortesia, monsignore, vogliatemi perdonare s'io vi trattengo con la storia di siffatte quisquilie... Se sapeste però come taglienti me le abbia incise la memoria nel cervello... se lo sapeste! non vi dirò come trovassimo modo a favellarci; non vi dirò nemmeno come per una serie di eventi ora tristi ora lieti e sempre pieni di passione venisse lo istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore verginale, mi confessava: Io ti amo... Io vi giuro, monsignore... in che vi giurerò io? Non conosco più nulla di sacro nella terra o nel cielo. E pure gli angioli avrebbero potuto senza velarsi gli occhi con le ale contemplare cotesti colloquii, imperciocchè le parole e gli atti vi fossero casti quanto quelli ch'essi alternano in paradiso. Io ti amo! ella mi disse: ora, quando anche vi avessi fede, la vita futura non m'ispira speranze nè terrore; il gaudio dei santi e i tormenti dei reprobi io gli ho provati. - Comunque vi ponessimo diligentissima cura, non potemmo tanto cauti procedere nei nostri amori che alfine uomo non se ne accorgesse; già non si cela amore!

- All'improvviso ogni via di vederla mi venne tronca nè in chiesa più nè in casa di amiche o di parenti; il suo palazzo chiuso, impenetrabilmente chiuso. Certa notte ch'io mi vi aggirava d'intorno come forsennato, sento una man forte percuotermi sopra la spalla e minacciarmi una voce: - Fa di allontanarti da queste contrade, se tu non vuoi lasciarci la vita. - Trema egli Appennino ai venti di primavera? Tale mi rimasi io alle superbe parole, e continuai a visitare di e notte quei luoghi più frequente di prima. Non corse gran tempo da questa a un'altra notte nella quale, passando vicino alla dimora dell'amata donna, di repente un colpo mi ferisce sul fianco; e fu sì fiero che, sebbene io me ne andassi riparato di giaco, il pugnale lo trapassò fuor fuori rompendovisi dentro: poco mancò non percotessi con la faccia la terra; non mi smarriva di animo per questo e, tratto di sotto la cappa la spada, mi posi in difesa; erano tre, e due fuggirono, il terzo rimase; essendo buio fitto, ci saremmo per certo uccisi ambidue, quando i vicini svegliati al rumore si affacciarono ai balconi coi lumi; io vidi allora il mio nemico armato di spada e pugnale: a mia posta strinsi lo stiletto, ed opponendo al suo stile la spada, alla sua spada lo stile, cominciammo un gagliardo combattimento; i vicini urlando raccomandavansi non volessimo insanguinare la contrada; vedute riuscire le raccomandazioni invano, chiamavano la famiglia del bargello; noi non gli ascoltavamo e tuttavia attendevamo a schermire. Egli era franco cavaliere il mio nemico e spedito così che ben ci voleva arte e prontezza per accorrere alle difese; chi fosse ignorava: - il volto tenea coperto con la maschera di velluto.

Durava da un quarto d'ora il duello, nè la fortuna pendeva da una parte piuttosto che dall'altra, quando ecco accorgermi ch'ei tenta imprigionarmi la spada e strisciando col pugnale lungo là lama ferirmi; uso l'inganno e fingo lasciarmi vincere, sicchè egli, precipitando a mano destra l'offesa, allenta a mano sinistra la difesa; allora con un punto rovescio ponendo la sua spada a contrasto tra la lama del mio pugnale e la traversa, le do a leva di forza e gliela faccio balzare di mano: nel medesimo tempo indietreggio di un passo, riguadagno la mira e poi sottentro veloce tenendo a bada con la spada il suo pugnale ed incalzandolo mortalmente col mio: povero di consiglio, presago oramai del suo fine, mentr'egli cerca salute nei passi retrogradi incespica e cade. La maschera gli sfugge dal volto, le sue sembianze rivela; allora un altissimo grido mi percuote, sollevo gli occhi e vedo la donna mia scarmigliata affacciarsi alla finestra e, tese le braccia supplicare in mercede: Deh! per Dio non lo uccidete, ch'egli è mio fratello di sangue. - Già dal suo palazzo prorompevano intanto armati e il padre per aiutarlo: intempestivo soccorso perchè la sua vita stava nelle mie mani. Riposi pacate la spada e il pugnale, e la mano gli porgendo a sollevarlo. - Messère, gli dissi, potrei darvi là morte, ma penso dovere esservi molto maggiore castigo la vita; perchè tanto odiate chi vi ama? - Ciò detto partii. - Bene, nei giorni successivi e nelle notti non disusai aggirarmi per quelle contrade e di tenere fisso lo sguardo al palazzo; d'ora in poi mi fu chiuso come il sepolcro: i vicini interrogati rispondevano non avere più veduto la fanciulla nè donna altra di casa; aggiungevano alcuni: Forse la menarono in villa. Ed ecco ch'io percorro le campagne, prendo voce, indago, per iscoprire mi travesto, e sempre invano; così che alfine ne perdo affatto ogni traccia.

Spesso, di animo e di corpo abbattuto, truci immaginazioni mi spaventavano: - l'avessero uccisa! - e la morte di lei in cento modi diversi e tutti terribili agitava la inferma mia mente; - appena io mi era ristorato alquanto, tornava col mattino la speranza... Voi ben sapete come sia la speranza palpitante e vitale nel giovane innamorato. - Alfine io sopravvissi alle sue lusinghe e, fatto cadavere prima di chiudere gli occhi al sonno eterno, mi distesi muto sul letto aspettando e invocando la morte. Le lagrime del povero padre mio che amava tanto e la poca vita tenace a rimanersi mi concitavano a sdegno, sicchè un giorno empiamente gli dissi: Lasciatemi in pace, padre mio: il male maggiore mi venne da voi quando mi deste la vita; ora concedete che al vostro misfatto io ripari procurandomi la morte! - Mio padre cessò il pianto, e seduto a lato del letto mi abbracciò con ambe le mani le ginocchia dicendo: - Moriamo insieme; - ed io: - Moriamo, se così vi talenta. - E certo morivamo di inedia, quando sul declinare del giorno udimmo strepito alla porta della camera, e subito dopo entrare un giovane di oneste sembianze, il quale piegatosi al mio orecchio susurrò: - Per quanto vi è cara la vita di colei che amate, sorgete e venite meco! - Lo fissai con occhi esterrefatti e immaginando la sua apparizione errore della fantasia: - Partite, risposi volgendo il fianco sopra l'altro lato, chè io non posso andare standomi in colloquio colla morte. - Ma egli si dimostrò cosa reale e parole mi disse per le quali sentendomi all'improvviso pieno di vita, mi gettai giù dal letto e gli tenni dietro. Mio padre vinto dalla stanchezza dormiva... nè io pensai a svegliarlo e per suo conforto avvertirlo; non mi venne neppure in pensiero quale e quanta sarebbe stata la disperazione del vecchio destandosi e non vedendomi più, inconsapevole di quello fosse accaduto di me... tanto è demonio l'amore!

- Arrivato all'aria aperta, mancarono al desiderio le forze; e sarei caduto, se lo straniero non mi avesse sorretto e accomodato in groppa al suo cavallo. Con misteriosa diligenza giunti sul canto di Via dei Pescioni, consegna il cavallo a un famiglio quivi appostato e sorreggendomi mi conduce verso il palazzo della mia donna. Ben mi cadde in pensiero il tradimento, ma non lo temei, tanto, peggio di vivere non poteva accadermi: fu aperto un usciuolo, mi trassero silenziosamente per diverse sale e poi mi deposero dentro una cameretta: vidi un piccolo altare, sentii odore d'incenso, l'aere calda, indizii manifesti che il Viatico si era soffermato là dentro, e presso l'altare sopra un letto mi occorse giacente la donna mia, calate le palpebre, le labbra bianche e la pelle del colore di cera, come persona prossima al transito; - sentii uno stringimento di cuore e caddi privo di conoscenza, lieto pensando di toccare l'estremo momento della mia vita. - Quando rinvenni, mi percosse in prima uno schiamazzo, un pianto e preghiere e minaccie in molto terribile guisa: apersi gli occhi e vidi il padre della donna mia avvampante di sdegno, con labbra enfiate rampognare certe donne che gli stavano attorno con atti supplichevoli e lo fermavano per le braccia con parole dolcissime raumiliandolo. Il giovane a cui aveva salva la vita, quando il padre sembrava piegare agli scongiuri delle donne, se gli accostava all'orecchio e gli dicea parole che a guisa di vento suscitavano la fiamma dell'ira in quel vecchio feroce. La donna mia piangeva, ma le mancava la forza di articolare parola, ed a me pure mancava: mi provai più volte, e sempre invano: al fine fiocamente favellai: Pel sangue di nostro Signore Gesù Cristo, lasciateci morire in pace!

- E quasi fosse stato sforzo superiore alla mia poca lena, svenni di nuovo. Tornato lo spirito agli uffici consueti della vita, mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno, Attendete a ristorarvi, mi disse, e preparatevi ad ascoltarmi; quello che il cielo vuole forza è che uomo anche voglia! - Lo rividi verso sera, ed accostatosi quanto più presso poteva al mio volto, - Figliuol mio, cominciava, poichè umano argomento non vince l'amore che la mia figliuola ti porta, e poichè vedo a prova manifesta come anche tu ardentissimamente l'ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa cagione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia vecchia età prossimo a rendere conto della mia vita all'Eterno, contro al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe è gentile, i tuoi costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non è tua colpa, voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ciò mi trattenne fin qui dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli in famiglie più potenti della sua e quanto all'opposto rincresca scemare; però siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce di leggieri, a cui vuole davvero, metter insieme danari; sopra tutte le parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Ispagna, fuori di misura doviziosa per l'oro che a lei mandano le Indie non ha guari scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in Ispagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua moglie appartiene.

- Promisi e con pieno cuore; - qual cosa non avrei io promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: - Io ti amo, e sentirla rispondere: Ed io pure ti amo; - parole mille volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile... miracolo nuovo di amore! - Ebbro del presente, dimenticai la promessa, che troppo mi occupava l'anima la mia passione per conservare memoria di quello che fu, paura per quello che sarebbe stato. - Più volte mi parve esitasse il padre di turbare così lieto vivere esigendo l'adempimento della promessa: pure una notte, quando me lo aspettava meno, mi trasse in disparte; e, Figliuol mio, - così favellando piangeva lacrime forse vere e forse finte, perchè chi aggiunge l'uomo nella simulazione? - Figliuol mio, quanto più ti trattieni, e più allontani il tempo delle tue nozze: va, la stagione ti corre propizia, ed io ho ferma speranza in Dio di rivederti fra due anni tornato ricco a casa. - Vi tacerò gli augurii, i pianti, le disperazioni per trattenermi, e poi i voti, le promesse, i giuri quando fu determinata la partenza; tutte cose meste, non dolorose nè di triste presagio, come quelle che da lontano illuminava la speranza: solo l'aspetto del fratello era in quel tumulto di passioni quasi serpe tra i fiori, quasi Satana nel Paradiso terrestre: mi stese la mano, ed io la sentii umida di freddo sudore, n'ebbi ribrezzo come se avessi tocco la pelle di un rettile: - ma la gioventù è obliosa, la sperienza viene col tempo e ci fa notare questi eventi col sangue più puro del nostro cuore. La fortuna, per flagellarmi meglio, spirò un fiato favorevole nelle vele; partii, giunsi e dimorai a Cadice e a Siviglia, dove impresi traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io cresceva; i pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui; apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m'invidiava, mi applaudiva ed adulava.

Le lettere prima mi vennero frequenti da casa, poi più rade, ma affettuose pur sempre, - in seguito più rare ancora, - finalmente cessarono; ciò accadde presso al terminare del secondo anno, epoca in cui aveva statuito il ritorno; la mancanza di nuove mi tenne di mala voglia, non mi sconfortò nè fece temere infortunio, imperciocchè sapessi come Giovanni d'Albret re di Navarra, cacciato ingiustamente dal regno per opera di Ferdinando d'Aragona, avesse co' soccorsi di Francia ricuperato l'antico dominio, e quivi si agitassero terribilissimi combattimenti, a cagione dei quali il comunicare per terra di uno stato all'altro veniva rotto, e dalla parte di mare i legni di Francia e degli alleati loro, tra i quali fedelissimi si mantenevano i Fiorentini, non si attentavano farsi vedere nei porti di Spagna. Incerto del ritorno, lascio fondaco aperto in Siviglia, ed imbarcatomi sopra un brigantino giungo a Genova; travagliato dal mare che sembrava volesse impedirmi il ritorno, continuo il viaggio per terra; nessuna lettera mi precede; intendo arrivare inaspettato e sconosciuto. Oh come forte mi tremò il cuore quando prima scopersi da lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto l'ale non mi sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta, altri bussa per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro in traccia di mio padre; la casa è vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i singhiozzi pregare riposo all'anima mia.... - Sono io morto, perchè mi diciate il requiem? - esclamo maravigliato; e il padre piange e più che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi. Anima benedetta, egli diceva con stupenda prestezza, anima benedetta, va in pace, io spenderò in suffragarti l'ultima mia masserizia... va in pace.

-  Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi del modo col quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che mai più avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai. Egli sorse allora tra stupido e spaventato, e: Tu vivi? - mi domanda con parole interrotte... Mi tocca... mi bacia... e quando il suo dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei con discorso convenevole raccontarvi. Egli rivenne tosto, e io ansiosamente gli domando: Ch'è questo, padre? e la donna mia? - La donna tua? mi risponde, - quanti ne corrono del mese? - Il dieci di febbrajo. - Il dieci, veramente il dieci? - Sì, il dieci. - Vieni a vedere la tua donna, - e con impeto giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria del Fiore; quivi incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la più parte sepolta in profondissima oscurità; andiamo oltre, e pervenuti al punto della nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal piè degli altari una donna, e questa donna è la mia!... Empii di un grido orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue sul pavimento.

Non piacque all'inferno ch'io mi morissi: udite stupenda nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da funi... non mi rinveniva, cercava con la mente nè giungeva a indovinare in qual luogo mi avessero condotto e perchè così legato. All'improvviso mi spaventa uno schiamazzo confuso di minaccie, di percosse, di pianto, di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo che diceva: - Chiudete le porte, san Pietro! - san Paolo, di grazia, a che tenete quello spadone ai fianchi? - Or dov'è andato l'arcangiolo Michele? - I demoni danno l'assalto al paradiso.... e' l'hanno preso, - l'hanno preso, - scomunicati! - eretici! - così bussate il Padre Eterno? poveraccio! - Mi accorsi che mi avevano condotto all'ospedale dei pazzi. Nè stette guari che, aperti gli usci della stanza, vidi entrare diverse genti, che riconobbi dagli abiti pel medico, lo spedalingo e i servigiali. Il medico, lindo, aggraziato, superbo del suo bel mantello pavonazzo, si accosta al letto e, vedendomi con gli occhi aperti, mi domanda: - Come va, frate? - Oh Dio! messere, una gran doglia il fianco destro mi tormenta, e queste funi mi segano le braccia: deh! per la croce di Cristo scioglietemi, che soffro tanto che poco più si ha da soffrire nell'inferno. - Il mastro, tastandomi il polso senza altrimenti badare alle mie parole, si volge allo spedalingo e gli dice imperturbato nel volto: - Reverendo, non vi lasciate ingannare da questa quiete apparente; le arterie gli battono come se fosse un cavallo, con buon rispetto parlando; è natura di questi morbi rimettere alquanto della loro malignità per quindi travagliare più veementi di prima: non gli sciogliete le mani: perchè non ha egli preso la purgagione? Ingegnatevi fargliela trangugiare, se non per amore, per forza. Il cerusico muterà l'apparecchio alla ferita: - badate che non si agiti quando lo medica; ogni moto qualunque gli apporterebbe certissima morte.

- Davvero le arterie dovevano battermi con impeto; io sentiva dentro ribollirmi il sangue, non potendo sostenere coteste parole che mi sonavano dileggio. - Scioglietemi, gridai, o me ne renderete ragione davanti gli Otto: chi vi ha detto che io sono pazzo? Dov'è questo marrano, questo ribaldo? Io fui tradito, percosso, ed ora mi legate per pazzo... ve la dirò io la storia... uditela... forse ne sentirete pietà. - Ecco, interuppe lo spedalingo dal volto di colore del piombo, i sintomi da voi presagiti ritornano; un accesso di mania lo minaccia... - È indubitato! risponde il medico aggiustandosi con sufficenza il collare, e si dispone a partire. - Forse non volendo il medico mi conservava la vita; imperciocchè se mi avessero sciolto un momento, malgrado la debolezza estrema, la piaga mortale, io sarei balzato dal letto per correre non già alla vendetta ma al sepolcro... e per avventura era il meglio. Se colà dentro io non perdei lo intelletto, ne ho l'obbligo al pensiero fisso dei miei dolori, il quale non mi concedeva che non ponessi troppa mente ai miseri rinchiusi nell'ospedale. Immaginate: da un lato mi stava una madre maniaca la quale nell'ultima piena dell'Arno aveva perduto casa, marito e due figli. Ogni notte, quando il sonno cominciava ad aggravarmi le palpebre, ecco la donna con urli lugubri gridare: - La piena viene!... la piena viene! - prendi il tuo figliuolo, Giovanni; io prenderò la bimba, e fuggiamo via... - E dopo poco mutando voce riprendeva: - Sta cheta, strega, io vo' dormire; se non ismetti di gracidare ti do della marra sul capo...

 - Sii maledetto! borbotta fra i denti e quindi soggiunge con voce naturale: - Lévati, prendi il figliuolo e quanta masserizia più puoi; ubriacone, lévati... senti.... senti.... ah! non è più tempo.... misericordia! che notte!.... guarda alla vampa del fulmine il fiume che precipita... fuggi... - Io vo' dormire. - Dormi: gran mercè dell'aiuto! Tancia, Lessandra, che notte! acqua e fuoco; ma la Dio grazia io tengo l'argine; costà ho lasciato in gola al fiume poche cose in verità... le masserizie e il marito.... e un figliuolo... dalle masserizie... in fuori devo ringraziarne la fortuna... mi basta la figliuola.... questa ho menata con me.... io l'amo tanto! - e qui, a dirvela in confessione, Tancia, la mia figliuola Nannina l'ho avuta dal vostro fratello Baccio; ci amavamo prima ch'io andassi a marito, e non me lo sono potuto scordare; il sere mi dice ch'è figliuola del peccato... ma oh! io amo la figliuola e il peccato.... Nina, vieni.... dove sei? Nina.... Nina.... in qual parte ti sei cacciata adesso? Se la nascondeste, donne, rendetemela per carità... se l'avete veduta, indicatemela... me ne fossi dimenticata.... no.... sì.... ah trista me! l'ho scordata. Baccio, va a salvare tua figliuola; ah! egli non si vede.... egli tarda.... e il tempo stringe.... Chi siete voi? uomini forse? andate a salvarmi la mia Nannina; non posso offrirvi nulla, la piena mi ha portato via ogni bene della terra; se vi piaccio, vi abbandono il mio corpo; se no, voi avrete per certo a rifabbricarvi la casa; le acque vi hanno affogato il giumento, io vi porterò pietre e calcina.... non siete andati? Non volete andare? Iniqui! scherani! e l'ora fugge, e la maledizione non salva la mia figliuola... Cristo, che sostenesti san Pietro sul mare, sostieni anche me povera madre! Affogo.... affogo.... - E qui si rotolava sul pavimento continuando a cacciare urli disperati, ma indistinti a guisa di singulti. -

Dall'altra parte era rinchiuso un giovanetto diventato pazzo per amore; - la giovane anima sua, comparsa appena su l'emisfero della vita, si ottenebrava, ed egli ora forniva il suo corso mortale ricinto di nebbia, siccome sole nei giorni incresciosi dell'inverno; la morte aveva dopo di lui baciato le labbra alla sua donna, e il giorno appresso trovò il verme là dove poche ore innanzi aveva libato il profumo dell'amore. Nel giorno, il misero taceva; verso sera cominciava a preludiare una canzone; caduta la notte, cantava con armonia mesta, arcana, per così dire pregna degli effluvii della sua vita, perchè invero la commozione che pativa cantando lo consumava, e di giorno in giorno, secondo quello che si racconta del cigno, più dolcemente cantava e più si approssimava a morire; tutte le canzoni compiva col verso:

Luce degli occhi miei, chi mi ti asconde?

E quando la voce stanca gli rifiutava l'ufficio consueto, piangeva forte, sempre chiamando Selvaggia, e si raccomandava di ottenergli dal cielo pronta la morte, perchè egli si sarebbe ucciso; ma avendo inteso che i violenti contra sè stessi vanno dannati, non si attentava, sapendo troppo bene lei essere nel cielo; e s'egli voleva adorarla costà, gli bisognava invocare, non darsi la morte... Felice lui! Una notte cessò il canto e la vita. Dove andò la sua anima? Che importa saperlo? Nessuna creatura al mondo si spense con maggiore desiderio di morte. - Poc'oltre uno sciagurato usuraio, impazzito pel furto della male raccolta pecunia, giorno e notte contava il danaro, dieci, cento, mille, in suono profondo, monotono, da disperare chiunque l'udiva; talvolta fantasticava di avere al cospetto la vittima e ripeteva le parole che certo gli furono abituali nell'esercizio dell'infame mestiero: - Non posso, in verità non ho danaro, l'argento è caro, ne parlerò ad un amico che non vuole essere nominato; tutto in monete già non isperate di avere; voi avete una cera da giovine dabbene, m'ingegnerò di farvi servizio come se fosse per me: - tale altra raccomandava al servo frugasse la casa, avere udito rumore; oppure rampognava il fabbro su le serrature deboli e non le voleva pagare... ma quando gli ritornava al pensiero il giorno in che vide la cassa scassinata e vuota dell'ultimo soldo... oh! allora sì, che cacciava gridi presso i quali perdevano il paragone quelli disperati della madre che chiamava la figlia dell'adulterio.

- Dirimpetto, un pazzo si credeva mutato in orologio, e rigido rigido lungo il muro agitava la destra a guisa di pendolo, con la bocca indicando i minuti, i quarti dell'ora, le mezze, le intere ore e così durò finchè una notte proruppe in urlo spaventevole, poi disse: Tremate! il tempo cessa, l'eternità si avvicina, io batto l'ultima ora; - e la battè, poi tacque: sentii inondarmi di sudore ghiaccio le membra, mi si rizzarono i capelli; - alla dimane il matto fu trovato morto bocconi per terra; gli si era rotta una vena sul cuore, ed aveva spirata l'anima fra un torrente di sangue. - Non vi dirò delle infinite altre miserie raccolte entro cotesto luogo di dolore; solo vi voglio rammentare quell'altro matto fisso nella idea di essere il Padre eterno; - allorchè lo schiamazzo giungeva a tale ch'egli stesso se ne sentiva intronato, dalla sua stanza mandava le voci: - Silenzio! Io sono il Padre eterno, io affliggo e consolo; creature, parlate al vostro Creatore, io sovverrò alle vostre angustie. - Subito si faceva silenzio, e indi a breve scoppiavano come tuono le grida simultanee: Rendimi Nannina! - Scioglimi dal carcere fastidioso della vita! I miei danari, Padre Eterno, i miei danari coll'interesse del venti per cento e cambi di cambio! - altri altre cose. E il Padre eterno: - Che danari? Te gli ho rubati io, furfante, chè debba restituirteli? E poi come ho io a fare, se non mi trovo un picciolo in tasca? sta cheto e muori, nell'altro mondo ti donerò la luna. Se tu vuoi morire da senno, muori: io feci appunto una sola via alla vita, mille alla morte, onde ogni uomo se ne andasse a suo bell'agio al camposanto; - perchè dunque m'introni la testa? non hai pareti per ispezzarci dentro le tua ossa? non travi per appiccarti? non vetri per segarti una vena?

- E tu costinci sta cheta. Nannina è in paradiso; qui intorno al mio trono svolazza cherubino bellissimo di luce; nelle tue mani sarebbe diventato un demonio nata di adulterio, moriva in postribolo, ed io te l'ho tolta; - il peccato non dà mica padronanza sopra i figliuoli; - il cielo se la prese, e il cielo non la renderà.... - E la madre: - O Dio ribaldo, tu hai condannato l'uomo alla morte perchè non l'avesti dall'amore; tu odii l'uomo perchè lo creasti solitario, - da te - con le mani fredde - di diaccio, con la terra rossa, e gli gittasti l'anima con un soffio nel naso: - se il peccato t'incresce, perchè lo hai posto nel mondo? - E così continuava; nè gli altri proferivano meno fiere bestemmie nè in suono più dimesso. Il giovane pazzo per amore, dopo cotesto turbine di male parole, con voce soave favellava sensi i quali parevano, come l'iride, simbolo di alleanza tra il cielo e la terra, cessata la tempesta; e sovente così concludeva: - Costui schernisce non consola: dunque questi non è Dio: imperciocchè così Dio non sarebbe. Amore è Dio, e Dio altro non può essere che amore.

- Senza dubbio s'io avessi dovuto lungamente rimanermi in codesto ospedale, diventava pazzo: piacque alla fortuna liberarmene in breve, e il modo fu questo: sanato ormai della piaga, certa sera agli ultimi splendori del crepuscolo, seguito dal servigiale col nerbo in mano, passeggiava per un lungo corridore, alla estremità del quale una finestra priva di ferrate concedeva vivido il circolare dell'aria: siccome spesso mi era trattenuto in savi ragionamenti col servigiale, e allorquando mi sentiva crucciato dalla memoria degli affanni antichi e dal morso dei presenti me ne stessi muto, non mai però aveva prorotto in escandescenze; ond'egli o non mi teneva del tutto matto, o almeno mi riputava matto di benigna natura; quindi, volendo andare per certe sue bisogne, mi disse lo aspettassi nel corridore, così avrei più lungo tempo goduto della buona aria: uscito appena, corsi alla finestra; quanto distasse dal terreno non bado, mi lascio andare giù lungo il muro avvertendo di rasentarlo con la persona per ammortire la caduta; percossi aspramente sul terreno, ma da una forte scossa nei visceri in fuori non provai altro male; fuggo a dirotta: la notte era calata procellosa, ed io era salvo.

- Poichè ebbi corsa lunga ora a null'altro pensando che a fuggire, incominciai a divisare dove procurarmi un asilo, come sottrarmi alle persecuzioni dei miei feroci nemici; pericoloso mi parve, ed era, ridurmi alla casa paterna, ma anelando conoscere come il caso avvenisse, colà appunto mi condussi; - oscurità e silenzio; - chiamo, busso, torno a chiamare, e sempre invano; tolto di speranza da questa parte, il cuore mi augurando sinistramente, ma pur non sapendo qual male temere, mi venne in pensiero il castaldo che abitava certe casette di nostro alla estremità della via; - lo trovai con la famiglia prostrato a terra, perchè le campane avevano suonato l'ora prima di notte, a recitare il De profundis per le anime dei defunti: siccome inosservato io penetrava là dentro, udii pregare pace all'anima mia e a quella di mio padre. Sarebbe egli morto? esclamai con immenso dolore. Immaginate voi lo spavento prima, poi la meraviglia e la esultanza di quei buoni, - i soli che mi sieno occorsi nella vita. Il mio povero padre era morto pur troppo! Alle persecuzioni e all'odio del malvagio, che pei rimorsi riarde più feroce, soccombeva. Vieni, dissi al castaldo, menami al sepolcro di mio padre. - Egli mi accompagna nel camposanto di Santo Egidio, colà si ferma davanti una fossa priva di lapide e, - qui, - mi dice piangendo, - riposa messer Pierantonio vostro padre.

- Già per la via il castaldo mi aveva narrato la fama sparsa della mia morte, l'eredità concessa a lontani collaterali protetti dai miei nemici, il pericolo sovrastante, la nessuna speranza di giustizia; e nè anche, la potendo ottenere, la giustizia delle leggi mi sarebbe riuscita a grado, chè i miei nemici con le proprie mani avendomi distrutto, con le proprie mie mani io mi era deliberato distruggerli; dente per dente, pelle per pelle, come insegna Moisè; presi nella destra il pugnale, nella manca un pugno della terra che l'ossa ricopriva di mio padre e giurai vendicarmi... di vendetta italiana... case sovvertite dai fondamenti, campagne arse, famiglie trucidate dal decrepito al lattante, - e poi morire. Udiste mai offesa più acerba? - Aspettate e vedrete come saprò vendicarla. Intanto solo e ramingo, non vedeva verso di condurre a fine il mio proponimento; ogni dì più la disperazione mi cangrenava il cuore, e il tempo fuggiva non maturando il frutto di sangue; - pensai adunare una mano di masnadieri, ed il feci; ruppi le strade, empii di terrore Romagna; ma quando proposi di assaltare all'improvviso Fiorenza, i compagni esitarono ed al fine non vollero: io gli abbandonai vergognoso di essermi tanto degradato invano: - condottomi in Lombardia, mi versai in quelle guerre senza gloria per noi Italiani ed ebbi fama di prode: - ma poichè il desiderio di vendetta non iscemava per tempo, il mio demonio mi consigliò nuovo modo: andai a Roma, chiusi bene nel seno l'odio pe' Medici e mi accomodai agli stipendii di papa Clemente; sperava un giorno mi avrebbe mandato in patria o magistrato o capitano di milizie o carnefice, in condizione insomma da potermi bagnare le mani nel sangue abborrito dei miei nemici: procedei come il tarlo il quale per durezza non si abbandona, ma più e più sempre laboriosamente s'inoltra; la fortuna, che presto o tardi favorisce chiunque voglia davvero, superò la speranza; avvenne la cacciata dei Medici, la pace tra il papa e l'imperatore, la guerra contro Fiorenza; eccomi in campo prossimo a cogliere il frutto a cui sacrificava affetti, avvenire, fama, salvazione forse dell'anima, tutto; della intera città io divoro cogli occhi un punto solo, e da lontano gli avvento fiamme.

- Ben mi duole di avere unita la mia alla causa dei Medici, tralignati troppo da quello che furono; se fosse vissuto Giovanni dalle Bande Nere, all'odio aggiungeva eziandio l'utile della patria, e, non che mi rimordesse coscienza, menerei vanto del mio concetto; - oh in mancanza di quel grande la fortuna ci avesse dato un ambizioso, come Lorenzo duca di Urbino, o almeno un potente in negozii, come Lorenzo il vecchio! - ma i Medici, quali ora sono, conciterebbero a sdegno, se non movessero a riso...»

«E per colpa di un solo volete sommersa la barca? A parere mio, io vi terrei meno tristo, se uccideste i vostri nemici a tradimento. Per odio privato voi condannate a morte l'antica repubblica di Fiorenza.»

«Che significa repubblica? Ella è parola di largo contorno e dentro di sè comprende libertà da comizio e tirannide d'inquisitori di stato. Il governo dove impunemente si commettono misfatti quali soffersi io non può dirsi libero, e tale invero non fu mai il nostro; e poi io sacrifico volentieri la libertà passaggiera alla forza perenne, madre vera di durevole libertà.»

«Non vi comprendo.»

«Vorrei una Italia, vorrei, come Giulio II, il pontefice di gloriosa memoria, ridotta in un corpo solo questa misera patria, perocchè mi dolga.... oh! mi dolga assai il suo ludibrio di secoli.... E dopo papa Giulio, che n'ebbe volere e potere, veruna persona è più acconcia, se ne avesse il volere, di tale che voi conoscete, monsignore; - di tale che se avesse sortito dai cieli spiriti della stregua dell'alto suo grado, avrebbe a quest'ora condotta a fine tale impresa di cui per avventura non gli balenava mai nella mente il pensiero.»

«Ed io lo conosco?»

«Assai.»

«E si chiama?»

«Filiberto di Chalons, principe di Orange, vicerè di Napoli...»

«Messere Bandino, pensate ch'io sono soldato dell'imperatore, ch'io fui preposto all'esercito per ricondurre i Medici in Fiorenza...»

«Io penso Carlo V desiderare che Fiorenza sia retta da gente a lui amica, non collegata perpetuamente coll'emulo di Francia; se questo spera ottenere co' Medici, con voi l'otterrebbe di certo.»

«E se Carlo si ostinasse a mantenere il trattato con Clemente?»

«Sarebbe la prima volta che un principe si ostina a mantenere la sua fede. E poi l'imperatore per ora altre faccende ha sulle braccia. In ogni caso, il vostro esercito conosce voi soltanto, e Fiorenza ha danaro per mantenerlo in guerra.»

«E ai Medici pensaste, messere Bandino?»

«Pensai, e vidi il papa vecchio e impotente - e odiato; il duca Alessandro e il cardinale Ippolito non meno di lui tenuti in dispregio: anche i partigiani di casa Medici (e partigiani veri ne contano pochi) non amano Giulio figlio illegittimo e forse supposto di Giuliano, comecchè adesso papa Clemente, nè Alessandro figlio adulterino di lui e di schiava africana moglie di certo vetturale da Colle Vecchio, nè finalmente Ippolito figlio illegittimo del Duca di Nemours; Cosimino, se non fosse di troppo fresca età, aiutato dalla reputazione del padre Giovanni, avrebbe séguito e grande; gran danno per lui essere nato troppo tardi! - rimane la duchessina Caterina figlia legittima del duca di Urbino, giovine, vergine e prossima alla età da marito. - Principe, un sangue vale l'altro; non vi parebbe questo un vincolo da farvi amici i partigiani del nome dei Medici? Del Guicciardino, del Valori ed altri simili a loro non è da parlarne; odiano la repubblica perchè nulla sperano da lei; il principato non amano, sibbene sè stessi; quando abbiano utile in voi, voi seguiranno, e voi date loro a dividere questo utile facendoli seguaci vostri....»

«Dal vostro disegno alla corona d'Italia gran tratto ci corre; e quanto potrebbe accomodarsi col duca forse si guasterebbe col re....»

«Fiorenza intanto è un bel fiore per cominciare la corona italica; al rimanente penseremo poi; nulla vede chi troppo prevede; i tempi e gli eventi dànno consiglio, e da cosa nasce cosa.»

«Udite, Bandino; dacchè avete pensato a tanto, pensaste voi starsi qui in campo Girolamo Morone?»

«Morone! - Me lo rammentereste voi forse, principe, per la proposta uguale che fece al marchese Davalo e pel modo turpe col quale il marchese sè medesimo, Italia e il Morone tradiva? Se me lo rammentate per questo, ricordatevi a vostra posta il Davalo essere morto in condizione privata, sospetto a Cesare, odioso agli Italiani, infame al cospetto del mondo e tenuto in dispregio dal divino intelletto della marchesana sua moglie Vittoria Colonna. Traditemi, se volete; a me piace il supplizio, se a voi piace la infamia.»

«Pace! pace! Dove trascorrete con quel vostro ingegno di fiamma? io voleva avvertirvi che se un giorno quello scaltrissimo Morone si affaticò a ordinare col Pescara che gli Spagnuoli tutti si ammazzassero, oggi, mutato animo, sostiene con ogni sua possa le parti di Cesare.»

«E ciò a che monta? Fors'io vi consiglio a partecipargli il segreto?»

«Ei se lo parteciperà molto bene da sè stesso.»

«E come?»

«O non sapete voi messere Girolamo possedere un anello, o piuttosto un diavolo dentro l'anello il quale le cose più occulte rivela al suo padrone?»

«Ah! non mi aspettava a questo. - Voi dunque credete nel diavolo?»

«E perchè no? - Non credete voi in Dio?»

«Chi ve lo ha detto?»

«Lo avete nel vostro discorso rammentato cento volte...»

«Rammentare non significa credere.»

«Io non conobbi mai uomini senza fede nel Signore che tengano il paragone con voi altri Italiani.»

«Ciò avviene perchè, abitando il papa in Italia, abbiamo più sicure degli altri le novelle del paradiso. - In ogni caso la credenza di Dio non induce la necessità di porgere facile l'orecchio alle voci del volgo superstizioso.»

«Comechè sia, Bandino, addio...»

«Il diavolo del Morone rompe dunque il trattato?»

«Messere, voi pensate avere gittato un germe nel mio cuore, ed egli ha già partorito da parecchio tempo il suo frutto; non pertanto grazie vi sieno della proposta. Aiutatemi: quello che non fecero i cinque e i dieci anni, lo faranno i venti; le piaghe del vostro cuore saranno sanate; - vi confidi il futuro. - Voi mio maestro e mio duca dovete vivere, amare e governare.»

«Camminate la vostra via. - Non vi trattenete a guardare i miei fati, io vi sovverrò come e dovunque possa, ma non per vivere; - se avessi intenzione di durare nella vita, il Bandino non conosce signore degno della sua servitù, tranne uno solo, e questi è il Bandino.»


NOTA

Anco secondario il predetto Cola ammoniò i rettori e 'l popolo a lo ben fare per una similitudine la quale fece pignere nel palazzo di Campidoglio nanti 'l mercato, ne lo parete fuora, sopra la camera; pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, scapigliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade, in forma di pregare che suo pericolo non fosse: lo soprascritto dicea: Questa è Roma. Attorno questa nave, da la parte di sotto nell'acqua, stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta. La prima avea nome Babilonia, la seconda Cartagine, la terza Troia, la quarta Gerusalemme. Lo soprascritto diceva: Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine e diceva così:

Sopra ogni signoria fosti in altura,

Ora aspettiamo qua la tua rottura.


Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera: Questa è Italia; favellava questa e diceva così:


Tollesti la balía ad ogni terra,

E sola me tenesti per sorella.


Nell'altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:


D'ogni virtude fosti accompagnata,

Ora per mare vai abbandonata.


Queste erano quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava un'isoletta, e in questa isoletta stava una femmina inginocchiata: la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome aveva Fede Cristiana: lo suo verso dicea così:

O sommo patre, duca e signor mio,

Se Roma pêre, dove starò io?

Ne lo lato ritto della parte di sopra stavano quattro ordini di diversi animali co' le sue ale, e tenevano corna a la bocca e soffiavano come fossino venti li quali facessero tempestate al mare, e davano aiutorio a la nave che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva: Questi sono li potenti baroni e rei rettori. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva: Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva: Questi sono li falsi officiali, giudici e notarii. A lo quarto ordine stavano lepori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva: Questi sono li popolari latroni, micidiali, adulteratori e spogliatori. Nella parte di sopra stava lo cielo; in mezzo la Maiestade Divina come venisse al giudizio; due spade l'escivano da la bocca di là e di qua; dall'uno lato stava santo Pietro, e dall'altro santo Pavolo ad orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si meravigliava.

Vita di Cola di Rienzo, trib. del pop. rom., l. 1, c. 2.

CAPITOLO NONO

MICHELANGIOLO BUONARROTI

Io vo per vie men calpestate e solo.

Michel. Buonarr., Madr. 50.

Sonavano le due ore di notte, quando Dante da Castiglione, armato come soleva di corazza, di bracciali e di spada, salutato il buonomo che vi stava di guardia, entrò nel Palazzo della Signoria: siccome lo conoscevano svisceratissimo di quel reggimento, lo lasciarono andare non gli dicendo altre parole se non queste une: Dio vi mandi la buona notte messere Dante, - quantunque portasse sotto il mantello cosa che tentava occultare.

Penetrato nelle più secrete stanze, bussò pianamente ad una porticciuola, e gli fu subito risposto: Avanti!

«Oh! siete voi, Dante. Io vi aspettava... mi avete portato le vesti?»

«Mai sì, messere: eccovi il tôcco e la cappa spagnuola, col cappuccio di dietro, ch'è una meraviglia: se vi avvisaste portarla di giorno, sareste riputato il maggiore sbricco di Fiorenza.»

«Orsù aiutami a svolgermi il becchetto del cappuccio dal collo: - bene; - or tiemmi la manica del lucco: - gran mercè; - porgi la cappa... qua il tocco; - ti pare egli che possano riconoscermi?»

«Mè anche mammata... direbbe messere Franco Sacchetti.»

«Andiamo.»

Uscirono: - Il magistrato chiuse con diligenza la porta delle sue camere e scese guardingo, già egli non tenne per uscire le scale comuni, bensì ne prese certe segrete per le quali giunse alla postierla del palazzo che metteva capo in via della Ninna; svoltarono subito in via dei Leoni procedendo in silenzio, e giunti che furono sul canto del Borgo dei Greci, il magistrato si ferma e, piegatosi all'orecchio del Castiglione, gli comanda:

«Separiamoci; andate per esso, conducetelo a me.»

«Dove?»

«Non ve lo aveva io detto? - Al cimitero di Santo Egidio.»

Dante tornò sopra i suoi passi, rifece la via dei Leoni, passò vicino Baldracca, e per la piazza dei Castellani venne lungo Arno, dove camminando fino al Ponte delle Grazie, lo valicò in fretta e si condusse al poggio San Miniato: quello che andasse a cercare costà vedremo poi; adesso seguitiamo il magistrato nel suo cammino notturno...

La notte era rigida e nera: - certi nuvoloni ingombravano il cielo che parevano montagne, e ad ora ad ora sprizzolavano qualche stilla di acqua ghiacciata: onde le genti che a quell'ora andavano per via si affrettavano a casa, e il subito loro apparire e sparire le faceva parere più che altro fantasime.

Il magistrato però, non che affrettasse, rallentava il cammino e porgeva attentissimo ascolto alle parole di coloro che traversavano la strada.

«O vedi mo'», diceva un passeggiero al suo compagno, «chi m'è venuto fuori a fare il san Giorgio! Messere Francesco Carduccio: in verità non lo avrei riputato da tanto.»

«Un cuore da Cesare, per san Giovambattista! un cuore da Cesare! Chi nulla ha da perdere, non può che guadagnare...»

«Mi pare che vi potrebbe perdere la testa. >

«E vi parrebbe perdita per lui?»

«Ma! non saprei.»

Cotesti erano mercanti, le più volte fango tutti per di dentro e per di fuori, senza cuore, senza intelletto e spesso anche senza l'abbaco, del quale presumono essere la pratica e la scienza. - E passano via, ed altri subentrano.

«Noi non possiamo reggere», discorre il primo, e bisogna che ci accordiamo ad ogni modo, se non per amore, per forza.»

«Ed io vi dico che reggeremo, e vinceremo i nuovi Filistei. Dominedio ci manderà Gedeone. Senza fede l'uomo passa per occhio come una barcaccia sfondata,» riprende il secondo.

«Appunto egli è per troppa fede ch'io temo così, compare mio dolce. Suora Domenica, la monaca del Paradiso, ebbe la notte scorsa una visione nella quale la Madonna Santissima della Impruneta con la propria sua bocca le profetò i Medici avere a tornare; questo essere il comandamento del Signore; confortasse i Fiorentini a prendere siffatto partito con vantaggio adesso, piuttostochè aspettare poi a soffrire violenza con danno inestimabile della città.»

«E' sono novelle coteste. Fiorenza non patirà oltraggio; fra Girolamo ci assicurava della parte di Dio che perderemmo tutto il dominio, e la libertà della patria rimarrebbe; ed ha detto altresì che, quando gli argomenti umani venissero meno, scenderebbero gli angioli del cielo e difenderebbero la città.»

«Le profezie del nostro frate Savonarola io per me non le valuto una ghiarabaldana, che ne danno trenta per un pelo di asino; se fosse stato profeta, avrebbe conosciuto qual morte gli serbavano in Fiorenza e se ne sarebbe fuggito.»

«O compare, voi mi sapete di eretico! Dunque, perchè Gesù Cristo si lasciò crocifiggere, non sapeva il modo e l'ora della morte sua? non lo conobbero Pietro, Paolo ed altri santi infiniti della nostra divinissima religione?»

«Ma quel vostro frate Girolamo e' non era santo; e' fu invece appeso ed arso come scomunicato ed eretico per sentenza di santa madre Chiesa.»

«Per sentenza di Roderigo Lenzuoli o Alessandro papa VI di memoria infernale; e poi non sapete che il processo fu fatto contro ogni regola, e come tale il magnifico messere Lorenzo Ridolfi ha proposto che si levi di camera per meno vergogna della città?»

«Io per me lo tengo per un fattucchiere.»

«Ed io, sapete per che cosa tengo la vostra suora Domenica?....»

«Per che cosa?»

«Per la più solenne cialtrona che mai vivesse in Fiorenza...»

«Voi siete un Piagnone... un Arrabbiato...»

«E voi un Campagnaccio, un Pallesco.»

«Di cotesti due il Pallesco era mercante, lo Arrabbiato pittore.

Nuovi cittadini traversando la strada favellavano:

«Voi siete ingiusto rispetto a lui, messere; così ne avessimo copia, come pur troppo patiamo penuria di uomini quale si è il Carduccio; - egli ama la patria e la libertà....»

«Con buona vostra licenza, io per me lo tengo per uomo ambizioso e per cervello torbido.»

«Ambizioso! - sia, pur se lo volete, ma ella è magnanima ambizione cotesta che lo spinge a tutelare la sua città con pericolo della vita: quanti pensate annoverarne voi di siffatti ambiziosi in Fiorenza?»

«Più di quelli che non vi da dà ad intendere il Carduccio, il quale co' suoi discorsi e de' suoi aderenti si dimena per essere raffermo nel gonfalonierato.»

«Se ciò avvenisse, sarebbe certissimo segno che Dio vuol bene a Fiorenza.»

«Senz'altro il Carduccio vi ha dato il comino.»

«Voi v'ingannate, - io non lo conosco, ma lo reputo ingegno antico.»

«O messere, sapete un poco che cosa si va bucinando in paese di costui?»

«Dite mo', che vi ascolto.»

«Che vuoi rifare da gonfoloniere il denaro il quale perse da mercante in Ispagna.»

«Ohimè tristi! A chiunque inverecondamente proferisce tali contumelie contro di lui vi prego, messere, dire in mio nome che se ne mente per la gola.»

«Pure sapete il proverbio? Maledetto il gancio che si trova diritto...»

«Non giudicate, se non volete essere giudicati.»

Di cotesti due il primo era maestro di tintoria, il secondo dottore di leggi.

«Io per me faccio conto ardamene,» un personaggio sopraggiunto diceva al suo compagno.

«E dove volete ripararvi?...

«A Venezia, - a Roma, - presso il Turco, pure di uscirne...»

«E non temete la confisca dei beni...?»

«La roba si rifà, non la vita; e poi in buon tempo mandai danari sui banchi di Genova e di Venezia.»

«Ed io pure mi sono provveduto così.»

«Chi si era trovato mai a vedere piovere palle di bombarda! Ieri ne cadde una sul canto della loggia degli Adimari, là dalla bottega del barbiere, la quale in primis portò via di netto tutto il calcagno al capitano Mancino da Pesaro, poi, balzata quanto è lunga la piazza del Duomo, entrò in casa del pedagogo Giovanni Del Rosso, che sta nelle casette di Visdomini; - certo non vi andava a imparare di abbaco.»

«E per ultimo chi regge al difetto di vettovaglie? Dio vi salvi dal morire di fame. I pippioni costano una corona al pajo; i capponi stremenziti che paiono lanterne otto o dieci scudi; non istarne mai, non beccacce: questa è vita da inferno!»

«Fatevi io qua, - udite: - io ho tratto l'oroscopo, ho consultato gli astrologhi, e mi hanno profetato che Fiorenza deve cadere... badate a non mi tradire....»

«Oh! è tanto tempo che i' me n'era accorto; - non si vedono più pernici in mercato.»

«Com'entrano qui le pernici?»

«Ci entrano benissimo, perchè significa che il contado è perduto.»

«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o Marzocco o Palle tengano il palazzo.»

«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti, i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero, bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che sapesse consigliarti il tuo ingegno...?»

«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»

«In grazia, qual prova?»

«Di consultare un profela.»

«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i profeti a Fiorenza?»

«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»

«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»

«Si chiama Virgiglio Marone.»

«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or corrono anni meglio di mila e cento.»

«Quel desso - ed è profeta. Come Isaia, Geremia e gli altri del popolo ebreo, ei profetò la venuta di Gesù Cristo là dove nella egloga a Pollione, invaso dallo spirito divino, cantava: Magnus ab itegro saeculorum nascitur ordo. - Jam redi tet virgo, redeunt saturnia regna; - Jam nova progenies cœli demittitur alto. - Ora la virtù profetica, rimase ne' suoi libri, e consultati secondo i riti, di rado avviene che non rispondono prognosticando il futuro.»

«Davvero! Voi mi mettete un grand'uzzolo addosso di provare...»

«Venite: entriamo senza avvisare nessuno della famiglia in casa mia nello studiolo terreno e interroghiamo l'oracolo.»

«Mi raccomando a voi...; dopo faremo un poco di cena.»

«Come volete; - innanzi di lasciare certo mio buon trebbiano arrubinato, e sarà bene tòrcene una satolla.»

«Amen! amen! I' sono con voi.»

E, aperto un usciolo, entrarono nel piano terreno; colà il padrone di casa battuto il focile, trasse dallo stipo una candela di cera gialla la quale consegnò accesa con molta solennità al compagno. Dipoi, messo sopra un leggio il volume delle opere di Virgilio ricoperto di velluto paonazzo, e raccomandato il silenzio e il raccoglimento, mormorando certe sue preci, stese attorno attorno al leggio un nastro di seta nera. Ciò fatto, chiama il compagno e lo invita a entrare nello spazio determinato dalla riga; - il compagno entra e comincia a tremare.

«Eh! dico messere Luigi, non vi sarebbe per avventura pericolo di capitare male?»

«Silenzio! Od io non vi mallevo delle vostre ossa.»

E, senza più oltre badare a lui, si cinge intorno agli occhi una benda, - si prostra, - si rialza e si volge ai quattro lati della terra; allora prende a recitare con empio e, forse direi meglio, stolto miscuglio di sacro e di profano, orazioni alla Trinità, alla Madonna, agli spiriti che vanno pel mondo quando la notte è nera, e il cielo minaccia burrasca; e sovente ricorrevano nei suoi scongiuri l'abracadabra, il tetragammaton, il pentagrammaton, e parole altre cotali da cacciare il ribrezzo della febbre quartana addosso ai meglio animosi.

«O messere Luigi, diceva l'altro in suono piangoloso, non vi venisse mica la fantasia di far comparire il demonio...»

«Silenzio! Qui non entrano per nulla gli spiriti maligni, - non vedrete nulla, o vedrete soltanto spiriti mediossumi, ombre di gente che fu; - tenete fermo il cero, - raccoglietevi, perocchè il mistero sta per operarsi.»

E ciò discorso, continua infiammandosi di mano in mano nei detti e nei gesti, sicchè in breve spumava dalla bocca enfiata e si scontorceva nella persona a modo di maniaco; all'improvviso caccia un terribile grido:

«Eccolo! eccolo!»

«Chi ecco?» risponde spaventato il suo compagno; - e preso da forte tremito lascia cadersi il cereo di mano, il quale percotendo a terra si spenge.

L'altro impetuosamente apre il volume e col dito convulso scorre diverse parti delle sue pagine, finchè quasi condotto da ispirazione lo ferma sopra un punto; tutto anelante con la manca si tira giù dagli occhi la benda ordinando al tempo medesimo:

«Accostate il torchio, ch'io legga l'oracolo.»

La stanza era buia.

«Gherardo! o messere Gherardo! Il lume! avess'io perduta la vista! Gherardo, parlate... io non ardisco muovermi per amore dell'oracolo.»

E Gherardo, per quanto glielo permette il battere dei denti, risponde:

«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»

Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze, ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli occhi al volume e lesse ad alta voce: Eeu fuge crudeles terras fuge! litus avarum! - rimase attonito per lunga pezza; l'altro che non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:

«Rompiamo gl'indugi: - qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...

«Oh! Dio! senza cena?»

«Se non preferite il cenare al morire.»

Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che dice:

«Codardi! voi rinnegate la patria, - la patria rinnega voi; sgombrate subito; - il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»

I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran parte la udiva.

Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo, al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era scritto, Dies nostri quasi umbra, e in minore cartello la sentenza del divino Alighieri:

/* Le nostre cose tutte hanno lor morte Siccome voi, ma celasi in alcuna Che dura molto, e le vite son corte. */

In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano, secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel misterioso colloquio.

A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva, esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso, morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva; finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:

«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini! - Qual fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere? - Nulla; - e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente per pensare, un braccio per percuotere; - nulla! e sì, che l'anima loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio e l'amore. - La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso, perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul candelabro. - Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. - Ed ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere; le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle generazioni. - Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: - s'io gettassi sopra i vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore! la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto del bene; - e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia, domanderei ragione del tuo male. - Da quando io prima apersi gli occhi consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;... però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo cammino mi abbandono. Ah! Creatore, - dipartirsi dai cieli, stendere la mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima terra... certamente non fu segno di amore. - Centinaia di migliaja d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha vissuto; - quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: - noi non vivemmo mai! - Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente non ha difesa; - chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra un sorriso di scempio e non l'ajuta. - Le repubbliche italiane ad una ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! - e noi non avremo pianto, e alle nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; - già noi vituperano vivi! - Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa sopra l'universa Italia; - si spenga come la fiaccola all'impeto della bufera... - Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; - ci manda dall'alto una virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»

Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue Storie essere stati biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, - nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese, ne levasse la pianta e ne prendesse le misure. Questi bastioni cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; - così descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con capecchio trito.

Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù, da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza, cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a dire: - Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre saprebbero reggere lo stato. -

Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il genio custode della città.

Dante, comunque robustissimo uomo fosse, indarno si affaticava a raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi. Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro, noi non abbiamo mica cento braccia.» - «Cento braccia», riprende Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima di noi.» -

«Guai a quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca difesa al proprio fallo nel male operato altrui: chi va dietro ad altri non gli passa mai avanti.» - «Con voi maestro non si vince nè s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» - «Oh! questo si chiama parlare; a rivederci fra due ore.» - Di lì balza a un fosso, dove gli scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è più solla che al piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita. Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi contorni; - vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi, soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti: «Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto di contrasto, maggiore forza acquista la leva: - ora da questa parte, uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella, e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia. Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» - «Bassa opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica, io non so come la si possa chiamare bassa.» - «Ma via, tra zappare, barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» - «Ah! poco pietoso cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi aiuto a trasportare la terra.» - «In fè di Dio tu hai ragione.» E qui Michelangiolo, presa la barella dalle stanghe di dietro, perchè, salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a portare.

Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:

«Messere Michelangiolo!»

«Che ci è egli, mio bel garzone?»

E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:

«Il gonfaloniere manda per voi.»

«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo sarò con esso voi.»

Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si volse al vecchio così interrogandolo:

«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»

«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.

«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione, «dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»

Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse giusto, a suo luogo e tempo saprete.

«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»

«Per cosa al certo di gravissimo momento, - Dacchè con molto arcano vi aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»

«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»

Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi; rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando: venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con affettuose parole le dice:

«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non partirti da questi baluardi.»

«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.

«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava, svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri diversi sparsi sul monte che le serviva di base.

«Che te ne pare?»

«Mi pare divina.»

«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di notte.»

«Di notte?»

«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi, mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco; io mi sono fatto una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo lavoro alla Vittoria.»

Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: - Curvati e adorami, - egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose, quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli domanda:

«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce dalla vista di Fiorenza?»

E Michelangelo dopo un lungo sospiro:

«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo... tu dovresti averlo già indovinato.»

«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»

«Lo hai detto.»

«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»

«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; - io le scolpiva l'ale di pietra, perchè il suo volo fosse lento; - i Fiorentini, se vogliono, possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso andiamo.»

E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:

«Andiamo.»

«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».

«Ben venuto, Michelangiolo. - Dante, andate a vigilare su la porta e, per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»

Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita la entrata.

Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in suono che profonda commozione rendeva fioco:

«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo. Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima: Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»

«Nulla.»

«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera l'ampiezza della vostra risposta?»

«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi affatico in pro di Fiorenza, io sento; - il cuore che delibera è già freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»

«Michelangiolo, io non la farei.»

«Voi non la fareste!»

«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando da voi.»

«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»

«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel mondo si può...»

«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. - Magnifico gonfaloniere, parlate.»

«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero desiderare nei cieli, - evvi una corona splendida più che se fosse di stelle; - un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere od aggiungere giammai - una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; - nessuna favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo massimo troveremmo sufficenti; - se gli uomini non lo chiamassero Dio, certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. - E dall'altra parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù, una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia all'aquila.»

«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.

«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»

«Oh dolore!»

«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia. Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro; la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli sarà concesso il dire e l'operare; - sogliono poi i tiranni lasciare liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti usati dai principi per farla ricomparire. - Mi turba il sonno lo scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii, sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non sostenere soli la prova; - se malgrado le mostre diverse ella potesse mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni spontanee; - conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna, hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: - il papa acciecato da ira strinse lega col suo implacabile nemico; - egli pensa tenere la sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna; tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara e Andrea Gritti di Venezia.»

«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»

«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; - il principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti lascia morire.»

«In ogni modo proviamo.»

«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»

«O come può accadere questo?»

«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale formarono lega offensiva e difensiva...»

«Dunque ogni speranza è perduta?»

«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare per accordare...»

«E più s'intristisce la bisogna.»

«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro, perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; - ciò non pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi italiani.»

«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di sciagure io non saprei...»

«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a chiedergli.»

«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza ascoltarmi!»

«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati, come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi, non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei Viniziani non si destino, - ed è questa difficilissima impresa; si vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo, perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»

«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il ritorno non vedo agevole...»

«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; - conviene che si lasci sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; - così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per guadagnare i consigli del principe; - pessima condizione degli uomini presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila imperiale; - improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. - Poi va a trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; - voi avete smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva guerra con Filippo Visconti duca di Melano, - la fortuna procedeva avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano. Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città, vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe così: - Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti, e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete imperatore. - I vostri padri ci sovvennero, Filippo non vinse, stettero le libertà italiane. - Consiglia il duca e il doge a licenziare parte delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire, in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»

Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra invisibili; - forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo avevano amata cotanto.

Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo atteggiato risponde basso:

«Grave cosa mi chiedete voi...»

«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»

«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»

«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»

«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano, intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza; ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»

Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente muta due o tre passi per andare.

Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando la faccia, esclama:

«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:

«Messere Francesco, dove andate voi?»

«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado al mio posto e a morire...»

«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore; ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono; mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri, perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di tanto vituperio; - svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella creata, lo circonderà di luce, - lo convertirà in monumento durevole del più immenso, del più doloroso sacrificio che umano intelletto abbia mai potuto immaginare; - o se nei cieli è destinato che la mia apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e, scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con ogni sua potenza. - Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura, tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo ardentissima fede; - senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; - e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio sacrificio, e salva la Patria.»

Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; - quasi vogliosa di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. - Quel volto terribile di grandezza e di genio apparve sublime; - sembrò che Dio gli mandasse una benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed una voce fu udita nell'alto che disse: - Ecco il mio diletto Figliuolo, nel quale io prendo il mio compiacimento. -

Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato, si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti, percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti, lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le reliquie dei santi.

Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo esclamò:

«Tu se' l'onore della specie umana!»

NOTE

(a) Fu insigne la malafede dei Veneziani in danno dei Fiorentini, e documento grande nelle presenti condizioni d'Italia: astio o viltà che gli movesse, pensarono i Veneziani far parte da sè stessi, e gli altri e loro finalmente precipitarono. La corrispondenza dell'oratore Cappello in più luoghi chiarisce com'egli si sbracciasse a tutto uomo a tenere fermi i Fiorentini nella lega co' Veneziani, mentre questi della costanza degli alleati valevansi per ottenere patti migliori da Carlo V: e siccome il Cappello assai diritto uomo era, lasciavanlo senza istruzioni per potere poi disapprovarne l'operato secondo capitava. Arti inique e antiche nè tali che vogliano smettere gli uomini di stato; almeno per ora. Più tardi i Veneziani scusaronsi incolpando Firenze di avere la prima mandato ambasciatori a Cesare, ma e' fu pretesto, conciossiachè l'ambasceria non aveva concluso nulla, e i Veneziani lo seppero, e ciò nonostante quasi ogni giorno gli andavano confortando con la promessa di soccorsi grossi e spediti; volersi mettere a repentaglio di ogni fortuna per sostenere in Firenze la libertà della Italia: insomma i Veneziani tradirono quanto Francia o Ferrara. Queste cose sappiano gl'Italiani, le sappiano, le deplorino ed imparino a camminare diritto nei nuovi casi che loro allestisce la provvidenza: non adoperandoci giudizio, il meno che può andarne è di trovarci per un altro mezzo secolo in balia degli stranieri e dei preti.

(b) Altra piaga d'Italia (e, ahimè! se ne annoverano più di cinque) allora come ora questi piccoli principi; ed in oggi peggio, perchè stranieri; gli stati o i popoli in mano a loro, poderi e armenti da sfruttare. Grave sempre la tirannide, ma meno incomportabile la paesana: in questa il principe sta attaccato al paese come alla terra che lo ha a nutrire e a tumulare; nell'altra il principe mette tutto in tasca, vive in piedi e col bastone in mano come una volta gli Ebrei il dì di Pasqua. La Italia dalla forza nemica, dal senno poco, dalla voglie scomposte, stette divisa col consiglio medesimo col quale si sminuzza il cuore davanti l'uccello di rapina onde se ne pasca; qual sia l'uccello di rapina nostro non importa dire, e per di più ha due becchi.

CAPITOLO DECIMO

FRA' BENEDETTO DA FOJANO

Indarno allor dagl'inspirati pergami

Uscìo suon d'evangelica parola

Che: Beati, gridò, beati i miti!

Cadean siccome sola

Voce in deserto.

Buondelmonte, tragedia.

Già le stelle di momento in momento diventavano più rade nel cielo; le palpebre dell'alba erano aperte, quando Lucantonio padre dell'Annalena, ristorate di breve riposo le membra, si destava per affrettarsi alle opere della difesa. - Postosi a giacere col pensiero fisso agli assalti imminenti, venne a turbarlo un sogno di palle briccolate contro la sua casa, di mura abbattute, di pietre le quali rovinando offendevano il corpo gentile della cara figliuola: - si sveglia esterrefatto e, balzato a sedere sul letto, volge bramoso gli occhi ed intende gli orecchi; - dappertutto silenzio.

La innocente vergine dorme supina sopra un lettuccio a canto quello del padre, - le mani tiene abbandonate lungo i bei fianchi, le gambe tese, il capo alquanto chino su la spalla destra in dolce atto di quiete: - la lampada solitaria che arde nella cameretta davanti la immagine della Madonna diffonde una luce pallida sopra il suo volto già fatto bianco dal riposo: - ella poi non alita. - Il silenzio, il pallore, la posatura simile a quella con la quale si compongono le membra delle vergini trapassate quando si menano al sepolcro, - lanciarono nell'anima tuttavia paurosa del vecchio tale un dubbio tremendo per cui egli alzò le mani disperatamente al cielo e si fece livido in volto; - ma in questa la donzella sciolse un sospiro, e il padre confortato lasciò cadersi con la faccia sopra i guanciali e pianse le più soavi lacrime che mai sgorgassero da occhi umani.

Si veste cauto, si accosta silenzioso al casto letto e lieve lieve curvatosi bacia in fronte la figlia, poi giunge le mani, guarda la Madonna con uno sguardo lungo, e con quel guardo meglio di qualsivoglia favella esprime la preghiera: Madre del Signore, deh! non richiamare per ora questo angiolo al cielo; - poi quinci si tolse, ed in andando mormorò sommesso le seguenti parole: «Ai ripari... ai ripari! nessuno può renderle i genitori.... almeno non le venga tolta la patria.»

E il volto della vergine addormentata era bello davvero, se non che sopra quella fronte tu vedevi un segno, - quasi orma di pellegrino sopra neve poco anzi caduta, - il segno di un dolore che aveva precorso lo intelletto: perocchè non blandiva i suoi pianti la carezza materna, nè ai suoi vagiti sorrise labbro di genitrice china sopra la culla, - primo paradiso e il più benigno (per quanto possiamo giudicarne quaggiù) che la umana creatura conosca; - su quel volto posava una mestizia misteriosa ed arcana, nè dove tu avessi ignorato il segreto del suo cuore, avresti potuto indovinare se quel suo consumarsi fosse del fiore reciso nel più vivido rigoglio della vita, o se piuttosto tocco dall'alito ardente una divina rugiada lo richiamasse ad esalare un sospiro di profumo e morire, - s'egli fosse il saluto primo o l'addio ultimo della sventura. - Ad ogni modo l'affanno la spruzzò colle sue acque lustrali.

All'improvviso schiuse i labbri e pur dormendo sorrise. - Perchè sorride la vergine? Sogna aver l'ale alle spalle ed abbracciare su i fianchi un angiolo ed esserne abbracciata. Sogna un cielo chiaro e sereno dove si avvolgono perpetuamente in moto armonioso miriadi di globi lucenti, e parle che il compagno le dica: Vieni, voliamo a raggiungere cotesta stella colà che sopra tutte le altre scintilla: - e volano, volano... l'aria percossa sibila loro dietro le spalle, e la stella è raggiunta, poi da lontano contemplano un augellino che si affretta cantando, e il compagno riprende: - Vieni, voliamo ad interrogare quell'augelletto - e in meno che non balena gli stanno sopra; - egli invano raddoppia il batter dell'ale, - ei l'hanno preso: Dove vai, uccello, chè tanto ti affretti cantando? - Mi affretto a cibare i miei pennuti, e canto lieto al mio Creatore che mi fece rinvenire l'esca con la quale nudrirli. - Va, va, augelletto; così ti sieno preste l'ale al volo e Dio ti preservi dal falco. - Poi il compagno riprese: - L'ora della preghiera è venuta; - e così dicendo comincia dolcemente un inno al Signore; - ella si volse a contemplarlo in viso... - santi del paradiso! Vede le belle sembianze di Vico, le quali, quanto egli più s'infervoriva nella preghiera, tanto più diventavano luminose, - roventi quasi, - alfine i suoi occhi come feriti non possono sostenere la vista, - ella si desta... e freme... raggio di sole penetrando traverso lo spiraglio della finestra si posava sopra le sue palpebre.

Lascia le tepide piume, si avvolge entro un guarnelletto bianco, e tra mesta e lieta si avvia nel giardino, sua cura amorosa, qui giunta, si pone a scegliere i fiori che meglio vaghi le pareano e leggiadri, e con un ginocchio piegato a terra, come la Matilde dell'Alighieri, tesse una ghirlanda cantando una soave canzone in lingua di Spagna, la quale volta nella nostra toscana favella suonerebbe così:

«Ben venga la rosa, la superba regina dei fiori; ella deve comporre la mia ghirlanda, perchè si assomiglia alla guancia del mio gentil damigello.

«Ben venga il ranuncolo dalla foglia di porpora, venga e componga la mia ghirlanda, perchè i suoi colori vivaci si assomigliano ai labbri del mio gentil damigello.

«Ben venga il giglio candido dallo stelo slanciato: la sua bianchezza è il simbolo della purità del mio gentil damigello, il suo stelo si assomiglia alla sua bella persona.

«Ben venga tutta la varia famiglia de' fiori; io ne ho intrecciata una ghirlanda e vo' posarla sopra il suo capo: se fosse di alloro, io non ve la porrei; l'alloro troppo spesso crebbe con lagrime fatte piangere all'uomo dall'uomo che se ne incorona; troppo spesso chi porta la ghirlanda di alloro se la vorria mutare in benda sugli occhi per non vedere le miserie che seminò sopra la terra.

«Tu porta lietamente la mia ghirlanda, gentil damigello: - ella crebbe tra' sospiri della voluttà, la irrorarono lagrime di gioja - ella fu côlta dalla mano d'Amore.»

Ma invece di ghirlanda ella compose un mazzetto e se ne tornò dal giardino, siccome v'era andata, tra lieta e pensosa; quando pose il piè nella stanza, guardò la immagine, - poi il mazzetto, e diventò più trista: mentre rilevava lo sguardo, a caso le cadde sopra uno specchio e sorrise, perchè si vide bella, e si acconciò le chiome; - subito dopo arrossì quasi punta dal rimorso, corse al vaso che stava davanti la immagine, ne gittò via i fiori appassiti, e nel gittarli pensò: tale è la vita della femmina, fiorisce un giorno! - rinnova l'acqua e colloca il vaso al suo posto; - la lampada prossima ad estinguersi è riempita di olio, il domestico altare assettato.

Le diverse bisogne compiute, Annalena si prostra e prega: «Vergine santissima, il primo pensiero della mia anima risvegliandomi era tuo... ora... non più... ma tu vorrai perdonarmi... non ti ho supplicato che tu m'ispirassi per conoscere se mal facevo ad amare un ente mortale, come amo te?... e l'angiolo custode da parte tua non mi ha dissuaso, anzi egli mi parve mi confortasse ad amarlo. Madre di Dio, ti raccomando il mio povero padre; - la mia genitrice già da gran tempo al tuo fianco non abbisogna delle mie preghiere; - e poichè così piace al cielo, non meno ti raccomando il mio diletto...» Qui fissa contemplando la immagine, le parve che dal vetro dentro il quale stava custodita mandasse un baleno: volse la faccia, e...

Vico Machiavelli, splendido in vista quanto l'arcangiolo Michele, cinto di forbita armatura, le comparve alle spalle; le lucide armi riflettendo nel vetro lo avevano fatto coruscare del baleno che offese la vergine.

Annalena balza in piedi e presta più della gazzella si ricovra all'altra estremità della stanza.

Vico con occhi dimessi cominciò:

«Annalena, vi domando perdono; credeva ritrovare qui vostro padre e intendeva menarlo meco alla rassegna della milizia. Dio vi mandi il buon giorno...»

E volgeva la persona in atto di andarsene. La vergine sempre nel suo ricovero con ambe le mani si fregava gli occhi, timorosa non fosse una illusione.

Vico pervenuto sul limitare, stupefatto della strana accoglienza, si ferma ed esclama:

«Lena!»

«La vergine trasalisce, e non le riesce snodare la lingua.

«Lena!» ripete Vico e impetuoso si dirige con presti passi verso di lei così favellando:

«Tanto vi sono ad un tratto diventato increscioso che voi mi rifiutate quello che onestamente non sapreste negare a qualsivoglia cristiano vi occorresse per via, - un saluto di pace? In che vi offesi? I giorni vostri io non turbava mai. - Perchè sorrideste ai miei ritorni, alle partenze sospiraste? Perchè, secondo ch'io mi presentava o lieto o tristo, impallidiste o arrossiste? - Erano lusinghe queste? Ed io ti reputava pura, innocente, come l'alba del primo giorno che spuntò su la terra! Ahi, tristo me! tu mi hai ingannato:... a voi tutte, femmine, Eva donò l'arte di presentare all'uomo la morte sotto la specie di un frutto.»

La giovinetta rimaneva come sbigottita da cotesto linguaggio; la cagione dello sdegno non comprendeva; grosse lacrime le scorrevano lungo le guance; sentiva un immenso duolo opprimerle il cuore pronto a scoppiare: alla fine proruppe e, precipitandosi a terra, abbraccia in atto d'ineffabile angoscia le ginocchia di Vico. Questi a sua posta si smarrisce, le parole gli mancano, sta incerto su quanto dicesse o facesse.

«Oh! non mostrarmiti sdegnato,», favella la vergine: «In che ti offesi? Se non lo sapendo ti recai ingiuria, perdona; io sono semplice, e avvezza agli usi di villa... io non sorgerò da terra finchè tu non mi abbi perdonato...»

Ebbro di amore Vico le stende le braccia e,

«Sorgi», esclama, «sorgi; in questo modo atteggiata appena dovresti presentarti al cospetto della Divinità.»

«E tu, Vico, sei la mia Divinità...»

«Or dunque mi ami?...» E la solleva esultante.»

«Se amore significa sentire la vita soltanto quando io ti veggo ed essere dolente quando mi stai lontano e pregare il cielo che ti conservi; se amore significa fiamma ardente che mi scorre dal capo alle piante allorchè mi comparisci davanti, se udirti in ogni suono.., se in ogni oggetto vederti, se... se... questo significa amore, sopra tutte le cose io t'amo.»

«Mi ami?»

«Oh! tanto!... oh! tanto!...» E palma percoteva a palma.

«Or dunque vieni, prostrati qui davanti la immagine della Vergine; ecco mi prostro anch'io; giurami che tu sarai mia donna.»

«Lo giuro.»

«E che fuggirai gli sponsali di qualsivoglia altro uomo.»

«Lo giuro.»

«E che, morendo io, ti renderai monaca e finchè ti duri la vita continuerai a ripararti nel chiostro.»

«Questo non giuro io.»

«Perchè nol giuri?»

«Perchè la morte mi scioglierà subito dai penosi legami; e per la striscia luminosa che lascerà nel firmamento la tua anima al cielo volando ti seguirà la mia, fedele ancella nella morte, siccome ti fui nella vita.»

«Dio onnipotente, gran mercè!» esclama Vico, premendo con ambe le sue le mani della donzella: «qual merito avevo io mai onde tu mi compartissi tanta contentezza?»

«Ludovico Machiavelli alla rassegna!» Si udì gridare una voce forte e unito alla voce un percuotere raddoppiato all'uscio di strada.

«Ah! Il capitano Ferruccio», dice Ludovico e, balzato in piedi, lasciando le mani della donzella, precipita fuori della stanza.

Annalena correndogli dietro lo richiama:

«Vico! Vico! anche un istante... una parola.»

«Il capitano Ferruccio», rispose Vico e continua ad allontanarsi.

Annalena si fece al balcone e vide il suo diletto il quale, vergognoso in vista, seguiva un uomo d'arme per aspetto e per dovizia di armi notabile. Però non udendo Vico, siccome aveva temuto, muoversi dal capitano alcuna rampogna, riprese animo e, voltosi di repente, vide la fanciulla al balcone, e studioso di giustificare la subita partita, le mandò una voce sola, e fu questa:

«Libertà!»

La vergine, fatta delle mani croce, e dimessa la testa in atto di rassegnazione, rispose anch'ella con una parola:

«Sia!»

Ma quando si furono dilungati dalla vista della casa paterna, presso allo scendere del Ponte Vecchio, il capitano Ferruccio all'improvviso fermandosi gli favellò così:

«Patria! Libertà! Molti, o giovanetto, hanno su i labbri la patria e la libertà, pochi nel cuore. L'amore di entrambe queste sacratissime cose consiste nella continua renunzia dello amore di sè; ogni passione vuolsi sacrificare alla patria ed alla libertà, perocchè elle sieno gelose e non consentano procedere in compagnia. Se vuoi venire oltre, sappi essere il mestiere delle armi duro, incerta la tua stanza; fin d'ora apparécchiati a bagnare del tuo sangue le varie contrade di Toscana, forse d'Italia... a lasciare le tue ossa su qualche campo ignorato; - se ciò avviene, acquisterai fama di magnanimo e d'infelice; se la fortuna ti corre benigna, sarai magnanimo e avventuroso, - e così ti auguro dal cielo; - se l'amore di donna preponi al tuo paese, se le tue orecchie più e meglio odono il susurro delle parolette brevi che il frastuono delle trombe, se più ti preme piacere a femmina che alla fama, pon' giù la impresa, torna indietro, io me ne andrò solo alla rassegna e alla orazione. La patria può fare molto bene a meno di te.»

«Capitano, io non credeva avere misfatto poi tanto... lieve fallo è il mio.»

«Lieve fallo! Qualunque sia il fallo per mancata disciplina, per me è mortale. Quando Torquato percosse nel capo il proprio figliuolo per avere vinto contro lo espresso divieto, i Romani conquistarono il mondo. Lieve fallo! L'ora della rassegna è trascorsa, e il vostro posto comparve vuoto, per voi la milizia ebbe pessimo esempio, sentì grave oltraggio il vostro capitano. Lieve fallo! Al capitano toccò andarsene in traccia del suo soldato. Sono questi gl'insegnamenti che riceveste dai famosi capitani dei quali vi procurava il consorzio? Queste le promesse da voi fatte al vostro padre sopra il suo letto di morte? Ah! se lo sapesse vostro padre!»

«Capitano Ferruccio, o cessate, o io torno a mezzo il ponte e mi precipito in Arno.»

«Avanti, giovanetto, vien' meco in Santa Croce.»

I Fiorentini, banditi i Medici dallo stato, attendendo a difendersi, vinsero la provvisione di creare la milizia fiorentina. In quattro giorni, chiamati a prendere le armi i giovani dai diciotto fino ai trentasei anni, descrissero circa a tremila capi, i quali, non che andassero a tôrre le armi, di per sè stessi le portarono, e non mica comunali, sibbene, di molto valsente e di sottile lavoro; furono dapprima mille settecento archibusieri, mille picche ed il rimanente alabarde, spiedi, partigianoni e spade a due mani, la più parte difesi da corsaletti. Nella spartizione delle bande si attennero ai soliti sedici gonfaloni, non mutarono insegne; solo osarono portare certa divisa traverso alla vita di color verde, simbolo della speranza che nutrivano vivissima di liberare la patria; ebbero per sargenti maggiori Giovanni da Torino, Pasquino Corso e Giovambattista da Messina, soldato di molta riputazione, come quello, che aveva atteso alla milizia nelle Bande Nere prima e dopo che il Signor Giovanni morisse; questi erano fissi, come pure era fisso il signore Stefano Colonna di Palestrina, barone romano, uomo del re di Francia, che accettò l'ufficio di comandante generale della mantovana milizia. Gli altri ufficiali avevano lo scambio e reggevano a tempo; e tanto eglino apparvero costumati e dabbene che dal grado di capitano si ridussero con animo volonteroso a fare gli uffici di semplice soldato. - Considerando in seguito di quanto vantaggio codesta milizia fosse stata cagione sì per tenere la città ottimamente custodita dai nemici, sì per frenare la licenza dei soldati stranieri agli stipendi della Repubblica, venne in pensiero ai reggitori di accrescerla; per la qual cosa ordinarono si dividesse in due classi, la prima, di uomini da diciotto a quaranta anni, la seconda da quaranta a cinquanta; sicchè per siffatti provvedimenti ella crebbe di meglio due mila altri capi. Andando poi per la massima parte composta di persone non solo della libertà della patria svisceratissime, ma eziandio delle più ingegnose fra quante fiorissero in quel tempo a Firenze, non è da dire se presto apprendessero i modi di armeggiare; e Benedetto Varchi ricorda come i soldati vecchi, vedendola ora aggomitolarsi in chiocciola, ora distendersi in drappelli, ora eseguire altro movimento militare, ne facessero le meraviglie.

Il gonfaloniere Carduccio, intentissimo ad accendere le voglie dei cittadini alla gloria militare, quantunque pei buoni effetti della milizia rimanesse contento, e sebbene in diverse occasioni l'avesse fatta rassegnare e arringare dai più valenti uomini di Firenze, dei quali piace ricondurre alla memoria i nomi di Luigi Alamanni, di Baccio Cavalcanti e di Pietro Vettori, nondimeno pensò avrebbe giovato assai per conseguire il suo scopo una nuova generale rassegna e la solennità del giuramento, accompagnata da una predica del fiero frate Benedetto da Foiano. Così destramente si maneggiava l'accorto Carduccio che i capi della milizia gli mossero istanza di quello ch'egli sentiva maggiore desiderio concedere che non avevano essi di domandare. Però attelata la milizia sotto i suoi gonfaloni su la piazza di Santa Maria Novella, splendida di armi e d'insegne, difilò gonfalone per gonfalone cominciando dal quartiere di Santo Spirito verso la piazza del Duomo, tenendo la via che viene dal canto dei Carnesecchi e di Santa Maria Maggiore.

Davanti la porta di San Giovanni avevano accomodato il bellissimo altare d'argento il quale solevano esporre nelle solennità del comune; intorno a quello erano disposti sacerdoti sostenenti ceri o turiboli; i libri degli evangeli vi stavano aperti sopra. - Di rincontro all'altare accanto alla porta mezzana di Santa Maria del Fiore sedeva la Signoria, il signore Stefano Colonna ed altri maggiorenti nel magnifico tribunale ornato di panni bianchi e vermigli con baldacchino sopra, come si costuma fare nelle feste e nelle processioni. La via sparsa di lauro e di erbe odorifere.

A mano a mano che i varii drapelli dei gonfaloni si accostano all'altare, piegano il ginocchio, declinano verso terra le armi e la insegna. Il capitano pone a nome di tutti la destra sopra l'Evangelio e proferisce la formula del giuramento, che i soldati ripetono, e quindi voltatisi alla Signoria con gesti convenevoli le rendono la debita reverenza. I trombetti e i pifferi del comune sonando restituiscono i saluti.

I gonfalonieri, svoltando dal campanile e procedendo per le vie del Proconsolo, del Palagio e del Diluvio, si conducono al tempio di Santa Croce. La Signoria, il signore Stefano con grande accompagnamento di capitani, di cittadini, mazzieri e trombe gli seguono; - il popolo, cupido di spettacoli, gli ricinge attorno densissimo.

Qui fu cantata la messa solenne dello Spirito Santo, dopo la quale il virtuoso frate Benedetto da Foiano salì in pergamo tenendo nelle mani uno stendardo nel quale era da banda dipinto Cristo vittorioso con soldati distesi per terra chi morti e chi feriti, e dall'altra la croce rossa in campo bianco, insegna del comune di Firenze.

Le tende tese avvolgevano le vaste navate in tenebre misteriose; - le turbe raccolte mandarono un fremito come di onde commosse, poi tacquero silenziose così che si udiva l'anelito del frate e il fruscio dello stendardo nelle sue mani.

All'improvviso il frate con voce formidabile cominciò:

«Cum hoc et in hoc vinces. - Il Padre nostro, che è nei cieli, creava gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte, si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da Dio. - Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando a Samuele gli dicesse: - Pon' mente, tale sarà la religione del re: - egli piglierà i vostri figliuoli, - egli piglierà le vostre figliuole, - piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti, - ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re. - Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo: Ma io non vi esaudirò, perchè voi lo avrete eletto. - Gli schiavi volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo, finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano lo ha dipartito. - Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora abbiamo sete del tuo sangue -, e si apprestarono a divorarla. Qual segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co' tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa, ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura. Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più, perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: - sperate! - imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni; voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. - E quando i verecondi avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità. Egli vi chiamò al giudizio di Dio, - sperate! imperciocchè Dio chiederà ai suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro, del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è pianto e stridore dei denti. Ma che dico sperate! Già voi vedete della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh! sorga tosto e disperda questa empia progenie. - Voi siete soli, vi abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani: noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro, perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino, che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii, i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua salute dovere andare congiunta con la salute della patria! In hoc signo vinces, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: in hoc signo vinces, esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino: non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri; concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo, soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione, pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano. Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore? Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria, nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre, e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi. - Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè ricuserete abbracciarvi fratelli!»

Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole, lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito, dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi, baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.

Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura, modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto. Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue, che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta, s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua avesse spento codesta vita.

Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, - però come non fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona, puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade nemiche in campo chiuso.

Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto:

«Perdona!»

La voce e l'atto movevano da Dante da Castiglione,

Messere Zanobi lo guardò in volto, - sorrise e non rispose parola. Ma ecco che al Castiglione si aggiungono molti nobili giovani ed onorati cittadini, i quali con suono e sembianza, suplichevoli ripetono:

«Perdona! perdona!»

Messere Zanobi si turba e avvoltosi nel mantello tenta partirsi di chiesa. - Dall'altra parte, Alamanno dei Pazzi e Lionardo Bartolini, afferrato nelle braccia Benedetto Buondelmonti, gli usano violenza e lo traggono seco loro dicendo:

«Voi gli faceste offesa, e il cavaliere cristiano non si avvilisce umiliandosi a domandare mercede...»

«Io domandare mercede!» replica messere Benedetto - e sbuffa come toro indomato; ma tuttavolta andava, chè la coscienza in quel punto vinceva la superbia.

Zanobi svincolandosi dalle braccia degli amici s'ingegna guadagnare le porte, quando il gonfaloniere Carduccio accompagnato dai signori gl'impedisce il cammino e con quel suo piglio autorevole lo interroga:

«Apprendeste voi questo negli Orti Oricellarii, messere Zanobi? Il vostro maestro Nicolò Machiavelli non vi narrava mai la magnanimità di Aristide?»

«Nè a me sarebbe grave imitare Aristide se il mio avversario si fosse Temistocle.»

«E di Temistocle non vi narrava, quando percosso da Euribiade lacedemonio rispose: Batti, ma ascolta?»

«Magnifico Carduccio, non dubitate, per me non sarà messa in compromesso mai la pace dell'amatissima patria; finchè ci stanno a fronte i nemici, io sospendo ogni querela privata; remosso ogni pericolo, vi prego a non consentire ch'io rimanga il più svergognato gentiluomo che viva in tutta la cristianità.»

Frate Benedetto da Foiano avendo rilevato la testa, abbassò gli sguardi e conobbe la cagione per cui tanti spettabili cittadini si affaticavano intorno a quei due Buondelmonti. Scese dal pergamo precipitoso così che parve uno di quei santi padri trascorrenti per l'empireo cantati dalla divina bocca dell'Alighieri, cacciatosi tra la folla e rompendola giunge davanti a messere Benedetto, il quale tuttavia riluttante faceva mostra volersi liberare dalle mani del Pazzi e del Bartolino, e,

«Che sempre», incominciò garrendo messere Benedetto, «la tua progenie debba essere cagione di pianto alla nostra città, ella è pure una tremenda e incomportabile cosa, o Buondelmonti! Dobbiamo anch'oggi rinnovare l'antico voto, che meglio sarebbe stato che Dio annegasse la progenie vostra nell'Ema la prima volta che lasciando Val di Greve veniste a Fiorenza? Invece di riparare li passati danni, ne vorrete voi dunque apportare dei nuovi? Umiliati, superbo... tu sei un pugno di cenere...»

E messere Benedetto crollato da quel dire di fuoco rispondeva dimesso:

«Pur ch'ei perdoni.»

Il Foiano già sta dinanzi a messere Zanobi e,

«Figliuolo mio!» gli favella dolcemente, «in nome del tuo Redentore che perdonò ai suoi uccisori, - che pregò per loro, - che versò il suo sangue preziosissimo per la umana stirpe la quale co' suoi misfatti aveva colma la misura dell'ira di Dio... perdona! perdona!»

«Messere frate», dice il Buondelmonte sdegnoso, «io non sono Cristo.»

«Allora, messere Carduccio, rammentategli voi quel vostro glorioso maggiore san Giovanni Gualberto, narrategli come avesse morto un fratello, come venisse armato a Fiorenza per vendicare l'omicidio, come trovasse l'uccisore inerme e solo a mezza strada, il quale avendogli domandato mercè per Dio, egli, di un tratto deposta l'ira, a San Miniato il conducesse e quivi a Dio redentore lo donasse...»

«Padre Benedetto, cessate, io non sono un santo.»

«Almeno sii uomo, ricórdati del buon Marzucco che baciò la mano all'uccisore del suo figlio; - la Chiesa non lo ha ancora canonizzato per santo.»

«Ahimè! vi prego, sgombratemi il passo... in verità non posso.»

«Oh! che sì che il potrai, figliuol mio; e se i consigli e gli esempi non ti commuovono, lásciati piegare dal pianto: ecco, vedi, io mi ti prostro davanti e ti supplico col capo nella polvere, se tu perdoni, io bene mi sarò genuflesso, perocchè la creatura perdonando assomiglia a Dio; se ti ostini nel rifiuto, tu mi lasci il rimorso d'essermi inchinato al demonio.»

«Ma che vi ho fatto io onde mi vogliate il più svergognato cavaliero che abbia mai cinto spada? Oh! questo è dolore. Voi mi desiderate morto, ebbene seppellitemi, perchè io non consentirei a vivere senza onore; aprite la lapide, precipitatemi giù nell'avello, purchè la voce del perdono sia l'ultima che profferisca la mia bocca mortale.»

E Zanobi Buondelmonti, come uomo rifinito dalla fatica, si lasciò cadere seduto sopra il pavimento della chiesa, coperto, siccome correva il costume, dalle lapide dei sepolcri delle inclite famiglie fiorentine.

Come volle fortuna, egli si assise sopra la lapide appartenente ad una delle tante famiglie dei Buondelmonti; ciò era manifesto per l'arme quivi effigiata con pietre di varii colori, la quale faceva croce rossa sul Calvario in campo azzurro e bianco.

Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani il marmo esclamando:

«Apriti, o terra, e cuoprimi!»

I circostanti contemplando quel profondo dolore stettero muti ed in cuor loro lo compassionavano forte. Al Foiano erano venuti meno gli argomenti, e si rimaneva genuflesso in atto di preghiera senza potere profferire una parola.

Si apre di repente la folla: comparisce una vergine; ella non sembra cosa terrena; la fronte tiene rivolta al cielo, quasi ascoltasse una voce dall'alto; le pieghe lunghe della veste coprivano i piedi, onde pareva che il suo incesso non procedesse dal mutare di passi, bensì dal radere, volando la terra. La ghirlanda di argento intrecciata alle sue chiome nell'agitare della persona scintillava come se fosse di raggi; la sembianza pura, la dolcezza degli atti, l'apparizione improvvisa colpirono gli astanti di maraviglia. Quando la terra d'Italia produsse vergini siffatte, il Ghirlandaio e Rafaello dipinsero gli angioli, quali forse più belli non creò mai Dio nel suo paradiso: - poichè in quanto a questa ella fosse figlia di donna, non creatura celeste.

Si accosta silenziosa a messere Zanobi, si curva alquanto e, lo toccando di lieve percossa sopra la spalla, gli mormora nelle orecchie:

«Tu giaci su l'ossa de' tuoi padri!» - e gli accenna la domestica arme: - «uomo che devi morire, perchè serberai odio mortale? Lascia un esempio di virtù e perdona.»

Messere Zanobi, vinto da tale una forza a cui non sapeva resistere, si leva tenendo il suo sguardo fisso in quello della vergine; ella presolo per la mano a sè lo trae, avvicinandolo a messere Benedetto. Questi se ne sta dimesso a capo chino; all'improvviso levandolo, si vede faccia a faccia messere Zanobi; - si guardarono, - impallidirono, - si fecero rossi fino ai capelli; poi messere Benedetto curvandosi tutto tremante, parlò:

«Zanobi, l'atroce... offesa...»

«Dimentichiamola, Benedetto... Abbracciatemi... e come vuole ragione di sangue ritorniamo fratelli...»

E si abbracciarono con incredibile affetto, tale essendo la natura di queste anime, vigorose nell'odio come nell'amore. - Non vi fu circostante per quanto di animo saldo che non sentisse a cotesto spettacolo commuoversi l'anima e inumidirsi gli occhi. Perchè anche i tristi se odiano la virtù, non possono poi fare a meno di venerarla quando nella sua gloria sfolgoreggi loro davanti.

Poichè si quetarono alcun poco coteste esultanze, tutti bramosi intesero a ritrovare la vergine operatrice della mirabile concordia... Guardarono invano... ella era sparita. Allora cominciarono i Piagnoni ad affermare essere stato un miracolo, averla il Signore mandata sopra la terra; gli altri, non prestando fede al miracolo, non sapevano spiegare quella insolita apparizione; tutti poi si sentivano tocchi di riverenza per cotesto angiolo di pace.

Ma se i cuori di tutti furono tocchi di riverenza, il cuore di un solo palpitò di amore, - il cuore di Vico, il quale nella vergine comparsa aveva riconosciuto la sua diletta Annalena.

CAPITOLO UNDECIMO

IL PROFETA PIERUCCIO

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe

Che la madre mi diè, l'opere mie

Non furon leonine, ma di volpe.

Gli accorgimenti e le coperte vie

Io seppi tutte...

Dante.

Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro, non trovando riposo, balzò da letto gridando:

«Maladetta la notte! - Finchè la luce dura, io sono più forte della mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore. O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri. - Quanto silenzio!» - E si accostando alla finestra, l'apriva. - «Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se il giorno che ci lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza sole, - forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti la pace eterna!»

«All'erta sto! - urla una scolta; - All'erta sto! risponde un'altra; - All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che passa.

«Ecco», riprende il Baglioni, - «così gli anni si chiamano passando; - così dopo la vita succede la fama, - dopo la fama nulla; noi siamo l'eco dell'eco, - ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto? Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, - anzi nè manco una scintilla di luce, - e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce... Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto nella vita... - ma veramente finisce ella la vita? - Oh! sì, finisce; godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga: ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che sia nostra Perugia. - Senti... il gallo canta! - Vorrebbe forse egli dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli rinnegava Cristo; - io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. - Se mai mi dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del paradiso alla sfuggita. - Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca, ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... - Non mi lascerò. Bada, Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; - ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo al Carmagnola. - Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh! »

Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:

«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue avvelenato; - mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso? Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! - Se intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale.... Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello.... se il carnefice.... ah! - Chi è là? - Nessuno. - Come dura lunga la notte! - Questo Cencio oramai ne sa troppe....»

S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori, salisce frettoloso le scale.

«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa troppe; Cencio potrebbe tradirmi, - è colmo sino alla bocca..., bisogna torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... - O Cencio, sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»

«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; - quindi a poco a poco continuava: «Ho sonno, - fame e sete.... - Malatesta, datemi da bere.»

Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; - un moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la porgendo a costui, favellava:

«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»

«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte. Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro e pel confessore.»

«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»

«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà: la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro; indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»

«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»

«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»

«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero al diavolo e un altro a Cristo; - giova serbarci amici dappertutto. E intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»

«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non venne a capo di richiamare il rossore sul volto, - sentiero oramai da tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè non adempisse alle promesse.»

«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che mai sia stato.»

«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; - a me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. - Sua Santità si raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»

«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»

«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli, perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; - ma andando voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»

«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»

«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia madre, che Dio abbia in pace.»

«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»

«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»

«Nondimanco parla.»

«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»

«Come? tu, Cencio?...»

«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista; e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con voi; - vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del resto.»

«Ma perchè non mi hai discorso di tutte queste cose avanti?»

«Prima, perchè non me le avete domandate; - poi, perchè, o buona o mala, voi siete la testa che pensa, ed io il braccio ch'eseguisce; - finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»

«Qui bisogna rimediare.»

«Certo, bisogna.»

«Nel caso mio che faresti, Cencio?»

«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; - avrei un poco di discrezione e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria Vostra ch'io mi addormenti: - buona notte.»

E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a russare.

Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui; cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà mietuto la infamia e il rimorso?

Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.

«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;.... portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me poco importa. - Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi schernisci.... bisogna che tu muoi...»

E il dormiente tra il sonno mormora:

«Nel buon vino ho fede, - E credo che sia salvo chi ci crede...»

«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito... se lo potessi tuffare in Lete!»

«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel pugnale in mano?»

«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile, «intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba il sonno.»

«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi moriremo lo stesso giorno.»

«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»

«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello di capo.... e buona notte di nuovo.»

Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, - lo chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; - Cencio dormiva come se nulla fosse avvenuto.

«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.

Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.

«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»

«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della Signoria....»

«Che ora fa, Malatesta?»

«Un mazziere della Signoria.»

«Buona nuova.»

«Ed io la temo avversa.»

«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno poi il processo; - animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»

«Dio voglia che sia così. - Avanti il mazziere.»

Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con la insegna del cuoune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose con solennità il suo messaggio.

«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci, ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del Fiore.»

«Stamane! - appunto stamane! - ebbene, andate e riferite ch'io, con le ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso maggiori...»

Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di Malatesta e la spiegò sopra la tavola. -

Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:

«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi ducati...»

«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si allontana.

«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene sequestrati i miei beni a Perugia.»

«Sarieno anche troppi; - ma vi ringrazio, signore.»

«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»

«Messere, la legge lo vieta.»

«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto giorno si fanno!...»

«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono deve parere anche a me. - Un giorno anch'io sarò chiamato a formare la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii della Reppublica di Fiorenza.»

E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva. A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra stupido e beffardo.

«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, - ma che la virtù forse ci sarebbe nel mondo?»

«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»

«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»

«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per modo che si possa dire: - Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; - no, non si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con amore continuo difeso; - all'età nostra può caderci in mente la paura dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da misfare; - tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e' sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del papa...»

«Dov'è la lettera?»

«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»

«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: - porgimela; d'ora in poi non mi uscirà di dosso.»

E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi forzieri.

«Cencio, questa cappa mi pesa.»

«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»

«Marrano! - taci una volta, - tu godi a spaventarmi.»

«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla morte.»

«Allentami il collare... mi stringe troppo.»

«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»

«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»

«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a morire il medesimo giorno.»

Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno vi avesse fatto ricamare in oro la parola libertas.

«Libertas!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice come la parola di onore in bocca al ladro, come la parola onestà su i labbri del dottore di legge, come la parola giustizia in bocca al giudice.»

«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»

«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, - vi dirò come il cappello da prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco all'Apollo del Vaticano...»

Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto, con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e accompagnarlo alla cattedrale.

Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga, - ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; - mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai, o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte acerba di suo padre Giampagolo, concluse:

«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli, arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia tua sempiterna.»

Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.

Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo istante di vita: - fu sua ventura somma che non vi avessero apposto il suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò sommesso:

«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»

«Qual roba?»

«Una carta e una borsa.»

«Una carta! Ah! la lettera!» - E tinto del pallore della morte, - «Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un foglio capitatovi per questa via nelle mani.»

Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro. Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del Castiglione per susurrargli con arcano:

«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»

«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano generale...»

Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura, sibilò in certo modo le parole che seguono:

«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»

«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»

«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, - e le parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si sentì come fulminato: - forse gli mancava l'animo dove per ricoprire la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò dal naufragio; - ma Dio non paga il sabato.

Chi va in Terra - Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali, comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa percuoterli. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; - piegò il capo atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E non pertanto Malatesta fu un giorno valoroso capitano e versò copia di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:

«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»

Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a Malatesta parve il De profundis della sua virtù defunta; - veramente il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.

La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile apparecchio di guerra.

Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim; uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani, per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza, si sentirà respinto nel deserto della morte. - Gli astanti torcono altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; - sola la madre alza un grido, - quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo figliuolo Orlanduccio. - I volti dei borghesi ritornano nella prima loro attitudine - le zampe del cavallo si sono abbassate, - ma pure hanno calpestato le selce; - il capitano Ferruccio di pallido ch'egli era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. - Una vergine confusa tra il popolo non fuggì, - non urlò, - non volse altrove gli sguardi; - appena contemplato il caso, si mosse, splendida e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le zampe del cavallo e il fanciullo. - Il  buon destriere, meglio che per il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre, finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo, quindi si slanciò brioso, - scalpitò spedito tre o quattro volte il terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no? hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini; - noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; - se le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.

La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere, così le parla:

«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo; un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»

Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; - egli teneva fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, - non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:

«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in paradiso.»

E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo amorevolmente soggiunge:

«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di affetti ci conserva.»

Continua l'ordinanza il suo cammino, - trapassa il Ponte alle Grazie, - sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: - dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare: estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile; se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo, avrete idea più completa di questa creatura e a me risparmierete la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome Pieruccio.

Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità non l'offendevano; - forse le tribolazioni alle quali va sottoposta la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città del suo strido sinistro e spariva; - in qual parte si nascondesse era mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima, e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! - e ai gridi aggiungevano sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? - Ma i fanciulli, tratti da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con santo Agostino, non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano, sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno, la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza, lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura lo avriano adorato, - poi forse crocifisso come profeta; - a Firenze alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto del quale lo consideravano; - certamente amava la patria. Quando gran parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio umano al popolo ed esclama:

«Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; - almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere, nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione di Dio vi ha percosso; - avete gli occhi e non vedete, avete gli orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui, come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando solo nella rôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, - Or via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno; ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre ch'io dormo. - Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: - Chi andate cercando? - Il barone, - rispose il suo nemico, perchè abbiamo sete del sangue di lui. - Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? - Furono convenuti i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino, l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore dei suoi morti per Cristo, pei santi, - n'ebbe scherni, percosse; e fu tradito....»

Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi indirizzandosi baldanzoso al Baglione,

«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! - Se Giuda è tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...

«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» - grida Malatesta con labbri tremanti... «cacciatelo via... - trucidatelo...»

«Addosso! - Al matto! - Ammazzatelo! - Ammazziamolo! - È un profeta. - Se la intende col diavolo. - Tacete, impostore, avrebbe dato la posta al diavolo a piè della croce? - È un santo, vi dico. - Un ladro, - ammazziamolo.» - Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che superò il mugghio delle turbe proruppe:

«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»

«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio ad un suo compagno, - ed agitando in mano una grossa pietra con tanta aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio; - questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: - poi rovinò e scomparve dietro la base di pietra.

«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o la libertà si muore....»

«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!» gridarono altri. - Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da braccio straniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le vesti, - cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle. Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero, tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la più magnanima o la più turpe delle cose create.

Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; - egli non prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui: ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe fatto del proprio corpo riparo; - ed ora vederselo così scomparire sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo... era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, - un moto convulso dei labbri soltanto lo accennava vivo; - l'anima a guardarlo ruggiva dentro a Vico di rabbiosa pietà; - declina un ginocchio a terra, si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con le spalle appoggiate alla base della croce; - qui mentre povero di consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; - bianca nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della umanità.

«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»

Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci. Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende; - genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise; quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio. Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:

«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi? Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su i dolori della stirpe alla quale appartengo - alla quale avrei voluto non appartenere; - stirpe che aborro ed amo, - che desidero e dispero contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»

«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere, come fai, il freno alla lingua! - sii cauto una volta. - Se la città può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una maledizione e nasconditi nella eternità....»

«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati; forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse... Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; - immagino penetrare col guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»

«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»

«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti... si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga ucciso dall'effluvio mortale.»

In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice fratello.

I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:

«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè della croce ricusare carità verso il prossimo?»

Annalena levò le braccia in atto d'invocare esclamando:

«Conceda il padre degli uomini la benedizione di Giacobbe a voi, ai vostri figli, ai nipoti, fino alle più remote generazioni.»

Il Pieruccio in andando teneva fitta la faccia alla croce e favellava:

«O Cristo! molti furono i dolori che travagliarono l'anima tua, ma tu avevi intelletto divino, e tuo padre ti aspettava nei cieli... Se un Simone cireneo mi avesse sovvenuto a portare la croce, se un'amorevole Veronica mi avesse asterso la fronte del suo sudario, io avrei implorato questo supplizio per misericordia... a me i chiodi, la lancia nel costato... a me il fiele e l'aceto, purchè a piè del patibolo io vegga piangere l'amico... venir meno la madre... - un atomo di amore, - un pensiero di amore e poi una eternità di tormenti... O voi giovanetti gentili, nobili fiori di questa terra esecrata... e voi morrete su l'alba della vita... nella età delle promesse e delle speranze... voi siete dei traditi... amatevi... affrettatevi ad amare... bevete di un tratto la tazza della vostra gioia... perchè la morte sta per irrigidirvi la mano con la quale l'accostate alle labbra.»

E più altre parole egli aggiunse dai due amanti non intese o non curate; pieni entrambi di desio, ebbri del piacere di vedersi e di udirsi, godendo il presente, più molto sperando nel futuro, potevano darsi pensiero delle parole del povero insensato?

Appena il volo della rondine nel cielo vincerebbe il corso dei due amanti sopra la terra; giungono in vetta al poggio di San Miniato prima che mettessero fuoco alle artiglierie. Il campo nemico appariva deserto: tranne le scolte, non si mostravano fuori delle tende soldati o capitani; ogni cosa taciturna dintorno. Malatesta, levato in alto il bastone del comando, intimò si procedesse alla sfida degl'imperiali, volendo osservare l'antico costume pratico nella milizia. Di subito quanti accoglieva suonatori la città agli stipendii della Signoria o volontarii cominciarono a muovere incredibile frastuono di trombe, tamburi ed istrumenti altri siffatti; poichè furono rinnuovati tre volte quei fragori marziali, sempre il Baglione ordinando, appiccarono il fuoco a tutte quante le artiglierie così grosse come minute, le quali erano numero inestimabile. All'insolito rovinìo rimbombarono le acque e i colli vicini, la terra si scosse, tremarono le fabbriche; sopra tutte le bombarde tuonò spaventevole la enorme colubrina gittata da Vincenzo Biringucci da Siena, la quale pesava meglio di diciotto migliaia di libbre; l'avevano posta in cima al cavaliere innalzato tra San Giorgio e San Pietro Gattolino, e la chiamavano così per vaghezza l'archibugio di Malatesta. Un fumo densissimo ingombrava cielo e terra; e quando prima cominciò a diradarsi, si vide in mezzo scaturire dai fiocchi di nebbia la terribile persona di Lupo che in cima al campanile di San Miniato caricava, scaricava, maneggiava in somma quei pesanti istrumenti di guerra come se fossero altrettante sue braccia di bronzo; per poco che lo spirito di chi lo vedeva si fosse nudrito nella lettura delle antiche leggende, lo avrebbe creduto Briareo, ossivero un demonio posto dalla gran forza delle incantagioni a custodia di un castello fatato.

Oltre la vana ostentazione descritta, Malatesta mandò fuori delle porte, al principe d'Orango un trombetto col pegno della battaglia, e il principe, presentatolo magnificamente, gl'impose riferisse: - essere suo costume combattere quando gli tornava comodo, non quando piaceva al nemico; stessero pronti in città, perchè quanto prima le avrebbe dato l'assalto. - Così ebbe fine cotesta bravata. I Fiorentini calcolarono meglio di mille libbre di polvere persa senza costrutto. Si partirono dal monte alla spicciolata; la milizia, rotti gli ordini, si partiva anch'essa in confuso; pochi uomini rimasero colla Signoria e col Malatesta.

Allora il gonfaloniere mostrò desiderio di ricondursi al palazzo. Malatesta ossequioso volle a ogni costo accompagnarvelo, e così ripresero il già percorso sentiero.

Ornai si avvicinano alla croce; Malatesta lasciandovi sopra uno sguardo obliquo, ne vede sgombra la base, cosicchè gli parve respirare più libero ma gli riesce la speranza invano: ecco di repente sorgere dalla pietra la figura di Pieruccio col capo avvolto di bende sanguinose e minacciarlo col pugno e rampognarlo feroce:

«Sarai tormentato sentanta volte sette!»

Il Baglione, preso da cieca ira, si stracciò a morsi le maniche delle vesti... di nuovo stette per movergli addosso... di nuovo Cencio si apparecchiava a ferirlo per modo da non tornarci la terza volta. I cittadini svelsero a forza dalla base il Pieruccio e lo celarono in mezzo di loro. Egli era andato buon tratto di via con gli uomini ai quali lo aveva commesso Vico Machiavelli; giunto alla piazzetta dei Castellani sfuggiva loro di mano e tornava al posto periglioso per maledire di nuovo il Malatesta.

La Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al palazzo, Malatesta facendosi più dappresso al Carduccio, gli favellò:

«Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maestà della Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa.»

«Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potestà di far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati... - Ma tornerà poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? - Pensateci!...»

«Se lo tenete per matto, allora chiudetelo.»

«Prima dei pazzi vorrebonsi sostenere uomini bene altramenti pericolosi alla città, Malatesta...»

«E quali, messere?»

«I traditori.»

Qui il Carduccio, chinata la persona in atto di reverenza, pose il piede sul primo gradino del palazzo della Signoria e si allontanò.

Malatesta rimase per alcuni momenti stupefatto; poi si volta pensoso camminando in silenzio; ad un tratto egli chiama:

«Cencio!»

«Malatesta!»

«Bisogna raddoppiare le guardie al mio quartiere...»

«Bene: - sarebbe meglio però andare ad abitare presso alla porta di San Pier Gattolino. Costà avete prossimi i Côrsi e i Perugi vostri; l'uscita al campo ad ogni evento prontissima.»

«Purchè si possa fare senza destare sospetti!»

CAPITOLO DUODECIMO

MARIA DEI RICCI

Amore alma è del mondo, amore è mente.

Che volge in ciel per corso obliquo il sole.

Tasso, Rime.

O giovanetti, sul lago del cuore

Vada trescando per poco l'amore.

L'abbandono, Melodie liriche.

Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? - Su la primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole, poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale, or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: - ti vidi e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi, fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella gentile alterezza di un'azione magnanima. - La tua immagine dava moto al creato; - confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio del giorno. Bastò uno sguardo! - Al primo tocco le anime nostre, puro elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la mia anima... io vissi la tua.»

«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno, - quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. - Io però non levai gli occhi, li declinai, perchè - Dio mi perdoni - il tuo volto mi parve più bello del cielo.

«Tu lo rammenti? - posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con gli effluvii della mia vita. - Io poi, come chi si diletta guardare pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima. Noi non dicemmo parola, - nè un sospiro, - nè un alito. Talora lieve lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; - stimammo il nostro affetto più immortale di Dio!....

«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per vederne la morte, sorrise, - il tempo che cancella le generazioni, i sepolcri e le memorie, - perchè lascerebbe intatto un sentimento del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito orientale?

«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore abbia agitato le anime nostre? - Ahimè! le ceneri fanno testimonianza dello incendio. - Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale; - eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di amore.

«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. - Non vi fu amaro nel fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. - Come il filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.

«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice dei giuramenti traditi? No: - tu potresti mandarmi pari rimproveri, imprecarmi sul capo simili furie. - Vorrò favellarti una parola di conforto? - Tu ti sarai... tu ti sei consolata. - O tenteremo piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta qualche scintilla sotto? No; - dopo le ceneri null'altro avanza che invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare il cuore; - vedi, - siamo anime confinate dentro statue di marmo. Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è morto... morto per sempre!

«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama amianto, - ma non sente e non piange; - avvolge i cadaveri, onde la cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella sinistra Napoleone, - sono poca cosa i defunti! La terra pareva non dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe il cavo della mano.. - inutile insegnamento, la terra andrà sempre ingombra di tiranni e di oppressi... - e l'anima? Oh! l'anima, domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei venti.

«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del roveto ardente comparso a Moisè? - Vieni, sacrifichiamo all'oblio...

«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita. Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero! - Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio amore?»

In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a nulla, come ogni giorno succede; - esclamai io leggendo le riferite diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'imperiale memoria. Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me: consolatevi, - quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore, similitudini, l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere Lodovico Ariosto: «Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi»; - ma poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per confessione, che non lo so neppure io: - forse perchè il presente capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io esposi potrebbe essere una buona ragione.

Parlo di amore. -

Ella era bella, ma infelice, - fuori di misura infelice.

E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo di amore.

E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!

Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della vergine che si reca a marito! - Allorchè tremò, - abbrividì, stette per cadere in deliquio, la gente riprese: - Bene per piacere si manca! Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, - una lagrima dal ciglio, - Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e n'è traboccata una goccia. -

E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un sepolcro di pietra; - quivi ella se la sentiva inecittabile, - pesa; e l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.

Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato: Signore, rimuovi da me il calice della vita, - è troppo amaro pei miei labbri mortali! - quante con la fronte toccando il freddo marmo degli avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe ella già convertito in bara; - avrebbe reciso i suoi giorni in offerta al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; - sarebbe scomparsa fugace quanto la promessa della felicità, - quanto il voto dell'amore; - avrebbe vissuto la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso caduto sul fuoco, - profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica, rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie di acanto, di frammenti di statue di Fidia - maraviglia dell'arte, - pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima; - allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima, perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, - un luogo tristo quanto i suoi pensieri; - con le sue mani ella stessa l'aveva addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette, su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; - dall'arco pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, - dacchè per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in preghiera; - quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, - ai primi dolori di tua fanciullezza repressi, - ai primi labbri sorrisi, alla memoria del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, - alla prima lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente argomento; - l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami sopra le tue ginocchia. - Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'amen dalle smorte labbra, chiuse il libro e lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; - poi si pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa viva; gli occhi lucidi, - intenti - aridi come di vetro incassati dentro testa di cera: - all'improvviso le balenarono, le si empirono di lagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò: «Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso, le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano usi alle lagrime; - muove un passo, - due, e tutta svela la persona alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore di fuoco, ornato con bianca piuma; - nella sinistra l'elsa della spada alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio brunito attorti con maestria a guardia della mano. - Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna; - geme sommesso, - a mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; - muove la bocca per favellare, e non può - dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso gli riesce; - alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, - ed anche ahi! pur troppo della maggior parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; - a voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella; - vi amano tutti ed onorano; - più di una lacrima di orgoglio sparse la vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia fosse trasparente, - se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. - Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a sanarle. Lasciatemi piangere sola; - io nulla chiedo da voi, - non vi turbo, - nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, - no; pur troppo io so che voi, come siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita, e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non possono confortarsi, - o se pure si possono, sta il sollievo delle mani di Dio - e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un dolore che - come il mio - la pietà finta dei molti detesta, e la vera dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada dentro il sepolcro; - se io mai ardissi domandare aita al tormento che mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi dareste per sollievo una rampogna, - o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato; - sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! - Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; - io giacqui vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. - Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; - adesso non è più tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: - io non vorrei cedere un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore dall'anima, io lo rinnegherei, - e percuotendo alle porte dell'abisso, supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! - I vostri occhi un giorno incontreranno la vergine che vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. - Molte donzelle sospirano per voi di segreto desio; - uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà della gemma d'Oriente. - Levate gli occhi verso la faccia di quelle, - ed amate di amore felice; - anch'esse questo sole italiano coloriva; anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? - Le guardo, sì, per vedere se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli, cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, - e quale più mi dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della tua bellezza riflesso sopra di lei; - io ti contemplo in tutto il creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; - ma invero poi dov'è per me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi o ch'esulti per me; - i miei parenti dormono dentro gli avelli di famiglia; - mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; - se acquisto un prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. - Io non ho un cuore che corrisponda col mio. - Ah! le mie mani non versarono il sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino, e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna, la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva scagliato il fulmine, - e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta nel sacrifizio, - la umana grandezza nel soffrire; - ed io, - vedete, - soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo; - della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora il costume, e di tutto vi fate difesa. - Voi mi parete il ricco epulone dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventava a vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; - ond'egli con maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; - già non si muore due volte; quello ch'io amo raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto; dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno infondesse pace, - anche con l'oblio di me, - anche con l'amore di altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria... amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; - una memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. - Torni il sorriso al tuo pallido volto; le rose della giovanezza non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita, - te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le donne per la tua assenza baldanzose, - torna a mostrare al mondo come Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina, ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; - l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere, il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro cammino, - ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa dell'anima; - rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; - la voce dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; - arde l'amore una volta sola di propria sostanza; - se in séguito lo vedi riaccendersi, egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non potrei, - darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcani del tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo, benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. - La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua favella sopra la lingua dell'uomo; - io ricuso diventarti angiolo e demonio, - e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. - All'improvviso la donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più crudeli tormenti. - Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini; - gemo, - e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; - con voci interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... - Io ti darei mezza mia vita se potessi stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza comprimerla, - senza essere compressa... mute entrambe quanto le mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; - gli dura nel cervello la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di punte acutissime; - gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce; - gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; - a nulla pensa, imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, - così apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, - minuti che divorano dieci anni di vita, - minuti i quali cambiano una esistenza per modo che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio speciale - la pazzia.

«Madonna!» - Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, - con gli sguardi immobili, le braccia pendenti, - la spada dimenticando e il berretto, si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! - Questa è voce che certamente conosce la via del vostro cuore; - ella è voce della patria dolorosa che invoca il soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; - divina poi quando vada congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la gloria follia sublime, - un sogno; - chè allora tutto sarebbe sogno tra noi: - e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero, ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia, la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, - e mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi così sconfortato, trasse un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala che adesso traversa non li badando Ludovico; - tengono il cappuccio abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del petto; forse in cuore saranno - ma certo nel volto non sembravano buoni servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; - gli occhi di lui balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad amare il cenobita; - di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo, egli non deve conoscere rimorsi, - e poi non fa parte di religione egli stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava - Maria dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»

«Madonna... compiranno... quattro mesi domani che, standomi io a Roma, dove facevo uffizio di penitenziere nello spedale di Santo Onofrio fondato dalla gloriosa memoria di Papa Lione pei poveri pellegrini del suo paese, certa sera essendomi posto a giacere, nè l'animo mio come presago di qualche sventura potendo rinvenire quiete, all'improvviso intesi battere alla porta ed una voce chiamarmi: padre, affrettatevi: - un cristiano è vicino a trapassare, - venite pei sacramenti. - Mi getto giù dal pagliericcio e seguitando la guida giungo in certe camerette dove solevano chiudersi gli alienati di mente. Quivi da lungo tempo custodivano un infelice giovane travagliato dalla più fiera mania che mai avessero veduto in cotesto luogo di dolore. - Quantunque dal disagio consunto, così ferocemente egli smaniava, tante volte aveva tentato darsi la morte, che lo tenevano legato a mezza vita, ai piedi ed alle mani. - Nei suoi urli salvatici spesso riveniva la querela di un amore tradito, - di una donna perduta, - di un padre morto, e poi rampogne e minacce contro i suoi nemici, contro tutta la specie umana, non senza offendere il cielo di terribili bestemmie... in questo modo continuava, finchè con gli occhi scoppianti fuori della fronte, la bocca spumosa di sangue cadeva rifinito di debolezza. - Dapprima quel suo misero stato mosse compassione, poi curiosità; poi ascoltarono le genti quei suoi stridi furibondi con la indifferenza medesima del canto delle rondini annidate sul tetto dell'ospedale; - perchè se gli uomini ai propri mali si fanno impassibili, agli altrui diventano di pietra. - Io lo trovai con le mani sciolte, con gli occhi velati e nondimeno lieti di un raggio d'intelligenza che tramonta; - seguendo il costume del fuoco, lo spirito prima di abbandonare la sua spoglia mortale raccolse le forze a risplendere anche una volta di luce divina. - Appena ei mi ebbe scorto, chiamatomi a sè con languida voce mi disse: - Padre ascoltate la mia confessione; - io ben mi accorgo avermi un lungo delirio travagliato, - delirio pieno d'immagini terribili, in parte vere, in parte false, - nè saprei dirvi se queste più o meno delle prime terribili; - quello che so troppo bene si è, che hanno consunto il mio corpo e la mia mente costretto a bestemmiare l'Eterno, e di ciò, padre, con tutte le mie viscere mi pento, ed ho fede la mia contrizione e le vostre sante preghiere mi varranno il perdono dal Dio delle misericordie. - Però io ho molto sofferto in questa vita... e certo il dolore non ebbe paragone con le colpe. Io amai, padre, una donna di amore santissimo, - il più profondo, il più puro che mai si accendesse in cuore umano. Lo Spirito Santo ha maledetto l'uomo che confida nell'uomo, - doveva dire nella donna;... ma presso a morte io respingo questi pensieri di odio, come tentazioni del demonio, e mentre supplico e spero Dio mi perdoni, sento che me ne renderei indegno, dov'io le proprie offese non perdonassi. Vagai in contrade remote, - vidi barbare genti, soffersi geli, ardori, di ogni maniera disagi per adunare tesoro e apparecchiare alla mia fidanzata vita copiosa dei beni della fortuna: per darmi colpo più acerbo mi si mostrava il cielo cortese, e quando, dopo un'agonia di anni, delirante di desiderio e di amore, mi ridussi alle case paterne... trovai... oh inferno!... padre, mi assolvete dall'ira... imperciocchè acerba mi percotesse la ferita... trovai la mia fidanzata donna d'altrui. Quello che dopo avvenne io non rammento, - aveva un padre, e non so com'egli mi abbandonasse; - possedeva copia di averi, ed ora non possiedo più nulla: dalla mia acconcia cameretta, desto dal sonno tormentoso, mi trovo in questa sozza caverna con i polsi e i fianchi impiagati, e non mi riesce rammentarmi il come e il quando. - Ah! da quel giorno la mia anima, a mo' di aquila in gabbia ha percosso rabbiosamente la sua carcere mortale per librarsi a regioni meno triste, meno contaminate di tradimenti e di perfidie. - Ora, padre, prendete... ecco uno scritto che nei giorni del nostro amore io ricambiai con lei, e lo vergammo io del mio sangue, ella del suo: - egli contiene una promessa di mantenersi fedele, e dentro vi pose una ciocca dei suoi capelli... ohi i bei capelli, padre, che la mia donna aveva quando l'alito di primavera si dilettava a diffonderli ondeggianti per l'aere! - e vi scongiuro, per quanto possono i preghi di un moribondo, che glieli facciate tenere, o, se fortuna vi mena a Fiorenza, glieli consegnate voi stesso: - e nel punto medesimo le direte che il mio spirito deliro sempre l'ebbe presente, e che tornato appena ai consueti uffici pensò subito a lei e per lei: ditele ch'io le perdono, - che presso a morte le invoco giorni beati, - al tutto diversi da quelli ch'ella mi fece durare, - che domando al cielo non voglia sgomentarla di rimorsi in questa vita, -  e scongiuro l'oblio per lei... ed anche per me, onde un giorno davanti al trono dell'Eterno io non abbia a prorompere in voci di accusa contro lei; se pianto di offese cancella dai registri di Dio la ingiuria dell'offensore, ditele che per me la sua pagina sarà trovata bianca al giudizio finale come l'ala del cigno... ditele... ch'io muoio benedicendola... e chiamando... Ma... - Gli chiuse le labbra la morte... io le palpebre. Egli non proferiva intero il nome della donna; però dalla lettera che mi dava e che io vi consegno, madonna, compresi avere inteso favellare di voi. Sopra la povera lapide del suo sepolcro segnai queste poche parole: - Qui dormono le ossa travagliate di Giovanni Bandino! - -»

Un grido terribilissimo ingombra, propagandosi, le sale del palazzo, come di persona la quale trafitta nel cuore trasfonda tutta la vita in una voce: - un grido che indusse il passaggero il quale lo sentì per via a recitare requiem per l'anima di chi lo aveva proferito.

Ed in fatti il frate compagno, rimanendone percosso, affacciò la testa alla soglia favellando con parole spedite:

«Per Dio! Se l'avete ammazzata, rompete gl'indugi e ci mettiamo in salvo.»

«Aspetta - e taci», - riprese il frate; e poi si volse a Maria giacente sopra la terra, rigida, - fredda, bianca in sembianza di statua rovesciata dalla sua base, - tratto un pugnale, glielo appuntò sul cuore.

Gli occhi del frate rilucevano di fuoco infernale, il suo volto svelava tremenda esultanza, - famelica bramosia, non altrimenti che fosse uno di quei corpi scomunicati, dalla superstizione greca detti vampiri, i quali nella notte, derelitti gli avelli, irrompono per virtù diabolica nelle stanze più segrete a pascersi col sangue delle persone ch'ebbero care in questa vita.

Ancora un palpito, e la vita di Maria sarà compiuta.

Intanto la donna non bene ancora risensata mormorò a fior di labbra: «O Giovanni!... o Giovanni!... celeste anima e cara...»

Il frate arresta a mezzo colpo la mano; - grosse stille di sudore gli scendono del continuo giù dalla fronte, - ritenta ferirla, e non gli riesce; - la guarda...

Bisognava non essere nato in Italia, avere il cuore chiuso ad ogni senso gentile per disperdere un modello di così divina bellezza: - cadono al frate le braccia, gli sfugge dalle mani il pugnale, e si rimane prostrato come uomo assorto nella contemplazione di quelle sublimi sembianze.

La donna riapre gli occhi, balza in piedi a guisa di furiosa urlando con voci interrotte:

«Traditi! - orribilmente traditi! Padre..., leggete...» E brancolando trova il libro dell'uffizio dei morti, e aperta la fodera interna, ne trasse fuori una lettera, la quale porgendo al frate continuava: «Hanno le mie lacrime quasi cancellato lo scritto, pur vi leggerete il nefando tradimento... leggete.»

E il frate leggeva: «Al magnifico messere Alamanno di Ormannozzo Spini a Fiorenza. Messere Alamanno onorandissimo. Con inestimabile dolore di quanti il conobbero, lasciando grandissimo desiderio di sè è morto in questa città di Siviglia, agli sei del corrente mese di maggio, anno 1526 della salutifera incarnazione del N. S. Gesù Cristo, Giovanni di Pierantonio Bandino di accidente di gocciola per quanto ne assicurano i fisici. Con molta accompagnatura di fraterie e di lumi venne associato al sepolcro nella chiesa di questi reverendi padri di san Domenico, dove gli furono cantate esequie dicevoli alla sua condizione. Fatto il bilancio di quello si trovava a possedere al tempo della sua morte, avemo trovato il valsente tra crediti, danaio, mercanzie in essere e masserizie, di duemila circa fiorini di oro in oro, i quali vi rimetteremo con lettera di cambio sopra la nostra ragione, affinchè li consegniate a messer Pierantonio padre del morto o a chiunque altro sarà dichiarato di diritto. Pregando Dio che vi tenga nella sua santissima guardia, ci raccomandiamo a voi. - Siviglia, li 10 maggio 1526. - Vostri - Lapo e Bindo di Pierfilippo Cambi.»

Il frate alla lettura di cotesto foglio rimane come impietrito; - sospese del tutto in lui le funzioni vitali, pareva che neppure respirasse.

Maria invece quasi furente si era distesa sul pavimento e forte percotendo con ambe le mani la terra gridava:

«Padre, perchè mi hai tradito? - Giuda tradì Cristo, ma se fosse stato suo figliuolo, non lo avrebbe tradito... Uomini, imparate pietà dalle fiere del bosco... qual belva mai generò figliuoli per lacerarli così? E tu, padre, non che lacerarmi, mi hai condannata ad una morte la quale tutti i giorni si rinnovella. - Chi ti dava diritto di rendermi tanto infelice? Io non ti aveva chiesto la vita; bene ti chiesi la morte, - ma poichè il mio morire ti nuoceva, tu fingesti atterrirti come di cosa contro natura. Ella era cosa dunque secondo natura immergermi in questo abisso di dolore? Io però non maledirò la tua cenere, ai tuoi rimorsi non aggiungerò le mie furie; ma vedi, se sopra la terra che ti cuopre il cumulo dei miei affanni io deponessi... oh! quanto ti sembrerebbe più grave! E tu, Vergine Beatissima, ch'io sempre riveriva ed amava, ov'eri allora che sì crudelmente tradivano la tua devota? Se in questo modo chi ti venera proteggi, che farai a cui ti odia? Qual frutto trarranno i mortali, se invece d'invocare il demonio innalzano al cielo le loro preghiere?... - Oh! santa Madre di Dio, abbiate misericordia, - consolate una povera afflitta; io non so quello ch'io mi dica... parmi girare su l'orlo di un precipizio. Padre, pietà! Padre, accostatevi, dacchè il cielo vi manda, udite anche la mia confessione... voi lo vedete, non ho mancato di fede... io... io sono stata tradita.»

Genuflessa la donna abbraccia le ginocchia del frate, e tra i ruvidi lembi della tonaca nasconde la faccia delicata.

«Lo vidi nella cattedrale, mi apparve in mezzo ad una bianca nuvola d'incenso, bello siccome un angiolo, e sospirai, - fu il sospiro primo di amore; uscendo di chiesa lo rividi chinato per dare la elemosina ad un mendico e consolarlo con una parola, la quale meglio della elemosina scende soave di refrigerio sul cuore del misero; - io mi fermai: - egli raddrizzò la vaga persona, - i miei occhi s'incontrarono nei suoi, gli s'infiammarono le guance, vermiglie diventarono le mie; - e da quel punto fummo legati per sempre. Dapprima i parenti si mostrarono avversi, non per viltà di sangue, ch'egli pur nacque di gentile lignaggio, sibbene per pochezza di averi, - e anche a lui increbbe non potermi offerire magnifico stato: ci fidanzammo con solenni giuramenti, e partì in cerca di ventura. Invano presaga del futuro io gli diceva: Rimanti, quello che possiedi basta ai miei desiderii; forse mi sembrerai più bello o più ti amerò io vestito di abiti soppannati di vaio con cinti e catenelle di oro? - Non mi badarono, e partì: - Voi avventuroso, padre mio, che le passioni umane sentite come onda di mare che percuota le pareti dei vostri monasteri; - ignaro dei nostri errori, non vi dirò come, partendo il mio Giovanni, mi paresse trovarmi abbandonata in una via senza principio e senza fine; - camminava sola, imperciocchè nel creato lui soltanto io vedessi. - Tacerò la serie infinita delle angosce che non hanno nome, sebbene abbiano punta; - il bel cielo di Fiorenza mi pesava sull'anima. Ah! l'occhio lieto ed il sole si ricambiano il raggio a guisa di due amici che si amino, ma l'occhio doloroso lo aborre; - l'amarezza segna con una tacca sul cuore i giorni consumati nell'ansietà. In prima qualche lettera rara venne a confortarmi; - quindi cessano affatto! Verso cotesti tempi incominciò a prendere domestichezza con la mia casa Nicolò Benintendi: - mille profferte di amore uscirono dalla bocca di lui, ed io non le udiva, essendo il mio spirito con Giovanni. Ben si mossero da Nicolò e da' miei caldissime istanze, quotidianamente rinnovate, ond'io fossi contenta di averlo per mio sposo: alle quali parole, come se non fossero discorse per me, sorrideva; qualunque argomento riuscì invano, ogni tentativo venne meno. - Un giorno.... giorno d'infamia.. nel quale un padre non aborrì rompere il cuore della figlia... egli.., mio padre, con sembianza mesta, non senza prima allargarsi in discorsi intorno alla necessità di rassegnarci ai divini voleri... mi mostrò cotesta lettera. Crudelmente pietosa, la povera madre mia, ingannata pur ella, mi salvava la vita;... dopo molti mesi potei sollevare il fianco infermo...; nella contesa tra l'angoscia e la natura, la natura prevalse... e sopravvissi. Adesso ricomincia l'assedio; mi dissero il padre mio, per mala fortuna incontrata nel traffico, sul punto di fallire, con molte lacrime mi presentarono la chiarezza della famiglia avvilita e un nobil vecchio condotto a gran vergogna in Mercato Nuovo a ricevere lo strazio dagli statuti decretato ai falliti; non risparmiarono già affacciarmi alla mente gli schiamazzi della plebe, la gravità dell'infamia, il padre moribondo per l'atto obbrobrioso, - e per altra parte avrebbe tanta iattura riparato il Benintendi, quando io avessi consentito a tôrlo in isposo; non che altro, la voce del sangue volere da me questo sacrifizio; ben volontieri mio padre avrebbe data la vita, per conservarla non si sarebbe veduto supplicare i figliuoli; ma se poteva sostenere la morte, non potere la infamia: - e non rifuggirono dal chiamare in soccorso la religione, chè il confessore assicuravano sarei certamente andata perduta, se potendo, non avessi in tanto estremo soccorso i genitori - avere i giuramenti al Bandino sciolti la morte. La esitanza della sconsolata tennero per consenso, mi condussero alla chiesa... Qui mi parve le statue dei santi aprissero le labbra di pietra per rampognarmi la mia infedeltà, - le ossa dei morti si commovessero sotto il pavimento, - la cupola tenebrosa del duomo mi si rovinasse sul capo. - Mi percosse uno strido... Santa Vergine! avrei giurato fosse quello del mio diletto Bandino... poi nè intesi... nè vidi più nulla; - risensando all'aria aperta, una schiera di uomini e di donne, secondo il costume del paese, mi facevano il serraglio, impedendomi l'andare, se io prima non dava loro i soliti doni. La mia anima impaurita immaginò fossero spettri che mi si aggirassero attorno e mi chiedessero la vita; ond'io tolta fuori di me gridai più volte: - Prendetela, oh! prendetela... è mia amica la morte. - Il mio marito mi amò di breve affetto: forse quando mi ricercò sposa con tanto ardore non lo mosse alta passione, piuttosto impeto di giovanile desiderio: - forse anche gl'increbbe la moglie sempre lacrimosa e che non lo amava e non può amarlo. - O padre mio, io ho durato e tuttavia duro una molto tremenda battaglia qui dentro; - sento che dovrei dimenticarmi il caro defunto, ma non oso domandare al cielo la grazia che mi ucciderebbe di certo, - quella di obliarlo. Troppo prepotente impera la sua immagine nel cuor mio, - egli solo accelera o sospende il sussulto dei polsi... egli posa meco nel talamo nuziale, e la sua testa si pone terribile tra il mio marito e me; se mi prostro davanti al Crocifisso e lo prego di pace all'anima stanca, ecco che il Cristo si veste delle sembianze di lui... del mio Giovanni e parla... e dice: - Vedi quanto soffro per te! - Padre... vedete... tanto mi s'insinua nel sangue la contemplazione dell'infelice amante... che... ora... in questo punto mi sembra... padre... voi abbiate il suo sguardo... la sua fronte... la...»

«Donna, e se il cielo ti rendesse Giovanni lo seguiresti, abbandonata la tua casa maritale?...»

«Oh! non lo dite; il sepolcro non lasciò mai la sua preda.»

«Ma, se te lo rendesse?...»

«Pietà, padre! misericordia! Sovente il mio povero intelletto vacilla su l'orlo della follia, - non vogliate precipitarvelo a forza... io... io divento folle, se aggiungete parola.»

E il frate, gettate a terra la cocolla e la finta barba, comparve, qual era un cavaliere notabile per egregie forme del corpo.

«Donna, la tua fede ha vinto; la morte...; ecco il cielo ti rende Giovanni Bandino.»

Maria, spiccando un balzo, fugge nell'angolo più remoto della cappella, e quivi rannicchiata si coprendo la faccia esclama:

«Gran Madre di Dio, salvatemi da questa illusione del demonio.»

«Stolta!» proruppe il Bandino accostandosi a lei, e toltele a forza le mani dagli occhi, se le poneva sul petto aggiungendo:

«Ti paio spirito io? ti sembra egli morto il cuore che palpita così? Dalla feroce ira che m'invade le membra, dall'odio intenso che gli occhi mi riempie di sangue, dal tremendo anelito non mi conosci vivo?...»

«Vivo!... sì... oh tu sei vivo davvero.»

E cieca della mente, mal sapendo quello si dicesse o facesse gli si abbandona nelle braccia, baciandolo smaniosa per le mani, pel seno e pel volto.

«Mi ami, Maria?»

«Più di me... più di Dio!»

Ah.... Ora dunque vieni... non ci fermiamo un momento in queste pareti abominate; - sopra il limitare delle porte della nostra città noi ci scuoteremo la polvere dei sandali, dall'anima ogni affetto che non sia lo scambievole nostro amore: - dimentichiamo per non esecrare, - fuggiamo per non uccidere...»

«Ma! dimmi, Giovanni, dove mi meni? E donde vieni?»

«Che importa a te sapere donde vengo o dove io vado? non sono io tutto per te? - Questo però sappi che, se vivo mi sospettassero in queste mura, la mia testa penderebbe domani dalle finestre del palazzo dei Signori.»

«Oh! non dirlo.» E con ambo le mani la donna avvinghiava il collo del cavaliere, quasi per salvarlo dal taglio della scure.

«Vieni dunque...»

«Verrò...»

«Esiti forse?»

«Verrò...»

«E non ti muovi! Ti penti già avermi detto che mi ami?» grida battendo del piede la terra il Bandino.

«Oh! non isdegnarti, Giovanni... eccomi... però...» Maria la fronte si tocca e il seno: «Mi sembra essermi dimenticata qualche cosa, di cui non posso risovvenirmi adesso, e che pure mi stava fitta qui nel capo e nel cuore, - qualche cosa che mi era ben cara e che tu mi hai fatto porre in oblio...»

«Maria!» si udiva chiamare dalle stanze interne una voce fioca per età, «la tua figliuola si è desta, vieni a racchetarla che piange.»

«Ahi! me n'era dimenticata... La figlia...»

«Figlia... di chi?»

«La mia figliuola.»

«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino, - e fa con la destra cenno, come se, afferrata la creatura pei piedi, intendesse spezzarle il capo alla parete.

La madre per istinto comprese quel truce cenno e si scagliò traverso la porta, dove accesa nel volto i muscoli della gola gonfi, guardando torta:

«Addietro!» gridò! «addietro! o ti straccio co' denti... addietro, o ti sbrano»; poi all'improvviso vacillando si prostra, tende le braccia al cavaliere e gli si raccomanda: «Giovanni mio, io l'ho generata; - nove mesi la tenni nel mio seno; con molte angosce l'ho partorita... io l'amo... io l'amo quanto te; - la prima parola che proferì fu Maria, - la seconda Giovanni;... ella ti ama... ella ti aspetta come un amico lontano... non farle male, via... non me la uccidere... potrei io mai più baciarti le mani, se tu le bagnassi nel sangue della mia figliuola?»

«Viva, - ma lasciala: io non potrei vederla senza che il sangue mi ribollisse nelle vene; - lasciala e seguimi.»

«Ma che! il calice del dolore è senza fondo per me?» esclama angosciosamente Maria levando al cielo le braccia; «come abbandonare una figliuola che piange?»

«Madre, - figlia, marito - ed amante... conservare tutto non puoi; - un cuore devi pur calpestare, un vincolo sciogliere... rompere un affetto... tra questi scegli: - io qui mi sto silenzioso ad aspettare la scelta.»

La donna, traboccando giù sopra la sedia, con voce cupa proferisce queste parole:

«Il mio cuore si rompe...»

La fantesca, la quale dai pianti e dai gridi aveva in parte argomentato il mistero, prorompe di repente nella cappella dicendo:

«Madonna! - messere Nicolò con molta accompagnatura di cavalieri viene su per le scale del palazzo.»

Maria dal nuovo pericolo commossa sorge, e guardando il Bandino, lo chiama con voce amorosa:

«Giovanni!»

Il Bandino con le mani sotto le ascelle rimane immobile senza darle risposta.

«Giovanni, per l'amore di Dio... nasconditi... parti...»

«Anzi starò: - egli mi deve la vita,»

«E i cavalieri che lo accompagnano?»

«Faranno testimonianza ch'io mi comporterò lealmente, quando, strappatogli il cuore, glielo batterò sulle guancie.»

«E poi chi ti salva della Quarantia e dal carnefice?»

«Questo!»

E le mostrò il pugnale.

«Oh Vergine! - E la mia fama, Giovanni!»

Intanto si ascolta lo strepito dei passi dei cavalieri e il rumore confuso delle voci gioiose. Il compagno del Bandino entra pur egli nella cappella e trema come uomo che si accosti alla sua ultima ora.

«Messeri, io vi accerto che voi non riuscirete: mi duole dirvelo, ma gitterete tempo e parole...» - così si udiva favellare Nicolò Benintendi, marito di Maria, dalla prossima sala.

«Con pace vostra, messere Nicolò, non vi abbiamo fede; - noi la sappiamo sopra ogni altra gentildonna della città nostra cortese, - nè vorrà negare alla sua amica la grazia di tenerle il pargolo al sacro fonte...»

E molte voci rispondevano: «No, certo; troppo grande villania sarebbe questa.»

Il Bandino, levati gli occhi al cielo in atto di minaccia, sospira profondo e favella:

«Ah! questa è la prima volta che deliberai nel mio pensiero la morte di un uomo e non lo uccisi; - cosa differita non va perduta.»

Così parlando insieme col compagno si ritrasse oltre i balaustri, ed abbassate le tende si nascose.

Entrano clamorosi nella cappella Nicolò Benintendi e i suoi compagni; loro apparisce davanti la povera Maria distesa sopra la terra, suffuso il volto del pallore della morte, per le tempie e pel corpo intrisa di sangue che le spicciava da un'ampia ferita fattasi cadendo nella testa: onde vinti da pietà e da terrore proruppero in altissimo grido.

Nicolò piegando le ginocchia a terra le toccò le tempie e i polsi, e li trovando freddi, senza palpito, rivolto ai cavalieri, non troppo sgomento, parlò:

«Signori, voi veniste per menare la mia donna al corteo di un battesimo, - ora io vi prego ad aiutarmi per associarla alla sepoltura.»

CAPITOLO DECIMOTERZO

L'ASSALTO NOTTURNO

Atti orrendi da dir colà giù dove

Placido scorre il bel vostro Arno io vidi.

Forse d'altro uom giammai non visti altrove.

Annib. Bentivoglio. Sat.

Annibale Bentivoglio era soldato del papa e militava per lui contro Firenze. Io non so com'egli abbia potuto mettere in rima scelleraggini nefande dalle quali a pure pensare l'anima rifugge; e meco stesso dubitai se dovessi o no riferirle, parendomi che troppo grave offesa recassero alla natura umana ed alla dignità del libro: nondimeno mi sono deliberato raccontarne qualcheduna, affinchè i presenti vedano quanto si prolunghi la giornata di dolore che questa misera nostra patria travaglia e ne sentano pietà. Gli stupri, le violenze, le rapine, i santuarii rovesciati, le case arse; i campi, cura e diletto di pacifiche generazioni, devastati; le stragi medesime, come orrori consueti alla guerra, o non vorrebbonsi descrivere, o brevemente riferire per non mancare all'ufficio, ma gli strazi osceni erano tali da disgradarne quelli inventati dalla cupa immaginazione di Dante in pena dei commettitori di scandali nel suo terribile Inferno. Come i miseri contadini appiccassero agli alberi e quivi alle angoscie di una tormentosa agonia gli abbandonassero, nei precedenti capitoli fu scritto: però qui non restava la ferocia; spesso ti occorrevano corpi di appiccati aperti nel ventre e nel dorso da sconce ferite, e da quelle aperture rovesciarsi le viscere sanguinose; a quelli che trovavano portare vettovaglie a Firenze, sia che amore di guadagno o, come più spesso avveniva, di congiunti li conducesse, mozzata loro una gamba od ambedue, e le mani, gli lasciavano in mezzo della via; talvolta spiccata la testa dal busto, gliela legavano co' capelli della destra a guisa di lanterna, e il cadavere, così mutilato appoggiavano in piedi al tronco di un albero. Il Bentivoglio narra anche più osceno ed immane martirio, il quale, per non affaticare in tante miserie la mente, mi sia concesso riportare con le sue stesse parole:

Da otto (e che Spagnuoli eran mi avvidi

Dal parlare e dal volto) un villanello

Legato fu non senza amari gridi;

Che, partito dal suo povero ostello,

A vender biada e fieno iva a Fiorenza,

Di ch'era carco un piccolo asinello.

Quivi il misero fecer restar senza

Membro viril, che gli tagliàr di botto

Sordi a mille miei preghi in mia presenza.

Nè sazi fur di quel martir quegli otto

Ladri, del sangue italico sì ingordi,

Che l'arser ancor tutto col pillotto.

Queste cose si commettevano in nome dell'imperatore apostolico e del vicario di Cristo padre dei fedeli! Così, tra per la paura di siffatti supplizii, tra per la perdita che ogni giorno s'ingrandiva del contado, la penuria cominciava a farsi sentire in Firenze. Penuria sofferta senza mormorare dal popolo soltanto; perchè ai soldati provvedeva il comune, e i ricchi, come suole, trovavano pei loro denari, nonchè il bisognevole le delicature della vita. L'erario pubblico era stremo; i mezzi ordinarii e straordinarii non bastavano a riempirlo. Allora, non restando altro disegno per adunare pecunia, furono per partito della Signoria deputati Lionardo Bartolini e Simone Gondi, due del numero dei collegi, a cavare dalla sagrestia di Santa Reparata la mitra pontificale ricca di molte gioie, donata da papa Lione nel 1515 al collegio dei canonici. Però l'effetto non corrispose al desiderio, avvegnacchè non se ne potesse ritrarre più di scudi ottomila, e il simile avvenne della croce d'argento ch'era in San Giovanni. Il Giovio e l'Ammirato si sbracciano a maladire questo atto come scelleratissimo ed empio: il Giovio fu vescovo di Nocera, l'Ammirato canonico, entrambi preti; se tali non erano, avrebbero certamente saputo che dove i cittadini mettono la vita, possono anche mettere le splendidezze non chieste e nè anche desiderate dal Dio che vietò di fare orazione nelle sinagoghe in mezzo alla moltitudine degli uomini. Non fu cotesto savio intendimento di governo, dacchè, come dissi, l'effetto non corrispose, e il modo increbbe. E sì che avrebbero potuto imitare l'esempio recente di Maria Padilla, la quale, per sovvenire ai bisogni della lega santa per le libertà spagnuole, s'impadronì, nel 1522, dei tesori della cattedrale di Toledo; questa savia donna, volendo togliere l'apparenza di empietà a simile azione, con molta accompagnatura di uomini vestiti a lutto, lacrime ostentando e dolore, si recò alla chiesa, dove, implorato prima perdono, spogliò i santi dei magnifici loro ornamenti. Cominciavano ancora i partiti a diventare più vivi, e il governo non ardiva tentare adesso quello che tempo addietro avrebbe dovuto o potuto eseguire. La fazione dei Medici, scorgendo che dalla prigione in fuori non correva altro pericolo, rialzava la testa moderata e lusingatrice; la gioventù nobile, cagione principalissima di quel mutamento, non le parendo si facesse nel nuovo stato quel conto di lei che le sembrava meritare, il governo riprendeva e attraversava. Francesco Carduccio sbagliò cammino e pagò caro l'errore; se per acquistare i beni della libertà avesse voluto adoperare la forza della tirannide, forse nè egli nè la patria perivano; preferì all'azione le pratiche; si confidò troppo nell'ingegno, che aveva prontissimo, nella facilità di persuadere e nella purità delle sue intenzioni: in somma, in tempo di passione, ebbe fede ai ragionamenti; i partiti gli si infuriarono tra le mani, derisero imperversati i suoi consigli, e quando volle costringerli col rigore, trovò il suo partito debole e l'istrumento capace adesso a generare la guerra civile, non già a percuotere qualche colpo vigoroso per cui lo stato continuasse a procedere spedito nelle sue vie. - San Giovanni ci ha dato il simbolo dello spirito rigeneratore nei rivolgimenti degli stati: ponetevelo bene nella mente; egli porta nella destra sette stelle di luce, e dalla bocca gli esce una spada acuta a due tagli. Il Carduccio, soprafatto, ebbe a scendere dal grado supremo; i suoi medesimi amici lo videro cadere indifferenti, qualcheduno anche con compiacenza, essendo proprio a questa nostra umana natura che non tutte le gioie dell'amico ci rallegrino nè tutte le sue sventure ci turbino. E qui pure io riprendo il Carduccio, avvegnadio l'uomo, finchè si mantiene privato, faccia cosa piena di dignità a confidare nella fede soltanto e nell'amore altrui, - diventato poi rappresentante del destino del popolo, deve provvedere quanto gli fu largito per amore gli sia continuato per dovere. - Gli sostituirono Rafaello Girolami, tenerissimo della libertà; degli spedienti che conducono a conseguirla in tempi procellosi imperito o aborrente; barcheggiatore per pochezza di animo, che dai codardi e dagl'inetti viene chiamata prudenza: ragione principale della incapacità sua a cotesto ufficio fu l'essere reputato da tutti capace; i partigiani dei Medici approvarono in lui l'antico famigliare di papa Clemente; i nobili come nobilissimo gli dettero favore; i moderati sperarono, aiutandolo, avrebbe procurato convenevoli accordi; anco i superlativi lo accolsero bene, perchè solo tornò dei quattro ambasciatori spediti a Cesare quando egli era a Genova, e nella relazione che fece si mostrò animoso nell'avvilire lo esercito imperiale, - finalmente perchè lo splendore del suo lignaggio induceva il popolo, quasi suo malgrado, ad avergli rispetto. Vinsero al tempo stesso per amore del Carduccio una legge per la quale il gonfaloniere cessato doveva intervenire alle pratiche ed avere voce; cosa che, somministrandogli comodo di vedere il male, non partecipava del pari potenza ad emendarlo.

Nè in campo si viveva meglio che in città; quivi peste era e fame e penuria di tutte; le paghe nulle; i soldati ridotti a campare di rapina.

Nella tenda di Filiberto principe di Orange giocavano chi a dadi, chi a scacchi, giuochi, se la tradizione ci racconta il vero, trovati da Palamede all'assedio di Troia; i più a carte come le inventò il Grignoart, per trastullo all'imbecilità di Carlo VI re di Francia, o modificate a tarocchi, scoperta non invidiabile degl'ingegni fiorentini, i quali vollero significare nei re, nel diavolo, nel papa e nelle rimanenti figure scherno o ira contro le fazioni prevalse nel governo della Repubblica: carte e figure le quali adesso non rappresentano più nulla, tranne un consumo di tempo che, attesa l'erpete morale della presente società, non può riputarsi male impiegato per la ragione che diversamente si correrebbe rischio d'impiegarlo anche peggio.

Oh! no; una parola mi è sfuggita dai labbri che l'intelletto riprova. Invano cercheresti nel mondo cosa che più del giuoco tornasse funesta agli uomini. Egli conduce seco per mano la ignoranza, la miseria, la disperazione, - più tardi il delitto. Vi rammentate il dipinto del Pussino il quale rappresenta il Tempo che suona la danza alle Ore? Così il giuoco canta in disparte un canto satanico, per cui quelle quattro furie imperversano baccanti, calpestando il cuore dell'uomo. Il giuoco compone un gioiello prezioso della corona dei principi e della tiara del papa.

Giocavano: e quivi, come nei tempi andati e successivi, avresti potuto contemplare il riso ostentato di chi perdeva la sua ultima moneta, - riso che muove a compassione e spavento; - la tristezza finta di chi vince, - tristezza ch'eccita rabbia; - poi le mani trepidanti di tutti; del perditore per passione di sapersi spogliato, del vincitore per cupidigia di rapire l'ultimo soldo; - e gli occhi riarsi di cupa fiamma nel disperato, scintillanti di vivido splendore nel favorito dalla fortuna, e gli ammicchi, e le parole brevi susurrate dentro gli orecchi, e il furtivo stringersi delle mani. - L'osservatore sarebbesi soffermato a considerare sopra ogni altro il gruppo dei personaggi seduti intorno alla tavola del principe. Ella era molto miserabile cosa vedere le facoltà del corpo ed intellettuali di questo nobile guerriero assorte intieramente in certo giuoco da fanciulli, un giuoco di dadi che consisteva nell'indovinare il tratto, se pari o dispari; eppure simile passione infuriava nell'anima di lui coll'impeto dell'uragano: - stirpe germana, di cui gli antichi maggiori secondo quello che Tacito riferisce, comunque della libertà zelantissimi, non aborrivano giocarsi armi, consorte, caval di battaglia e la stessa libertà; la memoria paterna religiosamente egli amava, e non pertanto dove gli fosse comparsa al tavoliere, avrebbe giocato anche l'anima del padre.

La fortuna camminava contraria al principe, ed egli, come caduto in furore e matto, gittava pugni di monete d'oro sopra la tavola, le quali appena percotevano il tappeto sparivano. I vincitori, seguendo l'usato costume, davano a beccare alla putta, che in favella di giuocatori significava sottrarre con bel garbo il danaro che la vittoria accumulava davanti a loro, e ripostolo in tasca, davano a intendere che poco o nulla avessero guadagnato, sicchè avveniva che perdessero tutti, e, a crederli, si sarebbe pensato il demonio, nascosto sotto il tappeto, si dilettasse operare cotesta sparizione.

«Andiamo via!» esclamò il principe con voce cavernosa uscitagli dalla gola e non modulata dai labbri; «questi sono gli ultimi scudi ch'io abbia sulla persona.»

Don Ferrante Gonzaga gli rispondeva:

«Principe, così vi veggo costantemente sfortunato al giuoco che, se il proverbio italiano non falla, vorrei consigliare ogni gentiluomo a non vi lasciare corteggiare la sua dama.»

«Pel corpo dei re Magi di Colonia! io perdo al giuoco e non vinco in amore: qui non occorrono altre donne che villane, le quali saliscono alla mia tenda passando per tutti i gradi della milizia, dal fante fino al colonnello.... Inoltre, don Ferrante, come non ho voglia d'imitare nell'arme il degno nostro avversario signore Malatesta Baglioni, così intendo non imitarlo in amore, perchè.... Sta a me, porgetemi i dadi. - Pari! tentiamo se una volta indovino.... tre e tre sei.... ho indovinato!»

«Dispari!» replicò Baracone della Nava prendendo i dadi e li traendo a sua posta; «sei e cinque, - pace.»

«Al diavolo questi dadi! - Datemene altri... Pari!» e scaraventa il principe con ira i nuovi dadi sopra la tavola, i quali, poichè alquanto ebbero ruzzolato, si fermarono e mostrarono un cinque e un quattro. Allora torse lo sguardo al cielo, come se avesse voluto in cotesto sguardo comprendere tutte le bestemmie che la umana razza proferse da Adamo in poi contro il suo Creatore.

Baracone della Nava indovinò la vicenda dei dadi e vinse gli ultimi scudi del principe. Tolto fuori di sè, come per forza del soverchio vino, Filiberto, con voce che parve piuttosto muggito che suono umano, gridò:

«Franz!»

E il valetto, per lunga dimestichezza educato a conoscere che cosa quella voce significasse, non era anche morta su i labbri che silenzioso in atto di ossequio accorse al fianco del principe.

«Franz! va nella mia stanza da letto e recami lo stipo di acciaio che vedrai sulla tavola.»

Un uomo calvo e barbuto, vestito alla foggia dei Fiorentini, fu visto a siffatto comando trasalire, farsi bianco nel volto, - e questo uomo si chiamava Baccio Valori, commessario pel papa nel campo. - Accostandosi su i piè leggiero all'orecchio del principe, gli susurrò le seguenti parole:

«Quale intendimento sarebb'egli il vostro, principe?»

«Giocarmeli, commessario.»

«Lo pensereste voi? - Io vi consegnai ieri sera quei quattromila ducati, a stento raccolti per le paghe arretrate dell'esercito...»

«Ebbene, non vado io pure creditore di arretrati! Primo mihi; voi, che siete dottore, ditemi: non significano elleno queste parole latine prima tocca a me? bisogna dunque che paghi me, - e poi verranno gli altri.»

«Oh! se fosse qui il sommo pontefice?»

«Lo avrei caro, specialmente se si presentasse vestito dei suoi abiti ponteficali, imperciocchè allora potrei giocarmi anche le sue gioie, e quasi senza rimorso, dacchè il diamante comperato da quel fero vecchio di Giulio II, che il Cellino accomodò al bottone del piviale di Clemente fu già del mio cugino Carlo il Temerario, duca di Borgogna; - un ribaldo di Svizzero glielo tolse nella giornata di Grandson, dove rimase morto della morte dei valorosi. - Messer commessario, comechè il mondo vi reputi, e veramente siate uomo savio, udite un consiglio di cui farete vostro senno: - non vi avvisate mai toccare cane che rode nè giuocatore che perde.... A me, Franz! - Vuoi tu affrettarti, Franz? che Dio ti confonda!»

Baccio Valori trasse un grandissimo sospiro e susurrò sommesso: O papa Clemente, tu hai pensato un diavolo cacciasse l'altro, ma per questa volta temo forte non ti abbiano a cascare addosso tutti due.

Fu portato lo stipo, e caso fosse od industria di giocatore, la mano del principe tante volte vi attinse danaro che alla perfino si trovò vuoto; egli però come colui che nella febbre del giuoco aveva perduto il lume degli occhi, non si accorse della perdita enorme, se non quando, cacciandovi dentro la mano, le dita strisciarono sul fondo e non poterono raccogliere che alcune rare monete; allora con grido convulso esclamò:

«Per Dio, me gli avete finiti tutti!»

E lanciò su i circostanti uno sguardo tagliente quanto il filo della mannaia: poi dopo dette in altissimo scoppio di riso, che pareva gli si dovessero rompere le vene del cuore, e con voce più impetuosa soggiunse:

«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo. - Io lo valuto dieci ducati d'oro del sole. - Come, non costa egli dieci ducati? Io intendo e voglio che costi dieci ducati. - Vorresti, morte di Dio! tribolarmi per un ducato, quando me ne hai vinto le migliaia?»

«Ma che ho io a farmi del vostro stipo, Filiberto?» rispose un giovine pallido, di capelli rossi, di sguardo falso, appellato Corrado Essio.

«Che cosa hai a fartene? Se fosse grande dieci braccia, potresti riporvi i tuoi peccati: - essendo breve, ci metterai il tuo cervello.»

«E' mi pare che possa avanzarne da metterci anche il vostro.»

«In fè di Dio hai ragione!»

«Ora via, facciamo come vi piace; - ecco i dieci ducati.»

Gittarono i dadi: il tratto tornò contrario all'Orange, il quale si morse le labbra fino a cavarne sangue, e nel tempo stesso alcune gocce di sangue furono vedute scendere di sotto la veste a bruttargli le calze, imperciocchè egli si fosse con la mano sinistra abbrancata forte la carne del petto e, sopra sè stesso sfogando la immensa sua rabbia, tacito tacito l'avesse in molto sconcia maniera lacerata.

«Io ho giocato lo stipo», riprese il capitano Essio, per cortesia e per farvi buon gioco; però non intendo privarvene, Filiberto, - anzi vi prego di tenerlo per amore mio.»

«Ahi! figlio di malvagia femmina! - lo stipo mi lasci? - Ho io forse bisogno de' tuoi stipi? Non so chi mi tenga dal rompertelo sopra la testa.»

E lo faceva, ma Giovanni Bandino lo tenne.

Giovanni Bandino se ne stette tutta la sera seduto a canto del principe; dal capo chino sul petto, dagli occhi chiusi si sarebbe creduto che dormisse, senonchè un braccio teso sopra la tavola e il pugno strettamente serrato dava a supporre l'occupasse qualche profonda meditazione. - Allo schiamazzo delle prime imprecazioni del principe alzò la testa e si pose a osservare, - segue con diligente sguardo le vicende del giuoco, e quanto più le vede tornare contrarie all'Orange, tanto più esulta: simile affetto dell'anima le sue labbra dimostrano con sorrisi brevi, sfuggiti dagli angoli estremi, - come faville suscitate dalla pietra percossa; la sua gioia lo tradiva giusto in quel punto in cui, gittate le braccia intorno alla persona dell'Orange, gl'impedì dare dello stipo in testa a Corrado Essio.

Questi, côlto il destro, fuggiva l'ira bestiale; e gli altri circostanti, prevalendosi della lotta tra il principe e il Bandino, il primo per isvincolarsi dalle braccia del secondo, il secondo per trattenerlo, si allontanarono. Quando il principe risensò, si rinvennero soli, allora Filiberto, profondamente avvilito, si lasciò cadere sopra una sedia, e la faccia nascondendo in ambe le mani, singhiozzò forte senza pianto e poi cominciò dolente:

«Cristo! ieri la mia fama era anche bella... gloriosa, - era splendida, - adesso poi chi vorrebbe la mia fama? - Fosse un mantello, lo rifiuterebbe il miserello ignudo in una notte di dicembre! - Sono diventato infame! - Domani verranno i soldati a domandarmi le paghe, ed io qual cosa risponderò loro? - Le ho giocate. - Noi abbandonammo le case lontane, parmi udirli dire, il sangue nostro vendemmo per mandare il soldo alla vecchia madre, onde avesse pane. - Ebbene, io ho giocato il sangue vostro... il pane della vostra madre... Tacete... o v'impongo silenzio facendovi stringere col capestro la gola.... Villani! ringraziate il cielo dell'onore che vi concedo di potere versare l'ignobile vostro sangue in vantaggio di Sua Maestà l'imperatore.... Ah! invano mi adopro a soffocare la coscienza cacciandole in gola il mio mantello di barone... la coscienza mi morde... m'infastidisce la vita.»

«La vostra tela non è anche ordita, o principe... fatevi animo....»

«Voi siete rimasto qui per godere della mia umiliazione... voi esultate della mia caduta... Italiano d'inferno, sgombra dalla mia presenza... va presto... va... altrimenti mi faccio micidiale del tuo sangue...»

«Io non ricusai i vostri conforti, ora abbiatevi i miei, e sappiate, principe, che io conosco una via per la quale non solo non perderete, ma accrescerete la reputazione da voi acquistata meritamente e mantenuta fin qui.»

«Davvero, Bandino? Oh! io ti saluterò angiolo mio custode, - non tanto per me, vedi, quanto per la nobile madre mia; ella morirebbe di dolore, se sospettasse un simile fatto..., ella scenderebbe nel sepolcro contristata. - Copritemi il volto del lenzuolo funerario, ond'io non veda il disdoro della mia famiglia, ella direbbe. - Or dunque parla, Bandino, ridammi la vita e più che la vita...»

«Bisogna dar l'assalto a Fiorenza.»

«E quando?»

«Tra due ore.»

«Tra due ore, Bandino?»

«Nulla manca. I Sanesi provvidero quattrocento scale per salire, i ferri e gli uomini per trucidarsi sono pronti.»

«E a che mena l'assalto?»

«O voi espugnate la città, e allora avrete danaro più che non basta a soddisfare le paghe...»

«E se, come temo, non l'occupo?»

«Vi moriranno tutti o parte i creditori; e in ogni caso saranno tanto importuni di meno.»

«Giovanni Bandino, voi mi oltraggiate.»

«Dio me ne guardi! - le azioni meglio magnifiche che il mondo ammira trassero spesso principio da più ignobili cause: - ormai ho passato il mezzo della vita, nè già mi sono giocato gli anni, come voi i fiorini di papa Clemente; - conobbi i grandi dell'età nostra; - piuttosto che eroi davvero, mi parvero giocolieri di fama - e così penso che fosse la maggior parte degli antichi...»

«Ma la notte è troppo scura, e Dio manda giù acqua a bigonce... in qual modo si distingueranno le insegne? Come si ripareranno dal fango? I capitani biasimeranno questo mio ordine come pessimo accorgimento di guerra...»

«I capitani prima di tutto obbediranno, - e qui sta il meglio; - poi risponderemo loro essere capitani di vecchio stile: quanto più disagiato il tempo, tanto più verosimile si trovi sprovveduto il nemico; il certame a luogo e a giorno fissi occorrere nella tavola rotonda soltanto, e dal re Arturo in poi aver progredito l'arte militare: ancora, se, giusta il costume di Fiorenza, hanno le milizie nemiche festeggiato il presente giorno, come vigilia di San Martino, a quest'ora dormono sepolti nel vino: la pioggia stessa e la oscurità vi danno favore; a cagione della prima, la polvere bagnata non concederà si sparino le artiglierie; a cagione di questa, quando pure le potessero sparare, non saprebbero in che punto colpire... Sapienza militare; accorgimento astuto, amore di gloria - e sopratutto necessità di rifare i denari consigliano ad assalire Fiorenza tra due ore.

«Siete pure i cervelli sottili voi altri Fiorentini! - Fra due ore l'assalto: - è detto!»

Nell'intervallo dei vari impeti della bufera, tra un rovescio e l'altro della pioggia turbinosa, per le vie di Firenze si ode una voce orribile e dolente, come quella che a pari ora della notte suole gittare nelle ombre l'infelice travagliato dal male della licantropia.

E la voce gridava:

«La città dove il savio dorme e il pazzo veglia è derelitta da Dio. - Sciagurati! Avete chiusi gli occhi sotto cortine di seta, - domani vi sveglierete sotto una corda di canapa. - Alle mura! - alle mura! - i nemici prorompono.»

Dal paragone che fanno spontanee le fibre dell'uomo a grande agio disteso nel letto tra il suo stato presente e quello del misero raggrizzito dal freddo, - battuto dalla tempesta, nasce un godimento il quale si potrebbe molto acconciamente da qualche misantropo attribuire alla malignità insita nella nostra natura. Però chiunque udiva la voce si avviluppava più stretto nelle coltri, esclamando con compiacenza:

«Io sto meglio del Pieruccio!»

All'improvviso rimbomba un colpo d'artiglieria. Il nostro cittadino balza a sedere sul letto e tende l'orecchio, timoroso di non essersi ingannato. - Un altro colpo, - Ch'è questo? - Qual nuovo caso ci minaccia adesso? - Comincia la campana dei Signori, rispondono le campane di santa Reparata, - tutti i campanili della città suonano a stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri. - Misericordia! questa è l'ultima notte della mia vita! - E il cittadino poc'anzi lieto delle tepide piume si gitta giù scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo si espone al gelato mordere dell'aria; ode un frastuono confuso di gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che valga a toglierlo dall'ansietà. Si veste in fretta, cinge la spada e, nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla pubblica via. - Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie, sperando e pregando ch'ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo al marito l'uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: «Oh! non uscire, perderai la vita.» - «Figliuoli miei» parla blando il buon cittadino, «mia dolce consorte, s'io pur rimango, il nemico espugnerà la terra, e me ucciderà con voi, - meritamente, - invendicato, perchè mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo i barbari... o in ogni caso non morirò senza vendetta... nè i vostri occhi saranno funestati dalla mia strage... Sgombratemi il passo, - tacete - e datemi l'arme.» - Tacquero - lo armarono, e quando fu partito ripresero il pianto con l'impeto del fiume che rotto l'argine straripa. Altrove la madre destò il figlio e lo spinse fuori delle domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o mariti loro. E Benedetto Varchi racconta come, occorrendo anch'egli a fare il debito suo, incontrasse presso Santa Maria delle Grazie un popolano il quale traeva a gran furia seco un figliolino, ed avendogli domandato perchè così il menasse, n'ebbe in risposta: Voglio ch'egli o scampi o muoi meco per la libertà della patria, atto e parole degne piuttosto di paragonarsi alle antiche romane che anteporsi alle miserabili nostre moderne. Le ombre della notte furono vinte da quantità inestimabile di torce e lanternoni: accesero i cittadini chi due, chi quattro lumi, sicchè vi si vedeva come se fosse stato di bel giorno. Tutte le vie che menano alle porte et là d'Arno e i quattro ponti si empirono di genti volte a difendere quel lungo tratto di mura che da porta San Nicolò si prolunga fino a Porta San Friano. La milizia fiorentina comparve subito, in punto di ogni arme, quasi per incanto. Non che mostrassero sbigottimento, era in tutti un ardore, una esultanza non altrimenti che se andassero convitati al festino. Il signor Stefano Colonna, l'Arsoli, il Bichi, con altri capitani di conto e soldati vecchi, non capivano in sè dalla meraviglia; allora cominciarono a tenere non pure possibile, ma certo quello che spacciato credevano dianzi, voglio dire la salute della terra; tanta prontezza, così grande perizia avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari. Tanto può nei petti umani il vero amore della libertà! E quinci imparino a non disperare i presenti, imperciocchè se a Dio era concesso dire: Sia luce, e luce fu: alla libertà parimente fa data potenza per ordinare, allo schiavo: Diventa eroe; - ed in quel fango prenderà ad agitarsi un'anima sorella a quella del Ferruccio, o di qual altro capitano glorioso delle passate età o delle presenti. La pioggia e il freddo non si curavano. L'artiglieria fu posta al coperto e sfolgoreggiò di fronte e dai fianchi con incredibile celerità il nemico. Con urli che andarono al cielo, l'archibuso di Malatesta dal bastione di San Giorgio spararono due volte. Non avrebbero gl'imperiali trovato così gagliardo intoppo, se fossero stati attesi. Dall'altra parte i nemici si mostrarono degni della loro fama; appoggiate le scale ai bastioni, vi salivano silenziosi e guardinghi, sperando cogliere le guardie alla sprovvista, allorchè videro una molto strana figura, angelo o demonio che si fosse, volare sopra una di quelle, e giunto in cima ai bastioni urlare con gran voce:

«All'arme! all'arme! - il nemico appoggia le scale alle mura... Pieruccio le ha salite per darvene l'avviso.»

Un orlo di fuoco manifestò il contorno delle bastite di Firenze, le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia; gl'imperiali, disperati potersi più oltre nascondere, fatto buon viso alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco! palle! città presa!»

«Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo campanile, città presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io vi mando la treggea.» - E qui, toccati i sagri con la corda accesa, lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli assalitori.

Comechè il danno che usciva da coteste scariche fosse notabile, pure a Lupo non pareva di fare frutto conforme ai suoi desiderii: in quei tempi, non conoscendosi il modo di caricare i cannoni a metraglia secondo i nostri moderni argomenti, vi ponevano dentro certi sacchetti pieni di vetri rotti, di pietra, di ferro e simili altre sostanze; onde avveniva che cotesti volumi poco tratto passassero e, di leggeri sciogliendosi, quasi morta spandessero la contenuta materia.

«Per San Giovanni Battista! stanotte abbiamo a crepare insieme», brontola Lupo percotendo forte della mano sui sagri, e prende doppia carica di polvere, poi mette la palla di pietra, dopo la palla il sacchetto delle schegge: certo, egli corre presentissimo pericolo che i sagri dirompendosi in pezzi non lacerino lui e due uomini attenti ad aiutarlo; ma veruno di loro vi bada, e caricano e scaricano, le artiglierie con tanto mirabile prestezza che Lupo alla fine, palpandole con la mano quasi in atto carezzevole, ebbe a dire:

«Hanno predicato assai; adesso bisogna rinfrescarle. - E fattasi portare una bigoncia di acqua, procurava freddarle; poi si rimise all'opera più affaccendato di prima.

Gli Orangiani, quantunque per continue perdite si vedessero scemi, non rimettevano punto dell'ostinatezza di volere espugnare la città: pareva loro, ed era troppo grande vergogna, che, vincitori in mille scontri di milizie vecchie, dovessero ora voltare le spalle dinnanzi ad una mano di uomini pur testè intenti ai fondachi e alle arti della seta e della lana; ormai non isperavano più di vincere, ma prima di ritirarsi desideravano o vendicare la morte di qualche compagno, o di alcuno bel fatto onorarsi. Per questa volta la fortuna era disposta a camminare del tutto loro contraria. Un alfiere d'incredibile ardire e di singolare prestanza si vantò tra i suoi voler porre in cotesta notte la bandiera su le mura di Firenze o morire; per esser più spedito, non tolse altra armatura che la barbuta e la rotella, già, perigliando su l'aereo cammino, perviene al margine estremo del bastione, lo tocca, e spiccato un salto, lo preme: alza il braccio per piantare la bandiera, apparecchia nei capaci visceri il grido annunziatore del vanto adempito agli amici, quando ecco giungere tempestando a quella volta Dante da Castiglione; egli, secondo l'usanza sua antica, con ambe le mani stringe la spada, e allorchè il barbaro meno se lo aspetta, acconsentendo della persona, con tale smisurata forza gli abbriva un manrovescio che gli spicca la testa dal busto e taglia parte della bandiera; la testa e la bandiera cascarono rotolando in città, il busto mutilato, con le mani prosciolte, sgorgando delle vene recise un torrente di sangue, rovinò lungo le mal salite scale; in quel punto alcuni archibusieri fanno fuoco, e la luce che n'esce rischiara l'orrendo spettacolo. L'una parte e l'altra prorompono in gridi di spavento; - un istante si posano, - quindi ritornano ad affrontarsi molto più feroci di prima.

Un altro bel colpo fece il capitano Ferruccio; questi scorrendo di su e di giù con in mano un'accètta per tenere sgombro quel tratto di muro che egli guardava, vide sporgere il capo di un cavaliere, poi le spalle, poi ambedue le braccia, e stenderle e forte abbrancare la muraglia: «Frate, troppo pronte avesti le mani», disse il Ferruccio, e giù calando l'accètta, gliele recide fino alla giuntura; traendo costui doloroso guaio, il corpo abbandonato precipita sopra il capo degli amici sorvegnenti. - Ancora uno dei nostri si strinse in lotta su l'orlo del muro con certo soldato spagnuolo: il Fiorentino s'ingegnò traboccare l'avversario fuori delle mura; per lo contrario lo Spagnuolo tenta spingere il marzocchesco giù nella città; adopra ognuno l'estremo di sua possa; non pretermisero sforzo che l'uno all'altro potesse rendere superiore; si urtarono con la fronte, si offesero co' morsi; il Fiorentino colto il destro, pone al nemico la gamba traverso, e questi, squilibrato, rovescia: però cadendo, sì forte si appiglia alla vita del nostro che entrambi in un fascio scompaiono dai muri. Il caso ordinò che lo Spagnuolo, percotendo con le spalle sul terreno, rimanesse morto; il Fiorentino, dallo sbalordimento in fuori, non rilevò altro male, sicchè mentre tuttora i compagni si addoloravano sopra la sorte di lui, lo videro ricomparire in mezzo a loro, molto raccomandandosi che, scambiatolo per nemico, non lo uccidessero. Troppo sarebbe lungo e per me e per chi legge sazievole raccontare partitamente le strane venture di guerra che in quella notte successero. Stefano Colonna con buono intendimento si pose in disparte con quattro fra le migliori compagnie della milizia, e dovunque il bisogno vedeva maggiore di aiuto, mandava una o due compagnie, le quali giungendo fresche, ributtavano ferocemente il nemico. Filiberto, sconfortato da tante morti ordinò si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco i cadaveri dei compagni, affinchè i nemici, contemplata la mattina la strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e così, come ordinava fu fatto, tornandosi tristi là donde poc'anzi con tanta audacia d'orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno a sè, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:

«Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer Bandino?»

«Parmi moltissimo.»

«E come?»

«Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno di ogni altro), perchè se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta stanotte dai legami terreni, se ne andò diritta diritta alle dimore celesti.»

«Tregua ai motteggi... noi camminiamo sul sangue.»

«Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire; in secondo luogo, più del paradiso per le allegate cagioni guadagnava l'inferno; - sopra tutti avete guadagnato voi, principe.»

«Io? tu mi deridi?»

«Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto a morte, vi ha istituito erede d'ogni sua facoltà?»

«Corrado è morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terrò il cuore afflitto fino...»

«A domani.»

«Dimmi, Italiano, in nome del tuo Dio, già non lo avresti tu ucciso nella notte... alle spalle... Italiano?»

«Gli assassini ci vengono di Spagna, messere lo principe. Corrado Essio lasciò le braccia recise sopra i bastoni di Fiorenza, - l'anima a cui di ragione, - li denari a voi.... onde potete dormire tranquillo la rimanente notte.»

«Oh! Chi sa domani con quanto biasimo riprenderanno la mia fama...?»

«Domani i soldati pagati vi leveranno a cielo.»

«Ma i morti..., Bandino..., i morti?...

«Se fanno rumore, chiamatemi, - io saprò costringerli al silenzio. Su via state di buon animo; - voi mi parete fanciullo. Ch'è che dice il Vangelo? Due passeri non si vendono eglino un quattrino? Pur nondimeno l'uno di essi non può cadere in terra senza il volere di Dio. Però concludo che i morti avevano a morire.»

«Sta bene: - anche sventura a qualche cosa è buona. Dio vi tenga in guardia, Bandino.»

Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte ove giace Firenze ed esclamò:

«Quanto mi tarda la vendetta! - Pur quando dovessi rimanermi solo ad oste contro di te, Fiorenza, o per forza o per tradimento vedrai il tuo giorno finale.»

CAPITOLO DECIMOQUARTO

IL MORTICINO DEGLI ANTINORI

Ma già distendon l'ombre orrido velo

Che di rossi vapor si sparge e tigne;

La terra, invece del notturno gelo,

Bagnan rugiade tepide e sanguigne.

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Per sì profondo orror verso le tende

Degl'inimici il fier soldan cammina.

Torquato Tasso.

Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno, si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrapite le membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; - senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.

Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando Malatesta, passano oltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta; gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.

Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele, uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli disse:

«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà del soldato...»

«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi volgere l'anima a tristizia.»

E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.

Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:

«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano ragguaglio! - Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte ordine alcuno! - Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non si avverte Malatesta Baglioni! - Magnifici Signori, sono il vostro capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste, o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»

«Messere Malatesta», riprese il Castiglione,» e' par che voi ignoriate come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»

«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»

«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. - Guardate mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»

«Chi ve l'ha data, messere?»

«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»

«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la testa....»

E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori lo lascia cadere in mezzo della sala.

«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via quella testa... toglietela via. - Cencio, chiudile gli occhi! - fa che non mi guardi; - non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! - Magnifici Signori», riprese quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia; mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»

Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:

«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»

«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»

Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria: però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un mazziere, ordinò:

«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il pavimento.»

L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:

«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: - io v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»

«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; - perchè molto più che confessore valente giova non aver peccati a confessare.»

L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante, volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:

«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori, affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare a sua posta il campo imperiale.»

«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»

«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro, chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»

«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; - ma gli altri non vi assomiglieranno.»

«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! - sappiate, signore, essere eglino molto migliori di me.»

«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai bastioni.»

«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna, ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si aspetta l'offesa.»

«Presumereste voi forse sforzare il campo?»

«Non presumo, - spero.»

«E se vi respingono?»

«Saremo pari.»

«Lasciateli stare, - a nemico che fugge ponte d'oro.»

«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò ragione; ora non fuggono, - rifanno le forze,»

Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:

«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»

«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla; - io non approvo la sortita; - non la posso approvare.»

«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; - voi non correte in siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»

«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa terra...»

«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une dei Dieci.

«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.»

«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; - «messere Baglione non sa quello sappiamo noi, - e lo muove studio di bene: - credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.» «Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il gonfaloniere e alcuni dei Signori. Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta parlando: «Signor capitano, favorite seguirmi.» Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva mostrare viltà: tenne una via di mezzo, - fece cenno a Cencio lo seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto. Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu. poi della dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così lo interrogò: «Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano Baldaccio dell'Anguillara?» «Cencio! - Cencio! - dove sei?» «Tacete; - qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: - se il vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel vostro servitore.» «E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi al suo braccio: - mi sento stanco...» «Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di Baldaccio Conte dell'Anguillara?» «Io? - Mai.» «Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra precipitato.» Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far bocca da ridere, soggiunse: «Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi forse della mia fede?» «Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio. Ora torniamo nella sala della consulta.» E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola, disse con ammirabile pacatezza: «Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?» «Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare, quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi; adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la risposta della Signoria.»

«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate per la vostra commessione.»

Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.

Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel volto verso le tempie, si tentennava la testa.

«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»

«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato al collo.»

«Tu dici vero! - la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»

«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la testa la si perde una volta sola.»

«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli pronto rispose:

«Chi mi vuole?»

«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini importantissimi a parteciparvi.»

«Parlate: - vi ascolto.»

«E' sono scritti nella lettera di commessione; - se mi accompagnate qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; - andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere; questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra; ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei termini che sul fatto ti pareranno migliori. Ex palatio florentino Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor.»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco, speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone; in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato, le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto nostro le nostre facoltà, - ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore oppresso; - farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra dell'angoscia e della caligine. - Tu sei stata recisa, come frutto immaturo, dall'albero della vita; - o stella mattutina, o figlia dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? - L'inferno stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno la sua bocca; - egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»

«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del Ferruccio.

Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada; rimasero tutti sepolti nella oscurità.

«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma scomparisce come fiamma spenta per forza.»

Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo, rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco pensoso, poi all'improvviso proruppe:

«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più felice alla umanità. - Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo; sia la tua scelta, o, com'egli dice, il deletto, di volontarii spediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»

«Mezza ora!»

«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»

«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»

«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio, che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad ira, esclamò:

«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio, possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate, Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San Friano.»

Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un sospiro dette alla sua Annalena, - un solo sospiro; poi si chiuse ben dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino di libera città minacciata dalla tirannide.

Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il braccio.

«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la cupola di Santa Maria del Fiore?»

«La vedo.»

«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»

«E i traditori?»

«Io veglio, - gli saprai più tardi.»

«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le vie di Fiorenza?»

«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè io giungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro pel campo in traccia della morte, - io la cerco come la dama dei miei pensieri, - ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, - povero Pieruccio! - Ma quando avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; - ben venga dunque la morte! - il tradimento partorisce il suo frutto; il nemico vi aspetta.»

E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate, la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad aspettare l'assalto.

I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani, pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi, urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori; era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare, il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti? Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi, e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? - lacrimati scomparvero dalla terra? - l'anima loro fu tempio della Divinità? Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli uomini, e l'alito del tempo la divorò, - lo strido dei flagellati ruppe il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.

Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce il Ferruccio con le sue compagnie; procedono serrate, disposte a difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino: procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure; qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava contro Firenze; - congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio, e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto; in lui non può capire idea di resa, - e d'altronde sarebbe folle il combattere.

«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»

I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.

«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; - adesso celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la campagna; - vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; - la voce del raccoglimento, - Patria e Libertà, Affrettatevi; - vive nel cielo un Dio pe' forti: - a me i cavalli....»

E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi; bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti li dissuase mettersi alla ventura.

Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia dei cavalli vi si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa. Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli quantunque non lo vedesse, - e Vico gli stava al fianco, - «figliuolo mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra i tuoi passi: io ti aspetto.»

Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente, corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna: all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono, quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: - adesso è mestieri tornarcene a Firenze.

Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che, quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.

Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.

Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de' nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo seguitarono colle archibusate; - ma egli animoso e leggiero, con la consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi. Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne, non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. - Ma le azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: - qualcheduno, - il poeta, - aggiunge sublime: - questo è tempo di servaggio e di cuori inariditi; - quando i genitori, meglio che di sostanze, desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice, - allora volgetevi all'oriente, - ed esultate, - però che si avvicini l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: - quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà sopra le ossa dei padri: - allora le ossa si leveranno fragorose come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale straniero: gloria al Signore!

Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì in capo a due giorni si morì. - Gloria ai valorosi!

Spunta il giorno, - ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la terra; - la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione? Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli, appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; - ora dove regnava la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia, la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo, contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; - perchè dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la lampada; - i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice? Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione - l'uccello delle remote contrade: - il cuore dello straniero palpita di magnanimo sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui, - pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè vi talenta: - voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggio con più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete, e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse. - Rimanti tristo, o cielo, - versa sempre torrenti di pioggia; noi crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: - tuona, o cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo, cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; - bello come l'Apollo del Vaticano, - forma portentosa di nume, - effigiato nel marmo.

Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale, non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.

Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi, perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri, costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che prorompeva fuori delle mura; - quasi a morte certa correva chiunque si fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una preda ormai tenuta sicura.

Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello, soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama; costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici, attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa. Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo chiamò con gran voce:

«O ladro, fàtti oltre! - O ladro, non hai le gambe, come le mani pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi fiorini!»

Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa, bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta; imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa, eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso tardi.

Invano il cavallo ricalcitra, l'ostinato cavaliere gli lacera i fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del coniglio.

Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a ricevere la morte.

Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello, un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a lui lo cuopre di fango: - ma i suoi giorni sono contati; egli procede sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.

Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da questo mondo. - E se il destriero non era più sagace del suo signore, senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte, schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello. Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa; al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo; fuga d'inferno era quella.

Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce: «Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»

Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori, per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore, accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, - egli è un fanciullo: non gli far male, in nome del tuo Cristo; - bada.... rammentati che tu pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io vi verrò prigione invece di lui...»

«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò a gridare; - da cui il combattere? - Per avventura, Antinori, da te?»

«Sì, via, - ma rendilo.»

«Io non lo tengo, per soldato, - e ne voglio per riscatto mille fiorini d'oro.»

E disparve galoppando.


Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte, ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano sceme di molti fratelli.

L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti, desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con un sospiro:

«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi.... manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»

Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia intorno al collo:

«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel Castiglione?»

L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e, svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.

Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; - possa almeno il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»

«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la collana...»

«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo.... con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»

«L'anello!»

«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello per amor mio; - ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato via l'anello...»

«L'anello, o ti taglio la mano...»

«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»

«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro, di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella tua cassa?»

«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su l'anima mia...»

«Dov'è mia madre?»

«Badate, Giovanfrancesco, - pensate ai comandamenti della legge di Dio; io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate di rispetto...»

Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con gran voce comincia:

«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi presto senza escludere nulla, - nè anche i pendenti che portate agli orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.

La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene, piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie; gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da Michelangiolo.

«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu renderti parricida? - Va... io...»

«Per Dio, arrestatevi, madre... - Io! - Qual demonio vi caccia questo pensiero nella mente? - Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete... or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri la mia anima geme per immensa amarezza. - Oh! casa Antinora decaduta, quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini d'oro!...

La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:

«Sangue superbo - e figliuol mio! tu sei la mia consolazione... Aspetta...»

Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la loro orazione, - e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento e solleva il piano dello scalino; - quivi prendendo uno scrignetto, lo porta a gran pena verso il figlio, - glielo ripone nelle mani aggiungendo:

«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò più bisogno di nulla: - quando pure la vita mi restasse a percorrere intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; - l'onore della stirpe!... Spero che basteranno; - or volgono forse cinquanta anni che non gli ho annoverati, - quanti essi sieno ignoro... ma spero che basteranno. Va... lasciami in pace... - e non farmi più così paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro a morire.»

Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare; aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli parve di sì... riprese a contare - seicento; riguarda e si conferma nella speranza; - settecento; - ottocento; - se pochi ne mancano, saprà ben egli dove trovarli; - novecento... e quell'orgoglioso Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, - e si sarebbe poi ucciso... - adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento novantanove... mille!

Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla porta principale della sala gridò:

«Messere Dante da Castiglione.»

«Ben venga il Castiglione - ben venga.»

Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:

«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: - io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, - e non è vile il mio; - l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che non tormenta egli è tormentato. - Tali angosce seminano su la nostra vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»

«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena onde trarre di prigione l'amico. La casa Antinora non ha mestieri raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo Frescobaldi. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»

«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»

«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da secoli non tocca libri di ragione commerciale.»

«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della mercatanzia nè si crede tralígnata per questo.»

«Voi, sì... ma voi...»

«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida, l'avolo dell'Alighieri, trovava già nel calare illustri cittadini: - la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre parole?»

«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, - noi gente di alto affare e baroni...»

«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra repubblica non vi assomiglino! - Noi, Morticino, c'intendiamo assai meglio sul campo.»

«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?» «Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludo -  vico Martelli...»

«Ah! Ludovico, - il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; - che fa egli del continuo tra le arche dei defunti?»

«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi.» L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene, condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano tesa gli disse:

«Voi lo ringrazierete in nome mio, - ed a voi pure gran mercè, - e al tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»

«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a stringere vento. - Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa della vostra quando la ricusaste.»

«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», - e in atto di ossequio lo accompagnava fino alla porta. - Dante all'improvviso tornando indietro:

«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate, prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»

«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»

E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto, proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.

«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto, se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata una vivanda amara, - io te la ritorno confettata di aloe... mangiala intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro io corrisponda con un buon colpo di pugnale! - O madre mia, tu oggi mi hai generato un'altra volta! - Ora tu puoi morire a bell'agio. - Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi il cuore, - splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi danari.»

Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino, udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via della gloria o le porte del bagno; - povero intelletto relegato dentro un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi sublimi destini. - Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza, e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della critica. Ritorno al soggetto.

Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:

«Messaggero! - Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è pronto.»

Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi si vedeva.

Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello domandò:

«Chi è che mi vuole?»

«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, - rendetemi il prigioniero.»

Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo soreggeva.

«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»

«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi manderò su per una corda il danaro.»

«Prima il danaro.»

«Prima il prigione.»

«Dio vi mandi la buona notte. - Andiamcene, Eustacchio...»>

«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi dopo restituito il prigione.»

«Questi mi paiono compromessi da trecconi: - di più nobil sangue e di più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»

«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»

«La corda a un punto io calerò e la scala.»

Così fu fatto: - ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. - Ah! tracolla giù di un colpo ai piedi del bastione.

«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer Lionardo è morto!»

«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.

«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi darò anche la giunta. - Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo fiorentino.»

Balenò un archibuso; - l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma senza dolore: - volle parlare, e non potendo, si morse le mani: - una striscia di fuoco gli solcò la guancia, - cotesto fuoco era una lacrima: - la ribevve; - non una stilla deve sgorgargli della immensa sua rabbia. - Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni, inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi, sarebbe certamente rimasto ucciso; - mentre vuol muovere un passo la terra gli manca sotto, e strammazza.

Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.

Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che sconsolato recitava le preghiere dei defunti.

CAPITOLO DECIMOQUINTO

ANDREA DEL SARTO

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,

Quale han patria, qual legge e quale Dio,

Tranne il guadagno?...

Edodaro Fabbri, Sofonisba.

Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe faccia, non riesce mai a conseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa lettera stampata nel giornale L'amico d'Italia (Iddio ci liberi da amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso: Or superbi, ara vili, infami sempre. - L'Alighieri sentiva della nobiltà da profondo intelletto quando cantò:

O poca nostra nobiltà di sangue,

Se glorïar di te la gente fai

Qua giù, dove l'affetto nostro langue,

Mirabil cosa non mi sarà mai:

Che là dove appetito non si torce,

Dico nel cielo, i' me ne gloriai.

Ben se' tu manto che tosto raccorce;

Sicchè se non si appon di die in die,

Lo tempo va dintorno con le force.

La lunga serie di personaggi incliti nella medesima famiglia induce maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica governativa. Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti: ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale; arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi; calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che quella dello stoico, non ha manichi; - tu non sai da qual parte afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio gabinetto; - entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamò ardue e domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito dirà: - Dio l'aiuti (modo civile che significa - caschi morto di fame)! Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà: Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla; se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra, sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante nei suoi ricordi mercantili; abbi virtù quanto basta per non andare a bastonare i pesci. Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per cento! - Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e i sacerdoti celebrano la Messa gratis; tra quanti miracoli operò Gesù Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: - la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno corti i consigli.

Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo interrogava:

«Che ve ne pare? Non è egli vero?»

Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri sopra la tavola, alzai il capo e risposi:

«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di questa città.»

E lo farò: - intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.

Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e mantelli loro. - Quegli che camminava innanzi degli altri, appena entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura delle chiome si fece conoscere per prete. - Malatesta gli accolse con un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto, come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:

«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti del tirranico governo che di presente travaglia la comune patria, si profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri servizii.»

Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini, gli domandò:

«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»

«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»

Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:

«Sta bene: - e voi altri?»

Il frate e il cannonico risposero:

«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»

«Sta bene. - Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»

«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano Colonna e del capitano Ferruccio.»

«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il ritrovo.»

«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa, e ne gemono; le sue sostanze comtemplano dilapidate, e ad ogni patto poranno argine a queste empie rapine.»

«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi proponete sovvenirci?»

«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, - che recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello.»

«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. - Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»

«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti; il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse, chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; - ora volete voi che elle piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare il paradiso...»

«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»

«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina, non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»

«E null'altro vi avanza?»

«E parvi poco?»

«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci offerite di buono?»

«Chiedete. - Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari, da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci assicurava il dominio; - e al danno aggiungendo lo scherno, egli diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. - Vendiamo i beni dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè chiunque non vorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati, ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in cose pie spendere si dovesse.» E tu potesti, senza che la terra ti si fendesse sotto i piedi...»

Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno, dicendo:

«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»

«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»

«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»

«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico fondatore...»

«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»

«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate; introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da frate, - noi appiccheremo il fuoco alla città, - noi faremo suonare nella notte tutte le campane, - noi inchioderemo le artiglierie, - mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua... »

«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il Baglioni.

«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto stupito: - «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»

Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:

«Cionnostante parlate.»

«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte Tomaso Cambi; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla mercatanzia. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie; io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,

«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di altro fregio.»

Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso, stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:

«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»

«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»

«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino, che disse:

«Non mi avranno vivo.»

E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si estingue.

Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce riflesso sopra la spada del carnefice.

Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada, sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali soprastetero alquanto a contemplare la burlevole scena.

Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato come uomo che vuole e sa morire combattendo.

E Malatesta beffardo incominciò:

«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i tuoi nemici; - fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la terra. - Uscite dalla mia presenza, codardi! - Io ho voluto conoscere la vostra mente e le vostre forze: - se non ordino che v'impicchino per la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro. Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate Rigogolo. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, - a voi non è lecito uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate, a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento; - di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»

Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì da cotesto luogo maledetto.

Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate Vittorio fremendo favellò:

«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego anche Cristo.»

«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; - non può aversene a male, - ella è roba del suo paese.»

«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori il danaro.»

«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo pagaste un ducato; - mettetelo fuori voi.»

«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»

«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare maggiore?

«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa alla gente.»

«O le lampade!»

«Tutte di rame.»

«Allora udite, - scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»

«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»

«D'oro - per cambiarmela d'ottone.»

E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il Malatesta.

Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi; si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,

«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero anche con loro pericolo al bene della patria.»

«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa mia testa è nata per alti destini.»

Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino alto.

Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da ridere, così favella al Bandino:

«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»

«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»

«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico. Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita, privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini, e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo, voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: - vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli arditi.»

«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»

«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio ne lusinga la passione.»

«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare, disprezzati potranno ben nuocere.»

«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani, quando abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera morda, le torrò i denti.»

«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»

«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi, concludiamo.»

«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in palazzo.»

«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie. Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»

«Francesco Carduccio!»

«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più oltre di lui.»

«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»

«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»

«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»

«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e, come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono: ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato, fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando mantenere salva la libertà della patria...»

«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»

«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie il fiocco del suo piviale.»

«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»

«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini commetterebbero più errori in questo mondo?»

«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»

«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe l'ingoffo...» «Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.

Cap. XIII, pag. 319.

«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando affannoso Cencio Guercio,

«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, - mettevi in salvo.»

«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più acconcio.»

«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»

«Lasciami in pace: va...»

«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera da letto...»

«Un momento, messer Carduccio,» - urlava Malatesta adesso allibito e tremante, udendo le riferite parole; - «un momento solo... la decenza desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»

E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco, gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo tutto disfatto, incominciò:

«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale; - ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi sentireste male per avventura?»

«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata, che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello antico suo stato.»

«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio, onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo benissimo e so che volgono alla repubblica. - Però temo non abbiate riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»

«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su, qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano generale?»

«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte ne concedeva loro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei cardinali...»

«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»

«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra, dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa e casamento vi si trovasse dentro compreso.»

«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono con voi.»

Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura, di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce: prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un proverbio:

«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»

E Cencio pure con un proverbio:

«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto alla panca.»

Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente, munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini, gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: - sei mio. -

I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.

«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi, incominciò l'adiposo Bartolini.

«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»

«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno: ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.

«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»

«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di questo popolo. - poveri e liberi.»

«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»

«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dar