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Luigi Galleani

Una battaglia


Indice generale

PREFAZIONE    
Per la guerra,
per la neutralità
 o per la pace?    
I    
II.    
III.    
IV.    
V.    
VI.    
VII.    
VIII.    
Più cambia e...    
Tutto il mondo... è paese    
La Repubblica di Sant'Ignazio    
Minime della Patria e della Guerra    
Contro la guerra, per la rivoluzione sociale!    
Tanto tuonò che piovve    
Figli, non tornate!    
Pan prestato, buon da rendere!    
Huitzilopochtli    
"Evviva la guerra!"    
Alla ricerca della patria    
Minime della guerra    
Tutto... e Nulla    
Contro la guerra,
contro la pace,
per la rivoluzione!    
Anatema!    
La civiltà    
La nazione    
La patria    
Senza fede!    
La pace    
Non indarno    
La guerra e la rivoluzione    
Il vespro    
Può venire, l'attendiamo di piè fermo    
Maggio di passione    
Prefazione all'opuscolo «La Voragine»    
La Voragine    
Irredentismo aulico    
Ed ora, tocca a noi    
L'ORA NOSTRA    
LA GUERRA    
PER LA RIVOLUZIONE    
LA REAZIONE    
L'AZIONE    
A la forca!    
Sicuro, ora tocca a noi, ma...    
Quante bagascie a le calcagna di Marte!    
Per S. M. il dollaro, a la riscossa!    
Nulla dies sine linea!    
Carpe Diem!    
Nulla dies sine linea    
Nulla dies sine linea    
Primo Maggio    
Tra il martello e l'incudine    
Matricolati!...    
Anticipazioni    
No, non torna!    
Vecchi, ditelo voi!    
Madri, difendeteli!    
Vi guadagneranno proprio?    
TRATTI DI CORDA    
UN CONFRONTO    
L'INUTILE COSACCHERIA    
SI PASSERÀ AD OGNI MODO    
PARLANDO CHIARO...    
Per questa volta...    
Qui incomincian, le dolenti note...    
CONSUMMATUM EST!    
CONTRO LA GUERRA, SEMPRE!    
FINISCE PER VEDER CHIARO    
SBARRATO L'ULTIMO SCAMPO
DALLE MANI FRATERNE    
LA PRIMA MIETITURA    
I MANUTENGOLI    
Mandateci in galera!    
E bazza a chi tocca!    
Eh, se governasse il buon senso...    
Vuoi tu sorridere
al guerrier che parte?    
Un santo nuovo nel Calendario Repubblicano    
Purchè non ci trovi colle mani in mano!    
Ma si contenta di poco!...    
Gli ostaggi    
Occhio, Eh!    
Su, da bravi, pagate!    
Note Sovversive    
Indulgenza plenaria    
Thanksgiving!    
Turlupineide    
Insino alla feccia!    
Batti, ma ascolta!    
Tenetevi abbottonati!    
Nemo tenetur...    
Alleati del Kaiser    
Partenza!    
Cittadino Wilson, una parola!    
“Auto-da-fè” repubblicani    
Coll'acqua alla gola!    
(Senza titolo)    
La Comune
1871-1918    
E sarà fiamma!    
Ammazza!    
Cercando una via    
I.    
La situazione.    
Cercando una via    
II.    
La borghesia.    
Note Sovversive    
Maggio scellerato    
In articulo mortis    
Viva l'anarchia!    
"...und heute geht eine neue Epoche
der Weltgeschichte aus"    
I PRIMI LAMPI    
CIASCUNO AL SUO POSTO    
DILETTANTI D'ASTROLOGIA    
LA TREGUA    
I FRUTTI DELLA TREGUA    
    


LUIGI GALLEANI

UNA BATTAGLIA

Biblioteca de l'ADUNATA DEI REFRATTARI
Ivan Aiati - Via Francesco Caracciolo, 6
 ROMA

LUIGI GALLEANI
1861-1931

PREFAZIONE

Quando, il primo agosto 1914, incominciò in Europa la prima guerra mondiale, Luigi Galleani si trovava lontano da Lynn, Mass. dove si pubblicava la Cronaca Sovversiva, il settimanale da lui fondato a Barre, Vermont, nel 1903. Alla redazione si trovava Costantino Zonchello coadiuvato da Antonio Cavallazzi, che dal sanatorio di Tewksbury, Mass. dedicava assiduamente le ultime faville della vita che gli fuggiva ad una collaborazione iniziatasi col giornale stesso e che soltanto la morte doveva interrompere l'anno seguente.
Il primo articolo dedicato alla «sanguinosa tragedia» scatenata sull'Europa e sul mondo fu un editoriale non firmato di Zonchello, pubblicato nella Cronaca del 15 agosto, dove si leggeva testualmente:

«Combattere ad oltranza la guerra: ricordare ai popoli che non sono nemici tra di loro, ma che sono due classi contrarie nel mondo, sono due nemici ben più terribili, perchè nimicizia di tutti i giorni, di tutte le ore, perchè sempre tesi, l'uno a conservare un dominio che sfugge, l'altro alla conquista d'un'esistenza meno precaria: il ricco ed il povero... Col cuore sanguinante della visione «dei fratelli macellati..., noi gridiamo: abbasso le guerre fratricide! morte ai tiranni che le provocano, le vogliono, le fanno con la pelle proletaria! viva la rivoluzione liberatrice...!».

Galleani era tenuto lontano da una delle sue frequenti escursioni di propaganda, che lo portò, per l'ultima volta, sulla costa del Pacifico; e delle sue opinioni sulla guerra si ha una prima eco in una corrispondenza da Seattle, Wash., nel numero del 19 settembre, annunciante che Galleani aveva in quella città parlato «su la guerra e il proletariato, dimostrando come la prima, per essere provocata sempre, dai ladroni dell'alta finanza e da tutta una fila d'interessi capitalistici che vanno dal fornitore di scarpe sino ai potenti fabbricatori di armi, e per essere fatta dai proletari, che quando non vi lasciano la pelle vi lasciano la maggiore e miglior parte delle loro energie e ne subiscono, soli, le conseguenze in un'aumentata miseria, non deve dal proletariato avere alcun palpito che non sia di riprovazione». «L'atteggiamento dei lavoratori di fronte alla guerra, concludeva la corrispondenza, non poteva essere altro che quello di tutti i giorni, di ieri, di domani, intensificato dalla minaccia di più avviluppanti ritorte e di più squallida miseria: ai coscienti, ai forti il compito di più attivo lavoro a non lasciarci sfuggire l'occasione se l'acuito disagio renderà le masse più propense ad ascoltarci ed a capirci e meglio disposte a seguirci».

Quella corrispondenza portava la firma «Ribelle» e certo non era del Galleani stesso, benchè risenta del suo stile, ma interpretava fedelmente, in ogni modo, il suo pensiero. Pensiero già indipendentemente espresso dalla redazione provvisoria della Cronaca e condiviso dalla totalità degli anarchici residenti negli Stati Uniti, dove le defezioni furono affatto trascurabili per numero e per valore.

Verso la fine d'ottobre, Galleani interruppe negli Stati del Centro il suo pellegrinaggio di propaganda orale e fece ritorno a Boston per riprendere la redazione del giornale dove iniziò, col numero del 7 novembre, l'esposizione delle ragioni dell'opposizione anarchica alla guerra con la serie degli articoli intitolati «Per la guerra, per la neutralità o per la pace?» l'ultimo dei quali si trova nella Cronaca del 2 gennaio 1915.

Gli otto articoli di questa serie, insieme all'articolo: «Contro la Guerra, per la rivoluzione sociale» del 3 aprile 1915, e all'articolo: «Contro la Guerra, contro la Pace, per la Rivoluzione!», del 18 marzo 1916 (i quali sono, nel presente volume, rimessi al loro posto cronologico), furono da noi pubblicati in opuscolo nel 1929, col titolo «Contro la Guerra, Contro la Pace, Per la Rivoluzione Sociale».

L'anno scorso, il compagno Ivan Aiati di Roma propose di fare una nuova, edizione di quell'opuscolo, e noi accogliendo con entusiasmo la sua proposta ricordammo una lettera che Galleani aveva mandato, nel 1925, all'amministratore dell'Adunata dei Refrattari, contenente un piano più vasto per la pubblicazione dei suoi scritti di guerra. Diceva Galleani in quella lettera:

«Ora io ho in ordine, desunti dagli anni '17 e '18, tutti gli articoli sulla guerra che farebbero pure un discreto volumetto; al quale si potrebbe dare per titolo generico: UNA BATTAGLIA, senza altro, con qualche riga di prefazione».

Pensammo che fosse opportuno riprendere quel progetto e, adottando il titolo scelto dall'autore, abbiamo compilato il presente volume, che non è certamente quello che il Galleani avrebbe dato alle stampe se le persecuzioni della dittatura fascista prima, la morte poi, sopravvenutagli a Caprigliola, in Val di Magra, il 4 novembre 1931, non glielo avessero impedito.

Il volume che presentiamo ai compagni ed al pubblico in generale contiene tutti gli scritti più importanti di Luigi, Galleani, dal principio alla fine della prima guerra mondiale, tutti quelli che, superando l'episodio puramente transitorio, trattano della guerra nei suoi molteplici aspetti di carattere permanente.

Pubblicando in Italia e per il pubblico italiano questa raccolta di articoli scritti negli Stati Uniti per lettori ivi residenti, ci siamo trovati nella necessità di aggiungere molte note nostre a quelle dell'autore, sia per tradurre le frequenti citazioni nella lingua del luogo, sia per illustrare episodi della lotta sociale ormai lontani, o per identificare personaggi che non tutti sono tenuti a conoscere. Speriamo di non avere eccessivamente abusato della pazienza del lettore.

* * *

Nell'estate del 1914, Luigi Galleani aveva 53 anni, essendo nato a Vercelli il 12 agosto 1861. Era alto, robusto, quasi calvo. Aveva spalle quadrate, occhi vivaci, barba brizzolata, voce chiara e vibrante. Era eloquente di una eloquenza quadrata ed elegante nello stesso tempo, un'eloquenza fatta di coltura vasta e di logica serrata. Agitatore per temperamento e per convinzione, innestava senza sforzo e con efficacia suggestiva l'ideale anarchico agli avvenimenti del giorno e ne faceva una cosa viva.

Il male (diabete) che doveva poi finirlo, aveva già incominciato a minare la sua fibra, ma all'occhio inesperto egli appariva ancora nel vigore delle forze.

Abitava con la famiglia — la compagna e sei figli, cinque dei quali ancora minorenni — a Vampum, presso Wrentham, Mass., a circa venticinque miglia al sud-ovest di Boston, in una povera casetta di campagna che faceva acqua da tutte le parti, e d'onde si recava a Lynn la domenica sera, o il lunedì mattina per restarvi sino all'impaginazione del giornale, il mercoledì o il giovedì.

A fin di settimana si recava spesso nei centri industriali degli stati limitrofi per tener conferenze di propaganda. L'immigrazione negli Stati Uniti era allora libera ed ogni anno vi affluivano centinaia di migliaia di emigranti italiani, fra i quali molti erano i giovani entusiasti e intelligenti suscettibili alla propaganda anarchica. Le sue conferenze erano generalmente affollate, ma, grande o piccolo che fosse il pubblico, erano invariabilmente gioielli d'esposizione e capolavori d'argomentazione.

Nella primavera del 1915 riprese il giro interrotto nell'autunno precedente, tenendo in poche settimane conferenze in quasi tutti gli stati centro-settentrionali, dall'Atlantico al Mississippi. Si allontanò dalla redazione del giornale ancora una volta nell'estate del 1916, in occasione dello sciopero dei minatori nel bacino dell'antracite, nella Pennsylvania orientale, dove fu arrestato insieme ad alcune centinaia di minatori ed a parecchi altri compagni nel settembre, poi liberato sotto cauzione di diecimila dollari.

Tenuto lontano da Lynn dalle vicende di quell'agitazione e dalla minaccia di un processo per eccitamento alla guerra civile — che, finito poco di poi lo sciopero, andò in fumo — tenne una nuova serie di conferenze arrivando sino a Detroit, Mich. Ma di là interruppe di nuovo il viaggio sul finir dell'anno, fece ritorno nel Massachusetts e non lasciò più la redazione del giornale.

* * *

Le agitazioni operaie frequenti vaste e spesse volte tumultuarie, da una parte; le repressioni, le provocazioni brutali dall'altra, erano andate inasprendo i conflitti sociali negli Stati Uniti. Le sobillazioni guerriere della plutocrazia inebbriata dai facili guadagni, evidenti già al principio del 1916, li rendevano più acuti e più violenti. Le autorità pubbliche e le gendarmerie private delle grandi corporazioni industriali non conoscevano limiti costituzionali, nè freno di scrupoli alla loro opera di repressione. Dal basso, dalla moltitudine anonima delle vittime, si rispondeva non di rado con la dinamite.

Gli arresti erano frequenti, le agitazioni in favore delle vittime politiche permanenti. La Cronaca Sovversiva ne teneva informati i suoi lettori con una rubrica speciale, originata in quei tempi, dal titolo «Cronache del Sant'Uffizio Repubblicano». In seguito all'attentato di John Crones, a Chicago, e all'attentato contro la parata militarista di San Francisco, la caccia agli anarchici fu all'ordine del giorno. Non passava settimana che non vi fossero retate. Gli atti di rivolta, individuali o collettivi, erano frequenti. E sin da allora, un anno prima dell'intervento degli Stati Uniti nella guerra, incominciarono le soppressioni dei giornali anarchici, soppressioni che finirono poi per colpire pubblicazioni d'ogni sfumatura d'opposizione o di critica all'opera del governo, sebbene il Congresso stesso si fosse sempre rifiutato a consentire la minima sospensione delle garanzie costituzionali in materia di libertà di parola e di stampa.

La posizione assunta dalla Cronaca Sovversiva fin dal principio della guerra era troppo chiara ed esplicita per ammettere transazioni. E non era Galleani uomo da menomare in qualsiasi modo l'integrità del proprio pensiero per eluderne le conseguenze. Sapeva, d'altronde, che contro la guerra erano, in fondo, i sentimenti del popolo lavoratore, del popolo americano come di tutti gli altri; le convinzioni consapevoli degli anarchici di tutte le lingue; e il proposito risoluto di una tutt'altro che trascurabile minoranza militante decisa a difendere, per sè e per tutti, con ogni mezzo, le ragioni e i diritti della rivoluzione sociale.

La battaglia era ingaggiata, e non era più soltanto un dibattito di opinioni teoriche, ma una lotta decisiva in difesa della concreta libertà di esistere come minoranza, come giornale, come militanti convinti delle proprie idee e della necessità di diffonderle, consapevoli del proprio diritto costituzionale ed umano di esprimerle, decisi a non rinunciarvi davanti alla prepotenza e alla minaccia della sbirraglia al servizio di un branco di pirati e di politicanti corrotti, quali che avessero ad esserne le rappresaglie.

E le rappresaglie non tardarono. La maggior parte dei compagni aveva rifiutato di registrarsi il 5 giugno 1917 — giorno fissato per il censimento dei giovani dai venti ai trent'anni di età, in vista delle leve militari —; e ciò facendo si erano esposti all'arresto, alla condanna per un massimo di un anno di reclusione seguita dalla registrazione d'ufficio, poi alla deportazione al loro paese d'origine, ove fossero alieni non naturalizzati.

Gli uffici della Cronaca, già soggetti alle sorveglianze meno discrete ed alle visite più che sospette, furono invasi il 29 maggio da tre agenti federali accompagnati da un poliziotto locale, i quali invitarono Galleani a seguirlo a Boston dove l'Attorney federale, George H. Anderson, voleva parlargli. L'Avvocato Anderson, una mosca bianca nello sciame dei magistrati servili, rifiutò di incriminare il Galleani per l'articolo «Matricolati!», e lo rimandò al lavoro e alla famiglia. Ma il 14 giugno seguente gli agenti del governo federale tornarono ed arrestarono Giovanni Eramo, il tipografo; nel fondo della notte invasero la casa di Galleani, a Vampum, lo strapparono dalle braccia della compagna e dei figli e lo portarono in prigione. L'indomani, la tipografia, gli uffici della redazione e quelli dell'amministrazione furono messi a soqquadro da una perquisizione tanto vandalica quanto inutile, perchè lo schedario degli indirizzi era già stato messo in salvo. Eramo e Galleani furono incriminati per oltraggio al Presidente degli S. U. e per cospirazione ai danni della registrazione militare, per aver scritto, l'uno, stampato, l'altro, l'articolo «Matricolati!». Furono liberati alcuni giorni dopo sotto il vincolo d'una cauzione di diecimila dollari per ciascuno, in attesa del processo, che si svolse presso il tribunale federale di Boston il 28 febbraio 1918, e si concluse con la condanna di Galleani a trecento e di Eramo a cento dollari di multa.

Contemporaneamente all'arresto del redattore e del tipografo per l'articolo «Matricolati!», il Postmaster di Lynnn fece sapere che non avrebbe più accettata la Cronaca Sovversiva per la spedizione, attraverso le poste degli Stati Uniti, in base alla tariffa consueta di «seconda classe». Fu quindi necessario ricorrere ad altri mezzi di trasporto per fare arrivare a destinazione le copie del giornale, che continuava, naturalmente, le sue regolari pubblicazioni. E per alcuni mesi le copie che non venivano spedite con l'affrancatura ordinaria degli stampati, per mezzo della posta, furono accettate da private agenzie di Express.

Ma un bel giorno anche queste rifiutarono i pacchi, ed allora fu necessario ricorrere ad una varietà di stratagemmi per fare arrivare a destinazione il giornale. Il compagno Tugardo Montanari di Framingham, Mass., poi deportato in Italia insieme al Galleani, possedendo una motocicletta la caricava il sabato mattina, faceva il circuito dei maggiori centri degli Stati del New England, fino a New York, e tornava la domenica sera per riprendere il suo lavoro il lunedì mattina.

Sempre restio a fare una legge che esplicitamente sopprimesse la libertà di stampa, il Congresso aveva passato, l'8 ottobre 1917, una legge che faceva obbligo ai giornali di lingua non inglese di presentare, al direttore dell'ufficio postale del luogo di sua pubblicazione, la traduzione fedele d'ogni suo articolo che trattasse della guerra. Ciò offriva al servizio postale la possibilità di condurre attraverso il paese una vera e propria opera di polizia, seguendo i giornali segnalati come sovversivi alla loro destinazione e scagliando poi gli agenti del servizio politico e quelli del Commissariato dell'Immigrazione all'inseguimento dei destinatari. E dall'inseguimento nessuno si salvava.

«Gli agenti federali» — pubblicava la Cronaca nel suo numero del 3 novembre 1917 — «sono alla campagna per una nuova battuta: contro i distributori e gli spedizionieri della Cronaca intendono «accanire tutti i loro istinti di segugi e l'intuito mirabolante che alle cantonate li spinge della testa contro gli spigoli. A Rochester, N. Y., a. Detroit, Mich., a Latrobe, Pa., a Waltham, a. Lynn, Mass., vogliono scovare i distributori e stabilire le relazioni tra i lettori ed icompilatori della Cronaca. Nella loro acuta investigazione rompono le scatole alle donne, cercano nei bambini i delatori dei padri e ne vengon fuori sempre ammaccati».

Non proprio sempre. Qualche centinaio di militanti venne arrestato e tenuto in prigione con un pretesto o con un altro, liberato, quando non c'era alcun pretesto, sotto cauzione in vista della deportazione. Questi erano, in fondo, i soli che potessero ancora apertamente ricevere e leggere il giornale. Degli altri, i timidi, cercavano di farsi dimenticare; i forti e i risoluti si davano alla clandestinità per continuare la lotta in forme e con mezzi diversi.

Con la presentazione del progetto di legge — che divenne poi l'Immigration Act of October 16, 1918, — che ordina la deportazione di chiunque si occupi di propaganda anarchica, si presentò ai compagni ed al Galleani il problema di sospendere la pubblicazione legale della Cronaca — rimasta ormai il solo giornale anarchico in piedi — per continuare la propaganda per mezzo di fogli clandestini.

Questa soluzione fu precipitata dalla defezione del tipografo e da un'ultima vandalica invasione poliziesca della tipografia, dopo la pubblicazione dell'ultimo numero della Cronaca, che porta la data del 18 luglio 1918.

Durante i mesi che seguirono, furono infatti pubblicati, per opera dei compagni di lingua italiana, diversi giornali clandestini intitolati: Cronache Rosse, L'Anarchia, Il Diritto; e della stessa Cronaca Sovversiva furono pubblicati clandestinamente due numeri, nel marzo e nel maggio del 1919 rispettivamente, redatti dal Galleani.

* * *

La storia del movimento antibellico in generale, del movimento anarchico in particolare, durante quegli anni, non è stata scritta ancora all'infuori dei rapporti della complessa polizia della grande repubblica e dei giornali d'informazione, che sono in generale quanto di più servile possa immaginarsi. Non può essere scritta in una prefazione.

Furono anni di lotta spietata, in cui gli anarchici tennero il loro posto con fermezza dignitosa ed operosa. con abnegazione assoluta. Le pagine che seguono, scritte da Luigi Galleani nel calore della battaglia, ne dicono le ragioni e delineano i modi come fu combattuta.

Coloro che governano non perdonano mai a chi osa mettere l'integrità della propria coscienza e la rivendicazione del diritto di tutti attraverso i disegni della loro arroganza e delle loro cupidigie. La temerità di anarchici — stranieri per giunta — i quali avevano osato sfidare la maestà dello stato smascherando le frodi perpetrate dai suoi magistrati nell'interesse della plutocrazia onnipotente, fu inseguita e repressa col furore bestiale delle inquisizioni settarie. Quanti non riuscirono o non vollero dileguarsi nella clandestinità furono imprigionati, deportati e massacrati. Il compagno Clair, strozzato in una sentina di polizia, a Seattle, Wash., Pietro Marucco, «morto» in alto mare sul piroscafo che lo deportava in Italia, nel marzo del 1919; Andrea Salsedo, assassinato a New York il 3 maggio 1920 in una prigione segreta della polizia politica; Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti uccisi sulla sedia elettrica di Charlestown, Mass. il 23 agosto 1927, non ebbero altra colpa che di essere anarchici e di avere avversata la guerra.

Le pratiche dell'Ufficio d'Immigrazione per la deportazione di Galleani erano incominciate fin dal 3 giugno 1917, giorno in cui insieme a Giovanni Eramo, era stato sottoposto ad un primo interrogatorio degli agenti del Commissariato di Boston. «Il Commissario Molossi di polizia italiana, addetto al Consolato Generale di New York» riferiva la Cronaca del 14 luglio — «ha fornito di ogni più minuta informazione il Commissariato Federale che in confronto dei due imputati, e particolarmente del Galleani, ha proceduto ad uno scrupoloso esame d'ogni giornata, d'ogni tappa, d'ogni traversia della loro esistenza».

Evaso dal domicilio coatto di Pantelleria nel 1899, Galleani era già stato richiesto dal governo italiano all'Egitto, dove aveva fatto la sua prima tappa, il quale gliene rifiutò l'estradizione. Ora, il governo della grande repubblica democratica s'apprestava a fare quel che il governo egiziano aveva rifiutato; e gli sbirri della monarchia fiutavano impazienti la preda. Galleani fu, infatti, arrestato al suo arrivo a Genova, nel luglio del 1919, ma la minaccia dei Lavoratori del Mare, di sbarcare tutti gli equipaggi che si trovavano in porto, persuase il governo di Nitti ad ordinare la sua liberazione nelle ventiquattro ore.

C'era nelle autorità americane, sprezzanti del diritto d'asilo pei profughi politici, la migliore intenzione di rimandar Galleani al domicilio coatto di Pantelleria, sin dal giugno 1917; ma non c'era allora, un'esplicita disposizione di legge che autorizzasse la deportazione degli anarchici in quanto tali; poi c'era la guerra, e coll'incendio che divampava in Russia qualcuno deve aver pensato che non fosse prudente mandare in Europa un anarchico giudicato pericoloso nell'America puritana e bigotta.

Comunque sia, Galleani ed Eramo furono liberati sotto cauzione di mille dollari per un periodo di sei mesi e sotto la sorveglianza delle autorità preposte all'immigrazione.

Di rinvio in rinvio, tra le vessazioni, i fermi e gli interrogatori, si arrivò al principio del 1919, quando pel tramite dell'avvocato Pettine di Providence, R. I., che patrocinava la causa dei deportandi, il giudice Aldridge del tribunale federale di Boston, offerse un compromesso per cui il decreto di deportazione sarebbe stato cancellato siccome riferiva il secondo numero clandestino della Cronaca (Washington, D. C., Maggio 1919): «se gli imputati se ne vanno in Europa di loro spontanea volontà ed a loro spese, coll'obbligo tuttavia di avvertire dieci giorni prima della partenza le autorità federali, e del luogo d'imbarco, e del piroscafo su cui vogliono fare la traversata, e del porto di destinazione».

«I compagni nostri — continuava, la Cronaca — il compagno Galleani quanto meno ha ringraziato dei suoi buoni uffici l'avvocato Pettine, ma ha senza un indugio respinto la proposta del giudice Aldridge.

«La libertà, conchiudeva il Galleani, si contende i sopraffattori ad ogni modo e con varia fortuna, si conquista o si prende, ma anche nell'ipotesi meno fortunata si serbano la speranza, il proposito, 'energia di riafferrarla al primo incontro.

«Ma non si baratta mai con la polizia. Un qualsiasi compromesso coi manigoldi suoi, non soltanto ci inabiliterebbe ad ogni protesta, ad ogni conquista ulteriore, ma sancirebbe di una plenaria indulgenza le vigliaccherie, gli arbitrii, le bestiali persecuzioni di cui gronda la turpe democrazia Wilsoniana; un evangelismo di cui non siamo capaci e di cui essa è indegna.

«Non ci volete più qui?

«E mandateci in Siberia, all'inferno che non sono peggio della grande repubblica, che non ricorderemo se non per maledirla, alla quale non torneremo che il giorno in cui occorrerà una mano spregiudicata ed una volontà inesorabile di sovvertirla, di mandarla a gambe all'aria.

«E nei criteri e nei propositi sovra espressi non è dissidio tra i candidati alla deportazione».

L'ordine di partenza non tardò. Il 18 giugno 1919, terminata appena un'ultima escursione di propaganda orale, che l'aveva portato fin sulle rive del Mississippi, Luigi Galleani fu strappato all'affetto della famiglia e dei compagni; all'amore della compagna, che per oltre vent'anni aveva condivise le angustie e le vicende della sua vita di «Cavaliere Errante dell'Anarchia», dei figli che adorava e non avrebbe più veduti, per costituirsi al Commissariato dell'Immigrazione di Boston, per essere deportato in Italia donde mancava dal 1892.

La partenza avvenne dal porto di New York, sul piroscafo «Duca degli Abruzzi» dove, insieme a Luigi Galleani, furono imbarcati, il 24 giugno 1919, altri otto compagni e collaboratori suoi, fra i quali Irma e Giobbe Sanchini, che dovettero portare con sè i loro due bambini nati in America e perciò cittadini «liberi» della Grande Repubblica di Jefferson, di Lincoln e... di Wilson.

GLI EDITORI

UNA BATTAGLIA

Per la guerra,
per la neutralità
o per la pace?

I

Per la guerra, intanto, no.

Per nessuna guerra, dovunque e comunque sia accesa od abbia ad accendersi.

L'avversione di ieri — in cui si comunicava tutti quanti, almeno da questo lato della barricata, ed in cui irriducibili, non persistono, oggi che gli anarchici — emersa lentamente, dolorosamente, dal mezzo secolo di disinganni che di scherni, di fame, di catene ripagò il sacrifizio della generazione eroica da cui, l'unità, l'indipendenza della patria erano state edificate; temprata alla critica che dal disinganno erompeva acerba ed inesorata a ricercarne le cause desolanti, si è fatta più tenace, irremovibile oggi che alle guerre, a tutte le guerre, comunque mascherate, viene a mancare il contenuto ideale che agili assertori, ai confessori, agli araldi, ed ai soldati dell'idea e della causa nazionale dava la generosa nostalgia dell'olocausto, la tenacia che non abdicava dinnanzi al boia, al tradimento, a la sventura e a Mantova, a Brescia, a Novara, ad Aspromonte, a Mentana trovava nella sciagura la ragione dell'unanime consenso solidale e dei rinnovati ardimenti vittoriosi.

La guerra non è più oggi che un'operazione di borsa, un affare, su cui avvolgimenti torbidi le faci della civiltà, i labari del progresso, gli orgogli nazionali, si rovesciano a nascondere la frode inconfessabile e svergognata, a mietere pel sacco, per la taglia, per la fortuna dei grandi ladri il necessario tributo d'energia e di sangue che il proletariato soltanto può dare e, pur docile, pur tardo, non darebbe altrimenti coll'ardore l'abnegazione, l'impeto cieco che del successo sono condizione essenziale.

* * *

Aneliti civili, intolleranza di tirannidi straniere, fremiti di nazionale risurrezione le guerre che insanguinano il vecchio ed il nuovo mondo da vent'anni? la guerra della Cina al Giappone nel 1895; la guerra degli Stati Uniti contro la Spagna, nel 1898; dell'Inghilterra contro i Boeri nel 1899; dell'Europa coalizzata contro l'Impero Cinese nel 1900; del Giappone contro la Russia nel 1901; dell'Italia contro la Turchia nel 1911; degli Stati Balcanici l'anno scorso; ora quella che divampa nel vecchio continente?

Quando dagli organizzatori stessi delle paradossali carneficine si concede, — ed è, del resto, anche ai meno sagaci confermato dall'esperienza immediata — che esca delle competizioni era il monopolio dei mercati industriali finanziarii commerciali della Corea, della Manciuria, della Cina, di Cuba, del Transvaal, o l'accaparramento delle Sirti alle rapaci speculazioni del Banco di Roma?1 Quando la presunzione dell'Inghilterra, della Francia, del Belgio, della Germania, dell'America a portare oltre i propri confini altra civiltà che non sia d'estorsioni, di sfruttamento, di corruzione, affoga, nei Campi di Concentramento del Transvaal come nel Congo, negli orrori repubblicani del Tonkino o del Madagascar come nell'inquisizione puritana delle Filippine, od assume nei riguardi della Russia autocratica e dell'Italia pellagrosa ed analfabeta il senso di una atroce ironia impudica?

Arrembaggi di pirati, furor di sciacalli, rovello di borsaiuoli infuriati all'usura, di bottegai, di preti, di fornitori, di biscazzieri ansanti il dividendo la decima i subiti guadagni, le guerre d'oggi, del domani, le guerre d'ogni nazione e d'ogni stirpe, d'ogni terra e d'ogni continente.

I dividendi, le usure, le decime si tagliano soltanto sul groppone di Giobbe, che egli sia bianco o nero o giallo, che egli sia nato sotto la croce, la mezzaluna, il tricolore, che egli sia tenuto alla lassa del padrone da Cecco Beppe o da Guglielmone, da Gennariello da Wilson o da Poincaré.

E porre a Giobbe l'alternativa di essere pro o contro la guerra parrebbe ozioso senza i sofismi che scendono dai pergami e dalle tribune più diverse, maramaldi o ingenui, a truffarne la buona fede, a scuoterne l'inerzia fatta di diffidenza assai più che d'ignavia, a sconvolgerne gli animi semplici ed i giudizi sinceri.

Quanti i sofismi! Quanti, a scusare le dedizioni fragili, a nascondere le defezioni sfacciate!

* * *

Lasciamo da banda i cialtroni che mutano coscienza secondo che mutano padrone, e la fede, gli ideali, gli entusiasmi attingono alla greppia e misurano alla biada. Insurrezionalisti, antipatriotti, antirazzisti fino a rassegnarsi al leggendario bastone tedesco nell'eventualità cervellotica dell'invasione straniera, ieri, — quando a colmar la ciotola della sbobba quotidiana leccavano il deretano ai «compagni» — sono nazionalisti, patriottardi, guerrafondai oggi che il nazionalismo borsaiolo della patria li ha assunti a sparafucili della banda, appresta lo strame alla loro vanità cianciona, e compensa della pagnotta tricolore le pedate che di mezzo a noi ha vendemmiato il loro girellismo equivoco e mercantile. Lanzichenecchi di chi li paga, barattano il pane colla menzogna consapevole e col vituperio professionale, troppo stranieri a qualsiasi brivido di sentimento perchè i loro lazzi sguaiati, le loro capriole inveroconde, i loro spudorati voltafaccia possano muovere più che a compassione od a schifo, perchè possa aver peso in un dibattito sincero il loro mercenario camaleontismo, la loro disperata latitanza intellettuale e morale, anche se posino a filosofi ed a censori.

La gente passa e tura le narici: anche noi.

Fosse tutto lì il dissenso, che nessuno se ne sarebbe accorto!

* * *

Ma la guerra è stata prima ed avanti ogni cosa la liquidazione repentina e definitiva del socialismo militante. I grandi industriali della Westfalia, della Sassonia, della Slesia nella guerra mortale agli industriali di Birmingham, di Glasgow e di Manchester — chè nell'aspra competizione delle due industrie antagonistiche è la ragione fondamentale dell'aspro conflitto europeo — non sognavano certo di avere alleati nella guerra mortale i rappresentanti parlamentari del proletariato tedesco, nè Guglielmo d'Hohenzollern d'avere stretto al suo fianco, più fida e più devota dei suoi Usseri della Guardia, la centuria dei deputati socialisti al Reichstag.

Neppure l'ombra d'un contrasto, neanche il più pallido tentativo d'opposizione: Deutschland ueber alles! La grande patria tedesca sopratutto; mentre dall'altra parte della frontiera l'estrema socialista che il 7 luglio osava ancora opporsi alla Camera all'approvazione dei quattrocento mila franchi bilanciati per la visita del Poincaré a Pietroburgo, non trova più un uomo a ricordarsi dell'internazionalismo socialista, a ricordarsi, nell'imminenza della guerra, dei truculenti discorsi e degli eretici ordini del giorno acclamanti alla riunione del Segretariato del Partito Socialista Internazionale a Bruxelles la settimana innanzi.

Neanche uno, neanche Hervé.

L'uomo che aveva abbandonato sul letamaio la patria di lor signori gridando sotto il serenar della bonaccia che il proletariato francese avrebbe risposto coll'insurrezione alla dichiarazione di guerra, inscriveva fra i doveri sociali, al primo lampeggiar de l'uragano quello di rassicurare il governo «che non si sarebbe fatto lo «sciopero generale contro la guerra minacciata, che non si sarebbe fatto lo sciopero generale insurrezionale a guerra dichiarata.

«Che i socialisti, i sindacalisti, i libertarii avrebbero marciato come un sol uomo alla frontiera dando ai nazionalisti l'esempio del coraggio e della disciplina, confidando alla sollecitudine della Repubblica la cura delle donne e dei bambini»2.

Un sagace rimpasto ministeriale ha sbaragliato ogni più lontana minaccia di opposizione. Il 26 agosto Viviani ricompose il suo ministero, chiamandovi i rappresentanti delle diverse gradazioni del socialismo radicale ed unificato: Jules Guesde, Marcel Sembat, Bienvenu Martin, Gaston Thompson, Alexandre Millerand, Aristide Briand, Victor Augagneur, ecc. Per una parte si ammutoliva la opposizione togliendone in ostaggio al governo i caporioni meno docili, si addossava per l'altra al partito socialista, la responsabilità della guerra e delle sue sorti cui sono così strettamente legati i destini, le fortune della Banca di Francia, del Creuzot, della Chatillon Commentry, del Crédit Lyonnais, della grande finanza e della grande industria francese.

Se la borghesia non è stata mai così arruffianata, non poteva essere nè più obliqua nè più stupida l'opposizione socialista; bisogna convenirne.

In Inghilterra il socialismo era nei ranghi, dispersa e sana la sola voce dissenziente, quella di Keir Hardie, come in Francia, vox clamantis in deserto, presto soffocata dall'insano urlo delle folle: a Berlino! a Berlino! non vibrava che la voce di protesta solitaria di qualche giornale anarchico.

Nel Belgio il socialismo era alla frontiera, per la patria, in armi e bagagli.

In Italia machiavelleggia.

La parte minore che, su la via di Damasco, ripete da anni, ad ogni crisi, i suoi omaggi alla classe dominante nel suo simbolo più augusto, è per la guerra, per la conquista di Trento e di Trieste, per l'annessione dell'Albania, per la rivendicazione di Tunisi, di Malta, della Corsica, del Nizzardo, dei quattro quinti d'Europa; la parte maggiore è per la guerra pure. Non è chi non veda che nella neutralità imposta al governo sia soltanto un alibi sagace. I trattati dinastici hanno legato le sorti politiche del popolo italiano a quelle dei governi centrali, contro la tradizione, contro la storia, contro le proteste vive d'un angoscioso passato storico recentissimo, sulla implicita rinunzia all'integrazione dell'unità nazionale; e la politica socialista è contro l'Austria contro la Germania, ribelle agli impegni dal governo assunti colla triplice alleanza. Ma è chiaro che sarebbe col governo per la guerra contro l'Austria, per la redenzione italiana dell'Istria e del Trentino; non contro la guerra in sè e per sè, non contro la guerra che, riconfondendo in nome della patria o della stirpe gli interessi irreconciliabili del capitalismo e del proletariato, oblitera nega investe e perverte tutta la critica, l'anima, l'azione, la ragione stessa d'essere, della aspirazione socialista e dell'emancipazione proletaria.

* * *

Non siamo qui di fronte al solito caso d'aberrazione o di corruzione individuale: siamo di fronte al fallimento di un metodo.

Il socialismo ha la sua ragione d'essere nel fatto economico dell'irriducibilità dell'antagonismo fra gl'interessi proletarii e gli interessi borghesi; è movimento di lotta e di redenzione di classe, e se questa redenzione è subordinata alla distruzione del monopolio economico e del privilegio politico della borghesia, non occorre spendere parola a dimostrare che il movimento socialista sarà movimento rivoluzionario non soltanto perchè è rivoluzionaria la sua aspirazione remota, ma perchè rivoluzionaria di tutte le irreconciliabilità quotidiane dovrà essere necessariamente l'opera sua di ogni ora d'ogni giorno. Un socialismo che, nell'attesa remota della espropriazione della borghesia, con questa s'intenda a sbarcare il meno peggio il lunario, e stabilisca, su le basi di compromessi assidui nel Comune, nella Provincia, nel Parlamento, sui mercati più ardui della mano d'opera, una cooperazione qualsiasi in vista della conservazione delle sparute libertà fino ad oggi conquistate, e dell'ordine sociale, sia pur provvisorio, in cui maturi la graduale elevazione intellettuale e morale del proletariato, è movimento socialista che si riassorbe senza pensarlo, senz'accorgersene, senza volerlo; nella vecchia democrazia contro cui era insorto protesta e reazione. È il movimento socialista che, dopo il lampeggiante e perseguitato periodo delle origini, è venuto, traverso la cooperazione riconciliandosi col capitale, traverso il parlamento riconciliandosi con lo stato, traverso le riserve mentali riconciliandosi colla chiesa, disarmando i sospetti di tutti gli istituti dell'ordine ed abilitandosi, traverso la rinunzia, a prendere nel governo della cosa pubblica la successione politica che i vecchi partiti minacciano, essi, di compromettere e di sovvertire col loro immobilismo assurdo ed ostinato. Eccitate, esasperate quest'azione colla lusinga d'una conveniente partecipazione nell'azienda governativa, coll'esca delle maggiori influenze che vi si connettono, e l'involuzione sarà precipitata dalla preoccupazione delle responsabilità del domani.

Come meravigliarci se, giunta alle soglie del potere, questa gente che per trent'anni ha speso intelligenza, studio, parola, tenacie a persuaderci che i nostri interessi non erano gli interessi dei nostri padroni; che erano altri, diversi, opposti, irreconciliabili cogli interessi dei nostri padroni; che essi non potevano avvantaggiarsi, trionfare, se non sullo sbaraglio della classe padronale, perchè non v'è margine, terreno neutro su cui possa stringersi un'alleanza, venire ad un compromesso; e ci ha inspirato il sospetto, innestata la sfiducia, imposto il divorzio da ogni partito politico cui si doveva opporre la classe assisa sull'identità degli interessi economici, cinta di una solidarietà, di una forza cui nessuna forza avrebbe potuto resistere — sia venuta poi di ruzzolone in ruzzolone a dirci che nel nome della stirpe o della civiltà o della patria quegli interessi si potevano, si dovevano anzi conciliare e confondere: che nel nome della nazione o della civiltà o della patria i padroni, gli sfruttatori, coloro che campano del nostro sudore e grandeggiano sulla nostra servitù, potevano anche, se nati di qua dall'Isonzo o dal Brenner, essere fratelli nostri; e che i miserabili, anche i miserabili della nostra stessa miseria, della nostra stessa abbiezione, potevano essere nostri nemici a dispetto della identità del destino e della solidarietà degli interessi, se fossero nati, se fossero accampati di là dal Quarnero, perchè di là, pur dolente come noi, la progenie di servi ha altra bandiera, altro re. Ed è l'Austria di Francesco Giuseppe d'Ausburgo, mentre noi, noi siamo l'Italia di Vittorio Emanuele di Savoia. E che è triste, è miserando, ma dobbiamo, noi vilipesi, noi sfruttati, noi straccioni che non ci siamo visti mai, che ci siamo sentiti fratelli anche ignorandoci, avventarci gli uni sugli altri, sgozzarci senza pietà nè misericordia se tra Gennariello e Cecco Beppe lampeggia un contrasto, se tra i padroni di là che per gli edificatori della loro fortuna non ebbero mai che disprezzo, galera, pedate nel ventre, e quelli di qua, che nella nostra pelle si sono tagliata l'onnipotenza e la boria, s'accende la più stupida querela di rigattieri.

Il proletariato assunto alle eucaristie dell'Internazionale per un'ora, cittadino per un'ora della patria universale, riprecipita tra i gretti confini della gente, si riconcilia col suo aguzzino millenario, ne veste la livrea, ne cinge le armi e le insegne, ne debella cantando i nemici, lieto di dare la vita sua, il pane dei suoi pel trionfo della gente, de la patria, della civiltà, senza ricordarsi neppure che delle tre matrigne adunche è il bastardo tre volte ripudiato. Ci ha abituati all'Eliseo ed al Quirinale, il socialismo ben pensante; l'abbiam visto bisbigliare desolato il miserere ai funerali di Umberto di Savoia e del Cardinale Bonomelli; ci ha smaliziato a Châlons ed a Draveil nelle socialiste stragi dei senza pane3 possiamo ben vederlo assunto con Millerand alla suprema magistratura della guerra, anelante con Bissolati, con Turati, con Ferri, coi diversi Corridoni mocciosi — riconciliato nel gran nome della patria, — a Trento a Trieste, all'organizzato sterminio dei miserabili di qua e di là della frontiera.

Nel nome della Patria e della civiltà...

II.

Si capisce che, accantonate nel sofisma della civiltà, le ragioni della guerra non potevano interessare il proletariato.

Dove l'hanno mai incontrata la civiltà, i paria? Donde e quando ha lasciato essa cadere su le loro pallide fronti riarse le rugiade e le speranze de la risurrezione?

Così non comunicano i servi negli entusiasmi di lor signori anche se subiscano, ancora una volta, disperati incerti diserti la violenza d'un destino contro cui non hanno la necessaria forza concorde di insorgere.

È di accademici, di dottrinari, di politicanti la cagnara. Scroscia dalle chiese, dai concilii, dagli aeropaghi consacrati della scienza, della letteratura, dell'arte, la protesta contro la barbarie guerriera delle stirpi; e poichè cieca, ottusa bestiale essa si attenda con ogni duce a l'ombra di ogni bandiera, con Lord Kitchener consacrato cavaliere nelle stragi esotiche e recidive del continente nero; con Joffre, superstite fosco delle restaurazioni versagliesi del 1871; coi Cosacchi dello Czar cresciuti nei progroms assidui, nei sistematici eccidi di vecchi di donne di bambini, alla grande guerra, alla grande gloria sui campi d'occidente; coi due imperatori, curvo l'uno sotto mezzo secolo di infamie di delitti d'impiccagioni di carneficine, prono l'altro a la tortura quotidiana delle schiatte indocili al suo giuogo — scienza, arte e poesia, al vasto orizzonte squarciato dall'indagine temeraria nelle tenebre del dogma e del mistero, al vasto dramma umano sanguinante in ogni cuore, oltre ogni frontiera del tempo e dello spazio, alla grande speranza umana liberata dalle stupide predestinazioni alla conquista della verità, della bellezza, della giustizia, della redenzione, hanno posto, squallido esoso termine, l'arcigna e bramosa erma degli Indigeti, cortigiane impudiche di mercanti e di birrai.

Gabriele D'Annunzio nostro «per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante, per la vittoria e per la gloria e per la gioia», invoca pronubo alle fortune della nuova Italia — l'Italia di Bava Beccaris e di piazza del Pane — custode alto dei fati, Dante Alighieri, parlando con poco rispetto; mentre da Londra Rudyard Kipling altro più vasto, più assiduo tributo di sangue d'inedia di figli chiede al grembo delle madri britanniche per salvare la patria che gli Unni del ventesimo secolo vogliono ridurre, umiliare, ad un'oscura provincia tedesca; e Maurizio Maeterlink, il puro e fine e mite poeta dei bimbi e dei semplici, dinnanzi allo strazio della sua eroica terra fiamminga, non contro i feticci orrendi che, al loro giogo infausto piegano, prima che lo straniero, il suddito ed il cittadino, avventa il giambo avvelenato, ma alla gente conclama la «risoluzione inesorata: lo sbaraglio delle perfide forze profonde segrete irresistibili che innervano tutta l'anima tedesca e vogliono essere schiacciate sotto il tallone senza misericordia, poichè nessuna potenza  umana potrà ammansarle, attenuarle, trascinarle sulla via del progresso, neppure colla più severa delle lezioni, e vogliono essere distrutte come un nido di vespe che noi sappiamo non potranno mutarsi mai in nido d'api benefiche ed industri».

«Lasciate passare un migliaio d'anni di civilizzazione, migliaia d'anni di pace con tutte le possibili raffinatezze d'arte e di cultura: lo spirito tedesco rimarrà immutato, sempre pronto ad esplodere, non appena l'occasione si presenti, cogli stessi aspetti, colla medesima infamia.» per cui la guerra, la guerra d'oggi, è urto di due correnti fondamentali dell'anima del mondo: l'una fosca d'iniquità, d'ingiustizia; di tirannia; l'altra anelante alla libertà, alla vita, al diritto, alla gioia.

Delenda Germania!

Sono passati due millenni quasi da Tacito a Maeterlink, ma nella mente del poeta fiammingo, dei molti che ne battono le orme e ne dividono gli orrori, la Germania è rimasta come ai tempi di Tacito «tutta selve orride e paludi, tra cui la gente continua, come allora, ad allevarsi col bestiame sulla terra medesima spregiatrice d'ogni civile mollezza, feroce alle guerre, avida alle prede, briaca turbolenta, ladina alle ferite ed alle morti in tempo di pace» solvendo il dubbio che angustiava lo storico ternano, se i germani avessero voluto d'uomini e membra e cuore di fiere, come allora si favoleggiava ed oggi non osano escludere più nè Maeterlink, nè D'Annunzio, nè Rudyard Kipling che in nome della civiltà del diritto della vita e della gioia ne deprecano lo sterminio finale.

Delenda Germania!

* * *

Bisogna esser giusti: dall'altra parte della frontiera non scoscendono meno irosi gli anatemi: La barbarie è dell'Inghilterra. Al farisaismo ipocrita dell'Inghilterra, invidiosa della grandezza e della potenza tedesca, bisogna addossare le responsabilità della guerra che devasta il continente. Roentgen butta nel cestone dei fondi per la guerra la medaglia decretatagli dalla British Royal Society per la scoperta dei raggi X; Ernesto Haeckel e Rodolfo Euchen, che sono senza contrasto le menti più vaste, i cuori più generosi, le glorie più fulgide del mondo scientifico moderno, in nome di tutti gli uomini di lettere e di scienza della vecchia Germania, denunziano nella «Wossische Zeitung» di Berlino il farisaismo ipocrita dell'Inghilterra che ha tolto pretesto dall'invasione del Belgio così necessaria alla Germania, (!) per sfogare il suo brutale egoismo nazionale, l'odio antico e l'invidia marcia che essa cova, della grandezza della Germania che vorrebbe distruggere senza riguardo ai diritti, senza riguardo a moralità od immoralità, pel suo esclusivo avvantaggio.

«Deprimente spettacolo» — commenta Frank Jewet Mather della Princeton University — «quello di due grandi pensatori, grandi figure cosmopolite ambidue, i quali indulgono ad un nazionalismo violento, inconsiderato e maligno... rompendo un vincolo che tra i due popoli si era stretto traverso l'influenza che Goethe aveva esercitato su Carlyle e Carlyle su due generazioni d'Inglesi, e pel trionfo che alle dottrine darwiniane avevano assicurato in Germania la temerità e la pertinacia degli scienziati tedeschi quando in Inghilterra Tommaso Huxley lottava con dubbia fortuna ad ottenerne una qualsiasi considerazione».

* * *

Tanto più triste lo spettacolo che dall'aspra contesa il nazionalismo perfido delle quattro grandi patrie in armi, trae l'obliqua giustificazione del suo bestiale furore di sterminio e di desolazione. Difendono la gloria dei saggi, dei pensatori, dei poeti, della cultura tedesca gli ulani gialli, i foschi esseri della morte, gli hovitzer da quarantadue pollici del Kaiser! portano per le arcaiche strade: di Lovanio e di Bruges il ghigno amaro e la fine ironia, chi l'avrebbe pensato mai? di Schopenhauer e di Arrigo Heine! E sulle paradossali dreadnoughts britanniche da cinquantamila tonnellate, riparte alla conquista del mondo, che durante due secoli vibrò alla sua parola ed alla sua passione, Guglielmo Shakespeare; parte Darwin a ripascere la sua gioia serena nella confusione dei dogmi e dei concilii sgominati. Oltre la Vistola non portano lo strazio, l'angoscia dell'immane ruina i cosacchi del Don, portano su le picche il dubbio tormentoso di Tzernichewsky, le eretiche annunziazioni di Turgheniew, rassegnato o scaltro il vangelo di Tolstoi; mentre le rosse legioni della Terza Repubblica ribenedicono sulle ecatombi di Ypres per la convertita voce d'Anatole France, la passione di libertà, il volo di fratellanza che all'antico regime costernato in ogni terra, che ai servi dolenti d'ogni patria, aveva gittato, morendo, la prima!

* * *

E tanto più infausta è l'abdicazione, la dedizione miseranda, che penetran lente lente le voci nuove traverso la coscienza proletaria rassisa da millennii di rinnovate devozioni, le voci insolite ed il temerario ingrato spirito d'indipendenza e di libertà. Mutano credo e santi, ma la fede rimane cieca dinnanzi ai lampeggiamenti delle verità remote ed inaccessibili alla coscienza universale. Si giura oggi in Galileo, in Newton, nella teoria di Laplace e di Darwin, come si giurava ieri sulle parole di Mosè, della Genesi o del Sillabo. La scienza è rimasta mistero, privilegio scarso la conoscenza, il saggio un sacerdote od un profeta, e quando la guerra la strage la ruina sono invocate, necessità di suprema. salute, da Anatole France o da Massimo Gorky, da Haeckel, da Rudyard Kipling o da Gabriele D'Annunzio, dal fior fiore dell'intelletto, della coscienza, dell'amore, dell'orgoglio, della gloria d'ogni stirpe, possono i servi, chiusi dal giogo quotidiano fuor della vita che freme e pulsa, e cerca e spera, sul solco, giù nella miniera, per le officine, ludibrio perenne della tenebra, della macchina, del vento e del mare, possono avere i servi la libertà di dissentire, il diritto d'insorgere, di rifugiarsi alla men peggio nel tardo buon senso o nell'orgogliosa presunzione che – relegati essi pure nel mondo, senza dubbio migliore ma altrettanto esclusivo della speculazione e dell'astrazione, altrettanto sordo alle bestemmie, alle imprecazioni, – alle minaccie che prorompono e s'incrociano su l'urto perenne ed irreconciliabile, su la competizione caina su la spregevole volgarità dei piccoli interessi quotidiani, sono esteti e savii così destituiti d'ogni lume, d'ogni libertà a giudicare dei grandi uragani collettivi come il volgo a discernere nell'inviolato enigma dell'universo, nel chiuso mistero delle origini?

— Hanno studiato ed appreso, sanno da soli quello che millennii di storia, milioni d'abitanti del pianeta non hanno mai intraveduto; alla verità hanno dato i raggi, al progresso le ali essi soli. Le olimpiadi civili si numerano e s'intitolano dai loro nomi gloriosi; non possono errare, ed errassero pure, non noi potremmo sorprendere una verità che si fosse ad essi ricusata. E quando per la guerra è il vasto consentimento degli eletti, quando contro l'unanimità del consenso nessuna grande voce insorge, nessuna delle grandi voci che nelle ore tragiche del comune destino risvegliano gli echi oltre gli oceani, oltre i continenti, oltre i secoli; e non squilla nel cielo corrusco, per gli animi ebbri di passione e di perdizione, che la protesta vostra sfiduciata flebile incerta, per la guerra bisogna essere anche se vuole nuovi e più esosi tributi di miseria, tributi orrendi di sangue e di lacrime, e, più inesorata di ogni maledizione del Levitico, condannerà alla servitù ed al pianto i figli, od i figli dei figli quanto lontana durerà nei secoli la memoria dell'irredimibile ferocia umana; per la guerra sono tutti; non senza ragione certo.

Bisogna chinare il capo, essere per la guerra anche noi...

— È il ruggito dell'armento.

— È il grido d'ogni anima, irresistibile; fruga anche in mezzo a voi ogni cuore, scuote ogni fede, turba ogni mente, assilla ogni coscienza, mina e sovverte l'edifizio della dottrina, è come la folgore di Damasco sulla via delle aspettazioni redentrici.

Passate pur sdegnosi fra il pidocchiume in busca d'una fede e d'un padrone che l'appalti per la broda; passate disprezzando fra la clientela lazzarona e mercenaria che, salvando la pancia al sacco coscrive, ai rischi della guerra, la pelle altrui; di mezzo ai deboli, ai fiacchi, troppo pigri, troppo squallidi per avere il coraggio o la forza d'un pensiero, d'una volontà propria, travolti oggi dalla bufera nel comune delirio; ma se oltre la schiera obliqua o fragile degli apostati minori su le vie della guerra trovate Amilcare Cipriani e Pietro Kropotkine dolenti che i settant'anni tolgano ad essi d'imbracciar una carabina e di marciar contro il nemico, non direte certo che all'uno manchi la fermezza della volontà, all'altro la sagacia, la sincerità ad entrambi del consenso alla grande guerra, e del voto fervido e conserto perchè su la feudale barbarie teutonica trionfino gli eserciti collegati di Francia e d'Inghilterra, del Belgio, della Russia e del Giappone.

— Abbiamo trovato su la via della grande guerra, erti contro di noi, oltre la breve schiera degli apostati minori, Amilcare Cipriani e Pietro Kropotkine di cui nessuno oserà mai impugnare la probità mentale e la sincerità adamantina.

Ci ha attristati l'incontro, non ci ha smossi nè scorati: Contro la guerra oggi come ieri, come sempre, dovunque e comunque sia accesa od abbia ad accendersi!

E ve ne daremo ai seguenti capitoli le nostre modeste ragioni.

III.

Premettiamo subito una dichiarazione così sincera come necessaria: non abbiamo idolatrie, non devozioni stagnanti, non feticismi ciechi; ma non abbiamo neanche la più lontana nostalgia d'inquisizione e non sappiamo proprio che farci della pelle di coloro che, di mezzo alle falangi più o meno sovversive del proletariato internazionale, sono stati travolti dalla fiumana ed incapaci di tenersi ritti, di raccomodarsi la testa sulle spalle, e, dentro, libera la propria ragione, sereno il proprio giudizio, hanno nel coro briaco mesciuto il loro inno alla guerra, il loro appello fervido alla grande crociata civile contro la feudale invadente barbarie teutonica. Infierire sarebbe iniquo: non soltanto non è da tutti, ma non è neanche di tutte le ore, non è di tutti i problemi, meno ancora dei problemi che si affacciano impetuosi, lusingatori di orgogli irresistibili, minacciosi d'orrori ineffabili, irti di contraddizioni penose, l'indipendenza mentale, il coraggio morale, l'angosciosa insurrezione contro lo sfolgorare d'un'epica menzogna convenzionale e la smagliante rievocazione d'un tradizionalismo ordito di martirio e d'abnegazione, d'ardimento e d'eroismo; contro il rigurgito improvviso di collettivi stati d'animo appena superati, vibranti sempre, sempre vivi sotto le ceneri calde contro l'urlo del gregge che prorompe cieco, violento, incoercibile al richiamo; coraggio ed indipendenza cimentati dal dubbio intimo prima che dalle brutali sopraffazioni esteriori, è condizione fondamentale del giudizio che sarà spassionato e sereno quanto più alla passione sarà estraneo se non superiore.

* * *

Perchè non siamo particolarmente toccati dalla grazia noi che oggi possiamo sottrarci senza sforzo al baratro in cui gli altri hanno buttato l'ispido bagaglio delle loro convinzioni in un'eclissi disperata della parte più densa, più gagliarda, più luminosa, anche se più dolorosa, della loro vita. Quelli non sono peggiori di noi, noi non siamo migliori, siamo soltanto più lontani, in un'atmosfera meno turbolenta; e di lontano l'insieme dei paesaggi e dei fenomeni si sorprende nelle grandi linee e nei rapporti essenziali senz'ombra e senza deviazioni mentre su la mente, su l'anima abbonacciate, l'onda che laggiù ribolle di tutte le passioni ed è torbida d'ogni ansia, densa d'ogni turbamento e d'ogni aberrazione s'abbatte fioca, stanca, innocua, come purificata traverso i due continenti d'ogni sua acredine, d'ogni sua, ingrata amarezza.

* * *

Vi possono torcere le slabbra in una smorfia di disgusto supremo il lazzo sguaiato, la capriola impudica degli istrioni che ieri dalle cuspidi dionisiache dell'egoarchismo irridevano alla platea sciatta, obliqua di ibridismi nazzareni e democratici, ed oggi, per la paura o per la mancia, alla guerra democratica ed ai trionfi della cristianità, ribenedetta sotto la torva minaccia barbarica, allo Stato – ludibrio e scherno ieri, oggi arca e presidio immarcescibile – coscrivono, nelle prefetture regie sicofanti e guerrieri.

Ma se vi appaia improvvisa dinnanzi, rudere magnifico d'un'era che nella storia si è fatta luce traverso il martirio e l'eroismo, esuberante di tutta la forza, vibrante di tutta la fede, quando la fede si confessava in conspetto del patibolo tra la corda il ferro e il piombo, se v'appare domani bianca, bianca, incisa di rughe, le rughe di Noumea di Portolongone e di Regina Coeli, serena nei grandi occhi leonini, la figura d'Amilcare Cipriani troppo vasta perchè si possa costringere nel credo breve ed arcigno, troppo alta perchè si possa chiudere sotto la cappa de la congrega, ed Amilcare Cipriani che d'ogni guerra ha durante mezzo secolo numerate le diane, ne ha vissuto i cimenti angosciosi, ne ha sempre nella retina il baleno orrendo, nel cuore il brivido fratricida; e vi dice, egli che oltre le stragi immani oltre l'immane ruina d'ogni guerra, d'ogni battaglia, intravvide sanguigna, lontana, e pur fatale, l'aurora delle grandi eucarestie della fratellanza e dell'amore, che bisogna riprendere il sacco, la carabina, dare ancora l'entusiasmo, la giovinezza, la vita, per salvare il conserto destino della civiltà e della Francia dalla conserta minaccia della Germania e del feudalismo imperiale, non potete nè disdegnare nè compatire.

– Nessuno l'osa, nessuno lo potrebbe, senza sacrilegio, perchè comprende agevolmente ognuno che non diserta oggi la Francia l'uomo che nelle rosse falangi garibaldine le fece scudo del suo petto tra Montretout ed Autun, quarantatrè anni fa. Non diserterebbe la Francia, non diserterebbe la repubblica oggi Amilcare Cipriani, rinnegherebbe tutto il suo passato corruscante tra le propiziazioni vittoriose di Digione e l'ecatombe comunarda espiatoria; e di quel passato egli è il prigioniero perenne e rassegnato. Ve lo lega più saldo d'ogni vincolo cotesta sua romagnola magnanimità impenitente per cui all'abbandono, all'ingratitudine, alla bassezza, non si può, non si deve rispondere che colla spontaneità irresistibile, impetuosa ed obliosa del sacrifizio: a Bordeaux ripaga l'abnegazione il disinteresse e l'eroismo delle camicie rosse collo scherno e col bando, la clericanaglia repubblicana campagnarda. È naturale. Può far altro la clericanaglia? Ma all'appello della repubblica minacciata, della patria adottiva in angustia, i superstiti di Satory e del Père Lachaise tornati dalla Nuova Caledonia, non possono rispondere che marciando all'avanguardia; può fare altro un garibaldino?

E l'unico rimpianto del vecchio Amilcare Cipriani in quest'ora di passione, è che la ferita di Domokos gli tolga di fare oggi «come nel 1870 argine del suo petto alla Francia repubblicana contro l'imperialismo militarista».

Non lo tormentate di domande odiose che non incresperebbero d'un dubbio la sua devozione inamovibile. Non chiedete a lui, scampato pur ieri alle tenaglie dell'inquisizione repubblicana ed alle bieche vendette del militarismo francese, se l'imperialismo da conio e da forca, quello che si arma soltanto per arrembaggi borsaiuoli dell'alta finanza non sia su le rovine della Bastiglia accampato sornione cinico vorace così solidamente almeno che nel ghetto di Francoforte, nelle acciaierie di Essen o nelle caserme di Strasburgo o di Berlino. Non gli chiedete se abbia osato mai ai Piombi, allo Spielberg l'imperiale e regia cancelleria austriaca quel che le patrie egerie stagionate di Villa Ludovisi hanno osato a Regina Coeli frugando del roseo artiglio fino alla follia il cuore ed il cervello del povero Acciarito; non ha disperato della patria ad Aspromonte a Mentana a Portolongone; della Francia non ha disperato dinnanzi al pelottone di esecuzione, non ha disperato a Noumea, e la Francia è per lui la repubblica che ghigliottina con Capeto le monarchie nobiliari e grida la dichiarazione dei diritti, mentre la Germania rimane in lui a dispetto di Giovanni Leyda e dell'anabattismo comunista, a dispetto del suo 1848, a dispetto di Fichte, di Marx o di Haeckel, la Germania del Barbarossa e del Bismark, della grazia di dio e delle leggi eccezionali: «va 'n po' la, burdlass che i todesch, boia d'...».

Venticinque anni dell'esistenza turbinosa ha speso per l'ideale quando l'ideale era la patria, sua o d'altri; venticinque ha consumato in galera. Tornando al mondo, dopo un quarto di secolo d'eclissi, ravvisa nel nemico – che nei cinque lustri turbinosi è mutato – i lineamenti leggendari, e torna alle implacate fobie tradizionali4.

* * *

Come lo volete lapidare se i garzoncelli dell'estetismo sovversivo che pei seminari hanno sciupato l'intelletto e la salute guardandosi l'ombellico, centro dell'universo gravitante modestamente intorno all'immensa vanità della loro erudita miseria, traggono gli oroscopi delle genti, e vi conchiudono nelle sicumere magniloquenti collo stesso semplicismo garibaldino – colla sincerità in meno – che, in ogni caso, e da qualunque punto di vista il conflitto europeo voglia giudicarsi, forza sarà riconoscere che la lotta è tra feudalismo ed industrialismo, tra imperialismo ed intellettualismo. Il feudalismo e l'imperialismo accantonato tra gli ulani del Kaiser, l'industrialismo e l'intellettualismo presidiato dagli Indus di Giorgio V, dai Cosacchi dello Czar e dai dragoni della repubblica borsaiuola.

Come se il feudalismo spostandosi dal primo degli ordini, dall'aristocrazia neghittosa, corrotta, imbelle, al terzo stato irrequieto, avido, corruttore, avesse mutato più che la pelle ed i riti, e ad un vassallaggio più bieco che non ai giorni più tristi dell'antico regime non avesse soggiogato ogni ordine della società laddove la grande industria, l'alta finanza ha più agile lo strumento della produzione e più rassisa, più antica, più esperta la complice organizzazione.

«L'uomo anche più ignorante in materia finanziaria non può sottrarsi ad una legittima apprensione pensando che gli otto miliardi di riserva metallica della Francia si trovano nei forzieri di poche grandi banche, che è quanto dire a discrezione di un ristrettissimo numero di finanzieri i quali, all'infuori di ogni questione di probità o di disonestà, dispongono così, senza il minimo controllo, del più formidabile mezzo d'azione che esista dal punto di vista economico, politico, sociale».

Così, non un sovversivo, ma un ex presidente del Consiglio dei ministri, un finanziere arruffianato, un conservatore scaltrito ad ogni cautela anche se rugginoso di tutti i pregiudizi, un patriottardo maniaco, Méline, delinea nella «République Francaise», il nuovo feudalismo ben più infausto che quello del Kaiser, altrettanto funesto ai vassalli – ed i vassalli più sciagurati, i servi siamo noi, sempre, immutatamente – quando di là dalla frontiera il feudalismo dei Krupp, dei Bayers, della Deutsche Banck e delle diverse Disconto Gesellshaft che consacrano in Germania, così come altrove similari istituti di privilegio, il monopolio dei nuovi signori, i signori del dollaro, del dividendo, i signori dell'usura e del miliardo, succeduti ai signori della terra, della grazia di dio, delle crociate, egualmente oziosi, egualmente voraci; egualmente esosi a chi lavora, a chi suda, a chi crea, a chi geme in ogni patria, tra ogni gente, all'ombra complice di ogni bandiera, perchè si possa oggi dire Francia o Germania o Inghilterra od Italia, perchè alla gloria d'un nome a cui non corrisponde la realtà, che stride anzi la più violenta delle antinomie; perchè al trionfo di un simbolo di comunanze ideali e di tradizionali solidarietà che si dissolvono nel più feroce antagonismo, s'invochi da questa parte della barricata l'entusiasmo e l'olocausto.

Non c'è più la Francia; ci sono, di là dal Cenisio, la Banca di Francia, Rotschild o Schneider, ed alla loro lassa artigiani e villani che muoiono di fame, che affogano, ad ingrassarli, nell'ignoranza nell'abbiezione e nel dolore; non v'è più la Germania; sono di là dal Reno o dalla Mosella bande svergognate di grandi corsari che a quelli d'oltremonte e d'oltremare contendono la corsa la spiaggia il mercato il sacco i subiti guadagni opimi, e vogliono dai minatori anchilosati, vogliono dai fabbri riarsi, vogliono dai tessitori anemici, dai contadini pellagrosi della Slesia della Sassonia della Westfalia l'ultima goccia di sangue e l'ultimo rantolo. Hanno creato col loro lavoro, coi loro sudori, coi loro digiuni, troppa dovizia i morti di fame, troppa ricchezza non pagata, debbono ora dar la pelle per squarciare, nei ranghi d'altri servi che li custodiscono ignari e gelosi, i mercati del mondo.

Ed è così dappertutto, oltre la Vistola, oltre la Manica, oltre le Alpi, oltre l'Oceano.

Non v'è più patria.

Lor signori la vendono a chi meglio la paghi: i reietti, dei derelitti, dei bastardi d'ogni patria vogliono edificare la patria universa e libera, senz'odii nè frontiere in cui l'amore e la libertà trovino il rifugio, irradiino la gioia.

Nessuno ha diritto di tacere, di nascondere ai miseri la verità iconoclasta, e gli araldi della fratellanza internazionale non hanno alcun diritto di turbare, di sviare dall'aspro cammino a cui s'affaccia incerta e malsicura, la coscienza proletaria ai suoi primi passi.

Compito loro d'illuminarla, di sorreggerla per l'erta scoscesa; e Cipriani e Kropotkine hanno torto di sacrificare alla febbre effimera, pregna di disinganni, del sentimento, l'insegnamento della ragione e della storia.

Kropotkine, sopratutto.

IV.

Kropotkine, no. Kropotkine non trova attenuanti se non nella sentimentale impulsività che sarà la sua disgrazia o la sua ventura, una per la quale, se trovi nei giornali del mattino l'eco d'un'insurrezione plebea, incendia le intime speranze al consueto pronostico della rivoluzione sociale imminente, colla stessa improntitudine con cui le spegne al tramonto se gli rechino i giornali la mala nuova che il movimento è stato soffocato e l'ordine ristabilito.

Di queste sue climateriche oscillazioni vertiginose è un recidivo abituale.

Nel marzo del 1904 dallo scoppio improvviso della guerra tra la Russia ed il Giappone traeva frettoloso l'oroscopo della rivoluzione che, disgraziatamente e per ragioni le quali sono all'infuori ed al disopra del puro accidente, non accenderà nel campo economico neppure la guerra attuale dal cui esito – vittorioso con ogni probabilità per le potenze alleate – sarà allontanata anche l'ipotesi di una rivoluzione politica sovvertitrice dello czarismo che dalla lunga guerra e dai suoi trionfi sanguinosi sortirà prevedibilmente restaurato, riabilitato, esperto.

E ancora tre anni fa, chiuso agli ammonimenti severi della storia un orecchio, chiuso l'altro alle voci della sua esperienza vasta ed antica, non metteva il suo evviva! a quella dei filibustieri che dalle comode cuccie sicure inneggiavano alla rivoluzione sociale messicana la quale non è – e non è mai apparso così chiaro come a questi giorni – se non una competizione losca d'appetiti volgari, d'avventurieri spudorati, di interessi inconfessabili a cui da Huerta, a Carranza, a Villa, a Zapata, a Morgan, ad Harriman, a Wilson, a Hearst – s'arrovellano da ogni covo un po' tutti, a cui, indifferente o sospettoso, rimane tuttavia ostinatamente straniero il proletariato messicano devastato fino all'abbiezione, dal medio evo industriale superstite e da qualche secolo di cultura religiosa intensiva?

È fatto così; è sempre l'uomo che licenziando al «Révolté» i suoi primi articoli trent'anni fa, vedeva la rivoluzione rompere ad ogni minuto dai pori, dagli sdegni della vita collettiva, e raccogliendo un decennio di poi gli ultimi suoi studi nella «Conquista del Pane» vedeva almeno così lontana come il nuovo periodo glaciale la rivoluzione dei servi, nella quale crede poi sempre, ed al cui avvento, che è meglio, lavora colla sua formidabile forza e con immutato fervore.

Crisi violente e fugaci del sentimento su cui ripiglia poi, sotto l'urto della conseguenze immediate, il suo dominio la ragione.

Ma intanto, disastrose.

* * *

Disastrose. Egli ne miete di questi giorni, la testimonianza mortificante.

Nessuno dei grandi giornali che pur presumono tenere i proprii lettori al corrente di quanto avviene nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, ha mai mostrato di accorgersi di lui, del suo prodigioso cinquantenario di ricerche, d'indagini, di nobile fatica da cui son pur fiorite opere letterarie, filosofiche, scientifiche che basterebbero alla gloria d'uno scienziato meno eterodosso: «L'aiuto mutuo e la lotta per l'esistenza» e lo studio sulla «Letteratura Russa».

Non se ne sono occupati mai; hanno intorno alla sua opera al suo nome, ordito concordi la congiura del silenzio non rompendola che per denunziarne le sobbillazioni eresiarche alla polizia internazionale.

Lo levano sugli scudi, oggi che egli è per la guerra, oggi che egli è per la Francia per l'Inghilterra per la Russia contro la barbarie teutonica, tutti i pennivendoli che egli sa legati alle greppie dell'alta finanza, che egli, Kropotkine, ha bollato nei recenti articoli su la Guerra come la peggiore canaglia che sia mai ingrassata della miseria della rovina della strage della povera gente semplice e buona che egli, Kropotkine, diffidava, pochi mesi sono, a non lasciarsi abbacinare dalle apparenze, a non credere cioè alle profonde cause politiche, agli odii nazionali con cui si tenta giustificare ogni guerra la quale non è mai che il complotto fosco d'un pugno di ladri d'alto bordo.

E Kropotkine non è uomo da illudersi fino a credere che sia tarda riparazione al congiurato oblio cotesto scoscendere d'improvvise e postume apologie. Non certo al suo acume alla sua dottrina alla sua cultura alla sua fierezza, al sogno generoso – a cui ha dato, prezzo la galera di Pietro Paolo e di Clairvaux, prezzo il bando perpetuo da ogni terra, tutta la sua vita – benedice concorde la stampa bordelliera e borsaiola; benedice ghignando alla sua contraddizione, benedice a Kropotkine che ripudia nell'inno guerriero per la Francia e la repubblica ed affoga nella democratica menzogna della nazionalità e della patria, la lotta di classe, la solidarietà proletaria, la rivoluzione sociale, l'anarchia.

Turibolando, ghigna.

* * *

Scorati, guardano a lui i giovani che dall'imbelle torpore si risvegliarono e dal convenzionalismo obliquo s'affrancarono alla magica carezza della sua parola, e nei delubri misteriosi che agli ignavi custodiscono la dovizia e la gioia, e dagli umili esigono, tributo perenne, il sudor d'ogni fatica, le lacrime d'ogni dolore, il sangue d'ogni olocausto, videro le sue bianche mani sacrileghe strappare al tabernacolo venerato i complici veli denudando la frode nefasta che vende all'ozio la gioia, le bilancie de la giustizia ai ladri, il vangelo ai farisei, l'ordine agli assassini, la pietà al boia, ad un pugno inverecondo di parassiti e di manigoldi la parte maggiore e la più degna del genere umano.

Non egli dunque ci aveva nel torpido viluppo della storia che sgomina dei suoi enigmi il nostro acume ed il nostro coraggio, non egli ci ha imparato a discernere oltre ogni frontiera della tradizione, della fede, della lingua, amici, e nemici? Nemici irreconciliabili di qua dalla frontiera quanti il vincolo della fede, della lingua, della tradizione, di ogni comunanza hanno brutalmente spezzato, edificando sul nostro squallore l'insolente fortuna, su la nostra servitù, la loro tirannide, su la nostra abbiezione il loro orgoglio, su lo scempio delle carni, delle anime, dei cuori nostri, il loro privilegio?

Nemici con cui, non che la pace, nessuna tregua è possibile, sarà sperabile mai finchè i frutti del pensiero, del lavoro umano – condizione o guarentigia della civiltà, del progresso che nel tempo e nello spazio non hanno confine – non siano dall'artiglio mozzo degli accaparratori esosi, dimessi, tornati patrimonio di tutti, strumento della rigenerazione di tutti, arra della libertà e del benessere di tutti?

Fratelli quanti al di qua e al di là di ogni frontiera, nati sullo stesso strame, cresciuti nella stessa tenebra, lacerati dalla stessa angoscia, proni sotto la stessa croce, hanno, a dispetto della diversa tradizione, della fede, della lingua, della bandiera diversa, identità d'interessi, solidarietà di speranze e di destino?

Egli, con voce con fervore con pertinacia che nessuno conobbe più ardente più viva più ostinata, disarmando gli odii fratricidi ne addensò in uragani espiatori sul nemico secolare l'inesausto furore; egli, col gesto largo del veggente, sull'inabbissarsi lento d'ogni barriera, ci additò unico limite l'orizzonte alla grande patria redenta del domani; egli, gridandoci la guerra santa della liberazione finale strinse disciplinate conserte incontro ad ogni guerra di rapina e di sterminio le riluttanze istintive degli sfruttati.

Perchè nel nome della patria, bugiardo simbolo d'una comunanza tradizionale che mal nasconde il disperato antagonismo d'interessi ond'è ogni stirpe dilaniata; perchè nel nome di una civiltà eretta su la nequizie, su la menzogna, su la frode, ci chiede egli oggi la tregua agli oppressori, l'odio agli oppressi, agli sfruttati, ai fratelli di cui, nel nome di una più grande civiltà, di una più grande patria, propiziava ieri le irresistibili eucarestie, e dinnanzi agli animi nostri, incerti nel turbine, rievoca oggi, custode l'uno d'ogni fiamma civile, traculento l'altro d'ogni forca, gli spettri della Francia e della Germania quando ci diceva egli, ieri, pure ieri, che la Germania avida di guerra è la Germania senza scrupoli della Banca, della Borsa, del Krupp, che la Francia pronta alla guerra è la Francia che ha barattato, la Dichiarazione dei Diritti, per le azioni del Creuzot, del Credit Lyonnais, della Banca di Francia; ed a fare la guerra dei finanzieri dei banchieri dei grandi armatori dei grandi fornitori, di qua e di là del Reno, e a pagarne lo scotto in tante giovinezze, in tanto sangue, in tanti amari bocconi di pane, sono i senza tetto i senza patria i senza pane delle due nazioni?

Certo non è egli tornato dal giudizio che ieri a mente serena, a ciel sereno, esprimeva con tanta sagacia con tanto spregiudicato coraggio: egli è certo oggi l'uomo di ieri, e dove non sia una pedissequa aberrazione, dove il suo giudizio non sia stato travolto dall'impeto del folle ciclone, l'uomo di ieri e l'uomo d'oggi dovranno avere, buona o povera, la loro ragione se si trovano d'un tratto fronte a fronte, l'uno da un lato, l'altro dal lato opposto della barricata.

V.

Il compagno Pietro Kropotkine – di cui i lettori conoscono, per saggi che la «Cronaca» ne ha recentemente pubblicato, la acuta analisi dei moderni conflitti internazionali riassume in un fatto unico, di esclusivo carattere nazionale, le cause originali della guerra presente: nell'annessione dell'Alsazia e della Lorena all'impero germanico nel 1871.

Lì, tutti i fermenti della guerra.

Perchè, la necessità di conservare il suo dominio sulle due provincie, violentemente usurpate, ha sospinto la Germania verso gli armamenti paradossali che, costituendo una minaccia costante alla pace ed all'equilibrio europeo, hanno indotto di contraccolpo, la militarizzazione di tutto il vecchio continente, una costante vigilia d'armi che di anno in anno è andata inasprendosi fino ad essere la preoccupazione esclusiva di ogni stato, rendendo impossibile ogni ulteriore progresso, ogni vita di pensiero, ogni tentativo proletario d'emancipazione.

Fissate con tanto ingenuo candore le cause della guerra, al compagno Kropotkine le ragioni di schierarsi per la Francia, per l'Inghilterra e, necessariamente, per la Russia contro i due imperi centrali, non mancano più; e quantunque – come a placare un rimorso – egli si auguri che «i lavoratori possano dalla guerra imparare quale e quanta parte a scatenare i conflitti armati fra le diverse nazioni, esercitano il capitale lo stato» considera primo dovere d'ogni uomo di libertà e di progresso «dei proletarii coscritti sotto i vessilli dell'internazionale del lavoro sopratutto, fare quanto è in loro potere e secondo le loro capacità rispettive per schiacciare codesto invasore».

La Germania a Metz, un campo trincerato a propositi aggressivi, può nello stesso giorno della dichiarazione di guerra avventare duecentociquantamila uomini su Parigi. Ed in tali condizioni, non soltanto non è la Francia libera di attingere il proprio sviluppo, ma i lavoratori del Belgio della Francia della Svizzera dell'Olanda non potranno mai, in condizioni siffatte, iniziare un movimento di liberazione.

La Germania feudale scenderebbe in massa a schiacciarli.

E fossero tutti lì i mali dell'imperialismo tedesco! Che v'è di peggio: l'autocratismo russo tornato audacemente alla reazione, il servizio militare obbligatorio instaurato in quasi tutte le nazioni d'occidente; nella Germania stessa la sopravvivenza d'istituti feudali superati, l'irrisione costituzionale d'un parlamento asservito al monarca, la furia guerriera corrusca di lampi e di minaccia, non ripetono se non dagli atteggiamenti provocatori della Germania imperiale la loro causa e la loro ragione.

Guai se non si fa argine, subito, alla fiumana: l'Olanda, il Belgio, la Francia orientale, la Finlandia, la Danimarca saranno domani provincie tedesche. Anversa e Calais saranno domani le basi navali delle nuove operazioni militari che metteranno l'Inghilterra alla mercè del Kaiser rendendo impossibile, nell'inquietudine della minaccia perenne, anche nel Reame Unito ogni palpito di vita civile.

Non bisogna dimenticare che la Germania da sola o coll'accordellato della Russia non ha mai coltivato che odio alla Francia della Rivoluzione ed è stata sempre il gendarme, lo strumento di tutte le restaurazioni; e che dovremmo particolarmente ricordarlo noialtri italiani che «nel 1860 quando si sono cacciati dalla Toscana, dal Modenese, dal Parmense gli Ausburgo ed i Lorena, e Firenze divenne la capitale d'Italia, abbiamo trovato nella Germania la più tenace opposizione».

In conclusione, avverte il Kropotkine, se nello sforzo comune di tutte le nazioni d'Europa la Germania non sarà schiacciata, avremo, se non più, un altro mezzo secolo di reazione.

Questi, fedelmente desunti dalla sua lettera al prof. Steffen nel «Freedom» dell'ottobre scorso, gli argomenti del compagno Kropotkine che, agitando lo spettro della reazione imperialistica tedesca contro la quale vorrebbe – insieme alle falangi degli alleati, ai dragoni della repubblica, ed ai cosacchi dello Czar – opporre la coalizione fervida di tutti gli uomini di libertà, dell'internazionale del lavoro, prima d'ogni altra, è costretto a prevedere da parte dei compagni un'inquietudine ed un'obbiezione.

– Ma può essere crociata sincera di civiltà e di libertà questa che ha in fronte i vessilli e nella bilancia la spada e nella partita, posta decisiva, le orde cosacche del Piccolo Padre? E nelle mani dell'autocrazia, del Santo Sinodo, dei Cento Neri, della Duma – irrisione costituzionale almeno quanto il Reichstag – i destini della civiltà e della libertà staranno meglio che sotto i cannoni del Krupp ed i talloni del Kaiser? E non prepari tu, vecchio compagno incanutito sotto la raffica dell'esperienza più dolorosa, ancora un atroce disinganno, il disinganno mortale di cui s'abbevera nella storia ogni generazione proletaria ansante a ricostruire su la rovina d'una tirannide la fortuna d'una tirannide più esosa, più infame?

– Non v'abbuiate! – rassicura il buon Kropotkine in cui l'intimo desiderio assurge alla solenne sicurezza del vaticinio. – Non v'allarmate! «Quanti seguono attenti e studiosi il movimento rivoluzionario russo possono dirvi quale sia il sentimento della Russia moderna e vi possono assicurare che in nessun caso l'autocrazia sarà restaurata nelle forme preesistenti al 1905, e che una costituzione russa non assumerà mai le forme e lo spirito imperialista di cui si è vestito in Germania il regime parlamentare»5.

* * *

Il vasto consenso che nei cenacoli del liberalismo democratico hanno riscosso le dichiarazioni del Kropotkine spiega di per sè il senso di doloroso stupore con cui vennero accolte dai compagni. I quali pur non ignorano, e si sono fino ad un certo punto spiegate, le sue preferenze per le tradizioni la cultura il proletariato francese.

S'era dissetato, giovane, alle fonti superbe della filosofia del XVIII secolo Pietro Kropotkine che al movimento rivoluzionario è venuto sotto la carezza delle voci, dei ricordi, degli uomini della Comune gloriosa; e, per la stessa natura geografica del movimento rivoluzionario, colla Francia intellettuale e proletaria ha coltivato per quarant'anni assidua famigliarità di rapporti. Non avrebbero essi mai preveduto tuttavia che dell'antico melanconico ufficiale dei cosacchi dell'Amour fosse tanto sopravissuto da farsi giorno, traverso l'antimilitarismo dichiarato, coll'eccitamento agli amici di Francia – che a cuor sereno od a ciel tranquillo l'avevano aspramente ripudiata – a non contrastare la legge sulla ferma triennale, ed avevano diritto di ritenere che alle aspirazioni dei musgicchi verso la terra e la libertà egli vedesse in una qualsiasi costituzione russa, fosse pure a differenza di quella tedesca immune dalla lebbra imperialista, un ostacolo almeno così arduo, così erto come nella autocrazia sempre superstite e vigorosa.

Ma tant'è; sul terreno dei compromessi è così: spostato il punto di partenza le deviazioni vanno divaricando fino all'antitesi senza perdere l'apparenza logica relativa. Quando escludete la patria siete costretti a dire classe, a non vedere più che la rivoluzione sociale; quando invece, degli antagonismi selvaggi che si urtano all'ombra del simbolo etnico voi riedificate l'unità fittizia ed assurda che chiamate Francia o Germania o Russia od Italia voi obliterate, senza pure accorgervene, il processo di differenziazione in cui il simbolo era andato dissoluto, e della nazione riavrete gli orgogli e le ansie, gli odii e gli amori, solidali con ordini istituti interessi che vi ripugnano, armati incontro a fratelli di cui non sapreste disconoscere nel tempo e nello spazio l'identità delle sorti e del destino; fantaccini squallidi d'una democrazia che avete speso il meglio della vita a debellare, soldati del Kaiser e dello Czar quando credevate di non aver più entusiasmi e sangue che per la rivoluzione sociale. Sono ruzzolati per quella china i socialisti tedeschi, gli antimilitaristi francesi, i sindacalisti italiani e... Pietro Kropotkine.

È la logica della contraddizione, la quale è in principio.

* * *

Cercare chi abbia scatenato la guerra è ad un tempo ozioso e sterile. Kropotkine che ne addossa la responsabilità alla Germania vede levarsi di contro Keir Hardie e Bernard Shaw che ne accusano il governo del proprio paese, l'Inghilterra; mentre in Francia il Delaisi alla rescissione del sindacato franco-tedesco per la ferrovia di Bagdad seguita dalla convenzione militare anglo-francese del Delcassé, inasprita dalla legge sulla ferma triennale, conferisce i caratteri d'una vera e propria provocazione alla guerra; e contro Kropotkine che l'ora della guerra vede scoccare col compimento del canale di Kiel, altri, non senza fondamento, ritiene che all'Inghilterra urgesse sorprendere la Germania avanti che questa avesse esaurito il suo programma navale del 1915 da cui la sproporzione tra le due flotte rivali sarebbe stata attenuata.

Navigheremmo nel mare delle congetture e delle ipotesi senza speranza di giungere a conclusioni positive. I trattati di alleanza, le convenzioni militari, le combinazioni finanziarie che di ogni guerra sono l'ordito preliminare necessario, si stipulano, si consumano nel chiuso arcigno dei circoli di corte, tra gli Stati Maggiori, negli istituti di credito direttamente interessati ed ugualmente sbarrati ad ogni malsana indagine plebea. Contribuenti ed elettori, generali e deputati, la così detta nazione, l'ignorano come noi, e quanto ai raggiri dell'ultima ora, insegna la guerra del 1871 che deve passare qualche decennio avanti che al pubblico ne trapeli.

Di positivo, di reale, di tangibile non rimane che la voragine beante degli armamenti in cui, non la Germania sola, ma tutti i governi del vecchio e del nuovo mondo, dall'Inghilterra al Giappone, hanno precipitato durante trent'anni ogni più generosa risorsa.

– Reazione ineluttabile agli armamenti tedeschi spianati contro la civiltà d'occidente, interrompe il Kropotkine.

– Anche il Giappone, anche la Cina, anche la Spagna e le due Americhe? chiederemmo a lui se non sapessimo che nessuno meglio di lui conosce quale sia oggi il compito dei grandi eserciti e delle armate formidabili che sui boccon di pane e col sangue dei diseredati stipano i governi in servizio del capitale insaziato.

* * *

Che nessun governo abbia osato spingere gli armamenti al parossismo attinto dall'impero germanico, è verità che al Kropotkine bisogna accreditare; ma tra il generale Von Bernhardi che sogna per la patria tedesca una missione civile a cui la spada soltanto può squarciare il cammino6 e Paul Louis che in uno studio recente mette in rilievo la potenza industriale raggiunta dalla Germania in questi ultimi quarant'anni, presunzioni diverse che sottintendono la stessa necessità, propendiamo sulle orme luminose segnateci dallo stesso Kropotkine ad indurre che a trovare uno sfogo a cotesti tesori della patria industria, a conquistarne ed a proteggerne i mercati coloniali, si raccogliessero l'esercito e l'armata del Kaiser contro i concorrenti che le vie della formidabile conquista avessero a sbarrare.

Quanto più la guerra si delinea nei suoi obbiettivi fondamentali, tra gli antagonisti diretti e reali, l'ipotesi nostra trova sempre più vasta e più decisa, conferma. Diremo di più: le ragioni vere della guerra, i suoi caratteri ed i suoi fini inconfessati, balzano improvvisi ed irrecusabili anche a coloro che chiudono gli occhi per non vedere.

La guerra che è tra la Francia e la Germania; e non appare, no, l'urto dell'Inghilterra, arca del patto costituzionale, contro la Germania custode del diritto divino; ma selvaggia competizione di due mercanti esosi di cui l'uno ha tenuto fino ad oggi incontestato il dominio dei mari, il monopolio del mercato internazionale, l'altro dalle sue terre, dalle sue miniere, dalle sue officine prodigiose, dal sudore, dalla fatica, dalla rassegnazione squallida dei servi, ha tratto in quarant'anni soverchia dovizia e gli vuole contendere la signoria secolare dei mari e dei mercati.

Arrembaggio svergognato di corsari! così remoto, così estraneo ad ogni preoccupazione di civiltà e di barbarie che non contro il feudalismo tedesco – mutato nome e maschera il feudalismo è d'ogni terra dalla Russia di Nicola II alla Spagna d'Alfoncito od all'America dei Rockefeller e di Wilson – ma contro l'industria tedesca invadente, incoercibile s'appuntano gli anatemi ed i cannoni degli alleati; contro la Germania, che ha progredito, contro la Germania che trent'anni fa estraeva dalle sue miniere settanta milioni di tonnellate di combustibile e ne rovescia oggi duecentotrenta milioni sul mercato; contro la Germania che nell'ultimo trentennio ha elevato da uno a tre la produzione del ferro, da uno a sette la produzione della ghisa, da uno a diciotto la produzione dell'acciaio, a venticinque miliardi il suo traffico coll'estero, che nel 1875 non attingeva agli otto miliardi; contro il made in Germany per il made in England, è la guerra che strazia il vecchio continente, come ci riserviamo di meglio illustrare al seguente capitolo.

Ma intanto che cosa hanno a vedere, che cosa hanno a spartire con cotesti banditi della finanza e della borsa, compagno Kropotkine, gli uomini di libertà, i proletari di quà e di là della Manica o del Reno?

Che cosa?

VI.

Nella ricerca delle cause misteriose e profonde che possono aver determinato l'attuale conflitto europeo abbiamo visto la maggior parte dei compagni e dei giornali di parte nostra, da P. Kropotkine alla «Bataille Syndicaliste» attingere criteri, dati, cifre agli studi ed all'opera di Francis Delaisi. Non soltanto perchè in materia di finanza – il presupposto d'ogni guerra – egli sia una competenza riconosciuta, non soltanto perchè egli sia politicamente uno spregiudicato sempre disposto a tuffar le mani nel raggiro complicato dei grandi finanzieri, dei grandi borsaioli per dimostrare come sbarazzate le tasche dei contribuenti diretti ed indiretti, la avida genia si aggioghi l'ingranaggio politico dello Stato, e sia di fatto, all'ombra della magistratura repubblicana, il solo vero onnipossente governo della Francia; ma anche e sopratutto perchè nessuno come lui ha saputo dai vari sintomi inosservati o trascurati trarre con intuito meraviglioso, fin dal 1911, della guerra attuale, delle sue fasi primarie, una previsione così lucida e così sicura.

«Parlare d'una guerra possibile, probabile, prossima, sembra a prima vista una follia» – scriveva Francis Delaisi ne «La guerre qui vient», tre anni fa – «e certo se si consultasse unicamente il sentimento popolare in tutti i paesi del mondo, non sarebbe da temersi».

«I proletari tedeschi hanno altra voglia che di tirar al bersaglio sui nostri... la grande massa dei lavoratori inglesi non chiede che di lavorare con tutta tranquillità nei campi, nei magazzini, nei cantieri; e quanto ai francesi, operai o contadini, proletari o borghesi, socialisti internazionalisti o radicali patriotti, non hanno che un desiderio: la pace».

«Tutto andrebbe a meraviglia, e noi potremmo starcene tranquilli se i popoli fossero padroni dei loro destini...».

«Disgraziatamente nessun popolo in nessun paese del mondo fa la sua politica estera».

* * *

Dopo di aver dimostrato che questa funzione rimane l'appannaggio della diplomazia, abilmente scelta tra gli aristocratici del nome e del denaro, a servire l'oligarchia finanziaria che spadroneggia nel paese; che la responsabilità ministeriale è una burla, che l'interpellanza parlamentare è una lustra, che la grande stampa è alla greppia dei borsaioli, e che in queste condizioni «nella nostra democrazia ombrosa una guerra può essere sfrenata, precipitato il paese nella più terribile avventura da un uomo o da un'esigua  camorra di finanzieri»; dopo di aver dimostrato cogli intrighi anglo-francesi del Delcassé che non v'è nulla di temerario nelle sue affermazioni, il Delaisi conchiude:

«Una guerra terribile si prepara tra l'Inghilterra e la Germania. Su tutti i punti del globo i due avversari si misurano e si minacciano. Gli incidenti della ferrovia di Bagdad e delle fortificazioni di Flessinga mostrano a quanto grado d'acutezza la crisi sia pervenuta».

«Per battersi le due potenze hanno bisogno della Francia: la Germania ha bisogno dell'oro francese, l'Inghilterra che non ha eserciti stanziali, ha bisogno delle truppe francesi».

«Il governo francese è dunque arbitro della situazione: non dia a Guglielmo i denari, non dia a Giorgio V i soldati, e la pace sarà pressochè assicurata».

«Invece il governo francese negozia coll'Inghilterra una convenzione militare, e se essa sarà firmata, noi (i francesi) dovremo andare a farci rompere la testa nei piani del Belgio per assicurare alla gente di Londra il possesso d'Anversa, e saremo di colpo esposti ai pericoli d'un'invasionee tedesca».

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .   .   .  

«Tra qualche settimana, forse, i finanzieri di Francia avranno venduti; per qualche ferrovia turca od etiopica la pelle di centomila francesi».

«È il momento» – conchiudeva allora, nel 1911, il Delaisi – «è il momento per quanti non vogliono essere trattati come bestiame, d'aprire gli occhi, di considerare freddamente la situazione di Europa e vedere l'intrigo pericoloso in cui l'oligarchia finanziaria si appresta a precipitarli».

Ma le ragioni del conflitto anglo-tedesco?

«Una volta le nazioni erano popoli di contadini, ed era politica di contadini quella dei loro capi. I conflitti eran di frontiera; le guerre, di annessione o di conquista: Napoleone si annette il Belgio, a Bismark l'Alsazia e Lorena...».

«Tutto è cambiato oggi. Le grandi nazioni europee sono governate da uomini d'affari: banchieri, industriali, negozianti, esportatori. Lo scopo di questa gente è di trovare uno sbocco alle proprie rotaie, ai propri cotoni, ai propri capitali».

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«Le nostre grandi oligarchie moderne non sanno che farsene dei sudditi, vogliono clienti. Gente d'affari, fa guerre d'affari».

* * *

Così nel caso specifico.

«L'Inghilterra, un macigno di ferro su di un macigno di carbone, è stata durante tutto il XIX secolo la regina del mondo industriale. Aveva il minerale con cui le macchine si fanno, il carbone con cui si attivano, i mezzi di sviluppare un meccanismo industriale incomparabile, mentre il mare da cui è circondata le permetteva di sviluppare una marina senza uguali...; era la padrona incontrastata del commercio mondiale».

Riprodurre in esteso non mi è possibile: le proporzioni di questo studio ne andrebbero sconvolte, e queste considerazioni che della grande guerra, delle sue intime ragioni, dei suoi caratteri, non vogliono essere più che un riflesso sincero, più che un'analisi modesta in contrapposto delle epiche menzogne e degli orpelli fraudolenti con cui si raccomanda agli entusiasmi ed ai consensi della massa ingenua e tradita, diventerebbero eterne.

Condenso dunque del Delaisi fatti ed argomenti, sforzandomi di essere rigidamente fedele e di rendere sempre che torni possibile colle sue stesse parole il suo pensiero, i fattori ed i termini dell'antagonismo industriale che egli mette in rilievo e sul quale asside della guerra presente le cause determinanti, le ragioni irrecusabili.

Contro la britannica signoria del mare e del mercato internazionale, dopo la guerra franco-prussiana del 1871, sorge lenta inattesa quanto pertinace una rivale formidabile, la Germania, che Bismarck sospinge fuori dell'antico feudalismo terriero su per le vie, le conquiste, le audacie dell'industrialismo moderno il più evoluto: sulle rive del Reno, nella Westfalia, nella Sassonia, nella Slesia sorgono, come per incanto, cantieri, officine, arsenali; serpeggiano ferrovie e canali, rigoglia e canta la resurrezione mentre nei grandi porti di Brema e d'Amburgo s'organizza la più meravigliosa flotta mercantile che abbia mai solcato gli oceani a recare su tutti i mercati del globo i tessuti, le macchine, i prodotti chimici, i manufatti d'ogni genere dell'industria tedesca miracolosa. L'aquila del Kaiser contende alla croce di San Giorgio le vie, il secolare dominio dell'oceano.

* * *

Non v'è nulla d'esagerato o di fantastico nella vertiginosa ascensione avvertita dal Delaisi. Ne potete trovare la riprova nel censo della popolazione industriale eretta da Paul Louis nel suo «Syndicalisme Europeen», sui dati ufficiali.

Nel censimento del 1907 la parte della popolazione che vive dell'industria conta per 26,386,537 unità contro i 20,253,121 del 1895, contro i 16,098,000 del 1882. La popolazione che vive del commercio e dei trasporti (sarebbe forse più esatto dire che fa vivere l'industria i trasporti i commerci) che era di 4,531,080 nell'anno 1882; che è di 5,966,816 nel 1895, sale nel 1907 ad 8,278,229; si è cioè duplicata nell'ultimo ventennio senza contare i tesori di energia che nella nuovissima attività economica della Germania ha versato la donna. Secondo il censimento eretto da Lily Braun i 4,408,000 di donne che erano in Germania occupate nel 1882 nei campi, nelle fabbriche, negli uffici, sono diventati 5,203.000 nell'anno 1893, sono otto milioni e duecentomila nel 1907; mentre nel complesso indice dello sviluppo impetuoso la popolazione di Amburgo aumenta nei cinque anni dal 1905 al 1910, del 17 per cento, quella di Colonia del 19 per cento, quella di Francoforte del 22 per cento, quella di Essen del 27 per cento, quella di Dusseldorf del 41 per cento!

So, e non m'illudo: lo sviluppo nel mezzo, nello strumento di produzione finchè ci arrovelliamo schiavi rassegnati od imbelli nel girone affannoso del regime borghese, il quale non ha altra funzione che di torcere, l'un contro l'altro armati ed irreconciliabili nella stessa persona, il produttore ed il consumatore, rinsaldando nella provvida contraddizione il dominio, la fortuna sua, i ceppi nostri più esosamente, il progresso rimane, peggio che vanità, tormento ed irrisione; siamo perfettamente d'accordo.

Ed io non amo mettere il nostro bravo compagno Kropotkine, ormai travolto dal suo dirizzone paradossale, in amara angustia con sè stesso, chiedendogli se possa ripudiare questi dati di fatto su cui ha fermato altre volte la sua attenzione ed il suo consentimento, e se, questa condizione irrecusabile ammessa, egli possa ancora parlare di un feudalismo tedesco, di un imperialismo tedesco diverso e più temibile di quello che egli esperimenta personalmente da tanti anni in Inghilterra, l'Inghilterra delle Indie dell'Egitto del Transval, ed ha in più ristretto campo, nel campo esclusivamente finanziario militare, il suo fedele riscontro nella repubblica d'oltre Manica; e se proprio, a questo feudalismo industriale di cui tutto l'occidente d'Europa, tutto l'oltremare americano sono oggi gli angosciati vassalli, sia preferibile il... feudalismo russo, ad esempio, rimasto nella chiesa sovrana, nel privilegio aristocratico, nello squallore industriale; in pieno anno mille, insuperato; ed a fianco del quale egli, il recluso di Pietro e Paolo, il bandito perpetuo, il perpetuo candidato alle forche sante della santa Russia, viene a riconciliarsi, a schierarsi con tanto ingenuo ed inconsapevole entusiasmo.

Non gliene chiederò mai, anche perchè sarebbe assolutamente superfluo.

Pietro Kropotkine è in fondo perfettamente d'accordo con Paul Louis, con Francis Delaisi e colla «Cronaca Sovversiva» nel convincimento che lo sviluppo industriarle e commerciale della Germania pervenuto al suo attuale parossismo non poteva non urtarsi violentemente nella concorrenza inglese, costituendo la più grave minaccia, la sola grave minaccia alla pace internazionale, il solo pericolo d'un conflitto che nessun intervento per quanto autorevole, nessuna corte arbitrale per quanto veneranda, sarebbero mai riusciti a derimere, a placare, ad attenuare: il mortale duello che il vecchio mondo dilania e spaura di tanti primordiali selvaggi ritorni, ed oscura di tanta barbara eclissi l'orizzonte remoto della civiltà e della libertà; e del cui losco antagonismo fondamentale diremo anche più lungamente in seguito.

Urla oggi nella parola smarrita e sorpresa di Pietro Kropotkine l'eco d'una voce che non è la sua, rugge negli impeti del suo effimero entusiasmo la bufera dell'universale insania.

Sulle inutili stragi, sugli sgomenti, sui singulti tardi del domani, tornati al covo i corsari, nel disperato silenzio, nella tregua morta dell'esangue passione, troverà egli i segni, i lividi segni della realtà desolata ed acerba; e rotta la maglia d'aberrazioni, di perfidie che oggi l'avviluppa e lo soggioga, dolente d'un più amaro disinganno ma cinto d'una vasta, più tragica esperienza, in fronte alle schiere obliate tornerà araldo, maestro e guida.

Troverà immutati, ardenti, fedeli gli animi liberi ed i cuori buoni, insorti ribelli ingrati oggi alle sue inaspettate esortazioni.

VII.

Oggi, no. Squilla più poderosa della sua, sommergendone le smarrite esortazioni, la voce brutale della realtà.

I cantieri le fabbriche le officine che d'ogni valle trasognata rompono i silenzi ignavi, che nelle vecchie città patriarcali ansano affannose l'inno della resurrezione, e vi addensano turgide inviolate le energie dei servi della gleba, e vogliono intorno – ordito necessario di vene e di arterie – canali ferrovie e navi che d'ogni piaggia esotica portino i frutti della terra e degli armenti, ed ai quattro orizzonti disperdano insieme col nome e colla gloria della grande patria tedesca, le dovizie accumulate dall'inesausto fervore; e vogliono, pietre miliari dell'ascensione trionfale, arsenali ed armate che ne assicurino il ritmo e la fortuna, rimangono della guerra la fonte e la ragione.

La ragione involontariamente confessata:

«Noi avremo fra 10 anni una popolazione di ottanta milioni di abitanti i quali, nell'ambito degli attuali confini de l'impero, non riusciranno più a trovarsi lavoro rimunerativo, se non avremo la rete di colonie che oggi, salvo qualche trascurabile eccezione, ci mancano».

«Ed, anche oggidì, è ammissibile che sessantacinque milioni di tedeschi, il loro commercio con tutto il mondo, rimangano alla mercè di quarantacinque milioni d'inglesi, e ad essi consentano la tutela del vecchio mondo, la supremazia del mare?» si domanda il generale Von Bernhardi il quale – smessa la durlindana ed il morione del don Quixote che sul genio su la coltura su la superiorità della gente tedesca, di cui si era istituito araldo e cavaliere, raccoglievano più beffe e più torzoli che non el ingenioso hidalgo de la Mancha – si è deciso a dirci in linguaggio meno cavalleresco ma meno astruso, l'angoscia che rode nel suo paese i grandi ladri, ed a mostrarci dietro i mulini a vento d'un nazionalismo smaliziato la realtà degli interessi che vogliono sul mercato la precedenza e nel grande strozzinaggio internazionale la loro parte di bottino.

E la conclusione, la sola conclusione che possa rispondere a questo antagonismo d'interessi e riassumerne il furore, non può essere se non quella che egli ne trae:

«Una guerra tra la Germania e l'Inghilterra è inevitabile. L'Inghilterra ha il maggior interesse a scatenarla quanto prima può»... e d'altronde «la nostra aspirazione ad un più vasto posto nel mondo ci porterà sicuramente ad una guerra come quella dei Sette anni, nella quale saremo certo vittoriosi quanto l'eroico re di Prussia»7.

Le previsioni della vittoria finale lasciamole da banda. Sono così inseparabili dagli stipendi dagli orgogli dalle responsabilità del guerriero professionale che nessuno saprebbe farne caso: un generale tedesco non può arrischiare previsioni malaugurate; non ne ha l'interesse il coraggio la libertà. È interessante invece rilevare la parte fondamentale delle dichiarazioni del generale Von Bernhardi: l'esercito tedesco, la marina tedesca non hanno altra missione che di assicurare uno sbocco all'industria tedesca, le vie del mare ed i mercati del mondo all'industria ed alla finanza tedesca.

* * *

Ed è denunciata con tanta cinica brutalità che davvero non si comprende come il buon Kropotkine abbia potuto trovare nel vassallaggio politico dell'Alsazia-Lorena le scaturigini e le ragioni degli armamenti tedeschi e, non so bene, qual sogno di feudali propositi alla guerra attuale; nella difesa della repubblica o del costituzionalismo inglese le preoccupazioni di civiltà e di libertà per cui ci vorrebbe coscrivere in servizio degli alleati. L'Alsazia? La Lorena? Ma i capitalisti repubblicani non le rivogliono. Nota bene il Delaisi, che a Mulhausen si sono sviluppati lanifici, cotonifici, acciaierie così poderose che contro la loro fecondità si sono dovute in Francia escogitare le più severe protezioni doganali, e che tornate francesi, quelle officine farebbero tale concorrenza alle officine del Creuzot alle filande dei Vosgi di Lille di Rouen da portare un disastroso turbamento in tutta l'economia dell'industria nazionale.

Ci spieghiamo ancora meno la cantonata del Kropotkine che nel suo ultimo studio su «La Guerra» egli mostra d'aver attinto ad un'opera che or sono sei anni ha suscitato in Francia le più legittime inquietudini. È un grido d'allarme alla borghesia francese, Contre l'Oligarchie Financière, contro un pugno di banditi della Borsa che mentre soffocano nei loro tentacoli insaziati l'industria paesana mettono le enormi riserve del risparmio francese in servizio dell'industria straniera.

Chi ha dato l'impulso meraviglioso all'industria tedesca oggi insuperata, incoercibile? Chi le rinnova il sangue nelle vene affaticate se non l'oligarchia finanziaria repubblicana che pur di far quattrini venderebbe al Kaiser la Francia e la Repubblica settanta volte e sette?

«La politica delle nostre grandi banche non soltanto antidemocratica, è antinazionale...».

«La Banca di Parigi e dei Paesi Bassi conchiude un prestito con lo Stato di San Paolo, Brazil. Il prestito è destinato al riscatto delle strade ferrate. I francesi sottoscrivono, i tedeschi raccolgono le ordinazioni del materiale mobile e delle linee...

«Sul mercato di Parigi s'introducono le azioni della Banca Commerciale Italiana. Che cosa è la Banca Commerciale Italiana? È un istituto fondato dalla Deutsche Bank, dalla Dresdener Bank, dalla Disconto Gesellschaft, una banca tedesca insomma che ha per iscopo di finanziare commercialmente la Triplice e conquistarle il mercato italiano...

«La Compagnia Francese delle Miniere d'oro... conchiude una alleanza colla Metallgesellschaft di Francoforte per smerciare in Francia i titoli tedeschi.

Sui primi del 1908 la Banca Unione Parigina prende parte alla costituzione d'una società di carbone nella Lorena tedesca con un capitale di diciotto milioni di marchi. La finanza francese ne dà per otto milioni.

«Il Credito Industriale e Commerciale costituisce il primo ottobre 1905 a Colonia la Società Anonima Tedesca dei Carboni col capitale di quattordici milioni di marchi...

«Ma su questo terreno dell'antinazionalismo delle banche francesì v'è di peggio...

«Una parte considerevole del denaro depositato negli istituti francesi di credito è prestato in modo permanente alle banche tedesche e serve di fond de roulement al commercio ed all'industria tedesca...

«Non imprecate, non dite che non sia vero, non dite che è impossibile.

«Precisiamo: Tra le grandi banche tedesche e quelle francesi v'è una convenzione scritta, un vero e proprio trattato d'alleanza, ai termini del quale le banche francesi forniscono alle banche tedesche capitali liquidi: le banche tedesche dànno a quelle francesi delle cambiali a tre mesi, che non pagano alla scadenza ma rinnovano ogni trimestre col pagamento dell'interesse supplementare...

«Che è quanto dire: le banche francesi accordano alle banche tedesche un credito a lunga scadenza che negano all'industria francese.

«Non soltanto le banche tedesche non rimborsano alla scadenza, ma chieggono nuovo denaro.

«Nel 1900 i capitali francesi a disposizione delle banche tedesche raggiungevano il miliardo e mezzo. Nell'ottobre del 1906 le banche di Berlino hanno mandato a Parigi per avere nuovi crediti... Alla sola Deutsche Bank, il Crédit Lyonnais ha prestato trecento milioni di franchi. La Société Générale, Le Credit Industriel et Commercial, l'Union Parisienne hanno depositi considerevoli a Berlino. La statistica dei prestiti francesi alle banche tedesche raggiunge una cifra inconfessabile»8.

Se Pietro Kropotkine dovesse pei lettori della «Cronaca», profani ai misteri dell'alta finanza tradurre in lingua volgare il significato e la portata di queste operazioni di borsa, direbbe semplicemente che i banchieri francesi, quelli che oggi hanno nelle mani le redini della repubblica, adoperano i piccoli risparmi dei lavoratori, delle domestiche, dei minuti bottegai della Francia, ad affamare il proletariato francese, ad ingrassare gli accaparratori, gli sfruttatori, i negrieri del proletariato tedesco.

Non potrebbe dirvi altrimenti, anche se le sue esortazioni alla difesa proletaria della repubblica dovessero andarne decapitate.

* * *

— Ma se i capitalisti francesi, come dite voi, hanno a Berlino ad Amburgo, a Dresda, a Francoforte così prospera vigna ai subiti guadagni, così fruttifero campo alle loro speculazioni, perchè la guerra tra la Francia e la Germania che la vendemmia devasta di irrimediabili rovine?

— Anzitutto i borghesi, i capitalisti, i grandi finanzieri si rivalgono largamente in patria – la guerra aiutando – dei rovesci patiti oltre confine. Ad allestire un esercito, a mobilizzarlo e tenerlo per qualche mese, per parecchi anni alla frontiera, in guerra, occorrono grani e foraggi, scarpe e coperte, cavalli, automobili, aeroplani, armi e munizioni, forniture improvvise e continue di milioni, di miliardi su cui la speculazione si esercita senza misura, senza limite, senza controllo; poi, come è già avvenuto in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Austria, in Italia, sono i prestiti che si numerano a miliardi, i prestiti che i grandi istituti di credito fanno coi depositi dei poveri diavoli raccattando commissioni, senserie, realizzando guadagni paradossali; poi domani, dopo i primi disastri come dopo l'epilogo finale, sono le dreadnoughts da ricostruire, gli armamenti da rinnovare, le artiglierie da rifare, le riserve e le fortificazioni, tutto l'esercito da rifornire, l'armata a riedificare.

È la ridda folle dei miliardi, dei miliardi che si estorceranno ancora, sempre e soltanto dalla fatica, dal sangue, dai sudori, dai digiuni dei bastardi, a ritessere della patria più grande, la porpora ed i vessilli, a rifare agli sciacalli la preda, l'orgia, la boria.

Chi grida: «Viva la guerra?».

Coloro che alla guerra non vanno, che alla guerra non hanno nulla da perdere, che alla guerra hanno tutto da guadagnare.

Chi sente più acre la prurigine degli orgogli l'impeto delle rivendicazioni della patria e della stirpe?

Coloro che della patria ignorano i cimenti, le gesta, le glorie; coloro che della stirpe irrisero al calvario eroico, contesero in ogni tempo l'ascensione civile servendo al Papa ed al Sant'Ufficio, all'Austria ed alle forche, al giallo Carignano avantieri, quando buttava il capestro a Garibaldi ed a Mazzini, al Padre della Patria ieri quando su pel Golgota dell'Aspromonte nelle carni del Duce dei Mille straziava il sogno di Luciano Manara e di Goffredo Mameli, ad Umberto il Buono quando su la rivoluzione italiana debellata agognava alla restaurazione delle «ordinanze» e dell'antico regime mitragliando per le vie di Milano i superstiti delle Cinque Giornate, i continuatori della redenzione; e l'indomani di Gibilrossa, l'indomani del Volturno e di Lissa si facevano liquidare dai nuovi padroni in regie chincaglie ed in moneta sonante i trenta scicli dell'Iscariota, l'eroismo della sesta giornata; coloro che la patria concepiscono sotto la specie commestibile del pane e del vino, coloro che la patria hanno nella cassa forte e ad impinguarla venderebbero insieme col natio loco i loro penati, gli indigeti, il padre e la madre; coloro che della patria sono stati in ogni tempo l'onta, d'obbrobrio, la rovina, e la stirpe tennero e tengono in ispregio ed in vassallaggio.

La guerra è, come la pace, la loro cuccagna.

* * *

D'altronde – e l'abbiamo esaurientemente documentato nel corso di queste nostre modeste considerazioni attingendo alle testimonianze più diverse e meno sospette – più che nei rapporti tra la Francia e la Germania, le ragioni della guerra debbono ricercarsi nei rapporti fra la Germania e l'Inghilterra, negli antagonismi irriducibili fra i banchieri, gli industriali, i mercanti dei due paesi; apparendo manifesto, anche a chi osservi superficialmente, che la Russia non costituisce fino ad ora nell'arringo industriale, commerciale, finanziario, un concorrente temibile per nessuno, e che la Francia ha cessato di esserlo da gran tempo.

Non i termini, ma la necessità istessa della competizione, sono in quei rapporti, in quell'antagonismo, come illustra, meglio forse d'ogni cifra e d'ogni considerazione questo lamento di un console britannico in Siria: «Una volta tutti i prodotti europei smerciati qui venivano dall'Inghilterra, oggi vi scrivo con una penna tedesca, su carta tedesca, su uno scrittoio fabbricato in Germania; e tra poco d'inglese non rimarrà qui che il vostro rappresentante umilissimo».

Era l'evizione violenta, rapida, inesorabile. I rimedi doganali del Chamberlain non apparivano soltanto inefficaci e tardivi, ma si urtavano All'insurrezione decisa del proletariato inglese, così come gli appelli di Lord Roberts alla coscrizione, alla necessità immediata del servizio militare obbligatorio, si abbattevano sterili, inascoltati contro l'unanime repulsione dei lavoratori inglesi.

Bisognava raccomandarsi al cannone, trovare coi sapienti raggiri diplomatici nazioni a tradizione, ad organizzazione e a preparazione militare così antica così salda così densa che potessero sul continente fronteggiare gli eserciti tedeschi, ed allestire un'armata che agli scopi economici della guerra, alla distruzione dell'industria e del commercio tedeschi, provvedesse fin dal primo giorno dell'entrata in campagna.

Furono le grandi dreadnoughts, che, bloccando il canale della Manica ed il Mare del Nord, contendono ai porti di Brema e di Amburgo il ferro che viene dalla Spagna, il cotone che viene dagli Stati Uniti, le lane che vengono dal Capo, dall'Argentina e dall'Australia, che negano all'industria tedesca l'alimento ed il sangue di cui vive, che le tolgono di esportare i prodotti proprii, e la costringono al fallimento disperato ineluttabile, mentre sola, padrona oggi delle vie dell'oceano, l'industria inglese raccoglie le ordinazioni, coscrive la clientela che in trent'anni di sforzi e di progresso meraviglioso gli industriali tedeschi si erano accaparrata.

Il «Vorwaerts!», l'organo ufficiale del partito socialista tedesco mostrava d'aver limpida la visione di queste immediate conseguenze della guerra quando, nel suo numero del 12 settembre scorso, era costretto ad ammettere che «pericolo più grande della disfatta militare era per la Germania il prolungamento delle ostilità. Per la Germania il grande pericolo è nella possibilità che la flotta inglese riesca ad impedire l'importazione del cotone, della seta, del rame, dell'olio, del piombo, dei pellami, delle gomme, delle materie prime che sono indispensabili alla continuazione della sua vita industriale; e che essa sia costretta a chiudere le proprie officine».

Ed a conferma delle melanconiche previsioni del «Vorwaerts!» il Ministro del Commercio e Lavoro di Washington compendiava il 25 settembre scorso in una prima statistica le subitanee depressioni che la guerra, la quale non durava che da un paio di mesi, aveva determinato nelle importazioni e nelle esportazioni. Pel solo mese di d'agosto e per l'America del Nord, le esportazioni tedesche che nel 1913 avevano attinto un complessivo di denari 21.301.274 si riducevano nell'agosto del 1914 a dollari 68.737; e, sempre e soltanto pel mese d'agosto e per l'america del Nord, le esportazioni tedesche che nel 1913 sommavano ad un totale di dollari 15.626.176 si riducevano nell'agosto del 1911 a 9.400.043. Queste ridotte della metà quelle annichilite completamente fin dall'agosto scorso; ora, nulle od irrisorie l'una e l'altra.

Mettete sul conto i risultati dell'atroce guerra di corsa in cui gli incrociatori tedeschi nell'Atlantico e nel Pacifico, quelli inglesi in ogni mare, in ogni stretto, sotto ogni latitudine ansano alla caccia dei piroscafi, dei postali, dei trasporti della pacifica rivale flotta mercantile, meno per amor di preda o di bottino che di distruzione dei rispettivi mezzi di scambio, e negate poi che la guerra – esule disperatamente ogni preoccupazione di libertà, di civiltà, di progresso – non sia una feroce competizione d'usurai nella quale la Francia democratica e repubblicana, la Russia assolutista e medioevale, oggi, domani l'Italia nè carne nè pesce, sono chiamate a far da lanzichenecco, a far da svizzero ai borsaioli di Londra, ai corsari d'Inghilterra, così come il proletariato tedesco, austriaco o turco è chiamato – esule ogni senso di progresso e di libertà, ogni coscienza della propria forza e del proprio destino – a farsi massacrare pei grandi pirati, pei grandi affamatori pei grandi assassini della borsa di Berlino, della Deutsche Bank o del Krupp raccolti come lupi in agguato alla voce ed alle spalle del tragico istrione imperiale.

* * *

Ma nell'attuale conflitto, Pietro Kropotkine vede, particolarmente designato dalla storia, accanto agli alleati, il posto dei lavoratori, degli uomini italiani di libertà; e questa sua presunzione richiederà ancora un commento.

VIII.

Secondo Pietro Kropotkine gli Italiani hanno verso la Francia un particolare debito di gratitudine ad assolvere, hanno colla Germania un vecchio conto di tradimenti e di raggiri a liquidare: la Francia è accorsa in aiuto dell'Italia quando la patria nostra si batteva con eroismo disperato per l'indipendenza, l'unità, per la propria liberazione, mentre la Germania di Guglielmo I insieme colla Russia di Alessandro II sulla Francia, «on account of her offorts to free Italy» rovesciava tutto il suo odio, ed agli italiani stessi quando «in 1860 sent away the Austrian rulers of Florence, Parma and Modena, and Florence became the capital of Italy»9 non fece mai mistero della sua ostinata, implacata opposizione.

Il momento di liquidare la doppia partita scocca ora, ed intorno alla situazione dell'Italia non può essere equivoco: deve schierarsi per la Francia contro la Germania.

* * *

Se venisse da un altro, dagli storici del calibro di Luigi Cibrario o magari di Guglielmo Ferrero, da quanti, nel girone del cinquantenario dei fasti e dei nefasti dell'ultima rivoluzione italiana attingono nelle cronache auliche e nelle apologie cortigiane salariate, il richiamo non ci stupirebbe più che tanto; ma da Pietro Kropotkine che ci ha dato nella «Grande Revolution» la misura delle sue attitudini magnifiche alla critica ed all'indagine storica, noi abbiamo diritto ad una meno temeraria interpretazione dell'epopea nazionale.

Della quale non tenteremo qui, neanche nelle sue grandi linee, la ricostruzione, sia perchè della presente discussione essa non è che un episodio, sia perchè non lo consentono i limiti di questo studio modestissimo.

Noi vorremmo soltanto che il Kropotkine si rifacesse un momento agli uomini di libertà del periodo storico a cui accenna, ad uomini cui si può tutto contendere fuorchè l'amore immenso della patria, fuorchè la sincerità della fede cresimata dal sangue dal sacrificio dal martirio, ad Alberto Mario od a Giuseppe Mazzini, ad esempio, sicuri che egli sorprenderebbe nelle ansie, nei dubbi, nelle rivolte, in tutto il pensiero di quegli edificatori della patria italiana, non soltanto lo spirito animatore dell'ultima rivoluzione, ma schietto e limpido il carattere dei rapporti tra il popolo d'Italia anelante all'indipendenza ed all'unità coi suoi nemici di fuori... e di dentro.

* * *

Non ci farà Pietro Kropotkine l'ingiuria di crederci nemici della Francia, e noi non gliene offriremo il pretesto riabilitando – da Carlo Magno che or sono undici secoli gittava in Roma le fondamenta ed i presidii del potere temporale dei Papi, ai preliminari di Loeben od al trattato di Campoformio che ai boia d'Asburgo consegnavano legata piedi e mani, la più generosa delle popolazioni italiane – le acide irose querimonie dei misogalli tradizionali. Non lo rimanderemo neanche al «Moniteur», ai resoconti parlamentari della tempestosa seduta del 7 marzo 1849 in cui la sinistra repubblicana chiedeva che fosse posto in istato d''accusa il ministero Odillon Barrot il quale, autorizzato dal parlamento a proteggere in Roma la libertà italiana, mandava il generale Oudinot a Civitavecchia «a far da cosacco alla repubblica romana» come denunziava dalla tribuna Etienne Arago, «a restaurarvi il papa» come deplorava scandolezzato, ed è tutto dire, Jules Favre.

Napoleone il piccolo nel suo messaggio del 12 novembre 1850 chiariva come si intendesse nella Francia dei Bonaparte la difesa della libertà repubblicana della terza Roma:

«Nos armes ont renversé à Roma sette demagogie turbulente qui dans toute la peninsule italienne avait compromise la cause de la vraie liberté; et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trone de St. Pierre»10.

Non abbiamo interesse a rovesciare sugli altri colpe e vergogna che sono di casa nostra, in istrazio di una verità che soffocata allora violentemente, ed anche oggi, con ogni più subdolo raggiro, con ogni più compassionevole pretesto contrastata, ha fatto soverchio cammino oramai perchè nella fede di uomini come Pietro Kropotkine non trovi ospitalità e cittadinanza.

E la verità è questa: che i contrasti, gli ostacoli peggiori all'indipendenza ed alla unità italiana non vennero ai patriotti della prima ora, dell'ora tragica in cui l'amore alla patria si scontava colla forca, dalla Germania o dalla Russia o dalla Francia; ma dai Savoia, ma dagli uomini di Stato piemontesi per cui ogni pensiero, ogni atto, ogni passo all'affrancamento delle provincie italiane dal giogo dei Borboni o del Papa, degli Asburgo o dei Lorena era delitto se nella generosa temerità non portasse sottinteso od esplicito l'assenso preliminare alla nazionale investitura sovrana di Vittorio Emanuele II. Ond'è che, prima di essere contrasto violento di patriotti e di stranieri, l'epopea nazionale è lotta acerba, implacata tra coloro che, ripudiata oggi sordida ipoteca, vogliono franca la patria nei suoi confini storici, e quelli che vogliono la conquista piemontese dell'Italia; tra quelli che l'indipendenza vogliono assicurata sullo sbaraglio delle tirannidi piovute esoticamente d'oltr'alpe come di quelle cresciute e vivaci all'ombra delle patrie forche, e coloro che mossi soltanto dalla libidine e dalla cupidigia, e dalla rapina, al basto ed al bastone tedesco volevano sulle reni del buon popolo d'Italia adattare e sferrare ugualmente esoso ed atroce il basto loro, il loro bastone.

Paterino, avventuriero o brigante chi osasse l'impresa scellerata: meglio in Sicilia il Borbone che Garibaldi, meglio a Roma il Papa ed il potere temporale che la repubblica di Saffi e di Mazzini, meglio l'Austria a Venezia che le camicie rosse nel Trentino, ed un autorevole giornale italiano di parte moderata11 si compiaceva giorni sono di ricordare le parole che Camillo Cavour ripeteva al gran re in Bologna il 2 maggio 1860, tre giorni avanti la partenza dei Mille da Quarto: se non ci va nessuno a prendere Garibaldi pel colletto ci vado io; e con maggiore soddisfazione le parole con cui Visconti-Venosta inaugurava in Roma la prima seduta del parlamento italiano: «noi non siamo venuti a Roma nè con la rivoluzione nè al seguito suo, ma prevenendola. Noi vi vogliamo rimanere, non colla rivoluzione ma con uno spirito di libertà e di considerazione larga e tollerante che intende di guarentire al pontefice il diritto e la libertà delle coscienze e di assicurare al pontefice il rispetto in condizioni tali che alcun altro paese non glie ne possa offrire nè di più sicuro nè di più degno»12.

Erano la rivoluzione Giuseppe Garibaldi che levando a Palermo la bandiera «Italia e Vittorio Emanuele» non era riuscito a disarmare le diffidenze e le paure della camorra sabauda, Giuseppe Mazzini esule nella patria della cui indipendenza ed unità era stato il confessore l'araldo il milite della prima ora, di tutta la vita intemerata e gloriosa.

Il liberatore brecciaiolo era Vittorio Emanuele II di Savoia al quale era mancato sui gioghi dell'Aspromonte l'onesto proposito di assassinare Garibaldi sulla via di Roma, ma d'accordo colla Francia di Napoleone, cui aveva denunziato le mene rivoluzionarie di Garibaldi, i lividi odii pinzoccheri aveva potuto saziare nelle stragi garibaldine di Monterotondo, di Villa Glori e di Mentana.

* * *

Il contrasto era naturale come era naturale e logica la diffidenza degli elementi democratici verso l'intervento francese nelle cose d'Italia.

Sia tradizione dei liberi comuni, orgoglio delle sue vecchie republiche gloriose, sia coscienza istintiva della varietà etnica dei suoi elementi costitutivi, complicata dalla eccentricità geografica delle sue regioni, la gente nostra – nella cui storia la tradizione monarchica, eccezione fatta per la Sicilia, ha soluzioni violente e frequenti di continuità – non poteva concepire che in senso repubblicano la ricostruzione nazionale, e cotesta aspirazione non poteva non abbattersi irreconciliabile sull'egemonia piemontese.

E questa, cui mancava il suffragio della fiducia e della cooperazione popolare, doveva necessariamente cercare allo straniero, a Napoleone Bonaparte, alla Francia, come scrive Kropotkine, l'aiuto che in patria non trovava.

Pietro Kropotkine non ispenderà certo una parola in difesa dell'uomo del 2 dicembre, e comunque giudichi l'opera sua non mi dirà certo che fosse un uomo da preoccuparsi della indipendenza d'Italia, se non in quanto in Italia potesse realizzare la mal celata ambizione di rifare ai napoleonidi dispersi dalla restaurazione i regni di Etruria o del Napoletano.

«L'alleanza della Francia col Piemonte rende irrisoria l'efficacia della volontà nazionale, turba negli italiani la coscienza di sè e dei loro doveri, li ha resi immemori del loro decoro», scriveva Alberto Mario nell'ottobre del 1859; e soggiungeva: «Prima di quell'alleanza l'Italia era dominata dall'Austria, dopo si trovò in balia ad un tempo dell'Austria e della Francia. Due imperatori se la contendono; l'austriaco vuole il corpo, il francese l'anima...; e la dipendenza morale... è modificata da cinquantamila soldati che dio sa se e quando rivalicheranno le Alpi».

E non si nascondeva affatto le intenzioni dell'Imperatore dei francesi.

«Napoleone III è un imperatore in embrione: possiede la corona senza le gemme, e le cerca. Napoleone zio le ha trovate per primo e della miglior acqua in Italia: il nipote... calò in Italia a ripescarvele, smarrite nel 1815. Lo zio le ha incastonate di sua mano nella corona d'oro senza cerimonie, il nipote lascia questa cura ai compatriotti di Benevenuto Cellini orafo. Più tardi impareranno l'arte anche i Napoletani».

Il Moniteur del 28 settembre 1859 sentiva l'obbligo di rassicurare gli italiani; ma la malleveria del «Moniteur» era negli impegni di Villafranca e nella parola del boia del 2 Dicembre.

Più brutale il Mazzini, a cui pure ogni forma di violenza ripugnava: "Quell'uomo", – scriveva da Londra nel 1858 – «è l'assassino di Roma; ei vi mantiene senz'ombra di diritto un esercito, quasi avamposto ad incarnare un giorno disegni di grandi ambizioni; ei cospira celatamente a pro di una insurrezione Muratiana a Napoli...».

E del conte Camillo di Cavour, cui l'intervento si doveva, smascherava i subdoli avvolgimenti gridando sdegnato:

«Noi crediamo nella iniziativa del popolo d'Italia, voi la temete, e vi studiate d'allontanarla... Noi vogliamo che il paese, sorto una volta che sia, scelga libero la forma di istituzioni che dovrà reggerlo; voi negate la sovranità popolare e fate della monarchia una prepotente condizione d'ogni aiuto nell'impresa. Noi cerchiamo i nostri aiuti fra i popoli che hanno con noi comunione o d'intenti, di dolori, di lotte, voi li cercate fra i nostri oppressori, fra i poteri deliberatamente, necessariamente contrari alla nostra unità. Noi consacriamo tempo, mezzi, anima, vita a persistere in una guerra che attraverso una serie inevitabile di sconfitte educa il nostro popolo a combattere... voi consacrate tempo, mezzi, politica ad attraversarci la via, a perseguitarci dovunque... a denunziarci alle polizie dei governi assoluti...»13.

Si potrebbe abbondare, ma ci pare che bastino le sommarie citazioni precedenti a persuadere il Kropotkine che, se proprio è soggiogato da questo suo democratico ritorno ai simboli collettivi, è giustizia essere più esatto, parlare cioè della alleanza dell'Impero colla Monarchia del Piemonte, ed assolverci dal debito di gratitudine come italiani, anche senza pensare ai compensi territoriali che allora all'Impero furono pagati, anche senza approfondire i reconditi fini per cui l'ultimo Buonaparte aveva, in aggiunta al presidio di Roma, portato in Italia tante legioni di fanti e di cavalli. E senza ricordarci sopratutto i disastri del 1866, voluti, dal conserto proposito di Napoleone e di Vittorio Emanuele ad impedire che la Prussia ruinando da Sadova a Vienna diventasse fin d'allora la terribile Germania che doveva quattro anni più tardi cingere a Versailles la corona imperiale.

* * *

Senza fermarci al 1866 che segna il più torbido e fosco raggiro di cui si adombri la storia italiana degli ultimi cinquant'anni, ed il tradimento più infame di cui si sia macchiata la dinastia savoiarda in cui il tradimento e la vigliaccheria sono tradizione e storia; tradimento insieme delle più fervide speranze italiane, e dei soli alleati da cui potesse, da cui abbia realmente avuto la causa dell'indipendenza italiana efficacia vera di cooperazione e d'aiuto.

A Custoza ed a Lissa volute, imposte dalla paurosa complicità del Bonaparte e del Padre della Patria perchè l'Austria avesse man franca contro il suo nemico del Nord, non la Germania ha tradito l'Italia, buon amico Kropotkine, se non faccia velo alla tua serenità la disgraziata crisi del sentimento, ma Vittorio Emanuele e Napoleone III hanno tradito la Germania e l'Italia.

Noi ce ne appelleremmo alla tua lealtà della quale non abbiamo dubitato mai, della quale non dubitiamo neanche ora che i nostri nemici ti inalberano contro di noi rampogna tanto più dolorosa che essa è immeritata, se intorno a cotesto superato momento di storia la discussione avesse altro valore che di chiarire una trascurabile contingenza.

Perchè se nell'episodio storico della polemica ci siamo indugiati, le denominazioni astrattamente collettive e simboliche di Francia di Germania di Russia di Austria d'Italia, che per un momento ti abbiamo rubato, non rimangono della polemica se non un espediente che non infirma nè intende emendare in alcun modo la impenitenza nostra a distinguere, sotto il velame fraudolento dell'unità etnica, la doppia patria di chi opprime e di chi è oppresso, di coloro che creano nella pena sotto la croce della sanguinante passione, e coloro che nell'ignavia fanno cinico strazio del sangue e del sudore proletario; e noi persistiamo a ritenere che la guerra comunque s'accenda, dovunque imperversi, sia la forma più sciagurata di quella collaborazione di classe contro la quale con ogni tua parola, colla parola e coll'esempio, con ogni tuo gesto, col meraviglioso fervore della tua giovinezza superstite ad ogni strazio ad ogni lusinga a tutte le insidie corrosive agli anni, hai risvegliato diffidenze e disdegni, proteste e rivolte, suscitando fra gli umili di ogni terra da Angiolillo a Bresci, da Vaillant a Masetti, nell'olocausto, la nostalgia della giustizia e della rivoluzione sociale.

Dopo di averci asciugato stilla a stilla il sudore d'ogni fibra come a dannati, nelle miniere, nelle officine, nei cantieri, in tutti i suoi bagni industriali il sangue ed il sudore, la borghesia ci chiede nelle ecatombi paradossali sulla Vistola e sul Reno l'estrema salvezza dal fallimento che contro il suo regime abbominevole ha inesorabilmente pronunziato il tribunale della ragione maggiorenne, della ragione inesorata.

Vi sapremmo tanto meno indulgere che quelli che vorrebbero essere nel tuo linguaggio i termini di un sillogisma si riducono ad una deplorevole ambiguità, per non dire ad un'obliqua inversione.

Alla Francia di Diderot, di Voltaire, di Beaumarchais, alla Francia della Rivoluzione, della Dichiarazione dei Diritti, della Comune, tu poni, antitesi irreconciliabile, la Germania medioevale del diritto divino del Kaiser del Krupp, invocando per quella le braccia le armi degli uomini di libertà, dell'internazionale proletaria, conclamando su la seconda la distruzione e la morte necessariamente.

La logica non è che apparente; navighiamo in pieno sofisma, in un equivoco sciagurato.

Alla Francia di Lamark e di Pasteur, alla Francia dell'Enciclopedia e della libertà non devi tu logicamente, onestamente opporre la Germania di Goethe e di Schopenhauer, di Lassalle e di Marx, di Wirchow, di Haeckel, di Kock?

Ed alla Germania del Kaiser, del diritto divino, del Krupp non trovi tu la Francia corrispondente delle Congregazioni, dello Stato Maggiore, dello Schneider, del Comptoir National d'Escompte che ieri rinnovava le Sambartolomeo dell'antisemitismo domenicano ed oggi giuoca in Borsa il sangue dei lavoratori massacrati ad Ypres?

Ristabiliti equamente, logicamente i termini contradditorii della tua proposizione non potresti più chiedere, certo, le simpatie libertarie per cotesta Francia, la sola che, come la Germania dall'altro lato del Reno abbia voluto la grande guerra, la triste guerra che non dobbiamo sorreggere anche se non l'abbiamo saputa evitare; ma non ne trarresti tu, il fratello nostro più grande e più caro, nell'angustia di questi giorni, al morso della coscienza – che alla follia travolgente dell'ora insana può indulgere, ma non è morta e non dimentica e riprenderà domani intiero il proprio dominio – tu che raccogli sotto ogni cielo, in ogni cuore, tanta sincera confidenza, così profondo affetto di umili, la forza di dire ai proletari di qua e di là dalla frontiera: nelle vostre mani incallite sono i destini della civiltà e del progresso, tra i lavoratori del mondo ha il suo rifugio inviolato la civiltà che non guarda alle bandiere, alle frontiere, alle livree, agli idiomi, sterpi effimeri, barriere fugaci sotto l'agile piede, sulla via luminosa, dinnanzi al progresso incoercibile; non l'abbandonate, non la precipitate sotto le zampe ferrate degli ulani o dei dragoni o dei cosacchi, non la prostituite ai giuocatori di borsa che ne conieranno moneta o ritorte, moneta per sè, ceppi per voi; opponete alla coalizione degli oppressori e degli sfruttatori la coalizione degli oppressi e degli sfruttati, e nel girone ardente della patria frontiera affogate il nemico secolare, il comune nemico per sempre, per la salvezza vostra, per la salvezza di tutti!

Vox clamantis in deserto?

Dal Battista della leggenda all'ultimo fucilato di Montjuich è nelle voci clamanti sul deserto l'auspicio dell'avvenire.

Più cambia e...

«Ed essi presero così la città...

«E massacrarono quanti si fecero sul loro cammino, dagli uomini fino alle donne, dai bambini fino ai vegliardi.

«Misero a fil di spada buoi, asini, agnella...».

Non è un telegramma che celebri da Lodz o da Bruges il vittorioso incedere dei tedeschi barbari o dei russi cresimati avantieri, dagli entusiasmi alleati, araldi novissimi di civiltà.

È nel libro di Giosuè (VI, 20, 21) in istile telegrafico la conquista ebrea di... Gerico.

Possono da Bismarck a Moltke, a Mario Morasso, ai Federzoni spiccioli del nazionalismo o dell'imperialismo borsaiolo gridare gli apologisti della forza, i profeti della guerra, che sulle picche o sugli howitzer da quarantadue incedono il progresso per le contese vie del mondo, la civiltà per gli anfratti scoscesi della storia e dell'avvenire; possono mutare gli avvolgimenti, i riti, le forme; ma i guerrieri, guerrieri d'ogni tempo e d'ogni gente, rimangono immutati, disperatamente immutabili, gli ebrei di Gerico di Giosuè e del vecchio testamento.

Immutati, immutabili!

(6 dicembre 1914.).

Tutto il mondo... è paese

Non saprei trovare miglior titolo ad una nota sovversiva di carattere generale, tanto più che riferito alla civiltà, la quale è in quest'ora turbinosa il luogo comune abusato, il vecchio proverbio: trova la più vasta applicazione.

Mi spiego: alla «Cronaca», non si conosce l'intolleranza che è dei preti, dei preti neri come dei preti rossi; e se non si dà tregua ai voltagabbana professionali e mercenarii, non si saprebbe coltivar neppure un'ombra di rancore a quanti sinceramente, ingenuamente, anche nel campo sovversivo si schierano per la guerra.

Perchè odiarli? Sono deboli che il ciclone ha travolto; innocenti che si appagano di un miraggio, che abboccano ad un'apparenza, che non osano degli omeri fragili opporre un argine a la fiumana. Sono per la guerra? Domani, doman l'altro, fra un mese o un anno, quando la vittoria si torcerà in tradimento, le responsabilità della guerra in corona atroce di spine, e l'orgoglio in umiliazione ineluttabile e sanguinosa, non lo saranno più.

* * *

Non domandiamo che una cosa a questi sperduti nel buio: che sulla pietra di paragone della cronaca di ieri, di oggi, di domani saggino le ragioni per cui alla guerra hanno dato il loro consenso. Alla fiamma dell'esperienza tornerà il più squallido dei pretesti anche quella che è nella loro argomentazione la base fondamentale delle ingenue preferenze per la guerra; la superstizione diffusa che col Belgio, colla Francia, coll'Inghilterra si accampi la civiltà, in contro a la barbarie che bivacca all'ombra degli howitzer tra gli ulani dei due imperatori; quanto meno che se cogli alleati non è tutta la civiltà, è tuttavia una civiltà superiore a quelle dell'Austria e della Germania, e che tra i due mali sia forza scegliere il minore.

* * *

È anzi più che una superstizione, è un compromesso che porta lontano, ad estremità insospettate.

Vedete un po'!

Ci gridano i nostri compagni a la deriva: «Siamo anarchici, non siamo per la guerra, non possiamo esser per la guerra; ma intanto la guerra è la grande realtà con cui bisogna fare i conti, e poichè la guerra è tra la Francia democratica e la Germania feudale, scegliamo dei due mali il minore, siamo nella guerra presente per la Francia e per la repubblica».

Non è così?

Ed a dispetto dell'apparenza logica è il salvacondotto d'ogni transazione, di tutti i voltafaccia.

Se invece che nel campo industriale e militare la competizione borghese infuriasse nell'aringo religioso, i nostri buoni compagni ci ripeterebbero colla stessa disinvoltura: «Siamo anarchici, non siamo per la religione, non possiamo essere per la religione; ma intanto la religione è la grande realtà con cui bisogna fare i conti, e poichè l'urto è fra il dogma e la riforma, scegliamo dei due mali il minore contro l'immacolata concezione stiamo per Lutero e per Calvino».

Ancora: «Siamo anarchici, non siamo quindi, non possiamo essere per l'autorità; ma intanto la rivoluzione è podagrosa, l'anarchia remota, mentre lo Stato è la grande realtà con cui bisogna fare i conti. È una realtà autocratica in Russia, è una realtà costituzionale in Italia: dei due mali scegliamo il minore, rimaniamo anarchici ma siamo... monarchici, ed inchinandoci a Bresci stiamo per Gennariello».

* * *

Neanche si sognano che il loro atteggiamento comporti riflessi così sciagurati. Se ragionassero un momentino butterebbero alle ortiche la fregola vana di snobismo, la devozione ai pastori della breve chiesa, la docilità pigra al tradizionalismo che rigurgita violento, il furore d'incoerente praticismo ad ogni costo che li aggioga al carro del nemico; e stendendoci la mano con franchezza sbarazzina ci direbbero nell'impeto del ravvedimento: Avete ragione! La divisione delle classi è così recisa, così abrupta che non consente la zona neutra del male maggiore o del male minore su cui istituire una preferenza. O si è di qua o si è di là; o si è per la conservazione dell'ordine borghese, o si è per la rivoluzione sociale; e se non siamo fino ad oggi in grado d'impedire una guerra perchè la parte maggiore dei proletariato evirato dalla disciplina ha seguito i mali pastori nell'abiura e nell'apostasia, non è ragione perchè dalla parte dei guerraioli e per la guerra ci dobbiamo schierare rifacendo sull'ali della fantasia a benefizio dei capitalisti i confini della stirpe ed al privilegio la fortuna, giacchè una sola è la realtà con cui bisogna fare i conti, e questa è che nessuna civiltà sia sincera, possibile, degna del nostro entusiasmo e del nostro sacrifizio, se, consacrando il privilegio esoso di chi ozia nella più stridente delle iniquità, neghi a chi lavora e crea il diritto alla vita, alla conoscenza, alla gioia; unica realtà la rivoluzione, la quale se intorno a troppe inerzie, a troppe diffidenze, a troppi interessi misteriosi e tenaci ha dovuto tendere le fila innumeri del suo ordito sovvertitore, per avere oggi ragione dei nemici, oltre ogni frontiera congiurati alla rovina ed alla nostra perenne servitù, non è per questo meno imperiosa, meno ineluttabile, nè così destituita nelle sue aspirazioni e ragioni che noi abbiamo a rinnegarla od a tradirla per la patria o per 1a civiltà di lor signori.

E queste realtà, che a noi piacciano o non piacciano, c'impongono un solo atteggiamento: contro la guerra dei grandi ladri se dobbiamo farne le spese, contro la neutralità dei pusillanimi o dei castrati, contro la pace obesa d'usura e d'ipocrisia, per la rivoluzione livellatrice! ora e sempre, fino alla palingenesi piena e definitiva, senza remissioni, senza tregua, mai!

* * *

Questo ci direbbero se riflettessero un minuto soltanto, questo ci diranno domani senza alcun dubbio se vorranno prendersi la cura di riesaminare i connotati alla civiltà di cui ci assordano, attingendo alle fonti ed alle testimonianze insospettabili.

Perchè se è vero che barbaro sia il governo tedesco quando sotto l'egida di Ottone di Bismarck e per conto degli industriali, dei finanzieri tedeschi, si apre nel petto delle donne, sullo strazio dei vecchi e dei bambini, la via all'impero coloniale dell'Africa occidentale, e J. Scott Keltie della Società Reale Geografica Inglese, il quale pur pensa che laggiù in Africa non si possa fare a meno di «certain amount of compulsion» (una certa coercizione), è costretto ad ammettere, lui! che the natives have been... treated with great cruelty (gli indigeni sono stati trattati con molta crudeltà) e venduti, occorrendo, come schiavi; dall'altra riva del Reno o della Manica non sì è certo adoperato meno atroce, meno barbara procedura.

Quanti anni sono dunque corsi dal giorno che al Parlamento belga il deputato Laurent agitava milletrecento e otto mani tagliate ai poveri indigeni del Congo, ed affumicate debitamente perchè il trofeo civile non andasse a male, sull'ordine di uno dei tanti ufficiali belgi che ora fanno prodigi alla frontiera?

Non è un episodio di ieri? Non lo ricordava recentemente ancora la buona Sévérine mentre a confortare l'antico adagio che in materia di civiltà, tutto il mondo è paese, ci raccontava le meraviglie del valore francese alla presa di Sikasso?

Riproduco testualmente:

«Il colonnello ha cominciato a scrivere sul suo carnet la lista dei prigionieri, la ripartizione che ben tosto si farà. Ma son troppi, i disgraziati; quattromila! Troppi come a Waterloo.

«Se ne stanca presto il colonnello, rinunzia alla contabilità fastidiosa e, poichè all'ombra dello stendardo repubblicano la tratta è abolita, rimette in tasca il suo lapis:

«– Spartitevi questa roba.

«E si spartisce. Chi piglia una donna, chi ne piglia due, chi tre, chi ne toglie anche nove. Per affrancarle da ogni rimpianto e dalla fatica di portare oltre il bottino dei nuovi padroni, si sono massacrati i bambini. Anche i vecchi sono stati ammazzati.

«La colonna avanza, marcia gloriosa. Le prigioniere bevendosi le lacrime allungano il passo, accarezzate del resto dalla sferza al menomo segno di stanchezza.

«Una di esse è incinta, vacilla, stramazza. I calci dei fucili le rullan nei fianchi «l'avanti!» Si sconcia lì, sulla nuda terra, spezza il legame, procede sanguinante.

«E, dietro, sul suolo, non resta più nulla, più nulla all'infuori di un piccolo bimbo morto a testimoniare nel cospetto dei cieli la nostra civiltà.

Les Francs ont passè là, tout est misère et deuil!

«Povero Victor Hugo, che cosa direbbe egli che nei «Chatiments» votava all'esecrazione dei posteri l'aguzzino che sulla madre sacra aveva levato la mano?»14.

* * *

Se l'economia del giornale non imponesse limiti discreti a questa nostra rubrica, vorremmo insieme coi nostri lettori ricercare alle Indie, in Egitto, nell'Africa australe i connotati dell'ipocrita civiltà inglese, negli stessi confini del Reame Unito, rimasto oggi quello che era cento anni fa quando a mezzo del Lord Cancelliere negava a Percy Bisshe Shelley, soltanto perchè in dio non credeva, il diritto di crescere, di tenere presso di sè i proprii figlioli; i connotati della civiltà austriaca che si delineano tra il bastone e la forca, quelli della civiltà italiana che i Livraghi e i Caneva hanno portato a Massaua od a Sciarasciat. Quanto alla Russia che Maria Rygier e Pietro Kropotkine veggono sulla via di Damasco, su cui la Germania di Guglielmo non si sarebbe ancora affacciata, basterà la statistica che il deputato Tcheidze presentava soltanto cinque anni fa alla Duma: Nel breve giro degli ultimi quattro anni, trecentoquarantasette deputati sono stati arrestati e condannati al carcere, diciotto relegati in Sibera, mentre quattrocentosei editori di giornali furono chiusi nelle fortezze o mandati al bagno, e mille e ottantacinque periodici sono stati soppressi; dati e fatti che inducevano l'onorevole Tcheidze a conchiudere che «in Russia la civiltà è ancora nelle mani del boia, e le esecuzioni capitali rimangono l'episodio obbligato della cronaca quotidiana».

Riprenderemo il compito ingrato in un altro numero, conchiudendo per ora che non dubitiamo e non abbiamo dubitato mai del sincero amore dei sovversivi guerraioli per la civiltà.

Deploriamo soltanto che essi ne abbiano consentito la tutela ai manigoldi della borghesia, feudale e barbara dovunque s'accampi, in Germania od in Inghilterra, in Austria od in Francia, in Italia o nel Belgio; perchè la borghesia, della civiltà e della libertà è l'antitesi per... definizione.

(6 dicembre 1914).

La Repubblica di Sant'Ignazio

Tre mesi fa, proprio di questi giorni, sul rescritto del loro magistrato supremo, si rovesciavano i cento milioni di cittadini per tutte le piazze, si affollavano per tutte le chiese invocando nelle cento favelle diverse dal signore dei cieli – disperatamente sordi i semidei della terra – che l'onta barbara della guerra, che la paradossale carneficina atroce in cui si svenano, di là dal mare, cinque stirpi e si scava la fossa al progresso umano, avesse a cessare per la gloria di Cristo e per le fortune della civiltà.

Percossa d'ammirazione ogni gente.

La grande repubblica si ricongiungeva con quell'atto di suprema pietà e di civile coraggio insieme, alla gloria delle sue cristiane origini ed alle promesse del suo civile divenire, confondendo le sue voci generose all'anelito dei grandi cuori, dei materni cuori d'ogni patria, all'anelito estremo del vicario di Cristo sulla terra insanguinata.

Degna di pietà, invero, la tragedia immane: non infuriava che da quattro mesi la guerra, contenuta come da un senso di pudore degli stessi energumeni che pure l'avevano sferrata, nelle Fiandre occidentali ridotte ad un carnaio spaventevole, ad una ruina disperata; e mezzo milione di giovani vite erano falciate dalla mitraglia, ed ogni più ardita creazione della bellezza e del genio fiammingo erano mutate dalla cieca furia sterminatrice degli howitzer in un cumulo di macerie pietose.

Bruxelles e Gand, Anversa e Bruges, la cattedrale di Reims e la università di Lovanio, i templi di dio, l'austero albergo degli avi, le arche della gloria e della sapienza, vi erano ugualmente passate, ed il fato sinistro delle grandi cattedrali strappava più rimpianti, più lacrime che non lo scempio di mezzo milione di umane giovinezze, d'ogni grande guerra necessario, irrecusabile tributo.

* * *

Nella penombra del tempio qualcuno ghignava.

EUROPE DESTROYS AMERICA PRODUCES!

«Today the american laboring man enjoys his day of rest.

«Today, in Europe, 19.000.000 laboring men and other are engaged in the wholesale slaughter of each other – in the demolition of homes, humble and great – in the destruction of the crops of the field and the cities which it has taken a thousand years to build.

«Europe is spending doll. 40.000.000 a day for destruction.

«Six million, six hundred and fifteen thousand american laboring men are peacefully and coutentendly at work on their annual doll. 28.530.261.000 worth of manufactured products.

«Over doll. 15.000.000 is being spent for food to feed a vast horde of destroyers In Europe.

«In America 6.340.357 farmers are busily engaged in harvesting America's doll. 28.386.770.000 farm crop.

«Millions are being spent daily on gunpowder and equipment in the work of carnage across the sea.

«America's 1.139.332 miners are engaged in producing aur annual mineral budget – valued on doll. 1.042.642.69315».

Ghignavano i mercanti, i grandi mercanti che, come ognuno sa, hanno nel libro mastro, nel portafoglio, nella cassa forte, nel dividendo, tutta la carità e tutta la civiltà di cui il loro calcolo sia suscettibile.

Le voci di giubilo, di cui l'alleluia! del «Boston American» non è che un preludio discreto, crescono colle ordinazioni, che si fanno di giorno in giorno più pingui e più fitte, all'osanna forsennato e sbracato.

«La guerra rovescia su di noi «semplicemente il benessere», grida alla Convenzione di Chicago, interprete dei più grandi affaristi della Repubblica A. H, Mc Quilken del «Business Equipment Journal», ed il President della Central Trust Co. dell'Illinois, rincara «Comincia per gli Stati Uniti tale era di prosperità che nessuno ha mai veduto, nessuno avrebbe saputo prevedere», mentre è in ognuno dei quarantotto Stati dell'Unione una gara orgogliosa: nell'Indiana, a La Porte, è venuto dall'Inghilterra un ordine di quarantamila arnesi completi, nel Missouri, a St. Louis, si apprestano centodiecimila barili di farine; nel Michigan, a Detroit, si lavora giorno e notte ad allestire qualche migliaio d'automobili, nella Pensylvania, i Baldwin di Philadelphia non sanno come assolvere un'ordinazione di parecchie migliaia di locomotive per quanto ne mandino fuori regolarmente una al giorno dai loro cantieri, ed a Pittsburg seimila uomini sgobbano a fare diecimila gomitoli di reticolati; nel New England l'enumerazione degli ordini che vi piovono giornalmente toglierebbe parecchi numeri del giornale; borraccie d'alluminio, coperte di lana, scarpe, calze, camicie, a centinaia di migliaia per un complessivo di milioni fantastico su cui le fortune di lor signori ingigantiscono all'iperbole nel giro di ventiquattro ore.

I mercanti sono mercanti: ai loro scrupoli cristiani hanno abdicato il giorno che sul groppone sul sudore su l'ignominia su lo strazio dei servi hanno coniato, leva al miliardo, il primo centinaio di dollari; non li risusciteranno oggi che il miliardo si leva improvviso, tinto di sangue e d'obbrobrio, dalla carneficina e dalla ruina.

Nel coro delle lamentazioni universe, non era la loro voce.

* * *

Ma la repubblica? la repubblica che allo scoglio di Plymouth approdò col patto nazareno del Mayflower illividita dalla persecuzione, e cresimò Abramo Lincoln del suo sangue propiziatore a tutta la liberazione, pegno di civiltà e di fratellanza temerarie, – ha potuto mentire al buon dio nelle sue preci, ai suoi cento milioni di cittadini ora, che a continuare la superba tradizione di Jefferson, è alla Casa Bianca Woodrow Wilson?

* * *

Ha mentito, mente a tutti, mente agli umili ai servi ipocrita, sfacciata, impudica.

Ricordava giorni sono al Congresso il senatore Gilbert Hitchcock del Nebraska che la grande repubblica – la quale della guerra, delle sue stragi, delle sue ruine ostenta l'orrore così acre quanto la nostalgia della pace, dell'amore, della fratellanza universale, cristianamente invocata nei messaggi del suo più grande magistrato – la grande repubblica che, nei giudizii di George Sylvester Viereck del «The Fatherland», potrebbe nel giro di un paio di mesi spegnere la grande guerra, ricondurre le potenze belligeranti, di buona o di mala voglia, alla tregua, nella guerra soffia con impetuoso furore arrovellandone al delirio, alla pazzia, la libidine sterminatrice.

E dinnanzi al Congresso il senatore Gilbert Mc Hitchcock del Nebraska ha letto la nota interminabile delle ordinazioni che per conto dell'Inghilterra, della Francia, del Belgio, della Russia si stanno assolvendo nelle grandi officine, nei grandi cantieri d'America in onta agli impegni della neutralità formalmente dichiarata, ad irrisione del pietoso fervore e delle preci bugiarde con cui dai suoi tribuni, dai suoi ministri, dai suoi preti, dai suoi cittadini si invocavano, or son tre mesi, la tregua, la pace plebiscitariamente.

Il plebiscito era d'ipocrisia

La Remington Arms Co. ha l'ordine di duecentomila carabine;

L'Union Metallic Cartridge Co. lavora a fornire duecento milioni di cartucce;

Duecentomila moschetti e duecento milioni di cartucce si allestiscono dalla Winchester Arms Co.;

Quattro milioni di libbre di polvere si preparano dalla Dupont Powder Co.;

Millecinquecento mitragliatrici dalla Colt Works, la quale ha pure un ordine di cinquantamila revolvers;

Tredici milioni di cartuccie, centomila carabine deve consegnare la Remington Arms Co.;

La Crucible Steal Co. ha ordini per oltre dodici milioni di dollari, in materiale d'artiglieria;

La Winchester Arms Co. ha poi altri ordini per:

Cinquecentomila carabine calibro 22;

Centomila carabine calibro 30-40;

Cento milioni di cartucce relative;

Come del resto la Dupont Powder Co. oltre alle ordinazioni già accennate si appresta a fornire sette milioni di libbre ad un committente, duemila tonnellate di polvere d'artiglieria ad un altro.

La Bethlehem Steel Co. dà novecento mortai, howitzer, da 6 inches, ed un altro centinaio da 9 inches con tutti gli annessi e connessi; mentre l'Autocar Co. si affanna alla confezione di duecento automobili corazzate, mentre le diverse ditte dànno aeroplani d'ogni genere, quattro milioni di frecce in acciaio; e tre milioni di cartuccie pigliano settimanalmente la via della Francia come denunziava al ministero degli Esteri il conte Von Bernstorff ambasciatore di Germania a Washington.

La guerra divampa, s'aggrava travolgendo nel suo ciclone di sangue di fiamma di pianto una gente nuova, una nuova nazione ogni dì, soltanto perché la grande repubblica per turpe libidine dei sùbiti guadagni, oggi; per le avide ipoteche sornione del domani, ne attizza la mania suicida, ne arrovella il cannibalismo imbestialito.

I cinque milioni di giovani d'ogni stirpe che, dalle gole dei Carpazii alle dune fiamminghe, hanno del loro sangue generoso, inconsapevoli disperatamente, irrorato della patria i destini, dei suoi grandi ladri costellati la fortuna; e dal campo inglorioso non tornarono o tornarono mutilati, inutili per sempre agli altri ed a sè, pendono alle forche della frode puritana svergognata.

Loro beccai maramaldi – feroci, spietati quanto Guglielmone o Nicola, quanto Cecco Beppe e Giorgio V, i Carnegie, i Rockefeller – i Bryan, i Wilson che biascicavano di pietà di civiltà di fratellanza universale all'Aja ed a Washington, in parlamento in chiesa in piazza, mentre insaponano, all'ombra, la corda e s'avventano insaziabili alla strage, al sacco universale.

La repubblica bagascia di Sant'Ignazio da Loyola!

(9 Gennaio 1915).

Minime della Patria e della Guerra

L'ora precipita! Fra due, fra tre settimane al più, e potrebbe essere anche prima, la patria sarà travolta nel girone della guerra a cui si prepara da mesi con attività indefessa e per la quale ha speso oramai – scrive al suo Imperatore il Principe van Bülow che è di casa, e certe cose le può sapere, e se ne intende – la bellezza di un paio di miliardi e forse più.

Precipita alla guerra, la patria; ed è ancora un'orrenda vigilia d'ansie di spasimi d'angoscie alle povere madri d'Italia cui strappa un editto del re tre milioni di figli gagliardi per l'inutile olocausto al bugiardo feticcio della patria o per la torbida restaurazione d'interessi di istituti, di classi a noi, più che ogni esterno nemico, implacati.

E, come in ogni tragica ora delle patrie fortune, il cuore le preoccupazioni del re sono pel suo popolo beneamato.

Bisognerà pur nutrirli questi tre milioni di armati figli della patria... finchè la mitraglia di Cecco Beppe o di Guglelmone, degli alleati di ieri, non li abbia mietuti!

E se ad organizzare la vittoria, a realizzare il vecchio sogno della gente, il riscatto delle irredente provincie sorelle, si sono fino ad oggi profusi duemila milioni di lire – e non s'è peranco incominciato – pochi bajocchi vogliono rimanere pel pane quotidiano, con cui tener ritti incontro al nemico, lungo l'Isonzo o tra le balze del Trentino, gli incliti figli de la patria, e docile, dentro, la marmaglia famelica e turbolenta degli straccioni.

Ed il re ha preveduto e provveduto. Non del suo, s'intende! Non rinunziando alla sua lista civile, non al pingue appannaggio dei lupicini, alla ventina di milioni in oro che annualmente asciuga dalla ventina di milioni d'anemici, di pellagrosi, d'affamati della terra. L'esempio del suo grande avo non gli dice nulla al riguardo; ma ha provveduto che si confezioni il pane di guerra nel quale a supplire la farina, rara e cara, sarà il 12 per cento di crusca o di riso, secondo le circostanze, e l'uso del quale sarà, occorrendo, imposto da un reale decreto o da una deliberazione del parlamento non appena le circostanze esigano.

Il pane è squisito; lo dicono concordemente il Re ed il Presidente del Consiglio, che l'hanno assaggiato e... non ne mangeranno mai; squisito lo troveranno i ventri vuoti che non l'hanno assaggiato, che potrebbero anche conchiudere ad un diverso giudizio, ma posti tra l'inamovibile vigilia ugoliniana ed il pan di crusca o di riso, avranno scarsa libertà di scelta e, bandita ogni smorfia, lo troveranno sempre un po' meglio, giusto giusto un po' meglio del crampo e dell'inedia.

S'inizia con un gesto spartano la nuova epopea; chi oserebbe dubitare dell'epilogo?

* * *

Si rivive un capitolo, il più solenne capitolo, delle Cronache di Dino. Come in Santa Croce ottocento anni addietro, nei delubri della patria ai mali cittadini smarriti nelle gare fratricide di parte, suadono i magistrati – ogni sterile competizione bandita – la sallustiana concordia per cui parvae res crescunt mentre, discordia maximae dilabuntur, e nell'«ufficio» civile non v'è più che un salmo: nessuno vi nega o vi contende il diritto alla libertà di coscienza, la libertà di essere repubblicani o socialisti o, sindacalisti o magari anarchici, anche anarchici, sicuro! purchè vi ricordiate oggi, mentre il compimento dei patrii destini matura, e dalle contese vette delle Alpi minaccia il secolare nemico, che prima ancora di essere repubblicani o, socialisti o sindacalisti od anarchici, voi siete italiani e gli italiani,

uno il voto uno il patto uno il grido

vogliono essere oggi l'inscindibile forza che la fortuna della stirpe sospinga al suo glorioso e vittorioso destino.

Irresistibile!

Benedetto XV oblìa la deposizione violenta, le spoliazioni sacrileghe, le mutilazioni atroci di cui sanguina il suo cuore di Vicario di Cristo e di padre universo dei fedeli, e nelle pastorali dei vescovi esige perentorio il comandamento che al primo rombo del cannone alla frontiera, tutti i cattolici raccolti sotto il tricolore facciano del loro petto usbergo al re ed al governo d'Italia, al nipote dell'usurpatore, a colui che detiene, ai suoi complici ed ai suoi manutengoli, senza una riserva: il Vaticano non deve essere sospettato d'antipatriottismo.

Respiriamo l'atmosfera del miracolo!

* * *

Poteva resistervi Enrico Ferri che, sull'abjura frettolosa delle recenti guasconate rivoluzionarie, col vecchio ordine si era da un pezzo riconciliato, ed all'Argentina aveva già veduto nel re il simbolo della patria, ed avantieri all'Augusteo nella pensosa figura del sovrano «che nel suo cuore accoglie tutti i palpiti della patria comune per offrirli in olocausto alla sventura...» risalutava commosso devoto il simbolo di concordia solidale contro le insidie della morte per questa Italia bella, immortale che dall'Etruria misteriosa a Roma signora del mondo, dal rinascimento meraviglioso alla epopea del risorgimento, in ogni forma di vita, ha sempre toccato le glorie più luminose?».

Enrico. Ferri che agognava da anni all'alto onore di essere sentito nei consigli della corona, e nell'ostinata recidiva delle smorfie dei contorcimenti delle genuflessioni cortigiane vi è finalmente riuscito?

* * *

Così l'idillio è completo.

Al primo te deum! con cui al Pantheon d'Agrippa, Benedetto XV, evaso dalla fastosa ed accidiosa prigionia Vaticana, benedirà alla prima vittoria degli eserciti regi sull'Isonzo, saranno nella polimelia solenne tutte le voci: gli acuti di Maria Rygier contrita del suo giovanile peccaminoso «Rompete le File!» i do di petto d'Enrico Ferri emendato dai robespierrani furori contro l'esosità della lista civile, su, su fino al canto fermo dei canonici riconciliati, dei vescovi in fregola di decorazioni, di prebende, d'exequatur...; sarà nel nome della patria, dopo la tregua di dio, l'eucarestia di tutti gli interessi, di tutte le fedi, di tutti i cuori di tutti gli ordini riconciliati rasserenati solidali.

Non c'è che una spina in cotesta gloria di gioie, di rose, di risorte fratellanze insospettate: non comunica la plebe.

Sieno le doccie di sangue e di vergogna rovesciatele sulla cervice dalla gloriosa impresa d'oltre mare, dagli agguati di Sciarasciat, dalle forche di Piazza del Pane, dalla vanità dello sforzo eroico commisurata allo squallore spaventoso dei risultati, sia diffidenza esperta od intuito avventurato della inconciliabilità degli interessi e dei rapporti che la minaccia della guerra e la chiacchiera dei mezzani s'arrovellano a confondere, siano altre cause altre ragioni che sfuggono all'ambito ed alla pretesa. di queste note modestissime, fatto si è che l'entusiasmo per la guerra, al proletariato della patria non si è comunicato.

Resiste colla stessa sprezzante indifferenza a chi la guerra sobbilla per la patria come a chi la preconizza per la civiltà, mentre di fuori, dai campi riarsi delle Fiandre, dalle gole dei Carpazi, dalle spiaggie del Mare del Nord non vengono che ruggiti di belve, echi di atrocità e di misfatti di cui vergognerebbero, tornando nel nostro mondo civilissimo, i pirati leggendarii della Barberia o del Pacifico, mentre in casa la messe remota, effimera, bugiarda, della gloria si irrora di lacrime, matura fra stenti miserie strazii che sono un supplizio, una maledizione.

Ed è la, sola grande incognita della guerra.

Se intravvedessero i miserabili che al nemico secolare, appostato indarno ad ogni svolta della storia, ed oggi alle prese, aspramente, coi nemici di fuori, si potrebbe dare con fortuna il colpo di grazia, ed osassero complicare la guerra allo straniero colla guerra ai nemici, agli oppressori, agili sfruttatori di dentro, a quelli che hanno alle reni, sul collo, ogni giorno ed ogni ora, non sarebbe sui salmi civili e su le fanfare patriottarde, e sui connubii arruffianati la sorpresa del dies irae?

C'è esso pure tra i salmi dell'ufficio, se la memoria non m'inganna e la storia non mente.

(27 Febbraio 1915).

Contro la guerra, per la rivoluzione sociale!

— Che cosa fa ogni uomo, ogni animale, ogni organismo minacciato, attaccato nelle cose, nella persona, nel suo diritto, nella libertà, nella sicurezza, nella vita?

— Si difende; è naturale, è nell'istinto stesso della propria conservazione, è la condizione fondamentale intessa su cui riposa tutta la evoluzione della vita, ogni forma di progresso e di civiltà.

— E che cosa fa un uomo di cuore, un uomo di libertà, di giustizia, quando vede dalla prepotenza del più forte sopraffatto il diritto, minacciata la vita del più debole?

— Accorre sollecito con tutti i mezzi, con tutte le armi in difesa del più debole e lo aiuta a rintuzzare la prepotenza bestiale del sopraffattore, meno in obbedienza ai comandamenti della morale cristiana che alle preoccupazioni della propria salvezza: l'impunità della sopraffazione è stimolo ai violenti che, non trovando freno, imperversano su tutti; e può venire la volta nostra.

— E diteci, allora, come si fa ad essere contro la guerra, se in ogni guerra è una minaccia, una provocazione, un'aggressione? Diteci, allora, che cosa doveva fare la piccola Serbia minacciata nella sua indipendenza, che cosa doveva fare il Belgio, minacciato nella sua integrità, posto a ferro, a fuoco e a sacco? E diteci ancora, di fronte al duello ineguale fra l'Austria e la Germania da una parte, forti di una dozzina di milioni d'armati ed il piccolo Belgio, mal sorretto nella difesa della propria integrità territoriale da meno che mezzo milione, che dovevan fare le nazioni che si pretendono civili se non schierarsi pel più debole contro il più forte, per la Serbia, per il Belgio contro l'Austria e contro la Germania?

Potevano diversamente agire la Francia, l'Inghilterra, la Russia? Potrebbero gli uomini di giustizia e di libertà in ogni paese, – in Italia, ad esempio, dove della violenza straniera si è tanto e così lungamente sofferto che le lividure sono sempre nelle carni e lo strazio è sempre nella memoria – disinteressarsi del conflitto, non parteciparvi con entusiasmo nutrito di nobili preoccupazioni e di civili previdenze, quando in giuoco sono le stesse cose, gli stessi diritti, la stessa indipendenza, la stessa libertà che voi riconoscete, che voi esigete siano difesi, tutelati, rivendicati in ogni organismo, in ogni individuo minacciato e sopraffatto?

La libertà, l'indipendenza, la sicurezza di una stirpe, di una nazione non varrebbe dunque quella del più tenue organismo, quella d'un uomo, la vostra?

Sottraetevi, se potete, alla contraddizione su cui v'inchioda il vostro dottrinario orrore della guerra; conciliatelo, se potete, colle conseguenze che rompono irrecusabili dalle premesse in cui consentite.

* * *

Noi riaffermiamo – noi contrarii ad ogni guerra che non sia la guerra di classe, che non sia la rivoluzione sociale – che ogni organismo minacciato nella sua sicurezza, insidiato nel suo sviluppo, nella sua esistenza abbia, più che il diritto, il dovere di difendersi, di rintuzzare l'insidia e l'aggressione con tutti i mezzi, fossero gli estremi; e non intendiamo affatto eludere le conseguenze che da questa esplicita premessa discendono. Anzi! alle responsabilità che quelle conseguenze comportano richiamiamo voialtri che cercate sottrarvene con un sofisma, coll'abusato sofisma della patria proletaria, dell'imperialismo di classe, della guerra rivoluzionaria e delle altre aberrazioni guerraiole congeneri, invocate a salvacondotto d'una disperata mancanza di convinzioni, di fede, di idealità; salvacondotto arruffianato, molte volte, ai calcoli dell'arrivismo voltagabbana.

— Con un sofisma?

— Sbaragliando il sofisma; giacchè se è sofisma ogni fallace argomentazione che da premesse vere, giunga, traverso l'apparenza logica delle sue proposizioni, a conclusioni errate, sofisma tipico è il vostro che nella Serbia, nel Belgio, nella Francia, nell'Inghilterra o nella Germania, di abdicazioni, di abiure, di apostasie frettolose ricostruisce solidarietà d'interessi, identità di sentimenti, comunanza di destini, di diritti, di aspirazioni, di propositi che avete fino a ieri negato, che vi siete fino a ieri sforzati a distinguere ed a distruggere come la più turpe delle frodi, come la più invereconda delle menzogne convenzionali, come l'ostacolo più grave alla ascensione del proletariato verso la sua integrale emancipazione. Eravate ieri contro la patria, per l'Internazionale?

— Una cosa è l'ideologia remota, un'altra, ben diversa, la realtà concreta.

— Non discuto il ripiego. Vi sono accantonati in fregola di riconciliazioni col vecchio ordine gli sfiniti, gli stanchi, gli esausti, da Andrea Costa a... Benito Mussolini, ed i pusillanimi che l'inno alla anarchia hanno sempre frenato di qualche provvida riserva utilitaria: quando tutti i lavoratori saranno d'accordo, saremo più rivoluzionari di voialtri! e più anarchici di voi quando sarà l'anarchia! Per ora domina la borghesia e

la pentola non bolle
a sognar di Bruto impeti e forme.

Ma so concrete pratiche immanenti le ragioni che vi avevano erti contro la patria per l'Internazionale.

Perchè avete rinnegato la patria?

Perchè relegando oltre frontiera tra diffidenze arcigne ed odii insani – come stranieri – servi, oppressi, sfruttati come voi, come noi, e suadendoci entro i confini dell'Alpe e del mare l'amore, la fratellanza, la solidarietà cogli sfruttatori di cui, servi consapevoli dell'iniquità e dell'abbominio avevate conclamato lo sbaraglio e la distruzione, la patria vi era, da un lato, apparsa ideologia superata, assorbita dall'aspirazione radiosa alla patria universale, e si torceva dall'altra nella frode volta a nasconderci

che i nemici gli stranieri
non son lungi ma son qui;

e so che dei cori nottambuli e delle maggiolate mitingaie era, monotono fino alla noia, il ritornello obbligato

guerra al regno della guerra
morte al regno della morte

e che nel coro era la vostra voce.

La realtà, va bene, la tragica realtà che tutti soggioga, che supera, cancella, annichila ogni altro sentimento, ogni altra visione; ma ha pure un aspetto che non sfugge ad alcuno di voi, un contrasto che è d'ogni ora e d'ogni terra perchè possiate ricusarvi a vederlo: borsaioli, mercanti, filibustieri che confessano senza scrupoli – senza pure l'ipocrisia di velare di rancidi idealismi sentimentali la loro libidine d'arrembaggio – di non cercare nella guerra che il trionfo, sui concorrenti d'oltralpe e d'oltremare, dell'avida fortuna del dividendo rapace, mentre alle sorti del disperato giuoco di borsa – deferito all'estrema ragion delle armi sui campi di Fiandra, nelle gole dei Carpazi o nelle maremme di Memel – sacrificano a milioni nelle sue giovinezze più gagliarde la folla dei servi che per gli armamenti si è logorata anemizzata esausta durante mezzo secolo di digiuni; ed alla guerra ora si avventa briaca di menzogne e di fanfare pur prevedendo che fra l'armi restaurerà più formidabile la piramide del padrone e dello Stato, ribadirà più esoso sul destino dei figli il giogo della servitù e della miseria e dell'abbiezione.

— Non è la sorte dell'armento, crescere docile al pastore la lana finchè non giunga l'ora di dar la carcassa al beccaio?

— La divagazione non mi interessa. Sarebbe forse curioso vedere quanta logica sia nei cerretani che per le fiere sovversive del vecchio e del nuovo mondo, in cambio del disprezzo e dei nietzchiani disdegni con cui lo ripagano, chieggono al popolaccio – quasi del popolaccio non fossero essi stessi la pidocchiosa marmaglia, la meno dionisiaca, la meno sincera e la meno eroica – il miracolo più incoerente e più assurdo: l'alleanza coi cosacchi del piccolo padre e la benedizione del pontefice, per le costellate salvazioni dell'ordine della libertà della civiltà... borghese. Ma ci sospinge altro cammino.

Mettere in luce a questo punto la fallacia del ragionamento con cui v'ingannate od ingannate: non potete applicare ad un'entità inesistente il dovere della difesa, l'obbligo umano interessato rivoluzionario o civile della solidarietà da voi invocato, da noi senza riserve consentito, della solidarietà con ogni debole oppresso dal forte, con ogni organismo minacciato nella sua sicurezza, insidiato nel suo divenire, assalito nella sua libertà o nella sua integrità.

— Ma il Belgio....

— Non è un organismo, se di ogni organismo le parti non sono solidali ed armoniche. Il conflitto fra il ventre e le braccia non è che negli apologhi scaltriti di Menenio Agrippa; ogni turbamento di una qualsiasi delle funzioni di un organo trae con sè, inevitabilmente, la perturbazione di tutta l'economia dell'organismo precipitato alla rovina alla morte ove l'equilibrio, l'armonia delle funzioni non siano prontamente ristabiliti.

Ora, v'è una realtà che supera la realtà della guerra ed è per lo meno altrettanto tragica: nel Belgio, come in Serbia, come in Italia, sono sfruttati e sfruttatori, sono oppressori ed oppressi, sono produttori della ricchezza che muoiono di esaurimento, di inedia, e parassiti che l'inutile esistenza conchiudono nell'ozio e nell'orgia; sono, irreconciliabili, due classi; e nessuno di voi, pur affannato oggi a schernire l'Internazionale, sarà peranco arrivato, credo, a negare che, se scomparisse domani la borghesia belga o francese o tedesca od italiana, il proletariato d'ognuna di queste cosidette nazioni starebbe assai meglio che oggi non stia; non soltanto, ma che l'affrancamento del proletariato belga, come di quello tedesco od italiano, è condizionato alla sparizione della borghesia belga tedesca od italiana, della borghesia internazionale; e dovrà pur conchiudere che dove, in luogo di armonia, è mortale implacato antagonismo d'interessi attuali e futuri, economici e politici, materiali e morali, il parlare di organismi, d'entità solidali armoniche unitarie, e della necessità intima civile o rivoluzionaria della loro protezione, della loro conservazione, è per lo meno temerario.

Che la borghesia fiamminga o inglese o francese o russa abbia vitale interesse a coalizzarsi per fronteggiare o superare nel campo dette competizioni finanziarie industriali o politiche la borghesia tedesca od austriaca, si spiega; che per l'uno o per l'altro dei gruppi contendenti, per la guerra in sè, abbiano a schierarsi tutti i partiti di conservazione, dal clericale al democratico, al socialista magari, fatti come gli sciacalli unanimi su le carogne, si comprende ancora benissimo. Nel violento rigurgito del nazionalismo moribondo, sospetto, sfiduciato; nella coreografia tenebrosa della guerra fra gli schianti della mitraglia intorno alle bandiere erte su milioni di cadaveri, mentre orrenda insaziata mostruosa ghigna la morte dagli, abissi fondi dell'aria e del mare, è un violento diversivo alle improntitudini temerarie, alle iconoclaste turbolenze del proletariato internazionale che assurge lento, ma irresistibile oltre ogni frontiera, alla consapevolezza degli interessi comuni delle rivendicazioni comuni del destino comune, della comune universale integrale emancipazione: si spiega.

Non si comprende più che dopo cinquant'anni di meditata, faticosa scissione teorica e pratica dalla classe dominante, da tutti i partiti che ne custodiscono con minore o maggiore avvedutezza la sorte, gli anarchici che forse non veggono costante tra i fattori della storia la lotta, di classe, ma non saprebbero disconoscerne la costanza atroce nella vita d'ogni giorno, e non concepiscono l'emancipazione del proletariato che sullo sbaraglio definitivo della classe dominante, nè le armonie future senza il livellamento delle classi sulla terra fatta strumento e clima alla gioia, alla libertà, al benessere di tutti – possano sotto qualsiasi pretesto, in qual si sia contingenza riconciliarsi coll'abborrito ordine sociale senza rinnegare la dolorosa passione per cui sono assurti alla coscienza, all'orgoglio del loro fiero e luminoso ideale. senza negare sè stessi.

Tanto più che ristabilito nei suoi termini logici il ragionamento, conciliate le premesse colle conseguenze, erompe definito, limpido, preciso un compito più degno della loro fede, del loro coraggio, della loro azione.

* * *

Se vi è, nella. fattispecie, minacciato nella sicurezza, nell'esistenza, nello sviluppo del suo storico divenire, in ciascuna delle cellule che lo compongono e nel suo insieme ritmico, armonico, solidale, un organismo degno del nostro interesse, della nostra simpatia, della nostra difesa, quest'organismo, è il proletariato, identico ieri, oggi, domani, sempre, a dispetto delle bandiere e delle latitudini sotto cui si accampa, identico nei dolori e nelle miserie, nelle aspirazioni e nelle sorti, in Belgio come in Germania, in Italia, come in Austria, in Inghilterra od in Russia.

E se è di mediocre interesse chiederci che cosa dovessero fare la borghesia od il governo belga, che scontano coll'invasione tedesca la loro solidarietà colla borghesia, e col governo di Francia e d'Inghilterra, solidarietà d'interessi e di cimenti liberamente eletta, liberamente consentita, troppo a lungo meditata, preveduta, calcolata, pesata nei suoi rischi e nelle sue conseguenze, negli strazii dell'oggi come nei premii lauti del domani, perchè non abbiano ad averne la vergogna od il merito, tutte e consapute le responsabilità, ben altri e diversi debbono essere l'animo l'atteggiamento nostro di fronte ai lavoratori.

Siamo stati col proletario ieri, contro tutti i suoi nemici: con esso e per esso abbiamo dato l'assalto ad ogni bastiglia, ad ogni menzogna, a tutte le frodi, alla proprietà, nel nome e nell'interesse della quale la guerra si fa; allo Stato che la guerra ha scatenato ed infosca d'odii selvaggi e di carneficine iperboliche; alla Chiesa che sull'insana tormenta fratricida, tende con fortuna le reti dell'agognata restaurazione cattolica del suo dominio spirituale e temporale; contro la Patria, che l'inganno sapiente copre dei suoi vessilli; contro il militarismo che, abbrutiti i figliuoli nostri alla caserma, li immola nella ecatombe premeditata alla fortuna ed alla gloria del capitale; ed ora che la frode, la menzogna, l'agguato lo artigliano da ogni parte, ora che istrioni, demagoghi e redentori lo ricacciano concordi sotto il giogo, possiamo abbandonarlo noi senza protesta, senza rivolta, sottraendoci alle responsabilità spaventose ma irrecusabili che dalla nostra pertinace insurrezione teorica, dal nostro atteggiamento iconoclasta, da tutta la nostra propaganda conseguono?

* * *

Non noi, non in quest'ora del suo Getsemani atroce donde lo sospingono la viltà di Pilato e il tradimento di Giuda su per l'erta della sanguinante, ineffabile passione.

La guerra è; e se in ogni guerra è una provocazione, un'aggressione, nella grande guerra – come del resto nell'oscura guerra d'ogni giorno – ludibrio della provocazione, dell'aggressione, dello scherno e della morte è, soltanto e dovunque, il proletariato; e col proletariato debbono essere gli anarchici con affetto vibrante di nobili preoccupazioni e di civili previdenze. Col proletariato soltanto, perchè mentre la borghesia degli incerti della guerra si rifarà agevolmente nella spartizione del bottino all'ora buona, e riconciliandosi delle fugaci competizioni attuali sulle rinnovate devozioni plebee avrà nella lampada del suo destino mesciuto, in ogni cosa, l'olio d'un altro secolo di vita e d'imperio, il proletariato non miete sui campi di battaglia che morte, miseria e servitù oggi, che l'insidia e la minaccia al suo riscatto domani.

Col proletariato dovunque, perchè la lingua diversa, la fede diversa, la tradizione, la patria, la bandiera diverse, non possono infrangere – metteranno anzi in miglior luce – la solidale armonia e la comunanza fondamentale degli interessi e delle aspirazioni che persistono identiche anche laddove l'aberrato atteggiamento di qualche sua fazione su tale comunanza essenziale sia passata colla furia cieca della sua domesticità superstiziosa e bestiale.

* * *

Col proletariato che nell'ordito della frode millenaria è caduto, l'odio fratricida nel cuore avvelenato, l'arma omicida nel pugno convulso, in Germania od in Belgio, in Austria od in Serbia, come col proletariato che acciecato dallo stesso superstizioso furore, sulla cote degli stesi odii, in Italia, in Grecia, in Rumania, in Bulgaria, affila i coltelli alle stragi fratricide del domani; per il più umano, il più rivoluzionario, il più civile dei cimenti; per far onore ad un impegno che in cospetto del proletariato abbiamo solennemente contratto, per gridare una verità che freme nell'anima di tutti, e che tutti, tutti quanti impastoiati di paure, di scrupoli, di pudori religiosamente eunuchi, si sforzano di eludere e di soffocare.

Quando alla rude anima proletaria, riscattata alle consuetudini mendiche ed alle bugiarde lusinghe della redenzione ultra-terrena, strappata anche più laboriosamente alla tutela dei semidei della terra, alla fede ingenua nella protezione della legge e dello Stato, noi abbiamo sui ruderi delle grandi menzogne convenzionali mostrato superstiti un diritto ed una forza, la forza delle menti che si curvano sul mistero, la forza delle braccia che si inarcano sul solco, la forza del lavoro che è la sua forza intenta a ricondurre sulla terra, concittadine, insieme con la dovizia uguale, la verità e la libertà; il diritto per chi la vita circonda di sicurezza, di benessere, di gioia, ad assidersi uguale, ai suoi conviti, non abbiamo noi le cento volte detto e ripetuto che nè quella forza nè quel diritto avrebbero visto mai le aurore del trionfo finchè dalla terra non fossero cancellati, banditi per sempre, il privilegio fonte d'ogni disuguaglianza, la menzogna presidio di tutte le servitù?

Ed all'anima proletaria vacillante, incerta, dubbiosa sotto lo scoscendere delle nostre temerità iconoclaste, non abbiamo noi con pertinacia inesausta inculcato che, più assai che del vigore e del diritto proprio, il nemico era forte della fede, del braccio, delle armi che neghittosi od incoscienti gli rechiamo noi stessi? E che, ridotti oramai a non dover contare che sulle nostre forze, urgeva liberare, dal fango e dall'abbiezione rassegnata dello schiavo la consapevolezza indocile dell'artefice della vita, sfrenarne le volontà, attivarne e convergerne le energie che agli ammonimenti dell'esperienza avrebbero chiesto l'auspicio dei liberi patti, l'irresistibile concordia e l'audacia delle supreme risoluzioni, non appena squillassero a stormo le campane del dies irae?

E che con essi, coi lavoratori d'ogni patria., all'avanguardia, noi saremmo stati nell'ora del cimento estremo?

* * *

L'ora è scoccata. Ed è di mezzo a noi chi butta armi e bagaglio per affrettarsi tra le schiere del nemico, soldato della patria, crociato della civiltà borghese, sgherro dell'imperatore, del re, della repubblica.

Non è serena, nè agevole l'ora delle responsabilità; benedetti i sofismi che ce ne liberano.

* * *

Senza sofismi, che cosa dovremmo noi dire ai lavoratori dei paesi in guerra, a quelli che vi saranno travolti domani, a quelli che assistono da ogni patria sgomenti e diserti alla carneficina immane?

"Prima, assai prima che valicassero il Reno e la Mosa gli ulani irsuti del Kaiser, prima assai che sui vostri tugurii passasse sterminatore il flagello della guerra a togliervi i figlioli, a lesinarvi la crosta del pane, a calpestare sotto le zampe ferrate dei suoi cavalli il diritto, le donne, la libertà, e scrosciasse sulla rovina il cachinno briaco del vincitore, in patria, nella patria che oggi contendete del vostro petto allo straniero, il capriccio dei vostri padroni negli ergastoli, nei cantieri, nelle miniere ansanti della vostra generosa fatica hanno fatto strazio delle vostre carni, del vostro sudore, del vostro sangue, del vostro diritto, dei vostri figlioli, vi hanno ripagato la dovizia con una crosta di pane, un calcio nel ventre, una manata di baiocchi e di scherni; quando adeguato alla fatica avete supplicato il riposo, adeguato al sudore il pane, adeguati al compito sacro la gratitudine, il rispetto, per le piazze, per le vie, tra le gole dei monti, pei campi, i gendarmi del re, i soldati della patria, sul lastrico, sui solchi, con un rutto di piombo vi hanno reclinato in una pozza di sangue, inesorati quanto non osano, pure rotti a tutta l'ignominia del mestiere, i beccai dell'imperatore; la giustizia del re nelle galere della patria ha soffocato il rantolo dei superstiti; e domani, riassiso sul trono il re fuggiasco, riassisa domani la patria nei confini riconquistati, contro i vostri petti ignudi, contro i figli inermi, contro le turbe esauste dalla fatica e dall'inedia, contro il vostro diritto alla vita, saranno volte le armi che avete impugnato a difesa del re e della patria contro l'invasore".

"Non è stato sempre così? A Parigi nel maggio del 1871 dopo l'eroica abnegazione dell'assedio, a Pietroburgo nel gennaio del 1905 dopo gli olocausti di Port Arthur?"

"Vi sanguina veder preda del nemico d'un'ora d'un mese d'un anno le vallate pingui delle Fiandre e del Brabante, le cattedrali, le università, le officine meravigliose, i musei, delubri fulgenti della fede della sapienza dell'operosità dell'arte del genio della vostra gloriosa stirpe fiamminga; ed a ritoglierli tendete ogni ansia ogni ardimento ogni tenacia fino all'eroismo fino al sacrifizio".

Ritoglierli, per chi?

"Pel nemico di tutti i giorni, di tutti i tempi, pel nemico della schiatta fin dove lungo le età revolute risalga la memoria, pel nemico della progenie fin dove il pavido sguardo e la rassegnata previsione scrutino nelle brume dell'avvenire; pel nemico secolare ed immutato".

"Non per voi! Non per voi le terre pingui del Brabante che pure s'irrorarono feconde del vostro sangue del vostro sudore; non per voi le officine pregnanti il miracolo sotto la stretta titanica delle braccia nel ritmo sapiente del vostro lavoro; non per voi le accademie le università i musei, l'orgoglio fiero del conoscere, l'estasi divina dell'arte e della bellezza: pel nemico secolare inesorato ed immutato».

«Ebbene è oggi, per un attimo nel campo nemico la discordia, e dentro la cerchia dei patrii confini, il nemico più vero e maggiore ha nell'anima codarda il brivido della paura, e si china, vile e mendico – egli che non ebbe mai pei nostri dolori, pel nostro diritto, per le nostre miserie che fiele e scherni e piombo – a chiederci negli editti del re per la salvezza della dinastia e della patria, nelle pastorali dei suoi vescovi per la vittoria e per la gloria della fede avita, nell'arruffianata menzogna dei suoi epigoni per la difesa dei campi e delle miniere, delle officine e dei mercati, per la custodia della turgida prosperità fiamminga – baluardo necessario al triplice dominio minacciato – il petto, il sangue dei sudditi, dei reietti, dei fedeli».

«Ei ci dà per la crociata gloriosa il viatico, le benedizioni, le armi».

«Le armi! Le armi sospirate ed attese: l'ora, l'ora annunziata od agognata della risurrezione! L'ora che non torna due volte sul quadrante della storia, le armi che, ritolte domani su la sconfitta, o su la vittoria, saranno ancora una volta spianate sui nostri petti contro il nostro destino!».

«Se le impugnassimo a riprendere la terra che è nostra, la casa che è nostra, il pane, la libertà, il riposo, l'amore, la gioia, l'avvenire, a riprendere il nostro posto al sole, il nostro posto nella vita, il nostro posto nella storia, a chi ce ne ha usurpato e ce li contende, da secoli, più aspramente, più ferocemente che non l'invasore sbucato d'oltre Reno od appollaiato sui gioghi del Trentino e su le balze di San Giusto, insorgendo nel nome del diritto e della giustizia, piuttosto che prostituirci al capriccio del re od ai calcoli dei borsaioli: non inizieremmo noi quell'opera di rivoluzione e di rigenerazione che nelle disfatte eroiche matura ed affretta la vittoria, che intisichisce nell'auspicio, nei veggenti, nelle sterili invocazioni dei tribuni e dei poeti»?

* * *

Non questo l'impegno che in fronte al proletariato randagio fra le sue illusioni tenaci e la scaltra doppiezza dei suoi arruffoni abbiamo assunto e ogni giorno sinceramente rinnovato?

Non questa la voce che grida anche oggi incoercibile in fondo, nella migliore e più sana parte di ciascuno di noi?

Non questa necessità improrogabile ribadisce ogni giornata ogni episodio della paradossale carneficina al cui epilogo tragico chiedono le masnade internazionali dei grandi ladri, sul nostro groppone, l'egemonia ?

E non è l'ora che, buttati sofismi, ripieghi, cavilli, raggiri, obliquità idiote ed indegne, in ogni patria dove la guerra sia passata colle sue stragi colle sue angoscie colle sue ondate di piombo di sangue di lacrime, in ogni patria dove si affretti a divampare negli strazii nelle ruine nell'onta del domani, debbono i libertari d'ogni fazione ritrovare la necessaria concordia di propositi di intenti di azione a cui si apre insolitamente, inaspettatamnente propizio il vasto campo che illumina la guerra dei suoi sinistri bagliori?

* * *

Lapidatemi di ostracismi, d'anatemi, di vituperii: quello che dentro di voi non è infracidito dal calcolo, dalla paura, non ha che consensi per la mia eresia, non ha che un'eco un voto un grido contro la guerra per la rivoluzione sociale!

(3 aprile 1913).

Tanto tuonò che piovve

È la guerra, la guerra che urtandoci ai santomaso dell'ottimismo cieco come ai miopi delle apparenze bugiarde noi abbiamo preveduto indeprecabile da molti mesi – ed era da troppo lungo tempo decisa perchè si possano le compagnie di ventura del sovversivismo guerraiolo illudere d'avere delle loro ossessioni forzata la mano al re od al suo governo – la guerra è da tre giorni l'insano tripudio d'entusiasmi aberrati e dei calcoli ruffiani che ogni grande tragedia intorbida ed abbica sciaguratamente16.

Nelle acque di Lissa, riprendono Luigi di Savoia ed Anton Haus, il duello interrotto fra Tegetthoff e Persano nel 1866, mentre a riscossa degli aulici tradimenti di Custoza, gli eserciti di Cadorna e di Caneva, addensati ai passi dello Stelvio, sui margini estremi dell'Isonzo, guardano a Trento, a Trieste come alla preda a la vittoria del domani – giubilanti in ogni cuore dei suoi figli dall'Alpe al Lilibeo, la patria fremente di vendetta e di giustizia, di gloria e di valore.

* * *

In ogni cuore: nei cuori umili delle folle aspettanti più che la tregua degli odii e delle ansie della gente – in cui non comunicano che per contagio, fugacemente per risvegliarsi disingannate, troppo tardi ad Abba Carima a Sciarasciat – un po' più di pane, un po' più di quiete.

Nel cuore dei grandi: nel cuore di Benedetto XV che, raccolta la spada il coraggio il grido di Giulio II, propizia nei te-deum, insoliti la vittoria e la gloria su le armi, su le sorti d'Italia. Nel cuore grande del re che, come l'avo omonimo, riscuote commosso il «grido di dolore» riecheggiante di là dalle Retiche, di là dalle Giulie lo strazio ed il martirio.

Nel cuore dei legionari superstiti di Monte Suello e Bezzecca defraudati, dalle regie paure, della vittoria che l'impeto irresistibile del Duce, l'eroismo ed il sacrificio delle camicie rosse avevano su le balze, del Trentino avvinghiato cinquant'anni fa ai vessilli della patria risorta; e veggono ora non inutile l'olocausto se del suo sangue radioso ha segnato la vita sacra ai nepoti. Nel cuore dei socialisti tutti quanti, snidati dal vassallaggio parlamentare fuori di un'obliqua neutralità e stretti al bivio di coscriversi per la guerra odiosa o di abdicare alla rivoluzione, anche più odiata, l'ordito delle riconciliazioni laboriose di classe a cui s'affaticano da cinque lustri cristianamente.

* * *

Non manca all'idillio che un fervore ed un entusiasmo, non manca al coro se non una voce: la nostra.

Ma chi bada in quest'ora di delirio ai quattro straccioni zingarescamente accampati oltre i margini d'ogni legge divina ed umana, fuor d'ogni civile sentimento, fuor della vita che pulsa e vibra radiosa di speranze e di sogni, fuori d'ogni anelito che non sia la libidine torva e criminosa della negazione e della distruzione nichilista?

S'imbavagliano, o si cacciano rinnegati della patria di là dalla frontiera, ove non li abbia ancora cacciati la disperazione; si suggellano, alla peggio, al manicomio od in galera.

E noi rimaniamo ancora una volta soli, disperatamente soli, colla nostra amarezza col nostro tormento: coll'amarezza di vedere dal rigurgito insano ricacciati su la via faticosamente dolorosamente percorsa, gli schiavi che ci confortavamo d'aver su per l'erta dell'avvenire sospinti alla conquista del pane della libertà della gioia, su lo sbaraglio d'ogni rinuncia d'ogni menzogna d'ogni frode d'ogni giogo. Col tormento di trovare, ad ogni prova inaccessibili all'animo alla riflessione dei servi – preda irresistibile delle insidie più grossolane e più smaliziate – anche gli appelli meno indiscreti dell'esperienza e della ragione.

* * *

Non appariva, anche ai più ottusi, fatale ineluttabile la partecipazione dell'Italia alla guerra? e, in ispregio d'ogni trattato d'alleanza, a fianco dell'Inghilterra, del Belgio, della Francia, della Russia?

Al governo italiano uscito dalla gloriosa impresa d'oltremare, oberato di un paio di miliardi di maggior debito; all'esercito italiano che nei tre anni della guerra libica aveva bruciato fino all'ultima cartuccia, logorato anche l'ultimo paio di scarpe, divorato l'ultimo sacco di galletta, chi riforniva credito e baiocchi, scarpe ed armi, viveri e munizioni?

Cecco Beppe ed il Kaiser?

Dovevano badare a sè; non potendo costringere l'alleata a marciar senza scarpe, a pancia vuota, nè a far la guerra senz'armi, le menarono buono il cavillo con cui eludeva gli impegni dell'alleanza: stesse a casa a grattarsi accanto al fuoco la sua miseria rognosa.

Cominciò il mercato:

...dietro una tomba vid'io Machiavello
Degli occhi ammiccare con un che passò
E dir sottovoce – Crin morbido e bello,
Sen largo ha mia madre; nè dice mai no.
Son fori fulgenti di dorie colonne
I talami aperti di sue voluttà:
Sul gran Campidoglio si scigne le gonne
E nuda su l'urna di Scipio si dà.

* * *

Passarono i francesi lasciando cader qualche luigi, passarono gli inglesi briachi di sterline, e la patria si è prostituita a chi le dava modo di rattoppare i bilanci, di riorganizzar l'esercito, di preparare la mobilitazione.

I sei mesi di trattative diplomatiche non mascherano il trucco volgare, e se potevano illudere Cecco Beppe che con qualche paterna larghezza il conflitto si sarebbe evitato – mentre in fondo conciliavano le differenze di dettaglio cogli alleati nuovi – sull'epilogo non consentivano due previsioni: rimpannucchiati a marenghi ed a sterline, governanti e soldati d'Italia non potevano marciare che per la Francia e l'Inghilterra.

Quando?

Quando?

All'ora che scocca, immutata nel ritmo, in tutte le grandi giornate della fortuna savoiarda.

Quando è passata per la breccia la patria?

Quando la Francia era dissanguata, smembrata, perduta..

Quando si è ricordata che Tripoli e Cirene erano provincie romane?

Quando la Turchia non trovava un soldo, non aveva una tartana da mettere in mare, e stavano alle poste da tre frontiere la Bulgaria, la Serbia, la Grecia a dilaniarla.

Quando assale l'Austria?

Quando ha perduto in Galizia più che la metà dell'esercito, quando è esausta da dieci mesi di guerra sfortunata, quando è, economicamente, alla bancarotta.

L'ora dell'agguato e della vigliaccheria! che non deve ad ogni mordo increspare nè una rivolta, nè uno sdegno, nè uno scrupolo in quanti sanno che «la guerra è la guerra», e che le cavalleresche ipocrisie di cui va comunemente vestita non la mandano un passo avanti alla legge delle XII tavole: adversus hostem aeterna auctoritas, od in buon volgare: tutti i mezzi sono buoni contro il nemico.

Ma che basta a destituire la guerra attuale e coloro che l'hanno voluta degli orpelli crociati d'una rivendicazione nazionale o civile.

È un arrembaggio ladro, inalberato su di una prostituzione mercenaria, imbellettata di svergognate imposture.

Il grido di dolore degli irredenti della patria ha potuto straziare il cuore magnanimo di Guglielmo Oberdank e fermentarvi la nostalgia eroica del sacrificio, ma nel cuore dei Savoia ha trovato così muti tutti gli echi che nel Novembre del 1882, mentre dalle forche imperiali dava gli estremi sussulti la spoglia dell'ultimo martire dell'unità italiana, Umberto I, colonnello degli ulani austriaci, stringeva col boia il patto d'alleanza che spezzano oggi nelle mani riluttanti del figliuolo la mancia e la scaltrezza conserte dei capitalisti e del governo inglese; e durante sei lustri anche il più innocente appello al riscatto di Trento e di Trieste si è urtato alla bestialità dei birri, al furore implacato dei giudici, all'anatema spietato dei governanti d'Italia, così come in tutti gli strati dell'ordine si è trovata, per gli oltraggi, per le persecuzioni, pei dileggi, per gli strazi che di quanto è italiano si è fatto dai proconsoli del giallo imperatore nelle terre irredente, la sistematica remissione incitatrice delle selvaggie recidive bestiali.

* * *

Inorgoglite quanti siete italiani e patriotti di cotesta vostra Italia, di cotesta vostra patria che

lesta e scaltra
Scote la polve di un'adorazione
Per cominciarne un'altra

e raccapezza

a frusto, a frusto, via, tra una pedata
e l'altra, su, bel bello...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
quel che sventura e noia
altrui le lascia andare

come brontolava irsuto Enotrio nel giambo corrusco dell'indocile giovinezza incorrotta.

Noi non abbiamo patria, noi della patria bastardi! Nè è così cieco il nostro odio che non iscovi tra le pieghe del tricolore più bieca tirannide d'ogni più odiosa tirannide straniera; nè è così squallido l'amor nostro che non cerchi oltre l'Alpi esose, oltre il mare lontano, in Austria od in Francia, in Inghilterra od in Germania od in Russia i fratelli aggiogati alla servitù, alla menzogna, alla miseria, all'angoscia, e da questa solidarietà universa di strazii, di diritti, di speranze e di destino fra tutti i vinti della vita, non tragga la fede e la forza alla più vasta redenzione, che possono le aberrazioni dell'oggi protrarre non contendere e precipiterà, più grave, intollerabile domani il disinganno finale; la fede e la forza alla nostra guerra che non sottrarrà gli irredenti dell'Istria o del Trentino al bastone di Francesco Giuseppe d'Ausburgo per assoggettarli alla mordacchia, alle manette, alla pellagra, sotto le raffiche di piombo dei regi moschetti fraterni o nelle sororali galere di Vittorio Emanuele III di Savoia nella patria riconquistata; ma per raccogliere nel turbine incoercibile degli odii millenarii sfrenati gli sfruttati ed i reietti del mondo avventandoli alla distruzione del privilegio, al riscatto di questa grande madre comune che è la terra universa, alla redenzione di questo suppliziato eterno che è il lavoro, alla conquista di cotesta gloria immarcescibile che è la libertà, alla restaurazione di cotesta patria, ospitale alla pace ed alla gioia, che è l'anarchia.

Soli oggi, derisi, oltraggiati, saremo domani legione.

Acri del cilicio della nuova delusione, l'animo avvelenato da l'ultimo scherno, svanito ogni miraggio di grandezza e di benessere, straziati da lutti immani, dalla cresciuta miseria, dalla servitù ribadita, a noi torneranno, si stringeranno a noi d'intorno più ardenti e più fidi gli inconsapevoli oggi travolti dal ciclone folle allo scherno ed al tradimento del proprio destino; e da milioni e milioni di petti, alto nel cielo d'ogni patria non romperà che un grido, un patto, un voto: maledizione alla guerra ed alla patria; viva la rivoluzione sociale.

Col viatico di questa fede il domani si può attendere, e fare del cammino.

(29 maggio 1915).

Figli, non tornate!

Non tornate! neppure se strida su le fronti la raffica de le minaccie fosche, neppure se dei baci e delle carezze materne vi riarda cocente la sete.

Non tornate!

Non per la gioia dei focolari tornereste, non per la nostra, non per la vostra gioia.

Si è assisa la guerra su le vecchie soglie e del suo alito mortifero ha spento sui focolari ogni fiamma, ogni sorriso su le labbra, nei cuori ogni speranza ed ogni fede in sè, nella vita, nel domani.

Nessuno più sorride, nessuna cosa. Se vedeste che desolazione!

Sono passati gli uomini del re, sono passati gli uomini della legge, ed hanno portato via ogni cosa: i giovani, rosei come la speranza, turgidi come la primavera, spensierati e giocondi come la stessa giovinezza; hanno portato via gli anziani accigliati sui solchi su le donne sui bambini, sul solco che non darà spighe, sui bimbi che non avranno pane, su le donne che ai cieli deserti ed alla patria ingrata chiederanno indarno i fratelli i mariti i figlioli; ed hanno frugato, per domani, il petto fragile delle creature appena sbocciate, il cavo petto di vecchi, lunato sotto il doppio giogo degli anni e della fatica.

Ed hanno domandato, acerbi, di voi.

Non tornate, figli!

Vi agguanterebbero come ladri come schiavi sulle calate, e senza consentirvi neanche di rivedere, di riabbracciare, l'ultima volta forse, i vecchi che pur vi hanno dato la vita, il cuor sincero, la forza feconda, vi immolerebbero lassù nelle gole d'Ampezzo o sull'altipiano del Carso a propiziare il trionfo d'una menzogna orrenda e sanguinosa: la patria!

La patria che, pure edificata coll'abnegazione, col sacrificio, col sangue dei nonni ingenui ed eroici, di noi, non volle mai sotto le grandi ali benigne ai parassiti ed ai vampiri; mai! Nelle sue accademie, nei teatri, nelle scuole, nei musei, dovunque pulsi d'audacie, di consapevolezza, di orgogli la vita, non ci volle mai; relegandoci in perpetuo iniqua, ingrata, spietata fra la chiesa ed il trivio, fra il lupanare e la fabbrica, fra la caserma e la galera, dovunque alla esosa voracità degli epuloni paghino l'ignoranza, la servitù, la corruttela abbietta dei vinti, il tributo inamovibile della forza o della bellezza; del sangue o della fede, del pudore o della libertà; che in ogni caso nessun nemico insidia nella sua integrità nella sua indipendenza, mentre, immemore della sua storia recente, essa muove di là dal Gargano, di là dal Jonio, di là dall'Egeo, in Albania, in Tripolitania, nel Dodecaneso, nel Benadir o nell'Eritrea a soggiogare terre e uomini stranieri alla sua storia, al suo destino.

Figli, non tornate!

Non cedete a la menzogna! Ci potevano illudere cinquant'anni fa che, riscattati ai Borboni al Papa agli Ausburgo ai Lorena, ci avrebbe la libertà benedetti della sua luce, il lavoro dei suoi premii, dei suoi presidii la patria rinata! È passata gelida su quelle illusioni l'onda torbida del cinquantenario con le sue fami, con le sue stragi, col saccheggio impunitario delle banche, il mercato dei pubblici uffici, la prostituzione d'ogni magistratura, coll'analfabetismo e colla pellagra custoditi come la reliquia della stirpe; e gli eccidii proletarii, unico ritmo della nostra libertà e della nostra civiltà.

Sarebbe atroce gabellare ai lavoratori di Trento o di Trieste come la redenzione siffatto regime di corruzione, di miseria, di vergogna.

Figli, non tornate!

Non cedete alle minaccie dei proconsoli della patria, non alle frodi dei giornali che saziano alla greppia dei fondi segreti il ventre e l'abbiezione.

Non è vero che, ricusandovi ora idi rimpatriare, il governo possa confiscarvi la proprietà, la capanna in cui siete nati, il lembo di terra che vi crebbe il sudor della fronte e nessuno vi può toccare.

Non è vero che, sdegnando oggi di ubbidire ai decreti di mobilitazione sarete, tornando in patria, arrestati e condannati a trenta anni di galera. Non farete neanche un giorno di pena! Perchè delle due l'una: o il governo sorte dalla guerra vittorioso ed avrà allora bisogno di acquistar indulgenze, di farsi perdonare la carneficina e la rovina, ed assolverà con una delle solite amnistie quanti per una ragione o per l'altra non si saranno presentati; oppure uscirà dalla guerra sconfitto; ed allora il governo attuale non sarà più ed il nuovo che gli dovesse succedere avrà tutt'altra voglia che d'infierire.

Non è vero, nella peggiore delle ipotesi, che non ci rivedremo, che non ci rivedremo più mai, se non ubbidite oggi agli editti del re e del suo governo.

Se è vero che la vostra patria sola e migliore sia il grembo materno da cui siete scaturiti, rassicuratevi, figli! Il giorno che avversità di fortuna o ferocia di governanti dovesse fra quel grembo e voi levar la muraglia d'una condanna, l'abbasseremo, la livelleremo noi, abbandonando l'Italia per sempre, venendo costì per vivere accanto a voi e per sempre la vita d'ogni giorno, d'ogni ora che, voi lontani, ci torna supplizio.

Purchè non torniate! purchè non tuffiate le mani nel fratricidio orrendo che insanguina il vecchio mondo, scatenando sul destino dei servi le maledizioni della civiltà e le vendette della storia; purchè – lontani, ma sacri al nostro affetto ed al vostro nobile lavoro – persistiate costì nell'amore riconoscente per coloro che vi amano; nel compito generoso che contro gli orrori della guerra, nell'odio dei suoi provocatori infami, nella severa pietà per gli incoscienti, raccogliere gli sdegni, le rivolte, gli impeti d'ogni cuore, d'ogni mente, e la terra restituirà madre uguale e benigna ai figli riconciliati oltre ogni frontiera, araldi d'amore, sacerdoti di giustizia, soldati di libertà!

Figli, per l'amore santo alla mamma che nello strazio vi concepì, e vi partorì nel dolore, e vi crebbe di lacrime, di sangue, di baci, e non vive, non pensa, non soffre che di voi e per voi, per l'amor nostro, figli, non tornate!

(Palermo, 5 luglio 1915).

Le madri d'Italia ai figli emigrati nelle due Americhe17

Pan prestato, buon da rendere!

Gli anarchici hanno, in genere, dei più gravi problemi sociali un criterio una soluzione loro propria e, di conseguenza, dinnanzi alle grandi commozioni collettive un atteggiamento corrispondente, logico, tutto proprio, diverso ed acerbamente contrario ai giudizii, ai criterii, agli atteggiamenti in cui si placano e si adagiano le preoccupazioni, gli interessi, gli uomini, i partiti dell'altra riva.

È spiegabile, diremo così, per definizione, ed è risaputo per tanta esperienza non sempre sterile ed ingloriosa, che l'insistervi tornerebbe superfluo.

— Che, cosa vi guadagnano? chiede la gente saggia la quale – ripudiato o soffocato ogni spontaneo moto dell'animo ed ogni diritto della ragione – non consente ai proprii atti altra bussola che della pitocca speculazione utilitaria; che cosa vi guadagnano?

La più alta soddisfazione che sia promessa agli uomini i quali nella tenebra densa, muta, insidiosa della superstizione e della menzogna si sforzano di aprire alla verità uno spiraglio, e fra i rovi, gli agguati del calcolo, della frode, dell'oppressione, l'arduo sentiero alla libertà: l'armonia superba tra il pensiero e la parola, tra la fede e l'azione, fra l'ideale lontano e la realtà nemica che reca, ad ogni tregua, oltre le conquistate trincee, nella vita vissuta un po' del sogno luminoso propiziandone la realizzazione agognata.

È un orgoglio più superbo ancora, nella sanzione che alle loro previsioni ed alle loro audacie contrastate, subissate, maledette oggi con domenicano furore, porta lento, terribilmente lento in ogni suo minuto ma ineluttabile, inesorabile, il domani immediato.

* * *

Pagano caramente soddisfazioni ed orgogli: comincia nella famiglia il dissidio che si amareggia più lontano dell'abbandono degli amici e si incilicia di squallori, di disinganni, di persecuzioni, di strazii intossicati e disperati finchè tutta la vita non sia più che una sanguinosa ineffabile passione; ma se dalla forca o dalla triste corsia di un ospedale veggono libertà e verità riportare su per l'erta dell'avvenire il sasso di Sisifo sotto cui si illudevano sinistramente scribi, farisei e pubblicani averle precipitate e soffocate per sempre, anche l'agonia è gioia dei pionieri che nell'oblìo ingrato si scavano la fossa ed il riposo, lieti d'affrettare coi loro olocausti l'ora della liberazione, d'aver sul labbro cinico degli effimeri trionfatori ammutolito lo scherno, d'aver soggiogato riluttante il consenso universale alla sincerità, del loro pensiero e della loro azione.

«Saranno sognatori o criminali; ma la sincerità della loro fede, pur aberrata ed assurda; ma il disinteresse e l'abnegazione di tutta la loro vita, pur traviata e nefasta, non può impugnare alcuno».

Da Cesare Lombroso a Deibler è il verdetto unanime dei famuli del Sant'Uffizio borghese.

* * *

L'umanità, sempre che non si abbia a tener conto della gente che sta al di sotto del boia: la lurida canèa dei mezzani professionali, dei bottegai ottusi, dei politicanti barati, dei banchieri fugaci e dei famelici parassiti che di ogni pensiero, d'ogni parola, d'ogni gesto saggiano su la pietra di paragone del tornaconto o della mancia, del sacco o della bottega o del lupanare: depravati soverchio perchè abbiano della gente di cuore gli impeti temerarii, generosi, troppo vili perchè osino del padrone i corruschi sdegni di classe; oscillanti in perpetuo fra un colpo di turibolo ed un colpo di coltello, pronti a levarvi gli anarchici ai sette cieli oggi se li schieri il loro ardore di giustizia contro un concorrente temuto, pronti ad accoltellarli nella schiena allo svolto del trivio se le mutate sorti della battaglia li cacci domani coi piedi innanzi nel truogolo cui chieggono la biada.

Perchè v'è della gente che è al disotto del boia.

* * *

Per quanto si rimpiattasse poltrona alle spalle dei birri che aveva sul luogo affollato delle sue spaurite denunzie, e giù nel fitto della ciurma arrovellata, per le mancie consolari, dalle sue maramalde sobbillazioni, l'ho veduta ieri a Philadelphia.

Alcuni compagni nostri avevano organizzato alla Fulton Hall, domenica, una conferenza contro la guerra.

Dal momento che si può essere a Philadelphia per la guerra; che alla più grande patria si possono a Philadelphia coscrivere gli entusiasmi, i baiocchi e la pelle... altrui, parrebbe, ed è parso ai compagni nostri, che potesse Nicola Cuneo liberamente manifestare le ragioni per cui al proletariato gioverebbe di quegli entusiasmi diffidare, negando alla guerra ed alla patria il tributo di sangue e di giovinezza che le negano per intanto i pappatriottardoni della colonia.

Tanto più che, a differenza dei consueti comizii promossi da lor signori, in cui non si consentono voci discordi e si ammutoliscono col randello dei poliziotti, nelle riunioni promosse dagli anarchici la libertà di parola in contradditorio è tradizione immutata e consacrata da un numero infinito di precedenti, dall'assidua, inalterata testimonianza della civile educazione del proletariato libertario; ed avrebbero potuto i patriottardi, i guerrafondai della prominenza coloniale subissare vittoriosamente della loro eloquenza, dei loro travolgenti entusiasmi, le eresie internazionaliste e la modesta oratoria del nostro compagno Cuneo18.

Hanno invece diffuso alla sordina nei quartieri meridionali della città, nella piccola Italia buona ma superstiziosa e pedissequa, che alla Fulton Hall il domani si sarebbe celebrato un mostruoso comizio contro l'Italia, che lo avevano organizzato austriaci e tedeschi, i quali ne avevano pagato la sala, diffusi gli inviti, salariati gli oratori; e che era una vergogna da non tollerare, ed i traditori volevano essere linciati; mentre andavano poi favoleggiando che gli organizzatori del comizio, austriaci e tedeschi, avevano offerte centinaia di dollari per dissuadere i riservisti italiani dal partire per la guerra.

Denunziavano nel contempo alla polizia che dal Comizio anti-italiano della Fulton Hall dovevano attendersi conflitti tragici, e che sarebbe stato saggio prevenire.

In questa organizzazione turpe di patriottici linciaggi, di sobillazione caine, di perfide denunzie, hanno intanto riconciliate finalmente nell'infamia e nella viltà le due fazioni che si contendono da un decennio l'egemonia della colonia, egualmente.

* * *

Il comizio ebbe luogo ad ogni modo ed al pubblico rigurgitante, applaudito fragorosamente fin dalle prime battute. Nicola Cuneo parlava da mezz'ora all'incirca quando un bulo, salariato per la triste bisogna, l'interruppe promettendogli il linciaggio dovuto ai rinnegati ed ai traditori.

Il pubblico, è bene rilevarlo, zittì della sua unanime protesta l'interruttore che riguadagnò la porta sotto la protezione dei birri; ed allora i buli, di fuori, mortificati del primo smacco arrovellarono la folla a tirar sassi contro le finestre, a conclamare il linciaggio degli austro-tedeschi porgendo così alla sbirraglia l'opportunità di tener la consegna. Il comizio è sciolto, gli oratori Cuneo e Canzanelli sono arrestati, il pubblico cacciato dalla sala a randellate in istrada nelle fauci della bordaglia che, imbestialita dalle perfide menzogne degli sparafucili consolari, si avventa facendone scempio sui compagni Scussel, Erasmo, Vallorani, Loreti che grondan sangue e sono patriotticamente svaligiati, nel nome e per la gloria della più grande Italia, dell'orologio e dei pochi soldi della settimana, mentre a nugoli i birri, colla consueta procedura, sbarazzano la strada alla circolazione.

L'epilogo?

Sempre lo stesso. Agli aggressori salariati l'impunità, la protezione della polizia; agli aggrediti randellate, manette, ed in vista un processo penale per cui Canzanelli e Cuneo sono sotto cauzione di parecchie centinaia di dollari.

* * *

E la stampa locale?

È per la forca insaponata di vituperii infami: «gli organizzatori del comizio sono stati evidentemente pagati dall'Austria», il linciaggio dei rinnegati preconizzato con domenicano furore.

E farebbe ridere se non muovesse a schifo.

Barattieri, falsari, gazzettieri analfabeti e voltagabbana, scampati alle patrie galere per levar qui il baraccone d'ogni raggiro ed ammucchiar palanche sul sudore altrui e sulla propria quotidiana prostituzione agli avventurieri da sentina; patriottardi che gridano l'inno eroico ed augurale all'Italia, alla Francia, all'Inghilterra ed alla Russia perchè alla greppia la biada viene dai fondi segreti del regno o dalla subdola generosità dei consolati della repubblica, dello Czar o di Giorgio V., come ieri la patria d'origine barattavano con quella d'adozione per un pugno lurido di scudi, per la «giobba» e per la vergogna – a trattar d'austriaci e di tedeschi gli anarchici che, se vogliono essere cittadini della terra oltre il confine esoso del natio loco, ripudian frontiere, cittadinanze ed orgogli d'ogni patria, coltivando uguale per tutti i simboli dell'oppressione, l'orrore, augurandosi che la nemesi della storia travolga dei suoi cicloni egualmente inesorabili e Cecco Beppe e Gennariello, e Guglielmone e Giorgio e Poincarè e Nicola, vampiri de la stessa voracità insaziata, se la diversa fortuna abbeverano nelle vene del proletariato uguale ovunque nel miserando destino; e chiamino, essi i bagascioni, venduti i compagni nostri che alla vanga ed al martello, all'ascia, al piccone, alla fatica impervia al sudor sacro e dispregiato chieggono il pane, la fierezza, il diritto alla giustizia ed alla libertà – parlano di corda in casa dell'appiccato, cimentando l'impudenza oltre ogni più temerario confine della fantasia; innocui ad ogni sdegno.

* * *

Altro ammonimento gorgoglia dall'ultimo agguato.

Sdegna la prominenza patriottarda ogni forma ed ogni occasione di attriti fecondi, di civili dibattiti, di libere discussioni, per risuscitare contro il nonconformismo internazionalista od anarchico l'obbrobrio delle calunnie consapevoli perfidamente, le organizzate grassazioni. delle sue Corti di Miracoli, l'anatema feroce, il linciaggio bestiale, le San Bartolomeo tricolori?

E sta bene; è questione d'intenderci: ma nessuno neanche, a cominciar da oggi, celebrerà oltre la sagra delle intolleranze conventicole nè il re, nè la patria, nè la guerra, nè le sue fantastiche vittorie : nessuno, più mai.

Pan prestato è buono a rendere!

Vedremo che cosa avrà guadagnato.

(31 luglio 1915).

Huitzilopochtli

Storia vecchia di là da quattrocent'anni.

S'incorona Montezuma sovrano benedetto delle nazioni confederate di Mexico, di Tezcuco, di Taclopan; e dall'altipiano tragico su fino ai contrafforti nevosi che domina della sua vetta corrusca il Popocatepetl, giù per la valle perfida e lussuriosa, fino al mare, nella gloria del sole divino, nella sargra di tutti i templi, da Tula a Tenochtitlan è il delirio dell'eroica gente dell'Anahuac.

Non si specchiò nei cinque laghi, intorno a cui crebbe fra il fragore delle armi e lo squisito raccoglimento dell'arte il genio vario e la potenza invitta della stirpe, tanto fasto, tanto fervore, mai; così come non mai pesò tanto angosciosa sul suo destino l'artigliata avversità della fortuna.

Grande in ciel l'ora del periglio passa!

«Apprestano le vele di là dal mare infinito, nemici insoliti nel volto, nel linguaggio, nella fede e nell'armi nell'audacia sacrilega e nella potenza fatale, minacciando la santità, degli altari, l'onor delle donne, e su la terra che non conobbe culla di schiavi, la libertà dei figli, la sicurezza del pane e dei focolari, il fato estremo della nazione» – hanno rivelato convulse sotto il coltello dei sacerdoti le vittima degli olocausti espiatorii.

* * *

Così a placar gli sdegni di tutti gli dèi di Quetzalcoatl, di Tetloc e di Tetzcatlipoca, a placar la sete di Huitzilopochtli, il grifagno iddio della guerra e della gente che l'orgia sadica inaffia di torrenti del puro sangue di vergini e di bambini, ascendono ad ogni altare, da ogni borgo, da ogni «calpullo» innumeri le vittime ebbre di perdizione, nell'insano tripudio della turba che inonda la valle, torreggia da ogni balza, urge da ogni valico, travolta dallo stesso delirio di rinuncia e di olocausto. Caciques ingemmati ed impennacchiati, guerrieri briachi di fede e di pulque, machuals sbucati dagli angiporti, dalle sentine, dal sottosuolo, si curvano nella stessa polvere dinnanzi ai sacerdoti che si flagellano colle serpi, che si squarciano le vene cogli aculei spaventosi dell'aloe ed objurgano nelle ossessionanti cantilene la penitenza e l'espiazione:

«L'uomo che ha peccato meno per la sua propria volontà che pel mal segno sotto cui è nato non trova redenzione che assicurando, a Huitzilopechtli uno schiavo pel Sacrifizio».

I ricchi, i caciques, affastellano ai piedi dell'orrendo, insaziato feticcio, ambra e cocciniglia, copale e polvere d'oro, ascie di rame e tappeti di piume.

I poveri, i machuals, danno le vergini incontaminate, i lattanti inconsapevoli, il sangue e la vita.

Clavigero e Torquemada dissentono intorno al numero, ma asseverano concordi che la processione delle vittime anelanti al sacrifizio è lunga più di due miglia.

La strage dura una settimana.

In alto, sul frontone del tempio, fra le are minori di Tatloc e di Quetzalcoatl, il vittimario affonda nel seno immacolato de le vergini l'itztli, il coltello scintillante di diaspro, traendone il cuore che innalza palpitante al bacio del sole ed offre poi su l'ara di cavo smeraldo a Huitzilopochtli implacato19.

* * *

La strage dura una settimana.

V'infuriano inesausti cinquemila, sacerdoti, ed in un sol giorno vi sono sventrati ventimila bambini, scrive Torquemada, e mentre Acosta s'indugia a fissare in ventimila le vittime di ciascun giorno, Ixtilxochitl, lo storico nazionale, leva a centomila il numero complessivo delle vittime della sagra spaventosa.

Il sangue cola a rivi da la piramide fumante d'incensi, sonante di preci, s'aggruma lungo le colonne, stagna in pozze livide, e la valle non è più che un carnaio pestilenziale.

Montezuma ghigna bisbigliando al gran sacerdote: «Tu comprendi ora perchè alla piccola repubblica di Tlascala non abbiamo insidiato mai la libertà; dove avremmo trovato all'ecatombe vittime così numerose».

Ventimila bambini in un giorno, centomila uomini scannati in una settimana a propiziare da un feticcio orrendo, in omaggio ad una superstizione obbrobriosa, la salvezza dei Montezuma, la prosperità del vecchio Messico, indarno.

Indarno: sull'effeminato Montezuma e su l'impero esangue passò un pugno di avventurieri, gli avventurieri di Hernando Cortez irresistibilmente e la gloriosa terra di Anahuac rimase feudo trascurabile nel vasto impero di Carlo V su cui neppure il sole, mancipio, osava tramontare.

Vecchie storie di là da quattrocento anni!

* * *

L'umanità e la civiltà pretendono aver fatto del cammino, di poi: a la gloria di dio e pei trionfi della fede negano l'obbrobrio dei sacrifizii umani. I roghi di Michele Servet, di Giordano Bruno, di Lucilio Vanini o di Francisco Ferrer si riaccendono volta a volta a testimoniare che il cannibalismo religioso ha sempre forse le vecchie voglie e gli inesausti appetiti, ma gli mancano zanne ed artigli: la grande orgia di sangue della San Bartolomeo di Carlo IX e di Caterina rimane eccezione, ricordo lontano.

Le vergini ed i bambini non si offrono più al coltello del vittimario, in una società che ha nelle vene, come imprecava Enotrio ai bei dì,

...l'Aretino ed il Loyola

e si masturba cristianamente di passione, di grazia e di pietà. Si soggiogano tutto al più alla lenta macerazione conventuale ed alla recondita libidine dei confessori; i ragazzi si mandano a dottrina, si danno ai frati perchè dell'incurabile bestialità, facendo strazio delle menti irrequiete e delle grazie precoci, ne tirino su dei bravi cristiani, rassegnati e fedeli.

Contro gli eretici non si osano nè la corda, nè il rogo; si spiana tutt'al più la diminuzione civile giuridica o morale per cui, come nella grande repubblica; chi non crede in dio non può essere un galantuomo e non deve trovare pane dai padroni, fede nei giudici, stima fra cittadini.

Direi che cogli orrori dei sacrifizii, anche la fede se ne sia andata, non lasciando nelle mani dei sacerdoti che la larva trasparente e vana che basta giusto giusto ad illudere la buona gente ed a vestire gli arruffianati trabocchetti del mestiere.

* * *

Soltanto, esulando la fede, retaggio infausto dei più allora che rimane privilegio d'aristocratiche minoranze l'appannaggio della conoscenza e della verità da cui è stata debellata e bandita, il campo resta piuttosto al feticismo, superstite in ogni animo, che non al progresso pressochè inaccessibile; ed in luogo d'illuderci su le radiose e vertiginose ascensioni della civiltà sarebbe più coscienzioso riconoscere e più onesto il dire che nei contesi periodi di transizione –alle prime fasi effimere e fugaci, almeno – il passato nelle sue rivincite ha miglior giuoco che non l'avvenire nelle sue incursioni. Con questa disgrazia di soprassello: che il fugace, l'effimero, l'attimo, nella storia, nel meccanismo dei suoi ricorsi, si misura a secoli quando non a millennii, e ci sorprende inatteso, insospettato l'uragano rinnovatore fra la mefite delle stagnanti restaurazioni.

Gli estremi si toccano, brontola il proverbio, ad ammonire che se non dobbiamo disperare non pretendere dall'alba pallida sorta appena su le tetraggini dell'antico regime, nè i bagliori dell'aurora, nè le fiamme ardenti del meriggio, neppure dobbiamo dinnanzi alle fioche promesse antelucane ammainar diffidenze e vigilie, coraggio e tenacia, illudendoci di aver tanto avanzato e la tenebra della notte orrenda e le cupe insidie e le mortali minaccie e le cieche violenze di cui si abbuia, che non possa la belluina primordiale bestialità riafferrarci nelle sue estreme convulsioni al primo svolto, precipitandoci, giù per gli abissi della storia, a ritroso, oltre gli evi di orrore, di sangue, di ferocia, di vergogna che ci era speranza ed orgoglio aver superato per sempre.

Al di là dei quattrocent'anni dalle sacre ecatombi umane di Tuta, di Tezcuco e di Tenochtitlan.

Come, oggidì.

* * *

Chi avesse la sciocca velleità di dubitarne può con un certo profitto consultare le cifre che qui desumiamo alla meno sospettabile delle fonti, al quadro cioè che dei probabili risultati del primo anno di guerra la Croce Rossa ha eretto sui dati ufficiali dei primi sei mesi.

Gli ostinati che volessero cavillare d'esagerazioni e di pessimismo tengano conto che non figurano nella statistica della Croce Rossa nè la Serbia che dai primi sei mesi di guerra è uscita decimata, nè il Montenegro che vi ha lasciato tutti i suoi uomini validi, nè la Turchia, nè l'Italia che per essere venute tardi non hanno meno pagato alla guerra e in Asia e sui Dardanelli, nell'Istria e nel Trentino il loro tributo di parecchie centinaia di migliaia di vittime; e che quindi le cifre che della Croce Rossa noi diamo qui sono sensibilmente inferiori al vero, e che se vi è un'esagerazione, essa è nell'ottimismo dei risultati preveduti.

Nei primi sei mesi della guerra



morti

feriti

La Germania ha avuto





L'Austria ha avuto

341000

701000

La Francia ha avuto

464000

1157000

L'Inghilterra ha avuto

116000

234000

La Russia ha avuto

753000

1982000

Totale dei primi sei mesi di guerra

2156000

4931000

Su questi risultati d'assoluto rigore ufficiale, per essere le cifre consentite rispettivamente dai governi interessati, la Croce Rossa, badate bene! non noi, si crede autorizzata a conchiudere che il primo anno della guerra sia costato



morti

feriti

prigionieri

Alla Germania

1000000

1700000

485000

all'Austria

700000

1475000

360000

alla Francia

960000

2500000

1300000

all'Inghilterra

300000

375000

250000

alla Russia

1000000

4300000

1600000

Perdite totali del primo anno

3960000

10350000

3995000

Venti milioni, centoventicinque mila uomini perduti nel primo anno di guerra, non contati i morti, i feriti, i prigionieri che vi hanno lasciato la Serbia, il Montenegro, la Turchia e l'Italia.

Cinque milioni di morti, dieci milioni di mutilati!

I patriotti che hanno sfondato le porte del tempio di Giano possono tener il fiato: so che è la guerra; che alla guerra non si va per scambiarci un bacio od un mottetto; e che essa deve contare tanto più numerose le sue vittime oggi che, mancipio, ludibrio, giullare del dollaro o della sterlina, l'ingegno umano – immenso Leonardo tu non l'avresti sognato! – s'arrovella a servirne la voracità ed i furori con armi di distruzione e di sterminio fantastiche di rapidità e di potenza.

Dinnanzi all'ara che accoglie nel grembo della morte, universa patria che ignora le frontiere, cinque milioni di cadaveri, cinque milioni di esistenze gagliarde sbrandellate dalla mitraglia, rivomitate dalle sazie fauci del mare, non osa neppure il più scettico dei miscredenti la fragorosa truculenza delle inutili imprecazioni; malediremo poi.

* * *

È la guerra, d'accordo! e cinque milioni di cadaveri nel giro d'un anno, l'aurora che si leva su tredicimila settecento cadaveri ogni giorno, sono un'inezia senz'alcun dubbio per un uomo di nervi, pel condottiero a cui i soldati sono pedine o matricole, pel capitalista che sul mercato non ne ha voluto neanche ad un pane l'uno.

Ma per noi il soldato è un uomo pur sotto la sconcia livrea servile repubblicana e regia, un uomo che ha dentro, animoso o pusillo, un cuore per cui è legato oltre la caserma e la trincea e la consegna al resto del mondo, schiavo, prima ancora che del re o della disciplina, dei suoi affetti, dei rapporti, degli interessi che intorno agli affetti sono cresciuti.

Sarà un disgraziato fin che volete, lo potrete affogar senza un rimpianto, ma da una madre egli è nato, ad un'altra madre egli ha dato figlioli; ed io domando alla vostra aritmetica spedita quante madri piangano, quanti orfani cerchino in cotesto paradossale carnaio il volto, lo sguardo, la carezza ed il pane di cui faceva il povero perduto la gioia delle vecchie fronti, la forza delle giovani vite, la provvidenza, la sicurezza, la ragione stessa del focolare.

E quando pur ritrose, pur discrete, mi dovranno consentire le cifre vostre che quindici milioni di madri e di spose, cinquanta milioni di orfani piangono indarno il figlio, il marito, il padre, chieggono indarno a dio, al re, alla patria, il pane che fioriva dalle mani incallite del guerriero caduto, io che non so più dinnanzi allo strazio disperato la parola dell'odio, non rampognerò neppure la discinta impudica ipocrisia con cui lacrimando ieri su le vittime – trascurabili nel confronto – dei terremoti di Calabria o di Sicilia, frugate, sciacalli avidi ed insaziati, nel carnaio, lungo le rive della Vistola o del Reno, su pei valli del Tirolo o dei Carpazi, nei piani di Fiandra o di Polonia, in ogni grembo di madre fra il sangue e lo strazio, l'investitura e la fortuna.

* * *

Diteci soltanto, buona gente che ciancia di patria e di libertà, di civiltà o di cultura perchè siano passati quattrocent'anni senza che nulla siasi innovato nel culto dei feticci, nel rito degli olocausti, e come ieri nella vecchia Anahuac al feroce Huitzilopochtli, rivestito appena del tricolore latino o dei gialli aquilati stendardi dall'impero, non sappiano i vostri aruspici, i vostri sacerdoti propiziare che coll'ecatombe monotona, inamovibile, con questo in peggio ed a comune mortificazione, che allora vi cedeva ottuso e cieco il fanatismo inconsapevole, mentre oggi le reclama e le organizza il calcolo cinico e ruffiano; che allora, comunque assurda e feroce, se ne alimentava la speranza de la comune salvezza, la fede della gente ne la vittoria, e nella gloria del comune destino, mentre oggi dal sangue plebeo non rigogliano che la borsa e la boria degli stemmati filibustieri su la rinnovata servitù e su l'inasprita miseria degli umili; e che i sacerdoti del bieco iddio il cuor delle vergini e dei bambini strappavano dai petti lacerati d'un colpo del loro formidabile coltello di diaspro, mentre voi, voi cristiana e civile progenie di Cristo e di Rousseau, il cuor delle madri dissanguate lenti, a colpi di spillo, e le fragili vite dei figli superstiti soffocate d'inedia, fiato a fiato, assaporando nell'artiglio convulso e nell'occhio rapito lo spasimo della lunga agonia.

* * *

Se davvero negli ossarii di Tezcuco inorridirono dinnanzi alla piramide di centotrentamila cranii i compagni di Hernando Cortez quattrocent'anni fa, che cosa diranno i nuovi conquistatori, che urgono alle porte del vecchio mondo, quando domani dinnanzi alle chiuse di scheletri che avranno colmato le paludi, deviato il corso dei fiumi, sbarrato il passo dei monti, perderanno la stessa nozione del numero, cercando indarno i segni della pietà e della civiltà di cui andiamo così orgogliosi? Che cosa diranno?

Perchè sono alle porte i conquistatori. Perchè essi verranno; essi vengono, rumoreggiano alle porte: badate a voi, buona gente, che chiede al macello il vigore, al sangue il battesimo, allo strazio la gioia, alla rapina la fortuna.

Badate a voi! Potrebbero venire prima che sia esausto il seno delle madri, il ventre dei figli, la pazienza eroica dei servi.

Innumeri, irresistibili, inesorati come il ciclone.

Insegnate il disprezzo d'ogni imbelle senso umano e civile: vi mostreranno essi al primo incontro che la vendetta fatta giustizia non conosce pietà.

(21 agosto 1915).

"Evviva la guerra!"

È, fra i guerrafondai, della gente seria, che vi persuade.

Non fra i Tirtei del nazionalismo strillone, badiamo bene! Non fra i Rostand, i Kypling, i D'Annunzio che sulla lira malconcia – ridotta oramai al solo monotono episodio della grande guerra fascinatrice – vi chieggono pel buon dio e pel re, per la civiltà e per la patria, discretamente, la pelle, il sangue e la giovinezza dei figlioli, le lacrime di tutte le madri; e vi persuadono tanto meno che il fervore, l'estro e l'entusiasmo essi dànno in affitto a chi meglio paghi.

Bisogna d'altra parte riconoscere che hanno per le mani così aspra bisogna cui non basterebbero nè il genio nè il plettro nè gli anni d'Omero.

Persuadere al proletariato che per la causa della civiltà – a cui esso è rimasto fin dalle origini, traverso i millennii, straniero immutabilmente – egli non ha dato fino ad ora che una miseria: cinque milioni duecentonovanta mila morti, sei milioni quattrocento settantotto mila feriti, due milioni seicentoventi mila prigionieri, quattordici milioni trecentonovantotto mila perduti in totale, nel primo anno di guerra20; e che deve darne ancora, in proporzioni maggiori, per altri due o tre anni, finchè le sorti del progresso e della libertà non siano vittoriosamente decise, non è compito del resto che si possa onestamente pretendere dai giullari di corte; nè che si possa risolvere con un peana, con una fanfara, con quattro chiacchiere garbate.

* * *

La gente seria non fa tanti discorsi, ha in eguale dispregio il ciarpame venerando delle tradizioni come le dubbie promesse dell'ideale, così remoto fra le nebbie dell'avvenire quanto è dubbia e lontana nella tenebra dei tempi la scaturigine degli orgogli e dei miti della stirpe. Non crede che all'oggi, alla realtà immediata, concreta, ponderabile; e la coglie e la pesa nel minuto che passa, al di là del quale essa è completamente diversa, così diversa che è orrore domani quel che oggi è gloria, rovina ed onta quello che oggi è fasto o dovizia.

Vivere l'ora! e viverla piena ed intiera, con la tensione di tutti i nervi, di tutta la volontà, di tutta la forza, al fine limpido ed immediato; e la meta attingere coll'impeto subitaneo del ciclone, travolta ogni barriera del sentimento e della ragione, della giustizia e della pietà, nel dominio, nell'onnipotenza dell'attimo fugace.

Poi? domani? dopo?

Venga il diluvio; altri andrà sommerso. Essi non vi saranno più.

* * *

Non è così la gente seria?

Misuratela alla stregua della grande guerra.

Non le ha mai cercato una giustificazione all'infuori del calcolo cinico e brutale: la guerra urge! urge sbucare dalla mediocrità e dal marasma, a non asfissiare tra il pidocchiume, a restituire agli arrembaggi ed alle corse l'antica maestà soggiogata dalle convenienze, dai trattati laboriosi, accidiosi, subdoli o taccagni: a restaurare sopratutto l'epica grandezza e la dovizia tragica del sacco e del bottino: urge a ricondurre nelle ciurme, che farneticano briache di diritti e di rivolte, la fedeltà, la disciplina, la soggezione.

Ha buttato fra pretoriani citaredi e giullari della chiesa e della caserma, del parlamento e dell'Ateneo e della stampa, una manciata d'oro e l'ordine sovrano egualmente irresistibile: squillate alla guerra.

E la guerra fu: la bandirono nel nome di Gesù i sacerdoti del tempio, la benedissero i sofi nel nome del diritto, la sancirono i parlamenti nel nome della stirpe, le coscrissero i cortigiani nel nome del re gli eserciti fra le ciurme tornate nel nome della legge e della patria dallo scisma pavido e discreto alle cieche sudditanze sotto i vecchi labari riconsacrati.

Dio e la fede, il re e la legge, il diritto e la patria hanno dato l'aureola, il viatico, le armi e gli entusiasmi di una crociata alla cinica avventura, a l'editto bestiale che in origine, spogliati de li orpelli bugiardi, dicevano semplicemente: sgombrate il mercato dalla marmaglia taccagna che qui si hanno a coniare quattrini, e restaurare su le disperse trincee dell'avvenire le provvidenziali bastiglie dell'antico regime.

* * *

S'è urtato il proposito ad ostacoli insospettati e, trascendendo ogni più temeraria previsione, la rovina ha levato da lutti i cuori lo sciame sgomento d'inquietudini disperate: «Nel gorgo le cattedrali e le fortune; a fiotti, nel gorgo, sudor di fronti, tesori di fatiche, d'ingegni, d'invenzioni, d'ardimenti millenarii, nel gorgo incommensurato i tesori del dornani, le volontà più fervide, il sangue più generoso, le energie più agguerrite, l'inapprezzabile necessaria guarentigia della vita e del progresso: la minaccia d'un più fosco millennio sul conserto destino delle genti... Troppo, troppo!».

E la diana squillante ieri su per la gamma degli entusiasmi universi, le promesse della vittoria fulminea e decisiva, la magica rinnovazione della vita, il trionfo delle audacie giovanili, della forza turgida incoercibile, dilegua su l'inutile desolazione, tra la sfiducia, l'orrore e la paura, in singulti disperati da cui gorgogliano la protesta e la maledizione.

* * *

La gente seria sogghigna; squaderna su gli sgomenti il libro mastro, l'indice grifagno su la colonna: "Profitti e perdite''.

Rovina e desolazione? Dopo un anno di guerra prodigalmente vorace zampilla a torrenti l'oro dalle terre devastate.

Cinquecento milioni in oro si rovesciano dai galeoni britannici nei forzieri di J. P. Morgan a dirvi l'immensità riparatrice delle taglie che li riscatteranno domani, mentre dal sangue degli olocausti propiziatori s'irrorano, miracolosamente ringiovanite, fortune decrepite e moribonde.

— Qui, qui, isterici cristianissimi della pietà, che vi pascete di brividi, di giaculatorie e di genuflessioni; qui: chi avrebbe ieri arrischiato un soldo su la risurrezione delle nostre industrie anemizzate? La più potente delle nostre organizzazioni metallurgiche, la Bethlehem Steel Trust Co., non trovava nel gennaio scorso un cane che volesse delle sue azioni a quarantasei dollari ed un quarto.

Urge la guerra, soggioga tutte le braccia alle armi, tutte le officine del vecchio mondo al vassallaggio della nostra intraprendenza, e le azioni della Bethlehem Steel Trust Co. da quarantasei dollari salgono a cento l'8 di aprile: balzano a duecento il 22 luglio, valicano due settimane dopo, nell'agosto, i trecento dollari; ed inseguono irresistibili l'eccelso livello del domani.

Chi aveva nel gennaio scorso, con dieci azioni della Bethlehem Steel Trust Co. un patrimonio miserabile di quattrocento sessanta dollari, oggi vive di rendita se del poco s'accontenti: ha nelle stesse dieci azioni tremila dollari di capitale.

A chi li deve se non alla guerra?

Le azioni dell'American Can Co. che valevano quarantacinque dollari tre settimane addietro sono oggi a sessantadue; la produzione del rame, una industria in fallimento nel nostro paese, ha ritrovato sotto la stretta della guerra il coraggio, il vigore, la fortuna: i profitti della Ray Consolidated Co. che erano zero sui primi dell'anno salivano nel marzo a 741,000 dollari ed alla fine del secondo trimestre, nel giugno scorso, si realizzavano in 1.340.000 dollari!

Fino a ieri, con tutte le nostre risorse, con le nostre miniere, le nostre ferrovie, la ricchezza smisurata del nostro paese, non eravamo costretti a togliere denaro a prestito sui mercati finanziarii d'Europa accollandoci un debito d'oltre mezza dozzina di miliardi pei quali paghiamo ogni anno duecento venticinque milioni d'interessi? È scoppiata la guerra e noi abbiamo dato denari in prestito a tutte le nazioni; il vecchio debito è estinto, ed i nostri debitori pagheranno quind'innanzi a noi quello che fin qui ci è toccato sborsare a loro.

Le nostre esportazioni che arrivavano ieri alla cifra compassionevole di 807 milioni, s'approssimano oggidì ai tre miliardi, e se dobbiamo giudicare dalle cifre più recenti dateci dal Bureau of Foreign and Domestic Commerce di Washington, cinquanta milioni di dollari pel solo mese del luglio testè scorso, nessun paese del mondo, in nessun periodo più avventurato della sua prosperità, ha mai attinto il vertice di ricchezza e di grandezza donde irradia la repubblica tanta luce di potenza e di gloria.

— Tutto per la guerra?

— Per la guerra!

— Grondan sangue i vostri forzieri, ed è bieca d'usure adunche la gloria della nazione.

* * *

Compatisce la gente seria, pietosamente: La miseria ed il sangue del prossimo! Mettiamo da banda un minuto, i convenzionalismi superati od ipocriti: del nostro prossimo nessuno fa conto se non per spogliarlo. Su le bilancie della nostra provvida morale, il suo sudore, il suo sangue non pesano se non in quanto ci appaiano il necessario ricostituente della vita, della forza, dell'ordine, del dominio nostro, ieri che la guerra non c'era, domani e sempre, finchè esso non ritroverà nella coscienza sua, sapientemente, provvidamente farcita di tutte le devozioni, l'improvvisa rivelazione della sua irresistibile forza.

— Non era ieri, quando la pace benediva ogni terra, così nudo, così affamato, così vile come oggi?

E del suo sangue, delle sue carni non ci siamo abbeverati e nutriti ieri, allorquando era tutto un idillio la terra, su tutti i solchi, a Chalons od a Berra, a Cherry Valley od a Ludlow, a Berlino o a Buenos Ayres, a Mosca od a Pretoria, per la salvezza di quell'ordine cui siete pur voi, piissima gente che crede in dio e si confessa nella sua parola, palladio e scudo?

Così come negli abissi della miniera o nell'androne avvelenato de la fabbrica, noi suggiamo, stilla a stilla, dalle vene pallide dei suoi mocciosi, dal seno esausto de le sue femmine, dalla cervice prona di tutti gli schiavi rassegnati, il sangue del corpo ed il sangue dell'anima a colorir le guancie delle nostre donne, a costellar un sorriso su le labbra dei nostri bambini ad irradiare l'aurora della giornata fugace, a tingere la porpora del sovrano dominio in cui, venerando, consentite devoti?

La guerra, mischia bestiale d'armi e d'armati o trama subdola d'insidie esperte, è l'aspetto costante ed immutato della vita finchè nelle nostre mani, cinto dalle triplici ritorte del ferro, della fede e della viltà, è ligio vassallo il prossimo nostro.

Non v'impietosite sul vinto, su lo schiavo incatenato e ferito; potrebbe sotto le ceneri del rassegnato torpore ritrovare la memoria e le faville d'un diritto che l'oblio millenario non è giunto a prescrivere; temprare delle sue ritorte, accendervi dei suoi belluini furori, l'ascia di Spartaco, la face dei Jacques corruschi ed implacati, far la sua guerra invece che la nostra, conquistar la sua libertà invece che la nostra fortuna, fare della terra riarsa e livellata il regno della gioia e dell'amore in luogo dell'arena selvaggia di competizioni feroci su cui si estolle il nostro imperio glorioso.

Per la salvezza di tutti: viva la guerra!

Per la gloria di dio e del re, per l'estrema salute dell'ordine sociale, non sappiano le vostre labbra altro grido: viva la guerra!

(11 settembre 1915).

Alla ricerca della patria

Non so quale impressione vi facciano le lettere che vengono dall'Italia, dalle trincee e dai focolari, alle quali facciamo posto man mano che dai compagni ci sono comunicate perchè sono un documento umano, l'indice più schietto, cioè, dello stato d'animo in cui si arrovellano desolate, disperate, impotenti le plebi della patria strette dalle esigenze della triste guerra allo spaventoso tributo del sangue, ad uno squallore di miseria che cimenta ogni pazienza ed ogni abnegazione.

So che a sbugiardare la menzogna salariata dei trans-oceanici guerraioli, a smontare il calcolo e le frodi dei mercenarii incettatori, di carne da cannone e da macello, quella pubblicazione è compito necessario, improrogabile; ma quanto doloroso ed amaro!

Amaro!

La protesta contro la guerra prorompe unanime, è vero. È nella contrizione postuma di quelli che sono tornati al richiamo dei consigli di leva sotto le bandiere, e imprecano ora dalle trincee al giorno sciagurato in cui sono partiti; come è nella maledizione delle madri per cui il focolare deserto non è più che la geenna di torturanti memorie, d'angustie cocenti, d'ineffabili miserie, di rimpianti desolati, di ansie mortali da cui scroscia concorde, imperativo il «non tornate! non tornate figli che la guerra è strage, orrore, miseria!»

* * *

Protesta, senz'alcun dubbio; ma se togliete il primo appello che ha suscitato tanto scandalo, l'appello che i giannizzeri dei consolati regi si sono stupidamente illusi di demolire gabellandolo alla clientela come esercitazione retorica d'arrabbiati senza patria21; se togliete qualche lettera, scarsa, che nella patria, nel governo della patria ad essere più precisi, riassume le responsabilità dell'ecatombe mostruosa, non avrete più contro la guerra che la rivolta automatica dell'istinto di gretta conservazione, la rivolta della paura, contumace universalmente non dico il bagliore di una idealità temeraria, ma ogni senso, ogni voce a contendere i privilegi, gli arbitrii, le ipoteche del re, del governo, della legge, esosi, odiati e maledetti quanto incontestati.

È nella latitanza d'ogni rivendicazione civile o giuridica o politica il guaito monotono, ossessionante della miseria e della fame: il pane caro, il sussidio ironico, la disoccupazione permanente, il vino, il tabacco un ricordo lontano, il domani una sciagura indeprecabile: senza l'accenno neppur qui a quella che è la risorsa estrema d'ogni meno consapevole, d'ogni meno evoluta disperazione, ed a Milano tre secoli addietro od a Figline22 or sono tre lustri, sferrava gli affamati sui granai e sui forni giù per la china lubrica d'una constatazione elementare ed in un proposito fatale: «grano e pane ci sono! abbondano tanto più esuberanti nei magazzini e nei forni di lor signori quanto più s'attardano all'arca ed al desco della povera gente avida e rassegnata; ed andiamoceli dunque a pigliare in loro malora! dovessero accorparci come tanti cani chè tanto sul lastrico dovremmo oggi o domani crepar d'inedia ad ogni modo!».

Niente!

Una querimonia monotona, triste d'iloti in cui il millenario abito servile ha soffocato ogni ribelle sdegno della natura e della ragione, piegate le ginocchia e gli animi, le fronti e gli sguardi nell'abbiezione inamovibile delle lacrime, della mendicità, della preghiera. Non un brivido di fierezza, di coscienza, di ribellione; anche se dall'altra riva non abbiano ad illudersi eccessivamente, nè da quest'altra abbiamo noi a mortificarci senza speranza, perchè ai primi baleni – e non mancano i reprobi a sferrarli in buon punto – vedranno, attonite, le legioni dei servi così facile, così lusinghiero, così sicuro il bottino alle braccia, conserte irresistibilmente, che oseranno quello che non osarono mai nella concordia dell'ardimento così unanime quanto è oggi nella rassegnazione e nella depravazione.

* * *

Niente rivoluzione fino ad ora, niente anti-patriottismo; ma nessuno anche dei patriottici entusiasmi, nessuno degli orgogli e degli aneliti della stirpe pei quali, a sentire i gazzettieri della biada, urgerebbero ai contrafforti tirolesi od alle abrupte scarpate dell'Isonzo i figli della patria ebbri di sacrifizio, d'eroismo, di perdizione.

Un agnosticismo assolutamente immacolato. I proletarii della terza Italia, di quella redenta, ignorano la patria collo stesso indifferente candore con cui dalla patria sono ignorati. E non è davvero colpa loro se da cotesto civile agnosticismo non germogliano che le immediate sensazioni dell'orrore e della paura, che le sterili imprecazioni all'inutile carneficina, che i calcoli gretti e le quotidiane preoccupazioni del pane.

Conveniamocene lealmente: se nessuno concepisce l'epopea del cinquantenario glorioso, che albeggia nel 1821 su le forche degli annunziatori e tramonta in un ciclo di gloria su la breccia del 1870, se non come il civile riscatto alla tirannide ed al servaggio, all'ignoranza, alla superstizione, alla scrofola, alla clorosi, alla pellagra che sono il clima storico, caratteristico d'ogni più diverso regime di barbarie; bisogna con altrettante lealtà e sincerità convenire che se il regime costituzionale, su la devastazione, sul tradimento d'ogni più discreta speranza, non ha suscitato che il rimpianto dei regimi paterni scaduti, ed i Savoia non vanno più in là dei Lorena, del Papa, o dei Borboni; e nelle progredite condizioni dell'industria si sono aggravate ed inasprite, nella indifferenza cinica delle pubbliche tutele, quelle dei servi, ludibrio perenne della coscrizione e dell'analfabetismo, della disoccupazione e della tubercolosi, della superstizione e della fame e della mitraglia a Verbicaro, a Roccagorga ed a Calimera23 segno è che la patria ha beniamini e bastardi: beniamini cui nell'alveare dell'oziosa e complicata burocrazia, nelle organizzate camorre dell'esercito, della magistratura, della banca, ha fatto la nicchia ed il ventre; ed i bastardi sulle cui spalle ha rovesciato il giogo d'ogni peso, la soma di ogni compito, il fardello d'ogni abbandono, d'ogni onta e d'ogni disprezzo.

E che di conseguenza pei nove decimi dei reietti d'Italia, la rivoluzione nazionale non è avvenuta, la patria rimane ad edificare se la patria vuol essere maestra di civiltà, madre di benessere egualmente a tutti i figli suoi.

È limpido come l'acqua di fontana: non conoscono la patria! e bisogna pure compatirli.

* * *

Ma quegli altri? quelli che alle sue mammelle turgide si sono nutriti, quelli che del suo affetto ebbero cure, sollecitudini, ansie, carezze assiduamente? Quelli che trasse benigna essa dall'angustia alla fortuna, dall'oscurità alla gloria? Quelli che della patria sanno il martirio, gli ardimenti, le audacie eroiche, l'epica passione, e non potrebbero senza ingratitudine, senza abbominio, senza tradimento ignorarla o ripudiarla, le sono meglio riconoscenti?

Quelli della matrigna non conobbero se non gli abbandoni ed i rigori, e ricusano di condividerne le ansie ed il destino: questi la patria non videro che sotto la specie del benessere e della prosperità e dove questi pericolino la baratterebbero settanta volte e sette.

Non sarebbe forse assolutamente peregrino ma istruttivo sempre cogliere nelle cronache della grande guerra i fasti ed i nomi dei grandi patrioti, dei più grandi e dei più cospicui, che sono di tutti i comitati di preparazione, di tutte le baldorie tricolori, di tutti i patronati di soccorso, epigoni più veri e maggiori del nazionalismo idrofobo e linciatore; e pur di fare baiocchi molti ed alla svelta, pur d'acciuffare per le chiome, nel rapido scoccar dell'ora tragica, la fortuna, non si indugiano, scavalcato ogni scrupolo, a trescare col nemico e costituirglisi di qui, di dentro alle frontiere vigilate e contese i migliori e più efficaci alleati. In ogni guerra, in tutte le patrie.

Il Cresta, che commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia e presidente della Camera Italiana di Commercio a Parigi, al tempo della guerra libica incettava e spediva agli arabo-turchi, cannoni, mitragliatrici e munizioni, è il tipo o del patriotta fuso nello stesso stampo dei Dupont, dei Remington e dei Winchester che contrabbandavano nel Messico, per le truppe di Huerta fronteggianti a Vera Cruz ed a Tampico le legioni della patria repubblica, armi e munizioni per l'importo complessivo di centinaia di milioni: del calibro, se vi par meglio dei tedeschissimi Kuhn e Loeb & Co., che sottoscrivono oggi per cinque milioni di dollari al grande prestito di mezzo miliardo di dollari con cui gli alleati s'apprestano a dare alla loro vecchia patria tedesca l'estremo colpo di misericordia.

* * *

Al Sault du Tarn, in Francia, si scopriva avantieri che i controllori dei ministeri della Guerra e della Marina, mediante un sbruffo mensile di parecchie centinaia di franchi, chiudevano gli occhi sui proiettili avariati, insufficienti od inservibili che si fabbricano in quelle officine; ed a quetare lo scandalo si è dovuto procedere all'arresto del direttore Leblond e di un capo sezione del Ministero della Marina; mentre pende un'istruttoria contro una delle più potenti compagnie francesi di navigazione che avrebbe scroccato centocinquantamila franchi all'incirca in più sul valore di ciascuno dei piroscafi requisiti dal governo pel trasporto delle truppe in Oriente; e non si sono fino ad oggi scovati nè freni nè armi a rompere il monopolio dell'industria del carburo che delle usure caine compromette la stessa opera di difesa della repubblica minacciata ed invasa.

Così come in Italia, a Thiene, a due passi cioè dal quartier generale militare, i tribunali militari hanno dovuto occuparsi di un cavalier ufficiale, Antonio Peron, il quale aveva falsificato la cubatura del legnarne fornito al Genio militare per l'inezia di venti o trenta mila franchi, maggiorando le fatture di altri due o tre mila franchi che in nome della patria e della guerra si è intascato; ed a Firenze l'autorità giudiziaria ha ordinato l'apposizione dei suggelli al grande calzaturificio Pacetto nel quale la fornitura delle scarpe ai soldati che si ammazzano al fronte era l'ordito di truffe paradossali, sistematiche e recidive.

A ribadire poi che tutto il mondo è paese, e che sotto qualsiasi latitudine la borghesia non ha che un'idealità: il ventre, ed una patria: la cassa forte, ed una bandiera: il dividendo, il «Vorwaerts!» di Berlino denunzia al governo gli sfruttatori, gli speculatori della guerra, gli incettatori di bestiame che hanno in un anno intascato mille novecento cinquanta milioni di profitto, gli incettatori di grano che nel primo anno della guerra, mentre tutti stringono la cintola offrendo alla patria un anno di stenti, d'angustia, di abnegazione, hanno messo in saccoccia cinquecento milioni di profitti elevando il costo della vita, nella patria in armi contro l'universo, del cento, del duecento, del trecento per cento sul livello normale.

* * *

Non è da questa nè da quell'altra parte della barricata, la patria!

Di là non v'è che il calcolo cinico dei mercanti che su l'ara dei subiti guadagni buttano propiziatori, ad ogni uragano della storia, e la patria e la stirpe ed i loro destini e la bandiera così giocondamente come, a presidiarne la vigna, barattavano ieri il buon dio e le sue indulgenze, il mite Gesù e la sua passione, la carnaccia plebea per gli angiporti tetri del Sant'Uffizio.

Di quà le sono sbarrati tutti i cuori, turgidi del nostalgico avido insaziato bisogno di vivere, così aspramente conteso tuttodì che non ha fino ad oggi superato il livello del cieco bisogno, non è andato fino ad oggi oltre la quotidiana invocazione del pane, senza assurgere mai alle superiori eucaristie della luce e della libertà.

Non è apparsa la patria ancora fra gli umili, e non vi apparirà più.

Nata ieri, quando sui ruderi della Bastiglia e sull'orizzonte corrusco della storia si è affacciato, agitando la dichiarazione dei diritti, il cittadino anelante a tutta la redenzione, la patria è mancata alle promesse di libertà d'eguaglianza di fratellanza per cui aveva trovato annunziatori, confessori, martiri e guerrieri, fede e vittorie.

Guardando al di là della frode orrenda e sanguinosa che s'era saziata del suo sangue migliore, il cittadino, ribadito al giogo di tutte le soggezioni immutatamente, l'uguaglianza non vide che nei ceppi uguali, nella tenebra uguale, nella miseria, ne la pena, ne l'angoscia retaggio uguale, sotto tutti i cieli, dei conserti figli del lavoro; e nella identità del sanguinante destino ha intraveduto la patria più vasta in cui le frontiere artificiose dubbie effimeri delle stirpi andavan sommerse nel fulgore di una fratellanza che non conosceva nè confini, nè odii, un ideale di giustizia esuberante oltre i decaloghi, i vangeli, i codici a consacrare per tutti i nati della terra il diritto alla vita, alla gioia, all'amore.

Hanno intraveduto l'internazionale gli umili che non conobbero la patria, e la patria ha disconosciuti. Rinnegata dal socialismo medagliettato ed ermafrodita; venduta dal sindacalismo fanfarone e barattiere, rimane tuttavia l'Internazionale contro la convenzionale menzogna della patria, realtà così vivente, così limpida, così concreta che a gridarne il fallimento nel nome delle folli aberrazioni dell'ora, bisogna essere idioti o carogne.

Che vedrà inchiodata su la stessa gogna l'alba dell'imminente domani.

(9 ottobre 1915)

Minime della guerra

Inghilterra. – La borghesia, giova riconoscerlo, è previdente, e dal momento che la guerra, degradando l'individuo a cieco automatico strumento di devastazione e di strage, oblitera ogni senso morale, fuga ogni scrupolo e ne serve il calcolo cinico, provvede a riseminar la marmaglia nella grassa putredine delle iperboliche carneficine.

In Inghilterra, per esempio, a la rimonta proletaria urge dal pergamo, dalla tribuna, dalle agenzie apposite, nei pubblici spettacoli, nei grandi giornali: «Perchè non ri sposate l'eroe, fanciulle d'Albione?». È un po' stroncato, sgualcito parecchio, mutilato anche, il reduce dai campi di Fiandra, di Persia o del Corno d'Oro, è vero; ma è l'eroe a cui la patria deve la salvezza e voi... l'amore.... quando di mutilazioni non abbia subita l'estrema, quella di Belisario e di Narsete.

E dar figli alla patria minacciata è il più sacro dei doveri.

A la rimonta, a la rimonta!

L'arcivescovo di Cantarbury reclama al governo l'abolizione della marca di bollo di mezza sterlina senza della quale ogni atto di matrimonio è nullo, ed ha ingiunto ai vescovi dipendenti dalla sua diocesi che i diritti al matrimonio ecclesiastico, che sono oggi di due sterline, siano ridotti a mezza sterlina e non più quando si tratti di marinai e di soldati di buona volontà. Ut hominem, plantent! come diceva il vecchio Diogene: purchè piantino, purchè fecondino il germe vile del diseredato mansueto e necessario.

* * *

Germania. – Nei feudi esausti dei due Kaiser teutonici si procede nella contingenza, come in tutto il resto, col rito sommario, colla procedura marziale: ogni tassa di matrimonio è abolita e la coniugazione si fa in blocco. Le cerimonie individuali portavano via un tempo prezioso, il tempo avaro dell'istruzione militare frettolosa, contrariando gli ordini, turbando, le esigenze delle mobilitazioni immediate ed imprevedute.

Gli ufficiali hanno protestato esigendo l'abbreviazione dei termini e dei riti: niente pubblicazioni! L'egida, della livrea o della giberna val meglio d'ogni cauta guarentigia dello stato civile; ed il matrimonio per compagnie è più sbrigativo delle doppie superflue cerimonie individuali.

Si fa la razzia delle donne nubili, disoccupate o vedovate – ce ne sono tante, oggi – si portano in fronte al pelottone di scapoli arrovellati dalla clausura e franchi – nella quasi certezza di non tornar più – da ogni preoccupazione. Cinque minuti di riposo! per l'assorbimento, l'intesa definitiva, mentre un furiere registra, paio per paio, l'armento coniugato; e mezza giornata di licenza per la legale consumazione del matrimonio, per la semina, pel rifornimento delle caserme o delle galere del domani.

Mezza giornata: è anche troppo!

Simpatie, scrupoli, sentimenti, confidenza, libertà di elezione, dignità personale, diritto della natura, condizione, orgoglio, sorriso ed alito dell'amore: sono leziosaggini tollerabili negli scioperati ozii della pace. Se ne trascurano ben altri in tempo di guerra!

La guerra vuole soldati, ne miete a centinaia di migliaia, a milioni; e bisogna rifarli, bisogna ricrescerli per custodire il bottino o maturare la rivincita; bisogna domani riaffollarli sul solco, intorno alle incudini, ai forni, sul remo, alla libidine dei rinnovati arrembaggi: Su la groppa delle femmine soggiogate ed ignude inarchi il guerriero, turgidi, il maschio rigore e la foia bestiale! Ne la belletta del rigagnolo mieterà fra vent'anni l'imperatore un altro e più vigoroso esercito di bruti.

Chi avesse in animo di mettere in dubbio la verità dell'episodio atroce, consulti le corrispondenze dell'«Associated Press» al «Boston Globe»: vedrà che il rito osceno, il saturnale immondo, in Austria, in Germania ed in Inghilterra, infuriano dall'ottobre scorso.

Miracolo civile della guerra fascinatrice!

(15 gennaio 1916).

Tutto... e Nulla

«Il paese dia nuove e maggiori prove di parsimonia di disciplina di rinuncia! Non bisogna dimenticare che la guerra impone sacrifizii a tutti; chi dà la vita, chi l'opera sua, chi la ricchezza...».

Sono parole di un economista, di un finanziere, di un professore di un ex ministro del re, dell'on. Francesco Saverio Nitti, il quale non coltiva intorno all'esito ed alla durata della guerra illusioni pericolose: «vincerà questo terribile conflitto chi sia disposto in maggiore misura al sacrificio, vincerà chi in questa notte negra delle anime avrà più sicura fiducia dell'alba che deve spuntare».

Parole, parole, parole! ed in volgare dicono senza tanti riguardi: «la guerra vuol durare altri due o tre o quattro anni. Disponetevi a fronteggiarla dando il sangue, il boccon di pane, la pena e la dovizia».

Il governo coi regi decreti del 9 Gennaio corrente sul censimento del grano e del granturco – e colla comminatoria di un anno di reclusione e di diecimila lire di multa a chiunque pel proprio mantenimento durante i dodici mesi dell'anno, destini più che tre quintali di grano o di granturco – mostra di condividere le stesse necessità: economia abnegazione disciplina.

Tre virtù che ne' tre quintali annui di grano o di granoturco – sempre che ci siano! – troverebbero la loro più rigida. espressione. Perchè tre quintali di grano o di granturco equivalgono ad un dipresso trecento chili di pane o di polenta; mica più.

Ed allora il conto è piano: se il lunario ha trecentosessantacinque giorni tutti gli anni, i contadini della patria, che un chilo di pane o di polenta si soffiano via senza pericolo d'indigestioni nelle ventiquattro ore, si troverebbero a mangiare giusto giusto dieci mesi dell'anno e... a far vacanza, negli altri due, ad offrire su gli altari della vittoria oltre che il sangue dei figli e l'angoscia dei cuori, due mesi all'anno di eroici digiuni.

È così?

– La guerra impone sacrifizii a tutti! commenta l'on. Nitti; ed è giusto se il valore del sacrifizio non debba misurarsi alla consapevolezza ed alla spontaneità.

La guerra impone sacrifizii a tutti; ed il proletariato tutti i sacrifizii affronta e paga.

Potrebbe dar di più?

Tutto il suo patrimonio è nelle braccia e le dà; tutta la sua ricchezza è nel boccone di pane (quando c'è), e lo dà; tutta la sua vita, tutto il mondo dei suoi affetti e delle sue speranze è nella compagna, nei figli che dal suo grembo sono nati: e di quella dà singulti ed ambascie, di questi dà il sangue e la forza: non tiene per sè che gli occhi per piangere.

Gli rimane altro?

Niente! ha dato tutto il poveraccio a cui nessuno ha dato mai nulla, riducendosi ignudo come un verme, pur avendo davanti a sè la certezza che dalla vittoria gli verranno soltanto maggiori triboli e guai.

Ha dato tutto. Ed alleggerito del viatico e della bisaccia leva intorno la fronte che solca l'orgoglio, umido l'occhio che irradia l'intima soddisfazione e l'ineffabile gioia del dovere compiuto, a cercare chi il sacrifizio affronti con disinteresse pari al suo, con abnegazione uguale alla sua; chi abbia dato quanto lui.

Altri dànno la vita, altri molti che dalla culla alla scuola all'accademia al fronte ebbero carezze e baci, maestri e scuole, sapere e cure, onori e gradi. Da la patria ebbero, a la patria rendono. Nella coppa vermiglia dei rischi la guerra mesce speranze e lusinghe di onori di trionfi di gioie di gloria.

Debbono: pagano. È giustizia elementare!

Altri dà gli inni il peana le diane e le sagre dell'estro commosso; l'entusiasmo, che prorompe, e travolge su l'ara degli olocausti l'inerte ed ottuso armento delle vittime necessarie; su per l'orme insanguinate de la guerra altri, pietoso, i caduti raccoglie e compone sui letti bianchi, ne le bianche corsìe dell'ospedale, ravvivando del sorriso divino gli sguardi perduti lacrimosi lontani, raccogliendo delle pie mani sororali le labbra divaricate della ferita orrenda al ritmo ed al palpito de la vita e della speranza rinate.

Danno l'ora dell'ozio sapiente e ne colgono allori ed inchini e medaglie; rinascono un'ora dall'accidia sazia e morosa, sentono rifluire pulsare fervida turgida per ogni vena, la prima volta forse, la voluttà e l'orgoglio del vivere. Godono.

Non mietono i servi che angoscia e ruina.

Eppoi, sono i nababbi che dànno il vagone di grano o di patate, di lana o di farina o di tabacco; che dànno alla croce rossa palazzi e ville, che sottoscrivono milioni al prestito nazionale, e, in fondo, non dànno nulla: nè la pelle che val poco, nè la fatica che varrebbe ancora meno; è la ricchezza come comanda S. E. l'onorevole Francesco Saverio Nitti.

Non dànno nulla! Anzi...

Pel soldo che buttano si pigliano la lira, per la crosta che abbandonano alla vedova ed all'orfanello si rivalgono di uno scudo su la pigione, sul chilo di pane, su lo zucchero o sul petrolio, con un profitto del duecento per cento traverso l'usura scandalosa; così come pagano sessanta o settanta lire l'obbligazione del prestito che riscatteranno a cento.

Fanno un'avida ignobile speculazione di borsa; riscuotono su ogni fornitura la camorra esosa che mascherano di filantropia ipocrita ed imbellettano d'abnegazione tricolore.

Non dànno la ricchezza, no: dànno la pelle nostra, il sangue nostro, il nostro boccone di pane; investono negli appalti ladri il sudore e il sangue che nella schiavitù feroce e adunca ci hanno spremuto; e quello che nelle geremiadi di Francesco Saverio Nitti dovrebbe essere «il sacrifizio di tutti» non è che il sacrifizio nostro: e quella che nel cimento spaventoso vorrebbe apparire l'unione sacra delle conserte abnegazioni, non è, oltre il velo degli epicedii arruffianati, che l'abisso insuperato, l'antitesi irreconciliabile: il servo che della sua vita, della sua pena, dei suoi amori e delle sue angoscie tesse agli epuloni la vittoria e la gloria, la porpora e l'aureola, l'inesausta dovizia delle bestie da soma, della carne da cannone, della carne da piacere, è solo! spogliato e disperato: di là non dànno nè una lacrima nè un bacio.

Ghigna beffardo dai patriottici appelli di Francesco Saverio Nitti lo scherno: un'amara e sola verità ne traluce: la guerra, durerà assai, due, tre, quattro anni ancora, forse; e ne pagheremo noi, noi soli gli schiavi, i malnutriti, i pellagrosi, di sangue di lagrime di stenti, il tributo immane e sciagurato.

Noi soli!

Sempre che, sotto la sferza, non riannodino sdegni e rivolte nel concorde impeto a finirla, accendendo la sola guerra che sia degna del sacrifizio, del bottino e di noi: la rivoluzione sociale che su l'onta millenaria ci riscatti al pane all'amore alla libertà.

(15 gennaio 1916).

Contro la guerra,
contro la pace,
per la rivoluzione!

La verité est en marche et rien ne l'arretera

E. ZOLA

Ascende, e reca nelle mani purissime le faci e le palme della giustizia. Ma allora pure che non si erge su le fronti di Galileo o di Bruno corrusca, spietata contro la divina maestà dei dogmi e dei concili; pur quando umile, discreta, modesta non accoglie e non custodisce altra messe che dell'esperienza quotidiana ed universa, per l'erta del Golgota deve ascendere! non trova altro sentiero.

Oh, voi ricordate!

Ai compagni scompigliati nella coscienza, nella fede, nell'attesa, dal ciclone che turbinando fra il Danubio e la Schelda minacciava di travolgere nel delirio della perdizione estrema, quanto è vasto il continente, noi ammonivamo or sono venti mesi, al primo scoppiare della guerra, semplicemente, fraternamente:«Se un raggio di verità nel tetro limbo della squallida servitù è venuto a baciarvi, quella gioia, quell'orgoglio non barattate coll'assenzio dei morbosi entusiasmi che oltre l'ebbrezza fugace dell'ora affogano nel più amaro, nel più sciagurato dei disinganni; a quella gioia, a quell'orgoglio non abdicate anche se intorno sia da ogni fianco la solitudine dell'abbandono, e le oscure falangi disertino, passando al nemico, duci ed araldi; anche dove su le fronti pallide scrosci il furore cieco dei volghi, l'anatema dei pontefici irosi.... se un raggio di verità nel tetro limbo della squallida servitù sia venuto a baciarvi.

«Non l'imbelle pugno degli uomini regge del mondo le fortune! Tornerà l'ora nostra, non disperate, non abbandonate gli avamposti con tanta pena raggiunti, con tanta pena custoditi; non tradite per la restaurazione del regime contro di cui siete insorti la causa santa della comune liberazione; non tradite per la guerra la rivoluzione!

«È arrembaggio osceno di pirati, furor di sciacalli, rovello di borsaioli infuriati all'usura, di bottegai di preti di fornitori di biscazzieri ansanti al dividendo, alla decima, ai subiti guadagni, la guerra! Civiltà, patria, libertà, progresso, non sono che la bandiera di cui si copre il contrabbando, con cui si nasconde la frode svergognata, a mietere pel sacco, per la taglia, per la fortuna dei grandi ladri, il necessario tributo di energia e di sangue che il proletariato soltanto può dare, e – pur docile, pur tardo  – non darebbe altrimenti coll'ardore, l'abnegazione, l'impeto cieco che del successo rimangono la condizione essenziale».

Non questo scrivevamo, or sono quasi due anni, al primo scoppiar della guerra?

Anatema!

E più voi ricordate!

Da ogni trivio, da ogni sentina, da ogni covo, da ogni pergamo, da tutte le labbra, dalle labbra desolate della gente a modo, dalla bocca oscena dei sicarii, dall'animo ottuso delle ciurme, dal ghigno beffardo dei pusillanimi, densa di lusinghe, di compatimenti, di minaccie, di scherni, d'ostracismi, di paure, montava feroce, implacata, la gamma del vituperio e dell'abbominio: sperduti per gli uni, bastardi per gli altri, ingenui per quelli, venduti per questi, aberrati ostinati o temerarii pel resto, la penosa lenta indefettibile giustizia delle cose e del tempo abbiamo nella bolgia sospirato per venti mesi, nella fede agguerrita dall'intima coscienza e dall'esperienza dolorosa, anelando le vindici aurore della incoercibile verità, che ora albeggia.

Appena, appena; ma quanto basta ad augurare della giornata, a penetrare la trama dell'orrenda frode paradossale, ad illuminarne l'ordito spaventoso di calcoli, d'avvolgimenti, di ironie e di cinismo, ad edificarne gli sciagurati che se ne attendevano i labari immacolati d'una maggiore civiltà, il serto della più grande patria, l'orifiamma sanguigno della libertà, tutte le dovizie dell'abbondanza e del benessere, la vaticinata palingenesi del genere umano nell'iperbolico bagno di sangue che doveva ritemprarne la fibra, la volontà, la speranza. ed il proposito; consolandosi alla men peggio Tartufo, che se proprio la guerra è la suprema delle sventure, questa almeno aveva l'insolito vantaggio d'essere l'ultima della storia.

La civiltà

Se i progressi de la civiltà si misurano alle vittorie del diritto sull'arbitrio, della ragione su la violenza, della volontà su la rinuncia, della coscienza sul pregiudizio, dell'orgoglio su l'ignavia, dell'uomo su la belva o su la bestia da soma, non v'è dubbio: la guerra, del diritto, della ragione, della verità, della dignità, di ogni intimo, legittimo orgoglio ha fatto strame colle coscrizioni in massa, colle rimonte forzose, colle stragi sistematiche, colla distruzione cieca, colla chiusura delle scuole, col violento arresto d'ogni vita di pensiero, colla meditata restaurazione della chiesa e della caserma, sole depositarie ed arbitre ormai dei comuni destini; la guerra ci ha in ogni patria ripiombati nelle tenebre del medio evo, nell'ora più fosca della sua barbarie.

La nazione

E se la nazione non è più lo strupo dei vassalli «corveables et taillables à merci» dell'antico regime, delle abolite monarchie nobiliari, ma dalla grande rivoluzione è l'universalità dei cittadini che hanno comune l'origine, la tradizione, la storia ed i costumi, non può essere dubbio neanche qui: la guerra è tutto ciò che di meno nazionale si possa immaginare.

Perchè delle due l'una: o queste sofisticherie antropologiche si ripudian – e non sarebbe irragionevole dinnanzi all'impossibilità di rintracciare oggi, dopo millennii d'incroci varii e di promiscuità diffuse, i caratteri differenziali dei particolari gruppi etnici; ed allora l'invocazione guerriera nel nome della gente è arruffianata ed idiota. O si accettano, ed allora bisogna pure accettarne la conclusione, e riconoscer che dagli altipiani del Punjab per tutta la Russia meridionale, per l'Ungheria, la Baviera, la Lorena, l'Italia Settentrionale, i dipartimenti orientali della Francia e la maggior parte del Belgio, noi non abbiamo che Celti, scaturiti dal medesimo ceppo tutti quanti, così come abbiamo nel Nord prussiani, scozzesi, irlandesi che sono teutoni tutti, tutti fratelli nella stirpe per quanto, posti dal caso dall'una o dall'altra parte de la frontiera, si scannino oggi in Fiandra nei Vosgi o nel Trentino, nel nome della stirpe col più fraterno entusiasmo.

Così che poteva Sir Ray Lankester – un antropologo dei meglio autorevoli – conchiudere in un suo studio recente che «se a determinare la grande guerra pesarono ambizioni ed interessi di varia natura, esula l'istinto di razza completamente»24.

La patria

Esuliamo noi pure da un campo così incerto, così mal fido, stringendoci nei confini della patria che è nata colla «Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo» insieme col cittadino che doveva costituirne la base angolare, edificarne la storia e la gloria.

Della patria che – come il cittadino nel libero esercizio dei suoi diritti riconosciuti, salvi sempre gli uguali diritti del suo vicino – reclama, nella territoriale integrità dei confini che le sono dalla natura e dalla storia assegnati, il diritto di governarsi da sè, secondo le proprie tradizioni, secondo le proprie leggi, secondo le proprie consuetudini, senza ingerenze straniere, salvo soltanto l'omaggio dovuto all'eguale diritto delle altre genti, delle altre nazioni.

Perchè, soltanto in questa reciprocità di uguali diritti è il fondamento delle patrie. Spezzate questo vincolo, umiliate nel vostro vicino cotesto diritto asservendovi una patria meno numerosa, meno forte, ed il vostro diritto all'integrità alla stessa esistenza nazionale, sarà invalidato, abolito.

L'Italia, per riferirci ad un esempio attuale e pratico, reclama all'Austria la restituzione di Trento e di Trieste; va bene. Ma l'Italia tiene sotto il suo giogo l'Eritrea, il Benadir, la Tripolitania, la Cirenaica, tiene un piede nel Dodecaneso, un altro in Albania: calpesta cioè in quelle popolazioni il diritto che accampa su l'Austria, manda su le Giulie e su le Retiche a rivendicare l'integrità nazionale i figli nostri, tornati ieri dal contendere alle popolazioni mussulmane dell'Africa od alle popolazioni greche dell'Egeo – colle quali non ha comuni nè l'origine, nè la tradizione, nè la lingua, nè la fede – i diritti e le aspirazioni che su Trento e Trieste pretenderebbe riconosciuti.

È ovvio che, quando si dice dell'Italia si può con eguale e talora maggiore ragione, dire dell'Austria, della Germania, dell'Inghilterra, della Russia, della Francia la cui potenza si esercita in odio di cento nazioni diverse egualmente asservite e ferocemente dissanguate. Ed è esuberante a dimostrare che dalle cause determinanti della guerra non bisogna soltanto escludere l'antagonismo di razza, ma bisogna sopratutto escludere le preoccupazioni civili e la sincerità «liberatrice» dei molti e varii governi che da anni la covarono e l'hanno al buon momento scatenata in tutto il suo selvaggio furore.

La realtà è ben altra.

Di fatto la patria non è nella storia recentissima dell'ultimo secolo più che una fiammata: non c'è più, per nessuno.

Affrancando la proprietà dai privilegi nobiliari, elevando il terzo stato all'egemonia del paese; ed il villano, l'artigiano alla dignità di cittadino, la rivoluzione, la Dichiarazione dei Diritti, il Terrore, le grandi guerre della repubblica, avevano creato la nazione, la patria; e, recati dai sanculotti per ogni terra, i principii del 1789 vi iniziarono il ciclo delle rivendicazioni e delle rivoluzioni nazionali di cui lampeggia il secolo XIX che vide, particolarmente cara ai nostri ricordi, tra il 1848 ed il 1870, epilogo dei moti costituzionali del 1821, l'assunzione dell'Italia libera ed una in Campidoglio.

Nella patria assommavano i nostri vecchi, che ne cementarono col sangue l'edificio, tutte le aspirazioni della libertà e del benessere.

Ma, nata appena, dileguava la patria nello scherno degli uni e nel disinganno degli altri.

La borghesia ne trovò angusti i confini all'esuberanza dei suoi prodotti, nelle esigenze del suo traffico e li scavalcò alla conquista dei mercati del mondo; disperse la patria ovunque, la ritrovò sotto ogni cielo che benedicesse di insperati profitti la propria intraprendenza, il proprio fervore: fu patria sua il mondo. Il proletariato dal canto suo, dopo di aver chiesto indarno alle convulsioni politiche intermittenti una liberazione che non si può scindere dal contemporaneo riscatto dello strumento di produzione, non vide nella patria se non la riorganizzazione più esosa dei privilegi che si illudeva di avere seppelliti per sempre tra i ruderi della Bastiglia, ai piedi della ghigliottina. Esulò, esperimentando che ogni patria si assomiglia, che la lingua e gli usi rimangono qualche volta diversi, ma che sono dovunque padroni e servi, oppressori ed oppressi, ricchi e poveri, eletti e dannati; dannati sopratutto, coi quali aveva comuni dolori, catene, miserie. E le frontiere della patria spostò, laddove pel sudore delle fronti buscò il povero pane oltre il breve termine che la tradizione aveva murato fra la culla e la bandiera, lontano, ogni giorno più lontano, oltre le alpi, oltre il mare a l'orizzonte estremo, sorprendendo nei suoi pellegrinaggi desolati una frontiera sola, scoscesa, antica, immutata; la frontiera che si erge fra chi ozia e chi lavora tra chi gavazza e chi geme: fu sua patria il mondo.

La piccola patria è morta: la verità è in marcia!

Senza fede!

Si battono sempre laggiù, al vario fronte, ventun milioni di proletarii. Senza fede tuttavia, per ordine e per paura.

Perchè si scannino, ignorano.

Il popolo tedesco, il quale – a sentire il generale von Bernhardi che se ne gloria, e gli alleati che lo vilipendono – sarebbe stato da quarant'anni con sapiente ostinazione negli asili d'infanzia, nelle scuole, nei clubs, nelle chiese e nelle caserme, educato, agguerrito alla grande contesa che ueber alles deve issare dominatrice la vecchia Germania, continua a chiedersi per bocca dei suoi interpreti meglio spregiudicati, del «Worwaerts!», «perchè? per che cosa dia il suo sangue? quale della guerra sia la meta?»25, e con tanta insistenza che la cancelleria imperiale sopprime senz'altro l'indiscreto quotidiano socialista.

Il parlamento inglese è costretto, per evitare lo sfacelo ed il disastro, ad escludere dal Compulsory Act sudditi irlandesi ed a mitragliare in Egitto le guarnigioni Hindus ribelli in conspetto del nemico; i soldati francesi gridano in faccia a Poincaré che della guerra «ils en ont assez soupé»; dalle frenesie irredentiste dei primi giorni siamo in Italia arrivati alle insubordinazioni armate ed alle fucilazioni in blocco che non giungono tuttavia a galvanizzarle; mentre per le vie di Vienna o di Pietroburgo gli affamati imprecando alla guerra saccheggiano i forni sfidando la bestialità ed il piombo dei cosacchi imperiali.

Si battono ancora ventun milioni di uomini dal vario fronte; ma senza fede, per ordine e per paura.

Se si battono! È nei rapporti statistici della «Peace Society» di Londra un paio di cifre che sobbillano un raffronto.

Le vittime della guerra dell'ultimo secolo, dalla guerra inglese delle Indie nel 1800 fino alle guerre del Transvaal nel 1899, sommano complessivamente a dieci milioni; mentre la spesa totale delle varie nazioni che vi parteciparono si riassumono in centoventitrè miliardi di franchi.

Le vittime di questi venti mesi di guerra, sulle cifre ufficiali dei governi alleati e su quelle estimative degli imperi centrali, raggiungono oggi i quattordici milioni novecentossessanta mila uomini, mentre il debito totale, il debito nuovo, quello che per la guerra si è in questi venti mesi incontrato, attinge complessivamente la cifra di centoquarantacinque miliardi di franchi.

E non siamo a metà del cammino?

* * *

Senza fede! Dove n'attingerebbero?

Quos vult perdere dementat deus! gridava il poeta un dì: «il buon dio toglie il senno a coloro che vuol perdere». Mentre gli storici aulici, i poeti cortigiani, il pontefice nelle encicliche, gli ascari famelici dell'arrivismo nazionalista, si affannano nelle aule, nelle sagre, per le fiere e ne le sacre botteghe, a conclamare per la fede e la patria e la civiltà minacciate, per la grandezza e l'avvenire della stirpe, tributi ed olocausti, è ogni patria il pelago delle feroci guerre da corsa.

Volete stare al di qua di ogni più modesta discrezione? E valutate al sei per cento soltanto la commissione che i banchieri si sono tolta sui varii prestiti nazionali, ed avrete che tre miliardi di franchi almeno – in grazie della guerra fascinatrice – sono andati a nascondersi nelle loro tasche.

Volete aprire un occhio solo alla verità che traluce dalla cronaca quotidiana dei grandi giornali? E dovete consentire che la pubblica indignazione non conosce e non denunzia ormai più che un reato, nè di altro si occupano oramai più i tribunali delle patrie diverse: le frodi sulle forniture, le scarpe di cartone, il latte calcinato, il legname fracido, le coperte d'ortica, le conserve secolari gabellate ai soldati in guerra colla complicità dei commendatori, dei senatori, dei deputati, dei gallonati che, come gli sciacalli su le carogne, appaiono in tutti i momenti di crisi e di pubbliche calamità. E mentre tutti si stringono la cintola, e saltano il pranzo o la cena per alimentare della patria le fortune, i bollettini della borsa vi cantano in note di miliardi i profitti del Krupp e dello Schneider, della Navigazione Generale, della Terni, della Barklay Co., della Capital & County Bank che non hanno avuto mai vigna così pingue e così beata!

Non concima altra fortuna ed altro avvenire che quello dei pirati della finanza e dell'industria, il sangue sparso dai miserabili, a fiumi, per le gole delle Alpi, per le dune fiaminghe, su tutti i campi d'Europa.

Ce ne vorrebbe della fede!

La pace

Si battono tuttavia!

È umiliante; e, diciamolo con tutta franchezza, la rabbia ci monta alla gola quando pensiamo all'enorme strupo di gladiatori che – come i loro avi nel Colosseo – senza ragione e senza odio, pel calcolo, pel capriccio o pel chilo dei governanti e dei borsaioli, si sgozzano con furia cieca su ogni frontiera del vecchio continente.

Ma in gola rimane.

Perchè non si batterebbero?

Per amore della vita? della libertà? della pace?

Ricorderò fino a che io viva. Esploravo anni sono con un compagno, vecchio minatore, una delle più vaste miniere dell'Illinois e sulla soglia della "piazza" m'ero fermato a guardare una delle travi di sostegno che sotto la pressione enorme della roccia accennava spezzarsi.

— Mi pare che voglia andarsene in due.

— Non oggi. Durerà fino a domani certamente.

— Ma se le saltasse d'anticipare di qualche ora, chi verrebbe più a disseppellirci?

— Oh, quanto a questo, non v'è guari ad illudersi, deve finire così un giorno o l'altro! brontolò il mio compagno sdraiandosi nella belletta a scalzare del suo piccone la roccia. Non disse altro, ma il piccone aveva ripreso il dialogo interrotto, e martellava nell'animo mio:

«Vale davvero la pena di essere vissuta, di essere custodita, la cieca, reclusa, monotona esistenza a cui siamo condannati? La vita che non sa le carezze dell'amore, nè le febbri del conoscere, nè gli orgogli della libertà, nè le tregue del riposo, nè le promesse del domani? la vita che è tenebra, miseria, angoscia, passione soltanto, e rode lento, inesorato l'anchilostoma o la tubercolosi? o soffoca la frana silenziosa o schianta dei suoi turbini di fiamma il grisou?

Vale? Se non è un sorriso di gioia nel nostro lunario, morire in guerra o su la strada, morire d'uno sbocco di sangue o d'una manciata di piombo, è tutt'uno. I rigori e le mutilazioni della disciplina non sono più umilianti che il regime penitenziario della fabbrica e del lavoro: non abbiamo conosciute mai che sia libertà. I disagi, i cimenti, i rischi, gli orrori della guerra non sono maggiori nè più gravi che quelli della pace, non più acerbe le ansie dei vecchi, le angustie dei figli, nè più torve le minaccie del domani: non abbiamo conosciuto mai che cosa sia pace!

E si battono.

* * *

Perchè non si batterebbero? se quelli che ne sanno di più, quelli che hanno studiato, conosciuto, discoverto nei millenarii sedimenti della storia la radice sciagurata del male, intraveduto oltre le brume livide del presente sciagurato i bagliori dell'avvenire felice; e di mezzo agli umili hanno levato, contro tutte le tirannidi, maledizioni e sdegni ed alle riscosse generose avevano costellato braccia e cuori e impeti, e delle prometee rivolte avevano sfolgorato dio, il re, il padrone; rinnegando – farisei inverecondi – l'indocile apostolato, in combutta col nemico, li hanno chiamati sotto le bandiere? Se quelli pure che tra gli umili si erano accampati dando il sangue dell'anima e le fiamme del cervello e l'abnegazione eroica e la passione ardente di ogni giornata, dando sempre e tutto, senza chieder nulla, mai, nell'ora tragica che alla furia impetuosa delle menzogne, delle frodi, delle abiure, del tradimento, urgeva levar l'argine delle temerità conserte, sgomenti, smarriti, divisi, imbelli si sono essi pure ripiegati, squallido rottame in balia del ciclone irresistibile e scellerato?

Non indarno

Si battono; ed è un carnaio ogni valle ogni duna, una pozza di sangue aggrumato ogni gola, un ossario ogni vetta; ma i venti mesi non sono passati indarno, se i miserabili di tutte le patrie un'esperienza hanno mietuto, se nella colluvie che stagna e fermenta fra le trincee contese, sotto le loro pupille sbarrate, imputridiscono l'ironica impotenza di dio, la maschera ipocrita della civiltà, l'arca de la pace, la superstizione dei redentori, la maestà dei semidei, tutte le cariatidi dell'ordine sociale: se dalla orrenda prova emerge il proletariato superstite colla disperata certezza che non si è battuto per la salvezza degli indigeti e dei lari, per la gloria o pel pane, per la civiltà o per la libertà: che s'è battuto soltanto per rifare al vitello d'oro il tempio e la fortuna, e ribadire sui tugurii, su le cervici dei miseri più atroce, più esoso il giogo della protervia e della rapina.

Se nell'animo suo, lacerato dall'ultimo tradimento un'eco troveranno le imprecazioni che montano dai campi desolati, dalle città in ruina, dai ventri convulsi e dai cuori sanguinanti, addensando così sinistramente su le fronti degli assassini incoronati e ventruti il nuovo uragano della storia, che Nicola II di Romanoff e Vittorio Emanuele di Savoia e Guglielmo II di Hohenzollern non trovano altro rifugio se non al Quartiere Generale, fra la selva delle baionette e le schiere dei pretoriani, mentre Joffre, ben augurando dalla propria tenacia alla vittoria finale delle aquile repubblicane è costretto a dirvi con labbra e parole amare che «egli non sa, se il proletariato in Inghilterra, in Francia, in Italia terrà fermo altrettanto; quel che è essenziale»26.

Non indarno.

L'esperienza lascia il solco, ed in quel solco vigoreggia la gramigna dell'inerzia soltanto perchè nessuno vi ha buttato altro seme; e la disperazione è tormento, angoscia, rassegnazione ed ignavia soltanto perchè le responsabilità evadono, energie e forze si ignorano, ed i fini non s'intravedono: ma date alle responsabilità un sembiante, date la consapevolezza alla forza, datele un lume, datele una meta, ed avrete fatto della disperazione l'audacia, della rassegnazione l'eroismo, dell'ignavia la rivolta, del vassallo un sanculotto, delle ''lettres de cachet" un pugno di cenere, della Bastiglia un mucchio di rovine; e della guerra borsaiola la rivoluzione sociale.

Responsabilità e responsabili assumono da venti mesi lineamenti ogni giorno più precisi e più definiti, mentre fremendo inesausta da milioni di petti la forza va da venti mesi rivelandosi a sè stessa incoercibile.

La meta? Chi additerà agli sviati impeti conquistatori la meta?

Chi darà l'occhio al ciclope?

La guerra e la rivoluzione

Gli anarchici, che non sono andati alla deriva dell'orrenda piena d'odio e di sangue, e seguono e vivono ansiosi ogni giornata ed ogni episodio della truce Iliade, si apprestano a togliere la propria rivincita non appena la guerra sia finita, e si chieggono tormentosamente in quale dei grandi crepacci ficcheranno a sovvertire l'iniquo ordine sociale la prima cartuccia di dinamite; e molti compagni, molti e dei migliori, chieggono a noi, quasi pitonesse depositarie di ogni arcano del destino, se questa sarà davvero la volta buona e che cosa faremo? come se da noi potessero attendersi più che qualche sparuta e modesta previsione soggetta a molto, a molto beneficio d'inventario, qualche giudizio che, pur discreto, è dall'intimo desiderio e dall'ardente aspettazione viziato prima ancora che dalle inevitabili sorprese dell'impreveduto.

Noi crediamo sinceramente che questa volta sia la buona, che siamo ad un brusco "tournant de l'histoire" comunque la guerra abbia a finire, anzi – dove non vi sembri un paradosso – perchè non sappiamo immaginare come potrebbe la guerra altrimenti finire.

Chi si attende di vedere precipitato l'epilogo dall'esaurimento, dovrà aspettare un bel pezzo! non potendo supporsi l'esaurimento esclusivo di uno solo dei gruppi belligeranti a beneficio degli altri; ma dovendosi ragionevolmente ammettere che esso sia, ad un dipresso, eguale proporzionale in entrambi; per cui la soluzione del conflitto dovrebbe quanto meno rinviarsi alla consumazione... del genere umano; un po' tardi invero se il salmo della rivoluzione deve intonarsi a guerra finita.

L'insurrezione precederà la tregua, irromperà anzi ad impedire che la pace riassida su le rovine della guerra l'ordine sociale, che ne ha sfrenato gli orrori e l'infamia.

Deve precederla! Deve sorprendere le armi nel pugno esausto a le spalle, a le reni, l'augusto malandrinaggio internazionale che per un pugno di ghinee, per un lembo di terra, per una corona, ha sull'altare di Molok barattato il più fervido, il più puro sangue del mondo. E non domandateci dove, quando scroscierà. sobillatrice di tutta la perdizione!

Nessun veggente ha prefisso mai palpiti e cammino alla storia, ed abbiamo noi così magra fede nell'astrologia sociale che non le abbiamo chiesto mai i numeri ed i segni del divenire. Numerose gravi, persistenti, urgenti, convergenti si snodano sotto ai nostri sguardi fatti e cause che hanno un aspetto, che hanno un linguaggio; e parlano per sè. Nel crogiuolo di ogni patria, fremono, sotto la scorie delle stagnanti rassegnazioni diffuse, delusioni attossicate, sdegni compressi, odii antichi, implacati; nella vecchia Germania che di ogni palpito, di ogni boccone di pane ha nudrito l'esercito più formidabile del mondo, perchè insieme con la facile vittoria le recasse l'ambita egemonia del mondo, e numera angosciata, affranta, odiata, aggredita per ogni fianco, i giorni dell'atroce agonia; nella vecchia Gallia repubblicana che su le bilancie della vittoria sospirata, lontana, sente smisurato alla rivincita il sacrifizio: della vecchia Inghilterra, lubrica sentina d'usure a cui sono magra foglia di fico le smaliziate ipocrisie liberali e pietiste: nella vecchia patria che agli omeri pellagrosi sente inadeguato l'orgoglio di dissanguarsi per la dubbia redenzione altrui prima che per la propria; in Austria, in Russia, in Turchia, vario centone di feudi e di servi irreconciliabili; dovunque è un solco, una capanna, un ventre, una soffitta, un bimbo, un amore, una speranza, queste cause urgono, martellano, s'incalzano sovrapponendosi riannodandosi nella maglia fitta delle ansie, delle prove, degli strazi, delle maledizioni comuni, dei bisogni, degli aneliti, delle speranze, dei propositi comuni. E noi diciamo semplicemente che quelle cause conchiuderanno ad un effetto.

E possiamo soggiungere senza temerità che, convergenti sopra ed oltre il più vasto dissidio che il mondo abbia mai veduto, queste cause, fra molti effetti varii e complessi, fioriranno una conseguenza generale; e che se nella storia le insurrezioni di carattere generale prendono il nome di rivoluzione quando, stracciato l'involucro dei rapporti incoerenti e superati, portano in grembo viatico e bussola a nuovo e migliore cammino, noi non abbiamo soltanto alle porte la insurrezione e la rivoluzione, abbiamo anche limpido e preciso il compito che esse assegnano alle avanguardie.

Il vespro

Le quali sanno, per l'antica esperienza e per la nuova, che se non le chiese, le sette, i partiti fanno la rivoluzione, ma – inconsapevolmente il più delle volte – le grandi masse flagellate dalla collera e dal bisogno, tanto che di regola s'adagiano alla prima tappa non tosto lo sdegno si placa e si sazia il bisogno; soltanto i manipoli d'avanguardia possono dell'ascia inesorata squarciare la buona breccia, suscitare della face sacrilega in ogni bastiglia, in ogni covo della menzogna e del privilegio, l'incendio livellatore.

In casa od in trincea, sotto le raffiche della mitraglia o sotto il morso dell'inopia, si stancheranno della guerra oggi o domani gli straccioni delle cento patrie devastate: oggi o domani insorgeranno in Germania in Francia in Russia in Asia determinando, come un secolo addietro, le coalizioni frettolose, la subita riconciliazione degli Ausburgo e dei Savoia, degli Hohenzollern e dei Romanoff, se in ogni patria non sapremo disorientare il potere centrale decapitandolo, sgominare la classe dominante togliendone, nel suo seno gli ostaggi più preziosi, eliminando senza pietà quanti alle sorti della insurrezione possano tornare insidia freno barriera; se ad ogni insorto non daremo un'arma ed un pane, se scompigliata la trama degli interessi e delle solidarietà conservatrici non assicureremo vittoriosamente le comunicazioni ed i mezzi all'intesa ed alla mobilitazione rivoluzionaria; se non avremo coscienza del compito enorme che dobbiamo assolvere, se non avremo la visione limpida della meta che vogliamo attingere, se non sapremo trarre profitto della inesausta varietà di risorse che metteranno a nostra disposizione i primi impeti avventurati; se non sapremo ai dubbiosi, agli incerti, agli sfiduciati guarentire inusitati i beneficii del nuovo regime: se delle responsabilità implicite e spaventose non avremo il coraggio eroico; e sopratutto se non avremo fede nella giustizia della nostra causa e nel trionfo del nostro diritto; se di questa fede non intrideremo il pane ed il sangue, l'audacia e la tenacia di ogni legionario della rivoluzione.

Mai più propizia l'ora!

Mai così unanime nei cuori l'intima rivolta contro la turpitudine, la ferocia, il cinismo, inseparabili, fatali, del regime; mai più conserta nel dolore, sotterranea a tutte le frontiere l'Internazionale; mai più conserta negli aneliti e nei voti; alto, nei cieli della speranza! mai così viva, così fervida nei decaloghi come oggi nei cuori, oggi che le cantano il funerale quattro scagnozzi che hanno trovato miglior foraggio nelle mangiatoie del nemico; mentre dall'orizzonte lunato infinite innumeri si levano mani rosee di bimbi, aduste fronti di vegliardi, vellose braccia di titani, spasimi e singulti di madri in gramaglia, a maledire collo stesso cuore e collo stesso orrore alla guerra sterminatrice ed alla pace obbrobriosa, conclamando urgendo d'un'ansia e d'una voce il vespro, il vespro atteso della liberazione..

È l'ora che non ripassa!

A vespro! a vespro! al vespro che non dà quartiere e non conosce pietà.

(18 marzo 1916).

Può venire, l'attendiamo di piè fermo

Due mesi fa, commentando l'arresto di Emma Goldman a New York e quello del compagno Allegrini a Chicago, esprimevamo il sospetto – dinanzi agli iperbolici domenicani furori della stampa latrinaia – che il neo-maltusianismo di Emma Goldman e le coliche dell'arcivescovo Mundelein27 fossero semplicemente «il pretesto alla reazione urgente ed inevitabile a sbaragliare sul primo ordito gli ostacoli che nelle falangi libertarie incontreranno senz'alcun dubbio la fregola patriottarda, la libidine guerraiola, l'agognata irregimentazione della carnaccia immigrata, sotto i costellati vessilli della repubblica in servizio e per le avide piraterie dei suoi proconsoli della banca e della borse». Lontani le mille miglia, tuttavia, dal pensiero che di quel sospetto dovesse venire così rapida e così piena la conferma.

Oggi la situazione si è repentinamente inasprita, i sintomi convergono a denunziarne l'irrimediabile gravità, ed il dubbio si fa certezza: l'uragano reazionario s'addensa, scroscierà nel domani immediato.

Le colonne del generarle Pershing invaso il Messico coll'obliquo ed ingrato assenso del Carranza, a lavare nel sangue di Pancho Villa l'ultima onta di Columbus, non torneranno più certamente28. Galoppano tra la diffidenza e l'insidia verso il baratro, al macello. Non scoveranno Pancho Villa, non trarranno vendetta della mezza dozzina di yankees cenciosi massacrati ignobilmente lungo la frontiera; ma schiuderanno il Messico alla più vasta rivincita dei Rockefeller, dei Cugenheim, degli Harriman, degli Otis, degli Hearst, dei banditi miliardari i quali vogliono integrata delle guarentigie politiche la sovranità che di fatto esercitano su l'industria, l'agricoltura, il traffico, su tutte le risorse, su tutta l'esistenza economica del vecchio Messico in cui si sono come piattole immonde da mezzo secolo incarnati.

Prima che scovino Villa nelle gole di Satevo il casus belli sarà scaturito. A fomentarlo s'affannano troppa gente e tanti quattrini, con tanto zelo e tanta prodigalità che una di queste mattine ci recherà il telegrafo l'imminente l'agognata novella del primo urto fra il corpo d'invasione e le truppe del Carranza, o del competitore che nel nome della patria, della sua indipendenza, della sua integrità ne avrà riannodati gli eserciti sfiduciati e ribelli, ne avrà raccolto la facile successione.

E sarà domani o dopo la guerra, sarà la conquista, la guerra lunga e penosa, la guerra che durerà un decennio, la guerra che non finirà più, e vorrà uomini e danari a torrenti; e vorrà in conspetto dello straniero in armi al di là del confine, ligia e devota la composita marmaglia di dentro, avulso dal suo grembo ogni mal germe d'insommissione e di rivolta.

* * *

Dove volete che le trovi queste Regioni di guerrieri la repubblica miliardaria?

Nel proletariato indigeno che alla bandiera costellata acclama delirante nei parchi del base-ball o sul telone dei cinematografi, ma agili angiporti della caserma abbandona a mala pena la schiera smilza degli ubbriachi, dei fannulloni inutili agli altri ed a se stessi, qualche scemo, qualche sviato, molti negri che si insaccano nella divisa militare pei cinquanta soldi dell'ordinario ed a patto esplicito che sia bonaccia; ed a Vera Cruz, a rialzar i calpestati vessilli della repubblica è contumace, ed a Columbus, dove la patria è schernita nelle stragi meditate ed organizzate, rimane latitante a dispetto della cantaride nazionale diffusa dalle cento colonne dei grandi quotidiani, a dispetto delle sapienti lusinghe e delle mirabolanti promesse degli uffici di leva? Tanto che s'arrovella indarno il Congresso da sei mesi ad erigere i quadri d'un esercito che non c'è, e lamentava anche ieri al Senato un ammiraglio che di ventuna corazzate non ha oggi la repubblica equipaggi sufficienti a mobilizzarne una dozzina?

Mieterà, dovrà mietere necessariamente fra la marmaglia scaricata periodicamente sulle sue spiaggie dalle cento patrie del vecchio mondo, la repubblica in pericolo! E d'altra parte che cosa farebbe qui lo strupo indesiderabile degli immigrati se neanche sapesse battersi e morire in luogo e per conto degli ospiti che gli danno il pane ed il rifugio, «troppo prodi per battersi» direbbe Wilson, troppo evoluti, troppo progrediti e superiori per cimentarsi in questo rischio stupido, selvaggio e primordiale che è la guerra?

Mieterà nella marmaglia immigrata.

* * *

E dove volete che scovi il lievito delle sacrileghe fermentazioni e delle sobbillazioni dannate che gliene contendono l'incetta vasta e necessaria?

Nelle grandi organizzazioni del lavoro che ieri ancora ripetevano solennemente per bocca di Samuele Gompers, il loro voto d'inalterato lealismo alla repubblica ed alle sue fortune, offrendo incondizionato il loro assenso anche alle più acerbe esigenze della «preparazione» militare?

O nelle confraternite del socialismo pratico, ben pensante, a modo, ansante a la cuccagna, avverso teoricamente ad ogni proposito di guerra... in tempo di pace, e rinnegatore sistematico della pace in tempo di guerra se può schiudersi un alibi nel sofisma ipocrita della patria, della civiltà e della libertà, e discepolo di Ponzio Pilato nella più benigna delle ipotesi, lesto a lavarsene le mani, a lasciar fare, a rassegnarsi per non creare imbarazzi al governo alle prese collo straniero?

O nelle fungaie di quel sindacalismo da conio che tanto per non tradire l'ermafroditismo originario di cui porta nel volto, nell'anima, nella parola e negli atti lo stigma impudico, nella ciotola della broda mesce l'obolo di Cristo e di Barabba e di Giuda ed è ad un tempo per l'internazionale e per la patria, per la guerra e per la rivoluzione, per la lotta di classe e per la nazione quando non è per la guerra dentro di sè, e non acclama da buon fariseo alla neutralità od alla pace per la palanca dei fedeli?

Sa la grande repubblica di potere fino alla complicità contare su l'alleanza di coteste maschere; e glie ne fosse venuto mai il dubbio, avrebbe oggi dinnanzi a sè rassicurante, edificante, dal tedescume social-democratico al riformismo italico al sindacalismo francese 1'insospettata testimonianza.

* * *

Ma vi è un elemento con cui non si stipulano compromessi o transazioni, che si è accampato fuor della religione, fuori della legge, fuori della morale, fuori di ogni realtà pratica immediata ed inebriandosi di eresie, di sacrilegio, di perdizione, sogna torbido ed inesorato il crepuscolo degli dei del cielo e della terra, la nihilista distruzione di ogni simbolo e d'ogni vincolo, d'ogni freno e d'ogni confine, di ogni istituto e di ogni ordine sociale, squarciandosi fra gli schianti della rivolta la via ad un'Atlantide impossibile e spaventosa.

L'elemento anarchico che dilaga., che fra il proletariato indigeno, sempre corazzato di religiosi orrori, cristallizzato nelle vecchie devozioni, sviato dagli stupidi orgogli di razza o dal bestiale furore dei circensi, stenta ad aprirsi la breccia; ma il torvo esercito coscrive ogni dì più denso e più minaccioso nei bassifondi di quella varia immigrazione a cui bisognerà chiedere domani gli argonauti ed i guerrieri della gesta gloriosa che ai pirati di Wall Street assicuri il vello d'oro, l'agognata conquista del Messico dovizioso e malsicuro.

E contro gli anarchici è bandita dall'Atlantico al Pacifico la nuova crociata in attesa della San Bartolomeo.

* * *

Emma Goldman29 è trascinata a New York dinnanzi ai giudici perchè alle madri rivela l'ignorato valore delle vite sacre a cui schiudono il grembo inconsapevole; e la magistratura repubblicana, scavalcate le guarentigie costituzionali torna ai riti sommarii della santissima inquisizione.

L'anarchico non crede nella legge, non deve trovarvi rifugio o protezione.

L'anarchico è fuori della costituzione, non può senza contraddizioni invocarne le garanzie, nè sperarne senza ingenuità la tutela.

A Chicago gli anarchici sono braccheggiati dalla polizia, sequestrati dai togati manoneristi della giustizia repubblicana, vituperati dalla stampa fognaiola durante un paio di mesi perchè una geldra di insottanati ghiottoni festeggiando l'arcivescovo con un'indigestione e con una sbornia, e cogliendovi l'obbligato mal di pancia e la diarrea, imputa al cuoco le conseguenze della propria incontinenza, della propria intemperanza ciacca e disastrosa.

A San Francisco il compagno Macario è arrestato, malmenato, tratto innanzi ai giudici, condannato sommariamente a sei mesi di carcere per aver distribuito pubblicamente qualche neo-malthusiana prescrizione innocentissima.

«The Blast», il giornale di battaglia che Alessandro Berkman30 pubblica da tre mesi a San Francisco, è stato sequestrato la scorsa settimana, e ne è stata interdetta la circolazione a mezzo della posta federale.

Da una settimana, dal giorno cioè che lo State Attorney di Chicago Maclay Hoyne ha rivelato al pubblico ciondolone che Lynn è il «hot-bed» delle congiure anarchiche e che i compagni editori della «Cronaca Sovversiva» sono in combutta con quelli di Paterson, di Chicago, di New York, di San Francisco per somministrare le pillole di Crones, la coltellata di Caserio o la revolverata di Czolgosz a Morgan, a Schwab, a Wilson, a Gennariello od a Guglielmone; ed il «Boston American» si è finalmente accorto, dopo tanti anni, che qui si stampa... «Mother Earth», ed il «Lynn Evening News» ha saputo persuadere al capo Burckes della polizia locale che quelle dello State Attorney Maclay Hoyne non sono chiacchiere, ma fatti che conosce esso pure come sa positivamente che a Lynn in mezzo a noi ha trovato Crones il suo rifugio dopo la burla atroce di Chicago, che qui sono venuti a stringere gli accordi definitivi i bombardieri che hanno attentato alle varie Corti ed alla Cattedrale di San Patrick a New York31, la nostra tipografia è in istato d'assedio, vigilata il giorno e la notte; vi si affacciano le figure losche delle grandi circostanze, mentre l'agente delle tasse fruga a trovare ed insiste a volere un proprietario responsabile e contabile dell'azienda e del giornale per ogni eventuale provvidenza del domani.

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Intendiamoci subito e bene: la levata di scudi improvvisa dei giannizzeri del capitale e dell'ordine non ci meraviglia nè ci spaura. Ci inquieta così poco che non sappiano fare neanche oggi all'Arcivescovo Mundelein le nostre condoglianze, nè di Carnot o di Umberto o di McKinley la postuma apologia; che anche oggi testimoniamo ai pionieri generosi ed iconoclasti che della loro audacia e dei loro olocausti ci hanno schiuse le vie dell'avvenire, la nostra solidarietà, la nostra gratitudine, la nostra ammirazione: che lungi dal ripudiare la violenza individuale e collettiva ne riconosciamo la necessità e ne rivendichiamo il diritto dinnanzi e contro l'ordine sociale che dalla frode e dalla violenza è nato, colla frode e colla violenza si regge e prospera: adversus hostem aeterna auctoritas!

* * *

Il pericolo d'altra parte non è in queste avvisaglie: Emma Goldman può trovare come Margaret Sanger giudici cauti e prudenti se non imparziali ed equi, ed uscire trionfante dalla prova, così come Giovanni Allegrini nella giuria di Chicago, costretta fra il ridicolo e l'abbominio, ha trovato l'assolutoria, così come il compagno Macario, condannato la vigilia a sei mesi di carcere, è stato l'indemani mandato in libertà dal giudice inseguìto alla contrizione dalla sdegnata protesta universale prima, che dalla coscienza della propria domesticità e vigliaccheria; così come «Revolt» «The Blast» potranno riprendere con qualche sforzo ed un po' di tenacia le pubblicazioni regolari in barba alle Sacre Congregazioni dell'Indice repubblicano, così come la «Cronaca Sovversiva» tira diritto per la sua via lasciando abbaiare alla luna i botoli della polizia e della sacrestia, delle sentine borsaiole e consolari.

Il pericolo è nello spirito pubblico che contro l'anarchia e gli anarchici arrovella, alle dragonate ed ai linciaggi cotesta sistematica assiduità di sobillazioni maramalde, e che, laddove pure si dispone alla tolleranza delle eresie libertarie, vuole sacro, inviolato il palladio dell'ordine nella santità, nell'inviolabilità dei suoi ministri, depositarii e custodi; nello spirito pubblico misoneista, superficiale ed empirico che si nutre d'impressioni, di convenzionalismi e di leggende più che di riflessione e di verità; nello spirito pubblico che continuerà a ritenere Emma Goldman una maddalena impenitente, John Allegrini un criminale, Macario un impudico e la «Cronaca Sovversiva» «hot-bed» e lievito di tutte le congiure anche allora che il giudice abbia assolto, la polizia dimenticando sia tornata da un pezzo ai suoi ricatti professionali, e la «Cronaca» da quattordici anni congiuri alla luce del sole meridiano.

Nel misoneismo empirico, ottuso, volgare su cui speculerà il governo, domani, quando per le ecatombi fruttifere avrà bisogno delle legioni di schiavi, della carne da basto e da cannone; e ci troverà erti, inflessibili, decisi traverso il suo cammino.

— Chi contrasta la grandezza, la fortuna; la gloria dell'America libera ed antesignana, ansiosa di diffondere pel doppio continente il fulgore e le dovizie della sua civiltà e della sua prosperità? Chi contrasta la preparazione cimentandone la sicurezza e l'integrità, abbandonandola agli agguati, agli oltraggi, alle aggressioni dello straniero?

— Il solito canagliume anarchico che non crede in dio, che ha accoppato McKinley, che ha attossicato l'arcivescovo ed il capitolo, che ha minato San Patrick, e si burla della patria e della legge, dei sacramenti del governo e dei giudici del padrone e della bandiera, che sono l'immarcescibile conquista de la nostra gloriosa rivoluzione, il patrimonio glorioso della stirpe rinata: raca! raca! crucifige! crucifige!

Non credere in dio, non inchinarsi agli evangelii, alla bandiera, alla cassa-forte, al birro sono tanti casi di crimenlese che sotto l'antico regime si scontavano alla Bastiglia, allo Spielberg ad alla Favignana, da cui si tornava... qualche volta; ma qui non trovano altra forma di espiazione che l'interditio aquae et ignis, il rogo od il linciaggio.

Ed i compagni non debbono coltivare un'illusione, non debbono contare che sulle loro forze, ridotte numericamente alla loro minima espressione.

I compagni di ventura che sono pullulati, facinorosi e numerosi intorno a noi soltanto perchè fino ad oggi ad essere anarchici o rivoluzionarii in America non s'incorreva altra disgrazia che un po' di vanità e di millanteria, dilegueranno alla prima folata di reazione, mentre i cugini, gli affini che ieri ancora invocavano lo zampino anarchico a trarre la castagna dalle brage, ci daranno la seconda di cambio del 1894 o del 1910 vendendoci a Crispi per la paura, consegnandoci per viltà fra le ritorte delle leggi eccezionali, conclamando su l'anarchismo, antitesi del socialismo le folgori, gli ostracismi e la mordacchia del Sant'Uffizio repubblicano.

* * *

Soli; sarà la nostra forza. Liberati dalla zavorra dei mezzi caratteri delle dubbie coscienze e delle alleanze posticcie ed equivoche, noi possiamo raccogliere sereni il guanto che la reazione ci butta, tagliando i ponti, ricacciandoci oltre l'ipocrita transazione costituzionale dell'irrisoria libertà di pensiero, di stampa e di riunione, sotto il regime della nagaika e della forca.

Sereni e fiduciosi nell'ultima fortuna.

Poichè siamo nella giurisdizione mosaica del taglione vedremo se, violenza per violenza, la storia si smentirà in ossequio ai quattro somari carichi di palanche rintanati in Wall Street, ed alla repubblica berroviera che monta di guardia alla loro cassaforte; e se nell'urto fatale tra il passato e l'avvenire, tra la forca e la libertà, darà torto a quest'ultima e a sè stessa.

La reazione può venire: l'attendiamo di piè fermo.

(15 aprile 1916).

Maggio di passione

Quanto fremito di alate speranze e di propositi eroici nei cuori giovani su cui del Maggio proletario scendeva dalle forche di Chicago trent'anni fa, sanguinante del martirio, la fatidica annunciazione!

Nessuno, nessuno più che noi quella giornata di speranza ha più intensamente vissuto allora che sui ruderi della vecchia Internazionale, disfatta da più profondi dissidii che non fossero quelli dei suoi irosi epigoni, affrancata dai dogmi, dai decaloghi, dai riti, raccogliendo la truce sfida di Haymarket, rispondeva la corrusca internazionale degli indocili cuori plebei convitando da Parigi, fuori dalle chiese, fuori dalle officine, dai parlamenti, dalle miniere fuori da ogni galera del quotidiano supplizio, gli schiavi ciechi della fede, gli schiavi devoti della legge, gli schiavi rassegnati del salario e su su dal trivio, dal lastrico, dal sottosuolo, i bastardi i reietti dell'amore del pane della luce, in piazza, negli animi negli sguardi nelle braccia nel pugno convulso, gli sdegni e le armi della millenaria passione; incontro al nemico secolare ed immutato, incontro ai mercanti di superstizione e di abbominio, incontro ai mercanti di frode e di fame, di sudore e di pudore, incontro ai mercanti di carne, d'ipocrisia di ciarle e di putredine, nell'ebbrezza della rivincita attesa, nel delirio dell'ultima perdizione, nell'anelito de la liberazione estrema.

Non echeggiarono che d'un'irriverente bestemmia, non si illuminarono che di un effimero baleno di rivolta le vie e le piazze di Amburgo e di Fourmies, di Barcellona e di Mosca, di Milano e di Roma; ma la borghesia ebbe paura. La bestemmia suggellò indarno ne le sue bastiglie, sferrò indarno sul pugno d'audaci il peso enorme della sua spada, le raffiche incessanti della sua mitraglia: durante il tragico lustro che va dal 1890 al 1895 si vide innanzi a tergo, per ogni fianco, ad Homestead ed in Catalogna, a Bruxelles e nel Borinage, in Lunigiana ed in Sicilia la ricorrente insurrezione degli iloti, ed alla gola da Pietroburgo a Lione, da Livorno a Roma, a Parigi, a Madrid temeraria, iconoclasta, implacata la rivolta degli avamposti, tenaci a sopperire del volontario olocausto l'ignavia delle turbe, irredente, prima che ai gioghi esteriori, alle intime devozioni millenarie, del sacrilegio sgomente ed inorridite.

Ebbe paura non ragione.

L'esempio temerario lasciava il solco; le recidive ostinate l'allargavano, l'approfondivano ogni giorno più vorace e più spaventoso, rodendo insieme colle fondamenta, dell'ordine minacciato e gramo, disegni ambizioni e calcoli degli eredi avidi ed impazienti.

* * *

A salvare col vecchio ordine il nuovo si affannano durante vent'anni coll'anatema domenicano, collo scisma avveduto, coll'avvolgimento caino, colla calunnia metodica e perfida, i padroni del domani.

Farisei, giullari, poltroni, ansanti alla cuccagna buttano la maschera. Disertano a Genova la rivoluzione per la medaglietta e Carlo Marx per la livrea, in attesa delle seimila. Tra il socialismo in foia di contrizioni e di domesticità e l'anarchismo tetragono alle seduzioni ed alle persecuzioni piantano termine divisorio la testa insanguinata di Sante Caserio; Ferri e Prampolini consentono a Crispi le leggi d'eccezione del 19 luglio 1894 contro gli anarchici, mandandoli in galera; Filippo Turati ripudia i villani massacrati a Berra dal piombo regio per chi «fanno barriera su la via della libertà» invocando da Giovanni Giolitti l'intervento armato omicida dei mammalucchi regi nelle insurrezioni della fame; Leonida Bissolati riscatta i suoi peccati giovanili, la gratitudine e la fiducia dei Savoia relegando Bresci nel museo lombrosiano dei delinquenti nati; e tutto quel che resta del socialismo italico guaisce il confiteor dinnanzi ai cosacchi di Bava Beccaris o bela il bonomelliano panegirico, accanto alla regina Margherita, su la tomba del re buono.

E la manifestazione del Primo Maggio ammansita, sfibrata, castrata, monotona, ventenne baldoria delle taverne fuori dazio, rientra nel lunario dei santi o nel bollettino dei protesti, data commemorativa senza significato o senza contenuto, cambiale screditata di cui non si tollera la circolazione.

* * *

Oggi si miete.

Ed è sangue, son lacrime, le messi del tradimento e della viltà.

Di ruzzolone in ruzzolone su la sobillazione maramalda, se non su l'orma contumace dei mali pastori, i servi si affollano imbestialiti e ciechi al fronte conteso, murando della carne stracca e del sangue disprezzato a la patria l'altare che avevano ieri abbattuto a confondere coi reietti del mondo universo miserie e palpiti e destino; abbeverando di odii, di maledizioni del pianto amaro delle madri – madri dolorose di qua e di là dalla frontiera – la terra che avevano ieri giurato di ribattezzare alle supreme eucarestie della giustizia, della libertà, della redenzione, nel sangue degli usurpatori.

* * *

Maggio di passione, maggio orrendo d'aberrazione, maggio caino, maggio grifagno all'ultima e più devota speranza; se, immutati sotto l'infuriare del ciclone, custodi severi della verità della fratellanza del diritto, pronti ad ogni sbaraglio domani, non vigilassero i manipoli d'avanguardia confortati dalla ragione e dall'esperienza vive della leggenda e della storia: che dalle croci del Golgota assurge la transfigurazione; che un pugno di sanculotti «sol di rabbia armati» può schiudere vittoriosamente a la nuova storia, al nuovo diritto il varco traverso le schiere superbe e le dense forche del Brunswick; che l'ora turgida d'ogni angoscia e d'ogni desolazione può la sassata di Balilla traboccare nelle Idi sacre della vendetta e de la riscossa.

De la vendetta prima, avida, spietata, inesorata: feconderà delle sue rugiade vermiglie le messi de la giustizia e della libertà.

(29 aprile 1916).

Prefazione all'opuscolo «La Voragine»32

Abbiamo raccolto e presentiamo ai lettori il breve studio che intorno alla finanza della grande guerra ha pubblicato «Mariuzza» in varie puntate della «Cronaca Sovversiva» nel Maggio ultimo; sembrandoci degno di più vasta diffusione, di maggiore pubblico e più vario.

Giacchè, fino ad oggi, la grande guerra non è stata, a nostro modesto avviso, considerata – da coloro i quali vi acclamano e da coloro i quali v'imprecano – che da un punto di vista convenzionale superstizioso artifizioso, con grave scherno della verità non soltanto ma dei più gravi e reali interessi, travolti o minacciati da

La bufera infernal che mai non resta

e

mena gli spirti con la sua rapina

senza che

nulla speranza gli conforti...
non che di posa; ma di minor pena.

Dagli araldi degli imperi centrali si grida che alle razze teutoniche pervenute nel campo del pensiero, delle scienze positive, delle applicazioni industriali, dei traffici più svariati ad un livello cui mal si tengono le razze concorrenti sbarra il passo una sordida esosa indegna coalizione iniquamente; che se il rinascimento fu italico nel XV secolo, inglese nel XVI, francese nel XVIII, vuol essere e sarà tedesco nel ventesimo secolo, e che saranno violentemente abbattuti alle quattro frontiere dell'impero tutti gli ostacoli da cui potrebbe essere contrastato.

Rispondono dall'altra gli eredi della Charta, degli enciclopedisti che mentre dovunque, in tutti i paesi civili, il pensiero la scienza la civiltà si sono levati sdegnosi dei vincoli della fede della razza della nazione, lieti di essere conforto gioia gloria dell'uman genere, in Germania, nella Germania rimasta, medievale oltre ogni rivoluzione, pensiero e progresso, studi e traffici, cattolici e socialisti rimangono innanzi ad ogni cosa, tedeschi, strumento uguale di un bieco e ferrato imperialismo che è minaccia nefasta alla civiltà alla libertà, al superiore divenire delle umane consociazioni.

E che la spavalda minaccia vuol essere nel sangue rintuzzata, spenta sotto un cumulo di rovine.

È qualche cosa di vero nei pretesti dell'una e dell'altra fazione, troppo scarso per giustificare anche agli occhi dei razzisti più esosi e dei guerrafondai professionali la carneficina spaventosa che desola da due anni il vecchio continente falciandovi ogni vigor di vita ogni fede di lavoro di creazione d'avvenire, allontanando sempre più remota la speranza di vedere un giorno – placate le taccagne miserande competizioni del breve interesse – conserta l'umanità nella lotta contro la natura per la gioia e per la guarentigia del suo libero civile destino.

Ma sufficiente, la magra verità che si confessa, a mascherare l'intimo senso e la più vera, inconfessabile ragione dello scempio orrendo meditato; covato, organizzato durante mezzo secolo, voluto e provocato ugualmente da una parte e dall'altra ad accaparrare la signoria del mare e del mercato internazionale, affilando cavilli, arroventando pregiudizii fanatici, fomentando odii primordiali, ergendo con perfida atroce sapienza i servi al di quà contro i servi al di là della frontiera per poterli il giorno atteso avventare gli uni sugli altri briachi di rabbia e di fanfare, di superstizione e di epicedii, al macello, al macello insano ed immane per l'usura per l'aggiotaggio per gli sbruffi dei pirati dei pubblicani dei farisei senza coscienza, senza scrupoli senza pudore!

Questo ignorato capitolo di storia, questa verità che si soffoca di rose o di gloria – come direbbe Voltaire – che si sovracarica di lauri di orgogli di bandiere di menzogne tricolori, affinchè non ne tralucano le folgori sobillatrici. «Mariuzza» rivela coraggiosamente illustrandoli di cifre tanto più eloquenti che emergono da fonti ufficiali ineccepibili, per cui se peccano di discrezione, di reticenze avvedute e studiate, sfidano vittoriosamente ogni smentita.

Mettendo in luce non solo che cause modi e fini della guerra sono competizioni lubriche inconfessate, inconfessabili per l'egemonia del mare, per monopolio dei traffici usurai per la signoria del mercato internazionale; ma sopratutto quanto costi la grande guerra da cui tutto il mondo è angosciato, desolato, e chi sia chiamato da ultimo a farne tutte le spese, a pagarne in sangue in lacrime in bocconi di pane, in servitù inasprite, l'immane tributo.

Gli editori pensano che per quanto breve e modesto lo studio di «Mariuzza» giovi ad una più esatta valutazione del «fatto» della guerra, ad una più onesta e più seria previsione delle sue conseguenze immediate e lontane; giovi sopratutto al proletariato il quale – dopo trent'anni d'impudiche guerre da corsa, dopo il Madagascar, il Transvaal, la Cina, il Marocco, la Tripolitania ed altre losche avventure congeneri a cui ha tenuto il sacco, a cui ha dato il sangue suo migliore per abbandonare ai pirati il bottino – si è lasciato riprendere all'esca delle menzogne convenzionali smaliziate e stantie, e nel nome e sulle orme del re o della repubblica cerca alla guerra dei suoi padroni la libertà la civiltà la prosperità che gli può dare la guerra sua, soltanto,

La guerra che passando su le trincee di classe irresistibile bufera estirperà ogni radice ed ogni istituto di privilegio, il monopolio della terra della fucina della scuola, costellando sui solchi redenti, in conspetto del diritto di vivere di conoscere di godere, uguali, i cittadini riconciliati dell'universo.

Alla verità che serve l'educazione proletaria e la rivoluzione sociale gli editori sono lieti di schiudere più vasto e più agevole cammino.

GLI EDITORI

Lynn, Mass., Giugno 1916.

La Voragine

Uno sciame di cifre che non vogliono commenti, che parlano di per sè colla solennità, coll'inoppugnabile autorità delle scaturigini, dei decreti, delle leggi, dei bilanci o dei listini di borsa o delle tavole mortuarie da cui suppurano, affondando oltre i calcoli e le previsioni più temerarie la voragine spaventosa, raccogliendo su l'insana carneficina più rovente, più implacata che ogni parola, la condanna, o la maledizione.

Bilancio orrendo che non il sacerdote, non il dottrinario, non il tribuno, pel decalogo, pel teorema o per la fazione hanno raccolto, eretto, coordinato; ma un Istituto di Credito33 sgomento, dubbioso che possa il domani, il domani senza cuori, senza braccia, il domani esangue e mutilato, ritrovare uguale alla furia cieca, inesausta dello scempio e della rovina, la forza ed il fervore della restaurazione; incerto se la trama dei rapporti infinitamente varii di cui si ordisce, su cui tutta la vita sociale si regge, ed ha follemente reciso, scompigliato un colpo di borsa o di spada, possa riallacciarsi domani, avanti che dalle ultime disperazioni attizzata, la face della rivoluzione non abbia ad accendere il rogo espiatorio alla terza civiltà che della Dichiarazione dei Diritti ha fatto stoppaccio ai suoi cannoni e l'uguaglianza ha prostituito al privilegio, la libertà alla caserma, la fratellanza a Caino.

Un bilancio orrendo di realtà, di sincerità.

Vedete voi.

Non tenete conto della distruzione delle città delle ferrovie, delle fabbriche, dei ponti e delle strade, dei transatlantici e dei raccolti, non di quindici milioni di morti o di mutilati; non vi cimentate neanche alle previsioni della ricchezza che negli ultimi due anni avrebbero senza sforzo creato i venti milioni di uomini che dalla Mosa all'Eufrate imbestialiscono nello scempio vandalico.

Chiedete il conto della guerra alle cifre discrete, confessate, consacrate nelle richieste imperiali o regie, nelle sanzioni dei parlamenti, nelle dichiarazioni dei ministri responsabili, nei bilanci delle grandi banche, nei titoli di prestito, nei documenti ufficiali di varia natura.

Conchiuderete?

Che dall'Agosto 1914 all'Agosto 1915 il primo anno di guerra è costato ottantasette miliardi di lire complessivamente; «una somma, diceva il ministro Asquitth al Parlamento inglese, che non va soltanto al di là di ogni precedente, ma della previsione di ogni finanziere del nostro e di qualsiasi altro paese».

Ottantasette miliardi di lire!

Non isbalordite, ne avrete il tempo e l'occasione. La guerra che ai suoi inizii non costava più che duecento o duecento venticinque milioni al giorno, costa ora il doppio: quattrocentocinquanta milioni di franchi al giorno; e si spiega. Ha coperto un'area più vasta, ha raddoppiato uomini e materiale, ha dovuto rinnovare l'equipaggiamento sciupato o perduto; e quel che ieri costava cinque, oggi costa dieci.

L'Inghilterra che secondo le dichiarazioni di S. E. Reginald Mc Kenna spendeva settanta milioni al giorno nel primo anno di guerra ne spende centoventicinque nel secondo anno; la Francia, e lo dice il ministro delle finanze Ribot, non spendeva l'anno scorso più che quaranta milioni di franchi al giorno: ne spende oggi novanta: la Russia, che non andava al di là dei quaranta milioni al giorno nel primo anno di guerra, è costretta a spenderne settantasette e mezzo nel secondo, come ha dichiarato alla Duma il ministro delle finanze Barch. Aggiungete venticinque milioni di franchi che vi profonde giornalmente l'Italia e voi avete che la guerra costa alle potenze dell'Intesa 317.500.000 di franchi al giorno.

Per confessione del Dottor Karl Helfferich imperial ministro delle finanze, la Germania spende per la guerra 83.000.000 di franchi giornalmente..

L'Austria, la Turchia, la Bulgaria insieme ne mettono sulla bilancia ogni giorno altri 54.500.000.

Ed avrete che nel secondo anno la guerra costa giornalmente ai due gruppi belligeranti dell'Alleanza e dell'Intesa 455.000.000.

In fin d'anno: centosessantasei miliardi e settantacinque milioni di franchi, e così dal primo agosto 1914 al primo agosto 1916 (sempre che duri, come non è dubbio, questi altri due mesi) la guerra sarà costata duecento cinquantatre miliardi e cinquecento settantacinque milioni di franchi.

— E dove trovano tanti quattrini?

— A prestito.

— E i debiti poi chi li paga?

Voi vi domandate come e dove le potenze belligeranti peschino i quattrocentocinquantacinque milioni che la guerra costa giornalmente, i tredici miliardi e settecento cinquanta milioni che costa ogni mese, e – poichè il sacrificio non è di un giorno o di un mese – i duecento venticinque miliardi di franchi che le costano in totale i due primi anni di guerra.

Una eventualità su cui non oserete un dubbio se, contro le oblique recentissime disposizioni del Kaiser verso la pace, metterete su l'altro piatto della bilancia le impressioni discretamente autorevoli raccolte a Londra in queste ultime settimane da Lloyd C. Griscom, ex ambasciatore degli Stati Uniti presso il re d'Italia, e cioè «che è concorde fra tutte le classi in Inghilterra il pensiero che la guerra durerà altri tre anni per lo meno, e che la preparazione militare del paese è da questa concorde previsione dominata».

Come e dove li hanno trovati e li trovano?

Dentro e fuori di casa, con poca pena: nei prestiti nazionali e forestieri, coll'inasprimento delle vecchie tasse, coll'imposizione delle nuove, coll'inorpellarsi d'un credito fittizio che le esulate riserve metalliche e le compromesse ipotecate od esauste risorse del paese non consentono più – tanto che i biglietti da cento valgono sessanta oltre la frontiera, così come i dollari di Carranza non trovano agli Stati Uniti chi li baratti per un nichelino; e con ogni espediente, con ogni raggiro più arruffianato e meno scrupoloso.

* * *

Le cifre, che non sono un'opinione e che nei computi nostri sono le cifre ufficiali consacrate nei bilanci dei rispettivi ministeri delle finanze, ve ne danno la prova definitiva.

L'Inghilterra, ad esempio, che ha speso giornalmente durante il primo anno della guerra settanta milioni di franchi, e centoventicinque milioni al giorno nel secondo anno, ha dovuto contrarre nel Novembre del 1914 un primo prestito, al tre e mezzo per cento, di otto miliardi e settecentocinquanta milioni di franchi: un secondo, al quattro e mezzo per cento, di quattordici miliardi e seicentoventicinque milioni nel Luglio 1915; un terzo, al cinque e mezzo per cento, di due miliardi,34 ed ha dovuto portare a sette miliardi e cinquecento milioni di franchi il carico delle imposte, mettendo in circolazione poi due miliardi e mezzo di carta-moneta che avanti la guerra non esistevano.

* * *

La Francia, che durante il primo anno di guerra ha speso quaranta milioni al giorno e ne spende settantacinque giornalmente nel secondo, ha provveduto ai quarantatre miliardi e settecento cinquanta milioni che la guerra le costa dal 1° Agosto del 1914 al 1° Agosto 1916, con un prestito al cinque per cento di quindici miliardi e centotrenta milioni; con un secondo prestito al cinque per cento di sette miliardi; un terzo di due miliardi e mezzo nel Marzo 1916, oltre alla sua quota parte nel prestito contratto insieme coll'Inghilterra sulla piazza di New York per due miliardi e cinquecento milioni.

Ha dovuto contrarre poi altri prestiti direttamente coll'Inghilterra stessa, ha dovuto raddoppiare le imposte, raddoppiare la circolazione della carta-moneta che era di sette miliardi o poco più avanti la guerra, ed è oggi invece di quindici miliardi di franchi all'incirca. Ed ha dovuto vendere all'estero una parte considerevole dei suoi buoni del tesoro.

* * *

La Russia a cui il primo anno della guerra, non è costato più che quaranta milioni di franchi al giorno, ma ne ha speso tra settantasette e settantotto giornalmente nel secondo anno, oltre alle tasse enormi che ha levato, alla vendita periodica di buoni del tesoro, alle emissioni fantastiche di carta moneta, ai debiti contratti verso l'Inghilterra, ha stipulato poi al cinque e mezzo per cento i seguenti prestiti nazionali:

Nell'ottobre

del 1914 per

1287500000

Nel febbraio

del 1915 per

1287500000

Nel marzo

del 1915 per

1550000000

Nell'aprile

del 1915 per

525000000

Nel maggio

del 1915 per

2575000000

Nel novembre

del 1915 per

2575000000

Nell'aprile

del 1916 per

2575000000



e così in totale

12375000000

* * *

La Germania che confessa di spendere per la guerra ottantatre milioni di franchi al giorno, alla spesa enorme ha rimediato coll'inasprimento delle tasse, le requisizioni forzose, la vendita di buoni del tesoro, coi prestiti a lunga scadenza, e quindi ad un tasso elevato, che sono qui designati:

Prestito imperiale





del settembre

1914

5600000000

del marzo

1915

11325000000

del settembre

1915

15200000000

del marzo

1916

13390000000

e così per un totale di

45515000000

* * *

L'Austria ha fronteggiato le spese della guerra che le costa una trentina di milioni al giorno vuotando le casse della Banca Austro-Ungarica, indebitandosi fino agli occhi coi banchieri tedeschi, contraendo mezza dozzina di prestiti nazionali:

Prestito Austriaco, 5 e mezzo per cento

del novembre

1914

2225000000

del giugno

1915

2760000000

del novembre

1915

4000000000

Prestito Ungherese, al 6 per cento

del novembre

1914

1215000000

del giugno

1915

1165000000

del novembre

1915

2000000000

per un totale di

13371125000

* * *

L'Italia, all'infuori delle imposte atroci cui non iscampa oramai alcuno dei generi indispensabili alla vita, all'infuori dei prestiti contratti un po' dappertutto, degli anticipi della Banca d'Italia e dei minori istituti di credito, all'infuori dei tre miliardi trecentosettantacinque milioni datile dall'Inghilterra35 a rimettersi in gambe dopo i salassi tripolini che l'avevano svenata, ed a barattare i patti della Triplice con quelli dell'Intesa, ha contratto tre grandi prestiti:

Prestito Nazionale, 4,50%, del dicembre 1914

1000000000

Prestito di Guerra, 4,50%, del luglio 1915

1000000000

Prestito Nazionale ultimo

4000000000

Per un totale di

6000000000

* * *

Per cui, a, trovar la fonte cui attinsero le potenze belligeranti i duecentoventicinque miliardi di franchi che la bella guerra è costata in questi due anni; e a cui attingeranno, occorrendo, il fiato a durarla qualche altro anno, non dobbiamo tormentarci gran fatto.

Rispondono le cifre ufficiali, od autorevolmente approssimative che abbiamo allineato ed i guaìti della finanza americana che ai quindici miliardi di franchi di crediti accampati oltre mare guarda con iscarsa fiducia di ricupero, domandandosi sul serio se non sia meglio tentare altrove, al Messico ad esempio, con miglior fortuna, con più certo esito e più rimuneratore, i provvidi arrembaggi.

Dove i governi trovino per la guerra il denaro, accendendo miliardi e miliardi di debiti, abbiamo veduto; rimane a sapersi su chi ed in quale misura se ne scarichino.

Se fossero conchiusi nelle cifre che abbiamo squadernato sotto l'occhio sgomento dei lettori i danni ed i gravami della grande guerra, pur rimanendo essi così gravi che difficilmente si può alcuno immaginare come sia possibile riscattarsene – e sta il fatto che la più ricca delle nazioni del mondo, l'Inghilterra, non ha saputo liberarsi fino ad oggi dei quindici miliardi di debiti addossatile dalle guerre napoleoniche – la situazione non apparirebbe forse così disperata.

Ma bisognerebbe che questa fosse davvero l'ultima guerra, che dopo di essa le varie nazioni del mondo, se non nella pace universale e perpetua, potessero contare su la tregua lunga, nobile, feconda, di qualche secolo a sanarne le ferite immense e sanguinanti.

Disgraziatamente la guerra è lo stato naturale, il clima storico in cui il regime borghese ha le fonti e le ragioni della propria esistenza, la condizione del proprio sviluppo.

Il giorno in cui l'umanità avesse a comprendere che i suoi interessi sono identici e solidali ovunque, e che la varietà infinita delle proprie energie intellettuali e fisiche, come l'infinito tesoro dei prodotti della terra e dell'industria sono ugualmente indispensabili alla guarentigia, alla conservazione, all'incremento della vita e della civiltà; e che l'universale cooperazione delle grandi e delle piccole forze è necessaria a trionfare delle resistenze della natura la quale non è madre indulgente e prodiga, ma ingorda ed esosa matrigna che non si concede e non si impregna e non partorisce il più lieve dei beneficii se non sotto la stretta forsennata dei titani su l'ara sanguinosa dei quotidiani olocausti, il regime borghese che è sorto dalla competizione, e su le competizioni diuturne ed implacate si regge, sarebbe da gran tempo uno smorto e lontano ricordo del passato irrevocabile.

Ma l'umanità non ha fino ad oggi altra religione ed altra fede che del privilegio.

E se oggi nel nome e per conto del privilegio si sgozza la gente in Polonia e nei Vosgi, in Mesopotamia e nelle Fiandre, nel Tirolo e sul Baltico per decidere se la supremazia del mare e del mercato internazionale debba essere della Germania o dell'Inghilterra, è chiaro che – questo privilegio, questo monopolio durando – la furia degli armamenti, la satiriasi della guerra e della distruzione si riaccenderanno domani, dopo, fra cinque o fra dieci anni, a decidere se l'egemonia industriale e finanziaria del vecchio mondo non debba passare alla Russia, al Giappone, all'America, alle stirpi nuove, alle genti che non hanno fino ad oggi scritto nella storia la loro pagina, e vi irrompono esuberanti, impetuose, irresistibili di verginità e di dovizie, a reclamarne il posto e la gloria.

Perchè soltanto nello sbaraglio violento e subdolo di ogni emula competizione può il privilegio attingere le forme esclusive del monopolio; e la guerra diventa la sola via, l'indispensabile tramite della sua attività, delle sue ascensioni, del suo trionfo.

Non è dunque da sperare nella pace finchè le redini dell'ordine sociale dimoreranno nel pugno adunco della borghesia ed imperversa il regime della proprietà privilegiata.

Nasconderà il tossico delle insidie e degli scaltri avvolgimenti che matureranno nuovi e più sanguinosi conflitti il pacifero olivo che agiteranno dei figli su le ossa imbiancate, su le rovine del mondo riarso, vincitori e vinti ne le ipocrite riconciliazioni.

La progenie candida di Pangloss, per cui tutto va sempre per il meglio nel migliore dei mondi possibili, guardi al fervore di preparazione che urge in America tutte le classi; alla sapiente, vigile tenacia degli sforzi per cui spezzate le libere tradizioni della repubblica e della gente, intorno alle fortune, alla prosperità, al destino della nazione si cercano oggi e si daranno domani, nel domani imminente, i presidii d'un formidabile esercito stanziale; e dica lealmente, francamente, se dalle arche del capitale e dell'ordine tubino le colombe l'idillio delle ironiche fratellanze o non istridano piuttosto anelanti al sacco ed all'arrembaggio, anelanti all'orgia sulle carogne, gufi ed avvoltoi; se del militarismo sia l'occaso o la rinascita: se degli armamenti, sia la nausea od il delirio; se invece che l'ultima non sia il presente conflitto la prima delle grandi guerre industriali in cui si contende tra le meglio organizzate ed avvedute coalizioni d'interessi la sovranità economica dell'universo.

Ma da queste divagazioni teoriche, da queste previsioni amare, necessariamente appassionate e malfide, noi possiamo esimerci, rimanendo nel campo dei fatti positivi e delle cifre inoppugnabili, paghi delle deduzioni che esse consentono.

Più che il presagio rantolano la maledizione.

Abbiam conchiuso sui dati e sulle cifre ufficiali che i primi due anni della guerra pesano sul proletariato inglese per l'enorme somma di quarantasei miliardi e centoventicinque milioni di franchi.

Dividiamo ora questa somma per la popolazione totale della Gran Bretagna, per quarantacinque milioni, ed avremo che la bella guerra è costata e costa in complesso mille e venticinque franchi, che è quanto dire cinquecento e dodici franchi all'anno, una lira e quaranta centesimi al giorno a ciascun suddito del Reame Unito.

Sui sudori del quale grava già un'ipoteca di lire 382.64 sua quota parte dei 17.218.995.000 del debito nazionale preesistente al 1. agosto 1914; per cui paga da anni immemorabili l'esoso interesse che ne consacra l'atroce miseria e la schiavitù disperata.

Ripetiamo per la Germania la stessa operazione, dividiamo cioè pei sessanta cinque milioni della sua popolazione totale, i cinquantadue miliardi e cinquecento milioni che costano all'Impero Tedesco i primi due anni di guerra, ed avremo che la folle ambizione di issare ueber alles la vecchia Germania costerà franchi 807.65 al primo dell'Agosto venturo; 403,85 all'anno, una lire e dieci centesimi al giorno ad ogni suddito di Guglielmone d'Hohenzollern.

Bisogna anche qui tener conto che su di ogni cittadino tedesco grava già l'ipoteca di lire 91.85, sua quota parte dei 5.970.260.000 che costituiscono il debito nazionale preesistente all'Agosto 1914; e per cui da anni immemorabili paga un interesse feroce, usuraio.

Così per la Francia. Divisa pei quaranta milioni della sua popolazione la spesa totale di questi due anni di guerra: quarantatre miliardi e settecento cinquanta milioni, il gravame sarà di franchi 1093 e 75 costerà cioè 546.87 all'anno, una lira e cinquanta al giorno ad ogni cittadino della repubblica che ne paga gli interessi in moneta di angoscie e d'inedie quotidiane.

Alla Russia il primo biennio della guerra. costa trentacinque miliardi tondi, ed essendo in molti, in centosettantuno milioni a spartirne la spesa, non è che di franchi 204.75 la parte di ciascuno, non costerà che 102.37 all'anno, qualche cosa come sei soldi al giorno la guerra ad ogni suddito dello czar, sul quale pesano tuttavia 132.65 del vecchio debito imperiale di 22.684. 695.000, di cui deve pagare a digiuni ed a nerbate l'interesse esoso.

All'Austria la guerra costa in totale trenta miliardi, seicento franchi a ciascuno dei suoi cinquanta milioni d'abitanti, trecento franchi all'anno, diciassette soldi al giorno; col gravame di franchi 104.36 sul vecchio debito pubblico di 5.218.375.000, di cui deve naturalmente pagare gli interessi.

L'Italia ha da un pezzo compiuto il suo primo anno di guerra che le costa, a fare i conti con pietosa discrezione, nove miliardi di lire, i quali, ripartiti fra i suoi trentacinque milioni d'abitanti, importano la spesa di 257,15 rispettivamente, diciassette soldi al giorno cioè per ciascuno dei vassalli pellagrosi e famelici di Vittorio Emanuele III di Savoia. Non contando, ben inteso, gli interessi che ciascuno dei nostri miserandi compatrioti deve pagare su lire 417.30 sua parte del debito pubblico preesistente alla grande guerra fascinatrice nella rispettabile cifra di 14.605.765.000!

Diciassette soldi al giorno; per ogni giorno che scande il lunario, per ogni creatura del «bel paese che Appennin parte ed il mar circonda e l'Alpe» e benedice tanto riso di cieli e tanta gloria di sole; diciassette soldi ogni giorno i bimbi che alle poppe riarse delle madri suggono fiele e clorosi; diciassette soldi i vecchi esausti, ansanti all'agonia come alla liberazione; diciassette soldi ogni giorno fanciulle, artigiani, villani che sgobbando dall'alba al tramonto non mettono insieme il becchime della nidiata; diciassette soldi al giorno le vedove, gli orfani, i mutilati della guerra a cui il governo ne concede sei, o dieci, o dodici di sussidio; diciassette soldi al giorno tutti, senza riguardo a sesso, a condizione, ad età.

— Una miseria! grugniscono con una scrollata di spalle banchieri e salumai, fornitori e birri, puttane e beccamorti e preti a cui la guerra ha triplicato la commissione, il profitto, il soprassoldo, la tariffa dei sacramenti, degli abbracciamenti, dei precetti e dei funerali, cuccagna inaspettata.

— Diciassette soldi al giorno; una miseria!

Ed ammiccando smaliziati soggiungono i cenciosi con una scrollata di spalle altrettanto corriva e facilona: – Diciassette soldi al giorno; e chi li paga? Non certamente noi che un soldo in tasca non ce lo trovano. Paga chi ha!

E se ne fregano le mani; contenti fraternamente come di una disgrazia altrui, come di un malanno del prossimo, senza pensare che il pane, la fetta di polenta, il pugno di ceci o di fave, la cotenna o la sarduzza non metteranno sul desco, nè su le quattr'ossa il camicione di forra o le brache di fustagno, nè l'erede fra le quattro tavole della culla o della bara, se prima quel debito al dazio, allo spaccio, al banco del lotto, in chiesa, all'usciere, al gabellotto, al padron di casa, al fornaio, al parroco abbiano sborsato le cento volte.

Senza pensare che i diciassette baiocchi quotidiani diventano senza sforzo, i trentaquattro, lo scudo, diventano in ultima analisi i venticinque milioni di lire che la guerra costa giornalmente all'Italia, appunto per questo: che ogni gravame inflitto al padrone della casa, della fabbrica, della banca o della canonica, su le esportazioni e su le importazioni, su le transazioni d'ogni natura, rimbalzano sul groppone di chi non ha, della povera gente, del proletariato il quale nel maggior prezzo a del pane o del sale, della pigione o delle scarpe, finisce per riscattare da ogni imposta e da ogni fastidio, dai tributi in denaro od in sangue, dal fastidio di lavorare, di pagare, di morire – fosse pur di morire per la salvezza del re o per la grandezza della patria – chi ha, e appunto perchè ha, non paga mai, non lavora mai, non cimenta ad un rischio mai nè la trippa nè la borsa, bastando al compito ingrato largamente la rassegnazione, la fatica, l'abnegazione, il sudore, la pelle degli straccioni.

La conclusione? È superflua: è nelle cifre stesse, nei risultati a cui convergono. Nella voragine della guerra sono precipitati duecentoventicinque miliardi di franchi.

Ne piombano giornalmente quattrocento cinquanta milioni; ne ingoierà il doppio, il triplo durando un altro anno, se scarseggiando ogni dì più avare le risorse di cui si alimenta, in ragione proporzionalmente inversa ne raddoppierà, ne triplicherà il prezzo.

Con questo risultato: che nel nome de la civiltà siamo rinculati alla barbarie; che nel nome della libertà siamo tornati al «bon plaisir du roi», al taglione, alla mordicchia, alla giurisdizione infame della giberna e della caserma; che nel nome della vita, d'una vita più larga e più alta, andiamo brancolando, ebbri di fratricidio e di perdizione fra il sangue, la rovina, la putredine; che nel baratro sono precipitati con quindici milioni di vite umane i tesori accumulati da due generazioni; che si è avvelenata sciaguratamente la piaga dei livori e della bestialità primordiale che i postulati del nuovo diritto umano e le prime temerarie esperienze dell'umana solidarietà si avviavano a rimarginare; che al compito di cieca distruzione e di stragi caine, a restaurare un passato orrendo di servitù e di onta, a sbarrare d'odii e di cadaveri le vie dell'avvenire, sono stati e rimangono, ludibrio inamovibile e strumento supino, i servi, gli sfruttati, gli iloti, bastardi della civiltà e della patria, bastardi del pane e dell'amore che al cinico, al feroce arrembaggio hanno dato il sangue e la rabbia, i figli e le legioni.

* * *

Dobbiamo disperare della fratellanza, della giustizia, della verità, della libertà, del conserto destino, della risurrezione a cui la annunciazione dei veggenti, l'olocausto dei propiziatori eroici, l'oscura tenacia delle avanguardie tesero, sugli anni primi, l'arco delle volontà, delle audacie, delle abnegazioni che educarono ardente, invitta, incoercibile la nostra fede nell'ideale?

Mezze fedi, mezze coscienze, mezzi caratteri, mezzi cuori, le mezze anime di Simone e di Giuda nelle vigilie angosciose dell'armi e della passione vacillano, abiurano e tradiscono la verità conosciuta; non chi la vide trionfare sui roghi di Bruno e di Vanini, sulle stragi del Père Lachaise, sul martirio di Cafiero, sulle forche di Chicago, sui fossati di Montjuich, immarcescibile; e non ha la ragione più lontana di dubitare che essa non abbia a trionfare domani di questa ora convulsa, livida, di aberrazione e di delirio.

Sui valichi delle Alpi che sono oggi argomento e pegno della aspra contesa, venti secoli or sono, le madri Teutoniche e Cimbre dinnanzi alle aquile di Roma librate sulle rutilanti legioni di Mario, dubitarono della vittoria; e l'orrore della servitù nemica temendo pei figli più che per sè stesse, all'estremo cimento non si avventarono che dopo di avere sulle mannaie dei carri falcati e sul basalto dell'irta frontiera percosso il fragile cranio dei nati buttandone i cadaveri dilaniati e sanguinanti, orrida sfida, ne le trincee nemiche.

Nata ai liberi venti delle natie foreste la cimbra progenie si rifugia nella morte prima che nella servitù.

Inseguite dalle fantasime esangui dei figli perduti e dall'intimo strazio d'averli delle proprie mani ignare immolati sugli altari di Molock alla morte, alla superstizione ed all'irrisione, sull'orlo dell'abisso vaporante la vendetta e la perdizione le madri della patria, delle cento patrie devastate, ed insanguinate, si ritrarranno inorridite dall'abisso di rovina, di servitù e di miseria che agli orfani, ai superstiti hanno spalancato della loro inconsapevolezza e della loro rassegnazione: e vi precipiteranno col tricolore segnacolo d'odio e di scherni, colla spada e coll'aspersorio simboli diversi di un'eguale tirannide, coi pretoriani e coi pubblicani dell'ordine, artefici e custodi d'ogni rapina, coi lupi, le lupe ed i lupicini, le estreme vestigia di un mondo iniquo ed infame che alle condanne inesorate e conserte del diritto, della ragione e della storia non trovò altra indulgenza che nell'ignoranza e nella viltà.

La voragine inghiottirà i nipoti di Erostrato che l'hanno squarciata, in loro malora!

Irredentismo aulico

Una modesta pagina di storia contemporanea

Ora che «il merito di aver voluto fermamente la guerra pel compimento della patria e per la libertà delle nazioni è dovuto sopratutto al re», senza del quale non sarebbe stato possibile superarne i fieri contrasti; ora che di lassù, dalle vette delle Alpi contese, s'impegna il re a non rientrare in Roma se non «di lauri cinto» come Radames ne l'Aida; e Lloyd George – che cosa ne sa egli mai? – lo cresima «il primo soldato dell'eroico esercito italiano», ed intorno al nipote si ritesse la leggenda che su le vergogne del nonno obeso, sul lubrico tradimento di Novara e su gli storici rimorsi per la baloussada del XX Settembre, s'adagia come la provvida foglia di fico; ed i Savoia, nelle apologie iperboliche e mercenarie dei cortigiani, riappaiono, straziati dal «grido di dolore» che viene dalle provincie irredente, gli araldi, i guerrieri, gli indigeti della patria; ora lasciateci rintracciare fra le pagine della contemporanea storia d'Italia le origini e le vicende di questo irredentismo, nella polvere ieri, flagellato ieri ancora da tutte le maledizioni, da tutte le persecuzioni, benedetto oggi dal Vaticano, dal Quirinale, dal Campidoglio, da tutti gli altari improvvisamente.

Storia che abbiamo vissuto noi, quanti siamo nati tra le giornate corrusche di Calatafimi o di Milazzo e le meditate infamie di Custoza o di Lissa – una parentesi che, oltre i termini del decennio irrequieto, segna un tragico contrasto insuperato: l'abnegazione eroica dei liberatori plebei per una parte, il maramaldo intrigo per l'altra dei savoiardi filibustieri; e, siamo, cresciuti fra i superstiti dell'ultima rivoluzione italiana, e d'eco ultima ne abbiamo colta su le labbra dei suoi epigoni gloriosi e delusi.

Delusi, fin d'allora.

* * *

L'indipendenza? era l'anelito che non tollerava dissensi; era zampillato col sangue sotto le nerbate dall'arbitrio e dall'irrisione, si era agguerrito ne le cospirazioni, s'era cinto di fede ne le galere, ne le cittadelle piemontesi di Alessandria, di Savona o di Torino, come nelle segrete dello Spielzberg, o nei fossati della Favignana aveva temprato l'audacia e la pertinacia. Soffocato a Mantova dal capestro, nel sangue a Brescia, squilla da Milano la sfida, da Mentana la promessa, dalla Breccia di Porta Pia la sua prima, la sua grande vittoria.

L'indipendenza non tollerava dissidio.

L'unità? Non ha mai riscosso uguale unanimità di consensi, non sul limite delle aspirazioni intrinseche, non sulla forma in cui doveva incarnarsi. Ostinata e legittima in tutte le scolte la diffidenza.

I Savoia non ne volevano, ne sgretolavano nelle fondamenta l'edificio; barattavano insieme con la culla di Garibaldi la propria, cospiravano coi Borboni, intrigavano cogli Ausburgo, a Garibaldi che non badando a rischi ed a cimenti ne tentava la riscossa contendevano a Marsala lo sbarco, al Volturno il passo, a Bezzecca l'audacia, ad Aspromonte la vita, a Monterotondo ed a Mentana il sacrificio. La ripudiavano atterriti se doveva consacrarsi in Roma, su lo sbaraglio del potere temporale dei papi. Non volevano, non hanno mai voluto che la conquista piemontese dell'Italia; e non era un mistero per nessuno.

Così, man mano venne l'unità integrandosi, quella diffidenza, inasprita dai compromessi che alla buona fede di Garibaldi avevano estorto i proconsoli savoiardi, ai mezzani delle annessioni frettolose ed incondizionate oppose una riserva significativa. Tutti d'accordo, in principio: delle popolazioni affrancate al giogo straniero dobbiamo costituire la grande famiglia italica, una, indivisibile; e se l'annessione al Piemonte è un passo, una guarentigia dell'unità, in via assolutamente provvisoria, e salvi sempre i diritti d'una Costituente, viva l'annessione!

In altri termini: per l'Italia una, libera, indipendente, tutti un cuore; per riscattarla a Cecco Beppo e costituirla in feudo ai Savoia, no!

Cacciato lo straniero oltre le Alpi, oltre i tre mari nostri, dirà la Costituente se l'istituto politico in cui s'incarnerà la patria redenta, sarà la monarchia, e dei Savoia; se sarà la repubblica unitaria o federale.

* * *

La Costituente non fu mai; chi osò ricordarne le esplicite riserve e l'impegno formale fu gridato nemico del re, insidiatore della unità, traditore della patria, e trattato di conseguenza; mentre ad assolvere quella riserva e quell'impegno s'inscenava la burla sconcia dei plebisciti.

Nell'urna dei plebisciti l'indignazione, lo spasimo della repubblica francese stuprata ed irrisa, non si era mutato nell'inno delirante di gratitudine e di fede all'uomo del 2 Dicembre? Nel mistero delle italiche urne plebiscitarie diffidenze arcigne e riserve gelose andarono seppellite; non ne uscì che l'augusta investitura del padre della patria e la solenne, definitiva consacrazione della savoiarda conquista della penisola.

La liberazione d'Italia?

Lontana, lontana, dimorò l'aspirazione dei superstiti che per tutti gli ergastoli della patria, su tutti i campi delle sue battaglie, l'avevano con ogni sacrifizio propiziata; e contro l'hic manebimus optimae del re galantuomo che a Roma s'accucciava a piè del papa, oltre le Retiche, oltre le Giulie additò il più vasto confine della stirpe, anelò oltre l'usurpazione regia ed il compromesso papalino, alle forme di cui lampeggiavano per ogni evo la sua tradizione, la sua storia, e di cui si era intessuto il sogno, animata la fede dei suoi annunziatori, dei suoi confessori, dei suoi pensatori, dei suoi araldi più gloriosi e più generosi.

L'irredentismo prorompe, non può essere che repubblicano.

* * *

Prorompe negli sdegni di Giuseppe Garibaldi che il 27 Marzo 1875 – mentre in Venezia il primo re d'Italia s'inchina vassallo all'Imperatore degli impiccati biascicando la previsione del vecchio Manin: che l'Italia ricostituita a nazione una ed indipendente sarebbe stata la prima e più fedele amica dell'Austria – ricorda in un suo fiero bando agli italiani che l'opera della redenzione non è compiuta, che sotto il giogo degli Ausburgo gemono Trento e Trieste sorelle.

È il primo squillo di battaglia e spaura la reggia, angoscia il governo, arrovella gli eroi della sesta giornata, sbucati dalle cantine e dalle sacrestie borboniche al sacco, a la baldoria grassa delle Convenzioni ferroviarie e della Regìa cointeressata.

L'Austria è tabou, sacra, inviolabile come il nome di Dio. Depretis non soffre nè al Parlamento, nè al Senato l'allusione anche più innocua alla «nazione amica». I senatori Vitelleschi e Pantaleoni accusano, nella tornata del 20 Gennaio 1879, come un'umiliazione, come una minaccia al politico avvenire della patria, la manifesta concupiscenza dell'Austria su la Bosnia e l'Erzegovina. Ma Depretis non vede che l'irredentismo, non vede che Garibaldi, non vede che la democrazia repubblicana raccolta in armi su la frontiera orientale, e stride che «il governo reprimerà colla più grande energia ogni moto che turbi i buoni rapporti fra i due governi».

La democrazia raccoglie la sfida ed al Congresso della Lega dei Diritti dell'Uomo in Roma, il 21 aprile dello stesso anno 1879, Garibaldi, Canzio, Alberto Mario, Cavallotti, Carducci, Pantano, Nathan, Aporti – tutti repubblicani... allora, e dei più accesi – si propongono di «armare la nazione perchè sia pronta a strappare all'Austria le provincie irredente» ed il Congresso avanti di sciogliersi acclama al saluto che Matteo Renato Imbriani manda ai fratelli dell'Italia irredenta.

L'Italia regia è in quei giorni al palazzo Caffarelli; Umberto gallonato in una teutonica livrea, mentre Margherita balla cogli ulani, ed Adelaide Ristori dice un augurio orribile del marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga all'unione della nuova Roma col vecchio e glorioso impero.

Pretesto alla manifestazione vassalla il Congresso archeologico.

Ma l'indomani, il 22 Aprile, si fonda in Roma, auspice Garibaldi, la Lega della Democrazia Italiana, ed il generale Avezzana ed Aurelio Saffi hanno mandato di disporre l'opinione popolare a favore delle provincie irredente, e l'appello di Gorizia che alla gioventù italiana raccomanda: «Fatevi forti, esercitatevi alle armi! giacchè una fatalità pesa ancora su l'umana famiglia. Inutile sperare giustizia se non dalla carabina!» è salutato da un'ovazione che dura mezz'ora.

* * *

Fremono a Vienna, tremano a Roma.

A Vienna. uno studio del colonnello Haymerle «Italicae Res» (Cose d'Italia) diffuso a migliaia di copie, conchiude alla necessità della guerra ed all'invasione militare del Veneto. Al Quirinale la paura domina lo sdegno. Villa, ministro degli interni, visita il Generale Garibaldi persuadendolo si e no ad allontanarsi da Roma. L'imbarca difatti il domani per Caprera.

Versando olio su la fiamma viva; perchè due settimane di poi Canzio in un ordine del giorno ai Carabinieri Genovesi, rispondeva egualmente a Vienna ed a Roma: «finchè l'Austria ha in Italia Trento e Trieste, l'Italia non è compiuta: il giuramento che venti anni di battaglie attestano immutabile sia la risposta ai vanti con cui il nemico illude sè stesso; e sia risposta di sangue».

Il Generale Canzio è suggellato nelle Carceri di S. Andrea, ma ai funerali di Avezzana in Roma, il popolo prende la sua rivincila. I carabinieri che vogliono sequestrare la bandiera di Trieste, atterrati, battuti, malconci, sono costretti a ritirarsi, e la manifestazione assume tale calore d'entusiasmo, tanta unanime imponenza, che il governo è sull'orlo dell'abisso. La «Newe Freie Press» ghignava, Cecco Beppo ordinava le grandi manovre austriache nel Trentino, Cairoli chiamava da Londra il generale Menabrea, da Verona il generalo Pianell per avvisare al da farsi.

E la conclusione finale è sempre la stessa, la stessa agli irredentisti di dentro, che Cecco Beppo ed i suoi proconsoli servivano agli irredenti dell'Istria e del Trentino; nerbate, ferri, galera: oltre la bava dei parrucconi e dei venduti.

Il deputato Marselli nella tornata dell'11 Marzo 1880 voleva dal governo «dichiarazioni recise ed atti vigorosi a dissipare ogni dubbio ed ogni incertezza; chè se così non facesse, la politica estera del governo sarebbe troppo severamente giudicata oltr'alpe dalle diverse potenze, perchè Trento e Trieste sarebbero sembrate a tutte un pegno ed una promessa ad altre rivendicazioni, ed avrebbero fatto perdere all'Italia non l'amicizia dell'Austria solamente, ma quella degli altri stati».

Il domani (12 Marzo 1880) Emilio Visconti Venosta, rimproverando il governo che non ha saputo reprimere le dimostrazioni di piazza, gli chiede che cosa pensi delle associazioni per l'Italia irredenta, che hanno statuti e comitati segreti, con aperto proposito di ostilità all'Austria, mentre costituiscono un grave pericolo all'interna sicurezza dello Stato.

E nella stessa seduta il Crispi riconosceva la necessità dell'impero austro-ungarico che ci teneva a giusta distanza da potenze che ci sono amiche, ma debbono esserci nemiche, come altra volta ci furono alleate... E Benedetto Cairoli, ministro degli Esteri, ripeteva che «il governo sarebbe stato inesorabile nel colpire gli atti o la preparazione degli atti lesivi delle relazioni internazionali; che il governo riprovava i criminali tentativi, pur certo che sarebbero stati sempre inani perchè condannati dal pubblico buon senso...».

Notate bene, nessuno voleva la guerra; ma, come osservava Giovanni Bovio coll'acume, la misura e l'eloquenza consuete, «nessuno doveva dimenticare l'integrità del diritto nazionale, anzi affermare questo diritto in attesa che il tempo e le sorti d'Europa ne permettessero la realizzazione».

E il Bovio si doleva appunto che «fra le proteste di riguardo e d'amicizia all'Austria, la Camera non avesse pensato nemmeno a farne la semplice riserva, doverosa; perchè quei popoli sono nostri, ci guardano con grande amore, non debbono credersi negletti, o abbandonati, o rinnegati da noi...».

* * *

Garibaldi, ricevendo a Caprera nel novembre i delegati di Trento, i quali gli ricordavano che nelle sue mani era sempre la bandiera offertagli nel 1860 dalle donne tridentine, ribadiva: «Possono dimenticarvi loro, moderati e preti, non io, non noi; a chiunque batte in petto un cuore italiano la vostra causa è sempre presente».

Al Quirinale d'italiano non v'è nulla, nè il sangue, nè il cuore è tutto austriaco. Così mentre la coscienza popolare riaffermava diuturna l'integrità del diritto nazionale e ne fremeva la rivendicazione, Umberto e Margherita di Savoia, mezzani degni il Robilant ed il Mancini, a sconfessarle, a rinnegarle, ad umiliarne l'abjura contrita e la definitiva rinunzia al cospetto e nelle mani di Francesco Giuseppe d'Ausburgo, organizzavano l'espiatorio pellegrinaggio ad Ischl.

Nell'agosto del 1881 i giornali viennesi annunziavano, con mal celato compiacimento, che i sovrani d'Italia. avevano chiesto di poter rendere personalmente l'omaggio della loro fedeltà ed amicizia al vecchio imperatore, il quale aveva di gran cuore assentito.

Il 26 dello stesso agosto, Umberto e Margherita partirono da Monza, arrivando la sera del 27 successivo a Vienna, accolti fraternamente da Francesco Giuseppe, che al re d'Italia consegnò il brevetto di colonnello degni ulani.

«La visita – scrive un annalista regio – fu variamente commentata dai giornali d'oltralpe, ma vista di buon occhio in Austria perchè portava con sè la rinuncia a qualsiasi pretesa sulle provincie chiamate irredente».

A Roma il questore Serrao strozzava su l'ara di Mentana la voce di Raffaello Giovagnoli e di Ricciotti Garibaldi che, rinnegando i colonnelli austriaci, mandavano il saluto ai fratelli di Trento e di Trieste.

* * *

Il contrasto s'accende più acre, culmina nelle tragedie del 1882.

Il 20 maggio si firma il trattato della Triplice alleanza, e cominciano gli armamenti imposti dalla Germania.

Non per le rivendicazioni del diritto nazionale! «Considerata nelle relazioni fra l'Italia e l'Austria – scrive lo stesso annalista regio – la Triplice alleanza ebbe per fondamento, come era cosa agevolissima il supporre, la rinunzia da parte dell'Italia ad ogni velleità d'irredentismo».

L'irrisione assumeva tutti i caratteri della sfida; e la sfida veniva raccolta.

Il 2 Agosto 1882 nel corteo che salutava a Trieste l'Arciduca Carlo Ludovico, venuto ad inaugurarvi l'esposizione agricola ed industriale, scoppiò una bomba seminando il terrore e la morte.

Il 17 del successivo Settembre dovevano a Trieste venire l'Imperatore, l'Imperatrice, gli Arciduchi.

Il 16, la vigilia, Guglielmo Oberdank partiva insieme col Ragusa36 da Udine, in vettura, per la via di Gradisca. Avanti di giungere alla frontiera vollero scendere avvertendo il cocchiere che, desiderando sgranchirsi, volevano passarla a piedi. Proseguisse: più innanzi sarebbero rimontati.

Il cocchiere insospettito ne avvisò i gendarmi di Viscone, ed a Ronchi, sulla strada di Aquileja, mentre Oberdank e Ragusa stavano mutando i panni nella camera di un albergo modestissimo, sopraggiunsero i gendarmi. Oberdank mise mano subito alla rivoltella e mancatogli il colpo s'avventò sul gendarme, e ne avrebbe avuto ragione probabilmente se non fossero corsi i villani dalla borgata che aiutarono ad ammanettarlo, ed a percuoterlo poi.

Portato a Montefalcone ed a Trieste, Guglielmo Oberdank non nascose il suo proposito: voleva far la pelle all'Imperatore degli impiccati, e si doleva che la fortuna non fosse stata uguale alla fermezza delle intenzioni.

Ragusa potè attingere la frontiera, tornare in Italia, dove fu arrestato a Prato dalla polizia italiana d'accordo colla polizia austriaca,

Oberdank, condannato a morte per alto tradimento – egli era triestino e suddito austriaco – non volle grazia, negò alla madre il diritto di chiederla per lui, e fu impiccato il 20 dicembre del 1882 all'alba.

Oggi ne rialzano gli altari!

Ma all'indomani dell'attentato, ad opera del governo italiano, i complici di Oberdank, Ragusa e Giordani erano deferiti per assassinio alla Corte d'assise di Udine, i tribunali italiani condannavano senza pietà chiunque maledisse All'Austria ed a Francesco Giuseppe, ed al Parlamento italiano nella seduta del 13 Marzo 1883 Pasquale Stanislao Mancini bollava l'irredentismo come «infame tradimento della patria».

Massimiliano Harden, che era a quei tempi il confidente del principe di Bismark, ammoniva l'Italia a «non dimenticare che Trieste è un antico porto dell'Impero Germanico; che dato il caso dovesse la Casa d'Ausburgo per avverse circostanze a cedere quandochessia questo importante baluardo, la Germania si adoprerebbe con tutti i mezzi perchè fosse conservato all'Impero».

E conchiudeva: «Chi osasse toccare questo possedimento importantissimo troverebbe a fianco delle batterie austriache le bocche da fuoco tedesche. In questo campo nessun compromesso è tollerabile. E così dicasi di Trento».

* * *

Poi?

Poi Francesco Giuseppe che nei patti della Triplice volle categorica la rinunzia dell'Italia a Trento ed a Trieste, non restituì mai la visita ai sovrani d'Italia in Roma non volendo ravvisarvi, rifiutando di riconoscervi la capitale del regno, o di sancirvi la detronizzazione temporale del papa.

Poi... l'ideale repubblicano si attenua man mano che la repubblica appare più probabile e rassicurante; poi la democrazia diviene a poco a poco l'unica maschera della nuova e più scaltra borghesia industriale; e la tragedia non ricorre altro. Non è più che la persecuzione tignosa, l'oltraggio banale e quotidiano, la croata bestialità impenitente della polizia imperiale, non è più che il martirio lento e consueto d'ogni mente, d'ogni cuore che in Austria si tradisca italiano.

Infamia! oh, senza riserve; infamia che può aver riscontro soltanto nell'infamia e nella viltà dei re nostri, dei governanti nostri che ai giannizzeri ed al boia imperiale hanno tenuto il sacco fino a ieri, e lo tengono oggi, e lo terranno domani se la tormenta non ne spazzi via le complicità e l'onta.

Ma se per l'irredentismo re e governanti e dirigenti non ebbero mai che maledizioni, dileggi e torture, non è dabbenaggine il credere che dalla grazia siamo stati improvvisamente toccati, e che la guerra abbiamo sferrato per placare l'anelito – sfiorito da un pezzo, ahimè! sotto le brine di più vasta e più dolorosa esperienza – delle integrali rivendicazioni del diritto nazionale?

Ed è calamità irreparabile la dabbenaggine quando consente alle odierne carneficine paradossali.

Cercatelo altrove, oltre la legge e la bandiera, l'orgoglio della stirpe; cercatele altrove, oltre le bastarde rivendicazioni nazionali, le ragioni della guerra: cercatele nella sociale necessità della vostra servitù economica, della vostra dipendenza politica, dal vostro vassallaggio morale, dal vostro mentale squallore, senza dei quali non troverebbero il privilegio ed il monopolio nè il fondamento, nè la ragione, nè la sanzione.

Cercate altrove! Potrete trovare miglior consiglio e miglior via.

(20 gennaio 1917).

Ed ora, tocca a noi

L'ORA NOSTRA

Fino ad oggi, della guerra, del compito e delle responsabilità che ai libertarii assegna, dell'atteggiamento che ad essi consiglia od impone, abbiamo giudicato da un punto di vista, diremo così, accademico, agevolmente sereno e spassionato.

Si è trattato fino a ieri di funzioni e di responsabilità sporadiche, indirette piuttosto che personali; della responsabilità e dell'atteggiamento dei compagni sorpresi nella zona della guerra, prigionieri dei governi delle classi dominanti che la guerra hanno voluto, scatenato, e delle masse fanatiche o pusillanimi che l'hanno consentita; costretti al compito sovrumano di fronteggiare la soverchiante condizione delle cose con forze inadeguate ed ancora più inadeguata preparazione.

Così sopraffatti, da non saper più vedere ed ancora meno osare quello che pure era manifesto e possibile: mentre a noi, fuori del turbine delle passioni, franchi da ogni minaccia, una relativa indipendenza, una certa libertà d'azione era consentita e facile.

Ora che prevedibile, preveduta, la partecipazione degli Stati Uniti alla grande guerra precipita, e se non nella realtà immediata degli scontri sanguinosi si tradurrà colla reazione governativa e coi furori popolari nelle stesse ipoteche, nelle stesse insidie, nella minaccia aperta, nelle stesse atroci sanzioni che nel vecchio continente – uguali e precise andranno di giorno in giorno delineandosi le responsabilità nostre, la necessità dell'azione che senza temerarie pretese ci sarebbe piaciuto che fossero state assunte dai nostri compagni d'oltre mare; e che sono mancate.

Nessuno può, senza viltà, ignorarle o ripudiarle; e nessuno lo pensa qui dove la critica, a volta accesa ed aspra dei pregiudizii e dei metodi avversarii, ama integrarsi di propositi, di considerazioni, d'azione meglio esperta, più razionale e più spregiudicata.

Criticare gli altri, sogghignare degli espedienti o delle remissioni con cui eludono la realtà in luogo di affrontarla, e poi fare noi stessi quanto negli altri abbiamo lamentato e deplorato, indulgere nelle stesse rassegnazioni, imboscarsi negli stessi spedienti, sarebbe tale e così miserabile condanna, tale stigma di gagliofferia e d'impotenza, a cui si ribellerebbero certo sdegnati il pensiero e la coscienza, la dignità e l'orgoglio di tutti i compagni.

Sarebbe la liquidazione.

LA GUERRA

Occorre, ad intenderci bene, chiudere fin da ora la bocca ai pretesti comodi, ai sofismi poltroni, ed alle distinzioni scaltrite.

La guerra degli Stati Uniti contro la Germania non ha cause nè giustificazioni diverse da quella che infuria da trenta mesi sui vecchi continenti.

Finchè i milioni, i miliardi si imbastivano qui senza rischio, alimentando laggiù il massacro colle esportazioni paradossali e fruttifere, l'America, chiuso il tempio di Giano, non ebbe altra religione che della pace: e la pace non ebbe mai sacerdoti più ardenti che J. P. Morgan, John D. Rockefeller, Woodrow Wilson, l'avida canea di pubblicani e di barattieri che alle sue mammelle incessante ha poppato il dividendo assiduo ed il miliardo insperato.

Ma quando il Canadà, l'Inghilterra, la Francia. e la Russia strette dalla necessità hanno incominciato nell'ambito dei proprii confini l'organizzazione del loro fabbisogno guerresco, emancipandosi dalle sistematiche estorsioni di questi vampiri; e contro le esportazioni dello strettamente indispensabile avventò il Kaiser la minaccia estrema delle inesorate piraterie sottomarine, l'inno alla pace è finito nel peana truculento, la colomba dell'arca nell'avvoltoio famelico e la pace di casa d'altri nella guerra di casa propria.

Perchè la guerra soltanto può salvare la Borsa ed i borsaioli dalle subite depressioni rovinose, continuare la cuccagna degli armatori e dei fornitori, accentuare l'alto costo della vita, su cui ingrassa, patriotticamente tanto vasta genia di mezzani e di ladri, disperdere gli oroscopi del millennio, riavvincere al passato, alla chiesa, alla legge, all'ordine, alla superstizione ed alla domesticità il proletariato che, intraveduto altro destino, avesse a cercarne per altre vie la meta radiosa.

Ma appunto perchè la guerra non sa e non può essere se non l'arrembaggio cinico di lor signori da questa come da quell'altra spiaggia dell'Atlantico; appunto perchè i lavoratori di questo paese saranno chiamati a sacrificarsi, a sacrificare sull'ara polluta del dollaro la vita propria, la vita dei figli, la vita altrettanto preziosa dei miserabili che oltre la frontiera e la livrea, affratella la comunanza profonda e rinnovata della storia e delle sorti, dei dolori e delle speranze uguali e solidali, contro la guerra bisogna essere qui come laggiù, costi quel che costi, fugati indugi e compromessi, nella concordia decisiva e spregiudicata di tutte le energie rivoluzionarie.

Contro la guerra!

PER LA RIVOLUZIONE

Non per la pace, tuttavia.

Se nel cristiano ardore per la pace comunicano Wilson e Morgan, Gompers e Billy Sunday37 – che voltano gabbana con eguale disinvoltura, ed acclamano alla guerra non appena le sorgenti della «prosperità nazionale», della loro prosperità, siano turbate dalla crociera dei teutonici sottomarini – è chiaro che non v'è posto per noi nella torbida eucarestia.

E se nelle taglie del Morgan, nei messaggi del Wilson, nelle prostituzioni del Gompers38, nell'evangelico lenocinio di Billy Sunday ha. la pace le sue assise, i suoi presidii l'ordine sociale che se ne bea, è più chiaro ancora: la pace non è che il proposito, la necessità di mantenere inalterato l'ordine sociale per cui, abbrutito dalla chiesa, schiavo del capitale, ludibrio dello Stato, pecora dei mali pastori, il proletariato deve rimanere, inamovibilmente ed in perpetuo, il cireneo di tutte le croci, zimbello dell'ignoranza, della servitù, della fame, dell'abbiezione.

E la nostra propaganda, la nostra azione più ancora si propongono, si ripromettono, se io non erri, proprio il contrario: vogliono trarre dallo schiavo il libero cittadino della nuova era, affrancato nelle braccia e nella fronte, nel pane e nell'amore, custodito all'indipendenza, all'autonomia, da tutte le forze, da tutte le attività, da tutte le energie spontaneamente consociate a spianare della natura avversa ogni barriera, ad attingere nella fratellanza e nella giustizia le forme superiori d'un più nobile divenire.

Non questo?

Ed allora la pace e la guerra non sono che due aspetti, due diversi momenti dello stesso fenomeno, della stessa preoccupazione: il proletariato deve coi proprii sudori edificare ai semidei la ricchezza, l'onnipotenza; deve col proprio sangue, dei suoi olocausti, presidiarle.

E non v'è scampo che nella rivoluzione.

LA REAZIONE

Una sola grave differenza fra i due momenti.

In tempo di pace, di concorrenza normale, l'antagonismo delle classi non giunge allo stato acuto se non eccezionalmente. Sicura delle proprie sorti, felice del godimento incontrastato, pieno dei suoi privilegi, la borghesia indulge di sistematiche previdenze legislative e filantropiche all'armento: gli abbandona le briciole del festino; purchè, rugiada provvida alle sue opulenze, coli il sudore.

L'armento s'adagia; la protesta delle minoranze, l'esercitazione rivoluzionaria si conchiudono e si esauriscono nell'enunciazione teorica dei diritti conculcati, nella critica dottrinale degli istituti e della morale dominante.

In tempo di guerra, quando la concorrenza assume forme così gravi che, se non scuote dalle sue basi giuridiche il privilegio, ne minaccia ne dissecca alle fonti le benedizioni, la borghesia non ha più altra salvezza che della coercizione, che della reazione: il tributo dei sudori non le basta più, vuole quello del sangue, lo esige, lo riscuote, lo profonde senza scrupoli, senza pietà.

Non tutto nè con uguale rassegnazione si adagia l'armento; e l'esercitazione rivoluzionaria respinta dall'accademia sul lastrico, è costretta a cimentare la dottrina colla realtà; nella tutela immediata e nelle pratiche rivendicazioni le sue affermazioni teoriche a vivere insurrezionalmente l'ora dell'apocalisse tragica e mille volte annunziata; a viverla ora o non più, ora che scuote le legioni del nemico l'insidia d'oltre mare, ora che essa ha di noi, delle nostre rinuncie, delle nostre sommissioni bisogno più acuto e più urgente, ora che più acerbo è il contrasto; ora che, tacito od espresso, fioco o temerario, le viene, largo insperatamente, il consenso degli sfruttati.

Pensiero che s'incarna, proposito che si snoda nell'azione!

L'AZIONE

Quale?

Ogni e qualsiasi forma d'azione accentui l'antagonismo degli interessi e delle classi che il nuovo conflitto impegna disegualmente: ogni e qualsiasi forma di azione, individuale o collettiva, diretta a contenere, a rintuzzare la violenza della reazione che qui come altrove scoscenderà cieca e furiosa dalla paura, colla mordacchia, la deportazione, la galera e la forca sugli indocili che alle complicità fratricide non si rassegnino criminosamente; ogni e qualsiasi forma d'azione che al proletariato illumini oltre il cielo torbido delle aberrazioni insane, le vie dell'avvenire, sospingendovelo gagliardamente per la salvezza dell'internazionale della rivoluzione del comune destino.

Avremo campo del resto a precisare fin dove l'esame «pubblico» dell'arduo problema saprà consentire, e il pensiero nostro e quello dei compagni nostri migliori.

Più modesto il compito di queste battute di preludio che vogliono semplicemente accusare una grave condizione di fatto insieme con le responsabilità anche più complesse e più gravi che essa ci assegna, senza che abbiamo a disperare nè di noi stessi, nè della nostra fede, nè del nostro domani.

La reazione non è sempre nè tutta infausta. Se avesse, per esempio, a sfollare un pochino le variopinte fiere sovversive degli arruffoni, dei sensali, dei ciancioni che le infestano, primi sempre e soltanto dove sia da gingillarsi di chiacchiere e di sofismi, scroccando ai gonzi la popolarità ed il baiocchetto – e molti, statevene tranquilli, molti squaglieranno al primo baleno, rinnegati od imboscati – non ce ne dorremmo noi di certo; e se ai compagni bravi, generosi, fervidi, imparasse quello che non possono e non sanno i decaloghi, le regole, i concilii, ma innesta brutalmente, irrevocabilmente l'esperienza, imparasse un po' di disciplina, intendiamo la disciplina, la padronanza e la confidenza di se stessi, l'aurea discrezione che dal trionfo d'ogni miglior proposito è inseparabile; ed è nei singoli eccezione rara, e si cercherebbe indarno nei gruppetti facinorosi o pettegoli od inani in cui ogni fremito iconoclasta va sommerso dalla disperata vanità delle parole, non sarebbe ancora benvenuta la reazione? E se lungo la voragine squarciata dai suoi cicloni, erti avessero a rimanere i tronconi mozzi delle tempre e delle fedi che non piegò non curvò la sua violenza, a questi come alle pietre miliari lungo la via romana non chiederebbero i pellegrini del domani l'animo e gli auspicii alle ascensioni vittoriose?

Contro il basalto delle energie e delle volontà consapevoli, decise, costellate dagli stessi odii, dagli stessi amori, dalle stesse speranze, esercita la reazione le sue livide rabbie indarno.

Non ispaura che farisei ed eunuchi.

Contro la guerra ieri, laggiù, noi siamo oggi contro la guerra, qui, dove lampeggia gravida degli stessi intrighi e delle stesse menzogne, avida dello stesso sangue, dello stesso bottino, delle stesse restaurazioni.

Contro la pace bastarda ieri, laggiù siamo contro la pace oggi, qui, dovunque consacri privilegio e servitù, disuguaglianza ed iniquità.

Per la rivoluzione ieri, con tutti gli aneliti dell'animo siamo oggi qui contro la guerra contro la pace, per la rivoluzione sociale, perchè la rivoluzione soltanto può vittoriosamente operare il miracolo che fallì all'iddio onnipotente su nell'empireo ed ai suoi eletti quaggiù: livellare le frontiere della classe e della patria, e su la terra affrancata riconciliare gli uomini fratelli nell'amore della vita, benedetta dall'amore e dalla libertà.

La reazione può toglierci qualche brandello di carne – lasciarvene qualcuno suo pure – imperversare della sua domenicana bestialità inesausta, questa fede non può soffocare, non mutilarne le speranze, non spegnerne l'ardore, non procrastinarne le vittorie.

(10 febbraio 1917).

MARIUZZA

A la forca!

Triste privilegio quello di essere vissuto assai, e non indarno; di avere su la fronte le rughe, nel cuore le ferite, ne la memoria sanguinanti sempre, il ricordo e lo strazio delle prove superate.

Triste, perchè dove più fervida e più ardente vorrebbe la speranza raccogliersi, levarsi, librarsi alta e scandere su tutti gli sconforti l'inno augurale della vittoria, l'onda dell'esperienza l'avvolge, la travolge acre ed implacata, soffocando gli auspici in un gemito, in una bestemmia.

Ricordo la sera in cui dalle carceri di Barcellona trassero alle segrete di Montjuich Francisco Ferrer, circonfuso ancora dall'unanime voto dei semplici che si ostinavano a sperare nell'intervento del re, del papa, della massoneria, senz'accorgersi che era finita, che il pericolo d'ogni intervento liberatore era fugato, che l'inquisizione brandiva la sua vittima trionfalmente, che l'annunziatore arrancava su per d'erta, le mani strette nei ferri, l'ultima tappa del suo calvario.

Contro la speranza ultima dea avventavano realtà e ragione l'oroscopo dannato, l'estremo, che noi abbiamo raccolto, e nei fossati di Santa Eulalia si compiva tragicamente quindici giorni di poi, smarrita, inconsolabile la folla ingenua, impenitente.

Come noi avevamo preveduto...

* * *

È la volta ora di Tom Mooney39.

Squilla da ogni bivacco il coro delle speranze cieche, irragionevoli: il processo di San Francisco accusa ogni dì più manifesto l'ordito fraudolento. Non è ombra di verità ne l'accusa; non è nelle testimonianze a cui si raccomanda neppure il fremito dello sdegno e dell'orrore che l'attentato del 22 luglio ha, senz'alcun dubbio, suscitato nelle anime devote all'ordine e gelose delle sue fortune; non è che studiato, sapientemente premeditato nella sua struttura generale e nei più minuti particolari un orrendo trabocchetto reazionario, la rivincita del capitalismo arrovellato dalla paura e dalla ferocia, ansante alla vendetta inesorata, esemplare, sui cinque imputati, assurti, al di là delle responsabilità vere o presunte, a simbolo, della minaccia e dell'espiazione.

Ed è verissimo, badate bene; non è che la verità semplice e nuda.

L'impudenza degli accusatori, il cinismo dei testimonii professionali mercenarii, cinti dalla sicurezza di tutta l'impunità, si tradisce talora scandalosamente; e l'udienza del 6 febbraio tra le altre, rimarrà del processo di San Francisco episodio memorabile.

L'avvocato difensore Bourke Cochran raccoglie la dichiarazione del capitano Duncan Matheson della polizia che «nell'interesse della giustizia si è dovuto passare sopra le leggi per acciuffare gli imputati, per erigere contro di essi le testimonianze scellerate dell'Oxman, di Nellie e di Sadie Edeau» e costringere l'istruttoria nell'ordito dell'agente provocatore Swanson che della turpe cospirazione ha assunto l'appalto per conto e per le mancie della «Law and Order», della Merchants and Manufacturers Association: «le leggi della repubblica, le leggi vostre, le mie, sono state alla mercè di un poliziotto miserabile che, se le è messe sotto i piedi – grida l'avv. Cochran sdegnato – ed è un delitto, il solo delitto di cui si dovrebbe qui giudicare. E vi chieggo l'immediata assolutoria di tutti gli accusati».

Dell'impressione che lascia nel pubblico, nei giurati, nella Corte l'energico richiamo dell'avv. Cochran i lettori possono giudicare dall'ordinanza con cui il Presidente delle Assise Franklin A. Griffin conchiude pel proseguimento della causa: «Pare a me, signori, che se ora, impressionato dalle ragioni della difesa io avessi a chiedere un verdetto alla giuria, se avessi a chiederle od a persuaderle un verdetto assolutorio – nel momento in cui si accusano irreconciliabili le testimonianze dello Stato e degli imputati – io indurrei nella giuria indebitamente il criterio che un ragionevole dubbio esiste.

«Le vostre ragioni, signor Cochran, mi hanno profondamente impressionato; e sono certo che saranno argomento di seria considerazione ai giurati. Ma mi trattiene il pensiero di creare un antecedente pericoloso e non accolgo la vostra domanda, assicurandovi però che le vostre ragioni saranno nel riassunto presentate alla giuria con tutti i riguardi che esse meritano e la legge consente».

La montatura è dunque così spudorata che lo stesso Presidente della Corte se ne impressiona profondamente, e vorrebbe smontarla chiedendo un verdetto assolutorio, immediato, se per l'ora e per le forme non dovesse uscire dalla rigida neutralità che è del suo ufficio creando un precedente pericoloso.

* * *

Siamo d'accordo, ed il torto non è certo nel mettere in luce, nel ribadire ancora una volta che mille Corti – malgrado le ribellioni di qualche eccezionale coscienza, di qualche insolita fierezza – il duello delle classi, la guerra a coltello fra chi ha tutto non avendo prodotto nulla, e chi non ha nulla dopo di aver tutto creato, assume le forme più acute; che l'innocenza o la colpevolezza sono criterii estranei, trascurabili e trascurati di ogni giudizio; che accusatori ed accusati non sono più che gli esponenti della conservazione o della rivoluzione, i termini dell'eterno antagonismo che ripudia ogni remissione, non dà e non vuole nè tregua nè quartiere.

Perchè l'ordine viva, i suoi nemici debbono andare irremissibilmente dispersi; perchè il capitalismo irradii vittorioso, gli insorti, i refrattarii debbono rantolare in galera o sulla forca.

Questa la necessità: ad attingerla non è preferenza di mezzi: tutti sono buoni quando raggiungono la meta.

* * *

Il torto, da parte nostra, è nel perdere la nozione di questa necessità; di volere, condizione ed anima delle nostre agitazioni e del loro fervore, il presupposto dell'innocenza misurata su l'auna del codice penale; il torto più grave è nel credere, nel concedere che tra i criterii di conservazione di classe il sentimento possa prevalere su l'interesse; che l'innocenza possa trovare nei magistrati, di professione o di vocazione le rivendicazioni e la tutela; che a placare l'irreconciliabile dissidio, a disarmarne i millenarii furori bastino le ciancie comizievoli, le suppliche accattone, le proteste anodine, le parate magnificamente eunuche in cui si esaurisce il nostro pigro fervore solidale.

Il torto è nell'illudersi che la «Law and Order», la «Merchants and Manufacturers Association», le «Citizens Alliances» che pullulano subitanee, forsennate ovunque si accenda un conflitto fra capitale e lavoro, fra sillabo e libero esame, profondano in pura perdita il molto danaro che alimenta le loro crociate; che comprino testimonii e birri, giurati e pennivendoli per vedersi all'ultimo defraudati o burlati da qualche ironia del sentimento, da qualche indiscrezione della verità, da qualche aberrazione della giustizia.

Ed il torto in questo caso non si sconta nella Valle di Giosaphat il giorno del giudizio universale: si sconta qui, subito.

E noi che abbiamo in bell'ordine allineati fatti, testimonianze ragioni ad avvalorare le illusioni testarde ed il nostro imbecille ottimismo, ci troviamo dinnanzi allo stringer dei conti Warren Billings con novantanove anni di galera sul groppone, e Tom Mooney col laccio al collo, nelle mani del boia.

* * *

Perchè si sono tristemente avverate le nostre previsioni d'or sono giusto quindici giorni: la giuria dinnanzi alla quale testimonii imparziali, numerosi, autorevoli, tutti i testimonii che non sono birri, hanno demolito l'intero edificio dell'accusa; dinnanzi alla quale Bourke Cochran, con coraggio uguale alla facondia irresistibile, della trama orrenda ha squarciato ogni maglia; dinnanzi alla quale lo stesso Presidente delle Assise Franklin A. Griffin ha dovuto ricordare che intorno alla colpabilità dell'imputato il dubbio permaneva legittimo, ragionevole; la giuria perfidamente selezionata e generosamente lubrificata, è tornata nell'aula dopo sei ore di deliberazioni con un verdetto unanime di colpabilità senza attenuanti.

La sentenza, al momento in cui scriviamo, non è ancora venuta, verrà stanotte, verrà domani; ma la normale applicazione della legge al verdetto non consente che una soluzione: la forca!

La forca, com'era da noi preveduta, com'era del resto prevedibile; la forca, com'è nelle gloriose tradizioni della repubblica da Charlestown a Chicago40, la forca quale s'accampa in ogni pagina delle sue cronache dell'oggi e del domani, se in luogo di affrontare la realtà nei suoi orrori e nei suoi rischi continueremo a baloccarci di ciarle pompose, di cavilli poltroni, di miserabili esclusivismi.

La realtà – se la leghino all'orecchio i tartufi da quell'altro lato della barricata, che nelle agitazioni indocili piovono all'ora buona, suadendoci la fede nella giustizia dei pubblici poteri; ed i tartufi da quest'altro lato che conchiuse nella breve chiesa accidiosa folgori e salvezza hanno l'anatema frettoloso per gli iconoclasti e per gli eresiarchi – la realtà è balenata sinistramente nelle conclusioni del Pubblico Ministero: «Scrivete nella vostra sentenza la condanna a morte dell'anarchia!».

L'anarchia! l'imputato che non può sperare, che non deve attendersi dai lupanari dell'ordine nè giustizia, nè remissione. La realtà che ci serra al bivio implacata:

O frugare dell'imputato ogni pensiero ed ogni gesto; e, dove non appaia come i santi candido e puro, respingerlo nelle mani dei suoi carnefici, eroicamente;

O chiedersi invece che se nell'ostaggio ferve lo stesso nostro anelito generoso, se sia caduto agitando il nostro stesso diritto accostandolo alla sua realizzazione; ed allora fare come lui, riafferrare, ove dalle braccia spezzate gli sia caduto, il vessillo delle comuni rivendicazioni, e, ricalcandone le orme portarlo di tappa in tappa più avanti, avanti sempre! fino alla liberazione suprema che sarà gioia e gloria del destino comune.

Di là, o di qua: via di mezzo non c'è.

(17 febbraio 1917).

Sicuro, ora tocca a noi, ma...

INTERMEZZO

«Mariuzza» ha lucidamente riassunto nell'ultimo numero della «Cronaca» la situazione che la guerra, inevitabile ed imminente, delinea alle masse immigrate nella grande repubblica da cento patrie diverse, e particolarmente a noi che non possiamo con nessuna guerra riconciliarci se non sia la guerra di classe; e ci sentiamo alle reni quell'altra.

Benone!

Ed ha conchiuso, «Mariuzza», alla necessità dell'azione, dell'azione rivoluzionaria – quali abbiano ad esserne gli aspetti, l'intensità, l'estensione o la portata (chè i modi ed i limiti non si prescrivono, ma debbono essere lasciati alle particolari attitudini di ciascuno, ed alle condizioni di tempo e di luogo in cui dovranno esplicarsi – egualmente necessaria a risvegliare nei compagni il senso della realtà c della responsabilità, ed il coraggio di affrontarle piene ed intiere; come a salvare il poco che dell'Internazionale sopravvive, ed i pegni sacri, e molti dell'avvenire che nel suo grembo s'affidano.

Benone!

* * *

La settimana, le due settimane che dal primo baleno sono trascorse illustrano di quel richiamo l'opportunità e l'urgenza. Il proletariato in genere non mostra di sentire la gravità eccezionale dell'ora che incombe, non mostra neppure d'intenderla e ancora meno di curarsene. Dove s'arresti a considerarla gli è soltanto per pigliare un dirizzone: qualche giornale ha dato in questi giorni il quadro statistico dei forestieri che, dal 1° Febbraio in qua, hanno chiesto la prima carta di naturalizzazione, e gli italiani sono del numero preponderante. I giovani che sono scappati d'Italia per non fare il soldato, corrono a pigliarsi di furia la prima carta di cittadini per riscuotere l'onore ed il privilegio di essere coscritti pei primi nelle legioni della Repubblica Americana in guerra. domani o dopo, su l'Atlantico, al Messico, sul Pacifico o nelle Filippine, contro il Kaiser o il Mikado, contro Villa o contro Carranza.

Come se al buon momento non sapessero i consigli di leva che tra qualche settimana o qualche mese butteranno la rete, andarli a scovare dove si rintanano, per spicciar ad essi il dilemma che posero già agli immigrati i governi della repubblica francese o della monarchia britannica: o fate il soldato con noi, sotto le nostre bandiere, e la guerra per la vittoria della libertà e della civiltà che vi ha protetti fin qui; o fate armi e bagaglio pel vostro paese – a meno che non preferiate la relegazione in qualche campo trincerato, fra gli scherni ed il digiuno.

Hanno furia di saltare dalla padella nelle bragie, e barattano la patria da cui sono scappati, per la patria nuova che ne fa carne da cannone pei macelli dell'ora prossima.

* * *

Tra questa gente c'è da far del lavoro, enorme, improrogabile, e forse una particolare attivissima azione in questo momento, può dare ottimi risultati; ma ditemi schietto, voialtri, per agire: contate su gente siffatta?

Non mi dite che ci sono i partiti affini, le grandi organizzazioni operaie gialle, rosse, ermafrodite, che, pur essendo cordialmente e tutte contro la rivoluzione, preferiscono tutte ed egualmente la ciambella della pace ai rischi della guerra, e verrebbero quindi a trovarsi accanto a noi, con noi automaticamente, il giorno che contro la guerra oseremo il gesto decisivo.

Pigliereste una cantonata anche più madornale.

Gli affini... sono gli affini della borghesia, ne avete colto le mille prove ad ogni incontro, e la guerra ve ne ha dato sul muso l'ultima, incontrovertibile. Di là dal fosso; e di qui sono anche peggio.

Le grandi organizzazioni, le gialle, le neutre, le rosse, e me ne avete offerto voi altri la dimostrazione quotidiana, non vi possono offrire che quanto reca a ciascuna lo stato d'evoluzione dei suoi costituenti; e che roba sia lo sapete pure, lo sappiamo noi che con questa gente dobbiamo spartire tutti i giorni il pane, condito di fiele e di mortificazioni. E se vi infiammasse tuttavia qualche speranza ostinata, incollatele su questo cerotto che spacciava ancora ieri sul mercato un cavadenti delle organizzazioni più rivoluzionarie: «Noi lascieremo alla classe organizzata di scegliersi, nel campo politico colla stessa, libertà che nel campo religioso la propria direttiva; potrà star in casa come andare alla guerra, alla chiesa come alla pesca, alla taverna come alla fontana».

Credete vi sia cataplasma. più efficace contro le infiammazioni... rivoluzionarie?

* * *

Dove vado a cascare?

Che non abbiamo ragione d'agire? Che l'azione essendo corrispettivo obbligato della reazione, di fronte alla necessità di agire, a noi non rimane altro scampo che il nunc dimitte! dell'impotenza incurabile, disperata?

Manco per ombra!

Io arrivo semplicemente a questa conclusione: che accusandosi la necessità di agire, dobbiamo far conto sulle nostre forze, esclusivamente.

Anche gli altri vogliono muoversi? eh, si muovano! Muovendosi nella stessa direttiva dovranno trovarsi fatalmente accanto a noi? E tanto meglio, ed affari loro; mai noi, su noialtri soli dobbiamo contare.

Non brontolate, che siamo come quelli del Ponte a Rifredi: pochi e mal d'accordo, perchè la verità è agli antipodi, ed io... io ho paura che siamo troppi.

Troppi almeno per agire.

Ditelo schietto: non pare anche a voi? Avete mai trovato un confine tra quelli che sono anarchici e quelli che di esserlo non si sono mai sognati? Una volta c'era, veramente. Ma poi è venuto il simpatizzante a colmar quella lacuna, e siamo tutti compagni. Non scantonate la strada senza imbatterne uno; andate ad una conferenza, vi tuffate in un comizio, andate alla deriva di una manifestazione ed i compagni vi stringono, vi pigiano, vi sommergono, unanimi nell'entusiasmo, nel consenso, negli applausi e nelle maledizioni: tutti compagni!

Non è un male, tutt'altro. Sotto l'entusiasmo che dilegua fermenta intorno ad una verità confusa, embrionale, la riflessione; il primo germe di un'ignorata energia si risveglia che la rugiada e la vanga de l'esperienza quotidiana avviano alla fioritura, e la discussione, lo studio gonfiano, e indora il cimento della vita nei chicchi densi della spiga matura, vittoriosa, accostando ancora una coscienza, una volontà, una forza al fascio gagliardo.

Così il manipolo si è fatto legione.

Ma in mezzo a noi e un viziaccio, che in questi paesi almeno, ve lo dico con tanto di core sulla mano, a me in principio ha fatto paura.

Sarà un po' che io vengo da una regione d'Italia in cui la gente parla poco dei fatti suoi, e dei fatti altrui non vuole intendere, per cui quando una confidenza si lascia cadere laggiù, laggiù rimane fra i cinque, i dieci, i cento se occorre, superflua ogni raccomandazione che oltre non debba straripare.

Ciascuno tiene per sè; e la ragione si deve ricercare forse nel fatto che quella mia povera gente è ruzzolata lungo il declivio della storia da una tirannide all'altra, senza una requie mai di libertà, costretta a chiudersi, a tacere, a difendere la propria sicurezza e quella delle sue donne coll'armi estreme della disperazione; a consolarsi, in difetto dell'impossibile giustizia col nettare dionisiaco della vendetta.

Laggiù è troppo: è di sguardi fuggevoli e di impercettibili segni il linguaggio della confidenza; la parola, causa di tanti guai, si è fatta densa, ma pigra ed avara; la mutua espansione che dell'animo turgido è tanto sollievo, tanta gioia, intristisce fra la diffidenza e lo scherno. È quasi un supplizio.

Ma qui il rovescio della medaglia è anche più disastroso. Qui, in mezzo a noi, nessuno tiene niente nel gozzo: è una vergogna.

Fatta qualche eccezione rarissima, quello che sono i compagni ve lo posso dire io. I più serii, quando abbiano sorpreso per accidente un proposito... come si dice?... maleducato, od a realizzarlo abbiano portato, non so, un chiodo od un fiammifero; o di lontano e di sbieco ne abbiano colto un'eco od un bagliore, corrono a trovarvi hanno il bisogno di persuadervi che sanno qualche cosa, che sono «qualcuno» e vi ammiccano, vi piantano le unghie nel bicipite – a saldare il giuramento che non direte fiato ad anima viva – e vi bisbigliano all'orecchio la storia tenebrosa della gesta; poi vi ricacciano un'altra volta le unghie nel bicipite, vi strizzano l'occhio con un sorriso d'intelligenza, e se ne vanno, impettiti come un tacchino che fa la ruota, a sbracarsi prima coi compagni, poi coi simpatizzanti, poi da ultimo con gli amici, finchè il segreto è quello di Pulcinella, e non lo sanno che due: il popolo ed il comune.

E vi faccio grazia degli altri, di quelli che scrivono epistole interminabili, innumerevoli ai compagni remoti; di quelli che a sera, accanto al fuoco, ne ragionano con la moglie, col suocero, scatenando orrori, reprobazioni, cicalecci pettegoli che penetrano dal vicino, che scendono sul marciapiedi, dilagano nel quartiere così scandalosamente che se la polizia non ci mette la mano nel colletto a tutti quanti è soltanto perchè è un po' più stupida di noi. Prima almeno; dopo, oh, dopo, il processo Mooney è lì per testimoniare che, dopo, la sa più lunga assai.

Non sottolineo perchè non si può, perchè ho vergogna, perchè so che porterei fiaschi a Montelupo; ma sono sicuro che converrete meco senza sforzo che in simili condizioni si lavora male, e che a tendere su coefficienti così dubbii e così fragili il filo della speranza c'è da vederlo spezzato al primo urto.

* * *

Conchiudo, che mi par tempo.

Agire è condizione quotidiana di vita, di progresso, d'elementare difesa; sarà la necessità ineluttabile del domani minacciato; ed il contare su gli altri tornando ingenuo e pericoloso non dobbiamo fare affidamento che su le forze nostre.

Ma, se all'azione dobbiamo imprimere coraggio, vigore ed intensità; se in luogo del sussulto accidentale, eccezionale, insolito, il più delle volte incompreso, dobbiamo darle – condizione assoluta dell'efficacia, e del successo che ne compensi gli sforzi – la continuità, il ritmo, la irresistibile armonia delle audacie varie, ma convergenti con la stessa pertinacia al fine unico e preciso, bisogna divorziare senza riguardo e senza indugio dai pettegoli e dai ciarloni.

Noi pretendiamo che la massa dei compagni ritrovi sotto l'infuriare dell'uragano il senso e la coscienza della propria funzione, delle proprie responsabilità, e va bene; ma prima delle responsabilità collettive si affacciano le individuali, e non mostra di averne il senso e la coscienza il rivoluzionario che per vanità imbecille e con leggerezza criminosa si abbandona ad indiscrezioni superflue, pericolose tanto a chi le fa come a chi le riceve, ed imperdonabili dove colla sicurezza propria travolgano l'altrui, compromettendo, a tutto ed esclusivo benefizio della reazione, la possibilità, la serietà, la continuità dell'azione.

Cantano i frati, cantano a mattutino, a vespro ed a compieta: chi ha senso, volontà e fegato, lavora.

E con gli uomini si sta meglio che non coi frati.

(17 Febbraio 1917).

U' VIDDANU

Quante bagascie a le calcagna di Marte!

La borghesia è sull'orlo del precipizio. La guerra colle sue vicende tragiche, colle sue convulsioni incoerenti, coi suoi cimenti assidui, contradditorii, mortali, glie ne ha d'un tratto discoverta la voragine beante, richiamandola dalle frivolezze epicuree e dagli sdegni olimpici alla realtà minacciosa ed insidiosa: La guerra non si fa senza baiocchi e senza soldati; e non è che una fonte a cui l'oro si attinga, non è che un vivaio a cui si coscrivano i guerrieri: il proletariato, inesauribile di sudori e di sangue; e finchè la guerra dura, bisogna mettere da banda corrucci e boria, bisogna accarezzarne i pastori avidi e le superstizioni annose, mungendolo, tosandolo intanto senza tregua nè remissione.

Ravvedimento che è maturato su le prime esperienze della guerra nei paesi che ne portarono e ne portano il peso più grave, così come ne sostennero l'urto più violento: in Germania ed in Inghilterra.

Dall'Agosto 1914 al Marzo 1915 nei feudi di Guglielmone – dove le dittature assumono agevolmente rigori iperbolici, e dove per altra parte nei sindacati operai e nelle organizzazioni socialiste la guerra ha riscosso immediato, vasto il consenso, impetuosa la cooperazione – i conflitti fra capitale e lavoro sommarono tuttavia a cinquantadue, impegnando cinquemila operai all'incirca con una perdita di quindicimila giornate di lavoro.

In Inghilterra assunsero, nel periodo corrispondente, assai più minacciose proporzioni: gli scioperi furono 535, impegnarono 406 mila 964 operai, con una perdita di 2.613.000 giornate di lavoro. Una settimana di sciopero nelle miniere gallesi è costata sette milioni e mezzo di dollari!

Cifre gravi in ogni tempo, indice di condizioni anche più inquietanti durante la guerra che la subitanea interruzione, il profondo turbamento di un ramo qualsiasi della produzione possono mutare in disastri irreparabili.

* * *

La borghesia di quell'insegnamento ha fatto tesoro; si è persuasa che il regime del terrore, della guerra in casa, quando tanta ne imperversa fuori, non è nè saggio nè sicuro; che le transazioni non sono nè indecorose, nè ripugnanti quando fanno da palo nella vigna dei profitti; che l'unico mezzo di vincolare il proletariato alle proprie sorti oggi che le masse sono dovunque organizzate e disciplinate – è ancora quello di stipulare coi sacerdoti delle grandi organizzazioni la tregua di dio, accaparrandosene coll'intrigo, coi compromessi, la fedeltà, solleticandone con acuto senso pratico l'arrivismo e la boria, issandoli al posto delle responsabilità maggiori e più pericolose.

In Francia sono «commissarii del governo» gli epigoni del sindacalismo più acceso, tutti i ciambelloni della Confederazione Generale del Lavoro; in Inghilterra depositario delle responsabilità ministeriali più arrischiate è il rappresentante parlamentare dell'operaismo; in Germania, il segretario della Federazione dei Sindacati: e di scioperi, nell'ora più tormentosa della vita e delle vicende della borghesia, nell'ora particolarmente propizia alle rivendicazioni proletarie più audaci ed alla più promettente delle vittorie non se ne sono viti più che in via d'eccezione, e nelle industrie estranee ad ogni giurisdizione sindacale.

La borghesia ha fatto tesoro dell'esperienza, da cui il proletariato non ha saputo cogliere l'insegnamento.

* * *

Che cosa ha detto il grande sciopero dei minatori del Galles, proclamato e composto con sollecitudine inusitata nel rapido giro di una settimana, col pieno assentimento delle Compagnie a tutte le rivendicazioni affacciate?

O, per togliere un esempio meglio notorio, più vicino a noi nello spazio e nel tempo, come si spiega che l'Adamson Bill41, maledetto dal coro infuriato dei grandi quotidiani come estorsione invereconda, irriso come il più incostituzionale degli arbitrii, destinato alle esecuzioni sommarie ed alle esequie definitive nelle catacombe della Suprema Corte Federale, il Dicembre scorso, quando la guerra era ipotesi lontana, riscuote nel Marzo – quando la guerra è su le soglie – il consenso delle Compagnie che il 27 Dicembre inalberavano sfacciatamente il proposito di ignorarlo: il plauso della grande stampa che lo celebra come un monumento di sapienza giuridica e di giustizia sociale; la consacrazione ultima della suprema magistratura dello Stato?

Potrebbe qualcuno obbiettare che, come ogni immediata conquista, non risolvendosi l'Adamson Bill che in un momentaneo e superficiale spostamento di interessi, non poteva suscitare se non un'opposizione di parata da parte delle Compagnie, le quali se ne rivalgono oggi reclamando dal 15 al 18 per cento d'aumento su le tariffe dei trasporti.

Ma non sarebbe rispondere: i termini in cui si inquadrava il contrasto rimangono inalterati: allora nè le Compagnie erano disposte a concedere, nè la Corte a sancire; la minaccia dello sciopero era allora come oggidì; oggi questa e quelle si arrendono.

Un solo termine è mutato: l'ambiente politico ostinato nella pace allora, delirante oggi per la guerra: ed alla prima deduzione di fatto, mi pare che potrebbe sottoscrivere anche il Signor De la Palisse. Sulla classe dominate stretta da eccezionali, improrogabili esigenze, la pressione delle classi asservite si esercita con meno sforzo e con eccezionale fortuna.

Banale vero? anche un bambino vi arriva, anche il più ottuso dei servi!

Eppure non v'è modo nè speranza di vedervi giungere gli antesignani del movimento operaio indigeno. Non Samuele Gompers il quale è pur costretto a riconoscere che le classi dominanti, che lo Stato, non contenti di negare al lavoro ed ai suoi diritti ogni tutela, «lo hanno spogliato sempre d'ogni mezzo di difesa, dei vantaggi, delle conquiste, delle guarantigie che gli sono costati secoli e secoli di guerra»; non i socialisti che pur conchiudono, teoricamente, alla negazione della proprietà e dello Stato: non i sindacalisti che l'antagonismo millennario delle classi si propongono, teoricamente, di placare sull'espropriazione della borghesia, nella simultanea abolizione del padronato e del salariato.

C'è, sì, Eugenio Debs il quale grida che all'andare in guerra e spianare le armi contro i diseredati d'oltre mare e d'oltre frontiera preferisce di passare pel pelottone d'esecuzione; ma Eugenio Debs è vecchio, è un fucile a pietra, un ingenuo che si compatisce, e le sue maledizioni sincere alla guerra, i suoi aforismi che «in ogni e qualsiasi guerra il proletariato ha tutto da perdere e nulla da guadagnare, mentre il capitalismo ha tutto da guadagnare e nulla da perdere»42 s'abbattono, vox clamantis in deserto, al cinico positivismo ed all'arrivismo mal contenuto dei giovani, che vedono in ogni grande arrembaggio il sacco, ed al traguardo la sinecura e la prebenda, i Meyer London, gli Upton Sinclair, Charles Edward Russell, William H. Stoddard, J. G. Phelps Stickey, gli uomini più autorevoli del partito socialista indigeno, che della loro adesione hanno avvallato la politica dei filibustieri di Wall Street, e si schierano per la politica e per la guerra, a fianco del presidente Wilson43.

Così vi sono nella sparuta falange sindacalista – oltre i farisei del sinedrio che sono tutti per la guerra collo stesso accanimento con cui contro la guerra scrivono, legando l'asino dove vuole il padrone per non vedergli mancare la quotidiana razione di biada – vi sono i semplici, gli umili, tutta fede e sincerità, che della guerra, dopo le ultime prove e gli ultimi disinganni amari sopratutto, hanno l'orrore sacrosanto; ma dai concilii arruffoni e poltroni il bromuro è somministrato a dosi violente44: per carità non v'arroventate, non perdete il lume della ragione! La guerra sarà, non abbiamo noi i mezzi di prevenirla, statevene alla cuccia, lasciatela passare custodendo l'organizzazione in modo che, passato l'uragano, possiamo farci belli del sole di Luglio cogliendo la spiga che dall'una parte e dall'altra, i fanatici che vogliono la guerra ed i fanatici che la contrastano, scontando della libertà e della vita il diverso delirio, avranno del loro sangue nutrito.

Se l'uragano sarà di sangue, sarà di lacrime, se ne allagherà la terra; se vi devasterà, se vi sradicherà ogni speranza, ed ogni fede, se dell'immensa rovina avrà intorno al privilegio rinnovato i baluardi, non vi turbate! statevene alla cuccia, vigilate la santa bottega!

Disse qualcuno che nella leggenda del Nazareno la figura più losca non è quella di Giuda del Cheriot, che l'adombra della suprema viltà Ponzio Pilato.

Non so, ma il proconsole di Tiberio in Giudea può tornare; troverà fra i sindacalisti nostrani, in luogo degli sdegni e del bando di Caligola, l'investitura di organizzatore nazionale dell'Industrial Workers of the World.

* * *

In parola, meglio Giuda!

È turpe, osceno, spregevole, ripugnante come tutti i ruffiani, che prima dell'armento vendono sè stessi; ma ha una faccia sola, e ve la mostra impudico, brandendo nella mano grifagna i trenta scicli del mercimonio che senza vergogna ha pattuito al sole.

Pudore, libertà, insurrezione, emancipazione del proletariato?

Ubbìe, roba che non si mangia, non ha corso sul mercato, non si sconta in borsa; si sconta soltanto coi digiuni, in galera.

Samuele Gompers vuole palanche; sui campi insanguinati della guerra continentale ha raccolto il grimaldello di una esperienza che mette a profitto:

«Una volta, passi! il proletariato non aveva voce nel capitolo che delle paci e delle guerre decide; al primo grido: la patria è in pericolo! era autocraticamente sacrificato.

«La guerra europea ha ora messo in luce che i governi debbano far conto su la massa dei lavoratori; e se i lavoratori debbono dar la pelle alle classi dominanti, debbono sapere anche ed hanno il diritto di dire a quali condizioni sono disposti ad offrirla.

«Ebbene io, noi, l'American Federation of Labor in rappresentanza dei suoi tre milioni di organizzati, affermiamo che le condizioni ed i salarii del lavoro, così negli stabilimenti governativi come dovunque debbono essere conformi al principio del benessere e della giustizia.

«La giustizia industriale è diritto di quanti vivono in questo paese, diritto che porta seco inseparabilmente il dovere di assumere in tempo di guerra la difesa della repubblica contro i suoi nemici.

«Dateci migliori salvaguardie e guarantigie, e noi vi daremo la pelle.

«Anzi, poichè non si può disconoscere che certe industrie della guerra richiedono specialissime attitudini, fate una cosa: teneteci a quei posti, ed alla guerra» – Gompers non ha più neanche l'obbligo di dirlo – «alla guerra mandateci gli altri. Ce n'è tanti!

«A questo patto noi offriamo alla patria, in ogni campo d'attività, in servizio, in difesa, a presidio della repubblica contro i suoi nemici; quali che siano, i nostri servigi, ed invochiamo dai nostri fratelli e compatriotti che nel nome del lavoro, della libertà, dell'umanità diano devotamente, patriotticamente eguale servizio!»45.

Offerta così, contro il nominale diritto ad una maggiore giustizia, ipotetica e lontana, la pellaccia effettiva di tre milioni di schiavi – l'organizzazione ha così esclusivo il monopolio di queste prostituzioni in massa che non pare nata ad altro – Samuele Gompers, nel nome dell'American Federation of Labor, è entrato a far parte del Supremo Consiglio della Difesa Nazionale, ed il ministro Wilson46 ha potuto comunicare ieri ai giornali che «edotto dalle recenti esperienze dell'Inghilterra, il governo degli Stati Uniti ha provveduto che se dovrà la nazione prendere attiva parte nel conflitto europeo nè sarà turbata dalle insurrezioni del lavoro, nè mancherà mai  della mano d'opera tecnica, indispensabile alle esigenze della situazione».47

Tutti per la guerra dunque, anche qui!

Tutti! dai socialisti che – salve le eccezioni rare e venerande – relegato sul solaio Marx e la lotta di classe, vi si avventano nella speranza di saccheggiarvi l'agognata compartecipazione ai pubblici poteri colla borghesia, rassicurata dal loro lealismo; dai sindacalisti che – salve sempre le ingenue e preziose eccezioni – le spianano la via di connivenze sciagurate, nella squallida speranza di salvare il grottesco feticcio dell'ipotetica organizzazione; dall'American Federation of Labor che contro la guerra potrebbe vittoriosamente levare tre milioni di servi alla riscossa, e li precipita nella voragine ostia ed arra delle fortune di lor signori; giù, giù fino al Cardinale O' Connel che ripudiati i comandamenti di Dio e della chiesa, ripudiato l'evangelico: tu non ucciderai! vuole di ogni tempio della fede baluardi e torri alla sicurezza, alla gloria, alla vittoria della repubblica48; giù, giù fino a Bourke Cochran che assicura il presidente Wilson, le bande trustaiole di Wall Street e del Congresso – di cui pur conosce gesta e rapine che possono contare su l'appoggio e la cooperazione di tutti i cattolici49.

Tutti!

Quante, quante bagascie su le calcagna di Marte, nell'attesa d'una carezza, d'uno sguardo, d'un sorriso, d'una palanca, d'una cicca! Quante bagascie!

* * *

E contro la guerra nessuno?

Contro la guerra – e noi ci auguriamo, e speriamo, senza defezioni, neppure singolari, neppure eccezionali – gli anarchici! Fragile, schermo contro la marea lutulenta, urlante tutte le viltà e tutte le libidini! fragile schermo a contenerla se dovessero contare su le loro sole energie pur conserte nell'estrema ragione che l'esperienza della lotta dà agli audaci, soli nel turbine, con la loro fede, il loro coraggio e la loro forza; se non soccorresse luminosa ad essi la speranza che a dispetto dei mercimonii inverecondi e dei fraudolenti raggiri dei mali pastori, e della ragna tenace, fitta di menzogne e di miraggi di cui hanno traviato sapientemente il suo giudizio, onesto, il suo semplice fervore – il proletariato ritroverà nelle esperienze antiche e recenti di cui sanguina la sua croce l'improvvisa, miracolosa rivelazione della propria forza l'attesa vigilia a cingerne il proprio diritto all'irrecusabile vittoria.

Vapora dal sangue delle grandi tragedie della storia l'anelito della palingenesi, dalle ceneri dei roghi, nella notte chiusa alla fiamma di ogni speranza il miracolo della risurrezione; e sarebbe allora il vespro inesorato: negrieri e mezzani, traditori e rinnegati non troverebbero rifugio nè scampo dinnanzi al ciclone infuriato delle collere plebee; ma se dalla bara dell'abbiezione irrevocabile non avesse Lazzaro a sorgere, cingeranno dell'estrema prova il cilicio, gli anarchici, sereni, sicuri che è sacro alle aurore del trionfo l'ideale di verità e di libertà che si aureola del sacrifizio.

E saranno al loro posto!

(31 marzo 1917).

Per S. M. il dollaro, a la riscossa!

Tanto tuonò che piovve! la guerra, che nessuno credeva possibile un mese addietro, ci è oggi sulle spalle. Vi credeva meno che tutti il proletariato; e fino ad un certo punto si spiega: al proletariato il torbido recondito meccanismo degli interessi essenziali e fondamentali dell'ordine dimora impenetrato; ne dimorano sacri ed insospettati i simboli.

Così quando sui cartelloni degli ultimi comizii elettorali, cinto dell'aureola come i santi, come Sant'Ignazio o come San Luigi, Woodrow Wilson appariva ai lavoratori d'America il salvatore che «lontani, estranei alla guerra aveva tenuto noi ed i nostri» il proletariato, benediva, versando nell'urna il suffragio della propria riconoscenza ingenua: Wilson aveva detto che della guerra non voleva, che, voleva ad ogni costo la pace, che «troppo fiero per battersi» avrebbe saputo resistere alle lusinghe ed alle minaccie dell'una e dell'altra parte belligerante. Perchè avrebbe dubitato della parola di lui il proletariato? Come il papa, come i re, come gli imperatori, il presidente non deve mancare, non manca mai alla fede; e quando Wilson dice che vuole la pace, pace e non guerra ha da essere. Dove andrebbe altrimenti la religione dei simboli e dei numi?

Perchè poi avrebbe dovuto la guerra scoscendere? si domandavano i lavoratori che in tutte le grandi vicende e tragedie della storia – oscure ed ignorate le incoercibili forze dell'interesse – vogliono la ragione del sentimento e non cercano che quella: la grandezza della patria esuberante a Massaua e ad Abba Carima; a Tripoli ed a Cirene la riconquista delle romane provincie smarrite; nel conflitto europeo il duello della civiltà e della barbarie, e nella partecipazione dell'Italia alla grande guerra la redenzione di Trento e di Trieste?

Perchè avrebbe dovuto andare in guerra l'America? perchè sarebbe uscita dalla provvida neutralità in cui la custodiva il presidente Wilson così rigidamente?

Se avesse guardato ai bollettini del mercato, della borsa, delle importazioni, e sovratutto delle esportazioni, alla spettacolosa risurrezione d'industrie paralitiche e di valori sfiduciati, se avesse dato uno sguardo di quando in quando al «Wall Street Journal», si sarebbe accorto che la neutralità era maschera ipocrita di rapine paradossali, che le sorti della pace erano sospese al filo tenue dei profitti; e che il sentimento c'entrava giusto giusto come il diavolo nel suscipiat.

Qualcuno ha ricordato da queste colonne come le azioni della Bethlehem Steel Trust salissero da diciotto a seicento dollari nel giro di pochi mesi, i profitti enormi che tutte le grandi corporazioni industriali hanno falciato nei due anni della guerra, ed in grazia della guerra soltanto. Bisogna guardare alle industrie collaterali, all'industria del rame ad esempio, che in questo paese era intisichita, ed ha l'anno scorso raggiunta una produzione di due miliardi e trecento milioni di libbre – con un aumento del 41 per cento su la produzione ordinaria – di cui un miliardo e 733 milioni di libbre sono state vendute agli alleati ad un prezzo che da quarantaquattro anni non si raggiungeva, a 37 soldi la libbra! Bisogna guardare ai dividendi ripartiti nell'ultimo quartale dalla Flint Cotton Mill, o dalla Borden Mfg. Co. di Fall River, che non superarono mai l'uno e mezzo per cento, e sono oggi del cinque! bisogna guardare alla produzione della lana, il cui raccolto è accaparrato – nel Montana, ad esempio – per lunghi anni, ad un prezzo inaudito che va dai quarantadue ai quarantasette soldi la libbra! non dimenticando mai che questa produzione enorme, eccezionale ha pigliato le vie dell'Atlantico e del Pacifico, si è rovesciata sui mercati europei ad armare, a vestire, a nutrire gli alleati eserciti di Francia, e d'Inghilterra, di Russia e d'Italia, per comprendere dove accendesse le febbri cotesto amore della pace che da Wall Street, per tutte le sentine, su fino alla Casa Bianca, irrigidiva, pur sotto la ceffata sanguinosa d'ogni giorno, impassibili ostinatamente le cariatidi dell'ordine repubblicano.

Il sentimento? la giustizia? l'onore del paese? l'orgoglio della bandiera? la sicurezza dei cittadini?

Non hanno trovato nella grande repubblica un'eco, nè uno sdegno dal dì che insieme col «Lusitania» bandiera e decoro della nazione, fortune e vite di migliaia di cittadini, ed ogni senso di umanità e di civiltà, furono nei gorghi dell'Atlantico affogati dalla teutonica furia imbestialita; nè troverebbero oggi un brivido se insieme coll'onore della bandiera, su l'oceano sbarrato, non ammainasse ogni speranza di vendemmia, ogni lusinga di sùbiti guadagni.

La campagna tedesca dei sottomarini ha peronosporata la vigna: secondo le cifre insospettabili fornite dal Ministero del Commercio di Washington l'esportazione dei generi alimentari che nel gennaio di quest'anno, aveva raggiunto la cifra di 105.000.000 è caduta nel febbraio successivo a 67.000.000 con una perdita di trentotto milioni, mentre le esportazioni generali da 613.500.000 sono discese a 466.500.000 con un minore esito di cento quarantasette milioni nel rapido giro d'un mese. Marzo chiuderà i proprii bilanci con un dislivello anche peggiore, con duecento milioni – ad essere discreti – di minor esportazione, che vogliono dire in fin d'anno due miliardi e quattrocento milioni di dollari, più, se la paralisi deve continuare ed aggravarsi.

Non sarebbe il fallimento?

Non dovrebbero i prodotti accaparrati dagli speculatori, dagli incettatori rovesciarsi – pei generi almeno facilmente deteriorabili – sul mercato indigeno a prezzi disastrosi, riducendo il costo della vita, il caro-viveri organizzato con tanta sagacia, con tanta pazienza ad un limite sproporzionato al livello attinto dai salarii in questi due anni di eccezionale prosperità?

Ed eccovi perchè Woodrow Wilson che al principio della pace – quando la pace serviva alle rapine ed alle usure dei pubblicani – è rimasto fedele sempre, pure se dalla Germania si facesse quotidiano scempio del decoro della nazione, dell'onore della bandiera, della vita dei cittadini, freme oggi la guerra che nel sangue e nel sudore dei cittadini d'America affonda le ventose della piovra capitalista alla quale i sottomarini del Kaiser hanno strappato violentemente la preda d'oltremare.

Così la guerra ci è addosso, avida di ogni tributo, curva sotto la soma delle inasprite miserie, perchè dei nostri petti vorrà dal Panama al Canadà, lungo la gemina spiaggia, il baluardo alla cassaforte dei Morgan, dei Rochefeller, degli Armour e degli Schwab; ci vorrà, sui navigli della repubblica, argonauti a recarne per ogni lido più lontano le dovizie che restaurino la potenza e la fortuna; ribadita del comun destino l'inamovibile sciagura; morir di ferro, morir di fame travolgendo nell'agonia spasmodica ogni civile diritto, ogni umana speranza della agognata risurrezione.

E, come i gladiatori della Roma imperiale, avviati tra lo squillar delle tube, lo sventolare delle bandiere, il fremito delle ciurme briache, al macello, salutando delle spade rutilanti al sole, l'augusta fronte e la immarcescibile gloria di Cesare: Morituri te salutant!

La guerra ci è addosso; e negli stati del New York, del Rhode Island del Maine, dell'Ohio, del Connecticut è incominciato il census of emergency (censimento straordinario), si sono esplorati cantieri e fabbriche, soffitte e fondachi a scovare i giovani atti alle armi, gli anziani di ogni arte, ad accertarne l'origine, l'età, le convinzioni, comminata la multa di dieci o di cinquanta dollari, a chiunque neghi risposta condegna al questionario su cui debbono erigersi i quadri dell'imminente mobilitazione non appena il «Chamberlain Bill» sul servizio universale obbligatorio sia diventato legge della nazione provvedendole i diciotto milioni di difensori che ne debbono vigilare la sicurezza e la grandezza.

E come sul podio, nel Circo, intorno a Cesare divo si affollavano tribuni e pretoriani, vestali e pontefici, tutti i sacri segni dell'imperiale potestà, intorno alla repubblica bivaccante fra il ghetto ed il Campidoglio si stringono Samuele Gompers, il tribuno, che vede «nell'organizzazione del lavoro la migliore salvaguardia contro la guerra di dentro e la migliore preparazione alla guerra di fuori50»; Teodoro Roosevelt, il pretoriano, che la guerra vuole senza tregua nè mercè51; le dame sfaccendate dei «quattrocento» ansiose di consolare i malati all'ambulanza per farsi consolare dai vedovi ufficiali nerboruti fra le trincee discrete; i padri della chiesa che invocano la guerra nelle aule del Congresso per le preci del cappellano Henry N. Conden, e la preparano raccogliendo i guerrieri, «the material available in event of war» (il materiale disponibile in caso di guerra), come dichiarava il governatore Hollcomb del Connecticut, che ai preti ha affidato l'incarico del censo e delle coscrizioni.

Sgualdrine, parassiti, farisei, pubblicani per la guerra, per la loro guerra, un grido, un anelito, un cuore solo!

Se di qui, a non volerla la guerra abbietta, la guerra loro; a volere, a sferrare la guerra nostra che il pane assicura conquistando la terra, che il benessere e la libertà assicura conquistando su gli sfruttatori la macchina, l'officina, strumento del loro dominio e patto della nostra servitù e della nostra vergogna, sapessimo noi ritrovare audacia e concordia uguali, di tanto strazio, di tanta passione non sanguinerebbe ogni pagina, ogni giornata della storia.

Ha aperto gli occhi ai musgicchi dello czar il flagello inutile ed orrendo; chissà non li apra agli iloti della repubblica!

(8 Aprile 1917).

Nulla dies sine linea52!

6 Aprile 1917! una data che rimarrà nella storia: Venerdì scorso infatti alle tre del mattino, dopo diciotto ore di acerba discussione, la Camera ed il Senato conchiudevano che uno stato di guerra esiste tra la Germania e l'America, ed autorizzavano di conseguenza il presidente Wilson a valersi dell'armata, dell'esercito, d'ogni altra risorsa della nazione a condurre la guerra contro l'imperiale governo tedesco fino al suo esito vittorioso.

E da venerdì siamo in guerra.

Perchè?

I perchè sono tanti che a raccapezzarcisi non è facile. Ciascuno ha il suo perchè tutto fatto.

Winston Spencer Churchill, che fu già Primo Lord dell'Ammiragliato britannico, diceva Giovedì in un grande discorso alla Camera dei Comuni che «l'intervento dell'America nel conflitto europeo è un segno, è una guarentigia anzi, del divino aiuto alle battaglie che pel trionfo della cristianità sostengono da trenta mesi le nazioni alleate».

In Germania dànno dell'intervento americano un perchè meno ideale, se dobbiamo prestar fede a quello che ne dicono i diarii più autorevoli. La «Reinische Westfalische Zeitung» scrive che «gli americani non hanno altro ideale se non di ammucchiar dollari», e che a travolgerli nella guerra è proprio questo delirio, questa libidine dell'oro. La «Koelnische Volkis Zeitung», precisa anche meglio: «L'America ha impegnato così vaste somme di denaro nelle intraprese antitedesche che i crediti dei suoi Morgan sarebbero in serio pericolo se la Gran Bretagna avesse a diventar insolvibile. Per questa ragione, e per questa soltanto, essa dichiara oggi apertamente la guerra a noi».

Ai giornali tedeschi non bisogna prestar fede soverchia: hanno in corpo troppa rabbia perchè di sincero passano avere più che... il dispetto. Meglio d'altra parte non andar a cercare troppo lontano le ragioni della guerra. L'ultima discussione parlamentare ne ha scovata ed allineata tutta una collezione, tra cui non abbiamo che a scegliere. «Per la vittoria della civiltà, della libertà, della democrazia, contro il feudalismo monarchico della vecchia. Europa», vuole la guerra il presidente Wilson. «Per vendicare l'onore e l'indipendenza della nazione!» la vuole il senatore Hitchcock, uno dei democratici più competenti di politica internazionale; mentre il senatore Cabot Lodge, il quale tiene nel campo repubblicano credito ed autorità corrispondenti, la guerra vuole «ad attingere e ad assidere la pace del mondo su la libertà più generosa e sulla più schietta democrazia custodita dalla libera volontà dei popoli contro il feudalismo dinastico e militare degli Hohenzollern e degli Ausburgo».

C'è chi ha trovato della guerra cause e fattori più positivi. Il senatore Norris del Nebraska ha denunciato, levando nell'aula un casaldiavolo, che la guerra si fa semplicemente per la volontà in vassallaggio ed a profitto esclusivo delle camarille finanziarie insaziate, e che allora, invece dei sacri segni della libertà «la grande repubblica avrebbe fatto meglio ad inquadrare nella sua bandiera il dollaro», un enorme dollaro d'oro, il simbolo più schietto della nostra democrazia ventruta ed usuraia.

Il senatore La Follette del Wisconsin ha ripudiato come insincero il pretesto dell'indipendenza, dell'onore, dei conculcati diritti dell'America sul mare: «i vostri piroscafi sono stati sequestrati dagli inglesi in violazione dei trattati internazionali, anche quando non portavano contrabbando, svaligiato regolarmente il corriere postale, confiscate lettere, pacchi, valori: minato il Mare del Nord che leggi e convenzioni vogliono franco al commercio d'ogni paese.

«Voi non avete sognato mai di marciare contro gli inglesi; allo scherno con cui si rispondeva alle vostre recriminazioni vi siete accucciati; ed in quanto a barbarie non vedete, se non quella tedesca che affonda le vostre navi, a cui attingono gli inglesi la rinnovata forza della guerra; la barbarie britannica che a morir di fame condanna vecchi, donne, bambini della Germania esausta, quella, non la vedete!».

— Voi ci accusate di fare del dollaro la bandiera della nazione e voi vi inquadrate, simbolo della patria, il Kaiser —, ha risposto al La Follette il senatore John Sharp Williams del Mississipi.

E allora? Si fa la guerra pel dollaro o per la civiltà?

* * *

Bisognerà cercare la risposta fuori del parlamento, a qualche cifra che parli per sè, e più sinceramente che non tutti i discorsi dei senatori e dei deputati.

La Mechanics and Metals National Bank di New York, uno dei più solidi istituti finanziarii di questo paese crede, modestamente, che debba essere «matter of importance to every american citizen» il fatto «that Europe, to finance huge military requirements, is drawing on its capital and credit at a rate of ten millions of dollars a day»; nè che sia da trascurare «the opportunity offered for favorable investment of american capital in foreign security; nor the opportunity offered forr widening America's influence financially and commercially»53.

L'altro ieri le Camere hanno approvato l'immediata appropriazione di duecento quaranta milioni di dollari per l'esercito, 138.241 mila dollari per la preparazione civile; 62.583.000 a coprire le varie deficienze; 1.349.000 per le accademie militari; e se aggiungete a queste somme ottocento cinquanta milioni che la preparazione si è già ingoiati, tre miliardi di dollari che stanno per essere da un giorno all'altro sottratti alla nazione per crearvi un primo esercito d'un paio di milioni di uomini; un centinaio di milioni che occorrono subito per allestire una flotta di caccia-sottomarini, a questa conclusione verrete senza sforzo: che se tra le cause da cui la guerra è stata precipitata, una parte – fosse pure della quinta ruota del carro – potrebbero avervi la civiltà e l'umanità, una parte cospicua, preponderante, vi debbono avere avuto pure cotesti milioni, cotesti miliardi che trasudano con insolita copia da tutte le fibre, da tutti i muscoli d'ogni rinnovata energia di produzione e di traffico, dalle casseforti dei pubblicani urgendo il delirio delle moltiplicazioni fulminee e paradossali che le stragi e le rovine, il sangue e le lacrime della guerra soltanto possono fecondare.

La guerra soltanto; e ve lo riconoscono senza un pudore, cinicamente, gli stessi capitalisti. La Sagamore Mfg. Co. di Fall River annunziando mercoledì scorso un dividendo del settanta per cento su l'insperata capitalizzazione di 1.800.000, chiude il resoconto annuo dell'azienda felicitandosi che il terzo anno della bella guerra gli abbia assicurato in materia di profitti vendemmie inusitate: «the largest in the history of the cotton manufacturing industry in the city»54.

Nel corriere finanziario del «Christian Science Monitor», i profitti della United States Steel Corporation per l'anno 1916 testè decorso superano abbondantemente i profitti dei sette anni precedenti presi insieme, e il dividendo è del 75,4 per cento!

Sono denari, vero? E la stessa cuccagna è di ogni industria, come di ogni traffico.

Ora, sbarrate d'un subito le vie del mare alla produzione caratteristica, inseparabile dalla guerra, all'esportazione dell'acciaio o del cotone, delle munizioni o delle conserve, e la fonte dei guadagni sarà d'un subito disseccata, amputato il dividendo, il trust nell'angustia sotto la minaccia del fallimento; ed a cansare la bancarotta un mezzo solo: rifare su la guerra da questa parte dell'Atlantico i profitti che i sottomarini tedeschi contendono su d'altra spiaggia!

* * *

Auri sacra fames! La cupidigia sacrilega dell'oro ha travolto nel conflitto immane la grande repubblica. Chissà per quanti anni, chissà con quali risultati! «This will be a war of several years, and not a short one. It will not be 500.000 men that we will need. Instead it will be one million men, or perhaps 3.000.000 men»55, ammoniva il colonnello Beaumont B. Buck al comizio celebratosi al Common mercoledì scorso sotto gli auspici del municipio di Boston.

Parecchi anni, tre milioni di soldati vogliono dire in linguaggio volgare, tasse enormi, coscrizione generale, miseria spaventosa, regime da forca.

Al Congresso si studia una fondamentale revisione del sistema tributario; allo Stato Maggiore il servizio obbligatorio per tutti i cittadini si affaccia ineluttabile necessità; ed il regime del sospetto, della paura, dello spionaggio infuria pei quarantotto stati dell'Unione. Non si tollera voce discorde: a San Francisco, Ram Chandra, editore dell'«Hindustan Gadar», è insieme con dodici compagni arrestato, deferito alle Corti federali per cospirazione, soltanto perchè della guerra non vuole; a Toledo, Ohio, Scott Nearing un professore di quella università deve abbandonar la cattedra ad evitare il linciaggio, perchè della guerra non vuole; a New York Henry Yager è condannato a sei mesi di carcere per aver criticato l'atteggiamento di Woodrow Wilson, sacro ed inviolabile come lo Czar o come il Kaiser; a Boston un cenciaiuolo ebreo è arrestato, deferito ai tribunali, condannato per sacrilegio: ha raccolti i suoi cenci, i suoi rottami in una struscita bandiera raccattata nell'immondezzaio; a Paterson uffici e tipografia dell'«Era Nuova»56 sono invasi dagli sbirri, sono arrestati i tipografi colpevoli di aver stampato l'avviso di convocazione d'un comizio contro da guerra; ed a Boston la settimana scorsa il district attorney Pelletier denunziava alla Commissione municipale della sicurezza pubblica l'irrequietezza degli anarchici dei dintorni invocandone il censo, la vigilanza incessante, le estreme misure; e se dall'alba è lecito auspicare della giornata quale sorte sia riserbata alla libertà ed alla civiltà possiamo fin da ora prevedere. Ieri a Portland, Me., hanno arso in effigie il Rev. Charles E. Joy della prima chiesa unitaria, perchè ha giudicato «unrighteous» (ingiusta) la guerra; domani, in piazza, arderanno, e non più in effigie, quanti leveranno contro il turpe arrembaggio la protesta civile.

«Se fosse vivo oggi, Cristo sarebbe un cittadino americano!» sofistica un reverendo dottor Stelzle in una serie d'articoli che manda in visibilio la beozia americana. Se Cristo, che non è esistito mai, avesse ad apparire in quest'ora al mondo, nutrito del vangelo e del coraggio che la leggenda gli presta, darebbe mano al nerbo con cui cacciò dal tempio i mercanti, tempestando a due mani sul groppone dei farisei e degli epuloni che contro un pugno di dollari bisunti si giuocano la fede e il sangue di tanti disgraziati. E quante vergate pure su la schiena dei servi per cui si addensa e si attetra l'esperienza indarno; a cui non ha imparato, non ha detto nulla la tragedia che devasta da trenta mesi la terra; da cui mietono immutata, inamovibile, cieca, supina la devozione i feticci beffardi dell'ordine, vigilante su le soglie inviolate dell'avvenire.

Quante nerbate, e salutari, e degne!

(14 aprile 1917).

Carpe Diem!

Cogli l'ora, che impende e due volte sul quadrante non torna!

Cogli l'ora! se, urgendo su l'onda della memoria, di questo scorcio di secolo, che dei padri affaticò l'eroismo, di te, dei tuoi l'abnegazione diuturna – s'affolli sanguinante il ricordo.

Tu non ignori, tu non hai dimenticato! La repubblica era nel tacito patto di tutti i cuori, nel patto fraterno del Mayflower più profondamente che nell'omaggio riconsacrato al re, quando avanti di porre il piede su la terra d'esilio e di rifugio si impegnarono i padri ad assidere su l'eguaglianza e su la giustizia le sorti della fede perseguitata, l'avvenire dei pionieri avventurosi.

Prima! Prima che a New York colle nove colonie osasse la dichiarazione dei diritti, prima che a Lexington impugnasse le armi, prima che a Philadelphia gridasse la sua indipendenza, e la consacrasse il trattato di Parigi. Quando Grant e Lee le inchinarono, salutando, le armi riconciliate, la repubblica si accampava sovrana fra l'Atlantico ed il Pacifico. Il sangue di Abramo Lincoln ne cresimava l'anno di poi la redenzione auspicandone la grandezza.

Ma tu sola, convenuta da cento patrie infide, tu sola plebe d'America quella grandezza le hai del tuo fervore, del tuo sangue, dei tuoi sudori edificato; sfidando de le maremme le insidie, de le savane squallide la solitudine paurosa, dei monti inaccessibili il basalto e la minaccia, del deserto gli agguati squarciando solchi, vie, canali, levando cantieri e fucine, strappando alle viscere della terra nel cimento mortale, prometea plebe d'ogni patria, la favilla che doveva accendere ogni più recondita energia, estollere, miracolo d'audacia, di forza, d'esuberanza, alta sulle vecchie nazioni custodite da millennii di tradizioni venerande, orgogliose di tre civiltà, antesignana la tua patria nuova.

Tu sola; ed hai dato senza contare: fiamme di pensiero, impeti dell'anima temeraria, pertinacia dei muscoli inesausti, lasciando ad ogni sterpo brandelli di cuore, brandelli di carne, e su la bocca di ogni mina riarse, per ogni valico biancheggianti al sole, pei gorghi dell'oceano disperse, le ossa dei tuoi figli gagliardi. Perchè della ascensione radiosa ed incessante ritrovassero i nepoti i segni, le pietre miliari, il rinnovato incitamento.

Tutto! senza custodire per te una spiga, senza tessere ai figli una speranza, senza costellare un sorriso sull'inquieta fronte delle madri, senza comporre ai vecchi il rifugio degli anni morosi.

Tatto, per nulla! Tutto per un pugno di scherni.

Ricordi?

Tinte del tuo sangue a la patria la porpora e le bandiere, incoronata l'augusta fronte dei lauri mietuti a BunkerHill ed a Yorktown, deposte ai suoi piedi glorie e tesori colti per ogni solco, su di ogni spiaggia, non tu, plebe fiera e generosa, tra la folla avida dei sollecitatori, hai chiesto alla patria la liquidazione del tuo semplice eroismo.

Paga d'una crosta, d'una cipolla, sei tornata al tuo compito oscuro di creazione prodiga e disconosciuta; e soltanto allora che delle tue braccia nessuno volle, soltanto allora che coll'accidia dei cantieri ammutoliti s'assise torpida l'inopia sui focolari, e negarono o rubarono le mani ladre alla nidiata il becchime, e nelle ritorte immutate ricostrinse la patria ogni anelito ed ogni conquista di libertà, della libertà del pensiero, dell'amore, del pane, allora soltanto strapparono ingratitudine e disinganno al tuo cuore esulcerato, alle tradite aspettazioni, all'esausta pazienza, la rampogna e la bestemmia.

Non avvolgeva dei suoi colori fiammanti che una menzogna orrenda ed una frode spaventosa la bandiera della patria, se ai generosi che l'avevano inalberata nella grande ribellione altro retaggio, altro destino non riconosceva che di abbandoni, di miseria e di scherni; ed indarno aveva dei servi propiziato la redenzione il sangue generoso di Abramo Lincoln, se grave sul collo dei paria d'ogni terra ribadiva il giogo della schiavitù; se cacciati di là dal mare gli assiani di Giorgio d'Hannover, nei constabularies di Carnegie e di Rockefeller ne reincarnava la bestialità e la ferocia; se per le voci sacre del diritto, pel fremito eroico del lavoro e della vita non aveva che roghi e forche, piombo e galera!

Perchè non ebbe delle tue angustie, delle tue angoscie, del tuo martirio altra carità la patria, la grande repubblica, nè altro ti diede a Chicago quando chiedevi discreta la tregua alla pena quotidiana, nè altro a Homestead, a Croton Dam, ad Hazleton, a Kellogg, a Cripple Creek, a Tampa, ad Elizabeth, nel Mesaba quando le chiedevi mendica il pane; non altro a Ludlow, a Salt Lake, a Los Angeles, a San Francisco, ad Everett57 quando le chiedevi l'inviolabilità delle franchigie consacrate dalla rivoluzione e dalla Costituzione.

E sui cadaveri di Alberto Parson e di Joe Hillstrom58 dei martiri innumerevoli ed oscuri caduti lungo l'erta, nell'ora della tragica passione, tu hai intraveduto, plebe eroica ed irrisa, che rintanata nel privilegio, irta di frontiere e di codici, di sgherri e di forche, di ladri e di preti, la repubblica era dubbia ministra d'eguaglianza, di libertà, di civiltà, di benessere; oltre le frontiere della stirpe, le leggi della classe, i dogmi del Sant'Uffizio, le mannaie dell'ordine hai ritrovato della più grande patria i confini ed i cittadini nella identità delle miserie, dei dolori, delle onte che straziano ed oltraggiano, obbrobrio uguale, la terra e l'uomo, tutta l'umanità e tutta la terra; auspicando e preparando nell'aspra vigilia dell'armi l'ora tua.

Che è venuta, sovrasta e vuol essere colta, perchè sul quadrante due volte non torna.

* * *

La patria che durante il secolo d'arrembaggi forsennati e di orgie scandalose non ebbe di noi un pensiero, viene a cercarci nei fondachi, su le soffitte, per le stamberghe, nel rigagnolo in cui ci ha relegati bastardi, oggi che le usure pericolano, ed ansano al sacco su le rovine d'oltremare pubblicani e corsari; viene, dati al vento i costellati vessilli, rievocando fra le fanfare i grandi pensieri, le grandi parole, le grandi promesse che del diciottesimo secolo frugarono tutti i cuori, accesero tutti gli entusiasmi; e negli animi del ventesimo secolo riecheggiano come la più beffarda delle ironie.

Viene a chiederci di impugnare le armi, di darle la vita, di sacrificarle ancora una volta i figlioli per la libertà, per la civiltà, per la cristianità, minacciate dalle orde teutoniche imbestialite.

Che cosa le risponderai, ingenua plebe d'America?

Che orrenda è la rabbia tedesca, più che il flagello di dio; che si tende nella maledizione disperata ogni fibra dell'anima tua sgomenta al pensiero delle scelleraggini che per le Fiandre dirute, nel cielo, sul mare, hanno consumato gli unni del Kaiser, scavando così profondo l'abisso dell'orrore e dello sdegno che contro il Kaiser, i suoi giannizzeri, la sua guerra vandalica tu sei stato sempre, tu sarai oggi, domani, senza remissione, irreconciliabilmente.

Ma che non si affidano di miglior guerra quelli che incontro al Kaiser s'accampano dall'altro lato della frontiera? Le dragonnate di Omdurman, i campi trincerati del Transvaal, l'inquisizione militare delle Indie, le fucilazioni di Dublino, le stragi dell'Annam, della Cocincina, del Madagascar, del Congo, di Fourmies e di Draveil, di Berra, e di Giarratana, di Kishineff e di Pietroburgo59 non collocano così alto, nè così innanzi a quella del Kaiser la civiltà e la pietà dell'Impero britannico, del regno d'Italia, o della Repubblica francese, che possa l'animo tuo francarsi dal sospetto di dover servire nel nome della repubblica americana ad un calcolo altrettanto abbietto, ad una guerra altrettanto scellerata, ad una barbarie altrettanto feroce.

Perchè la barbarie è nel regime, più che nei suoi guerrieri sciaguratamente inconsapevoli.

E nessuno oserà mai su le altre levare, simbolo di superiore civiltà, la grande repubblica nostra che ha nelle pagine della sua storia, macchia incancellabile di sangue e di fango, il linciaggio di razza, le forche di Chicago, i roghi di Ludlow, le stragi di Bayonne60.

La barbarie è connaturata al regime di privilegio, fermenta in ciascuna delle sue sentine: in borsa col malandrinaggio organizzato ed impunito, in chiesa colle frodi paurose, in caserma coll'abbrutimento disciplinare, nella fabbrica coll'estorsione feroce, nelle campagne colle superstizioni fanatiche, nelle città colla prostituzione patentata; dovunque. Nella guerra celebra i suoi saturnali, al rito sadico sbrigliate le ciurme deliranti la perdizione e lo sterminio.

Nel delirio irresponsabili, queste. Non sono i miti artigiani, i contadini mansueti di ieri, devoti alla terra ed alla casa, pietosi ai figli, agli armenti, alle quercie ed ai nidi, contenuti e sobrii nel senso, nel gesto, nella parola, i vandali che come un ciclone di follia sono passati su la cattedrale di Reims e l'ateneo di Lovanio, sui ventri delle madri, sui tugurii degli iloti e su le spighe del grano non lasciando dietro di sè che devastazione e pianto?

Chi operò l'insana metamorfosi repentina? E chi ne darà conto? E quando?

Chi la guerra ordì e scatenò per sè, su la rovina, lo strazio, la passione di tutti.

Al campo, su l'incudine non conoscono operai e villani, nè celebrano altro culto che non sia del lavoro, dell'amore; della vita. Toglieteli di lì, vestiteli della livrea imperiale o regia, cingeteli d'una coccarda, armateli d'una picca o d'una scure, abbeverateli d'odio, acciecateli di sommissione, dite che di là dalla trincea è il nemico degli dei e delle leggi e dei riti della gente, il nemico che di lui, delle sue donne, dei suoi figli, delle sue case farà strazio vincendo; raccoglietene le orde nel pugno di Tamerlano o del Guisa, del Kitchener, del Gallifet, del Weyler, del Bava Beccaris o del Linderfelt61, in servizio di Maometto, di Carlo IX o del Thiers o dell Rockefeller, a soffocare la protesta degli Ugonotti, della Comune, dei morti di fame, e ne avrete fatta la più turpe masnada di parricidi.

Amore, fede, entusiasmi, ire magnanime possono dalla ruvida scorza del villano, dell'operaio, del marinaro trarre il più luminoso degli apostoli, il più nobile degli eroi, Armodio, Spartaco, Lincoln, Garibaldi; la rinuncia, la caserma, la disciplina, la livrea non vi arrovellano che sicarii stupratori e boja.

* * *

La barbarie è del regime e tu a difenderlo cotesto regime di usura, di morte, d'obbrobrio, a consumarne le rapine e le infamie, a servirne le libidini, a raddrizzarne le fortune, a perpetuarne la vergogna non impugnerai le armi, non darai il tuo sangue, non il pane dei figlioli, nè l'angoscia delle madri.

L'ora è venuta, in cui la grande repubblica edificata sui tuoi olocausti, magnificata sul tuo servaggio, pingue dei tuoi digiuni, beffarda alle tue miserie, sorda ai tuoi gemiti, implacata alle tue rivendicazioni, travolta dai raggiri torbidi, dagli appetiti osceni dei suoi filibustieri nel girone della guerra, cinta d'insidie tragiche, ha bisogno di te.

È l'ora! Chiedile stretto conto del secolo di scherni con cui ripagò la tua abnegazione eroica; di ogni giorno d'inedia, di ogni ora di spasimo, di ogni stilla di pianto che esacerbò le vigilie della tua servitù immutata; e l'odio che incontro a la barbarie arroventa, e la fede che per la libertà accende nell'animo tuo, e le armi che ti offre ad umiliare di quella le tracotanze, a salvare di questa il destino, convergi irresistibili, inesorate su la più orrenda barbarie che abbia mai desolato la storia, su la barbarie dell'infame regime borghese, pel trionfo di una libertà che in ogni nato di donna consacri il diritto di vivere, di conoscere, di amare, di gioire; così alta, così radiosa, così piena che veggenti e poeti e sofi non pure osarono nel vaticinio, ed ha nel tuo diritto le propaggini, nel tuo ardimento le promesse, nella tua concordia i pegni sicuri della vittoria.

Cogli audace l'ora che sovrasta e due volte sul quadrante non torna, rispondendo alla guerra di lor signori, colla diana e con lo schianto della rivoluzione sociale!

(14 aprile 1917).

Nulla dies sine linea

Dal giorno che l'America è precipitata nel girone della guerra io frugo quotidianamente una ventina di giornali con la più benevola delle intenzioni: di persuadermi cioè che, a mortificazione dei Norris, dei La Follette, degli Stone, dei Bryan, dei senatori, dei deputati, degli scribivendoli manifestamente tedescheggianti, a mortificazione di intimi ostinati sospetti anche, la grande repubblica alla guerra si è indotta nostalgica di una grande, serena, luminosa affermazione di libertà, di civiltà, di umanità, sdegnato ogni calcolo di tornaconto volgare, urgente una sola preoccupazione, quella di tradurre nella nobile coerenza di ogni gesto e di ogni parola e di ogni più austera provvidenza la purezza del sentimento che sfolgora nel messaggio del suo magistrato supremo.

Quando a sera allineo della mia inchiesta, attinti coscienziosamente a fonti insospettabili, i risultati, quell'intenzione è frustata, livida dei disinganni, delle ironie che le sogghignano beffarde.

Ho un bel figurarmi circonfusa di stelle e di fiamme, erta nel pugno la face della libertà, stretta nel pugno la spada rutilante della giustizia, corrusca la fronte e lo sguardo di magnanimi sdegni prorompere vindice la repubblica, bella come un arcangelo, su l'idra della barbarie che si indraca nelle tenebre e nella belletta d'ogni abbiezione più nefanda.

* * *

Tempo perso! Il fantasma della repubblica dilegua, dico meglio s'abbuia, s'incarna nelle sembianze e nelle proporzioni d'un mostro convenzionale e notorio, qualche cosa tra il cavadenti da fiera ed il mercante di puttane, d'indulgenze, di salme, petulante e sbracato, il ventre nitido, illustre di ciondoli, di medaglie, di palanconi, d'amuleti, il grifo adunco, nella destra enorme la sferza, nella sinistra un mazzo di grimaldelli, un fascio di dollari, di cartaccie bisunte che squassa trionfalmente su la ciurma di donne esauste e di bimbi agonizzanti che gli bulica tra i piedi: «Su, tutti un cuore per le rivincite della libertà, contro l'assurdo feroce dell'autocratismo medievale! Per la salvezza estrema della cristianità lapidata, date i figli, date il sangue, date il pane, date il sudore!»

Ed ai venti il peana, ai venti le bandiere!

Tutti un cuore!

E sghignazza, traendo sul ventre, convulso, dollari e grimaldelli, numerando su la turba cenciosa, milioni e miliardi che la guerra, la crociata santa gli ha mietuto.

Due miliardi di dollari per le necessità immediate della difesa.

Cinque miliardi di dollari per gli alleati, per la simpatia che la loro causa inspira, in testimonianza della più potente e della più giovane repubblica del vecchio mondo, per la Francia e per la Russia.

Sette miliardi di dollari di cui non un penny varcherà l'Atlantico malfido; che andranno innanzi tutto a rifondere i crediti pericolanti dei filibustieri di Wall Street; che riapriranno i crediti nuovi, l'era dei guadagni folli di questi due anni della nazionale prosperità. Sette miliardi estorti nel più arruffianato dei raggiri al proletariato americano ed immigrato ad esclusivo beneficio di una dozzina di vampiri americanissimi; sette miliardi di debiti che si riscatteranno sul piatto di broda, sul tozzo di pane, sul gotto di birra, su la cicca della marmaglia, abilitata così a farsi sgozzare su l'Atlantico, sul Pacifico, con maggiore probabilità sul Rio Grande, perchè rimangano inviolate la bottega e la cuccagna di lor signori.

* * *

Tutti un cuore, tutti un voto!

Ed i sette miliardi di crediti nuovi hanno riscosso l'unanime suffragio del parlamento: 386 contro zero.

— C'è pure un deputato socialista in parlamento, Meyer London, un grande avvocato...

— e sotto la toga la povera anima di Pier Soderini che al momento del voto si è squaiato senza comprendere la bellezza del gesto, quella di erigersi fiero della sua fede e della sua protesta, solo, incontro alla panciuta camorra di ruffiani ansanti dall'altra riva alla prostituzione ed all'arrembaggio.

* * *

L'ingenuo proposito si abbatte alla realtà scandalosa: ci vuole una fede superumana a vedere nell'intervento guerriero degli Stati Uniti la crociata della cristianità contro la barbarie, della libertà contro l'autocrazia.

Tanto più che il subito fervore civile si complica di stridenti contraddizioni. L'altro ieri l'università del Vermont destituiva dalla cattedra il più autorevole ed il più stimato – lo riconosce lo stesso Consiglio accademico – dei suoi docenti soltanto perchè nella necessità della guerra attuale non consente: e qui la libertà non fa certo buona figura. Ieri in uno dei tanti cinematografi di Boston, un poveraccio che non si è alzato subito ad acclamare la old glory è stato ridotto da un paio di marinai in tale stato che si è dovuta chiamare d'ambulanza, e farlo ricoverare d'urgenza all'ospedale: e qui, ditemi quel che volete, la cristianità fa una figura anche più magra. Quanto al giudizio che chiunque si schieri contro la guerra sia un traditore, un manutengolo del Kaiser, un venduto alla Germania, è così generale, così monotono, tale ossessione, che impronta oramai del suo livore e della sua vergogna tutta la eccezionale legislazione dell'ora.

Sabato scorso la Commissione Giudiziale del Senato – e voi sapete se sia costituita di parrucconi! – è dovuta intervenire con un emendamento alla famosa legge su lo spionaggio in forza della quale il Ministro delle Poste non ha facoltà soltanto di confiscare lettere, opuscoli, giornali «insidiosi alla difesa nazionale, e più particolarmente la stampa anarchica e sediziosa», ma di appioppare senza renderne alcun conto all'autorità giudiziaria fino a cinque anni di reclusione e cinque mila dollari di multa agli autori od editori.

A me, che la Commissione del Senato giunga o meno a deferire l'ultima soluzione dei possibili conflitti alle Corti Distrettuali, non fa nè caldo nè freddo: tra gli sciacalli del Ministero delle Poste ed i lupi del Ministero della Giustizia non si morderanno di certo. Se vi sarà una gara, sarà tra chi insapona meglio la corda e chi sarà del boia più svelto tirapiedi. Così come del vedere colla guerra instaurato il Sant'Uffizio nelle sue forme più lubriche non mi meraviglia gran fatto.

C'è da aspettarsi di tutto.

* * *

Ma un orgoglio, una soddisfazione nessuno ci potrà togliere mai, nè soffocare una verità che trova anche dei cuori appena dischiusi la buona via: la grande repubblica ha paura!

Se noi fossimo per la guerra comunque, per la guerra del Kaiser, di Carlo I, per la guerra magari del Sultano, non si allarmerebbe più che tanto: mutano così agevolmente le sorti della guerra! ed in ogni caso le tornerebbe facile bandirci oltre le sue frontiere, stringerci in uno dei tanti campi di concentramento, delle tante Isole della Salute che guadagnano ogni giorno area più vasta nella sua geografia politica, e dormirebbe tranquilla i propri sonni in attesa della facile vittoria.

Ma noi siamo contro Guglielmo di Hohenzollern come contro la repubblica borsaiola di Poincaré, contro Carlo I d'Ausburgo come contro Vittorio Emanuele III di Savoia, contro Giorgio V d'Inghilterra come contro Maometto, Woodrow Wilson o Bendetto XV; contro tutti i feticci che nel nome del buon dio o del suffragio universale pretendano al vassallaggio delle stirpi; ma noi siamo contro ogni guerra che consacri l'imperio grottesco dei simboli ed il sacco impunitario dei cortigiani; noi siamo contro l'orda squallida dei mammalucchi che incapaci di levare un grido, le fronti, le braccia, a gridare l'onta e la miseria della propria servitù, a cogliere un raggio, un pane, a forzare le porte dell'avvenire, ad inghirlandarle d'una audacia e d'una speranza, cosacchi od higlanders, brandeburghesi od honweds, giannizzeri, poilus, bersaglieri, blue-jackets, persistono gladiatori abbrutiti, e non sanno che vendersi e non sanno che prostituirsi, mutilarsi, propiziare nel Circo, fra le trincee, su le galee, in Palestina, nelle Crociate, ne le San Bartolomeo, nei pogroms, altro trionfo che della menzogna o del privilegio o dell'odio, altra disfatta che la propria, altra mortificazione che del diritto, altra condanna che della libertà, altro sbaraglio che non sia della loro propria redenzione.

Ed infaticati, inesausti, ostinati come la stilla che rode il macigno, tetragoni alla lusinga come alla persecuzione ed al disinganno, fra la turba vinta, ignara, rassegnata degli iloti, frugando le ceneri della millennaria rinunzia, soffiando su le bragie profonde dell'immortale speranza, attizziamo sereni la fiamma della coscienza nuova che alla plebe, artefice d'ogni ricchezza e di ogni grandezza, restituisce le folgori strappate all'inutile Iddio, che torna al suddito la sovranità carpitagli dal re, che nel lavoro riedifica il diritto annichilito dai codici, alla terra la generosa materna fecondità che l'usura isterilì alla verità il fulgore che oscurarono i dogmi e gli auto-da-fè, sul destino dell'uomo, rutilante dalla più spaventosa delle tragedie che abbiano mai insanguinato la storia, la promessa, l'arra, il presidio della suprema giustizia e di tutta la redenzione.

* * *

Voce che non soffoca la tortura, non la cenere dei roghi, non le ritorte, non la galera. Singulto, bestemmia, auspicio, maledizione, sfida le ire dei numi, l'onda del tempo, l'ignavia del gregge, addensando su le menzogne, su le iniquità, su le infamie del privilegio lo schianto delle finali espiazioni.

Cinta di armi di giudici, di birri, di guerrieri, di sacerdoti; cinta dell'ispido, ottuso misoneismo dei vassalli, aureolata d'oro, di ferro, la grande repubblica di questa serena voce che sul clamore dei pubblicani arruffianati e delle soldatesche briache, sul delirio della guerra sovrasta annunziando la rivoluzione sociale, la grande repubblica ha paura!

È nella verità qualche cosa di più forte che non siano le sue frodi e le sue armi conserte.

(21 aprile 1917).

Nulla dies sine linea

Straripa nel delirio l'entusiasmo per la guerra.

Sventolano bandiere dovunque, sui tetti delle chiese e delle scuole, su la porta dei teatri, delle taverne, dei lupanari, sul petto delle signore stagionate, all'occhiello, su la cravatta, sui cappelli degli elegantissimi imboscati. Bandiere dappertutto, tante, che non v'è oggi, nella deplorata penuria delle patate e delle cipolle, commercio più florido, già monopolizzato, trustificato, come denunziava alla Camera indignata il senatore Pomerene dell'Ohio lunedì scorso invocando una pronta inchiesta e le più severe disposizioni del governo contro gli incettatori del fremente patriottismo della nazione.

E dappertutto fanfare! Nelle caserme e nelle sacrestie e nelle accademie, nelle serenate ai treni che partono, ai treni che vengono portando cannoni e muli e soldati.

Dovunque discorsi, diane, epicedi; alla Casa Bianca, al Senato, all'Arcivescovado, nelle sinagoghe, nelle loggie massoniche, nelle allocuzioni, nelle pastorali, negli ordini del giorno: l'unanimità del delirio!

* * *

Soltanto l'eroismo si attarda contumace.

Tutti vogliono la guerra, la conclamano, la benedicono; i vecchi che ne hanno il ricordo lontano, i giovani ansiosi di eludere l'accidia imbelle, le madri anche, disgraziate! che la malediranno tra un mese, indarno, sull'esanime spoglia dei figlioli; tutti. Ma nessuno vuole della guerra, dei suoi gravami, dei suoi rischi, dei suoi cimenti; ed è la gara a chi scova il più arguto dei sotterfugi ad evaderli.

«La patria ha immediato bisogna di un milione di soldati – diceva la settimana scorsa ad un comizio della Filene's Association il capitano J. H. Pearson – «ma se si va di questo passo, avanti che il milione di uomini sia coscritto, le reclute di questi giorni saranno morte le cento volte di vecchiaia. Boston ha sventolato più bandiere che non alcuna altra città degli Stati Uniti, ma di soldati non sa nè trovarne nè darne».

L'eroismo è latitante.

* * *

Quando pel pubblico sono corse le prime bozze del Chamberlain Bill sul servizio militare obbligatorio per tutti, le preoccupazioni dei nostri efebi repubblicani – che pur sono di tutti i comizi tricolori, di tutte le parate guerraiole, di tutti i linciaggi patriottardi – si sono concentrate in un punto solo: su le patetiche riserve, su le indulgenti eccezioni che quel progetto di legge enuncia a beneficio dei «sostegni di famiglia». E poichè dal servizio militare parvero esclusi coloro che hanno carico dei vecchi, delle mogli, dei figlioli, l'eroica gioventù della grande repubblica, in luogo di correre all'ufficio di leva, facendo onore agli impegni della coccarda, è corsa all'ufficio dello stato civile a togliersi una licenza di matrimonio.

I matrimonii sono sempre una disgrazia, e che cosa vi sia dietro il sorriso lusingatore delle improvvisate war brides («spose di guerra») non saprebbe scovare neanche Edipo; ma le amarezze, le sorprese tragiche, le calamità facilmente prevedibili di questi spedienti matrimoniali, appaiono alla nostra gioventù il più soave dei rifugi di contro ai rischi della guerra cui tributa così ardente fervore di inni e di auspicii, tanta febbre d'aneliti e tanta gloria di bandiere.

* * *

Lunedì si sono iniziati a Boston gli arruolamenti volontarii. Storditi dal casaldiavolo della prima ora, voi vi immaginate che almeno nella prima settimana vibrante di tanto impetuoso entusiasmo, le stazioni di reclutamento si siano affollate di vecchi legionari riarsi, di madri spartane, del fior fiore della gioventù del paese nostalgica d'eroismo e di sacrifizio.

E pescate un gambero paradossale.

La gioventù del paese è incallita nel cauto positivismo degli affari, e la guerra è ancora un business di cui essa vaglia, del suo spirito pratico, acutissimo, profitti e perdite conchiudendo che dopo tutto meglio ancora è... pigliar moglie, per quanto della moglie abbia quasi altrettanto paura che della guerra.

Desumo da un giornale ortodosso un contrasto, eloquente tra le coscrizioni ed i matrimonii dei primi cinque giorni della grande preparazione



Reclute

Matrimonii

Lunedì

58

83

Martedì

60

92

Mercoledì

67

83

Giovedì

48

82

Venerdì

62

66

Totale

295

406

Neanche trecento volontarii e più che quattrocento mariti nuovi!

È pratico!

* * *

La licenza matrimoniale non è soltanto una polizza d'assicurazione contro i rischi e le traversie della guerra, che è già qualche cosa di rispettabile, ma è una guarentigia contro la disoccupazione e la miseria che ne consegue inevitabilmente.

Sicuro! Voi gridate viva la civiltà e morte alla barbarie! e grido evviva io pure. Voi gridate, viva la guerra! e partite; e siete un eroe, voi: io vi ammiro, v'incorono di lauri, vi accompagno... con tutti i miei voti, auspicando alle vittorie conserte dell'umanità e della patria; ma... rimango a casa, piglio nei cantieri, nelle fucine, nei pubblici uffici, a tavola, fra le coltri, il posto che avete abbandonato; quando tornerete – poichè qualcuno, talvolta, dalla guerra anche ritorna – quando tornerete, ad accogliervi, a salutarvi, a cingervi la fronte della corona civica, a decorarvi de la medaglia dei forti, saremo noi, noi che siamo stati a casa.

Non è eroismo, siamo d'accordo; ma è pratico, savio, positivo.

Ed è così che, vacanti, deserte le stazioni di reclutamento, si sono tanto affollati gli uffici dello stato civile a New York, a Baltimore, a Chicago, a Pittsburgh, a Philadelphia che se ne sono dovute sbarrare le porte, ed il governo federale ha dovuto ammonire che «il matrimonio non costituirà un'eccezione all'obbligo universale del servizio militare», e minacciare le più severe disposizioni contro gli slackers, gli imboscati di ogni paese.

* * *

Che scompiglio nelle nostre colonie mercoledì scorso, quando venne da Washington la notizia che la Camera ed il Senato, senza pure un voto contrario, avevano riconosciuto nei governi alleati la facoltà di reclutare tra i loro sudditi in America quanti soldati volevano!

Renitenti e disertori del regio esercito italiano qui si contano a centinaia di migliaia. Notava l'on Webb che se all'appello del nostro governo avevano risposto settantamila renitenti, più che duecento mila avevano fatto il sordo e rimangono qui, e che allo sconcio giovava trovare un rimedio. Strillava dall'altra l'on. La Guardia di New York che le disposizioni della nuova legge venivano a consegnare al governo italiano tutta una falange di renitenti e di disertori i quali, appena giunti in patria, sarebbero stati passati in galera od al pelottone d'esecuzione.

Per cui dall'on. Webb è dovuta venire un'assicurazione autorevole: «The fear that it would permit coercion of their citizens by allied governments were largely immaginary62; e siamo per una volta tanto, e fatte le debite riserve, d'accordo anche noi col presidente della Commissione giudiziale del Senato.

* * *

Sono capaci di tutto, fuorchè di un'azione pulita i nostri legislatori, è vecchia esperienza; ma sanno fare troppo bene le cose loro per abbandonarsi ad atti di solidarietà così energici e compromettenti.

Renitenti e disertori d'ogni terra si sono rifugiati in America perchè ad essi il governo degli Stati Uniti garantiva diritto d'asilo. Ora, una legge che il diritto d'asilo pervertisse d'un tratto nel diritto d'estradizione non potrebbe mai avere effetto retroattivo. Vale a dire che potrebbe essere applicata, se mai – e non è il caso neppure – ai renitenti o ai disertori che avessero a venire poi, non a quelli che vi sono, e tornati in patria vi sarebbero gravemente, forse estremamente condannati.

D'altra, parte è diritto sovrano quello di levare truppe, e se questo diritto potessero esercitare in America le potenze del continente, gli Stati Uniti, tollerando nei loro confini l'esercizio di altra sovranità che non la propria, si costituirebbero in uno stato di vassallaggio, ripugnante al patto fondamentale ed all'indipendenza stessa della nazione.

La nuova legge, così almeno quale essa appare dalla discussione, vuole intendersi quindi nel senso che è rigorosamente punito chiunque nella giurisdizione degli Stati Uniti coscriva soldati per le nazioni che si trovano in istato di guerra coll'America, chi coscriva soldati per la Germania, per l'Austria, per la Turchia, per la Bulgaria; e che da queste sanzioni penali va esente chi coscriva soldati per la Francia, l'Inghilterra, l'Italia, la Romania e paesi alleati. E s'intende coscrizione di volontari perchè la distinzione tornerebbe superflua se negli agenti dello potenze alleate si riconoscesse il diritto alla leva obbligatoria dei loro sudditi in queste terre.

* * *

Non voglio conchiudere, badate bene! che gli stranieri accampati fra il ventesimo ed il trentesimo anno abbiano a mettersi il cuore in pace illudendosi che della tragedia imminente rimarranno gli spettatori, e che la loro paura di vedersi colti da un momento all'altro sia immaginaria.

No: saranno soldati ad ogni modo, saranno costretti al servizio militare sotto le insegne della grande repubblica; prima che il Maggio tramonti.

Se ne persuaderanno guardandosi attorno: Wilson vuole due milioni di soldati, e sa che non si potrebbe altrimenti racimolarli che con la coscrizione. La Camera, che avversa il servizio universale obbligatorio raccomandando il sistema del reclutamento volontario, non sa garantirgli più che mezzo milione di uomini.

Wilson proclama che l'entrata dell'America nella guerra ne affretterà l'epilogo, ed in Wall Street scommettono dieci contro uno che entro novanta giorni la pace sarà conchiusa.

Wilson ripeteva anche stamani, anche dopo i suoi primi colloquii col Balfour, che l'America non manderà di là dal fosso neppure un battaglione, ed è persuaso e consente che ad allestire un esercito di due milioni di uomini, due anni sono pochi.

Possiamo già arrischiare una deduzione: Wilson vuole un grande esercito, una armata formidabile tra due anni, quando la pace – a suo avviso – sarà da gran tempo conchiusa.

Per un'altra guerra dunque che non sia l'attuale? per un'impresa che esigerà il massimo degli sforzi, se rompendo in breccia la tradizione veneranda, ricorre alla leva forzosa, con un limite minimo di due milioni di soldati!

Per la conquista del Messico, tentata quattro anni fa dalla parte del mare, a Vera Cruz?63 ritentata lo scorso anno sul Rio Grande, e fallita l'una volta e l'altra per mancanza d'equipaggi e di sodati?

Potrebbe darsi; e molti fervori strani, contraddittorii e misteriosi troverebbero la loro spiegazione.

I cinque miliardi agli alleati non sarebbero che il prezzo che gli Stati Uniti pagano per avere mano libera nella conquista del Messico.

I due milioni di soldati rappresenterebbero il contingente minimo ad una guerra che si prolungherebbe certo per un decennio.

La coscrizione, il solo mezzo per strapparli al paese che si ostina a negarli.

La coscrizione degli stranieri una logica fatalità ineluttabile: è ammissibile che i cittadini americani abbiano ad essere coscritti, incasermati, sospinti alla frontiera, precipitati nel baratro della guerra, mentre gli immigrati starebbero a casa a fare baiocchi ed a grattarsi la pera?

No. Tutti soldati, dai venti ai cinquant'anni, senza scampo per nessuno, giacchè ogni frontiera sarà sbarrata, ed ogni paese all'intorno, dal Canadà alla Patagonia, sarà avvinghiato da un'alleanza o da un compromesso, travolto nella guerra dalla rete folta d'insidie, d'usure, d'appetiti che copre i due emisferi: tutti soldati!

E tutti ad un bivio: o battersi per la repubblica, pei suoi farisei, pei suoi corsari, pei suoi imboscati; o battersi pel pane, pei figli, pel domani. O servire al regime borghese nella sua libidine di conquista, di tirannide, di sfruttamento, di oppressione; o servire al proprio destino, dargli nel turbine della rivolta la speranza, l'abnegazione, i pegni, il sangue che ne avvivino la fede, ne accendano l'audacia, ne affrettino il compimento, riconciliati per sempre la terra e l'uomo, la giustizia e la libertà.

Di là o di qua.

Per la guerra di lor signori, in cui abbiamo tutto da perdere e nulla da guadagnare;

O per la rivoluzione sociale, in cui abbiamo tutto da guadagnare nulla da perdere, se non siano la miseria e la servitù.

E noi siamo da questa parte: contro la guerra, per la rivoluzione!

(28 aprile 1917).

Primo Maggio

Meglio sotterrarla pietosi nell'oblio la corrusca tradizione del Primo Maggio, se alle plebi non sa ridare il generoso fremito di giustizia, il compito sacro de la vendetta che al proletariato del mondo affidarono, or sono trent'anni, dalle forche repubblicane i martiri di Chicago; e raccolsero, e tennero ambito retaggio i pionieri che di là dall'Oceano, confidenti, decisi, l'inalberarono estrema condanna di ogni rinunzia, di ogni viltà, proposito unanime e pegno eroico della comune liberazione.

Se dobbiamo vederla trascinata nei ricorrenti saturnali briachi, lenocinio di istrioni ansanti alla nicchia ed alla biada, sacrilego pretesto alla crapula degli abbrutiti e dei lestofanti meglio seppellirne anche il ricordo.

Ditelo voi, superstiti compagni rari che ne avete vissuto le trepide ansie, che ne avete vissuta la disfatta sanguinosa, numerate le angoscie corrosive, ed a piè del patibolo ne avete raccolto il messaggio, e nel vigile, pertinace apostolato ne avete diffuso per ogni plaga della terra la parola, in ogni cuore derelitto la promessa, e negli impeti insurrezionali di Amburgo, di Barcellona, di Roma, di Vienna, di Parigi, ne avete salutato l'animosa affermazione, e nel sangue delle vergini e dei legionari, a Fourmies, a Santa Croce di Gerusalemme64, tra i bastioni di Porta Garibaldi e di Montone ne avete vista la passione e la crocifissione inesorata: ditelo voi!

* * *

Ditelo ai fiacchi, agli esausti che nei giovanili ricordi lontani si rifugiano e si appagano, ditelo ai giovani che ignorando s'adagiano all'ignobile parodia; ditelo agli incettatori di voti e d'eunuchi che si giuocano per la medaglietta, pel canonicato, pel soldino, le reliquie dei precursori e la dabbenaggine dei gregarii; ditelo coll'accento severo di Alberto Parsons, ditelo colla sfida magnifica di Luigi Lingg, se fosse palinodia di castrati, genuflessione di mendicanti, parata di cialtroni, compromesso obliquo di mezzani il Primo Maggio nella sua prima aurora.

La guerra di classe è ingaggiata.

Meglio morir di piombo che di fame.

La necessità ci costringe ad impugnare le armi.

Tergete l'inutile pianto, donne e bambini. Schiavi, abbiate cuore: insorgete! balena nella memorabile «circolare della rivincita» di Augusto Spies, e s'impaurano i lupi nel covo; in piazza, sul lastrico ritrovano gli straccioni la vecchia audacia, e la sbirraglia morde la polvere.

L'ordine è costretto a rifarsi del tracollo ne le sentine della giustizia domestica, mendicare al boia la salvezza estrema.

* * *

Perchè queste le grandi linee della tragedia da cui si inaugura l'agitazione del Primo Maggio, che paga, è vero, alla realtà immediata ed urgente l'ingenuo tributo: contro la macchina che soverchia evincendo a poco a poco da ogni ergastolo le fragili braccia dei servi, aggravandone la pena, l'inadeguata rivendicazione della giornata di otto ore; vero.

Ma la giornata di otto ore non chiede alla pietà degli sfruttatori, alla magnanimità dei parlamenti, alla sanzione dello Stato, alla dubbia sagacia dei tutori, il proletariato conserto. Ripudiate le odiose e stupide coercizioni disciplinari, chiede a se stesso, alla propria forza, al libero, spontaneo, solidale concorso di quanti fremono sotto lo stesso giogo ed ange lo stesso fiero senso di dignità e di libertà, il diritto di regolare da sè il proprio lavoro, il pane, il riposo, il destino: a cominciare da oggi nessuno lavorerà più che otto ore al giorno: otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di educazione.

Posto fuori del campo e dei termini tradizionali – ahimè, superstiti sempre! – il conflitto tra sfruttati e sfruttatori non ha più che un terreno: il lastrico, e sul lastrico il proletariato ha sempre ragione anche quando e dove pare che la sua voce e la sua ragione siano soffocate, così come ha sempre la peggio nei tribunali o nei parlamenti anche quando le apparenze sieno della vittoria più clamorosa; perchè di qui non giunge a maturanza che la spiga amara del disinganno; mentre laggiù su le vette delle Calabrie, in Campo di Fiori, sui fossati della Bastiglia o di Montjuich o sul Newsky-Prospect con Spartaco, con Bruno, con Ferrer, coi Sanculotti o coi Musgicchi armati di verità e di sdegni, vittorie e disfatte levano di cadaveri, di roghi, di ceneri, di rovine, le pietre miliari dell'indefettibile divenire.

E la plebe che – fuori di ogni compromesso cogli dei, cogli istituti, con le leggi, con la morale, coi riti dell'ordine – affaccia il diritto di regolare da sè il proprio destino di oggi e di domani, è, in re et in modo, nei fini e nei mezzi, la rivoluzione sociale al traguardo.

Rivoluzionaria nelle sue aspirazioni, nei mezzi con cui le annunziò e le agitò, tempestosa giornata di rivolte, di battaglie, la giornata della piazza e della marmaglia, rimase per anni parecchi la manifestazione del Primo Maggio in tutti i paesi del vecchio continente, atterriti dinnanzi allo spettacolo d'inattesa irriverenza e d'insospettata concordia, rintanati nel covo cinto d'armi e d'armati, i numi dell'empireo borghese insidiato e pericolante.

Poi venne la gente cauta, seria, pratica, quella che su dalle cantine e dai solai in cui s'era cacciata dissenterica alla prima sassata ed al primo squillo di tromba, a Fourmies aveva udito lo scroscio della mitraglia, e sui bastioni di Porta Garibaldi il rombo dei cannoni di Bava Beccaris, e fra selve di birri e fragori di anatemi e di catene sospinti, dispersi per le galere delle cento patrie i temerarii che al proprio diritto avevano serbato la fede, e della forza per cui deve trionfare avevano di paziente abnegazione e di generosa audacia tessuto ogni fibra.

Venne tremebonda ed untuosa da prima, venne cinica e beffarda poi, giuocando di sofismi e di distinzioni avvedute, giuocando di irrisioni e di riserve, di rinuncie e di denuncie: dovevamo volere la rivoluzione, e non confondere: la rivoluzione che si conchiude nei postulati della dottrina, non la rivolta della piazza, scapigliata ed ingenua.

Ci additò le vie diritte delle grandi città, la gola insidiosa dei bacini, le nude spianate dei cantieri su cui della canaglia insorta ha ragione un manipolo di cosacchi, uno squadrone di ulani, un'esile mitragliatrice: irrise alle sassate, alle barricate, ai bombardieri, grottesco ciarpame quarantottesco, denunciò «le teste calde»; sotto l'occhio del boia imprecò ai caduti «barriera infausta sulla via della libertà» ai sicarii, alla mitraglia errabonda indulse benigna: disorientò e sgominò le folle che attendevano dubbiose incitamento, conforto, difesa; e trattele fuori porta, a le taverne da barriera, le bearono di tarantelle, di ciancie, di contrizioni e di malo vino colla tenacia sapiente di perversione, di demoralizzazione, di evirazione che ha dato i suoi frutti, il frutto che vendemmiano da tre anni: spasimi, lacrime, sangue.

* * *

Il proletariato che intorno ai martiri di Chicago aveva da ogni patria costretto propositi e voti delle rosse eucarestie per cui deve fremere la storia del mondo l'ora gloriosa della fratellanza e della giustizia, guardatelo! Cinti i polsi delle ritorte, vigila, scherano, gendarme, aguzzino su le fortune, su la salvezza dei suoi nemici secolari, e ne accompagna e ne sazia, torva progenie di caino, le avide piraterie, il vandalismo bestiale, la riarsa libidine d'eccidio e di rovina, maniaco soltanto di perdizione e di fratricidio!

La sementa della viltà, della menzogna, della frode non dà altra messe che d'aberrazione, di servaggio, di pianto, di sangue.

* * *

Non così acre mai la cicuta!

Io vorrei leggere negli animi vostri così sinceramente come voi cogliete del mio la profonda amarezza. Sono certo che vi sorprenderei oltre ogni acerbo dissidio un consenso: noi avremmo potuto il 1 agosto 1914 – che su la fronte della civiltà borghese rimarrà stigma d'indelebile infamia, e stigma di viltà su la nostra – noi avremmo potuto scongiurare la guerra, noi soli. Ed avremmo trovato nel proletariato internazionale cooperazione sufficiente a frenarne gli impeti, ad estirparne per sempre le cause, se da venticinque anni il partito socialista non avesse ogni cura, ed ogni sforzo rivolti a riconciliarsi colla classe dominante, a condividerne il dominio e le sorti, a riaggiogarla vassalla, sospingendola a ritroso del cammino percorso dalla grande Internazionale, la massa proletaria, disarmata degli odii millenarii, rituffata nel gorgo abbietto di tutte le superstizioni, frenata dalla regola, dalla disciplina, dai concilii all'orrore dell'azione e della rivoluzione.

Alle speranze ed alle fortune della rivoluzione il proletariato è venuto meno nell'ora che la sua vigilanza, la sua audacia, la sua salvezza più violentemente urgevano. Perchè se gli epigoni del socialismo al fronte hanno raccolto la feluca, la livrea e nei consigli della corona la fiducia ed il canonicato egualmente regi, il proletariato sconta nella più tragica delle espiazioni le abdicazioni sciagurate e non miete da tre anni che morte e ferro e fame.

Se trent'anni di coscienziosa, paziente, concorde preparazione rivoluzionaria tenessero nella storia contemporanea del proletariato internazionale il corrispondente periodo dell'infausto apostolato di emascolazione, di rinuncia, d'ottusa soggezione, d'abbietta domesticità di cui si è compiaciuto il partito socialista, e di cui riscuote oggi nelle anticamere di corte o nei corridoi del parlamento il premio lungamente agognato, saremmo noi a questo rovello?

* * *

Ascolti ciascuno la risposta che dentro gli bisbiglia l'onesta eco delle memorie e dell'esperienza vissuta.

Ascolti e ricordi! perchè le brume sanguigne che oscurano di questo Maggio le livide aurore diraderanno, e splenderà domani il sole su altri mercimonii iscarioti, su altre angoscie, su altre croci.

Stringe qui pure l'artiglio adunco dei pubblicani all'avida mietitura la spiga fiorente della giovinezza e della speranza, e passerà domani spietata la morte falciando su le contese trincee, falciando pei casolari, pei trivii, lenta, inesorata la fame.

L'arme sola con cui potrebbero i servi all'esosa ipoteca contendere e la vita propria e il pane dei figli e la gioia dei focolari: l'abbandono delle mine, delle fabbriche, delle darsene, delle calate a cui attinge la guerra il suo viatico macabro, è spezzata, bollata di scomunica dell'interditio aquae et ignis che è maledizione dei traditori: nessuno scioperi finchè la guerra duri!

È l'ultimo decreto del sinedrio. Nessun sciopero, sia!

Ma la guerra non è ancora incominciata ed il pane, la carne, quanto urge alla vita quotidiana ha raggiunto oramai prezzi inaccessibili.

Tutti lavorano, tutti: il giorno quanto è lungo, buona parte della notte anche, e guadagnano salarii così alti come non videro, non sognarono mai; e nessuno può campare!

Come rifarsi?

Allo sciopero non bisogna pensare più; grava su di esso, fatto sacrilegio e tradimento, l'interdetto.

Abbasso lo sciopero! va bene.

Ma chi sgobbando peggio che un negro ai vecchi dì, è costretto fin da ora a stringer la cintola e dando ai padroni sudore e sangue vedrà l'inopia sovrana al focolare, e sotto gli occhi tra le braccia convulse vedrà, sentirà svanire nell'inedia i figliuoli non scenderà in istrada, non chiederà ai vicini dolenti, ai compagni di pena e di angustia, chi della carestia, della fame, della guerra che ne martoria ventri e cuori, sia l'artefice sinistro, l'organizzatore sciagurato?

Nessuno dirà all'afflitto che tutto il grano degli Stati Uniti e del Canada, milioni e milioni di sacchi di grano di cui camperebbe il mondo per l'annata tutta quanta, è accaparrato da mezza dozzina d'incettatori miliardari?

Non gli dirà nessuno che tutte le carni di cui si alimenta il mercato indigeno e se ne stipa da mesi e mesi tanta che basta ai bisogni di questo continente e di quello per anni – è nelle mani d'un pugno di ladri venerandi e temuti? Che l'esistenza, la libertà di tutti noi è alla discrezione del capriccio, nella fragile mano d'un vecchio che, insaziato, ad ottant'anni continua a barattare in lucenti monete d'oro il sangue, il sudore, le lacrime sante delle madri e dei bimbi e di tutti noi?

Non gli dirà nessuno che in ogni città, in ogni borgo lo strupo di vampiri inverecondi ed insaziati ha ricettatori, complici e manigoldi senza scrupoli nè discrezione?

E se dalle vetrine sfolgori il bel pane dorato ed ammicchi il prosciutto roseo e gaio come il topazio rida nei fiaschi pingui il buon vino, e dai colmi sacchi la farina, sospiro delle massaie, ribocchi più candida della neve, non ricorderà il malnutrito che egli della terra squarciò il solco, e vigilò le spighe ed i tralci, ed addensò i covoni e la vendemmia, che egli, il paria soltanto, crebbe al sole ed al padrone quell'abbondanza gelosa, sobillatrice?

E non allungherà la mano a togliersi quello che è suo?

* * *

Bisognerà essergli accanto nell'ora dubbiosa, vincerne le ultime ritrosie, spezzare i lacci delle inibizioni paurose, dirgli: piglia che non è peccato! piglia che è tuo, che è il tuo diritto, che è la tua vita! piglia per te, pei tuoi, per tutti; bisogna pigliare per lui, pigliare e dare tutto, a tutti, sfrenando i cenciosi a la riscossa, sfrenando oltre l'inutile interdizione dello sciopero, alle reni della guerra, a sbaraglio dei ladri che la scatenarono, il ciclone espiatore, riscattando col sacrifizio il revoluto trentennio di impotenza e di viltà.

E se non sarà il Primo Maggio, emenderemo il calendario... poi.

(5 maggio 1917).

Tra il martello e l'incudine

Ora sono due mesi all'incirca i grandi sacerdoti dell'American Federation of Labor in rappresentanza «not only of those who constitute it», ma nel nome di tutti i lavoratori indigeni ed immigrati«of all those who have common problems and purposes but who have not yet organized for their achievements» si schieravano a favore della guerra facendo atto pubblico di sudditanza e di fedeltà alla borghesia del paese sacrificandole dieci milioni di lavoratori immigrati ed indigeni; giurando solennemente «to stand in peace and in war, in stress and storm, unreservedly by... the safety and preservation of the institutions and ideals of the Republic...65.

Del mercimonio inverecondo coglievano la mancia pochi giorni di poi: Samuele Gompers era accolto nel supremo Consiglio della Difesa Nazionale, zelantissimo in questo suo proposito limpido ed esclusivo: al concilio augusto egli assurgeva non a tutela del lavoro, dei suoi diritti, dei suoi militi, ma a difesa della nazione, dei suoi istituti, delle sue fortune. Anzi, poichè la rivendicazione di superiori diritti, in quest'ora di particolari ineluttabili angustie, alle sorti della guerra poteva apparire insidia, e fellonia alla patria, doveva intendersi bene e da tutti che agitazioni e scioperi non sarebbero quindinnanzi per alcuna ragione tollerati.

E il periodo idei grandi scioperi è finito.

* * *

L'obbiezione che si può in America scioperare anche senza il beneplacito di Samuele Gompers non resiste neanche ad un esame superficiale. Vi sono bene industrie e lavoratori che si sono fino ad oggi mantenuti indipendenti dall'American Federation of Labor e potrebbero con tutte le apparenze mettersi in isciopero sempre che a tutela del loro lavoro avessero a crederlo opportuno. Ma sono apparenze: delle sorti di un'agitazione che sugli ordini e dai vassalli dell'American Federation of Labor vedesse occupato illico ed immediate il posto degli scioperanti, non è alcuno che possa nutrire illusioni eccessive.

Non per nulla si coltiva da trent'anni nei lavoratori del continente, in luogo e vece del sentimento di solidarietà, il culto dell'organizzazione e della disciplina; ed a stringer nel pugno dei mali pastori l'armento castrato, si sbarrano delle grandi confraternite porte e finestre ad ogni indagine critica, ad ogni spontaneo fervore di iniziativa, ad ogni intima confidenza nelle proprie forze, allo spirito d'indipendenza e di rivolta!

Regola e disciplina hanno maturato la loro spiga che è di rinunzia, d'obbedienza, di rassegnazione e di abbiezione; e si è consumata pacificamente ad opera dei grandi sacerdoti del sindacalismo operaio la confisca del diritto di sciopero e di coalizione nell'ora che dai rappresentanti della nazione si perpetra la confisca del diritto di parola, di stampa, di riunione; nell'ora cioè in cui le lotte sul terreno economico rimangono il solo mezzo di protesta e di riscossa proletaria.

* * *

Confisca senza riserve. I lavoranti della «Wheeling Steel & Iron Co.» di Wheeling. W. Va., il 14 dello scorso aprile si sono messi in isciopero compromettendo la giornaliera produzione di due milioni di scatole per conserve che assicurano la vendemmia dei dividendi opimi, e sono indispensabili al vettovagliamento delle truppe mobilizzate. Ha risparmiato il tradizionale ricorso e la congrua spesa dei«constabularies» e dei «pinkertons»66 la «Wheeling Steet & Iron Co.» ha diffidato semplicemente il Ministero del Commercio che, perdurando lo sciopero, non potrà fare a termini del contratto le consegne; e S. E. William C. Redfield ha ricordato semplicemente a Samuele Gompers l'impegno pubblico e solenne: «There would be no strikes during the war!». La controversia è stata subito appianata: non hanno vigilato mai intorno alle fortune del privilegio, a custodia delle usure capitaliste impunitarie e dell'esoso implacato sfruttamento dei servi, gendarmi più coscienziosi che le grandi organizzazioni del lavoro.

Contano sul pegno con sicurezza tanto maggiore i falchi rapaci dell'industria e della finanza che la domesticità dei grandi sindacati operai, li abilita alle ragioni estreme del rito sommario. Abbandonate dai loro tutori, dai santoni che hanno investito di tutta la loro fiducia che hanno eletto depositarii della loro volontà, su chi potrebbero oramai contare le minoranze che contro il patto simoniaco avessero eccezionalmente ad insorgere?

Gompers ha spezzato loro nelle mani anche l'ultimo filo della speranza: al primo brivido d'insurrezione their charter in the American Federation of Labor will be withdrawn67; che non soltanto è l'anatema, l'interdetto con tutte le sue conseguenze, è una vera e propria denunzia di fellonia alle competenti autorità, le quali si vedono così francate da ogni riguardo.

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Esagerazioni?

Non sono nella nostra consuetudine, e nel caso tornerebbero superflue.

A Brooklyn gli operai della «E. W. Bliss Co.», che fabbrica siluri per conto del governo americano e per quelli alleati, non sanno persuadersi che essi debbano sgobbare come schiavi accumulando miseria in grazia della bella guerra che conia miliardi, patriotticamente, ai loro sfruttatori; e brontolano che abbandoneranno il lavoro dichiarando lo sciopero.

Samuele Gompers ha enunciato con soverchia precisione il suo pensiero perchè abbia ad indulgere con un emendamento: there would be no strikes during the war; Samuele Gompers è del Comitato della Difesa Nazionale; quella dei siluri è industria essenziale della guerra e della difesa. È logico che egli abbandoni la vertenza alla competente autorità militare. Questa interviene e diffida, gli scioperanti che «ove abbandonino il lavoro saranno deferiti per alto tradimento alle Corti Marziali e trattati di conseguenza»68.

E dello sciopero non si è parlato più, manco a dirlo.

Così su l'incudine ci attanaglia l'organizzazione operaia, e sul ferro che la conserta ingenua fede degli umili s'illuse d'aver fucinato per la comune difesa del pane e della libertà martella il privilegio lo strumento delle sue rapine, le ritorte del nostro servaggio,

* * *

So: è chi pretenderebbe ad una riserva, ad una distinzione: non tutte le organizzazioni sono coniate nel medesimo stampo, nè inalberano lo stesso programma, nè agitano le stesse rivendicazioni, nè gli stessi mezzi, nè per le stesse vie; e distinguere bisogna.

Ma la pretesa è mortificata dall'esperienza, e dalla realtà, così come esperienza e realtà hanno fatto giustizia inesorabilmente di altre distinzioni paurose di scavalcare l'innocua barriera delle apparenze e delle forme per cimentarsi alla frode essenziale che vi si rimpiattava inalterata e sciagurata. La proprietà, sacra, quiritaria, signorile, borghese, è rimasta, mutatis mutandis, quella che era in origine: rapina e flagello. Il governo, di sacerdoti o di maghi o di faraoni, autocratico, costituzionale, repubblicano, nel nome di dio o del suffragio universale, è rimasto quel che era alle scaturigini; dominio della minoranza sulla maggioranza; e fosse domani il dominio della maggioranza sulla minoranza, non cesserebbe di essere quello che fu sempre: usurpazione e tirannide. Perchè non nel modo di essere della proprietà o dello Stato, ma nel fatto che vi è la proprietà, che vi è il governo, consistono e si inaspriscono ragioni e cause della miseria e della servitù che ci affliggono.

Fatte le debite proporzioni è lo stesso dell'organizzazione. Il danno e la vergogna che sono inseparabili da ogni parola e da ogni gesto dell'American Federation of Labor, sono di tutte le organizzazioni, anche di quelle che si imbellettano dei programmi più sovversivi e dei postulati più radicali, se contro lo sfruttamento, contro l'oppressione borghese, in luogo della critica nihilista e dell'azione rivoluzionaria non ispianino che la minaccia apocalittica dei programmi massimi, obliterati ogni giorno dai compromessi vergognosi dall'assidua contraddizione e dall'empirica conquista dei vantaggi immediati; ed a realizzarla – sfoderato il dogma de l'organizzazione per l'organizzazione – esigano la cieca obbedienza delle masse, disciplinate perinde ac cadaver, alle sue gerarchie casermiere ed alle sue «regole» conventuali.

Conventi e caserme non furono mai asilo di libertà nè focolari di rinnovazione; non ne sbucarono mai che l'ipocrisia, l'intolleranza o la bestialità, Sant'Ignazio, San Domenico, Muraview o Gallifet o Bava Beccaris.

Non è nei programmi la contraddizione; non nel modo, ma nel fatto stesso dell'organizzazione.

* * *

— Possiamo fare qualche cosa stando appartati, isolati?

— Non gioverebbe a nulla saltare da un assurdo in un assurdo peggiore e ad invocare l'isolamento non saranno certo coloro che più ne hanno sofferto e «l'uomo solo» hanno visto, più che una volta, del dolore, dell'angoscia, dell'onta universa togliersi la croce solo, portarla solo lungo l'erta atroce e sanguinante del calvario.

Ragione e forza non sono tuttavia del numero; cento menzogne per essere cento non valgono ragione di una verità che pur sia sola. Ragione e forza che hanno scosso ne la storia dalle fondamenta l'ordine sociale, sono scaturite dalla fede nel diritto quanto più era vilipeso, dalla consapevolezza della forza su cui potrebbe contare, dalla volontà fervida e tenace a rivendicarlo, dalla spontanea coesione delle libere energie solidali che, pur dove caddero, trionfarono auspicando alle vittorie del domani additandone le vie e le promesse.

Cerchiamole, coteste energie disperse ed ignare, coteste coscienze sopite, coteste volontà contumaci: rizziamoli su in piedi col fervore irresistibile della fede, dell'amore, dell'esempio, cotesti servi sfiduciati ed abbandonati rivelando, ad essi l'identità delle miserie e dei dolori, l'identità sciagurata delle origini, della passione, del destino, ed il sentimento di solidarietà che verrà in essi sviluppandosi ogni dì più profondo, più operoso, più audace ci darà nell'irrefragabile spontanea consaputa concordia delle attitudini infinitamente varie, la leva formidabile alle più temerarie rivendicazioni, a tutta la liberazione.

* * *

Che si chiede indarno al gregge prono alla regola ed ai concilii, indarno all'armento sommesso al gioco ed alla ferula dei mali pastori, tanto meno confidente in sè e nelle proprie sorti quanto più è devoto ai cacichi ed ai santoni, zimbello dei loro capricci, strumento dei loro calcoli, vittima perpetua dei loro raggiri e della loro vigliaccheria.

A Parma il sindacalismo rosso che impreca alla guerra di Tripoli perchè vi impreca il mandriano, ma inneggia alla bella guerra l'indomani perchè il mandriano acclama al tricolore; a Parigi la rossa Confederazione Generale del Lavoro che si costituisce in commissariato del governo dopo di avere affondato nel letamaio i vessilli della repubblica; dall'altro lato della frontiera la tedesca Confederazione Generale dei Sindacati che spegne ogni fiamma di scioperi e di agitazioni «perchè la salvezza dell'Impero è il solo compito, il solo dovere dell'ora presente»; in Russia il comitato rivoluzionario degli operai e dei soldati che disarma la rivoluzione a beneficio dell'ultimo colpo di stato borghese; qui l'American Federation of Labor, costituita, dopo tanti appelli antimilitaristi e paciferi, in arca santa delle istituzioni e degli ideali della repubblica; qui – con la sincerità in meno – su la china delle stesse abdicazioni lubriche, tutte, tutte le organizzazioni concorrenti.

Tutte!

* * *

Nei gregarii ingenui di certo sindacalismo di nostra conoscenza – accampato tra il ghetto e la sacrestia, che non sa coltivare altra fede se non dell'organizzazione e della palanca, e tratto fuori dal minuto commercio dei rosarii, delle marchette, delle medagliuzze e dei bottoni non sa più che pesci pigliare, giacchè ha nei raggiri e nel ventre tutto l'ideale, e del riempirlo a spese dei gonzi – dovesse venderli al primo che capita settanta volte e sette – la sola nobile preoccupazione; e non ha se non insidia, calunnia, vituperii, anatemi per chiunque non gli tenga il sacco; nei gregarii, che sono straccioni, che della guerra ignorano le cause misteriose e non ne vedono la giustificazione, e ne pagano, quali che abbiano ad esserne le fortune, l'esoso tributo di lacrime, di pane, di sangue, nei gregarii l'orrore della guerra è istintivo, sincero, inalterato.

Non ne vogliono sapere a nessun costo e per nessuna ragione; e guardano diffidenti, inquieti al giornale dell'organizzazione che nicchia – rinterzato del più bel paio d'interventisti che... non intervengono, anche se per amore della tana e della biada ai confessati furori bellicosi mettano la sordina – e non fiata su l'argomento da un paio d'anni, e tacerebbe ora tanto più volentieri che urgono responsabilità di cui non ha il coraggio, e fierezza, sincerità, coerenza d'atteggiamenti manderebbero la vigna a rifascio, se giù dalla platea i gregarii non gli intimassero di parlar chiaro, di precisare una volta il suo pensiero.

o, del presente
che avete in mente?

Che cos'ha in mente? Potesse dirvelo!

Se la parola – come gli ha felicemente insegnato il signor di Talleyrand – non gli fosse stata data per nascondere il proprio pensiero, egli ci direbbe, schiettamente: «Sentitemi, io sono per la guerra, ma se ve lo dico mi mandate a spasso. Mi volete contro la guerra? e sia fatta la volontà vostra poichè ministri della sbobba e della pagnotta siete voi; ed abbasso la guerra! Ma...

«Ma badate che vent'anni di propaganda antimilitarista non hanno conchiuso a nulla, che la vernice sovversiva con cui avevano creduto d'immunizzare contro la peste militaresca il proletariato si è scrostata tanto più alla svelta che a sgretolarla fummo primi... noi colle nostre abiure, le nostre defezioni, le nostre reticenze lazzarone; badate che la guerra è implicita nel regime capitalista, e che il ricercarne le cause, denunziarne la cinica avidità, il parossismo omicida, le restaurazioni scellerate come fanno quei perdigiorni ciancioni che sono gli anarchici, è tempo perso, com'è tempo perso d'attaccarsi al buon dio ed alla religione, alla proprietà ed allo stato, alla legge ed alla morale che del poliedro borghese sono le faccie multiple e gli organi indispensabili, i quali spariranno soltanto col trionfo della classe proletaria sul regime capitalista.

«Per cui, siatemi savii ed indulgenti non mi scocciate il buon dio cogli scandali clericali, non iscreditatemi la proprietà colle critiche negative, non contrastate d'una protesta, di una resistenza, di una rivolta il fatale andare della guerra, flagelli che spariranno insieme col capitalismo da cui suppurano.

«L'unico mezzo di demolire il regime, credetemi pure, è ancora quello di lasciargli man franca, di cedergli il passo, di accordargli tutta l'impunità, di rifugiarsi nell'organizzazione che avvisa, provvida, ad edificare... anche prima di demolire, e se si burla di voi tutti quanti, ha per me tanti risultati positivi, pratici, sensibili, ed in nome d'un ermafroditismo avveduto ci consente di essere alla guerra favorevolmente contrarii.».

Questo direbbe il tartufo sindacalismo nostrano se il signor di Talleyrand non gli avesse dato la parola per nascondere il proprio pensiero, se della verità e della sincerità non avesse l'orrore e della palanca la satiriasi, e per tener questa non buttasse quella alle ortiche ogni volta che, implacate, decenza e logica lo richiamano alla responsabilità ed alla coerenza di cui non ha il coraggio. di cui ha soltanto la paura.

* * *

Ad ogni modo, questa la situazione del proletariato d'America nell'ora che – invertite nel motu-proprio, nel bon plaisir du roi, nel crimenlese e nella forca le guarentigie costituzionali, messe e gloria dell'ultima rivoluzione – la repubblica precipita alla dittatura militare, la borghesia urge alle forsennate restaurazioni feudali, e la guerra fermenta le tragiche vigilie del sangue, dell'inopia, del disinganno: nel Ghethsemani atroce in cui solo, inerme diserto, ludibrio d'ogni strazio, d'ogni tributo dovrebbe meglio contare su gli istituti di protezione e di difesa creati in mezzo secolo di sacrifizii, di tenacia, d'abnegazione, di battaglie, Giuda lo vende e Simone lo rinnega.

* * *

Da una parte l'American Federation of Labor che soggiogandolo alla patria, alla guerra ed alle sue taglie; precludendogli ogni libertà ed ogni via a rivendicare pane, quiete, compensi adeguati se non alla pena, alle esigenze del momento eccezionale ed agli eccezionali profitti che si mietono dall'altra riva, lo consegna, legato piedi e mani alle bande nere di Wall Street, ai pretoriani della Casa Bianca, ai pubblicani della Camera e del Senato; lo vende al nemico secolare ed immutato.

Dall'altra gli istrioni dell'operaismo professionale, i farisei del sindacalismo rigattiere che alla privilegiata, esclusiva tutela del lavoro pretendono dal giorno... che gli hanno dato un calcio come alla più ingrata delle espiazioni, cavandosi nel formaggio della burocrazia operaista il buco fruttifero; e gridano incontro agli intelligenti quanto più coscienziosi, la crociata implacabile nel nome di un intellettualismo pagliettaro che per la palanca s'accomoda a tutte le smorfie, a tutte le ipocrisie, a tutti i raggiri, fino a scompisciarvi il giornale patriottardo per la gloria... dell'Internazionale o, viceversa, pur credendo nella patria e nella guerra devotamente, ad inalberarvi la protesta antimilitarista sempre che vengano baiocchi e la ciambella non pericoli; fino a vendervi per le fiere ed in contanti il fumo di un'azienda che non c'è, che non è esistita mai fuori della cimiciaia dei cavadenti ventruti, costretti a campare d'accattonaggio e d'estorsioni.

I quali dopo d'aver sbraitato che la rivoluzione l'avevano immagazzinata essi soli e tutta quanta; che ai privilegiati «il buon dì de la morte» sarebbero andati a darlo essi soli; oggi che la borghesia sputa ad essi in faccia la provocazione e la sfida, e sui vassalli avventa l'artiglio grifagno, piantano il gregge sparuto nel sugo, si rifugiano la coda fra le gambe nella reticenza codarda, e snidati dagli ammutinamenti della congrega, non sanno cantarle altro salmo che delle fatalità inamovibile, altro miserere che della fatale vanità della rivolta, altra laude che della tolstoiana resistenza passiva, nè altro peana che della bottega: salviamo la bottega

Se il tempo brontola,
Finiam d'empire il sacco;
Poi venga anche il diluvio;
Sarà quel che sarà.

* * *

— Non pare allegra la situazione!

— Quella che si rinnova ad ogni profonda crisi sociale, ad ogni svolto della storia.

Arrovellata dall'inedia, seviziata dalla schiavitù, umiliata dall'ignoranza, ugualmente inique ed immeritate, prorompe sola la plebe oltre le trincee del vecchio ordine a cercarvi il pane, la libertà, la verità, contese. Sfida sola l'ira dei numi, l'anatema dei concilii, la ferocia dei berrovieri, perchè sa essa sola l'angoscia dei crampi, delle tenebre, delle ritorte.

Prorompe, sommerge, travolge ogni termine ed ogni simbolo ed ogni barriera, valanga incoercibile di ferro, di fuoco, di odio e di amore, selciando di ruderi le vie del divenire.

Gli altri... vengono poi, la sesta giornata, a spulezzare al terribile e corrusco sovrano dell'ora le riverenze e gli omaggi che la vigilia, agli idoli percossi; vengono ad inebriarlo ad ammansarlo suadendogli dopo lo sforzo titanico la sosta necessaria, e gli ribadiscono, nel sonno, le vecchie catene, rifacendosi l'aureola delle mitre, delle corone, degli scettri spezzati.

Non è stato sempre così?

È solo anche oggi il proletariato! Sarà solo domani quando butterà la croce, tutte le croci e l'ultima fede nell'obliqua salvazione dei taumaturghi, dei sinedrii, dei farisei d'ogni grado e d'ogni colore; e non avrà fede che in sè, nel proprio diritto, nella propria forza, e ne fucinerà solo il proprio destino.

Domani, nel domani imminente in cui l'insurrezione dovrà chiedere il pane che gli contendono e gli rubano le superne minaccie, gli interdetti ed i mercimonii, la perfidia e la vigliaccheria dei suoi tutori miserabili.

Solo! e sarà la sua forza e la sua fortuna.

(12 maggio 1917)

Matricolati!...

Nulla dies sine linea

Il progetto di legge sul servizio militare obbligatorio ha riscosso – salvi pochi emendamenti formali – la concorde approvazione della Camera e del Senato, la sanzione definitiva dal Presidente Wilson, ed è oggi legge dello Stato, ancora una benedizione della guerra, civilissima, ancora una vergogna della grande repubblica che vi affoga l'ultima delle sue tradizioni democratiche, che vi affoga lo spirito e la lettera, la gloria e le franchigie del suo patto fondamentale, se «neither slaverv nor involuntary servitude... shall exist within the United States, or any place subject to their giurisdiction»69, e non è al mondo professore di diritto costituzionale il quale neghi che la schiavitù militare sia la più obbrobriosa e la più esosa di tutte le forme di servitù involontaria:

Ed è già entrata in vigore.

Il Presidente Wilson che dalla Legge 18 Maggio 1917 è autorizzato a chiamare sotto le armi tutti i cittadini americani e tutte le persone di sesso mascolino che abbiano dichiarato la loro intenzione di naturalizzarsi cittadini americani – sempre che abbiano compiuto il ventunesimo anno di età e non superino il trentunesimo, ha ordinato immediatamente il censo militare.

Il che vuol dire – ed a noi che siamo qui l'ha detto nel suo proclama di ieri il governatore Samuel Mac Call –che «tutti i maschi residenti nello stato i quali abbiano attinto il 21° anno di età e non abbiano raggiunto ancora il trentunesimo al 5 del Giugno prossimo, debbono comparire fra le sette antimeridiane e le nove pomeridiane di detto giorno ed inscriversi debitamente presso l'ufficio di registrazione nel quartiere di loro abituale dimora».

* * *

— Ma la legge su la coscrizione non parla che dei cittadini e di quelli che hanno manifestato la loro intenzione di diventarlo, e siano tra i ventuno ed i trentun anni di età! Come qui i proclami dei varii governatori non fanno più cotesta distinzione tra cittadini e non cittadini?

— È qui il trucco! oggi non vogliono sotto le bandiere della repubblica che i cittadini e quelli che hanno avuto fretta di togliersi la prima carta di cittadinanza: ma domani?

Chi può dire che cosa avverrà domani? Per la patria d'adozione o per quella d'origine, per la mobilitazione civile od industriale od agricola non potrebbero occorrere anche gli uomini di cui la legge non contempla la immediata coscrizione militare?

Ed averli matricolati tutti quanti, sotto mano tutti quanti, sapere donde vengono; dove stanno, quel che valgono, quello che pensano, e poterli ad ogni occorrenza requisire per le darsene, per gli arsenali, per le ferrovie, a far munizioni a vangar la terra a spazzar le strade, a sfruttarli per sè, a tenerli d'acconto per Poincaré per Giorgio o per Gennariello, e mandarli, ove le esigenze della guerra impongano, a pigliare il posto di quelli che al fronte sono caduti, e cadono tutti i giorni, e cadranno per mesi ed anni ancora; per relegare i sudditi del Kaiser o di Maometto in qualche campo trincerato, per metter la mano sui sovversivi indocili e cacciarli in galera, o tradurli dinnanzi ai tribunali giberna od al pelottone d'esecuzione, non è sagacia politica di quella raffinata? non è pigliare con una fava mezza dozzina di piccioni?

* * *

— Brutti guai! Siamo scappati di casa per non affogar d'accidia e di umiliazioni nelle caserme della patria, per non crepar di rabbia e di supplizi sul tavolaccio delle compagnie disciplinari, abbiamo lasciato i vecchi ed i figlioli e le nostre povere compagne per non andare a farci ammazzare sul Tonale o sul Carso pei begli occhi e per la fortuna dell'ultimo sgorbio Savoiardo, ed eccoci qui, in grazia della bella guerra, a discrezione d'un esotico pugno di pubblicani svergognati e d'insaziabili strozzini. Gran brutti guai!

— I guai lasciamoli da parte che tanto con un piagnisteo od una bestemmia non si smuovono; e d'altra parte ve li siete tirati addosso voi soli.

Non avete fino a ieri inneggiato alla patria che dai suoi confini v'ha banditi a calci nel deretano? E, qui, della patria non avete ravvivato subito le vergogne che la rodono? Non ieri ancora a le calcagna del prominentume imboscato, comparse grottesche d'ogni pagliacciata tricolore, ne avete agitato i simboli acclamate le bandiere, auspicate e benedette le guerre che fanno strazio dei figli malnutriti e delle madri dolorose? Stupidamente bardati nella livrea del carabiniere, del bersagliere, dell'alpino della patria?

E quando da l'esile schiera nostra indocile e malveduta una voce è sorta ad ammonirvi del giuoco pericoloso, sforzandosi di suscitare negli animi vostri il ribrezzo di ogni forma servile, del soldato che si prostituisce, dell'elettore che si vende, del servo che adora la catena e bacia la mano del negriero che lo flagella, non ieri ancora alla canea forsennata degli sgherri dell'ordine avete mesciuto l'imprecazione vostra a soffocar la voce che v'annunziava la più grande patria senz'odii nè frontiere che avrà per tutti i pargoli una carezza, di ogni madre la religione, dei legionarii del lavoro la gratitudine amorosa; e schiuderebbe domani ospitali le sue mure all'impeto irresistibile delle vostre energie consapevoli e spregiudicate?

Non avete saputo volere, osare mai; ed oggi la patria in bancarotta per mezzo miliardo di lire vi ha venduto allo straniero; oggi la guerra da voi invocata e benedetta vuole sul fronte altri gagliardi, altri cadaveri a colmare la voragine beante, e qui o laggiù, sotto la mitraglia o sotto le nerbate, lascierete la pelle che non avete rischiato mai per assicurare al ventre il pane quotidiano, per dare alle menti od ai casolari il raggio di luce che su le fronti e su le vie dell'avvenire il pensiero avvampa ed i propositi e le speranze e le audacie ed i destini della libertà.

Avete i guai che vi siete cercati.

Non vi dice l'esperienza vissuta che dove lo schiavo s'adagia e si rassegna al giogo non hanno più freno la tracotanza e l'avidità del padrone?

E dovevano tenervi più che ciurma spregevole i capitalisti ed il governo americano che hanno visto ripagato di devozioni supine e di rinunzie illimitate il disprezzo che non vi hanno nè nascosto nè lesinato mai, che vi hanno sputato in faccia nei giudizii irrevocabili del Wilson e nel pertinace ostracismo del Burnett Bill?70

— Carnaccia da bastone e da cannone questa che rifiuta dalle sue cloache nauseabonde l'Europa meridionale! e carnaccia disprezzata vi ipoteca alle sue galere, vi rovescia senza uno scrupolo od un rimpianto in tutti gli arrembaggi di frontiera.

* * *

— Però, non rimarrebbe sempre uno scampo? se all'immatricolazione ci avessimo a ricusare, ed in luogo d'affollarvi Martedì 5 giugno agli uffici di registrazione andassimo a pigliarci lungo la spiaggia, pei boschi, un sorso d'aria buona, che cosa ci potrebbero fare?

— Articolo V della Legge 18 Maggio 1917: «Ogni persona che deliberatamente manchi o ricusi di presentarsi da sè alla registrazione, o di sottomettersi alle disposizioni prevedute, sarà colpevole di fellonia, e potrà, essere, in seguito a regolare processo, condannato fino ad un anno di carcere, dopo di che sarà debitamente registrato»

— Dalla padella nelle bragie; che cosa ci consigli tu?

— Non si danno consigli in materia, figlioli miei! Non ai sovversivi che sanno trovar la loro via anche senza padri spirituali, e batterla impavidi senz'altra bussola che della propria coscienza, senz'altro viatico che dell'intima soddisfazione; non si danno a quegli altri che non avrebbero nè il coraggio nè la forza di seguirli, e battono ansiosi, in moltitudine insolita, di questi giorni alle porte dei gruppi e dei giornali sovversivi chiedendo consiglio ed aiuto. E non dà consigli che implicano responsabilità e rischi chi sia dagli anni molti posto oltre, al sicuro dai cimenti e dai pericoli a cui precipiterebbe l'altrui.

* * *

Consigli dunque no, ma un esame schietto: delle condizioni che da nuova legge ci fa, e delle conseguenze del vario atteggiamento che essa può consigliare.

Perchè – si deciderebbe su l'argomento anche il Marchese Colombi che tra il sì ed il no ora quasi sempre di parere contrario – o vi registrate o non vi registrate.

Vi registrate?

Incominciate a sancire un arbitrio. La legge votata il 18 Maggio, dal Congresso dà al Presidente la facoltà di coscrivere cittadini Americani e quanti hanno dichiarato di volersi naturalizzare Americani, che siano tra i ventuno ed i trentun anni, lasciandogli la libertà di eleggere e di prescrivere i modi della coscrizione sempre che questa procedura non sia «inconsistent with the terms of this act».

In altri termini il Congresso riconosce al presidente il diritto di occuparsi per la leva dei cittadini americani e dei candidati alla cittadinanza, e quando limita in questi confini i diritti del presidente, vuol dire che gli nega ogni diritto di occuparsi – pel momento di quanti non siano cittadini americani o non abbiano mostrato alcuna ambizione di naturalizzarsi americani.

La registrazione coatta di quanti non siano cittadini americani, di quanti non abbiano dichiarato l'intenzione di naturalizzarsi è dunque «inconsistent with the terms of the Act» 18 Maggio 1917; è un arbitrio; ed è nel vostro diritto – nei termini della legge stessa – di rifiutarvi alla registrazione.

Voi sapete per esperienza che la legge è come quella tal pelle... che si allunga e si accorcia a seconda della temperatura... politica, e che sarebbe ingenuo fidarsi delle interpretazioni meno ortodosse; ma sareste, a parer mio anche più ingenui a credere che vi registrano, così, tanto pel gusto di sapervi al mondo, nel fiore dell'età e della salute.

Se vi registrano anche dove la legge della coscrizione vi ignora, per qualche cosa vi registrano, e se il perchè non vi dicono si è che a dirvelo hanno paura, paura di scoraggiarvi, di ribellarvi o di buttarvi alla campagna.

Vi registrano per mandarvi pei primi in Italia che di questi giorni con due decreti del vicerè ha largito l'amnistia ai renitenti ed ai disertori, e che appena vi avrà nelle mani vi manderà al fronte pei primi a riscattare questi tre anni d'antipatriottica latitanza.

Vi registrano per disporre della vostra pellaccia, per togliervela alla prima occasione.

* * *

Non vi registrate?

E vi arrestano, se a rifiutarvi non sarete che qualche dozzina, perchè se sarete qualche migliaio, molte migliaia – e dal vento che tira sembra che le migliaia si conteranno a dozzine – non avranno alcuna voglia d'inferocire, nè tante galere in cui suggellarvi.

Vi arrestano e vi possono condannare ad un giorno, a quindici, a tre mesi, nel caso disperato ad un anno di carcere.

Non è ancora la pelle!

— Sì; ma non vi registrano poi lo stesso?

— Siamo perfettamente d'accordo, vi registrano subito; ma con un'esperienza: che vi registrano per forza, che siete un malarnese, refrattario all'arbitrio, refrattario al servizio militare, refrattario ad ogni tributo di mobilitazione industriale o politica; vi registrano, ma colla certezza che se vi mandano in caserma sarete pietra di scandalo e d'indisciplina, che sarete un pessimo guerriero se vi mandano al fronte, che disperderete il grano se vi mandano alla mietitura, che saboterete telai e tornii, ponti e strade, telefoni e locomobili, cotone, lane, foraggi, se di forza, contro ogni vostra volontà ed attitudine, vi coscriveranno nei quadri della svariata mobilitazione.

E vi sono novanta probabilità su cento che vi lascino perdere o quanto meno vengano a cercarvi il più tardi possibile.

Pesatele voi le conseguenze probabili del diverso atteggiamento, e se vi bastano l'animo e le reni di rifiutarvi alla usurpazione esosa, se v'affida la vita di più nobile compito che non del lanzichenecco o del tagliagole o del birro, se avete affetti ideali cui consacrare più nobilmente il vostro fervore, la vostra abnegazione, il vostro pane, non andate a registrarvi.

* * *

Ma se dalle caserme della patria e dai rischi della guerra, per viltà, non per serbarvi a vita più dignitosa ed a più generose battaglie, siete disertati; se in America col fardello delle superstizioni grette e della domesticità tradizionale non siete venuti che a cercare la pezza, e non avete vissuto mai che ad arrancarla ad adorarla, stranieri ad ogni altra religione ad ogni altra fede, ad ogni altro amore che non fosse dei vecchi dei, del vecchio ordine, del re o del prete, del padrone o del birro, ed allora rassegnatevi! Vuole altro sangue il buon dio, vuole altri sudditi il re, vogliono altri miliardi i pubblicani, altri olocausti vuole la bandiera, altre vittime, altri milioni di vittime i feticci mostruosi che voi avete venerato, custodito, levato su le cervici prone e su le braccia servili fino a ieri.

E voi dovete dare, dare ancora, dare sempre, dare la pelle vostra, le carni dei nati, gli strazii delle madri, il pane ed il destino di tutti, perchè altrimenti non è più empireo per gli dei, non sono più corone per feticci, nè gloria per le bandiere nè storia per la patria nè gladiatori per la guerra, nè servi pel solco, nè ceppi pei servi.

E dite, dite! Che cosa sareste voi senza dio, senza re, senza padroni, senza ceppi, senza lacrime?

Il finimondo!

* * *

Su, su a le vedette, ottuso armento di schiavi fedeli!

Romba dall'oriente estremo la procella e nei cieli torbidi balena l'apocalisse d'inattese espiazioni e su dagli strati più profondi e meno esplorati della storia l'eruzione di eresie di flagelli d'aneliti di forze insospettate ed incoercibili.

Si scopron le tombe
Si levano i morti,

fantasime pallide tornano da le segrete di Schlusselbourg, da le tundre de la Siberia orrenda volti e voci che gli anatemi del Santo Sinodo ed il capestro degli Czar s'illudevano di avere per sempre ammutolito, ed a cui risponde dalle spiagge Lusitane e dalla vecchia Aragona in fiamme lo schianto della rivolta che la pietà di nostra Signora del Pilar e la mitraglia conserta della repubblica e del Borbone non giungono a disarmare nè a spegnere.

Il vecchio ordine traballa spaurito.

Corri a salvarlo tu, armento ignavo ottuso di servi fedeli; franca nel pugno massiccio il coltello sanfedista, ed assesta alle reni della libertà che rialza la fronte ed accende tutte le speranze il colpo di misericordia.

Incidendo nel libro aureo delle coscrizioni imminenti il tuo nome e la tua vergogna.

(26 maggio 1917)

MENTANA

Anticipazioni

Martedì scorso verso le due del pomeriggio tre agenti del governo federale accompagnati dal sceriffo della Contea si sono presentati all'ufficio della «Cronaca» chiedendo del suo redattore che il Procuratore del governo federale voleva vedere in Boston immediatamente.

Dopo una sosta al locale ufficio di polizia il compagno Galleani è comparso in Boston dinnanzi all'U. S. Attorney71, curioso di sapere quale era lo scopo dell'articolo Matricolati! apparso nella «Cronaca» della settimana scorsa.

— Semplicissimo, ha dichiarato il nostro Galleani, quello di rispondere a centinaia di lettori i quali chieggono che cosa debbano fare dinnanzi alla perentoria diffida di doversi registrare.

— E che consiglio date voi?

— Non dò consigli gravi di conseguenze che non sono chiamato a condividere. Se dovessi rispondere in coscienza dovrei dire ai lavoratori: non andate a registrarvi. Ma li manderei in galera, e non ne ho il diritto, io che da tali conseguenze sono immunizzato dall'età: ho cinquantasei anni.

— E perchè, in coscienza, gli dovreste dissuadere dalla registrazione.

— Perchè a prescindere dalle mie personali convinzioni...

— Siete socialista?

— No, sono anarchico, e refrattario come tale ad ogni coercizione, contrario ad ogni legge, a questa particolarmente che avvalora un'ipoteca indebita ed esosa. Ma anche a prescindere dalle mie convinzioni e rimanendo nell'ambito vostro dovrei dirà in coscienza ai miei lettori che la legge 18 Maggio 1917 essendo in aperta contraddizione collo spirito e colla lettera del tredicesimo emendamento della Costituzione, nessuno è tenuto ad osservarla: dovrei dire che nei modi e nelle forme con cui si esige il censimento obbligatorio del 5 giugno è un'arbitrio a cui nessuno è tenuto a piegarsi, come quello che esorbita i diritti riconosciuti ai presidente dal Congresso che non gli ha consentito alcuna facoltà di occuparsi degli stranieri.

— Mi pare che l'avete detto....

— Senza esagerare e senza rinunziare al mio diritto di esaminare, di criticare, di aborrire occorrendo un atto del Parlamento. Se vi è chi può gridare che la guerra è una cosa magnifica, un provvedimento sagace la coscrizione, un dovere la registrazione, vi può essere chi pensi che siano insieme tre calamità, e rivendichi, come rivendico io, il diritto di dirlo. Vorreste pretendere che la legge sia al disopra di ogni discussione?

— Non si affaccia questa pretesa, risponde l'U. S. Attorney con un colpo di tosse, e di evidente mala voglia.

— E allora non è lecito inferire che una legge la quale contrasta l'espressa volontà della nazione è tutto quello che di più antidemocratico si possa desiderare?

— Come sarebbe a dire?

— Il proletariato d'America non vuol saperne, di guerra.

— Tutto il popolo Americano è per la guerra.

— Quando il governo ha chiesto pel fabbisogno immediato della guerra mezzo milione di volontarii, il proletariato non vi ha dato un uomo. V'è prova manifesta che della guerra non vuole: Perchè non si dovrebbe dire?

— Potete dirlo con molta moderazione, non dimenticando che l'America è oggi in guerra ben decisa ad andare fino in fondo, e che ogni atto il quale possa interferire colla sicurezza e colla difesa del paese, sarà punito colla maggiore severità.

C'è qui ad esempio un manifesto... che voi dovete conoscere.

— Lo vedo oggi per la prima volta; se ne fossi l'autore ne rivendicherei la paternità, come dell'articolo «Matricolati», se l'avessi letto e mi piacesse, vi direi francamente che mi piace, se ne avessi aiutato la diffusione rivendicherei del mio atto la piena responsabilità.

— Mio dovere è di diffidarvi che saranno prese misure severissime contro chiunque contrasti in un modo qualsiasi le operazioni d'arruolamento. Non ve ne dimenticate. Per oggi potete andarvene.

Ed il compagno Galleani è tornato al lavoro coll'impressione che su in alto guardano al 5 Giugno come ad un'incognita densa di sorprese, lietissimo di aver lascialo nell'animo dei suoi inquisitori un'altra non meno schietta nè meno benefica impressione, che si può essere contro la guerra, contro la coscrizione e contro la registrazione anche senza essere un agente del Kaiser.

Ed ai compagni agli amici che con fraterna sollecitudine si sono del rapido eclissi preoccupati amorosamente, manda un grazie sincero e cordiale.

Non è stata che un'anticipazione del regime che s'addensa minaccioso su tutti e scroscierà, aspettatevelo pure, compagni fervidi e buoni, scroscierà per tutti dopo domani.

Senza devastazioni se troverà conserte e decise le energie d'avanguardia.

(2 giugno 1917)

No, non torna!

Fra i tedeschi del Kaiser che in Fiandra stupran fanciulle, deportan vecchi, fucilan donne, squartan bambini, ed i tedeschi di Wall Street che delle donne comprano con una manciata di dollari la vergogna o le condannano a prostituirsi di miseria sul marciapiedi, ed affogano d'inedia pei cento ergastoli industriali venti milioni di cittadini della repubblica, e ne ardono tra le fiammate di Bayonne o sui roghi di Ludlow i figlioli; tra i tedeschi del Kaiser e quelli di Wall Street, è vecchia ruggine di mercadanti che nel gorgo della guerra immane ha travolto anche l'America.

La patria è in pericolo! Bisogna stringere la cintola, bisogna stringere in un solo fascio irresistibile cuori braccia impeti alla prova, a la vittoria. Misurare il pane, dare la vita.

Eroico!

Dai tugurii, dai fondachi, dalle soffitte, dai monti, dai campi, dalle miniere, la marmaglia si addensa al cimento.

Dà il tozzo di pane, dà il soldino, dà i figli, dà la pelle. Non ha altro; dà tutto quello che ha, la marmaglia.

Dall'altra riva non danno nulla.

Comprano le cartelle del Liberty Loan, sottoscrivono per qualche centinaio di scudi alla Croce Rossa, mettono a disposizione del governo cantieri ed officine; è vero, è vero!

Ma tornando dai pic-nic tricolori in cui il signore ha buttato un migliaio di dollari per una gardenia e la signora ha venduto per un pugno di ghinee un sorriso od un bacio a... sollievo degli orfani della guerra, i patriotti dall'altra riva crescono d'un dollaro al coppo la farina e le patate, le cipolle e le fave, e dell'attimo d'insolita prodigalità si rivalgono al cento per uno, onestamente.

E su la guerra vendemmiano.

I miserabili si spogliano di tutto e della pelle sul conto.

Ma il conto non torna, e bisogna rifarlo.

Facciano quel che fa la marmaglia i patriottissimi dall'altra riva: diano alla patria, come la marmaglia, tutto quello che hanno, diano il campo e la fabbrica, diano il cantiere e la mina, diano il gruzzolo e la pelle, ed andremo d'accordo.

La comunanza degli entusiasmi e della fede si integri della comunanza dei cimenti, dei sacrifizii, dell'abnegazione; se no, no!

La patria che agli uni impone l'inopia, agli altri l'indigestione; che gli uni precipita nell'abisso ed agli altri custodisce la tana; che a quelli nega la libertà, a questi consente l'arbitrio; che ai miserabili può togliere la pelle, e non può togliere un soldo agli epuloni, la Patria è la più sanguinosa delle ironie, la guerra un trabocchetto scandaloso.

E può farsi la sua guerra allora la patria dei Morgan, dei Rockefeller, degli Schwab, degli Armour e degli altri Vanderbilt congeneri.

Il proletariato non ha che a farsi la sua, il proletariato che da qualche millennio toglie la castagna dal fuoco a tutti i filibustieri, per mieter soltanto pellagra e pedate.

No, il conto non torna, e alla guerra non si va.

(2 giugno 1917).

Vecchi, ditelo voi!

Parlate voi che lo strazio e l'orrore della guerra avete veduto, avete vissuto; che nella retina avete sempre il bagliore degli incendii, e acerbo, implacato nella memoria il gemito degli agonizzanti di Atlanta, di Iloilo, di Manila72.

Ai figli, ai nipoti che la patria riaggiogano all'antico vassallaggio britannico, abdicando alle franchigie che della «grande ribellione» sono la gloria più pura, dite voi che non per questo a Lexington ed a Gettysburg avete impugnato le armi, dato il sangue e la fede, anelando a la gloria ed alla vittoria.

Non perchè la patria s'arrendesse baldracca a le voglie dei farisei, dei pubblicani e dei ladri; non perchè la repubblica irridendo al sogno ed all'olocausto di Abramo Lincoln, crocefiggesse tra la miseria ed il privilegio l'uguaglianza, la fratellanza e la giustizia; ed alla doppia prostituzione s'adagiassero mezzani i figli ed i nipoti.

Dite che una sola guerra è oggi ambita e degna: la nuova guerra che spezzati i nuovi gioghi – più dell'antico esosi – compirà degli annunziatori, dei martiri, dei legionari l'aspirazione ed il voto, restituendo colla terra e la miniera e la fabbrica ai figli della patria uguali, il pane e la libertà.

(2 giugno 1917).

Madri, difendeteli!

Proteggete i nati! Li abbagliano d'orpelli e di bandiere, li assordano di ciancie, di sofismi, di menzogne, li ubbriacano di fanfare e di epicedii.

Ve li rubano! Per avventarlo di là dal mare al sacco, allo stupro, a la devastazione, alla morte, il bel figliolo cresciuto dalla vostra eroica abnegazione al lavoro, all'amore!

Per non tornarvi domani che un abbrutito, orgoglioso della propria vergogna; per non tornarvi che un mutilato od un cadavere.

Madri, difendeteli! Non abbandonate al vortice insano della guerra i figlioli.

(2 giugno 1917).

Vi guadagneranno proprio?

TRATTI DI CORDA

L'ultimo numero della «Cronaca Sovversiva» è stato colpito dall'interdetto. Il Postmaster di Lynn ci faceva sabato scorso avvertire che in obbedienza ad ordini precisi venuti da Washington la spedizione del giornale era sospesa; che ci avrebbe notificato più tardi l'analoga decisione delle autorità federali.

Martedì, al nostro redattore il sopraintendente dell'ufficio postale notificava difatti che la circolazione del N. 22, Anno XV della «Cronaca Sovversiva», 2 Giugno 1917, era interdetta, e che i pacchi volevano essere ritirati.

— Quali le ragioni che determinano e sorreggono la curiosa pretesa? chiede il nostro redattore.

— I don't-know! (Non so!).

Va bene : capirete tuttavia che la disposizione è ben lontana dal soddisfarci. Voi ritenete che questo numero della «Cronaca» non possa circolare; noi ci permettiamo di essere pel momento di parere contrario, e non pretendiamo troppo certo quando vi chiediamo rispettosamente chi abbia dato l'ordine e...

— I don't know; may be the judge.

— Qui i giudici, non c'entrano. Non può esservi alcuna istruttoria in corso, nè alcun processo in vista, ed io trovo semplicemente curioso che mancando fino ad oggi l'istituto della censura preventiva, quest'ufficio si sia arbitrariamente arrogato il diritto di sospendere la circolazione del giornale; e quello d'interdirla oggi dispoticamente senza alcuna motivazione.

— I don't know; unless some things in the paper are not suitable to their taste... («Non so; a meno che nel giornale non vi siano cose che non piacciono...»).

— Non si scrivono giornali per far piacere ai signori di Washington. La «Cronaca», espone fatti, convinzioni, giudizii che possano urtare o meno negli statuti o nelle leggi che regolano la stampa del paese. Dove la sostanza o la forma di questi suoi fatti e giudizii, costituiscano un reato voi potete denunciarli all'autorità giudiziaria pel relativo procedimento, ma dovete ad ogni modo continuarne la circolazione, fin che la censura preventiva non sia un istituto della repubblica; e dove gli estremi del reato non siano, la circolazione del giornale non deve essere nè ritardata nè sospesa. Non vi pare?

— I don't. know...

— Fermo in queste ragioni, io protesto contro l'arbitrio consumato a nostro danno senza l'ombra di una giustificazione, e reclamo che senza altro ritardo la «Cronaca» sia, come sempre, spedita a destinazione.

Nella giornata la redazione faceva pervenire la stessa diffida «in iscritto» al direttore dell'ufficio postale di Lynn che al momento in cui scriviamo non ci ha fatto pervenire la sue deliberazioni.

UN CONFRONTO

Nell'episodio sintomatico i compagni attingeranno più che non le semplici ragioni per cui il giornale non è stato spedito, ed essi ne hanno atteso indarno l'ultimo numero la settimana scorsa; e più che non l'assicurazione che essi l'ultimo numero della «Cronaca Sovversiva» riceveranno ad ogni modo. Attingeranno i termini di un confronto istruttivo – se non troppo lusinghiero per la grande repubblica – sopratutto, se in essi la necessità di distinguere si indugi empiricamente su le forme costituzionali, e la repubblica vi appaia un grande progresso su la monarchia; ed i presidii della libertà di pensiero, di parola, di stampa, di riunione cerchino, più che nella loro propria vigilanza diuturna, negli statuti o nelle costituzioni: un misero scrap of paper («un pezzo di carta straccia») per Woodrow Wilson come per Guglielmone di Germania.

Dove non peggio.

Perchè in Germania, nella Germania feudale del Kaiser, nella Germania stanca della guerra, nella Germania alla vigilia del primo grande rivolgimento della sua storia, nella Germania della censura militare occhiuta e grifagna, i fogli d'opposizione dalle tinte e dalle aspirazioni più radicali continuano a veder la luce, aspri di giudizii e di condanne sui responsabili della guerra, sui modi con cui la guerra è condotta e la nazione precipitata a la ruina; in Francia due giornali anarchici: «Par delà la melèe» e «Ce qu'il faut dire» si pubblicano regolarmente, e regolarmente attingono coteste spiaggie senza rigori eccessivi da parte della censura militare; in Austria, in Ispagna, in Italia si pubblicano gli stessi giornali anarchici che prima della guerra; ed a placare gli scrupoli lojoleschi di S. E. Albert Sidney Burleson noi possiamo offrirgli, sempre che le voglia, le collezioni del «Libertario» di Spezia, dell'«Avvenire Anarchico» di Pisa, di «Tierra y Libertad» di Barcellona.

Qui nella grande repubblica che a custodia della civiltà e della libertà si appresta a la crociata eroica; qui Woodrow Wilson che sferra nei suoi messaggi l'anatema contro la vergognosa superstizione del privilegio monarchico nel nome della democrazia più illuminata; qui Woodrow Wilson a cui Camera e Senato negano concordemente autorità e mezzi d'imbavagliare, anche soltanto d'infrenare la libertà della stampa, in ispregio ed a vilipendio della costituzione, del parlamento, della legge, della repubblica, strozza «l'Era Nuova» di Paterson con un raggiro, interdice «The Blast» di San Francisco con un sofisma, affoga «The Social War» di Chicago tra un arresto e l'altro dei suoi redattori, e con una lettre de Cachet, quasi egli fosse Re Sole, butta il laccio insaponato alla «Cronaca Sovversiva» stupidamente; e la guerra, badate bene, non è peranco alle fucilate d'avanguardia!

L'INUTILE COSACCHERIA

Stupidamente!

Che razza di storia insegnava dunque ai suoi pupilli della Princeton University il professore Woodrow Wilson il quale dimentica che contro le Proposizioni di Wittemberga si arrovellano di Leone X i sarcasmi, di Carlo V gli editti, di Melantone gli scrupoli indarno, ed ignora che il silence aux pauvres! delle ordinanze di Polignac non schiude a Carlo X se non le vie dell'esilio, non arma contro le sanguinose restaurazioni di Alfonso XIII, e di Carnot, e di Umberto di Savoia se non gli sdegni di Angiolillo, di Caserio e di Bresci, senza arrestare nè la Riforma n'è l'Anarchia su le vie del destino?

Noi non minacciamo la tragedia – si rassicurino e Woodrow Wilson e la piccioletta anima domenicana di S. E. il Ministro Burleson – noi, non minacciamo la tragedia; ci accontentiamo di una previsione e di un impegno discretissimi.

A che cosa conchiuderanno gli anatemi, gli interdetti, le confische, esose di cui si compiacciono lassù negli empirei dell'ordine repubblicano?

A riconsacrare, nei sudditi la fede nella costituzione, il rispetto alla legge, la maestà della repubblica, egualmente calpestate ed irrise?

Non vorranno sognarselo neppure. Le folle giudicano dei simboli a seconda della fiducia che ispirano, e dei benefici che se ne ripromettono; e quando gli unti del suffragio universale non hanno per la libertà che l'orrore, le maledizioni e le ritorte di cui la suppliziano gli unti del Signore, e nella rabbia dispotica cieca ed insana vedono comunicare colla stessa libidine Woodrow Wilson e Guglielmo di Hohenzollern, fanno tutto un fascio le turbe; conchiudendo che, autocratico o repubblicano, lo Stato non è che un gendarme ottuso, che è oppressione e vergogna ogni governo, che i presidii della libertà si debbono cercare fuori dello Stato, contro lo Stato, su le rovine dello Stato.

SI PASSERÀ AD OGNI MODO

Per questo infuriano a Washington contro la stampa sovversiva?

Perchè neppure debbono sognarsi di ridurre in silenzio le minoranze, in cui si rifugiano il diritto, gli orgogli e le speranze della libertà.

Noi, che protestiamo unicamente per negare all'arbitrio una anche tacita sanzione, riaffermiamo, primi, senza spavalderie e senza paure che il Sant'Uffizio repubblicano sciupa le bolle e la corda.

La «Cronaca Sovversiva» non abdica di fronte alle insidie oblique dell'oggi, non abdicherà di fronte alle aperte minaccie, sotto lo scroscio della selvaggia persecuzione domani.

Può interdirci l'uso delle poste federali Sidney Burleson: ma con quale risultato, se non potrà toglierci di pensare che la grande guerra è arrembaggio impudico di corsari a cui il proletariato non deve dare nè un uomo, nè un soldo? e turgido di rinnovate esperienze questo pensiero troverà senza il beneplacito dei superiori la propria via?

Che, francata dalla tormentosa preoccupazione della forma, della misura, delle cautele in cui si è fino ad oggi contenuta inalterabilmente, non offrendo in quindici, anni di vita l'addentellato ad un richiamo delle autorità federali, nè ad una privata querela, la «Cronaca Sovversiva» alla persecuzione senza freno e senza pudori risponderà colla guerra senza pietà nè quartiere.

Si starà meglio da una parte e dall'altra. Di là si accorgeranno finalmente che questa delle esecuzioni amministrative è viltà inutile e pericolosa: dei loro furori torquemadeschi assumeranno la responsabilità eroicamente e consegnandoci ai famuli della santa romana rota repubblicana diranno al mondo che in America la libertà di coscienza, di parola e di stampa è così larga... come in Roma ai tempi di papa Aldobrandini, o come in Russia al tempo di Romanoff: che siete cioè liberissimi di pensare della Repubblica quel che vi piace, ma che vi tocca mezzo secolo di galera se non v'inchinate al baciamano di suoi magistrati, ed un linciaggio se, come i cittadini dell'Uri nel XIV secolo dinnanzi al cappello di Gessler, non vi sberrettate al tricolore. E di qui si dirà pane al pane e vino al vino senza il supplizio quotidiano, di dover conciliare l'integrità del pensiero coll'ardua verecondia della parola.

PARLANDO CHIARO...

E diremo, allora, ai pezzenti delle cento patrie qui rifugiati, ai pezzenti cresciuti qui orgogliosi della servitù inconsaputa: ogni guerra. è reversione barbarica alla bestialità primordiale; è fratricidio orrendo che sanguina di odii scellerati ed implacabili, la guerra; è insania, devastazione, rovina di cui scontate voi soli e gli strazii e le morti e le rovine; è frode macabra che irresponsabili augusti e ladri matricolati attizzano per libidine d'imperio, per libidine di subiti guadagni, per avventare gli uni sugli altri i servi anelanti sotto la stessa croce, nei secoli, alle stesse eucaristie della gioia e della libertà; e dissanguarvi le vene, la fede, l'audacia, e ricacciarvi sotto il giogo, e sul sacco rifarsi; nel nome della patria che vi affoga di ritorte, di tributi e di fame; nel nome della bandiera, che nella gelosa custodia d'ogni più iniquo, d'ogni più assurdo privilegio consacra i ladri all'impunità, i derubati a tutte le umiliazioni, a tutte le angoscie, a tutta la vergogna.

Ogni guerra! comunque si mascheri, di là e di quà, dai due mari: la guerra del Kaiser che, ansando alla teutonica egemonia del vecchio mondo e del nuovo, sferra dal Baltico al Danubio, da Varsavia a Lovanio le orde dei suoi unni abbrutiti a stuprar donne e bambini, a scannar vecchi, e malati, ad incendiar biblioteche ed atenei, nel nome della cultura. Di contro, l'Inghilterra, la Francia,l'Italia, che nei campi di concentramento del Transvaal e nei massacri di Dublino, nelle stragi del Madagascar, del Tonchino, di Fourmies o di Draveil, negli eccidii di Berra e tra le forche di Piazza del Pane, si sono cinte antesignane di libertà e di civiltà, e fremono al varco delle Alpi o dei Vosgi il sadico lupercale de la rivincita, nel nome della libertà e della civiltà.

Arriva ultima, ora, la grande repubblica nel nome dell'umanità: arriva densa di uomini e di miliardi, dieci milioni di armati se dobbiamo credere al suo Prevosto, il generale Crowder, venticinque miliardi di dollari se dobbiamo contare sui preventivi di E. Kerr, un finanziere tra i più autorevoli; e il primo milione di uomini partirà in Settembre, ed i primi sette miliardi di prestiti sono oramai liquidati.

E voi non vi fate un'illusione sul destino di quei miliardi che riscatterete, soli, d'inedia e di taglie: «the 7.000.000.000 just set aside by the governement will be almost wholly spent in this country for foodstuffs, implements, etc.»,73 dichiarava pochi giorni sono un grande uomo d'affari di questo paese; diceva in altri termini: voi sottoscrivete al prestito, al prestito della libertà, ed i sette miliardi da voi sottoscritti andranno a finire nelle tasche dei grandi fornitori che, a vender cento quanto non vale dieci, ne vendemmieranno un'altra ventina, mentre le vostre donne mendicheranno il tozzo sul lastrico, ed i figlioli moriranno di fame su la paglia.

E neanche vi illuderete intorno a l'umanità che scatena la guerra, e bandiranno – penetrati oltre le disfatte barriere tedesche – i soldati della grande repubblica.

Non ricordate i soldati del Grant ad Atlanta? non avete visti quelli del Pershing, del Funston, dello Smith,74 del Linderfelt a le Filippine, ad Hazleton, a Ludlow, a Bayonne?

Non li maledite più che in cor vostro non imprechiate agli Unni del Kaiser, del Gallieni, del Kitchener o del Caneva: la guerra è la guerra!

Li avete visti innanzi e dopo: sul lavoro, compagni vostri nel fervore e nella pena; al focolare padri, mariti, fratelli amorosi ed esemplari, dovunque buoni, pietosi, degni, gli uomini che agli ordini del Grant o del Pershing, dello Smith o del Linderfelt hanno fatto della Georgia un inferno, che sui Moros hanno sperimentato la cura dell'acqua, che su le Mesas del Colorado hanno sul rogo sospinti all'olocausto estremo donne e bambini: la guerra è la guerra!

Ed è la guerra che dei cittadini pacifici, dei villani innocui, degli operai timorati fa lo strumento d'ogni turpitudine, d'ogni infamia, d'ogni più esecranda vergogna.

Non li maledite in cuor vostro più che non imprechiate agli Unni del Kaiser.

Maledite alla guerra! contenetene, finchè sia in poter vostro, la piena scellerata; negatele l'entusiasmo, le giovinezze, le braccia, le armi; serbate gli sdegni, il sangue, gli impeti, i figli a più civile, a più nobile riscossa che non sia delle bische e dei ciurmadori della patria o della repubblica; al riscatto vostro, della terra, del pane, della libertà sullo sbaraglio dei vampiri che ve ne spogliarono colla violenza e colla frode, che colla frode e colla violenza ve ne contendono i sorrisi e le benedizioni.

Nè un soldo nè un uomo per la guerra! fino all'ultima stilla il sangue d'ogni vena per la rivoluzione sociale!

* * *

Questo, da questa stessa tribuna, per più libere vie, diremo ai lavoratori il giorno che l'ultima speranza di riprendere in faccia al sole l'ebdomadaria conversazione teorica, ci sarà sbarrata dall'ottusa protervia dei nostri censori.

E se alla provocazione bestiale risponderanno altra voce ed altra favilla che non quella del pensiero, non ve ne dorrete: è messe della violenza la violenza, messe della reazione la rivolta, messe della guerra la rivoluzione.

Ci direte allora, se ve ne rimarrà l'animo, quel che nel cambio avrete guadagnato75.

(9 giugno 1917).

Per questa volta...

Vanno per la più spiccia in terra di libertà quando questa si vuol togliere ad un... noioso brontolone.

Una raccomandazione ad uno sbirro in busca di benemerenze e costui vi si mette alle calcagna, al primo cantone vi sbattacchia contro un muro, v'insulta, vi bastona e se avete ancora l'angelica bontà di tacere e di rassegnarvi il meglio che vi possa incorrere sarà sempre un viaggetto alla prossima stazione di polizia e di lì in processione per le corti municipali e, a questi lumi di escandescenze patraiuole, per le corti federali: salvo poi a ridarvi alle vie cittadine, previo paterno sermone e grazioso ammonimento.

Ha di Torquemada l'inclinazione e l'invidia ma manca ancora al Sant'Uffizio repubblicano l'esperienza e la preparazione; per cui alla caratteristica rapidità dell'impudente violenza succede un immediato allentamento di freni che pur non è tra i numeri del programma. Forse con l'esercizio verrà l'accuratezza che eviti le contraddizioni del dire e del disdire, del fare e del disfare.

Ci rallegriamo ad ogni modo che nella contraddizione siano incappati Ippolito Havel e Theo. Appel di «The Social War».

L'imputazione tanto stupidamente montata contro i nostri compagni cadde con la stessa facilità con cui era stata architettata, non ostante il pio desiderio del giudice della corte federale di Chicago il quale s'era proposto: «neither will we believe in organized government, we will give you your own-medicine» ed evangelicamente «I will send men after you and they will beat you to pieces». Chiaro!76.

Ma non sempre è possibile accoppiare il proposito con la realtà e rimane ancora una trepidanza: che non abbia il buon giudice a subissare la indignazione degli spettatori.

Certo, Ippolito Havel e Appel sono provvisoriamente liberati da qualunque accusa e han dovuto ritirar le unghie i felini delle gabbia di Chicago. Torneranno alla carica più tardi, non è da illudersi, perchè siamo appena alle prime mosse della battuta.

Ciò non c'impedisce di stringere idealmente la mano ai buoni compagni di «The Social War».

(9 giugno 1917).

Qui incomincian, le dolenti note...

It is a fearful thing to lead this great people into war, into the most terrible and disastrous of all wars...

Messaggio del Pres. Wilson al Congresso il 2 Aprile 1917.

CONSUMMATUM EST!

La registrazione è un fatto compiuto. Di contro alle date memorabili che della sua redenzione segnano tappe eroiche e vittorie gloriose, il popolo americano ha scritto quella del 3 Giugno 1917 in cui alla conquista della grande rivoluzione ed alle franchigie della costituzione repubblicana ha sciaguratamente abdicato, squallidi della stessa ignavia l'animo, il gesto e la parola.

Perchè la nota caratteristica della giornata è stata proprio l'ignavia.

Il proletariato d'America è contro la guerra: contro questa guerra, intendiamoci bene. Se lo straniero avesse a minacciare l'integrità, l'indipendenza, la sicurezza della patria americana, noi lo vedremmo insorgere come un uomo solo. È così giovane la patria qui! ed è ricca tanto ancora per la gente che ospita, generosa ed indulgente, che certi orgogli e certe devozioni si spiegano. Se patria est ubi bene est, c'è da scommettere che a difendere questo suo tozzo, questo suo costellato cencio di repubblica, questo suo fantasma di libertà, il proletariato americano sfolgorerebbe degli impeti, degli entusiasmi, degli eroismi di cui freme ogni pagina della sua storia recente, e ribalenarono a San Juan, a Manila, a Santiago or sono vent'anni; e Woodrow Wilson ha chiesto indarno ai plebisciti d'avantieri.

Ma perchè deve lasciare la patria, la famiglia, il lavoro, e battersi in Francia per... Giorgio V d'Inghilterra e per la muta avida di pubblicani, di usurai, di barattieri e di filibustieri che si rimpiattano dietro di lui? Perchè?

E della guerra non vuole. Lo ha detto in linguaggio che sfida ogni equivoco, ogni dubbio, ogni sofisma. Gli ha chiesto cinquecentomila volontarii il Presidente Wilson, per gli immediati bisogni dell'esercito e dell'armata, glie li ha chiesti due mesi fa, ed il proletariato non gli ha dato un uomo. Ho qui il rapporto mortificante dell'Aiutante Generale McCay, in data degli ultimi del Maggio scorso: «dopo due mesi di rogazioni clamorose, sfacciate, ostinate, lo Stato di New York che doveva dare 5942 volontarii ne ha racimolati 98, il Texas di 3113 ne ha messi insieme giusto, giusto 46, ed il Massachussetts sul quale si contava per 2329 volontarii ne ha coscritti 68!»77.

Ha risposto così male il proletariato d'America che gli si è dovuto estorcere colla violenza il tributo che di buona voglia non si disponeva a dare, ed imporgli, nel nome della democrazia e della repubblicana sovranità popolare, contro la sua volontà espressa e precisa, il servizio militare universale ed obbligatorio.

CONTRO LA GUERRA, SEMPRE!

Della guerra non vuole neanche oggi.

Fate i conti con la psicologia, diremo così, civile, del popolo americano che un progetto di legge contrasta nella stampa, nei pubblici comizii, nei corridoi e nelle aule del parlamento, dinnanzi alla Corte Suprema, con ogni mezzo, ove non gli piaccia; ma accoglie, ubbidisce, inchina non appena sia diventato legge della nazione perchè nel rispetto alla legge conchiude espressione, fondamento e guarentigie della libertà; ed i conti rivedete poi al lume del contrasto che stride fra preventivi e risultati della registrazione.

Il Prevosto Maresciallo Generale Crowder si riprometteva dalle operazioni del 5 Giugno, in base dell'ultimo censimento ed esclusi i territori dell'Alaska e delle Isole Hawaii, un contingente di dieci milioni duecentosessantaquattro mila ottocentonovantasei uomini tra i ventuno ed i trentun'anni; e la sera stessa del martedì i grandi giornali davano per sorpassata ogni previsione iperbolicamente: il totale dei coscritti andava al di là degli undici milioni!

Soltanto, l'indomani un termine ulteriore era concesso ai refrattarii, e questi debbono essere numerosi se il ministro della giustizia Gregory constatato che «the failure of more than 1.000.000 men to register, now that a week has passead...-» rende manifesto «that those who have not registered do not intend to do so78», ne ordina d'accordo col Prevosto Generale Crowder l'immediata cattura.

Un brutto guaio, perchè quando consentono a Washington oltre un milione di renitenti, si può essere sicuri che essi sono un milione e mezzo o due milioni almeno, ed a trovare alloggio nelle galere della repubblica per due milioni di refrattarii è cosa più facile a dirsi che non a farsi; un guaio anche maggiore se si pensi che dopo tutto la registrazione era un impegno vago, che la leva essendo minaccia ben più categorica i refrattarii saranno raddoppiati a Settembre, quando si dovrà infilare la casacca, e triplicati in Dicembre od in Gennaio quando bisognerà imbarcarsi per la guerra d'oltremare.

FINISCE PER VEDER CHIARO

Anch'esso il proletariato della grande repubblica: della guerra discopre gli obbiettivi inconfessati traverso i caratteri manifesti, e ne misura le conseguenze spaventose.

Non sono due settimane Arthur Henderson del Consiglio di Guerra britannico concedeva in un suo discorso a Richmond che i morti della guerra sono almeno sette milioni; che il numero dei feriti, dei mutilati, degli inabilitati per sempre al lavoro supera di gran lunga gli attuali quarantacinque milioni della popolazione del Regno Unito; e che «there was no prospect of cessation of hostilities79»; e domenica scorsa l'ex-presidente W. H. Taft al Congresso nazionale delle opere pie e di correzione in Pittsburgh richiamava il popolo americano alla realtà della situazione: «la guerra costerà miliardi di dollari e milioni di uomini. Il Canadà con sei milioni di abitanti ha dato alla guerra quattrocento mila uomini; noi, mantenuta questa proporzione, dobbiamo mandare al fronte sei milioni di soldati80».

Così, hanno un bel ricantare pei trivii delle nostre colonie svariate i prosseneti della stampa bordelliera che la «registrazione non impegna gli stranieri al servizio militare nè di là nè di qua, in alcun modo».

Le prime applicazioni della legge 18 Aprile 1917 per cui i governi alleati possono coscrivere qui volontariamente i sudditi rispettivi, la dicono più lunga che non le antifone della stampa consolare.

Il generale Tom Bridges della British War Commission vi dice chiaro nei proclami con cui inaugura le operazioni di arruolamento volontario: o vi arruolate alle buone o sarete privati dei diritti civili!... «while affording this opportunity for voluntary enlistment, it must be remembered that the law of nations does not recognize a man without a country... Every man who enjovs the privilege of citizenship has corresponding obligations... Both countries will insure that there is no escape from these obligations81».

Domani, dopo, tra una settimana od un mese, verranno a fare altrettanto il principe di Udine, il generale Guglielmotti, il senatore Marconi tra i fedeli sudditi d'oltre mare che... s'incoronano pel sacrifizio, ed agli incettatori di carne da cannone apprestano, in luogo e vece di quattro buone legnate, ricevimenti, banchetti, luminarie e marcia reale: «Su, su, figlioli, smettete il broncio, la diffidenza, la paura! Su, tornate in patria alle buone, andate a farvi ammazzare sul Carso o sul Tonale, andateci ora, subito, avanti che vi buttino il laccio al collo da quest'altra parte; both countries will insure that there is no escape from these obligations».

SBARRATO L'ULTIMO SCAMPO
DALLE MANI FRATERNE

Che l'ex-sindaco di Boston, Fitzgerald, chiegga a Wilson la deportazione immediata di tutti gli stranieri atti alle armi, prima di coscrivere i cittadini della repubblica, è logico, naturale.

Che irridendo all'Inghilterra, al Giappone, ai governi dell'Intesa, l'attuale sindaco di Boston, il Curley «do not want to see one of our american boys go across lo fight in Europe's trenches until the countries now at war have done their share first82» è ragionevole, discreto anche; e non istupirà nessuno.

Credono alla patria, credono alla guerra, poppano alle mammelle dell'una e dell'altra, nel mondo della finanza, della politica e della sacristia, in cui i Fitzgerald ed i Curley spiegano il loro eroico fervore83.

Ma ad urgere la guerra, la coscrizione forzosa degli stranieri, la taglia, od il bando, berrettoni e cacichi dei grandi sindacati del lavoro danno qualche punto ai mezzani di Wall Street ed ai pretoriani della Casa Bianca.

Lasciamo da banda i sinedrii delle mille unioni di mestiere che disponendo arbitrariamente dei fondi dell'organizzazione alimentano la guerra colle iperboliche sottoscrizioni al prestito della libertà; e da parte lasciamo pure i grandi sindacati dei ferrovieri, telegrafisti, conduttori, macchinisti e fuochisti che a Philadelphia domenica scorsa del pane e del destino di cinquecentomila organizzati hanno disposto offrendosi «to suspend any law of organization if Prcsident Wilson request it, in order that all instrumentalities of this nation may be used for tbc common cause of universal freedom84», raccomandata all'orrendo macello d'oltremare; due episodii superflui a dimostrare che non vi è nel privilegio borghese miglior presidio e più devoto e più fido che nei sindacati operai.

Stiamo ai deliberati dei loro poteri esecutivi, a quello, per citarne uno, del Boston Central Labor Council, il quale non chiede soltanto ai deputati, ai senatori, a Samuele Gompers che usino tutta la loro influenza «to push trough a. la.w whereby all aliens who refuse to join the army or navy of their own countries shall be subject to draft into the United Stales service»; ma comanda a tutte le organizzazioni federate «to refuse as member any alien between the ages of 21 and 30 inclusive who would be subject to draft, during the duration of war.

«...these foreigners who will not even fight for their own homes are preparing to act like a flock of vultures, and pick the bones of thoose who are left in the field of battle85», ha conchiuso, il segretario del Boston Central Labor Council, la settimana scorsa, e su mentalità cosiffatte che cosa volete che possa il ragionamento se realtà ed esperienze quotidiane, tragiche, inesorate non lasciano una scalfittura?

— Ma tengono alla pelle? tengono al pane? e questo non vogliono abbandonare agli avvoltoi on the field of battle? Ma non vadano a registrarsi! si ricusino alla coscrizione! non vadano alla guerra!... come facciamo noi – brontola un compagno commentando quel deliberato – Oh che ce li mandiamo noi a la guerra 'sti bauli?

Oh, non vedono che cos'è la guerra?

E perchè invece di ribellarsi a chi la vuole, perchè vi fa su alla svelta il milioncino, se la pigliano con noi che ne portiamo tutte le conseguenze?

LA PRIMA MIETITURA

Nessuno ha fatto mai i salarii che si pagano oggidì in quasi tutte le industrie, e nessuno è stato mai così male. La sproporzione tra l'aumento dei salarii e quello dei generi di consumo è tale da far rimpiangere a chi lavora i giorni in cui buscava un salario inferiore, è vero, ma non così inadeguato al costo della vita.

Quello che una volta si comprava sul mercato di Boston, con tre scudi non si compera più oggi con quattro scudi e mezzo, e mentre tutti raccomandano l'economia consigliando alla povera gente di farsi il pan di cruschello e la zuppa di buccie di patata o di cicorie bollite perchè la guerra è un disastro che cimenta e preclude ogni bisogno, dall'altra riva fanno affaroni d'oro, e sui sacrifizii degli umili tendono la rete delle vendemmie paradossali, rubando a man salva sui contratti e sulle forniture della «preparazione».

Un'inchiesta reclamata dall'On. Fitzgerald di New York su certi lavori di costruzione hanno messo in luce che il governo paga 60 dollari ogni mille piedi di legname che i privati comprano sul mercato a trenta, che in certi lavori ad economia i carpentieri che buscano quattro scudi al giorno figurano per sette dollari giornalieri sui contratti del governo.

Su di un contratto d'una sessantina di milioni per sedici baraccamenti dell'esercito i profitti degli impresarii sono andati al di là della mezza dozzina di milioni, ed il «Boston Post» – un giornale ufficioso dei più autorevoli e dei più cauti – è costretto a deplorare che si torni alle camorre ed agli scandali di cui puzza ogni ricordo della guerra ispano-americana.

E se da un contratto di sessanta o settanta milioni gli impresarii hanno tratto sei milioni di profitti, che cosa avranno messo in tasca i negoziatori del prestito di sette míliardi? I fabbricanti delle munizioni avariate che sono scoppiate nelle mani agli artiglieri del St. Louis, del St. Paul e del Mongolia, e che il contrammiraglio Earle ha dovuto rifiutare? Quanti miliardi hanno intascato in quei sei mesi d'affannosa vigilia gli incettatori di grani, di carboni, di carni, che ci fanno pagar la farina a diciotto scudi il quintale, il carbone a quindici scudi la tonnellata, i fagiuoli a tre franchi al chilo, a prezzi inaccessibili l'osso spolpato della broda quotidiana? Quanti?

I MANUTENGOLI

— Interverrà il governo, mozzerà l'artiglio agli organizzatori della carestia e della fame, scompigliando colla dittatura dei viveri e coll'imposta progressiva sulla rendita la camorra degli usurai inverecondi od insaziati.

— Se non avete altra speranza potete andarvene a letto senza cena ed al buio. Tengono il sacco i pubblicani, dovunque siano annidati.

Quando si tratta di togliere a noi per darne a quegli altri hanno sollecitudini meravigliose ed impetuose.

Il Prestito della Libertà che vi toglie al 3 per cento i risparmi cui mungeranno il venti, il trenta per cento lor signori, è stato autorizzato per acclamazione; le appropriazioni di mezza dozzina di miliardi per l'esercito, la marina, i baraccamenti militari, le sovvenzioni agli alleati, per la rinnovazione della flotta mercantile, non si sono urtate ad un voto contrario; la legge sulla coscrizione obbligatoria che di casa ci strappa i figlioli ha trovato subito una maggioranza decisiva e aggressiva. Ma il bagarinaggio che si sarebbe potuto strozzare nelle ventiquattro ore chiudendo le borse, è sempre flagello impunitario; ma la dittatura dei viveri che avrebbe potuto frenare, se non sgominare la libidine degli affamatori: ma l'imposta su la rendita che d'una maschera pietosa avrebbe coperto l'atroce ineguaglianza per cui alla guerra i poveri danno tutto, i ricchi non danno nulla, non sono finora usciti dal truculento fragore della minaccia che ai ladri dà l'allarme perchè mettano il bottino al sicuro:

Aspetta cavallo, aspetta a morire
che l'erba di maggio deve venire.

Anzi mentre il Senato protesta fin da ora che l'imposta su la rendita deve calcolarsi sui cespiti e su le cifre anteriori alla guerra, i borsaioli dell'alta finanza colgono due piccioni ad una fava: lasciano alle serve ed ai pitocchi la gloria e la vigna del 3 per cento del «Prestito della Libertà» minacciandone l'esito, ammoniscono il governo che è destinata al fallimento ogni sua impresa finanziaria, ove alle loro estorsioni non lasci libero il campo, libere le mani86.

(16 giugno 1917).

Rimane incompleto l'articolo. perché l'autore è stato messo nell'impossibilità di continuarlo, per ora. Si vedrà in seguito di riprenderlo. D'altronde non sappiamo privare i lettori delle acute osservazioni che vi sono contenute e lo diamo così, anche se incompleto, tanto più che le deduzioni sono facili ed i lettori le potranno fare ciascuno per conto proprio. (Nota del compilatore).

Mandateci in galera!

Dove eravamo dunque rimasti al momento in cui il maresciallo Bancroft della polizia federale veniva ad interrompere la sinfonia ingrata di queste dolenti note consegnandoci, le manette ai polsi anche una volta, nelle carceri della Contea di Middlesex, colpevoli di oltraggi al presidente della repubblica e di cospirazione ai danni della coscrizione militare e della sicurezza dello Stato?

A questa conclusione largamente documentata, se io non isbagli:

1 – Che il proletariato d'America, pronto a difendere l'integrità, la sicurezza della Patria da ogni eventuale minaccia, ingenuamente non ha un entusiasmo pel tragico arrembaggio a cui, libidinosi del sacco, l'avventano i pirati della banca e della borsa di qua e di là dall'oceano.

2 – Che alla guerra nega consensi ed entusiasmi, perchè vede dalle prime avvisaglie riconsacrata l'iniqua disuguaglianza di cui sanguina – immutato nel mutare incessante degli evi e degli istituti – il suo destino servile: alla guerra il proletariato deve dare il pane, il sangue, i figli, pure sicuro di non mietervi che inedia, ritorte, disprezzo; mentre lor signori, che alla guerra non cimentano uno spasimo od un'infreddatura, vendemmiano fin da ora dividendi e profitti paradossali.

3 – Che al suo fermo proposito di difendere contro l'ipoteca grifagna la libertà ed i nati, dall'angoscia orrenda le madri, dallo squallore disperato i focolari, hanno di qua e di là dalla barricata irriso i pastori consacrati dell'ordine, egualmente beffardi.

* * *

Quando nel nome di dio ha chiesto al cardinale O'Connell se non bastassero sette milioni di cadaveri, quarantacinque milioni di mutilati, cento milioni di vedove e di orfani a placare l'ira di dio; e se non fosse cristiana pietà contenere l'ecatombe nel girone insano che dell'anima e delle vene del mondo ha travolto la fede più pura ed il sangue più generoso, il cardinale O'Connell ha risposto nel nome di dio, che la guerra è santa, tradimento negarle il tributo.

* * *

Quando a Woodrow Wilson ha ricordato che alla magistratura suprema della repubblica l'aveva il proletariato d'America riassunto, a sbaraglio di competitori obliqui ed infidi, perchè su l'orlo dell'abisso aveva trattenuto la nazione, perchè sè ed i suoi aveva salvato dagli strazii e dall'onta della guerra, e soltanto per questo: ed il volontario olocausto gli negò, intimandogli che alla sovrana volontà della nazione manifestamente avversa alla guerra egli avesse ad ubbidire più rispettosamente che non ai raggiri dei filibustieri e dei pubblicani, Woodrow Wilson ha risposto, nel nome della democrazia, col messaggio del 2 Aprile, colla coscrizione universale, con l'invio dell'ammiraglio Sims e del generale Pershing nella Manica e nei Vosgi, levando dieci miliardi di taglie. apprestandosi a rovesciare dieci milioni di giovani, tra i più sani e generosi della repubblica, nel baratro della grande guerra continentale.

* * *

Quando ha detto al suo padrone: poichè la guerra libra su le messi del dividendo rugiade sanguigne, dammi dei profitti iperbolici, che t'addensa e t'assicura la mia fatica, almeno le briciole: allentami i ferri! misurami il pane quotidiano con meno avara bilancia! mostra che se la guerra avesse a travolgerci imponendo uguali i cimenti, i rischi, le privazioni, comuni sarebbero anche benefici, conquiste e glorie; il padrone ha risposto colle estorsioni forzose del liberty bond, colla denunzia dei renitenti alla polizia, col piombo e colle nerbate come a South River avantieri: ha risposto il padrone esigendo la borsa e la vita!

* * *

Ed il peggior disinganno ha raccolto quando cercò il rifugio tra i compagni di stenti, di servitù, di pena: nei sindacati, nelle maestranze, nelle grandi organizzazioni del lavoro, a cui aveva recato la parola, l'appello discreto dell'esperienza e della ragione: non la strage, non la distruzione è compito nostro, non la guerra! ma di crescere spighe ed armenti, ma di alimentare turgida e sicura la vita, schiudere vie novelle alle sue esuberanze, nuovi campi e più vasti e più illuminati alle sue energie, più puri ideali alla sua fede ed alle sue audacie, più nobili e più salde guarentigie ai suoi fervori ai suoi amori. Non la guerra che nel petto, nella memoria dei fratelli, squarcia insanabile, avvelenata la piaga dell'odio e delle furie caine.

Venuti di lontano soggiungevano in cento diverse favelle i bastardi errabondi di cento patrie diverse: noi al re abbiamo negato l'omaggio, alla bandiera della patria la devozione, alle leggi della patria l'obbedienza, alle guerre della patria gli olocausti: patria la terra di chi soffre e lavora, unica legge la vita, unica meta la libertà; sola barriera su le vie del divenire la geldra immonda dei parassiti e dei vampiri che di sangue, di lacrime, d'onta e di morte – dell'onta e del sangue nostro – placano il sadico furore, la lubrica foia d'oro, d'ozio e d'imperio.

Per la più grande patria che ha l'orizzonte unico termine, figli uguali i cittadini dell'universo, legge comune l'amore, meta radiosa la libertà convergete le armi che per l'impudico arrembaggio vi affidano, a lo sbaraglio estremo d'ogni tirannide, di ogni barbarie soffocando la guerra della patria nel ciclone inesorato della rivoluzione sociale! È l'ora nostra! mormoravano nelle cento favelle diverse i bastardi errabondi delle cento patrie matrigne, conclamando unanime la diserzione dalle caserme e dalle galere.

E dai sindacati, dalle grandi organizzazioni del lavoro, mancipie dovunque del privilegio e della superstizione, cloache dovunque di domesticità e d'abbiezione, all'eroico appello fraterno altro eco non rispose che di minaccia e d'anatema:

— Lo sciopero è insidia, tradimento, ha sentenziato irrevocabilmente Samuele Gompers, non sarà mai consentito dall'organizzazione in quest'ora, ed i sobillatori saranno deferiti alle Corti Marziali.

— Voi ci farete questa volta almeno il piacere d'andarvene a morir ammazzati al vostro paese, ha detto chiaro e tondo il Central Labor Council di Boston ai lavoratori immigrati che si librano tra i ventuno ed i trentun anni. – Le porte dell'organizzazione vi sono inesorabilmente sbarrate: o morir laggiù d'una buona razione di mitraglia, o crepar qui d'accidia e d'inedia su la strada: non vi sarà dato altro scampo!

Ci sono i sindacati rossi, quelli che si ispirano alla lotta di classe e non vedono altro; ma troppo pusillanimi per assumere gli atteggiamenti e le responsabilità schiettamente patriottarde delle analoghe organizzazioni del vecchio continente che si sono schierate apertamente in Francia per la repubblica, in Germania pel Kaiser, per l'impero in Inghilterra, pel re e per l'Irredenta in Italia; troppo vili per cimentare il canonicato e la prebenda, per cimentare la pelle o la galera nell'aperta condanna della guerra, nel contrasto fecondo ed assiduo che ne sarebbe il freno più efficace – e sarebbe la sola attitudine consentita dai postulati teorici e dall'esperienza concreta – rovesciano sui fervori insurrezionali delle minoranze tenaci il bromuro dei sofismi pilateschi e lazzaroni che salvano ad un tempo la capra dell'organizzazione ed i cavoli degli organizzatori.

Così che a fianco del proletariato, nell'ora in cui il suo pane, i suoi interessi, i suoi affetti, il suo diritto ed il suo avvenire sono minacciati, mortalmente insidiati, dai custodi dell'ordine, bivaccanti da questo o da quell'altro lato della barricata, non rimane alcuno.

È solo come un cane.

Questa dei fatti, così manifesti, così eloquenti di per sè, la constatazione nuda e cruda che ci esime da ogni commento.

* * *

Peccato che il maresciallo Bancroft sia il più glorioso degli analfabeti o che alla natia vocazione del berroviere conceda la funzione troppe manette perchè egli abbia a cimentarsi nell'eroico sforzo di ragionare come il resto del trascurabile genere umano; peccato che alla procura federale, all'Avv. Anderson di ragionare serenamente abbia tolto la voglia il ministro della Giustizia imponendogli di inquisire la matricolata pagina della «Cronaca Sovversiva» che – congedando libero, franco e, bisogna dirlo, con insolita cortesia il suo redattore – aveva finito per trovare tollerabile colla legge e colla costituzione della repubblica.

Peccato, giacchè alla conclusione che, grata od ingrata, dai fatti suesposti discende, si potrebbe venire concordemente.

Ci vogliamo provare ad ogni modo?

* * *

I lavoratori d'America odiano la Germania del Kaiser, la Germania cioè che la guerra rievoca nella sua primordiale ferocia, nel vandalismo inutile, negli stupri bestiali, nei guidrigildi esosi, nella ecatombe dei vecchi, delle donne, dei bambini. Ed è in quell'odio la migliore testimonianza del suo sentimento civile ed umano; è forse qualche cosa di più, il senso pauroso che, sfrenati dalla stessa follia su la stessa irresistibile china, gli eserciti della repubblica abbiano a fare tal quale e peggio; è già, in potenza almeno, il proposito di non emulare gli unni imbestialiti del Kaiser nella turpitudine e nell'infamia.

Che ha, come noi, di gran cuore maledette, augurandosi più che la mortificazione della Germania per le armi e le vittorie degli alleati, l'insurrezione contro il Kaiser del proletariato tedesco, sul quale la tolleranza del regime criminoso pesa come l'estrema delle condanne e delle vergogne.

Ma forzano ogni più ardito sofisma tre fatti eloquentissimi, i quali documentano che nella guerra il proletariato d'America non riconosce la virtù della purificazione e della liberazione democratica.

Deve convenirne anche il Procuratore Federale Avv. Anderson.

Come potrebbe egli, ad esempio, negare ogni valore al suffragio universale ed al sistema rappresentativo di cui è depositario e custode?

E se, diversamente da noi, un po' di fiducia e di credito vi accorda, dovrà consentirci che l'elezione del Wilson, il quale era contro la guerra, e la sconfitta dell'Hughes che era per la guerra apertamente, sono la prova costituzionale dell'avversione che, tolta una minoranza senza ideali e senza scrupoli, coltiva in odio della guerra il popolo americano,

Ancora! Quando il presidente Wilson, custode vigile della tradizione democratica, al proletariato americano ha chiesto mezzo milione di volontarii per gli immediati bisogni della difesa, il proletariato d'America, non glie ne ha dati neppure una dozzina, di migliaia, così come non glie li aveva dati quattro anni or sono per la spedizione di Vera Cruz, così come glie li ha negati l'anno scorso per la spedizione del Pershing...

Ancora! Le organizzazioni del lavoro, i loro interpreti meglio autorizzati negano alla guerra il tributo indispensabile: lo condizionano cioè ad un fatto che equivale ad un rifiuto. Dicono: la guerra non si fa, con quella compagnia, per la civiltà; neanche si fa per la patria che nessuno minaccia. Si fa in Francia, in Italia, in Russia – ed in Russia ne sono stufi da un pezzo – ad esclusivo beneficio dell'Inghilterra. Perchè dobbiamo batterci noi? Mandate laggiù francesi, italiani, inglesi, russi, imboscati qui a centinaia di migliaia, imboscati qui a milioni. Quando alla loro guerra non bastino, vedremo e, se sarà del caso, partiremo noi pure.

Potete trovare meschino, assurdo, contraddittorio il pretesto; ma ricollegatelo cogli antecedenti, e diteci voi, egregio Procuratore Federale, se sia temeraria la nostra prima conclusione, e se di buona o di mala voglia non dobbiate sottoscriverla voi pure: il proletariato americano della guerra non vuole.

* * *

Non vuole. Per indurlo al censimento – innocuo dopo tutto, anche se arbitrario – avete dovuto minacciargli un anno di galera, un migliaio di dollari di multa; e la minaccia non è bastata se un paio di milioni a registrarsi non sono venuti lo stesso.

Per tirarlo in caserma il mese prossimo o quell'altro, siete costretti a raddoppiare dei provvidi terrori la dose, e ricordargli ogni giorno le sanzioni terribili che il codice penale militare serba ai renitenti ed ai disertori: e sulle calate, lungo la doppia frontiera avete dovuto scaglionare tutto un esercito di birri per chiudere il varco a quanti si sono registrati soltanto per aver tempo ed agio di buttarsi nel Canadà o nel Messico?

Per imbarcarlo, rovesciarlo su le dune fiamminghe o sui contrafforti dei Vosgi a quali estremi rigori dovrete fra sei mesi raccomandarvi? se cauto, ma persistente si diffonde il sottovoce che le prime spedizioni non si siano compiute senza proteste, senza pronunciamenti disperati?

Lo so, avete la censura e la mordicchia pei sobillatori impenitenti; avete manette, gendarmi, pei ribelli; per gli ostinati la galera, per gli iconoclasti il pelottone d'esecuzione: farete la guerra ad ogni costo, per forza.

Per forza! ed è il guaio. Per forza non si fa a lungo nè con successo la guerra, insegnano gli ultimi capitoli della storia russa contemporanea, ammoniscono le convulsioni meno vaste e meno tragiche che preludono in Germania ai funerali del Kaiser, in Austria a quelli degli Ausburgo, in Italia a quelli dei Savoia, in Inghilterra allo sfacelo dell'incongrua mole imperiale.

Laggiù per forza! laggiù dagli esausti e sparuti commilitoni, i quali da tre anni, per forza pure, all'ombra del tricolore – che sulle stesse Argonne inalberavano gli avi segnacolo d'uguaglianza e di libertà – si battono pel più sordido dei calcoli pel più assurdo dei privilegi, per la più odiosa delle egemonie, coglieranno i soldati della repubblica, i soldati vostri, tra le imprecazioni e le bestemmie del disinganno che le giovinezze fiorenti e le armi impeccabili avrebbero potuto consacrare, potrebbero dare ancora, a più nobile, più civile impresa che non di spogliare dei segni augusti l'ultimo degli Hohenzollern, per investirne l'infausta oligarchia che, di contro, l'equivale.

Raccoglieranno, tornando, dal labbro amaro dei superstiti che mentre essi, laggiù, per la maggior fortuna e per la più grande gloria della patria versavano il sangue generoso ed eroico, qui, in casa, protetti dalla stessa bandiera costellata, feroci, onnipossenti, impunitarii, i caimani della banca e della borsa si saziavano dell'inedia dei vecchi, delle spose, dei figli.

Qui, essi, i legionarii della repubblica torneranno portando nel cuore l'anelito d'una fede nuova, di un diritto nuovo, improvvisamente rivelati dalla prova terribile ed angosciosa, cercheranno oltre ogni sacro presidio i responsabili, oltre ogni sacra trincea dei divini e degli umani comandamenti il pane, consacrandone le intravvedute eucarestie della fratellanza e della libertà; l'uragano.

Non l'avremo provocato noi, nè voi vi potrete far nulla, egregio Procuratore Federale: è nel fatale divenire di ogni cosa, è nei contagi provvidi della verità e della storia. Brunswick, gli emigrati di Coblenza e di Quiberon non ebbero ragione dei sanculotti nè della Dichiarazione dei Diritti. La nuova Santa Alleanza di cui Woodrow Wilson gitta il primo ordito, sarà fragile schermo alla rivoluzione sociale che la terra promette ai figli che due volte la rifecondarono del sudore d'ogni fronte, del sangue d'ogni vena.

Voi non potete nulla. Potete schiuderci per qualche anno la galera, ma badate! nell'aforisma romano: cogitationis poenam nemo patiatur, era più che l'omaggio alla maestà del pensiero, era l'ammonimento dell'esperienza e della storia: a Sibari poteva l'arconte bandire i galli che annunziando l'aurora turbavano degli effeminati cittadini i sonni, gli ozi beati; non contenere le falangi di Milone, nè la fatalità delle espiazioni supreme.

Suggellateci in galera, cacciateci in bando! egregio Procuratore Federale; affogate gli annunziatori coll'infausta verità che vi spaura! Ma essa riapparirà domani, corrusca di folgori e di faci, nemesi implacata, squillando l'ora estrema d'ogni menzogna, d'ogni frode, di ogni tirannide. Cinto di codici e di birri non vivrete voi, così sereno come noi in galera od in bando, lo spasimo crepuscolare dell'attesa.

Irromperà trionfale sulle tenebre l'aurora, l'aurora fiammante della liberazione. È l'epilogo d'ogni notte l'aurora, e l'attendiamo noi tanto più sicuri che l'affretta col fervore dei nostri voti l'insania delle vostre persecuzioni.

(30 giugno 1917).

E bazza a chi tocca!

29 Luglio 1900

Vano su gli ignavi rassegnati al giogo rievocare degli araldi la memoria gloriosa ed il sacrifizio eroico.

Vano. Non increspa d'uno sdegno la morta gora in cui stagna l'armento, abbrutito di rinunzie di domesticità di viltà.

Ma prorompe cinto di sdegni, corrusco di fiamme, ai tristi monito, rampogna ai codardi, promessa ai generosi, irresistibile il ricordo nel crepuscolo d'ogni grande giornata della storia ed un mondo condannato si dissolve dinnanzi ad una più alta speranza che albeggia.

Prorompe colle voci che non arrestano lo spazio, nè il tempo affievolisce, nè l'uragano disperde.

Sui campi di Filippi il pugnale suicida di Bruto non ferma la maledizione, non il precipite destino della corrotta repubblica di Roma: a Campo di Fiori non si spegne colle ceneri del rogo la fiamma del libero pensiero audace oltre il dogma di tutte le eresie, fremente nel vaticinio del Nolano alla vittoria di tutta la verità.

Potete ad Harper's Ferry rizzare a John Brown la forca. A Chicago, a Lione, a Pietroburgo, a Tokio potete dare nelle mani del boia gli annunziatori; ma la redenzione dei servi trarrà dal sangue generoso di Abramo Lincoln il suo battesimo, la sua consacrazione; ma le convulsioni russe che scuotono da le fondamenta il regime feudale e raccolgono oltre i monti, oltre i mari tanto plebiscito di consensi e di auspicii, vi diranno che è fragile schermo il capestro all'anelito di cuori devoti alla civiltà in cui il destino degli uomini, sanguinante ovunque della stessa. angoscia, della stessa servitù, della stessa miseria, non si riconcilii nella fratellanza e nella libertà.

Ai tristi monito implacato, ai pertinaci conforto e sprone la voce che dalle tombe e dalle secrete squilla le fatidiche ammonizioni.

Lampeggiò a Monza or sono diciasette anni sui biechi restauratori dell'antico regime che nessuna forza divina, che nessuna forza umana fioriscono nel pugno dei temerari che ne abbiano la forza, l'ardore. E su lo sbaraglio dei cortigiani ansanti al colpo di stato, tuonava l'indomani della tragedia di Monza, l'onorevole Saracco, a bandire che l'ordine si riassideva sul patto nazionale sdegnoso d'inutili vendette: eresia, delitto l'anarchismo non meritava il rigore di leggi eccezionali: delitto si urtava nei codici, pensiero non doveva trovare altro contrasto, altro ostacolo che del pensiero avverso.

Le segrete di Santo Stefano non custodirono a lungo l'ostaggio corrusco: a le paure dei cortigiani smarriti e delle auguste baldracche implacabili lo consacrarono le mani adunche d'un aguzzino bestiale: ma stride ancora la sua maledizione, ma torna inesorato l'ammonimento, ma si libra oggi, oggi che il patto nazionale è stracciato, oggi che la tirannide si riaffaccia esosa, debellate, disperse le conquiste della grande rivoluzione ed in conspetto della sovranità nazionale irrisa ghigna il «bon-plaisir» dei satrapi borsaioli, squillando l'obliato ammonimento: non si ricacciano a ritroso del proprio cammino nè la storia, nè la civiltà, nè il progresso: mostrando ai servi quanto sia fragile la barriera che ne contende il diritto ed il divenire; bisbigliando alle sentinelle perdute che fioriscono nelle mani degli audaci le vittorie dell'ideale...

Indarno per quelli che appollaiati su la vetta della piramide si ubriacano di sole e di gioie, sdegnosi dell'abisso e della marmaglia che vi pullula angosciata.

Non indarno agli umili cui la tragedia orrenda insegna il disprezzo della vita propria e dell'altrui, e, ravvisati al bagliore della folle ruina i nemici secolari avventeranno contro i simboli, i sacerdoti ed i pretoriani dell'iniquo ordine sociale, conserti gli sdegni e le rivolte di cui attizzò Gaetano Bresci or sono diciasette anni la prima fiamma.

E bazza a chi tocca!

(29 luglio 1917).

Eh, se governasse il buon senso...

Mentre è rinviata a dopo le vacanze, ai primi del Settembre prossimo la causa per congiura ai danni della coscrizione militare che in odio dei compagni Galleani ed Eramo doveva discutersi mercoledì scorso dinnanzi alla Corte Federale di Boston, al Commissariato dell'Emigrazione si deciderà fra oggi e domani se Luigi Galleani e Giovanni Eramo debbano dopo sedici anni di permanenza agli Stati Uniti essere deportati nella loro patria d'origine in omaggio della legge 5 Febbraio 1917.

Se comandasse la legge, se governasse il semplice buon senso non ci sarebbe ragione d'inquietitudine.

Dal momento che la preposta di deportazione ha le sue scaturiggini in quell'articolo «MATRICOLATI» di cui deve giudicare la Corte Federale in Settembre; e che a giustificarla vuole la legge non soltanto la qualità di anarchico nell'autore o nel complice del reato, ma la prova di una sistematica predicazione della violenza, della violenta distruzione della proprietà dello stato della famiglia, è chiaro che è mal posta, alla deportazione la candidatura di Giovanni Eramo il quale da un anno e più non ha alcun rapporto colla amministrazione della «CRONACA SOVVERSIVA» e non ne ha mai avuto colla sua redazione, e sotto nessuna forma ha mai predicato la distruzione della proprietà o dello stato: non avendo mai tenuto una conferenza, parlato ad un comizio, scritto un qualsiasi articolo di giornale.

In America vige il criterio giuridico che l'operaio tipografo possa, in mancanza di maggiori responsabilità, essere tenuto come un accessario – secondo che si dice qui – come un complice necessario dei varii reati commessi a mezzo della stampa. Ma il criterio non è qui applicabile avendo il Galleani assunta piena ed esclusiva la responsabilità dell'articolo «MATRICOLATI», ed essendo notorio che Giovanni Eramo nella sua qualità di tipografo è estraneo alla composizione della prima e della seconda pagina del giornale, confinandosi la sua materiale cooperazione tipografica alle due pagine rimanenti.

Per cui se governasse il buon senso, la legge, anche soltanto i più gretti criterii giuridici, Giovanni Eramo avrebbe dovuto fin dal primo giorno essere da ogni accusa ed a ogni minaccia esonerato, risultando al Governo Federale dagli «Statements» semestrali voluti dalla legge, e regolarmente apparsi nelle colonne della «Cronaca Sovversiva» in questi ultimi due semestri che da oltre un anno egli ha nulla da spartire col giornale che gli è causa di tanti guai.

Ma governa, la paura!

* * *

Il caso del compagno Galleani non è meno curioso.

È qui da sedici anni insieme colla famiglia, ed in America gli sono nati tre figli i quali pel semplice fatto che qui sono nati si trovano ad essere cittadini americani.

Supponiamo che facendo strazio della legge il Commissariato Federale concluda alla deportazione del Galleani e che il Dipartimento del Lavoro approvi. Non potendosi in alcun modo supporre che il governo puritano si proponga la distruzione della famiglia di cui si presume il custode, o voglia fare carico all'Assistenza pubblica dei tre figli che al Galleani son nati in America, forza è conchiudere che insieme con lui tutta la sua famiglia debba essere deportata.

Ma ne conseguirebbe allora la deportazione incostituzionale ed assurda di tre cittadini americani. E non sarebbe questa delle applicazioni del Burnett Bill la più curiosa.

Se il governo italiano per chiudere al mal seme le porte, o per rappresaglia contro la minacciata deportazione generale dei suoi sudditi, non volesse in Italia dei tre figli del Galleani che per essere nati agli Stati Uniti si trovano ad essere cittadini americani, dove andrebbe a deportarli la grande repubblica?

* * *

Vi ha di più il Galleani è qui un rifugiato politico: è evaso dall'Isola di Pantelleria quando gli rimanevano a scontare altri due anni di relegazione.

Il domicilio coatto che è disposizione amministrativa di Commissioni speciali, eccezionali, esclude ogni beneficio d'indulti o d'amnistia. Il rimpatrio del Galleani equivarrebbe di fatto ad una estradizione per reato politico, quale non è consentito neppure dalle tradizioni poliziesche ed autocratiche della Turchia della Russia o della Germania.

L'Egitto mussulmano e medievale ha negato, malgrado le «Capitolazioni» sempre vigenti, al Consolato Italiano di Alessandria il diritto di disporre della libertà del Galleani quando evaso da Pantelleria, fece laggiù la sua prima tappa e vi fu dopo qualche mese arrestato.

Se governassero la legge, la costituzione, il più modesto buon senso, non vi sarebbe ragione d'inquietitudini: Giovanni Eramo e Luigi Galleani dovrebbero trovare presso il Commissariato Federale non soltanto la tutela del loro diritto elementare ed inalienabile, ma la riparazione dell'accusa assurda dell'inquisizione arbitraria dell'oltraggio immeritato.

Se governasse il buon senso...

Ma sovrana dell'ora convulsa è la paura, e la paura è sempre cieca e feroce.

(29 luglio 1917).

Vuoi tu sorridere
al guerrier che parte?

Send them away with a smile! canta della guerra l'ultima canzone, che va a ruba e trova coristi per ogni trivio.

Ne ho inciampato più che una dozzina ieri lungo la via ombrata di Fore River. Tornavano dal contiere enorme nelle nitide automobili sfavillanti nei raggi del tramonto d'oro, e cantavano felici, fiorenti di giovinezza e di salute.

Send them away with a smile...

L'abito impeccabile, le mani bianche, i volti rosei, l'esuberante gaiezza non denunciavano la consuetudine mortificante della fucina e del lavoro. Eppure venivano di là, dal ciclopico arsenale che ansa giorno e notte la tragica preparazione della guerra.

— Gioventù felice! bisbiglia un vecchio che nella scia di polvisculi d'oro ne segue la corsa vertiginosa ne coglie l'eco gioconda.

— È gioia e gloria il lavoro quaggiù, perchè non sarebbero felici i suoi legionari? Lavorano per la patria e per le sue fortune, e pingui, ben pingui debbono esserne i compensi se a casa possono tornare dopo l'aspra giornata, cantando, in un'automobile che costa qualche migliaio di dollari.

— Il lavoro di quella gente? È un impostura. Lavorano per burla. Sono i figli di papà annidati nelle palazzine di Brookline, di Jamaica Plains, lungo il Fenway Park, nei quartieri aristocratici dell'Atene americana.

Il primo squillo della grande guerra li ha svegliati di soprassalto affacciando alla loro ignavia di perdigiorni l'orribile cimento ed il mortal rischio delle trincee laggiù, sotto lo squallido cielo delle Fiandre straziate.

E si sono eroicamente giurato che alla guerra non andranno.

Fingono da un mese di lavorare pel governo, per l'esercito, per la marina, per la guerra nei cantieri di Fore River, vi staranno, burlando il prossimo e la patria, un altro paio di settimane, finchè visite, rassegne, liste di mobilitazione e di esenzione non siano compiute, poi... poi torneranno a casa infingardi, poltroni ad inneggiare alla guerra della democrazia e della civiltà, mentre a rompersi il collo, a morir di strazio o di piombo al fronte; saranno partiti gli straccioni.

Send them away with a smile...

recava ora fioco il sospiro del crepuscolo sanguigno, ed errava davvero su le labbra smorte del vecchio un sorriso; ma era d'odio e di scherno.

* * *

Io non credevo. La patria è quaggiù nell'adolescenza. Non ha che un secolo di vita. Come tutti i giovani accessibile agli impeti, alle febbri, agli entusiasmi generosi. Nelle parole acri del vecchio qualche altra passione mordeva che non fosse l'amor della patria e la fierezza della stirpe egualmente mortificati.

Ma tornando più tardi m'è venuto fra le mani il «Boston Traveler» della giornata: Kingdon Gould, il pronipote miliardario di Jay Gould non vuol fare il soldato, non vuol partire per la guerra, ha moglie, è sostegno di famiglia, non partirà.

Ha una rendita di parecchi milioni all'anno Kingdon Gould, è anzi disposto a pagar di borsa se la patria avrà bisogno di quattrini, ma di pelle no, not of his blood, ha dichiarato fermamente. Ed è sano come un pesce.

Ma non partirà, la legge che trova uno sceriffo pronto a sfondarvi le porte di casa la notte, se siete poveri straccioni, ed a strapparvi dalla cuccia, dalle braccia della moglie e dei figlioli in pianto, la legge su la soglia aurea di Kingdon Could, si arresta, posa la spada e le bisacce, e scioglie le gonne come l'ultima baldracca del quadrivio.

Kingdon Gould non andrà alla guerra; non vi andrà che la marmaglia...

Send them away with a smile...

* * *

Non vi andrà neanche Noble Foss il figlio dell'ex-governatore del Massachusetts. È giovane, forte, milionario direttore anche lui della Sturtevant Aeroplane Co.; ma non partirà. Ha moglie – la moglie è ricca quanto lui – e resterà a casa come sostegno di famiglia.

A Marion, dove Noble Foss ha il suo aristocratico villino, la gente di pudore e di buon senso è scoppiata, a quel pretesto, in una sghignazzata. Ma l'ex-governatore è intervenuto.

– Quello di esser sostegno di famiglia non è che un pretesto; in fatto Noble Foss, il mio figliolo, resta a casa per dare alla patria e consacrare alle fortune della guerra le risorse del suo genio meravigliosamente inventivo. Bisogna vedere nelle officine della Sturtevant Aeroplane Co. di che cosa Noble sia capace!

Io non contesto. È stato a scuola vent'anni, nelle officine paterne tra macchine sapienti ed operai geniali ha passato le sue ore d'ozio, le sue giornate di vacanza; è passato per l'Istituto di Tecnologia e per I'Harvard University, e se non sapesse neanche tagliare un cavicchio, o ribattere un bullone avrebbe davvero mangiato fin qui il suo pane a tradimento.

Ma c'è qualcuno che contesta.

L'ufficiale sanitario che al consiglio di leva gli ha passato la visita l'ha visto serrato in un cinto erniario a due cotiledoni:

— Soffrite?

— Assai, dottore.

— Reclamate la riforma per imperfezione fisica?

— Una doppia ernia.

Il dottore toglie il cinto passa la mano cauta su l'inguine accusato, a destra, a sinistra, tasta, preme, fa respirare forte, tossire ripetutamente il suo paziente, e non trova nulla, non ha nè un'ernia doppia nè un'ernia semplice, Noble Foss non ha nulla, non ha nell'animo che il tumore infetto e turgido della poltroneria, della vigliaccheria: è per la patria, è per la guerra, l'ha conclamata nei comizi, nelle mascherate tricolori, nelle baldorie della croce rossa, e nelle piazzaiuole campagne dei prestiti con indemoniato fervore. Ora che la guerra è venuta è anche lui del parere di Kingdon Gould, di Stuart Chase, degli imboscati milionari di Fore River: fino ad un pugno di palanche, va bene! quanto alla pelle no, basta alle esigenze della guerra la pellaccia della marmaglia.

Send them away with a smile...

Ed è così dappertutto: la marmaglia s'aggioga senza recalcitrare, s'allena ad Ayer, nei baraccamenti del Maine e del Virginia con rassegnata tenacia, e domani su le galere in armi, pronte a sciogliere vele e bandiere per l'impresa gloriosa, domani...

Veramente che cosa farà domani non può dire nessuno.

Non potrebbe darsi che vedendo rintanati nel covo dei pretesti scurrili e delle complicità nepotiste gli eroissimi lupicini, si decidesse a rimanere essa pure, non fosse che per snidarli, inchiodarli su la gogna, iniziando incontro a cotesti alleati del peggiore kaiserismo la guerra e le rivendicazioni della più vasta democrazia che a la giustizia strapperà le bende, e non consentirà freno di statuti e di codici alla libertà, nè scherno di privilegi sulla fronte gloriosa della fratellanza?

Nel grembo del domani ha l'impreveduto le sue sorprese, che la poltroneria di classe precipita espiatrici.

Non v'è che da aspettare.

(11 agosto 1917).

Un santo nuovo nel Calendario Repubblicano

Se derogando al vecchio romano aforisma per cui de minimis praetor non curat, Woodrow Wilson ha degnato d'uno sguardo i rapporti, gli affidavit, le fotografie mandategli dal Civil Liberties Union Bureau di Boston la settimana scorsa, c'è da scommettere che sui presidenziali entusiasmi per i nostri american boys sia piovuta una doccia severa.

Marinai e soldati della grande repubblica lungi dal rivelarsi «in some special sense the soldiers of freedom87, come li battezzava il Presidente Wilson avantieri, si sono traditi emuli vittoriosi degli scherani fanatici del Guisa nella notte del 24 Agosto 1572 e della cafonaglia sanfedista del Ruffo nella rinnovata San Bartolomeo in cui andò sgozzata nel 1799 la repubblica partenopea.

Il rapporto della Civil Liberties Union di Boston oltrechè dalle fotografie che hanno colto i guerrieri della democrazia, mentre sfondano col calcio dei moschetti la sede centrale del Partito Socialista, è accompagnato dalle testimonianze di mezza dozzina di vittime della bestiale cosaccheria repubblicana.

Le Signore S. Levemberg, Giulia Rashman, Annie Sweeney e Minnie Yanus giurano infatti che i vendicatori del Belgio crocifisso e della Serbia dolorosa si sono aperta la via sfondando eroicamente il petto, rompendo le costole alle donne pigiate tra la folla o raccolte – spettatrici inorridite – sul marciapiedi, peggio che non usano i dragoni del Kaiser per le vie di Bruxelles o di Belgrado.

Così dappertutto i soldati! Gli eserciti francesi che dinnanzi alle legioni del Moltke rassegnano armi e coraggio, si rifanno nel Maggio 1871 su la canaglia inerme a Satory ed al Père Lachaise; e chi ha visto per le vie di Milano nel 1898 le eroiche truppe della patria che tre anni innanzi si erano buttate allo sbaraglio pei greppi e per le forre di Abba-Carima dinnanzi alle fanatiche orde del Menelick, sa che il fulgore antico delle tradizioni, della storia, degli istituti civili non muta le conseguenze uguali e fatali degli insegnamenti casermieri. Vestite della livrea un borghese annoiato della propria onnipotenza od un contadino ottuso dalla servitù, dall'ignoranza, dall'abbandono, dal disprezzo; dite ad essi che sono il diritto, la patria, la legge e l'ordine, date ad essi una sciabola, ed un archibuso, e, sobbillate dalla certezza, dell'impunità, albagia gentilizia e bestialità primordiale non troveranno più freno nè in quello nè in questo. Gallifet, Bava Beccaris, Linderfelt, a Parigi, a Milano, a Ludlow non sono nè meglio nè peggio degli ingibernati mandrilli che per le foreste del Maine o del Vermont svergognano le bandiere, inorridiscono le comari ed angosciano di questi giorni le Corti della grande repubblica stuprando e sgozzando le minorenni ingenue ed indifese. I soldati sono soldati; non sempre nè tutti abbrutiti, ma in cui la bestia umana rivive e s'indraca sempre che l'immondo saturnale della guerra sommerga delle civili inibizioni ogni scrupolo ed ogni freno.

È la psicologia del militare di professione ben nota, documentata da un'esperienza sinistra ed antica ben prima che la costringesse Agostino Hamon nell'irrecusabile severità del teorema.

Ora che cosa pensate voi del progetto di legge dall'onorevole Myers del Montana sottomesso avantieri all'approvazione del Senato, per reprimere «disloyal, threatening, profane, violent. scurrilous, contemptuous, slurring, abusive or seditious language about the government, the Constitution, the President, the army, the navy, the soldiers, the sailors, the flag, the good and well fare of the United States, or any other language likely to bring the United States into disrepute or contempt»88, pena ai contravventori cinquemila scudi di multa, cinque anni di carcere, o quella e questi assieme.

Io non so che cosa penserà e farà il Senato del progetto Myers che in questo infuriare di guerra per la democrazia riaffaccia con tutti i rigori del crimenlese la santità e l'inviolabilità del Presidente Wilson ridotto di colpo all'augusta irresponsabilità d'un Hohenzollern, d'un Ausburgo o d'un qualsiasi Gennariello di Savoia.

Monarchia e repubblica non si differenziano al giorno d'oggi neppure nella maschera. Chi ha fatto il giro della Casa Bianca e l'ha vista piantonata di birri, di soldati con tanto di baionetta innastata; chiusa sdegnosamente ad ogni incesso, ad ogni voce di umili; chi ha visto l'automobile del Presidente Wilson preceduta, seguita, cinta per ogni lato dalla sbirraglia a piedi, a cavallo, in bicicletta, non s'illude: per essere in manica di camicia, il randello nel pugno invece che la spada o la lancia, i pretoriani del Wilson rappresenteranno sì una degradazione estetica ultrademocratica dei corazzieri di Vittorio Emanuele o degli ussari della guardia di Guglielmone, ma significato e funzione rimangono i medesimi; ed il Senato può accordare senza scrupoli e senza rimpianti all'onorevole Myers che, salito dall'umile cattedra di Princeton alla Casa Bianca, Wilson è sacro ed inviolabile come il re.

Ma quando il senatore Myers vuole che la repubblica della stessa santità, della stessa inviolabilità benedica alla criminale masnada d'abbrutiti che dalle maremme del New Yersey alle Filippine, dalle vallate di Hazleton a quelle di Ludlow, dal cuore dell'Atene Americana alle rive del Mississipi od alle giogaie del Vermont o del Maine non si compiace che di stragi caine, di organizzate, impunitarie violazioni di domicilio, di stupri sacrileghi, di tutti gli arbitrii e di tutte le onte, che cosa potrà fare mai il Senato?

Indulgere alle follie dell'ora?

Non servirebbe a nulla: dove passa un guerriero passa la minaccia, passa il terrore, passa la vergogna. E finchè quel terrore, quella minaccia, quella vergogna rabbrividiranno nello sguardo delle madri, nel corpo esile delle fanciulle violate, nei volti smarriti dei vecchi e dei bimbi, accuseranno nei soldati della repubblica, nei guerrieri della democrazia i custodi feroci dell'intolleranza e della superstizione, il simbolo d'ogni infamia, lo strumento d'ogni abbiezione, sterile e vana tornerà all'onorevole Myers la canonizzazione della giberna e della caserma.

Non raccoglieranno mai che orrore e maledizione.

Ne volete la prova?

A Cork, in Irlanda, avantieri, certe ultrademocratiche licenze dei guerrieri della repubblica hanno levato un casaldiavolo, e le legnate sono piovute giù, più fitte della grandine.

E non saranno le ultime, statevene certi! se le debbono scongiurare soltanto le beatificazioni grottesche dell'onorevole Myers e del Senato.

Non saranno le ultime!

(8 settembre 1917).

Purchè non ci trovi colle mani in mano!

Uomini di poca fede che il ciclone della guerra, la sua rabbia incommensurata ed inattesa, la sua cieca ostinazione hanno travolto paurosamente al dubbio ed all'apostasia, e dei destini della libertà, dei fini stessi della vita avete disperato, conchiudendo che la marmaglia è tanto adusata alla domesticità, alla rinunzia, alla rassegnazione, precipitata così basso lungo la china dell'abbiezione che sognarne, volerne, tentarne la emancipazione è stupida, imperdonabile follia, uomini di poca fede, riconfortatevi, rasserenatevi!

Nel tenebrore sciagurato, in cui ogni giudizio si è smarrito, scorato ogni proposito, dileguata ogni speranza, si apre esile uno spiraglio od un primo pallido raggio traluce illuminando su la rovina, sul carnaio immani, la rivincita auspicata ed ineluttabile della ragione.

* * *

Voi aspettavate, premio indiscreto al magro sacrificio ed alle ciancie comizievoli, il miracolo: al primo squillo guerriero lo stormo delle campane a distesa sui solchi ingrati, sui cantieri ansanti, su le mine tenebrose, protesi degli iloti gli animi, gli odii, le braccia: levate falci, picconi ed ascie a soffocare per sempre l'anelito fratricida!

Voi aspettavate il miracolo: la rivoluzione sociale, l'anarchia subito, ad opera di servi cresciuti dalla chiesa nel santo timor di dio e nell'eunuco fervore di ogni rinunzia; cresciuti dallo Stato nell'orrore della propria indipendenza e della roba altrui; cresciuti dalle nuove oblique demagogie nella religiosa devozione della legge, dell'ordine, dei loro simboli augusti; cresciuti dal tradimento assiduo e dal rinnovato disinganno alla desolata sfiducia di sè, del proprio diritto, della propria forza, del proprio destino.

* * *

Nel clima delle contingenze reali, irrespirabile alla taumaturgia cattolica ed alla fede nel miracolo, che ne è il fondamento e la sopravvivenza, la genesi e lo sviluppo dei fenomeni sociali segue altra procedura.

Quando la guerra è scoppiata or sono tre anni, tra il Luglio e l'Agosto del 1914, la maggior parte dei lavoratori, ignara delle ragioni antiche, profonde, complesse da cui era attizzata, ne ebbe come un senso di dolorosa sorpresa; dolorosa anche laddove l'ingenuità delle superstizioni nazionaliste e dei mal collocati entusiasmi patriottici permaneva tenace ed orgogliosa.

Perchè non si disconosce, neppure laddove si indulge apertamente alle rivendicazioni della stirpe e della democrazia, che di ogni guerra tributi, angoscie, lutti piombano con preferenza costante ed iniqua sulla povera gente; mentre gloria, onori e bottino, si ripartiscono esclusivamente fra i privilegiati che in genere e nel maggior numero se ne stanno a casa; e sopratutto perchè non è, oggi, indifferente il numero dei lavoratori che della guerra ha nozione precisa ed esperienza dolorosa, e vorrebbe i tributi negarle, e sente che gli mancano l'audacia propria e la proletaria cooperazione internazionale a contrastarla utilmente.

L'olocausto di Francisco Ferrer a la vigilia dei borbonici arrembaggi marocchini, gli attentati di Antonio d'Alba e di Augusto Masetti alla vigilia della gloriosa impresa d'oltremare – rivolta meditata, od istintiva, di libere coscienze che tra l'oggi perfido od il domani sorridente non consentono indugio o transazione – a chi non li guardi abbacinato dalle traveggole lombrosiane non parleranno che come la voce sensibile di questo doloroso stupore. Il quale ci troverà concordi dall'un campo e dall'altro a riconoscere che il proletariato ha subito la guerra come una calamità a cui non poteva efficacemente opporsi, e che se allo sforzo ciclopico ha dato il fiore di tutte le energie ed il sangue di tutte le vene, entusiasmi e fervori le ha negato anche nei giorni che lo sorreggeva piena inconcussa la fede nella vittoria.

Ma se questa prima constatazione non è temeraria, due conseguenze è lecito indurre logicamente: che nessun organismo, neanche il meglio temprato nello sforzo resiste perpetuamente; che lo sforzo elude quando gli appaia sproporzionato ai risultati, e questi gli si rivelino inaccessibili od eccessivamente remoti.

Mi pare il caso nostro.

* * *

Lo sforzo dura da tre anni, e si accusa ogni dì più sproporzionato al fine; nè questo apparve mai più lontano e più arduo.

A contenere sul Reno le orde rapaci del Kaiser, a strappare dai loro artigli grifagni l'Alsazia e la Lorena, a custodire la devastata eredità della sua grande rivoluzione, il popolo francese avrebbe dato volentieri un milione dei suoi giovani gagliardi, qualche miliardo dei suoi risparmii, un anno d'eroica miseria, senza un rimpianto. Ma la guerra imperversa da tre anni senza speranza di tregua o di vittoria; ma oggi i morti, i mutilati, i dispersi si contano a milioni; ma oggi i miliardi buttati nella voragine beante non si contano più. In tre anni – vana la enormità del sacrificio e dell'eroismo – non si sono riscattate le poche leghe che del patrio suolo il nemico ha invaso nella prima settimana della guerra; il patrimonio di libertà che si contende alle straniere minaccie va liquidato nelle restaurazioni esose e nel rito sommario delle corti marziali; e sono magro ricostituente della stanchezza e della sfiducia le fucilazioni in massa che tengono insieme per poco ancora, fino al primo grande urto, la compagine degli eserciti in conspetto del nemico in armi.

La Francia non ne può più!

* * *

E se brontolano ad Atene non ridono a Sparta. Il proletariato tedesco è guarito radicalmente dall'illusione di potere sul vecchio occidente latino imporre l'egemonia della stirpe. Dal Kaiser all'ultimo contadino brandeburghese non è più oggi che una certezza ed una preoccupazione: che la guerra è perduta ad onta della preparazione sagace, della ferrea organizzazione militare e dell'unanime pertinace eroica resistenza plebea, senza speranza; e che in luogo di affettare la ciambella delle conquiste lungamente accarezzate bisognerà convergere gli ultimi sforzi, irrigidire l'estrema tenacia a salvar la patria dalla rovina, dalla mutilazione, dal vassallaggio del nemico implacato ed inesorabile.

Un fremito di rabbia e di rivolta pervade e scuote la vecchia Germania delusa: la grassa borghesia non perdona al Kaiser d'averla ridotta al fallimento, il proletariato rampogna ai militanti del socialismo parlamentare d'averlo soggiogato alla fortuna degli Hohenzollern e di averlo sospinto nel baratro della guerra sfortunata; mentre fra i due estremi le faine del centro cattolico giuocano, a salvare le fortune dell'ordine, audacemente l'ultima carta, quella delle tardive ed anodine riforme costituzionali, e l'urlo dei mutilati, degli orfani, delle vedove, dei derelitti rosi dall'angoscia e dalla fame annunzia a Nerone briaco d'orgoglio e di paura che Galba è alle porte.

La Germania non ne può più! Con cinque milioni trecento quarantasei mila tra morti, feriti, prigionieri alle spalle, guarda con isgomento all'inverno che precipita: «nobody thinks another winter of war can be endured!» diceva giorni sono in Stoccolma al corrispondente del «Chicago Daily News» un grande industriale tedesco riuscito ad evadere dalla patria. E parlando dell'indifferenza con cui il popolo tedesco guarda alle vicende della guerra soggiungeva: «it is all the same to us if we come under the french or british flag if only this business ends, because we cannot suffer more than we do now!»89.

La Germania non ne può più!

* * *

È carità non discorrere di quello che avviene in patria.

Alla ribalta delle platee, deluse gli istrioni dell'irredentismo salariato da Federzoni a Mussolini a De Ambris, non si riaffacciano volentieri. Trieste che su l'Austria disfatta e sugli Ausburgo allo sbaraglio doveva conquistarsi – come Tripoli ai bei dì dei d'annunziani epicedi – nel turbine irresistibile di un paio di settimane, prima tappa della marcia trionfale che da Fiume a Leibach a Bolzano avrebbe suggellato di libertà e di gloria il sogno antico dalla gente ed il nuovo confine della più grande patria, Trieste è sempre a venti miglia dalle avanguardie del Cadorna; e di Trento non si parla più.

Il proletariato sull'altro piatto della bilancia mette un milione di cadaveri, il maggior debito di una trentina di miliardi, le lacrime di tutte le madri, l'ineffabile tortura dei cuori e dei ventri, e trova che male essi librano lo squallido orgoglio di mutare il basto ed il bastone alle ingenue popolazioni istriane e tridentine, esangui su le città fumanti di stragi e di rovina.

Non vuole più della guerra il proletariato della patria, e mentre spia la sua giornata, l'ora indeprecabile in cui appenderà alla lanterna cavadenti e lenoni dell'irredentismo cesareo, spiana sui proprii ufficiali, sui colonnelli, sui generali, sui tricolori artefici della guerra, le armi che non sa più impugnare a sterminio dei disgraziati fratelli d'oltr'atpe e d'oltre mare. E se le decimazioni sistematiche, le fucilazioni quotidiane che or sono due mesi denunziava al parlamento italiano l'onorevole Fabio Maffi possono di qualche mese differire lo sfacelo, non è chi coltivi su l'epilogo estremo un'illusione. Non Gennaro di Savoia che dalla tana non esce più, non i suoi cortigiani, non i suoi ministri, nè i suoi giannizzeri che prima delle torri di San Giusto affaccieranno la ghigliottina; non la nuova borghesia industriale che a restaurare le sorti del capitalismo insidiate dalle plebee coalizioni internazionali ha riacceso improvvidamente il furore delle patriottarde insanie, il rogo espiatorio delle guerre nazionali.

L'Italia non ne può più!

* * *

Le migliori condizioni economiche che l'industria progredita, il libero traffico, gli accaparramenti paradossali, il credito illimitato, la diplomazia scaltrita, le sapienti estorsioni, le colonie doviziose assicurano all'Inghilterra per cui tutto il resto del mondo si denuda e svena, salveranno il regno unito dal fato che attende le nazioni continentali e la guerra precipita?

Parrebbe, a giudicare dal lealismo generoso e fedele che le testimoniano le sue vaste colonie antiche e recenti.

L'Inghilterra è certo all'apogeo della sua potenza. Come la vecchia Roma essa coglie l'omaggio del mondo universo tributario e vassallo; ed oggi che le si accosta, massiccia d'oro e di uomini e più di preoccupazioni e di libidini conservatrici, l'America dei Morgan, dei Rockefellers, degli Armour, degli Schawb, legittimerebbe il sospetto che sul vecchio continente in fiamme essa non abbia a riprendere l'ufficio che in ogni tempo esercitò con fortuna, a Waterloo come a Cartagena, quello di procedere alle restaurazioni sommarie sotto la maschera di salvare dai sacrileghi eccessi della rivoluzione francese o dell'insurrezione cantonalista l'ordine e la libertà; se non confortasse la storia che per la sua stessa mole, attinto lo zenit della parabola, è caduta la potenza di Roma; se non mordesse le più ricche delle sue colonie, le Indie, l'Egitto, il Transvaal, un'acuta nostalgia d'indipendenza; se nel suo proletariato, fino a ieri così orgoglioso dell'insuperato fastigio della patria., non si delineasse precisa, decisa fino a vestirsi delle inesorate forme del diritto, la consapevolezza delle proprie benemerenze disconosciute ed irrise; se da ultimo i tre milioni d'armigeri che il Kitchener le ha coscritto ed essa si guarda bene dal profondere in Francia o nei Vosgi, potessero, col problematico rinforzo di uno o di due milioni di caccialepri della grande repubblica, arginare il proletariato in rivolta dalla penisola Iberica al Giappone, e dalla Finlandia al Capo di Buona Speranza.

* * *

Perchè dagli ammutinamenti degli equipaggi portoghesi, ufficialmente riconosciuti per gravissimi dall'ammiragliato inglese che ne ebbe primo la novella, all'insurrezione spagnuola cui ricantano il miserere da qualche settimana le docili agenzie officiose, e divampa invece così vittoriosa che in una dozzina di provincie almeno la repubbilica, è stata proclamata ed Alfoncito di Borbone tentenna fra il colpo di stato e la fuga, fino al Brasile dove, mi scrive un amico, i conflitti tra capitale e lavoro si risolvono in istrada colle armi in pugno e collo sbaraglio dei lanzichenecchi dell'ordine, fino all'Argentina, teatro in questi giorni del più vasto e del più tragico sciopero generale che le cronache del proletariato abbiano mai registrato, su, traverso il vecchio continente irrequieto, traverso la Russia inesorata in armi contro il nuovo regime oligarchico come ieri contro l'autocrazia ingorda e bestiale, fino al Giappone dove i lavoratori «becoming slowly but steadily more intelligent and more self-conscious» reclamano in piazza la loro parte enormi profitti industriali della guerra: e dove «unless the officers and employers atre large-minded and willing to meet rightful demands... conflicts are pratically certain to breah out90» non si è vista mai più spontanea nè più decisa, polarizzata alla stessa meta, traverso le stesse vie, all'emancipazione economica traverso le quotidiane rivendicazioni fondamentali, l'insurrezione del proletariato internazionale.

* * *

I sognatori del miracolo pretendevano imprimerle colle organizzazioni disciplinarle e coi fantastici trattati di alleanza, ritmo ed armonia: l'identità degli interessi di classe che tradisce il cinico contrasto della guerra; la minoranza privilegiata che senza un rischio conia su la strage degli umili la fortuna, per una parte: per l'altra la grande maggioranza degli straccioni che senza pure il sorriso di una promessa o di una speranza, è incalzata dalla violenza e dalla paura a raddoppiare del sangue, di tutte le angoscie, di tutte le lacrime, il millenario tributo del sudore e della pena; l'identità dello strazio che la guerra liberatrice inasprisce ed arrovella nel proletariato belligerante come in quello delle nazioni neutrali, quel ritmo, quella concordia, quell'unità d'azione, senza di cui la rivoluzione sociale nè si integra nè trionfa, hanno attinto senza sforzo.

A Oporto ed a Lisbona l'ammutinamento degli equipaggi repubblicani è soffocato dalle esecuzioni capitali; a Barcellona gli insorti sono snidati dalla guardia civile colla dinamite, e sbrandellati in piazza colla mitraglia; a Sao Paulo l'impeto insurrezionale è placato dalle concessioni padronali frettolose, mentre è disarmato a Buenos Ayres dall'equivoca sollecitudine del governo che dall'inutile repressione sanguinosa è costretto a minacciare la confisca delle ferrovie; a Mosca hanno avuto ragione ancora una volta la forca e la frode, Korniloff e Kerensky; così come in questa vandea interoceanica agli altari polluti di Mida non montano che salmi di devozione, che omaggi di lealtà.

Il miracolo non si è compiuto, uomini di poca fede! È aspra, ardua, lunga la via del divenire: ma la rivolta non ha più argini nè confini, ma l'eco minacciosa ripercotendosi da piaggia a piaggia sveglia i dormienti, rizza le scolte, coscrive le legioni, le accende di speranza e di ardimento, dell'ultima speranza, dell'ardimento estremo; e la favilla sarà incendio, l'insurrezione rivoluzione...

Che essa non vi colga, uomini di poca fede, senza coraggio e senz'armi nell'ora imminente della prova!

(8 settembre 1917).

Ma si contenta di poco!...

Woodrow Wilson è un genio: dopo di Giorgio Washington che la patria compose indipendente ed una su le colonie disperse, e le soffiò il primo alito di vita e di libertà; dopo di Abramo Lincoln che nella furia tragica delle civili dissensioni ne raccolse e ne guidò in porto le minacciate fortune vittoriosamente, il «Boston Post» nel famedio della patria il terzo altare leva a Woodrow Wilson che in questo «critical period of the world history, wherein not only the fate of this great nation but the very existence or modern civilization is at stake... is rendering, to his country and to all mankind a service that no words can measure»91.

Il «Post» è giornale officioso che a Washington attinge l'ispirazione e la biada, ed il suo non può essere che il linguaggio dell'apologia e della cortigianeria; ma non monta. Si comprende che di essere evaso alle smargiassate pericolose del Roosevelt ed alle predaci bande del Taft il popolo americano si feliciti, si rassicuri tra le dande del Wilson, che non è come Teddy un ignorante od un irresponsabile, nè delle camorre trustaiole mezzano così impudico come Vitellio, e sa quanto meno salvare le apparenze, urgendo dei suoi editti la crociata al monopolio cui si arrese tuttavia nel brusco voltafaccia che tra la vigilia ed il domani delle ultime elezioni presidenziali lo mutò di ostinato pacifista, in idrofobo guerraiolo.

La grande maggioranza del popolo americano, troppo diverso per fremere la patria, troppo giovane per avere una storia ed il bagaglio d'esperienza che essa accumula, e troppo ben custodito dalle sapienti ipocrisie e dall'effimera prosperità, per cercare fuori delle costituite tutele, il nettare sacrilego, l'orgoglio delle rivolte, le guarentigie ed i presidii dell'indipendenza spirituale ed in questa sua ingenuità primordiale rimane schiavo dei feticci e dei simboli, di dio, della costituzione, della repubblica, del tricolore, del presidente; mistero inviolato fino ad oggi la bieca realtà degli organi e delle funzioni che nei feticci si incarna, e nasconde fraudolento l'orpello dei segni venerati e pomposi.

Il popolo americano soggiogato ai dogmi ed alle clientele; non noi che oltre la maschera politica, autocratica, costituzionale, repubblicana, democratica, egualmente insignificante sia che digrigni in Guglielmone od in Roosevelt, o si distenda alle pantagrueliche digestioni del Taft, o si irrigidisca nell'austerità giansenista del Wilson – cerchiamo la struttura economica di cui è condannata a travestire le violenze bestiali e le frodi organizzate e venerate.

* * *

Il genio del Wilson conta ben poco a questa stregua ed ancora meno la costituzione della repubblica, se l'uno e l'altra non raggiungono l'eguaglianza di doveri e di diritti su cui libra la giustizia le sue bilancie, asside le sue guarentigie la libertà, stringe il primo e più saldo dei suoi vincoli la fratellanza, senza delle quali la repubblica rimane la più beffarda delle menzogne convenzionali, e l'uomo di stato, Machiavelli o Talleyrarld, Bismark o Wilson è condannato nell'impotenza cronica a naufragare fra trabocchetti, avvolgimenti, contraddizioni.

La frode è alle scaturigini, è nei termini la contraddizione: dove sono privilegio e destituzione, dove l'antagonismo degli interessi di classe stride irreconciliabile, voi avete padroni e servi, non cittadini; ed invece che palladio di giustizia, e di libertà, la repubblica si torce fra le mani delle oligarchie nuove nell'impunitario strumento di corruzione e di tirannide, di violenza e di rapina che voi credevate di aver seppellito. irrevocabilmente fra i ruderi dell'antico regime.

È verità così piana e così trita che può esimerci da ulteriori conferme e che ribadiscono d'altronde, ad uso e consumo dei San Tomaso del lealismo incondizionato, le cronache di questi tre mesi di preparazione guerresca.

* * *

Woodrow Wilson che del suo messaggio del 6 Aprile misura le responsabilità, le conseguenze immediate e lontane, e non si illude di poterle fronteggiare e superare ove del paese non rispondano unanimi tutte le voci, le attitudini, le forze e le risorse, si è trovato dinnanzi una strana condizione di cose: frementi l'amor della patria, deliranti per la guerra della democrazia le classi dominanti: recalcitrante come sempre, come a Vera Cruz, come sul Rio Grande, il proletariato composito della nazione; refrattario in tutti i suoi strali alla grande guerra di là dal mare, lontana, oscura nelle sue cause determinanti come nei suoi fini complessi.

Non si è certo nascosto che in condizioni siffatte nè la guerra nè la vittoria erano possibili: i borghesi dovevano dare più efficace contributo che non d'applausi, di ciancie e di bandiere; il proletariato doveva, in mancanza di meglio, dare il sangue e la pelle.

Da queste indeprecabili esigenze due ordini di provvedimenti: la coscrizione militare e la coscrizione economica.

Della prima, ogni difficoltà fu agevolmente superata; e, fatta alle eccezioni la debita parte, ogni resistenza fu vinta. Caserme, baraccamenti, darsene, cantieri del Nord e del Sud, rigurgitano di marinai e di soldati. I primi contingenti sono in Francia da un mese, altri convogli seguono per insolite rotte dell'oceano insidiato, infido; i quadri della seconda leva sono all'ordine, e coi primi del Giugno prossimo due milioni di soldati saranno sul vecchio continente raccolti all'estremo sbaraglio degli Hohenzollern od a custodire le sorti dell'ordine ove ai proprii destini il proletariato tedesco abbia di per sè provveduto travolgendo alla riscossa, i paria delle nazioni alleate.

Gli straccioni hanno, come sempre, pagato di persona.

Come sempre, i figli di papà non hanno fatto onore alla firma.

* * *

Chi ha seguito nelle cronache giudiziarie della grande repubblica i processi che per le indebite mercenarie esenzioni dal servizio militare si sono svolti un po' dappertutto, ma con maggior scandalo negli stati di New York e dell'Illinois; chi dai membri del Consiglio di Leva dello stato del Missouri, ha udito senza proteste denunziare che «intiere famiglie di privilegiati sono state dal servizio militare esonerate in massa»92; chi a Washington, nell'aula senatoriale della Commissione per gli affari militari ha assistito all'indisturbata apologia della renitenza e della diserzione per parte di Frank Stevens del Delaware, presenti in gran numero senatori e deputati; chi ha visto appollaiati in tutti gli uffici, benedetti da tutte le sinecure, immuni da ogni rischio i lupicini, non mi chiederà più ampia documentazione. Gli straccioni sono partiti, anche quelli che non erano troppo in gambe, anche quelli che il pane dovevano spartire coi vecchi e coi figlioli; primi agli spettacoli, alle parate, agli onori; alla greppia; i figli di papà non sono partiti e non partono. Tutta l'autorità del presidente Wilson che è pure illimitata, dittatoriale, discrezionale, il suo orrore per le preferenze inique, pei mercimonii vergognosi non vi possono nulla, non ristabiliscono l'equazione.

* * *

— Ma quelli dànno sotto altre forme, per altre vie, contributo equivalente: pagano!

— Manco ad ammazzarli pagano; pagate voi, citrulli! Dove delle lacrime e del sangue irrorate dei profitti la vigna, essi vendemmiano, soli; e sulla nuova e più oltraggiosa sperequazione i poteri discrezionali del presidente Wilson, le sue democratiche preoccupazioni di eguaglianza e di giustizia s'abbattono egualmente sterili e vane.

* * *

Il messaggio bellicoso dell'Aprile, preveduto in borsa da qualche settimana, ci ha trovati colla farina a diciotto scudi al barile, col pane a sedici soldi la pagnotta, col carbone a tredici scudi la tonnellata, il latte a quindici soldi il litro, lo zucchero a diciotto soldi la libbra, la carne ad uno scudo il chilo, col prezzo dei generi di consumo ad un livello che sugli squallidi mercati della Germania e dell'Austria bloccate, della Francia, della Russia, dell'Italia svenate da tre anni di sacrifizi non hanno osato-attingere mai.

Romba la guerra, gli sciacalli s'avventano sul carnaio all'orgia con tanta fretta che per poco non compromettono la cuccagna.

Il governo è costretto ad intervenire.

Wilson indignato esige pieni poteri a scompigliare le camorre, ad infrenare la speculazione ladra, vuole centocinquanta milioni per una rapida inchiesta sullo stato delle risorse disponibili a cui la Federal Trade Commission procede con sollecitudine e coscienza inattese, conchiudendo a risultati sbalorditivi:

Innanzi ad ogni cosa non è penuria di generi di consumo. Joseph Hartigan, ispettore dei pesi e delle misure, consacra in un documento ufficiale che «il caro-viveri è assolutamente ingiustificato, e falso l'allarme della carestia: such vast quantities of food have never before been stored here».

Non abbiamo avuto mai tanta abbondanza! I prezzi imposti ai consumatore sono estorsione vergognosa!

Il miglior carbone, l'antracite, alla mina, fatta la parte del leone alle compagnie, non costa che 4.15 la tonnellata. Aggiungetevi 1.25 per le spese di trasporto, ed altrettanto per la consegna a domicilio, e dovrete conchiudere che sui mercati di New York, di Boston, di Portland non costa più di dollari 6,65 il carbone che abbiamo pagato durante tutto l'inverno tredici, quattordici ed anche quindici dollari la tonnellata; e che i bottegai patriottissimi ci hanno estorto un profitto usuraio del cento per cento!

È così di tutti i generi. Comprato dove si miete, avanti che la speculazione borsaiola se ne sia impadronita, il grano costa meno di un dollaro al bushel che, gravato d'un lecito profitto e delle debite spese di trasporto, vorrebbe dire la farina a sei o sette scudi il barile, come si pagava avanti che la guerra fosse scoppiata. Il produttore non lo vende oggi a maggior prezzo, e se noi abbiamo pagato la farina a sedici, a diciotto scudi il barile, vuol dire semplicemente che gli accaparratori guerraioli ci hanno estorto un profitto ladro del duecentocinquanta, del trecento per cento!

La Commissione Federale d'inchiesta ha accertato che salmone, piselli, pomidori in conserva, che noi abbiamo pagato e paghiamo venti e venticinque soldi la scatola, non costano più che sette soldi e mezzo ai rivenditori, i quali per amore della patria e della guerra si sono tagliato e si tagliano l'onesto profitto del duecento per cento.

Portate lo stesso esame sugli altri generi di necessario consumo, sugli zuccheri, sulle carni, sul cotone, le scarpe, le lane, su tutti i prodotti industriali, e giungerete sulla scorta delle medesime cifre ufficiali ad identico e non meno desolante risultato: mentre i diseredati per la guerra sciagurata, di cui ignorano cause, propositi, meta, al primo appello della patria si apprestano a darle la giovinezza, il sangue, la vita, quelli dall'altra riva, sordi ad ogni voce che non sia del più gretto interesse, dei più luridi appetiti, elusi del compito comune tributi e rischi, si avventano al sacco, all'estorsione, alla rapina, all'arrembaggio accumulando milioni, accumulando miliardi, senza scrupoli e senza freno.

* * *

Senza freno: qui è il nodo.

Wilson, malgrado gli intrighi del lobbysmo professionale, ha strappato al Congresso i centocinquanta milioni che lo debbono abilitare al controllo delle vettovaglie; ed i poteri discrezionali di cui ha potuto investire a sua volta Herbert Hoover ed Harry Garfield93.

È passato incurante sulle proteste delle grandi compagnie, ha sventato le loro trame, irriso i minacciosi ricorsi al Congresso ed alla Suprema Corte federale, ha fissato il massimo prezzo dei carboni, ha chiuso la borsa dei cereali mentre organizza la nazionalizzazione dell'industria degli zuccheri e degli spiriti, corazzato delle più generose intenzioni e della tenacia più eroica.

Con quale risultato, volete dirmelo?

Che il carbone è sempre a dodici scudi la tonnellata.

Che la farina è sempre a dodici scudi il barile, ed il pane a sedici soldi la pagnotta.

Che lo zucchero costa oggi come l'inverno scorso.

Che in luogo di diminuire il prezzo delle carni è divenuto inaccessibile: «civil war prices for meats were outdone to-day», «i prezzi della carne al tempo della guerra civile sono oggi superati» scrive il corrispondente speciale del «Boston Globe» da Chicago avvertendo che «the increase has only started», («l'aumento è appena incominciato»).

Che stiamo oggi peggio che non ieri; che disperato di non poterci tornare, come si era avventatamente impegnato, al soup-bone di mezzo franco ed alla pagnotta di cinque soldi, H. Hoover scendeva ieri coi rappresentanti del trust della carne e con quelli della Masters Paker's Association ad un compromesso – non destinato alla pubblicità – per cui «egualmente protetti durante la guerra gli interessi del produttore e del consumatore» egli ci annunzia, senza fede, che «da oggi innanzi la situazione andrà migliorando»; ed Harry Garfield, incapace di rompere la fitta maglia d'intrighi che da ogni parte lo soffoca, è costretto a raccomandarci, rimedio eroico all'alto prezzo dei viveri e dei combustibili, di saltar qualche pasto, di accendere un'ora dopo e di spegnere un'ora prima la stufa di casa, mandando a letto di buon ora la nidiata.

* * *

Non occorreva sciupar tanto tempo e tanti baiocchi, scomodare il genio di Wilson, nè consultare tanti oracoli, nè avvelenare la digestione di tanti onorevoli se dovevasi conchiudere a questo acrobatico semplicismo dell'Hoover e del Garfield: ogni tramp sa stare senza cena quando non ha una mica nella bisaccia, ed ogni massaia risparmiare la fatica di accender la stufa quando il sacco del carbone non sta in piedi.

E questa miseria di risultati è troppo intimamente legata all'organica contraddizione degli istituti perchè noi sappiamo farne colpa alla protervia, all'incuria, al vizio degli uomini.

I depositarii della nazionale sovranità al Congresso ed alla Casa Bianca, non mostrano d'accorgersi che dall'istituto economico, fondamento essenziale di ogni rapporto sociale, sono determinati la natura, la funzione, le leggi, gli organi dell'istituto politico, dello Stato; che dove la forma della proprietà sia privilegiata, Stato, legge, magistratura, esercito, polizia, non saranno mai che depositarii, voci, strumento, di cotesto privilegio e che cercare l'uguaglianza nella repubblica, l'indipendenza nei parlamenti e la giustizia nei tribunali, i presidii della democrazia negli eserciti e della costituzione nella sbirraglia; e contro Morgan Rockefeller, contro Armour e Schwab – dai loro monopolii economici investiti del quiritario diritto di vita e di morte sui cento milioni di pezzenti della grande repubblica – pretendere nel nome della guerra, della giustizia o della pietà l'insurrezione del Wilson, il pronunciamento della Camera, del Senato, delle Corti federali, è ingenuità predestinata ad umiliazioni e scherni peggiori di quanti ne abbia asciugati lungo l'erta del Golgota il Cristo della leggenda.

E deve esserne guarito Woodrow Wilson il giorno che alle sue vaghe minaccie di una severa imposta sui profitti di guerra i pubblicani della patria hanno risposto sabottando, fino a metterne l'esito seriamente in forse, il primo prestito della libertà.

* * *

Non si governa senza il privilegio, contro il privilegio; non si governa che a custodia, in obbedienza, in servizio del privilegio e delle oligarchie dominanti che ne sono investite.

Lo Stato non può fare il bene, non può fare opera di giustizia o di pietà neppure quando vuole, neppure quando è la più doviziosa delle repubbliche, neppure quando vigilano al timone la sagacia politica e la rigida onestà dei suoi tribuni, neanche quando pendono dall'abnegazione di tutti le fortune insidiate della patria.

Ed è costretto a fare il male anche quando non voglia.

Wilson, la grande repubblica non possono togliere che il proletariato porti solo della guerra i carichi ed i tributi esosi, i rischi ed i pericoli orrendi; come non possono togliere che gli accaparratori libito faccian licito in loro legge rubando impunitariamente su tutti i contratti di fornitura: la Federal Trade Commission non può costringere alla discrezione i corsari trustaioli dell'acciaio; la magistratura statale e federale, pur così feroce quando ha fra gli artigli «le brache di tela» non trova rigori contro i fabbricanti di munizioni che, pur di far baiocchi assai ed alla svelta, mandano ai soldati sul fronte le cartucce avariate che il general Croyer ha trovate inefficaci e pericolose; allo stesso modo che il ministro Raker non trova rimedio alle «unbearable working conditions» («alle condizioni insopportabili di lavoro») che i suoi commissarii Kelly e Kirstein hanno accertato nelle fattorie in cui si confezionano le uniformi dei soldati; nè rintuzzare le sistematiche estorsioni per cui dalla Standard Aeroplane Co., o dalla, Aeromarine Plane and Motor Co. i prezzi dei contratti di fornitura sono alla scadenza vittoriosamente raddoppiati.

* * *

Oh, che se lo palleggiano dunque tra le dande come un pupo?

— All'irriverenza non ha diritto chi il pane intriso del suo sudore non sa nè pigliarsi, nè tenersi, e la manna della libertà attende, impenitente, dai numi.

La marmaglia parigina ingozzando di fieno ed impiccando ad un lampione il Foulon all'indomani della presa della Bastiglia vi ha insegnato come si conciano gli affamatori del popolo; Zola nel suo Germinal come se ne castighino gli sfruttatori; e tanto peggio per voi se non avete imparato nulla, e tanto peggio per tutti se per le vie del divenire il primo ostacolo alle ascensioni del diritto e della libertà si erige dalle vostre rinunzie servili avanti che dai lanzichenecchi e dalla mitraglia dell'ordine, come le contingenze recentissime hanno per la milionesima volta confermato.

Io non so se Woodrow Wilson sia un genio, so che fra gli antesignani della democrazia egli ha per Jefferson un culto che va fino alla religione, e sono indotto a credere che alla confisca delle franchigie costituzionali, alla soppressione ingiustificata e bestiale della libertà di pensiero, di riunione, di stampa non si sia indotto senza riluttanze dolorose sotto la pressione irresistibile degli accaparratori privilegiati – i quali intorno alle loro piraterie, da buoni ladri del mestiere, non vogliono che tenebre e silenzio – e dalla melanconica certezza che a resistervi gli sarebbe mancata, coefficiente indispensabile, l'insurrezione dell'indignata protesta popolare.

Avete voi saputo gridare in faccia ai pubblicani ed ai ladroni che della repubblica hanno afferrato subitamente le redini

il poco pan che del suo pianto lava
ed è nel sangue dei suoi figli intriso
voi rubate a la patria...
...voi dall'aurea lente
piccioletti ladruncoli bastrardi?

vi siete messi tra il pane, il sangue dei figli e le zanne grifagne dei corsari che alla rapina sacrilega si sono buttati inesorabili? sotto l'angoscia dei cuori ed il crampo dei ventri avete trovato uno sdegno, una maledizione?

E si è abbandonato alla deriva anche lui, rassegnandosi al premio di consolazione.

* * *

Interdicendogli nel modo più categorico il diritto e la libertà di ficcare il naso nei loro proprii affari, le bande trustaiole gli hanno ricordato che il suo preciso ufficio è di vigilare, di custodire le istituzioni della patria e le sorti dell'ordine sociale; e, con qualche riserva prudente, lo hanno sguinzagliato alla caccia degli agenti del Kaiser, degli artefici di tradimenti, e dei sobillatori di rivolta o di sedizione.

Non dei Thurn e Taxis, dei Moltke Huitfeldt, dei Von Linden, dei Von Ketteler, dei Von Goetzen, degli Hessen e dei Ledlitz, cortigiani, sgherri confessati del Kaiser, ma qui dallo scaltro connubio del blasone sdrucito e del dollaro restauratore innestati, su le frivole ereditiere nel cuore della grassa borghesia repubblicana, e sacri, a dispetto degli intrighi più torbidi a tutta l'impunità; non dei scellerati che storpiando i figli della patria al fronte colle scarpaccie di chiodi e di cartone, avvelenandoli colla carne putrida, disarmandoli dinnanzi al nemico implacabile coi catenacci inservibili, e colle cartuccie bacate, scorandoli colla tortura e coll'inedia dei vecchi e dei figli, sono gli organizzatori del disastro e del tradimento; li pone al di là ed al di sopra di ogni rigor di codici o di magistrati l'incoercibile potenza dei loro miliardi. E neanche degli araldi del prussianismo, che dopo tutto non è un privilegio teutonico, che ha qui tra Homestead e Bayonne tanto sinistro fulgore di tradizioni, e trova all'ombra delle costellate bandiere della repubblica nido così caldo da metter le ali più vigorose che non la bicipite aquila degli Hohenzollern laggiù.

L'hanno sguinzagliato alla caccia di quanti intendono e vigilano un più alto e più nobile interesse che non sia dai mercanti di saime, di chiodi o di bretelle, di Chicago o di New York o di Pittsburgh; di quanti anelano ad una civiltà che non affoghi tra prostituzione e sfruttamento; ad una patria che nella esile frontiera, non sia costretta dalla diffidenza e dall'odio, fomite sciagurato di fratricidio e dentro e fuori; ad una verità che non conosca freno di dogmi e di concilii, che non sia mancipia di eunuchi o di berrovieri, che sia gioconda benedizione di solchi e di uomini, per propria virtù redenti all'abbandono, alla miseria, alla superstizione, all'ignoranza, alla sfiducia – sereni della immarcescibile fede che nell'eguaglianza e nell'amore poseranno felici gli uomini che lungo la millenaria passione non hanno dubitato del proprio diritto e del proprio destino.

* * *

Perchè essi, essi sono la minaccia, l'insidia, il pericolo. Cotesta civiltà, cotesta patria, cotesta libertà essi non l'attingeranno che ad un patto: che di tirannide non resti nè ombra, nè ricordo: non in Germania, non in Austria, non al Giappone dove si cinge delle infule imperiali: non in Italia, nè in Inghilterra, nè in Ispagna dove s'incorona di democrazia; non in Francia, non in Isvizzera, nè in America dove si rimpiatta fra la banca e la borsa – in una mano i grimaldelli ed il nuovo testamento, nell'altra un capestro ed un coltello – al democratico mestiere del malandrino e del tagliaborse.

Si può concepire sacrilegio più orrendo?

Strappare dalla cesarea gobba di Guglielmone la porpora e la corona che ne celano misfatti e vergogne è compito di buon patriotta; ma dove andrebbero a morire le fiamme della patria carità se la corona non si portasse in ghetto, e della porpora non si coprissero i delitti, le onte e le vergogne che nel grembo della patria suppurano e dilagano?

A predicare in terra d'infedeli la virtù rara di questo patriottismo, farisei e pubblicani della banca, della borsa, del Congresso, hanno mandato Woodrow Wilson, cingendolo esecutore delle loro basse opere di vendetta e di persecuzione. Ed egli, relegate giù, giù, in fondo alla bisaccia le ultime proteste, gli ultimi scrupoli de la sua democrazia jeffersoniana, visto che in repubblica il bene non si può fare neppur quando si vuole, mentre anche a non volerlo il male si fa impunemente ha trovato che il più agevole degli uffici è ancora quello del tirapiedi. E vi si è adagiato.

Sarà un genio, come dicono i suoi apologisti del «Boston Post», non nego; ma è un genio che s'accontenta di poco, di troppo poco!

(15 Settembre 1917).

Gli ostaggi

IRMA SANCHINI è stata alla Corte di Hartford prosciolta dall'accusa di essersi servita delle poste federali al criminoso fine di raccogliere fondi per la difesa del compagno Galleani e degli altri nostri perseguitati.

È parsa troppo sporca anche ai giudici – ed è tutto dire! – la pretesa dell'onesta polizia federale che il servizio delle poste abbandona alla fungaia dei comitati equivoci, ansanti su la lana del soldato, su la cassetta del soldato, il gruzzolo che alla destinazione non arriva o vi giunge decimato dalle taglie dai tributi e dagli sbruffi; mentre lo preclude poi alla fraterna opera di assistenza giudiziale, così scrupolosamente condotta che la sbirraglia stessa può controllarne la severa rigida onestà nei resoconti pubblici e sui vaglia che può a sua voglia frugare negli uffici della posta federale.

Ed ha prosciolto Irma Sanchini da ogni ulteriore osservanza del giudizio.

Ci verrebbe la voglia di mandarle le nostre felicitazioni se... non fossero premature ed insieme col suo compagno e la sua bambina di due anni (terribile criminale anch'essa) non dovesse districarsi ancora dalle maglie del Commissariato d'Emigrazione e dalla minaccia della deportazione94.

GIOVANNI ERAMO ha ricevuto dal Commissario dell'Ufficio d'Emigrazione di Boston Sig. H. J. Skiffington la comunicazione che «l'assistente Segretario del Dipartimento del Lavoro ha ordinato la cancellazione del mandato d'arresto dell'alieno Giovanni Eramo coll'abbandono di ogni procedimento inteso a rimuoverlo dagli Stati Uniti».

È già qualche cosa! ma anche qui le congratulazioni si fermano in gola perchè Giovanni Eramo deve rispondere – le ragioni dimorano sempre impenetrabili – di cospirazione insieme col compagno Galleani pel famoso articolo «Matricolati!» di cui quest'ultimo ha rivendicato, solo, la paternità e la responsabilità.

LUIGI GALLEANI ci scrive: «Già, sono cose che sapete: al Commissariato dell'Emigrazione in Boston, dopo i laboriosi interrogatorii e le conseguenti investigazioni, l'Ispettore Ryder che ne era stato incaricato assicurava formalmente l'Avv. Pettine che, salva la qualità di anarchico che il Galleani aveva serenamente e fermamente rivendicata, non era emerso a suo carico alcun elemento che ne giustificasse la deportazione, e che in tal senso egli avrebbe fatto al Dipartimento del Lavoro il suo rapporto.

A Washington – sono cose che sapete anche queste – la mattina di sabato 25 Agosto, se io non erri, il sottosegretario del Ministero del Lavoro, l'on. Louis F. Post, riconfermava di persona all'Avvocato Pettine e nel modo più categorico queste assicurazioni: la procedura dal suo dipartimento iniziata per la deportazione degli alieni  Giovanni Eramo e Luigi Galleani era stata abbandonata, ed ordini analoghi erano stati il giorno stesso impartiti al Commissariato Federale di Boston perchè ne informasse gli interessati prosciogliendoli da ogni accusa e dalla relativa cauzione.

In data del 31 Agosto diffatti il Commissario Skiffington dell'ufficio federale di Boston dava al compagno Eramo ufficiale comunicazione che «no further action will therefore be taken looking to his removal from the United States».

A me, niente.

Sbaglio: a me l'on. Sottosegretario del Ministero del Lavoro notifica che ogni decisione intorno alla mia deportazione o meno dagli Stati Uniti è differita di sei mesi durante i quali mi sottopone a... la vigilanza speciale della pubblica sicurezza coll'obbligo di presentarmi al Commissariato d'Emigrazione in Boston, tutti i mesi una volta, per dargli conto dei miei «whereabouts» (movimenti) e delle mie «activities» (attività) da cui, s'intende, la finale decisione sarà determinata.

Dove si vede che tra il nostro avvocato difensore ed il Sottosegretario del Ministro del Lavoro non c'è fino ad ora la più lontana speranza di un'intesa.

L'Avv. Pettine si ostina a credere ingenuamente che la sicurezza dello Stato e la libertà dei cittadini abbiano nella legge – eccezionale magari in tempi eccezionali – la sola base e la sola guarentigia, e poichè dalla propaganda, dagli attentati, dalle insidie anarchiche lo Stato è protetto da una serie di riserve di cautele di inibizioni legali, allo stesso rigore di queste cautele si è aspettato ed ha detto al Ministro del Lavoro: il Galleani è anarchico, un anarchico che è venuto in America e vi risiede colla famiglia da sedici anni: il Galleani è un rifugiato politico; il Galleani ha tre figli che gli sono nati qui in America e sono cittadini americani: gli ha posto tre quesiti:

— C'è nel corpus juris della grande repubblica una legge che contenda agli anarchici e pel solo fatto che sono anarchici, il soggiorno agli Stati Uniti?

— C'è una legge che consenta la deportazione di un alieno che dimori qui da sedici anni incensurato?

— Che consenta di un rifugiato politico la deportazione in tempi e modi che l'equiparano ad una vergognosa estradizione per reato politico?

— Che insieme colla deportazione del padre alieno ed anarchico consenta quella dei figli nati qui e, di buona o di mala voglia, costituzionalmente cittadini americani?

Questo chiedeva l'Avv. Pettine.

Il Ministro del Lavoro avrebbe dovuto rispondere in buona coscienza che non solo non vi è alcuna legge del genere, ma che c'è invece una costituzione la quale interdice al Congresso ogni legge restrittiva della libertà di pensiero, di parola, di stampa, d'associazione; che c'è invece una serie di decisioni della Suprema Corte che nega la deportazione degli anarchici pel solo fatto che siano anarchici; che una serie non interrotta di precedenti diplomatici e giudiziali ripudia come infamia la deportazione dei rifugiati per cause politiche; che il buon senso relega fra le contraddizioni assurde la deportazione dei cittadini americani, e lo sfacelo della famiglia tra le inescusabili ferocie della politica persecuzione.

Ma si sarebbe data la zappa sui piedi!

Senza contare poi che su ne l'olimpo dove

un Marcel diventa
ogni villan che parteggiando viene

non si coltiva del bestiame che rumina a valle altro sentimento fuorchè di disprezzo.

Pei sudditi, dovunque si aggioghino o si tosino non c'è legge, non c'è che il «bon plaisir du roi» o del presidente della repubblica, o dei lanzichenecchi e dei proconsoli di questo o di quello; temperato a mala pena e di rado dalla magnanimità, dalla grazia, dalla carità del sovrano.

Come possono intendersi!

L'Avvocato Pettine grida: diritto! biascica l'altro: carità! e la contraddizione non si solve.

Ma sono questioni di lana caprina. Io l'intendo benissimo.

Nei sei mesi di «probation» la Corte Federale di Boston avrà giudicato di quel sacrilegio che è l'articolo «Matricolati!».

Se ci condanna e ci manda in galera, le deportazioni del Ministero del Lavoro sono catenacci arrugginiti, e le sue ire superflue; se ci assolve diventano l'estremo scampo e la rivincita provvida dell'ordine tremebondo.

Ed il sottosegretario on. Post mi verrà a fare il suo discorsetto: se metti la testa a segno, sotto il moggio il pensiero indocile, e la berta in sacco, e pentito, contrito al Commissariato di Emigrazione comparirai con tanto di chierica e di biglietto pasquale, allora starai qui; se no, di là, nella patria tua, in galera, a consumarvi gli ultimi anni della impenitente protervia.

E bisogna ben rispondergli allora – e mi permetterete di dirglielo subito e di qui – che io preferisco la sua rabbia e le sue persecuzioni, alla sua carità ed al suo disprezzo.

Perchè degli accattoni, dei girella che mutano secondo la paura o la fortuna tanta stima non deve avere neppure lui.

Vostro Luigi Galleani».

I CENTOSESSANTA! sono dispersi per le galere che nella grande repubblica sono fitte come le taverne e come le chiese95.

Alle maglie dell'agguato maramaldo sono scampati pochissimi quelli soli che la baldanza sfogan ne l'ora pingue ed abbonacciata della vendemmia e si rintanano nell'obliquo sofisma e nell'ammuffita poltroneria come lumache nel guscio quando il cielo scura a temporale.

La maglia è vecchia, e la leggenda dell'oro tedesco non è fatta certo per rafforzarne l'ordito. Sanno anche i paracarri delle strade che i tedeschi quelli che del Kaiser hanno quattrini maglie ed intrighi a spartire sono altrove e sacri all'impunità, sacri a tutta la venerazione. La polizia non tocca mica William Randolph Hearst che a Bolo Pasha offre – e non gratis – certo i pranzi luculliani, nè J. P. Morgan che a lubrificare i tradimenti tedeschi gli custodisce e gli amministra qualche milione di dollari: si abbatte sugli straccioni che non si arrendono alle avide voglie dei traditori e non vogliono degli onesti sudori inaffiare dei ladri e dei traditori la vigna, e ne gridano la turpitudine e l'onta.

L'accusa di cospirazione di connivenza col nemico di tradimento, dileguerà alla luce ed alla prova del pubblico dibattimento fra qualche mese, fra qualche anno forse; ma intanto i guastafeste sono al buio, e la vetta della cuccagna si attinge senza pericolo di contrasti di indiscrezioni, di proteste sdegnose e di denuncie pericolose.

Ed è per questo appunto che sui centosessanta ostaggi dell'ultima razzia dovrebbe culminare operosa, energica, incoercibile la solidarietà dei superstiti; perchè la frode impudica ed enorme sia denudata perchè nelle sue trame orrende avventi la mano il proletariato scompigliandole, riscattando le sentinelle perdute, riscattando sè all'ignavia ed alla servitù vergognosa il proprio destino.

Salvo riprendere domani, oltre l'ora del pericolo e dell'insidia comune, le fierissime batracomiomachie su le virtù e sui vizii dell'organizzazione.

Mette a cimento ben altro la scellerata ora che passa!

(6 ottobre 1917).

Occhio, Eh!

È appollaiato di giorno e di notte nei paraggi della nostra tipografia uno sciame d'uccellacci di malaugurio che vi spiano chi entra e chi esce, e mettono la mano sui malcapitati al primo sospetto e senza un riguardo.

Gli uffici della «Cronaca Sovversiva» non vogliono essere trappola per gli agguati della polizia federale. Chi ha conti pendenti col Sant'Uffizio repubblicano giri al largo; tanto più che se abbia notizie da darci o da chiederci ha cento vie per arrivarvi senza cader nella ragna.

Compagno avvisato è mezzo salvato.

La Cronaca Sovversiva

(13 ottobre 1917)

Su, da bravi, pagate!

This newspaper has no objection to filing with the Postmaster of Lynn, Mass., the english translation of articles referred to by Act of Congress, of October 8th, 1917.

There is none of such articles in the present issue, which is therefore entitled to uncontrasted circulation.

Bisogna convenirne, il proletariato della grande repubblica – del suo governo come di ogni altro delle nazioni in guerra ai giornali che non hanno il bollettone come le taverne e le puttane, non è più permesso discorrere dopo l'approvazione del «Trading with enemy Act», e noi ce ne dispensiamo senza un rimpianto – il proletariato d'America, dicevamo, ha fervido il senso e l'amore della noia.

Dagli sparuti settlements del Virginia e del New England l'ha vista. assurgere, meravigliosa d'esuberanza e di ricchezza, tra le prime potenze del mondo, e ne ha gelosissimo l'orgoglio in cui la grande guerra soffia oggi col fremito della speranza che l'enorme peso delle risorse nazionali possa confonderne i provocatori scellerati, disarmarne la bestialità selvaggia, ricomporre su lo scempio orrendo le torture della pace, le energie e le armonie della vita. E la genesi del suo patriottismo è delle più naturali.

* * *

È tuttavia una successione non interrotta di episodii che su quel sentimento, sui suoi ardori quanto meno, distende un'ombra di dubbio e di sospetto.

Constatava desolata la cronaca dei grandi quotidiani, la settimana scorsa, che oltre a settecento coscritti dello Stato del Connecticut non si sono fatti vedere al campo; che altri si sono dovuti agguantare sui transatlantici in California come nel New England e trascinare agli accampamenti colle manette ai polsi; che in ogni città ed in ogni borgata si rimpiatta un numero strabocchevole di renitenti; che l'ostruzionismo dei grandi scioperi s'impenna acerbo nei quarantotto stati dell'unione; che incendii di carattere manifestamente doloso distruggono i docks dei grani, le fabbriche di munizioni, gli stessi accampamenti militari del Long Island e del Massachusett.

«Raggiri tedeschi, propaganda di Bernstorff, oro del Kaiser!» abbaia la stampa ufficiosa.

Che il Kaiser possa avervi la mano, che i milioni profusi dal Bernstorff gli abbiano qui, tra gli epigoni della banca del Congresso, della stampa, della magistratura finanche, coscritto alleati poderosi, non è più suscettibile di dubbi dopo le rivelazioni del Lansing96.

Ma voler spiegare coll'oro del Kaiser soltanto – che è andato a finire nella cassaforte e nel ventre dei grandi affaristi patriottardi – il malcontento, le resistenze, le esplosioni del proletariato, che certo dei milioni teutonici non ha visto la croce di un pfennig, è stupido e pericoloso ad un tempo.

Pericoloso, perchè se il kaiser con un pugno di marchi può comprar qui ogni cosa ed ogni persona, dai giudici della Suprema Corte ai giornali dell'Hearst, la conclusione è una sola, ed è melanconica: qui tutto è da vendere, la patria, la repubblica, il tricolore!

Ed uno solo il risultato: come infonderete nei contribuenti lo spirito d'abnegazione, e negli eserciti la speranza della vittoria, se ammettete voi implicitamente che dopo quaranta mesi di guerra il Kaiser ha nelle sue casse tanto oro sempre, e nel pugno tanta forza ancora, da governare in questo paese, traverso i magistrati venduti, i pubblicani venduti, i pennaioli venduti, così imperialmente come in casa sua?

* * *

Non è stupido? non è pericoloso? non è vergognoso?

Ma ci ha la mano il Kaiser? gli tiene il sacco tutta una serqua di manutengoli rinnegati?

Le rivelazioni del Lansing, i checks del Bernstorff e di Bolo Pasha, i libri mastri del Morgan non ve ne offrono i connotati, non ve ne hanno dato il ricapito?

E acciuffateli, allora, nel nome dell'iddio vostro, della legge vostra, dello sdegno vostro legittimo di patriotti burlati! e dateli in pasto ai corvi! chè non riscuoterà lagrime, nè rimpianti il mezzano sconcio che traffica l'onore della madre od il sangue dei figlioli.

Dateli in pasto ai cani!

* * *

Io ho visto la luce in una terra, fra una gente che le epiche vicende della sua storia alterna d'eroismi purissimi e di passioni sanguinose, di ascensioni temerarie e di scoscendimenti vertiginosi, d'audacia e di martirio, di gloria e di cenci; ma penso che Roma non sarebbe stata senza Ninive, Alessandria, Atene; che senza la Riforma, non sarebbero venuti nè Bruno, nè Leonardo; nè senza la Dichiarazione dei Diritti avrebbe l'Italia ritrovato la fede, i consensi, le vie e le fortune della propria risurrezione.

Ma so che più della fortuna è incostante la gloria; che non cresima privilegi; che diverso, infinitamente vario è l'orizzonte a cui strappa dei suoi cimenti la palma, i raggi della propria aureola, come sono vani i solchi e le genti sui quali effonde, l'aureola sanguigna delle sue redenzioni; che all'audacia degli annunziatori più strani, all'impervio lavoro di tutte le stirpi noi dobbiamo il retaggio di consapevolezza, di forza, di bontà, di diritto, di gioia che chiamiamo la civiltà; e, livellata della patria l'instabile artificiosa frontiera, si protendono gratitudine, fede, amore a tutte le terre, a tutte le genti – che la sacra fiamma nei secoli custodirono – verso le fatidiche eucaristie, alla universale fratellanza che dei superbi orgogli del pensiero e della libertà non tollera nè irredenti, nè bastardi.

E mi è cilicio la patria cinta di frontiere, di odii, di diffidenze armate; nè servirò mai ai gnomi che l'usurpano e la straziano affogando nella servitù, nella miseria, nel disprezzo gli umili che del sudore e del sangue ne alimentano ogni vena.

Non voglio patria.

Ma non la vendo!

* * *

Non vendo nè quella degli altri nè la mia che sogno costellata fra le genti di tutta la terra nello stesso anelito d'uguaglianza, di giustizia, di verità, nel comune destino di gioia, di gloria; non restituita dal fallimento dei Savoia al vassallaggio degli Ausburgo o del Papa.

Barattare la patria italiana per quella tedesca o per un'altra quale si sia, non sarebbe del resto fare ancora del nazionalismo, accampato, collocato semplicemente al di là della frontiera? del patriottismo una inversione abbietta ed insensata?

E noi lo lasciamo ai rigattieri.

Ne avete in casa barattieri e mezzani che trafficano l'onore della madre ed il sangue dei figli? Le confidenze del Lansing, i libri del Morgan, i cifrarii del Bernstorff, i checks di Bolo Pasha ve ne danno i connotati ed il recapito?

Ed agguantateli, se incontro ai seigneurs de haulte gresse – come direbbe il vecchio Rabelais – avete lo stesso coraggio che incontro agli straccioni! E se vi mancano la voglia o la libertà o l'autorità di toglierli dalla circolazione, mettete berta in sacco, non cercate negli intrighi del Kaiser, nell'oro del Kaiser le ragioni dell'ostinata diffidenza e delle crescenti insurrezioni del proletariato.

* * *

Cercate altrove; guardate nelle mani, guardate nella faccia gli iloti che misurate su l'auna della vostra propria abbiezione, e relegate con obliqua disinvoltura tra i magnaccia del Kaiser; guardateli quando abbandonano la miniera, l'officina, i fondachi, le soffitte, i vecchi, le donne, i parvoli per accalcarsi ne le caserme, sotto le bandiere, su le calate, nelle stive dei grandi «trasporti» al primo appello della patria, e del loro sangue, vanno laggiù, oltre il mare a ribattezzarne la gloria, come, di qua, della oscura pena quotidiana e disprezzata ne hanno edificata la prosperità e la grandezza, e domandatevi una buona volta, pigliato il coraggio a due mani, che cosa avete fatto voi, che cosa ha fatto, che cosa fa la patria per pretendere da tanta gente l'esosa estremità d'ogni tributo.

Che cosa?

* * *

Non mentite a voi stessi, non vi trincerate nell'ironia dei vecchi sofismi, che tanto è smaliziata. Non ci dite che ai pezzenti nati qui, o qui dalle cento patrie d'oltre mare immigrati, la repubblica ha dato la sicurezza del lavoro, del pane, dei focolari, che su l'incerto destino di tutti librò l'incorrotta tutela delle sue leggi e dei suoi istituti, e madre provvida di figli uguali nel suo grembo ci crebbe sotto l'egida della stessa giustizia al sole della stessa libertà; e che difendere dalle stesse meditate aggressioni dello straniero questo comune retaggio di benessere, di giustizia, di libertà è debito sacro ed eguale di quanti se ne siano pasciuti ed inebbriati.

Altra verità l'esperienza vi ha rivelato ed insegna: il lavoro, il rifugio, il pane, il pane e la vita di tutti sono qui, come dovunque, alla mercè di un pugno di ladri che sull'armento ha restaurato ed esercita, a dispetto del progresso e delle sue rivoluzioni, il quiritario diritto di vita e di morte impunemente. È condanna il lavoro, supplizio la vita, scherno la giustizia, irrisione la libertà, qui come dovunque.

* * *

— Abbiamo trovato il pane, qui?

Ma l'abbiamo arrancato delle braccia vellose, sotto la sferza dei negrieri, cimentando la morte ogni dì tra le maremme, giù nelle viscere della terra, su gli abissi del mare! e quando di tra le spire dei miasmi, all'ira delle tempeste; alle vampe del grisou siamo scampati miracolosamente, siamo tornati incolumi al focolare, per ogni tozzo di pane che intriso di sudore e di fiele abbiamo portato ai figlioli, v'abbiamo farcito il ventre, il portafogli e la cassaforte.

Ed in questo esoso mercato del lavoro e della crosta quotidiana i creditori siamo noi!

* * *

Quando incontro al fraudolento patto di fame e di vergogna ci siamo levati maledicendone l'iniquità e l'infamia, dite un po'! come ci hanno risposto coloro che dalle bolgie della miseria e della servitù abbiamo su le docili spalle issato agli empirei della dovizia e dell'onnipotenza?

Agli ingenui che il torto caino sono venuti a guaire pei vostri tribunali invocando le promesse riparazioni alla legge, rispose la vostra giustizia ponendo su le spogliazioni e su le rapine il suggello de le consacrate impunità.

Dei temerarii che la protesta osarono in faccia al sole dalla negra bocca dei pozzi, dalla soglia delle officine deserte e dei cantieri ammutoliti, ha avuto ragione la mitraglia repubblicana, dinnanzi alla quale la vita di milioni di cenciosi non vale il brivido olimpico nè l'oro sacro dei numi: e nell'obliquo compromesso tra il diritto e la legge i creditori, siamo noi.

* * *

Un'ombra di libertà si è fino a ieri indugiata su lo strazio di tante franchigie, su la pietosa rovina di tante illusioni. Intorno ai polsi dei vinti voi avete ribadito le catene dell'antica servitù, su le cervici il giogo delle vecchie tirannidi e delle nuove, e sui vinti non conobbe il vostro imperio nè pietà nè paura, ma su le esili fiamme del pensiero non avete osato stender la mano sacrilega, fino a ieri. Contro ogni pericolo d'eresiarchi baleni e di incendii livellatori v'affidava la nebbia fitta delle superstizioni, delle rinunzie, delle devozioni sapientemente custodite, che ne spegnevano le faville e le sobbillazioni.

Oggi anche la tenue fiamma vi mette paura, come ai ladri notturni ogni insospettato, inatteso bagliore; e voi buttate il capestro all'ultimo fantasma della libertà repubblicana, ne soffocate l'ultima voce.

Avete paura!

Guai se per gli accampamenti di Mineola e di Ayer, per le centomila caserme dell'Unione tradisse l'eco di quella voce che, artigliata di tutti i rigori ad invadere i tugurii della povera gente, a coscriverne gli straccioni, ad imballarli pel fronte al sacrifizio senza pietà, la patria su la soglia delle auree case dei Gould, dei Foss, degli Eaton, dei Robb, del milionario pidocchiume residuo, si arresta sgomenta ed imbelle, e dalle tiepide cuccie non sa snidare i lupicini impoltroniti, ed in questi non sa più ravvivare nè l'orgoglio, nè il dovere, uguale in tutti i figli delta terra, di difenderne contro ogni minaccia, ad ogni prezzo, a prezzo della vita occorrendo, il comune patrimonio d'onore, di civiltà e di grandezza!

Guai se tra i legionarii della repubblica, angosciati dalla separazione dolorosa e brutale, avesse quella voce a bisbigliare che, mentre essi precipitano all'ecatombe, i lupicini stanno a casa, al caldo, a la vendemmia; che mentre i loro vecchi dinnanzi ai focolari desolati si soffiano sulle dita, e le madri impazzano fra le spire dell'inedia perchè non è più carbone, non è più pane, non è più zucchero, nè latte per la nidiata, a Buffalo97 ed a New Orleans, in Pennsylvania e nell'Utah, a Chicago ed a New York centinaia di migliaia di libbre di zucchero, di tonnellate di grano e di carbone si sottraggono al mercato, si negano al bisogno, si celano e si serbano agli scandalosi bagarinaggi della malavita borsaiola!

Guai se gonfia di sdegno, convulsa di rabbia singhiozzasse in grembo ai traditi quella voce che mentre giù, pei tugurii, la marmaglia eroica serra la cintola, e delle diuturne abnegazione e del sangue generoso propizia alle fortune della patria, su ne l'Olimpo le bagascie del gran mondo incoccardate del tricolore, a la vittoria brindano nei festini e nelle orgie di cui paga lo scotto in centinaia di migliaia di dollari Il Fondo per gli Orfani della Guerra98; e che la polizia, grifagna, implacata, inesorabile ai malnutriti in bando del settimo comandamento e del fornaio, afille blasonate ed ingemmate prevaricatrici della pubblica pietà non serba che indulgenze e riverenze! Guai!

* * *

Non v'è salvezza che nel capestro!

La carità della patria e le necessità della difesa comandano il silenzio. La libertà di pensiero, di parola, di stampa, la Costituzione della repubblica che la garantisce, l'ostinazione del Congresso che non vi adbica s'ingibernano nel «Tradinq with the enemy Act» che non ha manette pei ladri, nè saette pei riconosciuti agenti del Kaiser, nè bavaglio pei salariati organizzatori del tradimento, ma non ha grazia nè quartiere pei derubati, pei traditi, per gli incorrotti, incoercibili araldi della verità e della giustizia; e nell'osceno compromesso tra libertà e ragion di stato i creditori siamo sempre noi!

* * *

Ebbene, pagate! Non siamo disposti a concedervi maggior credito.

Pagate! Pagateci il conto del pane, il conto della giustizia, il conto della libertà.

Livellate questa beffarda sproporzione di sacrifizii per cui sugli uni, sui più, la patria imperversa di tutte le taglie, di tutte le estorsioni, di tutte le miserie; per cui sugli altri rovescia la cornucopia delle impunità, delle indulgenze, dei profitti, delle vendemmie paradossali, Pagate!

Al contadino che del proprio sudore ne feconda il solco e ve ne reca le messi, date la terra! date la mina al minatore che ne sfida le insidie e le tenebre, e ve ne disserra i tesori! all'artigiano che del fervore ciclopico le anima e ve ne addensa l'inesausta dovizia, date la macchina, date l'officina, i cantieri, le darsene, date la patria; e nei cori della patria e nel peana della guerra non sarà nota discorde.

Insieme coll'incubo dell'oro, degli intrighi, dei congiurati del Kaiser, dilegueranno gli incubi, il pericolo, gli orrori e le sventure della guerra istessa, e senza rugiade di sangue fiorirà la libera civiltà del domani.

Riscattato il lavoro all'usura, redenta la terra alle ipoteche del privilegio, dispersa la frode secolare ed immane, relegata sul solaio tra i ferrivecchi la cassaforte, chi avrà più voglia o ragione di far la guerra?

Neppur voi!

* * *

Su, da bravi, pagate!

Piagnistei, trappole, indugi non avvertono la scadenza. Onanizzarsi della superstizione che all'efficacia ed alla pienezza della mobilitazione contrastino soltanto gli agguati del Kaiser, e che del suo oro si alimentino proteste, agitazioni e scioperi, è voler chiudere gli occhi per non vedere.

Ma nei feudi del Kaiser è come qui! e gli ammutinamenti sanguinosi di Wilhelmshawen e le defezioni di Riga o di Soissons spettacolose non le avete sobbillate nè salariate voi.

E fuori è tutt'uno o peggio, da Pietroburgo a Torino a Sabadell, nei paesi che la guerra ha travolto, come in quelli che essa ha risparmiato.

E non è più salvezza per voi se non vedete neppure che nel disagio, ond'è rosa, ogni gente ed ogni terra, tanta consapevolezza si accusa oggi della internazionale identità delle sue proprie cause che sul dissidio dei principi e sull'urto degli eserciti, nella identità della storia e del destino, dei dolori e dei diritti, delle aspirazioni e dei propositi si ricompone l'internazionale proletaria, l'internazionale rivoluzionaria che vi eravate per un momento illusi di scompigliare; ed è l'usciere implacabile, ed è la procedura inesorata che alla resa dei conti estrema ed indeprecabile vi stringerà domani.

E allora pagherete, oh se pagherete!

(27 ottobre 1917).

Note Sovversive

ITALIA. – Queste sono batoste! un milione di uomini, trenta miliardi di debiti99 per conquistare di là dall'Isonzo, in sedici mesi di guerra, dieci chilometri d'Italia irredenta, e perdere tutto in venti minuti, con centomila prigionieri per soprassello, settecento cannoni perduti, chissà quante migliaia di morti, e rivedersi traverso la frontiera sbrecciata, gli unni padroni in casa nostra come millecinquecento anni addietro, nella ferocia e nella devastazione immutati; è nelle sue linee disperate l'ultimo bollettino della bella guerra per la più grande patria..

Io non me ne rallegro, no! Non so indulgere io al sofisma dei superuomini che il nodo gordiano dei problemi più irti spezzano di una crollata di spalle, compiacendosi che il proletariato, la gran bestia, la carne da cannone, strumento cieco delle ambizioni, dei calcoli, degli odii altrui riscuota in mitraglia, fra le stragi, il conto della rassegnazione e della viltà inamovibili.

Tanto varrebbe rallegrarsi perchè un cieco sfiorando a tentoni l'abisso vi precipiti scavezzandosi l'osso del collo; e sarebbe semplicemente bestiale.

Non mi rallegra, ma le proporzioni, l'enormità della disfatta m'intrigano.

* * *

Che Austria e Germania meditassero sul fronte italiano una rivincita, si sapeva da un pezzo; che vi si preparassero formidabilmente era nella concorde certezza degli alleati, del governo, dello stato maggiore, della stampa che in questi mesi ultimi ne avevano preveduto l'imminenza, i modi, le fortune, e se ne attendevano – arra di pace più sollecita – la vittoria.

È dunque onesto credere che prevedendo abbiano provveduto convenientemente, e tanto più agevolmente che in Italia, su l'estremo fronte orientale sono sempre i contingenti e le artiglierie inglesi e francesi con cui l'ultima avanzata si è felicemente compiuta: che il numero degli uomini eccede in Italia tutte le esigenze della situazione, dal momento che il governo italiano si era offerto di distribuirne un milione su quella parte del comune fronte degli alleati che ne avesse maggior bisogno; che il 23 Ottobre un comunicato dello Stato Maggiore tedesco della imminente, grandiosa offensiva al fronte italiano dava notizia ufficiale, ed un Comunicato del Cadorna il 24 Ottobre avvertendo uno straordinario concentramento di là dalla frontiera di numerose divisioni austro-tedesche, costituite delle migliori unità, dei due imperi100 assicurava che il Comando attendeva preparato ad ogni evento.

Non è dunque il caso di parlare qui di sorprese.

* * *

Ancora: chiunque abbia di quel particolare teatro della guerra la nozione anche più discreta giunge, senza essere nè un generale nè uno stratega, col lume del suo elementare buon senso alla conclusione che dove sono pochi ardui i passi – come tra i monti della Carnia – e fieramente contesi; dove gli aggiramenti vorticosi o subdoli, dove gli spiegamenti di grandi masse non sono in alcun modo possibili, impossibili tornano anche le grandi razzie di prigionieri.

Come è dunque accaduto che in meno di ventiquattro ore gli austro-tedeschi di Von Buelow abbiano razziato tra le file dell'esercito italiano più che centomila prigionieri?

Non v'intriga?

* * *

I comunicati del governo parlano di codardia ed il patriottardo becerume coloniale, suicidato dall'inatteso scapaccione, abbaia al tradimento, conserti a precipitare dalla rupe Tarpea come vigliacchi e traditori quelli che celebravano ieri nelle tricolori, crapule avvinazzate come martiri ed eroi, gli eroi di Plava, di Gorizia, del San Gabriele!

È naturale! Il governo deve pure su qualcuno rovesciare le responsabilità e le espiazioni dei suoi misfatti, delle sue imprevidenze criminose; e le ributta sui disgraziati che al fronte da venti mesi offrono, danno il sangue propiziatore delle sacre primavere della patria. Quanto al prominentume della mala vita coloniale, che pei trivii accende il moccolo agli Indigeti della patria, ed accarezza in segreto i bei scicli d'oro di Bolo Pasha, esso deve pur gridare con quanto fiato ha in gola al tradimento di qualcuno se alle clientele paesane, su cui troneggia e s'ingrassa, deve con fortuna nascondere il quotidiano suo tradimento più vero e maggiore.

È naturale; ma non appaga: ed è così piana, così accessibile d'altra parte la verità che non val proprio il conto d'indugiarci su la miseria di questi raggiri, neppure per smontarli di una pedata.

* * *

Se mi permetteste un'ipotesi, non fosse che per un minuto...

Non v'impennate! Io vi concedo che il vostro proletariato ama la patria, che di vederle offerta un'occasione rara di strappare all'Ausburgo esoso ed alle sue ciurme bestiali le irrendente provincie di Trento e di Trieste, deve aver ritrovato gli entusiasmi del 1848 e del 1859, tanto più irresistibili che il nemico era svenato da due anni di guerra spaventosa e disastrosa; e la vittoria non doveva tornargli nè ardua nè remota.

Va, bene?

Ed allora qualchecosa dovete concedermi voialtri pure d'altrettanto ragionevole.

Se in luogo di durare pochi mesi, di non costare che uno sforzo eroico ed un sacrificio corrispondente, la guerra dura due anni, ingoia trenta miliardi di lire ed un milione di uomini, tutta la ricchezza, tutta la forza, tutta la speranza della patria; e lo sforzo è di ogni giorno, di tutti incessante ed incommensurabile il sacrifizio, e vano, vano perchè la vittoria è lontana disperatamente, vano perchè non sono da oggi che un orrendo cumulo di rovine e di cadaveri le terre promesse alla redenzione, ditemi un po'? supporre che i soldati siano stufi della trincea e della carneficina, che stufe siano le madri dello squallore e dell'abbandono, che in tutti i cuori la misura dell'abnegazione e della rassegnazione sia colma, che l'abbiano fatta traboccare i regi massacri torinesi della marmaglia angosciata ed affamata, non è dunque nell'ordine logico ed umano delle cose?

Non debbono essersi detto i nostri poveri soldati che al fronte da venti mesi vivono nella belletta, fra i pidocchi, di putredine, in grembo alla morte, lontani dai cari, disperati oramai di rivederli e di riabbracciarli, disperati pure di giunger mai nè a Trento, nè a Trieste, di avere indarno dato alla sterile crociata il pane ed il sangue, di veder compensato d'irrisioni, di scherni, di mitraglia, abnegazione ed eroismo – rinnovate in casa per man dei regi le prodezze infami di cui la tedescheria imperiale non si compiace che fuori, in Serbia o nel Belgio – non debbono, non possono essersi detto i nostri poveri soldati al fronte da venti mesi, da venti mesi nel girone obbrobrioso: poichè non la voglion finire più la guerra maledetta, poichè non ripaga che di scherni e di fame e di piombo la patria, oh, vengano un po' a farsela lor signori che, mentre noi ci consumiamo qui, ed a casa si consumano di stenti le donne ed i figlioli, fanno la pancia ed i bajocchi: noi della guerra non ne vogliamo più!

È possibile, e probabile che così abbiano pensato?

* * *

E se non è assurdo che a queste conclusioni siano venuti in una delle ore di scoramento desolato e disperato, che debbono essere così frequenti laggiù, quale via potevano trovare ad esprimere cotesto loro supremo disgusto, cotesto loro nostalgico delirio di tregua e di pace?

Renitenze e proteste – c'è tutta un'esperienza sanguinosa ad autorizzarne la previsione – non sarebbero state soffocate ferocemente dalle corti marziali, dal pelottone d'esecuzione?

Non rimaneva ad essi che una via, la buona: quella di buttar le armi, levar le braccia e gli animi, passare dall'altro lato della trincea, a fiotti, sospinti dalla fede – oh, superiore grandiosamente alle grette preoccupazioni della personale salvezza – che di là avrebbe trovato un'eco la loro voce, che avrebbero alla fine compreso i miserabili insaccati dall'altra parte della frontiera nelle gialle livree imperiali, l'assurda enormità della carneficina da cui, più che il misero contingente destino delle patrie, sono travolte e minacciate le sorti delle civiltà, della libertà, dell'avvenire di tutto quanto il genere umano.

* * *

Come risponderanno dall'altra riva non so: non sono venuti fino ad oggi che urli di gioie briache e di orde indemoniate dalla vittoria. È vero.

Ma è pur vero che di là dalle Giulie, di là dal Reno ha lasciato la guerra ugual solco di strazii, di disinganni, d'iniquità, di vergogne, e che dentro germoglia ugual seme di sdegni, di pronunciamenti e di rivolte.

Si oscura di nubi la gloria delle teutoniche vittorie: a Riga si è dovuto dare indietro a tutto vapore perchè i guerrieri, del Kaiser non si battono più; la settimana scorsa, a Soissons, all'ordine di attaccare, le truppe del Kaiser hanno afferrato i loro proprii ufficiali e li hanno fucilati come cani, ed in diecimila sono passati al nemico. Ieri le guarnigioni tedesche in Belgio si sono rifiutate di marciare al fronte ed hanno mitragliato gli ufficiali che ve le volevano trascinare: e dalla Stiria ai Carpazii, sobbillata dalla ragione che giorno per giorno si riaccende, dalla fame che su tutti imperversa inesorata, la rivolta s'accampa e freme in ogni feudo degli Ausburgo.

Se dallo stesso germe, concimato dallo stesso sangue e dallo stesso pianto irrorato, non può maturare che egual frutto; all'ammutinamento dei soldati d'Italia – che primi hanno fatto tesoro degli insegnamenti e degli esempii del proletariato russo – quello degli eserciti del Kaiser seguirà a breve scadenza, di tutti gli eserciti della terra, traditori egualmente dei loro re, delle loro patrie, legionari e precursori tutti quanti della grande rivoluzione che dalla terra riconquistata estirperà dell'odio e della guerra ogni radice, abbatterà della patria orgogli e pastori, vessilli e frontiere, costellando sorelle tutte le stirpi nella stessa gloria di giustizia e di libertà.

Gittò il tralcio di vite il centurione di Galilea quando sul crepuscolo dell'impero una voce aleggiò più alta che non quella del pretore,

Non maledite ai soldati d'Italia che su l'Isonzo buttaron le armi e le bandiere del re il dì che di più nobile amore e di più vasta patria s'accese la loro fede, e, dell'impeto sacrilego, alla rivoluzione che freme nel grembo del vecchio mondo osarono schiudere le vie, scatenare il ciclone livellatore.

È il monumento di Bruno in Campo di Fiori «dove il rogo arse» folgore del dogma intangibile contro le sataniche audacie del pensiero.

Non maledite!

Su l'Isonzo

…..da ogni ultimo scoglio
De la terra latina
E già da l'Alpi e giù da gli Appennini
Garzoni e donne a schiera
Verranno un dì fioriti i lunghi crini
D'aulente primavera.

a ricercare il varco per cui su le regie insegne dimesse e su le infrante armi caine la grande audacia passò; e tra la rabbia degli sgherri, e l'anatema dei pubblicani, e l'orrore degli eunuchi, iniziarono i padri l'epopea della risurrezione.

Benediranno ai codardi ed ai traditori, i nipoti...

* * *

FRANCIA. – Tolgo qualche cifra da «Ce qu'il faut dire...» (un giornale anarchico, onorevole Burleson, un giornale anarchico che è contro la guerra in una nazione che è in guerra, e sul serio, da quaranta mesi; che la censura amputa generosamente tutte le settimane, ma non si è sognata mai di sopprimere, come fate voi lojolescamente con tutti i giornali che non servono nè al Kaiser d'oltremare nè ai suoi concorrenti di qui) qualche cifra – non v'inquietate, onorevole Burleson – che non mortifica il governo di alcuna nazione in guerra, che gitta soltanto un raggio di luce su la contumacia delle forze che la guerra potevano contenere, e sono oggi a frenarla ed a conchiuderla più latitanti che mai.

Al Congresso Nazionale Socialista di Bordeaux, intorno all'atteggiamento del partito di fronte al governo ed alla guerra, si sono delineate quattro correnti che in quattro diversi ordini del giorno hanno espresso il loro pensiero ed hanno riscosso i suffragi che qui diamo rispettivamente

I. – L'ordine del giorno Renaudel, il quale esprimeva il voto che il partito socialista dovesse accamparsi per la difesa nazionale, per l'alleanza delle classi, per la cooperazione ministeriale ha raccolto voti 1552.

II. – L'ordine del giorno Pressemane che propugnava la devozione incondizionale del partito socialista alla difesa nazionale ha raccolto voti 831.

III. – Lo stesso ordine del giorno Pressemane coll'emendamento Brizon contro la partecipazione ministeriale e col rifiuto simbolico e platonico dei crediti di guerra ha raccolto voti 385.

IV. – L'ordine del giorno Saumoneau preconizzante il rifiuto puro e semplice dei crediti di guerra, non ha riscosso più che voti 118.

In complesso: per la difesa nazionale con o senza riserve, 2768 voti: contrari 118, od in altri termini: a seppellire l'internazionale proletaria e rivoluzionaria la borghesia guerraiola della banca e della borsa non poteva scovare più zelanti e beccamorti che il partito socialista organizzato.

Cifre che non si commentano, si ricordano.

Mauricius, un ottimo, studioso, intelligentissimo compagno nostro, in un suo studio d'imminente pubblicazione: «Les profiteurs de la guerre» rileva e dimostra, come assai più che non ai governi – docili campieri del feudalismo borsaiolo rinnovato – le cause e le responsabilità della guerra vogliano imputarsi all'avidità, al cinismo, agli intrighi delle grandi camorre industriali e finanziarie.

Gli otto milioni e quattrocentoquindici mila franchi di cui il Bernstorff e Bolo Pasha, pel tramite delle banche americane, hanno lubrificato il patriottismo ed arrovellato il delirio guerraiolo della stampa parigina – dal «Bennet Ronge» dell'Almereyda, rinnegato e suicida, al «Journal» del senatore Charles Humbert – non sono piovuti dalla cassetta particolare del Kaiser, nè dai fondi segreti del governo tedesco, ma dalla Lega della Patria Tedesca fondata, ispirata e sorretta dai grandi consorzi metallurgici dell'impero, dalla Gelsenkirken, dai Thyssen, dai Krupp.

Le ragioni?

Abbaglianti! Nell'anno finanziario 1913-14, avanti la guerra, i profitti del Krupp nella sua azienda di Essen non raggiungevano gli ottantun milioni, ad essere più precisi: 80.887.330.

Questi profitti si sono raddoppiati nel primo anno di guerra, 1914-15, attingendo la cifra, precisa di 157.763.688 e si sono quadruplicati nell'anno 1915-16, l'anno scorso, in cui sommarono all'enorme cifra di 324.285.769.

La ditta Krupp non ha fino ad oggi pubblicato i bilanci per l'anno finanziario 1916-17, ma non vi è motivo di credere che la progressione impetuosamente geometrica si sia fermata lì: ed in ogni caso basterebbe a spiegare perchè la Lega della Patria Tedesca abbia interesse che la guerra duri il più lungamente possibile; e come ad inasprirla, ad aggravarla, spenda volentieri otto o nove milioni di marchi.

Perchè il popolo tedesco si aggioghi alle sofferenze fisiche ed alle torture morali alle privazioni, alle carneficine, senza rivolte, per quaranta mesi e... dell'altro, bisogna bene dimostrargli che il nemico di là dalla frontiera, di là dal mare congiura al suo sbaraglio non solo, ma al suo sterminio; e che l'unica salvezza è nella guerra ad oltranza.

Una dozzina di milioni gettati nelle fauci dei grandi giornali parigini sferra al delirio questi propositi di sterminio, suscitando, reazione incoercibile, il furore delle rappresaglie atroci dall'altra sponda del Reno; la guerra infuria: ed i Thysten, i Belgrat, i Krupp fanno bottino: trecento milioni di profitto all'anno!

— Storia vecchia, è dappertutto così...

Storia vecchia, d'accordo; e tanto è così dappertutto che a seguir passo passo i magistrati, i senatori, i deputati, i ministri, i pennaioli venduti, in Francia, al Kaiser per una manciata di dollari, vi pare di essere, salvi gli scandali, in... America.

(3 novembre 1917).

Indulgenza plenaria

True translation filed with the Postmaster at Lynn, Mass., on Nov. 9th, 1917, as required by the act of Oct. 8th, 1917.

Un fatto: c'è la guerra.

Non ricerchiamo qui le torbide fonti da cui sia scaturita, nè per quali ragioni inconfessate il governo l'abbia voluta; e neanche se fosse nel suo interesse o nel suo potere l'eluderla.

La guerra c'è, ed è il fatto.

Scoppiata che fu, le dettero una bandiera: la bandiera della civiltà e della democrazia, le quali si traducono nella Giustizia che della civiltà è il fondamento, e nell'Uguaglianza che della democrazia è carattere e condizione.

Il governo degli Stati Uniti non ha vinto le riluttanze istintive delle moltitudini, non ne ha strappato gli inerti consensi se non con una promessa formale, con un impegno categorico: le rivincite armate indeprecabili della civiltà e della democrazia non avrebbero conosciuto nè privilegi nè privilegiati.

* * *

Ricchi e poveri, tutti i giovani atti alle armi, dovevano sotto le bandiere della repubblica schierarsi in faccia al nemico, sostenerne gli urti, rintuzzarne la petulanza, ricacciarlo nella tana. Tutti, ricchi e poveri.

E venne la legge sulla coscrizione, democratica applicazione della uguaglianza dei sacrificii all'eguaglianza dei doveri, che lascia aperto il varco ad una sperequazione dallo stesso governo preveduta.

Applicato a condizioni disuguali il criterio dell'uguaglianza si risolve nell'ingiustizia manifesta; e che sia ineguaglianza stridente di condizioni fra ricchi e poveri non è più il caso di dimostrare.

In altri termini: un ricco può andare alla guerra senza preoccupazioni eccessive; a casa non mancheranno del pane. E può anche... rimanervi, senza altri disastri se non siano lo strazio morale della madre della sposa dei figli, armati ed agguerriti contro le avversità del destino dagli stessi profitti che la guerra togliendosi il figlio o lo sposo con una mano, avrà ad essi rimborsato coll'altra.

S'imbarca il pezzente in tutt'altre condizioni. Non vivono in casa che del magro frutto delle sue braccia, ed egli abbandona i vecchi, la compagna, i figli nell'ora desolata in cui le esigenze voraci della guerra ed il bagarinaggio sfrontato dei suoi speculatori hanno reso il pane inaccessibile, muta ogni voce di pietà, arduo, insolubile il problema del vivere.

E se non torni? Stretti al bivio fra la mendicità e la fame non resterà ai tapini che di crepar sul lastrico di inedia d'abbandono di vergogna.

E nel pio intento di ristabilire l'equazione venne per una parte la legge su l'assicurazione dei combattenti; per l'altra il Presidente Wilson è stato investito dei pieni poteri di disporre, ai fini della guerra di tutte le riserve, di tutte le risorse, di tutte le energie, di tutte le ricchezze della nazione.

* * *

Non discuto il provvedimento; lo rilevo soltanto per le illazioni che esso comporta: l'istituto della proprietà, sacro ed inviolabile in tempi normali, può patire di eccezione in tempi ed in condizioni straordinarie, ed in luogo delle investiture sovrane per cui chi possiede ha diritto assoluto di usare e di abusare delle cose proprie senza un riguardo pel prossimo, può assumere forme e compiti di una vera e propria funzione sociale.

A mo' di esempio: Schwab può, in tempi normali, fare quello che vuole delle sue acciaierie di Bethlehem, dei suoi cantieri di Fore River, come Rockefeller può disporre a suo talento delle sue miniere di carbone e dei suoi pozzi di petrolio, ed Armour delle stockyards di Chicago o di Kansas City, e il Dupont delle sue numerose paradossali fabbriche di munizioni, il Morgan il Baer l'Harriman delle vaste e complicate reti ferroviarie dell'Unione.

Diritto sovrano, incontestato in... tempo di pace.

Ma scoppia la guerra, la guerra che impegna la sicurezza la libertà l'avvenire di tutti; la guerra che senza il consenso, senza la convergente unanime cooperazione di tutte le forze e di tutte le risorse del paese nè si concepisce nè si guerreggia; e la tutela degli interessi collettivi, la salvaguardia dei diritti collettivi superando, soverchiando ogni preoccupazione di diritti particolari, li cancella, quanto meno li sospende.

Cantieri e darsene, miniere e campi, ferrovie e piroscafi, carbone e grano, olio e carni, zuccheri e spiriti, lane e metalli si coscrivono a la guerra, ad assicurarne le sorti, ad affrettarne le vittorie, così, come per le sue tragiche fazioni si coscrivono, confiscato l'estremo diritto, le giovinezze fiorenti della patria.

* * *

Salus populi suprema, lex! avvertiva la sapienza giuridica della vecchia Roma, ed in ossequio a questa legge suprema il Congresso – nel quale la rappresentanza e la tutela dei bisogni e dei diritti collettivi si presume costituzionalmente – al Presidente Wilson ha riconosciuto il diritto ha ricordato ove d'uopo il dovere di cercare oltre la fragile trincea dei privilegi individuali l'arra ed il pegno della comune fortuna, e di coscrivere, per la guerra della nazione, della nazione ogni ricchezza ed ogni energia.

* * *

Il punto capitale è qui.

La più alta magistratura della repubblica, il Congresso, ha riconosciuto unanime – senza neppure le solite diffide della Suprema Corte – che, ove la comune salvezza esiga, si possono riprendere dove sono, dove la fatica nostra ingrata e disconosciuta li addensò, il carbone e le farine e le buone scarpe a doppia suola ed il soffice vestito di lana e la bistecca insolita ed ogni miglior cosa che nei ventri vuoti e nelle vene anemiche e nei cuori avviliti infonda il calore il vigore la turgida esuberanza che del coraggio dell'abnegazione della fede e dell'eroismo sono l'ordito indispensabile.

Si possono riprendere senza contravvenzione ai comandamenti di dio nè agli articoli del codice penale, anime timorate e rassegnate!

Ve lo dice il Congresso.

* * *

Il quale non fa che una riserva; lascia arbitro cioè il Presidente Wilson della opportunità e dei modi della espropriazione.

Ma non va oltre la procedura; e su le forme del rito si può passare senza scrupoli quando non è dissenso su le rivendicazioni sostanziali o possano all'esperimento tradirsi inadeguate od inefficaci i modi dal Wilson preferiti.

Ripigliatevi quel che è vostro! castroni che dall'inopia vi lasciate cascar sul marciapiedi! poltroni che dinnanzi alle vetrine lussuriose e provocanti rattrappite nelle tasche vuote le mani codarde e lasciate morir su lo strame i figlioli! Ripigliate nel turbine delle furie incoercibili quello che gli avvoltoi vi hanno rubato, ripigliatelo ai pitocchi che di seconda mano vi rubano più che i falchi d'alto volo e non vi danno la crosta se non snocciolate avanti il prezzo dell'usura infame! Ripigliatelo pei sudori che avete versato, pel sangue che siete chiamati a versare e sul capo dei figli ricadrà maledizione indeprecabile, se per arricchire i ladri, per ingrassare i pubblicani sapete darlo senza misura, e per voi, pel vostro avvenire, per la vostra redenzione non osate cimentarne pure una stilla.

Ripigliate quel che è vostro! tutto quel che è vostro: il Congresso ve ne ha già dato l'assoluzione.

(10 novembre 1917).

Thanksgiving!

— Per l'eterna condanna che flagella ineluttabile espiazione del peccato originale, nel nome tuo, la nostra diuturna fatica; e ci spoglia anche del pane a circonfondere d'oro, di porpora, di ogni dovizia e di ogni letizia neghittosi, crapuloni e meretrici, inchiodandoci, nell'attesa del paradiso di poi a tutti i supplizii, oggi, de l'inferno; e tu hai voluto in questo anno di guerra esacerbare d'inedie insolite ed implacate; che tu sia benedetto, o signore, e benedetto sia in perpetuo il tuo santo nome!

— Per lo scempio che desola la terra, ed avresti potuto risparmiare tu che dal sommo dei cieli reggi nel pugno onnipossente, dell'infinito, dei mondi e delle creature, le leggi e le sorti; e non hai voluto perchè nelle messi e nei nidi, nel calice dei fiori e nel grembo delle madri, avesse l'empietà del vivere dell'amare del gioire la dovuta mortificazione; perchè traviata e travagliata dalla sete del conoscere, ansante alle indagini iconoclaste, briaca di perdizione e di eresia, tornasse l'umana schiatta al giogo dei tuoi decreti imperscrutabili, perchè tornasse nel cilicio ogni fervore che non sia di umiltà e di rinuncia, ogni fremito di redenzione che non si compia fuori della carne nel nulla infinito; che tu sia benedetto, signore, e benedetto sia in perpetuo il tuo santo nome!

— Pei turbini di fiamma in cui hai voluto costringere, cenere e disinganno, l'umana speranza tracotante di veder qui su la terra riedificato d'amore di orgoglio di fedi superbe l'empireo di beatitudine, di bellezza, di gioia, di gloria, dal quale i tuoi arcangeli hanno bandito l'orgogliosa progenie di Lucifero per sempre; che tu sia benedetto o signore e benedetto sia in perpetuo il tuo santo nome!

— Pei morti che innumeri imputridiscono al sole;

Per le vittime che alla tua gloria su gli altari di tutte le patrie si sgozzano innumeri;

Per le vedove mendicanti pei trivii il pane che tu neghi;

Per gli orfani che alle poppe materne si abbeverano d'odio e di fiele;

Per i vegliardi brancolanti ancor vivi fra le tenebre senza ritorno, pel sangue di cui hai ribattezzato ogni solco; per le lividure di tutta la carne, per le piaghe di tutti i cuori, per tutte le pupille abbacinate di pianto, per la devastazione, per la rovina, per la morte che da tutta la terra gridano nei secoli l'inesorabilità implacata della tua giustizia e della tua vendetta; che tu sia benedetto o signore, e benedetto sia in perpetuo il tuo santo nome:

Te deum! —

* * *

Tale il cantico che sale oggi dai templi e dai casolari; dai templi dei farisei che di aver riallacciato i servi al giogo delle vecchie paure e delle vacillanti devozioni, e dell'avervi riassisa la rinnovata fortuna rendono grazie all'altissimo; e dai casolari diserti in cui gli iloti all'universa catastrofe che ogni fede dell'avvenire ha travolto non vedono tregua se non oltre le frontiere della vita, nell'estremo riposo della tomba che affrettano d'ogni voto e d'ogni remissione.

Discorde soltanto la voce dei reprobi che non si attardano a sgretolare la millenaria decrepita fola di dio, ma dagli agguati delle sue annunziazioni e delle sue predestinazioni, dei suoi evangelii e dei suoi riti, snida il canagliume ipocrita che ne ha fatto il capestro d'ogni tirannide, il grimaldello di ogni rapina; ed agli audaci propizia le vittorie dell'avvenire.

Il musgicco che, lividi ancora i polsi delle ritorte, levava ieri dagli altari violati della cattedrale di Kazan la mano callosa a salutare il tramonto dei numi, dei numi del cielo e della terra, e, riscattata al privilegio ed alla grazia, restituiva sotto l'egida del diritto la vita di ciascuno e di tutti, dandole fondamento la terra ed il lavoro conserti nell'eguale libertà, è certo più grande di ogni profeta di dio!

Come più grande di ogni fasto dei secoli revoluti è la nuova istoria del mondo che con quel gesto si inizia, e si conforta di tante esperienze e di tanti consensi, e si protende con tanta veemenza verso le superiori connivenze de la giustizia e della libertà.

Le voci discordi intonano di Arrigo Heine le tre maledizioni:

Maledetto il buon dio! Noi lo pregammo
Ne le misere fami, a i freddi, inverni:
Lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:
Egli il buon dio, ci saziò di scherni.

Tessiam tessiam, tessiamo!

E maledetto il re! de i gentiluomini,
De i ricchi il re, che viscere non ha!
Ei ci ha spremuto infin l'ultimo picciolo,
Or come cani mitragliar ci fa.

Tessiam tessiam, tessiamo!

Maledetta la patria, ove alta solo
Cresce l'infamia e l'abominazione!
Ove ogni gentil fiore è pesto al suolo,
E i vermi ingrassa la corruzione.

Tessiam vecchio mondaccio, il lenzuol funebre
Tuo, che di tre maledizion s'ordì.

Tessiam tessiam, tessiamo!

ed è più che il miserere del vecchio mondo nella triplice dannazione è il grido di Prometeo invitto che, spezzate le catene secolari, ai vinti annunzia l'aurora della risurrezione; e delle sue diane soverchia le nenie ipocrite od idiote dei farisei e degli eunuchi.

(24 novembre 1917).

Turlupineide

Un casaldiavolo!

Vediamo di raccapezzarci. A Seattle, Wash. la polizia irrompe nella sede del Circolo di Studi Sociali, vi sequestra ventidue pacifici lavoratori che leggono, studiano, discorrono del più e del meno, della guerra, dell'enorme tributo di sangue e di lacrime che estorce alla povera gente; incalzati dall'angoscia, dalla preoccupazione che ange ogni cuore ed ogni tugurio; a Cle Elum ne arresta altri quattordici, otto a Black Diamond, altrettanti, o giù di lì, a Roslyn, a Renton, a Walla Walla, a Portland, Oregon, un centinaio a conti fatti, tutti italiani, abbonati o lettori della «Cronaca Sovversiva» dei quali il Dipartimento delle poste ha fornito il recapito alla polizia federale.

La rapina è stata ordinata ed organizzata dall'ispettore Henry M. White dell'Ufficio d'Immigrazione.

Le ragioni?

Spaventose: I Circoli di Studi Sociali non sono che le maglie fitte di una formidabile società segreta la quale coscrive nei quarantotto stati dell'Unione più che duecentomila appaltatori di cospirazioni tenebrose e di nefandi attentati, «renegades and traitors to their own country and the country which adopted them».

Congiuravano al momento dell'arresto – e se non ne sentite per la schiena, i gricciori, gli è che avete la pelle di ippopotamo – congiuravano innanzi tutto «the assassination of the king of Italy, bloodv disturbances in this country, to ruin the morale of the italian armies, to injure the cause of the allies» e – quasi non bastasse – «planned to seize foodstuffs in various parts of the United States...»101.

Che lavoro! E che fegato!

Le prove? Lampanti!

Come gli risulti che la setta infernale abbia meditato e si disponga all'assassinio di Vittorio Emanuele di Savoia, e per quali vie, con quali mezzi, dove e quando intenda consumarne l'abominio, l'Ispettore H. M. White – che pure ha tanta fantasia da subissarne Cervantes, Jules Verne o Saturnino Farandola – non dice. Non accenna ad una presunzione accessibile, all'ombra di un indizio. Se lo è sognato, evidentemente: ma un funzionario del governo è sempre di servizio, anche e specialmente quando dorme e sogna la notte le sue brave congiure per avere il gusto di scompigliarle il giorno, e mietere in quest'agile penelopea fatica le raccomandazioni più sicure ed i titoli più serii alle promozioni ed alle gratificazioni.

Ma quanto al resto, diluvia! Contro i Circoli di Studi Sociali che s'incanagliano a distruggere il morale delle truppe italiane, a sobbillare in patria sanguinose insurrezioni, ad insidiare la causa degli alleati, ad affrettare di conseguenza il trionfo del Kaiser, l'ispettore H. M. White brandisce un opuscolo sacrilego: «Buttate il fucile!» edito a Parigi da un compagno francese... una quindicina d'anni fa! tradotto nella parte essenziale, dato alla luce qui in America sette od otto anni addietro, da qualche anno esaurito, esaurito qualche anno innanzi che la grande guerra della civiltà e della democrazia fosse non dico scoppiata, ma neanche preveduta!

Contro i Circoli di Studi Sociali che irrequieti fremono pel continente, pronti ad insorgere, a spezzare i trabocchetti degli affamatori, le maglie e le usure sordide della speculazione «impudently rampant» che Wilson bollava indignato nel suo messaggio di ieri, ed alleata più vera e maggiore del Kaiser, ignorata o protetta dalla sbirraglia federale, castiga della inedia disperata la devozione delle madri eroiche che su l'altare della patria e della guerra hanno immolati i figlioli – l'ispettore H. M. White ha accumulato congerie tale di documenti, di lettere, di opuscoli, di giornali, di prove shiaccianti, risolutive, che in Gennaio, i sobbillatori della cospirazione, oramai identificati, non troveranno scampo nè quartiere.

Intendiamoci subito: l'ispettore White non è un tanghero... da burla, e neanche il primo venuto. Quando si è ficcato in testa che a Seattle c'erano dei cospiratori egli si è detto, coll'acume del Signor De La Palisse, che se vi sono dei cospiratori vi deve essere pure una cospirazione, e che se questa mirava a far di Gennariello di Savoia un pendaglio da forca od uno scampolo della ghigliottina, vi doveva essere anche ...«somewhere»... nella grande repubblica il covo della cospirazione, col teschio e coi pugnali di rito, la maschera nera, le fiaccole rosse, il sacchetto della tombola che nel più alto estratto designerà il giustiziere; e si è messo in viaggio, e la tana ha scoperto... a Lynn, Mass.: «Federal agents are of the opinion that Lynn was the general headquarter of the band of conspirators »102... A Lynn c'è la «Cronaca Sovversiva» e c'è il Galleani, una faccenda grave; non c'è, per quanto si sia frugato, il Valdinocci ed è caso anche più grave; c'è già contro i suddetti – latitanti o costituiti – un'accusa precisa di cospirazione, ci sono dei cospiratori ingenui che si sono lasciati cogliere colle tasche piene di lettere compromettenti; se le fortune dell'ordine sono minacciate, la congiura è a Lynn, ed a Lynn dove la minaccia s'infosca dovrà risplendere il sole glorioso della rivincita.

Negate, se vi basta l'animo, che non abbia fiuto, che non abbia avuto un lampo di genio l'ispettore White, il quale scopre oggi, come se nulla fosse, l'opuscolo «Buttate il fucile!» che circola indisturbato da quindici anni, che si può comprare a due soldi in tutti gli spacci di giornali da New York a San Francisco, che circola in Francia impunemente anche oggi dopochè il timone della repubblica in guerra è stato assunto da Giorgio Clemenceau, la tigre che si spaccia un anarchico a colazione uno a pranzo uno a cena come fossero... tanti chéques di Cornelius Hertz e della fallita compagnia del Panama.

E come la scoperta non bastasse alla gloria di un uomo, a collocarlo di botto tra Galileo e Cristoforo Colombo, non vi ha scovato l'ispettore White nelle sue minute recidive perquisizioni ai Circoli di Studi Sociali che gli anarchici italiani d'America presentono che «the gravity of the situation and the probability of an insurrection by the people cannot be concealed»103 come presentono e prevedono, senza darsi neppure il fastidio di essere anarchici, l'ortodosso e grave «Times» di Londra, o l'ex-ambasciatore Gerard?

Non ha egli dato l'anima al diavolo per trovare, sequestrare, affidare alla Sacra Congregazione repubblicana dell'indice l'apocalittica. visione che «the people will rise up and take food where they find it»104 che la «Cronaca Sovversiva» ha espresso in tutte lettere nell'articolo Indulgenza Plenaria dopo di averne curato, giurato e rimesso la traduzione fedele al Postmaster di Lynn, e pel suo tramite alle autorità federali?

E nelle tasche di Ettore Giannini, arrestato un mese fa, ed assoluto con una fretta che sa di contrizione, non ha colto l'irresistibile ispettore White una macabra lettera con cui il Galleani – un anno addietro – quando l'America neppur sognava la guerra, anzi non ne voleva a nessun costo, declinava di partecipare allo sciopero di Lawrence se questo fosse controllato dalle solite organizzazioni gialle o rosse le quali più che delle rivendicazioni proletarie s'interessano delle vicende e delle fortune della propria bottega?

Asmodeo! l'ispettore White, che come il diavolo del Lesage vi ficca l'occhio per ogni toppa, l'orecchio ad ogni fessura, e vi scoperchia i tetti d'ogni casa e vi penetra ogni più denso mistero!

Meno male che si è placato, chè altrimenti del movimento rivoluzionario di qui, dei diecimila Circoli di Studi Sociali, dei duecentomila anarchici che vi ordiscono segretamente la rivoluzione sociale e l'anarchia non sarebbe rimasto più nè un mattone nè un calamaio nè un pelo di barba!

Meno male!

* * *

Scherzi a parte: l'oscena montatura che pei baracconi della stampa ventraiola ha inorridito dall'Atlantico al Pacifico l'idiota platea della grande repubblica è stata, fuori di ogni dubbio, montata dalla polizia federale che per circolare telegrafica ne ha dato officiosa comunicazione a tutti i giornali grandi e piccini dal «Times» al «Lynn News», parlando con poco rispetto; dalla «Voce del Popolo» di San Francisco all'«Araldo» di New York; mentendo, mentendo con la cinica spudorata consapevolezza di mentire, s'intende.

È bene chiarire: qui non è accusato che si difenda. Noi rivendichiamo oggi, più fieramente che per lo innanzi, illimitato il nostro diritto a tutta la libertà di pensiero, e se nei re per la grazia di dio più che per la volontà della nazione si raffigura e si ostina l'irresponsabilità criminosa che precipita le nazioni nel gorgo della guerra, affoga l'umanità nel sangue, spezza ogni fede nella vita e sgomina ogni fervore di civiltà e di progresso, noi persistiamo nel credere con Patrick Henry, con Thomas Jefferson e... con Woodrow Wilson che i sudditi hanno non soltanto il diritto ma il dovere di affrancarsi, con le armi e per le vie di cui sono soli giudici, d'agli «ambitious and intriguing masters interested to disturb the peace of the world»105.

E come ci siamo felicitati il giorno che Gaetano Bresci liberava l'Italia dalla coronata vergogna di Umberto I di Savoia, come abbiamo gioito nel Marzo che l'insurrezione russa confinava in Siberia l'ultimo dei Romanoff, così non sapremmo nascondere il nostro giubilo domani se dalle turbe martoriate di Germania, d'Inghilterra o d'Italia sorgesse di tante stragi e di tanti strazi il vendicatore, imballando pel limbo dei santi padri Guglielmo d'Hohenzollern, Giorgio di Windsor, o Gennaro di Savoia.

Non c'è ipocrisia che tenga: le anime più gelose, più timorate, più devote alle vecchie forme ed ai vecchi simboli, consentono nel mistero dell'animaccia loro che l'indocile il quale tre anni fa, od anche ieri, avesse cacciato mezzo palmo di lama nel cuore di Guglielmone sarebbe stato più onesto e più grande dei sei milioni di disgraziati che per serbare obbedienza alla legge ed allo Stato si sono fatti ammazzare alle quattro frontiere dell'Impero.

Vorrei vederlo io il grugno dell'imbecille il quale pretendesse che sulla bilancia degli umani destini la zucca vuota del Kaiser pesi quanto e più che sei milioni di cuori fervidi di braccia eroiche e di petti generosi!

* * *

Qui dunque non si ammaina; si rincara sul fitto!

Anche intorno alla fatalità ineluttabile che, dove le provvidenze legislative non giungano o non bastino, il popolo debba insorgere, impiccare a le lanterne gli affamatori, destinando alla comune salvezza quello che è frutto del comune lavoro, quelle che è sopratutto necessità a fronteggiare la situazione che la guerra ha creato, a ripagare umanamente i sacrifizii che essa ha imposto, indipendentemente da ogni maggiore fondamentale diritto che si potrebbe all'uopo accampare.

E ditemi quello che volete, non mi toglierete mai dalla testa che la divergenza, in merito, tra noi e quelli dall'altra parte della barricata, tra noi, puta caso, e l'ispettore White se egli fosse più che uno squallido manichino vestito di terrori e di odii non suoi, non è che di coraggio e di schiettezza.

Come? Non sanno dall'altra riva che se qualcuno ha sacrosanto diritto al pane quotidiano questi è colui che ha cresciuto la spiga, macinato i bei chicchi d'oro ed intriso la micca benedetta? Non sanno che se dai tugurii sono partiti i legionarii della civiltà e della democrazia lasciando la nidiata al buio, al freddo, senza un pane senza un soldo, la farina, il latte, lo zucchero, il carbone, prima che nella dispensa degli imboscati e degli sciacalli, dovrebbero confortare la angustia dei tapini a cui la guerra ha tolto ogni cosa e strazia nei ventri e nei cuori?

E non vedono che mentre la banda dei grandi ladri – che alla guerra non vanno, che non v'arrischiano una graffiatura, che nel sangue tingono la porpora dell'onnipotenza, che nel bagarinaggio coniano il miliardo, – affoga d'indigestione, quegli altri, quelli, che hanno dato tutto quel che avevano si stringono la cintola, impazzano d'inedia e preferiscono al supplizio d'ogni giorno il suicidio liberatore?

Vedono come noi e giudicano come noi, con questa sola differenza che essi non lo dicono, dicono proprio il contrario di quel che vedono e che sentono, per l'estrema salvezza della «giobba» della cassa forte e della vigna; mentre noi pensiamo... ad alta voce, senza ipocrisie e senza riguardi, senza paura neanche, badate un po' che sfacciati! senza paura neanche dell'ispettore White ritto come un babau impagliato sui solchi dei diecimila Circoli di Studi Sociali fiorenti mezzo milione di anarchici alle finali Armagedoni della libertà!

* * *

Senza consentirgli, ad ogni buon conto, di barare al giuoco. Non arroventiamo le tenaglie al boia noialtri, nè gli facciamo da tirapiedi, nè pel cristiano delirio della nostra propria lapidazione diamo ai falsarii ed ai mentitori il salvacondotto; no.

Ebbene, quando afferma constargli che gli anarchici di Seattle conspiravano in accordo coi loro compagni degli Stati Uniti e di fuori all'assassinio del re d'Italia l'ispettore White mente per la gola, colla piena, cinica, maramalda consapevolezza di mentire.

Quando afferma che d'accordo coi loro compagni degli altri Stati, gli anarchici del Washington congiuravano ad un'insurrezione contro il caro-viveri, alla espropriazione dei magazzini, dei docks, delle botteghe, l'ispettore White mente per la gola, colla piena, cinica, maramalda consapevolezza di mentire.

Quando afferma che egli, le autorità di polizia, la magistratura federale hanno prove decisive, nelle mani, della doppia cospirazione l'ispettore White mente per la gola, colla piena, cinica, maramalda consapevolezza di mentire.

E dove egli abbia la mutria d'insinuare che è un rapporto qualsiasi, anche d'aberrate simpatie fra la nostra propaganda e le agenzie o gli interessi o le vittorie del Kaiser, l'ispettore White non è soltanto un somaro, è al di sotto dei più spregevoli rifiuti da trivio e da fogna!

Funzionario della repubblica egli ha compiti e responsabilità: deve trovare gli agenti del Kaiser, deve mettervi su le mani, denunziarli, suggellarli in un campo di concentramento; ma quando passa accanto alla gente che serba fede incorrotta al proprio ideale di giustizia di libertà, di redenzione, a prezzo di miserie, di strazi, di abnegazioni e di persecuzioni senza numero nè tregua, egli non ha più che un dovere se quella fede sia fuor dei decaloghi, se siano fuori della legge i suoi araldi ed i suoi confessori: inchiodarli su la croce, ma riconoscere che ha dinnanzi gente che non si vende, che non vende la menzogna nè per salario nè per paura nè per vocazione, gente che è moralmente troppo superiore a lui perchè egli sia degno anche soltanto d'allacciarle le scarpe; e, sbrigato il suo compito di aguzzino, inchinandosi, scantonare.

* * *

Perchè egli non burla nessuno.

Nella sua turlupineide anche i ciuchi che se lo portano in trionfo, hanno scoverto filo per filo l'accordellato. La polizia federale ha messo le mani sei mesi fa, su la «Cronaca Sovversiva», sui suoi redattori, sui suoi sostenitori, perchè la «Cronaca» non abdica, non ripiega, non mette la sordina nè all'intransigenza nè alla fierezza, sdegna rientrare nel limbo dei settimanali anonimi, di cantar l'inno che solletica l'orgoglio del padrone o di tacere quello che l'infuria o l'arrovelli; e si burla cordialmente dell'interdetto e dell'anatema.

La polizia federale ha messo, sei mesi fa, le unghie su l'articola Matricolati! per toglierne il pretesto alle perquisizioni ed alle sopraffazioni ammonitrici; ha mandato i suoi Bancroft briachi come porci a sfondare di notte le porte di casa nostra, ad atterrirvi le donne ed i bambini, nella speranza di mietere ne la sorpresa gli elementi della famosa cospirazione che il procuratore generale della repubblica George Anderson ha escluso e ripudiato; e da sei mesi la sbirraglia federale quelle prove cerca affannosamente ed... indarno.

A salvarsi dal fiasco, a tessere del suo arbitrio insano e bestiale la ragna di una giustificazione, impresario nefasto l'ispettore White, ha montato la settimana scorsa la fiera tenebrosa che da le colonne dei giornali di provincia, su, fino ai metropolitani solenni ha fatto il terrore delle comari ed un'oncia di buon sangue a tutti noi.

Bisognerà pure dirlo a questo nostro ispettore, White: la turlupineide non ha riscosso altro significato nè altro risultato.

Bancarotta! L'introito non copre le spese: e che torzoli per soprassello, gesummaria!

(1 dicembre 1917).

Insino alla feccia!

Quaranta mesi or sono, quando pel duplice raggiro dei borsaioli tedeschi ed inglesi – a cui era uguale necessità – è scoppiata la guerra, noi siamo stati dei pochissimi che hanno preveduto la disfatta della Germania ad opera del suo stesso proletariato avanti che dalle coalizioni alleate sul campo di battaglia! pure escludendo la pregiudiziale, cara ai più, che a determinare sul vecchio continente la grande rivoluzione che la guerra attuale disarmi, e ne ovvii le future per sempre, fossero condizione preliminare indispensabile la disfatta militare dell'Impero o l'armata insurrezione delle sue plebi.

Sopra un punto gli eventi ci hanno dato ragione: la rivoluzione in Russia è scoppiata e si affonda e si dilata alle rivendicazioni estreme anche se la Germania non sia fino ad oggi battuta.

Sull'altro abbiamo avuto, abbiamo torto... fino ad oggi: il proletariato tedesco sembra giustificare l'anatema con cui più che un transfuga ha cercato di scusare le proprie abjure e le avvedute diserzioni. «E così intedescato, così kaiserizzato quel popolaccio teutonico che non si scuote neppure sotto le nerbate. Non ha in tutta la sua storia passata una rivoluzione, e non ne avrà nella futura. Non ci rimane che uno scampo: distruggerlo. Delenda Germania!».

Vero! Lo cacciavano al fronte, l'avventavano sul nemico i suoi ufficiali col pungolo a le reni, contro la gallica furia lo tenevano insieme a forza di nerbate; e pure non è insorto si è lasciato ammazzare con la stessa rassegnazione che di qua dal Reno, dai Vosgi o dalle Alpi per la stessa causa pel trionfo dei proprii aguzzini e della loro fortuna, il proletariato d'Inghilterra, di Francia, d'Italia. Come se fosse tutt'uno!

Ed è colma la misura; quale e dove la goccia che la farà traboccare?

Non so. Quando per quaranta mesi ad una guerra di cui cerca invano ragione e meta, dalla quale sa per antica immutata esperienza che non trarrà per sè e per i suoi altro premio se non di ceppi e di scherni, di peggiore servitù e di più acerba miseria, un popolo dà il pane ed il sangue, il pane, il sangue suo e dei suoi senza contare senza recalcitrare; ed ha dato fino ad oggi sei milioni di gagliardi, ed ha costretto a pane cd acqua, al regime della galera ed alla razione dei galeotti i suoi vecchi, le sue donne, i suoi bambini, senza speranza di miglior giornata, senza una maledizione, senza il ruggito di protesta che lo scempio della covata strappa anche alle belve, a la iena, e a la lupa – le ragioni a disperare soverchiano.

Perchè sembra che la devastazione orrenda sia andata, oltre lo strazio delle carni, dei ventri, dei cuori, ad annichilire le estreme riserve del coraggio e della fede per cui soltanto si vive, e, uccisa la speranza, non abbia lasciato se non una nazione di cadaveri in cui, superstiti nello sgomento nello stupore e nell'orrore esclusivamente, anche i vivi siano morti, e su tutti incomba la totale eclissi d'ogni luce dell'anima, d'ogni umana virtù, d'ogni sorriso del domani.

Non so se qualcuno di voi abbia letto nella «Freie Zeitung» il rapporto che sulla depopolazione causata dalla guerra, e sulle provvidenze con cui rimediarvi, ha steso l'Imperiale Stato Maggiore dell'VIII Corpo d'Armata. Constata quel rapporto che in Germania le zitelle abbondano un po' stagionate, è vero, ma sempre in condizioni da potersi utilizzare tollerando una specie di matrimonio cumulativo con qualche vigoroso maschio a doppia carica. La «patria – dice testualmente quel rapporto – dovrebbe riconoscere a queste signorine il diritto di conchiudere un matrimonio accessorio legittimato dalla semplice inclinazione particolare, la quale non dovrebbe avere di mira, che un uomo già ammogliato. La legge dovrebbe in tal caso autorizzare non solo ma incoraggiare la poligamia dei mariti».

In altri termini: i cittadini rimasti vigorosi a dispetto del matrimonio sarebbero assunti, mezzano augusto Guglielmo di Hohenzollern, all'onore, all'ufficio ed alle gioie di stalloni di stato per la rimonta delle vedove schifiltose e delle zitelle stagionate ad uso e consumo degli eserciti imperiali.

Ora, ditemi quello che vi pare: la fame si tollera, ne tolleriamo noi fino a... morirne tutti i giorni un po', al giogo si fa il callo, ce lo fanno i bovi e gli uomini fino a non accorgersene più al dolore, quanto più acuti sono i suoi spasimi ed irreparabili i suoi strazii, ci si rassegna, non si muore. Ma si muore sotto il flagello della vergogna: si muore o s'insorge. E se fino ad un certo segno io mi spiego che ad onta delle stragi paradossali, del diuturno olocausto esoso, dell'ineffabile angoscia di cui sanguina ogni cuore e si abbruna ogni casolare, il proletariato tedesco che, come quello di ogni paese, alla miseria, alla catena, al sacrifizio è adusato da parecchi millennii, non si sia fino, ad oggi ribellato; non so più concepire, non so più conciliare col senso di dignità e di libertà che è di ogni creatura, che è istintivo anche negli animali cosidetti «inferiori», che è vivo, vigile, indomito pur negli evi e tra le genti su cui la civiltà non è peranco apparsa, cotesta sua rinuncia plenaria, desolata, irredimibile.

Si ribellano le piante all'innesto spurio; si ribellan le cagne agli amori fuori di stagione, e le donne...

Su l'argomento lubrico non giurerei degli uomini... che vivono abitualmente dalla cintola in giù; ma le donne, le donne imbragate, soggiogate fra le stanghe della legge, sotto il controllo dei suoi funzionarii alla satiriasi furente dei riproduttori cantarizzati!

Date ai venti l'epicedio per la bella guerra della civiltà, e della cultura... Che c'è da averne per le schiene i gricciori.

Eppure, non dispero: la misura è colma, cadrà da qualche torbida nube la stilla che la farà traboccare. E se ne addensano tante! su orizzonte così vasto! su destini così fratelli i anche se disconosciuti ottusamente o ferocemente rinnegati, che nessuna forza canserà l'uragano. Chissà non abbia a precipitarlo l'indignazione ribelle di un'anima ferita. Ne balenano la leggenda; la tradizione, la storia; perchè non saluterebbe tra le folgori il grande. atteso natale del genere umano?

E se a propiziarne l'avvento devesi la coppa del fiele e dell'onta vuotare insino a la feccia, così sia!

(22 dicembre 1917).

Batti, ma ascolta!

Ci sorride fiduciosa una speranza: che i lettori della «Cronaca» siano nella media se non nella totalità più intelligenti che non i funzionarii della polizia federale; ed una certezza: che essi sono più onesti. E che hanno di conseguenza fermato il loro pensiero su la questione del caro-viveri, trovando nei termini del problema così come da noi è stato posto, non le fila di una stupida cospirazione che non è mai esistita, ma il riconosciuto diritto, e l'imprescindibile necessità di agire.

La cospirazione è dall'altro lato della barricata. Aprite un giornale, il più ortodosso od il più eretico, e ne coglierete ad ogni pagina tutti i giorni la denunzia categorica e la prova irrecusabile. Noi l'abbiamo colta nei messaggi di Wilson e nei deliberati del Congresso. Il quale investendo il Presidente della Repubblica di poteri discrezionali a requisire tutte le energie e tutte le risorse della nazione ha stabilito un fatto ed un principio.

Il fatto cioè, accertato oramai da recidive esperienze e da inchieste svariate, che la ricchezza del paese si nega alla cooperazione, ai tributi ed ai sacrifizii imposti dalla guerra, e dal proletariato assoluti colla consueta abnegazione.

Il principio, che nelle eccezionali condizioni create dalla guerra alle cui fortune sono legati l'onore, la sicurezza, la salvezza di tutti, i diritti della nazione prevalgono ai diritti ed ai privilegi dei singoli.

Che cosa dice la legge sulla coscrizione? Che l'inviolabilità personale, fondamento di ogni statuto, può patire eccezione, e che i cittadini possono essere costretti alla involontaria servitù della caserma ed al tributo del sangue ove la patria in pericolo esiga.

Quale significato può avere la delegazione dei poteri discrezionali al Presidente della Repubblica, se non questo? che l'inviolabilità della proprietà, fondamento del diritto civile, è suscettibile essa pure di eccezione ove sia minacciata la sicurezza di tutti.

In altri termini: la nazione ha il diritto di coscrivere ai migliori fini della guerra, per ogni casa, tutti i cittadini che siano atti alle armi e nelle casse dei banchieri, nelle mine, nei docks, nelle acciaierie e nei mulini, l'oro e il ferro, i grani ed il carbone, le ferrovie e le lane, tutto il fabbisogno degli eserciti al fronte e della popolazione in casa.

Lasciamo da banda per ora il groviglio di menzogne convenzionali e di complici raggiri per cui la carne da cannone non si coscrive che nei tugurii della povera gente, ed i baiocchi con cui dovrebbero le classi privilegiate scontar la loro parte di tributi, sono sempre i baiocchi nostri.

Teniamoci alla conclusione che è ovvia, limpida, incontroversa: in tempi di crisi acuta, quando ogni preoccupazione è accaparrata dalla necessità della difesa la nazione ha incontestato il diritto di requisire, di espropriare, di strappare agli artigli degli accaparratori, degli incettatori che vi si neghino, quanto occorra alla guerra dei suoi soldati, a la vita dei suoi cittadini.

E la nazione chi è?

La nazione siamo noi.

Se per la finzione costituzionale si presume nel Congresso la sua rappresentanza, il suo potere legislativo, e nel presidente della repubblica lo strumento del suo potere esecutivo non è detto che l'esercizio dei suoi diritti, dei diritti sopratutto che preesistono e prevalgono ad ogni legge e a tutte le costituzioni, debba essere necessariamente regolato dal Presidente e dal Congresso. Ci mancherebbe altro!

Si respirava, si pensava, si viveva dai trogloditi delle caverne, anche senza il consenso dei governi che... non c'erano, dei parlamenti che erano calamità sconosciuta, delle leggi che ciascuno faceva a modo suo, non peggiori di quelle che un centinaio di profeti ponza oggi per tutti. Ed anche oggi voi respirate, pensate, mangiate... con molta discrezione, è vero, ma senz'attendere il beneplacito del Congresso; così come vi spicciate a spegnere l'incendio che minaccia divorarvi la casa senza aspettare l'ipotetico ausilio dei pompieri.

Non è detto, sopratutto, che si debba attendere la manna dai cieli parlamentari anche quando appaia al lume della tragica esperienza quotidiana che il governo non la manda perchè non può o non vuole mandarla.

Dice il contrario anche Woodrow Wilson il quale rivendica con manifesto compiacimento democratico e jeffersoniano il plebeo diritto di buttare a gambe all'aria il governo che irrida alle aspirazioni od ai bisogni del paese.

Ora noi non coltiviamo, con buona pace dell'onorevole Burleson e dell'on. Gregory, propositi così truci.

Constatiamo puramente e semplicemente che quantunque si sia quest'anno mietuto più grano, che si sia cavato più carbone, raffinato più zucchero, raccolto più cotone, fatte più scarpe, tessuta più lana, lavorato più assai che in nessuno degli anni precedenti, e non si siano colti mai salarii più rimuneratori, si muore di fame, si muore di freddo, si tribola fra gli stracci senza poter più arraffare nè un pane, nè un osso, nè un paio di ciabatte o di calzoni, o un coppo di fagioli od una coperta.

La roba c'è: offrite un dollaro per ogni libbra di zucchero che non vale due soldi; offrite dieci scudi per un paio di scarpe che non ne val tre, offrite diciotto, venti scudi per il barile di farina che ne vale cinque sì o no, e vi fanno un bagno di giulebbe ed un monumento di pane fresco; la roba c'è.

È così? Ed a Washington ad ignorarlo sarebbero il Congresso Wilson, Hoover, Garfield?

Lo sanno così bene che, sottoponendo a l'embargo i generi di ordinaria esportazione, attenuando alle importazioni le fiscalità doganali, ed imperversando di anatemi sui bagarini «nemici della patria» hanno cercato di eludere gli uragani del malcontento se non di derimere le cause in cui s'addensano minacciosi.

Con quale risultato?

Che dai mercati esulò anche il poco che vi affluiva. Ed abbiamo avuto, abbiamo anche oggi, rivoltante lo spettacolo di cento milioni di cittadini alla lassa di mezza dozzina di pirati, cento milioni di cittadini ludibrio d'una perversa camorra di pizzicagnoli; le donne i bambini allineati sul marciapiedi, sferzati dal rovaio, inzuppati dal capo alle piante, attendere pazienti il loro turno per rovesciare nella mano adunca del salumaio gli ultimi spiccioli della settimana contro la sparuta razione di quel che bisogna, pingue soltanto la merce dei rabbuffi e delle villanie. Chi non c'è passato?

Chi non c'è passato è sempre in tempo: la tregenda continua, infuria, secondata da uno strupo di panegiristi estemporanei quanto mercenarii –, ah! volete lo zucchero voialtri? E non sapete che v'indiavola in corpo i vermi, e vi sciupa i denti e lo stomaco e che a farne senza avete tutto a guadagnare? raglia un dottore del pianterreno che infesta una delle tante università americane. Un altro, un chimico che sovraintende all'Istituto di Wood Hole, conforta le comari che non possono pagare il salmone quaranta soldi la libbra; – Ma non c'è il pesce cane? che è molto meglio, che ha tenerissima la carne, densa di olio più che ogni preferito confratello dei grandi mari? Mangiatevi del pesce cane! Ed a chi si lagna che è incanto il petrolio risponde Endicott che è igienico andar a letto al buio; a chi non trova farina spiega Hoover come qualmente non sia punto necessaria a fare il pane e che vi basta in tempo di guerra un po' di cruschello e se non trovate carbone Garfield vi dimostrerà che si può scaldarsi tropicamente soffiandosi su le dita, e che l'inverno sarà d'altra parte mite e brevissimo; purchè coi catoni da barriera, e coi marrani della patria non entriate in concorrenza per la bistecca, chè allora, il governatore McCall vi stiafferà di botto su la lista dei traditori.

I pieni poteri di Wilson non hanno fino ad oggi, conchiuso a miglior risultato.

E allora, delle due l'una: o il governo non può, o il governo non vuole.

Se non può deve tirarsi da banda, restituire alla nazione il potere discrezionale che soltanto da essa gli viene, e che nelle sue povere mani ha perduto l'incanto dell'efficacia.

Se non vuole... Ebbene, se non vuole, non vi sarà alcuna necessità di ricorrere agli estremi preveduti da Jefferson e da Wilson; nessun bisogno di alter or abolish the government who become destructive106 dei fini e dei diritti che è chiamato ad assolvere ed a custodire. È indulgente il proletariato, ed al governo svogliato o latitante che gli riconosce il diritto di vivere... condannandolo alla inedia ed alla disperazione, userà l'ultima cortesia: farà come se il governo non fosse. Scoverà, dove i mercanti di fame l'avranno celato, quello che del suo lavoro, della sua abnegazione santa ha accumulato; e piglierà senza uno scrupolo, senza un riguardo, senza paure. Piglierà per sè, per tutti quelli che hanno sofferto e soffrono, per tutti quelli che hanno bisogno, per quelli anzitutto che della guerra esosa, dei suoi carichi e delle sue angustie portano il peso più grave.

Piglierà – senza che abbiamo a sobillarlo noi – perchè non sa rassegnarsi a morir di fame sulla messe opima raccolta da le sue braccia eroiche, su la soglia dei parassiti poltroni ed avidi che glie l'hanno rubata.

Scavalcherà la legge?

Inezie! Woodrow Wilson ha scavalcato con la più allegra disinvoltura ed il quinto comandamento di dio, ed il nono comandamento di santa madre chiesa per promettere il tozzo del pane quotidiano alle madri che gli hanno dato i figli.

Può ben scavalcare l'obliqua e dubbia legge della repubblica il proletariato a toglierselo.

L'essenziale è che viva! Chi gli può contendere questo primordiale e discretissimo diritto di vivere? Chi?

E se per vivere, il lavoro non serve più, eh, pigli! bisognerà pure che pigli, dove ce n'è.

Piglierà: e farà benone: ha tollerato, sofferto, indugiato anche troppo.

(22 dicembre 1917).

MININ

Tenetevi abbottonati!

Consigli pratici d'igiene elementare

Repetita juvant!

È un freddo-cane, e tira un vento da forca!

È igienico tenersi abbottonati: in fabbrica, in istrada, alla taverna, in casa, sempre e dappertutto.

Per citarne una, voialtri avete in genere la consuetudine di discorrere nei pubblici ritrovi delle cose vostre e delle altrui, di sbottonarvi come se foste sempre e soltanto fra compagni serii e fidati, senza un riguardo pei curiosi e gli indiscreti che vi stanno alle calcagna. Ed è leggerezza deplorevole. Anzi tutto, quello di stingersi dinnanzi al prossimo è gesto di maleducata irriverenza ed è malsano a questi lumi di luna in cui hanno orecchio anche i paracarri, e le parole il vento se le porta e le disperde lontano.

Tenetevi abbottonati! è una precauzione d'igiene elementare.

Nessuno vi contende, badate bene! il diritto di portare in piazza i santi di casa vostra, di sciorinare, tra un gotto e l'altro, al primo venuto quello che tenete in corpo, quello che avete fatto, quello che ruminate, quello che farete domani. Dio liberi!

Andate giù, se avete stomaco d'affrontare domani le più disperate conseguenze delle vostre millanterie ladine d'oggidì!

Ricordate soltanto che, padronissimi di disporre di voi e della pelle vostra, voi non avete alcun diritto di tradire colle vostre indiscrezioni i propositi, le speranze, il lavoro, la libertà degli altri, degli amici che nei vostri discorsi ficcate a proposito ed a sproposito con lagrimevole incoscienza.

Tenetevi abbottonati!

Ancora – poichè ho cominciato e sono una vecchia brontolona, lasciatemi sfogare – ancora una mala abitudine è fra noi: quella di star sempre a mezz'aria, di farcire la nostra corrispondenza oziosa di una fraseologia da proclami, di piani tenebrosi che sono così lontani da ogni realizzazione come da ogni nostro proposito, così, per sport, pel gusto vano d'ambientarci in una decorazione truculenta, da Novantatrè, e coglierne i riflessi lusingatori.

Me lo lasciate dire che è sciocco? e che ai tempi che corrono è superlativamente pericoloso tanto a chi scrive come a chi riceve? Gli uffici postali non sono che una succursale della polizia, la sua prima stazione, sulla quale è sempre la spavalda insegna del Richelieu: «datemi tre righe qualsiansi di un galantuomo e m'impegno su quelle di mandarlo in galera per tutta la vita».

Oggi poi che la guerra, l'incubo delle cospirazioni, la spaura, l'accieca e l'imbestialisce alle perquisizioni affannose, zelanti ed improvvise, ed alle razzie campali, me lo dite voialtri in quale turbine di peripezie piomberebbe un epistolario del genere gli infelici designati alle preferite bestialità del sant'Uffizio repubblicano?

Di regola: parlate poco ed a proposito; e scrivete ancora meno, e buttate alle fiamme, appena le avrete colte, le confidenze epistolari che non siate ben certi di custodire da ogni indiscrezione e da ogni sorpresa.

Tenetevi abbottonati!

Pel vento che tira, vento di sospetto, di diffidenza e di follia, il mio consiglio pratico è così modesto, così accessibile e così ragionevole che a molti, ai più, l'esperienza rispettiva l'avrà di per sè anticipato: frugate la casa dalla cantina alle soffitte; frugate il baule, lo scrittoio, il magro scaffale della magra biblioteca; rivoltate le tasche degli abiti da lavoro, e di quelli festivi... se ne avete, toglietene le lettere, gli scritti, i recapiti che non servono a nulla, e fatene una fiammata; mettete al sicuro i libri, i giornali, le armi che non volete confinati sui solai della polizia tra i corpi di reato; così che quando gli sbirri vengano coll'onesto proposito di stanarvi la prova con cui ruzzolare in galera voi o quelli che vi credettero degni della loro confidenza, abbiano a tornarsene colle pive nel sacco, vuota stringendo la terribil ugna...

Tenetevi abbottonati!

È precauzione d'igiene elementare.

(13 dicembre 1917).

NONNA LUISA

Nemo tenetur...

La censura s'impenna, la polizia federale ci denunzia alle furie del volgo tricolore ed alle vendette della giustizia paesana perchè abbiamo avuto la faccia tosta, badate un po'! di prevedere l'imminente tracollo in patria della monarchia savoiarda, di Gennaro Terzo, dell'ordine costituito e di altre congeneri sudicerie.

È nel loro diritto, dirò meglio, è nella loro funzione.

C'è bene a Washington una persona sospetta, il nominato Woodrow Wilson, il quale non s'accontenta di prevedere modestamente, come noi, lo sbaraglio delle monarchie per la grazia di dio prima che per la volontà della, nazione; ma ne esige addirittura la ripudiazione avanti di entrare in qualsiasi rapporto colla nazione che ne accetti il gioco esoso e malfido.

Ma la polizia non sa spingere il suo zelo oltre la soglia della Casa Bianca, e nessuno saprebbe darle torto: ne andrebbe di mezzo la «giobba», colla «giobba» lo stipendio, senza contare lo scandalo che se ne indiavolerebbe, sobbillatore delle incontinenze più disastrose: che dio ne scampi e liberi!

Possibile tuttavia che la censura, la polizia, la giustizia federale abbiano ignorato la presenza a Washington di un certo Hamilton Fyfe, inviato speciale del «London Daily Mail» il quale a chi voleva ed a chi non voleva sentirlo, ai corrispondenti della «Associated Press» ed a Gilson Gardner – che ne ha dato conto sui giornali meglio quotati della grande repubblica – ha espresso, egli che è stato un po' su tutti i fronti, e più lungamente e più recentemente sul fronte italiano dell'Isonzo, la previsione che «il primo paese in rango per una rivoluzione fondamentale con annessa detronizzazione e relativo bando di sua maestà il re Vittorio Emanuele III di Savoia, sarà con tutta probabilità l'Italia».

Noi ci rifiutiamo di credere che polizia e censura federali sieno così cieche, così sorde, così ottuse da non vedere da non sentire da non accorgersi di quanto avviene in casa loro; e ci domandiamo allora come mai la censura che ha per noi tanto livore e tante folgori, non imperversi su l'«Associated Press», su Gilson Gardner, su Hamilton Fyfe, sui giornaloni che ne hanno diffuso gli oroscopi scellerati.

Non frena la censura, e non inquisisce la polizia perchè esulano da quell'oroscopo gli estremi del reato ed anche il principio dell'irriverenza; e fa bene; e farebbe anche meglio a non accorgersi neppure dove lo strappo alle convenzionali devozioni vi fosse specifico caratteristico e flagrante.

Ma allora perchè quello che è la trasparente sfolgorante innocenza sui grandi quotidiani dell'«Associated Press» diventa il più nero dei delitti e il più orrido dei sacrilegi quando si diffonde dalle colonne della «Cronaca Sovversiva»?

Perchè?

Nè Lamar107, nè Burleson risponderanno mai. Nemo tenetur detegere turpitudinem suam108, concedeva la sapienza giuridica della vecchia Roma, e Burleson e Lamar non sono tenuti a confessarci che ha la giustizia due pesi e due misure, e che bilancie e pesi e misure sono adulterate.

E noi compatiremo, senza dimenticare tuttavia.

(5 gennaio 1918).

Alleati del Kaiser

Dove non ve ne sono?

Pei docks e per le darsene che vanno in fiamme, per le fabbriche di munizioni che vanno all'aria, pei transatlantici che vanno a picco misteriosamente, assiduamente, impunemente, debbono essere legione, disperati qui come dall'altra spiaggia dell'Atlantico, qui come laggiù armati di milioni, di mezzi incoercibili, d'audacia insuperata; d'inevitabili complicità anche.

Ma chi si sarebbe sognato mai che albergassero, protetti dalla federale indulgenza, alla Camera, al Senato, nei varii Dicasteri, in tutti i rami delle pubbliche magistrature, nell'esercito, negli stessi accampamenti della milizia che si allena all'aspra guerra d'oltremare?

È tuttavia quello che dice John R. Rathom del «Providence Journal», un pubblicista serio, dei più autorevoli e dei più stimati, di quelli che scandono la parola, temperano il giudizio e lo circondano di moderazione e di cautele:

«I do not see how we can hope to win this war with a pacifist, a professed pacifist, an out-and-out pacifist at the head or the war department. Mr. Baker is an honest and well-intentioned man, but he makes no attempt to disguise the fast that he is a pacifst»109.

Fin qui, poco male. Un pacifista al ministero della guerra è senza dubbio un anacronismo tanto più stridente nell'ora che la nazione fucina della guerra gli strumenti e ne prepara l'azione inesorata, decisiva.

L'intende così bene anche l'editore del «Providence Journal» che va innanzi precisando:

«He – S. E. il ministro della guerra – has appointed to important posts in the department under him a number or rabid socialists, a majority or whom are rabid pacifists and some of whom are german pacifists...».

Le cose cominciano ad aggravarsi, tanto più che John R. Rathom rincara su le accuse: «There are altogether too many Germans on guard in our governmental department. There are too many Germans at our army camps, and but little progress is being made toward stamping them out».

Anzi! «A great many german spies who have been under arrest have been freed, nobody knows why!

«...when evidence is found to indicate that a certain man is a german spy, the practice is now to look into law books and find out if there is not some clause in some law which make it possible not to arrest him»110.

E qui l'accusa è esplicita e terribile:

Il ministero della guerra è un covo di pacifisti tedeschi. Vi si radica il sistema per cui, scoperta una spia tedesca, si fruga nella legge a scovare la clausola che permetta di non arrestarlo.

Eppure non è stato spiccato alcun mandato d'arresto contro John R. Rathom.

C'è da credere che dica la verità.

* * *

I lettori non stupiranno. Ricordano certo l'accusa più precisa che non al governo, ma al presidente Wilson scagliava Teodoro Roosevelt dalle colonne del «Kansas City Star» il 22 Dicembre scorso:

«Quando il presidente Wilson dice: noi non abbiamo la più lontana intenzione di rimaneggiare l'impero Austro-Ungarico; nè quello che essi intendano fare ci riguarda, il presidente Wilson tradisce la democrazia.

«V'è un triplice tradimento anzi nella sua dichiarazione.

«Il tradimento degli slavi soggetti all'Austria... che sono una democratica popolazione oppressa da un'autocrazia militaristica.

«Il tradimento della democrazia in quanto abbandona la maggioranza che ci è amica alla minoranza che ci disprezza e ci odia.

«Il tradimeno delle nazioni libere ovunque, a benefizio della Germania la quale è oggi minaccia al mondo perchè ha al suo servizio Austria e Turchia che il Presidente Wilson non vuole disturbate»111.

Alleato, agente del Kaiser, nello squallido ed invidioso giudizio di Teddy Roosevelts anche Woodrow Wilson!

Il «Kansas City Star» non è stato sequestrato. Contro Teodoro Roosevelt, l'autore della bavosa escrezione, non è stato emesso neppure un mandato di comparizione. Le autorità federali che subissano con tanto giòlito la stampa libertaria la quale avversa la guerra in nome di principii e di interessi che stanno al di sopra delle convenienze e degli interessi personali e di classe; che è contro la guerra di Giorgio V com'è contro la guerra dei due Kaiser; le autorità federali, sia viltà sia paura, non hanno avuto nè pel «Kansas City Star» nè per Teddy Roosevelt il coraggio di un richiamo.

* * *

Se noi del rabagas di Oyster Bay abbiamo riprodotte le intemperanze – che abbiamo dato altra volta in originale –, gli è soltanto perchè esse hanno avuto recentemente alla Camera dei Deputati un'eco ed una ritorsione scandalosa.

Nella tornata parlamentare del 21 Gennaio ultimo il Senatore William J. Stone del Missouri, dopo di aver denunciato le cause da cui la preparazione militare è anchilosata, dopo di averle addebitate in gran parte – e noi non cercheremo se a ragione od a torto – al partito repubblicano, ne imputa alle sguaiataggini di Teodoro Roosevelt la responsabilità maggiore:

«On my responsability as a senator I charge that since our entrance into the war Roosevelt by his attacks on the government has been a menace and obstruction to the successful prosecution of the war...

«...He does his work cunningly. In the front of his propaganda he throws a deceptive political camouflage. I charge that Theodore Roosevelt is the most potent agent the Kaiser has in America».

Il Senatore Stone, commentati the «villainous screeds, published for money» di Teodoro Roosevelt, conchiude melanconicamente che i termini usati dal Roosevelt nei riguardi del Presidente e del Governo «would subject almost any other citizen to arrest»; e vorrebbe sapere «why Roosevelt may say things with impunity which a citizen of lesser consequence dares not even repeat without danger of indictment for disloyalty»112.

Se sapesse che la «Cronaca Sovversiva» ed i suoi redattori, nel cui cervello non si sono mai adombrate le porcherie in cui diguazza la prosaccia di Teddy, e non si sono sognati di scriverle mai, sono da otto mesi col laccio al collo, cogli sbirri alle calcagna, su la soglia della galera, il Senatore Stone del Missouri non avrebbe osato l'ingenua domanda: la domesticità è lo stigma della magistratura da servizii monarchica e repubblicana, vile come tutti i domestici in conspetto dei mafiusi arroganti e criminali, inesorata al diritto ed alla ragione che si agitino dagli straccioni onesti ed inermi.

* * *

Ma non è questo l'argomento della rassegna fugace: è la deduzione che ne salta agli occhi pur dei lettori meno avveduti:

Baker è un alleato del Kaiser;

Il Ministero della guerra è il rifugio più sicuro dei pacifisti teutonici;

Il governo e il protettore più vigile delle spie tedesche;

Wilson tre volte traditore della democrazia a beneficio esclusivo del Kaiser;

Roosevelt è il più potente cooperatore che il Kaiser abbia in America;

E mentre il deputato Julius Khan della California opina candidamente che «a few prompt trials and a few quick hangings would prove most salutary at this time»113, cotesto magnifico rosario di traditori, d'alleati, di agenti del Kaiser, non solo non ha una noia, ma continua riverito, acclamato, investito della fiducia nazionale e delle terribili responsabilità che vi si connettono a giuocarsi nel mutuo tradimento la vita di tre milioni di soldati, la sicurezza, la libertà, il pane, di cento milioni di cittadini.

Non è la mordacchia, non è la forca se non per noi, che al Kaiser, a tutti i Kaiser, di là e di qua, della reggia o della cassaforte, della cultura o dell'usura, non abbiamo pagato mai altro tributo che di maledizioni, altro omaggio che della sedizione e della guerra incessante ed aperta.

E la mordacchia, passi! e la forca magari! ma c'è qualchecosa, che non ci va giù: di essere confusi nello stesso proposito di tradimento, con genia così fatta.

Habent sua fata libella, sapevamcelo ma non ci aspettavamo, in parola! facezia così lurida: ed abbiamo la bocca amara di fiele.

Colla speranza tuttavia di poter dimostrare in un futuro molto prossimo, ed in modo superiore ad ogni dubbio, che facciamo altra strada, ad altra meta.

(2 febbraio 1918).

Partenza!

Chi se ne va prima?

Carlo I d'Ausburgo i cui guerrieri non si vogliono battere più; che ha la casa sottosopra, che contro la prosapia millenaria ed esausta vede levarsi la plebea tracotanza dei soviets; e non vede su la terra rifugio, nè mezzo di scaricare la soma spaventosa di delitti che gli sanguina dagli omeri?

O Guglielmone d'Hohenzollern fatto zimbello nel rapido giro di una settimana allo scherno degli unni inflessibili di cui sferrava pur ieri, flagello di dio, l'ira belluina sul mondo atterrito? Ed abbandonato da la divina provvidenza di cui era l'orgoglio e la spada, non raccomanda la sua fortuna oramai che al piombo ed alla forca?

O Gennaro di Savoia che vede spaventosamente abbreviati i termini dell'oroscopo unica fiamma di lucido intervallo nello squallore della gentilizia imbecillità per cui salendo al trono intuiva che «non vi sarebbe entro trent'anni alcun re più in Europa?».

Ed ha visto ai piedi del Carso sfumare l'inganno vermiglio della più grande patria a cui credeva rinsanguare le sorti anemiche della dinastia, e sbandarsi le legioni d'eroi stanchi dell'inutile olocausto e del quotidiano atroce supplizio dei nati?

Non so.

L'Austria, l'Ungheria, la Boemia, la Stiria sono in fiamme! Sono in istrada – diserti i campi, i cantieri, le officine, le miniere – i battaglioni del lavoro; nel rigagnolo le bandiere le armi, levate le braccia eroiche a conclamare delle involontarie ecatombi l'espiazione da cui sorga il mondo riconciliato.

Non so.

In Germania i cantieri di Hessen, le mine di Westfalia, i siluripedi, le fabbriche di armi di Friedrichshafen, di Johannistal, di Lichterfelde quasi mostri sgozzati rigurgitano su la strada in fiotti tumultuarii i ciclopi a sferrar la gente, la patria, il mondo dai ceppi in cui l'avevano stretto con amorevole orgogliosa inconsapevolezza ieri ancora.

Non so.

In Italia le rivolte armate del disinganno che sui contrafforti delle Alpi contiene a stento la ottusa devozione conserta delle soldatesche di Francia e d'Inghilterra: e le rivolte della fame che infuriano da Torino a Napoli, e che l'ultima mitraglia del re non basta più a soffocare, sono i dirupati margini dell'abisso su cui si librano disperate le fortune dell'ordine.

Chi parte prima?

Non so, non so neanche se riusciranno a partire, a trovare un salvacondotto...

Ma su l'incubo livido che da quattro anni ci angoscia; ma su l'incubo orrendo che da millennii soggioga ogni nostro diritto, ogni nostra speranza, la verità s'è tagliato uno spiraglio. Sento che la libertà vi passerà vittoriosa. Sento che la fermeranno, benedicente alla redenzione di tutti i sofferenti della terra, un'audacia che il mondo non ha mai veduto, l'immensità inesorata di una vendetta che il mondo non ha sognato mai.

E so che in questa fede ed in questo proposito comunicano irremovibili le rosse avanguardie della nuova civiltà.

È conforto esuberante di tante vigilie amare.

(2 febbraio 1918).

Cittadino Wilson, una parola!

Presumo che in repubblica non sia nè illecito nè impertinente rivolgere una domanda al suo primo cittadino.

Tanto meno illecito a coloro che, come me, con lettere discrete fino all'umiltà hanno pulsato alla redazione di tutti i grandi giornali senza cavarne altro risultato che di perdervi i tre soldi del francobollo.

E quando si tratta poi di un problema che interessa la grande maggioranza dei consumatori ed intorno al quale il cittadino presidente non è soltanto in grado di dire una parola autorevole di schiettezza e di consapevolezza, ma di raccogliervi, che più conta, gli elementi e le provvidenze di una congrua soluzione.

L'irriverenza, – che è le mille miglia lontana dal mio pensiero – ha del resto la sanatoria radicale nel diritto, che al cittadino presidente nessuno contesta, di non rispondervi affatto.

Ad ogni modo la butto giù, interesserà sempre qualcuno, i molti forse che come me, non cedono senza una viva infrenabile sensazione d'ironia all'apostolato di saggezza e di sobrietà cui si dedicano da sei mesi fervidamente Wilson, Mc Adoo, Hoover, Garfield, Storrow114, giù fino al più oscuro dei filantropi e dei pubblicisti.

Ironia che sboccia anzitutto dalla superfluità delle raccomandazioni, ironia più acre che si artiglia poi e nelle cause che quell'apostolato determinano e nelle oscure conseguenze in cui finisce per risolversi.

* * *

Intorno al primo punto non occorrono delucidazioni soverchie.

Dev'essere scappato anche a voialtri di sotto i baffi un sorriso d'ameno compatimento il giorno che insieme col magro corriere quotidiano vi siete visto arrivare, nitido, elegante, in caratteri azzurrini con tanto di maiuscole vermiglie, il decalogo della domestica economia dell'ora:

Non sciupate il lardo!

Non sciupate il burro!

Non sciupate l'olio!

Non sciupate la farina!

Non sciupate lo zucchero!

Non sciupate il carbone!

Il lardo a trentasette soldi la libbra, il burro a sessanta, l'olio ad uno scudo il litro, sono relegati nella vanità dei pii desiderii di tanto tempo, che nessuno in casa vostra o nella mia ne ricorda più il sapore; quanto allo zucchero ed al carbone, chi giunge ad afferrarne qualche pizzico se lo tien più d'acconto che l'acqua santa o la medaglia della vergine benedetta; ed ogni raccomandazione di sobrietà di economia vien superflua e tardiva.

Così quando la mobilitazione è precipitata dai quadri dello stato maggiore nella realtà imperiosa degli accampamenti densi d'armati, e la crisi s'è inasprita delle vaste incette e dei bagarinaggi feroci, e dal governo, arrembato da un pugno d'accaparratori ladri all'impotenza, è venuta la seconda serie dei comandamenti di guerra: rinunziate al pane ed alla carne almeno due volte la settimana! saltate almeno un pasto al giorno! la voglia di ridere, un po' giallo magari, deve essere scappata anche a voi che in grazia della carestia del carbone non lavorate che quattro giorni la settimana e portate a casa il salario smezzato al sabato, e non fate più il dente nè alla carne nè all'osso, e dall'arcibattezzato caffè della mattina saltate alle quattro patate inamovibili della cena, e l'acrobatica applicate ai pasti con un abbrivio ed un coraggio che Hoover manco si sogna.

* * *

Se il sogghigno v'è morto in gola gli è che tremava nell'appello una nota di pianto, gli è che vibrava più alta di ogni frontiera della patria, della fede, della stirpe, la voce dell'umana solidarietà istintiva ed insopprimibile.

For the boys over there! per la progenie del Belgio Crocifisso! pei profughi d'Italia raminghi fuor della terra invasa! per gli orfani di Serbia e d'Armenia vi chiedevano aspra fino alla rinuncia, fino all'inedia, la parsimonia; e se dentro a molti animi tra voi s'irrigidisce lo sdegno, negando pure il compatimento alla miseria dei servi che la guerra hanno acclamata e voluta, ed a quelli pure che non volendala ne subirono l'esosa ipoteca senza rivolte, sdegni e collere disarmarono al pensiero delle madri randagie per terre inospitali senza viatico, i pargoli esausti e lividi contro il seno inaridito, e vi siete detto nel cuore, spietato agli eunuchi, che non era equo far scontare ai figli la squallida domesticità dei padri, e che ogni rinunzia, la più acerba, vi sarebbe tornata agevole se del tozzo abdicato si riscattavano le lacrime d'una madre gli strazi d'un derelitto.

* * *

Così, fuori della breve orbita nostra, la gente che ha più che non noi angusta la fede e meno vasti l'amore e la patria, ed ha nei Vosgi, in Italia, od in Fiandra i figli, ha dato più che non le si chiedeva, dà con impeto assai più che non possa, se sia for the boys over there!

Se sia...

* * *

Qui s'aguzzano la mia curiosità e la vostra; qui si erge il problema. In qual modo, per quali vie, il caffè e lo zucchero, le carni ed il pane a cui i patriotti rinunziano per assicurare ed affrettare la vittoria; a cui rinunziano i cuori buoni in obbedienza alla pietà, in sollievo dei milioni di tapini e di afflitti che la guerra ha travolto della sua furia cieca, in qual modo, per quali vie attingeranno le vittime, assolvendo l'umano compito di fratellanza, di carità?

Dai mercati fervidi rispondono i custodi delle nazionali risorse

— Non fraintendete! carestia, nel senso ingenuo della parola, non è. Si è mietuto più grano, si sono cavate quest'anno dieci milioni di tonnellate di combustibile più che non in qualsiasi degli anni revoluti. La carestia è relativa. Sul vecchio continente le braccia valide sono al fronte conserte a vigilia dei penati e dei lari. Mine e solchi giacciono diserte, incolti. L'inopia insidia della guerra le sorti e flagella spietata i casolari; bisogna fare a mezzo, e stringere la cintola!

Rincalzano dal Campidoglio i depositarii dell'onore e delle sorti della repubblica: – Togliersi di bocca il tozzo perchè del necessario non manchino le legioni che alla barbarie minacciosa ed inesausta contendono il comune retaggio della civiltà; perchè dalle rive del Danubio agli altipiani d'Asiago si confortino i miseri nella fede che ha un'eco in tutti i cuori e rispondenza di universi palpiti, la sciagura di chi insieme colla libertà ha perduto la patria e i cari ed il pane, è dare, nel confronto, assai poco, è dare meno di quello che si riscuote, è assolvere al dovere senza l'acredine del sacrifizio. Partite cogli eroi che per la sicurezza e l'avvenire di tutti sfidano la morte; cogli sventurati che scontano in bando, tra miserie ineffabili e strazii orrendi, orgogli ed amore di libertà, partite ostia santa, il pane che il quotidiano sudore intride alla più nobile e più generosa delle eucarestie.

E va bene! anche se intorno alla obliqua civiltà, alla patria arcigna, alla libertà equivoca si possano coltivare opposti criterii, ed intorno ai mezzi cui si raccomandano aspramente dissentire!

* * *

Va bene: dobbiamo dare! e ciascuno di noi dà; dà pagando cento quello che non vale dieci; dà accontentandosi d'uno straccio di cotone dove prima mal s'adattava alla lana: dà spegnendo al coprifuoco il lume e la stufa per cercare fra le coltri il tepore che al carbone non osa; dà, lesinando alla nidiata il becchime; dà, sacrificando alle improrogabili esigenze della guerra due giornate la settimana del lavoro che gli è sola fonte del vivere quotidiano; dà come può, quello che può; dà più ancora.

A chi?

Agli accaparratori, lasciando ad essi la libera, generosa disposizione di tutto ciò che ci neghiamo di consumare; agli accaparratori pagando del poco che si consuma tal prezzo per cui non abbiano del sacrifizio a portare soli il gravame. Diamo al governo, diamo a voi, cittadino presidente, che, investito di poteri discrezionali, la taglia esosa sui generi di consumo avete autorizzato e consentite; e – mosso fuor di ogni dubbio dalle intenzioni più nobili – riducendoci di un paio di giornate la settimana di lavoro, il salario ci avete smezzato imponendoci sacrifizio impari alle forze ed al bisogno.

Agli accaparratori ed a voi; a quelli, che del proprio sappiamo avari; a voi ed alla repubblica che del proprio non avete se non quello che togliete a noi; perchè a vostra volta abbiate con mano prodiga, a dare ove e quanto l'immensità del bisogno reclami.

Dare, non vendere! chè noi intendiamo pietà, solidarietà, carità se vi par meglio, ma non usura: dare, non vendere!

E allora non comprendo più, se non mi soccorrano i vostri lumi.

Se dobbiamo credere ai resoconti parlamentari, ai comunicati officiosi, ai listini del mercato, alle lettere che d'oltremare vengono assidue, strazianti, desolate, voi pagate, voi per il primo, le farine e le carni e le lane «for the boys over there» a tal prezzo che sgomina pure i lobbysti del Congresso e contro ve ne ribella le scarse coscienze oneste; e di là dal mare nel Belgio, in Italia, il carbone, che in tempi normali non costa quaranta franchi, è salito a trecento, il grano costa un franco al chilogrammo, dieci e quindici franchi la carne, lusso privilegiato, esclusivo, degli epuloni – condannata la marmaglia al cruschello ed ai torzoli che non vogliono manco li porci.

Come se tutto ciò che di qui, a prezzo di sacrifizii inenarrabili si offre su l'altare della fratellanza da cento milioni di cittadini, e di cui si è saldato un paio di volte il conto pagando del poco che si consuma cinque o sei volte l'ammontare, si fosse nelle mani degli amministratori della pietà nazionale, mutato in esca e strumento di malandrinesche estorsioni degne del marchio e della gogna.

* * *

Il dubbio non è temerario. Nessuno l'intenderà, cittadino Wilson, meglio di voi che esso umilia prima e più che ogni altro.

Se il proletariato della grande repubblica avesse oggi o domani a persuadersi che in luogo di stringere la cintola per sovvenire agli ignudi, ai senza pane, ai senza tetto di là dal mare, delle privazioni acri e delle vigilie angustiate ha eretto soltanto degli affamatori gli agguati maramaldi e le estorsioni feroci con cui strangolare noi qui coll'organizzata carestia in cui pescano il trecento per cento d'usura, ed i tapini di laggiù sui quali si rifanno d'altrettanto e più ancora, il vostro messaggio ultimo che «for the boys over there», che per tutti i dolenti della terra insanguinata vuole e trova unanime, generosa, eroica l'abnegazione, non vestirebbe tutti i caratteri di una complicità vergognosa, infame, criminosa che per voi, per noi, per tutti voi dovete sdegnosamente ripudiare?

Sapevo legittima e discreta la mia domanda; non so se le farete, cittadino Wilson, l'onore di un riscontro; non l'aspetto nè ci tengo; ma so che quel dubbio si fa strada, rode ogni cuore, l'avvelena di sospetti, l'amareggia del fiele di tutti i disinganni, vi lievita dentro la ribellione.

E so che non è questa l'ora in cui le fortune dell'ordine possano raccomandarsi al bavaglio, al piombo, alla corda senza che la rivolta prorompa divampando nella rivoluzione finale.

Voi vedete, cittadino Wilson, che io posso attendere con serena fede dagli eventi miglior riscontro che non mi potrebbe venire dalla vostra augusta parola...

(9 febbraio 1918).

“Auto-da-fè” repubblicani

Non so quanta ragione, quanto torto abbia Bertrand Russell che un tribunale inglese ha condannato la settimana scorsa a sei mesi di carcere per aver detto che le truppe americane rovesciate sul vecchio continente, più che a frenare gli Unni del Kaiser, riveleranno per le diverse guarnigioni d'Italia, di Francia o d'Inghilterra la particolare attitudine a soffocare scioperi ed a mitragliare scioperanti per cui sono in casa loro celebri sinistramente.

Non ho letto nulla di Bertrand Russell, non ho di lui altri connotati fuori di quelli fornitimi dal «Boston Post» di avantieri il quale, pur masticando amaro fino a trovare che egli sia, a volte, incredibilmente fanciullo, è costretto a riconoscergli ingegno e coltura più che ordinarii, e fede negli ideali più generosi.

Ma se l'antico aforisma – per cui nemo potest dare quod non habet, che nessuno cioè possa dare altrimenti da quello che ha – rimane proposizione logica incontrovertibile, il proletariato d'Italia, di Francia, d'Inghilterra che le riscosse della libertà, la sicurezza ed i progressi della democrazia nostra attendersi dalle repubblicane legioni di questo paese, ordisce delle sue mani ingenue il più atroce dei disinganni, e si risveglierà domani o doman l'altro a pie' della forca, il capestro a la gola.

* * *

Non v'è paese al mondo così come non trovate nella storia un evo in cui criterii, sentimenti, preoccupazioni, amore di libertà siano più disperatamente contumaci che non, oggi, in America.

Qui della libertà non si coltivano che l'orrore e la persecuzione.

Nessuno ne vuole. Non nelle alte sfere dove le miliardarie oligarchie s'appagano dell'arbitrio, onnipotenti; non nella mediocrazia ottusa che in ogni fremito di libertà vede la rovina della bottega e delle provvide usure che ne germogliano; non nelle grandi organizzazioni del lavoro, vassalle di tutte le menzogne convenzionali, presidio di tutte le superstizioni, focolare di tutta la domesticità, per le quali fuori dei dogmi e dei codici la libertà non è più che sacrilegio.

* * *

La documentazione è superflua, è in ogni pagina di storia degli ultimi cinquant'anni, è nell'esperienza della vita quotidiana.

L'America è il solo paese del mondo in cui il non credere in dio comporti la diminuzione giuridica.

Croton Dam, Hazleton, Bayonne sono di ogni terra, hanno riscontri sanguinosi e recidivi, Villeneuve e Draveil, Giarratana e Buggerru; ma Chicago e Ludlow non sono possibili che in America.

In questo senso almeno: che altrove, in Francia, in Inghilterra, in Germania, in Italia od in Ispagna, identiche mostruosità avrebbero scatenato l'indignazione popolare, invaso il parlamento, subissato il ministero, attinto la reggia. I tormenti di Montjuich hanno ribellato contro Alfonso di Borbone tutto il mondo civile che gli strappò di mano le vittime, e l'inchiodò alla gogna; quando in ispregio della miseria atroce e diffusa Guglielmo d'Hohenzollern organizzava i «minuetti della regina», la marmaglia dei sobborghi assalì il 25 Febbraio del 1892 il Palazzo Nuovo, e l'Unno, l'Unto del Signore, incontro alla folla minacciosa non osò quello che Rockefeller contro gli innocenti bambini e le donne inermi di Ludlow. Thiers che aveva sulla coscienza i massacri del Maggio 1871 ebbe prima che dalla storia inesorato il giudizio dei suoi concittadini: non riapparve nell'arena pubblica mai più. Umberto di Savoia dopo le stragi del 1898, a Milano non tornò che per cogliervi due anni più tardi... quello che aveva seminato.

Qui Ludlow, macchia incancellabile di sangue e d'onta su le bandiere della repubblica, non ha suscitato altri brividi che del nostro sdegno; qui la confisca della libertà di stampa, nella quale il Congresso non volle consentire mai, si è in ispregio della Costituzione repubblicana consumata autocraticamente coll'ignominioso raggiro del «Trading with enemy Act»; qui le liste di proscrizione – non dei traditori che per dispetto o per denaro vituperano il presidente o ruffianeggiano con Bolo Pasha dando aiuto o conforto al nemico, chè questi godono d'ogni impunità e della pubblica considerazione; ma di quanti, nemici del Kaiser come dei suoi concorrenti, avversi alla barbarie d'ogni guerra non danno all'arrembaggio impudico bestialità e livori – si rizzano con furia sillana implacabile; senza che dalle turbe vili un grido di sdegno, di protesta, d'allarme si levi.

* * *

D'allarme sopratutto; perchè un governo si erge, nel grembo, al di sopra della repubblica, della sua costituzione, delle sue magistrature, sinistro, spaventoso. Non c'è più che un governo in America: quello della polizia, non c'è più che una procedura: la bocca del leone, non c'è più che un'atmosfera: il sospetto; non c'è più che un benemerito: la spia. Come ai tempi foschi di Venezia sotto i Dieci.

Chi se ne accorge? Chi se ne duole o protesta od insorge?

I repubblicani a cui la repubblica è scamottata col bussolotto dei poteri discrezionali?

I repubblicani fanno il diavolo a quattro per avere della cuccagna guerraiola la loro parte di bottino.

I democratici, vestali gelose fino a ieri – quando erano lontani dal potere – della costituzione, ed oggi proni alla forma più esosa e più stridente del regime fraterno?

I democratici sono al truogolo.

I socialisti, tengono la fiaccola sotto il moggio ed alla dieta dei sofismi poltroni e delle remissioni oblique il proletario.

Gli anarchici hanno sempre nelle vene la tabe marxista della fatalità del divenire sociale ed aspettano le Idi di Marzo, le mani in tasca.

Il proletariato? Il proletariato non c'è. C'è qui soltanto un bastardume di famelici accattoni rigurgitati dal trivio d'ogni patria sul mercato a battere comunque il dollaro, e che nel dollaro ha radicato la stessa morale cinica ed invereconda dei suoi sfruttatori: chi sa mettere insieme un pugno di bajocchi è un uomo, un eroe; traviato, pazzo chi li baratta contro le ubbie dell'orgoglio o le fisime dell'ideale. E voi avete oggi qui ad ogni svolto i «paesani» affannati a mandare in patria il gruzzoletto, all'aggio del cento per cento che sanno di far pagare, di estorcere alla fame ed alla disperazione della povera gente di laggiù! Un letamaio.

Un letamaio su cui la repubblica ha piantato la forca, restaura la gogna delle ipocrite atroci intolleranze puritane.

* * *

Tempo addietro i repubblicani democraticissimi dell'Ohio, persuasi che il rifugio serbato nella legge di coscrizione ai conscientious objectors è del tutto platonico, hanno, in piazza, su la gogna, fra i ceppi inchiodato – come i lettori vedono nella fotografia che desumiamo dal «Detroit Journal»115 un galantuomo il quale della sua cristiana avversione alla guerra non fa mistero; ieri il «Lynn Telegram» accusava di complotto tedesco in odio alla repubblica un migliaio di donne che, ribellandosi alla riduzione abrupta e ladra del trentacinque per cento! sul salario quotidiano, hanno abbandonato il lavoro, su cui l'appaltatore patriottissimo, il Plant, realizza l'onesto profitto del mille per cento! e stamani un satrapo dei cotonificii locali, Thomas Smith di Leicester, chiedeva alla Commissione del Sociale Benessere (s'è andato a cacciare in buone mani il benessere sociale!) il marchio dei traditori sulla fronte degli uomini e delle donne che osino in questa vigilia di febbrile preparazione guerriera pretendere la giornata di otto ore116.

Thomas Smith è un negriero, il «Lynn Telegram» un covo di mezzani, di tirapiedi, d'idioti; e quella di Cincinnati, può sempre considerarsi aberrazione sporadica, spiegabile – se non compatibile colla civiltà nel nome della quale si conclama la guerra – coll'universale turbamento delle coscienze che la guerra ha provocato ed avvelena la stampa fognaiuola la quale all'infuori del dollaro non ha altra fede nè lealtà; argomento troppo meschino – noi concediamo volentieri – a generalizzare deduzioni e condanne.

Ora, noi, che troviamo abbietta ogni forma di spionaggio, vogliamo essere di manica larga fino a comprendere se non ad indulgersi la «confidenziale» circolare con cui il 28 Aprile ultimo il Dipartimento del Lavoro invocava dagli «officers and members of trade Unions... that anything heard or seen by them, which in any way affects the safety of the United States, shall be reported to Department of Labor, 4115 Washington D. C.»117; concediamo per necessità polemica e, in fondo, perchè ci pare che i tedeschi i quali lavorano pel Kaiser e per l'impero invece che per sè pei figli, per l'avvenire, siano sullo stesso livello dei disgraziati che per la propria redenzione non hanno un palpito od un rischio, mentre danno senza un rimpianto la pelle a ribadire di più gravi catene il proprio destino, di più saldo baluardo i privilegi di Gennariello o del Morgan; e fanno la spia dall'altro lato della frontiera.

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Ma c'è di meglio, che in questo caso è il peggio.

La procedura stupidamente incoata a San Francisco in odio di tre nostri compagni, il Centrone118, il Civello, il Jorio, procedura così vergognosamente temeraria che l'United States Attorney John W. Preston ha diffidato la polizia che egli metterà i tre detenuti in libertà definitiva ove almeno un'ombra di presunzione di una colpabilità qualsiasi non gli sia fornita entro otto giorni – ha posto in rilievo un sistema interessantissimo di procedura.

Don Rathburn – un nome azzeccato tra di cosacco e di bashibouzouk – che è un funzionario del Ministero della Giustizia, un mozzorecchi di S. E. Thomas Watt Gregory, ha fatto fotografare il Centrone, il Civello, il Jorio, ed ha curato che l'effige sacrilega sia affissa ed esposta in tutti i luoghi pubblici e negli ufficii postali della Confederazione in calce ad una circolare con cui egli diffida i cittadini leali della grande repubblica a fornirgli indizii, informazioni, tutte le possibili notizie intorno ai tre ostaggi che egli si è tolto con un arbitrio criminale, contro i quali non sa formulare un'accusa qualsiasi che abbia fondamento, e sulle sorti dei quali sa fin da ora, nel modo più positivo, che la Corte Federale pronuncierà in settimana il più mortificante dei non luogo a procedere.

Non accampiamo pretese! non domandiamoci neppure se in ossequio alle guarentigie sancite negli art, IV, V, VI della costituzione, in una repubblica che non fosse la parodia od il feudo inalienabile d'un'oligarchia di ladroni e di manutengoli equamente impudichi, Don Rathburn non dovrebbe a quest'ora essere al manicomio od in galera; ma chi ci accuserà d'indiscrezione se noi conchiudiamo che il Sant'Uffizio è nel confronto mortificato, che Bertrand Russell non ha sciupato che degli eufemismi, che le legioni della grande repubblica non porteranno di là dal mare se non il vituperio e la forca?

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Qui non è più il raca mercenario del pennivendolo che serve per cinquanta soldi a le rabbie del sinedrio, come l'Iscariota; qui non è più il calcolo del negriero che a cogliere quattro baiocchi pigierebbe la legione dei servi; nè è qui l'aberrazione selvaggia ed effimera dei linciatori tradizionalmente abbrutiti; quì è il ministero federale della giustizia, qui è la repubblica nella rappresentanza autorizzata e riconosciuta dei suoi funzionarii; qui è il regime.

Che svergogna, lasciatemelo dire, Torquemada, e Pietro Arbuez.

Col san benito sugli omeri, tra i denti la sbarra, negli auto-da-fè pomposi Torquemada o Llorente per le sagre di Spagna o del Messico non trascinavano su la gogna, al rogo, se non coloro che si ostinassero nell'impenitenza finale; non v'impiccavano in effigie, ludibrio alla pubblica esecrazione, se non coloro che nell'eresia, in istato di peccato mortale fossero morti senza sacramenti o andassero pel mondo randagii sotto il peso di una condanna che i tribunali dell'Inquisizione avessero pronunziata, che il re avesse sancita e di cui avesse con giuramento solenne consentita la esecuzione.

Avevano scrupoli Torquemada e Llorente – il primo e l'ultimo dei grandi inquisitori – che la grande repubblica, antesignana di civiltà e di libertà scavalca con democratica disinvoltura!

Nei suoi auto-da-fè, Centrone, Civello, Jorio – in attesa che si torni alla lettera rossa che i buoni e cristianissimi puritani bollavano a fuoco, il secolo scorso, in petto ai reprobi – vanno, il san benito del pubblico vituperio su le spalle, e su la gogna sono incatenati quando dell'eretica macchia li lava la non sospetta nè incerta assolutoria del grande inquisitore John W. Preston, l'United States Attorney di San Francisco: quando l'ultimo, il più sinistro ed il più bestiale dei famuli del sant'uffizio repubblicano, Don Rathburn, sa che sono fior di galantuomini di cui tutta la sua bava di rettile non sa macchiare il nome intemerato.

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Non è geremiade di piagnoni lo sfogo.

Noi sappiamo quale sia il viatico delle avanguardie abbeverate di fiele e d'irrisione ai supplizii del Golgota su tutte le frontiere, a tutti gli avamposti della storia; ed ai numi della repubblica ci guardiamo bene dal supplicare come il galileo su la croce un ultimo segno della divina pietà: risparmiateci l'ultimo calice! Eli, Eli lemma sabachtani!

Lo vuoteremo insino alla feccia, ne abbiamo lo stomaco; e, d'altra parte la vergogna che insozza e contamina il volto della repubblica, la vergogna è di tutti fuor che di noi, che non le abbiamo dato mai, che non le diamo tregua, e qui mettiamo in luce ancora una volta cogli intenti ed ai fini di una terapeutica modestissima sì ma conscienziosa.

Sottoscrivete al regime che, franta ogni cavezza, inaugura Don Rathburn su la costa del Pacifico, la sovranità assoluta ed irresponsabile della polizia; consentitele di rizzare le tavole di proscrizione, di trascinarvi, d'inchiodarvi su la gogna; sottoscrivete d'un consenso perchè vi libera d'un avversario molesto; sottoscrivete dell'ignavia gretta o della pitocca indifferenza perchè finora a voi il laccio al collo non l'ha buttato; e saprete dirmi fra un paio di mesi; se vi sarà, più requie, sicurezza, inviolabilità di focolari, possibilità d'apostolato, d'agitazione, in un paese che lo spionaggio eleva a dovere civico, fa del sospetto il solo clima respirabile alla democrazia; ed ha vivo nelle tradizioni, perenne il linciaggio nelle consuetudini.

L'anonima denunzia d'un creditore negletto, del curato malvisto, dell'antropofago padron di casa, d'un avversario perfido, d'una comare delusa, nella Bocca del Leone – 4115, Department of Labor – metterà su le vostre peste la muta dei berrovieri che vi sfonderanno la porta, vi svaligieranno la casa, vi metteranno il laccio al collo, ai polsi le manette, e quando non troveranno un filo della trama ordita dagli anonimi denunciatori, quando ve ne avrà assoluti la sentenza del magistrato come Centrone e Civello e Jorio, come Centrone, Civello e Jorio v'inchioderanno su la gogna perchè non troviate più un pane, perchè ramingando pei quarantotto stati della repubblica non abbiate che a trovarvi l'ostracismo del lebbroso, la pugnalata del sicario o le san bartolomeo delle ciurme avvinazzate.

* * *

Ai ripari finchè siamo in tempo! All'estremo dei ripari, che si adegui all'estremo dell'arbitrio e della provocazione.

Sbuca dai covi della legge il nemico, e le straccia a suo libito per la fortuna delle sue vendette, per l'orror sacro della libertà, per libidine turpe di violenza, di bestialità, di persecuzione, tornando nel nome della repubblica e della democrazia a San Domenico, a Re Bomba, a Speziale, a Mammone?

E nella tana bisogna senza un indugio ricacciarlo con lo spiedo e col tizzone, col ferro e col fuoco, così malconcio che non ne torni che dinnanzi ai volghi proni ne traducano la ferocia, la viltà, liberandoli insieme e dalle catene della servitù e dalle eunuche devozioni con cui la custodiscono d'infauste abnegazioni e di rinunzie sciagurate.

Col ferro e col fuoco! è a questo patto la salvezza.

(16 febbraio 1918).

Coll'acqua alla gola!

Ci siamo. La reazione democratica ci affoga, mostruosa, feroce, ipocrita quale non vide mai, neppure ai suoi giorni più biechi, la storia delle nazioni civili.

I Verdets della seconda restaurazione sguinzagliati dopo Waterloo per le vie di Tolosa, d'Avignone, di Marsiglia, di Nimes, il coltello fra i denti, l'archibuso nel pugno a spacciare quanti avevano creduto nella grande rivoluzione e dall'Atlantico agli Urali, per ogni patria, ne avevano ripercosso il grido liberatore, della loro vigliaccheria avevano almeno il coraggio.

Canovas del Castillo, ancora un restauratore dei Borboni, sfidava apertamente l'insurrezione coll'inquisizione, ne alzava in faccia al sole il garrote, ne rivendicava la necessità e le responsabilità audacemente, pur non nascondendosi che a Santa Agueda le sconterebbe più tardi d'una revolverata finale.

I Romanoff, penultimi rappresentanti in Europa del regime paterno, alla Terza Sezione hanno umiliato dal cancelliere imperiale al procuratore del Santo Sinodo tutti i poteri dello Stato, hanno fatto della Siberia un istituto, rifatto delle deportazioni amministrative le lettres de cachet, rinnovando nella fortezza di Pietro e Paolo i silenzi, gli orrori tenebrosi della vecchia bastiglia.

E la, storia non ha pel terror bianco, per le scelleraggini di Alcalà del Valle o di Montjuich, per la Terza Sezione, per gli Czar, pei loro Muravieff pei loro Trepoff, che la gogna dei secoli e l'universale esecrazione.

* * *

Qui la reazione è di farisei e di cialtroni; vile, vile, vile!

Grida in piazza, oltre i mari, libertà, civiltà, democrazia; ed allo svolto della strada se alla libertà abbiate serbato fede e culto sinceri, vi butta il capestro, vi serve la pugnalata nelle reni, o sciogliendo estatica gli inni a la Perla degli Oceani, a Columbia gloriosa ed ai suoi vessilli costellati, sfrena su la vostra sacrilega fede nella libertà e nella civiltà il linciaggio dei suoi mozzorecchi, dei suoi verdets, dei suoi ulani, dei suoi famuli imbestialiti.

Storia di ieri, cronaca di tutti i giorni.

Il Congresso investe il Presidente di poteri discrezionali finchè la guerra dura; ma gli nega in modo espresso e reciso la facoltà di smezzare le conquiste della rivoluzione, le franchigie della costituzione, la libertà di coscienza, di pensiero, di stampa, di associazione: tra le leggi che la pubblica salute e le necessità impreteribili della guerra urgono quotidiane, deve essere il rifugio per chi alla guerra non crede e non consente; il pensiero e la parola vogliono essere immuni da freno o da censura.

— Meno male...

— Tanto peggio! avversario conscenzioso della guerra, voi siete catalogato tra gli sgherri del Kaiser ed i lanzichenecchi dell'autocrazia; e se v'abbindola il miraggio che costituzione e legge siano il termine, il patto sacro tra governanti e governati, fra le necessità del potere ed i diritti della libertà, vi svegliate in galera con tanto bavaglio fra i denti.

Perchè se la censura, il diritto di limitare l'espressione del vostro pensiero non sono consentiti, v'è una legge subdola ed esosa che vieta di dare aiuto e conforto al nemico, ve n'è un'altra, spaventosa, contro lo spionaggio; due leggi provvide che agli agenti del Kaiser più veri e maggiori non torcono un capello, non smontano un trucco; che alle spie danno man franca ed impunità sicura; ma non tollerano dissensi all'unione sacra, ed a chiunque non regga il sacco nell'arrembaggio impudico ai grandi ladri ed ai loro tricolori mezzani non danno tregua, nè quartiere.

Freni, censure, leggi restrittive della libertà di pensiero, di parola, di stampa sono peggio che incostituzionali, sono superflui. Quando volete disfarvi d'un cane voi dite che è arrabbiato; quando avrete a sbarazzarvi d'un fogliaccio impenitente o d'un libertario intruso direte semplicemente che sono salariati dal Kaiser, che fanno la spia.

* * *

Nella nostra esperienza appare superfluo anche il trucco.

La «Cronaca Sovversiva» ha perduto la franchigia postale di seconda classe da quasi un anno; ma, rispettate le disposizioni della legge 8 Ottobre 1917, può circolare per le poste federali senza ostacolo.

Ci assicurava non più tardi di avantieri il direttore Higgins dell'ufficio postale di Lynn, un bigotto della democrazia, che allo stato degli atti non v'è contro la «Cronaca» altra ministeriale disposizione all'infuori di quella che la priva dell'abbonamento di seconda classe.

Ma la «Cronaca», ad evitare lungaggini, ritardi e noie, circola a mezzo delle varie compagnie d'express; e queste la settimana scorsa si sono al compito ricusate.

— Perchè?

— Sono gli ordini superiori.

Andiamo a cercare pazientemente i superiori, il direttore compartimentale di Boston:

— Perchè le vostre agenzie non vogliono più della «Cronaca»?

— Sono le istruzioni della direzione centrale di New York.

— Sapete che le autorità postali non fanno eccezione alla circolazione del nostro giornale?

— Lo so, ma le mie istruzioni sono precise.

— Potremmo sapere quali criterii determinano l'ostracismo, e quali disposizioni di legge lo autorizzino?

— Posso scrivere a New York e sempre che me ne diano le ragioni, parteciparvele...

aspetta cavallo, aspetta a morire
che l'erba di maggio ha pur da venire!

* * *

Non v'è censura in America, non v'è legge che possa ammutolire un giornale onesto, fiero, indipendente come la «Cronaca Sovversiva».

Non occorre affatto, non occorre neanche insudiciarla della stupida calunnia che faccia gli interessi del Kaiser.

La «Cronaca» non ha Bolo Pasha dietro di sè, non ha nè Schwab, nè Morgan, nè Rockefeller, nè Armour tra i suoi azionisti; non ha neppur la vigna dei prestiti e della relativa pubblicità in cui i giornali patriottissimi dell'ordine si tagliano diciassette milioni di dollari di benefici. È un giornale straccione che campa di croste, di bocconi di pane, dell'appoggio e del soldino di cinquemila pezzenti; la prima folata può colarla a picco.

E ci affogano così.

L'ufficio postale accoglie senza proteste il cesto dei pacchi e lo tiene lì, finchè dal Burleson o dal Lamar non venga il nulla osta, che non viene mai.

L'American Express si rifiuta anche di riceverli, e noi da tre settimane abbiamo qui, arrembati, gli ultimi numeri della «Cronaca» senza via di scampo.

Meglio dire «avevamo», perchè due numeri sono partiti, e speriamo che siano arrivati; e partirà anche questo in settimana; ma è sforzo eroico nel quale non è possibile, direi quasi che non è serio, durare.

La circolazione della «Cronaca» nel suo attuale formato, coi mezzi estremi ai quali abbiamo fatto ricorso, costa più che tre soldi la copia, costerebbe per cinquemila copie cento settanta scudi la settimana; costerebbe tre volte l'importo dell'abbonamento.

Parliamoci schietto: conviene perseverare? dare al governo quattro soldi di tassa ogni volta che diamo un soldo di giornale ai nostri abbonati?

E, d'altra parte, è questo il momento in cui l'abdicare sia possibile? in cui sia onesto tacere, rassegnarsi, lasciarsi andare alla deriva?

That is the question!

* * *

Noi risolviamo perseverando! continuando cioè la pubblicazione della «Cronaca Sovversiva» ed adoperandoci con ogni mezzo perchè ognuno dei suoi cinquemila abbonati fedeli abbia regolarmente a riceverla tutte le settimane.

Come?

Non sappiamo fino ad oggi, e neanche vorremmo dirlo.

Le proporzioni dell'edizione di guerra andranno prevedibilmente ridotte; ma noi abbiamo sul canovaccio una vecchia. promessa che domanda soltanto di essere mantenuta e compenserà largamente il sacrifizio geometrico del formato attuale; ed in ogni caso, quale che abbia ad essere la soluzione dell'arduo problema, i compagni che durante sedici anni ci hanno nel tempestoso pellegrinaggio accompagnati, ed i nuovi che coi vecchi legionari intorno al foglio indocile e perseguitato si sono raccolti sotto lo scrosciar della bufera, la soluzione che comunque sarà tolta, accoglieranno come la sola che ci fosse consentita, e vorranno nel limite delle loro forze incuorare il proposito che essa traduce irremovibile: quello di tenere il nostro posto di battaglia, quello di dimostrare alla repubblica, alla più grande repubblica del mondo la quale ha paura d'un vecchio malato, d'un pugno di straccioni, d'un foglio incorrotto e d'un bagliore di fede, che l'utopia reazionaria è così sterile quando si raccomanda alla violenza come allora quando si rintana ne l'iprocrisia.

Tiremm innanz!

(2 marzo 1918)

L. C. S.

(Senza titolo)

Gli Unni della grande repubblica calati negli uffici della «Cronaca» venerdì ultimo vi hanno saccheggiato la biblioteca e lo scrittoio portandosi fra l'altro una ventina di pagine delle Memorie Autobiografiche di Clemente Duval di cui siamo obbligati ad interrompere pel momento la pubblicazione.

La squadra dei tedeschi della repubblica era agli ordini del deputy marshal Charles Bancroft il quale non solo non sa leggere, tanto che si è portato via fra i corpi di reato anche i discorsi del presidente Wilson! ma ci tiene assai a parere implacabile, e, costretto a rifarsi di villanie indecenti e di sgarbi paltonieri su l'intelligenza che la natura gli negò, e su l'educazione che rimane sacrario inaccessibile alla sua bestialità istintiva e professionale, si vendica a vuotare scaffali e scrittoi, a farvi il gioco della valigia come l'ultimo dei borsaioli.

I lettori pazientino: rimedieremo.

(2 marzo 1918).

La Comune
1871-1918

Se un ricordo della Comune di Parigi v'avvampi, su la memoria dei suoi trentacinquemila fucilati, delle sue centomila vittime disperse per le isole della Guyana o della Nuova Caledonia, per gli ergastoli della terza repubblica, non versate lacrime codarde, nè rimpianti immeritati.

Hanno assoluto con fierezza conserta d'abnegazione e d'eroismo il compito che l'ora ingiungeva e si erano essi liberamente impetuosamente eletto, non ignari nè sgomenti dell'espiazione terribile in cui i versagliesi del Thiers e del Gallifet avrebbero mutato la terza disfatta del proletariato parigino.

Hanno vissuto pienamente la loro giornata, l'hanno conchiusa del sacrifizio volontario, legando il sacro debito della vendetta e della giustizia ai figli ed ai nepoti che di piagnistei o d'incensi non lo riscattano.

Si possono invidiare, emulare, superare i morti della Comune, non compiangere. Il rimpianto è mortificazione.

Perchè, comunque l'insurrezione proletaria del 1871 abbia a considerarsi, non si può oggi – dopo mezzo secolo quasi dalla paradossale ecatombe che nel sangue l'affogò – intorno all'indole sua coltivare divergenza seria di opinioni e di giudizii.

Quelli che si accampano dall'altra riva, custodi del vecchio ordine privilegiato, di dio, della legge, della cassa forte, della morale in cui si incarna, coloro che si recano a gioia, a gloria di averla sgozzata; e quelli che da quest'altro lato della barricata ne inalberano i vessilli, araldi dell'ordine nuovo che per ogni nato di donna vuole quotidiano, sicuro, d'ogni vergogna e d'ogni usura immacolato, immune, il pane dei ventri, dei cervelli, dei cuori, possono diversamente esecrarla o benedirla; ma consentiranno unanimi che essa riaffaccia, più limpidi e più decisi, propositi, speranze, voti che le due grandi rivoluzioni del 1789 e del 1848 hanno deluso, tradito: e che essa muove dalla eredità di quella duplice esperienza.

Dice ogni parola ed ogni gesto della sua aspirazione politica:

— Al disbrigo degli affari locali pensa il Comune;

— A quelli regionali la Provincia;

— Lo Stato non sarà che il tramite per cui la libera federazione dei Comuni di Francia starà in rapporto colle federazioni analoghe d'oltre frontiera119.

Dice in altri termini: il governo è tutore superfluo di pupilli che hanno raggiunto l'età maggiore; è un simbolo senza contenuto, è un organo senza funzione, è destinato ad atrofizzarsi, a scomparire.

Dice ogni palpito della sua attività economica: i beni di manomorta, i beni delle congregazioni religiose, i cantieri, le officine, le macchine abbandonate dai vecchi possessori nell'infuriare dell'uragano, diventano retaggio dei lavoratori consociati120. Dice in altri termini: la proprietà non deve essere privilegio d'individui o di classi, appannaggio di latitanti o di oziosi; ha funzione sociale, dev'essere patrimonio di tutti. In questa nuova forma soltanto può essere fonte di diritto, pegno di giustizia, arra di fratellanza e di libertà.

Dall'altra riva non s'illudono. Il Marchese di Gallifet ammonendo che «il paese, la legge, e di conseguenza il diritto, sono a Versailles e non nell'assemblea grottesca che a Parigi, s'intitola Comune», minaccia lo sterminio: «c'est une guerre sans pitié ni trève que je déclare à ces assassins»121; e tra il 21 ed il 28 del Maggio successivo terrà l'impegno.

Manco da questa s'illudono. La repubblica non ha mai perdonato ai sovvertitori della proprietà santa ed inviolabile, non a Tiberio Gracco duemila anni fa, non al Père Duchène placate le convulsioni del terrore, non a Francesco Natale Babeuf che le leggi agrarie aveva su la fine del secolo riaffacciate al Direttorio; non perdonerebbe neanche ad essi.

Ma rialzandone in conspetto dei «rurali» la bandiera fiammante, essi appagavano il fiero intimo bisogno di giustizia, di cui violenza e superstizione congiurate potevano differire non escludere il trionfo definitivo: ed intorno a la fronte dei reprobi la mitraglia disegnava sul muro tragico del Père Lachaise l'aureola degli annunziatori.

Qualcuno sarebbe venuto a disseppellire nel carnaio quella loro bandiera insanguinata e gloriosa, l'avrebbe piantata più in alto, più lontano su le vie del destino, baciata di speranze più fervide, sacrata dal loro olocausto a l'ultima vittoria.

* * *

Più che nelle memorie del passato la Comune è viva nelle promesse dell'avvenire.

Sempre che, ad attingere l'egemonia del mercato industriale e finanziario, gli epigoni del capitalismo senza scrupoli cimentino all'alea dubbia della guerra la sicurezza della patria e la stanca devozione dei sudditi, ed in luogo della vittoria della conquista del bottino rispondano la disfatta, l'invasione, lo squallore, e si tradirà nuda la cinica abbiezione delle classi privilegiate insieme coll'impotenza e colla domesticità dello Stato, e fra questa e quella pericoleranno le sorti della gente ed i destini della libertà, la Comune, un piede sul regime che agonizza, l'altro su l'avvenire che prorompe, ribalza nella storia, interludio fatale e tragico fra due civiltà incompatibili.

Qualcuno ha ricordato a proposito degli ultimi avvenimenti di Russia la strana analogia tra la rivoluzione francese del 1789 che seppellisce le monarchie nobiliari, s'indugia alla vana ricerca d'un compromesso, e culmina nella repubblica, che ugualmente ingrata ai nobili come ai servi, bersaglio al terrore di dentro ed alla monarchica coalizione di fuori, traverso le guerre del consolato torna all'impero ed alla restaurazione; e la rivoluzione russa che, sbaragliata l'ultima autocrazia, cacciato in bando lo Czar oscilla paurosa con Kerenski, colle sue bande miliardarie e coi suoi cosacchi, tra la monarchia e la repubblica finchè, sdegnosa dell'una e dell'altra, la canaglia non torna agli avamposti, ed afferrate le redini del proprio destino non isterza la rivoluzione per la sua via alla meta estrema.

L'analogia è fuor di ogni dubbio sorprendente, fino all'ostracismo del Kerenski e del Korniloff; ma dalla nuova insurrezione che pei dilettanti di confronti storici dovrebbe corrispondere al movimento comunalista del 1793, le preoccupazioni di carattere economico tolgono sopravvento così deciso che ne è distanziato anche il movimento comunalista del 1871.

Reclamando che la rivoluzione non conchiudesse puramente e semplicemente alla investitura della borghesia, che facesse al proletariato la parte dovuta del pane e della libertà; reclamando che la Francia non fosse esclusivamente la patria di lor signori, che avesse pei suoi figli più operosi e più fidi e più degni un po' più d'amore e di gratitudine, la Comune Parigina del 1793 come quella del 1871 metteva al di sopra di ogni preoccupazione e di ogni voto la repubblica.

E ognun sa come la repubblica abbia ripagato.

La Comune di Pietroburgo ha fatto tesoro di quella esperienza: la fratellanza che muore a la frontiera è uno scherno; l'eguaglianza che tollera padroni e servi è una menzogna; la libertà avvinta di dogmi e di codici, mancipia di preti e di birri, di rassegnati e di fanatici, è un'insidia; la repubblica, la patria, di queste irrisioni, di queste menzogne, di queste insidie sono la tana augusta e venerata; repubblica e patria debbono cedere dinnanzi alla rivoluzione che restituendo la terra al contadino, la macchina all'operaio, al minatore la miniera, a tutti la scuola e la casa, a tutti il pane, il sole, l'amore e la gioia, inaugura sul cannibalismo organizzato l'era nuova, la prima dell'umana civiltà.

— Col nemico alle porte?

— Lo straniero non è sempre il nemico: la vecchia internazionale invocava, nella destra il fucile, nella sinistra l'evangelio, che lo straniero si negasse al fratricidio e buttasse le armi; la nuova accoglie senz'armi lo straniero, gli spalanca. le porte della patria, l'abbaglia delle sue redenzioni magnifiche, gli lascia nel pugno le armi a debellare i nemici di casa propria, a riscattar nel sangue degli oppressori la millenaria viltà, a precipitare nei baratri del passato irrevocabile cinti della tiara o della corona, blindati del sillabo o della cassa forte, gli autocrati d'ogni genia, ad avvincere la gente nella patria universale che all'odio, al privilegio, alla menzogna non darà rifugio nè quartiere.

— E se lo straniero sia nemico? Se fra voi non rechi del diritto altra voce che del più forte? Se alle rinuncie eroiche rispondesse colla sopraffazione bestiale, colle carneficine e cogli stupri, coll'incendio e col saccheggio? Se villani e servi e solchi redenti appena riaggiogasse a strani e più esosi padroni, disperdendo allori e conquiste della vostra rivoluzione gloriosa?

— Non potrebbe a lungo nè con fortuna: la storia non cammina a ritroso, nè una rivoluzione si è mai indarno compiuta: chi non volle ieri dello Czar, non s'acconcierà domani al Kaiser; chi esperimentò i cosacchi, non vorrà gli ulani. Sarà il vespro.

Questo, se dobbiamo prestar fede agli eventi, della nuova Comune il pensiero, che può suscitare l'esecrazione o la paura, l'orrore o lo scherno o la pietà; che è maledetto come sacrilegio, tradimento, prostituzione; che, interpretato nella catastrofe delle ultime abdicazioni, suscita in noi, primi, un irresistibile senso d'angoscia e di spasimo; ma è pensiero che deve rispondere ad una situazione di cui la stampa borsaiola ci nasconde i lineamenti, se l'ultimo congresso dei soviets l'accettava, o la subiva, senza pure un dissenso.

«Quando un governo più o meno nuovo, più o meno rivoluzionario, ha esercitato durante ventiquattro ore il potere, e non ha saputo interessare alla propria conservazione le masse profonde del paese, è un governo di falliti, un governo di bancarottieri» – scriveva Augusto Blanqui che, passato traverso una dozzina d'insurrezioni, doveva, intendersene; ed il governo di Lenin e di Trotski, di Krylenko e di Kameneff che tiene testa alle coalizzate potenze dell'Intesa, che tiene in freno un paio di contro-rivoluzioni, che ha lo straniero armato in casa ai due estremi del continente, e riscuote così largo consenso, così fedele simpatia nelle masse, può spiacere a noi, può essere ludibrio d'ogni agguato e d'ogni scherno, mia indubbiamente «il a su intéresser à sa conservation les masses profondes du pays», e non è governo di falliti o di bancarottieri. Deve nel grembo custodire un pensiero, una fede, una speranza, una meta in cui artigiani e contadini comunicano oltre, al disopra delle frontiere delle parti.

Noi non sapremmo, in principio, essere per alcun governo, fors'anche il più rivoluzioario; non siamo col governo di Lenin, di Trotski o di Kameneff, in principio: non coltiviamo nè fede nè simpatie soverchie per la sua politica, e non sottoscriveremmo certo a taluno dei suoi atteggiamenti, i più meditati, i più gravi; ma della insurrezione che li levò araldi e duci non disperiamo perchè della Comune abbia spinto alle conseguenze estreme le premesse, nè perchè l'atteggiamento conforme abbia soggiogato al Kaiser la miglior parte della Russia.

Il Kaiser non spaura che imbecilli ed ottusi; le sue vittorie non aggiungono che al passivo dei suoi bilanci guerrieri; e sono il miserere dei socialisti che gli tengono il sacco, gli leccano gli stivali, ne lisciano i domestici colla speranza d'ereditarne la successione. Le plebi in Germania, alla guerra sono corse senza entusiasmi, e senza convinzione; l'hanno combattuta durante quattro anni senza conoscere la sconfitta è vero, ma senza cogliere della vittoria che morte, fame e strazii: reggono su dalla sbornia, nella speranza che la guerra abbia fine, che la pace, comunque, le rimandi a casa per sanarvi le piaghe orrende avanti che abbiano ad incancrenire.

E se questa speranza non è vitale, se la disperdano alla radice le cause stesse che la guerra hanno scatenato, non saranno da meno delle plebi moscovite, prepareranno al Kaiser la quarantena di Galeazzo Sforza, implacabili agli sciacalli in agguato fra le pieghe della clamide imperiale all'arrembaggio; inesorate all'ordine borghese che li ha fermentati cresciuti custoditi fin qui all'impunità.

Comunque sia, se a raggiungere questa meta della comune liberazione suprema la giovane Russia si è inerme, offerta alla crocifissione, se a prezzo della propria libertà e del proprio sangue ha comprato il diritto di gridare ai rejetti della terra: non tenete la corda al boia! non ne vigilate le galere, non ne custodite i privilegi! radetene coll'ascia e colla face da ogni plaga del mondo, per sempre, l'infamia, la vergogna, e su le bastiglie dirute, e sulle avvallate frontiere, riconciliate colla vita, coll'avvenire, colla libertà le genti umane! la giovane Russia è della Comune la più nobile reincarnazione, e ne scrive del proprio sangue generoso l'elogio migliore.

Viva la Comune!

(16 marzo 1918)

E sarà fiamma!

La pensée échappe toujours à qui tente de l'étouffer. Elle se fait insaisissable à la compression; elle se réfugie d'une forme dans l'autre.

Le flambeau rayonne; si on l'éteint, si on l'engloutit dans les tenébres, le flambeau devient une voix, et on ne fait pas la nuit sur la parole; si l'on met un baillon à la bouche qui parle, la parole se change en lumiere, et l'on ne baillonne pas la lumiére.

Victor Hugo. Nella prefazione dei «Chátiments» 1853.

Al senato è un grand'uomo che sciupa lo zelo. Ve l'ha mandato nelle ultime elezioni il collegio, di Spokane; nello stato del Washington e si chiama Miles Poindexter.

La Commissione Giudiziaria del Senato ha accolto ieri, discutendosi intorno ai mezzi più efficaci e più spediti con cui frenare i teutonici raggiri criminosi, un suo draconiano emendamento «chiunque abbia con parole od atti a sorreggere, a favorire la causa dell'impero germanico o dei suoi alleati nella guerra presente, o ad insidiare colla parola o coll'azione la causa degli Stati Uniti qui, potrà essere condannato a venti anni di reclusione e a dieci mila scudi di multa».

Noi vogliamo prescindere da ogni nostro dottrinale criterio che nega all'uomo il diritto di giudicare un altro uomo; agli istituti borghesi l'autorità di punire nell'individuo responsabilità che sono tutte e soltanto sue; alla pena ogni e qualsiasi efficacia di emenda o di riparazione. Vogliamo tenerci sullo stesso terreno che il Senatore Miles Poindexter, riconoscere per un momento, per la necessità della discussione, che le tedesche attività in questo paese sono le più scellerate, che gli Stati Uniti sono nel pieno diritto di difendersi dall'insidia bestiale e recidiva; à la guerre comme à la guerre, bazza a chi tocca! Ma l'emendamento del Senatore Poindexter – il censore non vorrà subordinare la discussione, finchè legge non sia, ai freni della legge contro lo spionaggio – è d'un'elasticità, di un'ampiezza che fa paura, che dovrebbe seriamente preoccupare quanti non fanno di repubblica e di inquisizione, di democrazia e di forca tutto un sinonimo; perchè pone la costituzione degli Stati Uniti, la costituzione che si è scritta col sangue dei precursori, che è costata una rivoluzione, nella giberna del poliziotto, d'ordinario ottuso e bestiale.

L'emendamento del senatore Poindexter infatti ritiene «criminoso per ogni individuo l'abbandonarsi in presenza di altri a parole sleali, minacciose, profane, violenti, scurrili, beffarde, abusive o sediziose contro il governo degli Stati Uniti, contro la sua Costituzione, contro il suo Presidente, contro la sua bandiera, contro l'uniforme dell'esercito e della marina, contro il bene e la prosperità della repubblica; ad ogni discorso inoltre che infiammi od inciti la resistenza all'autorità costituita in rapporto colla continuazione della guerra, o persuada ed ecciti all'arresto della produzione di ogni genere che al proseguimento della guerra sia necessario».

Noi non rivendichiamo qui il diritto alla sguaiataggine od alla scurrilità, non ci domandiamo neanche se richiamandoci alla devozione degli stivali, delle bretelle, delle mutande dei legionari della democrazia, l'emendamento Poindexter non ci reclini, mutatis mutandis, dinnanzi al cappello di Gessler che ribellò, se non Guglielmo Tell i villani dello Schwytz e dell'Uri più che sei secoli addietro; e neanche se a circondare del debito rispetto la costituzione della patria esso non trovi più saggio riparo che di sopprimerla insieme cogli evangelii, i quali rimangono la predicazione antiguerriera caratteristica e venerata.

Noi ci domandiamo soltanto quale pensiero sarà ancora lecito esprimere agli individui ed alle folle, quale sfogo sarà più consentito ai loro bisogni, alle loro ansie, ai loro strazii, quale protesta contro l'eventuale mal governo tutt'altro che impossibile, quali aneliti e quali voti il giorno in cui l'emendamento Poindexter sarà incarnato in una legge qualsiasi della repubblica come lascia agevolmente prevedere l'unanimità dei suffragi che ha riscosso in seno alla Commissione giudiziale del Senato?

Sarà per tutti la cappa di piombo, sarà così bieca, così feroce come non fu vista mai durante il dominio del Sant'Uffizio o degli Czars, l'autocrazia del berroviere, la tirannide del capestro.

Avantieri un soldato si è tolta di tra i piedi con una revolverata la donna che gli tornava di peso. Il giornale che darà notizia del volgarissimo fatto di cronaca, il prosecutor che ne chiederà ai giurati la condanna, impingeranno a rigor di termini nei sacrilegi enumerati dall'emendamento Poindexter. Dinnanzi ad una delle solite innocue Commissioni d'inchiesta, ieri, la Ditta J. A. Rich che negozia di pesce, ammetteva d'aver realizzato durante l'ultima carestia, mentre i nove decimi della popolazione si battono per una crosta, l'onesto profitto del 900 per cento. Guai a chi griderà all'usura! l'emendamento Poindexter lo manderà in galera.

Ed in quale penitenziario manderanno Teodoro Roosevelt in cui il disinganno di non essere stato fatto generale si traduce nell'assidua velenosa insinuazione o nell'esplosione sguaiata contro il Presidente tre volte traditore?

Vedo di qui il sorriso arguto del Senatore Poindexter: gli inquisitori avranno tatto, ed i giudici misura...

Lo sappiamo noi pure. Nessuno toccherà mai i grandi berrettoni della industria, della finanza, della politica neppur se, rubando, frodando, maledicendo, costituiscano, peggio assai di quella tedesca, l'insidia recondita e permanente alla guerra, l'assiduo attentato alla vita ed alla fortuna dei soldati e della patria. L'ultimo tratto di corda è per noi, per noi è la mordacchia; ed è qui che l'emendamento è stupido ed ha ragione il vecchio glorioso esule del Jersey: «il pensiero sfugge a chi tenta soffocarlo; inafferrabile a la coercizione, migra di una in altra forma. La face irradia, spegnetela, avvolgetela di tenebre, e si farà voce; e sulla parola non si fa la notte. Mettete il bavaglio sul labbro che parla, e la parola si farà luce, e non s'imbavaglia la luce...».

Voi ci insaponate, onorevole Poindexter il laccio, la soglia delle segrete repubblicane?

Tanto peggio per tutti! il pensiero si accenderà di fiamme, non sarà più che fiamma, e l'incendio che per ogni terra cova sotto le ceneri della immensa ruina divamperà liberatore.

23 marzo 1948).

Ammazza!

Anche voi l'avete veduto, no? l'annunzio che qui riproduciamo dal «Boston American» di sabato 23 Marzo ultimo? e le stesse considerazioni che a noi, su dall'animo vi saranno filtrate, disegnandovi il più generoso sogghigno di compatimento: com'è posticcia la morale della gente per bene! e di quante incoerenze, di quali terribili conseguenze s'impregnano le sue contraddizioni!

Non sono passati dieci anni e, preoccupato dal dilagare immenso ed intenso delle eresie sociali, dell'anarchismo sovratutto – che la gente a modo, sacerdoti d'ogni chiesa, legislatori di ogni assemblea, scribivendoli d'ogni partito non sanno raffigurare se non nella delinquenza abbietta e nella bestialità feroce – il Congresso sanciva con apposita legge che qui non potesse sbarcare nè trovare asilo fuorchè in galera chiunque preconizzasse il regicidio, ne sobillasse la estrema necessità o ne facesse, comunque, l'apologia.

Oggi, anche i giornali pinzocheri come il «Boston American» od il «Boston Evening Record» ripetono su per giù il nostro ragionamento consueto: «Se un malandrino intenzionato di spogliarvi della roba e della libertà s'affacciasse di notte a la finestra ed osasse strapparvi agli esseri adorati che cosa fareste voi?

«L'accoppereste! L'accoppereste certo; e per questo la democrazia deve liberarsi da questo... demonio infuriato... da questo autocratico demagogo; e, cittadini sinceri quanto fedeli, voi dovete aiutarci ad accoppare il Kaiser o la belva di Berlino.

« Shoot him! Accoppatelo!».

È il grido che si leva da tutto il continente, dagli umili che nel Kaiser antropoformizzano la guerra, il groviglio fosco d'interessi per cui è precipitata avida sui casolari spogliandoli del pane e dei figlioli, avviluppandoli d'angoscie e di stenti e di gramaglia; è il grido ossessionante di Toddy Roosevelt che scoprendosi a Washington il monumento a Federico il Grande, del Kaiser tesseva ieri il panegirico come di un uomo «who has markedely added to the lustre of his great house and his great nation, a man whodevoted his life to the welfare of his people and who, while keeping ever ready to defend, the right of that people has also made it evident in enphatic fashion that he and they desire peace and friendship with the other nations of the world»122, ed oggi lo vuole morto ad ogni costo.

È il grido universale shoot him! ammazza! e va benissimo.

Woodrow Wilson che ha il cervello a segno, e cura gelosa delle responsabilità del proprio ufficio ed ha, come tutti i dottrinarii, la collera fredda e logica, fin lì non arriva, si accontenta delle classiche forme delle vecchie interdizioni sacerdotali: riafferma la sua fede nel popolo tedesco gli rinnova le offerte e le assicurazioni della propria solidarietà sempre quando esso rompa il giuramento di fedeltà che lo lega alla divina e criminosa irresponsabilità degli Hohenzollern; ma allorchè contro la belva di Berlino scroscia dalle tribune più ortodosse il sacrilego: ammazza! ai suoi censori comanda l'indulgenza che per noi non ebbe mai.

Eppure se tra noi e quegli altri è una differenza, questa milita a nostro favore, indubbiamente.

Noi riconosciamo – e non sapremmo nasconderlo oggi perchè la reazione imperversa – che in certi momenti della storia, in determinati periodi di maturazione rivoluzionaria, giovi al trionfo de l'ordine nuovo l'audacia che il vecchio disorienti, decapitandolo; e ci domandiamo anche oggi curiosi per quali ragioni inafferrabili nè l'insurrezione giacobina del Kerenski, nè quella socialista del Lenin che pur ebbe severità eccessive contro due ottuagenarii di cui nessuno metterà in dubbio mai nè la schiettezza della fede, nè la nobiltà della vita, il Kropotkine e la Breshkosky – non abbiano voluto sbarazzarsi immediatamente dello Czar intorno a cui si riannoda la trama delle mene e delle libidini restauratrici, e gli abbian fatto invece una rendita; e siamo perfettamente d'accordo con quelli che suppongono nella augurata e violenta soppressione del Kaiser, nel disorientamento subitaneo degli elementi conservatori, la favilla che precipiterebbe l'insurrezione delle masse stanche del giogo e più del tributo orrendo che le dissangua.

Ma oltrechè nell'azione nostra il regicidio è semplice episodio – e dei meno caratteristici poichè da Jacques Clement a Felice Orsini, da Barsanti a Czolgoz il regicidio può essere dei gesuiti e dei patriotti, dei repubblicani e dei socialisti indifferentemente – noi abbiamo sempre avuto al riguardo un convincimento preciso immutabile: che atti densi di tanta responsabilità e di conseguenze capitali, si compiono quando occasioni e mezzi sono a portata di mano; che è lecito rallegrarsene quando il successo corona l'ardimento; ma che non si consigliano mai all'altrui.

Giuocare all'eroismo colla pelle degli altri non è stato mai nella nostra morale ed ancora meno nelle consuetudini libertarie.

Ora, quali che abbiano ad essere le conseguenze di questo aperto incitamento al regicidio, conclamato da un centinaio di grandi giornali fra molti milioni di lettori che esacerba la più terribile delle prove, noi non oseremmo prevedere, nè in alcun modo dolerci; ma è innegabile che comporta una deduzione ed una generalizzazione le quali sorpassano l'intento dei sobbillatori.

Quando gridano: accoppate il Kaiser che vi minaccia nella casa e nei figli e nel pane come il malandrino che la notte approccia a svaligiarvi, a strapparvi agli esseri cari e farli morire di spavento d'orrore, di fame, non vi levano essi armati per l'estrema difesa della vita, del diritto, degli affetti, delle gioie vostre contro la violenza e la rapina che hanno oggi, è vero, nel Kaiser e nei suoi ulani l'espressione più truce, ma che potrebbero anche celarsi e voi potreste, raffigurare in minaccie od in tirannidi meno fracassone ma altrettanto insidiose ed esose?

E se questa minaccia ravvisassero domani le madri nel governo che strappa ad esse i figlioli? i lavoratori nel padrone che ladro estorce ad essi il sudore santo ed il frutto dell'irrisa fatica? ed i semplici nei capitalisti grandi e piccini, nel borsaiolo miliardario o nel salumaio taccagno che sulla guerra e sulle sue universali estorsioni coniano l'iperbolico profitto? e su dai fondachi, dalle mine, dai cantieri, dai solchi, in piazza rompessero armati contro le diverse forme della frode e della violenza conserte? e ruggissero il «shoot him!» l'ammazza! ammazza! che oggi si conclama contro il Kaiser, contro uno dei tanti e varii simboli della tirannide e della bestialità e della desolazione, dove andrebbero a nascondersi mordendosi le dita i pennaioli ben pensanti del «Boston American» e dell'«Evening Record»?

È tuttavia l'illazione inevitabile delle loro premesse, è quello che potrebbe accadere domani, ed, in tal caso, ci darà una volta tanto ragione anche il censore: a levar le turbe contro l'ordine costituito non saremo stati noi, ma i fanatici del patriottardume guerraiolo acciecati fino a dimenticare che sulle fondamentali ineguaglianze l'ordine mal si asside quando si scalzi il principio d'autorità che ne è la base angolare.

— Ammazza, ammazza! È il vangelo dell'ora, il domani ne rimbalzerà da cento patrie in fiamme l'eco dannata.

(23 marzo 1918).

Cercando una via

(Con buona pace del Censore qui si parla di guerra colle inevitabili allusioni al proletariato dei vari paesi che essa impegna, ma senza un riferimento ai rispettivi governi che la legge contempla ma non suscitano in noi il più lontano interesse. Tanto per vero, ed a cansarci noie reciproche).

I.

La situazione.

Il quarto anno della guerra precipita, e se la vittoria, come la sconfitta, di quello o di quello dei due gruppi belligeranti sono egualmente inaccessibili ad ogni seria previsione, terso d'ogni dubbio emerge un risultato. Mentre le ragioni ideali che della grande guerra sono state il pretesto si allontanano così smarrite e così pallide che nessuno osa più rievocarle, le ragioni materiali che l'hanno provocata, e l'arroventano sono state da ogni gesto della guerra, lungo la Somme ed in Palestina, con tanta pertinacia ribadite che non si contestano più neanche da coloro che quattro anni addietro a nasconderle impegnavano i sofismi più cauti e più avveduti.

È oggi pacifico che il mondo è su tutti i continenti in armi per decidere se la egemonia del mare e dei mercati internazionali debba essere della Germania o dell'Inghilterra.

Se lo sviluppo industriale della Germania non deve essere il suo proprio castigo, la Germania deve aver libere le vie del mare, tramite indispensabile alle colonie proprie e d'altrui: ed è in armi per aprirsele nell'Atlantico, nel Mediterraneo, nel Pacifico.

Se questa libertà del mare, se l'accesso ai grandi mercati del mondo si debbono alla Germania consentire, l'Union Jack deve ammainare, deve l'Inghilterra insieme alla egemonia abdicare ai frutti di quattro secoli di conquiste, di politica avvedutezza, di pertinacia e di sapienza colonizzatrice: ed è fino all'ultimo soldo, fino all'ultimo uomo, in armi per difenderli.

Il duello è mortale.

* * *

Qui lo riaffacciamo nei suoi termini, non per cogliervi la sanzione, amara, del presentimento che or sono quattro anni, sfidando ire e scherni d'arfasatti e di ciancioni; abbiamo tra i primi enunciato, ma per trarne una deduzione preliminare che susciterà ancora la protesta degli ingenui ed il sogghigno degli scaltri, ma che si avvalora essa pure di ogni gesto della guerra e di tutti gli aspetti della situazione.

La quale è oggi – dopo quattro anni di scellerate prodigalità in cui si sono giuocati venti milioni di vite e qualche,centinaio di miliardi – la stessa che nell'Agosto del 1914, quando il primo colpo di cannone echeggiò malaugurato.

Non si è fatto un passo verso la soluzione attesa dall'una parte o dall'altra.

E questo non vuol dire soltanto che nel baratro della guerra venti milioni di giovani, cento miliardi d'onesto lavoro umano si sono precipitati indarno – che è pure conseguenza degna di qualche considerazione – ma che tra le parti non è transazione possibile.

Se intorno ai due colossi i varii paesi finitimi avessero saputo mantenere l'atteggiamento di semplici spettatori, per non intervenire che dopo, al momento decisivo, incolumi e concordi fra gli avversarii esausti, il compromesso equo – se tra lupi che si sbranano per la preda si possa parlare di equità – si sarebbe forse trovato nell'equilibrio delle due forze maggiori, senza danno eccessivo pei collaterali meno gagliardi, ma numerosi e consociati, e le speranze di una pace qualsiasi non sarebbero state fino a questo punto deluse.

Ma solidarietà e dipendenze che nella proprietaria organizzazione sociale del nostro beato mondo borghese sono irrecusabili e vitali, non mi permettono di affermare, se la neutralità, la benevola aspettativa, i conciliativi uffici delle conserte potenze minori, sarebbero stati possibili e fortunati; ed è d'altra parte ozioso il ricercarlo ora. In fatto, le residue potenze dei varii continenti si sono invassallate alla Germania od all'Inghilterra col risultato che tutti sanno e di cui è la testimonianza desolata nella Francia senza un uomo, nell'Italia e nell'Austria senza un soldo, nella Rumania, nella Serbia, nel Montenegro cancellati dalla carta geografica, nella Russia intedescata per settecento ottantamila chilometri quadrati della sua superficie, in cinquantasei milioni della sua popolazione totale; col risultato ben peggiore che nessuna è oggi in istato di prevedere quando e come andrà a finire.

Perchè io non so nè immagino che cosa dica agli altri la sanguinosa vanità dei quattro anni revoluti: chi presente l'epilogo nelle attuali fazioni ciclopiche sul fronte occidentale, mentre un autorevole tedesco affermava ieri colla più schietta convinzione che la guerra vera è cominciata soltanto la scorsa settimana: chi più saggio, si vede innanzi altri due o tre anni di olocausti, conchiudendo gli uni con isproporzionato timore, alla vittoria della Germania, sperando gli altri con maggiore apparenza di fondamento nella finale vittoria degli alleati.

A me dice semplicemente che la guerra non finirà più, che non finirà mai, che la pace non verrà nè dalla vittoria delle armi, nè dagli avvolgimenti della diplomazia.

Dalle armi, no: La Germania che coi suoi alleati ha messo insieme nell'Agosto del 1914 quindici milioni di guerrieri non poteva sperare di battere l'Intesa che glie ne schierava di fronte ventidue milioni; e se è arrivata a togliersi d'attorno Rumeni e Serbi, Montenegrini e Russi, non ha potuto rompere mai il cerchio di ferro che la soffoca, il blocco che l'affama: nè è da temere che vi arrivi.

Le potenze dell'Intesa, dall'altra, colla fonte inesauribile delle risorse più varie, con un esercito che è d'un terzo almeno superiore a quello del nemico, non sono fino ad oggi riuscite a somministrargli una sconfitta decisiva; e se è assurdo sperare nel trionfo della Germania – che quanto più vince, quanto più estende le sue conquiste tanto più è costretta a frazionare, a disperdere le proprie forze – che, per quanto sembri paradossale, ha nelle sue vittorie parziali le condizioni della propria disfatta; sperare nella vittoria dell'Intesa intorno alla quale si spegne ogni giorno un alleato, nella cui compagine, dalle Indie, al Canadà, all'Irlanda, si apre tutti i giorni una crepa, mi sembra altrettanto temerario.

Dai compromessi diplomatici neanche: Chi conosce pure superficialmente la storia d'Inghilterra, sa che dove essa avventi il morso non si ritrae se non vi strappa il suo boccone, se dai piedi con Drake o con Lancaster, con Wellington, con Napier con Gordon o con Kitchener, nel canale di San Giorgio o alle Indie, a Waterloo, in Etiopia, a Fashoda od al Transvaal, non si toglie i concorrenti pericolosi, Filippo II o Aurengzeib, Napoleone, Teodoro, Marchand o Devett; se non ne piglia il posto.

Figuratevi se può cedere; se cede oggi che sono in giuoco la sua esistenza, tutte le sue fortune!

La guerra non finirà più! È ai di fuori, al disopra degli eserciti in campo e degli statisti in agguato, la forza che alla impossibile situazione creata dalla guerra può schiudere una via d'uscita.

Bisogna rintracciare questa forza e questa via; e noi ci proveremo al numero venturo modestamente.

(30 marzo 1918).

Cercando una via

II.

La borghesia.

Abbiamo conchiuso l'articolo precedente con una constatazione amara: d'un'equa transazione non è suscettibile l'acerbo antagonismo degli interessi che la guerra hanno scatenato, e ravvivano in luogo di estenuare le carneficine paradossali che ad ogni sorso – come in queste tre settimane dell'Aprile – si bevono il sangue di un milione di gagliardi.

Alle nostre ragioni, buone o tristi, gli uomini di stato delle varie nazioni belligeranti, dall'una parte e dell'altra, portano la testimonianza ineccepibile che, più o meno aperta, voi trovate nei discorsi del Lloyd George, del Clemenceau, del Wilson, del Kaiser o del Sonnino: «qualsiasi pace senza vittoria, senza la disfatta completa del nemico, non sarebbe che un armistizio».

A chi consideri l'enormità dell'ultima avanzata tedesca, ed i tre miliardi di dollari del prestito sottoscritto ieri in quel paese, che non denunciano per ora l'esaurimento della Germania: e in concorrenza, la superiorità numerica degli eserciti alleati e quella anche più decisiva delle risorse finanziarie ed economiche, che ne escludono ogni possibilità di sconfitta, una sola deduzione s'affaccia logica e ragionevole: la borghesia non ha più mezzo di ritrarsi, di arrestarsi su la china per cui da quattr'anni precipita, neanche lo volesse; neanche se in fondo sia il baratro senza speranza e senza ritorno; la borghesia non ne ha forse neanche la voglia.

In fatto c'è borghesia e borghesia.

C'è la borghesia. essenziale e reale che ha nel pugno esoso tutte le fonti, le arterie ed i nervi, il sangue e la vita del mondo, il capitalismo; e c'è la borghesia, puramente simbolica, rappresentativa, quella che dagli uscieri di pretura fino ai re da corona – unti del diritto divino o consacrati dal suffragio universale – ne portano le livree e le insegne, domestici o palafranieri, gendarmi e simboli.

Quella è la borghesia che in ogni guerra disastrosa o vittoriosa, fa il ventre e la borsa. Pigliate il più miserabile dei grandi paesi in guerra, pigliate l'Italia da cui vi giungono ad ogni corriere pianti, gemiti, strazii che vi frugano l'anima perchè son del grembo da cui siete nati, dei vecchi che vi agguerrirono al golgota del lavoro, dei nati a cui vi strapparono le sue raffiche indeprecabili; e ditemi se c'è sulla terra un paese, un popolo più miserando, più suppliziato del nostro in questi anni di passione.

Leggete di contro le rassegne finanziarie sui giornali più cauti, più rugiadosi, più autorevoli. Pigliatevi l'«Illustrazione Italiana» a mo' d'esempio, e non vi trovate più che tripudii e brindisi: «dopo la breve depressione del Novembre in seguito ai dolorosi fatti di Caporetto... la fiducia, le valutazioni della rendita e dei valori ripresero moto ascendente... le contrattazioni di titoli si fecero più attive... il denaro fu ed è abbondante. La Banca d'Italia conferma il fatto colla riduzione del tasso di sconto al 5 per cento».

«Il rialzo dei titoli... è giustificato dalla brillante prosperità delle nostre industrie... Le aziende siderurgiche attraversano un periodo d'eccezionale prosperità. Queste società distribuiranno il massimo dividendo consentito dal decreto luogotenenziale, mettendo da parte riserve rilevanti».

La cuccagna! la cuccagna della guerra, la cuccagna di cui la pace segnerebbe il tracollo.

Come la potrebbero volere?

Per quell'altra borghesia, quella puramente decorativa, è diverso paio di maniche. Sconta in ogni guerra che conchiuda alla disfatta – od alla vittoria, se costi soverchio – i delitti dei padroni ed i suoi proprii: domandatene al primo od al terzo Bonaparte, a Carlo Alberto di Carignano od a Nicola di Romanoff. Si capisce che a tenersi in soglio, cimenti senza sforzo umiliazioni, taglie e vergogna, ed accarezzi dopo il salasso le provvide tregue e le convalescenze della pace.

Carlo I d'Ausburgo telegrafava la settimana scorsa al cugino Guglielmone che da Amiens ad Arras i suoi cannoni smentivano nel modo più categorico le sue presunte nostalgie di pace.

In quel telegramma spaccone è soltanto la paura delle sculacciate. Tutte le cancellerie d'Europa riboccano degli accattonaggi dei quali le ha rimpinzate quello sventurato mezzano a cui egli ha dato avanti eri gli otto giorni, il Conte Czernin; in Romania le cose sono andate anche peggio, e se di là dalle Giulie buttassero ai macchiavelli della patria un osso, un pretesto qualsiasi a ritrarsi ed a mutar casacca, bah! che Gennariello vi si butterebbe addosso con tutti gli artigli, a quattro ganascie.

Questa non isdegnerebbe forse la pace; non si sarebbe forse neanche ingaggiata alla guerra; ma contro i padroni che cosa contano i domestici?

Tra la borghesia che la guerra vuole perchè ci miete, e la borghesia che a salvarsi si adagierebbe comunque alla pace, la situazione rimane immutata, e la sola conclusione è l'assurdo: la guerra allo stato permanente. E poichè destino dell'uomo non può essere il suicidio, ma è la vita fervida, sempre più alta ed intensa, la via della salvezza è altrove, è fuori della borghesia, contro la borghesia; non può essere che nel proletariato.

Conosco l'antifona dei superuomini: il proletariato è plebe irredimibile, è lo strame di cui si concimano tutte le devozioni, le superstizioni, le abbiezioni; e colle sue urlanti idrofobie misoneistiche, alle calcagna di tutti i novatori, alle calcagna di Giordano Bruno colla torcia del rogo, e su Carlo Pisacane colla roncola borbonica, e col linciaggio, colla pece e colla corda sugli antimilitaristi, sugli antipatriotti, qui e dovunque, anche oggi, nel nome della coltura, nel nome della democrazia, è il Leviathan mostruoso ed immondo che soffoca nelle spire inesorate, nel nome di dio, quanto di grande, di generoso, di indocile sfavilla dall'umana creta redenta; la mala bestia che dà la groppa al basto ed alle nerbate, e non merita più nè meglio.

Non è qui il caso di riaccendere una discussione che si è le mille volte, inutilmente, esaurita; nè di opporre alla esecrazione altrettanto iperbolica l'apologia. Neanche per chiedere ai vituperatori della folla se le sovrastino d'un pollice; se abbiano men grave su gli omeri il fardello delle superstizioni; se queste, per essere diversamente orientate od espresse, non siano egualmente ottuse e grottesche; se coloro i quali non le testimoniarono mai che disprezzo, non le persuasero mai che la domesticità e la taccagneria, e le negarono sempre una carezza, un raggio di luce, siano i meglio venuti a chiederle il miracolo della sagacia dell'ardimento dell'eroismo.

Noi non sappiamo divinizzare il proletariato: ha troppi lividi ai polsi, ai garretti, su le reni; troppi calli su le mani e su la cervice, troppo smorta di rassegnazioni secolari la pupilla perchè sappiamo cogliervi lampeggiante di superbi orgogli la prometea favilla del nume; ma è grande immenso, titanico fuor di ogni dubbio, oltre ogni contrasto, se da millennii si reca nel grembo il tesoro di forza che è la vita degli esseri, se questo destino ha sorretto dai primi cimenti ardui alla sicurezza illuminata e gloriosa di cui oggi si letifica. se quando intravide pel fugace spiraglio, oltre le tenebre, i corruschi cieli della libertà seppe dirizzarvi delle braccia ciclopiche il timone della nuova storia: e sarebbe idiota fargli colpa se pei suoi oceani si sia smarrito e dell'Atlantide le cento volte raggiunta abbia ai furbi cedute le spiaggie e le benedizioni.

Qui nella realtà approssimativa si vogliono precisare fatti ed eventi; e se tra noi è pacifico che la borghesia non può o non vuole la tregua; che non nel suo nome si riconcilierà il mondo devastato ed esangue; non ci rimane altra speranza di salvezza che in dio o nel proletariato, foss'egli brutto quanto il suo creatore putativo.

E noi vedremo al prossimo numero se e fin dove ed a quali patti possa la nostra fede rifugiarsi nel proletariato.

(6 aprile 1918).

Note Sovversive

STATI UNITI. – «I believe, that ali German literature and every thing pertaining to German thought and culture should be gathered together in the various cities and towns throughout the country, and burned in huge public bonfires».

Dare alle fiamme dal Faust di Goethe ai Masnadieri dello Schiller alle storie del Mommsen, ai quadri del Durero, agli spartiti del Wagner, ai tesori scientifici del Wirchow del Kock, dell'Haekel, tutto quello che è nelle sue manifestazioni più luminose il pensiero tedesco, non c'è via migliore secondo John F. Fitzgerald «to reach the hearts and consciences of the german people and let them know just how they are despised123.

Noi non sapremmo tributare al popolo tedesco, che al giogo d'un criminale paranoico e d'uno strupo d'immondi vampiri si rassegna perchè quello è nato fracido ma incoronato, e questi come noi nudi hanno trovato in culla l'appannaggio dei non sudati milioni, maggiore simpatia che ad ogni altro popolo della terra, il nostro compreso, che sulle Dolomiti si offre in olocausto ad una savoiarda carogna che non si batte, ad una banda di ladri che altre patriottiche febbri non ha se non di coniar baiocchi col sangue nostro sul tradimento e la perduellione.

Di là dal Reno, di quà dalle Alpi o dal mare, nel nome di Guglielmo d'Hohenzollern, di Carlo d'Ausburgo, di Giorgio d'Hannover, di Vittorino di Savoia o di Rockefeller da Ludlow, la marmaglia non si batte che di contro cuore, per forza, per la paura, della galera o del peggio, stupidamente, indegna dell'inestinguibile odio come dell'indomato amore che suscitano e mietono uguale nei due campi i ribelli d'ogni credo e d'ogni tirannide; degna tutto al più di misericordia e di pietà.

Così non sogniamo le vendette di Erostrato, la distruzione della verità o della bellezza, delle pinacoteche e degli Atenei che è nel delirio degli unni imperiali a Lovanio, e dei suoi fitzgeraldiani concorrenti d'America: perchè le conquiste del pensiero sono così laboriose, così grandi, così superiori al tributo effimero e contingente della stirpe, che sono umane avanti di essere greche od italiche o franche o tedesche; e negarle, violarle, annichilirle è vandalismo che ricade su tutti, amputazione di cui sanguina ogni cuore; ed Elia Reclus, che imperversando la Comune, si è guadagnato dai versagliesi una condanna capitale per avere salvato i capilavori del Louvre e del Lussemburgo alla tormenta, questa grandezza, questa universalità del patrimonio scientifico ed estetico delle varie civiltà ha lucidamente ed eroicamente inteso: perchè il vandalismo non raggiungerebbe neanche il suo fine.

Andate a dire ai cafoni settentrionali o meridionali della patria, ai pescatori di Bretagna o della Florida, ai mandriani della Scozia, dei Pirenei, del Kansas o dell'Hymalaya, che hanno distrutte le Loggie del Vaticano, la Biblioteca Nazionale o l'Osservatorio di Greenwich, dove non sono penetrati mai, dove si sentirebbero smarriti, spaesati, incuriosi, e vi risponderanno con una scrollata di spalle, disposti a vendervi per una fetta di castagnaccio o di polenta il Partenone, la Bibbia Mazarina o la Venere di Milo.

Credete che siano più furbi i brandeburghesi di Guglielmone, gli slovacchi od i croati di Carlo I?

Curiosa democrazia ad ogni modo questa che s'acconcia ad interpretazioni così contradditorie!

Lloyd George che non risparmia in alcuna occasione il Kaiser abbietto «non si permette una parola contro il popolo tedesco che è un grande popolo il quale ha rare virtù di braccio e di cuore anche se sia stato educato ad una falsa idea di civiltà».

Theodore Roosevelt – che è una zucca vuota ed un ciarlatano da fiera, ma che aveva alla Casa Bianca qualcuno che gli abbozzava, e gli rivedeva i discorsi – si gloriava che i migliori successi della guerra rivoluzionaria andassero dovuti a Steuben e ad Erkimer, due tedeschi, che sia stato un tedesco il primo presidente della Camera Americana, Muklemberg; confortandosi che «there is no student of our national conditions who has failed to appreciate what an unvaluable element in our composite stock the German is»124.

Ancora più esplicito Woodrow Wilson noi suo messaggio del 2 Aprile 1917: «We have no quarrel with the german people. We have no feeling toward them but one of sympathy and friendship... We are glad... to fight thus for the ultimate peace of the world and for the liberation of its peoples, the German people included»125.

Da una parte, democrazia in armi contro il diritto divino, contro l'autocrazia, contro le loro irresponsabilità e calamità, fino alla liberazione dello stesso... popolo tedesco; la democrazia che governa, ed è costretta alla moderazione ed alle cautele, del Lloyd George e del Wilson.

Dall'altra la democrazia che non ha pel Kaiser altro sentimento che... dell'invidia, ma delira a subbissare il popolo tedesco nell'onta e nello scherno, a cancellarne dal mondo i segni e la memoria, a volerne arsa la gloriosa messe del pensiero e del sentimento, come già, milletrecento anni addietro in Alessandria il califfo Omar: la democrazia sbrigliata d'ogni freno e d'ogni maschera, la democrazia dei Knights of Columbus e del Fitzgerald.

Omar, se io non ho dimenticato il mio arabo completamente, vuol dire somaro, e del plagio e della parentela nè il Fitzgerald nè i Cavalieri di Colombo hanno ad inorgoglire.

Quanto alle due democrazie s'allenano per diverse prode allo stesso arrembaggio che nel sacco riconcilia l'ipocrisia dei farisei e l'arroganza dei pubblicani: e pantalone paga per questi e quelli.

GERMANIA. – Quanto alla liberazione del popolo tedesco noi persistiamo nel credere e nello sperare, a dispetto d'ogni ingrato pronostico, che esso vi giungerà di per sè, e che ove da sè non vi giunga non sarà libero mai.

Ha la testa, dura, quadrata; ha, pertinace fino a parere insanabile, dei numi la paura o la devozione che gli ultimi trionfi militari cimentano di prove incredibili, superumane, se è vero che tra la Somme ed il Lys è rimasto in queste due settimane un milione di tedeschi. Ma a precipitare nell'imo degli abissi bisogna attingere della follia la vetta e le vertigini, ci insegnano vicende e sorprese dell'insurrezione moscovita..

Al principio della guerra ciascuno di noi, dopo le defezioni rosse del proletariato occidentale, sindacalista in Francia, fabianista in Inghilterra, ermafrodita in Italia, presupponeva ad ogni efficace impeto rivoluzionario sul vecchio continente la necessità preliminare della rivolta in Germania. È venuta invece la rivoluzione in Russia, raggiungendo, dopo qualche incertezza girondina ed effimera, aspetti fondamentalmente sovvertitori. Il presupposto della insurrezione tedesca non era dunque la preliminare necessità su cui noi tutti contavamo, anche se oggi, nessuno se lo nasconde o lo nega, un contraccolpo che venisse da Amburgo, da Brema, da Essen o da Berlino, potrebbe avere conseguenze universali e decisive.

Gli ammutinamenti gravissimi che il 10 Aprile sono scoppiati a Limburg nel campo di Beverloo, in cui ufficiali d'ogni grado sono stati passati per le armi dai soldati prussiani, sono scarsa promessa ai voti ed alle aspettazioni dell'anima rivoluzionaria; non più che una tenue scia di fumo su lo sfondo tetro dei cieli sconvolti, ma non è solitario episodio, ma dove c'è fumo c'è fiamma, e sotto le ceneri dell'immensa rovina la favilla; ed il vento soffia a l'uragano: nil disperandum! Vedremo il Kaiser a Varenne, lo vedrem pendere dalla forca, insieme coi suoi cugini serenissimi dall'una e dall'altra parte delle Alpi del Reno o del mare!

ITALIA. – La patria affoga nella vergogna! Magistrature politiche e giudiziarie, tribunali ordinarii e commissioni speciali, la stampa di ogni partito, sono affaccendati a scovare, ad ammanettare, a deplorare una centuria di cavalieri, di commendatori italianissimi, che hanno tratto baiocchi a milioni vendendo alle fabbriche tedesche e austriache di munizioni quello che alla patria in bolletta hanno cordialmente negato. E tra i milionarii commendatori che negli agguati di borsa e nei contrabbandi a la frontiera conian l'usura nel tradimento su la strage dei nostri poveri figlioli, madri d'Italia! sono gli arditi dell'«Idea Nazionale», il giornale patriottardo guerraiolo oltranzista dei Medici, dei Federzori, dei Borgese che reclamano ad ogni pasto una costoletta del Kaiser, e nell'attesa... s'ingrassano della sua biada.

Alla vergogna non è che un conforto: un decreto di Pasqualino vice-re, in data d'avantieri autorizza i sudditi a mangiar carne tre giorni della settimana!

Che cuore, quei nostri Savoia!

Non è Madama Reale che alle plebi torinesi agonizzanti d'inedia consigliava di rassegnarsi al pane e formaggio?

Ed oggi è questo suo lontano vicereale nipote che ai malnutriti della terza Italia, i quali non trovan la croce d'un quattrino a comprarsi le tre oncie di pasta della razione, concede il permesso di mangiare, tre volte la settimana, la bistecca che costa una quindicina di franchi al chilo!

Che razza di condizione è dunque la nostra se magnanimità ed inibizioni vi passano su colla stessa indifferenza?

La chiesa ci comanda di non mangiar carne il venerdì ed il sabato, e noi esageriamo nell'ubbidienza fino a non assaggiarla mai nei trecentosessantacinque giorni dell'anno, e trecentosessantasei quando è bisestile; Pasqualino di Savoia ci autorizza a mangiar bistecche tre volte la settimana e noi facciamo dei suoi decreti vicereali lo stesso conto che delle proibizioni della Chiesa: persistiamo a non mangiar carne nè quei tre giorni lì, nè gli altri, nè mai; anzi in Italia hanno da un pezzo rinunciato anche al contorno e non fanno altre scorpacciate che di... entusiasmi tricolori e di speranze trionfali.

E se vogliono un ricostituente dovranno una buona volta rassegnarsi.

Invece d'ingrassar vitelli e porci e tacchini per portarli al curato, al sindaco, al sór padrone, dovranno farsi quind'innanzi un buon brodo, mangiarsene le polpe delicate, leccarsene le dita e buttare l'osso ai signori che per quel che fanno è anche troppo. Ci guadagneranno in salute, rizzeranno la gobba, faranno lo stomaco per la libertà indigesta, risparmieranno al vice re il fastidio dei decreti ed ai vescovi quello della dispensa, risparmieranno alla lingua di Dante l'ultimo oltraggio perchè Pasqualino di Savoia non è soltanto un idiota, ma un analfabeta che a mettere insieme quattro parole di un decreto anarchizza la grammatica tutta quanta.

FRANCIA. – Ieri 16 corrente hanno fucilato a Vincennes Bolo Pasha, che il 14 Febbraio scorso era stato condannato a morte per alto tradimento, e di cui la Suprema Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso due settimane fa. L'intrigo l'aveva fatto, l'intrigo l'ha mandato in frantumi.

Paul Bolo era nato a Marsiglia. Aveva studiato diritto, ma s'era fin dai primi anni accorto che la fortuna si coglie per le vie traverse. E vi si era buttato, mezzano d'ogni intrapresa più ardimentosa e più losca, buscandosi qualche condanna per truffa. Vinaio s'era fatto qualche soldo, s'era messo in vista; s'è sposato ad una vedova stagionata, bacata, milionaria, e passato in Egitto s'era posto agli ordini del kedive, sensale di prestiti usurai e di baratterie innominabili tra cui aveva racimolalo il titolo onorifico e gratuito di Pasha. Quando il kedive dovette far fagotto in Isvizzera, lo seguì agli stipendii della Germania che mise qualche dozzina di milioni a sua disposizione perchè in Francia ed in America, comprando giornali, deputati e lobbysti, servisse alla causa tedesca. A Parigi comprò il «Journal», ed il senatore Humbert, qui a New York trafficò col Morgan, lubrificò l'Hearst, raccattò la solita ciurma di rabagas venduti e da vendere.

E di qui – dove i suoi complici beneficiano indisturbati della impunità – sono partite le prime denuncie. Tornato in Francia cadde nelle zanne della tigre, del Clemenceau, che ieri l'ha consegnato al pelottone d'esecuzione.

Un episodio banale nelle cronache della guerra; che ci segnalano in Francia più serio pericolo, un affare assai più complicato, l'affaire de St. Etienne.

St. Etienne è uno dei centri industriali più fervidi della Francia, ed a St. Etienne – se non sia ancora uno dei tanti loschi maneggi che Georges Clemenceau ha imparato del secondo impero – i lavoratori congiurerebbero, con una finezza che non offre alle inquisizioni del governo se non un magro addentellato, od a finire tragicamente la guerra come ha fatto in Russia il proletariato, od a convertirne l'epilogo eventuale, la vittoria o la disfatta, nelle estreme riscosse della rivoluzione sociale.

Clemenceau è capace di tutto sempre che non sia un'azione pulita, e potrebbe essere questo soltanto un altro dei suoi raggiri abusati ad imperversare contro chiunque gli sbarri il cammino, sul proletariato che egli odia ferocemente. Ed è il giudizio che dell'affaire de St. Etienne hanno espresso i giornali socialisti. Ma se è vero che a dispetto dei rigori delle leggi speciali e delle occhiute vigilanze dei birri, i libertari di St. Etienne hanno saputo tenersi in assidua ed intima corrispondenza coi soldati al fronte, che hanno saputo provvedersi di armi e di munizioni, di mitragliatrici sopratutto, che il governo non è riuscito e dispera oramai di scovare, v'è da trarne un conforto: coloro che contro la guerra lavorano alla liberazione del proletariato internazionale non sono soli, e più che di affliggersi e di disperare hanno ragione ed incitamento a raddoppiare di volontà e di tenacia, intanto che matura l'ora aspettata ed ineluttabile del coraggio e della prova.

(6 aprile 1918).

Maggio scellerato

Albeggia sui cieli foschi, su la terra devastata, riarsa, maledetto; librate su l'orizzonte infinito rugiade livide di pianto, di sangue, a fecondar l'acre semenza dell'odio nella messe bieca della esecrazione e della disperazione.

* * *

Non riapparve mai che tra nimbi corruschi di tenebra e di fiamma, su le forche, su le stragi, sull'ardimento degli annunziatori, sul temerario impeto delle avanguardie, sul risveglio insolito delle turbe, su la protervia omicida dei satrapi, l'aurora del Maggio, a Chicago, a Fourmies, in Catalogna ed in Lombardia, a Roma, a Bruxelles ad Amburgo. Ma spezzata la croce su cui nel Novembre sognava il boia d'averlo confitto per sempre, l'anelito che nello scempio d'Haymarket aveva ruggito l'universa liberazione delle plebi, volle la sua rivincita, costrinse su la gogna le pollute magistrature domestiche, alle gioie ed alle battaglie dell'emancipazione trasse i superstiti, cinse dell'aureola i martiri, e, valicato l'oceano, martoriato a Fourmies od in Santa Croce di Gerusalemme, affondò l'abisso per cui non è vincolo nè tregua fra gli straccioni che insorgono contro la schiavitù, la superstizione, la miseria, ed i servi che dei padroni vestono la livrea, gli odii, le fortune e le vendette; segnò di ossa imbiancate il cammino, segnò i termini: di qua per la liberazione, la giustizia, la gioia, di là chiunque sia pel privilegio e le ritorte e l'abbiezione. Ritto in armi a Barcellona ed a Milano, gridò sfolgorante d'audacia e di rivolta, in conspetto dei numi, che lungi dallo sbarrare alle ascensioni, ai liberi destini del genere umano la vetta radiosa, le folgori di dio, le persecuzioni del re, le rabbie dei vampiri e la bestialità dei manigoldi, ne riaccendono il fervore, ne propiziano, ne affrettano i trionfi.

* * *

La fede sopravviveva. Temprata dei supplizii coscriveva gagliardi ai nuovi cimenti. Allora che ai primi baci del sole si risvegliava la terra, schiudendo al suo raggio fecondatore la generosa matrice, su dagli inferni sociali, dalle mine gelide, dai fondachi tetri, dai cantieri ansanti, dai solchi ingrati, dalle officine tormentose saliano, ad ogni Maggio più fitti e più decisi, efebi e vergini, riannodando su la bara dei caduti, su la culla degli eredi il proposito ed il voto di morir combattendo se di vivere lavorando non fosse consentito che a prezzo di servitù e d'irrisione.

Ieri: il Maggio proletario che tenne fede alle origini contro le masturbazioni arruffianate di mali pastori e la sconcia baldoria dell'armento avvinazzato, rassegna ingenua forse, certo non vile, ad ogni primavera delle cresciute energie e degli agguerriti propositi anelanti a ricomporre sulle fondamentali identità degli interessi comuni la solidarietà rivoluzionaria dell'azione senza di cui il riscatto dimora la più inaccessibile delle utopie.

* * *

Ieri, quando giovinezze entusiasmi olocausti si offrivano al più santo dei propositi, al più generoso degli ideali: cancellare dalla terra madre i segni, dagli animi riconciliati i miseri orgogli della breve patria che ci divide nemici; comporre tra i nati di donna l'antico dissidio: per cui su la cervice di tutti si aggravò nei millennii esoso il giogo della dolorante schiavitù.

Oggi, oggi alla devastazione infinita che su le violate frontiere addensa, coi ruderi di ogni civile memoria di bellezza e di grandezza, l'ossame di dieci milioni di cadaveri sovrasta più desolata rovina, e più sinistra ascende nei lividi cieli del Maggio l'aurora sanguigna.

Nel carnaio immane agonizza la fede; ottusi gladiatori, sotto il pollice, verso degli augusti mandriani, i rejetti delle cento patrie, anelanti ieri al vespro liberatore, come percossi da un insano furore di perdizione si sgozzano infelloniti e di sangue fraterno ogni zolla vapora.

* * *

Così straniero al destino, così inaccessibile al cuore delle plebi, era dunque l'eroico sogno che, avvinti dalle stesse catene, derubati degli stessi sudori, scherniti nell'uguale diritto, crocifissi su la stessa abbiezione, sanguinanti delle stesse angoscie ravviserebbero un giorno i pezzenti nel miserabile dissidio delle stirpi la ragione prima dell'ironia beffarda per cui i più, i più forti ed i più degni – se dei loro fervori soltanto la face della vita si alimenta e si perpetua – scontano sotto la ferula delle oligarchie imbelli ed ignave, come un debito, devozione ed abnegazione?

Ed a quanta miseria d'inutili radici e di solchi avari suggeva dunque la linfa delle sue speranze se un editto del re, la frode di un barattiere, lo scroscio d'una fanfara, la mercenaria truculenza d'un demagogo l'ha ai venti disperso?

E tutta la vita nostra, gli ardori della giovinezza esuberante, la consapevole tenacia degli anni virili, ansie, febbri, vigilie, cimenti ad avviarne, ad affrettarne la realizzazione gloriosa, vissuti indarno se una folata d'aberrazione ci ripiomba a ritroso di un secolo di storia, e le stragi di Fiandra iperbolicamente recidive e le minacciate restaurazioni autocratiche dell'altro estremo del continente, stremano di quella speranza l'ultimo fiato, deludono la più ostinata delle aspettazioni, e dalle vigne del privilegio inconcussa può la briaca ciurma patriottarda ruttarci in volto l'ultimo scherno: la plebe è bestiame cresciuto ai tributi ed alle taglie, al basto, alle nerbate senza scampo, senza remissione?

* * *

E l'alba del Maggio reca un gemito dove ieri fioriva ghirlande ed epicedii: «Perchè ostinarci? perchè credere ancora nella vocazione insurrezionale, nelle rivoluzionarie attitudini del proletariato? Come chiedergli oggi di osare per sè lo sforzo in cui senza proteste, senza riluttanze, si è ancora una volta esaurito ad esclusivo beneficio dei negrieri?»

«Nessuna occasione ebbe mai più propizia. Se a la frontiera doveva l'internazionale decidersi e consacrarsi, mai più numerose, più diverse legioni nè meglio armate fra il Reno e la Mosella, fra l'Adriatico e le Dolomiti, fra il Danubio e gli Urali aveva raccolto la temerità folle di dominatori; e se una vaga nostalgia di fratellanza in quei milioni d'armati, sospinti senza ragione e senz'odio al fratricidio, si fosse per un attimo indugiata, non si sarebbero essi gli uni sugli altri avventati come belve. Rispondendo all'intimo voto dei cuori, alla muta preghiera degli sguardi materni, ai figli supplicanti, le labbra protese nel bacio dell'addio estremo, a raccolta avrebbe squillato le fanfare, su le frontiere superate i fratelli si sarebbero abbracciati, e la fiumana turgida, per tutti i versanti del vecchio mondo e del nuovo, a la deriva e per sempre avrebbe travolto come simboli sacerdoti e manigoldi d'ogni tirannide, d'ogni ineguaglianza, d'ogni iniquità. E se allora, avanti che scrosciasse il primo colpo di cannone, avanti che si squarciasse nelle carni del proletariato ogni vena, la rivoluzione non avvampò, come sperare seriamente che s'accenda oggi pei borghi della patria in cui non errano più mute fantasime che donne, vecchi, bambini, più fragili e più scorati delle loro stesse lacrime?»

* * *

Non è la torva diffida che balena da l'uragano reazionario? non è il piccolo compatimento che versa la rassegnata bontà de le vostre compagne sul disinganno atroce? non è il consiglio dei compagni gravi, felici di veder prorogata a ...dopo la guerra, la scabrosa liquidazione dei conti in sofferenza? non è la voce dell'esperienza, della sapienza, della ragione illuminate e guardinghe che vi accompagna, vi circuisce, vi disarma, vi tiene, ossessionante, irrecusabile ne la vigilia del Maggio caino?

Non è dentro della vostra coscienza, compagni smarriti o timorati, il sottovoce insidioso e ricorrente?

Fra i mille tentacoli della guerra la fede rantola, affoga.

* * *

La fede mal in gambe, la fede che a reggersi bisogna il miracolo, che alla fatalità delle catastrofi abdica necessità penose, fatiche ingrate, cimenti oscuri, inseparabili dalla preparazione e dall'azione; e, come gli ebrei nel deserto aspettavano la manna dai cieli ed i cristiani in doglie di rinunzie sospirano dal buon dio il paradiso, chiede la rivoluzione, ai taumaturghi, alle confraternite, all'impreveduto.

Chi ne cerca le cause predisponenti nelle condizioni irrazionali che, economicamente e politicamente, sono fatte dall'ordine sociale al proletariato a cui suppurano soltanto l'inedia, la soggezione e l'angoscia, ed a cui, sobbillatrice altrimenti operosa, si mesce la coscienza più o meno sensibile della iniquità: di tali condizioni e rapporti, alla rivoluzione che riteneva possibile e prossima ieri crede anche oggi; serba più vivi e più fervidi il suo entusiasmo oggi che si attenua la violenza del rigurgito superstizioso per cui la patria, la bandiera, la guerra, sono tornate impetuosamente in fronte delle residue preoccupazioni; e, sfatate le rumorose menzogne tricolori, la verità incomincia a farsi strada persuadendo da questo e da quell'altro lato della barricata: che le plebi hanno subita la guerra, non l'hanno nè conclamata nè voluta; che dove il soldato si batte senza livori, senza entusiasmi, senza ideali, e della guerra strazii e rovine persistano vani, senza attingere la meta o mettendo in luce la sanguinosa sproporzione tra l'enormità del sacrifizio e la dubbia obliquità della vittoria, sulla frode smagata del divenire, sul soldato che si batte per forza o per la paura, non può la guerra, non può l'ordine che la volle – e se ne è forse pentito – contare su la perpetuità della fortuna.

Alla guerra, nelle immolazioni paradossali che sono il riepilogo d'ogni sua campagna, ha mietuto il proletariato al fronte e quello di casa un'esperienza più decisiva che non nel suo lento supplizio quotidiano di salariato: la vita sua non conta nulla, non conta la vita dei suoi! Quella si giuoca dal re al più umile dei gallonati, come pedina trascurabile d'una macabra partita; questa si giuocano a dadi i barattieri cristianissimi nei bagarinaggi usurai insaziati. Egli non è nulla, per nessuno!

* * *

Non si dirà sotto la raffica della mitraglia, uno di questi giorni, che potrebbe essere per sè qualche cosa? non potrebbe intravedere oltre la bruma sanguigna che se nelle sue mani sono le fortune del trono e della patria, dell'altare e della borsa, egli potrebbe esser tutto, e fare a meno di dio e del re, dei loro mammalucchi insottanati ed impennacchiati, ed aggiogare la patria, i suoi campi, le sue miniere, le sue fabbriche a servir la vita, a guarentirne il benessere, ad incoronarla di gioia e di libertà, invece che di servire ad orgogli non suoi, ad odii non suoi, ad interessi non suoi, ad interessi che vigoreggiano ed impinguano soltanto in quanto siano i proprii sacrificati vilipesi traditi?

— Intanto fino ad oggi non è accaduto.

— E perchè, come lievita l'ampolla di San Gennaro, il miracolo non s'è compiuto giusta il quadrante delle nostre cervellotiche previsioni, la catastrofe non sarà più? Le cause che la urgono sono estirpate pel fatto che s'aggravano ogni dì più intollerabili, solo perchè è mancata fino ad oggi la causa accidentale, determinante, che ne dovea traboccare la misura?

— Intanto non è accaduto.

— E benedite! chè non istarete le mani in mano, fiorite di chiacchiere eleganti e di casuistica arguta, le labbra smaliziate.

Se nell'attesa vana che dai campi, dalle città, dai borghi, dai casolari, dalle donne imbelli e dai vecchi stremati venga lo schianto finale, fossero discesi gli eserciti del re, volte le terga dell'oste straniera, volte le fronti e le armi, sfrenati gli odii e le vendette sul nemico di dentro, a scompigliarne le frodi, a spezzarne lo scettro, a raderne il covo, a purificarne di fiamme espiatorie l'orrenda mefite, chiuso alla restaurazione ogni compromesso, chiuso alla fuga ogni scampo, vi toglierebbe il grande vespro la voglia delle arguzie e dei cavilli.

Rompendo del vomero ferreo tra dubbiosi ed ignavi avrebbe costretto ciascuno al suo posto, sotterrando, per una parte, del regime superato veccie sterpi gramigne, sugli altri addossando inesorato il compito della distruzione senza di cui la vaticinata palingenesi nonchè compiersi non potrà validamente iniziarsi.

Benedite di cuore! benedite in fretta! domani può essere tardi. Al Maggio caino può succedere il Giugno dannato che delle sue convulsiosi spasmodiche sovverta il mondo e per la terra squarciata saluti i natali della libertà e ne battezzi nel sangue le invitte fortune!

Al Maggio succede il Giugno di regola, e la dannazione è in ogni atomo del mondo incarognito.

(13 aprile 1918)

In articulo mortis

Ci affogano!

Ci stringono il laccio alla gola colle mani convulse dalla duplice rabbia della paura e dell'ipocrisia.

Hanno paura degli animi incorrotti e delle libere voci.

L'ora perversa dell'inganno, l'ora cinica dell'arrembaggio e del sacco, l'ora grassa della cuccagna non tollera dissensi nè proteste nè rivolte; non tollera neanche la muta testimonianza dell'onestà afflitta e dell'indifferenza sdegnosa; non vuole che soggezione e complicità.

La democrazia è vile.

A disfarsi di Mario e delle sue caterve di pezzenti, Lucio Silla ergeva pei trivii le sue tavole di proscrizione abbandonando al coltello dei sicarii cinquanta mila competitori ingrati; a consumare il 18 Brumaio il primo Bonaparte rovesciava il Direttorio, buttava a fiume gli avvocati, strozzava d'un tratto di penna i giornali curiosi ed indocili; così come il nipote, a consumare il 2 Dicembre, cacciava a Mazas onusti di catene, o al limbo, farciti di mitraglia, i rappresentanti della nazione che si negavano a tenergli il sacco. Avevano fino all'impedenza il coraggio delle loro proprie responsabilità, ed in conspetto dei sudditi e della storia le assumevano intiere, prepotenti ed orgogliosi.

* * *

La democrazia è vile, non osa l'audacia, s'accampa nel raggiro.

I suoi Burleson, i suoi Gregory, i suoi Lane126, non hanno il coraggio di spegnere con un'ordinanza questo foglio incorrotto che li spaura e li infuria, che essi odiano implacabilmente.

— Ma perchè non lo sopprimete? chiedevo durante l'interrogatorio ad uno dei famuli del Sant'Ufizio repubblicano piovuto da Washington alla turpe bisogna: perchè non lo sopprimete?

— Non si può. La «Cronaca Sovversiva» non ha un articolo contro la guerra dell'America, contro i Liberty-loans, contro la costituzione, la bandiera, gli eserciti degli Stati Uniti...

— E allora?

— Ma ad ogni pagina, in tutti i numeri, dalla prima all'ultima parola è tutta uno scherno atroce odioso inafferrabile di ciò che più, ardentemente amiamo e vogliamo; la grande repubblica, i suoi ideali, i suoi istituti, la sua morale vi sono alla gogna senza remissione senza tregua, senza quartiere, perpetuamente.

— Processatela, condannatela...

— Non si può, non se ne possono riunire gli estremi, Ma questa volta è finita: l'ultimo numero non ha circolato, non circoleranno i successivi, chiunque venga a togliere la vostra successione vi seguirà in galera senza scampo. Tanto peggio per voi se non avete compreso che in questo momento, finchè la guerra dura, voi dovete keep your mouth shut, conchiudeva pizzicandosi tra l'indice ed il pollice ambe le labbra: keep your mouth shut!

* * *

Ragionamenti così fatti nelle cronache giudiziarie di Boston ricorrono frequenti... nel XVII secolo: «that you shall go to goal for a fortnight without bail or mainprise and the next Saturday to stand upon the pillory... with a paper on your head with this inscription: "for writing printing and publishing a schismatical book..." and the next Thursday to stand in the same manner and for same time in the market, and these, your book shall be openly burnt before your face by the common hangman in disgrace to you and your doctrine...». Ma i berrovieri di quel tempo non avevano veduto la rivoluzione, non avevano altro zelo che «to keepe & pserue the people in the true knowledge & faythe of our Lord Jesus Christ & of or owne redemption by him»127; non peccavano d'orgogli repubblicani e pretendevano ancora meno to make the world safe for democracy.

La quale democrazia non si è mai in nessun luogo, in nessun tempo, più intimamente, più simmetricamente identificata che in questo paese colla legge, che ha qui dominio assoluto ed indiscusso.

Può essere superata fino a riflettersi nelle antinomie più stridenti e più grottesche, la legge; può esserle intorno fiorita, impetuosa e lussuriosa fino a nasconderne ogni lineamento, la vegetazione dei fatti nuovi, dei criterii nuovi, delle nuove orientazioni morali per cui sul diritto costituito s'elabora e si ordisce il diritto costituendo, la legge persiste impassibile, immutata, venerata come il dogma; e non è giudice che si rispetti il quale ad ogni scarto, anche il più ingenuo e più umano, non vi ammonisca duramente che law is law, così come non è pei trivii della grande repubblica un'erma la quale non vi ricordi che «la libertà è nel rispetto della legge», e che fuori della legge non sono più se non arbitrio e licenza.

Se dalle Termopoli, sul cui basalto scrivevano col loro sangue i trecento di Leonida che essi erano «orgogliosi di morire in obbedienza alle leggi di Sparta», fino a Montesquieu che nella legge trova l'espressione il patto le guarentigie della sovranità popolare, fino a Jefferson che vi lega la vita la sicurezza il destino l'onore sacrosanto di tutti e di ciascuno, fino a Woodrow Wilson che al di là del termine sacro non vede più che violenza o frode, in questo rispetto della legge è il canone fondamentale della democrazia e l'arca santa della repubblica, pare a noi che la situazione non tolleri equivoco.

* * *

Non è qui il caso di una discussione di merito, la quale si è d'altronde le mille volte ed una impegnata ed esaurita; la questione è di fatto: o la «Cronaca Sovversiva» nell'impervio cammino è stata al di qua dell'inviolabile trincea, o l'ha scavalcata e violata.

Se vi ha dato dentro sacrilega, pigliateci pel colletto, portateci dinnanzi al magistrato, schiacciateci delle esose sanzioni dei vostri codici, allogateci in galera dopo di averci consentito di dire apertamente il nostro pensiero, anche se non abbiate alcuna velleità di dare alle nostre ragioni il peso dovuto: law is law!

Ma se dopo di aver frugato i libri della nostra sedicenne gestione amministrativa, se dopo di avere frugato sedici anni della nostra corrispondenza, dopo di avere accertato donde il primo soldo sia venuto, dove e come l'ultimo sia stato speso, dopo di averci frugato le tasche ed il conto del fornaio, dopo di aver scrutata pur colla lente degli ultimi eccezionali rigori del nostro pensiero ogni vibrazione più recondita, del nostro foglio ogni pagina ed ogni riga; non avete trovato neanche le tre parole con cui Richelieu millantava di seppellire alla Bastiglia il primo venuto, nè l'ombra d'una presunzione che la nostra propaganda possa confondere nella più lontana solidarietà politica o morale coi calcoli e cogli intrighi del nemico; se avete trovato soltanto la prova e la documentazione incontravertibili, quotidiane, che contro il Kaiser, i suoi cortigiani, i suoi manigoldi, i suoi norcini di là e di qua dal mare, noi siamo stati sempre – come contro tutti i Kaiser incoronati da dio, dal suffragio o dal dollaro, dall'eguale incoscienza dei servi – quando voi dalle tribune dei parlamenti, dai covi della borsa, dalle fogne della stampa biadaiola gli tributavate apologie, omaggi e quattrini, gonfiandone la boria, le libidini, la cassaforte; se avete trovato soltanto che l'aspro compito abbiamo assoluto a prezzo di vigilie amare, di assidui digiuni, di privazioni ineffabili ed innumerabili, giù il cappello, famuli del Sant'Uffizio repubblicano, che biascicando di connivenze col nemico ed ansando al vituperio, alla proscrizione, ed alla forca annegate nell'onta medesima la verità e la democrazia ed ogni senso di pudore. Giù il cappello! chè alla nostra serena abnegazione, al nostro superbo disinteresse mal si confronta la vostra suprema vigliaccheria.

E fatevi da parte chè noi dobbiamo e vogliamo passare: law is law.

* * *

Ancora una precisa inoppugnabile circostanza di fatto: alla «Cronaca Sovversiva» non è stata mai interdetta la circolazione per le poste federali.

Le si è tolto con ordinanza ministeriale del 9 Agosto 1917 l'abbonamento postale, verissimo; ma la libertà di circolare come materia di prima classe per le poste federali non le è stata contestata mai.

S. E. Burleson si sarebbe fatto d'avvertircene conscienziosa premura. Invece tre mesi fa, allorquando l'Adams Express Co. a distribuire il nostro giornale si negò definitivamente, il postmaster di Lynn, che è funzionario tutto scrupoli sollecitudine e cortesia quanto immune da sovversive tenerezze, ci ha dato formale, categorica assicurazione che nulla ostava alla libera circolazione della «Cronaca Sovversiva» per le poste federali; ed anche due settimane addietro chiedendoci della «Cronaca» per la debita ispezione, tutti i numeri apparsi fra il 23 Febbraio ed il 20 Aprile di quest'anno, e diffidandoci a togliere dalla testata del giornale l'autorizzazione a circolare sotto la franchigia di seconda classe, ammetteva implicitamente che alla diffusione della «Cronaca» pel tramite delle poste federali non è, e non può essere ostacolo; perchè sarebbe straniera alla sua giurisdizione ogni pubblicazione che per le poste non si diffondesse, e andrebbe soggetta alla più severa giurisdizione del Ministro della Giustizia qualsiasi pubblicazione che vi circolasse abusivamente: law is law!

E, notate, l'ultima lettera del Postmaster di Lynn porta la data del 28 Maggio, tredici giorni dopo che la sbirraglia federale, a strangolare questo foglio cui non può imputare una contravvenzione, a cui, senza schiaffeggiare le competenti giurisdizioni, non può contendere la libera diffusione, ha consumato sul suo redattore, sui suoi corrispondenti, sugli innocui suoi distributori, dall'Atlantico al Pacifico, coi complici silenzii della stampa mezzana, la vergognosa e bestiale dragonnata che tutti sanno.

In conclusione: la «Cronaca» ha il diritto incontrastato di passare.

* * *

E passa.

Chi la scrive, chi la stampa, chi la diffonde è giuridicamente immune da ogni penale responsabilità insino a tanto che una condanna non l'abbia colpita, insino a che l'interdetto non la fulmini. E mancano a tutt'oggi questo e quella, non lasciando un varco al compromesso svergognato, dei collotorti che offrono, a patto del silenzio la tregua.

Liquidiamo al sole.

È criminosa la propaganda della «Cronaca»? E ci sono i codici. Insidia la sicurezza dello Stato? Le fortune della guerra e della patria a scellerato beneficio del nemico? E vi sono nel «Trading with the enemy Act», nella legge sullo spionaggio, nel «sedition bill», nei poteri discrezionali del General Postmaster, più folgori e più freni che non occorrano alla bisogna.

Subissatene in galera gli araldi! Fulminatela dell'anatema, strangolatela, sopprimetela!

Non potete, non volete, non osate sopprimerla? Ed allora bisognerà lasciarla passare!

I Pier Soderini della polizia federale che non hanno il coraggio dell'una soluzione nè dell'altra, e vedono ugualmente sciupate le minaccie e le lusinghe, sfuggono alle tenaglie spietate del dilemma con un raggiro. Contro i sessanta arrestati del 15 Maggio non erigono una accusa; non trovano l'ordito su cui assiderla, a cui interessare il Ministro della Giustizia, e rovesciano la turpe bisogna su la groppa del Dipartimento del Lavoro.

L'editore della «Cronaca», i corrispondenti ed i distributori della «Cronaca», quanti hanno avuto colla «Cronaca» un rapporto di solidarietà politica ed amministrativa sono denunziati all'Ufficio d'Immigrazione come cittadini ingrati, indesiderabili e proposti alla deportazione in via amministrativa.

Ma la deportazione in via amministrativa è il regime paterno, è la III sezione, è la Siberia, è lo czarismo, rievocato e ravvivato nelle violenze più scandalose, nelle aberrazioni più atroci, nelle turpitudini più scellerate, e, dove si cinge della maschera democratica, è la oligarchia sinistra dei Dieci, della Bocca del Leone e dei Piombi, la sospettosa repubblica della spia, del sicario, del boia, infame triumvirato nel quale, fuori dell'ipocrisia o dell'ironia, nessuno saprebbe ravvisare lo strumento od affidare le riscosse del diritto della libertà della civiltà.

Nell'attesa della deportazione amministrativa siamo da Boston a New York, a Scranton, a Rochester, a Cleveland, a St. Louis, a Seattle, a San Francisco una centuria oberata, in omaggio al V Emendamento della Costituzione repubblicana, da mezzo milione di dollari di cauzione all'incirca.

* * *

Che cosa faranno di noi?

Poichè la democrazia «libito fa licito in sua legge» e la bufera della reazione imperversa turgida di tutte le connivenze della paura e della domesticità, ogni previsione sarebbe temeraria.

Woodrow Wilson che s'illudeva or sono due anni sovrastasse ad ogni amore della terra, ad ogni andito della gente l'orgoglio che «qui possa ciascuno affermare senza molestie e senza espiazioni il «pensiero suo», Woodrow Wilson, il quale sa la storia e l'insegna e la fa e ricorda che alle ordinanze del Polignac scrive la marmaglia il codicillo estremo nel bando di Carlo X; e che cacciato dall'Istituto di Francia colle ordinanze del Guizot, Edgardo Quinet entra alle Tuileries col moschetto nel pugno ed alla Costituente sull'unanime suffragio, sull'onda dell'insurrezione irresistibile, mentre Luigi Filippo riprende la via dell'esilio, Woodrow Wilson non ha tempo, nè ranno, nè sapone da sciupare tra lanzichenecchi e cortigiani, tra cimati e berrovieri, arrovellati ad apparire più monarchici del re e più spietati del boja.

E questi faranno di noi quel che vorranno, la carne d'ogni strazio, lo zimbello impunitario d'ogni nefandezza e di ogni tortura.

* * *

Non è del resto il quesito più grave nè più urgente.

Facciano di noi quello che vogliono: e bazza a chi tocca!

Ma che cosa faremo noi?

Rimescolando violentemente, su dai fondi limacciosi della storia e dell'anima umana, tenerezze e furori, sentimenti e calcoli, entusiasmi ed appetiti, esperienze, utopie, dottrine, ideali, turbata ogni mente, straziato ogni cuore, tradita ogni aspettazione, capovolta la tavola di tutti i valori, ripiegato brutalmente ciascuno su se stesso all'ineluttabile esame di coscienza, ci ha detto la guerra colle sue stragi, colle sue rovine, coi suoi orrori, che noi andiamo sulle tracce ingannevoli d'un fuoco fatuo alla deriva d'un'aberrazione sciagurata? che la verità in cui comunichiamo, che la fede di cui abbiamo fatto l'usbergo l'orgoglio la passione di tutta la vita, che la meta a cui tendiamo come un arco ogni ansia, ogni palpito, ogni forza è vanità, miraggio, follia?

* * *

Ma se a custodire la vita e la libertà degli individui e dei gruppi, la comune sicurezza, le sorti comuni, non si è mai tradito così impari il vecchio ordine, nè mai così bugiardi nè così vani sono apparsi i suoi criteri i suoi postulati i suoi istituti, gli uomini suoi; nè, insieme col miglior sangue della gioventù universa ha fatto mai scempio così paradossale, per mano d'un branco di pastori scellerati, di tutto ciò che è millenario sforzo, gloriosa conquista di evi e di generazioni, del pensiero, dell'eroismo, dell'audacia, dello studio, del lavoro conserti; se a ribellare contro le forme della tirannide e della rapina, la coscienza e la pazienza universali, più che l'ardimento e l'apostolato delle avanguardie urgono il cinismo la tracotanza il disprezzo della ciurma di farisei e di pubblicani, d'ipocriti e di bruti, di gnomi e di ladri che ci stanno sul groppone; se l'ansia di evadere al regime che la sua funzione storica esaurisce nella desolazione e nel carnaio, non è stata mai così acerba, più vicina, più accessibile, più sicura non è apparsa mai l'Atlantide felice «...là dove i figli eguali d'innanzi a la madre comune –partiscono il frutto e la fiamma; – dove in città sonanti di popolo laborioso – onorasi il vecchio dei campi – che esercitò la vita, nell'opera, sacra del pane; – dove, fuor d'ogni giogo e fuor d'ogni vincolo, ognuno – espande il poter che in sè chiude; – dove ognuno in sè stesso è sovrano, ha in sè le sue leggi, – ha in sè la sua forza e il suo sogno; – dove fratello al grande pensiero è il tenace lavoro».

Nè mai più agevole il cammino ad attingerne le gioie, se intorno alle idee dei precursori che le annunziarono non si è mai raccolto più vasto più profondo più sincero il consenso degli umili, se della libertà della fratellanza così acuto desiderio ha mai torturato l'anima dei rejetti più che in questa bolgia livida, più che in questa infernale bufera di sangue e di pianto, di singulti e di maledizioni.

Mai più prossima nè più sicura; nè meglio armati noi.

Ha sfollato le legioni il primo acquazzone reazionario: mezzi caratteri, mezzi cuori, mezze coscienze, dilettanti e vanesii, poltroni e ciancioni, sono tornati nel guscio della piccioletta anima bastarda. Sotto la tormenta che rugge l'implacata ira dei numi restano le sentinelle perdute, quanti videro tra roghi e forche ascendere la libertà e non la tradirono nè per la dovizia nè per la paura, non disperarono tra il morso dei ferri o dell'angustia, ne propiziarono coll'abnegazione assidua e la costanza eroica il trionfo radioso; e su da le stragi, su dalle rovine, su dal cupo mistero degli eventi colgono le voci della speranza e della fede immarcescibili, ravvivando delle falangi incorrotte l'audacia e la tenacia:

o voi che il sangue opprime,
uomini, su le cime
splende l'alba sublime

E, sprezzanti della conserta rabbia dei marosi e dei fulmini, incontro all'aurora della redenzione ai venti sul picco di mezzana la bandiera immacolata noi procediamo immutati e sereni.

La «Cronaca Sovversiva» continua le sue pubblicazioni.

(6 giugno 1918).

Viva l'anarchia!

Finchè giù nelle mine, sui solchi, per le officine, su la soglia d'una chiesa, d'una caserma, d'un lupanare, a la lusinga d'un mezzano, per gli editti del re sotto la ferula del padrone, ludibrio della ignoranza, della viltà, della fame, si prostituisca un servo, ed il mondo civile non sia che l'ergastolo del lavoro e del diritto;

Finchè tra i campi si erga una siepe, tra le patrie una frontiera, tra il lavoro, ed il pane la maledizione della bibbia, la sanzione dei codici, l'impunità dell'usura, della frode e della rapina, e tra gli uomini – nati dalla stessa doglia – stiano l'ineguaglianza, il livore, il fratricidio; ed il mondo non sia che un turpe mercato: in cui le braccia ed i cuori, le fedi e gli orgogli, la coscienza e la giustizia si barattano oscenamente per una manciata di scudi;

Finchè ascensione costante inesorabile dalla coercizione alla libertà appaia la storia del progresso umano che di quella ha frugato e distrutto segni e termini, e di questa non soffre remora o barriera sì che le ha tutte superate od infrante;

Finchè nessuno pretenda – e nessuno osò fino ad oggi, nè osa – che dopo di aver inabissato le sacerdotali autocrazie delle origini, gli imperi di diritto divino che nell'evo medio, le monarchie nobiliari che fino alla Dichiarazione dei Diritti ne tennero il posto; dopo di aver minato di acerbe diffidenze e di rivolte assidue il compromesso obliquo tra la dubbia grazia di dio e la frodata volontà della nazione, costringendo dai cieli in terra, dividendo fra la universalità dei cittadini, diritti e franchigie della sovranità, il progresso abbia trovato le sue colonne d'Ercole, l'ultima Tule nella spregevole oligarchia d'aguzzini e di ladri che ci sta sul collo e dovizia e potenza ed ozii ripaga d'inedia di pedate di scherni;

Finchè, parallela a cotesta evoluzione del principio d'autorità – che trasmigrando dai cieli in terra, dal creatore in ciascuna delle sue creature, investite della facoltà e della capacità riconosciute di eleggersi i propri governanti, implica in ciascuna di esse la libertà e la capacità di governarsi da sè, e nell'estrema conseguenza la negazione dello Stato – una più profonda evoluzione s'accompagni e si accelleri per cui l'istituto della proprietà dalle sovrane onnipotenze, dalla santità e dalla inviolabilità quiritarie, dal diritto d'usare, d'abusare di uomini e di cose, si è dovuto soggiogare a riserve, a doveri, a funzioni ogni giorno più varie e più vaste di assistenza, di difesa, di guarentigia, di sicurezza sociale, preludendo all'era prossima in cui la terra e la macchina, come l'aria e la luce, saranno patrimonio comune ed indivisibile, strumento ed arra della libertà, della vita, del benessere, della gioia di tutti;

Finchè sia ribellione alla tirannide, esecrazione della iniquità, anelito di giustizia, sogno di fratellanza, spasimo di liberazione; finchè sia verità generosa, accessibile realtà del domani;

In faccia ai castrati che ne inorridiscono, ai farisei che l'abiurano, ai pasciuti che v'imprecano, ai tartufi che se ne rodono, ai poltroni che la tradiscono, ai manigoldi che la perseguitano, ora e sempre:

Viva l'anarchia!

* * *

E fino a tanto che il progresso non si arresti, fino a tanto che non sia pagato questo debito sacro di dare a tutti ed a ciascuno il viatico del pane, l'usbergo della verità la tregua. dalla pena, la gioia dell'amore, un raggio di sole, la sicurezza dell'oggi e del domani;

Finchè dagli altari, eroiche d'abnegazione e di rinuncia, ardenti di fede e di passione le preci degli umili salgano a dio vane, senza mietere più che la dubbia e tarda grazia delle beatitudini ultraterrene;

E gli annali d'ogni gente d'ogni terra d'ogni principato e d'ogni evo documentino che alla devozione all'eroismo all'inesausto fervore degli schiavi dei vassalli dei sudditi non hanno le aristocrazie altrimenti risposto che colle taglie, colle estorsioni, cogli scherni, col vituperio;

E la cronaca di tutti i parlamenti – anche laddove sono penetrati dallo spirito dei tempi nuovi e dalle nuove rappresentanze che dal proletariato e dalle sue rivendicazioni hanno assunto l'investitura – non è se non la quotidiana testimonianza della loro politica incapacità d'innovazione e di riforma, e negli istituti rappresentativi si tradisca la custodia più gelosa e più esosa dei privilegi di cui dovrebbero essere l'antitesi in forza della costituzione che poggia sull'uguaglianza di tutti i cittadini, in obbedienza al mandato che hanno sollecitato e ricevuto;

Finchè dal seno stesso dei grandi sindacati del lavoro, gli epigoni – i quali della miseria hanno pur conosciuto i tormenti, ed hanno di tutte le umiliazioni centellinato il fiele – pervenuti alla vetta, non gareggiano più che di domesticità e di prostituzione a custodire degli sfruttatori il privilegio ed il dominio;

Finchè l'apostolato inerme s'abbatta col Nazareno su la croce, con Giordano Bruno sul rogo, con Giuseppe Mazzini nel bando perpetuo, con Francisco Ferrer nei fossati di Santa Eulalia, mentre ad Ildebrando cinto d'armi e d'audacia sorride l'universale trionfo del cristianesimo, mentre dai temerari impeti di Pisacane e di Garibaldi prorompe libera la patria, mentre su tre rivoluzioni asside la borghesia le sue finali vittorie, ed ogni età ed ogni ordine ed ogni uomo ha il patrimonio d'indipendenza e di benessere che di per sè, colle sue mani stesse, ha saputo di coraggio indomito e di inesausta costanza fucinare;

Finchè il sacrosanto diritto al pane alla conoscenza alla libertà alla pace che la sapienza di dio, la magnanima virtù dei re, la sagacia dei parlamenti non hanno saputo costringere su l'umano destino, permane aspirazione legittima, compito irrecusabile del proletariato internazionale, e l'emancipazione dei lavoratori opera dei lavoratori stessi;

Finchè scienza e ragione, esperienza e storia grideranno su dall'abisso dei secoli che tra nebulose di fiamma cresimò il pianeta le origini ed i destini, che colla violenza soltanto per le zolle tenaci trova il germe le vie del sole e la gloria delle spighe; che non culmina senza doglie nè sangue agli orgogli della vita nuova l'idillio d'amore; che stanno fatali gli uragani sanguinanti del «terrore» fra rinnovamento e restaurazione;

In faccia ai castrati che ne allibiscono, ai farisei che l'abiurano, ai pasciuti che v'imprecano, ai tartufi che se ne rodono, ai poltroni che la tradiscono, ai manigoldi che l'inseguono, ora e sempre:

Viva la rivoluzione sociale!

* * *

In quest'ora? mi bisbiglia smarrito il compagno a modo che non ama sciupare all'acquazzone la giornea rivoluzionaria delle belle mattinate di sole, delle comizievoli baldorie.

Proprio in quest'ora che nella tregua universale delle fazioni, intorno all'ara della patria ed alla fortuna dei suoi eserciti si stringono gli entusiasmi della nazione, e contro ogni scismatico dissenso più livide e più furiose le rabbie conservatrici, e sulle esili falangi d'avanguardia imperversano d'anatemi selvaggi e di sanzioni implacate parlamenti tribunali e sacrestie? ed alla legge sullo spionaggio che le spie ignora ma butta il capestro agli anarchici; al «Trading with the enemy Act» che silenzia la stampa onesta ma tiene il sacco a barattieri ed a felloni; al «Sedition bill» che ha raccolti unanimi i voti della Camera e del Senato e confisca brutalmente la costituzione della repubblica, la libertà di stampa di parola di riunione, ogni civile franchigia, scrive il senatore Hardwick l'ultimo codicillo autorizzando l'arresto e la deportazione in massa di tutti coloro che alle aspirazioni scellerate dell'anarchismo in tutto od in parte sottoscrivano? e la maggior parte di voi e la più fervida è tra i lacci del nemico?

Ora proprio!

Vigilare a custodia del diritto quando non è chi l'insidia, morfondere di truculenze retoriche sul «panciuto borghese» allorchè intento alle ponderose digestioni neppure vi bada, imprecare del levitico sovversivo contro la reazione quando minaccia o devasta, lontano, il seminato altrui, e genuflettersi alle contrizioni, abdicare alla fede, ammainarne i vessilli, nascondersi in cantina, sul solaio, sotto le gonne delle comari quando i cieli s'abbuiano, la tempesta infuria e s'impenna la dragonnata agli avamposti, è comodo senz'alcun dubbio, è la sublimazione della virtù pratica e della prudenza avveduta.

Non è che una disgrazia di mezzo: noi non siamo nè virtuosi nè pratici nè savii.

I calcoli a cui ci hanno abilitato la vita, lunga e procellosa, l'esperienza acre ed assidua sono elementari e si sbrigano sulle dita.

Risponde a verità, risponde a giustizia, a fatalità indeprecabili di progresso, ad urgenze improrogabili di liberazione questo nostro ideale anarchico smagliante e vituperato?

Ed allora nè la verità tollera eclissi, nè la giustizia remissioni, nè indugi l'opera santa dell'emancipazione.

E qui bisogna rimanere!

A raggiungerla dobbiamo francare gli schiavi da le ritorte dei pregiudizii annosi e delle devozioni assurde mutando in consapevolezza operosa, in torrenti d'energie irresistibili, in concordia di propositi e di sforzi liberatori le ignavie scorate, gli egoismi pitocchi, le competizioni cieche, la millenaria viltà?

Ed allora a trarre da questa ibrida colluvie di invertebrati le ferree legioni che la terra e gli uomini riscatteranno alla servitù ed all'obbrobrio, noi giungeremo infondendo nelle reclute sgomente il po' di coraggio, di fermezza, di fede, di tenacia, di carattere che in noi educarono le pugnaci avversità, piuttosto che buttando armi e bagagli al primo urto, alla prima fucilata.

E qui bisogna rimanere!

Non ve ne sentite le reni? Tra le ragne dell'inquisitore cercate scampo a dio, allo stato, alla legge, all'ordine che v'affogano? proni su l'altare dei feticci che avete le mille volte bestemmiato, ne rimormorate, compunti, battendovi il petto, gli omaggi e le devozioni: Siete un bravo figliolo, che si è sviato forse nelle piazzate anticlericali, ma che ha sempre creduto e crede anche oggi al buon dio; che avete sognato, vero, le radiose eucarestie dell'Internazionale proletaria, ma senza sacrificarle nè gli orgogli della patria, nè le rivendicazioni della stirpe, nè i diritti imprescrittibili della civiltà, nè la santità della guerra che li tuteli; e che se il vostro antimilitarismo vi nega di vestire la divisa del soldato, di impugnarne le armi, di correrne le venture ed i rischi, non siete poi, in fondo, alla legge della nazione così avverso da non chiederle un rifugio... in quinta categoria, nè così indifferente alle sue fortune da non comprarle una generosa collezione di francobolli di guerra, e da non avere nel portafogli un certificato del prestito della libertà?

E sciupate genuflessioni ipocrisie rimorsi.

Non troverete un aguzzino che si intenerisca di queste vostre contorsioni. Perchè vi crederebbe? Ieri per vanità, per millanteria, per mimetismo, avete buttato il crocefisso nella stufa, avete battezzato il figliolo col nome di Satana o di Caserio, gli avete imparato il canzoniere dei ribelli, e vi siete abbonato alla «Cronaca Sovversiva»; non c'era che da fare il bello al sol di Luglio senza cimentare una graffiatura, e... viva l'anarchia!

Oggi che scura per gli anarchici la San Bartolomeo, e son nespole e delle acerbe, vi rappattumate coi paternoster, colla repubblica, colla legge, col padrone, col curato, salvo a ribarattarli domani se il tempo bolscevicheggi catastroficamente sulle vostre latitudini.

Delle bagascie nessuno mai ha avuto rispetto o credito, meno fra tutti, coloro che le hanno ruzzolate su la mala via. Perchè dovreste trovarne voialtri?

A dispetto del confiteor e del miserere, domani, doman l'altro v'aggancieranno pel collare, come noi, come tutti quelli che sono rimasti quello che erano, e sullo stesso carrozzone, nella medesima stiva vi rovescieranno tra le gole del Colorado o nelle jungle delle Filippine, colla bocca amara e colla spina in cuore d'aver fatto il poltrone, il vigliacco ad ufo.

Qui bisogna rimanere!

* * *

Su la breccia si resta senza jattanze nè paure, tanto più serenamente che non occorre il coraggio di Orlando, e che di contro il nemico, superlativamente idiota, ci dispensa da queste e da quelle.

Idiota superlativamente! e la testimonianza esubera dalla serie di emendamenti che, senza pure un voto di dissenso, la Camera ha la settimana scorsa approvata, e di cui diamo qui la traduzione letterale ed integrale:

Articolo I. – Gli alieni che siano anarchici, i quali credano od eccitino alla distruzione, colla forza o colla violenza, del governo degli Stati Uniti o di ogni forma di leggi; gli alieni i quali non credano o siano opposti al governo costituito; gli alieni che invochino od insegnino l'assassinio dei pubblici funzionarii; gli alieni i quali invochino ed insegnino la criminosa distruzione della proprietà; gli alieni i quali siano membri od affiliati di qualsiasi organizzazione che coltivi, insegni, od invochi la distruzione colla forza o colla violenza del governo degli Stati Uniti o di qualsiasi forma di leggi; che coltivi od insegni la sfiducia o l'opposizione al governo costituito; o preconizzi il dovere, la necessità, la convenienza di criminosamente aggredire ed assassinare ogni funzionario od i funzionari – come individui in particolare, o in genere come funzionarii – del governo degli Stati Uniti o di ogni altro governo costituito, in ragione del loro carattere ufficiale; od invochi ed insegni la criminosa distruzione della proprietà, debbono essere esclusi dall'ammissione agli Stati Uniti.

Articolo II. – Ogni alieno del quale, in qualsiasi tempo, dopo essere entrato negli Stati Uniti, possa provarsi che all'epoca del suo arrivo fosse, o sia in appresso divenuto un membro di qualsiasi categoria di alieni nel primo articolo di questa legge menzionati, deve, su mandato del Ministro del Lavoro, essere arrestato e deportato nei modi previsti dalla Legge sull'Immigrazione del 5 Febbraio 1917. Le disposizioni del presente articolo sono applicabili alle classi di alieni sopra enumerati senza riguardo al tempo della loro ammissione negli Stati Uniti.

Articolo III. – Ogni alieno il quale – dopo di essere stato escluso e deportato, arrestato e deportato in obbedienza alle disposizioni della presento legge – avesse a ritornare, o rientrare negli Stati Uniti, o tentasse di tornare o rientrare negli Stati Uniti, sarà tenuto colpevole di fellonia, e su analoga convinzione, sarà punito del carcere per una durata non superiore ai cinque anni, e sarà, al termine della pena, riarrestato sopra mandato del Ministro del Lavoro, e deportato nel modi previsti dalla Legge su l'Immigrazione del 5 Febbraio 1917.

Accompagnando con sua lettera del 23 Maggio scorso all'on. Burnett gli emendamenti sopra estesi, il Ministro del Lavoro pare sia dominato da uno scrupolo che mi ricorda le parole di Saracco all'indomani dell'attentato di Monza: «Dottrina e parola, l'anarchismo è entrato nel campo della filosofia e della letteratura, e non si combatte se non contrapponendogli dottrine ed opere che gli prevalgono; rivolta e crimine, s'abbatte ai codici che hanno sanzioni bastevoli a contenerlo ed a punirlo, per il che non ritiene il Governo di dover proporre alla Camera alcuna legge d'eccezione»128.

Scrive il Ministro del Lavoro: «The Bureau of Immigration from its past connection with the history of the legislation, is clearby of the opinion that the phrases are not definitive of the word, but are descriptive of separate classes. It will be noted that the draft is so worded as to leave no room for doubt on this point»129.

Nessuna definizione dunque nè dell'anarchia nè degli anarchici, come se nel pensiero di S. E. il Ministro del Lavoro sia lecita l'aspirazione ad un mondo in cui sulla terra, sugli strumenti del lavoro, sui prodotti del lavoro tornati, fuori da ogni forma privilegiata, comune retaggio, indivisibile patrimonio, guarentigia della vita e del benessere, di tutti e di ciascuno, il genere umano possa attingere nella consapevolezza degli interessi identici e solidali, le ragioni spontanee ed i fraterni rapporti d'indissolubile armonia che governi e leggi – chiamate a comporre l'antagonismo irreconciliabile, fra chi ha e chi non ha, tra chi crepa d'indigestione e chi crepa di fame, tra chi comanda e chi serve – non sono riusciti a darci in tre millenni di tutela legislativa da Confucio a Wilson, e non ci daranno mai.

Non più che la enumerazione di specifiche categorie di delinquenza: è deportato chi preconizza la distruzione del governo degli Stati Uniti, di ogni e qualsiasi legge, chi preconizza l'assassinio dei pubblici funzionarii o la violenta distruzione della proprietà.

Ci sarebbe sempre da discorrerne.

Se avesse a pigliare in parola il Ministro del Lavoro, e mettere le mani su le opere e sugli autori che maledicono allo stato, alla legge, alla proprietà, invocandone la distruzione violenta coll'annessa esecuzione dei rispettivi depositarii e custodi, il suo collega della giustizia non dormirebbe più nè giorno nè notte, dovrebbe accendere su di ogni piazza un rogo, ardervi tutte le biblioteche ed, in effigie almeno, dai santi padri della chiesa fino a Carlo Marx tutta l'iconografia dei filosofi, dei precursori, dei vati di ogni tempo e di ogni paese.

Da San Tomaso d'Aquino che riedificando su le comuniste irruenze di San Paolo e di San Basilio l'istituto della proprietà individuale, è costretto a riconoscere che nessun campo in sè può secondo, natura considerarsi dell'uno piuttosto che dell'altro e che l'aspirazione al comune possesso delle cose ha nella natura il suo fondamento130, insino a Woodrow Wilson che celebrando ieri la caduta della Bastiglia santifica la ghigliottina, la rivoluzionaria espropriazione delle caste nobiliari ed ecclesiastiche, il sovvertimento criminoso dell'ordine costituito, la sommaria esecuzione di Luigi XVI a cui il sacro deposito della pubblica autorità era doppiamente affidato e dal sommo iddio e dalla conserta volontà della nazione.

A Boston, a due passi dalle Corti Federali – che non hanno di questi dì altra premura ed altro compito se non di mandare all'ergastolo quanti osano rimontar la corrente briaca, sul lastrico tra State e Devonshire street una chiazza di sangue, che si è mutata in una chiazza di bronzo incancellabile, ricorda ai nipoti che la grande repubblica la sua unità la sua indipendenza ebbero su quel trivio, da una sanguinosa ribellione al governo legittimo ed organizzato, le origini e la consacrazione. Io, sfido il Ministro del Lavoro Wilson ad imprecar su quella chiazza di sangue, a maledire la ribellione che ve ne lasciò la traccia sempiterna, ed a deportarci perchè ne rievochiamo la gloriosa memoria.

Cento passi più giù è il vecchio Griffin's Wharf da cui centoquarantacinque anni addietro, la sera del 17 Dicembre 1773 i patriotti, arrampicati su tre galee dell'East India Company, in men che due ore sventrarono trecentoquarantadue colli di thé buttandone il contenuto in mare131 piuttosto che vedersi dall'esosa taglia diminuita, insieme alla razione d'un alimento di prima necessità, la civile indipendenza di cui erano gelosi ed orgogliosi.

Noi sfidiamo il Ministro del Lavoro a maledire quel caratteristico atto di sabotaggio glorioso, di criminosa distruzione della proprietà, ed a procedere contro il nominato Woodrow Wilson che ne fa l'apologia.

* * *

Ma la questione non è qui di sapere se a domicilio coatto andremo con i santi padri del vangelo, con San Tomaso D'Aquino, con Patrick Henry che nell'Assemblea del Virginia augura a Giorgio III d'Hannover – sovrano legittimo dell'Inghilterra e delle sue colonie – la stessa fine di Carlo I; cogli storici paesani che registrano compiacenti la successione di mobs che a Boston incendiano le case degli Oliver, degli Storer, degli Hallowell e le spogliano delle suppellettili e del denaro, ed impiccano a Fort Hill, in effigie quanto meno, i cancellieri dell'Ammiragliato ed i controllori delle Dogane132; che nel Rhode Island, a Newport, inchiodano sulla berlina, ludibrio agli scherni più sguaiati, Howard, Moffat, e Johnson; e nel Connecticut, a Wethersfield, agguantano Jared Inghersoll e lo costringono sulla strada a dare le proprie dimissioni ed a gridare un triplice evviva «a la libertà ed a la proprietà» soltanto perchè difendono i diritti del parlamento i privilegi del sovrano e lo Stamp Act che da quelli promana; o con Woodrow Wilson che nella violenta aggressione, e nel simbolico assassinio dei pubblici ufficiali, nella criminosa distruzione delle loro case, e delle loro robe, riassume la eroica passione traverso la quale ritrova la patria le membra disperse, il coraggio, la fede, l'audacia e le fortune dell'unitaria liberazione.

Un fatto è acquisito dagli stessi termini del nuovo emendamento Burnett: che mentre intende non potersi oggi senza vergogna inquisire il pensiero, neppure quando è il pensiero anarchico, ed ostenta di non volerlo perseguitare, di ignorarlo, in realtà lo identifica in determinate forme di delinquenza che, avanti ad ogni cosa, non sono punto caratteristiche dell'anarchismo se ogni fazione si gloria di contare all'avanguardia un regicida, dai repubblicani che segnano albo lapillo le Idi di Marzo e la pugnalata di Bruto, ai cattolici che mettono fra i liberatori se non fra i santi il Ravaillac, il frate che all'Editto di Nantes risponde colla pugnalata ad Enrico IV; dai patriotti che nell'iconografia della gente serbano la nicchia e levan su le piazze un'erma ad Agesilao Milano a Felice Orsini od a Guglielmo Oberdank che a liberarli da Re Bomba, da Napoleone il Piccolo o da Cecco Beppe hanno offerto la vita in olocausto, fino ai socialisti che, a mortificazione di Enrico Ferri e dei gregarii nostrani, avevano nel ruoli del partito Leone Czolgosz133 quando nel Settembre del 1901 ha servito la decisiva revolverata di Buffalo a Guglielmo McKinley; fino al Ministro del Lavoro W. B. Wilson che di veder spazzata via dalla storia la penultima autocrazia, quella abbominevole dei Romanoff – colla procedura che tutti sanno, e che ha implicato l'assassinio di tanti pubblici ufficiali – si è certo rallegrato così cordialmente come noi; se nella bestemmia di Proudhon: la propriété c'est le vol! comunica l'anima reverenda del vescovo di Meaux134; se nell'ingenuo proposito di frenarne le usure, di costringerla in servizio della democrazia, avocando alla nazione le darsene e le ferrovie ieri, domani probabilmente le miniere ed i telegrafi, il Presidente Wilson dimostri che non è poi la proprietà individuale istituto così sacro nè inviolabile come pretenderebbe l'emendamento Burnett; il quale non ha poi contro le catalogate forme di delinquenza che rileva, il coraggio delle congrue sanzioni.

* * *

È chiaro. Se all'anarchismo non presta il Burnett Bill che tre connotati: la cospirazione contro il governo degli Stati Uniti, l'assassinio dei pubblici ufficiali, la criminosa distruzione della proprietà; e se la repubblica vede sempre – come Giorgio Washington135 nello spirit of encroachment la tendenza a consolidare in uno l'autorità dei vari dicasteri «and thus to create, whatever the form of government, a real despotism», il Dipartimento del Lavoro non ha nella contingenza alcuna giurisdizione: è un intruso.

Siamo di fronte a tre forme di reato precise e specifiche, contemplate da corrispondenti disposizioni del codice penale, di competenza delle Corti in cui la Costituzione ravvisa la doppia tutela della inviolabilità dell'ordine sociale e della individuale libertà.

Finchè sia franchigia d'ogni imputato la pubblicità dei dibattimenti, gloriosa conquista della rivoluzione del 1789, a cui la repubblica ha pur ieri brindato con tanto ingenuo entusiasmo, sottrarre gli anarchici all'impero della legge comune, ai giudici naturali, strozzandone le voci oneste, spezzandone la famiglia, calpestandone i diritti e gli interessi, cacciarli in bando perpetuo soltanto per le loro convinzioni, con un provvedimento amministrativo – come usavano i Muravieff, i Trepoff, i Plehwe della Terza Sezione quando lo czarismo era autocrazia fortunata e svergognata – è incorrere nella maledizione di cui Montesquieu136, che di leggi si intendeva ed è maestro insuperato di democrazia, fulminava coloro che accusano al principe invece che ai magistrati: «s'ils ne veulent pas, laisser les lois entre eux et les accusés, c'est la preuve qu'ils ont sujet de les craindre; et la moindre peine qu'on puisse leur infiger c'est de ne les point croire».

Avete paura delle vostre leggi? dei vostri giudici? dei vostri tribunali, on. Wilson? O l'impresa vi fa vergogna, che dinnanzi ai giudici ed ai giurati non osate di trarla, ed arrancate fra una denunzia anonima ed un sottovoce ribaldo, fra il mistero delle istruttorie segrete all'epilogo delle clandestine deportazioni amministrative, nel compro silenzio della stampa da fogna?

Sono affaracci vostri siamo d'accordo, ma sono anche i sistemi dell'autocrazia, del Kaiser di cui vi tradite, al sole corrusco della guerra democratica, il plagiario squallido, l'alleato più vero e maggiore.

Affaracci vostri, d'accordo; ma con quale costrutto, poi?

Vi riuscirà di deportare un centinaio d'anarchici137, dei più noti e dei meno pericolosi, di quelli che non nascondono il loro pensiero, non sanno diminuirlo d'una restrizione mentale, nè mascherarlo d'opportunismi ipocriti o di reticenze avvedute; ma quegli altri, quelli che sono cresciuti al disinganno, quelli che il giogo acerbo della vita ripiegò su se stessi, a cui il destino negò la tregua d'un sorriso a cui negò la natura la valvola provvidenziale per cui rompendo nel peana o nell'elegia si sfoga l'ardore cocente della vendetta l'acuta nostalgia della giustizia e della liberazione, e sotto il pungolo sanguinante dell'acredine s'aprono la via col coltello o colla dinamite, e l'aprono, benedetti alla nuova storia, come li scoverete; come li raggiungerete?

Affaracci vostri, sta bene; ma quale sarà di queste vostre sommarie e feroci proscrizioni la messe?

Non v'insegna proprio nulla l'esperienza, neppure la più amara, neppure quella di ieri?

Or fa un anno, migliaia di immigrati russi, evasi alle torture dello czarismo, chiamati qui dalla strana leggenda che sia l'America terra di libertà, e qui dalla bugiarda superstizione guariti al sinistro bagliore degli incendii di Ludlow, delle stragi di Bayonne, dei linciaggi di razza, degli auto-da-fe di San-Francisco, in patria sono tornati al primo balenare della rivoluzione, allora quando il Kerenski sui ruderi dell'autocrazia s'affannava ad edificare una repubblica ad immagine e somiglianza degli Stati Uniti.

Alle turbe moscovite in delirio di palingenesi squarciarono il velo della sinistra menzogna: una repubblica democratica, come l'America? Ma l'America è il servaggio medievale che schianta di mitraglia, ove si ergano alle rivendicazioni del diritto, cuori e fronti di schiavi; che dal color de la pelle giudica delle capacità morali e della dignità civile; che ai superbi i quali non pieghino al dogma degli oligarchi od all'insania dei volghi serba la galera; che nel disprezzo d'ogni idealità più nobile e più radiosa non coltiva che pel dollaro e pel successo le sue idolatrie.

Ricordate? Emma Goldman, Alessandro Berkman, le manette ai polsi, s'avviavano ai penitenziarii d'Atlanta e di Jefferson City; Thomas Mooney a pie' della forca attendeva, allora come oggi, da la pietà sovrana la riabilitazione e la salvezza che all'innocenza perseguitata ricusano i tribunali repubblicani...

Kerenski pigliava poco di poi la via dell'esilio, il vostro ambasciatore Francis non poteva affacciarsi per le vie di Pietrogrado, la repubblica ad immagine e somiglianza della vostra colava a picco miseramente e ogni riferenza all'America, agli Stati Uniti suscitava allora, suscita anche oggi furiose procelle d'esecrazione.

Non è così?

Che cosa diranno alle plebi d'Italia, di Spagna, di Francia gli anarchici che per i quarantotto Stati dell'Unione avete razziato e vi disponete ad espellere non perchè servano alle libidini del Kaiser, chè l'oscena calunnia v'è rimasta in gola, ma perchè sopraffatti dalla guerra che non seppero nè impedire nè contenere, alla deriva non si sono abbandonati, e pensano che il flagello non sarà perpetuo nè perpetua l'aberrazione che lo scatenò e l'alimenta; e serbano ai vinti ed ai vincitori, egualmente delusi traditi esangui disperati domani, viva fra tanta ruina e tanta morte, viva fra lo squallore di tante rinunzie, la face della speranza, della fede nella vita, nel progresso, nella civiltà, nella loro ultima vittoria, nella risurrezione del proletariato, signore ed artefice del proprio destino, alla gioia ed alla gloria della fratellanza della giustizia della libertà?

Che cosa volete che ne dicano?

Voi siete padrone di legare all'infamia, di consacrare il nome del vostro paese alle maledizioni, all'esecrazione del mondo civile, tormentato oggi da così acuto così profondo così diffuso spasimo di rigenerazione: sono affari vostri.

Noi sappiamo il compito nostro, il compito a cui abbiamo sacrato ogni palpito ed ogni giornata, la quiete, il pane, i cari. Non lo tradiremo per le vostre minaccie, come per le ricorrenti lusinghe non l'abbiamo tradito ieri; neanche l'umilieremo chiedendo alle vostre leggi la tutela, alle vostre corti di giustizia, ai vostri aguzzini la pietà, ai vostri armenti la solidale cooperazione che non sanno intendere nè dare qui, sdegnosi di abdicazioni e di compromessi; qui, ribelli immutati ed immutabili ad ogni tirannide, a tutte le iniquità, a tutte le vergogne dell'ordine privilegiato, qui vegliamo in armi; e finchè sia anelito di giustizia, sogno di fratellanza, spasimo di liberazione; finchè sia verità generosa, accessibile realtà del domani.

In faccia ai castrati che ne inorridiscono, ai farisei che l'abiurano, ai pasciuti che v'imprecano, ai tartufi che se ne rodono, ai poltroni che la tradiscono, ai manigoldi che la perseguitano, ora e sempre:

Viva l'anarchia!

Viva la rivoluzione sociale!

(18 luglio 1918)

"...und heute geht eine neue Epoche
der Weltgeschichte aus"

«Now the heart of the world is awake, and the heart of the world must be satisfied.....».

«Do not let yourselves suppose for a moment that the uneasiness in the populations of Europe is due entirely to economic motives; something very much deeper underlies it ali than that. They see their governments have never been able to defend them against intrigue or aggression.....».

WOODROW WILSON

alla Metropolitan Opera House, la sera
di martedi 4 Marzo 1919.

Il cuore del mondo si sveglia, si è svegliato anzi, e quanti lauri sfrondati, quanti calcoli dispersi, quanti ruderi accumulati sul vecchio mondo e sul nuovo da quel suo primo fremito nel rapido giro di pochi mesi!

E quante leggende, quanti oroscopi sfatati, anche!

Quanti eravamo, cinque anni or sono, a prevedere, a credere che non ultima conseguenza della guerra sarebbe stato lo sfacelo del vecchio ordine sociale e che al 1914, allo stato ed alla condizione di cose che dell'immane flagello, per cento cause diverse e complesse ma egualmente ineluttabili, dovevano accendere la prima scintilla e sferrarne tutti gli orrori, non saremmo tornati più?

Scarsi. Scarsi lassù nell'Olimpo ove la protervia ladra degli intrighi e delle usure cercava un alibi, dove la responsabilità della provocazione s'attenuavano della comune lusinga inconfessata che, dopo tutto, all'irrequieto e minaccioso proletariato internazionale, briaco di utopiche palingenesi, non potevasi ammanire diversivo più energico nè più efficace che un tuffo violento, inaspettato, sanguinoso nel gorgo delle tradizioni venerande e delle sacre rivendicazioni della stirpe, nel cieco rigurgito conseguente degli odii, dei livori e delle cieche furie patriottarde appena sopite.

Un lustro caino di fratricidi avrebbe levate più alte, più scoscese, inaccessibili alle aberrazioni dell'internazionale proletaria, le frontiere della patria cresimata, dell'unità incoronata della grandezza e della gloria.

Quand'anche ogni altro calcolo fosse andato fallito, ogni altra ambizione delusa, la guerra restauratrice dei vacillanti privilegi di classe, era sempre la più avveduta delle speculazioni.

* * *

Scarsi pure di qua, tra noi, ove su l'accidia anemica, su l'ignavia diffusa e su la miseria lenta d'ogni progresso nostro, se non trascurabile, sproporzionato al fervor degli aneliti ed alla dolorosa intensità degli sforzi, suppurava la scrofola mentale dei sofismi a cui ciascuno chiedeva il passaporto degli opportunismi fruttiferi, il rifugio alla propria vigliaccheria, il conforto alla propria impotenza, la foglia di fico alle proprie vergogne, spianandoci il volto, con un'aria tra di compatimento e di canzonatura come fossero essi balzati da una costa di Prometeo o di Vico, l'anatema, l'ostracismo abusato, rancido, convenzionale: «Bah! ce ne dev'essere della ruggine cristiana sui vostri cervelli, e della fede umanitaria nella vostra bisaccia, se vi attendete la rivoluzione sociale dalla massa, dall'armento che serve a tutte le tirannidi colle sue dedizioni rassegnate e le cinge arcigno a tutti i novatori, refrattario a tutte le innovazioni, delle sue remissioni inesauste e della sua feroce inamovibile bestialità.

La massa, è oggi, sarà domani, quella che è stata sempre, il bestiame da soma, da corda, da macello, su cui male s'impegna una speranza ideale.

«Bestiame senza coscienza, senza volontà, senza coraggio, senza fede, irredimibile, ha il basto, il bastone, il padrone, il governo, lo squallore e la schiavitù che si merita.

«Non imprecate alla guerra che aiuta colla falce e la mitraglia a le provvide selezioni».

* * *

A credere nella rivoluzione sociale per cui si deve attingere la superiore umana convivenza nella quale del benessere e dell'autonomia di ciascuno siano incrollabile guarentigia la spontanea libera associazione ed il benessere di tutti, è rimasta la scarsa minoranza tenace a cui recano oggi gli avvenimenti il suffragio più schietto, il conforto più generoso, un affidamento augurale.

I PRIMI LAMPI

La Russia è tutta un incendio, è, forse meglio, il crogiuolo rovente nel quale rapporti e forme del vecchio ordine politico ed economico si dissolvono, residuando fra le scorie e la mefite il primo nucleo dell'ordine nuovo: il soviet. Il quale, trasferendo dalla classe privilegiata alla classe proletaria la gestione politica del paese e la gestione economica del patrimonio nazionale, per la duplice dittatoriale investitura, si tradisce fin da ora un governo, il peggiore forse di quanti governi noi abbiamo veduto fin qui; ma resta pur sempre il fatto nuovo in quanto colla espropriazione – intenzionale o pratica non conta – della borghesia, chiude l'era delle rivoluzioni puramente formali, esclusivamente politiche; ed affaccia oltre che la soluzione di un problema, del problema economico, che le precedenti rivoluzioni hanno sempre ignorato, lo strumento, primitivo, goffo mostruoso finchè volete, con cui presume attingere le conquiste superiori ed ogni trasformazione successiva.

È il fatto rivoluzionario anche se non sia ancora la rivoluzione, anche se, pel momento, non autorizzi il fanatismo delle conventicole libertarie pel bolscevichismo.

Il ricordo è di ieri. La insurrezione del 12 Marzo 1917 aveva fatto appena mezza giustizia dello czarismo, che incontro al governo provvisorio, torbida coalizione di pusillanimi, d'arfasatti e di volponi, si levarono i soli che avessero rischiata la vita nel primo cimento assegnandogli ben altro compito che di tessere fra i ruderi dell'autocrazia il nido ai gufi delle oligarchie miliardarie e della famelica travetteria democratica.

Si levarono ammonendo fermamente da prima, minacciando inutilmente di poi, cacciando il 7 Novembre dello stesso anno, senza troppi sforzi, ed, è a credere, per sempre, i nuovi padroni...

Il linguaggio che parlavano era nuovo, inaspettata l'audacia, trionfale la rivincita; il nome esotico, soffuso di mistero, corrusco di ricordi impetuosi, soggiogava tutte le simpatie: bolscevichi!

Nessuno sapeva di preciso che cosa volesse dire, ma poichè nessuno sapeva disgiungerlo dalle prime vittorie, della insurrezione che aveva dall'anarchico al socialista coscritte le più fervide energie d'avanguandia, tutti furono bolscevichi.

Niente di male, in fondo; tanto più che tutti del comune denominatore volevano, per iscarico di coscienza, l'etimologia; il male è che tutti volevano – mentre a traverso le maglie della censura non filtrava una notizia e la stampa indigena vi sopperiva delle sue lojolesche fantasie salariate – la cronaca, le vicende, i caratteri della nuova rivoluzione; e ci vituperavano furiosamente perchè non ammanivamo ai nostri lettori lo specchio esatto, cinematografico, della situazione che doveva essere buia assai se pigliavano cantonate Massimo Gorki e Caterina Breskoski, il primo ripudiando i bolscevichi coi quali oggi si concilia; la seconda spronandoli ieri a la riscossa per rinnegarli ora ferocemente.

Ricusarsi di esprimere, su la scorta magra e dubbia delle informazioni interessate un giudizio temerario, era dunque non soltanto onesta cautela, prudenza elementare, era salvarsi da molte delusioni amarissime a cui i frettolosi sono andati a sbattersi a capo fitto.

CIASCUNO AL SUO POSTO

Perchè oggi i bolscevichi hanno parlato, ed il processo di differenziazione si compie assegnando a ciascuno il suo posto.

Contro lo Czar, contro l'autocrazia, contro il privilegio nobiliare e borghese tutte le correnti sovversive in fascio, dagli anarchici libertarii, ai sindacalisti rivoluzionarci, ai socialisti riformisti.

Per l'apoteosi dello Stato138, per la dittatura dei soviets, per la «nazionalizzazione» della terra, delle miniere, delle industrie; pel monopolio, pel lavoro obbligatorio, per la sottomissione assoluta della massa, mediante una disciplina di ferro, alla volontà unica del direttore del soviet139 rimangono Lenin e Trotski, i bolscevichi che i frutti della rivoluzione si sono accaparrati, ed hanno già iniziato un periodo di involuzione, di conservazione, se non proprio di restaurazione.

Anarchici, sindacalisti, quanti pensano che lo Stato sia tristo non perchè autocratico o democratico, ma perchè lo Stato, perchè nell'idea di dominio è implicita l'idea di soggezione; ed odiano il padrone non perchè esso è Carnegie o Rockefeller, ma perchè è il padrone, perchè è lo sfruttatore; e non s'acconciano alla dittatura del soviet; e non hanno fede nella nazionalizzazione dei mezzi di produzione per cui l'operaio, mutato in funzionario, rimane un salariato, uno sfruttato, un servo, zimbello di tutti i capricci del dittatore140; e credono sopratutto che l'opera di ricostruzione male si inizii fino a tanto che l'opera di demolizione non sia compiuta: ed hanno il coraggio del loro pensiero, della loro fede e del corrispondente atteggiamento, guardano al governo del soviet come ad un compromesso bastardo, come ad una sosta pericolosa; si schierano apertamente all'opposizione donde sospingono le masse a tutta la rivoluzione, a tutta la liberazione, asciugando naturalmente del governo bolscevico, come già di quello dello Czar, il bando, le manette ed i vituperii141.

Ciascuno al suo posto!

DILETTANTI D'ASTROLOGIA

Ora, se questo giacobinismo intollerante e feroce, che il governo dei soviets gabella per la libertà, ha smagato i semplicioni non dispera affatto la gente che osserva e che ragiona tenendo conto dell'ambiente in cui la rivoluzione russa si è attizzata, e delle cause che l'hanno precipitata sovvertendo gli oroscopi dei profeti estemporanei.

La rivoluzione si aspettava dalla Francia, dall'Italia, tutto al più dalla Germania; dalla Francia perchè laggiù le massime conquiste politiche si sono vittoriosamente esperimentate e perchè la tradizione rivoluzionaria è nello spirito della gente, senza contestazione la più evoluta del vecchio continente e del nuovo; dall'Italia – intendo dire dal proletariato italiano – perchè sulla insofferenza caratteristica delle plebi e sulle loro miserie spaventose ed immeritate, mezzo secolo di propaganda sovversiva aveva senza alcun dubbio rivelato una coscienza di diritto e di forza a cui le decimazioni orrende e le carestie esose della grande guerra, avrebbero dovuto sobillare ad ogni estremo più temerario; o dalla Germania, dal proletariato tedesco crocifisso dai nemici di dentro come da quelli di fuori, il più esercitato alla critica sociale dei vecchi istituti, il più agguerrito dalla educazione e dalla disciplina all'esperimento dei nuovi.

Le plebi di Francia e d'Italia bevono invece rassegnate la cicuta fino alla feccia, mentre quelle teutoniche non si sono mosse che ultime ed a mezzo. La rivoluzione è venuta dalla Russia, dalla Russia medievale, analfabeta, vassalla, rassegnata, dalla Russia inconsapevole, indifferente di ogni fremito della intensa, febbrile, tumultuaria vita del resto del mondo, travolto dal fervore delle sue industrie, dei suoi commerci, della sua vita di pensiero, per bolgie di umiliazioni, di dolori, di iniquità insospettate, e su per l'erta di segni, di speranze, di propositi incoercibili ad una nuova e più vasta concezione del diritto, della giustizia, della libertà individuale e della rinnovazione sociale.

Dalla Russia! La Francia tornava, nella subita resipiscenza degli astrologhi delusi, terra di piccoli bottegai, di piccoli proprietari, aspri al lavoro, al guadagno, al risparmio, custode rigida e vigilante dell'ordine che ne assicurava le benedizioni; l'Italia non si reggeva in piedi, non aveva più nelle vene una goccia di sangue, non aveva più un uomo valido per le campagne desolate, ed era follia pretendere che avesse in quelle condizioni ad imbarcarsi, dopo quattro anni di strazio, per una rivoluzione. Quanto alla Germania, non era universalmente convenuto che essa ignora il procedimento rivoluzionario, che non lampeggia d'una rivolta alcuna pagina della sua storia secolare, e che intorno al suo Kaiser non s'era mai stretta con tanto lealismo come oggi che egli la trascinava nella sua rovina?

Miserie dell'astrologia facilona, alla quale è da preferirsi l'interpretazione coscienziosa e modesta degli avvenimenti, e la deduzione discreta che dai fatti stessi discende.

Considerata a questa stregua la rivoluzione russa cessa dall'apparire una contraddizione in termini. La tradizione della proprietà comunale non è stata sempre in Russia così viva da non lasciare posto ad altra aspirazione nel cuore dei musgicchi? E non si accompagnava essaa da più di mezzo secolo – avanti assai dell'apostolato di Leone Tolstoi – ad un orrore sacro della caserma e del servizio militare?

E non era in Russia una borghesia progredita, moderna, avida di conquiste, d'espansione, di dominio, a cui il regime autocratico coi suoi privilegi imperiali e nobiliari, colle sue barriere, le sue interdizioni fiscali, era cappa di piombo intollerabile?

E la guerra che inaspriva col tributo del sangue il peso delle taglie, già così gravi, ai contadini ed agli artigiani, confiscando nelle persone l'ultimo patrimonio – pure così scarso – della politica libertà; la guerra che alla grassa borghesia offriva il destro di rivelare la propria onnipotenza, di far valere la propria volontà, di affacciarsi una buona volta alla vita ed alla storia – denudando contemporaneamente la corruzione, la venalità, le turpitudini dell'aristocrazia infracidita e della dinastia bordelliera – non doveva inalveare le due correnti nella fiumana in cui l'autocrazia è andata travolta?

E la rivoluzione del 12 Marzo 1917 non ha qui (se non tutte le sue cause che sono infinite e infinitamente varie e complesse) la sua scaturigine prima e l'impronta fatale di compromesso che vorrebbe placare l'antitesi profonda d'interessi e di aspirazioni delle due correnti inalveate?

Il governo provvisorio di Kerenski, un mezzo socialista, del Lvoff, un arcimilionario, del Miliukoff, un dottrinario del liberalismo ultra borghese, è la faccia del compromesso per cui la borghesia, che non aveva provocato la rivoluzione, che s'era guardata bene dal rischiarvi la pelle o la fortuna, s'affrettò a metterle redini e freno, decisa ad eludere con una largizione costituzionale ed una pomposa Dichiarazione dei Diritti le rivendicazioni economiche degli straccioni che alla strada si erano buttati per dare fine immediata alla carneficina, per dare alla conquista della terra l'immediata e reale consacrazione.

Il compromesso dura otto mesi a mala pena, ed è stracciato dalla ripresa insurrezionale del 7 Novembre che sulla base della nazionalizzazione della terra e degli strumenti di produzione, instaura la repubblica socialista dei soviets.

La quale è ancora un compromesso, inevitabile forse, colla... situazione, coll'ambiente nazionale da cui è scaturita, colla situazione internazionale da cui è insidiata, minacciata, dominata.

E qui ci par doveroso chiarire.

LA TREGUA

Noi non siamo bolscevichi se, per definizione, essi sono gli uomini della maggioranza. L'anarchico, dove non sia solo, è sempre della minoranza. Sarà della minoranza probabilmente anche allora e dove sfolgorerà in tutta la sua pienezza, un giorno, il comunismo anarchico, perchè lo ribelleranno le forme in cui l'ideale è stato costretto dalle pratiche necessità della realizzazione, e perchè, giunto alla meta, altra meta avrà intraveduto più lontana ma più pura e più radiosa in cui rifugiare il suo insaziato bisogno di giustizia, di amore, di libertà. L'anarchico è antibolscevico per... definizione.

Ma come i bolscevichi non sono stati sempre contro gli anarchici, così gli anarchici non possono essere contro tutto l'atteggiamento dei bolscevichi.

L'anarchico è il nemico implacabile della proprietà perchè è il nemico implacabile dell'autorità.

Finchè si è trattato di abbattere lo czar, di espropriare armata mano la borghesia, gli anarchici si sono cacciati in Russia ieri – come faranno altrove domani e sempre – nei primi ranghi, dalla prima ora; nè è a supporre che agli uomini dei soviets quell'intervento sia spiaciuto; quando, infrenata la rivoluzione, la repubblica socialista dei soviets badò più che tutto a consolidarsi, e, col pretesto di riordinare e di ricostruire, imperversò di leggi e di decreti, di monopolii e di dittature, gli anarchici dopo di avere indarno tentato di continuare, di compiere l'opera di demolizione indispensabile a costruire, dopo di avere esperimentato allo Smolnv Institute che la mitraglia di Lenin non è più pietosa di quella dello czar, si appartarono attendendo l'ora della rivincita, non concedendo ai bolscevichi che la tregua necessaria a custodirli dagli attentati contro-rivoluzionari del nemico comune sempre in agguato; e dare agio così al proletariato delle nazioni esacerbate dalla disfatta come a quelle esauste dalla vittoria, di schierarsi in linea imprimendo alla rivoluzione il carattere universale senza di cui i suoi trionfi, le sue conquiste, come l'insieme dei nuovi più equi e più liberi rapporti, non sarebbero che effimeri, destituiti d'ogni valore, di ogni portata, di ogni garanzia.

Una condotta che non è soltanto anarchica, ma logica e generosa; perchè l'atteggiamento dei bolscevichi è rivoluzionario quando essi distruggono, con essi nell'opera di demolizione bisogna essere con tanto ardore da superarli e distanziarli; e se quando essi ricostruiscono non possono essere che riformisti, bisogna lasciare ad essi la responsabilità della ricostruzione ed attenderli al varco, sfumato il pericolo della contro-rivoluzione, per sospingerli alla liberazione integrale; o seppellirli, ove abbiamo a recalcitrare, insieme con lo czar, tra i ferravecchi dell'ordine superato.

I FRUTTI DELLA TREGUA

Intanto la tregua ha portato i suoi frutti. Mentre all'interno gli attentati contro-rivoluzionari si sono fieramente rintuzzati, all'estero, le fortune militari della Germania hanno visto l'ora tragica dell'occaso; il trattato di Brest-Litowsk è andato in fumo restituendo alla rivoluzione una sicurezza, ed una libertà insperate, e coscrivendole nel cuore stesso della Germania una falange audace ed eroica di alleati che il martirio consacra alle vittoria.

Perchè se anche qui l'ora prima fu del compromesso, più torbido ancora che non quello Lvoff-Kerenski, il compromesso tra i Brockdorf, gli Hindenburg, gli Erzberger ed i residui cortigiani del Kaiser, per una parte, e gli Ebert, i Noske, gli Scheidemann della socialdemocrazia pagnottarda e arrivista, per altra parte, non v'è la più lontana ragione di sbigottire, di sfiduciarsi.

Il movimento rivoluzionario in Germania non è che alle prime battute, ed è ovvio che la borghesia, la quale nel Kaiser fallito non trova più nè il suo simbolo, nè la insegna fortunata, nè la tutela sicura dei suoi privilegi di classe, si butti nelle braccia di quella socialdemocrazia, timorata di cui ha esperimentato nella lunga convivenza parlamentare la moderazione e la docilità; e che questa ponga ogni suo studio più geloso a rassicurare i nemici di ieri, poichè al governo l'associano, che il rispetto alla proprietà, l'obbedienza alla legge, la soggezione allo Stato, non sono stati mai più rigidi; più severi che nel primo esperimento socialista.

Ma quanto durerà l'idillio?

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Soldati e marinai che sono tornati dalle Fiandre, dai Vosgi, dalle lunghe crociere angosciose; operai e contadini che hanno scontato di sangue e d'inedia, d'abnegazione superumana i capricci dell'ultimo Hohenzollern, e dalle trincee, dalle fucine, dai campi sono tornati per chiedergliene conto, reclineranno la cervice sotto il giogo dei nuovi mandriani che, mutato appena il nome e la livrea, ne hanno pigliato il posto e ne continuano la tirannide vorace e sanguinosa?

Rispondono di no, violentemente, i lavoratori dell'Assia, della Sassonia, della Baviera, i contadini della Slesia, i minatori della Westfalia; rispondono di no violentemente con Rosa Luxemburg e Clara Zetkin e Carlo Liebknecht e Franz Mehering i libertari che alla insurrezione hanno chiesto più che un mutamento di basto e di padrone, i socialisti che al socialismo non hanno chiesto soltanto il viatico e la medaglietta, e non consentono di vederlo mezzano delle rinnovate servitù del proletariato a beneficio dei rinfrancati privilegi della classe dominante.

Dalle barricate, le armi nel pugno, la fede invitta nei cuori, radiose su la fronte le promesse dell'avvenire, rispondono che no.

So, so, le riserve paurose onde si agghiaccia di brividi la squallida anima dei servi che ai rischiosi cimenti della liberazione antepongono l'ignavia della usata servitù: la coalizione è forte d'armi e d'audacia, senza scrupoli e senza pietà, ed ha ieri, ieri proprio, disperso colla mitraglia le ultime temerità dell'insurrezione, ed il vecchio ordine crollante non ha mai avuto più rapida nè più energica restaurazione.

Thiers e Gallifet sono frati zoccolanti in confronto di Ebert e di Noske; ma Scheidemann vede erto su la quadruplice frontiera lo spettro di Stenko Razine e cerca di placarne i furori affacciando la immediata necessità della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, la necessità di placare la rivoluzione che scuote la vecchia Germania, e contro la quale sono utopica barriera la mordacchia, l'ergastolo e la strage.

Sotto la fiamma dell'idillio che sfuma non restano che le bragie dell'esperimento ammonitore: Il regime socialista è l'ultimo rifugio del privilegio in bancarotta e lo supera di bestialità e di ferocia.

Sotto il regime autocratico del Kaiser, Karl Liebknecht che scalza della sua parola corrosiva la fede nella guerra, e ne contrasta le fortune con tenace insopprimibile energia, si abbatte nei codici, nei tribunali, nei magistrati dell'Impero che lo confinano in galera per la durata prevedibile della guerra, per tre anni; senza negargli alcuna delle guarentigie che all'accusato sono dagli ordinamenti giuridici borghesi riconosciuti, anche quando infuria la guerra, anche nelle autocrazie meno larvate; e dinnanzi all'eresia vermiglia, quando s'incarni nel fragile petto, nell'amore immenso e nella fine spiritualità di Rosa Luxemburg, disarmano, assolvono.

Sotto il regime social-democratico degli Ebert, dei Noske, degli Scheidemann le guarentigie costituzionali e giuridiche, che il Kaiser ha rispettato, diventano un ingombro, i tribunali, superflui dove basti un sicario, ed a Karl Liebknecht i sicari della social-democrazia hanno fracassato il cranio, in un'umile sala d'albergo, a tradimento, col calcio dei fucili; e su Rosa Luxemburg – infamia che sconsacra il regime nuovo – hanno avventato al linciaggio le femmine da conio briache, i manigoldi della vecchia polizia che della martire prima della rivoluzione sociale hanno straziato le carni, profanato e buttato a fiume il cadavere: sugli insorti, sui mutilati della guerra, sulle donne consunte dallo strazio, sui bambini resi dall'inedia la social-democrazia imperante è passata coi suoi cannoni, coi suoi giannizzeri, col fuoco liquido, coi gas asfissianti che il Kaiser non ha mai osato che contro i nemici di fuori.

L'episodio potrebbe rinnovarsi, si rinnoverà fuor di dubbio altrove, domani.

Guai a chi dimentichi, guai a chi perdoni, guai a colui che sognando un compromesso qualsiasi cogli eredi, coi successori immediati della borghesia si inabiliterà ad ogni compito ulteriore di rinnovamento, e tradirà se stesso, il proletariato, la rivoluzione, l'avvenire: guai!

Il tradimento di un'ora si sconta in stille di pianto e di sangue nei secoli dai figli, dai figli dei figli, dai nipoti più lontani. Non deve trovare nè quartiere nè pietà.

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Cavalca per valli e pendici ad ogni frontiera lo spettro, e ruggente per le vie, in agguato pei trivi, fremente nel sottosuolo, vigile per ogni cuore, la rivoluzione è dappertutto.

Non mi chiedete quando scroscierà su la vostra soglia, impazienti che gli spasimi dell'indugio e le ansie dell'attesa ed il polso delle speranze inquiete misurate sul quadrante dell'orologio: Affilate le armi!

Chi, esausta l'ultima pazienza, ha voglia di menar le mani subito e sul serio non ha da affaticarsi a trovarne la congiuntura: e qui non sono, d'altra parte, nè maghi nè aruspici che il viatico e la bussola chieggano ai sogni, alla cabala, a le stelle.

Parlano troppo schietto linguaggio le voci dei giorni e delle cose.

Quando in Inghilterra a Dover, a Folkestone, in tutto il paese di Galles i pronunciamenti armati delle truppe che sul continente non vogliono più tornare, che non vogliono bivaccare più nei campi trincerati, che vogliono tornare a casa, e buttano le armi o, più ragionevoli, le scaricano sugli ufficiali, sono di tutte le giornate del lunario: quando a Belfast ed a Glasgow gli scioperi della miniera, dell'industria, dei pubblici servizi, respinta la flemmatica diplomazia delle concessioni reciproche, degli arbitrati volponi, delle conciliazioni bugiarde, non si raccomandano più che al sabotaggio, al boicottaggio, alla rivolta sacrilega e vandalica; e del capitalismo l'arroganza, del governo la repressione non si usano non si osano più e le fortune della tregua si affidano a sommarie provvidenze legislative che sono di per sè una abdicazione, noi conchiudiamo discretamente che laggiù le classi non arrivano più ad intendersi e che dove esse non trovano più la zona neutra del compromesso, la guerra di classe è ai ferri corti e la rivoluzione sociale alle porte.

Quando in Francia nel tripudio della rivincita della gloria e della vittoria, su l'uomo che la costrinse su la fortuna e su le bandiere della patria, aureolato della gratitudine della devozione dell'ammirazione universali, si spiana la rivoltella di Emilio Cottin, noi che ai ribelli non sappiamo prestare la fede nel miracolo a cui abbiamo chiuso i nostri cuori irrevocabilmente, neppure sapremmo prestare ad essi arbitrariamente e stupidamente il proposito di salvare col gesto iconoclasta dalle estreme perdizione il genere umano.

In un ambiente sociale in cui nessuno sappia cogliere i rapporti fra causa ed effetto, in cui non sia di fronte alla grande maggioranza furiosa a maledire, una minoranza disposta ad intenderlo, a spiegarlo se non pure a giustificarlo, l'atto di rivolt